<B>Mastro Don Gesualdo</B>
di <I>Giovanni Verga</I>



PARTE PRIMA

I


Suonava la messa dell'alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perch era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. Tutt'a un tratto, nel silenzio, s'ud un rovino, la campanella squillante di Sant'Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia, gridando:
- Terremoto! San Gregorio Magno!
Era ancora buio. Lontano, nell'ampia distesa nera dell'Ala, ammiccava soltanto un lume di carbonai, e pi a sinistra la stella del mattino, sopra un nuvolone basso che tagliava l'alba nel lungo altipiano del Paradiso. Per tutta la campagna diffondevasi un uggiolare lugubre di cani. E subito, dal quartiere basso, giunse il suono grave del campanone di San Giovanni che dava l'allarme anch'esso; poi la campana fessa di San Vito; l'altra della chiesa madre, pi lontano; quella di Sant'Agata che parve addirittura cascar sul capo agli abitanti della piazzetta. Una dopo l'altra s'erano svegliate pure le campanelle dei monasteri, il Collegio, Santa Maria, San Sebastiano, Santa Teresa: uno scampano generale che correva sui tetti spaventato, nelle tenebre.
- No! no! E' il fuoco!... Fuoco in casa Trao!... San Giovanni Battista!
Gli uomini accorrevano vociando, colle brache in mano. Le donne mettevano il lume alla finestra: tutto il paese, sulla collina, che formicolava di lumi, come fosse il gioved sera, quando suonano le due ore di notte: una cosa da far rizzare i capelli in testa, chi avesse visto da lontano.
- Don Diego! Don Ferdinando! - si udiva chiamare in fondo alla piazzetta; e uno che bussava al portone con un sasso.
Dalla salita verso la Piazza Grande, e dagli altri vicoletti, arrivava sempre gente: un calpesto continuo di scarponi grossi sull'acciottolato; di tanto in tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di Sant'Agata, e quella voce che chiamava:
- Don Diego! Don Ferdinando! Che siete tutti morti?
Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione sdentato, si vedevano salire infatti, nell'alba che cominciava a schiarire, globi di fumo denso, a ondate, sparsi di faville. E pioveva dall'alto un riverbero rossastro, che accendeva le facce ansiose dei vicini raccolti dinanzi al portone sconquassato, col naso in aria. Tutt'a un tratto si ud sbatacchiare una finestra, e una vocetta stridula che gridava di lass:
- Aiuto!... ladri!... Cristiani, aiuto!
- Il fuoco! Avete il fuoco in casa! Aprite, don Ferdinando!
- Diego! Diego!
Dietro alla faccia stralunata di don Ferdinando Trao apparve allora alla finestra il berretto da notte sudicio e i capelli grigi svolazzanti di don Diego. Si ud la voce rauca del tisico che strillava anch'esso:
- Aiuto!... Abbiamo i ladri in casa! Aiuto!
- Ma che ladri!... Cosa verrebbero a fare lass? - sghignazz uno nella folla.
- Bianca! Bianca! Aiuto! aiuto!
Giunse in quel punto trafelato Nanni l'Orbo, giurando d'averli visti lui i ladri, in casa Trao.
- Con questi occhi!... Uno che voleva scappare dalla finestra di donna Bianca, e s' cacciato dentro un'altra volta, al vedere accorrer gente!...
- Brucia il palazzo, capite? Se ne va in fiamme tutto il quartiere! Ci ho accanto la mia casa, perdio! - Si mise a vociare mastro-don Gesualdo Motta. Gli altri intanto, spingendo, facendo leva al portone, riuscirono a penetrare nel cortile, ad uno ad uno, coll'erba sino a mezza gamba, vociando, schiamazzando, armati di secchie, di brocche piene d'acqua; compare Cosimo colla scure da far legna; don Luca il sagrestano che voleva dar di mano alle campane un'altra volta, per chiamare all'armi; Pelagatti cos com'era corso, al primo allarme, col pistolone arrugginito ch'era andato a scavar di sotto allo strame.
Dal cortile non si vedeva ancora il fuoco. Soltanto, di tratto in tratto, come spirava il maestrale, passavano al di sopra delle gronde ondate di fumo, che si sperdevano dietro il muro a secco del giardinetto, fra i rami dei mandorli in fiore. Sotto la tettoia cadente erano accatastate delle fascine; e in fondo, ritta contro la casa del vicino Motta, dell'altra legna grossa: assi d'impalcati, correntoni fradici, una trave di palmento che non si era mai potuta vendere.
- Peggio dell'esca, vedete! - sbraitava mastro-don Gesualdo. - Roba da fare andare in aria tutto il quartiere!... santo e santissimo!... E me la mettono poi contro il mio muro; perch loro non hanno nulla da perdere, santo e santissimo!...
In cima alla scala, don Ferdinando, infagottato in una vecchia palandrana, con un fazzolettaccio legato in testa, la barba lunga di otto giorni, gli occhi grigiastri e stralunati, che sembravano quelli di un pazzo in quella faccia incartapecorita di asmatico, ripeteva come un'anatra:
- Di qua! di qua!
Ma nessuno osava avventurarsi su per la scala che traballava. Una vera bicocca quella casa: i muri rotti, scalcinati, corrosi; delle fenditure che scendevano dal cornicione sino a terra; le finestre sgangherate e senza vetri; lo stemma logoro, scantonato, appeso ad un uncino arrugginito, al di sopra della porta. Mastro-don Gesualdo voleva prima buttar fuori sulla piazza tutta quella legna accatastata nel cortile.
- Ci vorr un mese! - rispose Pelagatti il quale stava a guardare sbadigliando, col pistolone in mano.
- Santo e santissimo! Contro il mio muro  accatastata!... Volete sentirla, s o no?
Giacalone diceva piuttosto di abbattere la tettoia; don Luca il sagrestano assicur che pel momento non c'era pericolo: una torre di Babele!
Erano accorsi anche altri vicini. Santo Motta colle mani in tasca, il faccione gioviale e la barzelletta sempre pronta. Speranza, sua sorella, verde dalla bile, strizzando il seno vizzo in bocca al lattante, sputando veleno contro i Trao: - Signori miei... guardate un po'!... Ci abbiamo i magazzini qui accanto! - E se la prendeva anche con suo marito Burgio, ch'era l in maniche di camicia: - Voi non dite nulla! State l come un allocco! Cosa siete venuto a fare dunque?
Mastro-don Gesualdo si slanci il primo urlando su per la scala. Gli altri dietro come tanti leoni per gli stanzoni scuri e vuoti. A ogni passo un esercito di topi che spaventavano la gente. - Badate! badate! Ora sta per rovinare il solaio! - Nanni l'Orbo che ce l'aveva sempre con quello della finestra, vociando ogni volta: - Eccolo! eccolo! - E nella biblioteca, la quale cascava a pezzi, fu a un pelo d'ammazzare il sagrestano col pistolone di Pelagatti. Si udiva sempre nel buio la voce chioccia di don Ferdinando il quale chiamava: - Bianca! Bianca! - E don Diego che bussava e tempestava dietro un uscio, fermando pel vestito ognuno che passava strillando anche lui: - Bianca! mia sorella!...
- Che scherzate? - rispose mastro-don Gesualdo rosso come un pomodoro, liberandosi con una strappata. - Ci ho la mia casa accanto, capite: Se ne va in fiamme tutto il quartiere!
Era un correre a precipizio nel palazzo smantellato; donne che portavano acqua; ragazzi che si rincorrevano schiamazzando in mezzo a quella confusione, come fosse una festa; curiosi che girandolavano a bocca aperta, strappando i brandelli di stoffa che pendevano ancora dalle pareti, toccando gli intagli degli stipiti, vociando per udir l'eco degli stanzoni vuoti, levando il naso in aria ad osservare le dorature degli stucchi, e i ritratti di famiglia: tutti quei Trao affumicati che sembravano sgranare gli occhi al vedere tanta marmaglia in casa loro. Un va e vieni che faceva ballare il pavimento.
- Ecco! ecco! Or ora rovina il tetto! - sghignazzava Santo Motta, sgambettando in mezzo all'acqua: delle pozze d'acqua ad ogni passo, fra i mattoni smossi o mancanti. Don Diego e don Ferdinando, spinti, sbalorditi, travolti in mezzo alla folla che rovistava in ogni cantuccio la miseria della loro casa, continuando a strillare: - Bianca!... Mia sorella!...
- Avete il fuoco in casa, capite! - grid loro nell'orecchio Santo Motta. - Sar una bella luminaria con tutta questa roba vecchia!
- Per di qua, per di qua! - si ud una voce dal vicoletto. - Il fuoco  lass, in cucina...
