<B>Ragionando intorno all'eloquenza de' prosatori italiani</B>
dell'abate Michele Colombo



A' CORTESI LETTORI

<I>L'abate Colombo avea gi composto un Ragionamento sopra l'eloquenza de' prosatori italiani prima che io stampassi il terzo tomo de' suoi Opuscoli: ma non mi fu permesso d'imprimerlo con l'altre sue cose nel detto volume, perch doveasi dar luogo ad esso nel tomo quarto degli Atti dell'Ateneo di Treviso. Non essendosi poi, qualunque se ne fosse la cagione, effettuata la stampa di quel volume, mi concede ora l'Autore, che possa pubblicare io il detto Ragionamento con le mie stampe. [...]</I>

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Qualora io penso a quel detto di Antonio rapportato da Quintiliano1, che tra gli Oratori molti gli eran sembrati <I>facondi</I>, nessuno<I> eloquente</I>, non posso a meno di formare dell'eloquenza un concetto cos sublime, che il cimentarmi a ragionare di essa, piuttosto che ardimento, mi pare temerit. Ad ogni modo, invitato ancor io dall'ineffabile cortesia dell'egregio Presidente a presentare a cotesto illustre Ateneo qualche frutto del mio povero ingegno, indotto io sono dalla stessa altezza dell'argomento a trattare anzi di questo, che d'altro, perciocch, cos facendo, io vengo ad offerirgli un lavoro, se non per s medesimo, almeno per la materia, degno certamente di s nobil Consesso.

Ampio argomento  questo, e da potersene scriver volumi interi; e con tutto ci io mi trovo al presente costretto a dover racchiudere entro allo spazio di pochissime carte quello ch'io ne dir. Non altro dunque or s'aspetti da me questa cospicua Adunanza, se non ch'io accenni cos di volo qualcuna soltanto delle cose che sopra s vasto argomento parranno a me degne d'esser toccate. Cercher prima di tutto, che cosa sia questa eloquenza: appresso osserver ch'essa manca in gran parte, generalmente parlando, alla prosa italiana, e ne indicher le precipue cagioni: e per ultimo dir alcuna cosa di ci che  da farsi, acciocch divenga la prosa nostra niente inferiore, anche nel fatto dell'eloquenza, a quella di verun'altra nazione.


<B>Che cosa sia eloquenza.</B> Egli avviene eziandio dell'eloquenza quello che accade di non poche altre cose: non tutti que' che ne parlano n'hanno la medesima idea: laonde non sar cosa inutile che, prima d'andar pi oltre, io dichiari ci che per eloquenza io m'intenda. Se io mi sto all'intrinseco valor del vocabolo, non altro io debbo intender per<I> eloquenza</I> che il manifestar che fa l'uomo col mezzo della parola gl'intimi suoi sentimenti: ma se io ne considero in oltre lo scopo, io la fo principalmente consistere nel rendersi con la forza e gli allettamenti del dire in qualche guisa padrone dell'altrui mente e dell'altrui voglie. Non disse male per tanto chi defin l'eloquenza<I> il bene e facondamente parlare</I>. Per manifestare ad altrui adeguatamente i suoi sentimenti, basta che l'uom parli bene: ma per guadagnar l'altrui animo,  d'uopo altres ch'egli parli facondamente.<B>


Requis<B>iti essenziali all'eloquenza.</B> Richiedesi a ben parlare chiarezza ed ordine nelle idee; propriet e precisione nella favella: richiedesi a parlare facondamente copia e scorrevolezza nelle parole; energia e calore nell'espressione. Se tu hai prontezza e facilit nel concepire le cose quali esse sono, e nel disporre i tuoi concepimenti in quell'ordine in cui debbono stare; se ti riesce di rappresentarli ad altrui senza stento quali tu li hai nella mente: ed oltre a ci se ti piovon dalla bocca a piacer tuo le parole; e se queste, animate dal vivo sentimento che allora provi, t'escon piene di calore e di vigora; va pure: addestrati nell'arte del dire; ch nulla, per mio avviso, a te manca di ci ch'essenzialmente costituisce la vera eloquenza.<B>


L'arte<B> sola non fa l'oratore. </B>Antico detto, e tuttod ripetuto,  che il poeta  fatto dalla natura, l'oratore dall'arte.  egli poi vero ci? Rispondo che in parte  vero, ed in parte  falso. Se con questo si vuol dinotare che nel formar il poeta ha pi d'influenza la natura, che l'arte; e al contrario pi l'arte, che la natura nel formar l'oratore, io non ne disconverr: ma se vuolsi esprimer con ci, che sia opera solamente della natura il vero poeta, e unicamente dell'arte il vero oratore, questo io non conceder mai. Per non parlare se non del secondo, certo  che indarno studierebbesi di divenir oratore di qualche conto chi non n'avesse ricevute dalla natura le necessarie disposizioni. Un perspicace intelletto; una vivace immaginativa; un sentimento esquisito sono preziosi doni della natura: e senza cotali doti niuno fu mai n mai potr essere oratore eloquente. Inutil cosa sarebbe l'intertenersi a mostrare quanto sien esse, forse pi ancora, che a qualunque altra persona, indispensabili all'oratore: perciocch come potrebbe mai egli senza una somma perspicacia e desterit svolgere e depurare quel vero che sempre dee essere il grande scopo del suo ragionare; quel vero, io dico, che trovasi per lo pi avviluppato tra dense tenebre, e mescolato e confuso quasi sempre col falso? Come in mezzo a' travisamenti ed ambiguit delle umane cose ravvisar bene ci ch'effettivamente  dannoso, ed a noi talora par utile; ci che in realt  utile, e al nostro sguardo sembra bene spesso dannoso? Come senza una vivida e forte immaginativa dipinger le cose con que' colori che pi allettano gli animi, e rappresentarle con quella energia che  s necessaria a fare negli ascoltanti un'impressione molto profonda? E come finalmente, non commosso egli stesso, gli altri commovere, e ne' loro petti trasfondere que' sentimenti che non fosser nel suo?<B>

Ma non  per questo che molto affaticarsi ancor egli non debba intorno a que' medesimi doni di cui larga gli fu la natura. Essa, propriamente parlando, a noi non d se non le mere attitudini a checchesia; ed a noi spetta a fare il di pi. Oh di quanto studio ha bisogno chi queste attitudini vuol portare a quel grado di perfezione a cui debbono pervenire affinch'egli ne tragga quel frutto che attende da esse! Ed ecco in qual senso pu dirsi che non la natura, ma l'arte forma il vero oratore.

