
                               LUIGI PIRANDELLO




                                 UNA GIORNATA






                           Trascrizione Telematica di
                    Vincenzo Guagliardo e Giulio Cacciotti







  Freebook Edizioni LibroLibero  Mi - S. Maria del Suffragio, 6 - A.1993 n.36


  INDICE
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  Sui racconti: di Angela Manganaro pag. 3
  Effetti di un sogno interrotto pag. 5
  C' qualcuno che ride pag. 13
  Visita pag. 21
  Vittoria delle formiche pag. 29
  Quando s' capito il giuoco pag. 37
  Padron Dio pag. 50
  La prova pag. 60
  La casa dell'agonia pag. 67
  Il buon cuore pag. 74
  La Tartaruga pag. 81
  Fortuna di esser cavallo pag. 92
  Una sfida pag. 100
  Il chiodo 107
  Una giornata 128



  "Una giornata"  l'ultimo dei quindici volumi delle "Novelle per  un  anno"
  di Luigi Pirandello, la cui pubblicazione avvenne tra il 1922 e il 1937.


                                 SUI RACCONTI
                               di Angela Manganaro

  Una raccolta di racconti, questa di Pirandello, di diversi toni ma anche di
  diverse  carature.  Alcuni,  come  "Effetti  di un sogno..." e "La visita",
  pervasi da un'atmosfera  offmaniana,  il  mistero  di  una  vita  parallela
  (l'aldil?)  che  si  azzarda in butade nell'al di qua in una corsa in giri
  concentrici,  nella promessa di un ritorno (prima o poi).  In  quasi  tutti
  aleggia l'ombra lunga del destino, di cui non solo l'uomo  consapevole, ma
  che  in  qualche  modo  aiuta  a  realizzarsi: nei racconti "Vittoria delle
  formiche",  "Il  chiodo",   "Il  buon  cuore",   "La  casa  dell'agonia"  i
  protagonisti  recitano  un  copione  gi  scritto,  l'unica  libert  che 
  concessa loro  di comprendere che al destino non ci si oppone,  lo si  pu
  solo  assecondare  e  sperare  che  non ti faccia troppo male.  Emblematici
  questi racconti nel  mostrare  la  sfiducia  di  Pirandello  nella  volont
  dell'uomo.  I suoi uomini sono dei malinconici senza spina dorsale,  le sue
  donne - quando non sono  "vecchie  negre  sbilenche....  come  scimmie  col
  grembiule"  (sic!)  -  sono  delle  profittatrici,  un  po'  puttane un po'
  cretine,  comunque pi noiose delle mosche.  L'unica donna  che  in  questi
  racconti  ha  un  certo fascino  una morta che torna a far visita a un suo
  platonico spasimante,  ma che neanche in vita era  molto  viva...  diafana,
  impalpabile... finta insomma.
  I  racconti  pi belli sono quelli che hanno come protagonisti gli animali:
  "La tartaruga", strumento inconsapevole della presa di coscienza della vita
  grigia del suo padrone e  "Fortuna  d'esser  cavallo"  in  cui  un  cavallo
  abbandonato  sar  anche  scacciato  e  maltrattato  ma    almeno  libero,
  foss'anche di non pensare a nulla. Triste consolazione, in verit. Ma,  del
  resto,  all'uomo  che  pensa  Pirandello  non lascia molte chances: o fa il
  furbo e cerca di gabbare il suo rivale che lo ha fatto cornuto  con  l'arma
  della stupidit apparente ("Quando si  capito il gioco"),  oppure soccombe
  al minimo accenno di coscienza di classe ("Padron Dio").
  Pirandello non riesce  a  manipolare  la  materia  "uomo"  senza  lasciarsi
  prendere  da  un  "deja  sais": senza appello.  E' questo il suo terreno e,
  infatti, il racconto pi bello  anche il pi pessimista,  quello che d il
  titolo a tutta la raccolta "Una giornata",  appunto, giocato in un contesto
  surreale con una sentenza terribile: la vita ha la durata di una giornata e
  noi la viviamo senza rendercene conto di averla vissuta se non in punto  di
  morte come qualcosa che  appartenuta ad uno sconosciuto.
  Alla fine non rimane niente, se non la pena di morire dopo una vita vissuta
  da smemorati.
                             EFFETTI D'UN SOGNO INTERROTTO





  Abito in una vecchia casa che pare la bottega d'un rigattiere. Una casa che
  ha preso, chi sa da quanti anni, la polvere.
  La  perpetua  penombra che la opprime ha il rigido delle chiese e vi stagna
  il tanfo di vecchio e d'appassito dei decrepiti mobili d'ogni foggia che la
  ingombrano e delle tante stoffe che  la  parano,  preziose  sbrindellate  e
  scolorite,  stese  e appese da per tutto,  in forma di coperte,  di tende e
  cortinaggi.  Io aggiungo di mio a quel tanfo,  quanto pi posso,  la  peste
  delle  mie  pipe  intartarite,  fumando  tutto  il giorno.  Soltanto quando
  rivengo da fuori, mi rendo conto che a casa mia non si respira.  Ma per uno
  che vive come vivo io... Basta; lasciamo andare.
  La  camera da letto ha una specie d'alcova su un ripiano a due scalini;  il
  soffitto in capo;  l'architrave sorretto da due  tozze  colonne  in  mezzo.
  Cortinaggi  anche  qui,  per  nascondere il letto,  scorrevoli su bacchette
  d'ottone,  dietro le colonne.  L'altra met della camera serve  da  studio.
  Sotto le colonne  un divanaccio, per dir la verit molto comodo, con tanti
  cuscini rammucchiati e,  davanti, una tavola massiccia che fa da scrivania;
  a sinistra,  un grande camino che non accendo mai;  nella parete di contro,
  tra  due finestrette,  un antico scaffale con cadaveri di libri rilegati in
  cartapecora ingiallita. Sulla mensola di marmo annerito del camino  appeso
  un quadro secentesco,  mezzo affumicato,  che rappresenta la  MADDALENA  IN
  PENITENZA,  non so se copia o originale ma,  anche se copia, non priva d'un
  certo pregio. La figura, grande al vero,   sdrajata bocconi in una grotta;
  un  braccio  appoggiato  sul gomito sorregge la testa;  gli occhi abbassati
  sono intenti a leggere un libro  al  lume  d'una  lucerna  posata  a  terra
  accanto  a  un  teschio.  Certo,  il  volto,  il magnifico volume dei fulvi
  capelli sciolti,  una spalla e il seno scoperti,  al caldo lume  di  quella
  lucerna, sono bellissimi.
  La casa  mia e non  mia. Appartiene con tutto l'arredo a un mio amico che
  tre anni fa,  partendo per l'America,  me la lasci in garanzia d'un grosso
  debito che ha con me. Quest'amico, s'intende,  non s' fatto pi vivo,  n,
  per  quante  domande  e  ricerche  io  abbia fatte,  son riuscito ad averne
  notizie. Certo per non posso ancora disporre, per riavere il mio, n della
  casa n di quanto vi sta dentro.
  Ora,  un antiquario di mia conoscenza fa all'amore con quella MADDALENA  IN
  PENITENZA  e  l'altro  giorno mi condusse in casa un signore forestiere per
  fargliela vedere.
  Il signore, sulla quarantina, alto, magro, calvo, era parato di stranissimo
  lutto, come usa ancora in provincia.  Di lutto,  pure la camicia.  Ma aveva
  anche  impressa  sul  volto  scavato  la sventura da cui  stato di recente
  colpito.  Alla vista del quadro si contraffece tutto e subito si copr  gli
  occhi   con   le  mani,   mentre  l'antiquario  gli  domandava  con  strana
  soddisfazione:
  - Non  vero? Non  vero?
  Quello, pi volte, col viso ancora tra le mani,  gli fece segno di s.  Sul
  cranio  calvo  le  vene  gonfie pareva gli volessero scoppiare.  Si cav di
  tasca un fazzoletto listato di nero e se lo port agli occhi per frenare le
  lagrime irrompenti. Lo vidi a lungo sussultar nello stomaco, con un fiotto
  fitto nel naso.
  Tutto - meridionalmente - molto esagerato.
  Ma fors'anche sincero.
  L'antiquario mi volle spiegare che conosceva fin da bambina  la  moglie  di
  quel  signore,  ch'era  del  suo stesso paese: - Le posso assicurare ch'era
  precisa l'immagine di questa MADDALENA. Me ne son ricordato jeri, quando il
  mio amico venne a dirmi che gli era morta, cos giovane, appena un mese fa.
  Lei sa che son venuto da poco a vedere questo quadro.
  - Gi, ma io...
  - S, mi disse allora che non poteva venderlo.
  - E neanche adesso.
  Mi sentii afferrare per il braccio da quel signore, che quasi mi si butt a
  piangere sul petto, scongiurandomi che glielo cedessi,  a qualunque prezzo:
  era lei, sua moglie, lei tal'e quale, lei cos - tutta - come lui soltanto,
  lui,  lui  marito,  poteva  averla  veduta nell'intimit (e,  cos dicendo,
  alludeva  chiaramente  alla  nudit  del  seno),   non  poteva  pi  perci
  lasciarmela l sotto gli occhi, dovevo capirlo, ora che sapevo questo.
  Lo guardavo,  stordito e costernato, come si guarda un pazzo, non parendomi
  possibile che dicesse una tal cosa sul serio,  che potesse cio  sul  serio
  immaginarsi  che  quello  che per me non era altro che un quadro su cui non
  avevo mai fatto alcun pensiero  potesse  ora  diventare  anche  per  me  il
  ritratto di sua moglie cos col petto tutto scoperto,  come lui solo poteva
  averla veduta nell'intimit  e  dunque  in  uno  stato  da  non  poter  pi
  lasciarla sotto gli occhi a un estraneo.
  La   stranezza  di  una  tale  pretesa  mi  promosse  uno  scatto  di  riso
  involontario.
  - Ma no, veda, caro signore: io, sua moglie, non l'ho conosciuta; non posso
  dunque attaccare a questo quadro il pensiero che lei sospetta.  Io vedo  l
  un quadro con un'immagine che... s, mostra...
  Non  l'avessi  mai detto!  Mi si par davanti,  quasi per saltarmi addosso,
  gridando:
  - Le proibisco di guardarla ora, cos, in mia presenza!
  Per fortuna s'intromise l'antiquario,  pregandomi di scusare,  di compatire
  quel  povero  forsennato,  ch'era stato sempre fin quasi alla follia geloso
  della moglie,  amata fino all'ultimo  d'un  amore  quasi  morboso.  Poi  si
  rivolse  a  lui  e lo scongiur di calmarsi;  ch'era stupido parlarmi cos,
  farmi un obbligo di cedergli il quadro  in  considerazione  di  cose  tanto
  intime. Osava anche proibirmi di guardarlo? Era impazzito? E se lo trascin
  via,  di  nuovo  chiedendomi  scusa  della scenata a cui non s'aspettava di
  dovermi fare assistere.
  Io ne rimasi talmente impressionato che la notte me lo sognai.

  Il sogno,  a dir pi precisamente,  dovette avvenire nelle  prime  ore  del
  mattino  e proprio nel momento che un improvviso fracasso davanti all'uscio
  della camera,  d'una zuffa di gatti che m'entrano in casa non so  di  dove,
  forse   attratti  dai  tanti  topi  che  l'hanno  invasa,   mi  svegli  di
  soprassalto.
  Effetto del sogno cos di colpo interrotto  fu  che  i  fantasmi  di  esso,
  voglio  dire  quel  signore a lutto e la immagine della MADDALENA diventata
  sua moglie,  forse non ebbero il tempo di rientrare in me e rimasero fuori,
  nell'altra parte della camera oltre le colonne, dov'io nel sogno li vedevo;
  dimodoch, quando al fracasso springai da letto e con una strappata scostai
  il cortinaggio,  potei intravedere confusamente un viluppo di carni e panni
  rossi e turchini avventarsi alla mensola  del  camino  per  ricomporsi  nel
  quadro in un baleno;  e sul divano,  tra tutti quei cuscini scomposti, lui,
  quel signore, nell'atto che, da disteso, si levava per mettersi seduto, non
  pi vestito di nero ma in pigiama di seta celeste a righine bianche e  blu,
  che  alla  luce man mano crescente delle due finestre si andava dissolvendo
  nella forma e nei colori di quei cuscini e svaniva.
  Non voglio spiegare ci che  non  si  spiega.  Nessuno    mai  riuscito  a
  penetrare  il  mistero  dei  sogni.  Il  fatto    che,  alzando gli occhi,
  turbatissimo,  a riguardare il quadro sulla mensola del  camino,  io  vidi,
  chiarissimamente  vidi  per un attimo gli occhi della MADDALENA farsi vivi,
  sollevar le plpebre dalla lettura e gettarmi uno sguardo vivo,  ridente di
  tenera  diabolica  malizia.  Forse  gli occhi sognati della moglie morta di
  quel  signore,   che  per  un  attimo   s'animarono   in   quelli   dipinti
  dell'immagine.
  Non  potei  pi restare in casa.  Non so come feci a vestirmi.  Di tanto in
  tanto,  con un raccapriccio che  potete  bene  immaginarvi,  mi  voltavo  a
  guardar  di sfuggita quegli occhi.  Li ritrovavo sempre abbassati e intenti
  alla lettura,  come sono nel quadro;  ma non ero  pi  sicuro,  ormai,  che
  quando  non  li  guardavo  pi  non  si  ravvivassero  alle  mie spalle per
  guardarmi, ancora con quel brio di tenera diabolica malizia.
  Mi precipitai nella bottega dell'antiquario,  che  nei  pressi  della  mia
  casa.  Gli  dissi  che,  se  non potevo vendere il quadro a quel suo amico,
  potevo per cedergli in affitto la casa con  tutto  l'arredo,  compreso  il
  quadro, s'intende, a un prezzo convenientissimo.
  - Anche da oggi stesso, se il suo amico vuole.
  C'era, in quella mia proposta a bruciapelo, tale ansia e tanto affanno, che
  l'antiquario  ne  volle  sapere  il  motivo.  Il  motivo,  mi  vergognai  a
  dirglielo.  Volli che m'accompagnasse l per l all'albergo dove  quel  suo
  amico alloggiava.
  Potete  figurarvi come restai,  quando in una stanza di quell'albergo me lo
  vidi venire avanti,  appena alzato dal letto,  con quello stesso pigiama  a
  righine  bianche  e  blu con cui l'avevo visto in sogno e sorpreso,  ombra,
  nella mia camera, nell'atto di levarsi per mettersi seduto sul divano tra i
  cuscini scomposti.
  - Lei torna da casa mia - gli gridai, allibito - lei  stato questa notte a
  casa mia!
  Lo vidi crollare su una sedia, atterrito, balbettando: oh Dio,  s,  a casa
  mia, in sogno, c'era stato davvero, e sua moglie...
  - Appunto,  appunto, sua moglie  scesa dal quadro. Io l'ho sorpresa che vi
  rientrava. E lei, alla luce, m' svanito l sul divano.  Ma ammetter ch'io
  non  potevo  sapere,  quando  l'ho  sorpreso sul divano,  che lei avesse un
  pigiama come questo che ha indosso.  Dunque era proprio lei,  in  sogno,  a
  casa mia;  e sua moglie  proprio scesa dal quadro,  come lei l'ha sognata.
  Si spieghi il fatto come vuole. L'incontro,  forse,  del mio sogno col suo.
  Io non so.  Ma non posso pi stare in quella casa,  con lei che ci viene in
  sogno e sua moglie che m'apre e chiude gli occhi dal quadro.  Il motivo che
  ho io d'averne paura,  non pu averlo lei,  perch si tratta di se stesso e
  di sua moglie.  Vada dunque a ripigliarsi la sua immagine  rimasta  a  casa
  mia! Che fa adesso? Non vuole pi? Sviene?
  -  Ma allucinazioni,  signori miei,  allucinazioni!  - non rifiniva intanto
  d'esclamare l'antiquario.
  Quanto son cari questi uomini sodi che,  davanti a  un  fatto  che  non  si
  spiega,  trovano  subito  una  parola  che  non  dice  nulla  e in cui cos
  facilmente s'acquetano.
  - Allucinazioni.















                            C'E' QUALCUNO CHE RIDE




  Serpeggia una voce in mezzo alla riunione:
  - C' qualcuno che ride.
  Qua, l, dove la voce arriva,   come se si drizzi una vipera,  o un grillo
  springhi, o sprazzi uno specchio a ferir gli occhi a tradimento.
  Chi osa ridere?
  Tutti si voltano di scatto a cercare in giro con occhi fulminanti.
  (Il salone enorme, illuminato sopra la folla degli invitati dallo splendore
  di quattro grandi lampadarii di cristallo, rimane in alto, nella tetraggine
  della sua polverosa antichit, quasi spento e deserto; solo pare allarmata,
  da  un  capo  all'altro  della  volta,  la  crosta  del  violento  affresco
  secentesco che ha fatto tanto per soffocare e confondere in  un  nerume  di
  notte  perpetua  le  truculente frenesie della sua pittura;  si direbbe non
  veda l'ora che ogni agitazione  cessi  anche  in  basso  e  il  salone  sia
  sgombrato.)
  Qualche  faccia  lunga,  forzata  con pietoso stiracchiamento a un afflitto
  sorriso di compiacenza,  forse,  a guardar bene,  si trova;  ma nessuno che
  rida,  propriamente.  Ora, sorridere di compiacenza sar lecito, sar credo
  anzi doveroso,  se  vero che la riunione - molto seria - vuole anche  aver
  l'aria d'uno dei soliti trattenimenti cittadini in tempo di carnevale.  C'
  difatti sulla pedana coperta da un tappeto  nero  un'orchestrina  di  calvi
  inteschiti  che suona senza fine ballabili,  e coppie ballano per dare alla
  riunione un'apparenza di festa da ballo,  all'invito e quasi al comando  di
  fotografi chiamati apposta.  Stridono per talmente il rosso, il celeste di
  certi abiti femminili ed  cos ribrezzosa la gracilit di certe  spalle  e
  di certe braccia nude, che quasi quasi vien fatto di pensare quei ballerini
  non  siano  stati  estratti  di  sotterra per l'occasione,  giocattoli vivi
  d'altro tempo,  conservati e ora ricaricati artificialmente per dar  questo
  spettacolo.   Si  sente  proprio  il  bisogno,  dopo  averli  guardati,  di
  attaccarsi a un che di solido e rude: ecco, per esempio,  la nuca di questo
  vicino  aggrondato  che  suda  paonazzo  e  si  fa  vento con un fazzoletto
  bianchissimo;  la fronte  da  idiota  di  quella  vecchia  signora.  Strano
  intanto: sulla squallida tavola dei rinfreschi,  i fiori non sono finti,  e
  allora fa tanta malinconia pensare ai giardini  da  cui  sono  stati  colti
  questa mattina sotto una pioggerella chiara che spruzzolava lieve pungente;
  e  che  peccato  questa  pallida  rosa  gi disfatta che serba nelle foglie
  cadute un morente odore di carne incipriata.
  Sperduto qua e l tra la folla,  c' anche qualche invitato in domino,  che
  sembra un fratellone in cerca del funerale.

  La verit  che tutti questi invitati non sanno la ragione dell'invito.  E'
  sonato in citt come l'appello a un'adunata.  Ora,  perplessi  se  convenga
  meglio  appartarsi o mettersi in mostra (che non sarebbe neanche facile tra
  tanta folla) l'uno osserva l'altro,  e chi si vede osservato  nell'atto  di
  tirarsi  indietro  o  di  cercare  di farsi avanti,  appassisce e resta l;
  perch sono anche in sospetto l'uno dell'altro e la diffidenza nella  ressa
  d  smanie  che  a  stento  riescono  a  contenere;  occhiate  alle  spalle
  s'allungano oblique che, appena scoperte, si ritraggono come serpi.
  - Oh guarda, sei qua anche tu?
  - Eh, ci siamo tutti, mi pare.
  Nessuno intanto  osa  chiedere  perch,  temendo  di  essere  lui  solo  ad
  ignorarlo,  il che sarebbe colpa nel caso che la riunione sia stata indetta
  per prendere una grave decisione.  Senza farsene accorgere,  alcuni cercano
  con  gli  occhi  quei  due  o tre che si presume debbano essere in grado di
  saperlo;  ma non li trovano;  si saranno riuniti a consulto in qualche sala
  segreta,  dove di tanto in tanto qualcuno  chiamato e accorre impallidendo
  e lasciando gli altri in un ansioso sbigottimento.  Si  cerca  di  desumere
  dalle  qualit  di  chi   stato chiamato e dalla sua posizione e dalle sue
  aderenze che cosa di l possa essere in deliberazione,  e non si  riesce  a
  comprenderlo  perch,  poco  prima,    stato  chiamato un altro di qualit
  opposte e d'aderenze affatto contrarie.
  Nella costernazione generale per questo mistero,  l'orgasmo va crescendo di
  punto  in  punto.  Si sa un'inquietudine come fa presto a propagarsi e come
  una cosa, passando di bocca in bocca,  si alteri fino a diventare un'altra.
  Arrivano  cos da un capo all'altro del salone tali enormit da far restare
  tramortiti.  E dagli animi cos tutti in fermento vapora e si diffonde come
  un   incubo,   nel   quale,   al   suono   angoscioso   e   spasimante   di
  quell'orchestrina,  tra il bruso confuso che stordisce e i  riverberi  dei
  lumi  negli  specchi,  i pi strani fantasmi guizzano davanti agli occhi di
  ciascuno, e come un fumo che trabocchi in dense volute, dalle coscienze che
  covano in segreto il fuoco d'inconfessati rimorsi, apprensioni traboccano e
  paure e sospetti d'ogni genere;  in tanti la  smania  istintiva  di  correr
  subito  a  un  riparo ha i pi impreveduti effetti: chi sbatte gli occhi di
  continuo, chi guarda un vicino senza vederlo e teneramente gli sorride, chi
  sbottona e riabbottona senza fine un  bottone  del  panciotto.  Meglio  far
  vista  di niente.  Pensare a cose aliene.  La Pasqua ch' bassa quest'anno.
  Uno che si chiama Buongiorno.  Ma che soffocazione intanto questa  commedia
  con noi stessi.
  Il fatto (se vero) che qualcuno ride non dovrebbe far tanta impressione, mi
  sembra,  se tutti sono in quest'animo. Ma altro che impressione! Suscita un
  fierissimo sdegno,  e proprio perch tutti sono in quest'animo: sdegno come
  per  un'offesa  personale,  che  si  possa  avere  il  coraggio  di  ridere
  apertamente. L'incubo grava cos insopportabile su tutti,  appunto perch a
  nessuno  par  lecito  ridere.  Se uno si mette a ridere e gli altri seguono
  l'esempio, se tutto quest'incubo frana d'improvviso in una risata generale,
  addio ogni cosa!  Bisogna che in tanta incertezza e sospensione d'animi  si
  creda e si senta che la riunione di questa sera  molto seria.

  Ma  c'  poi veramente questo qualcuno che seguita a ridere,  nonostante la
  voce che serpeggia ormai da un pezzo in mezzo alla riunione? Chi ?  Dov'?
  Bisogna dargli la caccia,  afferrarlo per il petto,  sbatterlo al muro,  e,
  tutti coi pugni protesi,  domandargli perch ride e di chi ride.  Pare  che
  non sia uno solo. Ah s, pi d'uno? Dicono che sono almeno tre. Ma come, di
  concerto,  o ciascuno per s?  Pare di concerto tutt'e tre.  Ah s?  venuti
  dunque col deliberato proposito di ridere? Pare.
  E' stata prima notata una ragazzona,  vestita di  bianco,  tutta  rossa  in
  viso,  prosperosa, un po' goffa, che si buttava via dalle risa in un angolo
  della sala di l. Non ci s' fatto caso in principio, sia perch donna, sia
  per l'et.  Ha solo urtato il suono inatteso della risata e alcuni si  sono
  voltati  come per una sconvenienza,  diciamo pure impertinenza,  tracotanza
  l, se si vuole, ma perdonabile, via: un riso da bambina,  del resto subito
  troncato,   vedendosi  osservata.  Scappata  via  da  quell'angolo,  curva,
  comprimendosi, con tutte e due le mani sulla bocca, ha fatto senso - questo
  s - udirla ancora ridere di l,  in un  prorompimento  convulso,  forse  a
  causa della compressione che fuggendo s'era imposta.  Bambina? Ora si viene
  a sapere che ha, a dir poco, sedici anni, e due occhi che schizzano fiamme.
  Pare che vada fuggendo da una sala all'altra,  come inseguita.  S,  s,  
  inseguita  difatti,   inseguita da un giovinotto molto bello,  biondo come
  lei,  che ride anche lui come un pazzo inseguendola;  e di tratto in tratto
  si  ferma  sbalordito dall'improntitudine di lei che si ficca da per tutto;
  vorrebbe darsi un contegno ma non ci riesce;  si volta di qua e di l  come
  sentendosi chiamare,  e certo si morde cos le labbra per tenere a freno un
  impeto d'ilarit che gli gorgoglia dentro e gli fa sussultare  lo  stomaco.
  Ed ecco che ora hanno scoperto anche il terzo, un certo ometto elastico che
  va  ballonzollando  e  battendo i due corti braccini sulla pancetta tonda e
  soda come due bacchette sul tamburo,  la calvizie specchiante tra una rossa
  corona  di  capelli ricciuti e una faccia beata in cui il naso gli ride pi
  della bocca, e gli occhi pi della bocca e del naso,  e gli ride il mento e
  gli ride la fronte,  gli ridono perfino le orecchie.  In marsina come tutti
  gli altri.  Chi l'ha invitato?  Come si  sono  introdotti  nella  riunione?
  Nessuno  li  conosce.  Nemmeno  io.  Ma  so  che  lui il padre di quei due
  ragazzi,  signore agiato che vive in campagna  con  la  figlia,  mentre  il
  figlio  agli studii qua in citt. Saranno capitati a questa finta festa da
  ballo per combinazione.  Chi sa che cosa, venendo, si saran detta tra loro,
  che intese e scherzi segreti si saran tra loro da  tempo  stabiliti,  burle
  note soltanto a loro,  polveri in serbo,  colorate,  da fuochi d'artificio,
  pronte a esplodere a  un  minimo  incentivo,  sia  pure  d'uno  sguardo  di
  sfuggita: fatto si  che non possono stare insieme: si cercano per con gli
  occhi da lontano e,  appena si sbirciano, voltano la faccia e sotto le mani
  sbruffano certe risate che sono  veramente  scandalose  in  mezzo  a  tanta
  seriet.
  L'ossessione di questa seriet  cos su tutti incombente e soffocante, che
  nessuno riesce a supporre che quei tre ne possano esser fuori,  lontani,  e
  possano avere in s invece una innocente e magari sciocca ragione di ridere
  cos di nulla; la ragazza, per esempio, solo perch ha sedici anni e perch
   abituata a vivere come una puledra in  mezzo  a  un  prato  fiorito,  una
  puledra che imbizzarrisca a ogni alito d'aria  e salti e corra felice,  non
  sa lei stessa di che: si pu giurare che non s'accorge di nulla, che non ha
  il minimo sospetto dello scandalo che sta sollevando insieme  col  padre  e
  col fratello cos anch'essi festanti, alieni e lontani d'ogni sospetto.
  Sicch  quando,  riuniti alla fine tutt'e tre su di un divano della sala di
  l, il padre in mezzo tra il figlio e la figlia,  contenti e spossati,  con
  un  gran  desiderio  di  abbracciarsi per il divertimento che si son presi,
  sgorgato dalla loro stessa gioja in tutte quelle belle risate  come  in  un
  fragoro d'effimere spume, si vedono venire incontro dalle tre grandi porte
  vetrate, come una nera marea sotto un cielo d'improvviso incavernato, tutta
  la folla degli invitati,  lentamente,  lentamente, con melodrammatico passo
  di tenebrosa congiura, dapprima non capiscono nulla, non credono che quella
  buffa manovra possa esser fatta per loro e si scambiano un'occhiata, ancora
  un po' sorridenti;  il sorriso per va man mano smorendo  in  un  crescente
  sbalordimento,  finch,  non  potendo  n fuggire e nemmeno indietreggiare,
  addossati come sono alla  spalliera  del  divano,  non  pi  sbalorditi  ma
  atterriti  ora,  levano  istintivamente  le mani come a parar la folla che,
  seguitando a procedere, s' fatta loro sopra, terribile. I tre maggiorenti,
  quelli che, proprio per loro e non per altro, s'erano riuniti a consulto in
  una sala segreta,  proprio per  la  voce  che  serpeggiava  del  loro  riso
  inammissibile  a  cui  han  deliberato  di  dare  una  punizione  solenne e
  memorabile, ecco,  sono entrati dalla porta di mezzo e sono avanti a tutti,
  coi cappucci del domino abbassati fin sul mento e burlescamente ammanettati
  con  tre  tovaglioli,  come  rei  da punire che vengano a implorare da loro
  piet. Appena sono davanti al divano,  una enorme sardonica risata di tutta
  la  folla degli invitanti scoppia fracassante e rimbomba orribile pi volte
  nella sala. Quel povero padre, sconvolto, annaspa tutto tremante,  riesce a
  prendersi sotto braccio i due figli e,  tutto ristretto in s,  coi brividi
  che gli spaccano le reni, senza poter nulla capire, se ne scappa, inseguito
  dal terrore che  tutti  gli  abitanti  della  citt  siano  improvvisamente
  impazziti.





