ADOLFO ALBERTAZZI

Torquato Tasso

A. F. FORMGGINI
Editore in Modena

1911
Amor et labor vitast



versione elettronica messa on-line in agosto 2001
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I.

QUANDO, l'll marzo 1544, a Sorrento, ebbe Torquato, Bernardo Tasso superava i cinquant'anni. Era Bernardo un gentiluomo oriundo d'Almenno nel Bergamasco, che, dopo aver servito, letterato e segretario, altri signori, si trovava a! servizio di Ferrante Sanseverino principe di Salerno. Ma se nasceva di tronco ormai vecchio, il rampollo derivava nel sangue il fervore di un amore grande e felice; e, con 1'intelligenza paterna, riceveva la non fiacca sensivit della giovane madre, Porzia de Rossi; una nobile e virtuosa donna d'origine toscana.
Disgraziatamente i lieti auspici alla vita di Torquato dovevano tosto fallire. Fanciullo, egli doveva conoscere la sventura, la quale, come ineguale sforzo, lede la fibra ancor tenera e d a! carattere la prima forma immutabile. Oh che differenza dai giorni in cui bambino giocava nella stanza paterna, alla luce del pi bel cielo e davanti il pi bel mare d'Italia; e intanto il lieto padre raccoglieva in poema le avventure di Amadigi di Gaula e scorgeva sorridergli l'amore dell'arte e della vita dagli occhi della donna adorata!
Di quante lagrime, invece, a otto anni, Torquato vide arrossare gli occhi materni!
Perch, inimicatosi il Vicer di Napoli, il principe Sanseverino fu costretto a passare dalla spagnola alla parte francese: e dichiarato ribelle e decaduto de' suoi feudi e beni, fu costretto a esulare in Francia nel 1552. Lo seguiva Bernardo, la sciando la famiglia a Napoli in condizioni non buone; avversata dai fratelli di Porzia, che tenta vano usurparne la dote; invisa famiglia d'un pro scritto. Torquato frequentava le scuole dei gesuiti, n la vigilanza del vecchio prete cui sottostava in casa - per quanto fosse uomo dabbene - gli consentiva molti svaghi dalla domestica mestizia.
E come Bernardo, essendogli mancate le speranze in una novella fortuna e non reggendo pi ai disperati richiami della moglie, fece ritorno in Italia e prese stanza a Roma, Torquato venne a lui mentre la madre e la sorella Cornelia trovavano rifugio in un monastero.
Ed ecco che, neppure due mesi dopo esser venuto da Napoli a Roma, Torquatillo perdeva la madre di morte improvvisa - cos il dolore e le angosce ne avevan consunte le forze! -; ecco che, pochi mesi dopo tanta disgrazia, per un dissidio occorso tra Paolo V e Filippo II, da Napoli minacciava Roma un'invasione degli Spagnuoli: onde Bernardo, ribelle all'imperatore, aveva assai da temere. Sottrasse al pericolo il figliolo mandandolo con un cugino a Bergamo dai parenti, ed egli riparava prima a Ravenna, e poi a Pesaro presso il duca d'Urbino, Guidobaldo della Rovere.
Alla corte del quale convenivano, ora in Pesaro, ora in Urbino, artisti d'ogni sorta e dotti e poeti.
Ivi anche Bernardo si trov ben veduto e ben voluto; e a goder della protezione del munifico principe chiam il figliuolo. Cos, per tali vicende, Torquatillo veniva presto ad apprendere i modi di perfetto cortegiano; compagno di studi e svaghi al principino Francesco Maria, presto emulava i pi lodati giovani in ogni esercizio cavalleresco. Ed ivi pur moveva i primi passi nella poesia.
Finch il padre si trasfer a Venezia, ad attendere alla stampa del lungo Amadigi.
Ebbene: a Venezia - secondo cred il suo maggior biografo - Torquato sedicenne accolse, sin d'allora, nella mente precoce 1'idea di un poema che superasse in pregio quello del padre; d'un poema che nel genere ormai vecchio fosse vivificato da elementi nuovi e commovesse pi viva mente l'anima nazionale e universale. Da che e come inducevasi a cantar epicamente la prima crociata? Vari ne ebbe motivi e occasioni. Prima di tutto, mutavano i tempi, e si sentiva, e si vedeva; mutava la societ e la letteratura dava segni molto chiari di aderirvi con tendenze nuove. Il Concilio tridentino restaurando il cattolicismo affrettava il decadere del Rinascimento, e le tradizioni della cavalleria deperivano negli eventi guerreschi che al valore individuale avevan sostituito i conflitti di grandi eserciti: al poema epico convenivano ormai altri spiriti se non altre forme, mentre i progressi dei turchi in Europa e le incursioni degli infedeli in Italia apprestavano all'arte sentimenti e concitazioni che erano nella coscienza di tutti. Per ci il poema nell'evolvere dal tipo cavalleresco al tipo eroico - di che si avevano gi avute non poche prove - doveva trovar opportuno l'argomento storico nazionale cristiano della liberazione del Santo Sepolcro. E pur di ci si avevano prove: ad esempio, la Liberazione di Terra Santa di un Bonsignori e la Gerusalemme e la Siriade del Barga e la Croce Racquistata del Bracciolini. Poi forse a Pesaro Torquato aveva udito Gerolamo Muzio parlare d'un disegno di poema intorno la prima crociata; e intrattenevano la sua fantasia i ricordi di quando fanciullo visitava il monastero dei Benedettini a Cava del Tirreni, e ascoltava racconti di quei frati intorno il papa Urbano, col resosi monaco, e intorno la Crociata; l'inanimavano e appassionavano gli altri ricordi del padre combattente col Sanseverino e Carlo V a Tunisi e delle recenti rapine dei corsari sulle coste italiane, ad una delle quali era miracolosamente sfuggita la sorella Cornelia maritata a Sorrento. Anche Dante, che leggeva e studiava, gli "rammentava il duca Gottifredo" di Buglione. Infine gli incitamenti e gli ammonimenti di un prete e di un artista poeti - Giovan Maria Verdizzotti e Danese Cattaneo - lo persuadevano all'opera della "Gerusalemme". Fin d'allora dunque ne avrebbe scritto il primo libro, che dedic a Guidobaldo duca d'Urbino; e a quello tennero dietro, con qualche interruzione, altri tre canti che non possono, per ragioni giuste, ritenersi di molto posteriori.
Ma quando pure non fossero state composizioni del poeta sedicenne, s del poeta diciannovenne come si credeva un tempo, in cotesti tentativi v' tanto da meravigliare per eccellenza concettuale artistica; vi son tratti che il Carducci rimpianse non avessero trovato luogo, con quelli parecchi che ve lo trovarono, nella compiuta Gerusalemme. Al Carducci dispiaceva soprattutto che il poeta nel rilavorare sopprimesse la descrizione dei crociati e del loro capitano al campo; e diceva: "A grande onore delta poesia, che, quando vera,  anche qual che volta presaga e divinatrice delle pi alte idealit della storia, quella descrizione pare un bozzetto garibaldino":


Con ruvidezza mititare inclti
Stanno, e con signoril decoro altieri.
L'elmo, il sole, il sudor, la polve, i volti
Lor tinto ha di colori adusti, e neri.
Ivi le cicatrici, et ivi scolti
Sono i trionfi anchor de i vinti imperi;
E lor natia belt, non gi s vaga,
Ma con pi maest le viste appaga.

Ma sovra tutti con severa, e dolce,
Et ampia fronte il Capitan riluce;
E mostra ben che degnamente ei folce
S nobil pondo, e che de gli altri  duce.
Bionde ha le chiome, azzurri gli occhi, e molce
Suo sguardo i cori, e riverenza induce:
Regale il naso, e curvo alquanto s'erge,
E vivace color le gote asperge.

Ne 1'ampio petto, e ne le spalle assembra
Te Marte, e ne le sciolte e lunghe braccia:
Muscolose, et ossute ha l'altre membra:
N parte  in lui, che non s'ammiri, e piaccia...

Il poeta adolescente non fu per da ammirar meno se con l'ingegno e l'ambizione ebbe tal senno da interrompersi per misurarsi prima a un'opera di minor ampiezza e difficolt. Fu questa il Rinaldo, finito di comporre in dieci mesi mentre egli ancor frequentava 1'universit di Padova.
A Padova per un anno studi le leggi; indi si volse risolutamente alla filosofia; cio alla poesia.
Gli tremava in cuore il desiderio della gloria rimeggiando le ottave del Rinaldo; e di gloria gli pareva aver gi data promessa stampando rime in due raccolte, ahim, funerarie.
N poteva tardare, a sempre pi infuocarlo, 1'amor di donna. E fu cos.
Al settembre del 1561 il padre venne con lui a Padova per incontrarvi il cardinale Luigi d'Este, tra i famigliari del quale ora cercava di essere ammesso; e Luigi accompagnava ai fanghi di Abano la sorella Eleonora, con sguito di dame e damigelle. Di una, che era fanciulla bellissima e bionda e mirabile cantatrice e aveva nome Lucrezia Bendidio, il Tassino, come lo chiamavano gli amici, s'accese fervidamente.
"Dura" da prima al pari di "selce", la Lucrezia mostr tosto di non aver a sdegno l'amore e le rime del poeta, il quale, con sentore petrarchesco non squisito sempre, ne lodava gemendo il canto, il nome, "gli occhi di purissimo lume", la bocca, la bianca gola, il petto casto, e sino "il vestire di bianco e d'incarnato".
Ma non pi d'un mese i principi estensi rimasero nel Padovano; e poco dopo la Bendidio andava in moglie al conte Paolo Machiavelli; ed egli, l'innamorato deluso, nell'imminenza delle nozze a Ferrara sfogava le sue doglie con sincerit attestata dalla tentazion sensuale.


Amor, colei che verginella amai,
Doman credo veder novella sposa,
Simil, se non m'inganno, a clta rosa
Che spieghi il seno aperto a' caldi rai.
Ma chi la colse non vedr giammai,
Ch' a'1 cor non geli l'anima gelosa,
E s'alcun poco di pietade ascosa
Il ghiaccio pu temprar, tu solo '1 sai.
Misero, ed io l corro ove rimiri
Fra le brine del volto e '1 bianco petto
Scherzar la mano avversa a' miei desiri.
Or come esser potr ch'io viva e spiri
Se non m'accenna alcun pietoso affetto
Che non fien sempre vani i miei sospiri?

Eh via! "Esser doveva" che tanto amore si riducesse alla debita contenenza petrarchesca, conforme la moda del tempo. Bastava ch'ella, la gentilissima donna, consentisse tuttavia al poeta d'accoglierne nei versi il nome e le grazie desiderate indarno. Quanto a lui, da qualche mese aveva gi pubblicato il Rinaldo (aprile 1562) e la fama che subito ne corse valeva a confortarlo di superiori gioie.
Il Tassino contava, allora, diciotto anni.








II.

N il Rinaldo era in tutto uno dei soliti poemi cavallereschi. V', notevole anche per noi, non poco di nuovo. Esso - ripetiamo da chi disse meglio - "segna un vero momento nella evoluzione, come oggi dicono, dell'epos dal medio evo al ristauramento classico:  come il vespero ancora grato del poema romanzesco che dai primi cantari toscani in ottava rima a mezzo circa il trecento era assurto passo passo alle meraviglie del Boiardo e dell'Ariosto, e ora dopo due secoli (la pi lunga stagione delle forme poetiche) declinava mollemente diminuendo; ed  insieme come 1'aurora del poema classico, l'aura messaggera della Gerusalemme".
Quale 1'argomento?
Rinaldo figliuolo d'Amone bramando gloria cavalca alla volta delle Ardenne. Ivi per una selva, s'imbatte in una giovinetta cacciatrice a cavallo.


Mira il leggiadro altero portamento
Rinaldo, e 'nsieme il vago abito eletto;
E vede il crin parte ondeggiar al vento,
Parte in belli aurei nodi avvolto e stretto;
E la veste, cui fregia oro ed argento,
Sotto la qual traspar l'eburneo petto,
Alzata alquanto discoprir a l'occhio
La gamba e '1 piede fin presso al ginocchio...

 Clarice, sorella del signore di Guascogna. Acceso di lei, 1'eroe giostra coi guerrieri che la accompagnano per dimostrar il suo valore, e tosto a lei move d'amor parole e tacite preghiere; ed ella se ne offende. Onde il cavaliere per rendersene degno, si dispone a illustri imprese.
Doma il cavallo Baiardo; atterra guerrieri e giganti; rompe incantesimi. Ma lungo la via e la vicenda delle avventure Rinaldo impara anche di avere un rivale in Francardo, figlio del Re d'Armenia, il quale manda a sfidare. Ahi! che a costui Clarice  destinata sposa da Carlo Magno! Gelosia e disperazione. Ma Clarice renderebbe pago il suo amadore, che essa riama soavemente e con pudico affetto, se tra gli altri contrasti ella non fosse rapita da un guerriero nero.
Ne va in cerca Rinaldo insieme col giovine Florindo, di pastore innamorato divenuto cavaliero pur egli; e insieme s'incamminano verso 1' Italia, dove Carlo Magno accampa contro i Saraceni.


Vider d'Italia poi 1'almo terreno,
Ancor di riverenza e d'onor pieno.
Salve, d'illustri palme e di trofei
Provincia adorna e d'opre alte e leggiadre,
Salve, d'invitti eroi, di semidei,
D'arme e d'ingegni ancor feconda madre,
Che stendesti a gli Esperi, a i Nabatei
L'altere insegne e le vittrici squadre,
E d'ogni forza ostil sprezzando il pondo,
E giusta e forte desti legge al mondo.

Al campo imperiale avvengono prove mirabili tra i migliori campioni e i due sopravvenuti. Poi questi ripartono. Finch, gira e gira, imbarcano al mar Tirreno e approdano dove s'imbattono nel famoso Francardo d'Armenia, che Florindo uccide mentre Rinaldo ne sbaraglia i compagni. Segue 1'incontro con Floriana regina della Media. Innamora anch'essa di Rinaldo; e pi lo ama dopo che (l'argomento  nuovo e gentile) ha appreso quanto Rinaldo giovinetto ha oprato in difesa di sua madre. E di Floriana soddisfatto, il paladino dimentica Clarice e dimentica se stesso. Ridesto poscia e rimorso, riprende con 1'amico il corso del suo destino. Attraversa le pi lontane regioni; torna in Italia e in Francia, si scopre al re Carlo; abbatte un traditor Maganzese. Ma tutto ci non gli basta a superar le avversit del suo amor buono perch Clarice, che  tra le donzelle della corte, fidandosi a una falsa apparenza lo disama. Per ultima disgrazia riesce al re Mambrino di rapire la donzella. Il quale rincorrono di gran galoppo Rinaldo e Florindo.