<B>Pochi eccellenti oratori in Italia; e perch. </B>Noi abbiamo sopra quest'arte eccellenti trattati e di antichi e di moderni maestri; e con tutto ci, quanti sono gl'Italiani oratori veramente eloquenti? Se stiamo al giudizio degli stranieri, pochi, o quasi nessuno. Forse a noi parr troppo severo un cos fatto giudizio; e forse anche si potr chiedere se competenti giudici sieno di ci gli stranieri: tuttavia  incontrastabile che scarso numero di valorosi oratori ha quell'Italia medesima la quale s ricca  di poeti, e di poeti grandissimi. Reca ci maraviglia se si considera che pi si richiede a divenir valente poeta, che valente oratore: ma si conosce che cos pure doveva essere, se si osserva che le circostanze in cui si trova l'Italia sono alla poesia pi propizie di gran lunga, che alla oratoria2. Lascio di esaminar se sia vero che pi di qualunque altro Governo atte sien le repubbliche a produrre i grandi oratori; e solo dir che l dove non hassi a discutere grandi interessi manca il pi poderoso eccitamento a questo genere di coltura.<B>

Or non  mia intenzione di trattenermi specificatamente su' nostri oratori, de' quali baster di aver fatto questo leggerissimo cenno; ma di favellare de' prosatori di qualunque fatta essi sieno. Egli  forza di confessare che gl'italiani prosatori, con tutto che grandissimo studio, e forse anche troppo, mettessero ne' loro scritti, ad ogni modo sono, per la pi parte, riusciti languidi e freddi: e certo ne' loro componimenti cercasi in vano ordinariamente il nerbo e il calore che trovasi in quelli d'altre nazioni. Or donde mai ci?  forse minor vigore nelle menti italiane, minor fuoco negl'italiani petti, che in quelli d'estranio clima? Chi mai dir questo? Conviene dunque che da tutt'altro proceda il difetto di maschia eloquenza che scorgesi nella prosa della massima parte de' nostri scrittori.


<B>Pi cagioni concorrono al difetto di maschia eloquenza. </B>

Molte cagioni, per quanto a me sembra, concorrono a ci: ma perch troppo lungo renderei il mio discorso, s'io volessi ragionare di tutte, mi ristringo a dir qualche cosa soltanto di quelle che a me pajono le pi perniziose.

<B>Prima cagione. </B>La prima, e forse la pi potente,  a mio parere la instituzione che dassi comunemente alla giovent nelle scuole. In esse che si fa egli da principio apprendere a' giovanetti? Le declinazioni de' nomi; le conjugazioni de' verbi; il modo di concordare gli uni cogli altri; la costruzion del periodo; e cento altre cose di questa fatta. Ma e le facolt della mente? e la loro analisi? e l'uso che di ciascuna  da farsi? Niente di ci: non n' ancora (si dice) venuto il tempo. A questo modo si viene a segregare la parola dal pensiero, e a dare alla lingua quella importanza ch'essa non ha se non in quanto  destinata a ben determinare le idee, a rappresentarle appositamente al altrui, e ad essere il veicolo onde gli uomini l'uno all'altro trasmettono gl'intimi loro sensi. Nasce da ci, che il giovanetto s'avvezza a considerare la lingua come cosa stante da s, ed a riguardar come un capo lavoro d'eloquenza un'infilzatura di periodi quasi vti di senso, purch riempian gli orecchi d'una grata armonia, e contesti sieno di voci leggiadre e di scelti modi di favellare. Ed  da considerarsi che profondissime sono le impressioni che noi riceviamo ne' nostri anni pi teneri: esse non si cancellano pi. Perch nella prima giovent nostra fummo avvezzi ad apprezzare la lingua per s medesima, noi l'apprezziamo a quel modo stesso anche quando siam giunti ad una et pi matura: e facciam nostro principalissimo studio e le figure e la grazia e la pulizia e la dolcezza della lingua, come se niente fosse in essa da doversi considerare pi addentro, e s'avesse a pregiar la favella unicamente come favella.<B>

Seconda<B> cagione. </B>A mantenere in noi un s dannevole pregiudizio concorre anche la stessa bellezza sua.  incontrastabilmente la lingua nostra una delle pi belle che noi conosciamo: e con questa sua gran bellezza essa disvia in qualche modo lo spirito dello scrittore e attiralo a s tanto potentemente, che questi tenendo volto ad essa il pensiero pi che non converrebbe, trascura altri pregi pi essenziali alla prosa. Cos egli avviene che alla prosa italiana divenga dannoso in certa guisa uno de' suoi medesimi pregi.<B>


Terza <B>cagione. </B>Ma pi le nuoce ancora l'error di coloro i quali s'avvisano in altro non consistere l'eloquenza che in un profluvio di parole, in un fracasso di periodi, in uno sfarzo di figure che abbaglino e sbalordiscano: ridicolo errore e quasi incredibile, se non si rendesse palese (e quanto palese!) in una gran parte delle prose nostre, e massime in quelle de' nostri oratori. Anche ad esso d origine il metodo d'insegnare che  praticato quasi universalmente. Come un giovanetto passa dalla grammatica all'umanit, uno de' primarj esercizj della scuola si  quello di fargli apprendere i tropi senza mostrargliene il vero uso; e di proporgli temi su' quali egli dee stender piccioli componimenti, cos digiuno di cognizioni com'. Or, che seguir egli da ci? Questo senz'altro; che il povero giovane, per non saper meglio fare, sar costretto di riempiere la miserabile sua scrittura di figure fatteci entrare non si sa come, di sinonimi in gran parte superflui, di epiteti collocati mal a proposito e senza bisogno; e tutto ci unicamente per allungare il componimento, e rendere il periodo pi ornato e pi numeroso.<B>