                                    VISITA





  Cento volte gli avr detto di non introdurmi gente in casa senza preavviso.
  Una signora, bella scusa:
  - T'ha detto Wheil?
  - Vil, sissignore, cos.
  - La signora Wheil  morta jeri a Firenze.
  - Dice che ha da ricordarle una cosa.

  (Ora  non  so  pi  se  io  abbia  sognato o se sia davvero avvenuto questo
  scambio di parole tra me e il mio cameriere.  Gente in casa senza preavviso
  me n'ha introdotta tanta;  ma che ora m'abbia fatto entrare anche una morta
  non mi par credibile. Tanto pi che in sogno io poi l'ho vista,  la signora
  Wheil,  ancora cos giovane e bella.  Dopo aver letto nel giornale,  appena
  svegliato,  la notizia della sua morte a Firenze,  ricordo  infatti  d'aver
  ripreso a dormire,  e l'ho vista in sogno tutta confusa e sorridente per la
  disperazione di non saper pi come fare a ripararsi, avvolta com'era in una
  nuvola bianca di primavera che s'andava a mano  a  mano  diradando  fino  a
  lasciar  trasparire la rosea nudit di tutto il corpo di lei,  e proprio l
  dove pi il pudore voleva ch'esso rimanesse nascosto;  tirava con la  mano;
  ma come si fa a tirare un vano lembo di nuvola?)

  Il mio studio  tra i giardini.  Cinque grandi finestre, tre da una parte e
  due dall'altra; quelle, pi larghe, ad arco; queste, a usciale, sul lago di
  sole d'un magnifico terrazzo a mezzogiorno;  e a tutt'e cinque,  un palpito
  continuo di tende azzurre di seta. Ma l'aria dentro  verde per il riflesso
  degli alberi che vi sorgono davanti.
  Con  la  spalliera  volta  contro  la  finestra che sta nel mezzo  un gran
  divano di stoffa anch'essa verde ma chiara,  marina;  e tra tanto  verde  e
  tanto  azzurro  e tanta aria e tanta luce,  abbandonarvisi,  stavo per dire
  immergervisi,  veramente una delizia.
  Ho ancora in mano,  entrando,  il giornale che reca la notizia della  morte
  della  signora  Wheil,  jeri,  a Firenze.  Non posso avere il minimo dubbio
  d'averla letta:  qua stampata;  ma    anche  qua  seduta  sul  divano  ad
  aspettarmi la bella signora Anna Wheil,  proprio lei. Pu darsi che non sia
  vera, questo s.  Non me ne stupirei affatto,  avvezzo come sono da tempo a
  simili apparizioni.  O se no,  c' poco da scegliere, sta tra due, non sar
  vera la notizia della sua morte stampata in questo giornale.
  E' qua vestita come tre  anni  fa  d'un  bianco  abito  estivo  d'organdis,
  semplice e quasi infantile,  sebbene ampiamente aperto sul petto.  (Ecco la
  nuvola del sogno, ho capito). In capo,  un gran cappello di paglia annodato
  da larghi nastri di seta nera.  E tiene gli occhi un po' socchiusi a difesa
  dalla luce abbagliante dei due finestroni dirimpetto;  ma  poi,    strano,
  espone invece a questa luce, reclinando il capo indietro con intenzione, la
  meravigliosa  dolcezza  della  gola,  come  le  sorge  dal caldo trasognato
  candore del petto e s dall'attaccatura del collo fino  al  purissimo  arco
  del mento.
  Quest'atteggiamento  senza  dubbio voluto m'apre tutt'a un tratto la mente:
  ci che la bella signora Anna Wheil ha da  ricordarmi    tutto  l,  nella
  dolcezza  di quella gola,  nel candore di quel petto;  e tutto in un attimo
  solo,  ma quando un attimo si fa eterno e  abolisce  ogni  cosa,  anche  la
  morte,  come  la  vita,  in  una sospensione d'ebbrezza divina,  in cui dal
  mistero balzano d'improvviso illuminate e precise le cose  essenziali,  una
  volta per sempre.

  La conosco appena (morta,  dovrei dire: "la conoscevo appena", ma lei  qua
  ora come nell'assoluto d'un eterno presente, e posso dir dunque: la conosco
  appena),  l'ho veduta una volta sola in una riunione festiva  nel  giardino
  d'una  villa  di  comuni  amici,  a cui lei  venuta con quest'abito bianco
  d'organdis.
  In quel giardino, quella mattina,  le donne pi giovani e pi belle avevano
  quell'ardore  sfavillante  che  nasce in ogni donna dalla gioja di sentirsi
  desiderata. S'eran lasciate prendere nel ballo e, sorridendo,  ad accendere
  di  pi quel desiderio,  avevan guardato sulle labbra cos d'accosto l'uomo
  da sfidarlo  irresistibilmente  al  bacio.  Ma  di  primavera,  momenti  di
  rapimento,  col tepore del primo sole che inebria, quando nell'aria molle 
  pure un vago fermento di sottili profumi e lo splendore  del  verde  nuovo,
  che  dilaga  nei  prati,  brilla  con  vivacit cos eccitante in tutti gli
  alberi intorno;  strani fili  di  suono  luminosi  avviluppano;  improvvisi
  scoppi di luce stordiscono;  lampi di fughe, felici invasioni di vertigini;
  e la dolcezza della vita non par pi vera,  tanto  fatta  di  tutto  e  di
  niente;  n vero pi,  n da tenerne pi conto,  ricordando poi nell'ombra,
  quando quel sole  spento,  tutto ci che s' fatto e s' detto.  S,  m'ha
  baciata.  S,  gliel'ho promesso. Ma un bacio appena sui capelli, ballando.
  Una promessa cos per ridere. Dir che non l'ho avvertito. Gli domander se
  non  matto a pretendere ch'io ora mantenga sul serio.
  Si poteva esser certi che nulla di tutto questo  era  accaduto  alla  bella
  signora Anna Wheil,  la cui piacenza sembrava a tutti cos aliena e placida
  che nessuna bramosia carnale avrebbe osato sorgere davanti a lei.  Io  per
  avrei giurato che per quel rispetto che tutti le portavano lei avesse negli
  occhi un brillo di riso ambiguo e pungente, non perch sentisse in segreto
  di  non  meritarselo,  ma  anzi  al  contrario  perch  nessuno mostrava di
  desiderarla come donna a causa di  quel  rispetto  che  pur  le  si  doveva
  portare.  Era forse invidia o gelosia, o forse sdegno o malinconica ironia;
  poteva anche essere tutte queste cose messe insieme.
  Me ne potei accorgere in un momento,  dopo averla seguita a lungo  con  gli
  occhi nei balli e nei giuochi a cui anche lei aveva preso parte;  in ultimo
  anche nelle corse pazze che, forse per offrirsi uno sfogo,  aveva fatte sui
  prati  coi  bambini.  La  padrona  di  casa,  con cui mi trovavo,  mi volle
  presentare  a  lei  mentre  era  ancor  china  a  rassettare  le  testoline
  scapigliate  e  le  vesti  in  disordine  a  quei  bambini.   Nel  rizzarsi
  d'improvviso per rispondere alla presentazione,  la signora Anna Wheil  non
  pens  di  rassettarsi  anche  lei sul petto l'ampia scollatura di quel suo
  abito d'organdis;  sicch io non potei fare a meno  d'intravedere  del  suo
  seno  forse  pi  di  quanto  onestamente avrei dovuto.  Fu solo un attimo.
  Subito port la mano per ripararselo.  Ma dal modo con cui,  in  quell'atto
  che volle parer furtivo,  mi guard,  compresi che della mia involontaria e
  quasi inevitabile indiscrezione non s'era per nulla dispiaciuta.  Quel brio
  di luce che aveva negli occhi sfavill anzi diversamente da prima, sfavill
  d'un  estro  quasi  folle  di  riconoscenza,  perch  nei miei occhi rideva
  senz'alcun rispetto una gratitudine cos pura di quel che avevo  intravisto
  che  ogni  senso  di  concupiscenza  restava  escluso  e solo si appalesava
  lampante il pregio supremo che io attribuivo alla gioja che  l'amore  d'una
  donna  come lei,  bella tutta come lei,  coi tesori d'una divina nudit con
  cos pudica fretta ricoperta,  poteva dare a  un  uomo  che  avesse  saputo
  meritarselo.
  Questo  le  dissero  chiaramente  i  miei occhi,  splendenti ancora di quel
  baleno d'ammirazione;  e questo fece subito che io diventassi  per  lei  il
  solo  Uomo,  veramente  uomo,  tra tutti quelli che erano in quel giardino;
  nello stesso tempo che lei m'appariva tra tutte le  altre  la  sola  Donna,
  veramente donna.  E non ci potemmo pi separare per tutto il tempo che dur
  quella riunione.  Ma oltre questa tacita  intesa,  durata  un  attimo,  per
  sempre,  non  ci fu altro tra noi.  Nessuno scambio di parole,  fuori delle
  comuni e usuali,  sulla bellezza di  quel  giardino,  sulla  giocondit  di
  quella  festa  e  la graziosa ospitalit dei nostri comuni amici.  Ma,  pur
  parlando cos di cose aliene o casuali, le rimase negli occhi, felice, quel
  brillo di riso che pareva rampollasse  come  un'acqua  viva  dal  profondo
  segreto di quella nostra intesa e se ne beasse senza badare ai sassi e alle
  erbe  tra  cui  ora  scorreva.  E  un  sasso  fu  anche  il  marito  in cui
  c'imbattemmo poco dopo allo svoltare d'un viale.
  Me lo present.  Alzai un istante gli occhi a  guardarla  negli  occhi.  Un
  battito  appena di ciglia vel quel brio di luce,  e solo con esso la bella
  signora mi confid che lui,  quel bravo uomo  del  marito,  non  s'era  mai
  neppur  sognato di comprendere ci che avevo compreso io in un attimo solo;
  e che questo non era da ridere,  no;  era anzi la sua  mortale  afflizione,
  perch una donna come lei certo non sarebbe stata mai d'altro uomo.  Ma non
  importava. Bastava che uno almeno lo avesse compreso.
  No, no, io non dovevo pi, neppur senza volerlo, seguitando ora ad andare e
  a parlare noi due soli,  non dovevo  pi  posarle  gli  occhi  sul  seno  e
  obbligar  la  sua  mano ad accertarsi di furto ch'io non potessi pi essere
  indiscreto;  sarebbe stato ormai peccaminoso,  per me insistere,  e per lei
  tornare  a  compiacersene.  C'eravamo  gi intesi.  Doveva bastare.  Non si
  trattava pi di noi due;  non era pi da cercare  n  di  sapere  e  neppur
  d'intravedere  com'era  lei,  ch'era  tutta  bella,  s,  come  lei sola si
  conosceva;  ci sarebbe stato allora  da  considerare  tant'altre  cose  che
  riguardavano me: questa sopra tutto: che avrei dovuto avere per lei,  a dir
  poco, vent'anni di meno: una gran malinconia di inutili rimpianti; no,  no;
  una  cosa  bella,  da riempirci della pi pura gioja tra tanto splendore di
  sole e  tanto  riso  di  primavera,  s'era  rivelata  a  noi:  questa  cosa
  essenziale che  sulla terra, con tutto il nudo candore delle sue carni, in
  mezzo al verde d'un paradiso terrestre,  il corpo della donna,  concesso da
  Dio all'uomo come premio supremo di tutte le sue  pene,  di  tutte  le  sue
  ansie, di tutte le sue fatiche.
  - Se dovessimo pensare a te e a me...
  Mi  voltai.  Come!  Mi  dava  del  tu?  Ma  la bella signora Anna Wheil era
  sparita.
  Me la ritrovo ora qua accanto, in quest'aria verde,  in questa luce del mio
  studio, vestita come tre anni fa del suo abito bianco d'organdis.
  -  Il  mio seno,  se sapessi!  Ne sono morta.  Me lo hanno reciso.  Un male
  atroce ne fece scempio due volte. La prima, un anno appena dopo che tu,  di
  qua,  ricordi?  me  lo intravedesti.  Ora posso allargare con tutt'e due le
  mani la scollatura e mostrartelo tutto, com'era,  guardalo!  guardalo!  ora
  che non sono pi.
  Guardo; ma sul divano  solo il bianco del giornale aperto.


















                            VITTORIA DELLE FORMICHE




  Una cosa per s forse ridicola ma, agli effetti, terribile: una casa invasa
  tutta  dalle  formiche.  E  questo  pensiero  folle:  che il vento si fosse
  alleato  con  esse.  Il  vento  con  le  formiche.   Alleato,   con  quella
  sconsideratezza  che  gli    propria,  da  non potersi nell'impeto fermare
  neppure un minuto per riflettere a quello che fa.  Detto fatto,  a raffica,
  s'era levato giusto sul punto che lui prendeva la decisione di dar fuoco al
  formicajo davanti la porta.  E detto fatto,  la casa, tutta in fiamme. Come
  se per liberarla dalle formiche lui non avesse trovato altro espediente che
  il fuoco: incendiarla.
  Ma prima di venire a questo punto decisivo sar bene  ricordarsi  di  molte
  cose  precedenti  che possono spiegare in qualche modo sia come le formiche
  avevano potuto invadere fino a tanto la casa e sia come pot nascere a  lui
  il pensiero stravagante di quest'alleanza tra le formiche e il vento.

  Ridotto  alla  fame,  da  agiato  come  il  padre l'aveva lasciato morendo,
  abbandonato dalla moglie e dai figli che s'erano acconciati  a  vivere  per
  conto  loro  alla meglio,  liberati alla fine dalle sue soperchierie che si
  potevano qualificare in tanti modi, ma sopra tutto incongruenti; lui che al
  contrario si credeva loro vittima per troppa remissione e  non  corrisposto
  mai  da  nessuno  di  loro  nei  suoi  gusti  pacifici  e  nelle sue vedute
  giudiziose; viveva solo,  in un palmo di terra che gli era restato di tutti
  i  beni che prima possedeva,  case e poderi;  un palmo di terra bonificata,
  sotto il paese, sul ciglio della vallata, con una catapecchia di appena tre
  stanze, dove prima abitava il contadino che aveva in affitto la terra.  Ora
  ci  abitava  lui,  il  signore ridotto peggio del pi miserabile contadino;
  vestito  ancora  d'un  abito  da  signore  che  addosso  a   lui   appariva
  orribilmente  pi strappato e unto che addosso a un mendicante che l'avesse
  avuto in elemosina.  Pur tuttavia quella sua signorile  spaventosa  miseria
  pareva  a  volte  quasi  allegra,  come  certe toppe di colore che i poveri
  portano sui loro abiti e quasi fanno loro da bandiera.  Nella lunga  faccia
  smorta, negli occhi pesti ma vivi, aveva un che di gajo che s'accordava coi
  ricci svolazzanti del capo, mezzi grigi e mezzi rossi; e certi ilari guizzi
  negli occhi, subito spenti al pensiero che, scorti per caso da qualcuno, lo
  facessero creder pazzo. Capiva lui stesso ch'era molto facile che gli altri
  si facessero di lui un tal concetto. Ma era proprio contento di farsi ormai
  tutto da s come piaceva a lui; e assaporava con gusto infinito quel poco e
  quasi  niente  che poteva offrirgli la povert.  Non aveva nemmeno tanto da
  accendere il fuoco tutti i giorni per cucinarsi una minestra di fave  o  di
  lenticchie. Gli sarebbe piaciuto, perch nessuno sapeva cucinarla meglio di
  lui,  dosandovi  con  tanta  arte  il  sale  e il pepe e mescolandovi certe
  verdure appropriate che,  durante la cottura,  solo a odorarla la  minestra
  inebriava;  e poi, a mangiarla, un miele. Ma sapeva anche farne a meno. Gli
  bastava, la sera,  uscir fuori a due passi dalla porta,  cogliere nell'orto
  un  pomodoro,  una  cipolla  per  companatico  alla solida pagnotta che con
  meticolosa cura affettava con un coltellino e con due  dita,  pezzetto  per
  pezzetto, si portava alla bocca come un boccone prelibato.
  Aveva scoperto questa nuova ricchezza,  nell'esperienza che pu bastar cos
  poco per vivere; e sani e senza pensieri; con tutto il mondo per s, da che
  non si ha pi casa n famiglia n cure n affari; sporchi, stracciati,  sia
  pure,  ma in pace;  seduti,  di notte,  al lume delle stelle,  sulla soglia
  d'una catapecchia;  e se s'accosta un  cane,  anch'esso  sperduto,  farselo
  accucciare accanto e carezzarlo sulla testa: un uomo e un cane,  soli sulla
  terra, sotto le stelle.

  Ma senza pensieri,  non era vero.  Buttato poco dopo su un pagliericcio per
  terra come una bestia, invece di dormire si metteva a mangiare le unghie e,
  senza badarci,  a strapparsi coi denti fino al sangue le pipite delle dita,
  che poi gli bruciavano gonfie e suppurate  per  parecchi  giorni.  Ruminava
  tutto  ci che avrebbe dovuto fare e che non aveva fatto per salvare i suoi
  beni;  e si torceva dalla rabbia o mugolava per il rimorso,  come se la sua
  rovina fosse accaduta jeri, come se jeri avesse finto di non accorgersi che
  sarebbe  accaduta  tra  poco  e  che ormai non era pi rimediabile.  Non ci
  poteva credere!  Uno dopo l'altro s'era lasciati portar via dagli usuraj  i
  poderi,  e una dopo l'altra le case,  per poter disporre d'un po' di danaro
  di  nascosto  dalla  moglie,   per  pagarsi  qualche   piccola   passeggera
  distrazione (veramente, non piccola n passeggera; era inutile che cercasse
  adesso  attenuazioni;  doveva rotondamente confessarsi che aveva vissuto di
  nascosto per anni come un vero porco, ecco,  cos doveva dire: come un vero
  porco;  donne,  vino,  giuoco) e gli era bastato che la moglie non si fosse
  ancora accorta di nulla,  per seguitare a vivere come se neppur lui sapesse
  nulla della rovina imminente; e sfogava intanto le bili e le smanie segrete
  sul figlio innocente che studiava il latino. Sissignori. Incredibile: s'era
  messo  a  ristudiare  il  latino  anche  lui,  per sorvegliare e ajutare il
  figlio;  come se non avesse altro da fare e fosse davvero  un'attenzione  e
  una  cura,  questa  sua,  che  potesse  compensare  il disastro che intanto
  preparava a  tutta  la  famiglia.  Questo  disastro,  per  la  sua  segreta
  esasperazione,  era  lo stesso di quello a cui andava incontro il figlio se
  non riusciva a comprendere il valore dell'ablativo assoluto o  della  forma
  avversativa;  e  s'accaniva a spiegarglielo,  e tutta la casa tremava dalle
  sue grida e dalle sue furie per l'imbalordimento di  quel  povero  ragazzo,
  che piano piano forse lo avrebbe alla fine compreso da s. Con che occhi lo
  aveva  guardato  una  volta,  dopo  uno schiaffo!  Nell'impeto del rimorso,
  ripensando a quello sguardo del suo ragazzo,  si sgraffiava ora  la  faccia
  con  le  dita artigliate e s'ingiuriava: porco,  porco,  bruto: prendersela
  cos con un innocente!
  Lasciava il pagliericcio;  rinunziava a dormire;  tornava  a  sedere  sulla
  soglia della catapecchia; e l il silenzio smemorato della campagna immersa
  nella  notte,  a  poco a poco,  lo placava.  Il silenzio,  non che turbato,
  pareva accresciuto dal remoto scampanello dei grilli che veniva dal  fondo
  della  grande vallata.  Era gi nella campagna la malinconia della stagione
  declinante; e lui amava le prime giornate umide velate, quando cominciano a
  cadere quelle pioggerelle leggere, che gli davano, chi sa perch,  una vaga
  nostalgia dell'infanzia lontana,  quelle prime sensazioni meste e pur dolci
  che fanno affezionare alla terra, al suo odore.  La commozione gli gonfiava
  il  petto;  l'angoscia  gli serrava la gola,  e si metteva a piangere.  Era
  destino che lui  dovesse  finire  in  campagna.  Ma  non  s'aspettava  cos
  veramente.

  Non avendo n la forza n i mezzi di coltivare da s quel po' di terra, che
  fruttava  appena  tanto  da  pagar  la  tassa fondiaria di cui era gravata,
  l'aveva ceduta al contadino che aveva  in  affitto  il  podere  accanto,  a
  condizione  che  pagasse  lui  quella  tassa  e  che  gli desse soltanto da
  mangiare: poco, quasi per elemosina, di quel che produceva la terra stessa:
  pane e verdura, e da farsi, se gli andava, una minestra ogni tanto.
  Stabilito quest'accordo,  aveva preso a considerare  tutto  quello  che  si
  vedeva  attorno,  mandorli,  olivi,  grano,  ortaglie,  come  cose  che non
  appartenessero pi a lui. Sua era soltanto la catapecchia; ma se si metteva
  a guardarla come la  sua  unica  propriet,  non  poteva  fare  a  meno  di
  sorriderne col pi amaro dileggio. Gi l'avevano invasa le formiche. Finora
  s'era divertito a vederle scorrere in processioni infinite su per le pareti
  delle  stanze.  Erano  tante  e  tante,  che  a  volte pareva che le pareti
  tremolassero tutte.  Ma pi gli piaceva vederle andare in tutti i sensi  da
  padrone  sui  buffi mobili signorili di quella ch'era stata un tempo la sua
  casa in citt, relitti del naufragio della sua famiglia,  ammassati l alla
  rinfusa  e  tutti con un dito di polvere sopra.  Nell'ozio,  per distrarsi,
  s'era messo anche a studiarle, quelle formiche, per ore e ore.
  Erano formiche piccolissime e della pi lieve esilit, fievoli e rosee, che
  un soffio ne poteva portar via pi di  cento;  ma  subito  cento  altre  ne
  sopravvenivano  da  tutte  le parti;  e il da fare che si davano;  l'ordine
  nella fretta;  queste squadre qua,  quest'altre l;  viavai  senza  requie;
  s'intoppavano,  deviavano  per un tratto,  ma poi ritrovavano la strada,  e
  certo s'intendevano e consultavano tra loro.
  Non gli era parso ancora, per, forse per quella loro esilit e piccolezza,
  che potessero essere temibili,  che volessero  proprio  impadronirsi  della
  casa  e  di lui stesso e non lasciarlo pi vivere.  Pur le aveva trovate da
  per tutto,  in tutti i cassetti;  le aveva vedute venir fuori donde meno se
  le sarebbe aspettate;  se l'era trovate anche in bocca talvolta,  mangiando
  qualche pezzo di pane lasciato per  un  momento  sulla  tavola  o  altrove.
  L'idea  che  se ne dovesse seriamente difendere,  che le dovesse seriamente
  combattere,  non gli era ancora venuta.  Gli venne  tutt'a  un  tratto  una
  mattina,  forse per l'animo in cui era, dopo una nottataccia pi nera delle
  altre.
  S'era levata la giacca per portar dentro la catapecchia alcuni covoni,  una
  ventina,  che  dopo  la mietitura il contadino non aveva ancora trasportato
  nel suo podere di l e aveva lasciato qua all'aperto. Il cielo,  durante la
  notte, s'era incavernato, e la pioggia pareva imminente. Abituato a non far
  mai nulla,  per quella fatica insolita e per quella sciocca previdenza, che
  poi del resto non spettava neanche  a  lui  perch  quei  covoni  di  grano
  appartenevano come tutto il resto al contadino,  s'era tanto stancato,  che
  quando fu per trovar  posto  dentro  la  catapecchia,  gi  tutta  stipata,
  all'ultimo covone,  non ne pot pi, lasci quel covone davanti la porta, e
  sedette per riposarsi un po'.
  A capo chino,  con  le  braccia  appoggiate  alle  gambe  discoste,  lasci
  penzolare  tra  esse  le mani.  E ad un certo punto ecco che si vide uscire
  dalle maniche della camicia  su  quelle  mani  penzoloni  le  formiche,  le
  formiche  che  dunque  sotto  la camicia gli passeggiavano sul corpo come a
  casa loro.  Ah,  perci forse la notte lui non poteva pi dormire e tutti i
  pensieri  e  i  rimorsi  lo  riassalivano.  S'infuri e decise l per l di
  sterminarle. Il formicajo era a due passi dalla porta. Dargli fuoco.
  Come non pens al vento? Oh bella.  Non ci pens perch il vento non c'era,
  non  c'era.  L'aria  era immota;  in attesa della pioggia che pendeva sulla
  campagna, in quel silenzio sospeso che precede la caduta delle prime grosse
  gocce.  Non crollava foglia.  La raffica si lev d'improvviso a tradimento,
  appena  lui  accese il fascetto di paglia raccolta per terra;  lo teneva in
  mano come una torcia;  nell'abbassarlo  per  dar  fuoco  al  formicajo,  la
  raffica,  investendolo,  port  le faville a quel covone rimasto davanti la
  porta,  e subito il covone avvampando appicc il fuoco  agli  altri  covoni
  riparati  dentro la casa,  dove l'incendio d'un tratto divamp crepitando e
  riempiendo tutto di fumo. Come un pazzo, urlando con le braccia levate, lui
  si cacci dentro alla fornace, forse sperando di spegnerla.
  Quando dalla gente accorsa fu tratto fuori,  fu uno spavento vederlo  tutto
  orribilmente arso e non ancor morto, anzi furiosamente esaltato, annaspante
  con le braccia,  le fiamme addosso, sugli abiti e nei ricci svolazzanti sul
  capo. Mor poche ore dopo all'ospedale,  dove fu trasportato.  Nel delirio,
  sparlava del vento, del vento e delle formiche.
  - Alleanza... alleanza...
  Ma gi lo sapevano pazzo. E quella sua fine, s, fu commiserata, ma pur con
  un certo sorriso sulle labbra.