Tu sospesi per 1'aria ir li diresti
Or chini e bassi, or alti e'n su drizzati,
N dimora n requie in lor vedresti,
N pur i calli da i lor pie' segnati:
Fuman le membra sotto i colpi infesti,
Che da gli sproni ognor son raddoppiati,
I petti di sudor, di spuma i freni,
D'arena i piedi sono aspersi e pieni.
Non sasso o sterpo e discosceso dorso
D'orrido monte o larga e cupa fossa
Trovan che porre a tanta furia il morso,
Ed arrestarli in lor viaggio possa...

Raggiungono il rapitore; e Clarice ansiosa assiste al duello di lui con Rinaldo:


E come varia del pugnar la sorte,
Varia ella il viso, varia stato al core:
Or con le guance appar pallide e smorte,
Or di roseo le sparge e bel colore...

Ma Rinaldo, non importerebbe dirlo, vince. Clarice  vinta da un pezzo. E pon fine a tutti i pericoli, a tutti i guai e alla storia, dove "la materia leggendaria francica ormai soltanto nei nomi, sfuma nelle ombre vaporose dell'idillio", il mago Malagigi, merc il quale gli amanti felici si stringono con laccio maritale.


Gi ne venia con chiari almi splendori
Cintia versando in perle accolto il gelo,
E senza ombre noiose e senza orrori
Candido distendea la notte il velo;
Gi spargeva Imeneo co' i vaghi amori
Fiori e frondi nel suol, canti nel cielo,
Quando di propria man Venere bella
Congiunse in un Rinaldo e la donzella.








III.

Per il tragico destino incombente su di lui che progrediva a una fulgida meta con speranze cos alacri e baldanzose; per 1'arcana potenza che senza impedirgli anzi sollecitandone le creazioni luminose sembr accompagnarlo a lungo prima di abbatterlo, quasi a dimostrare in lui una vittima superiore del fato umano, noi vorremmo legger chiaramente nell'anima del Tasso ottenebrata dalla malattia e dal mistero.
Giover perci, pur nelle notizie della sua giovinezza, ricercar gl'indizi dell'avvenire; considerare quali conseguenze poterono avere vicende e fatti in apparenza semplici o non insoliti.
Dai diciotto ai ventinove anni corse per il poeta 1'et meno triste.
Il padre serv un anno solo, a Ferrara, il cardinal Luigi d'Este; e indi, fin che camp, il duca Guglielmo Gonzaga di Mantova.
Torquato intanto si rec dall'universit padovana a quella di Bologna; e nel secondo anno ch'era a Bologna, non pi morigerato degli altri studenti, si tir addosso un processo di "libello infamatorio", avendo recitata in ridotti di amici una pasquinata che satireggiava condiscepoli e maestri. A scampo della condanna si rifugi a Modena e a Castelvetro; e non bastandogli ad assicurarlo una molto studiata difesa che di s mand al Legato pontificio e non contentandosi dell'aver evitate la sentenza e la condanna, prefer ritornare a Padova e compier ivi gli studi. Ivi col nome di Pentito recitava rime nell'Accademia degli Eterei, fondata dall'amico suo principe Scipione Gonzaga, e disputava d'arte poetica.
Le vacanze le passava a Mantova col padre. E forse nell'estate del '64 fu tratto ai sogni e alle rime del secondo amore.
Laura Peperara, figliola di un mercante motto ricco e d'educazione nobile, provava con lui le armi della civetteria ed egli con lei le finezze del cortigiano. Si doleva essa d'una volpe che le dissanguava in villa le galline, ed egli le prestava, a guardia del pollaio, il suo cane; ma, come pi utile, la fede del cane era tenuta in maggior considerazione, a sentir l'innamorato, che la fede dell'innamorato.
Questo amore dur pi del primo, e pi d'un anno.
E la Laura, bench petrarchesca pur nel nome, seppe meritarsi dal poeta della sincera poesia o, almeno, della poesia sincera in temperanza petrarchesca. A lei, guarita che fu d'una infermit e rifiorente in villa a Sabbioneta o nel modenese, egli intrecciava vivaci corone di freschi madrigali intorno il capo biondo, e mandava di tali bellissime stanze:


Vaghe ninfe del Po, ninfe sorelle,
E voi dei boschi, e voi d'onda marina,
E voi de' fonti e de l'alpestri cime,
Tessiam or care ghirlandette e belle
A questa giovinetta peregrina:
Voi di fronde e di fiori, et io di rime;
E mentre io sua belt lodo et onoro,
Cingete a Laura voi le trecce d'oro.

Essa, dopo averlo fatto ingelosire, lo visitava pietosa quand'egli, nel settembre del '67, ammal di malattia quasi mortale; e dalla visita di lei piuttosto che dalle cure del medico Coppini parve a Torquato riaver la salute.


...l'aura vitale e '1 foco santo
Che da lei spira, alma novella e core
Formaro in queste membra afflitte e dome. 

Quella malattia, per cui egli poi si dolse d'aver indebolita la memoria, fu molto probabilmente un tifo. N sar ingiusto pensare che una nociva scossa avesse ricevuta anche da uno spavento di alcuni mesi avanti.
Fin dall'ottobre del '65 Torquato per le pratiche e le protezioni paterne era venuto in Ferrara alla corte e tra i famigliari del cardinale Luigi; e durante le assenze del signore e ogni volta che poteva si recava a trovare il padre a Mantova. Ora, usando di studiare la sera finch gli venisse sonno, accadde che ivi una sera s'addorment senza spegnere la candela. Si appicc il fuoco nella camera; e quando si dest i libri e le cose sue ardevano: fece appena in tempo (gi aveva arsa la barba) a saltare dalla finestra, e si slog un piede. Ma gli svaghi e le feste di Ferrara e i begli studi, scrivendo del Gottifredo e componendo rime per le dame e le principesse e dialoghi per i dotti e dissertazioni accademiche, e i viaggi e i diporti gli rendevano tuttavia bella la vita quando la morte calava a rapirgli il padre; a immergerlo in un dolore profondo. Di settantacinque anni Bernardo, allora governatore di Ostiglia, nella notte dal 4 al 5 settembre 1569 spirava tra le braccia del figliuolo. Povero vecchio! Nove anni prima aveva scritto a un amico: "Torqnato attende agli studi; e in questa tenera et mostra la materna prudenza e talmente, ch'io ho fermissima opinione (s'io vivo tanto come spero, che gli possa far finir lo studio) che debba riuscire un grand'uomo".
Abbastanza era vissuto, povero vecchio, per udir le lodi che in consenso di meraviglia tutti tributavano al Tassino autor del Rinaldo, ma gli fu gran ventura di morire avanti che il figliuolo s'acquistasse la diffusa rinomanza del grand'uomo!
Appena il padre fu seppellito con degna pompa in Sant'Egidio a Mantova, Torquato cadde di nuovo malato: effetto delle veglie affannose e del molto soffrire. Che se la giovinezza si riprende anche dai pi grandi dolori, il passato soffrire si ridester poi un giorno ad altre scosse e a nuovi travagli. Torn il Tasso ai cari studi. Torn alla poesia quando la principessa Lucrezia, sorella del duca Alfonso e del cardinal Luigi, and a nozze con il principe che il Tasso aveva avuto compagno di studi: Francesco Maria della Rovere. E il poeta si studi di propiziar Imeneo; ma fu forse pi fortunato disputando per l'occasione, con platonica dottrina, intorno cinquanta "conclusioni amorose".
E quanto a lui, il Tasso, in amore concludeva presto: volubile e multivolo.


Spinto da quel desio, che per natura
Gli animi muove a i lieti e dolci amori,
Molte donne tentai, di molte i cori
Molli trovai, rado cima a me fu dura:
Pur non fermai giammai la stabil cura
In saldo oggetto, ed incostanti amori
Furo i miei sempre e non cocenti ardori

E Tirsi dell'Aminta, nel quale indi a poco il Tasso si figurerebbe, avrebbe da ricordare


Allor ch' ardendo
Forsennato egli err per le foreste,
S che insieme moveva pietate e riso
Ne le vezzose ninfe e ne' pastori,
N gi cose scrivea degne di riso,
Se ben cose facea degne di riso;

ma arriverebbe, Tirsi, a questa filosofia:


I diletti di Venere non lascia
L'uom che schiva l'amor: ma coglie e gusta
Le dolcezze d'amor senza l'amaro.

Amarezze grandi e dolcezze piccole gli apprestava frattanto la professione del cortigiano; e per sostener il decoro di s e del cardinale che serviva, imparava tosto a impegnar agli ebrei. E le delusioni aumentarono in un viaggio in Francia, al quale Luigi d'Este s'indusse, per trattare di certi benefizi ecclesiastici, nel gennaio del 1571.
Lo precedette il poeta. Il poeta che al principe aveva dedicato il Rinaldo dov, nell'attesa di lui a Parigi, dormir pi notti in una stalla; e il poeta che l in Francia mostravasi cos giudizioso estimatore dei moti civili e religiosi di quel Regno e cos acuto osservatore del paese e dei costumi e dava s nobile conoscenza di s al Ronsard e ai colleghi della Pleiade, doveva malcontento, stanco, umiliato, confuso affrettar il ritorno. Cominciarono allora in lui i segni della mutabilit morbosa, della irrisolutezza, della megalomania.
E dopo una breve sosta a Ferrara and a Roma; poscia a Pesaro, dalla principessa Lucrezia, per il cui aiuto sperava d'entrare in servizio del duca Alfonso.
Vi riusciva finalmente nel cominciare del '72. Onde si consolava; e cercava di sempre pi ingraziarsi il nuovo signore ingraziandosi il ministro. Questi era G.B. Pigna; letterato, poeta anche lui. Che se il Pigna, invaghito della Bendidio, amor primo del Tasso e non amor primo del cardinal Luigi e dama della principessa Leonora, rimeggiava per lei, a Torquato Tasso non pareva d'umiliarsi commentandone le canzoni. No. Si esaltava invece, fuori delle consuetudini e necessit cortigiane, attendendo al Goffredo. Al Goffredo dava il fervore dell'anima ancor giovanile e la potenza del gi virile ingegno; e per svago dall'opera pi ardua, appena fu ritornato da un viaggio a Roma col duca, traeva dalla mente feconda, accesa di poesia e stimolata dalle delizie della corte e delle villeggiature e dalla ambizione di gloria, un capolavoro: l'Aminta.







IV.

Fu recitato la sera del 31 luglio 1573; nell'isoletta di Belvedere, in mezzo al Po. "Ultima forma poetica dello scadente rinascimento", come la disse il Carducci, la favola pastorale, attinse "il grado supremo della composizione formale a cui pervenne tra noi la poesia bucolica degli antichi, serbataci dal medioevo e poi rinnovata nella letteratura del rinascimento". E come evolvendo e giungendo a mezzo il secolo XVI la poesia bucolica generasse l'Egle di G.B. Giraldi troppo lungo sarebbe ripetere qui. Il fatto fu che con 1'Egle e poco appresso con altra opera del genere, rimasta in frammento, il Giraldi "apr la carriera alla favola pastorale, che slanciatisi nello stadio col Sacrificio dei Beccari (1554), tocc la meta con 1'Aminta del Tasso, fu coronata col Pastor fido del Guarini (1581)". E sempre in Ferrara; dove Torquato Tasso, a ventidue anni, assist alla rappresentazione dello Sfortunato di Agostino Argenti, ultimo tra i precursori delle grandi pastorali. Cinque anni dopo egli componeva l'Aminta; in due mesi.
Il quale, stampato la prima volta nel 1581, corse a meravigliosa fortuna. Fu rappresentato pi volte nel decorso del secolo decimosesto, quando anche gli "acquistavan grazia e interesse le allusioni alle costumanze e alle idee, alle persone ed ai fatti del giorno della corte" e tutti potevan riconoscere in Tirsi, il Tasso; in Mopso, Speron Speroni; in Elpino, G.B. Pigna; in Batto, il Guarini, e nel magnanimo e robusto duce e cavaliero, Alfonso Il, e nelle celesti dee, ninfe leggiadre e belle, Lucrezia ed Eleonora principesse, e le dame e le damigelle della corte ferrarese.
Poi gi dal 1594 al 1617 l'Aminta ebbe nuove lusinghe alla popolarit dalla musica. N meno presto gli toccarono gli onori delle traduzioni, in lingua francese, slava, illirica, spagnola, inglese. Seguitarono, nel seicento e dopo, versioni in latino, in tedesco, in greco moderno, in olandese, danese, ungherese, polacco; e fino ai nostri giorni le ristampe italiane. Ammirato dagli stranieri, non gli mancarono in Italia censori e difensori nel seicento e nel settecento. E inferiore alla Gerusalemme fu per il Foscolo; non per il Monti. Ma senza forse anche a noi oggi pare nel Tasso "minor della zampogna l'epica tromba"; perch l'Aminta  un portento. Come mai? Non  forse componimento di un genere falso? Non sono inverosimili quei personaggi che dovrebbero parlar semplicemente e parlano cos finemente; quei pastori che "la sgarano a cortigiani"? Via!: "quei pastori sono figli o nipoti di numi, eroi nel senso greco essi stessi, e si atteggiano in conspetto di principi e di principesse, in faccia a uditorii de' pi colti che siano mai stati al mondo, in una scena che sfugge i con fini del reale". E noi sentiamo ch' sincero il segreto motivo a quella idealizzazione; sentiamo che il poeta d'Aminta par cercare, di contro alla realt corrotta, "la fonte dell'ideale nascosto"; e la natural tentazione a idealizzare la realt, che resta in noi nonostante tutte le imposizioni del realismo e del naturalismo, ci rapisce in tanto magistero d'arte, in tanta armonia di endecasillabi e settenari mescolati con squisito senso, in tanta attraenza di mondissima leggiadria e di leggiadra freschezza. Sono cinque atti e quattro "intermedi" con cori; un prologo, in cui Amore fuggendo Venere e l'Olimpo viene a esercitare le sue arti fra i pastori, e un epilogo, in cui Venere torna a ricercar il figliuolo fra le belle spettatrici e i cavalieri amorosi.
L'azione  questa: da tempo Aminta pastore ama la ninfa Silvia.