Avr egli di poi, fatto adulto, continua occasione di sempre pi confermarsi nel medesimo errore con la lettura degli scrittori del cinquecento, generalmente tacciati, e non a torto, di questa pecca. Ed  da dolersi che a ci abbia molto contribuito uno de' pi prestanti scrittori che mai avesse l'Italia.

Non vi scandalizzate di grazia, Signori, se io arrischierommi di dire che mal servigio rend alla toscana eloquenza il Boccaccio con voler dare alla lingua nostra un certo dignitoso andamento che non si aff certamente alla natura sua. Egli nientedimeno, dotato e d'un'immaginativa molto vivace e d'un sentimento molto esquisito, pot fino ad un certo segno innalzar la sua prosa alla maest della prosa latina, e spargervi tuttavia per entro quella vivacit e mettervi quel calore che traspira da per tutto nel suo Decamerone: ma questo fu singolar pregio di lui. Venne appresso in basso stato la lingua: e finalmente, dopo un secolo e pi, il Bembo ebbe il vanto di rialzarla e restituirle il perduto splendore. Ma nel Bembo e ne' seguaci di lui non era l'anima del Boccaccio: e trovasi bens nella loro prosa la sceltezza de' vocaboli, trovasi la propriet delle locuzioni, trovasi il numero e l'armonia del periodo; ma il fuoco, la vigora, l'allettamento che sparsevi nella sua il grande antesignano di quella scuola, nella prosa lor non si trova. Intesi gl'imitatori di lui quasi unicamente alla purezza della lingua, alla leggiadria de' modi del dire, alla dignit de' periodi, ed alla loro armonia, che  quanto a dire all'esteriore della favella, appagano molto l'orecchio, poco dicono all'intelletto, e freddo lasciano il cuore. 

Conobbero ci molto bene e il Machiavello, e il Gelli e il Giambullari e 'l Caro ed il Tasso: e, banditi i periodi soverchiamente lunghi, e le troppo ricercate trasposizioni, e messo pi di vigor ne' pensieri rendettero bens meno elaborata, ma pi saporita la loro prosa. Dopo di loro seguirono press'a poco lo stesso cammino il Galileo, il Viviani, il Torricelli, il Salvini, il Dati, il Magalotti e parecchi altri: ma quegli che per la medesima strada si spinse pi innanzi di tutti fu il gentilissimo Redi: questo Scrittor giudizioso conobbe perfettamente il vero carattere dell'eloquenza italiana, ed a questo accomodando il suo stile meglio ancora, che gli altri non avean fatto, riemp le scritture sue di grazie spontanee e native, e tali ei le rend, ch'esse piaceran sempre e saranno sempre lette e apprezzate. N debbon essere qui dimenticati n pure due altri scrittori assai valorosi ancor essi, il Bartoli e il Segneri, pi elaborato il primo, pi semplice l'altro, ma gran maestri nell'arte del dire ambidue. Deh perch mai non si sono seguitate le tracce di cos fatti scrittori?

<B>Quarta cagione. </B>Ma l'uomo  un essere capriccioso e bizzarro: e quando ha battuta per qualche tempo una strada, ei se ne annoja, e in lui nasce la smania, seguane quel che pu, di tentarne un'altra3. Entrarono in una strana fantasia non pochi scrittori degli ultimi tempi, e dissero: in un secolo di tanta coltura, perch s'ha egli ad attenersi unicamente al linguaggio de' padri nostri; di que' nostri padri che nel sapere eran tanto pi indietro di noi? perch le notizie nuovamente acquistate, e le fogge del vivere introdotte fra noi hanno ad esser enunciate co' vocaboli e modi ch'erano in uso tra loro? Sono questi adattati a' presenti nostri bisogni? e il semplice e gretto lor favellare risponde forse a quella energia che con l'accresciuto sapere e le nuove costumanze ha il nostro spirito in questi ultimi tempi acquistata? Le cognizioni nostre e le maniere del vivere d'oggid richiedon nuovi vocaboli e nuovi modi di favellare: e donde quelle ci son venute, indi sono da trarsi anche questi, essendo le cose inseparabili dalle parole destinate a rappresentarle. Cos si disse, e cos si fece: e in poco spazio di tempo si vide la prosa italiana tutta imbrattata di sudiciume straniero, e la bella lingua dell'Arno s sfigurata, che non pareva pi dessa.<B>

Quinta <B>cagione. </B>Ma ben presto alzarono le loro grida contro a tanta turpitudine non pochi de' letterati nostri: e perch noi sogliamo condurci sempre agli estremi, non contenti eglino di rigettare dalle lor prose tutto ci che putia di straniero, per render pi pretto, secondo che ad essi pareva, il lor favellare, andarono a caccia delle voci e de' modi pi disusati e pi vieti, e gl'incastraron come altrettanti giojelli per entro alle loro stucchevoli prose.<B>