                         QUANDO S'E' CAPITO IL GIUOCO





  Tutte le fortune a Memmo Viola!
  E  se  le  meritava davvero quel buon Memmone,  che cacciava le mosche allo
  stesso modo con cui guardava la moglie, cio con l'aria di dire:
  - Ma perch v'ostinate, santo Dio, a molestarmi cos?  Non sapete gi,  che
  non riuscirete mai a farmi stizzire? E dunque sci, care; sci...
  Le  mosche,  la  moglie,  tutte  le  noje  piccole e grandi della vita,  le
  ingiustizie della sorte,  le malignit degli uomini,  le stesse  sofferenze
  corporali,  non  avrebbero potuto mai alterare la sua stanca placidit,  n
  scuoterlo da quella specie di perpetuo letargo filosofico,  che  gli  stava
  nei  grossi  occhi verdastri e gli ansimava nel nasone tra i peli dei baffi
  arruffati e quelli che gli uscivano a cespugli dalle narici.
  Perch Memmo Viola diceva di aver capito il giuoco.  E quando uno ha capito
  il giuoco...
  Invulnerabile al dolore, per, impenetrabile anche alla gioja. E questo era
  un  vero  peccato,  perch Memmo Viola era quel che suol dirsi un beniamino
  della fortuna.
  Forse per il giuoco,  ch'egli diceva d'aver capito,  era  questo,  che  la
  fortuna  lo  favoriva tanto,  appunto perch egli era cos,  appunto perch
  sapeva che egli non le sarebbe corso mai dietro, neppure se essa gli avesse
  profferto, dopo due gambate, tutti i tesori del mondo, e che non si sarebbe
  rallegrato n punto n poco,  neanche se fosse venuta da s a  portarglieli
  in casa.
  Tutti  i  tesori  del  mondo,  no;  ma ecco che un giorno gli aveva proprio
  portato in casa la grossa eredit di chi sa qual vecchia zia,  una  vecchia
  zia  sconosciuta,  morta  in  Germania;  per  cui  aveva  potuto rinunziare
  all'impiego,  che gli pesava tanto,  sebbene,  povero Memmo,  come tutto il
  resto,  da  dieci  anni lo sopportasse in santa pace.  Poco tempo dopo,  la
  moglie, stanca di vedersi guardata a quel modo e di non esser buona a farlo
  arrabbiare,  per quante gliene facesse sotto gli occhi,  di tutti i colori,
  gli  aveva  aperto,  anzi spalancato la porta,  e lo aveva spinto fuori,  a
  vivere libero per conto suo, in un quartierino da scapolo;  a patto,  per,
  che  egli  lasciasse libera anche lei,  allo stesso modo,  e con un congruo
  assegno debitamente assicurato.
  S?  E quando mai Memmo Viola s'era sognato di porre un limite o  un  freno
  alla libert della moglie?  Ma ella voleva cos?  AMEN. E con tutti i libri
  di scienze fisiche e matematiche e di filosofia,  e tutte le  stoviglie  di
  cucina,  che rappresentavano le due pi forti passioni della sua vita,  era
  andato ad allogarsi in tre stanzette modeste.  Dopo aver dato allo  spirito
  il  nutrimento  pi gradito,  attendeva a preparar da s,  con le sue mani,
  anche il pi gradito nutrimento al suo corpo: cuoco dilettante e dilettante
  filosofo.
  Una vecchia serva veniva ogni mattina a fargli la spesa,  gli apparecchiava
  la  tavola,  gli rigovernava la cucina,  gli rifaceva il letto e la pulizia
  delle tre stanzette, e se ne andava.
  Se non che, dopo appena due mesi di questa seconda fortuna, una mattina per
  tempissimo,  ch'egli se ne stava  ancora  a  letto  a  fare  il  sonnellino
  dell'oro,  sua moglie venne a svegliarlo di soprassalto nel suo quartierino
  con una furiosa scampanellata e, investendolo come una bufera,  lo trascin
  afferrato per il petto, povero Memmo, cos in camicia come si trovava e con
  le  brache  ancora  in  mano,  verso  un  angolo  della  camera,  dietro un
  paraventino coperto di mussola rasata color di rosa, ove s'immagin dovesse
  star nascosto il lavabo e,  versandogli lei stessa,  per non perder  tempo,
  l'acqua nel catino,  lo costrinse a lavarsi e poi subito a vestirsi, subito
  subito, perch doveva uscire, doveva correre,  precipitarsi in cerca di due
  amici.
  - Ma perch?
  - Lvati, ti dico!
  - Ecco, mi lavo... Ma perch?
  - Perch tu sei sfidato!
  - Sfidato? io? Chi m'ha sfidato?
  -  Sfidato...  non so bene: o sei sfidato o devi sfidare.  Non so di queste
  cose...  so che ho qua il biglietto di quel  mascalzone.  Lvati,  vstiti,
  spcciati, ma non mi star davanti con codest'aria di mammalucco intronato!
  Memmo  Viola,  venuto  fuori  dal  paraventino  con  le  mani  bollicose di
  saponata,  guardava veramente la moglie,  se non come un mammalucco,  certo
  come intronato.  Non lo costernava tanto l'annunzio di quella sfida, quanto
  la grave agitazione della moglie,  fuori di casa  a  quell'ora  e  in  quel
  disordine d'abbigliamento.
  - Abbi pazienza,  Cristina mia...  Dimmi almeno, mentre mi lavo, che cosa 
  accaduto...
  - Che? - gli grid la moglie,  avventandoglisi di nuovo addosso,  quasi con
  le mani in faccia.  - Sono stata vigliaccamente,  sanguinosamente insultata
  in casa mia,  per causa tua...  perch sono  rimasta  sola,  senza  difesa,
  capisci?...  Insultata...  oltraggiata...  Mi  hanno messo le mani addosso,
  capisci? a frugarmi, qua, in petto, capisci?  Perch hanno sospettato ch'io
  fossi...
  Non  pot seguitare;  si copr furiosamente il volto con le mani e ruppe in
  un pianto stridulo, convulso, d'onta, di ribrezzo, di rabbia.
  - Oh Dio, - fece Memmo. - Ma quando  stato? Chi ha potuto osare?
  E allora la moglie,  prima tra i singhiozzi e storcendosi le mani,  poi  di
  punto  in  punto  rieccitandosi  vieppi,  gli  narr  che  la sera avanti,
  mentr'era a cena, aveva sentito un gran fracasso alla porta, grida, risate,
  scampanellate, pugni,  pedate.  La serva,  accorsa,  era venuta a dirle che
  quattro  signori  mezzo ubriachi,  cercavano d'una Spagnuola,  di una certa
  PEPITA,  e che non se  ne  volevano  andare  e  s'erano  buttati  a  sedere
  sconciamente nella saletta d'ingresso. Appena avevano veduto comparire lei,
  le  erano  saltati  tutti  e  quattro  addosso  e  chi  pigliandola  per il
  ganascino, chi cingendole con un braccio la vita,  chi frugandole in petto,
  l'avevano  pregata,  scongiurata di conceder loro una visitina alla piccola
  PEPITA.  Al suo divincolarsi,  alle  sue  grida,  ai  suoi  morsi,  avevano
  risposto con risa e gesti sguajati,  finch,  a quel pandemonio,  non erano
  accorsi dai piani di sopra e  di  sotto  tanti  vicini  di  casa.  Scuse...
  chiarimenti...  c'era un equivoco...  mortificazione...  Uno s'era finanche
  inginocchiato...  Ma ella non aveva voluto sentir nulla;  aveva preteso che
  le  dessero conto e soddisfazione dell'oltraggio,  e tanto aveva insistito,
  che alla fine uno dei quattro, che forse era stato il meno insolente, s'era
  veduto costretto a lasciare il suo biglietto da visita.
  - Eccolo qua! A te, prendi! Sei ancora in maniche di camicia?  Che aspetti?
  Non ti muovi?
  Memmo  Viola  aveva  gi  bell'e capito che quello non era n il caso n il
  momento di ragionare e,  senza neppur dare uno sguardo di sfuggita al  nome
  stampato  in  quel  biglietto  da  visita,  ritorn  al  lavabo  dietro  il
  paraventino.
  - Che fai?
  - Finisco di lavarmi.
  - A chi pensi di rivolgerti? Non andare dal Venanzi, sai!  Gigi Venanzi non
  accetta; puoi star sicuro che non accetta. Perderai il tempo inutilmente!
  -  Permetti?  -  disse  Memmo,  che  aveva  gi  riacquistato  tutta la sua
  placidit. - Il tempo, cara, me lo fai perdere tu, adesso. Lasciami lavare,
  senza tirarmi a discutere. Non hai voluto saper d'equivoci. Scuse,  non hai
  voluto accettarne.  Hai voluto il duello: cio,  farmi dare una sciabolata.
  Bene,  ti servo subito.  Ma lascia ora che provveda io  a  garantire,  come
  meglio posso,  la mia pelle. Dici che Gigi Venanzi non accetter? E come lo
  sai?
  La moglie, un po' sconcertata alla domanda, abbass gli occhi.
  - Lo... lo suppongo...
  - Ah,  - fece Memmo,  asciugandosi la faccia - lo supponiii...  Vedrai  che
  accetter! Vuoi che si tiri indietro per me, giusto per me, quando presta a
  tutti i suoi uffici cavallereschi?  Non passa un mese,  perdio,  che non si
  trovi in mezzo a due o tre duelli,  padrino di professione!  Ma sarebbe  da
  ridere! Che direbbe la gente, che lo sa tanto amico mio, e tanto pratico di
  queste cose, se mi rivolgessi ad altri?
  La moglie,  brancicando la borsetta con le dita irrequiete, dopo essersi un
  tratto morsicchiato il labbro, scatt, levandosi in piedi.
  - E io ti dico che non accetter.
  Memmo scopr di tra lo sparato della camicia, nell'infilarsela, il faccione
  ridente e disse, fissando acutamente la moglie:
  - Me ne deve dire la ragione...  E non pu!  Dico,  non  pu  averne,  via!
  Lasciami, lasciami vestire...
  Vestito, domand con un certo risolino timido:
  -  Scusa,  hai  visto  per  caso,  entrando,  se fuori della porta c'era il
  fiaschetto del latte?
  S'aspettava un nuovo prorompimento d'ira a quella  domanda,  e  insacc  il
  capo nelle spalle e lev le mani in atto di parare:
  - Zitta, zitta... vado, corro...
  E usc insieme con la moglie, per recarsi in casa di Gigi Venanzi.
  Lo  trov  fortunatamente per istrada,  a pochi passi dalla sua abitazione.
  Scorgendogli in viso un'improvvisa alterazione di rabbioso dispetto,  Memmo
  Viola  comprese  che  l'amico  era  uscito  cos presto di casa,  perch si
  aspettava la sua visita. Gli si par davanti, sorridendo e gli disse:
  - Cristina mi manda da te. Andiamo s. La cosa  grave.
  Gigi Venanzi gli piant in faccia gli occhi torbidi e gli domand:
  - Che c'?
  - Oh, non facciamo storie - esclam Memmo. - Ti leggo in faccia che lo sai.
  Dunque non mi far parlare.  Sono  sfinito;  casco  a  pezzi.  E'  venuta  a
  svegliarmi come una furia nel meglio del sonno,  e non m'ha dato neanche il
  tempo di prendere un po' di latte e caff.
  Appena risalito in casa,  Gigi Venanzi si volt come  un  cane  idrofobo  a
  Memmo e gli grid:
  - Ma lo sai chi  Miglioriti?
  Memmo lo guard balordamente:
  - Miglioriti?  No...  Che c'entra Miglioriti? Ah...  forse... aspetta! Non
  l'ho neanche guardato.
  Ficc due dita nel taschino del panciotto e ne trasse,  tutto gualcito,  il
  biglietto da visita che gli aveva dato la moglie:
  - Ah,  gi...  Miglioriti - disse, leggendo. - ALDO MIGLIORITI DEI MARCHESI
  DI SAN FILIPPO. Il nome non m'arriva nuovo... Chi ?
  - Chi ? - ripet col sangue agli occhi Gigi Venanzi. - La prima lama tra i
  dilettanti di Roma!
  - Ah, s? - fece Memmo Viola. - Tira bene? Di spada?
  - Di spada e di sciabola!
  - Mi fa piacere.  Ma  pure un gran  mascalzone,  va'  l!  Quello  che  ha
  fatto...
  Gigi Venanzi gli salt addosso quasi con la stessa furia,  con cui poc'anzi
  gli era saltata addosso la moglie.
  - Ma se ha domandato scusa! Ma se  stato un equivoco!
  Memmo Viola, allora lo guard, ammiccando con la coda dell'occhio, timido e
  furbo a un tempo, e domand, quasi fuor fuori:
  - C'eri?
  Il volto di Gigi Venanzi si scompose, come in uno smarrimento di vertigine:
  - Come? dove? - balbett.
  Memmo Viola,  come se nulla fosse,  ritrasse sorridendo il  suo  amico  dal
  precipizio,  a  cui  con  quella  lieve,  breve  domanda  s'era divertito a
  spingerlo, e riprese:
  - Ah... gi... s... tu hai saputo. Era anche ubriaco, mezzo ubriaco, s...
  Ma che vuoi farci?  Caro mio,  Cristina non vuole scuse!  tanto  ha  detto,
  tanto ha fatto,  che lo ha costretto a lasciare il suo biglietto da visita,
  in presenza di tanti testimoni.  Ora  bisogna  che  qualcuno  lo  raccolga,
  questo biglietto. Il marito sono io, e tocca a me. Ma da che ci siamo, oh,
  Gigi,  bisogna  far le cose sul serio.  L'oltraggio  stato grave,  e gravi
  debbono essere le condizioni.
  Gigi Venanzi lo guard stordito;  poi,  in un nuovo impeto  di  rabbia  gli
  grid:
  - Ma se tu non sai neanche tenere la spada in mano!
  - Alla pistola, - disse Memmo placidamente.
  - Ma che pistola d'Egitto!  - si scroll Gigi Venanzi. - Quello imbrocca un
  soldo incastrato in un albero a venti passi di distanza!
  - Ah s? - ripet Memmo. - E allora, prima alla pistola,  e poi alla spada.
  Me, vedrai che non m'imbrocca di certo.
  Gigi  Venanzi  si  mise  ad  andare s e gi,  s e gi per la stanza;  poi
  facendo animo risoluto:
  - Senti, Memmo: io non posso accettare.
  - Che?  - fece subito Memmo,  afferrandogli  un  braccio.  -  Non  facciamo
  scherzi, Gigi, e non perdiamo tempo! Tu non puoi tirarti indietro, come non
  posso  tirarmi  indietro io.  Tu farai la tua parte,  com'io faccio la mia.
  Pensa al secondo testimonio, e sbrgati.
  - Ma vuoi che ti porti al macello?  -  gli  grid  Gigi  Venanzi  al  colmo
  dell'esasperazione.
  -  Uh,  - sorrise Memmo.  - Non esageriamo...  Del resto,  caro mio,  tutte
  sciocchezze. Inutile parlarne! Cristina vuole lavato l'oltraggio,  e non se
  n'esce.  Perderei  la  libert;  e invece,  con questa occasione,  io me la
  voglio guadagnare intera. Vedrai che ci riuscir. Va', va';  pensa a tutto,
  tu che te n'intendi.  Io ti aspetto a casa.  Sto leggendo un bel libro sai?
  su i  Massimi  Problemi.  Tu  non  ci  hai  mai  pensato;  ma  il  problema
  dell'oltretomba  formidabile,  Gigi!  No,  scusa, scusa... perch... senti
  questo: l'Essere, caro mio,  per uscire dalla sua astrazione e determinarsi
  ha bisogno dell'Accadere. E che vuol dire questo? dammi una sigaretta. Vuol
  dire che...  - grazie - vuol dire che l'Accadere, poich l'Essere  eterno,
  sar eterno anch'esso. Ora un accadere eterno,  cio senza fine,  vuol dire
  anche senza UN fine, capisci? un accadere che non conclude, dunque, che non
  pu  concludere,  che non concluder mai nulla.  E' una bella consolazione.
  Dammi un fiammifero. Tutti i dolori, tutte le fatiche,  tutte le lotte,  le
  imprese, le scoperte, le invenzioni...
  -  Sai?  -  disse  Gigi Venanzi,  che non aveva udito nulla di tutta quella
  tiritera. - Forse Nino Spiga...
  - Ma s, Nino Spiga o un altro, prendi chi ti pare, - gli rispose Memmo.  -
  E per il medico, sceglilo tu, caro, di tua fiducia. Oh, se hai bisogno...
  E accenn di prendere il portafogli. Gigi Venanzi gli arrest la mano.
  - Poi... poi...
  - Perch ho sentito dire, - concluse Memmo - che per farsi bucare con tutte
  le regole cavalleresche ci vogliono dei bei quattrini.  Basta, poi mi farai
  il conto. Addio, eh? Mi trovi in casa.
  Lo trov in casa, difatti, Gigi Venanzi,  quella sera,  ma sotto un aspetto
  che non si sarebbe mai immaginato.
  Memmo  Viola  litigava  con  la vecchia serva a cui mancavano tre soldi nel
  conto della spesa. E le diceva:
  - Cara mia, se tu mi metti nel conto: RUBATI, SOLDI 8, O SOLDI 10,  io tiro
  pacificamente la somma,  e non ne parlo pi. Ma questi tre soldi, cos, non
  te l'abbono. Vorrei sapere che gusto ci provi,  tentare di pigliare in giro
  uno come me, che ha capito cos bene il giuoco... Parlo bene, Gigi?
  Costernatissimo, esasperato, stanco morto, Gigi Venanzi stava a mirarlo con
  tanto d'occhi. La calma di quell'uomo, alla vigilia di battersi alla spada,
  nientemeno  che  con  Aldo Miglioriti,  era stupefacente.  E il suo stupore
  crebbe, quando, enunciategli le condizioni gravissime del duello,  volute e
  imposte  anche  dal  Miglioriti,  vide  che quella calma non s'alterava per
  niente.
  - Hai capito? - gli domand.
  - Eh,  - fece Memmo.  - Come  no?  Domattina  alle  sette.  Ho  capito.  Va
  benissimo.
  - Io sar qui, bada, alle sei e un quarto. Baster, - avvert il Venanzi. -
  Con l'automobile si far presto. Ho preso per medico Nofri. Non andar tardi
  a letto, e procura di dormire, eh?
  - Sta' tranquillo, - disse Memmo. - Dormir.
  E  tenne  la  parola.  Alle  sei  e un quarto,  quando venne Gigi Venanzi a
  bussare alla porta, dormiva ancora profondissimamente. Venanzi buss,  due,
  tre,  quattro volte;  alla fine Memmo Viola, nelle stesse condizioni in cui
  la mattina avanti era andato ad aprire alla moglie,  cio in camicia e  con
  le brache in mano, venne ad aprire all'amico.
  Venanzi, a quell'apparizione, rest di sasso.
  - Ancora cos?
  Memmo finse una grande meraviglia.
  - E perch? - gli domand.
  - Ma come?  - inve Gigi Venanzi. - Tu ti devi battere! Ci sono gi Spiga e
  Nofri... Che scherzo  questo?
  - Scherzo? Mi devo battere?  - rispose placidissimamente Memmo Viola.  - Ma
  scherzerai tu, caro! Io ti ho detto che a me tocca di far la parte mia, e a
  te  la  tua.  Sono  il  marito  e  ho sfidato;  ma quanto a battermi,  abbi
  pazienza, non tocca pi a me, caro Gigi,  da un pezzo: tocca a te...  Siamo
  giusti!
  Gigi Venanzi si sent sprofondare la terra sotto i piedi, seccare il sangue
  nelle  vene;  vide  giallo,  vide  rosso;  afferr Memmo per il petto,  gli
  scagli,  gli sput in faccia le ingiurie pi sanguinose;  Memmo lo  lasci
  fare, ridendo. Solo, a un certo punto, gli disse:
  - Bada,  Gigi,  che non fai pi a tempo,  se devi trovarti sul terreno alle
  sette. Ti conviene esser puntuale.
  Dall'alto della scala,  poi,  reggendosi ancora le brache con la mano,  gli
  augur:
  - In bocca al lupo, caro, in bocca al lupo!












                                  PADRON DIO




  Tanti  anni  fa,  a  un pittore non si sa donde venuto,  egli che viveva da
  selvaggio s per le spalle dei monti, guardiano di mandrie, si era prestato
  a far da modello per una pala d'altare, di cui quegli preparava i cartoni e
  altri studii preliminari.
  Che parte fosse destinato a rappresentare in quel quadro sacro,  non si era
  neppur  curato  di  sapere:  si  era  lasciato  vestire  di strana foggia e
  atteggiar d'un gesto violento,  con una  verga  in  mano.  Ma,  poco  dopo,
  consacrata  la chiesa nuova,  e accorso egli con tutto il popolo alla prima
  funzione,  vedendosi nella pala effigiato in uno dei giudici  che  colpivan
  Ges  legato alla colonna,  s'era messo a gridar furibondo e a piangere e a
  strapparsi i capelli, pestando i piedi per terra:
  - Levatemi di l! Son cristiano!
  Tratto fuori fra la confusione generale (risa  di  quelli  che  lo  avevano
  ravvisato nella pala e domande e supposizioni disparate degli altri che non
  se  n'erano accorti),  non si era calmato e non aveva smesso la minaccia di
  uccidere quel pittore insolente, finch dal vecchio mansionario della nuova
  chiesa non aveva ottenuto la promessa d'un ritocco alla  immagine  di  quel
  giudeo  per  modo  che  ogni  somiglianza  con  lui  fosse cancellata.  Non
  pertanto,  il nomignolo di GIUDE' gli era rimasto;  e ora,  dopo tant'anni,
  chiamavasi  Giud  lui  stesso.  Ma  cos  il  volto come la persona avevan
  perduto quell'espressione di dura fierezza per  cui  il  pittore  lo  aveva
  scelto a rappresentar nella pala quella parte odiosa.  Era vecchio ormai il
  Giud e non pi buono neppur da condurre al pascolo le mandrie:  viveva  di
  elemosina,  senza  mai  chiederla,  o  meglio,  chiedendola  in un modo suo
  particolare. Spinto dalla fame,  dopo aver vagato come un cane randagio per
  le  pianure deserte,  si appressava a una villa e al primo contadino in cui
  s'imbattesse diceva:
  - Di' al tuo padrone che c' l'esattore.
  Tutti adesso intendevano e sorridevano,  ma la prima volta che il Giud us
  questa  frase per la sua questua dov spiegarla.  E la spieg cos: che noi
  tutti sulla terra  siamo  inquilini  del  Signore,  il  quale  sarebbe  per
  ciascuno  allo  stesso  modo  buon padrone di casa,  se molti uomini non si
  fossero  fatta  della  terra  casa  propria,   senza  volere  intendere  n
  riconoscere che essa dovrebbe invece esser casa comune. Debbono per questi
  tali ricordarsi che il Signore  pur padrone di un'altra casa,  di l (e il
  Giud aveva additato  il  cielo),  della  quale  vuol  che  ciascuno  paghi
  anticipata qui la pigione.  I poveri la pagano coi patimenti quotidiani del
  freddo e della fame; basta ai ricchi, per pagarla,  che facciano ogni tanto
  un po' di bene. Ecco dunque perch egli era pei ricchi l'esattore.
  Ottenuta l'elemosina in natura, si allontanava; e, andando, riconosceva qua
  e  l  per  la  campagna  gli alberi che avrebbero dovuto esser suoi: suoi,
  perch quell'ulivo, quel ciliegio,  quel nespolo,  quel melograno eran nati
  per lui che tant'anni addietro,  passando,  aveva scavato e buttato il seme
  alla terra;  e la terra,  ecco,  gli aveva dato l'albero;  lo aveva dato  a
  lui... Perch la terra sa forse a chi appartenga?
  Ed egli per quegli alberi aveva affetto paterno: gli parevano i pi belli e
  i pi rigogliosi di tutta la campagna;  e si fermava ad ammirarli a lungo e
  scoteva il capo folto di capelli grigi,  ricci,  quasi ferruginei.  I  rami
  sovraccarichi lo invitavano a cogliere almeno un frutto,  poich tutti eran
  suoi (ah, essi lo sapevano bene!) - ecco, e glieli offrivano... Ma lui, no:
  non cedeva alla tentazione;  sospirando abbassava la  mano  che  gi  s'era
  levata.