Essendo io fanciulletto, s che appena
Giunger potea con la man pargoletta
A crre i frutti dai piegati rami
Degli arboscelli, intrinseco divenni
Della pi vaga e cara verginella,
Che mai piegasse al vento chioma d'oro...
A poco a poco nacque nel mio petto
Un incognito affetto
Che mi fea desiare
D'esser sempre presente
A la mia bella Silvia;
E bevea da' suoi lumi
Un'estranea dolcezza,
Che lasciava nel fine
Un non so che d'amaro;
Sospirava sovente, e non sapeva
La cagion de' sospiri;
Cos fui prima amante ch'intendessi
Che cosa fosse amore...

E peggio fu dopo che ebbe baciata l'amata. Cos: essendo punta da un'ape un'amica di lei, Silvia la san del male con avvicinarle la bocca alla. guancia ferita e con mormorare certi versi di effetti mirabili. Aminta allora si finse segretamente morso da un'ape.


La semplicetta Silvia,
Pietosa del mio male,
S'offr di dar ata
A la finta ferita, ahi lasso, e fece
Pi cupa e pi mortale
La mia piaga verace,
Quando le labbra sue
Giunse alle labbra mie.
N l'api d'alcun fiore
Coglion s dolce il succo
Come fu dolce il mel ch'allora io colsi
Da quelle fresche rose; 
Se ben gli ardenti baci,
Che spingeva il desire a inumidirsi,
Raffren la temenza
E la vergogna, e flli
Pi lenti e meno audaci.
Ma, mentre al cr scendea
Quella dolcezza, mista
d'un secreto veleno,
Tal diletto n'avea,
Che fingendo ch'ancor non mi passasse
Il dolor di quel morso,
Fei s ch'ella pi volte
Vi replic l'incanto.


Ma Silvia  poi cos semplice? Ne dubita chi la vide al limpido lago


Vagheggiar s medesma e 'nsieme insieme
Chieder consiglio a 1'acque in qual maniera
Dispor dovesse in su la fronte i crini,
E sovra i crini il velo, e sovra '1 velo
I fior che tenea in grembo...

Sorpresa,


Rizzossi tosto, e i fior lasci cadere,
Intanto io pi ridea de 'l suo rossore,
Ella pi s'arrossia de 'l riso mio.
Ma, perch accolta una parte de' crini
E 1'altra avea sparsa, una o due volte
Con gli occhi a '1 lago consiglier ricorse,
E si mir quasi di furto, pure
Temendo ch'io ne '1 suo guatar guatassi;
Ed incolta si vide, e si compiacque
Perch bella si vide ancor che incolta...

Ahi che se forse non pi semplicetta, Silvia  certo orgogliosa e schiva! Da tre anni Aminta soffre; da tre anni ella s'adonta delle premurose parole ch' egli ard sussurrarle un giorno. Tirsi amico, Tirsi esperto, che per amore fe' pazzie ma  rinsavito, conforta il timido pastore che vada a ricercarla dove ella suole bagnarsi. E Aminta timidamente va.
Ivi Silvia, legata ignuda per le sue stesse trecce a un albero, sta per esser preda d'un satiro! Lo fuga Aminta con un dardo, e s'accosta all'amata e le parla modesto, per liberarla dai vincoli.


Ma, disdegnosa e vergognosa, a terra
Chinava il viso, e '1 delicato seno,
Quanto potea torcendosi, celava.
Egli fattosi innanzi, il biondo crine
Cominci a sviluppare, e disse intanto:
"Gi di nodi s bei non era degno
Cos ruvido tronco; or che vantaggio
Hanno i servi d'Amor, se lor comune
E' con le piante il prezioso laccio?
Pianta crudel, potesti quel bel crine
Offender tu, ch'a te feo tanto onore?"
Quinci con le sue man le man le sciolse
in modo tal che parea che temesse
Pur di toccarle e desiasse insieme.
Si chin poi per islegarle i piedi;
Ma come Silvia in libert le mani
Si vide, disse in atto dispettoso:
Pastor, non mi toccar: son di Dana;
Per me stessa sapr sciogliermi i piedi.

E scioltasi


...a pena, senza dire - a Dio,
A fuggir cominci com'una cerva.


Finch, durante una caccia, dicono ad Aminta che Silvia  stata divorata dai lupi.
Per morire, egli si precipita da un balzo. Ed  creduto morto.
E Silvia, finalmente, s'intenerisce; accorre a lui; lascia "cadersi in su '1 giacente corpo"; congiunge "viso a viso, bocca a bocca". Poi consente alle nozze.
Soavit sensuale? Voluttuosa malinconia? Galanteria pudica? Un portento!








V.

Il tempo che corse tra il compimento dell'Aminta e il compimento della Gerusalemme fu come la quiete che precede la tempesta, o come il bene che la fortuna concede subito prima di tradire.
Torquato non indugi ad ascoltar gli applausi che riscuoteva la sua "favola" nelle feste solite e insolite a cui dov intervenire come cortigiano - quelle che ad Urbino distraevano la coscienza del vecchio despota Guidobaldo e l'animo della mal maritata Lucrezia d'Este, o quelle che a Venezia e a Ferrara trattenevano Enrico III, in viaggio dalla Polonia per andar ad assumere la corona di Francia. Ma n i divertimenti, n i dotti colloqui, n la cattedra di lettor della Sfera e di Euclide nello Studio, lo distoglievano dal poema. E ne cominciava appunto l'ultimo canto quando lo colse la febbre quartana, che gli dur mesi e mesi; e finiva la Gerusalemme quando, alla primavera del 1575, era gi fiaccato dal male che gli limava la fibra e dallo sforzo della volont per resistervi.
Cos, poco pi che trentenne, Torquato Tasso correva a un patire di quasi vent'anni.
Che gli giov mutare aria con viaggi a Vicenza, a Padova, forse a Venezia? Per quanto lo ristorarono gli onori che vi riceveva? Il nemico, che era gi chiuso in lui, accresceva i segni della malinconia e del disgusto. L'inquietava il desiderio di mgliorar stato; meglio gli pareva passare al servizio dei Medici. Ma a questi il duca Alfonso era avverso; ma Torquato avrebbe voluto non inimicarsi il Duca, e trepidava nel dubbio che le lettere in cui manifestava il suo pensiero e avanzava le pratiche andassero smarrite o fossero violate.
Intanto mandava canti del poema a Scipione Gonzaga, il quale, a Roma, li rivedeva insieme con quattro letterati (uno era Sperone Speroni) pedanti nel criticare, sottili nell'insinuar gli scrupoli religiosi, ed egli temeva che per le severe ordinanze del Concilio di Trento non otterrebbe la licenza o il privilegio della stampa. Indi, da tale timore, insorgeva, ingrandiva l'altro, di essere in difetto di fede e correva a Bologna per confessarsi all'inquisitore.
Questi cerc tranquillarlo. Ma poco valsero le savie parole, n pi il poeta s'appagava della lode del Duca che, ammirato di alcuni canti e compiaciuto della glorificazione della sua Casa, l'incitava a leggergli tutta la Gerusalemme. Soffrendo di frequente malessere e febbri e "stupori di testa", Torquato credeva che solo potessero sollevarlo "liete peregrinazioni". And a Firenze; and a Roma; pass a Siena; fece nel ritorno una scorsa a Pesaro... Ahim! A Roma aveva battuto direttamente alla porta medicea parlando al cardinal Ferdinando de' Medici, e si riseppe; ed egli s'accorse d'aver commesso un grave errore, da cui invano la principessa Lucrezia aveva tentato di trattenerlo.
L'affannava inoltre quel supplizio, che dur due anni, della revisione del poema a Roma, contro la quale egli doveva difendere il fior fiore della sua poesia come l'onor d'una figlia; e conducendo a termine la revisione sua propria, attendeva la terza, la pi temibile revisione: degli inquisitori; e sempre pi angustiato sollecitava i privilegi della stampa.
Ma non osava, o non gli era possibile, deliberarsi alla stampa del poema, come titubava ad accettare l'ufficio di storiografo ducale; ed or voleva or non voleva abbandonar gli Estensi. Confessava d'esser sempre in quella irresoluzione: "la quale  stata e temo che non debba essere la rovina di tutte le mie azioni".
Ai dubbi, ai timori, ai sospetti, alle antipatie succedevano intermissioni di smodata letizia. "...Can caro a l'umore! Le genti dicono: donde fronte cos allegra e donde tanta riputazione?". E "non v'era barone n ministro del Duca, per grande che fosse, che lo trovasse pronto a l'ossequio". Al contrario, per, profondeva ossequi di rime non solo alle belle contesse di Sala e di Scandiano: si abbassava a un amore ancillare. Anche godeva a scapricciarsi in un'allegoria della Gerusalemme. Finch nelle estive calure del 1576 le esaltazioni trasmodarono; l'angosciarono sospetti di tradimenti; e chi gli leggeva o intercettava le lettere, e chi lo derubava delle carte: n forse eran mere apparenze della fantasia, vigilando su di lui i sospetti del Duca. A tal punto, la demenza non tarderebbe a prorompere in atti pericolosi.
Il primo fu quando, nel cortile del Palazzo, un Ercole Fucci, addetto alla corte e spia forse del Duca diede al poeta, che l'aveva sempre creduto amico, una "mentita insolentissimamente, ed impertinentissimamente la replic". Torquato rispose con uno schiaffo. L'altro se n'and via zitto, ma, poco dopo, sulla piazza e accompagnato da un fratello, l'aggred con un bastone.
Per tal modo, una dopo 1'altra, le occasioni all'ultimo sviluppo della pazzia affrettavano. E pur di quel tempo sono lettere le quali convinsero il maggior biografo che allora nell'infelice poeta fermentasse un turpe desiderio erotico e sensuale. Parve lecito accusare il Tasso come Michelangelo. Intorno a che molto ci sarebbe a ridire; e della corruttela, dell'et, e della deviazione morale nell'amicizia onde si spiritualizzava fin la simpatia innaturale. Ma ad opporre che la pi notabile di quelle lettere non , quale parve, "troppo chiara", bastino queste espressioni riferite appunto all'efebo, 1'Orazio Ariosti nipote di Ludovico; "...ora chiaramente mi avveggio ch'io sono stato e sono non amico, ma onestissimo amante, perch sento dolore grandissimo, non solo ch'egli poco mi corrisponda ne 1'amore, ma anche di non poter parlar con esso lui con quella libert, ch'io soleva, e la sua assenza mi affligge gravissimamente".
Il secondo fatto grave avvenne l'anno di poi. Nell'intervallo alle fobie d'essere avvelenato o attaccato dalla pestilenza, e alle angustie, fra cui quella che gli stampassero alla macchia la Gerusalemme eran seguite, al solito, le distrazioni inutili: una gita a Modena; i divertimenti della corte a Comacchio; i bagordi carnevaleschi. Ed egli ora aveva detto; "non posso vivere n scrivere; mi si volge un non so che per l'animo"; ed ora ringraziava Iddio d'avergli "disvelati gli occhi de l'intelletto, che certo era un'infelicit la mia, il sospettar de la fede de gli uomini vanamente". Ma la mania di persecuzione, insieme con la mania religiosa, divenne ogni d pi evidente. E mentre la sera del diciassette giugno 1577 egli sfogava con la duchessa Lucrezia, ritornata a Ferrara, i suoi timori, irritato dalla presenza di un servo, che forse aveva ordine di tenerlo d'occhio per frenarlo o spiarlo, gli si fece addosso con un coltello.
L'arrestarono in tempo. N esitarono a rinchiuderlo in certi camerini del cortile ducale che servivan da prigione.







VI.

Il duca Alfonso Il d'Este, clto di mente e sagace politico e principe magnifico, ebbe cos contraria la fortuna che "rare volte trasse ad effetto cosa che desiderasse". Serbare il lustro e la potenza della sua casa era il suo pensiero, la cura pi assidua; quindi gli giovava proteggere letterati e artisti; ma gelosissimo di tutto ci che concorresse, alla sua fama e al suo vantaggio, li desiderava umili e, da uomo pratico, utili. Se no, l'orgoglio gli consigliava la severit, la durezza, fin la crudelt. E il Tasso con l'ambizione di diventare il Virgilio del Rinascimento; con la mobile fantasia che lo distoglieva dalla realt; con la mutevolezza dell'umore che lo rendeva s difficile, dov dargli presto non pochi pensieri e urtarlo. L'impensier per quella sua fissazione d'eresia, onde accusava non solo se stesso ma altri molti (e si sa che anni avanti, per accondiscendenza di Renata di Francia, in Ferrara avevano attecchito le idee calviniste): lo irrit con gli approcci al servizio mediceo. Or come il Tasso ebbe manifestamente perduto la luce e la sensazione del vero e al giudizio di tutti giudic uomini, cose, se medesimo fuori del vero, Alfonso provvedendo alla salute di lui provvedeva non solo al suo nome di principe saggio ma, e pi, al suo interesse. Si assicurava che il poeta non mutasse signore; non mutasse la dedica del poema; non diminuisse il decoro della casa d'Este. Ordin pertanto al suo medico di curarlo e a due facchini di vigilarlo giorno e notte. E appena quello stette meglio lo prese seco in villa a Belriguardo; e, ricaduto, l'affid ai monaci di San Francesco.
Ma il male progrediva; tornava necessario relegar il demente nel castello. Quando nella notte del 26 luglio - come fu? - sforzando un uscio che metteva in altre stanze, fugg; usc dalla citt e si gett per i campi. Travestito poi da contadino o da pastore, pot scampar dallo Stato e, pare incredibile, pervenire, pedestre e mendico, prima ad Aversa, indi a Sorrento. Si avverava per lui ci ch'egli pareva aver presentito immaginando il soffrire di Tirsi o di Tancredi:


Vivr fra i miei tormenti e fra le cure,
Mie giuste furie, forsennato, errante;
Paventer l'ombre solinghe e scure,
Che il primo error mi recheranno avante,
E del sol, che scopr le mie sventure,
A schivo ed in orrore avr il sembiante;
Temer me medssmo e, da me stesso
Sempre fuggendo, avr me sempre appresso.