La cur<B>a della lingua non nuoce all'eloquenza. </B>N, perch insulse riescono le scritture di questi appassionati cercatori de' men usitati vocaboli e delle forme pi peregrine del favellare,  da dirsi che la purit della lingua noccia, come assurdamente pretesero alcuni, alla energia della prosa ed alla vera eloquenza: con ci sia che, se questo fosse, niente altro sarebbe stato che un freddo e scipito favellatore il pi eloquente degli oratori, il qual tanta cura ponea nella scelta de' vocaboli, e tanto studio avea fatto intorno alla purezza e propriet della romana favella. Altro  che tu abbi la debita cura nel rendere elegante e forbito il tuo favellare; ed altro che tu ti stimi il primo scrittor del tuo secolo, perch pi d'ogni altro hai rastrellato dentro delle tue carte e riboboli fiorentini, e vocaboli vieti e forme di favellare ite in disuso da molto tempo. La prima di queste due cose  effetto di sodo giudicio; la seconda di mente leggiera: e da questa che mai di buono aspettar si pu4? E certo  che il manifestare i nostri concetti pulitamente e con garbo apporta diletto; ed appartiene all'eloquenza non meno il dilettare, che il persuadere; stantech il diletto  potentissimo mezzo a far entrare nell'altrui animo ci che diciamo, e a guadagnar il cuore di chi ci ascolta5.<B>

Dei mez<B>zi per migliorare la prosa. </B>Dappoich s' gi brevemente detto quello che pi necessario sembrava intorno alle principali cagioni che difettosa rendono la prosa di molti degl'italiani scrittori de' tempi addietro, e toccata di passaggio qualche altra cosa che rapportavasi a ci, resta ora che con ugual brevit si dica alcuna cosa altres de' mezzi di migliorare la nostra, e di dare a questa ci che si desidera in quella.<B>

Brama naturalmente qualsivoglia scrittore che i proprj componimenti piacciano altrui: ed a ci conseguire, egli  d'uopo ch'esso con la sua scrittura dia pascolo all'intelletto; avvivi e tenga desta la immaginativa; ad accenda gli affetti, n lasci ch'essi si raffreddino punto. Donde segue che piena di buon succo; piena di vivacit; piena di calore dee essere la sua prosa: senza di che non gli verrebbe fatto di ottenere il suo intento. A tre dunque si riducono i mezzi a' quali egli si deve appigliare, s'ei vuole che sia la sua prosa letta con piacere e applaudita: a riempirla di copiose cognizioni e di non comuni pensieri; a darle un colorito vivace; ed a mettere in essa molto calore.

<B>Primo mezzo. </B>Egli  da considerarsi che noi siamo una certa fatta di esseri per natura orgogliosi, e quindi che ciascuno, per poco che vaglia, ha un'alta opinione di s: donde avviene che chiunque gli parla, se vuol piacergli, dee mostrar nel suo dire ch'egli il considera uom di molto intelletto; e questo egli fa con riempiere il suo discorso di nobili concetti, e di scelta dottrina il pi ch'egli pu. Passato  quel tempo nel quale il lettor contentavasi di parole, purch'entro ad armoniosi periodi esse fossero collocate leggiadramente: ora nelle parole egli cerca le cose; e come queste non trovi, tosto la noja l'assale, e lo scritto cadegli dalle mani.<B>

Dall'essere l'uomo grand'estimator di s stesso deriva anche questo; ch'egli per lo pi sdegna di riconoscersi pi scarso di sapere e d'ingegno, che non  quegli che a lui favella: e per dee questi guardarsi da quel tuono pedantesco e magistrale che, derivando sempre e da soverchio apprezzamento di s medesimo e da disistima d'altrui,  di sua natura increscevole, e quindi all'eloquenza contrario; perciocch, dove questa tira a s gli animi, quello da s li rispinge. Sar per tanto schietto, disinvolto, e senz'ombra di boria il suo ragionare, e come di persona che parli a persone gi instrutte ed ottimamente fornite di cognizioni: e in ci principalmente consiste quella urbanit e politezza che  si propria dello scrittore colto e gentile.

Per questa ragione stessa tanta dovr essere la chiarezza e la facilit del dire, che niuna fatica duri il lettore a ben comprender le cose che gli si espongono: nel che gravemente peccano il Bembo, il Casa ed i loro seguaci, i cui periodi prolissi troppo e intralciati  d'uopo legger talora pi d'una volta, prima di trovarci la costruzione ed il senso. E forse pi gravemente ancora vi peccano quelli che, per ostentare o elevatezza di mente, o acutezza d'ingegno, astrusi si rendono e oscuri. Non si pu credere quanto all'uomo rincresca l'intendere con difficolt ci ch'altri gli dice, non tanto per la fatica ch'ei vi sostiene, quanto pel disgusto che prova nell'aver a sentire in lui stesso, che limitate sono le forze della sua comprensiva e minori di quello ch'egli vorrebbe: ci molto ferisce il suo orgoglio.

Ma quantunque il nostro scrivere debba esser limpido e chiaro, niente di meno ogni cosa non ha da spiccarvi in guisa, che nulla pi resti da fare a chi legge. Alletta non poco il nostro amor proprio il comprendere da ci che ci si dice anche quello che pare che non ci sia detto: ma vuolsi usare in questo molt'arte; e quel che soltanto si accenna, fare che trasparisca, come di sotto a un sottilissimo velo, s manifestamente, chi non possa non essere inteso; cosa malagevolissima a conseguirsi; e tuttavia necessaria a chi eloquente vuol essere: ch uno de' requisiti dell'eloquenza  il dir pi che non suonano le parole.

A questo giova molto la scelta giudiziosa che lo scrittore fa delle voci, e la stessa loro collocazione. Ciascun vocabolo, oltre all'idea principale, ne reca seco qualcun'altra accessoria ond' che di due voci, le quali diresti sinonime, esprime pi l'una che l'altra. Un addiettivo e preposto o posposto al nome suo sostantivo ha sovente pi o meno di forza, e talora esprime altra cosa6.