  Cos, per le campagne altrui, viveva senza tetto.
  Dormiva  in  un casale smantellato e abbandonato;  si destava all'alba e si
  metteva a errar senza meta,  per le solitudini immense e pur piene di tanta
  vita,  in  quel silenzio palpitante di foglie e d'ali,  a ora a ora tentato
  dal trillo d'un uccello che s'allontanava.
  Sdrajato per terra,  s'immergeva in quel silenzio e guardava i fili  d'erba
  che  si  movevano appena,  di tanto in tanto,  a un alito d'aura;  guardava
  qualche lucertola che si beava del sole sopra una  pietra,  e  le  farfalle
  bianche che volitavan sicure in tanta pace.
  O  perch mai nascevano certe erbe?  Non per gli uomini,  certo,  n per le
  bestie, che non ne mangiavano...  Nascevano perch Dio le voleva e la terra
  le faceva,  senza curarsi del dispiacere che recava agli uomini prepotenti,
  i quali credono d'aver dominio su lei; tanto  vero che, strappate, tornava
  a farle; e l che nessuno le toccava,  esse crescevano senza fine - come la
  terra le voleva...
  - Dio ha voluto anche me, - il Giud pensava - e intanto non ho un palmo di
  terra in cui mi possa stare,  dicendo:  mio.  Son come quest'erbacce,  che
  nessuno vuole nel proprio campo.  Solo dov'esse crescono indisturbate posso
  stare anch'io. Vuol dire che il padrone non c' o non se ne cura.
  Parecchie  volte  era  stato colpito da questa idea.  Conosceva certe terre
  abbandonate, per cui non passava mai anima viva, e nelle quali egli, dacch
  era vivo,  cio per tant'anni che non si ricordava il numero,  aveva sempre
  veduto   quell'erbacce;   n   mai  alcuna  traccia,   anche  lontana,   di
  coltivazione;  n mai alcun segno,  anche antico,  del dominio di qualcuno.
  Quelle terre adunque, da tempo almeno per lui immemorabile, appartenevano a
  se stesse,  libere di produrre,  non quel che gli uomini vogliono,  ma quel
  che a loro piaceva.
  - E se io - pensava il Giud - da un lembo qui nel mezzo,  che  nessuno  se
  n'accorga,  strappo le male erbe,  e vi butto un pugno di frumento,  non mi
  dar questa terra un po' di grano?  Lo darebbe a me come a  chiunque...  Il
  padrone,  ammesso  che ci sia,   chiaro che ha sempre rinunziato a trar da
  questo podere qualsiasi profitto.  Non sar lo stesso  per  lui  se  in  un
  pezzetto  qui in giro,  invece di sterpi inutili,  crescer un po' di grano
  per me?  Egli,  queste terre le ha abbandonate,  n io me le  piglio:  far
  soltanto  che  un  breve  tratto di esse,  almeno per una volta,  invece di
  sterpi inutili produca grano... Del resto, chi  il padrone?
  Vinto da questa idea,  il Giud nelle sue questue si mise d'allora in poi a
  chiedere, oltre al tozzo di pane consueto, una manatella di frumento.
  -  O  che  ha  rincarato  la pigione padron Dio,  Giud?  - gli domandavano
  scherzando i fattori delle ville, a cui egli si presentava da esattore.
  Il Giud, sorridendo umilmente, si stringeva nelle spalle:
  - Se volete...
  E intanto  che  raccoglieva  cos  da  seminare,  apparecchiava  l,  nella
  solitudine,  il terreno - oh,  alla meglio, sprovvisto com'era degli arnesi
  necessari. Aveva soltanto un logoro marrello, tolto in prestito, col quale,
  zappettando, cav prima via l'erbacce maligne; poi scav,  scav quanto pi
  a  fondo  gli permise la forza delle povere braccia sfibrate dagli stenti e
  dalla vecchiaja: e questo al terreno doveva bastare.  Non al suo  desiderio
  per,  che  gli faceva seguir con gli occhi invidiando l'opera degli aratri
  negli altri campi e i seminatori  che  gittavano  il  grano  fiduciosi  nel
  lavoro  coscienziosamente  fornito.  Ah,  egli  non  aveva  nemmeno  potuto
  incalcinare i semi,  perch non involpassero: li  aveva  cos,  quasi  alla
  ventura, consegnati alle zolle appena appena rimosse...
  Vennero le prime acque,  e il Giud, udendo dal suo covo notturno scrosciar
  la pioggia,  pens che anche su quel suo lembo di  terra  in  quel  momento
  pioveva...  Poi,  con  un  gaudio  che  lo  fece  lagrimare,  vide il grano
  sbullettare e poi dalla terra umida spuntar timide  le  prime  pipite.  Ah,
  ecco,  ecco, la terra gli dava il grano! era suo! Poi guard il cielo donde
  l'acqua benefica era caduta anche per lui, anche per quel suo primo tesoro;
  ma la vista del cielo lo sconsol: avrebbe voluto  vederlo  cos  basso  da
  chiudere  e  nascondere  quel  piccolo  lembo coltivato,  perch nessuno lo
  scoprisse, l, tra quelle erbacce intorno.
  E man mano le pipite sfronzarono, accestirono.  E ormai il Giud non sapeva
  staccarsi  pi  da quel pezzetto di terra,  nonostante il freddo acuto e le
  intemperie: quasi covava con gli occhi quel suo grano;  e nel vedere l'aura
  avvivare di tremiti le tenere foglioline, tutta l'anima gli tremava.

  Se  non  che,  un  giorno  di quelli,  non si sent la forza di sbucare dal
  casale abbandonato in cui s'era fatto il covo.
  Il sole era gi alto, e il Giud, seduto per terra,  con le spalle al muro,
  le ginocchia abbracciate,  guardava innanzi a s, stordito ancora dai sogni
  della notte, e tremava tutto di freddo e i denti gli battevano.
  Che era avvenuto?  Dov'era il suo campicello?  E i granaj dov'erano?  tutti
  quei  granaj  pieni,  con  tanti  e  tanti misuratori allegri che davan via
  frumento, frumento,  frumento,  cantando e senza togliere con la rasiera il
  colmo  dello stajo?  E quella povera donna che era accorsa con un grembiale
  bucato,  donde gi tutti  i  chicchi  scorrevano  cos  a  sgorgo,  che  la
  grembiata si votava prima ch'ella raggiungesse la porta del granajo? Ah, la
  poverina tornava sempre indietro,  daccapo,  disperatamente, urtata, spinta
  tra la ressa degli altri poveri accorrenti senza fine,  e mai nessun chicco
  le restava in grembo...
  - Date via!  date via!  - incitava il Giud i misuratori. - Cos mi pago la
  pigione dell'altra casa del Signore, lass...
  E i granaj non si votavano mai: dalle finestre  in  alto,  sopra  i  mucchi
  addossati  alle  pareti,  il  frumento  sgorgava,  veniva  gi come cascata
  d'acqua, continuamente, frusciando. E ora, ecco,  quel frusco continuo nel
  sogno  gli  era  rimasto  nelle orecchie...  Ah,  la febbre!  egli aveva la
  febbre, e tremava di freddo.
  Si lev in piedi a stento: vacillava... Si trascin fuori del casale diruto
  per ritornare al campicello lontano,  ma dopo un breve  tratto  di  cammino
  s'accasci, in un completo abbandonamento di membra.

  Si  ritrov  dopo  alcuni  giorni,  stupito  e  sgomento,  su  un lettuccio
  d'ospedale, in un lungo camerone silenzioso.
  - Ah,  segno che son morto, se mi hanno accolto qui - pens il Giud.
  La testa gli pesava come se fosse di piombo,  e  non  aveva  forza  neanche
  d'aprir  le  plpebre.  Quel  filo  d'anima che gli restava si rincantucci
  sotto la superstiziosa paura che il luogo gl'ispirava;  ed  egli  abbandon
  disajutato  il vecchio corpo affranto e inerte alle cure dei medici e degli
  infermieri, senza neppur domandare che male avesse.
  Con gli occhi chiusi,  tutto rannicchiato quasi per schermirsi dai  brividi
  incalzanti  della  febbre,   spingeva  il  pensiero  lontano  lontano,   al
  campicello suo; e l,  sovr'esso,  a poco a poco s'addormentava.  Attorno a
  lui,  allora,  sentiva  e  vedeva il grano gi accestito mandar s s s il
  gambo della spiga... ma troppo alto... non cos, possibile?  ogni gambo pi
  alto  d'un  pioppo?  Il  Giud,  smaniando,  voleva  impedir  quel rigoglio
  dispettoso e inverosimile,  ma non poteva: i gambi gli  si  allungavano  da
  ogni lato,  visibilmente,  fino a quella altezza,  l'uno dopo l'altro,  e a
  poco a poco lo seppellivano. Ora, smaniando l'aria, il Giud si rizzava, ma
  - o stupore!  - anch'egli era pi alto assai delle  spighe...  Si  guardava
  attorno smarrito,  poi guardava il cielo,  ed ecco la luna, a portata della
  sua mano: alzava un braccio e la prendeva e con essa si metteva a falciare.
  Poi,  tutt'a un tratto,  il sogno  crollava,  e  il  Giud  si  destava  di
  soprassalto.
  Vedeva  allora  in  contrapposto  venir  s gracile e pallido e rado il suo
  grano e i poveri gambi acquattati dalla pioggia o spezzati dal  vento...  E
  sospirava: - L'aratro!  ci voleva l'aratro!... - Ch certo la terra da quel
  suo logoro marrello non si era neppur sentita vellicare...
  Intanto i giorni passavano,  ma non le febbri al Giud.  Aveva  perduto  la
  memoria  del  tempo,  e non chiedeva nemmeno in che stagione si fosse,  per
  paura che gli rispondessero:  finita l'estate.
  Si provava a levare un po' il capo dal  guanciale  per  guardar  sopra  gli
  altri  letti  l'ampia  finestra in fondo al camerone: intravedeva appena il
  cielo limpido fiammante di sole.  Ma forse era ancor primavera.  -  Chi  sa
  per:  - pensava il Giud - qualcuno forse,  passando di l,  avr scoperto
  tra le erbacce il grano, e l'avr fatto suo... Ma se poi nessuno lo scopre,
  non  anche peggio?  Quella grazia di Dio  si  perder,  aspettando  invano
  sotto il sole la falce. E la terra avr dato il grano inutilmente...

  Come  Dio volle per (e fu Dio,  certo,  dietro tante preghiere),  il Giud
  pot lasciar l'ospedale - uscir  di  prigione  -  guarito,  sui  primi  del
  giugno.
  Subito  vol  di lungo al suo campicello;  scorse da lontano il biondeggiar
  del grano,  ma a un tratto sent mancarsi le gambe,  cascarsi le braccia...
  Tutt'intorno  alla messe quasi miracolosa (tanto era alta e folta!) correva
  una siepe; a un canto sorgeva un pagliajo, e un cane, udendo tra le erbacce
  oltre la siepe frusco di passi, si mise a latrare.
  Si affacci alla siepe il contadino di guardia, con una mano a riparo degli
  occhi.
  - Oh, benvenuto, Giud! T'aspettavo... Dimmi che vuoi tu ora qui.
  Il Giud, affranto dalla corsa e dal cordoglio, si pose a sedere per terra,
  calandosi pian piano, appoggiato al lungo bastone.
  - Non voglio nulla... - poi disse,  rattenendo le lacrime.  - Quieta il tuo
  cane.  Sono  venuto  soltanto per vedere codesto miracolo: il grano che t'
  nato solo, e cos bello, da s...
  - E di chi era la terra, Giud?
  - Era di quest'erbacce qui,  che non fanno  pane...  -  rispose  il  povero
  vecchio. - Dillo, dillo al tuo padrone...
  E rimase a lungo l,  per terra, a guardar quelle spighe alte e piene, che,
  mosse dal vento, tentennando, pareva lo commiserassero.












                                   LA PROVA




  Vi parr strano che io ora stia per fare entrare  un  orso  in  chiesa.  Vi
  prego  di  lasciarmi  fare  perch  non  sono  propriamente io.  Per quanto
  stravagante e spregiudicato mi possa riconoscere,  so il  rispetto  che  si
  deve  portare  a  una chiesa e una simile idea non mi sarebbe mai venuta in
  mente. Ma  venuta a due giovani chierici del convento di Tovel, uno nativo
  di Tuenno e l'altro di Flavn, andati in montagna a salutare i loro parenti
  prima di partire missionari in Cina.
  Un orso,  capirete,  non entra in chiesa cos,  per entrarci;  voglio dire,
  come  se  niente  fosse.  Vi  entra  per  un vero e proprio miracolo,  come
  l'immaginarono  questi  due  giovani   chierici.   Certo,   per   crederci,
  bisognerebbe  avere n pi n meno della loro facile fede.  Ma convengo che
  niente  pi difficile ad avere che simili cose facili. Per cui, se voi non
  l'avete,  potete anche non crederci;  e potete anche  ridere,  volendo,  di
  quest'orso  che  entra in chiesa perch Dio gli ha dato incarico di mettere
  alla prova il coraggio dei due novelli missionari prima della loro partenza
  per la Cina.
  Ecco intanto l'orso davanti alla chiesa che solleva con la zampa il pesante
  coltrone di cuojo alla porta. E ora, un po' sperduto,  ecco che s'introduce
  nell'ombra  e tra le panche in doppia fila della navata di mezzo si china a
  spiare, e poi domanda con grazia alla prima beghina:
  - Scusi, la sagrestia?
  E' un orso che Dio ha voluto far degno di un  Suo  incarico,  e  non  vuole
  sbagliare.  Ma anche la beghina non vuole interrompere la sua preghiera, e,
  stizzita,  pi col cenno della mano che con la voce  indica  di  l,  senza
  alzare la testa n levar gli occhi.  Cos non sa d'aver risposto a un orso.
  Altrimenti, chi sa che strilli.
  L'orso non se n'ha a male; va di l e domanda al sagrestano:
  - Scusi, Dio?
  Il sagrestano trasecola:
  - Come, Dio?
  E l'orso, stupito, apre le braccia:
  - Non sta qui di casa?
  Quello non sa ancor credere ai suoi occhi,  tanto che esclama quasi in tono
  di domanda:
  - Ma tu sei orso!
  - Orso, gi, come mi vedi; non mi sto mica dando per altro.
  - Appunto, orso vuoi parlar con Dio?
  Allora l'orso non pu fare a meno di guardarlo con compassione:
  -  Dovresti  invece  meravigliarti  che sto parlando con te.  Dio,  per tua
  norma,  parla con le bestie meglio che con gli  uomini.  Ma  ora  dimmi  se
  conosci due giovani chierici che partono domani missionari in Cina.
  - Li conosco. Uno  di Tuenno e l'altro di Flavn.
  - Appunto.  Sai che sono andati in montagna a salutare i loro parenti e che
  debbono rientrare in convento prima di sera?
  - Lo so.
  - E chi vuoi che m'abbia dato tutte queste informazioni  se  non  Dio?  Ora
  sappi che Dio vuol sottometterli a una prova e ne ha dato incarico a me e a
  un  orsacchiotto  amico  mio (potrei dir figlio,  ma non lo dico perch noi
  bestie non riconosciamo pi per nostri figli i nostri nati pervenuti a  una
  certa et).  Non vorrei sbagliare.  Desidererei una descrizione pi precisa
  dei due chierici per non fare ad altri chierici  innocenti  una  immeritata
  paura.

  La  scena    qui  rappresentata  con  una  certa  malizia  che certo i due
  chierici, nell'immaginarla,  non ci misero;  ma che Dio parli con le bestie
  meglio che con gli uomini non mi pare che si possa mettere in dubbio, se si
  consideri  che le bestie (quando per non siano in qualche rapporto con gli
  uomini) sono sempre sicure di quello che fanno, meglio che se lo sapessero;
  non perch sia bene,  non  perch  sia  male  (ch  queste  son  malinconie
  soltanto degli uomini) ma perch seguono obbedienti la loro natura, cio il
  mezzo  di  cui  Dio si serve per parlare con loro.  Gli uomini all'incontro
  petulanti e presuntuosi,  per voler troppo intendere pensando con  la  loro
  testa,  alla  fine  non intendono pi nulla;  di nulla sono mai certi;  e a
  questi diretti e precisi rapporti di Dio con le bestie  restano  del  tutto
  estranei; dico di pi, non li sospettano nemmeno.
  Il fatto  che sul tramonto, tornandosene al convento, quando lasciarono il
  sentiero della montagna per prendere la via che conduce alla vallata, i due
  giovani   chierici   si  videro  questa  via  impedita  da  un  orso  e  un
  orsacchiotto.
  Era primavera avanzata;  non pi dunque il tempo che orsi e  lupi  scendono
  affamati  dai monti.  I due giovani chierici avevano camminato finora lieti
  in mezzo ai lavorati gi alti che promettevano un abbondante raccolto e con
  la vista rallegrata  dalla  freschezza  di  tutto  quel  verde  nuovo  che,
  indorato dal sole declinante, dilagava con delizia nell'aperta vallata.
  Impauriti,  si fermarono.  Erano, come devono essere i chierici, disarmati.
  Solo quello di  Tuenno  aveva  un  rozzo  bastone  raccattato  per  strada,
  discendendo dalla montagna. Inutile affrontare con esso le due bestie.
  D'istinto,  per  prima  cosa,  si  voltarono  a  guardare indietro in cerca
  d'aiuto o di scampo. Ma avevano lasciato poco pi s soltanto una ragazzina
  che con un frusto badava a tre porcellini.
  La videro che s'era anch'essa voltata a guardare verso la vallata, ma senza
  il minimo segno di spavento cantava lass,  agitando  mollemente  quel  suo
  frusto.  Era chiaro che non vedeva i due orsi. I due orsi che pure erano l
  bene in vista. Come non li vedeva?
  Stupiti dell'indifferenza di quella  ragazzina  ebbero  per  un  attimo  il
  dubbio che,  o quei due orsi fossero una loro allucinazione,  o che lei gi
  li conoscesse come orsi del luogo addomesticati e innocui;  perch non  era
  in alcun modo ammissibile che non li vedesse: quello pi grosso, ritto l e
  fermo a guardia della strada, enorme controluce e tutto nero, e l'altro pi
  piccolo  che si veniva pian piano accostando dondolante su le corte zampe e
  che ora ecco si metteva a girare intorno al chierico di Flavn e a  mano  a
  mano girando l'annusava da tutte le parti.
  Il  povero  giovane  aveva  alzato  le  braccia come in segno di resa o per
  salvarsi le mani e,  non sapendo che altro  fare,  se  lo  guardava  girare
  attorno,  con tutta l'anima sospesa.  Poi,  a un certo punto, lanciando uno
  sguardo di sfuggita al compagno,  e vedendosi pallido in lui  come  in  uno
  specchio, chi sa perch, si fece tutto rosso e gli sorrise.
  Fu il miracolo.
  Anche il compagno,  senza saper perch,  gli sorrise.  E subito i due orsi,
  alla vista di quello scambio di sorrisi,  come se a loro volta anch'essi si
  fossero scambiati un cenno,  senz'altro tranquillamente se n'andarono verso
  il fondo della vallata.
  La prova per essi era fatta e il loro cmpito assolto.
  Ma i due chierici non avevano ancor capito nulla. Tanto vero che l per l,
  vedendo andar via cos tranquillamente i due orsi,  restarono per  un  buon
  tratto  incerti  a  seguire  con  gli  occhi  quell'improvvisa  e  inattesa
  ritirata,  e poich essa per la naturale goffaggine delle  due  bestie  non
  poteva  non  apparir  loro  ridicola,  tornando  a guardarsi tra loro,  non
  trovarono da far di meglio che scaricare tutta la paura che  s'erano  presa
  in una lunga fragorosa risata.  Cosa che certamente non avrebbero fatto, se
  avessero subito capito che quei due orsi erano mandati da Dio  per  mettere
  il  loro coraggio alla prova e che perci ridere di loro cos sguajatamente
  era lo stesso che ridersi di Dio.  Se mai una supposizione di questo genere
  fosse  passata  per  la  loro  testa,  piuttosto che a Dio per la paura che
  s'erano presa avrebbero pensato al diavolo che all'uno  e  all'altro  aveva
  voluto farla mandando quei due orsi.
  Capirono  che invece era stato proprio Dio e non il diavolo allorch videro
  i due orsi voltarsi alla loro risata,  fieramente irritati.  Certo in  quel
  momento  i  due  orsi  attesero che Dio,  sdegnato da tanta incomprensione,
  comandasse  loro  di  tornare  indietro  e  punire  i   due   sconsigliati,
  mangiandoseli.
  Confesso che io, se fossi stato dio, un dio piccolo, avrei fatto cos.
  Ma Dio grande aveva gi tutto compreso e perdonato. Quel primo sorriso, per
  quanto involontario, dei due giovani chierici, ma certo nato dalla vergogna
  di aver tanta paura,  loro che,  dovendo fare i missionari in Cina, s'erano
  imposti di non averne, quel primo sorriso era bastato a Dio, proprio perch
  nato cos, inconsapevolmente, nella paura;  e aveva perci comandato ai due
  orsi  di  ritirarsi.  Quanto alla seconda risata cos sguajata era naturale
  che i due giovani credessero di rivolgerla al diavolo che aveva voluto  far
  loro  paura,  e  non  a  Lui che aveva voluto mettere il loro coraggio alla
  prova.  E questo,  perch nessuno meglio di Dio  pu  sapere  per  continua
  esperienza  che  tante  azioni,  che  agli  uomini per il loro corto vedere
  pajono cattive,  le fa proprio Lui,  per i suoi alti fini  segreti,  e  gli
  uomini invece credono scioccamente che sia il diavolo.















                              LA CASA DELL'AGONIA




  Il visitatore,  entrando, aveva detto certamente il suo nome; ma la vecchia
  negra sbilenca venuta ad aprire la porta come una scimmia col grembiule,  o
  non  aveva  inteso  o  l'aveva dimenticato;  sicch da tre quarti d'ora per
  tutta quella casa silenziosa lui era,  senza  pi  nome,  "un  signore  che
  aspetta di l".
  Di l, voleva dire nel salotto.
  In  casa,  oltre  quella negra che doveva essersi rintanata in cucina,  non
  c'era nessuno;  e il silenzio era tanto,  che un tic-tac  lento  di  antica
  pendola,  forse  nella  sala da pranzo,  s'udiva spiccato in tutte le altre
  stanze,  come il battito del cuore della casa;  e pareva che  i  mobili  di
  ciascuna stanza,  anche delle pi remote,  consunti ma ben curati, tutti un
  po' ridicoli perch  d'una  foggia  ormai  passata  di  moda,  stessero  ad
  ascoltarlo, rassicurati che nulla in quella casa sarebbe mai avvenuto e che
  essi  perci  sarebbero  rimasti  sempre  cos,  inutili,  ad ammirarsi o a
  commiserarsi tra loro, o meglio anche a sonnecchiare.
  Hanno una loro anima anche i mobili,  specialmente i vecchi,  che vien loro
  dai  ricordi  della  casa  dove  sono  stati  per tanto tempo.  Basta,  per
  accorgersene, che un mobile nuovo sia introdotto tra essi.
  Un mobile nuovo  ancora senz'anima,  ma gi,  per il solo fatto ch' stato
  scelto e comperato, con un desiderio ansioso d'averla.
  Ebbene,  osservare  come  subito  i  mobili  vecchi  lo  guardano  male: lo
  considerano quale un intruso pretenzioso che ancora non sa nulla e non  pu
  dir nulla; e chi sa che illusioni intanto si fa. Loro, i mobili vecchi, non
  se  ne  fanno  pi nessuna e sono perci cos tristi: sanno che col tempo i
  ricordi cominciano a svanire e che con essi anche la loro anima  a  poco  a
  poco si affievolir;  per cui restano l,  scoloriti se di stoffa e,  se di
  legno, incupiti, senza dir pi nulla nemmeno loro.
  Se mai per disgrazia qualche ricordo persiste e non  piacevole, corrono il
  rischio d'esser buttati via.
  Quella vecchia poltrona,  per esempio,  prova un vero struggimento a vedere
  la  polvere  che  le tarme fanno venir fuori in tanti  mucchietti sul piano
  del tavolinetto che le sta davanti e a cui    molto  affezionata.  Lei  sa
  d'esser  troppo  pesante;  conosce  la  debolezza  delle sue corte cianche,
  specialmente delle due di dietro; teme d'esser presa,  non sia mai,  per la
  spalliera e trascinata fuor di posto; con quel tavolinetto davanti si sente
  pi sicura, riparata; e non vorrebbe che le tarme, facendogli fare una cos
  cattiva  figura  con  tutti quei buffi mucchietti di polvere sul piano,  lo
  facessero anche prendere e buttare in soffitta.