Che enorme sciagura questa, d'un uomo stimato e desiderato che fugge tutti come accaneggiato e vilipeso e, senza requie, cerca per tutto il riposo, e invano, perch ha seco il suo danno; l'ha in s, e velandogli gli occhi e la ragione il male affannoso gli trasforma il volto benigno in ostile; le oneste accoglienze in bieche insidie; la lode in adulazione od inganno; il consiglio in invidia; il protettore in persecutore; e senza requie!
" certo miserabile cosa - scriveva - 1'esser privo della patria, spogliato delle fortune; 1' andar errando con disagio e con pericolo; l'essere tradito dagli amici, offeso dai parenti, schernito da' servitori, abbandonato da' patroni; l'aver in un medesimo tempo il corpo infermo e l'anima travagliata dalla dolorosa memoria delle cose passate, da la noia delle presenti, dal timore delle future". Non lo offese oh no! a Sorrento, la buona sorella! Irreconoscibile in veste di pastore, per accertarsi che almeno essa gli voleva bene, le annunci che Torquato Tasso correva un grave pericolo. La poveretta ne fu sgomenta. Non bastandogli, egli insisteva nella finzione crudele. Essa svenne; e allora, pentito, Torquato si scoperse. E presso di lei e per le cure di lei Torquato migliorava; finch lo riprese la smania di tornare a Ferrara, di impetrare il perdono del Duca. Disperavasi di non aver risposta; minacciava di non curar pi la sua salute se non a Ferrara, dal suo signore; minacciava sin di lasciarsi morir di fame. Finalmente ebbe il bramato consenso e non ne pavent le condizioni: riconosceva di non esser perseguitato da alcuno; prometteva di lasciarsi curare; di non ricader pi nelle erronee fantasie.
E torn a Ferrara; e sebbene confinato non nel Castello ma in casa d'un corriere, e sebbene non accontentato con la restituzione delle sue carte, rimase tranquillo per qualche mese. Campava per s misero che doveva fin vendere a scarso prezzo un bel rubino che gli era stato donato dalla principessa Lucrezia; e poteva sol prodigare la ricchezza de' suoi versi. Fra le altre composizioni d'allora  quella canzone per le nozze di Marfisa cugina del Duca, che attesta qual freschezza di vena permanesse in lui.
Se non che avendogli ancora il Duca fatto togliere libri e carte, eccolo, all'estate del 1578, in nuove furie.
Ripart, questa volta con la ducale licenza; ed eran non viaggi ma fughe da luogo a luogo: a Mantova, a Padova, a Venezia; di tratto in tratto dolcemente affabile; per lo pi disgustato e disgustoso; spesso a dirittura fuori di s. Eppure, in tanto abbandono di se stesso, sosteneva ragionamenti bellissimi e scriveva versi bellissimi. Che se l'ingegno non  di tale essenza divina che riesca ad espandersi tra gli impedimenti e i turbamenti della materia, convien pensare come quell'ambasciatore di Toscana a Venezia, il quale avendo allora visto il Tasso ne dava notizie dicendo: "Non  la poesia in lui niente contaminata; s perch la pazzia ed ella siano sorelle, s perch siano tanto simili e conformi che non si offendino, anzi reciprocamente si esaltino".
Da Venezia and a Pesaro e a Urbino. Quivi compose la canzone al Metauro; e con quanto accorata effusion di dolore liberava in essa il pianto delle memorie e dei presenti mali!


O del grand'Appennino
Figlio picciolo s, ma gloroso,
[...]
Fugace pellegrino
A queste tue cortesi amiche sponde
Per sicurezza vengo e per riposo.
[...]
Me da 'l sen de la madre empia fortuna
Pargoletto divelse. Ah di quei baci,
Ch'ella bagn di lagrime dolenti,
Con sospir mi rimembra, e de gli ardenti
Preghi che sen portr 1'aure fugaci!
Ch'io giunger non dovea pi volto a volto;
Fra quelle braccia accolto
Con nodi cos stretti e s tenaci!
Lasso! e seguii con mal sicure piante,
Qual Ascanio o Cammilla, il padre errante.
In aspro esiglio e 'n dura
Povert crebbi in quei s mesti errori:
intempestivo senso ebbi agli affanni
Ch'anzi stagion, matura
L'acerbit de' casi e de' dolori
In me rend l'acerbit degli anni.
[...]
Padre, o buon padre, che dal Ciel rimiri,
Egro e morto ti piansi, e ben tu il sai....

Ma anche dalle Marche riprese la via con la speranza di rintracciar la pace pi lontano, in nuova parte, a Torino, nella corte di Emanuele Filiberto. Ripass da Ferrara e da Mantova; attravers la Lombardia. Arrivato a Borgo Vercelli ebbe l'ospitalit di un nobile signore Bolgaro, e quale si legge nello stupendo dialogo Il padre di famiglia; ove la descrizione lucida e la pacata narrazione danno il senso di una soavit dolorosa.

"Era ne la stagion che il vendemmiator suole premere da 1'uve mature il vino, e che gli arbori si veggono in alcun luogo spogliati di frutti: quand'io, che in abito di sconosciuto peregrino tra Novara e Vercelli cavalcava, veggendo che gi l'aria cominciava ad annerare, e che tutto intorno era cinto di nuvoli e quasi pregno di pioggia, cominciai a pungere pi forte il cavallo. Ed ecco in tanto mi percosse ne gli orecchi un latrato di cane confuso da gridi, e, volgendomi indietro, vidi un capriolo che seguito da due velocissimi veltri, gi stanco, fu da loro sovragiunto; s che quasi mi venne a morire innanzi a' piedi. E poco stante arriv un giovanetto d'et di diciotto o vent'anni, alto di statura, vago d'aspetto, proporzionato di membra, asciutto e nerboruto; il quale percotendo i cani e sgridandoli, la fera, che scannata aveano, lor tolse di bocca e diedela ad un villano, il quale recatalasi in ispalla, ad un cenno del giovinetto, innanzi con veloce passo s'incammin; e il giovinetto verso me rivolto disse: 'Ditemi per cortesia, ov' il vostro viaggio?'. Ed io: 'A Vercelli vorrei giungere questa sera, se 1'ora il concedesse'...".
A Torino il poeta ebbe stanza presso il Marchese d'Este, genero di Emanuele Filiberto e cugino del duca di Ferrara. E anche col fece omaggi di belle rime a signori e dame, non che al cardinale Carlo Borromeo, che visitava il Piemonte.
Ma correndo la nuova che il duca Alfonso stava per celebrare nuove nozze, per cui sperava un tanto sospirato erede, il Tasso non si trattenne pi: Ferrara 1'attirava con lo splendore dei giorni pi lieti; l'attirava con la potenza del fato e quasi la forza d'un malefizio.

Il 25 febbraio 1579, incontrata a Revere dallo sposo e dalle sorelle di lui, la sposa Margherita Gonzaga fu recata a Belriguardo per il Po su di un bucintoro meraviglioso, che era costato pi di quattro mila scudi. E due giorni dopo, coperta di un manto di velluto turchino, coronata e gemmata e protetta da un baldacchino di sargia che portavano valletti vestiti di tab d'argento, da Belriguardo veniva, tra il popolo in festa, alla benedizione del vescovo in duomo. Cominciarono e seguitarono tutto il carnevale le scorse in maschera, i tornei, i balli e i conviti; n la quaresima mortific di troppo la vivacit della duchessa, la quale aveva sedici anni: in corte si giocava, si ballava e si cantava. Due giovani mantovane, la Laura Peperara e Livia D'Arco, e la ferrarese Anna Guarini, cantavano su l'arpa la viola e il liuto; e le tre Grazie eccitavano desideri d'amore e meraviglia nella folla degli ascoltatori.
Ma a Torquato Tasso neppur quella delle Grazie che gli era ben nota volgeva sguardi e sorrisi: per lui ogni volto era divenuto, d'amico, nemico. Confuso e triste cercava per le sale del Castello, in mezzo la nuova letizia, la sua letizia d'un tempo; e lamentava: non amavano forse lui le Muse? non gli avevano ancor sorriso dettandogli una dolce Egloga per la principessa novella?

Oh d'eroi figlia e sposa,
desata d'eroi madre famosa!


Perch dunque il Duca non voleva nemmeno riceverlo? perch nessuno si curava di lui, e tutti lo fuggivano?
La sera dell'11 marzo prima nel palazzo Bentivoglio, poi nel Ducale eruppe in escandescenze. Ingiuri tutti e maledisse il Duca e la corte, e grid tutti poltroni, ingrati, ribaldi; e di peggio aggiunse. Un giorno o due innanzi aveva richiesto il Duca di un "alloggiamento stabile, ove avesse comodit di studiare". E fu messo alla catena in Sant'Anna, l'ospedale dei matti.







VII.

"Lipemania", "monomania religiosa", "pazzia alternante" definirono li psichiatri l'infermit di Torquato Tasso, e ne trovarono i motivi e le cagioni nella pazzia congenita o nella soverchia sensivit ereditaria; nella precocit dell'ingegno e nell'abuso intellettuale; nei disordini erotici e nelle malattie della giovinezza; e le occasioni ultime, nella revisione del poema e nella bastonata del Fucci.
Per la scienza ce n' d'avanzo. Ma sia perch l'infermo fu dalla natura messo fuori dell'ordinario anzi tutto con le facolt della mente e dello spirito; sia perch a noi sembri troppo singolare il fatto ch'egli seguitasse non solo a ragionare ma a filosofare acutamente e rimanesse ancor caro alle Muse, noi preferiremmo poter riferire la malattia del corpo a cause del tutto spirituali, come a cause d'ordine superiore e insolito.
E in vero la psicologia non nega di scorgere la principal cagione di s grave e lungo soffrire in un contrasto tra l'anima del poeta e la realt nella quale egli si trov a vivere.
A diciott'anni, pubblicando il Rinaldo, il Tasso aveva confessato, vantato fin d'allora il desiderio della gloria, senza che non fu mai alcun grande artista e poeta; ma il poeta, divenuto per circo stanze un cortigiano, era rimasto avvolto, giovane, di sangue nobile, di persona bella e modi cavallereschi, sensuale e sensitivo e per natura sua e dei tempi poco resistente di animo, nella rete delle lusinghe e dei piaceri; e aveva ceduto anche a un'ambizione minore e meno austera: l'immortalit al poeta; all'uomo di corte la prevalenza sugli uguali, la confidenza dei grandi, la seduzione su le donne, il mondano rumore. Il desiderio della gloria innalza; la vanit abbassa: e la vita di corte abbassava il Tasso; n le soddisfazioni della corte, anche se non gli fossero state contese, gli sarebbero bastate, perch l'energia dell'ingegno lo moveva a superare chi lo contornava, chi lo pagava, i grandi, tutti gli uomini del suo tempo. "Sono ambiziosissimo - confessava - dell'applauso degli uomini mediocri e quasi che affetto la buona opinione di questi tali, quanto quella dei pi intendenti". Ebbene, in che conto lo tenevano i mediocri, fossero maggiori o minori nel mondo? Per i principi era un cortigiano, cio uno stipendiato, cio poco pi che un servo; e per i cortigiani, era invidiabile, sospettabile, schernibile perch possedeva l'arte dei versi e quel suo grado di superiorit intellettuale.
"La corte - egli diceva -  simile al mare, in cui fa d'uopo d'esperto nocchiero; i cortigiani, simili agli scogli coperti da onde, che sogliono occultatamente sommergere l'altrui fortune; i venti contrari sono l'avversit di questo mondo; i mostri, i vizi degl'infelici cortigiani". Che il duca Alfonso lo trattasse meglio del cardinale Luigi,  vero; ma fu pur sempre la condizione di un povero, di un mendico quasi, se confrontata alla necessit e ai desideri di tanta ambizione. Il duca credeva di trattarlo come si conveniva con centodieci lire mensili, che a quel tempo, parevan molte; egli, e non aveva torto, s'aspettava maggior compenso del glorificare la casa d'Este e dell'operar cose immortali. In questo contrasto non fu forse per massima parte il dramma della vita del Tasso?
Se non che la scienza positiva ribatte: ma questo contrasto significa appunto il carattere morboso, 1'effetto della megalomania.
Onde si vorrebbe pur approfondire lo sguardo nel supposto mistero, per attingervi altra e pi forte ragione; e una passione d'amore colpevole, trascorso da felice a infelice, risponderebbe all'intento della nostra indagine.
La leggenda infatti argoment un colpevole amor principesco. Avendo scoperto, in un modo o in un altro, che il poeta trescava con la sorella di lui, il Duca lo fece passar per matto e lo castig con la prigionia spietata. Il quale racconto, divenuto tradizionale per le indicazioni biografiche del Manso - il nobile scrittore napolitano che del Tasso fu amico negli ultimi anni - doveva poi ricevere la conferma dell'arte nei drammi del Goldoni e del Goethe.
Ora, si hanno argomenti con che sostener la leggenda?
Si  tentato comprovarla considerando: l. il carattere delle principesse (poich amata dal Tasso potrebbe essere stata anche Lucrezia); 2. le attestazioni dei contemporanei; 3. i cenni e i riscontri probabili nelle opere del poeta; 4. le parole inconsulte, quali poteron essere sfuggite al poeta nella esaltazione rovinosa.