Una picciola reticenza dice alcuna volta assai pi che una lunga frase. Quanto non esprime bene spesso un semplice modo ammirativo o interrogativo? Oltre alla significazione delle parole indica quello la maraviglia, questo l'indignazione, o simili altri affetti risvegliati nello scrittore, e val pi che se questi dicesse: <I>ci mi reca stupore; ci movemi a sdegno: mi stomaca</I> ecc. Col mezzo dell'ironia esprimesi tutt'altro che quello che suonano le parole: il sarcasmo altrui fa comprendere il disprezzo in cui si tiene da chi parla la persona o la cosa di cui egli favella: le allusioni mettono davanti al lettore anche ci che di per s non significan le parole. Ma gli artifizj ora detti sono de' pi ordinarj, e cogniti a tutti: ce ne ha ben altri di molto maggior finezza, e conosciuti soltanto dallo scrittore di sommo ingegno: dipende talora da questi quanto ha di pi esquisito nell'eloquenza.

<B>Secondo mezzo. </B>E pure non basta ci ancora a far che acquisti la prosa tutta quella energia e qual garbo ch'essa richiede: a questo effetto egli  d'uopo che lo scrittore, oltre a ci, sia, per cos dire, anche pittore; e, ad esser tale, gli  necessaria una vivace e feconda immaginativa. Come che questa sia dono della natura, nientedimeno intorno ad essa dee molto adoperarsi ancor egli dal canto suo. Chi  che non sappia quanto vale un lungo e continuo esercizio a migliorare ed avvalorar le naturali facolt nostre, e a portarle ad un alto grado di perfezione? In quanto a quella di cui ora si parla, quando al pensiero s'affaccia una cosa la qual sia di qualche importanza,  d'uopo avvezzarsi a considerarla da tutti i lati; a stendere il guardo su tutto ci che le appartiene e con essa ha qualche correlazione; a ravvisarvi tutto quello che vi si potrebbe connettere; e, collegandone insieme ogni cosa, farne dentro della mente una pittura che, per essere puramente immaginaria, non lascia di parere in qualche guisa reale. Abituerassi a poco a poco in questo modo la mente e concatenare insieme le cose che servono a dare l'una all'altra risalto: e, come abbia lo scrittore contratto l'uso di recarsele innanzi con questo accompagnamento, ne former, quasi senza avvedersene, per entro agli scritti suoi quelle vive dipinture donde in gran parte deriva il magico incanto dell'eloquenza7. Quando il Segneri nella predica ventisettesima del suo Quaresimale vuol persuaderci che le tribulazioni sono da riguardarsi come favori che ci vengono dall'alto, e che perci noi dobbiam riceverle di buon grado e benedire la mano che ce le manda, ben egli conosce che ci dee parere al pi degli uomini un paradosso: ma la sua immaginativa largamente gli somministra di che formare una pittura si viva di tal verit, che l'animo degli uditori non pu a meno di rimanerne altamente colpito. N ci voleva meno a far questo, che una mente gi da gran tempo esercitata in somiglianti lavori. Osservi, di grazia, il lettore quante particolarit egli ci tira dentro opportunamente e con quanta maestria le va disponendo entro al suo quadro, acciocch meglio producano il loro effetto. <B>

"Passer talora, dic'egli, un giovine Cavaliere per una strada vestito pomposamente e, senza recar noja ad alcuno, se n'andr pe' suoi fatti tutto raccolto, sol pavoneggiandosi forse dentro di s della bella chioma dorata che gli flagella gentilmente le spalle, della gala leggiadra, del culto splendido, del portamento attillato. Quand'ecco ch'egli improvvisamente si sente colpir nel dosso da una gran palla di neve, da cui, con riso de' circostanti, gli viene asperso il cappello, aspersa la zazzera, asperso lo scarlatto finissimo del cappotto di cui va altero. Or chi pu esprimere quant'egli tosto s'inalbera a tale insulto? E perch non sa donde vengagli, pi adirato s'infiamma in viso, s'infierisce nel guardo, e per poco resta ch'ei non pon mano precipitoso alla spada, per vendicarsi di chiunque credane autore. Se non che, quando egli alza l'occhio, si avvede quanto gentil destra fu quella che lo colp: ond'egli incontanente a tal vista non pur si placa, ma rasserenando la fronte, con un piacevol sogghigno, con un profondissimo inchino la riverisce; e 'l d seguente torna di bel nuovo a passare sull'istess'ora, sotto l'istessa finestra, per ambizion di sortire una simil grazia. Or io non so, miei Signori, perch non debbasi far a Dio quell'onore che ad un donna si fa" ecc.8.

<B>Terzo mezzo. </B>Non si pu dir quanto vagliano questi lavori della immaginativa a intertener con diletto il lettore: e tuttavia convien confessare che allo scrittore molto ancora mancherebbe s'altro effetto che questo non valesse a produr la sua penna in chi legge. Il maggior pregio dell'eloquenza si  quello non gi d'arrestarsi a dipinger le cose alla immaginazione con belli e vivaci colori; ma di scendere al cuore, ed attirare a s gli altrui voleri con la forza e l'efficacia del dire: e questa  assai malagevole impresa. Non giunger mai a rendersi padrone dell'altrui volont chi non possede la grand'arte di mover gagliardamente gli affetti: e ci  riservato a que' soli che parlando e scrivendo provano in s quelle medesime commozioni che studiansi di eccitare in altrui. Un dicitore la cui anima  fredda, per quanto si sforzi d'incalorir il suo dire, non parler se non freddamente, e non sar se non freddamente ascoltato. Perch, di grazia, leggo io senza provare in me la menoma commozione un intero Dramma di Giannandrea Moniglia; e tanto m'intenerisce questa cortissima strofa del Metastasio:<B>

"Misero pargoletto, 

Il tuo destin non sai: 

Ah! non gli dite mai 

Qual era il genitor?"