Mastro Nunzio, il padre di Gesualdo, arrampicatosi su di una scala a piuoli, faceva dei gesti in aria, dal tetto della sua casa, l dirimpetto. Giacalone aveva attaccata una carrucola alla ringhiera del balcone per attinger acqua dalla cisterna dei Motta. Mastro Cosimo, il legnaiuolo, salito sulla gronda, dava furiosi colpi di scure sull'abbaino.
- No! no! - gridarono di sotto. - Se date aria al fuoco, in un momento se ne va tutto il palazzo!
Don Diego allora si picchi un colpo in fronte, balbettando:  - Le carte di famiglia! Le carte della lite! - E don Ferdinando scapp via correndo, colle mani nei capelli, vociando anche lui.
Dalle finestre, dal balcone, come spirava il vento, entravano a ondate vortici di fumo denso, che facevano tossire don Diego, mentre continuava a chiamare dietro l'uscio: - Bianca! Bianca! il fuoco!...
Mastro-don Gesualdo il quale si era slanciato furibondo su per la scaletta della cucina, torn indietro accecato dal fumo, pallido come un morto, cogli occhi fuori dell'orbita, mezzo soffocato:
- Santo e santissimo!... Non si pu da questa parte!... Sono rovinato!
Gli altri vociavano tutti in una volta, ciascuno dicendo la sua; una baraonda da sbalordire: - Buttate gi le tegole! - Appoggiate la scala al fumaiuolo! - Mastro Nunzio, in piedi sul tetto della sua casa, si dimenava al pari di un ossesso. Don Luca, il sagrestano, era corso davvero ad attaccarsi alle campane. La gente in piazza, fitta come le mosche. Dal corridoio riusc a farsi udire comare Speranza, che era rauca dal gridare strappando i vestiti di dosso alla gente per farsi largo, colle unghie sfoderate come una gatta e la schiuma alla bocca: - Dalla scala ch' laggi, in fondo al corridoio! - Tutti corsero da quella parte, lasciando don Diego che seguitava a chiamare dietro l'uscio della sorella: - Bianca! Bianca!... - Udivasi un tramesto dietro quell'uscio; un correre all'impazzata quasi di gente che ha persa la testa. Poi il rumore di una seggiola rovesciata. Nanni l'Orbo torn a gridare in fondo al corridoio: - Eccolo! eccolo! - E si ud lo scoppio del pistolone di Pelagatti, come una cannonata.
- La Giustizia! Ecco qua gli sbirri! - voci dal cortile Santo Motta.
Allora si apr l'uscio all'improvviso, e apparve donna Bianca, discinta, pallida come una morta, annaspando colle mani convulse, senza profferire parola, fissando sul fratello gli occhi pazzi di terrore e d'angoscia. Ad un tratto si pieg sulle ginocchia, aggrappandosi allo stipite, balbettando:
- Ammazzatemi, don Diego!... Ammazzatemi pure!... ma non lasciate entrare nessuno qui!...
Quello che accadde poi, dietro quell'uscio che don Diego aveva chiuso di nuovo spingendo nella cameretta la sorella, nessuno lo seppe mai. Si ud soltanto la voce di lui, una voce d'angoscia disperata, che balbettava: - Voi?... Voi qui?...
Accorrevano il signor Capitano, l'Avvocato fiscale, tutta la Giustizia. Don Liccio Papa, il caposbirro, gridando da lontano, brandendo la sciaboletta sguainata: - Aspetta! aspetta! Ferma! ferma! - E il signor Capitano dietro di lui, trafelato come don Liccio, cacciando avanti il bastone: - Largo! largo! Date passo alla Giustizia! - L'Avvocato fiscale ordin di buttare a terra l'uscio. - Don Diego! Donna Bianca! Aprite! Cosa vi  successo?
S'affacci don Diego, invecchiato di dieci anni in un minuto, allibito, stralunato, con una visione spaventosa in fondo alle pupille grige, con un sudore freddo sulla fronte, la voce strozzata da un dolore immenso:
- Nulla!... Mia sorella!... Lo spavento!... Non entrate nessuno!...
Pelagatti inferocito contro Nanni l'Orbo: - Bel lavoro mi faceva fare!... Un altro po' ammazzavo compare Santo!... - Il Capitano gli fece lui pure una bella lavata di capo: - Con le armi da fuoco!... Che scherzate?... Siete una bestia! - Signor Capitano, credevo che fosse il ladro, laggi al buio... L'ho visto con questi occhi! - Zitto! zitto, ubbriacone! - gli diede sulla voce l'Avvocato fiscale. - Piuttosto andiamo a vedere il fuoco.
Adesso dal corridoio, dalla scala dell'orto, tutti portavano acqua. Compare Cosimo era salito sul tetto, e dava con la scure sui travicelli. Da ogni parte facevano piovere sul soffitto che fumava, tegole, sassi, cocci di stoviglie. Burgio, sulla scala a piuoli, sparandovi schioppettate sopra, e dall'altro lato Pelagatti, appostato accanto al fumaiuolo, caricava e scaricava il pistolone senza misericordia. Don Luca che suonava a tutto andare le campane; la folla dalla piazza vociando e gesticolando; tutti i vicini alla finestra. I Margarone stavano a vedere dalla terrazza al di sopra dei tetti, dirimpetto, le figliuole ancora coi riccioli incartati, don Filippo che dava consigli da lontano, dirigendo le operazioni di quelli che lavoravano a spegnere l'incendio colla canna d'India.
Don Ferdinando, il quale tornava in quel momento carico di scartafacci, batt il naso nel corridoio buio contro Giacalone che andava correndo.
- Scusate, don Ferdinando. Vado a chiamare il medico per la sorella di vossignoria.
- Il dottor Tavuso! - gli grid dietro la zia Macr una parente povera come loro, ch'era accorsa per la prima. - Qui vicino, alla farmacia di Bomma. 
Bianca era stata presa dalle convulsioni: un attacco terribile; non bastavano in quattro a trattenerla sul lettuccio. Don Diego sconvolto anche lui, pallido come un cadavere, colle mani scarne e tremanti, cercava di ricacciare indietro tutta quella gente. - No!... non  nulla!... Lasciatela sola!...- Il Capitano si mise infine a far piovere legnate a diritta e a manca, come veniva, sui vicini che s'affollavano all'uscio curiosi. - Che guardate? Che volete? Via di qua! fannulloni! vagabondi! Voi, don Liccio Papa, mettetevi a guardia del portone.
Venne pi tardi un momento il barone Mndola, per convenienza, e donna Sarina Cirmena che ficcava il naso da per tutto; il canonico Lupi da parte della baronessa Rubiera. La zia Sganci e gli altri parenti mandarono il servitore a prender notizie della nipote. Don Diego, reggendosi appena sulle gambe, sporgeva il capo dall'uscio, e rispondeva a ciascheduno:
- Sta un po' meglio... E' pi calma!... Vuol esser lasciata sola...
- Eh! eh! - mormor il canonico scuotendo il capo e guardando in giro le pareti squallide della sala: - Mi rammento qui!... Dove  andata la ricchezza di casa Trao!...
Il barone scosse il capo anche lui, lisciandosi il mento ispido di barba dura colla mano pelosa. La zia Cirmena scapp a dire:
- Sono pazzi! Pazzi da legare tutti e due! Don Ferdinando gi  stato sempre uno stupido... e don Diego... vi rammentate! Quando la cugina Sganci gli aveva procurato quell'impiego nei mulini!... Nossignore!... un Trao non poteva vivere di salario!... Di limosina s, possono vivere!...
- Oh! oh! - interruppe il canonico, colla malizia che gli rideva negli occhietti di topo, ma stringendo le labbra sottili.  
- Sissignore!... Come volete chiamarla: Tutti i parenti si danno la voce per quello che devono mandare a Pasqua e a Natale... Vino, olio, formaggio... anche del grano... La ragazza gi  tutta vestita dei regali della zia Rubiera.
- Eh! eh!... - Il canonico, con un sorrisetto incredulo, andava stuzzicando ora donna Sarina ed ora il barone, il quale chinava il capo, seguitava a grattarsi il mento discretamente, fingeva di guardare anch'esso di qua e di l, come a dire: - Eh! eh! pare anche a me!...
Giunse in quel mentre il dottor Tavuso in fretta, col cappello in capo, senza salutar nessuno, ed entr nella camera dell'inferma.
Poco dopo torn ad uscire, stringendosi nelle spalle, gonfiando le gote, accompagnato da don Ferdinando allampanato che pareva un cucco. La zia Macr e il canonico Lupi corsero dietro al medico. La zia Cirmena che voleva sapere ogni cosa e vi piantava in faccia quei suoi occhialoni rotondi peggio dell'Avvocato fiscale.
- Eh? Cos' stato? Lo sapete voi? Adesso si chiamano nervi... malattia di moda... Vi mandano a chiamare per un nulla quasi potessero pagare le visite del medico! - rispose Tavuso burbero. Quindi, piantando anche lui gli occhiali in faccia a donna Sarina:  
- Volete che ve la dica? Le ragazze a certa et bisogna maritarle!