1.
Non buona fama ebbe Lucrezia D'Este. Piena di vita e di vivacit, fu e parve molto diversa dalla sorella a lei minore di due anni: dedita ai sollazzi e ai piaceri; al lusso e alla galanteria.
Trentacinquenne, quando and sfortunatamente a marito, conservava tutte le attraenze della bella persona e dello spirito fine; s che Torquato la idealizz nella maga Armida. E a Torquato Lucrezia era stata benevola avanti il matrimonio; lo accolse e onor nei primi due anni della sua dimora a Urbino; gli ottenne di passare dalla corte del cardinale a quella del Duca; generosamente lo aiut poi di nuovo ad Urbino. E a lei, malata in Ferrara, il poeta leggeva del Goffredo nell'estate del 1575, allorch essa conobbe i dolori e i rimorsi di una passione tragica.
Gi forse prima di andar a nozze si era legata d'amore al conte Contrari; certo trescava con lui ritornata che fu in patria. Il Duca fratello finse di non accorgersi di nulla finch lo scandalo non fu manifesto a tutti e irrefrenabile; e allora chiam il drudo al Palazzo Ducale; zitto e cheto, lo fece strangolare in sua presenza e sparse la voce che fosse morto di apoplessia. Ci avveniva pochi mesi avanti che il Tasso facesse quel viaggio a Roma, del quale ebbe tanto a pentirsi e dal quale Lucrezia aveva tentato dissuaderlo.
Ma ch'ella concedesse anche al Tasso i favori conceduti al Contrari e gi prima a un Montecuccoli, onde il poeta avesse poi a infamarla, via! non par verosimile. Quelli eran amanti nobili, presso al livello di lei; il poeta era un cortigiano asservito. L'amor cortigiano o poetico decorava l'amor totale, abbassava l'orgoglio se abbassato al di sotto di quel certo livello. E Lucrezia era "superba pi di qualsivoglia donna di cristianit", come disse uno che la conobbe da vicino; il quale informatore aggiungeva che "anco il marito quando andava per consumar il matrimonio seco, dovendogli far tante riverenze, non potette far di manco di non prorompere una volta in un detto molto ingiurioso".
Figurarsi se costei volle darsi a uno che la Bendidio chiamava "buon uomo che compone dei versi"!. Poi, se il Tasso avesse avuto di tali fortune, si sarebbe doluto tanto della sua sorte?
Per le stesse ragioni  ancor meno verosimile che egli godesse le colpevoli grazie di Leonora quand'anche fosse certo ch'ella avesse fama migliore de' suoi meriti. Nella estimazione pubblica Leonora era quasi tenuta per una santa: una santa che reggendo lo stato in assenza del fratello aveva dato prova di molta sagacia. Ma se in quella sua austerit di apparenze e di vita appartata era ipocrisia, si sarebbe mai compromessa, la simulatrice sagace, mettendosi in braccio a un cortigiano, pericoloso anche di pi perch poeta?

2.
Le prime voci alludenti a un amore indecoroso fra il Tasso e Leonora sorsero, a quanto ci consta, fuori d'Italia.
Bartolommeo Del Bene, fiorentino di nascita ma dimorante in Francia alla corte di Enrico III, in un'ode scritta quando il Tasso tuttavia viveva, accenn al poeta "innamorato in luogo per altezza disdicevole alla sua conditione". E nel 1584, avanti alla sua versione in latino (pubblicata in Londra) del primo canto della Gerusalemme, uno Scipione Gentili parlava dell'autore come di un "genio ottenebrato dalla triste fortuna" e usava una frase la quale, sebbene da altri diversamente e forse pi giustamente interpretata, indusse alcuni a credere significasse l'amorosa sventura del poeta di Olindo e Sofronia.
In contrario a queste attestazioni, appunto perch venute troppo da lungi,  valido l'argomento che correndo la notizia della pazzia e della prigionia del Tasso, era naturale che chi stava lontano ne cercasse le cause nelle opere stesse del poeta. E le opere prestavano a ci buoni appigli.

3.
Nell'Aminta erano le descrizioni della corte Ferrarese e l'amorosa pazzia di Tirsi. Ma bisognava riflettere che figurandosi in Tirsi il Tasso veniva a dire: un tempo feci pazzie per amore; adesso, non pi. E in amore avrebbe dunque messo giudizio parecchi anni prima, pi di cinque anni prima d'esser punito e rinchiuso in S. Anna. Inoltre: il vantato rinsavimento di Tirsi non avrebbe offeso la principessa? Era una protesta compatibile appena se rivolta a una dama o damigella minore. Si riferiva infatti alla minor Lucrezia, alla Bendidio.
Nemmeno par da accettare l'opinione del De Gubernatis e di altri, i quali videro il poeta anche in Aminta e Leonora in Silvia. No. Sta bene che il poeta idealizzasse. Ma Silvia quali caratteri avrebbe ritratti da Leonora? Uno solo, e troppo poco: l' essere e l'apparire schiva d'amore.
Dove invece i caratteri di somiglianza col poeta e la principessa hanno evidenza,  proprio nell'episodio d'Olindo e Sofronia.


Vergine era fra lor di gi matura
Verginit, d'alti pensieri e regi,
D'alta belt; ma sua belt non cura,
O tanto sol quant'onest se 'n fregi:
 il suo pregio maggior, che tra le mura
D'angusta casa asconde i suoi gran pregi;
E de' vagheggiatori ella s'invola
A le lodi, a gli sguardi, inculta e sola.
Pur guardia esser non pu, che 'n tutto celi
Belt degna ch'appaia e che s'ammiri;
N tu il consenti, Amor, ma la riveli
D'un giovinetto ai cupidi desiri.
Amor, ch'or cieco, or Argo, ora ne veli
Di benda gli occhi, ora ce gli apri e giri,
Tu per mille custodie entro a i pi casti
Verginei alberghi il guardo altrui portasti.
Colei Sofronia, Olindo egli s'appella,
D'una cittade entrambi e d'una fede.
Ei che modesto  s com'essa  bella,
Brama assai, poco spera, e nulla chiede;
N sa scoprirsi, o non ardisce; ed ella
O lo sprezza, o no 'l vede, o non s'avvede.
Cos fin ora il misero ha servito
O non visto, o mal noto, o mal gradito.

E il resto: gli amanti, condannati innocenti, perirebbero sul rogo se non intervenisse la salvezza a mutare l'ambascia in gioia; il sacrificio in nozze.
Asserire che Olindo appar troppo giovinetto in confronto del Tasso e che a Leonora disconviene l'epiteto di "vergine" perch aveva trentotto anni; asserire che Torquato non poteva sognare per s di "esser fatto sposo", val come pretendere dalla poesia la determinazione della cronaca. V' qui idealizzazione, senza dubbio; ma essa non toglie rispondenza alla realt. I caratteri fondamentali sono davvero quelli del poeta e della principessa. N si opponga che dell'episodio si  trovata la fonte. Che importa? L'importanza sta non nel fatto ma nelle personificazioni e negli affetti. E poich, pur riprovandolo come troppo lirico o fuori di posto, il Tasso non avrebbe voluto levar dal poema l'episodio, secondo i pedanti lo consigliavano, gli affetti dell'episodio eran cari al poeta come quelli che molto probabilmente erano scaturiti dalla sua intima fonte sentimentale.
Ma si sa che l'episodio piaceva anche al duca Alfonso, e si chiede: Oh! non vi scorgeva egli il mascheramento di sua sorella e del poeta cortigiano? E tollerava?
Certo. Un lirico amore pari a quello professato per dame non meno alte dal Bembo e da Michelangelo non offendeva; anzi glorificava anch'esso. Non era l'amor totale, l'amor profano e profanato.
Ed  vero che la vergine schiva d'amore era gi non solo nell'Aminta: entrava gi nel Rinaldo; ed  ostico ammettere col De Gubernatis che fin dal tempo del Rinaldo il Tasso pensasse a Leonora. Ma in cotesto tipo rinnovato Sofronia assume ben altri caratteri; quelli appunto che pi della schivezza d'amore la conformano alla principessa.
A ogni modo, la veredicit dell'episodio inteso cos non giustificherebbe la leggenda dell'amor colpevole.
Una prova inoppugnabile di amore quale la leggenda concepiva altri scorge in certe postille che Leonora di sua mano avrebbe fatte a un sonetto dal Tasso, rivolto a lei con l'infingimento di rivolgerlo a Leonora di Scandiano. Ma, e sono autentiche le postille? E se sono, che dice la pi notevole di esse? Rimprovera il poeta "che non sa governare se stesso et men frenare, cio la lingua et penna". A queste parole  proprio lecito sottintendere la confessione di una tresca? O non significano semplicemente che il poeta, sia parlando sia scrivendo, s'era presa qualcuna di quelle libert d'espressioni che, del resto, ricorrevano frequenti pur nella lirica cortigiana?

4.
Ah che ad assai pi grave libert trasmod la lingua del povero Torquato nella funesta sera dell'11 marzo 1579! Offese il Duca; e non solo il duca. Ma che l'offendesse nell'una o nell'altra delle sorelle affermando d'aver avuta amante o l'una o l'altra, e magari entrambe, anche questo, via!, non  possibile. In tal caso, memore della colpa, all'ospedale, non avrebbe potuto lagnarsi che le principesse non domandassero grazie per lui "come partecipi de l'offese de fratelli, o per altro mal soddisfatte". Badate: "o per altro mal soddisfatte". Questo dubbio, nel caso, con la coscienza ch'egli aveva della sua colpa, non sarebbe stato stupido o assurdo? Ed  impossibile che egli, se fosse stato in tal modo colpevole, aggiungesse quel che aggiungeva: "Se l'offesa fu inconsiderata, la menda sar considerata; se l'offesa fu leggiera, la menda sar tanto grande quanto pi da me si pu aspettare".
Leggiera offesa disonorar le principesse? No, no. Di Sant'Anna egli pot con pura coscienza, in quanto a loro, invocar la piet d'entrambe parimente riverite.


O figlie di Renata,
[...]
A voi parlo, in cui fanno
S concorde armonia
Onest, senno, onor, bellezza e gloria...;
[...]
Ed in voi la memoria
Di voi, di me rinnovo:
Vostri affetti cortesi,
Gli anni miei tra voi spesi,
Qual son, qual fui, che chiedo, ove mi trovo
Chi mi guid, chi chiuse,
Lasso! chi m'affid, chi mi deluse.
[...]
Merto le pene: errai;
Errai, confesso; eppure
Rea fu la lingua, il cor si scusa e nega.
Chiedo pietade omai
E s'a le mie sventure
Non vi piegate voi, chi lor si piega?...

Parimenti riverite, parimenti invocate. Il che non impedisce di credere che un d il poeta professasse per Leonora un affetto alla maniera del Bembo o di Michelangelo: al di l della fredda galanteria petrarchesca, ma al di qua della colpa. Infatti a Leonora aveva detto, un giorno:


E certo il primo d che 'l bel sereno
De la tua fronte a gli occhi miei s'offerse, 
E vidi armato spazarvi Amore,
(Se non che riverenza allor converse
E meraviglia in fredda selce il seno)
Ivi pera con doppia morte il core...

Ma quali furono dunque le "false e pazze e temerarie parole" di cui egli s'accus? Mistero! Rivelarono, di certo, cose che sarebbero dovute restare segrete. E raccontava il Manso che il poeta, da lui richiesto delle cause della sua sventura, rispose: "Non sai tu che Aristone giudicava niun vento essere pi noioso di quello che toglie altrui d'attorno la cappa? Ora intendi che la prudenza ha per mantello il segreto".
Che se il duca Alfonso non fu quale ce lo dipinse il suo Angelo cattivo - il De Gubernatis -, non fu nemmeno quale ce lo dipinse il suo Angelo buono - il Solerti -; e non  a meravigliare che non provvedesse a far meglio trattare il poeta impazzito nei primi mesi della clausura, e non gli permettesse di comparirgli dinanzi se non pi di quattro mesi dopo l'imprigionamento. Se l'era meritato, e ci stesse!
Intanto la glorificazione della casa d'Este nel poema era fatta e diffusa; la glorificazione che Elisabetta d'Inghilterra, la grande regina, invidiava.








VIII.

Copie manoscritte del poema andavano in volta quando nel 1580 a Venezia, per i tipi di Domenico Cavalcalupo e ad instanza di Celio Malespini, letterato e mariolo, ne eran pubblicati i primi dieci canti e il duodecimo col titolo Il Goffredo. La seconda edizione fu parmense, del 1581: contenne tutti i canti e dall'editore Angelo Ingegneri ebbe il titolo di Gerusalemme Liberata, perch spesso vi si parlava di liberar Gerusalemme e perch attraeva il titolo del poema del Trissino, L'Italia liberata. Invece, se chiamar il poema Gerusalemme Racquistata o Conquistata ancor dubitava il Tasso.
L'argomento... Oh quanti saprebbero ripetere oggi, fuor delle scuole, l'argomento della Gerusalemme?
Goffredo di Buglione, stimolato dall'arcangelo Gabriele ed eletto condottiero supremo dei cristiani, muove al "glorioso acquisto" della citt santa. Il re di Gerusalemme, Aladino, si prepara intanto alla difesa con le arti guerresche e magiche; perseguita i cristiani; condanna al rogo Olindo e Sofronia, liberati poi per intercessione di Clorinda, l'eroina mussulmana.
E sotto le mura di Gerusalemme cominciano gli approcci; intervengono i duelli, mentre nell'inferno i demonii raccolti a concilio congiurano contro i cristiani e la maga Armida  mandata a sedurre i migliori cavalieri. Dei quali, Rinaldo si ritira dal campo, e Tancredi di Taranto inseguendo Erminia, giovine saracena, che lo ama, capita ad esser rinchiuso in un castello incantato. Male pertanto e per altre disgrazie e discordie volgono le vicende dei crociati. Finch tornano Tancredi e Rinaldo. Il primo uccide in duello, non conosciuta, l'amata Clorinda e uccider Argante, il maggior eroe dei saraceni; il secondo scioglie gli incanti della selva, s che da questa si pu togliere il legname per costruire ultimamente le macchine da guerra. E con l'espugnazione della rocca e la morte di Aladino si compie la vittoria dei cristiani.
Favola unica - come al poeta era consigliata dall'autorit dei precetti aristotelici, ch'egli stesso formul ne' Discorsi sul poema eroico -; favola semplice e altamente eroica, che consentendo di toccar l'ultimo grado dell'evoluzione nell'epopea, interpretava il sentimento nazionale cristiano e rispondeva alle contingenze e agli spiriti dell'et. Basti infatti ricordare che appena nove anni avanti la prima edizione della Gerusalemme era avvenuta la battaglia di Lepanto.
Ma se giovanile era stata l'elezione dell'argomento, lungo fu poi lo studio delle fonti, lunga l'elaborazione degli elementi romanzeschi. Attinse il Tasso alle cronache sulle crociate di Guglielmo di Tiro, dell'abate Uspergense, di Roberto monaco, e al De bello sacro di Benedetto Accolti; attinse ai romanzi cavallereschi; attinse all'Italia liberata del Trissino, e soprattutto intese a fondere gli elementi virgiliani ed omerici con gli ariosteschi; e vi riusc a meraviglia.
Se non che, subito tra i primi lettori, insorsero i letterati ad accusar nella Gerusalemme i vizi della forma. E le famose critiche dei cruscanti? E le schifezze dei fanatici dell'Ariosto? Nel 1585 un Lombardelli senese condensava tutte le censure in sedici proposizioni, tra le quali son queste:

Che la Gerusalemme liberata  mera istoria senza favola. 
Che  imbrattata di sozzure, di vizi carnali, d'omicidi, d'affetti e di peccati in uomini santi e martiri.
Che  un poema sproporzionato, stretto, povero, smunto, sterile, asciutto, noioso e spiacevole.
Che  privo d'invenzioni meravigliose.
Che  oscuro oltr'a modo per lo stile laconico, distorto, sforzato, inusitato e aspro, onde non pu essere inteso dall'universale.
Che  di favella troppo culta, e massime nelle persone rozze o innamorate.
Che nel muover degli affetti  infelice, senz'imitazione, asciutto, sforzato, freddo, invalido, inetto, e stiracchiato.
Che non sar imitato mai; si dismetter in breve tempo, e, ove mancasse la favella, non potrebbe risorgere.

