Alcyone
di Gabriele D'annunzio

Edizione Einaudi - Serie Einaudi Tascabili - Classici- N. 289
Edizione Maggio 1995 a cura di Pietro Gibellini.



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La tregua

Dspota, andammo e combattemmo, sempre
fedeli al tuo comandamento. Vedi
che l'armi e i polsi eran di buone tempre.

O magnanimo Dspota, concedi
al buon combattitor l'ombra del lauro,
ch'ei senta l'erba sotto i nudi piedi,

ch'ei consacri il suo bel cavallo sauro
alla forza dei Fiumi e in su l'aurora
ei conosca la gioia del Centauro.

O Dspota, ei sar giovine ancra!
Dgli le rive i boschi i prati i monti
i cieli, ed ei sar giovine ancra

Deterso d'ogni umano lezzo in fonti
gelidi, ei chieder per la sua festa
sol l'anello degli ultimi orizzonti

I vnti e i raggi tesseran la vesta
nova, e la carne scevra d'ogni male
ntrovi balzer leggera e presta.

Tu 'l sai: per t'obbedire, o Trionfale,
s lungamente fummo a oste, franchi
e duri; n il cor disse mai "Che vale?"

disperato di vincere; n stanchi
mai apparimmo, n mai tristi o incerti,
ch il tuo volere ci fasciava i fianchi.

O Maestro, tu 'l sai: fu per piacerti.
Ma greve era l'umano lezzo ed era
vile talor come di mandre inerti;

e la turba faceva una Chimera
opaca e obesa che putiva forte
s che stretta era all'afa la gorgiera.

Gli aspetti della Vita e della Morte
invano balenavan sul carname
folto, e gli enimmi dell'oscura sorte.

Non era pane a quella bassa fame
la bellezza terribile; onde il tardo
bruto mugghiava irato sul suo strame.

Pur, lieta maraviglia, se alcun dardo
tutt'oro gli giungea diritto insino
ai precordii, oh il suo fremito gagliardo!

E tu dicevi in noi: "Quel ch' divino
si sveglier nel faticoso mostro.
Bttigli in fronte il novo suo destino".

E noi perseverammo, col cuor nostro
ardente, per piacerti, o Imperatore;
e su noi non pot ugna n rostro.

Ma ne sorse per mezzo al chiuso ardore
la vena inestinguibile e gioconda
del riso, che son come clangore.

E ad ogni ingiuria della bestia immonda
scaturiva pi vivido e pi schietto
tal cristallo dall'anima profonda.

Erma allegrezza! Fin lo schiavo abietto,
sfumato con le miche del convito,
lungi rauco latrava il suo dispetto;

e l'obliqio lenone, imputridito
nel vizio suo, dal lubrico angiporto
con abominio ci segnava a dito.

O Dspota, tu di questo conforto
al cuor possente, cui l'oltraggio lode
e assillo di virt ricever torto.

Ei nella solitudine si gode
sentendo s come inesausto fonte
Dedica l'opre al Tempo; e ci non ode.

Ammonisti l'alunno: "Se hai man pronte,
non iscegliere i vermini nel fimo
ma strozza i serpi di Laocoonte".

Ed ei segu l'ammonimento primo;
rest fedele ai tuoi comandamenti;
fiso fu ne' tuoi segni a sommo e ad imo.

Dspota, or tu concedigli che allenti
il nervo ed abbandoni gli ebri spirti
alle voraci melode dei vnti!

Assai si travagli per obbedirti.
Scorse gli Eroi su i prati d'asfodelo.
Or ode i Fauni ridere tra i mirti.

l'Estate ignuda ardendo a mezzo il cielo.

(Romena, 10 luglio 1902)

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IL FANCIULLO
I.

Figlio della Cicala e dell'Olivo,
nell'orto di quel Fauno
tu cogliesti la canna pel tuo flauto,
pel tuo sufolo doppio a sette fri?

In quel che ha il nume agresto entro un'antica
villa di Camerata
deserta per la morte di Pampnea?
O forse lungo l'Affrico che riga
la pallida contrada
ove i campi il cipresso han per confine?
Pi presso, nella Mensola che ride
sotto il ponte selvaggia?
Pi lungi, ove l'Ombron segue la traccia
d'Ambra e Lorenzo canta i vani ardori?

Ma il mio pensier mi finge che tu colta
l'abbia tra quelle mura
che Arno parte, negli Orti Oricellari,
ove dalla barbarie fu sepolta
ahi s trista, la Musa
Fiorenza che cant ne' d lontani
ai lauri insigni, ai chiari
fonti, all'eco dell'inclite caverne,
quando di Grecia le Sirene eterne
venner con Plato alla Citt dei Fiori.

Te certo vide Luca della Robbia,
ti mir Donatello,
operando le belle cantore.
Tutte le frutta della Cornucopia
per forza di scalpello
fecero onuste le ghirlande pie.
E tu danzavi le tue melodie,
nudo fanciul pagano,
lacre nel divin marmo apuano
come nell'aria, conducendo i cori.

Figlio della Cicala e dell'Olivo,
or col tuo sufoletto
incanti la lucertola verdognola
a cui sopra la selce il fianco vivo
palpita pel diletto
in misura seguendo il dolce suono.
Non tu conosci il sogno
forse della silente creatura?
Ver lei ti pieghi: in lei non  paura:
tu moduli secondo i suoi colori.

Tu moduli secondo l'aura e l'ombra
e l'acqua e il ramoscello
e la spica e la man dell'uom che falcia,
secondo il bianco vol della colomba,
la grazia del torello
che di repente pavido s'inarca,
la nuvola che varca
il colle qual pensier che seren volto
muti, l'amore della vite all'olmo
l'arte dell'ape, il flutto degli odori.

Ogni voce in tuo suono si ritrova
e in ogni voce sei
sparso, quando apri e chiudi i fri alterni.
Par quasi che tu sol le cose muova
mentre solo ti bei
nell'obbedire ai movimenti eterni.
Tutto ignori, e discerni
tutte le verit che l'ombra asconde.
Se interroghi la terra, il ciel risponde;
se favelli con l'acque, odono i fiori.

O fiore innumerevole di tutta
la vita bella, umano
fiore della divina arte innocente,
preghiamo che la nostra anima nuda
si miri in te, preghiamo
che assempri te maravigliosamente!
L'immensa plenitudine vivente
trema nel lieve suono
creato dal virgineo tuo soffio,
e l'uom c suoi fervori e i suoi dolori.

II.

Or la tua melodia
tutta la valle come un bel pensiere
di pace crea, le due canne leggiere
versando una la luce ed una l'ombra.

La spiga che s'inclina
per offerirsi all'uomo
e il monte che gli d pietre del grembo,
se ben l'una vicina
e l'altro sia rimoto
e l'una esigua e l'altro ingente, sembra
si giungano per l'aere sereno
come i tuoi labbri e le tue dolci canne,
come su letto d'erbe amato e amante,
come i tuoi diti snelli e i sette fri,

come il mare e le foci,
come nell'ala chiare e negre penne,
come il fior del leandro e le tue tempie,
come il pampino e l'uva,
come la fonte e l'urna,
come la gronda e il nido della rondine,
come l'argilla e il pollice,
come ne' fiari tuoi la cera e il miele,
come il fuoco e la stipula stridente,
come il sentier e l'orma,
come la luce ovunque tocca l'ombra.

III.

Sopor mi colse presso la fontana.
Lo sciame era discorde:
avea due re; pendea come due poppe
fulve. E il rame s'udia come campana.

Ti vidi nel mio sogno, o lene aulente.
Lottato avevi ignudo
contro il torrente folle di rapina.
Raccolto avevi piuma di sparviere
che a sommo del ciel muto
in sue rote feria l'aer di strida.
Ahi, lungi dalle tue musiche dita
gittato avevi i calami forati.
Chino con sopraccigli corrugati
eri, fanciul pugnace,
intento a farti archi da saettare
col legno della flssile avellana.

IV.

Eleggere sapesti il re splendente
nello sciame diviso,
ridere d'un tuo bel selvaggio riso
spegnendo il fuco sterile e sonoro.

Con la man tinta in mele di sosillo
traesti fuor la troppa
signoria. Cauto e fermo le calcavi.
Sporgeva a modo d'uvero di poppa
il buon sire tranquillo
che fu re delle artefici soavi.
Poi franco te n'andavi
sonando per le prata di trifoglio,
incoronato d'ellera e d'orgoglio,
entro la nube delle pecchie d'oro.

V.

L'acqua sorgiva fra i tuoi neri cigli
fecesi occhio che vede e che sorride;
fecesi chioma su la tua cervice
il crespo capelvenere.

Fatto sei di segreto e di freschezza.
Fatte son di ltice
fluido e d'umide fibre le tue membra.
Il tuo spirto, dal fonte come il salice
ma senza l'amarezza
nato, le amiche naiadi rimembra;
tutte le polle sembra
trarre per le invisibili sue stirpi.
E se gli occhi tuoi cesii han neri cigli,
ha neri gambi il verde capelvenere.

Converse le tue canne sono in chiari
vetri, onde lenti i suoni
stillano come gocce da clessidre.
S'appressano i colbri maculosi,
gli aspidi i cencri e gli angui
e le ceraste e le verdissime idre.

Taciti, senza spire,
eretti i serpi bevono l'incanto.
Sol le bfide lingue a quando a quando
tremano come trema il capelvenere.

Sino ai ginocchi immerso nella cupa
linfa, alla venenata
greggia tu moduli il tuo lento carme.
Par che da' piedi tuoi torta sia nata
radice e di natura
erbida par ti sien fatte le gambe.
Ma il fior della tua carne
suso come il nnufaro s'ingiglia.
E se gli occhi tuoi cesii han nere ciglia,
neri ha gli steli il verde capelvenere.

VI.

Se t' l'acqua visibile negli occhi
e se il ltice nudre le tue carni,
viver puoi anco ne' perfetti marmi
e la colonna dorica abitare.

Natura ed Arte sono un dio bifronte
che conduce il tuo passo armonioso
per tutti i campi della Terra pura.
Tu non distingui l'un dall'altro volto
ma pulsare odi il cuor che si nasconde
unico nella duplice figura.
O ignuda creatura,
teco salir la rupe veneranda
voglio, teco offerire una ghirlanda
del nostro ulivo a quell'eterno altare.

Torna con me nell'Ellade scolpita
ove la pietra  figlia della luce
e sostanza dell'aere  il pensiere.
Navigando nell'alta notte illune,
noi vedremo rilucere la riva
del diurno fulgor ch'ella ritiene.
Stamperai nelle arene
del Flero orme ardenti. Ospiti soli
presso Colno udremo gli usignuoli
di Sofocle ad Antigone cantare.

Vedremo nei Proplei le porte
del Giorno aperte, nell'intercolumnio
tutto il cielo dell'Attica gioire;
nel tempio d'Eretto, coro notturno
dai negricanti pepli le sopposte
vergini stare come urne votive;
la potenza sublime
della Citta, transfusa in ogni vena
del vital marmo ov' presente Atena,
regnar col ritmo il ciel la terra il mare.

Alcun arbore mai non t'avr dato
gioia s come la colonna intatta
che serba i raggi ne' suoi solchi eguali.
All'ora quando l'ombra sua trapassa
i gradi, tu t'assiderai sul grado
pi alto, c tuoi calami toscani.
La Vittoria senz'ali
forse t'udr, spoglia d'avorio e d'oro;
e quella alata che raffrna il toro;
e quella che dislaccia il suo calzare.

Taci! La cima della gioia  attinta.
Guarda il Parnete al ciel, come leggiero!
Guarda l'Imetto roscido di miele!
Flessibile m'appar come l'efebo,
vestito della clamide succinta,
che cavalc nelle Panatenee.
Sorse dall'acque egee
il bel monte dell'api e fu vivente.
Or tuttavia nella sua forma ei sente
la vita delle belle acque ondeggiare.

Seno d'Egina! Oh isola nutrice
di colombe e d'eroi! Pallida via
d'Eleusi coi vestigi di Demetra!
Splendore della duplice ferita
nel fianco del Pentelico! Armonie
del glauco olivo e della bianca pietra!
Ogni golfo  una cetra.
Tu taci, aulete, e ascolti. Per l'Imetto
l'ombra si spande. Il monte violetto
mormora e odora come un alveare.

VII.

L'odo fuggir tra gli arcipressi foschi,
e l'ansia il cor mi punge.
Ei mi chiama di lunge
solo negli alti boschi, e s'allontana.

Mutato  il suon delle sue dolci canne.
Trmane il cor che l'ode,
balza se sotto il pistrida l'arbusto;
pavido  fatto al rombo del suo sangue,
ed altro pi non ode
il cor presgo di remoto lutto.
Prego: "O fanciul venusto,
non esser s veloce
ch'io non ti giunga!" E' vana la mia voce.
Melodiosamente ei s'allontana.

Elci nereggian dopo gli arcipressi,
antiqui arbori cavi.
Pascono suso in ciel nuvole bianche.
A quando a quando tra gli intrichi spessi
le nuvole soavi
son come prede tra selvagge branche.
E sempre odo le canne
gemere d'ombra in ombra
roche quasi richiamo di colomba
che va di ramo in ramo e s'allontana.

"O fanciullo fuggevole, t'arresta!
Tu non sai com'io t'ami,
intimo fiore dell'anima mia.
Una sol volta almen volgi la testa,
se te la inghirlandai,
bel figlio della mia melancolia!
Con la tua melodia
fugge quel che divino
era venuto in me, quasi improvviso
ritorno dell'infanzia pi lontana.

Fa che l'ultima volta io t'incoroni,
pur di negro cipresso,
e teco io sia nella dolente sera!"
Ei nell'onda volubile dei suoni
con un gentil suo gesto,
simile a un spirto della primavera,
volgesi; alla preghiera
sorride, e non l'esaude.
L'ansia mia vana odo sol tra le pause,
mentre che d'ombra in ombra ei s'alontana.

Ad un fonte m'abbatto che s'accoglie
entro conca profonda
per aver pace, e un elce gli fa notte.
"O figlio, sosta! Imiterai le foglie
e l'acque anche una volta
e i silenzii del d con le tue note.
Sediamo in su le prode.
Fa ch'io veda l'imagine
puerile di te presso l'imagine
di me nel cupo speglio!" Ei s'allontana.

S'allontana melodiosamente
n pi mi volge il viso,
emulo di Favonio ei nel suo volo.
Sol calando, la plaga d'occidente
s'infiamma; e d'improvviso
tutta la selva  fatta un vasto rogo.
Le nuvole di foco
ardono gli elci forti,
aerie vergini al disio dei mostri.
Giunge clangor di buccina lontana.

E un tempio ecco apparire, alte ruine
cui scindon le radici
errabonde. Gli antichi iddii son vinti.
Giaccion tronche le statue divine
cadute dai fastigi;
dormono in bruni pepli di corimbi.
Lentischi e terebinti
l'odor dei timiami
fan loro intorno. "O figlio, se tu m'ami,
sosta nel luogo santo!" Ei s'allontana.

"Rialzer le candide colonne,
rialzer l'altare
e tu l'abiterai unico dio.
M'odi: te l'orner con arti nuove.
E non avr l'eguale.
Maraviglioso artefice son io.
T'adorer nel mio
petto e nel tempio. M'odi,
figlio! Che immortalmente io t'incoroni!"
Nel gran fuoco del vespro ei s'allontana.

Si dilegua ne' fiammei orizzonti
Forse  fratel degli astri.
O forse nel mio sogno s' converso?
"Ti cercher, ti cercher ne' monti,
ti cercher per gli aspri
torrenti dove ti sarai deterso.
E ti vedr diverso!
Gittato avrai le canne,
intento a farti archi da saettare
col legno della flssile avellana".

(Romena, tra il 13 e il 19 luglio 1902)

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LUNGO L'AFFRICO

Grazia del ciel, come soavemente
ti miri ne la terra abbeverata,
anima fatta bella dal suo pianto!
O in mille e mille specchi sorridente
grazia, che da nuvola sei nata
come la volutt nasce dal pianto,
musica nel mio canto
ota t'effondi, che non  fugace,
per me trasfigurata in alta pace
a chi l'ascolti.

Nascente Luna, in cielo esigua come
il sopracciglio de la giovinetta
e la midolla de la nova canna,
s che il pi lieve ramo ti nasconde
e l'occhio mio, se ti smarrisce, a pena
ti ritrova, pel sogno che l'appanna,
Luna, il rio che s'avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni fil d'erba ti sorride,
solo a te sola.

O nere e bianche rondini, tra notte
e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere
ospiti lungo l'Affrico notturno!
Volan elle s basso che la molle
erba sfioran coi petti, e dal piacere
il loro volo sembra fatto azzurro.
Sopra non ha sussurro
l'arbore grande, se ben trema sempre.
Non tesse il volo intorno a le mie tempie
fresche ghirlande?

E non promette ogni lor breve grido
un ben che forse il cuore ignora e forse
indovina se udendo ne trasale?
S'attardan quasi immemori del nido,
e sul margine dove son trascorse
par si prolunghi il fremito dell'ale.
Tutta la terra pare
argilla offerta all'opera d'amore,
un nunzio il grido, e il vespero che muore
un'alba certa.

(Settignano, fine giugno 1902)

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LA SERA FIESOLANA

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il frusco che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s'attarda a l'opra lenta
su l'alta scala che s'annera
contro il fusto che s'inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna  prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a s distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna gi si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e p tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l'acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l'aura che si perde,
e su 'l grano che non  biondo ancra
e non  verde,
e su 'l fieno che gi pat la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santit pallidi i clivi
e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!

Io ti dir verso quali reami
d'amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne e l'ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dir per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s'incrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perch la volont di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, s che pare
che ogni sera l'anima le possa amare
d'amor pi forte.

Laudata sii per la tua pura morte
o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

(Capponcina di Settignano, 17 giugno 1899)

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L'ULIVO

Laudato sia l'ulivo nel mattino!
Una ghirlanda semplice, una bianca
tunica, una preghiera armoniosa
a noi son festa.

Chiaro leggero  l'arbore nell'aria
E perch l'imo cor la sua bellezza
ci tocchi, tu non sai, noi non sappiamo,
non sa l'ulivo.

Esili foglie, magri rami, cavo
tronco, distorte barbe, piccol frutto,
ecco, e un nume ineffabile risplende
nel suo pallore!

O sorella, comandano gli Ellni
quando piantar vuolsi l'ulivo, o crre,
che 'l facciano i fanciulli della terra
vergini e mondi,

imperocch la castitate sia
prelata di quell'arbore palladio
e assai gli noccia mano impura e tristo
alito il perda.

Tu nel tuo sonno hai valicato l'acque
lustrali, inceduto hai su l'asfodelo
senza piegarlo; e degna al casto ulivo
ora t'appressi.

Biancovestita come la Vittoria,
alto raccolta intorno al capo il crine,
premendo con piede lacre la gleba,
a lui t'appressi.

L'aura move la tunica fluente
che numerosa ferve, come schiume
su la marina cui l'ulivo arride
senza vederla.

Nuda le braccia come la Vittoria,
sul flessibile sandalo ti levi
a giugnere il men folto ramoscello
per la ghirlanda.

Tenue serto a noi,di poca fronda,
 bastevole: tal che d'alcun peso
non gravi i bei pensieri mattutini
e d'alcuna ombra.

O dolce Luce, giovent dell'aria,
giustizia incorruttibile, divina
nudit delle cose, o Animatrice,
in noi discendi!

Tocca l'anima nostra come tocchi
il casto ulivo in tutte le sue foglie;
e non sia parte in lei che tu non veda,
Onniveggente!

(Romena, 20 luglio 1902)

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LA SPICA

Laudata sia la spica nel meriggio!
Ella s'inclina al Sole che la cuoce,
verso la terra onde umida erba nacque;
s'inclina e pi s'incliner domane
verso la terra ove sar colcata
col gioglio ch' il malvagio suo fratello,
con la vena selvaggia
col cano cilestro
col papavero ardente
cui l'uom non semin, in un mannello.

E' di tal purit che pare immune,
sol nata perch l'occhio uman la miri;
di s bella ordinanza che par forte.
Le sue granella sono ripartite
con la bella ordinanza che c'insegna
il velo della nostra madre Vesta.
Tre son per banda alterne;
minore  il granel medio;
ciascuno ha la sua pula;
d'una squammetta nasce la sua resta.

Matura anco non . Verde  la resta
dove ha il suo nascimento dalla squamma,
per tutt'oro ha la pungente cima.
E verdi lembi ha la gi secca spoglia
ove il granello a poco a poco indura
ed assume il color della focaia.
E verdeggia il fistuco
di pallido verdore
ma la stpula  bionda.
S'odon le bestie rassodare l'aia.

Dice il veglio: "N luoghi maremmani
gi gli uomini cominciano segare.
E in alcuna contrada hanno abbicato.
Tu non comincerai, se tu non veda
tutto il popolo eguale della msse
egualmente risplender di rossore".
E la spica s'arrossa.
Brilla il fil della falce,
negreggia il rimanente,
di stoppia incenerita  il suo colore.

E prima la sudata mano e poi
il ferro sentirnel suo fistuco
la spica; e in lei saran le sue granella,
in lei sarla candida farina
che la pasta far molto tegnente
e far pane che molto ricresce.
Ma la vena selvaggia
ma il cano cilestro
ma il papavero ardente
con lei cadranno, ahi, vani su le secce.

E la vena pilosa, or quasi bianca,
 tutta lume e levit di grazia;
e il cano rassembra santamente
gli occhi cesii di Palla madre nostra;
e il papavero  come il giovenile
sangue che per ispada spiccia forte;
e tutti sono belli
belli sono e felici
e nel giorno innocenti;
e l'uom non si dorr di loro sorte.

E saranno calpesti e della dolce
suora, che tanto amarono vicina,
che sonar per le reste quasi esigua
ctara al vento udirono, disgiunti;
e sparsi moriran senza compianto
perch non danno il pane che nutrica.
Ma la vena selvaggia
e il cano cilestro
e il papavero ardente
laudati sien da noi come la spica!

(Romena, 25 luglio 1902)

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L'OPERE E I GIORNI

O sposo della Terra venerando,
 bello a sera noverare l'opre
della dimane e misurar nel cuore
meditabondo la durabil forza.
Veglio, la tua parola su me piove
candida come il fior del melo allora
che gi comincia ad allegare il frutto.
Parlami, e dimmi quali sieno l'opre.
"Di questo mese m'apparecchio l'aia.
La mondo e sarchiellata lievemente
la concio con la pula e con la morchia
sicch difenda la biada da topi
e da formiche e d'altra gente infesta.
E poi la piano con la pietra tonda,
o con legno; o pur suvvi spargo l'acqua
e suvvi metto le mie bestie, e bene
c piedi lor la faccio rassodare;
e poi si secca al sole" il veglio dice.
E sta su la sua soglia rinnovata
di quella pietra ch' detta serena
(nasce del Monte Cceri in gran copia)
schietta pietra, pendente nell'azzurro
alquanto, di color d'acqua piovana
ove cotta la foglia sia del glastro.
E dietro la sua faccia, che la grande
etade ar con invisibil vomere
s che raggia di curvi e retti solchi
qual iugero gi pronto alla sementa,
sale su per lo stipite di pietra
il bianco gelsomin grato alle pecchie,
eguale di candore al crin canuto.
"Di questo mese nel solstizio, quando
il Sol non puote pi salire, semino
le brasche; le qu poi di mezzo agosto
trapiantar mi bisogna in luogo irriguo.
E la bietola e l'appio e il coriandro
e la lattuga semino, ed innacquo.
Colgo la veccia, e sego per pastura
il fien greco. La fava anzi la luce
vello, scemante la luna; la fava,
anzi che compia lo scemar la luna,
batto; e refrigerata la ripongo.
Di questo mese inocchio il pesco, impiastro
il fico, vto l'arnia, il condottiero
eleggo nel gomitolo dell'api.
E prossima si fa la mietitura
dell'orzo, la qual compiere mi giova
anzi che mi comincino a cascare
le spighe, imperocch non son vestite
sue granella di foglie, come il grano.
Da giovine sei moggia il d potei
segarne!" sorridendo il veglio dice.
Ancora armata  la gengiva, salda
nel suo sorriso e nella sua favella.
E non pur gli vacillano i ginocchi,
se ben la falce nell'oprare gli abbia
a simiglianza sel suo ferro istesso
curve le gambe. E sopra il santo petto
il lin rude, che l'indaco f quasi
celeste, crea misteriosamente
l'imagine di Pan duce degli astri,
cui nel torace si rispecchia il Cielo.

(Collocabile tra il 10 e il 16 luglio 1902)

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L'AEDO SENZA LIRA

Meco ragiona il veglio
d'una spezie di pomi.
E dice: "Nasce in arbore
di mezzana statura, e fior bianchetto.
La dolcezza del frutto
 mista con asprezza.
Non ricusa qualunque terra. I luoghi
allegri ama bens,dolce temperie.
Dilettasi del mare.
Il vento e il gelo teme.
Innestar non si puote.
Piccola etade dura.
Serbansi i pomi in orci unti di pece.
Anco serbansi in cave
dell'oppio arbore; ovver tra la vinaccia
in pentole, assai bene e lungamente".
Cos ragiona il veglio; ed in sue lente
parole il cor si spazia
come in un canto aonio.
Risplende un'antichissima virtude,
come nel prisco aedo
che canta un fato illustre,
o Terra, nel tuo bianco testimonio.
Il soffio del suo petto
paterno  come la bont dell'aria
che fa buona ogni cosa.
La vita fruttuosa
dell'arbore s'agguaglia
alle sorti magnifiche dei regni.
Ei parla, e tra due legni
tesse la chiara paglia
come l'aedo tende le sue corde,
create c minugi degli agnelli,
tra i bracci della lira.
Vento asolando, spira
odor di meliloto il miel dall'ombra,
colato nei mondissimi vaselli
ove la man spremette i fiali pregni.
Ei ragiona e travaglia;
e il flavescente culmo non si spezza.
A quando a quando mira
come chi attenda segni.
Ode sciame che romba.
Ei parla di battaglia
che han l'api in loro ostelli
per signorie lor nuove.
Gli luce nella barba e ne' capelli
alcun filo di paglia
che il suo parlar commuove.
Al sole oro non  che tanto luca.
Appesa alla sua bocca che s'immzza,
presso l'aroma della sua saggezza,
l'anima nostra  come la festuca.

(Romena, 16 luglio 1902)

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BEATITUDINE

"Color di perla quasi informa, quale
conviene a donna aver, non fuor misura".
Non , Dante, tua donna che in figura
della rorida Sera a noi discende?

Non  non  dal ciel Betarice
discesa in terra a noi
bagnata il viso di pianto d'amore?
Ella col lacrimar degli occhi suoi
tocca tutte le spiche
a una a una e cangia lor colore.
Stanno come persone
inginocchiate elle dinanzi a lei,
a capo chino, umli; e par si bei
ciascuna del martiro che l'attende.

Vince il silenzio i movimenti umani.
Nell'aerea chiostra
dei poggi l'Arno pallido s'inciela.
Ascosa la Citt di s non mostra
se non due steli alzati,
torre d'imperio e torre di preghiera,
a noi dolce com'era
al cittadin suo prima dell'esiglio
quand'ei tenendo nella mano un giglio
chinava il viso tra le rosse bende.

Color di perla per ovunque spazia
e il ciel tanto  vicino
che ogni pensier vi nasce come un'ala.
La terra sciolta s' nell'infinito
sorriso che la sazia,
e da noi lentamente s'allontana
mentre l'Angelo chiama
e dice:"Sire, nel mondo si vede
meraviglia nell'atto, che procede
da un'anima, che fin quass risplende".