Senza dubbio per questo, che il primo si studia di far piangere me mentr'esso stassi scrivendo col ciglio asciutto; e il secondo, mentre invita me al pianto, bagna esso stesso di lagrime quella carta ch'egli vergando va con l'inchiostro. Come a far passare un corpo dalla quiete al moto  necessario l'urto d'un altro corpo il quale sia in moto ancor esso, cos parimente a commovere un animo il qual sia tranquillo si richiede l'impulso d'un altro animo che sia gi commosso. Vuol l'oratore movere ad ira? s'addiri egli prima. Vuol destare negli animi compassione de' mali altrui? Se ne commova egli stesso. Noi siamo naturalmente disposti a dar luogo in noi stessi a que' medesimi sentimenti che scorgiamo in altrui: un'aria malinconica c'inspira malinconia; un volto ilare c'invita alla ilarit.

Apparisce da ci quanto sia necessaria all'uomo eloquente questa sensibilit, senza la quale non gli verrebbe fatto s di leggieri di commovere altrui. Ora, se le sensazioni dell'anima corrispondono a' movimenti eccitati nelle fibre degli organi de' sensi, di che dubitar non si pu, sar dunque nell'uomo maggiore o minor la sensibililt secondo la maggiore o minor mobilit delle dette fibre. E questa diversa mobilit donde vien ella? Certo dalla diversa loro delicatezza, in guisa che di quanto maggior delicatezza esse sono, tanto sar maggior la mobilit loro. Di qui segue che negli uomini le cui fibre sono men delicate, essendo minor la mobilit di queste, dee necessariamente in costoro esser minore altres la sensibilit: ed  cosa evidente che, affine di accrescere questa, sarebbe d'uopo che dentro di essi aumentar si potesse la mobilit delle fibre.

Or non potrebbe l'uomo, quell'uomo cui niuna cosa  difficile quando la vuol pertinacemente, non potrebb'egli dico, qualora fosse tessuto di fibre non molto gentili, accrescer con l'arte la lor mobilit naturale? Se con un lungo esercizio acquista il danzatore un'agilit di piedi, il giocolatore una destrezza di mano, il sonatore di gravicembalo una velocit nelle dita che non parrebbe credibile se non si vedesse; e se questa agilit, questa destrezza, questa velocit maggior della consueta non s'ottiene se non coll'accrescere la mobilit delle fibre onde sono composti i piedi e le mani, e perch non potrebbesi accrescere parimente la mobilit di quell'altre, onde procede il nostro interno sentire? Chi ci tentasse avrebbe a tal fine ancor egli, siccome fanno essi, a tener queste esercitate continuamente quando in un modo e quando in un altro. In questa variabile vita s piena e di gioje e di amaritudini, mancano forse casi che gliene porgano l'occasione? E non pu egli medesimo con la mente moltiplicarseli a suo beneplacito, e immaginare altres d'esservi a parte egli stesso, acciocch facciano in lui pi forte impressione9?


<B>Avvertenze da aversi dallo scrittore. </B>Ma intorno a ci basti il poco che ho detto. Ora  da farsi menzione altres d'alcune avvertenze che lo scrittor dee avere, s'ei vuol ch'animato e vigoroso riesca, e veramente facondo il suo dire.<B>

Prima a<B>vvertenza. </B>Non dar egli mai di piglio alla penna se non quando il soggetto, intorno a cui s'occupa, tutta gl'invada la mente. Abbandonisi allora all'entusiasmo onde  rapito, e lasci scorrere sulla carta tutto ci che vi cade, n curiosi di belle parole, n di modi scelti, n d'altra cosa di simil fatta: allora  il tempo di scrivere; verr di poi quello di ripulire e abbellire. Pazzia  lasciar che s'acqueti la fantasia e raffreddisi l'estro per ire in traccia di be' vocaboli, in traccia di forme eleganti di favellare; o per istarsene esaminando in qual tempo furono esse nella lingua introdotte, e da quali autori adoperate. Chi questo fa non s'avvede che, mentr'egli si va trattenendo in tali ricerche, l'entusiasmo vien meno; che s'intepidisce il calor ch'era in lui; e che a questo modo languida e fredda riesce dipoi la sua prosa.<B>

Seconda<B> avvertenza. </B>Fa peggio ancora quello scrittore mal avveduto che al lettor suo vuol mostrare piuttosto s, che le cose le quali esso gli va dicendo; deplorabile vizio di non pochi de' nostri moderni. S'io piglio in mano le loro scritture, io veggio nella pi parte di esse l'autor tutto inteso a far pompa qua della elevatezza del suo intelletto; l dell'acutezza del suo ingegno; ivi della squisitezza del suo gusto; col della profondit del suo sapere; altrove dell'estensione di sue vedute: io lo veggio affaccendato dove in iscerre vocaboli puri e venusti, dove in riempire gli orecchi di be' periodi, dove in abbellire i pensieri con leggiadre figure, a solo fine che il suo dire pi sfarzoso riesca: in somma da per tutto s'affaccia l'autore, di modo che fuor che lui, nel suo miserabile scritto altro non trovo. Non cos accade nelle aringhe del pi grande orator della Grecia. Se nelle prose de' nostri l'autor fa d'ordinario che io perda di vista le cose e tenga volto il pensiero a lui, in quella del dicitor greco al contrario le cose fanno ch'io ne dimentichi in certa guisa l'autore; tanta  la forza e l'incanto con cui esse tirano a s i miei pensieri, le mie voglie, e, per cos dire, tutto me stesso. Non sia per tanto lo scrittore s vago di mostrar s medesimo per entro alle sue carte, s'egli vuol essere pi eloquente: ed acciocch questo addivenga, mettavi meno d'ostentazione e pi d'arte; ma di quell'arte fina che o nasconde affatto s stessa, o soltanto si mostra nelle pi schiette sembianze della natura.<B>