Ah s? Pochi anni passerebbero e parrebbe ben altrimenti conclusivo il giudizio del Chiabrera, che disse: "Il Tasso fu accusato e riaccusato, e pur le accuse sono sparite, ed egli risplende". Che se il Galilei da giovane giudic "questo poeta..., nelle sue invenzioni, oltre tutti i termini gretto, povero e miserabile; e, all'opposto, l'Ariosto magnifico, ricco e mirabile"; se il Galilei ebbe ragione di sottoporre all'Ariosto il Tasso in quanto all'idioma e allo stile, riconobbe per d'aver trasmodato nel raffronto tra i due poeti quando ammise la partecipazione del Tasso alla "divinit dell'Ariosto".
E all'Orlando prefer la Gerusalemme il poeta che doveva emular Torquato nella popolarit: il Metastasio, che dal suo maestro, l'acuto e saggio Gravina, aveva potuto apprendere come Torquato, "per l'armonia, per lo splendore, per lo coltura, e per l'artifizioso e mirabile accozzamento de' luoghi, tratti in gran copia dagli autori antichi, si rendeva meritamente nuovo e meraviglioso".
In Francia, dopo gli entusiasmi del seicento, allorch era stato di moda tra le dame colte citarlo a memoria, il Tasso parve anche al Voltaire che impallidisse in cospetto dell'Ariosto, ma il Voltaire mitig egli le severe sentenze pronunziate su la Gerusalemme del padre Bonhourse e dal Boileau. N  possibile esporre qui la storia della fortuna che la Gerusalemme ebbe fuori d'Italia sino ai nostri giorni; non  possibile riferire le opinioni e le sentenze pi notevoli pur dei letterati italiani del secolo XIX: del Foscolo, del Manzoni, del Leopardi, del De Sanctis. Ai nostri giorni - come negarlo? - la fama del Tasso epico  decaduta. Ma non stette forse nel giusto il Carducci dicendo la Gerusalemme "documento di una facolt di poeta che pur non essendo straordinaria e originalissima si manifest per modi nuovi e propri"? Non fu forse nel giusto il Cesareo ritenendo il Tasso per "il poeta rappresentativo e magnifico d'una civilt esausta...", in cui "la fantasia non era pi eccitata che dagli stati morbidi della coscienza, la mestizia, la tenerezza, la grazia"?
E non eccedette forse Francesco D'Ovidio? Per il D' Ovidio "il Tasso non fu n un grande intelletto, n un grande carattere. L'osservazione acuta e profonda della natura, ovvero quella del carattere e del cuore umano, che  ci che fa il grande scienziato o il gran poeta drammatico o il gran romanziere, gli mancarono".
Vero: non fu un grande carattere, perch se avesse potuto essere non avrebbe dovuto patire cos, e non pot essere perch fu malato cos; non grande scienziato o poeta drammatico o gran romanziere, perch fu soprattutto poeta lirico. Lirico, il poeta della Gerusalemme (bene not il Cesareo) soffre co' suoi personaggi; trema per loro; li ammira, li esorta, li compiange, li apostrofa..., e infonde in essi l'anima sua "grave, affettuosa e sognante".
"Il suo spirito - seguit il D'Ovidio - era vivace, pronto, soavemente malinconico, ma superficiale e fantastico; perci pot solo riuscire nella rappresentazione di un immaginario mondo epico, in cui non si richiedevano i caratteri pi veri e profondi della natura umana". Dunque solo per seduzione, alle menti inculte, di immagini fantastiche, o per abbandono a una facile melodia di versi, i gondolieri della laguna e i carbonari dell'Appennino, le contadine emiliane e romagnole e i pescatori di Napoli e di Palermo cantano ancora, o almeno non son molti anni che ancora cantavano di Tancredi, di Rinaldo e del Circasso; di Erminia, di Clorinda e d'Armida? Erminia dolce, appassionata e leggiadra; Clorinda fiera e generosa; Armida


Ch'am d'essere amata, odi gli amanti;
S grad solo e, fuor di s, in altrui
Sol qualche affetto de' begli occhi sui...,

sono larve e non hanno anima commossa e commovente?
"Il sentimento stesso religioso in lui non aveva proprio niente di largo e di caritatevole: era una mera superstiziosa paura..." Troppo! Ricordate? Tancredi ferisce a morte Clorinda, non sapendo di ferire l'amata, e la battezza:


Tremar sent la man, mentre la fronte
Non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide, e la conobbe; e rest senza
E voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!
[...]
Mentr'egli il suon dei sacri detti sciolse,
Colei di gioia trasmutossi, e rise;
E in atto di morir lieto e vivace,
Dir parea: "S'apre il cielo; io vado in pace".

D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
Come a gigli saran miste viole
E gli occhi al cielo affisa; e in lei converso
Sembra per la pietate il cielo e 'l sole:
E la man nuda e fredda alzando verso
Il cavaliero, in vece di parole,
Gli d pegno di pace. In questa forma
Passa la bella donna, e par che dorma.

Il beneficio della fede, insieme con l'amore riconosciuto e perdonato; il beneficio della fede, che consola dagli occhi dell'amata che muore l'amante che uccide, e leva la mano nemica a promettere pace e amore al nemico; il beneficio del cristianesimo che abbatte l'infedele per infondergli, convertito, in un disperato impeto d'amore, la gioia del perdono, della fraternit umana, della conoscenza divina: vi pare potesse esser compreso e reso cos, in una meravigliosa unit drammatica e poetica, da un bigotto gretto ed egoista?







IX.

La clausura dei primi quattordici mesi entro una stanza, che fu veramente spelonca o carcere, con lo squallore nella persona e il pensiero fisso nelle parole per le quali era stato rinchiuso col, e i lamenti che udiva dei compagni di dolore, il nutrimento forse insufficiente, le cure inadatte, la mancanza di voci amiche e confortevoli dovevano inasprire sempre pi il male dell'infelice Torquato. Miglior con migliorar condizione, quando, dal maggio 1580 in poi gli fu concesso stanza meno misera, vitto pi abbondante e nutriente e spesso la facolt di uscire, che nel primo anno gli era stata data per una volta sola e in maschera. Ma anche negli altri sei anni e due mesi il suo stato non die' mai speranza di piena guarigione: ebbe sempre, a quando a quando, o allucinazioni sensorie o sospetti o paure di avvelenamenti o visioni demoniache e mistiche e accessi pericolosi, durante i quali gli si parlava da un finestrino. "Pietoso stato" sembr la sua prigione al Montaigne, uno dei primi visitatori; a uno degli ultimi sembr enormezza tenere un tanto uomo in luogo "dove erano ricettati i poveri e i mendichi ammalati". E il padre Grillo, che soccorse il poeta di premure e di affetto, osservava che con maggiori cure e cautele avrebbe potuto vivere in luogo meno triste; e d pena il leggere queste parole del maggior difensore del duca Alfonso: "per vivere felice il Tasso avrebbe avuto bisogno di un Mecenate o di un Augusto". Invece il duca Alfonso a tutte le pratiche che l'infelice, aiutato dagli amici, tentava e con principi e principesse e con la citt di Bergamo e con ambasciatori e ministri di sovrani; a tutte le raccomandazioni e alle implorazioni rispondeva "non reputar conveniente lasciarlo in libert". Ben prometteva, il magnanimo signore, che "appena guarito l'avrebbe rimesso in corte, anzi l'avrebbe ricompensato di 200 e pi scudi non statigli pagati per la stampa del poema"; frattanto il glorificatore della Casa d'Este era in tale stato che poco prima d'uscire libero mendicava venticinque scudi dall'esimia granduchessa di Toscana Bianca Cappello!
Anime nobili vennero per a trovarlo e seppero meglio confortarlo; ed egli cerc ricambiare con rime e dediche di prose. Quante rime scrisse in quei sette anni! Sonetti e canzoni per le nozze di Vincenzo Gonzaga e di Marfisa D'Este; per il passaggio di Maria d'Austria, madre di Rodolfo II; per le nozze di Laura Peperara, la quale un lontano giorno aveva amata; per le nozze di Don Cesare D'Este con Virginia De' Medici; per la gloria dell'esimia Bianca Cappello. Fece sin un abbozzo di commedia (Gli intrighi di Amore).
Ma l'opera che del tempo passato in Sant'Anna pi ci meraviglia fu quella dei dialoghi filosofici; di cui solo tre aveva cominciati a Torino e cinque condusse a compimento negli ultimi anni. Durante i penosi giorni (e par miracolo tanta forza di meditazione) scrive come filosofo e crede come cristiano; "sia che nel Messaggero conversi con lo spirito suo famigliare e - notava il Del Lungo - componga in una specie d'armonia gerarchica le influenze superiori del mondo insensibile; o che nella Nobilt e nella Dignit caratterizzi ed equilibri i gradi della civil convivenza; o nel Ficino e nel Minturno vagheggi le idealit dell'arte effigiatrice della bellezza; o nel Malpighi secondo cerchi, traverso alle sette filosofiche, l'assolutezza del vero supremo, o nel Padre di famiglia pensi con soavit mesta le consolazioni domestiche, o nel La Molza quelle dell'amore". E in tutti imprime qualche aspetto di s fra i personaggi insigni interlocutori: ora di gentiluomo; ora di cortigiano; ora di artista; ora di poeta; ora di critico; ora di erudito; ora di amico; ora di filosofo; ora di gaudente; ora di innamorato; e in tutti, se non una mente speculatrice, dimostra una grande erudizione, particolarmente platonica; una dialettica stretta anche troppo e un'arte di prosatore singolare nell'et sua. La prosa dei dialoghi e delle lettere - pi di millecinquecento - le pi belle, per il Giordani, da Cicerone in qua, eleva per s sola il Tasso al di sopra della uniformit stilistica dei contemporanei.
Ma quando il discorrere nei ragionamenti morali gli era di svago alla smania della libert e alle stesse speranze della liberazione, non bene lo distraevano coloro che pubblicavano o diffondevano il Goffredo a suo dispetto e a suo danno, e i critici che gli inviavano giudizi e accuse e invettive da far ammattire un savio. Pure, con mirabile pacatezza e modestia sostenne la guerra ingenerosa mossagli contro dai novelli accademici della Crusca "Infarinati" e "Inferignati".
Finalmente il principe Vincenzo Gonzaga, che pi volte l'aveva visitato e sempre benvoluto, e gli aveva fatto dono di un bel cavallo, il 12 luglio 1586 ebbe dal cognato Alfonso il permesso di condurlo seco, in prova, per alcuni giorni, a Mantova. Torquato usc di Sant'Anna senza curarsi n di vesti n di libri n di scritti; non rivide il Duca, e a due ore di notte, dalla riva del Po, s'imbarc col principe liberatore.








X.

Uscendo dalla chiusa tribolazione di Sant'Anna certo d'aver riacquistato il pi gran bene della vita, la libert, e illuso del refrigerio che l'aria aperta e il viaggio e la risurrezione dello spirito dovettero per brev'ora infondergli nel sangue, Torquato parve estendere l'animo in una speranza baldanzosa, quasi temeraria: riacquistare quel bene senza cui anche la libert  schiavit; la salute. Mai pi umori torbidi; mai pi fantasmi e conscii smarrimenti della ragione nella frenesia; mai pi carcerieri; mai pi nemici: Mantova l'onorava rivedendolo quale amico del suo principe; la principessa, Eleonora de' Medici, l'accoglieva onorandolo co 'l grato nome di "padre delle belle lettere" e con la tenera profferta che "avendo egli bisogno di alcuna cosa lo facesse pure intendere a lei, che avrebbe dato gli ordini a ci ne fosse subito servito". Si sentiva rinascere, e, confortato, gli pareva obbligo, cos era buono, confortare gli altri che gi aveva afflitti con la sua miseria. Alla sorella Cornelia scrisse subito:
"Io sono libero per grazia del serenissimo signor principe di Mantova. I miei infortuni sono stati veri e grandi, e lungo tempo mi hanno tenuto soggetto a varie infelicit; ormai dovrebbero aver fine..." E di Mantova, a' suoi occhi quasi una dimora nuova e deliziosa anche nel greve caldo del luglio, quasi una citt pi luminosa e bella di allorch giovine vi aveva amato e sognato la felicit, scriveva agli amici: "Questa  una bellissima citt e degna c'un si mova mille miglia per vederla..." [...] "Io sono in Mantova alloggiato dal seren. sig. principe e servito da' suoi servitori, com'io medesimo avrei saputo eleggere; e nel rimanente accarezzato come a S. A.  piaciuto. Qui ci sono buone carni, buoni frutti, ottimo pane, vini piccanti e raspanti, come piacevano a mio padre, e buoni pesci ancora e selvaticine; e sopra tutto, buon'aria..."
Su, al lavoro, o poeta, per obliare e compensare il tempo perduto nei guai! L'ammoniva la voce della gloria; e la principessa lo sollecitava a compir la tragedia del Galeotto di Norvegia, cominciata quattordici anni prima: lo sollecitavano il piacere del lavoro, gli amici e gli ammiratori. Tra questi fors'anche Federigo Borromeo venne a posta a Mantova, nel settembre (1586), per visitarlo.
Ma furono letizie brevi. Gi un mese e mezzo dopo aver lasciata Ferrara lamentava: "Sono, come io solea, poco sano e poco amato da molti, o piuttosto molto odiato..."; e il principe, sebbene nell'agosto l'avesse condotto seco in villa a Marmirolo, "voleva pi consolarlo de la sua presenza che della sua grazia". Quando avr mai pace? - si chiedeva il misero -, "quando potr acquetare il pensiero?"
Ricadeva pesantemente nel male antico, e pi deperiva, pi perdeva i modi di curarlo: gli svaghi, gli onori, il lusso, il mondo. Diceva: "Se fra i mali dell'animo uno dei pi gravi  l'ambizione, egli ammal di questo male gi molti anni sono, n mai  risanato in modo che io abbia potuto sprezzare affatto i favori e gli onori del mondo e chi pu dargli". "Noi altri poeti non possiam vivere lietamente, se i principi non riconoscono, con questi quasi tributi, la nostra servit".
Ma parendogli essere disprezzato ("non mi credo di saper s poco, ch'io meriti di essere di sprezzato da' miei padroni, e molto meno da' nemici"), si fingeva nella fantasia quel che non gli era concesso dalla realt.
"Mi meraviglio - scriveva a un amico lontano - che sino a ora non le siano state scritte le cose che dico fra me stesso; e le soddisfazioni, e gli onori, e i favori, e i doni, e le grazie degli imperatori e de' re e de' principi grandissimi, i quali io mi vo infingendo e formando e riformando a mia voglia".
Invece la sua vita era questa: andar per Mantova con dietro, sempre, un servo; comunicare co 'l Duca per mezzo del ducale barbiere; leggere ne' benevoli la piet e negli altri o il sospetto o il dispetto di chi ha a che far con un pazzo.
In questo stato, in quei brutti giorni che non trovava pace neppure nella solitudine autunnale del convento di San Benedetto, povere cose scriveva e non belle pensava. Pensava al rifacimento della Gerusalemme; scriveva un lungo discorso Qual sia migliore la Repubblica o il Principato; emendava il poema paterno il Floridante per dedicarlo al vecchio duca Guglielmo; finiva la tragedia il Galeotto re di Norvegia restandovi inferiore a se stesso e all'antico incominciamento. E mentre da un celebre medico o astrologo sperava invano qualche prova, che "in lui poteva farsi, perciocch egli era simile a coloro che son dannati a morte, ne' quali  lecito far tutte l'esperienze", non vedeva dinanzi a s, ultima minaccia o ultima speranza, la morte, e dietro, inafferrabile per sempre, ogni bene del tempo troppo presto fuggito?