(Romena, 28 luglio 1902)

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FURIT AESTUS

Un falco stride nel color di perla:
tutto il cielo si squarcia come un velo.
O brivido su i mari taciturni,
o soffio, indizio del sbito nembo!
O sangue mio come i mari d'estate!
La forza annoda tutte le radici:
sotto la terra sta, nascosta e immensa.
La pietra brilla pi d'ogni altra inerzia.

La luce copre abissi di silenzio,
simile ad occhio immobile che celi
moltitudini folli di desiri.
L'Ignoto viene a me, l'Ignoto attendo!
Quel che mi fu da presso, ecco,  lontano.
Quel che vivo mi parve, ecco, ora  spento.
T'amo, o tagliente pietra che su l'erta
brilli pronta a ferire il nudo piede.

Mia dira sete, tu mi sei pi cara
che tutte le dolci acque dei ruscelli.
Abita nella mia selvaggia pace
la febbre come dentro le paludi.
Pieno di grida  il riposato petto.
L'ora  giunta, o mia Msse, l'ora  giunta!
Terribile nel cuore del meriggio
pesa, o Msse, la tua maturit.

(Circa met agosto 1902)

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DITIRAMBO I - ROMAE FRUGIFERAE DIC.

Ove sono i cavalli del Sole
criniti di furia e di fiamma?
le code prolisse
annodate con liste
di porpora, l'ugne
adorne di lampi
su l'aride ariste?
Ove l'aie come circhi
te trebbie come pugne,
come atleti la rustica prole?
Ove sono i cavalli del Sole
disgiunti dal carro celeste?
Ove le sferze sonanti,
le rdine lunghe sbandite,
il tinnir dei metalli,
il brillar delle madide groppe?
Ove gli urli, ove i canti, ove i balli?
Ove la femmina bella
coperta di loppe e di reste
come d'ori e di gemme?
Ove gli scherni, le risse,
le nude coltella,
il sangue che fuma e che bolle,
il giovine ucciso che cade
nelle sue biade
asperse del suo ricco sange
e del vin suo vermiglio?
Ove il tuo nume, o Dionso,
e il tuo riso e il tuo furore
e il tuo periglio?

Qui scarsa msse
per piccole vite,
aia angusta, fatica molle,
mani prudenti, fievoli gole.
O Maremme, o Maremme,
bellezza immite
nata dalla Febbre e dal Sole,
o regni diurni di Dite,
voi l'anima mia sogna!
O Roma, o Roma, la prima
davanti alla faccia del Sole,
incombustibile forza,
semenza di gloria,
unica nata dal solco
del violento
ardua spica opima,
te l'anima mia sogna ed agogna
in un mar di frumento,
dal Cimino solitario
ai vitiferi colli dei Volsci,
fino a Minturno ov'erra
nel limo l'ombra di Mario,
fino a Sinuessa
ebra di Massico forte,
fino alle auree porte
della Campania promessa,
in un mar di frumento
innumerevole
come le trionfate stirpi
dalla tua guerra!

O arce della Terra,
nel dipartirmi
da te, al cospetto dell'Agro
ebbi presagio cruento
che m'infiamm d'amore
pi novo e gagliardo
per tutte le tue are
e per tutte le tue tombe.
Vidi campo di rossi
papaveri vasto al mio sguardo
come letto di strage,
come flutto ancor caldo
sgorgato da una ecatombe.
Non mai pi fervente rossore
veduto avean gli occhi miei grandi,
e tutta la mia vita tremava
dalle radici
come s'io mi svenassi
sul sacro tuo suolo
con vene giganti.
E l'anima, che si dipartiva,
impetuosamente
verso di te si rivolse, incesa
da dolor rovente
ch'ella ud stridere come
tizzo in piaga viva;
e tutta verso di te protesa
era, gridando il tuo nome
al fulgor vermiglio,
dal carro strepitoso
che la traeva in esiglio.
E intollerabile male
tra tutti i suoi mali
a lei parve la sua dipartita;
sent la sua vita
spoglia d'ogni forza e senz'ali,
pallida e senza riposo
piegata su l'acre ferita,
ahi, mir s stessa lontana.

O Toscana, o Toscana,
dolce tu sei ne' tuoi orti
che lo spino ti chiude
e il cipresso ti guarda;
dolce sei nelle tue colline
che il ruscello ti riga
e l'ulivo t'inghirlanda.
E una dura virtude
certo nelle tue torri commise
e mur per la guerra civile
le pietre forti;
e carca di grandi morti
tu sei ne' tuoi sculti sepolcri,
o Fiorenza, o Fiorenza,
giglio di potenza,
virgulto primaverile;
e certo non  grazia alcuna
che vinca tua grazia d'aprile
quando la valle  una cuna
di fiori di sogni e di pace
ove Simonetta si giace.
Ma cuna dell'anima mia
 il solco del carro stridente
nella pietra dell'Appia via.
A pi del Celio infrequente,
sotto la Porta Capena
gemere ud l'Acqua Marcia
che abbevera l'Urbe affocata.
Si mosse di l fra le tombe
e i lauri, fra la Morte che guata
e la Gloria che perde le frondi,
ai colli d'Alba giocondi.
Lasci dietro s le molli ombre;
pi non vide la lunga catena
rosseggiar degli acquedutti;
non vide la fresca Preneste;
sdegn di Tuscolo i frutti,
d'Aricia la selva serena;
s'affrett alla spiaggia tirrena
ove dura fervente
la bava delle tempeste,
alle reggie di Circe funeste
ove urt d'Odisseo la carena.
Anelante al deserto di luce
ove fuma vapor che avvelena
e rapisce gli spirti errabondi,
scoperse la candida rupe
onde Anxur pendente
nella truce canicola incombe
allo stagno mortifero e al Mare.

Appia via, cammino solare
incontro all'Austro rapido-ardente,
Appia via, dalla Porta Capena
cui la recondita vena
geme l'assidua stilla,
ove condurrai tu la mia
anima inpaziente
che d'avidit risfavilla?
Non qui la mia messe  mietuta.
A mietere l'alta mia msse
mille falci idefesse
travagliarono solco per solco,
dall'aurora al tramonto,
per nove aurore
e per nove tramonti,
in terra sconosciuta.
E s'udiva in ogni meriggio
venir dagli orizzonti
infiammati la voce
e il tuono di Pan sopra a noi.
E ululava la torma feroce:
"O Pan, aiuta, aiuta!"
E per la stoppia i buoi
candidi, aggiogati ai plaustri
contra le biche manomesse,
mugghiavano di spavento.

O Pan, dammi il mio frumento,
dammi l'oro della mia msse
australe e la furia degli Austri
libici e la furia dei cavalli
dall'ugne adorne di lampi!
Non qui non qui ebbi i miei campi,
non qui ebbi i miei plaustri,
ma nel grande Lazio tirreno,
fino a Minturno,
fino a Sinuessa,
nella terra ebra di Massico
nella terra ebra di Ccubo,
a Fondi lacustre,
ad Amicle marina,
ad Ardea danaia
ov'arde il sangue di Turno,
e su la curva spiaggia nomata
dalla nutrice eneia,
di qua dal rapace Volturno,
e presso lo stagno taciturno
pingue di calami e d'ulve
ove il Latino il lauro vige
tra le spiche fatte pi fulve,
e ad Anzio amor del pirata
e della Fortuna crudeli
e del crudele Imperatore,
e a Ostia, nella sacra bocca
del Tevere irta di prore
gonfia di vele
ingombra d lunghi granai.

Ovunque falciai e trebbiai
nel grande Lazio tirreno,
alle porte dell'Urbe e al confine
estremo, fra il Tevere e il Liri,
in ogni pi fertile plaga.
Ma a te vanno i miei sospiri,
a te, ombra del Monte Circo
letifera come il veleno
e il carme dell'avida maga
che tenne l'insonne
piloto re d'Itaca Odisseo
nel letto dall'alte colonne.
Quivi ancor regna nel Monte
l'Iddia callida, figlia del Sole;
e spia dal palagio rupestro,
tra sue stellate pantere
e sue tazze attoscate di suchi.
Gemon prigioni i suoi drudi,
bestiame del suo piecere,
cui ella tocca la fronte
con cerga e susurra parole.
E i suoi pastori astati, prole
dell'Evia e del Centauro
generata nell'ora dell'estro,
di bronzea pelle, di pel sauro,
prole furibonda,
quivi sotto gettano rauco
ululo su la palude
e pungono il negro armento
dalle code nude,
i bufali, irosi mostri
profondati nel lutulento
pascolo che s'inselva di corna.
E, quando aggiorna,
tutta la palude ansa e soffia
per le froge e per le fauci emerse,
occhiuta di mille occhi torvi;
e l'acqua putre gorgoglia
e bulica occlusa dall'erbe
cui sradica il pi bisulco,
mentre nube di corvi
sinistra offusca e assorda l'aria
ove passa in silenzio mortale
la Febbre velata di nebbia.

Quivi io far la mia trebbia,
quivi batter la mia msse
in un'area vasta
come campo per oste schierata.
Ove sono i cavalli del Sole
criniti di furia e di fiamma?
le code prolisse
annodate con liste
di porpora, l'ugne
adorne di lampi
su l'aride ariste?
Ove le sferze sonanti,
le rdine lunghe sbandite,
il tinnir dei metalli,
il brillar delle madide groppe?
Ove gli urli, ove i canti, ove i balli?

Ecco, al tripudio, ecco i cavalli!
Chi li conduce?
Ecco le sferze, ecco i crotali,
i cimbali cavi-sonori
che vince il rombo dei cuori,
le femmine scalze-succinte
ebre di luce,
i giovini possa-di-tori
ebri di strepito.
Ecco il fiore del sangue latino.
Ecco gli otri gonfi di vino.
Ecco la sapa dolce a mescere.
Ecco l'arido pane che asseta.
Ecco la tazza di creta,
foggia antica e ne' secoli bella,
ampia come bucranio,
rosea come mammella.
Ecco tutto il tripudio!
Versate i manipoli
sul suol vulcanio,
versate dal plaustro
accline i manipoli
come da cornucopia.
Tutta la terra  roggia
pi che sinopia
agli occhi torbidi.
Il vento turbina,
suscita polvere in vortici.
Versano i plaustri
nell'aia l'oro stridulo.
L'oro s'accumula.
Dispare il suolo igneo
sotto la congerie
innumerevole.
Sola una bica, solo un aureo
monte  la grande area.
Tutto il Lazio  una stoppia
che arde e solvesi in cenere
sa Sinuessa massica
fino a Roma romlea.
Sola una bica, solo un aureo
monte  la grande area;
e i cavalli l'ascendono.
Scalpita, scalpita!
O Roma, questo  il monte di Cerere
madre di Prosrpina,
questo  il monte della Magna Madre
che navig pel Tevere.
I cavalli terribili
erti su l'unghia solida
l'ascendono, l'assaltano.
Scalpita, scalpita!
Crollano i manipoli
sotto l'urto, si spezzano
i culmi, si sgranano
le spiche, le ariste stridono,
le loppe volano.
Scalpita, scalpita!
Le sferze schioccano,
per l'aere guizzano
come le folgori.
Come le gmene
della nave in pericolo
sotto la rffica,
si tendono le rdine.
Gli umani polsi battono,
tremano i muscoli,
si gonfiano le arterie.
chi osa reggere
la forza degli Alipedi?
Balzano, s'impennano
le fiere, vrberano
l'aere, col ferro quadruplice
i cumuli dirompono.
Le code intonse inarcansi,
le criniere svntolano
come vessilli vividi,
le nari spirano
fiamma, gli occhi si rigano
di sangue, i fianchi pulsano,
le vene si palesano,
per l'ampie groppe rivoli
di sudore fluiscono,
nella schiuma dei difficili
freni brilla l'iride.
Scalpita, scalpita!
Tutto il fuoco dell'anima
ferina esalasi
nell'impeto e nell'nsito
par circonfondere
gli acri corpi madidi,
sul sudor fremere
come un'ala invisibile.
Svegliasi nei rapidi
cuori l'anelito di Pgaso
verso il cammin sidereo?
Scalpita, scalpita!
Il vento turbina,
agita in nugoli
vani le spoglie spcee.
Tutto l'aere  volatile
oro, per ove le candide
e negre e saure
e maculate groppe splendono,
per ove passano
i gridi rauchi,
gli schiocchi, i sibili,
l'urto dei crotali,
il tintinno dei cimbali,
il mugghio delle bufale,
il riso delle femmine
umane che Libero ccita.

Ma il cielo dilatasi
muto e solenne sul tripudio;
lungi si tace il Mare Infero
ove il figlio di Venere
dall'alta prora iliaca
grid: "Italia! Italia!"
E l'ombra del re d'Itaca,
l'ombra dell'antico nauta
esperto degli uomini e dei pelaghi,
guata dalla magica
rupe se il Fato ferreo
lui anco chiami a vincere
un pi grande pericolo.
O Forza, o Abondanza, o Vittoria,
voi all'opera terrestre auspici
siete e testimonii!
Tutto di voi s'illumina
il grande Lazio. In purpureo
lume il giorno cangiasi.
Il vento chiude i suoi turbini.
L'aere la terra pnetra.
Par nelle cose nascere
una vita indicibile,
per che i prischi numi italici,
subitamente reduci
dall'ombra delle Origini,
nella gleba rivivano,
nell'acqua nell'erba nella silice,
e laggi, entro la reggia
del re Latino figlio
di Marica e di Fauno,
rinverdiscasi il Lauro
che fu sacro ad Apolline
Febo pria che il vedovo
di Creusa da Ilio
venisse per congiugnersi
con Lavinia vergine fertile.
O prodigio! O metamorfosi!
Su la grande area,
quadrata come la saturnia
Urbe nel nascere,
la calpesta messe al par d'occidua
nuvola s'imporpora.
Scalpita, scalpita!
E i cavalli son rosei
spslendenti, come se nell'intimo
sangue una sbita
aurora accendasi
e per i fumidi
fianchi trasparir veggasi.
S'ergono e di roseo
fuoco il petto e il ventre splendono,
ove s'intrecciano le tumide
vene come d'edera
intrichi per iperborei crtici.
Fiammei spiriti
dalle narici esalano.
Scalpita, scalpita!
Or senton gli uomini
che un divin numero
modera l'impeto
dei solidunguli.
O prodigio! O metamorfosi!
Ecco, le ali titanie,
le solari penne, le lucifere
piume, infaticabili
flagelli dell'Etere
diurno, atefici
della rapidit precpite,
cui le trame dei muscoli
contro le dure scapule
parean constringere,
ecco, ecco, si liberano
si spiegano s'allargano.
Nell'oro e nella porpora
aperte palpitano
le ali, le ali apollinee.
Il vento ch'elle muovono
solleva il cuor degli uomini
come un pen che cntino
per sacri intercolumnii
cetere a miriadi.
Io Pen! Io Pen! Gloria
al Maestro dell'Opere,
allo Specchio degli Uomini,
al Titan dalla rutila chioma,
al Re delle alate parole,
al Duce dei cori eliconii!
O Forza, Abbondanza, Vittoria,
e tu, Genio che mai non si doma,
voi siatemi qui testimonii.
Calpestano i cavalli del Sole
il rinato frumento di Roma.

(Romena,1 agosto 1902)

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PACE

Pace, pace! La bella Simonetta
adorna del fugace emerocllide
vagola senza scorta per le pallide
ripe cantando nova ballatetta.
Le colline s'incurvano leggiere
come le onde del vento nella sabbia
del mare e non fanno ombra, quasi d'aria.
L'Arno favella con la bianca ghiaia,
recando alle Nereidi tirrene
il vel che vi bagn forse la Grazia,
forse il velo onde fascia
la Grazia questa terra di Toscana
escita della casalinga lana
che fu l'arte sua prima.
Pace, pace! Richiama la tua rima
nel cor tuo come l'ape nel tuo bugno.
Odi tenzon che in su l'estremo giugno
ha la cicala con la lodoletta!

(Metluglio-metagosto 1902)

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LA TENZONE

O Marina di Pisa, quando folgora
il solleone!
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano su i platani
d'Arno a tenzone.

Come l'Estate porta l'oro in bocca,
l'Arno porta il silenzio alla sua foce.
Tutto il mattino per la dolce landa
quinci  un cantare e quindi altro cantare;
tace l'acqua tra l'una e l'altra voce.
E l'Estate or si china da una banda
or dall'altra si piega ad ascoltare.
E' lento il fiume, il naviglio  veloce.
La riva  pura come una ghirlanda.
Tu ridi tuttavia c raggi in bocca,
come l'Estate a me, come l'Estate!
Sopra di noi sono le vele bianche
sopra di noi le vele immacolate.
Il vento che le tocca
tocca anche le tue palpebre un po' stanche,
tocca anche le tue vene delicate;
e un divino sopor ti persuade,
fresco ne' cigli tuoi come rugiade
in erbe all'albeggiare.
S'inazzurra il tuo sangue come il mare.
L'anima tua di pace s'inghirlanda.
L'Arno porta il silenzio alla sua foce
come l'Estate porta l'oro in bocca.
Stormi d'augelli varcano la foce,
poi tutte l'ali bagnano nel mare!
Ogni passato mal nell'oblio cade.
S'estingue ogni desio vano e feroce.
Quel che ieri mi nocque, or non mi nuoce;
quello che mi tocc, pi non mi tocca.
E' paga nel mio cuore ogni dimanda,
come l'acqua tra l'una e l'altra voce.
Cos discendo al mare;
cos veleggio. E per la dolce landa
quinci  un cantare e quindi altro cantare.

Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano su i platani
d'Arno a tenzone.

(Marina di Pisa, 5 luglio 1899)

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BOCCA D'ARNO

Bocca di donna mai mi fu di tanta
soavit nell'amorosa via
(se non la tua, se non la tua, presente)
come la bocca pallida e silente
del fiumicel che nasce in Falterona.
Qual donna s'abbandona
(se non tu, se non tu) s dolcemente
come questa placata correnta?
Ella non canta,
e pur fluisce quasi melodia
all'amarezza.
Qual sia la sua bellezza
io non so dire,
come colui che ode
suoni dormendo e virtudi ignote
entran nel suo dormire.

Le saltano all'incontro i verdi flutti,
schiumanti di baldanza,
con la grazia dei giovini animali.
In catena di putti
non mise tanta gioia Donatello,
fervendo il marmo sotto lo scalpello,
quando ornava le bianche cattedrali.
Sotto ghirlande di fiori e di frutti
svolgeasi intorno ai pergami la danza
infantile, ma non s fiera danza
come quest'una.
V' creatura alcuna
che in tanta grazia
viva ed in s perfetta
gioia, se non quella lodoletta
che in aere si spazia?<7p>

Forse l'anima mia, quando profonda
s nel suo canto e vede la sua gloria;
forse l'anima tua, quando profonda
s nell'amore e perde la memoria
degli inganni fugaci in che s'illuse
ed anela con me l'alta vittoria.
Forse conosceremo noi la piena
felicit dell'onda
libera e delle forti ali dischiuse
e dell'inno selvaggio che si frena.
Adora e attendi!
Adora, adora, e attendi!
Vedi? I tuoi piedi
nudi lascian vestigi
di luce, ed  tuoi occhi prodigi
sorgon dall'acque. Vedi?

Grandi calici sorgono dall'acque,
di non so qual leggiere oro intessuti.
Le nubi i monti i boschi i lidi l'acque
trasparire per le corolle immani
vedi, lontani e vani
come in sogno paesi sconosciuti.
Farfelle d'oro come le tue mani
volando a coppia scoprono su l'acque
con meraviglia i fiori grandi e strani,
mentre tu fiuti
l'odor salino.
Fa un suo gioco divino
l'Ora solare,
mutevole e gioconda
come la gola d'una colomba
alzata per cantare.

Sono le reti pensili. Talune
pendon come bilance dalle antenne
cui sostengono i ponti alti e protesi
ove l'uom veglia a volgere la fune;
altre pendono a prua dei palischermi
trascorrendo il perenne
specchio che le rifrange; e quando il sole
batte a poppa i navigli, stando fermi
i remi, un gran fulgor le trasfigura:
grandi calici sorgono dall'acque,
gigli di foco.
Fa un suo divino gioco
la giovine Ora
che  breve come il canto
della colomba. Godi l'incanto,
anima nostra, e adora!

(Marina di Pisa, 6 luglio 1899)

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INTRA DU' ARNI

Ecco l'isola di Progne
ove sorridi
ai gridi
della rondine trace
che per le molli crete
ripete
le antiche rampogne
al re fallace,
e senza pace,
appena aggiorna,
va e torna
vigile all'opra
nidace,
n si posa n si tace
se non si copra
d'ombra la riviera
a sera
circa l'isola leggiera
di canne e di crete,
che all'aulete
d flauti,
alla migrante nidi
e, se sorridi, lauti
giacigli all'amor folle.
Ecco l'isola molle.
Ecco l'isola molle
intra d Arni,
cuna di carmi,
ove cantano l'Estate
le canne virenti
ai vnti
in varii modi,
non odi?,
quasi di nodi
prive e di midolle,
quasi inspirate
da volubili bocche
e tocche
da dita sapienti,
quasi con arte elette
e giunte insieme
a schiera,
su l'esempio divino,
con lino
attorto e con cera
sapida di miele,
a sette a sette,
quasi perfette
sampogne.
Ecco l'isola di Progne.

(Data di componimento ignota)

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LA PIOGGIA NEL PINETO

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole pi nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepito che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
pi rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
n il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
 molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
pi sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
pi roco
che di laggi sale,
dall'umida ombra remota.
Pi sordo e pi fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
pi folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
 muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra pi fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita  in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto  come pesca
intatta,
tra le plpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malloli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vlti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.

(Data di composizione ignota. Probabile fra la met di luglio
1902 e la meta dell'agosto dell'anno sucessivo)

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LE STIRPI CANORE

I miei carmi son prole
delle foreste,
altri dell'onde,
altri delle arene,
altri del Sole,
altri del vento Argeste.
Le mie parole
sono profonde
come la redici
terrene,
altre serene
come i firmamenti,
fervide come le vene
degli adolescenti,
ispide come i dumi,
confuse come i fumi
confusi,
nette come i cristalli
del monte,
tremule come le fronde
del pioppo,
tumide come la nerici
dei cavalli
a galoppo,
labili come i profumi
diffusi,
vergini come i calici
appena schiusi,
notturne come le rugiade
dei cieli,
funebri come gli asfodeli
dell'Ade,
pieghevoli come i salici
dello stagno,
tenui come i teli
che fra due steli
tesse il ragno.

(Met luglio-met agosto 1902)

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IL NOME

Donna, ebbe il tuo nome
una citt murata
della pulverulenta
Argolide. E quivi era,
dicesi, un sentier breve
per discendere all'Ade
avaro, alle tenarie
fauci; s che i natii
non ponean nella bocca
dei loro morti il prezzo
del tragitto infernale,
l'obolo tenebroso
pel nocchier dello Stige.
Ed ebbe anco il tuo nome
la figlia della grande
Elena, il fior di Sparta
bianco, il sangue di Leda
splendido come l'oro,
la nata di colei
che brill su la terra
come un'altra Stagione,
delizia innumerevole,
face e specchio di Venere,
piaga del combattente.
Ermione, Ermione
dalla voce sorgevole
e talora virente
quasi tra capelvenere
acqua ombrosa, dagli occhi
nutriti di bellezza
e di frescura, nat
gemelli della Grazia
e del Sogno, Ermione
cara all'aedo, esperta
in tesser la ghirlanda
e la lode pel fertile
aedo che ti sazia
di melodia selvaggia,
il tuo nome mi piace
tuttavia come un grappolo,
come quel flauto roco
che a sera  nel cespuglio,
mi piace come un grappolo
d'uva nera il tuo nome,
come il fiore del croco
e la pioggia di luglio.

(data di composizione ignota)

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INNANZI L'ALBA

Coglierai sul nudo lito,
infinito
di notturna melodia,
il maritimo narcisso
per le tue nuove corone,
tramontando nell'abisso
le Vergilie,
le sorelle oceanine
che ancor piangono per Ia
lacerato dal leone.

Andrem pel lito silenti;
sentiremo la rugiada
lene e pura
piovere dagli occhi lenti
della notte moritura,
tramontando nel pallore
le Vergilie,
le sorelle oceanine
minacciate dalla spada
del feroce cacciatore.

Forse volger la faccia
in dietro talvolta io solo
per vedere la tua traccia
luminosa,
e starem muti in ascolto,
tramontando in tema e in duolo
le Vergilie,
le sorelle oceanine
a cui l'Alba asciuga il volto
col suo bianco vel di sposa.

(Data di composizione ignota)

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VERGILIA ANCEPS

Nella pupilla tua,
nel disco
dell'occhio aurino
la prua,
l'acuta prua
del navil prisco,
come nella medaglia
della Tessaglia
risplende,
come nelle stupende
monete del potere
marino,
come nello statre
del porto licio
dal pirata fenicio
nominato Fasla.
Alla vela! alla vela!

E nell'altra pupilla
scintilla
il grano a fiamma
come nel tetradramma
di Leontini
sul fiume Lisso
ubert di Sicilia
dai fromenti divini.
E, s'io m'affisso
in te, la duplice arte
il cor mi parte.
O duro suol discisso!
Lungo solco navale!
E in una e in altra parte
la mia virt si esilia,
o mia Vergilia
nautica e cereale.

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I TRIBUTARII

Questa  la bella foce
che oggi ha il color del miele,
s lene che l'Amore
te l'accosta alle labbra
come una tazza colma.
Lodata io l'ho con arte.
Ma quante acque in quest'acqua,
ma quante acque correnti,
quanta forza rapace,
o Fluviale, in questa tarda pace!

E non  dato a noi
votar la colma tazza,
distinguerne i sapori.
Chi loder l'Ombrone
cui Lorenzo gi vide
rompere dallo speco
dietro le trecce d'Ambra?
Ancra ei grida all'Arno:
"In te mia speme  sola.
Soccorri presto, ch la ninfa vola".

Chi loder il Bisenzio
s caro a quell'antico
favolatore ornato
che lod la bellezza
della donna perfetta?
E chi la Pescia e l'Era?
E chi la Pesa e l'Elsa?
Chi la Greve e la Sieve?
e i rivi freddi e molli
del Casentino gi p verdi colli?

Strepiti freschi in sassi
politi, argille chiare,
argini d'erba, file
di pioppi alti, vivai
di salci giovinetti,
cupe conche pescose,
ombre che il quadrel d'oro
fiede, ambigui meandri,
or chi di voi si gode
e tempra nel cor suo la vostra lode?

Questa  la foce; e quanto
paese l'acqua corre,
che non godiamo immoti!
Le valli sono cave
come la man che beve,
i monti gonfii come
mammella non premuta.
Il gregge passa il guado.
Il mulino rintrona.
Solingo  un fonte nella Falterona.

Cade la sera.Nasce
la luna dalla Verna
cruda, roseo nimbo
di tal ch'effonde pace
senza parole dire.
Pace hanno tutti i gioghi.
Si fa pi dolce il lungo
dorso del Pratomagno
come se blandimento
d'amica man l'induca a sopor lento.

Su i pianori selvosi
ardon le carbonaie,
solenni fuochi in vista.
L'Arno luce fra i pioppi.
Stormire grande, ad ogni
soffio, vince il corale
ploro d flauti alati
che la gramigna asconde.
E non s'ode altra voce.
Dai monti l'acqua corre a questa foce.

(Romena, 16 agosto 1902)

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I CAMELLI

Nostra spiaggia pisana,
amor di nostro sangue,
vita di sabbie e d'acque
silvana e litorana,
o ferma creatura
nella qual si compiacque
un'arte che non langue
non trema e non s'offusca,
terra lieve e robusta
che lineata pare
dalla mano sicura
del figulo onde nacque
il purissimo vaso
che vale e non corusca
n pesa, specie pura,
l'orgoglio della mensa
e della tomba etrusca,
il fiore delle forme
nel cielo senza occaso,
or qual mai novo caso
fece che dall'immensa
Asia o dall'Africa usta
sen venisse il deforme
somiero a stampar l'orme
su la tua levit
divina e, come fa
il giumento crinito
dal tranquillo occhio amico
dell'uomo, a someggiare
con la sua gobba onusta
le spoglie dell'augusta
selva tra l'Arno e il Mare?

