UOMO E DONNA
Psicologia dell'umana convivenza


SVESTITE DA UOMO
DONNE IN ABITI MASCHILI DALLA GRECIA ANTICA ALL’IRAN DI OGGI

(ultimo capitolo, ed. BUR)

A mano a mano che il mondo moderno (alcune frange moderne del mondo) mettono in discussione il concetto di “sesso”, cresce anche l’interesse per la storia dei generi. Non è un caso. Ribadire che travestirsi non è un’eccentricità contemporanea ma ha assolto ruoli diversi in epoche diverse, sia pur provocando quasi sempre scandalo, serve a contestare che esista un concetto di comportamento “naturale” e uno di atteggiamento “deviato” o addirittura “perverso”, facilmente definibili. In Francia è per esempio uscito nel 2006 Homme ou femme? La confusion des sexes, di Fernande Gontier (Perrin) che, a differenza di quasi tutti i saggi sul tema, ribadisce, come abbiamo fatto in queste pagine, il non necessario rapporto tra “travestitismo” e omosessualità. Questo può sembrare eretico sia ad alcuni gruppi gay sia ai tradizionalisti, ma è un dato di fatto.

Ovvio che, come le donne che si fingevano castrati all’epoca di Casanova, il travestimento ha provocato, nelle varie epoche, effetti del tutto paradossali. Che ci servono anche a “chiudere” il cerchio. Le donne si sono vestite da uomo per conquistarsi una fetta di quella libertà di cui i “maschi” hanno goduto e godono in quasi tutte le culture? Vorrei allora terminare citando un libro che in qualche modo ribalta questa posizione: si intitola Self-made man, è stato pubblicato nel gennaio 2006 negli Stati Uniti. L’autrice si chiama Norah Vincent, è una giornalista ed è lesbica ma a un certo punto ha deciso di fare un esperimento: non solo travestirsi da uomo come Drag king, ma fingersi davvero uomo e sperimentare che cosa si prova a esserlo. “Sapevo che scrivere un libro sull’esperienza di attraversare il mondo come un uomo”, ha scritto, “mi avrebbe dato l’opportunità di esplorare una parte di quel territorio sconosciuto che un’esibizione [da Drag king in tv, ndr.] aveva trascurato e che io avevo a stento affrontato nella mia breve esperienza come travestita, alcuni anni prima”.

Il libro racconta i 18 mesi in cui Norah è diventata Ned e, anziché frequentare i circoli lesbici, ha vissuto in ambienti tipicamente maschili. ... Conclude la Vincent: “In un mondo post femminista, la definizione di che cosa è accettabile per una donna è molto più ampia della definizione di che cosa è accettabile per un uomo. È questa la difficoltà maggiore che ho incontrato nel vivere da maschio. Come donna ho molto più spazio” (da un articolo pubblicato sull’Internazionale n.633, del 17 marzo 2006).

Chiudere qui non significa vantare una piccola rivincita. Significa, ancora una volta, ribadire quanta oppressione si nasconda nei ruoli definiti e nelle “maschere” in cui la società costringe le persone. Che ognuno scelga la sua strada. Il resto è umanità. Non a caso nel 2005 è apparso negli Stati Uniti il saggio The End of Gender, A Psychological Autopsy (La fine del sesso, Un’autopsia psicologica), di Shari L. Thurer, in cui si sottolinea che le ragazze (etero) hanno atteggiamenti e abiti e abitudini sempre più “maschili e viceversa”, fino all’impossibilità di definire a quale sesso si appartenga. Tanto che è stata coniata l’espressione “gender bending”, una “curvatura” delle caratteristiche sessuali distintive che vanno verso la convergenza e verso una sorta di androginia.

Le stesse tesi erano state avanzate già nel 1990 da Judith Butler, professore di letteratura comparata e retorica all’Università di Berkeley, in California, che nel suo saggio Gender Trouble, ormai un “classico”, avanzava l’ipotesi: il futuro sarà “queer”, sessualmente indefinito. La Butler criticava le femministe le quali, pur avendo rifiutato il concetto che la biologia sia un destino, avevano poi adottato lo stesso punto di vista dei tradizionalisti, ovvero che la società sia divisa tra uomini e donne con caratteristiche, rispettivamente maschili e femminili, ben definite. L’unica differenza era che quelle femminili diventavano all’improvviso sinonimo di tutte le virtù e qualità. La Butler avanzava invece l’idea che le caratteristiche di un sesso non fossero naturalmente definite, ma variassero a seconda dei contesti e dei tempi. Oggi può apparire addirittura una tesi ovvia (nonostante certe inerzie del linguaggio: perché si dice ancora “porta lei i pantaloni” o “Ha le palle”?), ma meno di 20 anni fa non lo era. E il dibattito suscitato in Francia dal libro, tradotto col titolo di Trouble dans le genre solo nel 2005, dimostra che ancora oggi qualcuno crede che “mascolinità” e “femminilità” siano concetti piovuti dal cielo, fissi e immutabili come nemmeno le costellazioni (che invece variano). ...

Quello che la Butler sosteneva, un’idea che ha guidato anche me in questa ricerca, è che in ogni data epoca gli esseri umani apprendono a “mettere in scena” se stessi. Ma, dice la studiosa, “noi non siamo attori volontari di questa storia, non possediamo davvero la libertà di recitare o meno la parte che ci è stata assegnata. Siamo obbligati a conformarci alla norma, maschile o femminile, per ottenere un’identità riconosciuta dagli altri, per poter agire, pensare, in breve per far parte dell’umanità”. La coscienza però che questa norma varia nel corso della storia e a seconda delle culture, dovrebbe oggi permetterci di decidere più liberamente “a che gioco giocare”. La Butler, a differenza della Thurer, non crede che stiamo andando verso una omogeneizzante “androginia”, né che tra maschile e femminile ci sia continuità. Piuttosto immagina la possibilità di mischiare secondo infinite combinazioni (in base alle proprie inclinazioni, alla propria sensibilità, alle esperienze fatte) elementi maschili e femminili. In fondo tutte le donne di questo libro dimostrano che si può essere al contempo “molto femminili” e “molto virili” e che questa apparente contraddizione viene condannata solo quando, per qualsiasi motivo, viene giudicata “pericolosa” per l’ordine costituito.

La riflessione, allora, si sposta: se ieri, in Occidente, una donna in pantaloni era giudicata “non donna” e per questo veniva condannata senza appello, mentre oggi nessuno la considererebbe una minaccia per l’ordine pubblico, non sarà forse inutile accanirsi nel tentativo di definire che cos’è femminile e che cos’è maschile, che cos’è contro natura e che cosa biologico (dibattito che la scienza ha già reso inutile da tempo, ma le istituzioni come la Chiesa si ostinano a considerare attuale)? Piuttosto resta ancora molto da indagare sui meccanismi e le ragioni per cui le società umane tendono a essere conservatrici, a piegarsi alle logiche del potere (politico, sociale, religioso, economico, etc.) di pochi, a reagire in modo violentemente allergico alle rivendicazioni individuali di libertà. In conclusione, chi rivendica (pacificamente, certo) il proprio diritto/bisogno a non adeguarsi ai canoni di comportamento generalmente condivisi mette davvero in gioco la sopravvivenza della comunità?

Valeria Palumbo - caporedattore dell'Europeo Rcs periodici


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Uomo-Donna
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Aggiornamento: 26/04/2015