XI.

Oh splendidi e troppo rapidi e lontani giorni di Belriguardo! A Belriguardo, il luogo di delizia in mezzo il Po, dove l'arte, come nei giardini della maga Armida, aveva per gli Estensi superata la natura e dove nel maggio fugace della sua vita, tra il cantar degli uccelli e delle donne, tra i fiori e le feste l'avevano invidiato i cavalieri e favorito le belle, Torquato aveva scritto l'Aminta: adesso, a Mantova, molto variando dell'atto e delle due scene della tragedia che aveva buttato gi in fretta subito dopo l'Aminta, scriveva il Torrismondo.
Vegliando, la notte, stentava a comporsi in mente pochi duri versi e su quella nera tela di tradimento, d'incesto e suicidio, figurava anime in pena, mentre avanti gli occhi ottenebrati e il pensiero stanco e restio gli passavano i fantasmi delle letture nordiche (di Olao Magno) a cui s'inspirava.
Torrismondo, figlio del re dei Goti, ha mancato alla fede e all'onore godendo dell'amore di Alvida, creduta figlia del re di Norvegia, che egli avrebbe dovuto condurre intatta all'amico Germondo re degli Sveci. Questi non avrebbe potuto altrimenti ottenerla in moglie, avendone ucciso il fratello.
E Torrismondo  consigliato a riparare il suo fallo dando in moglie all'amico, invece di Alvida, la creduta sorella sua Rosmunda. Ma costei non vuole, perch sa di non essere n figlia n sorella di re. Si scopre infatti che Alvida non  la figlia del re di Norvegia:  la figlia del re dei Goti, alla quale, essendo stata rapita bambina, fu sostituita Rosmunda. Alvida  dunque sorella di Torrismondo! Ella si trafigge; e su lei semiviva si trafigge il fratello.
In tale tragedia - che in meno di cinque mesi ebbe undici edizioni e sei nel seguente secolo, e fu anche tradotta in francese - il Tasso intese "svolgere una favola medievale entro i termini e sotto le leggi del fatal dramma greco, e dare alla solenne pienezza di Sofocle il commovimento patetico di Euripide, non senza ingerimento dell'incisiva e sentenziosa retorica di Seneca, il tutto allargando poi nella facile e ornata facondia dei romanzi". Ma - sempre a giudizio del Carducci - "allungava, ritardava, impediva e avvolgeva tutto, favole, dialoghi, stile nel suo adombramento e brancolamento di poeta e di critico". Che se talvolta ebbe accenti di poesia vera, furono mesti accenti di elegia; fu quel coro finale che parve "il lamento funereo del poeta su le gioie e le glorie dell'arte; sopra se stesso e la patria".
Nel giardino di Armida il pappagallo lenone aveva detto: 


... Trapassa al trapassar d'un giorno
De la vita mortale il fiore e il verde;
N perch faccia indietro april ritorno,
Si rinfiora ella mai, n si rinverde.
Cogliam la rosa in su 'l mattino adorno
Di questo d, che tosto il seren perde;
Cogliam d'amor la rosa...

Ma il coro che conchiude la fosca tragedia del poeta malato e vecchio anzitempo, non piange solo l'amore e la giovent perduta; piange la vanit del tutto e il dolore che resta, solo vero immortale.


Ahi lagrime! ahi dolore!
Passa la vita e si dilegua e fugge,
Come gel che si strugge...
E, come raggio il verno, imbruna e muore
Gloria d'altrui splendore;
E come alpestro e rapido torrente,
Come acceso baleno
In notturno sereno,
Come aura o fumo, o come stral repente
Volan le nostre fame; ed ogni onore
Sembra languido fiore.
Che pi si spera o che s'attende omai?
Dopo trionfo e palma
Sol qui restano a l'alma
Lutto, lamenti e lagrimosi lai,
Che pi giova amicizia e giova amore?
Ahi lagrime! ahi dolore!








XII.

Eppure quell'anima assetata di bene si ristorava ancora di qualche sorso e gli allettamenti della. vita avevano ancora virt di riscardarlo. "Qui - scriveva nell'inverno - si fa un bellissimo carnevale, e vi sono bellissime gentildonne e leggiadrissime. Mai pi mi spiacque di non essere felicissimo poeta che in questa occasione. E s'io non fossi, reputato o leggiero ne l'amar troppo o incostante in far nuova elezione, avrei gi deliberato dove collocare i miei pensieri....".
Ah, non che in amori, nemmeno in desideri quasi puerili trovava soddisfacimento! N gli valeva. serbare un cuore puerilmente affettivo e mostrarsi grato a chi gli si mostrava benigno.
Che riverenza e riconoscenza serbava alla buona principessa Gonzaga! Un giorno ebbe in dono da un monaco di San Benedetto due cedri e, ghiotto com'era, si mise a mangiarne uno con avida voglia, quando si ricord che sarebbe stato bene presentarne la signora. S'interruppe e scrisse:
"Di due cedri de la riviera di Sal, donatimi da un cortese padre di San Benedetto, ne mando uno a V. A., perch l'altro l'ho assaggiato troppo frettolosamente, non mi sovvenendo ch'el presente potesse esserle caro".
Ma il vecchio duca Guglielmo non era tenero come la principessa; non gli forniva quattrini per le necessit della vita. Ed egli supplicava: "Ho bisogno d'essere vestito, et non ho tanto credito co' mercanti e co' sartori quanto havrei desiderio di pagare, s'havessi denaro... Prego V. A. che voglia dar commissione che mi sia dato vestir per questa state".
Non l'ascoltavano. E poich al suo ingegno e al suo soffrire aveva di tal compensi, importunava petulante, ritornava lipemaniaco.
Era "ancor frenetico come in Ferrara, ed aveva tutti gli altri mali; fosse difetto de' l'aria, o de' vini, od altro"; e desiderava riaver le cure d'un medico del cardinale Albani, che consentiva a "tutto quello ch'egli voleva" e a medicarlo con medicamenti piacevolissimi". "Io ho bisogno di s fatte medicine, e non d'altre; e serbo ancor in memoria quegli sciroppi dolci ed acetosi c'avrebbero risuscitato un morto, e quelle pillole con l'oro, quantunque fossero gravette a lo stomaco anzi che no". E per andare da quel maestro chiedeva invano che il principe Vincenzo lo liberasse. Gi tra la fine dell'86 e i primi mesi dell'87 gli era venuto la voglia di recarsi a Genova; poi di recarsi a Loreto per sciogliere un voto che aveva fatto in Sant'Anna; poi di trasferirsi a Firenze; poi a Napoli.
Lo invitavano a Genova "a leggere l'Etica e la Poetica di Aristotile con 400 scudi di provvisione ferma"; lo invitarono con insistenza a Bergamo. E scriveva a Bergamo: "Niuno viaggio fu mai pi lungamente desiderato di questo, o pi lungamente sospirato invano". Finch, la sera del 7 agosto (1587), scapp al convento dei Benedettini degli Ognissanti, per mettersi di l in viaggio alla volta di Brescia. Il principe Vincenzo lo fe' raggiungere dal cappellano di corte; ma non persuaso a ritornare, fu lasciato proseguire per Bergamo. Quivi, al solito, non gli bastarono n le conversazioni con gli amici e gli ammiratori n le premure dei parenti. A Bergamo non rimase nemmeno a godere gli svaghi della famosa fiera, perch all'annunzio che era morto il vecchio duca Guglielmo e che Vincenzo era assunto al ducato, accorse con nuove speranze a Mantova.
Tra le feste della incoronazione ducale, che furono grandi e memorabili, il poeta presentava al nuovo duca una canzone e il Torrismondo allora stampato e a lui dedicato, attendendosi pur questa volta assai pi di ci che ebbe. Onde altro abbattimento e fantasie d'altri viaggi e dimore: a Bergamo, a Bologna, a Roma, a Genova, a Napoli, a Sorrento. Scriveva a Roma che v'andrebbe a ogni costo, con qualsiasi mezzo, "o in abito di pellegrino, o di mercante: a cavallo, o a piedi, o per acqua"; scriveva a Bergamo a chi l'invitava di nuovo col: "Tornerei volontieri, ma non ho denari da pagar la carrozza: posso pagar un cavallo e portarmi la valigia in groppa; se vorranno ch'io la porti; tanto  il favore c'ho da la corte e dagli amici!". Accettava l'invito di Marco de' Pii e stava per andare da lui a Sassuolo quando fu colto da febbre. Della quale cercava di rimettersi nel convento di San Benedetto, allorch apprese che il duca di Ferrara e la duchessa venivano a Mantova. Con l'antico sospetto di essere ricondotto in prigione a Ferrara e con la febbre addosso e pochi panni e denari e un fido servo, a cavallo di un ronzino, il ventiquattro ottobre si dirigeva per il modenese verso Bologna. Rallegravasi col trovando il fido amico Costantini e vedendo "scritto e dipinto il nome di Libert in molte parti"; ma non fu possibile trattenerlo. Diceva che andrebbe a Roma, a Napoli e anche in Ispagna. Andava intanto a Loreto a sciogliersi del voto. E giuntovi, a Don Ferrante Gonzaga chiedeva dieci scudi in dono, "o pi tosto per elemosina". Da Loreto ripartiva alla volta di Roma.
Or come Vincenzo Gonzaga era stato informato dal Costantini del passaggio del poeta, per non meritare canzonature o raffacci del duca Alfonso incaricava il Costantini stesso di inseguire il fuggitivo e di ricondurlo. Quando l'amico lo raggiunse, il Tasso era gi a Roma; e per farlo ritornare furon vane le proposte di accompagnarlo o a Genova o a Firenze. Minacciava di uccidersi. E come "Papa Sisto non voleva in modo nessuno che gli si usasse pur una minima violenza", e come al duca di Ferrara ormai non importava pi nulla di riavere quel "pover huomo", il duca Vincenzo si indusse a lasciarlo al suo destino.








XIII.

A Roma e a Napoli, poi a Roma; a Firenze, poi ancora a Roma, Torquato consum altri tre anni della sua misera esistenza, trovando da per tutto la stessa sorte; anzi perseguitando, peggio rato, s stesso.
Con le rampogne e le querele decadeva da ogni dignit; mendicava doni e sussidi; avrebbe voluto mettere a prezzo le rime e le lodi: la prostituzione e la menzogna; e rivendeva come nuove le rime gi scritte per altri: la frode; finch gridava in una confessione tragica e miseranda: "Io ho quasi dimenticato di esser nato gentiluomo"; "io sono nulla, io so nulla, io posso nulla, io voglio nulla": l'annientamento!
A Roma, la prima volta, vant in versi le opere di Sisto V, ma solo pi tardi il gran papa gli concesse una udienza. A Napoli, nel monastero del Monte Oliveto, dove fu generosamente ospitato, riceveva visite e omaggi e visitava i sepolcri di Virgilio e del Sannazzaro, e piangeva sulla tomba della madre; ma la Musa non seppe dettargli che troppe ottave per il primo libro di un poemetto: Il Monte Oliveto.
Vanitas vanitatum!


 vanit quanto pi sembra adorno
E quanto al mondo pi diletta e piace.
Vano il circo e le mete, a cui d'intorno
Vanno i cavalli, e 'l corso lor fallace: 
Vano il teatro, ove la notte in giorno
Si muta a' raggi di notturna face:
Vano ogni gioco, ogni sua pompa; e parmi
Vano il trionfo e lo splendor de' l'armi.