Passano per la macchia,
vanno verso la ripa,
tra i mucchi di legname,
tra i cumuli di stipa,
i camelli gibbuti,
carichi di fascine
di ramaglia e di strame,
s gravi e tristi e muti!
Sotto i lor pi distorti
scricchiolano le pine
aride, gli aghi morti.
Rtea la mulacchia
nel cielo ingombro d'afa;
e a quando a quando gracchia.
Cola e odora la ragia.
S'odono su le Lame
di Fuore le cavalle
nitrire a quando a qiando;
e pi sottil nitrito
e pi tremulo s'ode
rispondere e pi fresco,
dei puledri novelli.
Passano per la macchia
gravi e tristi i camelli.
Non il lor Barbaresco
li guida ma il bifolco
toscano, con l'antica
voce che i padri suoi
usarono pel solco
ad incitare i buoi
tardi nella fatica.
Vanno i callosi cuoi.

Giungono alla radura
per deporre i lor fasci.
Ecco, subitamente
ciascun par che s'accasci
per esalare il fiato,
per quivi infracidire.
Si piegan su i ginocchi
con un grido sommesso.
Poi sbadigliano al sole.
Appar la gialla chiostra
dei denti aspri, il palato
violaceo. S'ode
salire nelle gole
serpentine e lanose
un gorgglio intermesso.
Treman le labbra molli
e lacrimano i bruni occhi
esanimi, gli specchi
inerti dei deserti
e dei palmeti. Vecchi
sembran della vecchiezza
del Mondo questi grandi
esuli, oppressi e affranti
da tutta la stanchezza
che addolora la carne
viva sopra la faccia
della Terra discorde.
S'alzano senza il peso.
Lunghe dal fianco spoglio
trascinano le corde
gi per la traccia. E s'ode
quel lor triste gorgglio.

Tali forse li vide
in lor piagge natali,
e n'ebbe orrore, il buono
mercatante pisano
che fu predato e tratto
prigione dai corsali
in paese lontano.
Volle la mala sorte
ch'egli incappasse in una
fusta di Barbareschi,
che armava ventidue
remi per banda, forte
e veloce a saetta.
E per le mani ladre
perse le robe sue,
la cocca a vele quadre
e la mercatanzia.
E fu messo in ritorte.
E schiavo in Barberia
gran tempo si rimase.
E macinava il grano
a braccia, tratto tratto
udendo il grido vano
del camello percosso,
triste sino alla morte.
Poi torn, per riscatto,
a Pisa, alle sue case.
E fecesi un palagio
novo a specchio dell'Arno.
Memore del malvagio
servire, ALLA GIORNATA
scrisse nell'architrave.

E l'Arno era soave.

(Romena, 18 agosto 1902)

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MERIGGIO

A mezzo il giorno
sul Mare etrusco
pallido verdicante
come il dissepolto
bronzo dagli ipogei, grava
la bonaccia. Non bava
di vento intorno
alita. Non trema canna
su la solitaria
spiaggia aspra di rusco,
di ginepri arsi. Non suona
voce, se acolto.
Riga di vele in panna
verso Livorno
biancica. Pel chiaro
silenzio il Capo Corvo
l'isola del Faro
scorgo; e pi lontane,
forme d'aria nell'aria,
l'isole del tuo sdegno,
o padre Dante,
la Capraia e la Gorgona.
Marmorea corona
di minaccevoli punte,
le grandi Alpi Apuane
regnano il regno amaro,
dal loro orgoglio assunte.

La foce  come salso
stagno. Del marin colore,
per mezzo alle capanne,
per entro alle reti
che pendono dalla croce
degli staggi, si tace.
Come il bronzo sepolcrale
pallida verdica in pace
quella che sorridea.
Quasi leta,
obliviosa, eguale,
segno non mostra
di corrente, non ruga
d'aura.La fuga
delle due rive
si chiude come in un cerchio
di canne, che circonscrive
l'oblo silente; e le canne
non han susurri. Pi foschi
i boschi di San Rossore
fan di s cupa chiostra;
ma i pi lontani,
verso il Gombo, verso il Serchio,
son quasi azzurri.
Dormono i Monti Pisani
coperti da inerti
cumuli di vapore.

Bonaccia, calura,
per ovunque silenzio.
L'Estate si matura
sul mio capo come un pomo
che promesso mi sia,
che cogliere io debba
con la mia mano,
che suggere io debba
con le mie labbra solo.
Perduta  ogni traccia
dell'uomo. Voce non suona,
se ascolto. Ogni duolo
umano m'abbandona.
Non ho pi nome.
E sento che il mio vlto
s'indora dell'oro
meridiano,
e che la mia bionda
barba riluce
come la paglia marina;
sento che il lido rigato
con s delicato
lavoro dell'onda
e dal vento  come
il mio palato,  come
il cavo della mia mano
ove il tatto s'affina.

E la mia forza supina
si stampa nell'arena,
diffondesi nel mare;
e il fiume  la mia vena,
il monte  la mia fronte,
la selva  la mia pube,
la nube  il mio sudore.
E io sono nel fiore
della stiancia, nella scaglia
della pina, nella bacca,
del ginepro: io son nel fuco,
nella paglia marina,
in ogni cosa esigua,
in ogni cosa immane,
nella sabbia contigua,
nelle vette lontane.
Ardo, riluco.
E non ho pi nome.
E l'alpi e l'isole e i golfi
e i capi e i fari e i boschi
e le foci ch'io nomai
non han pi l'usato nome
che suona in labbra umane.
Non ho pi nome n sorte
tra gli uomini; ma il mio nome
 Meriggio. In tutto io vivo
tacito come la Morte.

E la mia vita  divina.

(Composta probabilmente tra la met di luglio e la met di agosto 1902)

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LE MADRI

Su le Lame di Fuore,
nel salso strame,
nelle brune giuncaie,
nell'erbe gialle,
oziano a branchi
le saure e baie
cavalle
di San Rossore.
Altre su i banchi
di sabbia, altre nell'acqua
immerse fino al ventre,
s'ammusano; mentre
le groppe al sole
rilucono, chiare, scure,
d'oro, di rame.
Su le Lame, cui adduce
anatre il verno,
oziano nella luce
pura le feconde,
coi gravidi fianchi
immote in una massa
placida. Sole
su l'acqua bassa
le lunghe code
con moto eterno
ondeggiano. S'ode
a quando a quando
fremito delle froge
umide, sbuffare
ansare leggero,
tremulo nitrito,
nella foce silente;
cui dal lito risponde
fievole risucchio
del mare. Taluna
esce del mucchio, annusa
l'acqua, s'abbevera lenta;
poi guata verso il monte
su cui s'aduna
fumoso il nembo;
poi si rivolge e ammusa.
E ondeggiano le code
lente sul riposo
della mandra ferace.
Teco, o Luce pura,
teco attendono in pace
la genitura
le Madri.

Lunge per l'aria chiara
appar grande e soave
cerula e bianca
l'Alpe di Carrara,
cerula d'ombre
bianca di cave.
Ma ingombre del muto
nembo che si prepara
son le cime ov'hanno
con l'aquile nido
le folgori corusche.
Odor di lunge acuto,
dalle pinete
verdi e fulve, nelle bave
rare del vento giunge
alla quiete.
Ed ecco una nave,
ecco le vele etrusche
partitesi dal lito
di Luni lunato
e niveo di marmi.
Ecco una nave in vista
tra il Serchio e il Gombo.
E' carica di marmi,
 carica di sogni
dormenti nel profondo
candore ignoti e soli.
E il mio spirito evca
il tuo folle Evangelista,
o Buonarroti,
il figlio della Terra
e del Genio che l'affoca;
vede la gran persona
che si torce nell'angoscia
del masso che lo serra,
onde si sprigiona a guerra
l'aspro ginocchio, e la coscia
d'osso e di muscoli enorme.
Nella carena dorme
l'incarco fecondo
di forme,
tratto dall'erme cave,
rapito al grembo dell'Alpe.
Nel grembo della nave
dormono le bianche moli.
Attendon dai sogni soli
la genitura
le Madri.

(Composta fra il 17 luglio e la met di agosto 1902)

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ALBASIA

O mattin nuziale
tra il Mar pisano
e l'Alpe lunense!
O nozze immense
e brevi!
La nube formosa
disposa
il monte che a lei sale,
l'ombra d'entrambi il piano,
la dolce acqua il sale,
la canna il tralcio,
il salcio
la florida stiancia,
l'argano la bilancia
su la foce pescosa,
la mia rima il mio gilito,
l'algosa
arena i tuoi pi lievi,
o Ermione.

E il cielo  nivale
come su la tua guancia
ondata il velo
insolito.
Il mare  d'opale
con vene di crislito,
come i mari dell'Asia,
immoto albore
di gemme fuse.
Brillano le meduse
a fiore
dell'immerso banco.
E tutto  bianco,
presso e lontano.
E' grande albsia
da lido a lido,
come allor che fa il nido
sul Mar sicano
la sposa Alcyone.

(Composta tra la met di luglio e la met di agosto 1902)

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L'ALPE SUBLIME

Svgliati, Ermione,
sorgi dal tuo letto d'ulva,
o donna di liti.
Mira spettacolo novo,
gli Iddii appariti
su l'Alpe di Luni
sublime!
Occidue nubi, corone
caduche su cime
eterne.
Ma par che s'aduni
concilio di numi
grande e solenne
tra il Sagro e il Giovo,
tra la Pania e la Tambura,
e che l'aquila fulva
del Tonante
su le sante
sedi apra tutte le penne.
Oh silenzii tirrenii
nel destero Gombo!
Solitudine pura,
senz'orme!
Candore dei marmi lontani,
statua non nata,
la pi bella!
Dormono i Monti Pisani,
grevi, di cerulo piombo,
su la pianura
che dorme.
Altra stirpe di monti.
Non han numi, non genii,
non aruspici in lor caverne,
non impeti d'ardore
verso i tramonti,
non insania, non dolore;
ma dormono su la pianura
che dorme.
Oh Alpe di Luni,
davanti alla faccia del Mare
la pi bella,
rupe che s'infutura,
oh Segno che l'anima cerne,
grande anelito terrestro
verso il Maestro
che crea,
materia prometa,
altitudine insonne,
alata,
Inno senza favella,
carne delle statue chiare,
gloria dei templi immuni,
forza delle colonne
alzata,
sostanza delle forme
eterne!

(Composizione collocabile nella terza decade di giugno 1902)

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IL GOMBO

L'immensit del duolo,
del lutto immedicabile senza
fine, terrestre fatta
qual Niobe nell'umida rupe,
quivi abitava sembra
nel lito deserto, nell'alpe
ardua, nella selva
che piange il suo pianto aromale.

Tutto  quivi alto e puro
e funebre come le plaghe
ove duran nel Tempo
i grandi castighi che inflisse
il rifor degli iddii
agli uomini obliosi del sacro
limite imposto all'ansia
del lor desiderio immortale.

Tre disse quivi immense
parole il Mistero del Mondo,
pel Mare pel Lito per l'Alpe,
visibile enigma divino
che inebria di spavento
e d'estasi l'anima umana
cui travagliano il peso
del corpo e lo sforzo dell'ale.

Poi che non val la possa
della Vita a comprendere tanta
bellezza, ecco la Morte
che braccia pi vaste possiede
e silenzii pi intenti
e rapidit pi sicura;
ecco la Morte, e l'Arte
che  la sua sorella eternale:

quella che anco rapisce
la Vita e la toglie per sempre
all'inganno del Tempo
e nuda s'inalza tra l'Ombra
e la Luce, e le dona
col ritmo il novello respiro:
ecco la Morte e l'Arte
apparsemi nel cerchio fatale.

O Niobe, l'antico
tuo grido odo alzarsi repente
al cospetto del Mare,
e il tuo disperato dolore
chiamar le figlie e i figli
per l'inesorabile chiostra,
e stridere odo l'arco
forte e sibilare lo strale.

"Tera, Ftia, Cleodossa,
Astoche, Pelpia, Fedmo!"
Tu chiami; e i dolci nomi,
i nomi che furono il miele
della tua bocca, o Madre,
si frangon nell'ululo crudo
come pel mssile oro
l'incolpevole fior filiale.

Procombono sul petto
sul fianco, procombono i corpi
floridi, i giovinetti
venusti, le vergini leni;
copron la sabbia amara,
mescono le chiome alle spume
non il sangue: incruenta
 la piaga dell'oro letale.

Procombono, stanno
ai tuoi piedi,o Madre demente!
Poi tutto  marmo, immota
bellezza, effigiato silenzio.
L'immensit del duolo
 fatta terrestre e marina.
Il Mare il Lito l'Alpe
sono il tuo simulacro ferale.

O Tantalide audace,
io veggio il tuo bellissimo volto
impietrato e il tuo pianto
nella solitudine esangue,
e il sacrilego orgoglio
che feceti chiedere altari
per la generatirce
virt del tuo grembo mortale.

Tutto  quivi alto e puro
e funebre e ai cieli superbo,
memore dell'umane
grandezze e dei castighi divini.
Ed in nessuna plaga
con pi guerra, ahi, l'anima audace
travagliarono il peso
del corpo e lo sforzo dell'ale.

(Romena, 13 agosto 1902)

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ANNIVERSARIO ORFICO - P.B.S. VIII Luglio MDCCCXXII

Udimmo in sogno sul deserto Gombo
sonar la vasta bccina tritonia
e da Luni diffondersi il rimbombo
a Populonia.

Dalle schiume canute ai gorghi intorti
fremere udimmo tutto il Mare nostro
come quando lo vrberan le forti
ale dell'Ostro.

E trasalendo "Odi, sorella" io dissi
"odi l'annuncio dell'enfiata conca?
Forse per noi risale dagli abissi
la testa tronca,

la testa esangue del treicio Orfeo
che, rapita dal freddo Ebro alla furia
bassrica, sen venne dell'Egeo
al mar d'Etruria".

Quasi fucina il vespro ardea di cupi
fuochi; gridavan l'aquile nell'alto
cielo, brillando il crine delle rupi
qual roggio smalto.

Come profusi fuor dell'urne infrante
parean ruggir nell'affocato cerchio
i fiumi, l'Arno del selvaggio Dante,
la Magra, il Serchio.

Ed ella disse: "Non l'Orfeo treicio,
non su la lira la divina testa,
ma colui che si diede in sacrificio
alla Tempesta.

Oggi  il suo giorno. Il nufrago risale,
che venne a noi dagli Angli fuggitivo,
colui che amava Antigone immortale
e il nostro ulivo".

Dissi: "O veggente, che faremo noi
per celebrar l'approdo spaventoso?
Invocheremo il coro degli Eroi?
Tremo, non oso.

Questo naufrago ha forse gli occhi aperti
e negli occhi l'imagine d'un mondo
ineffabile. Ei vide negli incerti
gorghi profondo.

E tolto avea Prometo dal rostro
del vlture, nel sen della Cagione
svegliato avea l'originario mostro
Demogorgne!"

Disse ella: "Gli versavan le melodi
i Vnti dai lor carri di cristallo,
il silenzio gli Spiriti custodi
bui del metallo,

il miel solare nella boccha schiusa
le musiche api che nudrito aveano
Sofocle, il gelo gli occhi d'Aretusa
fiore d'Oceano".

Dissi: "Ei gherm la nuvola negli atrii
di Giove, su l'acroceraunio giogo
la folgore. Non odi i boschi patrii
offrirgli il rogo?

Mira funebre letto che s'appresta,
estrutto rogo senza la bipenne!
Vengono i rami e i tronchi alla congesta
ara solenne.

E caduto dal ciel l'arde il divino
fuoco. Scrosciano e colano le gomme.
Spazia l'odor del limite marino
all'Alpi somme".

Ella disse: "A noi vien per aver pace
il nufrago che il Mar di gorgo in gorgo
travolse. Altra nel cielo che si tace
anima scorgo.

Placa te stesso e l'ospite! Il mortale,
ch'evoc la gran Niobe di pietra
su dal silenzio e trarre ud lo strale
dalla faretra,

vochi presso il naufrago silente
la lacrimata figlia di Giocasta,
la regia virgo nelle pieghe lente
del peplo casta,

Antigone dall'anima di luce,
Antigone dagli occhi di viola,
l'Ombra che solo nell'esilio truce
egli am sola.

Ecco il giglio per quelle morte chiome,
il fiore inespugnabile del nudo
Gombo, il tirreno fior che ha il greco nome
del doppio ludo,

ecco il pancrazio". Io dissi: "No, 'l corremo.
intatto sia tra l'uno e l'altro il fiore.
Vegli con noi quest'Ombre ed il supremo
lor sacro amore".

(Romena, giorno di ferragosto del 1902)

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TERRA, VALE!

Tutto il Cielo precipita nel Mare.
S'intenebrano i liti e si fan cavi,
talami dell'Eumenidi avernali.
Nubi opache sul limite marino
alzano in contro mura di basalte.
Solo tra le due notti il Mar risplende.
presa e constretta negli intorti gorghi,
come una preda pallida,  la luce.

La tempesta ha divelto con furore
i pascoli nettunii dalle salse
valli ove agguatano i ritrosi mostri.
Alghe livide, fuchi ferrugigni,
nere ulve di radici multiformi
fanno grande alla morta foce ingombro,
natante prato cui nessuna greggia
morder, calcher nessun pastore.

Virt si cela forse nelle fibre
sterili, che trasmuta il petto umano?
O mito del mortale fatto nume
cerulo, rinnovllati nel mio
desiderio del flutto infaticato!
Tutto il Cielo precipita nel Mare.
Preda  la luce dei viventi gorghi,
forse immolata per l'eternit.

(Composta tra la met di luglio e la met di agosto 1902)

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DITIRAMBO II

Io fui Glauco, fui Glauco, quel d'Antdone.
Trepidar ne' precordii
sentii la deit, sentii nell'intime
midolla il freddo fremito
della potenza equorea trascorrere
di repente, io terrgena,
io mortal nato di sostanza efimera,
io prole della polvere!
Memore sono della metamorfosi.
L'anima si fa pelago
nel rimembrare, s'inazzurra ed stua,
e le foci vi sboccano
dei mille fiumi che mi confluirono
sul capo: nel rigrgito
immenso novamente par dissolversi
quest'ossea compagine.
O Iddii profondi, richiamate l'esule,
per ch'ei sia miserrimo
nella sua carne d'acro sangue irrigua,
lasso ne' suoi pi debili
che per lotosi tramiti s'attardano,
dopo ch'ei fu l'indomita
forza del flutto convertita in muscoli
trtili per attorcere,
dopo che le correnti dell'Oceano
gli furon giogo a tessere
le divine di s vicissitudini
come su trama vitrea.
O Iddii profondi, richiamate l'esule
triste, puruficatelo
sotto i fiumi lustrali nferi e speri,
la deit rendetegli!

Memore sono. Era gi fatto il vespero
su l'acque; ma i cieli ultimi
ardevano d'un foco inestinguibile,
e i golfi e i promontorii
e l'isole di contro negreggiavano
come are senza vittime
gi notturni, allorch sostai nel pascolo
nettunio, presso il limite
marino. Onusto di gran preda, sbito
votai su l'erbe i nssili
miei lini a noverar la mia dovizia.
Poi del confuso cumulo
feci schiere ordinate. E in cor godevami
tante squame rilucere
veggendo per quel bruno intrico; "I nssili
miei lini e i piombi e i sugheri
t'appender nel tempio, o dio propizio"
in cor disse il grato animo.
E allor vidi i pesci pi risplendere,
vidi le pinne battere
e le branchie alitare e per le scaglie
lampi di forza correre.
E, come quando il nume di Diniso
invade le Bassaridi
e si disfrena gi p monti il Taso,
la muta gente parvemi
infuriare, cedere a un'incognita
virt, di sacra fervere
insania. "Qual prodigio  questo? Ahi misero
m!" gridai per grandissimo
spavento; ch la preda mia fuggivasi
a gara con vipera
rapidit, balzando e dileguandosi.
"M misero! Un dio fecemi
questo? e nell'erba  la possanza?" Attonito
mi rimasi. Il silenzio
era divino nella solitudine.
Era gi fatto il vespero,
ma lungamente i cieli ultimi ardevano.
Udir parvemi bccina
cupa sonar lungh'essi i promontorii
selvosi; udire parvemi
canti fatali spandersi dall'isole.
E quasi inconsapevole
la man correami per quell'erba strania,
meditando io nell'animo
il prodigio. Divelsi dalle radiche
gli steli foschi; e, simile
a capra di virgulti avida, mordere
incominciai, discerpere
e mordere. Rigavami le fauci
il suco, ne' precordii
scendeami, tutto il petto conturbandomi.
"O terra!" gridai. Fumida
era la terra intorno come nuvola
che fosse per dissolversi
n cieli, sotto i piedi miei fuggevole.
E un amore terribile
sorgeva in me, dell'infinito pelago,
dell'amara salsedine,
degli abissi, dei vortici e dei turbini.
La mia carne era libera
della gravezza terrestre. Nascevami
dall'imo cor l'imagine
d'un'onda ismisurata e per le palpebre
mi si svelava il cerulo
splendor del sangue novo, e il collo e gli meri
dilatarsi parevano
e le ginocchia giugnersi, le scaglie
su per la pelle crescere,
gelidi guizzi correre pei muscoli.
"Terra, vale!" Precipite
caddi nel gorgo, mi sommersi, l'infima
toccai valle oceanica,
uomo non pi, non anco dio, ma immemore
della terra e degli uomini.

Fiumi correnti, odo il sublime snito
di voi sempre nell'anima,
fiumi sgorganti d'ogni scaturigine,
leni di pace o rauchi
di violenza, caldi come l'aure
nove che v'arrecarono
l'alluvione copiosa o frigidi
come i nivali vertici
onde scendeste inviolati, d'auree
sabbie flavi o sanguinei
d'argille, pingui di limo o pi limpidi
che l'etere sidereo!
Cento e cento passarono passarono
sul mio capo. La fluida
vita dell'orbe mi flu su gli meri
proni, con ineffabile
meloda. L'Acheronte, il gran tartareo
pianto, anche sentii volvere
su me nel cieco suo pallore i petali
rapiti al prato asfdelo.
Tutte l'acque rombarono crosciarono
su me sommerso, tolsero
ogni terrestrit dal corpo immemore
della sua dura nascita.
E mi risollevai dio verso l'etere
santo; spirai grande alito
che una nave d'eroi sospinse. Io auspice
apparvi agli Argonauti!
Di su la prora chino il cantor tracio
raccolse il vaticinio.
E presso lui, d'oro chiomato, florido
della prima lanugine,
(sentendo l'immortalit, saltavagli
il cuore sotto il blteo
splendido) presso Orfeo figlio d'Apolline
era il fratello d'Elena.

O Iddii profondi, richiamate l'esule,
la deit rendetegli!
Io fui Glauco, fui Glauco, quel d'Antdone.
La terra m' supplizio.
Ecco, tutta la luce  nel Mare Infero,
e per ovunque  tenebra.
O nunzia di prodigi Alba oceanica!
Nel gorgo mi precipito.

(Data di composizione ignota - anno 1902)

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L'OLEANDRO

I.

Erigone, Aretusa, Berenice,
quale di voi accompagn la notte
d'estate con pi dolce melodia
tra gli oleandri lungo il bianco mare?
Sedean con noi le donne presso il mare
e avea ciascuna la sua melodia
entro il suo cuore per l'amica notte;
e ciascuna di lor parea contenta.

E sedevamo su la riva, esciti
dalle chiare acque, con beato il sangue
del fresco sale; e gli oleandri ambigui
intrecciavan le rose al regio alloro
su 'l nostro capo; e il giorno di s grandi
beni ci avea ricolmi che noi paghi
sorridevamo di riconoscenza
indicibile al suo divin morire.

"Il giorno" disse pianamente Erigone
verso la luce "non potr morire.
Mai la sua faccia parve tanto pura,
non ebbe mai tanta soavit".
Era la sua parola come il vento
d'estate quando ci disseta a sorsi
e nella pausa noi pensiamo i fonti
dei remoti giardini ov'egli err.

L'udii come s'io fossi ancor sommerso
e la sua voce avesse umido velo.
Ma reclinai la gota, e d'improvviso
tiepida come sangue dalla conca
dell'udito sgorg l'acqua marina.
Pur, profondando nella sabbia i nudi
piedi, io sentia partirsi lentamente
il buon calor del tramontato sole.

E chi recise all'oleandro un ramo?
Io non mi volsi, ma l'amarulenta
fragranza della linfa della fresca
piaga mi giunse alle narici, vinse
l'odor muschiato dei vermigli fiori.
"O Glauco" disse Berenice "ho sete".
Ed Aretusa disse: "O Derbe, quando
fior di rose il lauro trionfale?"

Ella ben sapea quando, ma non Derbe
inesperto in foggiar lucidi miti.
Ed il cuore profondo mi trem,
trem della divina poesia.
Ond'io pregava: "O desiderii miei,
stirpe vorace e vigile, dormite!
E voi lasciate che nel vostro sonno
io mi cinga del lauro trionfale!"

Tutto allora fu grande, anche il mio cuore.
Oh poesia, divina libert!
Ergevasi con mille cime l'Alpe
grande, quasi con volo di mille aquile,
per il salir d'impetuosa forza
dalle sue dure viscere di marmo
onde l'uom che non volle umana prole
trasse i suoi muti figli imperituri.

E le curve propaggini dell'Alpe
si protendeano ad abbracciare il mare;
ed il mare splendeva di candore
meraviglioso nel lunato golfo
con la bellezza delle donne nostre.
E quella luce un rinascente mito
fece di voi sull'irraggiato mondo,
Erigone, Aretusa, Berenice!

Cos ci parve riudire il canto
delle Sirene, dalla nave concava
di prora azzurra, fornita di ponti,
veloce, in un doloroso ritorno
spinta dal vento al frangente del mare,
n ci difese Odisseo dal periglio
con la sua cera; ma il cuore, non pi
libero, novellamente anelava.

II.