E volt le spalle soffiando gravemente, tossendo, spurgandosi. I parenti si guardarono in faccia. Il canonico, per discrezione, prese a tenere a bada il barone Mndola, dandogli chiacchiera e tabacco, sputacchiando di qua e di l, onde cercare di sbirciar quello che succedeva dietro l'uscio socchiuso di donna Bianca, stringendo le labbra riarse come inghiottisse ogni momento: - Si capisce!... La paura avuta!... Le avevano fatto credere d'avere i ladri in casa!... povera donna Bianca!... E' cos giovine!... cos delicata!...
- Sentite, cugina! - disse donna Sarina tirando in disparte la Macr. Don Ferdinando, sciocco, voleva accostarsi per udire lui pure: - Un momento! Che maniera! - lo sgrid la zia Cirmena. - Ho da dire una parola a vostra zia!... Piuttosto andate a pigliare un bicchiere d'acqua per Bianca, che le far bene...
Torn a scendere Santo Motta di lass, fregandosi le mani, coll'aria sorridente: - E' tutta rovinata la cucina! Non c' pi dove cuocere un uovo!... Bisogner fabbricarla di nuovo! - Come nessuno gli dava retta, fissava in volto or questo ed ora quello col suo sorriso sciocco.
Il canonico Lupi, per levarselo dai piedi, gli disse infine:
- Va bene, va bene. Poi ci si penser...
Il barone Mndola, appena Santo Motta volse le spalle, si sfog infine:
- Ci si penser?... Se ci saranno i denari per pensarci! Io gliel'ho sempre detto... Vendete met di casa, cugini cari... anche una o due camere... tanto da tirare innanzi!... Ma nossignore!.. Vendere la casa dei Trao?... Piuttosto, ogni stanza che rovina chiudono l'uscio e si riducono in quelle che restano in piedi... Cos faranno per la cucina... Faranno cuocere le uova qui in sala, quando le avranno... Vendere una o due camere:... Nossignore... non si pu, anche volendo... La camera dell'archivio: e ci son le carte di famiglia!... Quella della processione: e non ci sar poi dove affacciarsi quando passa il Corpus Domini!... Quella del cuc:... Ci hanno anche la camera pel cuc, capite!
E il barone, con quella sfuriata, li piant tutti l, che si sganasciavano dalle risa.
Donna Sarina, prima d'andarsene, picchi di nuovo all'uscio della nipote, per sapere come stava. Fece capolino don Diego, sempre con quella faccia di cartapesta, e ripet:
- Meglio... E' pi calma!... Vuol esser lasciata sola...
- Povero Diego! - sospir la zia Macr. - La Cirmena fece ancora alcuni passi nell'anticamera, perch non udisse don Ferdinando il quale veniva a chiuder l'uscio, e soggiunse sottovoce:
- Lo sapevo da un pezzo... Vi rammentate la sera dell'Immacolata, che cadde tanta neve?... Vidi passare il baronello Rubiera dal vicoletto qui a due passi... intabarrato come un ladro...
Il canonico Lupi attravers il cortile, rialzando la sottana sugli stivaloni grossi in mezzo alle erbacce, si volt indietro verso la casa smantellata, per veder se potessero udirlo, e poi, dinanzi al portone, guardando inquieto di qua e di l, conchiuse:
- Avete udito il dottore Tavuso? Possiamo parlare perch siamo tutti amici intimi e parenti... A certa et le ragazze bisogna maritarle!



II


Nella piazza, come videro passare don Diego Trao col cappello bisunto e la palandrana delle grandi occasioni, fu un avvenimento: - Ci volle il fuoco a farvi uscir di casa! - Il cugino Zacco voleva anche condurlo al Caff dei Nobili: - Narrateci, dite come fu... - Il poveraccio si scherm alla meglio; per altro non era socio: poveri s, ma i Trao non s'erano mai cavato il cappello a nessuno. Fece il giro lungo onde evitare la farmacia di Bomma, dove il dottor Tavuso sedeva in cattedra tutto il giorno; ma nel salire pel Condotto, rasente al muro, inciamp in quella linguaccia di Ciolla, ch'era sempre in cerca di scandali:
- Buon vento, buon vento, don Diego! Andate da vostra cugina Rubiera?
Lui si fece rosso. Sembrava che tutti gli leggessero in viso il suo segreto! Si volt ancora indietro esitante, guardingo, prima d'entrare nel vicoletto, temendo che Ciolla stesse a spiarlo. Per fortuna colui s'era fermato a discorrere col canonico Lupi, facendo di gran risate, alle quali il canonico rispondeva atteggiando la bocca al riso anche lui, discretamente.
La baronessa Rubiera faceva vagliare del grano. Don Diego la vide passando davanti la porta del magazzino, in mezzo a una nuvola di pula, con le braccia nude, la gonnella di cotone rialzata sul fianco, i capelli impolverati, malgrado il fazzoletto che s'era tirato gi sul naso a mo' di tettino. Essa stava litigando con quel ladro del sensale Pirtuso, che le voleva rubare il suo farro pagandolo due tar meno a salma, accesa in volto, gesticolando con le braccia pelose, il ventre che le ballava: - Non ne avete coscienza, giudeo?... - Poi, come vide don Diego, si volt sorridente:
- Vi saluto, cugino Trao. Cosa andate facendo da queste parti?
- Veniva appunto, signora cugina... - e don Diego, soffocato dalla polvere, si mise a tossire.
- Scostatevi, scostatevi! Via di qua, cugino. Voi non ci siete avvezzo - interruppe la baronessa. - Vedete cosa mi tocca a fare? Ma che faccia avete, gesummaria! Lo spavento di questa notte, eh?...
Dalla botola, in cima alla scaletta di legno, si affacciarono due scarpacce, delle grosse calze turchine, e si ud una bella voce di giovanetta la quale disse:
- Signora baronessa, eccoli qua.
- E' tornato il baronello?
- Sento Marchese che abbaia laggi.
- Va bene, adesso vengo. Dunque, pel farro cosa facciamo, mastro Lio?
Pirtuso era rimasto accoccolato sul moggio, tranquillamente, come a dire che non gliene importava del farro, guardando sbadatamente qua e l le cose strane che c'erano nel magazzino vasto quanto una chiesa. Una volta, al tempo dello splendore dei Rubiera, c'era stato anche il teatro. Si vedeva tuttora l'arco dipinto a donne nude e a colonnati come una cappella; il gran palco della famiglia di contro, con dei brandelli di stoffa che spenzolavano dal parapetto; un lettone di legno scolpito e sgangherato in un angolo; dei seggioloni di cuoio, sventrati per farne scarpe; una sella di velluto polverosa, a cavalcioni sul subbio di un telaio; vagli di tutte le grandezze appesi in giro; mucchi di pale e di scope; una portantina ficcata sotto la scala che saliva al palco, con lo stemma dei Rubiera allo sportello, e una lanterna antica posata sul copricielo, come una corona. Giacalone, e Vito Orlando, in mezzo a mucchi di frumento alti al pari di montagne, si dimenavano attorno ai vagli immensi, come ossessi, tutti sudati e bianchi di pula, cantando in cadenza; mentre Gerbido, il ragazzo, ammucchiava continuamente il grano con la scopa.
- Ai miei tempi, signora baronessa, io ci ho visto la commedia, in questo magazzino, - rispose Pirtuso per sviare la domanda.
- Lo so! lo so! Cos si son fatti mangiare il fatto suo i Rubiera! E ora vorreste continuare!... Lo pigliate il farro, s o no?
- Ve l'ho detto: a cinque onze e venti.
- No, in coscienza, non posso. Ci perdo gi un tar a salma.
- Benedicite a vossignoria!
- Via, mastro Lio, ora che ha parlato la signora baronessa! - aggiunse Giacalone, sempre facendo ballare il vaglio. Ma il sensale riprese il suo moggio, e se ne and senza rispondere. La baronessa gli corse dietro, sull'uscio, per gridargli:
- A cinque e vent'uno. V'accomoda?
- Benedicite, benedicite.
Ma essa, colla coda dell'occhio, si accorse che il sensale si era fermato a discorrere col canonico Lupi, il quale, sbarazzatosi infine del Ciolla, se ne veniva su pel vicoletto. Allora, rassicurata, si rivolse al cugino Trao, parlando d'altro:
- Stavo pensando giusto a voi, cugino. Un po' di quel farro voglio mandarvelo a casa... No, no, senza cerimonie... Siamo parenti. La buon'annata deve venire per tutti. Poi il Signore ci aiuta!... Avete avuto il fuoco in casa, eh? Dio liberi! M'hanno detto che Bianca  ancora mezza morta dallo spavento... Io non potevo lasciare, qui... scusatemi.