Intanto promuoveva una lite per ricuperare la dote materna; e contro chi gliela usurpava otteneva da Sisto V una bolla di scomunica. Ma perdute le speranze della lite e della sanit, eccolo la seconda volta, a Roma. Di dove uno scriveva: "A questo sfortunato si darebbe ricetto da ogni persona privata, nonch da' Signori, e nelle case loro e nei cuori; ma i suoi umori lo fanno diffidare d'ognuno".
Verseggiando il Rogo di Corinna in morte di una donna amata da don Fabio Orsini gli pareva d'essere divenuto "instrumento senz'anima". Ahi che avvinta al corpo doloroso l'anima dolorava ancora, sia ch'egli vagheggiasse la ristampa di tutte le sue opere, sia che vaneggiasse di farsi ecclesiastico o monaco, oppure di ammogliarsi, sia che gli fosse finalmente concesso di baciare il piede a Sua Santit. Divenne intollerabile ai famigliari del cardinale Scipione Gonzaga e cerc rifugio nel monastero di Santa Maria Nuova. Di l, privo di mezzi e sempre ammalato, pass all'ospedale dei Bergamaschi. E un estremo miraggio di vita e di gloria risorgeva a tentarlo intanto che scriveva il Discorso de la virt de' Romani: sperava l'incoronazione in Campidoglio.
Poscia invitato a Firenze dal nuovo Granduca Ferdinando, purch cantasse palinodia delle frasi ingiuriose che contro la casa de' Medici aveva scritte ne' dialoghi, andava a Firenze; dove presto del suo stato si sarebbe dato questo sommario giudizio: "L'allegrezza istessa non avrebbe forza di rallegrarlo un poco: in somma actum est de eo". Ahi no che per lui non era finita! Alla morte di Sisto V ripartiva per Roma attrattovi dalla elezione del nuovo papa.
E dopo dodici giorni Urbano VII mor, e successe un lungo interregno. Che gli restava, al povero poeta? Supplicare il Duca Vincenzo Gonzaga di riprenderlo a Mantova. Torn dunque a Mantova nel marzo del 1591; ma quantunque "nella sua lunghissima ed ingiustissima avversit di molti anni non avesse avuto pi sicuro e pi comodo e pi onorato rifugio che la casa del serenissimo signor Duca di Mantova", no, "non poteva mutar fine". E poich l'allegria non gli sarebbe convenuta pi che indossar "gli abiti gialli o turchini che solea fargli sua madre", mestamente curava la stampa delle rime e affrettava il rifacimento della Gerusalemme; e mentre scorgeva in quelle l'ironia delle illusioni svanite, riponeva in questa la speranza d'oltre la tomba; la gloria. Tragico inganno! Egli diceva: "Al mio poema eroico (la Conquistata) attendo quanto posso. Desidero che la riputazione di questo mio accresciuto ed illustrato e quasi riformato poema, toglia il credito a l'altro (la Liberata) datogli da la pazzia de gli uomini pi tosto che dal mio giudizio... La miglior ragione ch'io possa addurre ne l'ultima apologia de la mia vita,  la certa cognizione che io ho di me stesso e de le mie cose".
E s'ingannava! Egli non aveva pi dalla luce dell'arte e della ragione la coscienza sicura di se stesso, di quel che aveva fatto e di quel che faceva: il pazzo era lui!
N bastava. Il primo d'agosto il medico Gorini informava il Duca Vincenzo della salute di Torquato Tasso con queste parole: "... Gi da 12 d  in camera gravemente amalato di una febbre continova acuta, maligna, con sospicione anco di petecchia... E, quel che  peggio, con una impotenza di cibarsi tale che pare impossibile ch'egli possa durar tanto in vita senza cibo... Hieri madama Duchessa con l'occasione d'essere andata nel giardino del Padiglione per diporto, si risolse per carit et per compassione c'ha della perdita di un tanto soggetto di dargli la buona sera, per consolarlo alquanto; della qual visita parve ch'egli ripigliasse respiro...".
L'inedia era voluta. Il delirio febbrile parve infondergli la forza la quale Cristo gli aveva rifiutata, tempo innanzi, allorch minacciava i suoi nemici, cio il suo destino: "si dovrebbero acquetare e non impedir ch'io cercassi di viver libero come nacqui, se non mi voglion dar la morte, o sforzarmi ch'io la mi dia da me stesso. Questa libert m'insegnerebbe la filosofia, se non me la negasse Cristo". Ma: "Il Tasso - informava poco dopo il medico -, pentito del suo folle pensiero di morire, si risolse di mangiare...".
A novembre Vincenzo Gonzaga lasciava le orgie di Mantova per recarsi a Roma ad ossequiare l'amico cardinal Facchinetti, divenuto Innocenzo IX dopo il pur breve pontificato di Gregorio XIV; e traeva seco il poeta. Questo viaggio era un premio; il compenso alla Genealogia di Casa Gonzaga: poemetto in 119 ottave manchevoli d'ispirazione, sebbene il Serassi e il Leopardi vi ammirassero certe descrizioni storiche.
E Torquato rimase, malato, a Firenze; e raggiunto il Duca Vincenzo a Roma, non volle ripartire con lui. And invece a Napoli, ospite del principe di Conca, prima; poi, del marchese Manso.
Finiva allora di verseggiar la Conquistata e cominciava il Mondo Creato.








XIV.

Della Conquistata  presto detto: che tutto quanto di gentile e spiritualmente cavalleresco, cio di meglio era nella Liberata, and perduto, sacrificato alla rigidezza della forma epica e agli scrupoli religiosi.
Anche, il poeta rimosse dalla Conquistata "le navigazioni e le meraviglie dell'Oceano, lasciandovi intero il soggetto per un altro poema", il quale sarebbe stato intorno "gli errori e il ritorno" di Tancredi Normanno. Cos all'Iliade era seguita l'Odissea.
Ma pubblicata nel 1593, dopo trent'anni dei primi saggi, dopo ventisette dal principio del lavoro regolare e dopo dodici dalla pubblicazione della prima redazione, la Conquistata ebbe poche edizioni; dimostr (qui disse assai bene il Solerti), oltre che la decadenza del poeta e il mutamento avvenuto nell'anima sua, "quel trapasso spaventoso che avvenne verso la fine del secolo decimo sesto nelle coscienze e nell'arte".
Quanto al Mondo Creato diviso in sette giorni - incitamento a scrivere il quale ebbe forse da un poema francese di Guglielmo di Saluste di Du Bartas parafrasante la Bibbia - convien ripetere ch'esso fu l'ultima eco dell'accordo cercato nel Rinascimento tra la fede e la filosofia specialmente platonica, e che segn un momento notevole nell'arte nostra e die' forse impulso a una grand'opera dell'arte straniera. Inspir forse l'idea prima del Paradiso Perduto al Milton, che in Italia conobbe il Manso e presso di lui pot conoscere il poema del Tasso; e decidendo la vittoria a favore dei versi sciolti, il Mondo Creato pot pur prestare al Milton lo strumento per il suo poema.
Adesso, di tra cotesti versi teologici didascalici, par sol bello riferire il monito che quel morente ingegno mandava all'Italia: il grido rivolto all'anima italiana perch si ritemprasse imitando le piante, le quali traggono novello vigore dagli innesti.


Qual di natura  questo oscuro enigma?
Forse 'n tal modo ella c'insegna e mostra
Che da gli strani ancora a noi congiunti
Virt s'acquista a le buon'opre, e ferma
Costanza. Adunque Italia omai rimiri
Italia ancor languente, ancora inferma,
Vie pi che 'n guerra, in neghittosa pace,
Che l'interno suo mal non vede, o sente:
Miri gli orridi monti e 'n loco alpestre
Cerchi la gente orribile e selvaggia:
Quinci 'l tenero suo, che langue e cade,
Anzi 'l morbido suo confermi e 'nduri
Per unione, o per esempio almeno.
[...]
E quinci l'uomo ancor si guardi e schivi
D'ammollir quasi donna, il cor robusto
Che Natura gli di, tra i vezzi e gli agi,
Per ozio, per diletto, o per lusinga...








XV.

Qualche breve chiarore nel tramonto tempestoso e fosco concedeva illusione di serenit? La Musa del poeta, velata di nero, scuoteva il capo e sorrideva mesta: nella imminente notte, vedeva, s, la pace; ma era la pace della morte.
A novello pontefice Clemente VIII era stato eletto Ippolito Aldobrandini, che, cardinale, si era dimostrato benevolo al Tasso. Trattenevan per questo in Napoli la quiete trovata abitando nel monastero dei monaci Cassinesi e la dolcezza del clima e la lietezza del cielo e del mare. Quando, alla fine di aprile (1592), part. Ebbe la via impedita a Mola di Gaeta dalle masnade del famoso brigante Marco Sciarra, e "voleva andare innanzi ad insanguinar la spada"; n forse fu vero che lo Sciarra mandasse a offerirgli "non pure il passo sicuro ma compagnia e albergo per lo viaggio". A simili e maggiori cortesie l'aspettavano in Roma i nipoti del papa. Ed ivi, nelle stanze del Quirinale o del Vaticano, attendeva alla correzione della Conquistata, a comporre rime per le Lagrime di Maria Vergine e per le Lagrime di Ges Cristo, a curar la stampa del poema rifatto e dedicato a Cinzio Aldobrandini, novello cardinale e suo tardivo mecenate. Onde egli il poeta aveva da prepararsi alla corona d'alloro. L'incoronazione in Campidoglio! Il sogno, il gran sogno della virilit, il segreto sogno accarezzato, forse sempre, nella mente savia o frenetica, doveva adunque avverarsi? Dunque il mondo plaudendo a lui come un d al Petrarca, come un d ai consoli di Roma, vorrebbe riparare alla lunga ingratitudine e condurlo prima alla, gloria che alla sepoltura? Dunque il suo genio in una lotta accanita di trent'anni avrebbe vinto, finalmente, la fortuna? E che importava se per un giorno solo, per un'ora sola? Che importava se la fortuna per vendetta fosse dopo ricorsa alla morte? Il sogno avverato sarebbe stato esso la consacrazione dell'immortalit!
Ma non doveva avverarsi. Era un sogno. Nella realt, ora, gli pareva tuttavia possibile di essere riammesso nelle grazie del duca Alfonso di Ferrara. E questi non gli rispondeva nemmeno; e la casa d'Este era scomparsa dalla Conquistata; e alla popolarit della Conquistata non giovava il Giudizio che il poeta ne aveva scritto: sovra la sua Gerusalemme da lui medesimo riformata.
Risorgendo "dal letto, non dalla malattia" nell'aprile del 1594 Torquato torn, l'ultima volta, a Napoli. Albergava in un monastero, e mentre la sua causa si svolgeva innanzi al tribunale, tentava l'avvio a un altro poema sacro, Della vita di S. Benedetto.
L'argomento era bellissimo: "nella sera del mondo antico, la nobilt della gente romana col sentimento fantastico d'una vita nuova nel cristianesimo farsi a conservare l'umanit e la civilt contro l'irruente barbarie"; ma l'ala non aveva pi possanza di volo.
E riaccompagnava il poeta a Roma il presentimento della morte vicina. Si avvelenava e struggeva con i contravveleni. Non lo consolava 1'accomodamento della lite; non lo consolava ormai nemmeno l'aspettazione della incoronazione in Campidoglio: solo pregava Iddio che gli concedesse il perdono suo e (oh Ferrara! oh memorie!) quello di Sua Altezza Serenissima il duca Alfonso. Questo fu l'ultimo pensiero. L'ultimo componimento fu, come era stata la sua prima pubblicazione, d' argomento funebre. Rimandata l'incoronazione per malattia del cardinale Aldobrandini, a che attendere pi? Chiese di essere condotto nel monastero di Sant'Onofrio sul Gianicolo, "quasi per cominciar da quel luogo eminente e con la conversazione di quei divoti padri la sua conversazione in cielo".
Il primo aprile 1595 ("cadeva quella mattina - narr il Manso - una fittissima pioggia con fiero vento") Torquato Tasso si fe' portare nel chiostro, e ai monaci che gli furono incontro: "Son venuto - disse - a morire tra voi". "Non era pi tempo di parlare della sua ostinata fortuna, per non dire della ingratitudine del mondo, il quale aveva voluto avere la vittoria di condurlo alla sepoltura mendico".
L su parlava di Dio. L, purificata d'ogni vanit umana, la visione della gloria diveniva visione di riposata beatitudine.


Dir parea: "S'apre il cielo; io vado in pace.

Ed ivi, alle undici ore del 25 aprile, pi non potendo seguire con la debole voce il salmeggiare dei frati, strinse al petto il Crocefisso; mormor in manus tuas..., e spir. Aveva 51 anni.
Solenni le onoranze. Su la bara, la corona d'alloro.



* * *

Torquato Tasso - quale lo ritrasse il Manso - fu d'alta statura; pallido il lungo viso, con barba e capelli castagni, e pi chiara la barba: ampia, quadra, la fronte; occhi grandi e cerulei sotto le ciglia scure e rare; grande il naso e inclinato verso la bocca larga. Era un po' strabico e miope. Aveva limpida la voce; rideva di rado e stanco.
Ma il ritratto forse pi vero di lui, il ritratto dell'immagine non caduca, ce lo lasci Giosue Carducci:
"Nessuna figura ha il cinquecento cos seria e gentile come quella di Torquato Tasso. Egli  l'erede legittimo di Dante Alighieri: crede, e ragiona la sua fede per filosofia: ama, e comenta gli amori dottrinalmente:  artista, e scrive dialoghi di speculazioni scolastiche che vorrebbon essere platonici: innova, e teorizza. E, come Dante, ha sempre qualcosa da rimproverarsi nella conscienza sua di cattolico; al suo poema, pur essenzialmente religioso e cavalleresco, sovraintesse un'allegoria spirituale e morale: a ogni modo teme sempre di averlo fatto soverchiamente profano, e lo rif purificato: n anche del rifacimento si contenta e finisce co '1 poema della creazione. Egli  il solo cristiano del nostro Rinascimento: del quale per altro partecipa tanto, che il sensualismo nell'opera sua si mescola al misticismo; ed egli se ne addolora e pente, mentre il popolo se ne piace. Ma di questa duplicit dell'essere suo ondeggiante tra il sensualismo e l'idealismo, tra il misticismo e l'arte; ma di questa discordia della vita a cui  condannato, egli, cavaliere del medio evo, scolastico del secolo decimoterzo, erede di Dante, smarrito in mezzo al Rinascimento, tra l'Ariosto e il Machiavelli, tra il Rabelais ed il Cervantes; di questa duplicit, di questa discordia egli porta innocente la pena, e se ne accora tanto che ne impazza. Il grido molle e straziante della elegia che pur tra gli accordi della tromba epica gli prorompe dal cuore mesto e voluttuoso lo annunzia il primo in tempo dei poeti moderni: il Tasso ha la malattia della et di passaggio, dello Chateaubriand, del Byron, del Leopardi".


FINE