"O Glauco", disse Berenice "ho sete.
Dov' la fonte? dove sono i frutti?
Dov' Cyane azzurra come l'aria?
Dove coglierai tu con le tue mani
l'arancia aurata nella cupa fronda?
Come ci dissetammo! E tanto era soave
il dissetarsi che desiderammo
l'ardente sete. Al par di noi chi seppe
distinguere il sapore d'ogni frutto
e la maturit dal suo colore?
distinguere d'ogni acqua la freschezza
e ritrovar la sua pi fredda vena?
e regolar le labbra al vario bere
e il sorso modular come una nota?
L'imagine di me nell'acque amavi.
Dell'amore di me arsi inclinata,
si ' bella nel ninfale specchio fui.
Io fui Cyane azzurra come l'aria.
Tu mi ghermisti fra natanti foglie.
L'ombra divina mi trasfigur.
Un fiore subitaneo s'aperse
tra i miei ginocchi. Vincolata fui
da verdi intrichi, fra radici pallide
come i miei piedi, con segreto gelo.
Il sol divino mi trasfigur.
Anelli innumerevoli alle dita
furommi i raggi, pettini ai capelli,
monili al collo, e veste tutta d'oro.
O Aretusa, perch non ho il tuo nome?
Nascesti tu nell'isola di Ortigia
come l'amor del violento fiume?
La sirena scagliosa abbeveravi,
gi fatto il vespero, al tacer dei flauti.
Diedi io le canne ai flauti dei pastori.
Io fui Cyane azzurra come l'aria.
L'acqua sorgiva mi resto negli occhi;
la lenta correntia mi levig.
O Glauco, ti sovvien della Sicilia
bella?" Ed io pi non vidi la grande Alpe,
il bianco mare. Io dissi: "Andiamo, andiamo!"
"Ti sovvien della bella Doriese
nomata Siracusa nell'effigie
d'oro c suoi delfini e i suoi cavalli,
serto del mare? Noi scoprimmo un giorno,
stando su l'Acradina, la triere
che recava da Ceo l'Ode novella
di Bacchilide al re vittorioso.
Udivasi nel vento il suon del flauto
che regolava l'impeto dei remi,
or s or no s'udiva il canto roco
del celeste; ma silenziosa
l'Ode, foggiata di parole eterne,
pi lieve che corona d'oleastro,
onerava di gloria la carena.
Scendemmo al porto. Ti sovvien dell'ora?
Un rogo era l'Acropoli in Ortigia;
ardevano le nubi su 'l Plemmirio
belle come le statue su 'l fronte
dei templi; parea teso dalla forza
di Siracusa il grande arco marino.
E noi gridammo, e un sbito clamore
corse lungo le stoe quando la nave
piena d'eternit giunse all'approdo.
Portatrice di gloria, ella vivea
magnanima, sublime. Gi p trasti
anelava l'anelito servile;
s'intravedean s banchi sovrapposti
i remiganti ignudi unti d'oliva:
la lor fatica ansava dai portelli;
il giglione del remo ai raggi obliqui
lucea come la scapula; un ferigno
odore si spandea, quasi di belve.
E non di quell'anelito servile
era viva la nave, non del sangue
e dell'ossa pesanti n suoi fianchi;
ma s vivea divinamente d'una
cosa ch'ella recava d'oltremare,
pi lieve che corona d'oleastro:
l'Ode, foggiata di parole eterne".
"E' vero,  vero!" io dissi. "Mi sovviene".
Ed il cuore profondo mi trem,
trem della divina poesia.
"Mi sovviene. Era l'Ode trionfale:
Canta Demetra che regna i feraci
campi siciliani, e la sua figlia
cinta di violette! Canto, o Clio,
dispensatrice della dolce fama,
la corsa dei cavalli di Ierone!
Nike ed Aglaia eran con essi quando
trasvolavano..." E l'anima invelata
di sogni andava per le lontananze
dei tempi verso i gloriosi approdi
piena d'eternit come la nave
di Ceo. Passammo gli ellesponti, i golfi,
l'isole, gli arcipelaghi, le sirti:
riverimmo le foci dei paterni
fiumi, pregammo i promontorii sacri,
salutammo le bianche cittadelle
custodite da Pallade rupestri;
varcammo l'Istmo pel diolco. Quivi
eroi vedemmo e Pindaro con loro.
Ed obliammo l'usignuol di Ceo
per l'aquila tebana. Era la tua
mitica luce sul Tirreno, o madre
Ellade, ed era bella come i tuoi
monti la nuda Alpe di Luni, o madre
Ellade, come i tuoi monti bellissima
era, onde a te discesero le stirpi
degli Immortali che incedeano al fianco
degli Efimeri sopra il dominato
dolore, e quelli e questi erano eguali,
e tutti erano Ellni ed una lingua
parlavano divina, uomini e iddii".

In silenzio guardammo i grandi miti
come le nubi sorgere dall'Alpe
ed inclinarsi verso il bianco mare.
Io vidi allora Pgaso pontare
su gli altissimi marmi i pi di vento
e balzar nell'azzurro con aperte
le immense penne, senza cavaliere;
e per il petto e per il ventre vasti
trasparia come fiamma palpitante
la potenza del sangue gorgono.
Ardi grid: "Ecco il teschio d'Orfeo,
che vien dall'Ebro!" Ed il solenne lido
parve attendere il fato dopo il grido.
La sua bellezza s'aggrad d'orrore.
Il flutto nell'insolito splendore
era meravigliosamente puro.
Splendea sul mondo un giorno imperituro.

III.

Ma non sostenne il nostro cuor mortale
quel silenzio sublime. Si pieg
verso il sorriso delle donne nostre.
E Derbe disse ad Aretusa: "Quando
fior di rose il lauro trionfale?".
Era la donna giovinetta alzata,
mutevole onda con un viso d'oro,
tra gli oleandri; ed il reciso ramo
per la capellatura umida effusa,
che fingevale intorno al chiaro viso
l'avvolgimento dell'antica fonte,
intrecciava le rose al regio alloro.
Disse Aretusa: "Bene io te 'l dir"
mutevole onda con un viso d'oro.

Disse: "Inseguiva il re Apollo Dafne
lungh'esso il fiume, come si racconta.
La figlia di Peneo correva ansante
chiamando il padre suo dall'erma sponda.
Correva, e ad ora ad or le snelle gambe
le s'intricavan nella chioma bionda.
Ben cos la poledra di Tessaglia
galoppa nella sua criniera falba
che fino a terra la corsa le ingombra.

Rapido il re Apollo pi l'incalza,
infiammato desio, per lei predare.
All'alito del dio doventa fiamma
la chioma della ninfa fluvale.
"O padre, o padre" grida "tu mi scampa!"
Chiama ella il padre suo con grida vane.
"Padre, un veloce fuoco mi ghermisce!"
E corre, ed ansa, e le sue gambe lisce
crescon la furia del desio predace.

"O gran padre Peno, perduta sono,
che ' mi si rompono i ginocchi. Salva-
mi dalla brama del veloce fuoco
cho ora mi giunge, ecco, ecco, ora m'abbranca!"
Ma il dolce sangue suo in altro suono,
la sua bellezza in altro suono parla.
Balzale il cuor, si piegano i ginocchi.
Ed ecco ella s'arresta, chiude gli occhi
e trema e dice: "Or ecco m'abbandono".

Una gioia s'aggiunge al suo terrore
ignota che il divin periglio affretta.
Tremante e nuda dentro la chioma ode
la vergine il tinnir della faretra,
sente la forza del perseguitore,
vede l'ardor p chiusi cigli e aspetta
d'essere ghermita, e pi non chiama il padre.
Ma il dio la chiama: "Dafne, Dafne, Dafne!"
Ed ella non ud voce pi bella.

Il dio la chiama: "Dafne, Dafne!" Ed osa
ella aprir gli occhi: la rutila faccia
vede da presso e la bocca bramosa
mentre il dio con le due braccia l'allaccia.
Rapita dalla forza luminosa
gitta ella un grido che per la selvaggia
sponda ultimo risuona, e l'ode il padre.
Avido il dio districa la soave
nudit dalla chioma che la fascia.

Bianca midolla in cortice lucente,
in folti pampini uva delicata!
Tenera e nuda il dio la piega, e sente
ch'ella resiste come se combatta.
Tenera cede il seno; ma dal ventre
in giuso, quasi fosse radicata,
ella sta rigida ed immota in terra.
Attonito, l'amante la disserra.
"Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei fatta!"

Subitamente Dafne s'impaura:
le copre il volto e il seno un pallor verde.
Ella sembra cader, ma la giuntura
dei ginocchi riman dura ed inerte.
S'agita invano. L'atto della fuga
invan le torce il fianco. Si disperde
il senso di sua vita nella terra.
E l'amante deluso ancor la serra.
"Ahi lassa, Dafne, chi ti trasfigura?"

Ma non il suo melodioso duolo
giova a trarre colei dalla sua sorte.
Nell'umidore del selvaggio suolo
i piedi farsi radiche contorte
ella sente e da lor sorgere un tronco
che le gambe su fino alle cosce
include e della pelle scorza fa
e dov' il fiore di verginit
un nodo inviolabile compone.

"O Apollo" geme tal novo dolore
"prendimi! Dov' dunque il tuo disio?
O Febo, non sei tu figlio di Giove?
Arco-d'-argento, non sei dunque un dio?
Prendimi, strappami alla terra atroce
che mi prende e beve il sangue mio!
Tutto furente m'hai perseguitata
ed or pi non mi vuoi? Me sciagurata!
Salva mio grembo per lo tuo desio!

Salvami, Cintio, per la tua piet!
Se i miei capelli, che m'avvinsero, ami,
d miei capelli corda all'arco fa!
Prendimi, Apollo! " E tendegli le mani,
che son fogliute; e il verde sale; e gi
le braccia sino ai cubiti son rami;
e il verde e il bruno salgon per la pelle;
e su per l'imbelico alle mammelle
gi il duro tronco arriva; e i lai son vani.

"Aita, aita! Il cuore mi si serra.
Vedi atra scorza che il petto m'opprime!
O Apollo Febo, strappami da terra!
Tanto furent, non sia pi ghermire?
Nuda mi prenderai su la dolce erba,
su la dolce erba e su 'l mio dolce crine.
Ardo di te come tu di me ardi.
O Apollo, o re Apollo, perch tardi?
Gi tutta quanta sentomi inverdire".

Il dolce crine  gi novella fronda
intorno al viso che si trascolora.
La figlia di Peneo non  pi bionda;
non  pi ninfa e non  lauro ancora.
Sola  rossa la bocca gemebonda
che del novello aroma s'insapora.
Escon parole e lacrime odorate
dall'ultima doglianza. O fior d'estate,
prima rosa del lauro che s'infiora!

Tutto  gia verde linfa, e sola  sangue
la bocca che querelasi interrotta-
mente. In pallide fibre il cor si sface
ma il suo rossore  in sommo della bocca.
Desioso dolor preme l'amante.
Guarda ei l'arbore sua ma non la tocca;
l'ode implorare ma non ha virt.
E chiama: "Dafne, Dafne!" Ella non pi
implora, non pi geme. "Dafne, Dafne!"

Ella non pi risponde:  senza voce.
Pur la gola sonora  fatta legno.
Le palpebre son due tremule foglie;
li occhi gocciole son d'umor silvestro;
bruni margini inasprano le gote;
delle tenui nari  appena il segno.
Ma nell'ombra la bocca  ancora sangue,
sola nel lauro la bocca di Dafne
arde e al dio s'offre, virginal mistero.

Curvasi Apollo verso quella ardente,
la bacia con impetuosa brama.
Ne freme tutta l'arbore; s'accende
l'ombra intorno alla fronte sovrana;
ogni ramo in corona si protende,
e la fronte d'Apollo  laureata.
Pean! O gloria! Ma sotto i suoi baci
or pi non sente che foglie vivaci,
amare bacche. E Dafne Dafne chiama.

"Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei tutta!
Ahi chi ti fece al mio desio diversa?
In durissimo tronco e in fronda cupa
la dolce carne tua or s' conversa.
La tua bocca vermiglia s' distrutta,
che pareva di fiamma ardere eterna.
Come leggieri i piedi tuoi su l'erba,
or radicati nella negra terra!
M'odi tu? M'odi tu? Dafne, sei muta?

Rispondi! " Abbrividiscono le frondi
sino alla vetta. Nel silenzio un breve
murmure spira. "M'odi tu? Rispondi!"
Move la vetta un fremito pi lieve.
Poi tutto tace e sta. Sotto i profondi
cieli le rive alto silenzio tiene.
Il bellissimo lauro  senza pianto;
il dolore del dio s'inalza in canto.
Odono i monti e le valli serene.

Odono i monti e le valli e le selve
e i fonti e i fiumi e l'isole del mare.
Spandesi il canto dall'anima ardente
e per tutte le cose generare.
La bellezza di Dafne ecco riveste
la terra; le sue membra delicate
son monti e valli e selve e fiumi e fonti,
il suo sguardo inzaffira gli orizzonti,
la sua chioma fa l'oro dell'estate.

O Dafne, sempre il dio e l'uom cantando
non vorranno altro onor che un ramoscello
di te! Cos l'Arco-d'-argento, quando
ha placato il suo cuore nell'immenso
inno, pago si giace sotto il sacro
lauro ad attendere il suo d novello.
Cade la notte. Sul sonno divino
l'arbore luce d'un baglior sanguigno,
qual bronzo che si vada arroventando.

Scorre la notte. Tra l'Olimpo e l'Ossa
una stella tramonta e l'altra sale.
Misteriosa l'arbore s'arrossa
ma sul suo fuoco piovon le rugiade.
Sogna il Cintio la desiata bocca
di Dafne, e balza il suo cuore immortale.
E' l'alba,  l'alba. Il dio si desta: un grido
di meraviglia irraggia tutti il lido.
Brilla di rose il lauro trionfale!"

IV.

E cos della rosa e dell'alloro
parl quell'Aretusa fiorentina,
mutevole onda con un viso d'oro.

la sua voce era come acqua argentina
che recasse lavandula o pur menta
o salvia o altra fresca erba mattutina.

Tutto rigato dalla schietta vena
"Sol d'oleandro voglio laurearmi"
io dissi. Ed Aretusa era contenta;

e recise per me altri due rami
e f l'atto di cingermi le tempie
dicendomi: "P tuoi novelli carmi!

Che la cerula e fulva Estate sempre
abbia tu nel tuo cuore e in te le rime
nascano come le sue rose scempie!"

E il giorno estivo non potea morire,
ma sorrideva sopra il bianco mare
silenziosamente senza fine;

e la notte, che avea parte ineguale,
spiava il bel nemico dalle chiostre
dei monti azzurra come te, Cyane.

Ebri e tristi d'aver bevuto a troppe
fonti e incantato il cor per tutte guise,
cercammo il grembo delle donne nostre.

Ma la Melancolia venne e s'assise
in mezzo a noi tra gli oleandri, muta
guatando noi con le pupille fise.

Ed Erigone, ch'ebbe conosciuta
la taciturna amica del pensiero,
chin la fronte come chi saluta.

E poi disse la Notte e il suo mistero.

V.

"Il Giorno" disse "non potr morire.
Il suo sangue non tinge il bianco mare.
Mai la sua faccia parve tanto pura,
non ebbe mai tanta soavit.
Giace supino sopra il bianco mare,
sorride al cielo ch'ei regnava, attende
ei non sa quale morte o volutt.
Pur tanto  dolce che la Notte oscura
non gi lo spegne ma di lui s'accende,
e lui aurato nelle braccia prende,
lui cela nella sua capellatura,
ma non cos che quelle membra d'oro
non veggansi pel fosco trasparire
e illuminare la serenit.
Caldi soffiano i venti al bianco mare,
calde passano e lente le riviere
in cuore alle terribili citt,
passano e vanno per ignoti piani,
cingono ignoti boschi: i cervi a bere
scendono ansanti nella gran caldura;
lunghi brmiti ascoltano lontani;
bevono: in qualche tacita radura
poi fino a morte si combatter.
O Notte, o Notte, invano tu nascondi
n tuoi capelli il dolce tuo nemico!
Non sono i tuoi capelli s profondi
che non veggasi dai nostri occhi umani
fiammeggiarvi per entro il tuo piacere.
La terra oppressa respiro non ha.
Arde l'ombra. La vigna  come il vino:
il grappolo sul tralcio si matura
poi che il raggio nell'uva  prigioniere.
La terra soffre nell'ebriet.
Arde come una glauca vampa l'ombra.
Aduna e vita e morte il bianco mare,
immensa cuna il mare, immensa tomba.
A lui dal monte la sorgente va.
Impallidisce sotto il pianto il coro
delle Pleiadi e l'una d'elle  occulta,
l'una che seppe la felicit.
Orione si slaccia l'armatura,
e Boote si volge, e Cinosura
vacilla; e l'Orsa anche impallidir.
Oblia la Notte tutte le sue stelle
e il duolo antico degli amanti umani.
Che con lei piangeremo ella non sa.
O Notte, piangi tutte le tue stelle!
il grido dell'allodola domani
dall'amor nostro ci disgiunger".

Un'altra era con noi, ma rest muta,
tra gli oleandri lungo il bianco mare.

(Composta nella notte del 2 agosto1900)

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BOCCA DI SERCHIO

ARDI

Glauco, Glauco, ove sei? Pi non ti veggo.
Ho perduto il sentiere, e il mio cavallo
s'arresta. I Pini, i pini d'ogni parte
mi serrano. Agrio affonda nella massa
degli aghi, come nella sabbia, fino
ai garetti. Ove sei, Glauco? Mi vedi?
Ho le gambe che sanguinano. Folli
fummo entrando nel bosco ignudi come
nel mare. I rovi, le schegge, le scaglie
feriscono, e i ginepri aspri. Non sanguini
anche tu? Oh profumo! Sale a un tratto
come una vampa. Il vino dell'Estate!
N'ho bevuto una piena coppa, e un'altra
ne bevo, e un'altra anche pi calda, e un'altra
bollente che mi brucia il cuore e fino
alla gola mi sazia, fino agli occhi.
O Glauco, Glauco, il vino dell'Estate
misto di oro di rsina e di miele!

GLAUCO

Io ti veggo, ti veggo, Ardi. Sei bello
sul tuo cavallo bianco. Tu non puoi
portar clamide, come i cavalieri
d'Atene, ma ti giova essere ignudo.
Su, spingi Agrio! Non v' sentiere. I fusti
sono fragili come aride canne.
Odi? Folo li rompe col suo petto.
Dunque or teme le scaglie e i rovi il marmo
delle tue gambe? E' splendido il tuo sangue,
Ardi. Poich ciascuna cosa in torno
le pi ricche virtudi e pi segrete
esprime per farti ebro, non ti dolga
di sanguinare come il pino stilla,
come il ginepro odora. Avanti, avanti
per la boscaglia che rosseggia e cede!
Vedesti mai pi fulva chioma e spessa?
I bei sogni vi restano come api
prese nella criniera d'un leone.

ARDI

Preso per i capegli sono. Ah, il ramo
si rompe e gli aghi piovonmi sul collo,
su gli omeri, gi coprono la groppa
d'Agrio. Vedi? A miriadi, a miriadi!
Carichi tutti i rami biforcuti.
In ogni congiuntura accumulati
a fasci gli aghi morti. Morta sembra
tutta la selva, inaridita e cieca.
Rompesi come vetro. Il verde  al sommo,
invisibile, e fa prigione i raggi
nell'intrico; ma l'ombra sua mi cuoce
la fronte e mi dissecca la narice.
Entreremo nel fiume coi cavalli!
Diguazzeremo in mezzo alla corrente!
E ancor lontano il Serchio? Tutta l'ombra
respira aridit. L'acqua  lontana.
E sento che lo zccolo a traverso
gli aghi morti non trova se non sabbia
torrida. I coni vacui son neri
come carboni spenti, come tizzi
consunti. O Glauco, dove mi conduci?

GLAUCO

Chiudi gli occhi. Odi il vento? Navigare
ti sembra, veleggiar per il deserto
mare. Odi il vento tra le srtie? Odi
il gemito degli alberi allo sforzo
delle vele? Si naviga per acque
infide verso l'isola di Circe.
Negli orciuoli d'argilla non rimane
goccia di fonte. Beveremo il sale.
Apri gli occhi! Ecco l'atrio della maga
tutto riscintillante di prodigi.
Larve di stelle adornano la reggia
della donna solare, vedi?, simili
a foglie macerate dagli autunni
che serban lor sottili nervature
con la tenuit dei bissi intesti
d'aria e di lume. Fili palpitanti
le congiungono, l'iride le cangia,
indicibile tremito le muove.
Circe incant le stelle eccelse, e l'ebbe,
e le vot di lor sostanza ignta;
e qui raduna le lor dolci larve.

ARDI

Opre di ragni, arte divina, tele
stellari! O Glauco, io n'ho gi lacerata
una col viso, e un'altra ancra. Guarda!
Per ovunque tessute son le stelle.
Siam presi in una rete innumerevole.
Frmati! Non distruggere l'incanto.

GLAUCO

La radura  vicina. Il sole pnetra
fra i rami. Tutto tremola e scintilla.
La rsina sul tronco  come l'ambra.
Di polito metallo  il mirto chiuso.
La tamerice sembra quasi azzurra
tra i rossi pini. E il tuo volto s'imperla.

ARDI

Oh com' bello Folo che dall'ombra
trapassa, maculato di sudore,
nella banda del sole! Anche tu snguini.
Non vedesti le vipere fuggire?
Qual nome hanno quei lunghi fili d'erba
che portano una spiga nera in cima?

GLAUCO

Il nome che le labbra ti diletta.
Abbandona le redini sul collo
d'Agrio. Ascolta il cavallo nel silenzio
sbuffare. Vola la sua bava e imbianca
il mentastro. Perch, Ardi, sol questo
empie il mio petto di felicit?

ARDI

Forse gi fummo i figli della Nuvola.
Gi l'erba calpestammo con gli zccoli,
cogliemmo il fiore con le dita umane.
Un d, volgendo indietro il torso ignudo,
con la concava scorza detergemmo
dal pelo della groppa calorosa
il sudore che in rivoli colava.
Lo spazio immenso era la nostra ebrezza.
Senz'ansia il nostro fianco infaticato
vinse in numero i palpiti del vento.
Tanto di terra in un sol d varcammo
quanto varcava Pgaso di cielo.

GLAUCO

Rapidit, Rapidit, gioiosa
vittoria sopra il triste peso, aerea
febbre, sete di vento e di splendore,
moltiplicato spirito nell'ssea
mole, Rapidit, la prima nata
dall'arco teso che si chiama Vita!
Vivere noi vogliamo, Ardi, correndo:
passare tutti i fiumi, discoprirli
dalle fonti alle foci, lungo i lidi
marini l'orma imprimere nel segno
sinuoso, nell'argentina traccia
che di s lascia il flutto pi recente.

ARDI

Dato ci fosse correre senz'ansia
l'Universo! Ma troppo il nostro petto
 angusto pel respiro della nostra
anima. O Glauco, a chi t'ascolta, sei
come l'estro implacabile che incta
i tori. E l'orizzonte  come anello
vitreo che tu spezzi per disdegno.

GLAUCO

Taci, Beviamo il vino dell'Estate,
sol dediti all'amore del bel fiume.
Verso tutte le selve della Terra
sospiro; ma, se in una solitario
vivere dovessi, in questa, Ardi, vorrei
vivere, in questa calda selva australe,
in quest'aridit d'ombre estuose.

ARDI

E' come un rogo pronto a conflagrare.
La potenza del fuoco in lei si chiude.
Soavemente mormora nell'aura,
ma la sua voce vera in lei si tace.
Parler con le lingue dell'incendio
quando la nube nata dal Tirreno
le scaglier la folgore notturna.

GLAUCO

Il respiro non passa per le fauci
ma per tutte le membra, fino al pollice
del piede scalzo; e passano gli aromi
per tutti i pori. E sento respirare
il mio cavallo, e sento la ferina
sua allegrezza, come se nel duplice
corpo fervesse l'unico mio cuore.

ARDI

Ecco l'erba, ecco il verde, ecco una canna.
Ecco un sentiere erboso. Guarda, al fondo,
guarda i monti Pisani corrucciati
sotto le vaste nuvole di nembo.

GLAUCO

Ardi, non odi gracido di corvi
l verso il mare? Scendono alla foce
del Serchio a branchi, e tesa v' la rete,
dissemi il cacciatore di Vecchiano.

ARDI

Il Serchio  presso? Volgiti all'indizio.
Ecco la sabbia tra i ginepri rari,
vergine d'orme come nei deserti.
Si nasconde la foce intra i canneti?
La scopriremo forse all'improvviso?
Ci parr bella? No, non t'affrettare!
Lascia il cavallo al passo. E' dolce l'ansia,
e viene a noi dal pi remoto oblio,
vien dall'antica santit dell'acque.
Liberi siamo nella selva, ignudi
su i corsieri pieghevoli, in attesa
che il dio ci sveli una bellezza eterna.
Non t'affrettare, poi che il cuore e ' colmo.

GLAUCO

Bocche delle fiumane venerande!
Lungo le pietre d'Ostia  pi divino
il Tevere. Soave  nei miei modi
l'Arno. Il natale Aterno, imporporato
di vele, splende come sangue ostile.
E l'Erdano vidi, e l'Achelo,
e il gran Delta, e le foci senza nome
ove attardarsi volle invano il sogno
del pellegrino. Ma che questa, o Ardi,
sia la pi bella mi conceda il dio;
perch non mai fu tanto armonioso
il mio petto, n mai tanto fu degno
di rispecchiare una bellezza eterna.

ARDI

Oh, mistero! La verde chiostra accoglie
i vti, qual vestibolo di tempio
silvano. I pini alzan colonne d'ombra
intorno al sacro stagno liminare
che ha per suo letto un prato di smeraldi.
Nel silenzio l'imagine del cielo
si profonda: non ride n sorride,
ma dal profondo intentamente guarda.

GLAUCO

Odi la melodia del Mar Tirreno?
Tra le voci dei pi lontani mari,
nell'estrema vecchiezza, nell'orrore
del gelo, il sangue mio l'imiter.
E la cerula e fulva Estate sempre
io m'avr nel mio cuore. Odi sommesso
carme che ci accompagna per l'esiguo
istmo sembiante al giogo d'una lira.

ARDI

Tutto  divina musica e strumento
docile all'infinito soffio. Guarda
per la sabbia le rotte canne, guarda
le radici divelte, ancor frementi
di labbra curve e di leggiere dita!
I musici fuggevoli con elle
modulavano il carme fluviale.

GLAUCO

Scendi dal tuo cavallo, Ardi. Ecco il fiume,
ecco il nato dei monti. Oh meraviglia!
Ei porta in bocca l'adunata sabbia
fatta come la foglia dell'alloro.
T'offriamo questi giovani cavalli,
o Serchio, anche t'offriamo i nostri corpi
ov' chiuso il calor meridiano.

ARDI

Anelammo d'amore per trovarti!
Sgorgar parea che tu dovessi, o fiume,
dal nostro petto come un sbito inno.

GLAUCO

Dio tu sei, dio tu sei; noi siam mortali.
Ma fenderemo la tua forza pura.
La pi gran gioia  sempre all'altra riva.

(Composta presumibilmente netta terza decade di giugno 1902)

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IL CERVO

Non odi cupi brmiti interrotti
di l del Serchio? Il cervo d'unghia nera
si spara dal branco delle femmine
e si rinselva. Dormir fra breve
nel letto verde, entro la macchia folta,
soffiando dalle crespe froge il fiato
violento che di mentastro odora.
Le vestigia ch'ei lascia hanno la forma,
sai tu?, del cor purpureo balzante.
Ei di tal forma stampa il terren grasso;
e la stampata zolla, ch'ei solleva
con ciascun piede, lascia poi cadere.
Ben questa chiama "gran sigillo" il cauto
cacciatore che lggevi per entro
i segni; e mai giudizio non gli falla,
oh beato che capo di gran sangue
persegue al tramontare delle stelle,
e l'uccide in sul nascere del sole,
e vede palpitare il vasto corpo
azzannato dai cani e gli alti palchi
della fronte agitar l'estrema lite!

Ma invano invano udiamo i cupi brmiti
noi tra le canne fluviali assisi.
Tu non ti scaglierai nel Serchio a nuoto
per seguitar la pesta, o Derbe; e il freddo
fiume non solcher suplice solco
del tuo braccio e del tuo predace riso,
fieri guizzando i muscoli nel gelo.
Inermi siamo e sazii di bellezza,
chini a spiare il cuor nostro ove rugge,
pi lontano che il brmito del cervo,
l'antico desiderio delle prede.
Or lascia quello il branco e si rinselva.
Forse  d'insigni lombi, e assai ramoso.
Ei pi non vessa col nascente corno
le scorze. Gi la sua corona  dura;
e il suo collo s'infosca e mette barba,
e fra breve sar gonfio del molto
bramire. Udremo a notte le sue lunghe
muglia, udremo la voce sua di toro;
sorgere il grido della sua lussuria
udremo nei silenzii della Luna.