- S... son venuto appunto... Ho da parlarvi...
- Dite, dite pure... Ma intanto, mentre siete laggi, guardate se torna Pirtuso... Cos, senza farvi scorgere...
- E' una bestia! - rispose Vito Orlando dimenandosi sempre attorno al vaglio. - Conosco mastro Lio. E' una bestia! Non torna.  Ma in quel momento entrava il canonico Lupi, sorridente, con quella bella faccia amabile che metteva tutti d'accordo, e dietro a lui il sensale col moggio in mano. - Deo gratias! Deo gratias! Lo combiniamo questo matrimonio, signora baronessa?
Come s'accorse di don Diego Trao, che aspettava umilmente in disparte, il canonico mut subito tono e maniere, colle labbra strette, affettando di tenersi in disparte anche lui, per discrezione, tutto intento a combinare il negozio del frumento.
Si stette a tirare un altro po'; mastro Lio ora strillava e dibattevasi quasi volessero rubargli i denari di tasca. La baronessa invece coll'aria indifferente, voltandogli le spalle, chiamando verso la botola:
- Rosaria! Rosaria!
- E tacete! - esclam infine il canonico battendo sulle spalle di mastro Lio colla manaccia. - Io so per chi comprate. E' per mastro-don Gesualdo.
Giacalone accenn di s, strizzando l'occhio. 
- Non  vero! Mastro-don Gesualdo non ci ha che fare! - si mise a vociare il sensale. - Quello non  il mestiere di mastro-don Gesualdo! - Ma infine, come s'accordarono sul prezzo, Pirtuso si calm. Il canonico soggiunse:
- State tranquillo, che mastro-don Gesualdo fa tutti i mestieri in cui c' da guadagnare.
Pirtuso il quale s'era accorto della strizzatina d'occhio di Giacalone, and a dirgli sotto il naso il fatto suo: - Che non ne vuoi mangiare pane, tu? Non sai che si tace nei negozi? - La baronessa, dal canto suo, mentre il sensale le voltava le spalle, ammicc anch'essa al canonico Lupi, come a dirgli che riguardo al prezzo non c'era male.
- S, s, - rispose questi sottovoce. - Il barone Zacco sta per vendere a minor prezzo. Per mastro-don Gesualdo ancora non ne sa nulla.
- Ah! s' messo anche a fare il negoziante di grano, mastro-don Gesualdo? Non lo fa pi il muratore?
- Fa un po' di tutto, quel diavolo! Dicesi pure che vuol concorrere all'asta per la gabella delle terre comunali...
La baronessa allora sgran gli occhi: - Le terre del cugino Zacco:... Le gabelle che da cinquant'anni si passano in mano di padre in figlio?... E' una bricconata!
- Non dico di no; non dico di no. Oggi non si ha pi riguardo a nessuno. Dicono che chi ha pi denari, quello ha ragione...
Allora si rivolse verso don Diego, con grande enfasi, pigliandosela coi tempi nuovi:
- Adesso non c' altro Dio! Un galantuomo alle volte... oppure una ragazza ch' nata di buona famiglia... Ebbene non hanno fortuna! Invece uno venuto dal nulla... uno come mastro-don Gesualdo, per esempio!... 
Il canonico riprese a dire come in aria di mistero parlando piano con la baronessa e don Diego Trao sputacchiando di qua e di l:
- Ha la testa fine quel mastro-don Gesualdo! Si far ricco ve lo dico io! Sarebbe un marito eccellente per una ragazza a modo... come ce ne son tante che non hanno molta dote.
Mastro Lio stavolta se ne andava davvero. - Dunque signora baronessa, posso venire a caricare il grano? - La baronessa, tornata di buon umore, rispose: - S ma sapete come dice l'oste? " Qui si mangia e qui si beve; senza denari non ci venire."
- Pronti e contanti, signora baronessa. Grazie a Dio vedrete che saremo puntuali.
- Se ve l'avevo detto! - esclam Giacalone ansando sul vaglio. - E' mastro-don Gesualdo!
Il canonico fece un altro segno d'intelligenza alla baronessa, e dopo che Pirtuso se ne fu andato, le disse:
- Sapete cosa ho pensato? di concorrere pure all'asta vossignoria, insieme a qualchedun altro... ci starei anch'io...
- No, no, ho troppa carne al fuoco!... Poi non vorrei fare uno sgarbo al cugino Zacco! Sapete bene... Siamo nel mondo... Abbiamo bisogna alle volte l'uno dell'altro.
- Intendo... mettere avanti un altro... mastro-don Gesualdo Motta, per esempio. Un capitaluccio lo ha; lo so di sicuro... Vossignoria darebbe l'appoggio del nome... Si potrebbe combinare una societ fra di noi tre...
Poscia, sembrandogli che don Diego Trao stesse ad ascoltare i loro progetti, perch costui aspettava il momento di parlare alla cugina Rubiera, impresciuttito nella sua palandrana, e aveva tutt'altro per la testa il poveraccio! il canonico cambi subito discorso:
- Eh, eh, quante cose ha visto questo magazzino! Mi rammento, da piccolo, il marchese Limli che recitava Adelaide e Comingio colla Margarone, buon'anima, la madre di don Filippo, quella ch' andata a finire poi alla Salonia. "Adelaide! dove sei?" - La scena della Certosa... Bisognava vedere! tutti col fazzoletto agli occhi! Tanto che don Alessandro Spina per la commozione, si mise a gridare: "Ma diglielo che sei tu!..." e le butt anche una parolaccia... Ci fu poi la storia della schioppettata che tirarono al marchese Limli, mentre stava a prendere il fresco, dopo cena; e di don Nicola Margarone che condusse la moglie in campagna, e non le fece pi vedere anima viva. Ora riposano insieme marito e moglie nella chiesa del Rosario, pace alle anime loro!
La baronessa affermava coi segni del capo, dando un colpo di scopa, di tanto in tanto, per dividere il grano dalla mondiglia.  - Cos andavano in rovina le famiglie. Se non ci fossi stata io, in casa dei Rubiera!... Lo vedete quel che sarebbe rimasto di tante grandezze! Io non ho fumi, grazie a Dio! Io sono rimasta quale mi hanno fatto mio padre e mia madre... gente di campagna, gente che hanno fatto la casa colle loro mani, invece di distruggerla! e per loro c' ancora della grazia di Dio nel magazzino dei Rubiera, invece di feste e di teatri...
In quella arriv il vetturale colle mule cariche.
- Rosaria! Rosaria! - si mise a gridare di nuovo la baronessa verso la scaletta.
Finalmente comparvero dalla botola le scarpaccie e le calze turchine, poi la figura di scimmia della serva, sudicia, spettinata, sempre colle mani nei capelli.
- Don Nin non era alla Vignazza, - disse lei tranquillamente. - Alessi  ritornato col cane, ma il baronello non c'era.
- Oh, Vergine Santa! - cominci a strillare la padrona, perdendo un po' del suo colore acceso. - Oh, Maria Santissima! E dove sar mai? Cosa gli sar accaduto al mio ragazzo?
Don Diego a quel discorso si faceva rosso e pallido da un momento all'altro. Aveva la faccia di uno che voglia dire: - Apriti, terra, e inghiottimi! - Toss, cerc il fazzoletto dentro il cappello, apr la bocca per parlare; poi si volse dall'altra parte, asciugandosi il sudore. Il canonico s'affrett a rispondere, guardando sottecchi don Diego Trao.
- Sar andato in qualche altro posto... Quando si va a caccia, sapete bene...
- Tutti i vizi di suo padre, buon'anima! Caccia, giuoco, divertimenti... senza pensare ad altro... e senza neppure avvertirmi!... Figuratevi, stanotte, quando le campane hanno suonato al fuoco, vado a cercarlo in camera sua, e non lo trovo! Mi sentir!... Oh, mi sentir!...
Il canonico cercava di troncare il discorso, col viso inquieto, il sorriso sciocco che non voleva dir nulla:
- Eh, eh, baronessa! vostro figlio non  pi un ragazzo; ha ventisei anni!
- Ne avesse anche cento!... Fin che si marita, capite!... E anche dopo!
- Signora baronessa, dove s'hanno a scaricare i muli? - disse Rosaria, grattandosi il capo.
- Vengo, vengo. Andiamo per di qua. Voialtri passerete pel cortile, quando avrete terminato.
Essa chiuse a catenaccio Giacalone e Vito Orlando dentro il magazzino, e s'avvi verso il portone.