Terza a<B>vvertenza. </B>Apprendesi quest'arte alla scuola de' greci e de' latini scrittori. A giudicare da ci che scorgesi non rade volte, parrebbe che all'eloquenza italiana di poco giovamento fosse (e fors'anche talora nocesse) lo studio delle lettere greche e latine: e certo  che pochissimi di coloro che sono i pi versati nella greca e latina letteratura riescono eloquenti scrittori nel nostro idioma. Questo, secondo che pare a me, da due cose procede. La prima , che i pi di quelli, che si dnno a cos fatto studio, mancano di quel fuoco il quale  necessario a chi vuol essere eloquente scrittore: e la seconda, che costoro, innamorati del far de' greci e de' latini, vogliono in ogni modo che un certo greco e latino sapore si trovi ne' loro scritti, vezzo che toglie al loro stile quella spontaneit che tanto vale a render dilettevole e saporito ci che scriviamo. Per altro io porto ferma opinione che assaissimo giovi all'eloquente scrittore la lettura de' greci e de' latini autori, essendo che a tali fonti principalmente si attigne la sana, la vera eloquenza: ma stimo che, bevuto ch'egli abbia quelle pure sorgenti, quando esso dipoi prende in mano la penna debba in certa guisa dimenticarsi di avere bevuto quivi, dimenticarsi de' libri loro10, dimenticarsi del loro fare, e mettersi nel capo che l'eloquenza sua dev'essere italiana, e non gi greca o latina. E certo  che qualsivoglia nazione ha una maniera sua particolar di sentire, e quindi un fare diverso da quello dell'altre nazioni. Ci, almeno in gran parte, dipende da una tessitura di fibre pi o men delicata negli uomini de' differenti climi, dalle diverse abitudini loro, e dal diverso carattere delle lor lingue. I Greci eran di fibra delicatissima, e perci disposti a sentire molto squisitamente, ed aveano una lingua la pi soave e melodiosa che fosse mai conosciuta: ed una lingua s piena di soavit e di melodia nell'anima d'uomini di fibra s delicata dovea produrre una sensazione gradevolissima. Uno stile aspro e rotto, e certi modi bruschi e impetuosi, sarebbono stati troppo violenti per loro, ed affatto opposti a quella maniera di sentire tenera e gentile a cui erano avvezzi: e il nostro Alfieri anzi disgusto che piacere avrebbe recato a' Greci con que' suoi modi tronchi e vibrati che tanto piacciono a noi. Per la ragione medesima le greche maniere, senza l'incanto di quella divina lingua, troppo debole impressione far debbono in noi di fibra alquanto men delicata: ed io sono d'avviso che una tragedia d'Euripide sul nostro teatro inviterebbe, pi che alle lagrime, al sonno. Maggiore conformit noi dovremmo aver co' Latini, da' quali c' derivata la lingua, e co' quali comune abbiam la contrada. Ad ogni modo la loro instituzione e la loro foggia di vivere fu diversa assai dalla nostra. Fuorch a' tempi vicini ad Augusto, la guerra fu pressoch l'unica loro occupazione. Nati alla guerra, educati alla guerra, quasi sempre vissuti in guerra, contrassero in quella lor dura vita una rigidezza di fibra ed un'austerit di costumi che sconosciuti rendevano ad essi i dolci moti del cuore. Niun delicato sentimento in quegli animi aspri e feroci. S'ammollirono finalmente, ma non per questo s'ingentilirono: essi furon feroci anche in mezzo alla loro mollezza. Qual fu la nazione, tal fu ancora la lingua. Ricca, robusta, piena di maest e di decoro, ben essa annunciava ch'era la lingua de' dominatori del mondo: ma non era gi fatta pe' sentimenti teneri e delicati. Anche l'eloquenza de' Romani, come quella de' Greci, era dunque troppo diversa dalla eloquenza che a noi, di fibra men delicata di quelli, e di costumi pi dolci di questi, si aff. Riteniamo per tanto de' Greci, riteniam de' Latini la finezza del giudizio nel cogliere il vero, la squisitezza del gusto nell'assaporare il bello, la loro sagacit nel far passare e l'uno e l'altro anche ne' nostri scritti con evidenza, con vivacit, con calore, in una parola con la stessa forza e col garbo medesimo che in que' sovrani maestri della vera eloquenza noi non cessiam d'ammirare: di questo risovveniamoci, a questo teniam vlto lo sguardo quando verghiamo le nostre carte: ma de' medesimi dimentichiam tutto ci che nelle loro non  confacevole al genio italiano. Acquister in questo modo anche la prosa nostra quella vigorosa eloquenza, quella eloquenza dominatrice de' cuori, che  nella loro. Non sono minori dei loro gl'ingegni nostri; non minore del loro il nostro sapere: sono capaci di elevati concetti al par delle loro le menti nostre; al par dei lor sono capaci di nobili sentimenti i nostri cuori: ricca  la lingua, bella, gentile, armoniosa, pieghevole ad ogni fatta d'argomenti, pieghevole ad ogni fatta di stile: niente in somma ci manca a poter divenire anche noi eloquenti al par de' Greci, al par de' Latini, al par di qualsivoglia altra nazione.<B>

Conclus<B>ione. </B>Ma egli ci conviene, a voler ci conseguire, a lasciar la via dal pi de' nostri calcata fin ora; e meglio instruire la giovent italiana; e spogliarsi de' pregiudizj s fortemente e da s lungo tempo radicati nelle nostre contrade; conviene pigliarsi maggior cura delle cose che delle parole; conviene occuparsi piuttosto nel recar cognizioni alla mente e nel mover gli affetti, che nell'apportar diletto agli orecchi. Molto certamente resta da farsi ancora: ad ogni modo s' fatto il pi. Nobilissimi ingegni hanno a' d nostri illustrata e vanno tutt'ora illustrando l'italiana letteratura con le loro eloquenti prose; il lor luminoso esempio ha desto ne' giovani d'oggid un ardentissimo desiderio di seguitar coraggiosamente la stessa carriera ancor essi: in somma tutto annuncia che noi vedremo giunta ben presto la gloria degl'italiani scrittori eziandio nella prosa a quell'altezza a cui nella poesia essa  gi salita da tanto tempo.<B>



NOTE



1 	Instit. Lib. VIII proem.

2 	Era mestieri [servirsi] di questo vocabolo il quale, per quanto  a me noto, mancava alla lingua nostra: e siamo debitori al Salvini dell'averglielo aggiunto.