(Romena, 20 agosto 1902)

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L'IPPOCAMPO

Vimine svelto,
pieghevole Musa
furtivamente
fuggita del Coro
lasciando l'alloro
pel leandro crinale,
mutevole Aretusa
dal viso d'oro,
offri in ristoro
il tuo sal lucente
al mio cavallo Folo
dagli occhi d'elettro,
dal ventre di veltro,
ch' solo l'eguale
del sangue di Medusa
ahi, ma senz'ale!
Offrigli il sale,
sonoro al dente,
o Aretusa,
nella palma dischiusa
e nuda, senza spavento
ch, per prendere il dono,
ha labbra pi leggiere
delle sue gambe
di vento.
Appena ti lambe,
come per bere!
Del suo piacere
ti bagna; e la tua palma
appena sente, dietro
le labbra, il fresco
suo dente di puledro,
che brucar l'erba calma
pu s dolcemente
e rodere il ferro
difficile quando serro
la rapidit focace
p solitarii
lidi io senza pace.
Come per te, furace
fauna dei pomarii,
un bugno
di miel rodolente
non vale
simiana acerba,
cos per lui biada opima
non vale un pugno
di sale mordace.
Troppo gli piace,
Aretusa. Ingordo
n' come capra sima.
Forse ha un ricordo
marino il sangue di Folo.
Egli  forse figliuolo
degli Ippocampi
dalla coda di squamme.
Ora  fiamme e lampi,
ma prima
era forse argentino
o cerulo o verdastro
come il flutto, gagliardo
come il flutto decumano.
E nel vespero tardo,
all'apparir dell'astro
che cresce,
al levar della brezza,
tutto acquoso e salmastro
venuto in su la proda,
mansuefatto,
battendo con la coda
di pesce l'arena
per la dolcezza,
sogguardando in atto
d'amore, gocciando bava,
prono la schiena,
mangiava piano
l'aliga nella mano
cava della Sirena.

(Romena, 21 agosto 1902)

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L'ONDA

Nella cala tranquilla
scintilla,
intesto di scaglia
come l'antica
lorica
del catafratto,
il Mare.
Sembra trascolorare.
S'argenta? s'oscura?
A un tratto
come colpo dismaglia
l'arme, la forza
del vento l'intacca.
Non dura.
Nasce l'onda fiacca,
sbito s'ammorza.
Il vento rinforza.
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene,
rincalza, ridonda.
Altra onda s'alza,
nel suo nascimento
pi lene
che ventre virginale!
Palpita, sale,
si gonfia, s'incurva,
s'alluma, propende.
Il dorso ampio splende
come cristallo;
la cima leggiera
s'aruffa
come criniera
nivea di cavallo.
Il vento la scavezza.
L'onda si spezza,
precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s'infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l'alga e l'ulva;
s'allunga,
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui 'l vento
di tempra diversa;
l'avversa,
l'assalta, la sormonta,
vi si mesce, s'accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d'iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazzi
scintilli
e di berilli
viridi a sacca.
O sua favella!
Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella,
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.
E per la riva l'ode
la sua sorella scalza
dal passo leggero
e dalle gambe lisce,
Aretusa rapace
che rapisce le frutta
ond'ha colmo suo grembo.
Sbito le balza
il cor, le raggia
il viso d'oro.
Lascia ella il lembo,
s'inclina
al richiamo canoro;
e la selvaggia
rapina,
l'acerbo suo tesoro
obla nella melode.
E anch'ella si gode
come l'onda, l'asciutta
fura, quasi che tutta
la freschezza marina
a nembo
entro le giunga!

Musa, cantai la lode
della mia Strofe Lunga.

(Romena, 22 agosto 1902)

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LA CORONA DI CLAUCO

MELITTA

Fulge, dai maculosi leopardi
vigilata, una rupe bianca e sola
onde il miele silentemente cola
quasi fontana pingue che s'attardi.

Quivi in segreto sono i miei lavacri
dove il mio corpo ignudo s'insapora
e di rosarii e di pomarii odora
e si colora come i marmi sacri.

Io son flava, dal pollice del piede
alla cervice. Inganno l'ape artefice.
Porto negli occhi mie le arene lidie.

Per entro i variati ori la lieve
anima mia sta come un fiore semplice.
Melitta  il nome della mia flavizie.

L'ACERBA

Non io del grasso fiale mi nutrico.
Lascio la cera e il miele nel lor bugno.
Ma spicco la susina afra dal prugno
semiano, e mi piace l'orichico.

E il latte agresto piacemi del fico
primaticcio che nrica nel giugno.
Ti do due labbra fresche per un pugno
di verdi fave, e il picciol cuore amico!

Vieni, monta p rami. Eccoti il braccio.
Odoro come il cedro bergamotto
se tu mi strizzi un poco la cintura.

Quanto soffii! Tropp'alto? Non ti piaccio?
Ah, ah, mi sembri quel volpone ghiotto
che disse all'uva: Tu non sei matura.

NICO

I tuoi pi bianchi sono i miei trastulli
nella gracile sabbia ove t'accosci,
bianchi e piccoli come gli aliossi
levigati dal gioco dei fanciulli.

- Ahi, ahi, misera Nico, i miei pi brulli!
Su la sabbia di foco i pi mi cossi.
Tu ridi, costass, tu ridi a scrosci!
Ma, s'io ti giungo, vedi come frulli.

- Ingrata, ingrata, con che arte il foco
ti rilieva le vene in pelle in pelle
e il pollice t'imporpora e il tallone!

- Bada; Non aliossi pel tuo gioco
ma ho in serbo per te, schiavo ribelle,
una sferza di cuoio paflagone.

NICARETE

Glauco di Serchio, m'odi. Io, Nicarete
le canne con le lenze e gli ami sgombri
che non preser gi mai barbi n scombri
t'appendo alla tua candida parete.

E t'appendo le nasse anco, e la rete
fallace con suoi sugheri e suoi piombi
che non pesc gi mai mulli n rombi
ma qualche fuco e l'alghe consuete.

Amaro e avaro  il sale. O Glauco, m'odi.
Prendimi teco; Evvi una bocca, parmi,
sinuosa nell'ombra d miei bccoli.

Teco andare vorrei tra lenti biodi
e coglier teco per incoronarmi
l'ibisco che fiorisce a Massaciccoli

A NICARETE

Nicarete dal monte di Quiesa
a Montramito i colli sono lenti
come i tuoi biodi, all'aria obbedienti,
fatti anch'elli d'un oro che non pesa.

E quella lor soavit, sospesa
tra i chiari cieli e l'acque trasparenti,
tu non la vedi quasi mai la senti
come una gioia che non si palesa.

Sorge, splendore del silenzio, il disco
lunare. O Nicarete, ecco, e s'adempie
mentre nel lago la ninfea si chiude.

Prima  rosato come il fior d'ibisco
che t'inghirlanda le tue dolci tempie
ma dopo assempra le tue spalle ignude.

GORGO

Ospite sempre memore, io son Gorgo
e l'odor delle Cicladi vien meco.
Tutte l'uve e le spezie, ecco, ti reco
in questo lino aereo d'Amorgo.

Glauco, e ti reco il vin di Chio nell'otro,
quel che bevesti un d sul tuo faslo,
quel che in argilla si facea di gelo
pendula a soffio di ponente o d'ostro.

E una corona d'ellera e di gttice
ti reco, per un'ode che mi piacque
di te, che canta l'isola di Progne.

Io voglio, nuda nell'odor del mstice,
danzar per te sul limite dell'acque
l'ode fiumale al suon delle sampogne.

A GORGO

Gorgo, pi nuda sei nel lin seguace.
La tua veste ti segue e non ti chiude.
Fra l'ombelico e il depilato pube
il ventre appare quasi onda che nasce.

Ombra non  su le tue membra caste:
dall'nguine all'ascella albeggi immune.
Polita come il cittolo del fiume
sei, snella come l'ode che ti piacque.

Danzami la tua molle danza ionia
mentre che l'Apuana Alpe s'inostra
e il Mar Tirreno palpita e corusca.

L'Ellade sta fra Luni e Populonia!
E il cor mi gode come se tu m'offra
il vin tuo greco in una tazza etrusca.

L'AULETRIDE

Io rinvenni la pelle dell'incauto
Frigio nomato Marsia appesa a un pino,
sul suol roggio il coltello del divino
castigatore e, presso, il doppio flauto.

Questo raccolsi trepidando, o Glauco.
E, immemore del flebile destino,
io son osa talor nel mio giardino
chiuso carmi dedurre sotto il lauro.

Rivolgomi sovente e guardo s'Egli
non apparisca a un tratto, l'Immortale.
Ma non mi trema il mio labbro fasciato.

Vivon nell'orror sacro i miei capegli
ma per l'angustia del mio petto sale
il superbo di Marsia antico afflato.

BACCHIA

Ah, chi mi chiama? Ah, chi m'afferra? Un tirso
io sono, un tirso crinito di fronda,
squassato da una forza furibonda.
Mi scapiglio, mi scalzo, mi discingo.

Trascinami alla nube o nell'abisso!
Sii tu dio, sii tu mostro, eccomi pronta.
Centauro, son la tua cavalla bionda.
Fammi pregna di te. Schiumo, nitrisco.

Tritone, son la tua femmina azzurra:
salsa com'alga  la mia lingua; entrambe
le gambe squamma sonora mi serra.

Chi mi chiama? La bccina notturna?
il nitrito del Tessalo? il tonante
Pan? Son nuda. Ardo, gelo. Ah, chi m'afferra?

(Composti presumibilmente nel settembre 1903)

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STABAT NUDA STAS

Primamente intravidi il suo pi stretto
scorrere su per gli aghi arsi dei pini
ove estuava l'aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Pi rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la rsina gemette gi p fusti.
Riconobbi il colbro dal sentore.

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.
Scorse l'ombre cerulee dei rami
su la schiena falcata, e i capei fulvi
nell'argento palldio trasvolare
senza suono. Pi lungi, nella stoppia,
l'allodola balz dal solco raso,
la chiam, la chiam per nome in cielo.
Allora anch'io per nome la chiamai.

Tra i leandri la vidi che si volse.
Come in bronzea msse nel falasco
entr, che richiudeasi strepitoso.
Pi lungi, verso il lido, tra la paglia
marina il piede le si torse in fallo.
Distesa cadde tra le sabbie e l'acque.
Il ponente schium ne' suoi capegli.
Immensa apparve, immensa nudit.

(Data di composizione ignota)

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DITIRAMBO III

O grande Estate, delizia grande tra l'alpe e il mare,
tra cos candidi marmi ed acque cos soavi
nuda le aeree membra che riga il tuo sangue d'oro
odorate di aliga di rsina e di alloro,
laudata sii,
o volutt grande nel cielo nella terra e nel mare
e nei fianchi del fauno, o Estate, e nel mio cantare,
laudata sii
tu che colmasti d tuoi pi ricchi doni il nostro giorno
e prolunghi su gli oleandri la luce del tramonto
a miracol mostrare!

Ardevi col tuo piede le silenti erbe marine,
struggevi col tuo respiro le piogge pellegrine,
tra cos candidi marmi ed acque cos soavi
alzata; e grande eri, e pur delle pi tenui vite
gioiva la tua gioia, e tutto vedeva la tua pupilla
grande: le frondi delle selve e i fusti delle navi,
e la ragia colare, maturarsi nelle pine
le chiuse mandorlette e la scaglia che le sigilla
pender nel fulvo, e l'orme degli uccelli nell'argilla
dei fiumi, l'ombre dei voli su le sabbie saline
vedea, le sabbie rigarsi come i palati cavi,
al vento e all'onda farsi dolci come l'inguine e il pube
amorosamente,
imitar l'opre dell'api,
disporsi a m dei favi
in alveoli senza miele,
e l'osso della seppia tra le brune carrube
biancheggiar sul lido, tra le meduse morte
brillar la lisca nitida, la valva
tra il sughero ed il vimine variar la sua iri,
pallida di desiri la nube
languir di rupe in rupe
lungh'essi gli aspri capi
qual molle donna che si giaccia c suoi schiavi,
scorrere la gmena nella rossa
cbia, sorgere la negossa
viva di palpitanti pinne, curvarsi al peso vivo
la pertica, la possa
dei muscoli, gonfiarsi nelle braccia vellute,
una man rude
tendere la scotta,
al garrir della vela forte
piegarsi il bordo, come la gota del nuotatore,
la sca mutar colore,
tutto il Tirreno in fiore
tremolar come alti paschi al fiato di ponente.

O Estate, Estate ardente,
quanto t'amammo noi per t'assomigliare,
per gioir teco nel cielo nella terra e nel mare,
per teco ardere di gioia su la faccia del mondo,
selvaggia Estate
dal respiro profondo,
figlia di Pan diletta, amor del titan Sole,
armoniosa,
melodiosa,
che accordi il curvo golfo sonoro
come la citareda
accorda la sua cetra,
dolore di Demetra
che di te si duole
n solstizii sereni
per Proserpina sua perduta primavera!
O fulva fiera,
o infiammata leonessa dell'Etra,
grande Estate selvaggia,
libidinosa,
vertiginosa,
tu che affochi le reni,
che incrudisci la sete,
che infurii gli estri,
Musa, Gorgne,
tu che sciogli le zone,
che succingi le vesti,
che sfreni le danze,
Grazia, Baccante,
tu ch'esprimi gli aromi,
tu che afforzi i veleni,
tu che aguzzi le spine,
Esperide, Erine,
deit diversa,
innumerevole gioco dei vnti
dei flutti e delle sabbie,
bella nelle tue rabbie
silenziose, acre ne' tuoi torpori,
o tutta bella ed acre in mille nomi,
fatta per me dei sogni che dalla febbre del mondo
trae Pan quando su le canne sacre
delira (delira il sogno umano),
divina nella schiuma del mare e dei cavalli,
nel sudor dei piaceri,
nel pianto aulente delle selve assetate,
o Estate, Estate,
io ti dir divina in mille nomi,
in mille laudi
ti loder se m'esaudi,
se soffri che un mortal ti domi,
che in carne io ti veda,
ch'io mortal ti goda sul letto dell'immensa piaggia
tra l'alpe e il mare,
nuda le fervide membra che riga il suo sangue d'oro
odorate di aliga di rsina e di alloro!

(Composta al Secco Motrone in Versilia il 20 luglio 1900)

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VERSILIA

Non temere, o uomo dagli occhi
glauchi! Erompo dalla corteccia
fragile io ninfa boschereccia
Versilia, perch tu mi tocchi.

Tu mondi la persica dolce
e della sua polpa ti godi.
Pass per le scaglie e p nodi
l'odore che il cuore ti molce.

Mi giunse alle nari; e la mia
lingua come tenera foglia,
bagnata di sbita voglia,
contra i denti forti langua.

Sapevi tu tanto sagaci
nari, o uomo, in legno s grezzo?
Inconsapevole eri, e del rezzo
gioivi e d frutti spiccaci

e dell'ombre cui fnnoti gli aghi
del pino, seguendo il piacere
d vnti, su gli occhi leggiere
come ombre di voli su laghi.

Io ti spiava dal mio fusto
scaglioso; ma tu non sentivi,
o uomo, battere i miei vivi
cigli presso il tuo collo adusto.

Talora la scaglia del pino
 come una palpebra rude
che subitamente si chiude,
nell'ombra, a uno sguardo divino.

Io sono divina; e tu forse
mi piaci. Non piacquemi l'irto
Satiro su 'l letto di mirto,
e il panisco invan mi rincorse.

Ma tu forse mi piaci. Aulisce
d'acqua marina la tua pelle
che il Sol feceti fosca. Snelle
hai gambe come bronzo lisce.

Offrimi il canestro di giunco
ricolmo di persiche bionde!
Poich non mi giovano monde,
riponi il tuo coltello adunco.

Io so come si morda il pomo
senza perdere stilla di suco.
Poi c miei labbri umidi induco
il miele nel cuore dell'uomo.

Riponi il ferro acre che attosca
ogni sapore. Tu non pregi
i tuoi frutti. I peschi, i ciriegi,
i peri, i fichi in terra tosca

son di dolcezza carchi, e i meli,
gli albricocchi, i nespoli ancora!
E tu li spogli in su l'aurora
velati dei notturni geli.

Da tempo in cuor mio non  gaudio
di tal copia. Ahim, sono scarsi
i doni. E tu vedi curvarsi
i rami del susino claudio!

Ma io non ho se non la terra
pigna dal suggellato seme.
E a romper la scaglia che il preme
non giovami pur una pietra.

O uomo occhicrulo, m'odi!
Lascia che alfine io mi satolli
di queste tue persiche molli
che hai nel cesto intesto di biodi.

Ti priego! La pigna malvagia
mi vale sol per iscagliarla
contro la ghiandaia che ciarla
rauca. Non s'inghiotte la ragia.

Ma se le mastichi negli ozii,
quantunque ha sapore amarogno,
allor che il tuo cuore nel sogno
si bea lungi ai vili negozii,

certo ti piace, o uomo; ed io
te ne dar della pi ricca.
Tu la persica che si spicca,
e ne cola il suco giulo,

dammi, ch'io mi muoio di voglia
e da tempo non ebbi a provarne.
Non temere! Io sono di carne,
se ben fresca come una foglia.

Toccami. Non vello, non ugne
ricurve han le tue mani come
quelle ch'io so. Guarda: ho le chiome
violette come le prugne.

Guarda: ho i denti eguali, pi bianchi
che appena sbucciati pinocchi.
Non temere, o uomo dagli occhi
glauchi! Rido, se tu m'abbranchi.

Abbrancami come il bicorne
villoso. La frasca ci copra,
i mirti sien letto, di sopra
ci pendano l'albe viorne.

Ma come, Occhiazzurro, sei cauto!
Forse amico sei di Diana?
Ora scende da Pietrapana
il lesto Settembre co 'l flauto,

se cruenta nel corniolo
rosseggi la cornia afra e lazza.
Odo tra il grido della gazza
il richiamo del cavriuolo.

Sei tu cacciatore? Sei destro
ad arco, esperto a cerbottana?
Ora scende da Pietrapana
Settembre. Tu dammi il canestro.

Eh, veduto n'ho del pel baio
verso il Serchio correre il bosco!
Tu dammi il canestro. Conosco
la pesta se ben non abbaio.

Accomanda il nervo alla cocca.
Ne avrai della preda, s'io t'amo!
Imito qualunque richiamo
con un filo d'erba alla bocca.

(Composta il 2 giugno 1902)

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LA MORTE DEL CERVO

Quasi era vespro. Atteso avea soverchio
alla posta del cervo, quatto quatto
fra le canne; e vinceami l'uggia. A un tratto
vidi l'uom che natava in mezzo al Serchio.

Un uomo egli era, e pur sentii la pelle
aggricciarmisi come a odor ferigno.
Di capegli e di barba era rossigno
come saggina, folte avea le ascelle;

ma pl diverso da quel delle gote
sotto il ventre parea che gli cominciasse,
bestial pelo, e che le parti basse
fossero enormi, cosce gambe piote,

come di mostro, tanto era il volume
dell'acqua che movea il natatore
se ben tenesse ambe le braccia fuore
con tutto il busto eretto in su le spume.

Un uom era. A una frotta d'anitroccoli
sbigottita egli rise. Intesi il croscio.
Repente si gitt su per lo scroscio
della ripa, salt su quattro zoccoli!

Lo conobbi tremando a foglia a foglia.
Ben era il generato dalla Nube
acro e bimembre, uom fin quasi al pube,
stallone il resto dalla grossa coglia.

Il Centauro! Di manto sagginato
era, ma nella groppa rabicano
e nella coda, di due pi balzno,
l'equine schiene e le virili arcato.

Ritondo il capo avea, tutto di ricci
folto come la vite di racimoli;
e l'inclinava a mordicare i cimoli
dei ramicelli, i teneri viticci

con la gran bocca usa alla vettovaglia
sanguinolenta, a tritar gli ossi, a bere
d'un fiato il vin fumoso nel cratre
ampio, sopra le mense di Tessaglia.

Levava il braccio umano, dal bicipite
guizzante, a crre il ramicel d'un pioppo.
Repente trasalt, di gran galoppo
spar per mezzo agli arbori precipite.

Il cor m'urtava il petto, in ogni nervo
io tremando. Ma, nella mia latbra
umida verde, l'anima erami erba
d'antiche forze. E udii bramire il cervo!

L'udii bramir di furia e di dolore
come s'ei fosse lacero da zanne
leonine. Balzai di tra le canne,
vincendo a un tratto il corporale orrore,

agile divenuto come un veltro
p gineprai, per gli sterpeti rossi,
con silenzio veloce, quasi fossi
in sogno, quasi avessi i pi di feltro.

O Derbe, la potenza che desidero
 nei metalli che il gran fuoco ha vinto.
Eternato nel bronzo di Corinto
ti dar quel che i lucidi occhi videro?

Il Centauro afferrato avea pei palchi
delle corna il gran cervo nella zuffa,
come l'uom p capei di retro acciuffa
il nemico e lo trae, finch lo calchi

a terra per dirompergli la schiena
e la cervice sotto il suo tallone,
o come nella foia lo stallone
la sua giumenta assal per farla piena.

Erto alla presa della cornea chioma,
con le due zampe attanagliava il dorso
cervino, superandolo del torso,
premendolo con tutta la sua soma.

Furente il cervo si divincolava
sotto, gli occhi riverso, il bruno collo
gonfio d'ira e di mugghio, in ogni crollo
crudo spargendo al suol fiocchi di bava.

Era del pi vetusto sangue regio,
di quelli che ammansiva il suon del sufolo,
vasto e robusto il corpo come bufolo,
di vnti punte in ogni stanga egregio.

Quanti rivali, oh lune di Settembre,
cacciati avea d freschi suoi ricoveri
e infissi nella scorza delle roveri,
pria d'abbattersi al Tassalo bimembre!

Si scroll, si squass, si svincol.
E le muglia sonavan d'ogni intorno.
In pugno al mostro un ramo del suo corno
lasciando, corse un tratto; e si volt.

Si volt per combattere, le vampe
delle froge soffiando e le vendette.
Il Tassalo gitt la scheggia; e stette
guardingo, fermo su le quattro zampe.

Un fil di sangue gli colava gi
pel viril petto, gi per il pelame
cavallino il sudore. Come rame
gli brillava la groppa or meno or pi

al sole obliquo che fera lontano
p tronchi, variato dalle frondi.
S'era fatto silenzio nei profondi
boschi. Il soffio s'udia ferino e umano.

Gli aghi dei pini ardere come bragia
parean sul campo del combattimento.
E l'aspro lezzo bestial nel vento
si mesceva all'odore della ragia.

Pontata a terra la sua forza avversa,
il cervo, come fa nel cozzo il tauro,
bass l'arme. La coda del Centauro
tre volte batt l'aria come fersa.

Una rapidit fulva e ramosa
si scagli con un brmito di morte.
O Derbe, ancor ne freme per la sorte
del petto umano l'anima ansiosa.

Credetti udire il gemito dell'uomo
su l'impennarsi del caval selvaggio.
Ma il Tessalo con inuman coraggio
il cervo avea pur quella volta dmo!

Preso l'avea di fronte, alle radici
delle corna, e gli avea riverso il muso.
Entrambi inalberati, l'un confuso
con l'altro in un viluppo, i due nemici,

tra luci ed ombre, sotto il muto cielo
saettato da sprazzi porporini,
lottavano; e su i due corpi ferini,
se le zampe le punte il fitto pelo

il crino irsuto il prepotente sesso,
io vedea con angoscia il capo alzarsi
di mia specie, agitare i ricci sparsi
quel vento d'ira sul mio capo istesso.

E, gonfio il cor fraterno, d'un antico
rimorso, tesi l'arco dell'agguato.
Ma l'uom c pugni avea divaricato
e divelto le corna del nemico.

Udii lo schianto strudulo dell'osso
infranto, aperto sino alla mascella.
Fumide gi dal cranio le cervella
sgorgarono commiste al sangue rosso.

L'erto corpo piomb nel gran riposo
son urto sordo; sanguin silente;
senza palpito stette; del cocente
flutto bagn l'arsiccio suol pinoso.

Rise il Centauro come a quella frotta
lieve natante gi pel verde Serchio.
Poi lev, grande nel silvano cerchio,
il duplice trofeo della sua lotta.

Fiut il vento. Ma prima di partirsi
colse tre rami carichi di pine;
e due n'avvolse attorno alle cervine
corna, e s n'ebbe due notturni tirsi.

Del terzo incurvo fece un serto sacro
e se ne inghirland le tempie umane
ove le vene, enfiate dall'immane
sforzo, ancor cupe ardeangli di sangue acro.

Precinto, armato dei due tirsi foschi,
sollev la gran bocca a respirare
verso il Cielo. S'udia remoto il Mare
seguir col rombo il murmure dei boschi.

Sola una Nube era nell'alte zone
dell'Etere qual dea scinta che dorma.
Venerava il Nubigena la forma
cui fecond l'audacia d'Issone.

Bellissimo m'apparve. In ogni muscolo
gli fremeva una vita inimitabile.
repente s'impenn. Sparve Ombra labile
verso il Mito nell'ombre del crepuscolo.

(Composta a Romena il 24 agosto 1902)

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L'ASFODELO

GLAUCO

O Derbe, approda un fiore d'asfodelo!
Chi mai lo colse e chi l'offerse al mare?
Vag sul flutto come un fior salino.

O Derbe, quanti fiori fioriranno
che non vedremo, su p fulvi monti!
Quanti lungh'essi i curvi fiumi rochi!

Quanti per mille incognite contrade
che pur hanno lor nomi come i fiori,
selvaggi nomi ed aspri e freschi e molli

onde il cuore dell'esule s'appena
poi che il suon noto per rendergli odore
come foglia di salvia a chi la morde!

DERBE

Io so dove fiorisce l'asfodelo.
L nel chiaro Mugello, presso il Giogo
di Scarperia, lo vidi fiorir bianco.

Anche lo vidi, o Glauco, anche lo colsi
in quell'Alpe che ha nome Catenaia
e all'Uccellina presso l'Alberese

nella Maremma pallida ove forse
ei sorride all'imagine dell'Ade
morendo sotto l'unghia dei cavalli.

GLAUCO

O Derbe, anch'io errando su i vestigi
della donna leta, vidi fiorire
tra Populonia e l'Argentaro il fiore

della viorna. Tutto le sorelle
bianche il bosco aspro nelle delicate
braccia tenean tacendo, e i negri lecci

e i sveri nocchiuti al sol di giugno
dormivan come venerandi eroi
entro veli di spose giovinette.

DERBE

In Populonia ricca di sambuchi
io conobbi il marrubbio che rapisce
l'odor muschiato al serpe maculoso

e l'ebbio che colora il vin novello
di sue bacche e lo scirpo che riveste
il gonfio vetro dove il vin matura.

GLAUCO

La madreselva come la viorna
intenerire del suo fiato i tronchi
vidi a Tereglio lungo la Fegana,

e il giunco aggentilir la Marinella
di Luni, e su p monti della Verna
l'avornio tesser ghirlandette al maggio.

DERBE

I gigli rossi e crocei ne' monti,
alla Frattetta sotto il Sangro, io vidi;
anche alla Cisa in Lunigiana, e all'Alpe

di Mommio dove udii nel ciel remoto
gridar l'aquila. Spiriti immortali
pareano i gigli nell'eterna chiostra.

La bellezza dei luoghi era s cruda
che come spada mi fendeva il petto.
Con un giglio toccai la grande rupe,

che non s'aperse e non trem. Mi parve
tuttavia che un prodigio si compiesse,
o Glauco, e andando mi sentii divino.

GLAUCO

Nella Bocca del Serchio, ove la piana
sabbia vergano oscuramente l'orme
dei corvi come segni di sibille,

il narcisso marino io colsi, mentre
l'ostro premea le salse tamerici,
i cipressetti dell'amaro sale.

Lo smlace conobbi attico; e al Gombo
anche conobbi il giglio ch' nomato
pancrazio, nome caro ai greci efbi;

e tanto parve ai miei pensieri ardente
di purit, che ai Mani dell'Orfeo
cerulo io lo sacrai, al Cuor dei cuori.

DERBE

O Glauco, noi facemmo della Terra
la nostra donna ed ogni pi segreta
grazia n'avemmo per virt d'amore.