La casa della baronessa era vastissima, messa insieme a pezzi e bocconi, a misura che i genitori di lei andavano stanando ad uno ad uno i diversi proprietari, sino a cacciarsi poi colla figliuola nel palazzetto dei Rubiera e porre ogni cosa in comune: tetti alti e bassi; finestre d'ogni grandezza, qua e l, come capitava; il portone signorile incastrato in mezzo a facciate da catapecchie. Il fabbricato occupava quasi tutta la lunghezza del vicoletto. La baronessa, discorrendo sottovoce col canonico Lupi, s'era quasi dimenticata del cugino, il quale veniva dietro passo passo. Ma giunti al portone il canonico si tir indietro prudentemente: - Un'altra volta; torner poi. Adesso vostro cugino ha da parlarvi. Fate gli affari vostri, don Diego.
- Ah, scusate, cugino. Entrate, entrate pure.
Fin dall'androne immenso e buio, fiancheggiato di porticine basse, ferrate a uso di prigione, si sentiva di essere in una casa ricca: un tanfo d'olio e di formaggio che pigliava alla gola; poi un odore di muffa e di cantina. Dal rastrello spalancato, come dalla profondit di una caverna, venivano le risate di Alessi e della serva che riempivano i barili, e il barlume fioco del lumicino posato sulla botte.
- Rosaria! Rosaria! - torn a gridare la baronessa in tono di minaccia. Quindi rivolta al cugino Trao: - Bisogna darle spesso la voce, a quella benedetta ragazza; perch quando ci ha degli uomini sottomano  un affar serio! Ma del resto  fidata, e bisogna aver pazienza. Che posso farci?... Una casa piena di roba come la mia!...
Pi in l, nel cortile che sembrava quello di una fattoria popolato di galline, di anatre, di tacchini, che si affollavano schiamazzando attorno alla padrona, il tanfo si mutava in un puzzo di concime e di strame abbondante. Due o tre muli dalla lunga fila sotto la tettoia, allungarono il collo ragliando; dei piccioni calarono a stormi dal tetto; un cane da pecoraio feroce, si mise ad abbaiare, strappando la catena; dei conigli allungavano pure le orecchie inquiete, dall'oscurit misteriosa della legnaia. E la baronessa in mezzo a tutto quel ben di Dio, disse al cugino:
- Voglio mandarvi un paio di piccioni, per Bianca...
Il poveraccio toss, si soffi il naso, ma non trov neppure allora le parole da rispondere. Infine, dopo un laberinto di anditi e di scalette, per stanzoni oscuri, ingombri di ogni sorta di roba, mucchi di fave e di orzo riparati dai graticci, arnesi di campagna, cassoni di biancheria, arrivarono nella camera della baronessa, imbiancata a calce, col gran letto nuziale rimasto ancora tale e quale, dopo vent'anni di vedovanza, dal ramoscello d'ulivo benedetto, a pi del crocifisso, allo schioppo del marito accanto al capezzale.
La cugina Rubiera era tornata a lamentarsi del figliuolo: - Tale e quale suo padre, buon'anima! Senza darsi un pensiero al mondo della mamma o dei suoi interessi!...
Vedendo il cugino Trao inchiodato sull'uscio, rimpiccinito nel soprabitone, gli porse da sedere: - Entrate, entrate, cugino Trao. - Il poveretto si lasci cadere sulla seggiola, quasi avesse le gambe rotte, sudando come Ges all'orto; si cav allora il cappellaccio bisunto, passandosi il fazzoletto sulla fronte.
- Avete da dirmi qualche cosa, cugino? Parlate, dite pure.
Egli strinse forte le mani l'una nell'altra, dentro il cappello, e balbett colla voce roca, le labbra smorte e tremanti, gli occhi umidi e tristi che evitavano gli occhi della cugina:
- Sissignora... Ho da parlarvi...
Lei, da prima, al vedergli quella faccia, pens che fosse venuto a chiederle denari in prestito. Sarebbe stata la prima volta,  vero: erano troppo superbi i cugini Trao: qualche regaluccio, di quelli che aiutano a tirare innanzi, vino, olio, frumento, solevano accettarlo dai parenti ricchi - lei, la cugina Sganci, il barone Mndola - ma la mano non l'avevano mai stesa. Per alle volte il bisogno fa chinare il capo anche ad altro!... La prudenza istintiva che era nel sangue di lei, le agghiacci un momento il sorriso benevolo. Poscia pens al fuoco che avevano avuto in casa, alla malattia di Bianca - era una buona donna infine - don Diego aveva proprio una faccia da far compassione... Accost la sua seggiola a quella di lui, per fargli animo, e soggiunse:
- Parlate, parlate, cugino mio... Quel che si pu fare... sapete bene... siamo parenti... I tempi non rispondono... ma quel poco che si pu... Non molto... ma quel poco che posso... fra parenti... Parlate pure...
Ma egli non poteva, no! colle fauci strette, la bocca amara, alzando ogni momento gli occhi su di lei, e aprendo le labbra senza che ne uscisse alcun suono. Infine, cav di nuovo il fazzoletto per asciugarsi il sudore, se lo pass sulle labbra aride, balbettando:
- E' accaduta una disgrazia!... Una gran disgrazia!...
La baronessa ebbe paura di essersi lasciata andare troppo oltre. Nei suoi occhi, che fuggivano quelli lagrimosi del cugino, cominci a balenare la inquietudine del contadino che teme per la sua roba.
- Cio!... cio!...
- Vostro figlio  tanto ricco!... Mia sorella no, invece!...
A quelle parole la cugina Rubiera tese le orecchie, colla faccia a un tratto irrigidita nella maschera dei suoi progenitori, improntata della diffidenza arcigna dei contadini che le avevano dato il sangue delle vene e la casa messa insieme a pezzo a pezzo colle loro mani. Si alz, and ad appendere la chiave allo stipite dell'uscio, frug alquanto nei cassetti del cassettone. Infine, vedendo che don Diego non aggiungeva altro:
- Ma spiegatevi, cugino. Sapete che ho tanto da fare...
Invece di spiegarsi don Diego scoppi a piangere come un ragazzo, nascondendo il viso incartapecorito nel fazzoletto di cotone, con la schiena curva e scossa dai singhiozzi ripetendo: 
- Bianca! mia sorella!... E' capitata una gran disgrazia alla mia povera sorella!... Ah, cugina Rubiera!... voi che siete madre!...
Adesso la cugina aveva tutt'altra faccia anche lei: le labbra strette per non lasciarsi scappar la pazienza, e una ruga nel bel mezzo della fronte: la ruga della gente che  stata all'acqua e al sole per farsi la roba - o che deve difenderla. In un lampo le tornarono in mente tante cose alle quali non aveva badato nella furia del continuo da fare: qualche mezza parola della cugina Macr; le chiacchiere che andava spargendo don Luca il sagrestano; certi sotterfugi del figliuolo. A un tratto si sent la bocca amara come il fiele anch'essa.
- Non so, cugino, - gli rispose secco secco. - Non so come ci entri io in questi discorsi...
Don Diego stette un po' a cercare le parole, guardandola fisso negli occhi che dicevano tante cose, in mezzo a quelle lagrime di onta e di dolore, e poi nascose di nuovo il viso fra le mani, accompagnando col capo la voce che stentava a venir fuori:
- S!... s!... Vostro figlio Nin!...
La baronessa stavolta rimase lei senza trovar parola, con gli occhi che le schizzavano fuori dal faccione apoplettico fissi sul cugino Trao, quasi volesse mangiarselo; quindi balz in piedi come avesse vent'anni, e spalanc in furia la finestra gridando:
- Rosaria! Alessi! venite qua!
- Per carit! per carit! - supplicava don Diego a mani giunte, correndole dietro. - Non fate scandali, per carit! - E tacque, soffocato dalla tosse, premendosi il petto.
Ma la cugina, fuori di s, non gli dava pi retta. Sembrava un terremoto per tutta la casa: gli schiamazzi dal pollaio; l'uggiolare del cane; le scarpaccie di Alessi e di Rosaria che accorrevano a rotta di collo, arruffati, scalmanati, con gli occhi bassi.
- Dov' mio figlio, infine? Cosa t'hanno detto alla Vignazza? Parla, stupido! - Alessi dondolandosi ora su di una gamba e ora sull'altra, balbettando, guardando inquieto di qua e di l, ripeteva sempre la stessa cosa: - Il baronello non era alla Vignazza. Vi aveva lasciato il cane, Marchese, la sera innanzi, ed era partito: - A piedi, sissignora. Cos mi ha detto il fattore. - La serva, rassettandosi di nascosto, a capo chino, soggiunse che il baronello, allorch andava a caccia di buon'ora, soleva uscire dalla porticina della stalla, per non svegliar nessuno: - La chiave?... Io non so... Ha minacciato di rompermi le ossa... La colpa non  mia, signora baronessa!... - Come le pigliasse un accidente, alla signora baronessa. - Poi sgattaiolarono entrambi mogi mogi. Nella scala si udirono di nuovo le scarpaccie che scendevano a precipizio, inseguendosi.
Don Diego, cadaverico, col fazzoletto sulla bocca per frenare la tosse, continuava a balbettare soffocato delle parole senza senso.