  Tutte  queste  osservazioni  e  considerazioni  erano  fatte   dall'anonimo
  visitatore dimenticato nel salotto.
  Quasi assorbito dal silenzio della casa,  costui, come vi aveva gi perduto
  il nome,  cos pareva vi avesse anche perduto la persona e fosse  diventato
  anche  lui  uno di quei mobili in cui s'era tanto immedesimato,  intento ad
  ascoltare il tic-tac lento della pendola che arrivava spiccato fin  l  nel
  salotto attraverso l'uscio rimasto semichiuso.
  Esiguo di corpo,  spariva nella grande poltrona cupa di velluto viola sulla
  quale s'era messo a sedere.  Spariva  anche  nell'abito  che  indossava.  I
  braccini,  le  gambine  si  doveva  quasi  cercarglieli nelle maniche e nei
  calzoni. Era soltanto una testa calva,  con due occhi aguzzi e due baffetti
  da topo.
  Certo  il  padrone  di  casa non aveva pi pensato all'invito che gli aveva
  fatto di venirlo a trovare;  e gi pi volte l'ometto si era  domandato  se
  aveva  ancora  il  diritto  di star l ad aspettarlo,  trascorsa oltre ogni
  termine di comporto l'ora fissata nell'invito.
  Ma lui non aspettava pi adesso il padrone di casa.  Se anzi  questo  fosse
  finalmente sopravvenuto, lui ne avrebbe provato dispiacere.
  L  confuso con la poltrona su cui sedeva,  con una fissit spasimosa negli
  occhietti aguzzi e un'angoscia di punto in punto crescente che gli toglieva
  il respiro, lui aspettava un'altra cosa,  terribile: un grido dalla strada:
  un grido che gli annunziasse la morte di qualcuno;  la morte d'un viandante
  qualunque che al momento giusto,  tra i  tanti  che  andavano  gi  per  la
  strada,  uomini,  donne,  giovani, vecchi, ragazzi, di cui gli arrivava fin
  lass confuso il bruso,  si trovasse a passare sotto la finestra  di  quel
  salotto al quinto piano.
  E  tutto  questo,  perch un grosso gatto bigio era entrato,  senza nemmeno
  accorgersi di lui,  nel salotto per l'uscio semichiuso,  e d'un  balzo  era
  montato sul davanzale della finestra aperta.
  Tra  tutti  gli  animali  il gatto  quello che fa meno rumore.  Non poteva
  mancare in una casa piena di tanto silenzio.
  Sul rettangolo d'azzurro della finestra spiccava un vaso di  gerani  rossi.
  L'azzurro,  dapprima vivo e ardente,  s'era a poco a poco soffuso di viola,
  come d'un fiato d'ombra appena che vi avesse soffiato da  lontano  la  sera
  che ancora tardava a venire.
  Le rondini,  che vi volteggiavano a stormi,  come impazzite da quell'ultima
  luce del  giorno,  lanciavano  di  tratto  in  tratto  acutissimi  gridi  e
  s'assaettavano contro la finestra come volessero irrompere nel salotto,  ma
  subito, arrivate al davanzale,  sguizzavano via.  Non tutte.  Ora una,  poi
  un'altra, ogni volta, si cacciavano sotto il davanzale, non si sapeva come,
  n perch.
  Incuriosito,  prima che quel gatto fosse entrato, lui s'era appressato alla
  finestra, aveva scostato un po' il vaso di gerani e s'era sporto a guardare
  per darsi una spiegazione: aveva scoperto cos che una  coppia  di  rondini
  aveva fatto il nido proprio sotto il davanzale di quella finestra.
  Ora  la  cosa terribile era questa: che nessuno dei tanti che continuamente
  passavano per via,  assorti nelle loro cure e nelle loro  faccende,  poteva
  andare  a  pensare  a  un  nido appeso sotto il davanzale d'una finestra al
  quinto piano d'una delle tante case della via,  e a  un    vaso  di  gerani
  esposto su quel davanzale, e a un gatto che dava la caccia alle due rondini
  di  quel  nido.  E tanto meno poteva pensare alla gente che passava per via
  sotto la finestra il gatto che ora,  tutto aggruppato dietro quel  vaso  di
  cui  s'era  fatto riparo,  moveva appena la testa per seguire con gli occhi
  vani nel cielo il volo di quegli stormi di rondini  che  strillavano  ebbre
  d'aria e di luce passando davanti la finestra,  e ogni volta,  al passaggio
  d'ogni stormo,  agitava appena la punta  della  coda  penzoloni,  pronto  a
  ghermire con le zampe unghiute la prima delle due rondini che avrebbe fatto
  per cacciarsi nel nido.
  Lo  sapeva  lui,  lui solo,  che quel vaso di gerani,  a un urto del gatto,
  sarebbe precipitato gi dalla finestra sulla testa di qualcuno; gi il vaso
  s'era spostato due volte per le mosse impazienti del gatto; era ormai quasi
  all'orlo del davanzale;  e lui non fiatava gi pi  dall'angoscia  e  aveva
  tutto  il  cranio  imperlato  di  grosse gocce di sudore.  Gli era talmente
  insopportabile lo spasimo di quell'attesa,  che gli era perfino passato per
  la  mente il pensiero diabolico d'andar cheto e chinato,  con un dito teso,
  alla finestra,  a dar lui l'ultima spinta a quel vaso,  senza pi stare  ad
  aspettare che lo facesse il gatto.  Tanto,  a un altro minimo urto, la cosa
  sarebbe certamente accaduta.
  Non ci poteva far nulla.
  Com'era stato ridotto da quel silenzio in quella  casa,  lui  non  era  pi
  nessuno.  Lui  era  quel silenzio stesso,  misurato dal tic-tac lento della
  pendola.  Lui era quei mobili,  testimoni muti e impassibili  quass  della
  sciagura  che  sarebbe  accaduta  gi nella strada e che loro non avrebbero
  saputa.  La sapeva lui,  soltanto per combinazione.  Non avrebbe pi dovuto
  esser l gi da un pezzo. Poteva far conto che nel salotto non ci fosse pi
  nessuno,  e  che  fosse  gi  vuota  la poltrona su cui era come legato dal
  fascino di quella fatalit che pendeva sul capo d'un ignoto, l sospesa sul
  davanzale di quella finestra.
  Era inutile che a lui toccasse quella fatalit, la naturale combinazione di
  quel gatto, di quel vaso di gerani e di quel nido di rondini.
  Quel vaso era l proprio per  stare  esposto  a  quella  finestra.  Se  lui
  l'avesse levato per impedir la disgrazia,  l'avrebbe impedita oggi;  domani
  la vecchia serva negra avrebbe rimesso il vaso al suo posto, sul davanzale:
  appunto perch il davanzale, per quel vaso,  era il suo posto.  E il gatto,
  cacciato  via  oggi,  sarebbe  ritornato  domani  a  dar la caccia alle due
  rondini.
  Era inevitabile.
  Ecco,  il vaso era stato spinto ancora pi l;  era gi quasi un dito fuori
  dell'orlo del davanzale.
  Lui  non  pot pi reggere;  se ne fugg.  Precipitandosi gi per le scale,
  ebbe in un baleno l'idea che sarebbe arrivato giusto in  tempo  a  ricevere
  sul  capo  il  vaso  di  gerani  che  proprio  in quell'attimo cadeva dalla
  finestra.

















                                 IL BUON CUORE





  Uh poi, vendere i figliuoli: come le piglia lei le cose! Non s' voluto far
  danno a nessuno; anzi, il bene di tutti;  e se la cosa poi  andata a finir
  cos male, creda che la colpa  soltanto del buon cuore.
  Del resto,  i figliuoli, c' anche il modo di comperarli legalmente. Quando
  non si possono avere, s'adttano. Ma questo non era un modo per il marito e
  la moglie di cui vi parlo.  L'adottare un figliuolo,  a loro,  non  sarebbe
  servito a niente.  Il figliuolo lo dovevano fare, fare carnalmente, per via
  d'una grossa eredit lasciata a questa condizione da una zia bisbetica: che
  se l'erede non fosse venuto entro i dieci anni, l'eredit sarebbe andata ai
  trovatelli d'un istituto detto degli Oblati.  C' di queste zie bisbetiche,
  agre  zitellone,  che  si  sentono  venir  male al pensiero di beneficare i
  parenti che conoscono;  e assaporano in segreto il  dispetto  che  faranno,
  mettendo  nei  loro  testamenti  le  vendette  distillate  o le minacce e i
  batticuori di certe arzigogolate disposizioni.
  Il nipote s'era  accortamente  premunito,  scegliendosi  una  bella  moglie
  prosperosa,  che gli desse garanzia di molti figliuoli.  Come, la garanzia?
  Eh, come! Ho capito che lei mi vorrebbe tirare a parlar sboccato. A occhio,
  s'intende; stimando quanto la sposa prometteva dal seno,  dai fianchi,  dai
  bei colori della salute e della giovent.
  Ma neanche a farlo apposta, quando si dice la disgrazia!
  Il primo anno,  ancora risero; il secondo meno; poi al terzo cominciarono a
  impensierirsi;  e pi al quarto,  con sorde bili e segreti rancori;  finch
  non proruppero, al quinto, nella sguajataggine di certi raffacci: ti vorrei
  far  vedere per chi manca;  ringrazia Dio che sono una donna onesta e certe
  prove non me le sogno nemmeno di fartele.
  La donna, si sa,  sempre quella che parla di pi.  Cimentosa: tocca a te e
  non a me.
  Tocca? che tocca?
  Per  quel  che  toccava  a  lui,  sfidava a trovare una donna che avesse il
  coraggio di lamentarsi.
  Lei non si lamentava.
  E allora? Che altro voleva da lui?  Per quel che lui ci doveva mettere,  in
  cinque anni, non uno, ma un reggimento di figli avrebbe potuto fargli.
  Figurarsi dunque la gioja, che dico la gioja, il tripudio quando la moglie,
  ammansita,  una mattina, gli fece intendere che le pareva di aver motivo di
  credersi incinta. Chi sa perch, questa confidenza le donne la fanno sempre
  tenendo gli occhi bassi.  Lui parve impazzito;  corse a gridarlo in casa di
  tutti  i  parenti  e  amici e conoscenti;  per miracolo non lo grid per le
  strade e non mise le bandiere a tutte le finestre: il figlio! il figlio!
  Se non che,  tutt'a un tratto,  quando la  gravidanza  gi  pareva  perfino
  esagerata,  non giunta ancora neanche al quinto mese,  avvenne una cosa che
  potrei  lasciare  intendere,  ma  dire  precisamente,  no.  Una  di  quelle
  disgrazie,  o,  a  dir  dei medici,  fenomeni che,  rari,  ma pare sogliano
  avvenire.  Avete insomma veduto quei bei palloni colorati che  si  comprano
  per i bambini nelle fiere,  che a soffiar nel cannellino si gonfiano e poi,
  a levare il dito, si sgonfiano sonando? Cos, ma senza suono.  Insomma,  il
  figlio, fatto d'aria, sfum.
  Immaginatevi  quel  poveretto  dopo tanta allegrezza,  la mortificazione di
  doverlo annunziare,  la prima volta.  La seconda almeno  se  la  risparmi,
  perch  ebbe  la prudenza di non far sapere a nessuno che la moglie credeva
  d'essere di nuovo incinta. La terza... Ecco, fu per pura combinazione,  per
  uno di quei casi non cercati che vengono a proposito e si dicono mandati da
  Dio,  bench a una che faccia professione di portare al mondo dei figliuoli
  accadano di frequente.
  - Io? Osi venir da me, ragazza mia,  per queste cose?  E non sai che c' la
  galera?  Nascondi quanto vuoi,  poi si viene a sapere, e chi ci andrebbe di
  mezzo, sarei io. No, no. E poi, peccato mortale. Non te lo credevi, eh,  lo
  so; dite tutte cos; ma  pure da aspettarselo, quando si fanno certe cose.
  E ora vieni da me, perch io abbia piet?
  Era per, veramente, una di cui non si sarebbe detto che l'avesse fatto per
  vizio,  e  nemmeno  sapendo  il  male  che  si  faceva;  una  ragazzona  di
  diciassett'anni,  pastosa e vermiglia  come  una  pesca,  con  certi  occhi
  abbambolati,  che ci s'era trovata senza sapere come, presa alla sprovvista
  mentre,  s,  un po' per ridere,  faceva all'amore,  alla guerriera,  e non
  capiva bene dove alla fine,  nel calore dello scherzo,  abbandonandosi,  si
  pu arrivare.
  Ora, ecco, senza far male a nessuno, anzi, com'ho detto, facendo il bene di
  tutti, si combin cos: che lei, la ragazza,  non doveva far saper niente a
  nessuno,  nemmeno alla sua mamma;  si sarebbe messa a servizio di una certa
  signora,  la quale al contrario avrebbe fatto sapere a tutti che  aspettava
  per  la  terza  volta un bambino,  e che questa volta sperava di portarlo a
  compimento,  andando per consiglio del  medico  a  maturarlo  in  campagna,
  all'aria  sana;  l  nessuno  le  avrebbe  vedute,  ma  con  discrezione  e
  senz'esagerare; anzi la signora, che pareva veramente incinta,  si sarebbe,
  occorrendo,  mostrata:  in  modo  che  la cosa venisse naturale.  S,  sono
  incinta,  ma che c'entra?  se c' bisogno,  eccomi qua;  e  anche  lei,  la
  servetta,  fino  a tanto che la grossezza non avesse dato nell'occhio,  per
  quanto in campagna a queste cose non ci si bada; alla fine,  al momento del
  parto,  i gridi dell'una sarebbero parsi quelli dell'altra, e il bambino da
  un letto, appena nato, sarebbe passato all'altro,  senza che lei nemmeno lo
  vedesse.  Tanto,  non lo voleva.  L'avrebbe avuto l'altra che lo desiderava
  invece cos ardentemente;  e sarebbe stato ricco e felice,  mentre con lei,
  se  pure  fosse  arrivato a nascere,  chiss che disgraziato sarebbe stato,
  senza padre, senza nome, senza stato, in un ospizio di trovatelli.  E poter
  dare per giunta,  una volta tanto, a questa professione di portare al mondo
  i figliuoli in certe tane di miseria,  dove patiranno tutti  gli  stenti  e
  anche  la  fame,  la  soddisfazione  di far cangiare almeno a uno lo stato:
  invece di portarlo in un covo di spine, portarlo in un letto di rose.
  Ma era andata anche meglio di cos, perch il signore,  non contento d'aver
  salvato  dal  disonore  e  fors'anche  dal  delitto  la  ragazza,  le volle
  assegnare anche una dote di venticinque  mila  lire,  che  poi  i  maligni,
  quando  si  riseppe  ogni  cosa,  dissero  il  prezzo  del bambino,  brutto
  spilorcio,  usurajo profittatore;  venticinque mila lire per un bambino che
  avrebbe  invece salvato a lui una cos grossa eredit;  senza voler pensare
  che per quella ragazza, che non voleva esser madre,  quel bambino non aveva
  altro  prezzo che quello del peccato e del disonore;  e che quella dote era
  pur bastata a richiamare il giovine che  aveva  rovinata  la  ragazza  e  a
  fargliela sposare.  Giovani,  e con la prova gi fatta,  se avessero voluti
  altri figliuoli,  avrebbero potuto farne a piacer  loro,  senza  tener  pi
  conto di quel primo,  che davvero non era poi da compiangere, ricco e beato
  in una casa di signori.
  Tutto,  cos,  era andato liscio in porto: il matrimonio dei  giovani,  col
  pagamento della dote gi fissato in un assegno da riscuotere subito dopo il
  parto;  la gravidanza della signora che sembr vera a tutti, e quella della
  ragazza di cui non riusc ad accorgersi n  a  sospettar  nessuno;  ma  che
  paura nera,  specie negli ultimi mesi, a sentirsi, sotto certi occhi che le
  guardavano,  come inghiottite dalla finzione che facevano,  l'una  d'essere
  incinta,  e l'altra di non esserlo;  lui, il signore, si faceva rivedere in
  citt di tanto in tanto;  riportava ai parenti e agli amici i progressi del
  nascituro, attecchito per davvero questa volta. Ma s! figurarsi che gi si
  moveva; gliel'aveva fatto tastar con la mano la moglie (ed era lei, invece,
  la  moglie,  che  l'aveva  tastato  con  la  mano sul ventre della ragazza,
  esclamando con un tremore di  gioja  e  di  ribrezzo  insieme:  -  Uh,  s,
  davvero,  gi tira i calcetti!  tira i calcetti!),  e poi la felice nascita
  del bambino,  denunciata e iscritta sotto il nome  dei  finti  genitori:  e
  assicurata cos in tempo la grossa eredit.
  Fu il buon cuore.  La colpa fu proprio soltanto del buon cuore,  all'ultimo
  momento,  allorch la signora,  con tutto quel suo bel  seno  di  cera,  da
  tenere  esposto  tra  i  merletti in vetrina,  si trov senza una goccia di
  latte da dare al bambino affamato,  mentre di l la ragazza  spasimava  col
  petto  gonfio,  da  cui  il  latte  sprizzava  come  da due fontanelle.  Si
  perdettero proprio per questo: per quel latte che sprizzava  e  per  quella
  boccuccia di bimbo che voleva succhiare.
  Tant'  vero che avviene sempre cos,  che pi d'ogni ingegno vale la forza
  della natura. Dovevano aver pronta una blia in citt, e subito partire col
  bambino, senza nemmeno lasciarlo vedere alla ragazza;  invece la signora si
  impietos,  pens che nessun'altra, meglio della madre vera, avrebbe potuto
  allattare il bambino, e corse lei stessa ad attaccarglielo al petto.  Tutto
  il  male  venne  di qui.  Combinarono che,  ritornati in citt,  la ragazza
  avrebbe figurato da blia; tanto il marito gi l'aveva con s.  Ma appunto,
  gi col marito accanto, ch'era il padre vero del bambino, la madre, che per
  nove  mesi l'aveva portato in s e poi con tanto dolore partorito,  ora che
  se lo serrava tra le braccia,  attaccato al petto suo,  carne  sua,  sangue
  suo, poteva pi darlo a un'altra?
  S, c'erano i patti, c'erano tutte le ragioni in contrario, tutti falsi che
  ora si sarebbero scoperti,  l'eredit perduta,  e la prigione,  la prigione
  per tutti. Ebbene, la prigione, ma il figlio no; il figlio quella madre non
  lo poteva pi dare a nessuno ora che se l'era attaccato al seno: era suo  e
  non lo poteva pi dare a nessuno.
  Cos furono tutti imprigionati,  il signore,  la signora,  la levatrice, il
  giovine, la ragazza e per forza anche il bambino con lei. Tutti,  sotto una
  diversa  imputazione;  e  sotto pi imputazioni,  una pi grave dell'altra,
  ciascuno; e alla fine, imprigionati per nulla,  perch per le furie con cui
  la  ragazza  aveva  difeso  il  bambino contro tutti e contro il suo stesso
  marito,  il latte le si guast e  in  carcere  il  bambino  mor,  e  tutti
  rimasero come statue di sale in attesa della condanna, a mani vuote.


                                 LA TARTARUGA





  Parr  strano,  ma anche in America c' chi crede che le tartarughe portino
  fortuna.  Da che sia nata una tale credenza,  non si sa.  E' certo per che
  loro, le tartarughe, non mostrano d'averne il minimo sospetto.
  Mister  Myshkow ha un amico che ne  convintissimo.  Giuoca in borsa e ogni
  mattina,  prima d'andare a giocare,  mette la sua tartaruga davanti  a  uno
  scalino: se la tartaruga accenna di voler salire,  sicuro che i titoli che
  lui  vuol  giocare,  saliranno;  se ritira la testa e le zampe,  resteranno
  fermi; se si volta e fa per andarsene, lui giuoca senz'altro al ribasso.  E
  non ha mai sbagliato.
  Detto questo, entra in un negozio dove si vendono tartarughe; ne compra una
  e la mette in mano a Mister Myshkow:
  - Approfitttene.
  Mister Myshkow  molto sensibile: portandosi in casa la tartaruga (ih! ah!)
  freme in tutta l'elastica personcina pienotta e sanguigna per brividi,  che
  son forse di piacere, ma anche di ribrezzo un po'. Non si cura se gli altri
  per via si voltino a guardarlo con quella tartaruga in mano;  lui freme  al
  pensiero  che quella che pare una pietra inerte e fredda,  non  una pietra
  no,  abitata dentro da una misteriosa bestiola che da un momento all'altro
  pu cacciar fuori,  sulla sua mano,  quattro zampini biechi rasposi  e  una
  testina di vecchia monaca rugosa.  Speriamo che non lo faccia. Forse Mister
  Myshkow la getterebbe a terra, raccapricciando da capo a piedi.

  In casa, non si pu dire che i suoi due figli,  Helen e John,  facciano una
  gran festa alla tartaruga,  appena lui la posa come un ciottolo sul tappeto
  del salotto.
  Non  credibile quanto vecchi appajano gli occhi dei due  figli  di  Mister
  Myshkow a confronto con quelli bambinissimi del padre.
  I  due  ragazzi,  su  quella tartaruga posata come un ciottolo sul tappeto,
  fanno cadere il peso insopportabile dei loro quattro occhi di  piombo.  Poi
  guardano il padre con una cos ferma convinzione che non potr dar loro una
  spiegazione  plausibile  della cosa inaudita che ha osato fare,  posare una
  tartaruga sul tappeto del salotto,  che il povero Mister Myshkow  si  sente
  subito  appassire;  apre  le mani;  apre le labbra a un sorriso vano e dice
  che,  dopo tutto,  quella non  altro che  un'innocua  tartaruga  con  cui,
  volendo, si pu anche giocare.
  Da quel brav'uomo ch' sempre stato, un po' ragazzone, vuol darne la prova:
  si butta carponi sul tappeto e cautamente, con garbo, si prova a spinger di
  dietro  la  tartaruga per persuaderla cos a cacciar fuori gli zampini e la
  testa e farla muovere. Ma s, Dio mio,  non foss'altro,  per rendersi conto
  della  bella  gaja casa tutta vetri e specchi,  dove lui l'ha portata.  Non
  s'aspetta che suo figlio John trovi d'improvviso e senza tante cerimonie un
  pi spiccio espediente per fare uscir  la  tartaruga  da  quello  stato  di
  pietra  in cui s'ostina a restare.  Con la punta del piede John la rovescia
  sulla scaglia,  e subito allora si vede la  bestiolina  armeggiar  con  gli
  zampini  e  spinger col capo penosamente per tentar di rimettersi nella sua
  posizione naturale.
  Helen,  a quella vista,  senza punto alterare  i  suoi  occhi  da  vecchia,
  sghignazza   come   una  carrucola  di  pozzo  arrugginita  per  la  caduta
  precipitosa d'un secchio impazzito.
  Non c',  come si vede,  da parte dei ragazzi alcun rispetto della  fortuna
  che  le  tartarughe  sogliono  portare.  C'  al  contrario la pi lampante
  dimostrazione che tutti e due la sopporteranno  solo  a  patto  ch'essa  si
  presti  a  esser  considerata  da  loro come uno stupidissimo giocattolo da
  trattare cos,  con la punta del piede.  Il che a Mister  Myshkow  dispiace
  moltissimo.  Guarda la tartaruga, rimessa subito a posto da lui e ritornata
  al suo stato di pietra;  guarda gli occhi dei suoi ragazzi,  e  avverte  di
  colpo  una misteriosa relazione che lo turba profondamente tra la vecchiaja
  di quegli occhi e la secolare  inerzia  di  pietra  di  quella  bestia  sul
  tappeto.  E'  preso  di sgomento per la sua inguaribile giovanilit,  in un
  mondo che  accusa  con  relazioni  cos  lontane  e  inopinate  la  propria
  decrepitezza:  lo  sgomenta  che lui,  senza saperlo,  sia forse rimasto ad
  aspettare qualcosa che non arriver mai pi,  dato che ormai sulla terra  i
  bambini nascono centenari come le tartarughe.
  Torna ad aprire le labbra al suo vano sorriso, pi smorto che mai, e non ha
  il  coraggio  di  confessare  per qual ragione il suo amico gli ha regalato
  quella tartaruga.
  Ha una rara ignoranza di vita Mister Myshkow.  La vita per lui  non    mai
  nulla  di  preciso,  n  ha  alcun  peso  di cose sapute.  Gli pu accadere
  benissimo qualche mattina,  vedendosi nudo con una gamba alzata per entrare
  nella  vasca da bagno,  di restare stranamente impressionato del suo stesso
  corpo, come se, in quarantadue anni che lo ha,  non l'abbia mai veduto e se
  lo scopra adesso per la prima volta.  Un corpo,  Dio mio, non presentabile,
  cos nudo,  senza una  grande  vergogna,  neppure  ai  suoi  propri  occhi.
  Preferisce  ignorarselo.  Ma  fa un gran caso tuttavia del fatto che non ha
  mai pensato che con questo corpo,  cos com' in tante parti che nessuno di
  solito vede,  nascoste sotto gli abiti e la calzatura, per quarantadue anni
  lui s' aggirato nella vita.  Non gli par credibile che tutta la  sua  vita
  lui l'abbia vissuta in quel suo corpo.  No,  no.  Chi sa dove, chi sa dove,
  senz'accorgersene. Forse ha sempre sorvolato, di cosa in cosa, tra le tante
  che gli sono occorse fin dall'infanzia,  quando certamente il suo corpo non
  era  questo,  e  chi  sa  come era.  E' davvero una pena e uno sgomento non
  riuscire a spiegarsi perch il proprio corpo debba  essere  necessariamente
  quello  che ,  e non un altro diverso.  Meglio non pensarci.  E nel bagno,
  torna a sorridere del suo vano sorriso,  ignorando di trovarsi  gi  da  un
  pezzo  nella  vasca.  Ah,  quelle  luminose tendine di mussola insaldate ai
  vetri della grande finestra,  e di su quelle bacchette d'ottone quel  lieve
  grazioso  dondolo  nell'aria  primaverile delle cime degli alti alberi del
  parco. Ora lui si sta asciugando quel corpo veramente brutto; ma deve,  pur
  non di meno, convenire che la vita  bella, e tutta da godere anche in quel
  suo corpaccio che intanto,  chi sa come,  potuto entrare nella pi segreta
  intimit con una donna talmente impenetrabile qual  Mistress Myshkow,  sua
  moglie.
  Da  nove anni ch' ammogliato,  lui  come avvolto e sospeso nel mistero di
  quella sua unione inverosimile con Mistress Myshkow.
  Non ha mai osato farsi avanti, senza restare incerto,  dopo ogni passo,  se
  potesse  darne  un  altro;  e  cos  alla  fine  ha  provato sempre come un
  formicolo d'apprensione in tutto il corpo e  di  sbigottimento  nell'anima
  nel  trovarsi  arrivato  gi parecchio lontano per tutti quei passi sospesi
  che gli han lasciato fare. Doveva s o no inferire che dunque doveva farli?
  Cos,  un bel giorno,  quasi senz'esserne certo,  s'era trovato  marito  di
  Mistress Myshkow.
  Lei   ancora,  dopo nove anni,  cos distaccata e isolata da tutto,  dalla
  propria bellezza di statuetta di porcellana e cos chiusa e smaltata in  un
  modo d'essere cos impenetrabilmente suo,  che proprio pare impossibile che
  abbia trovato il modo d'unirsi in matrimonio con un uomo cos  di  carne  e
  sanguigno  come  lui.  Si  capisce  invece benissimo come dalla loro unione
  siano potuti nascere quei due figli imbozzacchiti. Forse, se Mister Myshkow
  avesse potuto portarli in grembo lui,  invece della moglie,  non  sarebbero
  nati  cos;  ma dovette portarli in grembo lei,  per nove mesi ciascuno,  e
  allora,  concepiti probabilmente interi fin dal  principio  e  costretti  a
  rimanere chiusi per tanto tempo in un ventre di majolica,  come confetti in
  una scatola, ecco,  s'erano cos tremendamente invecchiati prima ancora che
  nascessero.
  Per  tutti  i  nove  anni  di  matrimonio  lui  naturalmente    vissuto in
  apprensione continua che Mistress Myshkow trovasse in  qualche  sua  parola
  impensata o gesto inopinato il pretesto di domandare il divorzio.  Il primo
  giorno di matrimonio era stato per lui il pi terribile perch, come si pu
  facilmente immaginare,  c'era arrivato non ben sicuro che Mistress  Myshkow
  sapesse  che  cosa  lui  dovesse  fare  per potersi dire effettivamente suo
  marito.  Ma poi non gli aveva lasciato  intendere  in  alcun  modo  che  si
  ricordasse  della confidenza che lui s'era presa.  Proprio come se nulla ci
  avesse mai messo di suo,  perch lui se la  potesse  prendere,  e  lei  poi
  ricordare.  Eppure una prima figliuola,  Helen, era nata; e poi era nato un
  secondo figliuolo,  John.  Mai niente.  Senza dar segno di nulla,  se n'era
  andata  tutt'e  due  le  volte  alla clinica e,  dopo un mese e mezzo,  era
  rientrata in casa,  la prima volta con una bambina  e  la  seconda  con  un
  bambino,  l'uno  pi  vecchio  dell'altra.  Cosa  da far cadere le braccia.
  Divieto assoluto, tutt'e due le volte, d'andarle a far visita alla clinica.
  Cosicch lui,  non essendosi potuto accorgere n la  prima  n  la  seconda
  volta  che  lei  fosse  incinta e non sapendo poi nulla n delle doglie del
  parto n della nascita,  s'era trovati in casa  quei  due  figli  come  due
  cagnolini  comperati  in  viaggio,  senza nessuna vera certezza che fossero
  nati da lei e che fossero suoi.
  Ma non ne ha il minimo dubbio Mister Myshkow, tanto che crede d'avere ormai
  in quei due figli una prova antichissima e per ben due volte collaudata che
  Mistress Myshkow trova nella convivenza con lui  un  compenso  adeguato  ai
  dolori che il mettere al mondo due figliuoli deve costare.
  Non riesce perci a rinvenire dallo stupore allorch sua moglie, rientrando
  in  casa quel giorno da una visita alla madre scesa in albergo e prossima a
  ripartire per l'Inghilterra,  e trovandolo ancora in ginocchio sul  tappeto
  del  salotto  davanti  a  quella tartaruga,  tra la derisione sguajatamente
  fredda di quei due figli,  non gli dice nulla,  o  meglio  gli  dice  tutto
  voltando  senz'altro  le  spalle  e  ritornando immediatamente da sua madre
  all'albergo,  da cui dopo circa un'ora gli manda un  biglietto,  nel  quale
  perentoriamente  scritto che,  o via da casa quella tartaruga,  o via lei:
  se ne partir, fra tre giorni con la madre per l'Inghilterra.
  Appena pu rimettersi a pensare, Mister Myshkow comprende subito che quella
  tartaruga non pu esser altro che un pretesto. Cos poco serio,  via.  Cos
  facile a levar di mezzo!  Eppure, proprio per questo, forse pi inovviabile
  che se la moglie gli abbia posto per condizione  di  cangiar  di  corpo,  e
  almeno  di levarsi dalla faccia il naso per sostituirlo con un altro di suo
  maggiore gradimento.
  Ma non vuole che manchi per lui.  Risponde alla moglie che ritorni  pure  a
  casa: lui andr a metter fuori in qualche posto la tartaruga.  Non ci tiene
  affatto ad averla in casa.  L'ha presa perch gli  hanno  detto  che  porta
  fortuna;  ma, agiato com', e con una moglie come lei, e con due figli come
  i loro, che bisogno ne ha lui? che altra fortuna avrebbe da desiderare?
  Va fuori, di nuovo con la tartaruga in mano, per lasciarla in qualche posto
  che alla povera bestiola scontrosa possa convenire pi che la sua casa. S'
  fatto sera e lui se ne avvede soltanto ora e se ne meraviglia. Pur abituato
  com' alla vista fantasmagorica di quella sua enorme citt, ha sempre occhi
  nuovi per lasciarsene stupire e anche immalinconire un po',  se pensa che a
  tutte  quelle  prodigiose  costruzioni    negato  di imporsi come durevoli
  monumenti e stan l come colossali e provvisorie  apparenze  di  un'immensa
  fiera, con quegl'immobili sprazzi di variopinte luminarie che danno a lungo
  andare  una  tristezza  infinita,  e  tant'altre cose ugualmente precarie e
  mutevoli.
  Camminando,  si dimentica d'avere in  mano  la  tartaruga,  ma  poi  se  ne
  sovviene  e  riflette che avrebbe fatto meglio a lasciarla nel parco vicino
  alla sua casa;  invece s'  diretto  verso  il  negozio  dov'essa    stata
  comperata, alla 49ma Strada.
  Seguita  ad  andare,  pur  essendo  certo che a quell'ora trover chiuso il
  negozio.  Ma si direbbe che tanto la sua tristezza quanto la sua stanchezza
  hanno  proprio  bisogno  di  andare  a  sbatter  la faccia contro una porta
  chiusa.
  Arrivato, sta un po' a guardare la porta del negozio chiusa effettivamente,
  e poi si guarda in mano la tartaruga.  Che  farne?  Lasciarla  l  davanti?
  Sente  passare  un  tass  e  lo  prende.  Ne  scender  a  un certo punto,
  lasciandovi dentro la tartaruga.
  Peccato che la bestiola,  cos ancora rintanata nel suo guscio,  non dia  a
  vedere  d'avere molta fantasia.  Sarebbe piacevole immaginare una tartaruga
  in viaggio di notte per le strade di New York.
  No no. Mister Myshkow se ne pente,  come d'una crudelt.  Scende dal tass.
  E'  ormai vicina la Park Avenue,  con l'interminabile fila delle ajuole nel
  mezzo, dalle ringhierine a canestro.  Pensa di lasciare la tartaruga in una
  di  quelle  ajuole;  ma  appena  ve la posa,  ecco che gli salta addosso un
  poliziotto che  di guardia al traffico nel crocicchio della  50ma  Strada,
  sotto una delle gigantesche torri del Wardolf Astoria. Quel poliziotto vuol
  sapere  che  cosa  ha  posato in quell'ajuola.  Una bomba?  Non proprio una
  bomba,  no.  E Mister Myshkow gli sorride per dargli a vedere  che  non  ne
  sarebbe  capace.  Semplicemente  una tartaruga.  Quello allora gl'impone di
  ritirarla subito.  Proibito introdurre  bestie  nelle  ajuole.  Ma  quella?
  Quella  piuttosto una pietra che una bestia,  vuol fargli osservare Mister
  Myshkow;  non crede che possa disturbare;  e poi lui,  per gravi motivi  di
  famiglia,  ha bisogno assolutamente di disfarsene.  Il poliziotto crede che
  voglia prenderlo in giro e si  fa  brutto.  Subito  allora  Mister  Myshkow
  ritira dall'ajuola la tartaruga che non s' mossa.
  - M'hanno detto che porta fortuna,  - soggiunge sorridente.  - Non vorreste
  prenderla voi? Ve la offro.
  Quello si scrolla furiosamente e con impero gli accenna di  levarglisi  dai
  piedi.
  Ed ecco ora di nuovo Mister Myshkow con quella tartaruga in mano, in grande
  imbarazzo. Oh Dio, potrebbe lasciarla dovunque, anche in mezzo alla strada,
  appena  fuori  della  vista di quel poliziotto che l'ha guardato cos male,
  evidentemente perch non ha creduto ai gravi motivi di famiglia.  Tutt'a un
  tratto,  si ferma al baleno di un'idea. S,  senza dubbio un pretesto, per
  la moglie,  quella tartaruga,  e levato di mezzo  questo,  lei  ne  trover
  subito un altro; ma difficilmente potr trovarne uno pi ridicolo di questo
  e  che pi di questo possa darle torto davanti al giudice e a tutti quanti.
  Sarebbe sciocco,  dunque,  non valersene.  L per l decide di rientrare in
  casa con la tartaruga.
  Trova  la moglie nel salotto.  Senza dirle nulla si china e le posa davanti
  sul tappeto la tartaruga, l, come un ciottolo.
  La moglie balza in piedi, corre in camera, gli si ripresenta col cappellino
  in capo.
  - Dir al giudice che alla compagnia  di  vostra  moglie  preferite  quella
  della vostra tartaruga.
  E se ne va.
  Come se la bestiola dal tappeto l'abbia intesa, sfodera di scatto i quattro
  zampini,  la coda e la testa e dondolando,  quasi ballando, si muove per il
  salotto.
  Mister Myshkow non pu fare a meno di rallegrarsene, ma timidamente;  batte
  le  mani piano piano,  e gli pare,  guardandola,  di dover riconoscere,  ma
  senza esserne proprio convinto:
  - La fortuna! La fortuna!