Come il Sole entri nella Libra eguale,
ti condurr sui monti della Pieve
di Camaiore, e alla Tambura, e ai fonti

del Frigido, e lungh'essa la Freddana
dietro Forci, e nell'Alpe di Soraggio,
ch tu veda fiorir la genziana.

GLAUCO

Bella  la Terra o Derbe, e molto a noi
cara. Ma quanti fiori fioriranno
che non vedremo, nelle salse valli!

Le Oceanine ornavan di ghirlande
i lembi della tunica a Demetra
piangente per il colchico apparito.

Com'entri nello Scrpio il Sole, o Derbe,
ti condurr su i pascoli del Giovo
in mezzo ai greggi delle pingui nubi,

perch tu veda il colchico fiorire.

(Composta il 4 giugno 1902)

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MADRIGALI DELL'ESTATE

IMPLORAZIONE

Estate, Estate mia, non declinare!
Fa che prima nel petto il cor mi scoppi
come pomo granato a troppo ardore.

Estate, Estate, indugia a maturare
i grappoli dei tralci su per gli oppi.
Fa che il colchico dia pi tardo il fiore

Forte comprimi sul tuo sen rubesto
il fin Settembre, che non sia s lesto.

Sffoca, Estate, fra le tue mammelle
il fabro di canestre e di tinelle.

LA SABBIA DEL TEMPO

Come scorrea la calda sabbia lieve
per entro il cavo della mano in ozio
il cor sent che il giorno era pi breve.

E un'ansia repentina il cor m'assale
per l'appressar dell'umido equinozio
che offusca l'oro delle piagge salse.

Alla sabbia del Tempo urna la mano
era, clessidra il cor mio palpitante,
l'ombra crescente di ogni stelo vano
quasi ombra d'ago in tacito quadrante.

L'ORMA

Sol calando, lungh'essa la marina
giunsi alla pigra foce del Motrone
e mi scalzai per trapassare a guado.

Da stuol migrante un suono di chiarina
vena per l'aria, e il mar tenea bordone.
Nitr di fra lo sparto un caval brado.

Ristetti. Strana era nel limo un'orma.
Per dall'alpe gi scendeva l'ombra.

ALL'ALBA

All'alba ritrovai l'orma sul posto,
selvatica qual pesta di cerbiatto;
ma v'era il segno delle cinque dita.

Era il pollice alquanto pi discosto
dall'altre dita e il mignolo ritratto
come ugnello di gzzera marina.

La foce ingombra di tritume negro
odorava di sale e di ginepro.

Seguitai l'orma esigua, come bracco
che tracci e fiuti il baio capriuolo.
Giunsi al canneto e mi scontrai col riccio.

Livido si fugg per folto il biacco.
Si levarono due tre quattro a volo
migliarini gi tinti di gialliccio.

Vidi un che bianco; e un velo era dell'alba.
Per guatar l'alba disamarrii la traccia.

A MEZZODI'

A mezzod scopersi tra le canne
del Motrone argiglioso l'aspra ninfa
nericiglia, sorella di Siringa.

L'ebbi s miei ginocchi di silvano;
e nella sua saliva amarulenta
assaporai l'organo e la menta.

Per entro al rombo della nostra ardenza
udimmo crepitar sopra le canne
pioggia d'agosto calda come sangue.

Fremere udimmo nelle arsicce crete
le mille bocche della nostra sete.

IN SUL VESPERO

In sul vespero, scendo alla radura.
Prendo col laccio la puledra brada
che ancor tra i denti ha schiuma di pastura.

Tanaglio il dorso nudo, alle difese;
e per le ascelle afferro la naida,
la sollevo, la pianto sul garrese.

Schizzan di sotto all'ugne nel galoppo
gli aghi i rami le pigne le cortecce.
Di l dai fossi, ecco il triforme groppo
su per le vampe delle fulve secce!

L'INCANTO CIRCEO

Tra i due porti, tra l'uno e l'altro faro,
bonaccia senza vele e senza nubi
dolce venata come le tue tempie.

Assai lungi, di l dall'Argentaro,
assai lungi le rupi e le paludi
di Circe, dell'idda dalle molt'erbe.

E c'incant con una stilla d'erbe
tutto il Tirreno, come un suo lebete!

IL VENTO SCRIVE

Su la docile sabbia il vento scrive
con le penne dell'ala; e in sua favella
parlano i segni per le bianche rive.

Ma, quando il sol declina, d'ogni nota
ombra lene si crea, d'ogni ondicella,
quasi di ciglia su soave gota.

E par che nell'immenso arido viso
della pioggia s'immilli il tuo sorriso.

LE LAMPADE MARINE

Lucono le meduse come stanche
lampade sul cammin della Sirena
sparso d'ulve e di pallide radici.

Bonaccia spira su le rive bianche
ove il nascente plenilunio appena
segna l'ombra alle amare tamerici.

Sugger di labbra fievole fa l'acqua
ch'empie l'orma del pi tuo delicata.

NELLA BELLETTA

Nella belletta i giunchi hanno l'odore
delle persiche mzze e delle rose
passe, del miele guasto e della morte.

Or tutta la palude  come un fiore
lutulento che il sol d'agosto cuoce,
con non so che dolcigna afa di morte.

Ammutisce la rana, se m'appresso.
Le bolle d'aria salgono in silenzio.

L'UVA GRECA

Or laggi, nelle vigne dell'Acaia,
l'uva simile ai ricci di Giacinto
si cuoce; e gi comincia a esser vaia.

Si cuoce al sole, e detta  passolina,
anche laggi su l'istmo, anche a Corinto,
e nella bianca di colombe Egina.

In Onchesto il mio grappolo era azzurro
come forca di rondine che vola.
All'ombra della tomba di Nettuno
l'assaporai, guardando l'Elicona.

(Data di composizione non precisata)

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FERIA D'AGOSTO

Espero sgorga, e tremola sul lento
vapor che fuma dalla Val di Magra.
Un vertice laggi, nel cielo spento
ultimo flagra.

Emulo della stella e della vetta,
arde il Faro nell'isola di Tino.
Dppiano il Capo Corvo una goletta
e un brigantino.

Or s or no la ragia con la cuora
si mescola nel vento diforno.
Dell'agrore salmastro s'insapora
l'odor silvano.

Albica il mar, di cristalline strisce
varia, su i liti ansare odesi appena.
Ed ecco, il promontorio s'addolcisce
come l'arena.

Ogni cosa pi gran dolcezza impetra.
Tutto avvolve l'immensa pace urania.
Fin, nell'aere tenue, si spetra
la cruda Pania.

O fanciullo, inghirlanda l'architrave;
salda la cera ai tuoi calami arguti;
rinfondi nella lampada il soave
olio di Buti.

Fa grido e aduna i tuoi compagni auleti,
che rechino le fstole sonore
composte con le canne dei canneti
di Camaiore.

Sette di pino belle faci olenti
e sette di ginepro irsuto appresta,
a rischiarare gli ospiti vegnenti
per la foresta.

Fresche delizie avranno elli da scerre
bene accordate su la stoia monda:
l'uva sugosa delle Cinque Terre
e nera e bionda,

l'uva con i suoi pampani e i suoi tralci,
le psche e i fichi su la chiara stoia,
e le ulive dolcissime di Calci
in salamoia.

Infra l'ombrna e il dntice la triglia
grassa di scoglio veggan rosseggiare,
e il vino di Vernazza e di Corniglia
nelle inguistare.

Anche avremo di miele e di friscello
la focaccia che fu grata a Priapo,
e ghirlanda di cnzia e d'alberello
per ogni capo.

O fanciulli, e per voi saremo lauti.
Io far s che ognun di voi ricordi
la mia feria d'agosto, ma se i flauti
non sien discordi.

Accendete le faci, e andiam nel bosco
a rischiarare l'ospite che viene.
Odo tinnire un riso ch'io conosco,
ch'io mi so bene.

E' di quella che fstiga i miei spirti,
d'una che acerba ride e dolce parla.
Accendete le faci e andiam tra i mirti
ad incontrarla.

Non vi stupite gi che la crocta
sia guisa d'oggid tra Serchio e Magra.
Quest'ospite  d'origine beota,
vien di Tanagra.

Ma ben la grazia onde succinge il giallo
bisso e i sandali scopre  maraviglia
(porta anelli d'elettro e di cristallo
alla caviglia)

mentre il suo capo sottilmente ordito
piega, ove ferma un lungo ago l'intreccio,
fulvo come i ginepri che sul lito
morde il libeccio.

Rugge e odora il ginepro nella teda.
Or configgete in terra acceso il fusto.
Flauti silvestri, e il nume vi conceda
il tono giusto.

Fanciulli, attenti! Fate un bel concerto.
Pan vi guardi da nota roca o agra.
Quest'ospite che v'ode ha orecchio esperto;
vien di Tanagra.

(Data di composizione sconosciuta)

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IL POLICEFALO

Spezzate i flauti. Il lino che connette
le canne  quel medesmo degli astuti
lacci, e la cera troppo sa di miele.

Il suono puerile  breve oblio
pel cor prestante che non ama il gioco
facile n cattare il sonno lieve.

N tu sei cittadino d'Agrigento
nomato Mida, vincitore in Delfo.
N t'insegn la Csia il grande carme.

Pallade Atena dai fermi occhi chiari
prima invent tal melodia, nel giorno
in cui Medusa tronca fu dall'arpe.

Ud le grida e i pianti ch'Eurile
mettea tra il sibilare dei serpenti
verso la strage; ud l'orrendo ploro.

I gemiti di Steno come dardi
fendeano l'etra, e tutti gli angui eretti
minacciavan l'eroe nato dall'oro.

Cos la Meloda di Mille Teste
nacque in giorno sanguigno; e la raccolse
Pallade Atena e modul per l'uomo.

Le canne dei canneti d'Orcomno
ella guarn con lmine di brinzo
e s ne fece pi possente il tuono.

Spezzate i flauti esigui, auleti imberbi,
poi che non han potenza al grande carme.
Cercatemi nel mare i nicchi intorti.

V'insegner davanti alle tempeste
dedurre dalle bccine profonde
la melodia delle mie mille sorti.

(Data di composizione ignota)

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IL TRITONE

Il Tritone squammoso mi fu mastro.
S'accoscia su la sabbia ove la schiuma
bulica; e al sole la sua squamma fuma.
Gingogli ov' tra il pesce e il dio l'incastro.

Ha il gran torace azzurro come il glastro
ma l'argento sul dorso gli s'alluma.
Sceglie tra l'alghe la pi verde, e ruma
e gli cola il rigurgito salmastro.

Con la vasta sua man palmata afferra
la sua conca, v'insuffla ogni sua possa,
gonfio il collo le gote gli occhi istrambi.

Va il rimbombo pel mare e per la terra.
L'Alpe di Luni crllasi percossa.
Blzano nel mio petto i ditirambi.

(Data di composizione sconosciuta)

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L'ARCA ROMANA

Alpe di Luni, e dove son le statue?
I miei spirti dsian perpetuarsi
oggi sul cielo in grandi simulacri.

O antichi marmi in grandi orti romani!
Stan per logge e scale di balaustri,
con le lor verdi tuniche di muschi.

Negreggiano i cipressi i lecci i bussi
intorno alla fontana ove il Silenzio
col dito su le labbra  chino a specchio.

Vede apparire dal profondo il teschio
dell'eterna Medusa, la Gorgne
vede s fiso nel divino orrore.

Lamenta i fati il grido del paone.
Tutto  immobilit di pietra, vita
che fu, memoria grave, ombra infinita.

Un sarcofago eleggo, ov' scolpita
in tre facce una pugna d'Alessandro;
pieno  di terra, e porta un oleandro.

Quivi masticher la foglia amara
del mio lauro, seduto su quell'arca.

Quivi disfoglier la rosa vana
dell'amor mio, seduto su quell'arca.

(Data di composizione sconosciuta)

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L'ALLORO OCEANICO

Oleandro d'Apollo, ambiguo arbusto
che d'ambra aulisci nell'ardente sera;
melagrano, e il tuo rosso balausto
quasi fiammella in calice di cera;

nautico pino, e il tuo scoglioso fusto
e i coni entro la chioma tua leggera;
olivo intorto da dolor vetusto,
e l'oliva tua dolce che s'annera;

ginepro irsuto, mirto caloroso,
lentisco, terebinto, caprifoglio,
cento corone dell'Estate ausonia;

ma te, sargasso, re del Marerboso,
vasto alloro del gorgo, anche te voglio,
che bacche fai come la fronda aonia.

(Data di composizione sconosciuta)

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IL PRIGIONIERO

Ardi, sei triste come il Prigioniero
ignudo che il titano Buonarroto
cav da quel che or splende vio e rimoto
Sagro, per il pontefice guerriero.

Constretto anche tu sei del tuo mistero,
vittima consacrata al Mare Ignoto;
e la bocca tua bella grida a vto
contra il fato che tolseti l'impero.

Tiranno fosti in Gela, trionfale
nell'ode pitia re? Traesti schiavi
da Tespe uomini e marmi alla tua Tebe?

O sul cavallo bianco eri a Micale,
presso il padre di Pericle, e pugnavi
con l'altra giovent nel nome d'Ebe?

(Data di composizione sconosciuta)

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LA VITTORIA NAVALE

Se quella ch'arma di sue grandi penne
la prua della trire samotrace
venir dee verso me che senza pace
persvero lo sforzo mio ventenne,

non altrove ma fra le vive antenne
di questa selva nata dal focace
lito, in vista dell'Alpe che si tace
gloriosa di suo candor perenne,

l'attender dicendo: "Ben mi vieni
dalla piaggia che i Cbiri nutrica,
dall'isola che sta di contro all'Ebro.

Io son l'ultimo figlio degli Elleni:
m'abbeverai alla mammella antica;
ma d'un igneo dmone son ebro".

(Data di composizione sconosciuta)

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IL PEPLO RUPESTRE

Mutila dea, tronca le braccia e il collo,
la cima dell'Altissimo t' ligia.
E' tua la rupe onde alla notte stigia
discese il bianco aruspice d'Apollo.

La cruda rupe che non d mai crollo,
o Nike, il tuo ventoso peplo effigia!
La violenza delle tue vestigia
eternalmente anima il sasso brollo.

Quando sul mar di Luni arde la pompa
del vespro e la Cergiola  cruenta
sotto il monte maggior che la soggiga,

sembra che dispetrata a volo irrompa
tu negli ardori e sul mio capo io senta
crosciar la gioia dell'immensa foga.

(Data di composizione sconosciuta)

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IL VULTURE DEL SOLE

S'io pensi o sogni, se tal volta io veda
quasi vampa tremar l'aria salina,
se nel silenzio oda piombar la pina
sorda, strider la ragia nella teda,

sonar sul loto la palustre auleda,
istrepire il falasco e la saggina,
subitamente del mio cor rapina
tu fai, di me che palpito fai preda,

o Gloria, o Gloria, vulture del Sole,
che su me ti precipiti e m'artigli
sin nel focace lito ove m'ascondo!

Levo la faccia, mentre il cor mi duole,
e pel rossore d miei chiusi cigli
veggo del sangue mio splendere il mondo.

(Data di composizione sconosciuta)

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L'ALA SUL MARE

Ardi, un'ala sul mare  solitaria.
Ondeggia come pallido rottame.
E le sue penne, senza pi legame,
sparse tremano ad ogni soffio d'aria.

Ardi, veggo la cera! E' l'ala icaria,
quella che il fabro della vacca infame
foggi quando fu servo nel reame
del re gnssio per l'opera nefaria.

Chi la raccoglier? Chi con pi forte
lega sapr rigiugnere le penne
sparse per ritentare il folle volo?

Oh del figlio di Dedalo alta sorte!
Lungi dal medio limite si tenne
il prode, e ruin nei gorghi solo.

(Data di composizione sconosciuta)

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ALTIUS EGIT ITER

L'ombra d'Icaro ancor p caldi seni
del Mar Mediterraneo si spazia.
Segue di nave solco che pi ferva.
Ogni rapidit di vnti agguaglia.
Voce d'uom che comandi ama nel turbine.
Ode clamor di nufraghi iterato
e n'ha disdegno, ch silenzioso
fu quel rimoto suo precipitare.

Io la vidi laggi, verso l'occaso.
Era nel palischermo io c miei due
remi. A prora il mio Dspota seduto
era, e guatava fiso la mia cura.
Tra quegli e me subitamente vidi
ignuda l'ombra d'Icaro apparire.
Quasi il color marino aveano assunto
le sue membra, ma gli occhi eran solari.

Sul petto giovenile intraversate
ancor gli stavan le due rosse zone,
gi per gli meri vincoli dell'ale,
simili a inermi bltei di porpora.
"O Dspota, costui" disse " l'antico
fratel mio. Le sue prove amo innovare
io nell'ignoto. Indulgi, o Invitto, a questa
mia d'altezze e d'abissi avidita!".

(Data di composizione sconosciuta)

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DITIRAMBO IV

Icaro disse: "La figlia del Sole
a me poggiata come ad un virgulto
sul limite dei paschi
guatava il candido armento dei buoi
pascere lungo il Crato rupestro.
Mi si piegava il destro
mero sotto la mano regale
umida di sudor gelido; e, dentro
me, tremavano tutte le midolle,
negli orecchi fragore
sonavami s forte ch'io temeva
udir dal sacro Dicte i Coribanti
atroci e il rombo del bronzo percosso.
E la citt di Cnosso
splendea di mura cttili e di blocchi
oltre l'irto canneto atto a far dardi.
"O Pasife, che guardi?"
chiese il Re sopraggiunto. Ed anelava
nella sua barba violetta come
l'uva cidnia; ch membruto egli era
e gravato di giallo adipe il fianco.
"Io guardo il toro bianco,
quello che tu non dsti a Posidone"
la figlia di Perseide rispose.
E le vette nevose
dell'Ida biancheggiavan men del toro
niveo diniegato al dio profondo.
"Perch s tremebondo
sei tu, figlio di Dedalo?" il Re chiese.
E allor Pasife: "Questo ateniese
giovinetto somiglia ad Androgo
che non torna d'Atene;
e per ci mi sostiene,
il cor triste mi folce;
per ci tanto m' dolce
le dita porre nel suo crin prolisso".
Io rividi l'Ilisso,
i platani gli allori gli oleandri
che l'adombrano, e il bosco degli ulivi
presso Colono caro all'usignuolo.
Rividi il patrio suolo
entro l'anima mia subitamente,
come colui ch' presso alla sua fine;
perocch nel mio crine
ponea le dita la donna solare,
e l'ossa mie flagrare
parean nel suo sorriso accosto accosto
siccome rami cui fiamma s'appicchi
quando i legni sien ricchi
d'aroma e inariditi dall'Estate.
E le navi lunate
coi rematori seduti agli scalmi
in fila a battere il flutto diviso,
e l'Eracleo, l'Amniso,
i due porti ricurvi, e il fiume, e i monti
e tutta quanta l'isola selvosa
con le vigne col dttamo e col miele
ardere in quel sorriso
vidi per mezzo ai cigli miei morenti.
E il sire degli armenti
udii mugghiare in quel foco sonoro,
mugghiare il bianco toro
diniegato al gran Padre enosigo".

Icaro disse: "Poi che l'ombra cadde
(il vertive dell'Ida solitario
nell'etra rosseggiava
come il fiore del dttamo crinito)
nascostamente ritornai s paschi,
gonfio d'odio il cuor tacito; e scagliai
contra il toro le selci acuminate
dell'lveo del Crato divulse
e imposse alla mia frombola cretese.
Il boaro m'intese
e mi rincorse ratto su per l'erbe
con la verga di crilo a minaccia.
Ma perse la mia traccia
nell'ombra che cadea; n mi conobbe,
n l'erbe verdi tenner le vestigia.
L'infanda cupidigia
per ovunque era sparsa! Palpitare
parea pur anco nelle stelle vaghe!
Il vento perea piaghe
sbite aprire nel mio corpo nudo
acerbe s che non sarami valso
a medicarle il dttamo dell'Ida.
E piena era di grida
compresse la mia gola nell'arsura,
quando giunsi elle mura
del Labirinto ove il mio padre aveva
ambage innumerevole di vie
riempiuta d'error laborioso.
Quivi ristetti ascoso
perocch vidi il duro fabro alzato
su la soglia difficile in silenzio
e la figlia del Sole in gran segreto
favellare con lui senza sorriso,
marmorea nel viso,
come chi chieda all'arte del mortale
una cosa tremenda e non ne tremi".

Icaro disse: "L'officina arcana
era in un orto a vista del recurvo
porto Eracleo frequente
di ben costrutte navi dalla prora
dipinta; e gli utensli erano acuti,
e la fronte del fabbro era contratta.
Sorgea la forma esatta
della falsa giovenca nella luce
del d, quasi che sazia di pastura
spirasse dalle froge il fiato olente
di ctiso, tranquilla s pi fessi.
Con tale arte commessi
eran gli sculti legni e ricoperti
di fresca pelle, che parean felici
d'ubert non fallibile i bei fianchi
e le mamme in sul punto di gonfiarsi
all'affluir d'un latte repentino.
Furtiva nel giardino
vnia Pasife senza le sue donne
a rimirar l'opera fabrile
ch'ella infiammava della sua lussuria
impaziente; e seco avea l'irsuto
boaro come giudice perfetto.
Costui rise: il difetto
scorse nella giogaia. Il grande artiere
fu docile al consiglio dell'uom rude.
Pasife con le nude
braccia premette gli meri miei nudi,
s'abbandon su me come su fulcro
insensibile, assorta nel suo sogno
inumano, perduta nel portento.
Saliva un violento
foco dal suolo ov'eran le radici
della mia forza, e tutto m'avvolgea,
e tutto come arbusto resinoso
parea vi crepitassi e vi splendessi.
Oh giardino di spessi
aromi, carco di cera e di miele,
carco di gomma e d'ambra,
ove s'udia scoppiar la melagrana
come un riso che scrosci e qiasi mosto
si liquefaccia in una bocca d'oro!
Recava l'Austro il coro
delle femmine ancelle dal palagio
remoto, che sedevano ai telai
o tingevan di porpora le lane
o i semplici isceglieano al beveraggio
o di carni ammannivan la vivanda
per la figlia del Sole,
ignare ch'ella fosse innanzi al Sole
preda schiumosa d'Afrodite infanda".

Icaro disse: "La figlia del Sole
amai, che per libidine soggiacque
alla bestia di nerbo pi potente.
Splendea divinamente
la sua carne quand'ella penetrava
nel simulacro per imbestiarsi.
Io chiuso in me riarsi.
Io, quando vidi il callido boaro
la prima volta addurre
alla falsa giovenca il toro bianco
che si battea il fianco
sonoro con la fersa della coda
adorno i corni brevi d'una lista
di porpora, balzai gridando: "O Sole,
a te consacrer, sopra la rupe
inconcussa, oggi un'aquila sublime!"
E andai verso le cime
con la bipenne l'arco e le saette,
ben coturnato, a far le mie vendette".

Disse: "Da prima vidi l'ombra vasta
palpitar su la torrida petraia.
Fulvo il macigno, cerula era l'ombra.
E dopo udii la romba
delle penne per l'aer verberato.
Grid verso il suo fato
ella repente, ferma su le penne;
la corda mia nel tendersi stridette;
il grido parve lacerare il cielo
e lo stridor fu lieve qual garrito
di rondine ma il tlo
che si part fu forte e fu cruento.
Sentii sul viso il vento
del volo che fece impeto a salire,
poi si fiacc, gir come in un turbo,
piomb verso lo scrmolo del monte.
Mi cadde su la fronte
una goccia di sangue larga e calda
come goccia di nuvolo d'agosto
quando lampeggia e tuona.
L'aquila s'abbatt sul sasso prona
il petto, aperta l'ali
crude che strepitarono sul sasso,
erta sbito il rostro alla difesa.
La roccia discoscesa
ardeva nel meriggio come il ferro
nella fucina, sotto i miei coturni.
La fronda dei viburni
era come la scoria dei metalli
liquefatti, e la fronda degli avorni.
S'udiano i capricorni
belare in mezzo al dttamo crinito,
e l'odore dell'erba vulneraria
mescevasi nell'aria
tremula con l'odor dell'aquilino
sangue che d'ogni sangue  pi vermiglio.
Col rostro e con l'artiglio
fu pronta la satellite di Giove
a combattere contra il feditore
su la rupe inconcussa.
Allora io dissi: "Augusta,
se tu sei senza volo, io sia senz'armi".
E disdegnai ritrarmi
qual uomo a saettarla di lontano.
Ma gittai l'arco; e mi fasciai la mano
con il corame della mia faretra,
mi fascia la man destra
a difesa degli occhi minacciati
dal becco adunco. Feci impeto, entrai
in un selvaggio fremito di penne;
in un orrendo strepito di penne
come in un nembo fulvo preso fui
dalla possa grifagna;
sentii fuggirmi sotto le calcagna
la rupe e gridai forte.
Combattemmo nel rombo della morte.
Io con la destra le afferrai la strozza
robusta come tronco di serpente,
e strinsi e strinsi; e con la manca trassi
dalla ferita fresca il dardo primo,
pi volte e pi nell'imo
fegato lo confissi.
Combattemmo sul ciglio degli abissi,
in cospetto del Sole, a mezzo il giorno.
Gloria d'Icaro! Intorno
alla zuffa ogni bttito di penne
sprizzava mille stille
di sangue come porpora in faville
accesa ed isvolata via per festa.
A gloria la mia testa
pareva di faville incoronarsi.
E le piume dei tarsi
e del petto e del collo e delle ascelle
isvolavan su l'Ostro.
E un rivolo purpureo dal rostro
colava sul mio braccio imporporato
fino al cbito. E lcera dai colpi
delle rampe la destra coscia m'era
s che la messaggera
Nike, se mai sost sul solitario
vertice andando verso Atene mia
a recar le corone
dell'oleastro, fece il paragone
tra l'aquilino sangue e il sangue icario.
Ah, non temetti il suo giudicio, o Sole.
Parvemi, quando apersi il pugno ostile
e la nemica ricopr la rupe
alfine spenta, parvemi che tutta
la sua virtute aligera mi fosse
nelle braccia e negli meri trasfusa
e m'agitasse i fragili precordii
una immortale avidit di volo.
L'alto vertice solo
e l'esanime preda eran con meco,
e il dio della lucifera quadriga.
Pregai: "Divino auriga,
questa vittima t'offro in olocausto
perch tu mi sii fausto
se dato mi sar tentar le vie
dove agiti le tue criniere bianche.
Il torace le viscere le branche
e il gran capo rostrato
in un fuoco di sterpi e d'erbe io t'ardo
e la canna del dardo.
Concedi, o dio magnifico, se m'odi,
concedimi che immuni dalla brace
io dell'aquila serbi l'ali forti
e con meco le porti
perch le veda entrambe il padre mio
Dedalo d'Eupalmo
ateniese, artefice sagace,
perch due me ne foggi a simiglianza
l'uomo di molti ingegni, ma pi forti,
ma con pi grande numero di penne".
E tolsi la bipenne
che al cinto appesa avea dietro le reni:
con ella diedi nelle congiunture,
di muscoli e di tendini gagliarde
cos che che resisteano al doppio taglio.
"Ahi che l'incudine e il maglio
e l'industria paterna non varranno
a radicarmi la virt dell'ala
nella scapula somma" io mi pensai
considerando, come il citarista
inchino su le corde,
la tenacia del nesso tendinoso
che biancheggiava di color di perla
nel cruore. E la mente ne fu trista.
E trista fu la mozza ala, a vederla.
E, nel fuoco di sterpi fumigando
la residua carne offerta al Sole,
io mi pensai: "Si duole
il dio solingo sul suo carro ardente
e non cura l'insolito libame.
La figlia sua nel simulacro infame
ei vide, onniveggente;
e dell'arte di Dedalo si cruccia
e mi scopre nel cor la piaga acerba,
nel cor che non si lagna,
cui dttamo n stebe non mi vale".
Mi gravai d'ambo l'ale
congiunte con la stringa del mio cinto;
e l'alta volont fu la compagna
della doglia fatale
quando, scorto dal dio, di sangue tinto,
scesi dal monte verso il Labirinto".