- Era l... dietro quell'uscio!... Meglio m'avesse ucciso addirittura... allorch mi punt le pistole al petto... a me!... le pistole al petto, cugina Rubiera!...
La baronessa si asciugava le labbra amare come il fiele col fazzoletto di cotone: - No! questa non me l'aspettavo!... dite la verit, cugino don Diego, che non me la meritavo!... Vi ho sempre trattati da parenti... E quella gatta morta di Bianca che me la pigliavo in casa giornate intere... come una figliuola...
- Lasciatela stare, cugina Rubiera! - interruppe don Diego, con un rimasuglio del vecchio sangue dei Trao alle guance.
- S, s, lasciamola stare! Quanto a mio figlio ci penser io, non dubitate! Gli far fare quel che dico io, al signor baronello... Birbante! assassino! Sar causa della mia morte!...
E le spuntarono le lagrime. Don Diego, avvilito, non osava alzare gli occhi. Ci aveva fissi dinanzi, implacabili, Ciolla, la farmacia di Bomma, le risate ironiche dei vicini, le chiacchiere delle comari, ed anche insistente e dolorosa, la visione netta della sua casa, dove un uomo era entrato di notte: la vecchia casa che gli sembrava sentir trasalire ancora in ogni pietra all'eco di quei passi ladri: e Bianca, sua sorella, la sua figliuola, il suo sangue, che gli aveva mentito, che s'era stretta tacita nell'ombra all'uomo il quale veniva a recare cos mortale oltraggio ai Trao: il suo povero corpo delicato e fragile nelle braccia di un estraneo!... Le lagrime gli scendevano amare e calde a lui pure lungo il viso scarno che nascondeva fra le mani.
La baronessa, infine, si asciug gli occhi, e sospir rivolta al crocifisso:
- Sia fatta la volont di Dio! Anche voi, cugino Trao, dovete aver la bocca amara! Che volete: Tocca a noi che abbiamo il peso della casa sulle spalle!... Dio sa se della mia pelle ho fatto scarpe, dalla mattina alla sera! se mi son levato il pan di bocca per amore della roba!... E poi tutto a un tratto, ci casca addosso un negozio simile!... Ma questa  l'ultima che mi far il signor baronello!... L'aggiuster io, non dubitate! Alla fin fine non  pi un ragazzo! Lo mariter a modo mio... La catena al collo, l! quella ci vuole!... Ma voi, lasciatemelo dire, dovevate tenere gli occhi aperti, cugino Trao!... Non parlo di vostro fratello don Ferdinando, ch' uno stupido, poveretto, sebbene sia il primogenito... ma voi che avete pi giudizio... e non siete un bambino neppur voi! Dovevate pensarci voi!... Quando si ha in casa una ragazza... L'uomo  cacciatore, si sa!... A vostra sorella avreste dovuto pensarci voi... o piuttosto lei stessa... Quasi quasi si direbbe... colpa sua!... Chiss cosa si sar messa in testa?... magari di diventare baronessa Rubiera...
Il cugino Trao si fece rosso e pallido in un momento.
- Signora baronessa... siamo poveri...  vero... Ma quanto a nascita...
- Eh, caro mio! la nascita... gli antenati... tutte belle cose... non dico di no... Ma gli antenati che fecero mio figlio barone... volete sapere quali furono?... Quelli che zapparono la terra!... Col sudore della fronte, capite? Non si ammazzarono a lavorare perch la loro roba poi andasse in mano di questo e di quello... capite?...
In quel mentre bussarono al portone col pesante martello di ferro che rintron per tutta la casa, e suscit un'altra volta lo schiamazzo del pollaio, i latrati del cane; e mentre la baronessa andava alla finestra, per vedere chi fosse, Rosaria grid dal cortile:
- C' il sensale... quello del grano...
- Vengo, vengo! - seguit a brontolare la cugina Rubiera, tornando a staccare dal chiodo la chiave del magazzino. - Vedete quel che ci vuole a guadagnare un tar a salma, con Pirtuso e tutti gli altri! Se ho lavorato anch'io tutta la vita, e mi son tolto il pan di bocca, per amore della casa, intendo che mia nuora vi abbia a portare la sua dote anch'essa...
Don Diego, sgambettando pi lesto che poteva dietro alla cugina Rubiera, per gli anditi e gli stanzoni pieni di roba seguitava: 
- Mia sorella non  ricca... cugina Rubiera... Non ha la dote che ci vorrebbe... Le daremo la casa e tutto... Ci spoglieremo per lei... Ferdinando ed io... 
- Appunto, vi dicevo!... Badate che c' uno scalino rotto... Voglio che mio figlio sposi una bella dote. La padrona son io, quella che l'ha fatto barone. Non l'ha fatta lui la roba! Entrate, entrate, mastro Lio. L, dal cancello di legno. E' aperto... 
- Vostro figlio per lo sapeva che mia sorella non  ricca!...- ribatteva il povero don Diego che non si risolveva ad andarsene, mentre la cugina Rubiera aveva tanto da fare. Essa allora si volt come un gallo, coi pugni sui fianchi, in cima alla scala:
- A mio figlio ci penso io, torno a dirvi! Voi pensate a vostra sorella... L'uomo  cacciatore... Lo mander lontano! Lo chiudo a chiave! Lo sprofondo! Non torner in paese altro che maritato! colla catena al collo! ve lo dico io! La mia croce! la mia rovina!...
Quindi, mossa a compassione dalla disperazione muta del poveraccio, il quale non si reggeva sulle gambe, aggiunse, scendendo adagio adagio:
- E del resto... sentite, don Diego... Far anch'io quello che potr per Bianca... Sono madre anch'io!... Sono cristiana!... Immagino la spina che dovete averci l dentro...
- Signora baronessa, dice che il farro non risponde al peso, - grid Alessi dalla porta del magazzino.
- Che c'? Cosa dice?... Anche il peso adesso? La solita rinculata! per carpirmi un altro ribasso!...
E la baronessa part come una furia. Per un po' si ud nella profondit del magazzino un gran voco: sembrava che si fossero accapigliati. Pirtuso strillava peggio di un agnello in mano al beccaio; Giacalone e Vito Orlando vociavano anch'essi, per metterli d'accordo, e la baronessa fuori di s, che ne diceva di tutti i colori. Poscia vedendo passare il cugino Trao, il quale se ne andava colla coda fra le gambe, la testa infossata nelle spalle, barcollando, lo ferm sull'uscio, cambiando a un tratto viso e maniere:
- Sentite, sentite... l'aggiusteremo fra di noi questa faccenda... Infine cos' stato?... Niente di male, ne son certa. Una ragazza col timor di Dio... La cosa rimarr fra voi e me... l'accomoderemo fra di noi... Vi aiuter anch'io, don Diego... Sono madre... son cristiana... La mariteremo a un galantuomo...
Don Diego scosse il capo amaramente, avvilito, barcollando come un ubbriaco nell'andarsene.
- S, s, le troveremo un galantuomo... Vi aiuter anch'io come posso... Pazienza!... Far un sagrificio...
Egli a quelle parole si ferm, cogli occhi spalancati, tutto tremante: - Voi!... cugina Rubiera!... No!... no!... Questo non pu essere...
In quel momento veniva dal magazzino il sensale, bianco di pula, duro, perfino nella barba che gli tingeva di nero il viso anche quand'era fatta di fresco: gli occhietti grigi come due tar d'argento, sotto le sopracciglia aggrottate dal continuo stare al sole e al vento in campagna.
- Bacio le mani, signora baronessa.
- Come? Cos ve ne andate? Che c' di nuovo? Non vi piace il farro?
L'altro disse di no col capo anch'esso, al pari di don Diego Trao, il quale se ne andava rasente al muro, continuando a scrollare la testa, come fosse stato colto da un accidente, inciampando nei sassi ogni momento.
- Come? - seguitava a sbraitare la baronessa. - Un negozio gi conchiuso!...
- C' forse caparra, signora baronessa?
- Non c' caparra; ma c' la parola!...
- In tal caso, bacio le mani a vossignoria!
E tir via, ostinato come un mulo. La baronessa, furibonda, gli strill dietro:
- Sono azionacce da pari vostro! Un pretesto per rompere il negozio... degno di quel mastro-don Gesualdo che vi manda... ora che s' pentito...
Giacalone e Vito Orlando gli correvano dietro anch'essi scalmanandosi a fargli sentire la ragione. Ma Pirtuso tirava via, senza rispondere neppure, dicendo a don Diego Trao che non gli dava retta:
- La baronessa ha un bel dire... come se al caso non avrebbe fatto lo stesso lei pure!... Ora che il barone Zacco ha cominciato a vendere con ribasso... Villano o baronessa la caparra  quella che conta. Dico bene, vossignoria?