                            FORTUNA D'ESSER CAVALLO





  La stalla  l,  dietro la porta chiusa,  subito dopo l'entrata nel cortile
  rustico in pendo, dall'acciottolato logoro e la cisterna in mezzo.
  La porta  imporrita;  verde un tempo, ora ha quasi perduto il colore; come
  la casa,  quello gialligno dell'intonaco,  per cui appare la pi vecchia  e
  misera del sobborgo.
  Questa  mattina  all'alba  la  porta    stata  chiusa  da fuori col grosso
  catenaccio arrugginito;  e il cavallo che era nella stalla    stato  messo
  fuori  e lasciato l davanti,  chi sa perch,  senza n briglia n sella n
  bisaccia; senza nemmeno la capezza.
  Vi sta paziente,  quasi immobile,  da parecchie ore.  Sente  attraverso  la
  porta chiusa l'odore della sua stalla l prossima,  l'odore del cortile;  e
  pare che di tanto in tanto, aspirandolo con le froge dilatate, sospiri.
  Risponde curiosamente a ogni sospiro un fremito  nervoso  del  cuojo  sulla
  schiena, dov' il segno d'un vecchio guidalesco.
  Cos  libero d'ogni guarnimento,  la testa e tutto il corpo,  si pu vedere
  come gli anni l'han ridotto: la testa,  quando la rialza,  ha ancora un che
  di nobile ma triste;  il corpo  una piet: il dosso, tutto nodi: sporgenti
  le costole;  i fianchi,  aguzzi;  spessa per ancora la criniera e lunga la
  coda, appena un po' spelata.
  Un cavallo che non pu servire pi a nulla, per dir la verit.
  Che cosa aspetta l davanti alla porta?
  Chi,  passando,  lo  vede,  e  sa che il padrone  gi partito dopo essersi
  portata via tutta la roba di casa per andare ad abitare in un altro  paese,
  pensa  che  qualcuno  forse verr per incarico di lui a ritirarlo;  bench,
  lasciato cos sguarnito di  tutto,  abbia  piuttosto  l'aria  d'un  cavallo
  abbandonato.
  Altri  passanti  si  fermano  a guardarlo,  e c' chi dice di sapere che il
  padrone,  prima di partire,  ha cercato in  tutti  i  modi  di  disfarsene,
  tentando  in  principio  di venderlo anche a poco prezzo,  poi offrendolo a
  tanti in dono;  anche a lui;  ma nessuno  l'ha  voluto,  nemmeno  regalato;
  neppur lui.
  Non  mangiasse,  un  cavallo,  ma mangia.  E per il servizio che quello pu
  ancora rendere cos vecchio e malandato, siamo giusti,  vi par che valga la
  spesa del fieno o anche di un po' di paglia da dargli a mangiare?
  Avere un cavallo e non saper che farsene, dev'esser pure un bell'impiccio.
  Tanti,  per levarselo, ricorrono al mezzo sbrigativo d'ucciderlo. Una palla
  di fucile costa poco. Ma non tutti hanno il cuore di farlo.
  Resta per da vedere se non   pi  crudele  abbandonarlo  cos.  Certo,  a
  vederlo  ora  davanti  la  porta chiusa d'una casa vuota e deserta,  povera
  bestia, fa una gran pena. Quasi quasi verrebbe voglia di andargli a dire in
  un orecchio che non stia pi l ad aspettare inutilmente.
  Gli avesse almeno lasciato una corda al collo per portarlo via  in  qualche
  modo;  ma  niente.  Si  vede  che i guarnimenti,  quelli s,  ha trovato da
  venderli: servono. Forse per se li sarebbe venduti lo stesso,  chiunque se
  lo  fosse  preso,  per  poi  lasciarlo  nudo ugualmente in mezzo a un'altra
  strada.
  Intanto, oh!  guardate le mosche.  Eh,  quelle non si dir mai che in tanta
  disdetta  lo  vogliano  abbandonare.  E  il  povero cavallo,  se fa qualche
  movimento,  soltanto con la coda,  per cacciarsele quando si sente pinzato
  pi  forte:  cosa  che  gli avviene di frequente,  ora che non ha pi tanto
  sangue da dar loro a succhiare facilmente.

  Ma gi s' stancato di star ritto su le zampe  e  si  piega  con  pena  sui
  ginocchi per riposarsi a terra, sempre con la testa verso la porta.
  Non pu proprio pensare d'esser libero.
  Ma gi,  un cavallo,  anche quando l'abbia davvero, la libert, gli  forse
  dato di farsene un'idea?  L'ha,  e ne gode senza  pensarci.  Quando  gliela
  levano,  dapprima per istinto si ribella; poi, addomesticato, si rassegna e
  adatta.
  Forse quello,  nato in qualche stalla,  libero non    stato  mai.  S,  da
  giovane  in  campagna  probabilmente,  lasciato  a pascolare sui prati.  Ma
  libert per modo di dire: prati chiusi da staccionate.  Se pure c'  stato,
  che ricordo pu pi averne?
  Sta  l  a  terra  finch  la  fame non lo spinge a rimettersi con maggiore
  stento in piedi; e poich da quella porta, dopo una cos lunga attesa,  non
  spera  pi  ajuto,  volta  la testa a guardar di lato,  lungo la strada del
  sobborgo. Nitrisce.  Raspa con uno zoccolo.  Pi di questo non sa fare.  Ma
  dev'esser  convinto  che    inutile,  perch poco dopo sbruffa e scuote il
  capo; poi, incerto, muove qualche passo.
  C' ormai pi d'un curioso che sta a osservarlo.
  Pure in campagna,  dove sia coltivata,  non s'ammette che un  cavallo  vada
  libero; figurarsi poi in mezzo a un abitato dove ci son donne e bambini.
  Un  cavallo  non   come un cane che pu restar senza padrone e,  se va per
  via, nessun ci fa caso.  Un cavallo  un cavallo: e se non lo sa,  lo sanno
  gli altri che lo vedono,  il corpo che ha, molto molto pi grande di quello
  d'un cane,  ingombrante;  un corpo che non riesce mai a ispirare  un'intera
  confidenza  e da cui tutti ci si guarda perch tutt'a un tratto,  non si sa
  mai, uno sfaglio imprevedibile; e poi con quegli occhi, con quel bianco che
  a volte si scopre feroce e insanguato; occhi cos tutti specchianti, con un
  brio di guizzi e certi baleni, che nessuno comprende,  d'una vita sempre in
  ansia, che pu adombrarsi di nulla.
  Non  per ingiustizia. Ma non sono gli occhi d'un cane, umani, che chiedono
  scusa o piet,  che sanno anche fingere,  con certi sguardi a cui la nostra
  ipocrisia non ha pi nulla da insegnare.
  Gli occhi d'un cavallo, ci vedi tutto, ma non ci puoi legger nulla.

  E' vero che questo,  cos mal ridotto com',  non pare a nessuno che  possa
  esser pericoloso. Ma, comunque, perch impicciarsene?
  Vada  pure;  se  qualcuno  sar  molestato,  ci penser lui a scostarlo,  a
  cacciarlo; o ci penseranno le guardie.
  Ragazzi, non tirate sassi. Vedete che non ha pi nulla addosso? Cos libero
  e sciolto, se piglia la fuga, chi lo para?
  Stiamo piuttosto a vedere tranquillamente dove va.
  Ecco,  prima da uno l che fabbrica pasta al tornio e  la  tiene  stesa  ad
  asciugare   all'aperto   su  certi  telaj  di  rete  posati  su  cavalletti
  traballanti.
  Oh Dio, se s'accosta, li fa cadere.
  Ma il pastajo accorre in tempo a pararlo e lo spinge via. Sacr...  di chi 
  questo cavallo?
  I monelli non reggono pi, gli corrono dietro, gridando, ridendo.
  - Un cavallo scappato?
  - No: abbandonato.
  - Come, abbandonato?
  - Ma cos. Lasciato dal padrone. Libero.
  -  Ah s?  Allora un cavallo che se ne va a spasso per conto suo per le vie
  del paese?
  Eh via,  d'un uomo si vorrebbe sapere se non  pazzo.  Ma d'un cavallo  che
  volete sapere?  Un cavallo sa soltanto che ha fame. Ora, pi l, allunga il
  muso verso un bel cesto d'insalata esposto fra  tanti  altri  davanti  alla
  bottega d'un erbivendolo.
  E' respinto malamente anche da l.
  Alle  botte   avvezzo,  e se le prenderebbe in pace,  se poi con questo lo
  lasciassero mangiare.  Ma proprio non vogliono che mangi.  Pi resiste  per
  dimostrare che non gl'importa delle botte,  e pi gli storcono il collo per
  tenergli il  muso  lontano  da  quel  bel  cesto  di  insalata.  E  la  sua
  ostinazione fa ridere.  Ma ci vuol tanto a comprendere che quell'insalata 
  l esposta per esser venduta a chi voglia mangiarsela?  E'  una  cosa  cos
  semplice.  E,  perch il cavallo dimostra di non comprenderla, tutte quelle
  risa sguajate.
  Bestia!  non  ha  neppure  un  filo  di  paglia  da  mangiare,  e  vorrebbe
  l'insalata.
  Nessuno s'immagina che una bestia,  dal canto suo, pu vedere in tutt'altro
  modo, veramente pi semplice, la cosa. Ma nulla da fare.
  E il cavallo se ne va, col seguito di tutti quei monelli, i quali,  dopo la
  bella dimostrazione data,  di sapersi pigliar le botte cos in pace, chi li
  tiene pi? Gli fanno attorno una gazzarra d'inferno. Tanto che il cavallo a
  un certo punto si ferma stordito, come per cercare il modo di farla finita.
  Accorre un vecchio ad ammonire i monelli che coi cavalli non si scherza.
  - Ecco, vedete?
  La prova giova per un momento.  I monelli riprendono a seguire  il  cavallo
  tenendosi a distanza. Dove va?
  Avanti.  Senza pi osare accostarsi ad altre botteghe,  attraversa tutta la
  strada del sobborgo in cima al colle,  e dove questa comincia a discendere,
  disabitata per un lungo tratto, si riferma indeciso.
  E' chiaro che non sa pi dove andare.
  Spira,  in  quel  tratto di strada,  un po' di vento.  E il cavallo alza la
  testa, come a berlo,  e socchiude gli occhi,  forse perch vi sente l'odore
  dell'erba lontana, dei campi.
  Resta l fermo a lungo,  a lungo,  cos con gli occhi socchiusi e il ciuffo
  che, ai soffi di quel vento, gli si muove lieve sulla fronte dura.

  Ma non commoviamoci. Non dimentichiamo la fortuna che ha quel cavallo, come
  ogni altro: la fortuna d'esser cavallo.
  Se i primi monelli si sono alla fine stancati di starlo a guardare e se  ne
  sono  andati,  altri  e  altri in pi gran numero gli fanno allegro codazzo
  quando sul tardi,  venendo chi sa di dove come nuovo,  stranamente esaltato
  da  una ebbra impazienza per la fame,  ecco,  a testa alta,  si presenta in
  mezzo al corso principale del paese  e  si  pianta  l  grattando  con  uno
  zoccolo  il duro lastricato,  come per dire: comando che mi si porti subito
  da mangiare qua, qua, qua.
  Fischi,  applausi,  risa,  gridi d'ogni  genere  si  levano  a  quel  gesto
  imperioso;  la gente accorre,  lasciando i tavolini del Caff, le botteghe;
  tutti vogliono  sapere  di  quel  cavallo  -  scappato  -  non  scappato  -
  abbandonato - finch due guardie si fanno largo tra la ressa; l'una afferra
  per  la criniera il cavallo e lo trascina via,  mentre l'altra impedisce ai
  monelli di seguirlo, ributtandoli indietro.
  Condotto fuori dell'abitato, dopo le ultime case e le fabbriche, passato il
  ponte, il cavallo, che non s' reso conto di nulla,  una sola cosa avverte:
  l'odore dell'erba,  questa volta vicina,  l sulle prode della strada oltre
  il ponte, che conduce alla campagna.
  Perch tra le tante disgrazie che gli possono  occorrere,  capitando  sotto
  gli  uomini,  un  cavallo  ha almeno sempre questa fortuna: che non pensa a
  nulla.  Nemmeno d'esser libero.  N dove o come andr a finire.  Nulla.  Lo
  cacceranno da per tutto? Lo butteranno a sfragellarsi in un burrone?
  Ora,  per il momento, mangia l'erba della proda. La sera  mite. Il cielo 
  stellato. Domani sar quel che sar.
  Non ci pensa.



                                   UNA SFIDA





  Forse Jacob Shwarb non pensava nulla di male. Solo,  forse,  di far saltare
  tutto il mondo con la dinamite.  Ma sarebbe stato male,  certo, far saltare
  uno solo. Tutto il mondo, con la dinamite, non voleva dire proprio nulla. A
  ogni buon fine,  credeva gli convenisse tener la fronte nascosta  sotto  un
  gran ciuffo arruffato di capelli rossastri.
  Gran ciuffo. Mani affondate nelle tasche dei calzoni. Operajo disoccupato.
  Si  ribell  quando,  ammesso  all'ISRAEL ZION HOSPITAL di Brooklyn per una
  grave malattia  di  fegato,  fu  tosato.  Senza  pi  i  capelli,  ebbe  la
  sensazione  che gli fosse quasi svanita la testa.  Se la cerc con le mani.
  Non gli parve pi la sua e s'infuri.
  Voleva sapere se,  con  questa  soperchieria  che  gli  avevano  fatta,  lo
  volevano considerare pi come ergastolano che come ammalato.
  Motivo d'igiene?
  Se n'infischiava lui dell'igiene.
  Oh guarda un po'!
  Meno  male  che,  in  mancanza  di capelli,  gli restavano ancora le grosse
  sopracciglia spioventi,  sempre aggrottate,  per covare negli occhi torbidi
  il rancore contro tutti e contro la vita stessa.

  Per  tutto il tempo che rimase all'ospedale,  Jacob Shwarb non pot dire di
  che colore propriamente fosse, se pi giallo o pi verde, a causa di quella
  malattia di fegato che gli diede tormenti senza fine e un umore che si  pu
  bene immaginare.
  Coliche terribili.
  D'estate,  due  mesi,  in  una  corsia  dove di giorno e di notte tutti gli
  ammalati si lamentavano e chi non si  lamentava  pi  segno  ch'era  morto;
  smanie,  sbuffi;  coperte che facevano il pallone ora su un letto ora su un
  altro o,  in un moto d'esasperazione,  erano  buttate  all'aria,  e  subito
  allora un accorrere precipitoso d'infermieri o di sorveglianti notturni.
  Jacob  Shwarb  li  conosceva tutti a uno a uno quei sorveglianti notturni e
  per ciascuno aveva un'antipatia particolare.  Particolarissima,  quella per
  un certo Jo Kurtz che talvolta,  per la stizza che gli suscitava, lo faceva
  perfino ridere;  s'intende di quel riso che fanno i  cani  quando  vogliono
  mordere.
  Infatti   questo  Jo  Kurtz  aveva  un  modo  tutto  suo  speciale  d'esser
  dispettoso.  Non parlava mai,  se non proprio forzato;  non  faceva  nulla;
  sorrideva  soltanto d'un frigido sorriso che,  non contento di stirargli la
  bocca dalle labbra bianche e sottili,  gli s'appuntiva  anche  negli  occhi
  pallidi  bigi;  e  sempre teneva la testa piegata su una spalla,  una testa
  d'avorio senza un pelo;  e sempre come appese al petto,  sul  lungo  cmice
  bianco, le grosse mani slavate.
  Forse  non  capiva  quale  e quanta incompatibilit ci fosse tra questo suo
  perpetuo sorriso e i lamenti continui dei poveri ammalati, perch veramente
  non si poteva ammettere che, capendolo, potesse seguitare a sorridere cos.
  Tranne che,  all'insaputa degli  ammalati,  tutti  quei  loro  lamenti  non
  avessero  ai suoi orecchi un che di comico e piacevole,  fatti com'erano in
  vari toni, con diversa intensit,  alcuni per abitudine,  altri per un modo
  di  darsi  sfogo  o conforto,  e tutti insomma tali da comporre per lui una
  curiosa e divertente sinfonia.
  Costretto a vegliar tutta la notte,  ognuno s'ajuta contro  il  sonno  come
  pu.
  Ma poi anche Jo Kutz aveva forse da sorridere cos ai suoi pensieri. Poteva
  anche  essere  innamorato,  sebbene  in  tarda  et.  E forse da tutti quei
  lamenti s'astraeva in un beato silenzio ch'era  soltanto  della  sua  anima
  bennata.