Icaro disse: "L'officina arcana
era in una caverna del dirupo,
dietro il porto d'Amniso
a levante di Cnosso, erma sul mare.
S'udiva starnazzare
e stridere d'uccelli senza tregua,
p fri dello scoglio ferrugigno.
Il suolo di macigno
consparso era d'antichi dolii rotti
e di fimo biancastro.
Rimbombavano al Gipice salmastro
le concave pareti
come le curve targhe dei Cureti
all'urto delle picche furibonde.
Sotto, il fragor dell'onde
avea lunga eco per ambagi ignote
quando l'Apeliote
enfiava i verdazzurri otri del sale.
Quivi all'innaturale
opera intento era il mio padre, quivi
i congegni del volo
oprava senza incude e senza maglio.
Ben gli diedi travaglio
e affanno, ch pareami troppo tarda
la sua fatica per il mio deso
e sempre poche mi parean le penne
adunate dinanzi a lui che oprava.
Per lui la cera flava,
stretta in pani, col pollice e col fiato
ammollii; dispennai la copiosa
cacciagione; sollecito le penne
separai dalle piume.
Il sangue onde imperlavasi l'acume
d'ogni fusto divulso
vertudioso parvemi; e mi piacque
a stilla a stilla suggerlo, accosciato
presso il fabro mirabile che oprava
seduto su la pietra.
Quante volte votai la mia faretra,
infaticato sagittario errante
per le rupi lontane!
I falchi gli sparvieri e le poiane
caddero, e gli avvoltoi
calvi gravati di carni lugbri,
e gli astori c resti dei colbri,
ancor ne' becchi adunchi, e i gru strimonii
gambuti dai lunghi ossi
accmodi al tibcine, ogni specie
pennipotente altivolante cadde
per la forza degli archi miei cidonii
e d miei dardi gnossi.
E mi tornava io carico di preda
celeste alla caverna;
e pur sempre pareva al mio deso
che fosse tarda l'opera paterna.
Era quivi l'odore della cera
e della ragia, ch l'operatore
mescolava le lacrime del pino
chiare al dono trattabile dell'ape,
acciocch questo fosse pi tegnente.
Escluso avea dall'opera i metalli
come gravi ch'ei sono; e l'armatura
composto avea con le vergelle ferme
del crilo e pieghevoli, congiunte
da bene intorto stame in ciechi nodi,
e spravi disteso avea l'omento,
la grassa rete che le interiora
degli animali include, ben dissecco.
E sul congegno solido e leggero
ei disponea per ordine le penne,
dalla pi breve alla pi lunga elette
acutamente, come nella fistola
di Pan le avene dspari disgradano
per la natura dei diversi numeri.
E lino e cera usava a collegarle,
cera immista di ragia, come dissi.
E le sapeva inflettere con tanta
arte, per imitar la curvatura
della vita, che l'ala su la pietra
inerte parea trepida e tepente
e penetrata d'aere, ventosa
come fosse per rompere dal nido
o per posarsi dopo lungo volo".

Icaro disse: "Non veduto, vidi.
Misi gli occhi per entro ad un rosaio,
ove all'alito mio silentemente
si sfogliarono due tre rose passe.
Parve che si sfogliasse
con elle e si sfacesse il cuor mio caro.
E senza fine amaro
mi fu tutto che vidi non veduto,
in quel giardino muto
ove non pi s'udia la pingue gomma
gemere n scoppiar pomo granato
come riso punceo che scrosci.
Fracidi i frutti, flosci
erano, grinzi come cuoi risecchi
gli arbori, crudi stecchi;
le cellette soavi, aride spugne,
senza la melodia laboriosa.
Rotta al suolo, corrosa,
informe fatta come vil carcame
era la vacca infame
offerta dalla frode al toro bianco
perch l'inclito fianco
alla figlia del Sole
empiesse di semenza bestiale.
E la donna regale,
figlia del Sole e dell'Oceanina,
Pasife di Perseide, il cui volto
m'era apparito come il penetrale
della luce nel tempio dell'iddio
splendido, la reina
dell'isola che fu cuna al Cronde
ricca in dttamo in uve in miele e in dardi,
l'adultera dei pascoli era quivi
sola col suo spavento.
Bocca anelante, nari acri, occhio intento
avea, pallido volto come l'erbe
aride, consumato dai sudori
e dalle schiume della sua lussuria.
Discita era, e l'incuria
della sua chioma la facea selvaggia
qual femmina del Taso tebano
che defessa dall'orgia ansi in un botro
del Citerone, esangue
fra il tirso spoglio della fronda e l'otro
voto del vino, al gelo antelucano.
Sentiva nel suo ventre, abbrividendo,
vivere il mostro orrendo,
fremere il figlio suo bovino e umano".

Icaro disse: "Era stellato il cielo,
era pacato il mare,
nella vigilia mia meravigliosa.
La roggia stella ascosa
nel mio cor vigile era la pi grande.
Le cose miserande
eran lungi da me come da un dio
beverato di nttare novello.
Parea dal corpo snello
dileguarmisi il triste peso come
dal cielo eo si dileguava l'ombra,
e nella carne sgombra
un aereo sangue irradiarsi.
Nel cielo eo comparsi
i pallidi crepuscoli, il messaggio
della Titnia fece su per l'acque
un infinito tremito tremare.
Subitamente il giubilo del mare
si converse in deso tumultuoso,
irto le innumerevoli sue squamme.
Allor tutte le fiamme
del giorno dal mio cor parvero nate,
per sempre tramontate
dietro di me le stelle della notte,
l'ali della mia sorte
gi nel periglio glorioso aperte.
Ahi, su la pietra inerte
si giacevan gli esnimi congegni,
e le mie braccia umane erano spoglie
della virt pennata
che la mia scure avea tronca sul monte
in giorno di vittoria.
E sbito mi fu nella memoria
la tenacia del nesso tendinoso
che biancheggiava di color di perla
nel cruore vermiglio.
"Aquila vinta" dissi "Icaro, figlio
di Dedalo d'Atene,
ai tuoi mani consacra i ligamenti
arteficiati e fragili dell'ali
che sono opera d'uomo;
perch, come ti vinse combattendo
lungi e presso, cos nel tuo dominio
vincerti vuole d'impeto e d'ardire".
E il mio padre destai dal sonno. Dissi:
"Padre,  l'ora". Non altro dissi. Muto
stetti mentr'ei m'accomodava l'ali
agli meri, mentr'ei gli ammonimenti
iterava con voce mal sicura.
"Giova nel medio limite volare;
ch, se tu voli basso, l'acqua aggreva
le penne, se alto voli, te le incende
il fuoco. Tieni sempre il giusto mezzo.
Abbimi duce, sguita il mio solco.
Deh, figliuol mio, non esser tropp'oso.
Io ti segno la via. Sii buon seguace".
E le mani perite gli tremavano.
Il mirabile artiere ebbi in dispregio
silenziosamente. "Al primo volo
io con te lotter, per superarti.
Fin dal battito primo, io sar l'emulo
tuo, la mia forza intender per vincerti.
E la mia via sar dovunque, ad imo,
a sommo, in acqua, in fuoco, in gorgo, in nuvola,
sar dovunque e non nel medio limite,
non nel tuo solco, s'io pur debba perdermi"
risposegli il mio cor silenzioso.
E gli sovvenne della grande frode
(difficile all'oblo questo mio cuore
s che l'acqua del Lete non ci valse:
furon pur tre le tazze tracannate)
e del dolo fabrile gli sovvenne.
Fra le mani perite che tremavano
riveder seppe gli utensli acuti
intesi a compiacer la trista voglia.
"Icaro figlio, m'odi? Io m'alzo primo.
Voler senza foga, e tu mi segui".
Ma con l'arte dell'aquila io spiccai
dal limitar della caverna un volo
s veemente che diseparato
fui sbito. Gli stormi isbigottirono
su per le rosse rupi, in fuga striduli
temendo la rapina dileguarono.
Oh libert! Pel corpo nudo l'aere
matutino sentii crosciarmi, gelido
tutto rigarmi di chiarezza irrigua:
non i torrenti ove uso fui detergere
dopo le cacce la sanguigna polvere
m'avean rigato di s grande gilito.
Oh nel cor mio rapidit del palpito
ond'era impulso il volo, in egual numero!
Pareami gi gli intaversati bltei
esser conversi in vincoli tendnei,
tutto l'azzurro entrar per gli spiracoli
del mio pulmone, il firmamento splendere
sul mio torace come sul terribile
petto di Pan. Gridava "Icaro! Icaro!"
il mio padre lontano. "Icaro! Icaro!"
Nel vento e nella romba or s or no
mi giungeva il suo grido, or s or no
il mio nome nomato dal timore
giungeva alla mia gioia impetuosa.
"Icaro!" E fu pi fievole il richiamo.
"Icaro!" E fu l'estrema volta. Solo
fui, solo e alato nell'immensit.
Passai per entro al grembo d'una nuvola:
un tepore un odore dolce e strano
eravi, quasi l'alito di Nfele
madre d'Elle che diede nome al ponto.
Il vento del remeggio i veli tenui
sconvolse, un che di roseo svel,
un che di biondo. Odore dolce e strano
m'illanguidiva, inumidiva l'ali.
Il vol decadde. Vidi undici navi
di prora azzurra fornite di tolda,
che flagellavano il mar con la palma
dei remi in lunga eguaglianza concordi,
andando a impresa lontana. Sul ponte
pelte lunate luceano e di bronzo
clpei tondi, aste lunghe. Mi giunse
l'urlo dei nuti. Veloce volai,
oltre passai. Qual fu dunque la mente
dei nuti rudi mirando il prodigio?
Come di me favellarono? Dissero
forse: "In un campo di strage la mscula
Nike, nell'ombra d'un cumulo grande
dai carri estrutto riversi e dirotti,
o a pi d'un grande trofeo d'armi illustri,
sul suol cruento cedette all'eroe
che l'afferr per la chioma; e fu pregna.
E quei che rema lass con tant'ala
 certo il figlio di lei giovinetto".
Di queste l'alto cor mio si conpiacque
imaginate parole, ch stirpe
di Nike avrebbe ei voluto infierire.
E vidi poi sotto fulgere in Paro
iscalpellata il candor del Marpesso.
E vidi poi dall'erratica Delo
salir vapore di caste ecatombi.
Poi non vidi altro pi, se non il Sole.
Poi non volli altro pi, se non da presso
mirarlo eretto sul suo carro ignto,
giugnerlo, farmi ardito
di prendere pei freni il suo cavallo
sinistro, Etonte dalle rosse nari.
Il ptaso e i talari
d'Erme Cillenio avea conquisi il mio
sogno meridiano, il mio delirio.
Congiunto era con Sirio
altissimo nel medio orbe, nell'arce
somma dei cieli Elio d'Eurifaessa.
E l'altezza inaccessa
e l'ardore terribile agognai
ed offerirgli l'ali che sul monte
crtico escluse avea dall'olocausto.
Mi sembrava inesausto
il valor mio ch l'animo agitava
le morte penne, l'animo immortale
e non il braccio breve.
Ed ecco, vidi come un'ombra lieve
sotto di me nella profonda luce
ove non appariva segno alcuno
del mare cieco e dell'opaca terra;
ancra un'ombra vidi, un'altra ancra.
E dissi: "Icaro,  l'ora".
Ma il cor non mi manc. Non misi grido
verso il mio fato, come la devota
alla saetta aquila moritura;
n rimpiansi il paterno ammonimento.
Guatai senza spavento
in giuso; e l'ombre lievi eran le penne
dell'ali, che cadeano tremolando
dalla cera ammollita.
Mi sollevai con impeto di vita
verso il Titano: udii rombar le ruote
del carro sul mio capo alzato; udii
lo sclpito quadruplice; il baleno
scorsi dell'asse d'oro, il fuoco anelo
dei cavalli. Pire dalla criniera
sublime, Etonte dalle rosse nari.
E i cavalli solari
annitrirono. Il ventre di Flegonte
brill come crislito; la bava
d'Eo fu come il velo d'Iri effuso.
E vidi il pugno chiuso
che teneva le rdini, la fersa
garrir sul fuoco udii. Tesi le braccia.
"O Titano!" E la faccia
indicibile, sotto la gran chioma
ambrosia, verso me si volse china;
e i raggi le cingean mille corone.
"Elio d'Iperione,
t'offre quest'ali d'uomo Icaro, t'offre
quest'ali d'uomo ignote
che seppero salire fino a Te!"
Si disperse nel rombo delle ruote
la mia voce che non chiedea merc
al dio ma lode etarna.
E roteando per la luce eterna
precipitai nel mio profondo Mare".

Icaro, Icaro, anch'io nel profondo
Mare precipitai, anch'io v'inabissi
la mia virt, ma in eterno in eterno
il nome mio resti al Mare profondo!

(Composta a Nettuno del Lazio il 13 ottobre 1903)

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TRISTEZZA

Tristezza, tu discendi oggi dal Sole.
La tua specie mutevole  la nube
del cielo, e son le spume
del mare gli orli del tuo lino lungo.

Sembri Ermione, sola come lei
che pel silenzio vienti incontro sola
traendo in guisa d'ala il bianco lembo.
S le somigli, ch'io m'ingannerei
se non vedessi ciocca di viola
su la sua gota umida ancor del nembo.
Ha tante rose in grembo
che la spina dell'ultima le punge
il mento e glie l'ingemma d'un granato.
Come fauno barbato
accosto accosto mrdica le rose
il capricorno sordido e bisulco.

(Data di composizione sconosciuta)

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LE ORE MARINE

Quale delle Ore
che mi conducesti
viventi e furon larve
cinerine
quando il sole disparve
nella triste sera,
o Ermione,
quale delle Ore marine
ch'ebbero il tuo volto
e le tue mani e le tue vesti
e la tua movenza leggiera
e ciascuno d tuoi gesti
e ogni grazia che tu avesti,
o Ermione,
quale delle vergini Ore
che mansuefecero col solo
silenzio il mar selvaggio
quasi che accolto
se l'avessero in grembo
come un fanciullo torvo
per blandire il suo duolo
sorridendo,
o Ermione,
quale delle Ore divine,
con gli occulti beni
che tu le dsti,
t'accompagna nel viaggio
di l dai fiumi sereni,
di l dalle verdi colline,
di l dai monti cilestri?

Quella che raccoglie
su la sterile sabbia
le negre foglie
della querce sacra,
o Ermione,
creature dei monti
macere dal sale amaro,
cui rap dalla balza
il vento e diede al flutto amaro
che le travaglia
e le rifiuta?
Quella che guarda il faro
lontano su la rupe nuda
ove il flutto si frange,
o Ermione,
l'insonne occhio ardente
che gi volge i suoi fochi
per il deserto specchio
infaticabilmente?
Quella che inclina
pensosa l'orecchio
su la conca marina
e ascolta la romba
della voluta
e odevi la tromba
del Tritone che chiama
la Sirena perduta,
o Ermione,
e odevi il mar che piange
la sua Sirena perduta?

Quale delle Ore,
quale delle Ore marine,
con gli occulti beni
che tu le dsti,
col segreto linguaggio
che le apprendesti,
o Ermione,
t'accompagna nel viaggio
di l dai fiumi sereni,
di l dalle verdi colline,
di la dai monti cilestri,
o Ermione,
di l dalle chiare cascine,
di l dai boschi di querci,
di l d bei monti cilestri?

(Composta il 15 agosto 1900)

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LITOREA DEA

Estate, bella quando primamente
nella tua bocca il mite oro portavi
come l'Arno i silenzii soavi
porta seco alla foce sua silente!

Ma pi bella oggi mentre sei morente
e abbandonata ne' tuoi cieli blavi,
che col cbito languido t'aggravi
su la nuvola incesa all'occidente.

T'arda Ermione sul tuo letto roggio
gli cini d'ambra dove si sublima
il pianto delle tue pinete australi.

Io della tua bellezza ultima foggio
una divinit che su la cima
del cuore mi danza: Undulna dai pi d'ali.

(Data di composizione sconosciuta)

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UNDULNA

Ai piedi ho quattro ali d'alcdine,
ne ho due per mallolo, azzurre
e verdi, che per la salsdine
curvi sanno errori dedurre.

Pellcide son le mie gambe
come la medusa errabonda,
che il puro pancrazio e la crambe
difforme sorvolano e l'onda.

Io l'onda in misura conduco
perch su la riva si spanda
con l'alga con l'ulva e col fuco
che fnnole amara ghirlanda.

Io rgolo il segno lucente
che lascian le spume degli orli:
l'antico il men novo e il recente
io so con bell'arte comporli.

I musici umani hanno modi
lor varii, dal dorico al frigio:
divine infinite melodi
io creo nell'esiguo vestigio.

Le tempre dell'onda trascrivo
su l'umida sabbia correndo;
nel trmite mio fuggitivo
gli accordi e le pause avvincendo.

O sabbia mia melodiosa,
non un tuo granello di slice
darei per la pmice ascosa
della fonte all'ombra dell'lice.

Brilli innumerevole e immensa
alla mia lunata scrittura;
e l'acqua che bevi t'addensa,
lo sterile sale t'indura.

Il rilievo t' tanto sottile,
dedotto con arte s parca,
che men gracile in puerile
fronte sopracciglio s'inarca.

A quando a quando orma trisulca
il lineamento intercide;
pesta umana, se ti conculca,
s'impregna di luce e sorride.

Figure di numi elle sono
in questa concordia discorde.
O ctera curva ch'io suono,
n dito n plettro ti morde.

Io trascorro; e il grande concento
in me taciturna s'adempie,
dall'unghie d miei pi d'argento
alle vene delle mie tempie.

Scerno con orecchia tranquilla
i toni dell'onda che viene,
indago con chiara pupilla
pi oltre ogni segno pi lene;

cos che la musica traccia
m' suono, e ne' righi leggeri,
mentre oggi odo ansar la bonaccia,
leggo la tempesta di ieri.

Che  questo insolito albore
che per le piagge si spande?
Teti offre alla madre di Core
dogliosa le salse ghirlande?

L'albsia d giorni alcionii
anzi il verno giunge precoce
e dagli arcipelaghi ionii
attinge del Serchio la foce?

Il molle Settembre, il tibcine
dei pomarii, che ha violetti
gli occhi come il fiore del glcine
tra i riccioli suoi giovinetti,

fa tanta chiara con due ossi
di gru modulando un partnio
mentre sotto l'ombra dei rossi
corbzzoli indulge al suo genio.

Respira securo il mar dolce
qual pargolo in grembo materno.
La pace alcionia lo molce
quasi aureo latte, anzi il verno.

Onda non si leva; non s'ode
risucchio, non s'ode sciacquo.
Di luce beata si gode
la riva su mare d'oblo.

La sabbia scintilla infinita,
quasi in ogni granello gioisca.
Lccica la valva polita,
la morta medusa, la lisca.

In ogni sostanza si tace
la luce e il silenzio risplende.
La Pania di marmi ferace
alza in gloria le arci stupende.

Tra il Serchio e la Magra, su l'ozio
del mare deserto di vele,
sospeso  l'incanto. Equinozio
d'autunno, gi sento il tuo miele.

Gi sento l'odore del mosto
fumar dalla vigna arenosa.
All'alba la luna d'agosto
era come una falce corrosa.

Di Vergine valica in Libra
l'amico dell'opere, il Sole;
e gi le quadrella ch'ei vibra
han meno pennute asticciuole.

Silenzio di morte divina
per le chiarit solitarie!
Trapassa l'Estate, supina
nel grande oro della cesarie.

Mi soffermo, intenta al trapasso.
Onda non si leva. L'albdine
 immota. Odo fremere in basso,
 miei piedi, l'ali d'alcdine.

Bianche si dilungan le rive,
tra l'acque e le sabbie dilegua
la zona che l'arte mia scrive
fugace. Sorrido alla tregua.

A' miei piedi il segno d'un'onda
gravato di nero tritume
s'incurva, una mcera fronda
di rovere sta tra due piume,

un'arida pigna dischiusa
che pes nel pino sonoro
sta tra l'orbe d'una medusa
dispersa e una bacca d'alloro.

Vengono farfalle di neve
tremolando a coppie ed a sciami:
nella luce assemprano lieve
spuma fatta alata che ami.

Azzurre son l'ombre sul mare
come sparti fiori d'acnito.
Il lor tremolo fa tremare
l'Infinito al mio sguardo attonito.

(Composta alla Capponcina di Settignao il 4 novembre 1903)

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IL TESSALO

Tra i fusti ove le radiche fan groppo
e gi si gonfia venenato il fungo,
odo incognito piede solidungo
come bronzo sonar contra l'intoppo.

Caval brado non ; per che troppo
forte suoni lo sclpito ed a lungo
per la selva selvaggia ove no l'giungo
duri l'irrefrenabile galoppo.

Certo  l'ugna del Tessalo bimembre
contra i rigidi coni e l'aspre stirpi
sonante, l'ugna del Centauro illeso.

Ei vuole, mentre il giovine Settembre
circa il fragile vetro intesse scirpi
bevere il nero vino all'otre obeso.

(Data di composizione sconosciuta)

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L'OTRE

I.

Pelle del becco sordido e bisulco
fui, prima che mi traesser le coltella.
Deh come olente alla stagion novella
egli era e tra le capre sue petulco,

o uom che m'odi, e ben barbato e torvo
e di tttole dure ornato il gozzo
e d'aspre corna il fronte invitto al cozzo,
negli occhi slfure atro come corvo!

Sagliente egli era, e mogli in abbondanza
ebbe, e feroce fu nelle sue pugne;
ma al suon d'un sufoletto, erto su l'ugne
fsse, imitava il satiro che danza.

Occiso penzol sanguinolente
dall'uncino; e squarciato fumigava,
nudi ostentando in sua ventraia cava
l'argnon focoso e il fegato possente.

Tratta gli fui di dosso umida e floscia.
Pelo e carniccio poi tolsemi il ferro.
Ghianda di gallona, scorza di cerro
fecermi bona concia nella troscia.

Rasciutta nelle cieche ste, premuta
dai macigni, distesa dall'orbello,
per sorte un d cucita fui del bello
con fil d'accia da femmina saputa.

Otre divenni e principe degli otri
obeso appresso i pozzi e le cisterne.
Acqua di cieli, acqua di fonti eterne
contenni, acqua di rivoli e di botri,

dolci acque e fresche ma di odor caprigno
sapide tuttavia, s che talvolta
le femmine entro me chiusero molta
menta e il seme dell'nace fortigno.

O uomo, l'otre invidia le tue seti!
Pianure arsicce, livide petraie,
pigre maremme fabbricose, ghiaie
e sabbie in foco per deserti greti,

Stridor di carri, nsito di giumenti
io conobbi, e il guatar del sitibondo.
Io valsi pi che l'universo mondo
al desiderio delle fauci ardenti!

O uomo, da benigni iddii tu hai
le tue seti. Il garfolo e il papavero
non cos vividi ardere mi parvero
come la bocca tua che dissetai.

Non il capro, onde tratta fui sua spoglia,
mai si precipit come chi volle
bere da me. Tutto lo feci molle.
Oh gaudio della gola che gorgoglia!

Mani cupide premono i miei fianchi
turgidi (sembra che gli arsi occhi bevano
prima che i labbri) mani mi sollevano
su arsi volti, di polvere bianchi.

Va da me per le vene al cor profondo
la mia liquida gioia, al pi remoto
viscere. Oh bene immenso! Eccomi vto.
In dieci gole ho dissetato il mondo.

II.

E vto fratel fui della bisaccia
grinzuta ch'ebbe la cipolla e il tozzo
in coniugio. E non pi rempiuto al pozzo
fui, non udii crosciar la secchia diaccia,

ma dalla mamma copiosa udii
crosciare emunto il latte nel presepio
occluso. Per indlgere al mio tedio
nova sorte mi fecero gli iddii.

Gonfio di latte, anch'io ubero parvi
pi capace e men roseo. Notturno
pendevo nel presepio taciturno,
come gli uberi sotto i materni alvi.

Ma non mai tanto l'otre ebbesi amica
la pace come allor che, in su lo scorcio
dell'autunno, s'apparent con l'orcio
per favore di Pallade pudica.

Pacifera  l'oliva e tarda e pingue.
da poi che gemuto ha sotto la mola,
si raddolcisce e pi non fa parola;
mentre la garrula acqua ha mille lingue.

Or pieno fui di castit palladia
e di silenzio. Tacito ascoltava
pulsar la tempia fievole dell'ava
e il pane lievitare nella madia.

D'improvviso, una notte, mentre vto
giacea sul palco fra i minori otrelli,
venne un bifolco tutto irto di velli
e seco trassemi a un officio ignoto.

Duro il suo pugno parvemi qual sasso
e l'ugna adunca qual branca di belva.
Tramontavano l'Orse. Ad una selva
orrida, in riva al fiume, arrest il passo.

Quivi nel sangue prono era disteso
il suo nimico. Gli tronc la testa
con una falce; e quella mozza testa
prese  capegli, e me carc del peso.

Subitamente mi rempiei del nero
sangue. E disse il falcato al teschio: "Avevi
tu sete? Orb, se t'arde sete, bevi,
nell'otro che t'ho acconcio, il vin tuo mero".

E il teschio e il sangue dentro ei mi serr.
Gonfio ero fatto, ed ei mi sollev.
Su la riva del fiume ei mi port.
In mezzo alla corrente ei mi scagli.

Fervido era anco il buon licor doglioso.
O uom che m'odi, acqua di fonte, bianco
latte, olio lene, quanto ebbi nel fianco,
non vale il sangue tuo meraviglioso!

Entro di me fu breve e immensa guerra,
ismisurata e rapida tempesta.
Non parvemi serrar la tronca testa
ma contener l'orbe della Terra.

Poi nel gel fluviale in grumo e in sanie
si converse quel peso; e la corrente
mi volt per le ripe, oscuramente
trassemi verso le contrade estranie.

III.

Era l'aurora quando in mezzo ai salici
mi rinvenne l'Egpane biforme.
Uom che m'odi, il tuo spirito che dorme
pi non vede gli antichi numi italici!

Vivon eglino pieni di possanza:
hanno il fiato dei boschi entro le nari;
i gioghi venerandi han per altari,
e di s fanvi testimonianza.

Pi non li vedi, o uomo. Nel tuo petto
il cor si sface come frutto putre.
E la Terra materna invan ti nutre
d suoi beni. Tu plori al suo cospetto!

Mi rinvenne l'Egpane divino.
Possentemente rise in suo pl falbo;
poi tolsemi per trarmi di fra gli lbori
umidi: mi credea gonfio di vino.

Dava schiocchi la lingua sua salace
mentr'ei m'apria. Ma pl non gli trem
quando scoperse il teschio e il grumo; "T"
disse "nell'otro il capo del gran Trace!"

E sopra l'erba mi sgrav del reo
peso, mi scosse. Poi raccolse il teschio,
lo rot, lo scagli forte nel Serchio
gridando: "Tu non sei capo d'Orfeo!"

Tal era il riso d suoi denti scabri
quale un rio lapidoso. Allor nell'acque
chiare mi terse; m'asciug. Gli piacque
anco d'enfiarmi c suoi curvi labri.

Pieno fui del divino afflato, pieno
fui del selvaggio spirito terrestro!
Venne allora il Panisco, che mal destro
era nel nuoto, al bel fiume sereno.

E il nume padre a lui mi diede; ed io
tenerlo a galla seppi, io lo sorressi
nel nuoto quando i piccoli pi fssi
troppo agitava celere disio.

Molto l'amai. Dall'ombelico in giuso
di pl biondiccio qual cavriuoletto
era ma liscio il rimanente, eretto
il codnzolo, un po' lusco e camuso.