III


La signora Sganci aveva la casa piena di gente, venuta per vedere la processione del Santo patrono: c'erano dei lumi persino nella scala; i cinque balconi che mandavano fuoco e fiamma sulla piazza nera di popolo; don Giuseppe Barabba in gran livrea e coi guanti di cotone, che annunziava le visite.
- Mastro-don Gesualdo! - voci a un tratto, cacciando fra i battenti dorati il testone arruffato. - Devo lasciarlo entrare, signora padrona?
C'era il fior fiore della nobilt: l'arciprete Bugno, lucente di raso nero; donna Giuseppina Alsi, carica di gioie; il marchese Limli, con la faccia e la parrucca del secolo scorso. La signora Sganci, sorpresa in quel bel modo dinanzi a tanta gente, non seppe frenarsi.
- Che bestia! Sei una bestia! Don Gesualdo Motta, si dice! bestia! 
Mastro-don Gesualdo fece cos il suo ingresso fra i pezzi grossi del paese, raso di fresco, vestito di panno fine, con un cappello nuovo fiammante fra le mani mangiate di calcina.
- Avanti, avanti, don Gesualdo! - strill il marchese Limli con quella sua vocetta acre che pizzicava. - Non abbiate suggezione.
Mastro-don Gesualdo per esitava alquanto, intimidito, in mezzo alla gran sala tappezzata di damasco giallo, sotto gli occhi di tutti quei Sganci che lo guardavano alteramente dai ritratti, in giro alle pareti.
La padrona di casa gli fece animo:
- Qui, qui, c' posto anche per voi, don Gesualdo.
C'era appunto il balcone del vicoletto, che guardava di sbieco sulla piazza, per gli invitati di seconda mano ed i parenti poveri: donna Chiara Macr, cos umile e dimessa che pareva una serva; sua figlia donna Agrippina, monaca di casa una ragazza con tanto di baffi, un faccione bruno e bitorzoluto da zoccolante, e due occhioni neri come il peccato che andavano frugando gli uomini. In prima fila il cugino don Ferdinando, curioso pi di un ragazzo, che s'era spinto innanzi a gomitate, e allungava il collo verso la Piazza Grande dal cravattone nero, al pari di una tartaruga, cogli occhietti grigi e stralunati, il mento aguzzo e color di filiggine, il gran naso dei Trao palpitante, il codino ricurvo, simile alla coda di un cane sul bavero bisunto che gli arrivava alle orecchie pelose; e sua sorella donna Bianca rincantucciata dietro di lui, colle spalle un po' curve, il busto magro e piatto, i capelli lisci, il viso smunto e dilavato, vestita di lanetta in mezzo a tutto il parentado in gala.
La zia Sganci torn a dire:
- Venite qui, don Gesualdo. V'ho serbato il posto per voi. Qui, vicino ai miei nipoti.
Bianca si fece in l, timidamente. Don Ferdinando, temendo  d'esser scomodato, volse un momento il capo, accigliato, e mastro-don Gesualdo si avvicin al balcone, inciampando, balbettando, sprofondandosi in scuse. Rimase l, dietro le spalle di coloro che gli stavano dinanzi, alzando il capo a ogni razzo che saliva dalla piazza per darsi un contegno meno imbarazzato.
- Scusate! scusate! - sbuff allora donna Agrippina Macr, arricciando il naso, facendosi strada coi fianchi poderosi, assettandosi sdegnosa il fazzoletto bianco sul petto enorme; e capit nel crocchio dove era la zia Cirmena colle altre dame, sul balcone grande, in mezzo a un gran mormoro, tutte che si voltavano a guardare verso il balcone del vicoletto, in fondo alla sala.
- Me l'han messo l... alle costole, capite!... Un'indecenza!
- Ah,  quello lo sposo! - domand sottovoce donna Giuseppina Alsi, cogli occhietti che sorridevano in mezzo al viso placido di luna piena.
- Zitto! zitto. Vado a vedere... - disse la Cirmena, e attravers la sala - come un mare di luce nel vestito di raso giallo - per andare a fiutare che cosa si macchinasse nel balcone del vicoletto. L tutti sembravano sulle spine: la zia Macr fingendo di guardare nella piazza, Bianca zitta in un cantuccio, e don Ferdinando solo che badava a godersi la festa, voltando il capo di qua e di l, senza dire una parola.
- Vi divertite qui, eh? Tu ti diverti, Bianca?
Don Ferdinando volse il capo infastidito; poi vedendo la cugina Cirmena, borbott: - Ah... donna Sarina... buona sera! buona sera! - E torn a voltarsi dall'altra parte. Bianca alz gli occhi dolci ed umili sulla zia e non rispose; la Macr abbozz un sorriso discreto.
La Cirmena riprese subito, guardando don Gesualdo:
- Che caldo, eh? Si soffoca! C' troppa gente questa volta..
La cugina Sganci ha invitato tutto il paese...
Mastro-don Gesualdo fece per tirarsi da banda.
- No, no, non vi scomodate, caro voi... Sentite piuttosto, cugina Macr...
- Signora! signora! - voci in quel momento don Giuseppe Barabba, facendo dei segni alla padrona.
- No, - rispose lei, - prima deve passare la processione.
Il marchese Limli la colse a volo mentre s'allontanava, fermandola pel vestito: - Cugina, cugina, levatemi una curiosit: cosa state almanaccando con mastro-don Gesualdo?
- Me l'aspettavo... cattiva lingua!... - borbott la Sganci; e lo piant l, senza dargli retta, che se la rideva fra le gengive nude, sprofondato nel seggiolone, come una mummia maliziosa.
Entrava in quel punto il notaro Neri, piccolo, calvo, rotondo, una vera trottola, col ventre petulante, la risata chiassosa, la parlantina che scappava stridendo a guisa di una carrucola. - Donna Mariannina!... Signori miei!... Quanta gente!... Quante bellezze!... - Poi, scoperto anche mastro-don Gesualdo in pompa magna, finse di chinarsi per vederci meglio, come avesse le traveggole, inarcando le ciglia, colla mano sugli occhi; si fece il segno della croce e scapp in furia verso il balcone grande, cacciandosi a gomitate nella folla, borbottando:
- Questa  pi bella di tutte!... Com' vero Dio!
Donna Giuseppina Alsi istintivamente corse con la mano sulle gioie; e la signora Capitana, che non avendo da sfoggiarne metteva in mostra altre ricchezze, al sentirsi frugare nelle spalle si volse come una vipera.
- Scusate, scusate; - balbettava il notaro. - Cerco il barone Zacco.
Dalla via San Sebastiano, al disopra dei tetti, si vedeva crescere verso la piazza un chiarore d'incendio, dal quale di tratto in tratto scappavano dei razzi, dinanzi alla statua del santo, con un voco di folla che montava a guisa di tempesta.
- La processione! la processione! - strillarono i ragazzi pigiati contro la ringhiera. Gli altri si spinsero innanzi; ma la processione ancora non spuntava. Il cavaliere Peperito, che si mangiava con gli occhi le gioie di donna Giuseppina Alsi - degli occhi di lupo affamato sulla faccia magra, folta di barba turchiniccia sino agli occhi - approfitt della confusione per soffiarle nell'orecchio un'altra volta:
- Sembrate una giovinetta, donna Giuseppina! parola di cavaliere!
- Zitto, cattivo soggetto! - rispose la vedova. - Raccomandatevi piuttosto al santo Patrono che sta per arrivare.
- S, s, se mi fa la grazia...
Dal seggiolone dove era rannicchiato il marchese Limli sorse allora la vocetta fessa di lui:
- Servitevi, servitevi pure! Gi son sordo, lo sapete.
Il barone Zacco, rosso come un peperone, rientr dal balcone, senza curarsi del santo, sfogandosi col notaro Neri:
- Tutta opera del canonico Lupi!... Ora mi cacciano fra i piedi anche mastro-don Gesualdo per concorrere all'asta delle terre comunali!... Ma non me le toglieranno! dovessi vendere Fontanarossa, vedete! Delle terre che da quarant'anni sono nella mia famiglia!...
Tutt'a un tratto, sotto i balconi, la banda scoppi in un passodoppio furibondo, rovesciandosi in piazza con un'onda di popolo che sembrava minacciosa. La signora Capitana si tir indietro arricciando il naso.
- Che odore di prossimo viene di laggi!
- Capite? - seguitava a sbraitare il barone Zacco - delle terre che pago gi a tre onze la salma! E gli par poco!
Il notaro Neri, che non gli piaceva far sapere alla gente i fatti suoi, si rivolse alla signora Capitana scollacciata ch'era un'indecenza, col pretesto che si faceva mandare i vestiti da Palermo, la quale civettava in mezzo a un gruppo di giovanotti.
- Signora Capitana! signora Capitana! Cos rubate la festa al santo! Tutti gli voltano le spalle! 