  Ora,  una  notte  che  la corsia era insolitamente calma e lui solo,  Jacob
  Shwarb,  soffriva di non trovar pi requie un momento in quel letto che  da
  due  mesi  sapeva  tutti  i  suoi  tormenti,  era appunto di guardia questo
  sorvegliante Jo Kurtz.
  Spente tutte le lampade, tranne quella per il sorvegliante, riparata da una
  vntola di mantino verde sul tavolino della parete di fondo, un gran chiaro
  di luna entra da tutti i finestroni della corsia e segnatamente  da  quello
  pi grande, aperto, nel mezzo della parete dirimpetto.
  Comprimendo  quanto  pi pu gli spasimi Jacob Shwarb osserva dal suo letto
  Jo Kurtz seduto davanti al tavolino con la faccia d'avorio illuminata dalla
  lampada e,  per quanto abbia in odio l'umanit,  si domanda come  si  possa
  sorridere a quel modo,  come si possa restare cos indifferente,  stando di
  guardia ad una corsia d'ospedale  dove  un  ammalato  si  dibatta  come  si
  dibatte  lui;  in  un orgasmo crescente di punto in punto fin quasi a farlo
  diventar pazzo, pazzo,  pazzo.  All'improvviso,  chi sa come,  gli salta in
  mente un'idea: quella di vedere se Jo Kurtz rimarr cos, se ora lui lascia
  il letto e va a buttarsi da quel finestrone aperto in fondo alla corsia.
  Non  vede  ancor  chiaro da che sorga propriamente in lui cos d'improvviso
  questa idea:  se  pi  dall'esasperazione  ormai  incontenibile  della  sua
  sofferenza, che gli appare ferocemente ingiusta in quella notte di calma di
  tutta la corsia, o pi dal dispetto che gli fa Jo Kurtz.
  Fino  al  momento  di  lasciare  il  letto non sa ancor bene se la sua vera
  intenzione sia quella d'andarsi a buttare dalla finestra o non piuttosto di
  mettere a  prova  quella  indifferenza  di  Jo  Kurtz,  di  sfidare  quella
  sorridente placidit per il disperato bisogno d'offrirsi uno sfogo con lui:
  con  lui che certamente ha l'obbligo d'accorrere a trattenerlo,  vedendogli
  lasciare il letto senza prima averne ottenuto il permesso.
  Il fatto  che Jacob Shwarb butta all'aria le coperte e  springa  ritto  in
  piedi,  proprio in atto di sfida,  sotto gli occhi di Jo Kurtz. Ma Jo Kurtz
  non solo non si muove dal tavolino, ma non si scompone nemmeno.
  D'agosto,  fa un gran caldo.  Pu credere che l'ammalato  voglia  andare  a
  prendere un po' d'aria alla finestra.
  Tutti  sanno  che lui,  Jo Kurtz,   di manica larga e indulgente verso gli
  ammalati che trasgrediscono a certe inutili prescrizioni dei medici.
  Forse,  a osservar bene addentro,  si potrebbe scoprire in quel suo sorriso
  che  lui  chiuderebbe  un  occhio,  anche  se  indovinasse che l'intenzione
  dell'ammalato  proprio quella d'andarsi a buttare dalla finestra.
  Ha  forse  il  diritto  d'impedirglielo,   lui  Jo   Kurtz,   se   poverino
  quell'ammalato  soffre  da  non  poterne pi?  Lui ne ha,  se mai,  solo il
  dovere,  perch quell'ammalato  sotto  la  sua  sorveglianza.  Ma  potendo
  seguitare  a  supporre  che  l'ammalato abbia lasciato il letto solo per un
  momentaneo refrigerio,  ecco che la sua coscienza   a  posto,  pu  render
  ragione di non essersi mosso;  e l'ammalato poi faccia quello che vuole: se
  vuol togliersi la vita, se la tolga pure;  affare suo.
  Intanto Jacob Shwarb s'aspetta  d'esser  trattenuto,  prima  d'arrivare  al
  finestrone  in  fondo  alla corsia;   gi quasi per arrivarci,  e si volta
  fremente  di  rabbia  a  guardare  Jo  Kurtz:  lo  vede  ancor  l,  seduto
  impassibile  al  suo tavolino,  e tutt'a un tratto si sente come disarmato:
  non sa pi n andare avanti n tornare indietro.
  Jo Kurtz seguita a sorridergli,  non per fargli  dispetto,  ma  per  fargli
  comprendere  che capisce benissimo che un ammalato pu aver tante necessit
  di lasciare momentaneamente il letto: basta che ne domandi,  anche  con  un
  piccolo  segno,  il permesso.  Ora pu senz'altro interpretare che con quel
  suo fermarsi a guardarlo l'ammalato gliel'abbia chiesto; china pi volte la
  testa per dirgli che sta bene e gli fa cenno con la  mano  che  vada  pure,
  vada pure.
  E' per Jacob Shwarb,  il colmo del dileggio, la risposta pi insolente alla
  sua sfida.  Ruggendo,  leva i pugni,  digrigna  i  denti,  corre  verso  il
  finestrone e si precipita gi.
  Non  muore.  Si  spezza  le gambe;  si spezza un braccio e due costole;  si
  ferisce anche gravemente alla testa.  Ma,  raccolto e curato,  guarisce  di
  tutte  le  sue  ferite  non solo,  ma per uno di quei miracoli che sogliono
  operare certi violenti insulti nervosi guarisce  anche  della  malattia  di
  fegato. Dovrebbe ringraziare Iddio, se anche a costo di tutte quelle ferite
   scampato,  fuggendo cos precipitosamente per la finestra, alla morte che
  gli era forse riserbata,  se fosse rimasto ad  aspettarla  fra  i  tormenti
  all'ospedale.  Nossignori.  Appena  guarito,  consulta  un  avvocato e cita
  l'ISRAEL ZION HOSPITAL a pagargli venti mila dollari di danni per le ferite
  riportate nella caduta.  Non ha altro mezzo  di  vendicarsi  di  Jo  Kurtz.
  L'avvocato  gli  assicura  che  l'ospedale  pagher  e  che  Jo  Kurtz sar
  certamente licenziato.  Difatti,  se  gli    avvenuto  di  buttarsi  dalla
  finestra,  la  colpa    della  negligenza  e  della  mancata  sorveglianza
  dell'ospedale.
  Il giudice gli domanda: - Ma  t'ha  forse  preso  qualcuno  e  costretto  a
  buttarti dalla finestra?  Il tuo atto fu volontario.  - Jacob Shwarb guarda
  l'avvocato, e poi risponde al giudice:
  - Nossignore. Io ero sicuro che me l'avrebbero impedito.
  - Il sorvegliante?
  - Sissignore.  Era suo obbligo.  Invece,  non si  mosse.  Aspettai  che  si
  movesse.  Gli diedi tutto il tempo;  tant' vero che, prima di buttarmi, mi
  voltai a guardarlo.
  - E lui che fece?
  - Lui? Niente.  Come fa sempre,  mi sorrise e,  con la mano,  mi fece: "vai
  pure, vai pure".
  Difatti  Jo  Kurtz,  anche  l davanti al giudice,  sorride.  Il giudice se
  n'indigna e gli domanda se  vero ci che dice Jacob Shwarb.
  - S,  Vostro Onore,  - gli rispose Jo Kurtz,  -  ma  perch  credetti  che
  volesse prendere un po' d'aria.
  Il giudice batte un pugno sulla tavola.
  - Ah, voi credete questo?
  E  condanna  l'ISRAEL  ZION  HOSPITAL  a  pagare  a Jacob Shwarb venti mila
  dollari di danni.
                                   IL CHIODO




  Il ragazzo ha confessato che, quel chiodo,  lui l'aveva trovato traversando
  una strada del quartiere negro di Harlem.  Era un grosso chiodo arrugginito
  caduto forse da un carro passato poco prima per la strada.
  Caduto apposta.
  - Come, apposta?
  Inutile sgranar gli occhi, o dare un balzo sulla seggiola. Se non si voleva
  tener conto di questo,  e del  modo  come  il  ragazzo  lo  diceva,  calmo,
  convinto,   ma   fissato   negli   occhi   vitrei  il  terrore  della  cosa
  incomprensibile e inesplicabile che gli era accaduta,  inutile seguitare  a
  interrogarlo.
  Quel  chiodo  era  l,  in mezzo alla strada deserta,  e vi spiccava in tal
  maniera che irresistibilmente attirava a s non pur lo sguardo ma anche  la
  mano di chi si fosse trovato a passare, forzato a chinarsi per raccattarlo,
  anche  senza  sapere  che  farsene,  anche per ributtarlo sulla strada poco
  dopo.
  Il ragazzo infatti dice che lui non pens mai che se  ne  sarebbe  servito;
  che  non  ci pens neppure nell'atto stesso di servirsene.  L'aveva in mano
  perch non aveva potuto fare a meno di raccattarlo;  ma non ci pensava  gi
  pi.  Il  chiodo era ormai "quieto" nella sua mano (ha detto cos,  e tutti
  hanno avuto un brivido nel sentirglielo dire), il chiodo era ormai "quieto"
  nella sua mano perch, come voleva, era stato raccattato.
  E cos, sempre a suo dire, ugualmente apposta due monelle di strada, mentre
  lui stava per svoltare da quella  dove  aveva  raccattato  il  chiodo,  due
  monelle, l'una di circa quattordici anni e l'altra appena di otto, si erano
  azzuffate tra loro.  Incendiate dentro un nembo di fuoco del sole estivo al
  tramonto,  facevano un groviglio di braccia di gambe di stracci di capelli;
  e l per l,  d'impeto,  lui s'era gettato su loro, aveva alzato il pugno e
  ficcato il chiodo in testa alla pi piccola; poi, subito dopo, ma veramente
  dopo un tempo infinito,  nel vederla morta come da sempre,  stramazzare  ai
  suoi piedi tutta insanguinata,  era restato basito tra l'orrore della gente
  accorsa.
  Perch aveva colpito la piccola e  non  la  grande  non  sapeva  dire.  Non
  conosceva  n l'una n l'altra.  Non aveva avuto tempo neppur di vederle in
  faccia.  Aveva veduto soltanto che la grande teneva acciuffata  la  piccola
  per i capelli sulle tempie,  e che questi capelli della piccola erano rossi
  di rame, e una sua mano, come artigliata, sulla faccia della grande, che le
  tirava da sotto orribilmente un occhio,  scoprendone tutto il  bianco,  fin
  quasi a farlo schizzar fuori.
  Era stato forse per quel colore dei capelli,  per quell'occhio cos tirato.
  Perch poi s'era saputo che il torto era della grande che voleva fare  alla
  piccola una soperchieria, approfittandosi della gracilit di lei, malatina,
  come s'era visto bene dal suo visino smunto affilato, che l per terra, tra
  il sangue,  era sembrato di cera, una piet, quel nasino, quella boccuccia,
  tutte quelle lentiggini.  Nessun dubbio che nella zuffa avrebbe avuto  lei,
  infine, la peggio.
  E lui con quel chiodo l'aveva uccisa.
  Ora,  dopo l'interrogatorio,  ascolta, curvo sulla seggiola, e con una cupa
  maraviglia negli occhi,  le mani gracili sui ginocchi,  segnate da  graffii
  che  forse  lui stesso s' fatti senza saperlo.  Ascolta le ragioni che gli
  altri escogitano per spiegare il suo atto.
  La sua maraviglia  che possano esser tante, queste ragioni, mentre lui non
  sa vederne nemmeno una;  tante,  e tutte parer vere e probabili sia  quelle
  escogitate in suo favore, sia quelle contro di lui.
  Ma  s,  pajono vere e probabili anche a lui,  se si lascia prendere per a
  considerarle come un costrutto di ingegnose supposizioni e  invenzioni  non
  propriamente  riferibili  a  lui  e al suo atto;  altrimenti no;  talune lo
  farebbero persino ridere, se non si sentisse trattenuto dallo sbigottimento
  e da un'altra cosa che gli  tengono  sotto  gli  occhi,  sul  tavolino  del
  giudice:  il  chiodo,  la  cui ruggine s' tinta d'un rosso pi cupo;  e da
  un'altra cosa ancora, pi terribile di tutte,  che lui si tien nascosta nel
  pi profondo del cuore,  quasi debba provarne vergogna.  Ma non  vergogna.
  E' spavento.  E trema al solo  pensiero  che  possa  essere  scoperta.  Una
  disperata  piet,  uno  sconsolato  amore  che  gli   nato e a mano a mano
  cresciuto per LEI, che solo adesso  venuto a sapere che si chiamava Betty;
  cos soltanto,  Betty;  perch cos soltanto  di  nome  era  conosciuta;  e
  nessuno infatti  venuto a presentarsi per lei.
  Con questo sentimento segreto,  che lo cuoce, non gli importa se coloro che
  parlano offendono la verit, e dicono cose contro di lui; anzi n' contento
  perch ogni cosa ingiusta che dicono gli dimostra sempre  pi  che  vera  
  invece soltanto quell'altra a cui nessuno vuol credere, di quel chiodo cio
  caduto  apposta  e  di  Betty e dell'altra ragazza che,  proprio mentre lui
  svoltava dalla strada,  si erano azzuffate ugualmente apposta perch lui da
  quella loro zuffa trascinato a menar le mani,  senza pi pensarci armato di
  quel chiodo, commettesse la feroce ingiustizia d'uccidere una innocente.
  E non  vero, Betty,  dei tuoi capelli;  che i tuoi capelli rossi non erano
  belli.  Erano belli,  erano belli e ti stavano bene.  E che importa che sul
  visino affilato abbia tutte quelle lentiggini? Se aprissi gli occhi che non
  t'ho nemmeno visti! Ah,  fosse avvenuto il miracolo  che tu,  l per terra,
  fra  tutto quel sangue,  per far passare a tutti lo spavento,  d'improvviso
  scoprissi la furbizia di due occhietti vispi.  Ma  non    avvenuto  questo
  miracolo.  Gli occhietti te li ho visti soltanto chiusi, per sempre. Forse,
  malatuccia, non potevi pi averli vispi. Non importa,  non importa: aprili,
  aprili,  Betty,  e  sorridi.  Forse ti manca qualche dentino;  non li avrai
  ancora rimessi tutti;  non importa,  sorridi.  Ma  queste  labbra  bianche,
  queste labbra bianche; bisogna lavare subito tutto questo sangue.
  Insulto epilettico? Chi dice insulto epilettico?
  Lo  dicono per lui,  e spiegano i sintomi del male.  Ma lui  sicuro di non
  aver mai provato nulla di simile.  Pu darsi che sia affetto di  quel  male
  senza  saperlo,  rimasto  nascosto  fino al momento del delitto e tutt'a un
  tratto esploso in lui?
  Se seguitano a dire di queste cose gli faranno scoppiare  il  cuore,  o  lo
  faranno impazzire.
  Ma ora dicono istinto malvagio.
  Preferisce che dicano cos,  perch non  vero.  Lui, istinto malvagio? Non
  ha mai potuto assistere senza ribellarsi alle crudelt dei suoi compagni di
  ricreazione contro qualche bestiolina o  un  insetto.  Mai  rivelato,  lui,
  istinti  malvagi.  E se credono che ne sia prova quel chiodo raccattato per
  terra, fanno ridere. Non lo conoscono.  Non parlano di lui.  Nessun istinto
  s'era  risvegliato  in  lui  nell'atto  di  raccattare  il chiodo;  l'aveva
  raccattato senza neppur pensare a quello che faceva;  ed era cos al  tutto
  alieno  che,  nel  tratto di strada prima di svoltare,  pensava soltanto al
  carro,  a un carro da cui quel chiodo poteva esser  caduto;  un  carro  che
  forse s'avviava verso la campagna lontana. Perch lui tornava proprio dalla
  campagna  in  quei  giorni,  dov'era  stato  a villeggiare con la famiglia,
  l'estate, e ne aveva visti passare tanti di quei carri lungo i sentieri tra
  le erbe alte.
  Ma,  del resto,  dicano quello che vogliono;  inventino;  facciano  le  pi
  assurde  supposizioni;  non gli importa pi di nulla:  gi lontano,  nella
  campagna di Old Lime dove ha passato l'estate;  rivede la villa e  tutti  i
  dintorni  deliziosi  nell'aria  serena;  la  barchetta  a  vela  del  padre
  ormeggiata presso la sponda del fiume, il Connecticut, pi azzurro del mare
  tra tanto verde d'intorno;   andato col padre  su  quella  barchetta  fino
  all'oceano;  pi oltre la mamma non permetteva che si andasse: la barchetta
  con tutta la vela era cos piccola;  ma la  villa  era  grande,  con  tante
  colonne per finta sulla facciata, e tutta circondata da tanti grandi alberi
  belli,  che il nonno era sicuro fossero eucalipti e il babbo diceva platani
  e faggi; eucalipti, eucalipti; platani, faggi; ma il fatto era che facevano
  tanta ombra,  che dentro la villa quasi non ci  si  vedeva  ed  era  meglio
  passare le giornate all'aperto;  del resto in campagna ci si va per questo;
  ma attento,  gli gridava dietro la madre,  di non  allontanarti  troppo;  e
  loro,  seduti  sul davanti,  restavano a spiegare agli amici che venivano a
  trovarli che quella villa era la pi antica di Old Lime,  e una  delle  pi
  antiche di tutta l'America; mentre lui o correva felice come un pazzo lungo
  le  sponde  del  fiume o si perdeva nella campagna,  in mezzo all'erba cos
  alta e spessa e che sentiva cos di tutti i succhi della  terra  che  quasi
  soffocava e ubriacava.  Ma ora non pu pi esser solo.  Ora  l in mezzo a
  tutta quell'erba,  con Betty;  vuole giocar con lei;  ma Betty dapprima non
  vuole;  poi gli d la manina, una manina ancora fredda fredda, di gelo, che
  d un brivido a toccarla;  non bisogna pi pensarci;  si china a guardarla;
  lei ora lo segue a capo chino e col ditino dell'altra mano all'angolo della
  bocca.  Vanno e vanno. Ma cos  inutile, se non debbono giocare. Non vuole
  pi giocare? Non pu? E allora? Si vuol gettare di nuovo a terra?  No!  No!
  Betty ora  guarita,  e dev'esser vispa di nuovo,  e ridere, ridere, s. Ma
  Betty si ferma e con la manina gli fa segno d'attendere un po'.  Che  cosa?
  Deve allontanarsi un momento,  un momentino solo.  Un bisogno. Lui resta un
  po' mortificato. Non gli piace che le femminucce facciano saper certe cose.
  Ma ecco che invece di lei,  dal punto dove   andata  a  nascondersi,  vien
  fuori un'altra ragazza;  no, non  quella della zuffa;  una sua cuginetta,
  grassa e brutta,  quasi della sua et,  venuta da Harlem con la  madre  per
  passare  in  campagna  tutta  la giornata;  lui non la pu soffrire.  Dov'
  andata Betty?  Eccola l lontano che corre;  ha preso questo  pretesto  per
  fuggire; ha paura di lui. No, no, Betty; lui non ti far pi male; lui dar
  la  sua  vita  per  farti  rivivere  e lascer che tu prenda in casa il suo
  posto. Ora sei qui; ci penser la mamma a lavarti bene;  e via tutti questi
  straccetti;  con un abitino nuovo ti vestir, d'un colore che ti stia bene,
  d'accordo con questi tuoi capellucci rossi,  un abitino color pervinca;  oh
  come  ora  sei  carina  cos;  peccato  che  lui non ci debba esser pi per
  vederti, se ha dato per te la sua vita;  e tu resterai sempre piccina cos,
  qua in campagna,  senza mai farti grande per nessuno;  in campagna, come in
  un paradiso, Betty.

  Non l'hanno incriminato.
  Dichiarato libero,  il ragazzo non  ha  dato  segno  di  nulla.  Ha  tratto
  soltanto un sospiro. E' sicuro che lui morr di pena per Betty.
  Ma forse non morr.  Passeranno gli anni. E forse da grande penser qualche
  volta a Betty. E la vedr, sempre piccina, che lo aspetta in campagna a Old
  Lime, con l'abitino color di pervinca sempre nuovo,  che s'accorda bene coi
  suoi capellucci rossi.













                LA SIGNORA FROLA E Il SIGNOR PONZA, SUO GENERO




  Ma insomma,  ve lo figurate?  c' da ammattire sul serio tutti quanti a non
  poter sapere chi tra i due sia il pazzo,  se questa signora Frola o  questo
  signor  Ponza,  suo  genero.  Cose  che cpitano soltanto a Valdana,  citt
  disgraziata, calamta di tutti i forestieri eccentrici!
  Pazza lei o pazzo lui;  non c' via di mezzo: uno dei due  dev'esser  pazzo
  per forza.  Perch si tratta niente meno che di questo...  Ma no,   meglio
  esporre prima con ordine.
  Sono,  vi giuro,  seriamente costernato dell'angoscia in cui vivono da  tre
  mesi  gli  abitanti di Valdana,  e poco m'importa della signora Frola e del
  signor Ponza, suo genero.  Perch,  se  vero che una grave sciagura  loro
  toccata,  non    men  vero  che uno dei due,  almeno,  ha avuto la fortuna
  d'impazzirne e l'altro l'ha ajutato,  sguita ad ajutarlo cos che  non  si
  riesce,  ripeto,  a  sapere quale dei due veramente sia pazzo;  e certo una
  consolazione meglio di questa non se la potevano dare.  Ma dico  di  tenere
  cos,  sotto quest'incubo, un'intera cittadinanza, vi par poco? togliendole
  ogni sostegno al giudizio,  per modo che  non  possa  pi  distinguere  tra
  fantasma  e  realt.  Un'angoscia,  un perpetuo sgomento.  Ciascuno si vede
  davanti, ogni giorno, quei due;  li guarda in faccia;  sa che uno dei due 
  pazzo;  li studia,  li squadra, li spia e, niente! non poter scoprire quale
  dei due;  dove sia il fantasma,  dove la  realt.  Naturalmente,  nasce  in
  ciascuno  il  sospetto pernicioso che tanto vale allora la realt quanto il
  fantasma,  e che ogni realt pu benissimo essere un fantasma e  viceversa.
  Vi  par poco?  Nei panni del signor prefetto,  io darei senz'altro,  per la
  salute dell'anima degli abitanti di Valdana,  lo sfratto alla signora Frola
  e al signor Ponza, suo genero.

  Ma procediamo con ordine.
  Questo  signor  Ponza  arriv  a  Valdana  or sono tre mesi,  segretario di
  prefettura. Prese alloggio nel casolare nuovo all'uscita del paese,  quello
  che chiamano "il Favo".  L. All'ultimo piano, un quartierino. Tre finestre
  che danno sulla campagna, alte, tristi (ch la facciata di l,  all'aria di
  tramontana,  su tutti quegli orti pallidi, chi sa perch, bench nuova, s'
  tanto intristita) e tre finestre interne, di qua, sul cortile,  ove gira la
  ringhiera  del  ballatojo  diviso  da  tramezzi a grate.  Pendono da quella
  ringhiera, lass lass, tanti panierini pronti a esser calati col cordino a
  un bisogno.
  Nello stesso tempo,  per,  con maraviglia di tutti,  il signor Ponza fiss
  nel  centro della citt,  e propriamente in Via dei Santi n.  15,  un altro
  quartierino mobigliato di tre camere e cucina. Disse che doveva servire per
  la suocera,  signora Frola.  E difatti questa arriv cinque  o  sei  giorni
  dopo;  e il signor Ponza si rec ad accoglierla,  lui solo, alla stazione e
  la condusse e la lasci l, sola.
  Ora, via,  si capisce che una figliuola,  maritandosi,  lasci la casa della
  madre  per andare a convivere col marito,  anche in un'altra citt;  ma che
  questa madre poi, non reggendo a star lontana dalla figliuola, lasci il suo
  paese, la sua casa,  e la segua,  e che nella citt dove tanto la figliuola
  quanto lei sono forestiere vada ad abitare in una casa a parte,  questo non
  si capisce pi facilmente;  o si deve ammettere tra suocera  e  genero  una
  cos  forte  incompatibilit  da rendere proprio impossibile la convivenza,
  anche in queste condizioni.
  Naturalmente a Valdana dapprima si pens cos.  E  certo  chi  scapit  per
  questo nell'opinione di tutti fu il signor Ponza.  Della signora Frola,  se
  qualcuno ammise che forse doveva averci anche lei un po' di  colpa,  o  per
  scarso  compatimento  o  per  qualche  caparbiet  o  intolleranza,   tutti
  considerarono l'amore materno che la traeva appresso  alla  figliuola,  pur
  condannata a non poterle vivere accanto.
  Gran  parte  ebbe  in  questa  considerazione  per  la  signora Frola e nel
  concetto che subito del signor Ponza s'impresse nell'animo  di  tutti,  che
  fosse  cio  duro,  anzi crudele,  anche l'aspetto dei due,  bisogna dirlo.
  Tozzo, senza collo,  nero come un africano,  con folti capelli ispidi su la
  fronte bassa, dense e aspre sopracciglia giunte, grossi mustacchi lucidi da
  questurino,  e negli occhi cupi,  fissi,  quasi senza bianco,  un'intensit
  violenta, esasperata, a stento contenuta, non si sa se di doglia tetra o di
  dispetto della vista altrui,  il signor Ponza non   fatto  certamente  per
  conciliarsi  la  simpatia  o la confidenza.  Vecchina gracile,  pallida,  
  invece la signora Frola,  dai lineamenti  fini,  nobilissimi,  e  una  aria
  malinconica,  ma  d'una  malinconia  senza  peso,  vaga e gentile,  che non
  esclude l'affabilit con tutti.
  Ora di questa affabilit,  naturalissima in lei,  la signora Frola ha  dato
  subito  prova  in citt,  e subito per essa nell'animo di tutti  cresciuta
  l'avversione per il signor Ponza;  giacch chiaramente  apparsa  a  ognuno
  l'indole  di  lei,  non solo mite,  remissiva,  tollerante,  ma anche piena
  d'indulgente compatimento per il male che il genero le fa;  e anche  perch
  s'  venuto  a  sapere che non basta al signor Ponza relegare in una casa a
  parte quella povera madre,  ma spinge la crudelt fino a vietarle anche  la
  vista della figliuola.
  Se non che,  non crudelt, protesta subito nelle sue visite alle signore di
  Valdana la signora Frola, ponendo le manine avanti,  veramente afflitta che
  si  possa pensare questo di suo genero.  E s'affretta a decantarne tutte le
  virt, a dirne tutto il bene possibile e immaginabile; quale amore,  quante
  cure,  quali attenzioni egli abbia per la figliuola, non solo, ma anche per
  lei, s, s, anche per lei; premuroso, disinteressato...  Ah,  non crudele,
  no,  per  carit!  C'  solo  questo:  che  vuole  tutta,  tutta  per s la
  mogliettina, il signor Ponza,  fino al punto che anche l'amore,  che questa
  deve  avere (e l'ammette,  come no?) per la sua mamma,  vuole che le arrivi
  non direttamente, ma attraverso lui, per mezzo di lui, ecco. S, pu parere
  crudelt, questa, ma non lo ;  un'altra cosa,  un'altra cosa ch'ella,  la
  signora  Frola,  intende  benissimo  e  si strugge di non sapere esprimere.
  Natura, ecco... ma no, forse una specie di malattia... come dire?  Mio Dio,
  basta guardarlo negli occhi.  Fanno in prima una brutta impressione, forse,
  quegli occhi; ma dicono tutto a chi,  come lei,  sappia leggere in essi: la
  pienezza  chiusa,  dicono,  di tutto un mondo d'amore in lui,  nel quale la
  moglie deve vivere senza mai uscirne minimamente, e nel quale nessun altro,
  neppure la madre, deve entrare.  Gelosia?  S,  forse;  ma a voler definire
  volgarmente questa totalit esclusiva d'amore.
  Egoismo?  Ma un egoismo che si d tutto, come un mondo, alla propria donna!
  Egoismo,  in fondo,  sarebbe quello di lei a  voler  forzare  questo  mondo
  chiuso  d'amore,  a  volervisi  introdurre per forza,  quand'ella sa che la
  figliuola  felice,  cos adorata...  Questo a una madre pu  bastare!  Del
  resto,  non   mica vero ch'ella non la veda,  la sua figliuola.  Due o tre
  volte al giorno la vede: entra nel cortile della casa;  suona il campanello
  e subito la sua figliuola s'affaccia di lass.
  - Come stai Tildina?
  - Benissimo, mamma. Tu?
  - Come Dio vuole, figliuola mia. Gi, gi il panierino!
  E  nel  panierino,  sempre  due  parole  di  lettera,  con le notizie della
  giornata. Ecco, le basta questo.  Dura ormai da quattr'anni questa vita,  e
  ci  s' abituata la signora Frola.  Rassegnata,  s.  E quasi non ne soffre
  pi.