Tenrmigli solea sotto l'ascella
ove appena fiora qualche peluzzo
rossigno; e avea del suo cornetto aguzzo
tema non mi bucasse per rovella,

s rapido era il pueril corruccio
s'ei districava il pi dall'erba acquatica
o alzar vedeva l'anatra selvatica
o sentiva guizzar da presso il luccio.

Viride Serchio in tra due selve basse!
Mattini estivi, quando il bel Panisco
biondetto sen vena, cinto d'ibisco
roseo, con suoi lacci e con sue nasse!

Troppo, ahim, destro erasi fatto al nuoto.
Omai fendeva le pi rapide acque;
s che pi giorni e pi l'otre si giacque
solo nel limo, e alfin rimase vto.

IV.

Ma gli alti iddii anco mi fur benigni.
Un bel pastore dalla barba d'oro
mi raccolse. Ed all'ombra d'un alloro
mi lavor con suoi sottili ordigni.

Quattro di bosso ei fecemi cannelle
ineguali, e assai bene le pol.
La pi corta alla spalla m'inser
e strinse con cerate funicelle.

In bocca tre l'artiere me ne messe,
l'una pi lunga, l'altre due minori;
nella pi lunga numerosi fri
pratic, che diverse voci desse.

Le due brevi, di largo cerchio e stretto,
aperte in giuso a m di padiglione,
servir di grande e piccolo bordone
dovean come le frondi all'augelletto.

Oh meraviglia, quando per la corta
canna eglio enfi la nova cornamusa!
Tutta di pia felicit soffusa
giovine donna venne in su la porta,

nuda le belle braccia, e disse: "O caro
marito, o barbadoro, ecco che nasce
ricchezza ingente nelle nostre case;
ed i granai si rempiono di grano,

gli alveari si rempiono di miele,
d'aurei pomi si rempiono i frutteti,
di rose citere tutti i verzieri,
e di cervi e di damme le mie selve;

e avr tra i muri miei variodipinti
un talamo con quattro alte colonne
e vestimenta avr d'ogni colore
e per cignermi d'ogni sorta cinti;

e avr e avr nelle mie veglie ancora
per filar la mia lana mille ancelle
mariter le mie dolci sorelle
ai satrapi dell'Asia spaziosa!"

Questo fecero grande incantamento
l'otre e il pastore con un poco d'aria,
o uom che m'odi, con un poco d'aria
e col nume di Cintio arco-d'-argento;

per che il faretrato Citaredo,
il qual pur trasse Marsia di vagina,
sia largo della sua virt divina
all'inculto pastore e al dotto aedo,

al calamo forato e alla testudine
tricorde se lui prieghi un puro cuore.
Noi come greggi i vesperi e l'aurore
pascemmo nella verde solitudine.

Il pino irsuto diede il molle fico,
i narcissi fioriron su i ginepri,
danz il veltro armillato con le lepri,
e l'antico fu novo e il novo antico.

Oh maraviglia! Come l'elitropio
al Sol, volgeasi al suono la soave
donna dalla sua porta. E l'architrave
parea sculto da Dedalo il Cecropio

e lo stipite rozzo una colonna
del Palagio di Pelope l'Eburno,
quando il pastor dicea: "Come l'alburno,
intorno al cuore mi biancheggi, o donna!"

Divenuta pi candida nel suono
ell'era, come il lin nell'acqua infuso.
Sorridea sempre. E la conocchia e il fuso,
la spola e i licci erano in abbandono.

P capegli repente l'abbranc,
p suoi capegli come l'uva nera,
come il folto giacinto a primavera,
come dell'edera il corimbo forte,

p capegli repente l'abbranc
la Morte, l'abbatt, pel calle oscuro
la trascin: di l dal fiume curvo,
nel regno buio la port la Morte.

E nessuno e nessuno pi la scorse.
Cupo silenzio fu dentro le case.
L'ombra lunga occup la soglia, invase
il talamo. E l'aurora pi non sorse.

Ma pianto non son dentro le case:
erano il cuore e gli occhi opache selci.
E fugg la lucertola dall'embrice,
anche fugg la rondine, anche l'ape.

Io pendea tristo, presso il focolare.
Ed infine il pastore si sovvenne
dell'otre. Mi guat gran tratto. Venne,
mi tolse, muto, senza lacrimare.

Io mi credeva ancora esser premuto
contra il fianco dal cubito leggero
e disciogliere in me, rivolto al nero
Ade, l'ingombro del dolore muto.

"Sposa, ch'io venga su le tue vestigia!"
E da me svelse i calami con cruda
mano, li infranse. L'anima sua nuda
e noi profferse alla gran Notte stigia.

V.

O uom che m'odi, fu labiorosa
la mia sorte. Non fecero grandi ozii
a me gli iddii. Solstizii ed equinozii
passano; passa il colchico, e la rosa.

Tutto ritorna; e la saggezza  vana.
La saggezza non val legno ficulno
n zccaro caprino. Io voglio, alunno
di Libero, finir di fine insana.

Se bene obeso, molto vidi e udii
per che amico fui d viatori
insonni, esperto di molti sapori,
a servigio di efimeri e d'iddii.

Molto contenni, puro o adulterato.
Il falso e il vero son le foglie alterne
d'un ramoscello: il savio non discerne
l'una dall'altra, l'un dall'altro lato.

E la virt si tigne come lana,
e la felicit come Vertunno
tramuta la sua specie. Io voglio, alunno
di Libero, finir di fine insana.

So nelle loro generazioni
diverse l'acqua, il latte, l'olio tacito;
so il sangue umano e so l'afflato pnico
e so le metamorfosi dei suoni.

Ma il licor rubicondo che ti rende
simile ai numi, o uom che m'odi, ignoro:
quello onde gonfio mi credette il buono
Egpane, e il gran riso ancor mi splende!

Tu m'hai raccolto, o uomo nello speco
ove per ruzzo trassemi il lupatto.
Che valgo? Vedi tu come son fatto!
Piacciati dunque d'insanire meco.

Desio d'altre fortune non mi tocca.
Pi lungamente vivere non posso.
Ricucimi la spalla ov'ebbi il bosso
animato e ristringimi la bocca.

Tu vedi: sono vecchio e non ti giovo.
Ma  larga alla tua sete e alla tua fame
la Terra, e tu le devi il tuo libame.
nell'otre vecchio or poni il vino nuovo!

Vendemmierai con cantici di gioia.
Farai del mosto mite il vin possente.
Della giovine forza, alla nascente
luna, tu m'empirai queste mie cuoia,

che me le schianti almen la giovinezza
terribile! E coronami di fiori
selvaggi, ed al pi folto degli allori
tuoi sospendimi. Oh ultima bellezza!

Discisso toner nel gran meriggio.
Lungi s'udr nell'alta luce il tuono.
E tu dirai, la pura fronte prono:
"Bevi l'offerta, o Terra. Io son tuo figlio".

(Data di composizione sconosciuta)

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GLI INDIZII

Ahim, la vigna  piena di languore
come una bella donna sul suo letto
di porpora, che attenda l'amadore.

Ahim, di bacche il frtice s'affoca,
la viorna s'incnera, pi lieve
che la prima lanugine dell'oca.

Ahim, gi qualche canna ha la pannocchia,
nella belletta il cpero si schiude,
fa sue querele antiche la ranocchia.

Ahim, fiore travidi gridellino
che di gruogo salvatico mi parve,
e tinto di gialliccio il migliarino.

In uno m'abbattei lungo il canale
ove tra lente imagini di nubi
s'infrcida la dolce carne erbale.

Villoso ergli era. Intento io lo guatai;
e la morte di quella che mi piacque
seppi negli occhi suoi distrambi e vai.

(Data di composizione sconosciuta)

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SOGNI DI TERRE LONTANE

I PASTORI

Settembre, andiamo. E' tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde  come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua nata
rimanga ne' cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh'esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento  l'aria.
il sole imbionda s la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquo, calpesto, dolci romori.

Ah perch non son io c miei pastori?

LE TERME

Settembre, oggi veder vorrei l'azzurro
del tuo cielo riempiere la bocca
rotonda della maschera di pietra
in cima alla colonna che si sfalda
nei secoli, convolta dal rosaio
che si sfoglia nell'ora, entro quel chiostro
quadrato che di biondo travertino
chiarisce il cotto delle antiche Terme.

Forse d'Orfeo ragionerei con Erme
sul margine del fonte ove i delfini
reggon la tazza in su le code erette;
o forse udrei l'ammonimento grave
dei due neri superstiti cipressi
ai due lor verdi cipressetti alunni
che crescono ove caddero i maggiori
percossi dalla folgore di luglio.

O forse mi parrebbe, oltre il cespuglio
soave, udire l'nsito del servo
alla stanga appaiato col giumento
circa la mola cnica di lava;
e pi d nudi torsi, e pi d busti
e pi d cippi mi sarebbe cara
l'ombra delle farfalle su p dolii
risarciti con piombo dal colono.

Settembre, l, sul fianco del bel Trono
d'Afrodite, l'aultride dagli occhi
a mandorla e dal seno di cotogna
sta, sovrapposta l'una all'altra coscia,
adagiata sonando le due tibie
con i frammenti dell'esperte dita;
e il Re Pastore immoto nel basalte
figge all'Eternit gli occhi corrosi.

Ronzano l'api ne' silenziosi
orti dei bianchi monaci defunti;
e nelle celle bitano gli iddii,
lcerano le Menadi la vittima,
Anassimandro medita, dal muro
svgliasi il carme dei fratelli Arvali.
"Enos Lases iuvate". Un'ape or entra,
per la chioma di Iulia che l'illude.

Nell'lveo d'un ricciolo si chiude.

LO STORMO E IL GREGGE

Settembre, teco io sia sul Loricino
che fece blandi gli ozii del pretore:
in sabbia quasi rosea fluisce
scabra di rughe e sparsa di negrore
come il palato del mio dolce veltro.

Sorvolano le rondini quel vetro
lieve cui godon rompere coi bianchi
petti: una piuma cade e corre al mare.
E di l dalle verdi canne i monti
di Cori son cilestri come il mare.

Forza del Lazio quanto sei soave!
Obliate citt dei re vetusti,
atrii del Citaredo imperiale,
un bel fanciullo vien con le sue capre
e regna i lidi, impube re latino!

Il suo gregge  di numero divino,
nero e bianco a sembianza delle frotte
alate che sorvolano il bel rivo,
pari olocausto al Giorno ed alla Notte.
Quasi fiore l'esigua foce s'apre.

Equa ride alle rondini e alle capre.

LACUS IUTURNAE

Settembre, chiare fresche e dolci l'acque
ove il tuo delicato viso miri;
e dolce m' nella memoria il mio
natale Aterno in letto d'erbe lente,
e l'Amaseno quando muor domato
presso l'Appia col fratel suo l'Uffente,
e la Cyane ascosa tra i papri,
e la Vella s cara alla vitalba.

E pien di deit dai colli d'Alba
lo specchio di Diana ancor mi luce.
Ma un'altr'acqua al mio sogno  pi divina.
Quella m'attingi e ne riempi l'urna.
Sotto la roggia mole palatina
presso il Tempio di Castore e Polluce,
occhio di Roma  il Fonte di Iuturna.
Deh mio misterioso amor lontano!

Alte sul Fro nel meridiano
silenzio stan le tre colonne parie
come d'argento cui salsezza infoschi.
Gli elci neri sul colle imperiale
sembran ruine dei primevi boschi.
Di ferrigno basalte arde la Via
Sacra tra gli oleandri giovinetti
e i sepolcreti dei Latini prisci.

Si tace il Fonte ne' suoi marmi lisci
come quando Tarpeia la Vestale
vi discendea con l'anfora d'argilla.
Tremola il capelvenere sul tufo
e sul mattone, l'acqua  glauca, tinge
il suo letto lunense; una lucerta
su l'ara dei Discuri tranquilla
gode in grembo alla dea di lunga face.

Ombre delle farfalle in quella pace!
Poc'acqua accolta, santit dell'Urbe!
Le custodi del Fuoco sempiterno
scendono alla marmorea piscina?
o i Tindridi rossi di latina
strage, per beverare i due cavalli?
Deh lauri nuovi! Presso il puteale
crescono, nel sacrario di Iuturna.

Li veglia la Speranza taciturna.

LA LOGGIA

Settembre, il tuo minor fratello Aprile
fioriva le vestigia di San Marco
a Capodistria, quando navigammo
il patrio mare cui Trieste addenta
c i forti moli per tenace amore.

Capodistria, succiso adriaco fiore!
Io vidi nella loggia d'un palagio
nidi di balestrucci appesi a travi
fosche, tra mazzi penduli di sorbe.
Cinericcio era il tempo, umido e dolco.

Or laggi, pel remaggio senza solco,
tu certo aduni i neribianchi stormi,
e quelli di Pirano e di Parenzo,
che si rincontreranno in alto mare
con l'altra compagnia che vien di Chioggia.

E son deserti i nidi nella loggia,
e dei mazzi di sorbe son rimase
forse le canne appese pel lor cappio.
S'ode nell'ombra quella parlatura
che ricorda Rialto e Cannaregio.

Una colomba tuba dal bel fregio.

LA MUTA

Settembre, ora nel pian di Lombardia
 gi pronta la muta dei segugi,
d bei segugi falbi e maculati
dall'orecchie biondette e molli come
foglie del fiore di magnolia passe.
La muta dei segugi a volpe e a damma
or gi tracciando va per scope e sterpi.
Erta ogni coda in bianca punta splende.

Presso il gran ponte sta Sesto Calende.
Corre il Ticino tra selvette rare,
verso diga di roseo granito
corre, spumeggia su la china eguale,
come labile tela su telaio
clere intesta di nevosi fiori.
Chiudon le grandi conche antichi ingegni,
opere del divino Leonardo.

Il sorriso tu sei del pian lombardo,
o Ticino, il sorriso onde fu pieno
l'artefice che t'ebbe in signoria;
e il di constretto alle sue chiuse donne.
Oh radure tra l'oro che rosseggia
dello sterpame, tiepide e soavi
come grembi di donne desiate,
si 'che al calcar repugna il cavaliere!

Vanno i cani tra l'riche leggiere
con alzate le code e i musi bassi,
davanti il capocaccia che gli allena
per mezz'ottobre ai lunghi inseguimenti.
S'ode chiaro squittire in qu silenzii.
Il suon del corno chiama chi si sbanda
e chi s'attarda e trae la lingua ed ansa.
Gi la virt si mostra del pi prode.

Il buon maestro dell'arte sua si gode:
talor gli ultimi aneliti esalare
sembra l'Estate aulenti sotto l'ugne
del palafren che nel galoppo falca.
E, fornito il lavoro, ei torna al passo
per la carraia ingombra di fascine:
con la sua muta va verso il canile,
va verso Oleggio ricca di filande.

Vapora il fiume le sterpose lande.

LE CARRUBE

Settembre, son mature le carrube.
Or tu pel caldo mare di Cilicia
conduci dalla riva cipriota
la sica a scafo tondo e a vele quadre.
Bonaccia, e nel saffiro non  nube.

Germa con sue maggiori quattro vele,
garbo o schirazzo, legni levantini
carichi di baccelli dolci e bruni
conduci verso l'isola dei Sardi.
E vien teco un odor di tetro miele.

La siliqua, che ingrassa la muletta
dall'ambio lene e in caresta disfama
la plebe dalla bianca dentatura,
lustra come i capelli tuoi castagni
mentre stai su la coffa alla vedetta.

Certo, d'olio di ssamo son unte
quelle tue ciocche in forma di corimbi.
Certo, ritrovi or tu nel gran dolciore
del Mar Cilicio l'obliato carme
che alla Cipride piacque in Amatunte.

Settembre, teco esser voremmo ovunque!

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IL NOVILUNIO

Novilunio di settembre!
Nell'aria lontana
il viso della creatura
celeste che ha nome
Luna, trasparente come
la medusa marina,
come la brina nell'alba,
labile come
la neve su l'acqua,
la schiuma su la sabbia,
pallido come
il piacere
su l'origliere,
pallido s'inclina
e smuore e langue
con una collana
sotto il mento s chiara
che l'oscura:
silenzioso viso esangue
della creatura
celeste che ha nome Luna,
cui sotto il mento s'incurva
una collana
s chiara che l'offusca,
nell'aria lontana
ov'ebbe nome Diana
tra le ninfe eterne,
ov'ebbe nome Selene
dalle bianche braccia
quando amava quel pastore
giovinetto Endimione
che tra le bianche braccia
dormiva sempre.
Novilunio di settembre!
Sotto l'ambiguo lume,
tra il giorno senza fiamme
e la notte senza ombre,
il mare, pi soave
del cielo nel suo volume
lento, pi molle
della nube
lattea che la montagna
esprime dalle sue mamme
delicate,
il mare accompagna
la melodia
della terra, la melodia
che i flauti dei grilli
fan nei campi tranquilli
roca assiduamente,
la melodia
che le rane
fan nelle pantane
morte, nel fiume che stagna
tra i salci e le canne
lutulente,
la melodia
che fan tra i vinchi
che fan tra i giunchi
delle ripe rimote
uomini solinghi
tessendo le vermene
in canestre,
con s lunghi
indugi su quelle parole
che ritornano sempre.

Novilunio di settembre!
Tal chiaritate
il giorno e la notte commisti
sul letto del mare
non lieti non tristi
effondono ancora,
che tu vedi ancora
nella sabbia le onde
del vento, le orme
dei fanciulli, le conche
vacue, le alghe
argentine,
gli ossi delle seppie,
le guaine
delle carrube,
e vedi nella siepe
rosseggiar le nude
bacche delle rose canine
e nel campo la pannocchia
dalla barba d'oro
lucere, che al plenilunio
su l'aia il coro
agreste monder con canti,
e nella vigna
il grappolo d'oro
che gi fu sonoro d'api,
e nel verziere il fico
che dall'ombelico stilla
il suo miele,
e su la soglia del tugurio
biancheggiar la conocchia
dell'antica madre che fila,
che fila sempre.

Novilunio di settembre,
dolce come il viso
della creatura
terrestre che ha nome
Ermione, tiepido come
le sue chiome,
umido come il sorriso
della sua bocca
umida ancora
della prima uva matura,
breve come la sua cintura
nel cielo verde
come la sua veste!
Ha tremato
nella sua veste
verde che odora
ad ogni passo
come un cespo ad ogni fiato,
ha tremato
al primo gelo notturno
ella che a mezzo il giorno
dorm con la guancia
sul braccio curvo
e si svegli con le tempie
madide, con imperlato
il labbro, nella calura,
vermiglia come un'aurora
aspersa di calda rugiada
e sorridente.
E io le dico: "O Ermione,
tu hai tremato.
Anche agosto, anche agosto
andato  per sempre!

Guarda il cielo di settembre.
Nell'aria lontana
il viso della creatura
celeste che ha nome
Luna, con una collana
sotto il mento s chiara
che l'oscura,
pallido s'inclina e muore..."
Ma dice Ermione,
non lieta non triste:
"T'inganni. Quella ch' s chiara
 la falce
dell'Estate,  la falce
che l'Estate abbandona
morendo,  la falce
che falci le ariste
e il papapevo e il cano
quando fiorano
per la mia corona
vincendo in lume il cielo e il sangue;
ed  la faccia dell'Estate
quella che langue
nell'aria lontana, che muore
nella sua chiaritate
sopra le acque
tra il giorno senza fiamme
e la notte senza ombre,
dopo che tanto l'amammo,
dopo che tanto ci piacque;
e la sua canzone
di foglie di ali di aure di ombre
di aromi di silenzii e di acque
si tace per sempre;

e la melodia di settembre,
che fanno i flauti campestri
ed accompagna il mare
col suo lento ploro,
non s'ode lass nell'aria
lontana ov'ella spira
solitaria
il suo spirto odorato
di alga di rsina e di alloro;
e l'uomo che s'attarda
in tessere vermene
gi fece del grano mannelle
ed or fa canestri
per l'uva, con un canto eguale,
e tutto  obliato;
obliato anche agosto
sar nell'odor del mosto,
nel murmure delle api d'oro;
per tutto sar l'oblio,
per tutto sar l'oblio;
e niuno pi sapr
quanto sien dolci
l'ombre dei voli
su le sabbie saline,
l'orme degli uccelli
nell'argilla dei fiumi,
se non io, se non io,
se non quella che andr
di l dai fiumi sereni,
di l dalle verdi colline,
di l dai monti cilestri,
se non quella che andr
che andr lungi per sempre,

e non con le tue rondini, o Settembre!"

(Composta al Secco Motrone la sera del 31 agosto 1900)

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IL COMMIATO

L'Alpe di Mommio un pallido velame
d'ulivi effonde al cielo di giacinto,
come un colle dell'isola di Same
o di Zacinto.

Il Monte Magno di pi cupo argento
fascia la sua piramide; il Matanna
 porpora e viola come il lento
fior della canna.

O canneti lungh'essi i fiumicelli
di Camaiore, appreso ho il vostro carme.
Vedess'io rosseggiare gli albatrelli
sul Monte Darme!

Dal Capo Corvo ricco di viburni
i pini vedess'io della Palmaria
che col lutto d marmi suoi notturni
sta solitaria!

Potess'io sostenerti nella mano,
terra di Luni, come un vaso etrusco!
In te amo il divin marmo apuano,
l'umile rusco;

amo la tua materia prometa,
la sabbia delle tue selve aromali,
l'aquila dei tuoi picchi, la ninfea
d tuoi canali.

Potesse l'arte mia, da Val di Serchio
a Val di Magra e per le Pnie al Vara
e al Golfo, tutta stringerti in un cerchio
con l'alpe a gara!

Troppo  grave al mio cor la dipartenza.
Come dal corpo, l'anima si esilia
dal marmo che biancheggia tra l'Avenza
e la Versilia.

Tempo  di morte. In qualche acqua torpente
or perisce la dolce carne erbale.
Strider non s'ode falce ma si sente
odor letale.

Druta la Cergiola rosseggia,
l dove Serravezza  c due fiumi,
quasi che fero sangue in ogni scheggia
grondi e s'aggrumi.

Sta nella cruda nudit rupestre
il Gbberi irto qual ferrato casco.
Ecco, e su i carri per le vie maestre
passa il falasco.

Metuto fu dalla pi grande falce
nella palude all'ombra del Quiesa,
ove raggiato di vermne il salce
par chioma accesa

tra cannelle di stridulo oro secco,
tra pigro sparto di pallor bronzino.
Su l'acqua un lampo di smeraldo, e il becco
tuffa il piombino.

Deh foss'io sopra un burchio per la cuora
navigando, e di tifa e di sparganio
carico ei fosse, e fossvi alla prora
fitto un bucranio

o un nibbio con aperte ali, e vi fosse
odore di garofalo nel mucchio
per qualche cunzia dalle barbe rosse
onde il suo succhio

s caro all'arte dell'aromatario
stillasse fra l'erbame, e resupino
vi giacessi io mirando il solitario
ciel iacintino;

e scendessi cos, tra l'acqua e il cielo
con l'alzaia la Fossa Burlamacca
albicando qual prato d'asfodlo
la morta lacca;

e traesse il bardotto la sua fune
senza canto per l'argine; ed io, corco
sul mucchio, mi credessi andare immune
di morte all'Orco!

Ma cade il vespro, e tempo  d'esulare;
e di sogni obliosi in van mi pasco.
Si i gravi carri lungo le vie chiare
passa il falasco.

Sono s vasti i cumuli spioventi
che il timone soperchiano dinnanzi
e il giogo clano e le corna e i lenti
corpi dei manzi,

onde sembran di lungi per s mossi
e tra la polve aspetto hanno di strani
animali dai gran lanosi dossi,
dai ventri immani.

In fila vanno verso Pietrasanta,
strame ai presepi, ai campi aridi ingrasso.
L'un carrettiere vcia e l'altro canta
a passo a passo.

E tutta la Versilia, ecco, s'indora
d'una soavit che il cor dilania.
Mai fosti bella, ahim, come in quest'ora
ultima, o Pania!

O Tirreno, Mare Infero, s'accende
sul tuo specchio l'insonne occhio del Faro;
ti veglia e guarda con le sue tremende
navi d'acciaro

la Citt Forte dietro il Caprione
sacro agli Itali come ai Greci il Sunio;
t' scheggia della spada d'Orione
il novilunio;

come sia fatta l'ombra, alla tua pace
verseranno lor lacrime le Atlntidi,
ti condurr l'ignavo Artofilace
l'Orse erimntidi;

s'udr p curvi lidi il tuo respiro
solo nell'ombra senza mutamento;
solo rispecchierai l'immenso giro
del firmamento.

O Mare, o Alpe, ed io sar lontano
con nel mio cuor la torbida mia cura!
Splende la cima del mio cuore umano
nell'ode pura.

Ode, innanzi ch'io parta per l'esilio,
risali il Serchio, ascendi la collina
ove l'ultimo figlio di Vergilio,
prole divina,

quei che intende i linguaggi degli alati,
strida di falchi, pianti di colombe,
ch'eguale offre il cor candido ai rinati
fiori e alle tombe,

quei che fiso guatare os nel csio
occhio e nel nero l'aquila di Pella
e ud nova cantar sul vento etsio
Saffo la bella,

il figlio di Vergilio ad un cipresso
tacito siede, e non t'aspetta. Vola!
Te non reca la femmina d'Eresso,
ma va pur sola;

ch ben t'accoglier nella man larga
ei che forse era intento al suono alterno
dei licci o all'ape o all'alta ora di Barga
o al verso eterno.

Forse il libro del suo divin parente
sar con lui, s suoi ginocchi (ei coglie
ora il trifoglio aruspice virente
di quattro foglie

e ne fa segno del volume intonso,
dove Ttiro canta? o dove Enea
p meati del monte ode il responso
della Cumea?).

Forse la suora dalle chiome lisce,
se i ferri ella abbandoni ora ch' tardi
e chiuda nel forziere il lin che aulisce
di spicanardi,

sar con lui, trista perch concilio
vide folto di rondini su gronda.
E tu gli parla: "Figlio di Vergilio,
ecco la fronda.

Ospite immacolato, a te mi manda
il fratel tuo diletto che si parte.
Pel tuo nobile capo una ghirlanda
curv con arte.

E chi coroner oggi l'aedo
se non l'aedo re di solitudini?
Il crasso Scita ed il fucato Medo
la Gloria ha drudi;

e, se barbarie genera nel vento
nuovi mostri, non pi contra l'orrore
discende Febo Apollo arco-d'-argento
castigatore.

Ma tu custode sei delle pi pure
forme, Ospite. Col polso che non langue
il prisco vige nelle tue figure
gentile sangue.

Gli uomini il tuo pensier nutre ed irradia,
come l'ulivo placido produce
agli uomini la sua bacca palladia
ch' cibo e luce.

Per ci dal fratel tuo questa fraterna
ghirlanda ch'io ti reco messaggera
prendi: non pesa: ell' di fronda eterna
ma s leggera.

Fatta  d'un ramo tenue che crebbe
tra l'Alpe e il Mare, ov'ebbe il Cuor d cuori
selvaggio rogo e il Buonarroti v'ebbe
i suoi furori.

L'artefice nel flettere lo stelo
vedea sul Sagro le ferite antiche
splendere e su l'Altissimo l'anelo
peplo di Nike.

Altro  il Monte invisibile ch'ei sale
e che tu sali per l'opposta balza.
Soli e discosti, entrambi una immortale
ansia v'incalza.

Or dove i cuori prodi hanno promesso
di rincontrarsi un d, se non in cima?
Quel d voi canterete un inno istesso
di su la cima".

Ode, cos gli parla. Ed alla suora,
che vedrai di dolcezza lacrimare,
d l'ultimo ch'io colsi in su l'aurora
giglio del mare.

(Data di composizione sconosciuta)

F I N E

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