3 	Anzi (potr dire alcuno)  tutt'al contrario. Talor si ritengono le vecchie usanze per secoli e secoli, e vi ci teniamo pertinacemente attaccati solo perch s' fatto da tanto tempo cos. Questo  vero dove si tratta di pratiche gi stabilite: ma in ci che dipende dal beneplacito nostro, e ne' lavori dell'ingegno massimamente, ciascuno, sospinto dall'amor proprio, ci vuol aggiunger del suo, e far diversamente da quello che han fatto gli altri.

4 	La prosa di costoro non  fredda ed insulsa perch sia piena di cos fatte gentilezze; ma perch della loro zucca non poteva uscir niente di meglio: e se non fosse stata condita di tali droghe, sarebbe stata riempita di scipitezze d'altra natura; ma sempre di scipitezze.

5 	Sono le parole, per cos dire, il vestimento de' pensieri: e siccome, affinch sia fatta ad alcuno buona accoglienza,  d'uopo ch'egli presentisi decentemente e pulitamente vestito; cos, acciocch gli scritti nostri sieno dal lettor lietamente accolti, gli si debbon recare davanti non disadorni e sudici, ma venusti e puliti: ch a questo modo apportando ad esso maggior diletto, pi ancora si guadagneranno l'animo suo; il che  lo scopo dell'eloquenza. Tanto dunque  lontano che la pulizia del dire le rechi danno, che anzi le giova molto, ed  uno de' requisiti suoi.

6 	<I>Buon uomo</I>, per cagione d'esempio, significa tutt'altro che <I>uomo buono</I>.

7 	Il viver nostro , per cos dire, una catena di abitudini contratte da noi senza che ce ne accorgiamo, dalle quali dipende il pi delle nostre azioni.

8 	Anche il Tasso nel Canto XIX della sua Gerusalemme liberata allora ch'egli fa uscire della Citt Tancredi ed Argante per terminare la lor querela colla morte dell'uno o dell'altro, abituato, com'era, a

 ravvisare le cose nel modo che ho detto, vede, oltre a' due Guerrieri, que' <I>padiglioni delle gente accampate </I>a<I> </I>cui essi<I> danno le spalle; </I> vede quel <I>girevol calle che per segreti avvolgimenti li porta; </I>vede quella<I> ombrosa angusta valle; </I>e la vede<I> chiusa d'intorno non altrimenti che se fosse un teatro ad uso di battaglie e di cacce; </I>vede i due Guerrieri fermarsi quivi, ed Argante <I>volgersi all'afflitta citt</I> in atto d'uom pensieroso. N ci basta ancora. Come s'egli altres ci fosse presente, ode il sarcasmo bellissimo di Tancredi, il quale scorgendo il nemico in tal atto, il deride; ed ode eziandio la risposta tutt'insieme patetica, sublime, e piena d'acerbit che  data a lui dal fiero Pagano. Questo  tutto lavoro dell'immaginativa; ma di una immaginativa lungamente esercitata nel ravvisare le cose non solo in s medesime, ma in oltre relativamente alle circostanze che le accompagnano e con le quali possono collegarsi naturalmente.

9 	Molti rideranno, son certo, di cos fatte speculazioni: e con tutto ci pare a me che non sia da farsene beffe s di leggieri. Certissima cosa  che pu l'uomo sopra s stesso ottenere di grandi cose, e dare a forza di studio alle disposizioni e fisiche e morali avute in dono dalla natura un perfezionamento che non avrebbero queste acquistato, s'egli non si fosse presa la cura di prevalersene a tutto potere. Un ghiottone, per esempio, acquister una squisitezza di palato che gli far discernere nel sapore de' cibi quelle menome differenze che gli altri non vi sanno distinguere; un pittore a prima giunta scorger ne' dipinti quelle finezze dell'arte che sfuggono agli occhi del pi degli uomini; e cos discorrendo. Or perch questo? Tu dirai forse, perch i primi vi prestano pi d'attenzione: ma io ti risponder che, per quanta ne prestino anche i secondi, non viene lor fatto di conseguire il medesimo intento: e soggiunger che questo accade piuttosto perch le fibre di quelli col lungo esercizio hanno acquistata una maggior disposizione a ricevere quelle impressioni delicate che non sono atte a ricevere le fibre meno esercitate di questi.

Se non che pare che a quanto qui si asserisce s'opponga una osservazione assai ovvia, secondo la quale s'avrebbe anzi a stabilire che il lungo esercizio, lungi dall'accrescere, diminuisca la mobilit delle fibre, e con essa la sensibilit del cuore. Il soldato rimira con indifferenza le stragi, il chirurgo tratta senza ribrezzo le piaghe, gl'infermieri degli ospedali assistono agli ammalati con animo imperturbato e tranquillo, perch vi si sono a poco a poco avvezzati, n pi fanno in costoro s miserandi oggetti veruna disgustosa impressione. Anche ci  vero: ma questo avviene perch allora quando le cose sono spinte di l da un certo segno producono un effetto del tutto opposto a quello che sogliono produrre ordinariamente, stante che alterando la tessitura delle fibre, sopra le quali esercitano la loro azione, le indurano e irrigidiscono, e per questa cagione le rendono poco disposte non che alle gentili, anche alle gagliarde impressioni.

10 	Ma, se dee porre in dimenticanza i lor libri, sar cosa inutile adunque ch'egli abbia studiato in essi? Anzi sar utilissima. Avr egli a s pure sorgenti attinti i veri principj dell'eloquenza onde poter divenire eloquente egli stesso.