  Com'  facile  intendere,   questa  rassegnazione  della   signora   Frola,
  quest'abitudine  ch'ella  dice  d'aver  fatto al suo martirio,  ridondano a
  carico del signor Ponza,  suo genero,  tanto pi,  quanto pi ella col  suo
  lungo discorso si affanna a scusarlo.
  Con vera indignazione perci, e anche dir con paura, le signore di Valdana
  che hanno ricevuto la prima visita della signora Frola, accolgono il giorno
  dopo l'annunzio di un'altra visita inattesa, del signor Ponza, che le prega
  di concedergli due soli minuti d'udienza, per una "doverosa dichiarazione",
  se non reca loro incomodo.
  Affocato in volto,  quasi congestionato, con gli occhi pi duri e pi tetri
  che mai,  un fazzoletto in mano che stride per la sua  bianchezza,  insieme
  coi  polsini  e il colletto della camicia,  sul nero della carnagione,  del
  pelame e del vestito,  il signor Ponza,  asciugandosi di continuo il sudore
  che gli sgocciola dalla fronte bassa e dalle gote raschiose e violacee, non
  gi  per il caldo,  ma per la violenza evidentissima dello sforzo che fa su
  se stesso e per cui anche le grosse mani dalle unghie lunghe  gli  tremano;
  in  questo e in quel salotto,  davanti a quelle signore che lo mirano quasi
  atterrite, domanda prima se la signora Frola, sua suocera,  stata a visita
  da loro il giorno avanti;  poi,  con pena,  con sforzo,  con agitazione  di
  punto  in punto crescenti,  se ella ha parlato loro della figliuola e se ha
  detto che egli le vieta assolutamente di vederla e di salire in casa sua.
  Le signore, nel vederlo cos agitato, com' facile immaginare, s'affrettano
  a rispondergli che la signora Frola,  s,   vero,  ha detto loro di quella
  proibizione  di  vedere  la  figlia,  ma  anche  tutto  il bene possibile e
  immaginabile di lui,  fino a scusarlo,  non solo,  ma anche  a  non  dargli
  nessun'ombra di colpa per quella proibizione stessa.
  Se non che, invece di quietarsi, a questa risposta delle signore, il signor
  Ponza  si agita di pi;  gli occhi gli diventano pi duri,  pi fissi,  pi
  tetri;  le grosse gocce di sudore pi spesse;  e  alla  fine,  facendo  uno
  sforzo  ancor  pi  violento  su  se stesso,  viene alla sua "dichiarazione
  doverosa".
  La quale  questa,  semplicemente: che la  signora  Frola,  poveretta,  non
  pare, ma  pazza.
  Pazza da quattro anni, s. E la sua pazzia consiste appunto nel credere che
  egli  non voglia farle vedere la figliuola.  Quale figliuola?  E' morta,  
  morta da quattro anni la figliuola: e la  signora  Frola,  appunto  per  il
  dolore di questa morte,  impazzita: per fortuna, impazzita, s, giacch la
  pazzia  stata per lei lo scampo dal suo disperato dolore. Naturalmente non
  poteva  scamparne,  se non cos,  cio credendo che non sia vero che la sua
  figliuola  morta e che sia lui,  invece,  suo genero,  che non  vuole  pi
  fargliela vedere.
  Per puro dovere di carit verso un'infelice, egli, il signor Ponza, seconda
  da quattro anni, a costo di molti e gravi sacrifici, questa pietosa follia:
  tiene,  con dispendio superiore alle sue forze,  due case: una per s,  una
  per lei; e obbliga la sua seconda moglie,  che per fortuna caritatevolmente
  si  presta  volentieri,  a  secondare  anche lei questa follia.  Ma carit,
  dovere,  ecco,  fino a un certo punto: anche per la sua qualit di pubblico
  funzionario,  il  signor  Ponza non pu permettere che si creda di lui,  in
  citt, questa cosa crudele e inverosimile: ch'egli cio,  per gelosia o per
  altro, vieti a una povera madre di vedere la propria figliuola.
  Dichiarato  questo,  il  signor  Ponza s'inchina innanzi allo sbalordimento
  delle signore,  e va via.  Ma questo sbalordimento  delle  signore  non  ha
  neppure  il  tempo di scemare un po',  che rieccoti la signora Frola con la
  sua aria dolce di vaga malinconia a domandare scusa se,  per causa sua,  le
  buone  signore  si  sono  prese  qualche  spavento per la visita del signor
  Ponza, suo genero.
  E la signora Frola,  con la maggior semplicit  e  naturalezza  del  mondo,
  dichiara a sua volta,  ma in gran confidenza,  per carit! poich il signor
  Ponza  un pubblico funzionario,  e appunto per questo ella la prima  volta
  s'  astenuta  dal  dirlo,   ma  s,   perch  questo  potrebbe  seriamente
  pregiudicarlo nella carriera; il signor Ponza,  poveretto - ottimo,  ottimo
  inappuntabile segretario alla prefettura,  compto, preciso in tutti i suoi
  atti,  in tutti i suoi pensieri,  pieno di tante buone qualit - il  signor
  Ponza,  poveretto,  su quest'unico punto non...  non ragiona pi,  ecco; il
  pazzo  lui,  poveretto;  e la sua pazzia consiste appunto in  questo:  nel
  credere  che  sua moglie sia morta da quattro anni e nell'andar dicendo che
  la pazza  lei,  la signora Frola che crede ancora viva la  figliuola.  No,
  non  lo  fa per contestare in certo qual modo innanzi agli altri quella sua
  gelosia quasi maniaca e quella crudele  proibizione  a  lei  di  vedere  la
  figliuola, no; crede, crede sul serio il poveretto che sua moglie sia morta
  e  che  questa  che  ha  con s sia una seconda moglie.  Caso pietosissimo!
  Perch veramente col suo  troppo  amore  quest'uomo  rischi  in  prima  di
  distruggere,  d'uccidere  la  giovane  moglietta  delicatina,  tanto che si
  dovette sottrargliela di nascosto e chiuderla a insaputa di lui in una casa
  di salute.  Ebbene,  il povero uomo,  a cui gi per quella frenesia d'amore
  s'era  anche gravemente alterato il cervello,  ne impazz;  credette che la
  moglie fosse morta davvero:  e  questa  idea  gli  si  fiss  talmente  nel
  cervello, che non ci fu pi verso di levargliela, neppure quando, ritornata
  dopo circa un anno florida come prima, la moglietta gli fu ripresentata. La
  credette  un'altra;  tanto  che si dovette con l'ajuto di tutti,  parenti e
  amici,  simulare un  secondo  matrimonio,  che  gli  ha  ridato  pienamente
  l'equilibrio delle facolt mentali.
  Ora  la  signora Frola crede d'aver qualche ragione di sospettare che da un
  pezzo suo genero sia del tutto rientrato  in  s  e  ch'egli  finga,  finga
  soltanto  di  credere che sua moglie sia una seconda moglie,  per tenersela
  cos tutta per s,  senza contatto con nessuno,  perch forse  tuttavia  di
  tanto  in  tanto gli balena la paura che di nuovo gli possa esser sottratta
  nascostamente. Ma s. Come spiegare, se no,  tutte le cure,  le premure che
  ha per lei,  sua suocera,  se veramente egli crede che  una seconda moglie
  quella che ha con s?  Non dovrebbe sentire l'obbligo di tanti riguardi per
  una che, di fatto, non sarebbe pi sua suocera,  vero? Questo, si badi, la
  signora Frola lo dice,  non per dimostrare ancor meglio che il pazzo  lui;
  ma per provare anche a se stessa che il suo sospetto  fondato.
  - E intanto, - conclude con un sospiro che su le labbra le s'atteggia in un
  dolce mestissimo sorriso, - intanto la povera figliuola mia deve fingere di
  non esser lei,  ma un'altra,  e anch'io sono  obbligata  a  fingermi  pazza
  credendo che la mia figliuola sia ancora viva. Mi costa poco, grazie a Dio,
  perch  l,  la mia figliuola, sana e piena di vita; la vedo, le parlo; ma
  sono condannata a non poter convivere con  lei,  e  anche  a  vederla  e  a
  parlarle da lontano, perch egli possa credere, o fingere di credere che la
  mia figliuola, Dio liberi,  morta e che questa che ha con s  una seconda
  moglie.  Ma torno a dire, che importa se con questo siamo riusciti a ridare
  la pace a tutti e due?  So che la mia figliuola    adorata,  contenta;  la
  vedo;  le parlo;  e mi rassegno per amore di lei e di lui a vivere cos e a
  passare anche per pazza, signora mia, pazienza...
  Dico, non vi sembra che a Valdana ci sia proprio da restare a bocca aperta,
  a guardarci tutti negli occhi, come insensati? A chi credere dei due? Chi 
  il pazzo? Dov' la realt? dove il fantasma?
  Lo potrebbe dire la moglie del signor Ponza.  Ma non  c'  da  fidarsi  se,
  davanti a lui,  costei dice d'esser seconda moglie; come non c' da fidarsi
  se,  davanti alla  signora  Frola,  conferma  d'esserne  la  figliuola.  Si
  dovrebbe  prenderla  a  parte e farle dire a quattr'occhi la verit.  Non 
  possibile.  Il signor Ponza  -  sia  o  no  lui  il  pazzo  -    realmente
  gelosissimo e non lascia vedere la moglie a nessuno.  La tiene lass,  come
  in prigione,  sotto chiave;  e questo fatto  senza dubbio in favore  della
  signora  Frola;  ma il signor Ponza dice che  costretto a far cos,  e che
  sua moglie stessa anzi glielo impone, per paura che la signora Frola non le
  entri in casa all'improvviso. Pu essere una scusa.  Sta anche di fatto che
  il  signor  Ponza  non tiene neanche una serva in casa.  Dice che lo fa per
  risparmio,  obbligato com' a pagar l'affitto di due case;  e  si  sobbarca
  intanto a farsi da s la spesa giornaliera, e la moglie, che a suo dire non
   la figlia della signora Frola, si sobbarca anche lei per piet di questa,
  cio d'una povera vecchia che fu suocera di suo marito, a badare a tutte le
  faccende di casa, anche alle pi umili, privandosi dell'ajuto di una serva.
  Sembra a tutti un po' troppo.  Ma  anche vero che questo stato di cose, se
  non con la piet, pu spiegarsi con la gelosia di lui.
  Intanto,  il signor Prefetto di Valdana s' contentato della  dichiarazione
  del signor Ponza.  Ma certo l'aspetto e in gran parte la condotta di costui
  non depongono in suo favore,  almeno per le signore di Valdana pi propense
  tutte  quante  a prestar fede alla signora Frola.  Questa,  difatti,  viene
  premurosa a mostrar loro le  letterine  affettuose  che  le  cala  gi  col
  panierino la figliuola, e anche tant'altri privati documenti, a cui per il
  signor Ponza toglie ogni credito,  dicendo che le sono stati rilasciati per
  confortare il pietoso inganno.
  Certo  questo, a ogni modo: che dimostrano tutt'e due,  l'uno per l'altra,
  un meraviglioso spirito di sacrifizio,  commoventissimo;  e che ciascuno ha
  per la presunta  pazzia  dell'altro  la  considerazione  pi  squisitamente
  pietosa. Ragionano tutt'e due a meraviglia; tanto che a Valdana non sarebbe
  mai  venuto in mente a nessuno di dire che l'uno dei due era pazzo,  se non
  l'avessero detto loro: il signor Ponza della signora Frola,  e  la  signora
  Frola del signor Ponza.
  La  signora Frola va spesso a trovare il genero alla prefettura per aver da
  lui qualche consiglio,  o lo aspetta all'uscita per farsi  accompagnare  in
  qualche compera: e spessissimo, dal canto suo, nelle ore libere e ogni sera
  il signor Ponza va a trovare la signora Frola nel quartierino mobigliato; e
  ogni qual volta per caso l'uno s'imbatte nell'altra per via,  subito con la
  massima cordialit si mettono insieme;  egli le d la destra e,  se stanca,
  le porge il braccio, e vanno cos, insieme, tra il dispetto aggrondato e lo
  stupore e la costernazione della gente che li studia,  li squadra,  li spia
  e,  niente!,  non riesce ancora in nessun modo a comprendere quale  sia  il
  pazzo dei due, dove sia il fantasma, dove la realt.




















                                 UNA GIORNATA




  Strappato  dal sonno,  forse per sbaglio,  e buttato fuori dal treno in una
  stazione di passaggio. Di notte; senza nulla con me.
  Non riesco a riavermi dallo sbalordimento.  Ma ci che pi mi impressiona 
  che  non mi trovo addosso alcun segno della violenza patita;  non solo,  ma
  che non ne ho neppure un'immagine, neppur l'ombra confusa d'un ricordo.
  Mi trovo a terra,  solo,  nella tenebra d'una stazione deserta;  e non so a
  chi rivolgermi per sapere che m' accaduto, dove sono.
  Ho solo intravisto un lanternino cieco, accorso per richiudere lo sportello
  del treno da cui sono stato espulso. Il treno  subito ripartito. E' subito
  scomparso  nell'interno  della  stazione  quel  lanternino,  col  riverbero
  vagellante del suo lume vano.  Nello stordimento,  non m' nemmeno  passato
  per il capo di corrergli dietro per domandare spiegazioni e far reclamo.
  Ma reclamo di che?
  Con  infinito  sgomento  m'accorgo  di non aver pi idea d'essermi messo in
  viaggio su un treno.  Non ricordo pi affatto di  dove  sia  partito,  dove
  diretto;  e  se veramente,  partendo,  avessi con me qualche cosa.  Mi pare
  nulla.
  Nel vuoto di questa orribile incertezza,  subitamente mi prende il  terrore
  di  quello  spettrale lanternino cieco che s' subito ritirato,  senza fare
  alcun caso della mia espulsione dal treno.  E' dunque  forse  la  cosa  pi
  normale che a questa stazione si scenda cos?
  Nel bujo,  non riesco a discernerne il nome.  La citt mi  per certamente
  ignota.  Sotto i primi squallidi barlumi dell'alba,  sembra deserta.  Nella
  vasta  piazza livida davanti alla stazione c' un fanale ancora acceso.  Mi
  ci appresso;  mi fermo e,  non osando alzar gli occhi,  atterrito come sono
  dall'eco che hanno fatto i miei passi nel silenzio,  mi guardo le mani,  me
  le osservo per un verso e per l'altro, le chiudo,  le riapro,  mi tasto con
  esse,  mi cerco addosso, anche per sentire come son fatto, perch non posso
  pi esser certo nemmeno di questo:  ch'io  realmente  esista  e  che  tutto
  questo sia vero.
  Poco dopo,  inoltrandomi fin nel centro della citt,  vedo che a ogni passo
  mi farebbero restare dallo  stupore,  se  uno  stupore  pi  forte  non  mi
  vincesse nel vedere che tutti gli altri,  pur simili a me, ci si muovono in
  mezzo senza punto badarci,  come se per loro siano le cose pi  naturali  e
  pi solite. Mi sento come trascinare, ma anche qui senz'avvertire che mi si
  faccia violenza.  Solo che io, dentro di me, ignaro di tutto, sono quasi da
  ogni parte ritenuto. Ma considero che,  se non so neppur come,  n di dove,
  n perch ci sia venuto, debbo aver torto io certamente e ragione tutti gli
  altri  che,  non solo pare lo sappiano,  ma sappiano anche tutto quello che
  fanno  sicuri  di  non  sbagliare,   senza  la  minima   incertezza,   cos
  naturalmente  persuasi  a  fare  come  fanno,   che  m'attirerei  certo  la
  maraviglia,  la riprensione,  fors'anche l'indignazione se,  o per il  loro
  aspetto  o  per qualche loro atto o espressione,  mi mettessi a ridere o mi
  mostrassi stupito. Nel desiderio acutissimo di scoprire qualche cosa, senza
  farmene accorgere,  debbo di continuo cancellarmi dagli occhi quella  certa
  permalosit  che  di  sfuggita tante volte nei loro occhi hanno i cani.  Il
  torto  mio, il torto  mio,  se non capisco nulla,  se non riesco ancora a
  raccapezzarmi.  Bisogna  che  mi  sforzi  a  far le viste d'esserne anch'io
  persuaso e che m'ingegni di far come gli altri,  per quanto mi manchi  ogni
  criterio e ogni pratica nozione, anche di quelle cose che pajono pi comuni
  e pi facili.

  Non so da che parte rifarmi, che via prendere, che cosa mettermi a fare.
  Possibile  per  ch'io  sia  gi tanto cresciuto,  rimanendo sempre come un
  bambino e senz'aver fatto mai nulla?  Avr forse lavorato in sogno,  non so
  come. Ma lavorato ho certo; lavorato sempre, e molto, molto. Pare che tutti
  lo  sappiano,  del  resto,  perch tanti si voltano a guardarmi e pi d'uno
  anche mi saluta,  senza ch'io lo  conosca.  Resto  dapprima  perplesso,  se
  veramente il saluto sia rivolto a me;  mi guardo accanto; mi guardo dietro.
  Mi avranno salutato per sbaglio?  Ma no,  salutano  proprio  me.  Combatto,
  imbarazzato,  con  una  certa  vanit  che  vorrebbe  e  pur  non  riesce a
  illudersi,  e vado innanzi come sospeso,  senza  potermi  liberare  da  uno
  strano  impaccio per una cosa - lo riconosco - veramente meschina: non sono
  sicuro dell'abito che ho addosso;  mi sembra strano che sia mio;  e ora  mi
  nasce  il  dubbio  che salutino quest'abito e non me.  E io intanto con me,
  oltre a questo, non ho pi altro!
  Torno a cercarmi addosso. Una sorpresa. Nascosta nella tasca in petto della
  giacca tasto come una bustina di cuojo. La cavo fuori,  quasi certo che non
  appartenga a me ma a quest'abito non mio. E' davvero una vecchia bustina di
  cuojo,  gialla scolorita slavata,  quasi caduta nell'acqua di un ruscello o
  d'un pozzo  e  ripescata.  La  apro,  o,  piuttosto,  ne  stacco  la  parte
  appiccicata, e vi guardo dentro. Tra poche carte ripiegate, illeggibili per
  le macchie che l'acqua v'ha fatte diluendo l'inchiostro,  trovo una piccola
  immagine sacra,  ingiallita,  di quelle che nelle  chiese  si  regalano  ai
  bambini  e,  attaccata  ad  essa  quasi  dello  stesso  formato e anch'essa
  sbiadita, una fotografia. La spiccico, la osservo. Oh!  E' la fotografia di
  una bellissima giovine,  in costume da bagno,  quasi nuda,  con tanto vento
  nei  capelli  e  le  braccia  levate  vivacemente  nell'atto  di  salutare.
  Ammirandola,  pur con una certa pena,  non so,  quasi lontana, sento che mi
  viene da essa l'impressione,  se non proprio la certezza,  che il saluto di
  queste braccia, cos vivacemente levate nel vento, sia rivolto a me. Ma per
  quanto mi sforzi, non arrivo a riconoscerla. E' mai possibile che una donna
  cos  bella mi sia potuta sparire dalla memoria,  portata via da tutto quel
  vento che le scompiglia la testa? Certo,  in questa bustina di cuojo caduta
  un  tempo  nell'acqua,  quest'immagine,  accanto all'immagine sacra,  ha il
  posto che si d a una fidanzata.
  Torno a cercare nella bustina e,  pi  sconcertato  che  con  piacere,  nel
  dubbio  che  non  m'appartenga,  trovo  in un ripostiglio segreto un grosso
  biglietto di banca,  chi sa da  quanto  tempo  l  riposto  e  dimenticato,
  ripiegato in quattro,  tutto logoro e qua e l bucherellato sul dorso delle
  ripiegature gi lise.
  Sprovvisto come sono di tutto, potr darmi ajuto con esso?  Non so con qual
  forza  di  convinzione,  l'immagine  ritratta  in quella piccola fotografia
  m'assicura che il biglietto  mio.  Ma c' da fidarsi d'una testolina  cos
  scompigliata  dal  vento?  Mezzogiorno   gi passato;  casco dal languore:
  bisogna che prenda qualcosa, ed entro in una trattoria.
  Con maraviglia, anche qui mi vedo accolto come un ospite di riguardo, molto
  gradito. Mi si indica una tavola apparecchiata e si scosta una seggiola per
  invitarmi a prender posto.  Ma io son trattenuto da uno scrupolo.  Fo cenno
  al padrone e,  tirandolo con me in disparte, gli mostro il grosso biglietto
  logorato. Stupito, lui lo mira; pietosamente per lo stato in cui  ridotto,
  lo esamina; poi mi dice che senza dubbio  di gran valore ma ormai da molto
  tempo fuori di corso.  Per non tema: presentato alla banca da uno come me,
  sar certo accettato e cambiato in altra pi spicciola moneta corrente.
  Cos  dicendo  il  padrone  della trattoria esce con me fuori dell'uscio di
  strada e m'indica l'edificio della banca l presso.
  Ci vado,  e tutti anche in quella banca si mostrano lieti di  farmi  questo
  favore. Quel mio biglietto - mi dicono -  uno dei pochissimi non rientrati
  ancora  alla  banca,  la  quale  da qualche tempo a questa parte non d pi
  corso se non a biglietti di piccolissimo taglio.  Me ne danno tanti  e  poi
  tanti,  che  ne  resto imbarazzato e quasi oppresso.  Ho con me solo quella
  naufraga bustina di cuojo.
  Ma mi esortano a non confondermi. C' rimedio a tutto.  Posso lasciare quel
  mio  danaro  in  deposito  alla  banca,  in  conto  corrente.  Fingo d'aver
  compreso; mi metto in tasca qualcuno di quei biglietti e un libretto che mi
  dnno in sostituzione di  tutti  gli  altri  che  lascio,  e  ritorno  alla
  trattoria.  Non  vi  trovo  cibi  per  il  mio  gusto;  temo di non poterli
  digerire.  Ma gi si dev'esser sparsa la voce ch'io,  se non proprio ricco,
  non sono certo pi povero;  e infatti,  uscendo dalla trattoria,  trovo una
  automobile che m'aspetta e un autista che si leva con una mano il  berretto
  e apre con l'altra lo sportello per farmi entrare. Io non so dove mi porti.
  Ma com'ho un'automobile,  si vede che,  senza saperlo, avr anche una casa.
  Ma s,  una bellissima casa,  antica,  dove certo tanti prima di  me  hanno
  abitato  e  tanti  dopo  di  me abiteranno.  Sono proprio miei tutti questi
  mobili? Mi ci sento estraneo, come un intruso. Come questa mattina all'alba
  la citt,  ora anche questa casa mi  sembra  deserta;  ho  di  nuovo  paura
  dell'eco che i miei passi faranno,  movendomi in tanto silenzio. D'inverno,
  fa sera prestissimo;  ho freddo e mi sento stanco.  Mi faccio coraggio;  mi
  muovo;  apro  a  caso  uno  degli  usci;  resto stupito di trovar la camera
  illuminata,  la camera da letto,  e,  sul letto,  lei,  quella giovine  del
  ritratto,  viva,  ancora  con  le  due braccia nude vivacemente levate,  ma
  questa volta per invitarmi ad accorrere a lei e per accogliermi  tra  esse,
  festante.
  E' un sogno?
  Certo,  come  in  un sogno,  lei su quel letto,  dopo la notte,  la mattina
  all'alba,  non c' pi.  Nessuna traccia di lei.  E il letto,  che fu  cos
  caldo nella notte,   ora,  a toccarlo,  gelato,  come una tomba.  E c' in
  tutta la casa quell'odore che cova nei luoghi che hanno preso  la  polvere,
  dove  la  vita  appassita da tempo,  e quel senso d'uggiosa stanchezza che
  per sostenersi ha bisogno di ben regolate e utili abitudini. Io ne ho avuto
  sempre orrore. Voglio fuggire.  Non  possibile che questa sia la mia casa.
  Questo  un incubo.  Certo ho sognato uno dei sogni pi assurdi.  Quasi per
  averne la prova,  vado a  guardarmi  a  uno  specchio  appeso  alla  parete
  dirimpetto,  e  subito  ho  l'impressione  d'annegare,  atterrito,  in  uno
  smarrimento senza fine. Da quale remota lontananza i miei occhi, quelli che
  mi par d'avere avuti da bambino, guardano ora, sbarrati dal terrore,  senza
  potersene persuadere, questo viso di vecchio? Io, gi vecchio? Cos subito?
  E com' possibile?
  Sento picchiare all'uscio. Ho un sussulto. M'annunziano che sono arrivati i
  miei figli.
  I miei figli?
  Mi pare spaventoso che da me siano potuti nascere figli. Ma quando? Li avr
  avuti  jeri.  Jeri ero ancora giovane.  E' giusto che ora,  da vecchio,  li
  conosca.
  Entrano,  reggendo per mano bambini,  nati  da  loro.  Subito  accorrono  a
  sorreggermi;  amorosamente  mi  rimproverano  d'essermi  levato  di  letto;
  premurosamente  mi  mettono  a  sedere,  perch  l'affanno  mi  cessi.  Io,
  l'affanno? Ma s, loro lo sanno bene che non posso pi stare in piedi e che
  sto molto molto male.
  Seduto,  li guardo,  li ascolto; e mi sembra che mi stiano facendo in sogno
  uno scherzo.
  Gi finita la mia vita?
  E mentre sto a osservarli,  cos tutti curvi attorno a me,  maliziosamente,
  quasi  non  dovessi accorgermene,  vedo spuntare nelle loro teste,  proprio
  sotto i miei occhi,  e crescere,  crescere non  pochi,  non  pochi  capelli
  bianchi.
  - Vedete, se non  uno scherzo? Gi anche voi, i capelli bianchi.
  E guardate, guardate quelli che or ora sono entrati da quell'uscio bambini:
  ecco,    bastato  che  si siano appressati alla mia poltrona: si son fatti
  grandi;  e una,  quella,   gi una giovinetta che si vuol  far  largo  per
  essere ammirata.  Se il padre non la trattiene,  mi si butta a sedere sulle
  ginocchia e mi cinge il collo  con  un  braccio,  posandomi  sul  petto  la
  testina.
  Mi  vien  l'impeto di balzare in piedi.  Ma debbo riconoscere che veramente
  non posso pi farlo.  E con gli stessi  occhi  che  avevano  poc'anzi  quei
  bambini, ora gi cos cresciuti, rimango a guardare finch posso, con tanta
  tanta compassione, ormai dietro a questi nuovi, i miei vecchi figliuoli.





                                     FINE










        TESTI EDITATI da FREEBOOK:
        --------------------------
        n. 0  Pinocchio - C. Teatrale "la Credenza"
        n. 1  Avatara - di Angela Manganaro
        n. 2  Disperato Killer - di Aria Ghibli
        n. 3  Asia - di Giampaolo Proni
        n. 5  Infestazione - di autori vari
        n. 6  Il Pretino - di Marco De Poli
        n. 7  Rosa Rosso Quasi Viola - di autrici varie
        n. 9  Diario di Eva - di Dario Fo
        n.11  Dromsborg - di Mario Miccinesi
        n.12  Il latte della seduzione - di  Vittoria Cassani
        n.13  Cosi' affrontai il sipario - di Pier Luigi Re
        n.14  Sulle tracce di Antonio Raimondi -  Cossia/De Poli
        n.15  L'albero dai fiori di gas - di Romanov/Bercowicz
        n.16  Il vecchio che non muore - di Vincenzo Guagliardo
        n.18  Piccole Alterazioni - di Renato Michieli
        n.19  A come comunistA  - Autrici varie
        n.21  La conquista del Paradiso - Di Dino Verderio

        n.22            febbraio 1991 - S T O P  W A R -
                                 interventi vari
                            Solo in floppy Disk ed in BBS
                       classici, saggi, narrativa, poesie, fiabe

       n.23      LILIANA FONTI - Antinoo in fuga - favola
       n.24      MARCO MARCONI -  Poesia, Cibo per lo Spirito.
       n.25      FIORA VINCENTI - Odette
       n.26      LEV TOLSTOJ - Le Confessioni
       n.27      WOLFANG GOETHE - I dolori del giovane Werther
       n.28      NIKOLAJ GOGOL - I racconti di Pietroburgo
       n.29      FIORA VINCENTI - Trecento metri quadri di Paradiso
       n.30      MARIO MICCINESI - Proibito sognare
       n.31      LILIANA BUCELLINI - Sull'amore, la politica e dintorni
       n.32      EDGARD ALLAN POE  -   Stravaganze
       n.33      WILLIAM  SHAKESPEARE - Macbeth
       n.34      GOGOL - I racconti di Pietroburgo
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       n.36      LUIGI PIRANDELLO - Una Giornata
       n.37      OSCAR WILDE - Il Fantasma di Canterville - Lord Savile
       n.38      ANTON CECHOV - Reparto n. 6



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        n.2       U R I H I -  Bibliog. Cons. Mondiale nativi 1990
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  Berneri - Novelle
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