- Come siete stupidi, tutti quanti! - rispose la Capitana, gongolante. - Vado a mettermi vicino al marchese, che ha pi giudizio di voi.
- Ahim! ahim! signora mia!...
Il marchese, cogli occhietti svegli adesso, andava fiutandole da presso il profumo di bergamotta tanto che essa doveva schermirsi col ventaglio, e il vecchietto ad ostinarsi:
- No! no! lasciatemi fare le mie devozioni!...
L'arciprete prese tabacco, si spurg, toss, infine si alz, e si mosse per andarsene, gonfiando le gote - le gote lucenti la sottana lucente, il grosso anello lucente, tanto che le male lingue dicevano fosse falso; mentre il marchese gli gridava dietro:
- Don Calogero! don Calogero! dico per dire che diavolo! Alla mia et... 
E appena cessarono le risate alla sortita del marchese, si ud donna Giuseppina Alsi, che faceva le sue confidenze al cavaliere.
-... come fossi libera, capite! Le due grandi al Collegio di Maria; il maschio al Seminario; in casa ci ho soltanto l'ultimo, Sarino, ch' meno alto di questo ventaglio. Poi i miei figliuoli hanno la roba del loro padre, buon'anima...
Donna Sarina torn verso il balcone grande chiacchierando sottovoce colla cugina Macr, con delle scrollatine di capo e dei sorrisetti che volevano dire.
- Per non capisco il mistero che vuol farne la cugina Sganci!... Siamo parenti di Bianca anche noi, alla fin fine!...
- E' quello? quello l? - torn a chiedere donna Giuseppina col sorriso maligno di prima.
La Cirmena accenn di s, stringendo le labbra sottili, cogli occhi rivolti altrove, in aria di mistero anch'essa. Infine non si tenne pi:
- Fanno le cose sottomano... come se fossero delle sudicerie. Capiscono anche loro che manipolano delle cose sporche... Ma la gente poi non  cos sciocca da non accorgersi... Un mese che il canonico Lupi si arrabatta in questo negozio... un va e vieni fra la Sganci e la Rubiera...
- Non me lo dite! - esclam Peperito. - Una Trao che sposa mastro-don Gesualdo!... Non me lo dite!... Quando vedo una famiglia illustre come quella scendere tanto basso mi fa male allo stomaco, in parola d'onore! 
E volse le spalle soffiandosi il naso come una trombetta nel fazzoletto sudicio, fremendo d'indignazione per tutta la personcina misera, dopo aver saettato un'occhiata eloquente a donna Giuseppina.
- Chi volete che la sposi?... senza dote!... - ribatt la Cirmena al cavaliere ch'era gi lontano. - Poi, dopo quello ch' successo!...
- Almeno si metter in grazia di Dio! - osserv piano la zia Macr. La sua figliuola che stava ad ascoltare senza dir nulla, fissando in volto a chi parlava quegli occhioni ardenti, scosse la tonaca, quasi avesse temuto d'insudiciarla fra tante sozzure, e mormor colla voce d'uomo, colle grosse labbra sdegnose sulle quali sembrava veder fremere i peli neri, rivolta al chiarore della processione che s'avvicinava al di sopra dei tetti della via, come un incendio:
- Santo Patrono! Guardatemi voi!
- Queste sono le conseguenze!... La ragazza si era messa in testa non so che cosa... Un disonore per tutto il parentado!... La cugina Sganci ha fatto bene a ripararvi... Non dico di no!... Ma avrebbe dovuto parlarne a noi pure che siamo parenti di Bianca al par di lei... Piuttosto che fare le cose di nascosto... Scommetto che neppure don Ferdinando ne sa nulla...
- Ma l'altro fratello... don Diego, cosa ne dice?...
- Ah, don Diego?... sar a rovistare fra le sue cartacce... Le carte della lite!... Non pensa ad altro... Crede d'arricchire colla lite!... Lo vedete che non  uscito di casa neppure per la festa... Poi forse si vergogna a farsi vedere dalla gente... Tutti cos quei Trao... Degli stupidi!... gente che si troveranno un bel giorno morti di fame in casa, piuttosto di aprir bocca per...
- Il canonico, no! - stava dicendo il notaro mentre s'avvicinavano al balcone discorrendo sottovoce col barone Zacco. - Piuttosto la baronessa... offrendole un guadagno... Quella non ha puntiglio!... Del canonico non ho paura... - E tutto sorridente poi colle signore:
- Ah!... donna Chiara!... La bella monaca che avete in casa!... Una vera grazia di Dio!...
- Eh, marchese? eh? Chi ve l'avrebbe detto, ai vostri tempi?... che sareste arrivato a vedere la processione del santo Patrono spalla a spalla con mastro-don Gesualdo, in casa Sganci! - riprese il barone Zacco, il quale pensava sempre a una cosa, e non poteva mandarla gi, guardando di qua e di l cogli occhiacci da spiritato, ammiccando alle donne per farle ridere.
Il marchese, impenetrabile, rispose solo:
- Eh, eh, caro barone! Eh, eh!
- Sapete quanto ha guadagnato nella fabbrica dei mulini mastro-don Gesualdo? - entr a dire il notaro a mezza voce in aria di mistero. - Una bella somma! Ve lo dico io!... Si  tirato su dal nulla... Me lo ricordo io manovale, coi sassi in spalla... sissignore!... Mastro Nunzio, suo padre, non aveva di che pagare le stoppie per far cuocere il gesso nella sua fornace... Ora ha l'impresa del ponte a Fiumegrande!... Suo figlio ha sborsato la cauzione, tutta in pezzi da dodici tar, l'un sull'altro... Ha le mani in pasta in tutti gli affari del comune... Dicono che vuol mettersi anche a speculare sulle terre... L'appetito viene mangiando... Ha un bell'appetito... e dei buoni denti, ve lo dico io!... Se lo lasciano fare, di qui a un po' si dir che mastro-don Gesualdo  il padrone del paese!
Il marchese allora lev un istante la sua testolina di scimmia; ma poi fece una spallucciata, e rispose, con quel medesimo risolino tagliente:
- Per me... non me ne importa. Io sono uno spiantato.
- Padrone?... padrone?... quando saran morti tutti quelli che son nati prima di lui!... e meglio di lui! Vender Fontanarossa; ma le terre del comune non me le toglie mastro-don Gesualdo! N solo, n coll'aiuto della baronessa Rubiera!
- Che c'? che c'? - interruppe il notaro correndo al balcone, per sviare il discorso, poich il barone non sapeva frenarsi e vociava troppo forte.
Gi in piazza, dinanzi al portone di casa Sganci, vedevasi un tafferuglio, dei vestiti chiari in mezzo alla ressa, berretti che volavano in aria, e un tale che distribuiva legnate a diritta e a manca per farsi largo. Subito dopo comparve sull'uscio dell'anticamera don Giuseppe Barabba, colle mani in aria strangolato dal rispetto. 
- Signora!... signora!...
Era tutto il casato dei Margarone stavolta: donna Fif, donna Giovannina, donna Mita, la mamma Margarone, donna Bellonia, dei Bracalanti di Pietraperzia, nientemeno, che soffocava in un busto di raso verde, pavonazza, sorridente; e dietro, il pap Margarone, dignitoso, gonfiando le gote, appoggiandosi alla canna d'India col pomo d'oro, senza voltar nemmeno il capo, tenendo per mano l'ultimo dei Margarone, Nicolino, il quale strillava e tirava calci perch non gli facevano vedere il santo dalla piazza. Il pap, brandendo la canna d'India, voleva insegnargli l'educazione.
- Adesso? - sogghign il marchese per calmarlo. - Oggi ch' festa? Lasciatelo stare quel povero ragazzo, don Filippo!
Don Filippo lasci stare, limitandosi a lanciare di tanto in tanto qualche occhiataccia autorevole al ragazzo che non gli badava. Intanto gli altri facevano festa alle signore Margarone: - Donna Bellonia!... donna Fif!... che piacere, stasera!... - Perfino don Giuseppe Barabba, a modo suo, sbracciandosi a portar delle altre seggiole e a smoccolare i lumi. Poi dal balcone si mise a fare il telegrafo con qualcuno ch'era gi in piazza, gridando per farsi udire in mezzo al gran bruso della folla: - Signor barone! signor barone! - Infine corse dalla padrona, trionfante:
- Signora! signora! Eccolo che viene! ecco don Nin!.
Donna Giuseppina Alsi abbozz un sorrisetto alla gomitata che le piant nei fianchi il barone Zacco. La signora Capitana invece si rizz sul busto - come se sbocciassero allora le sue belle spalle nude dalle maniche rigonfie.
- Sciocco! Non ne fai una bene! Cos' questo fracasso? Non  questa la maniera!
Don Giuseppe se ne and brontolando.
Ma in quella entrava don Nin Rubiera, un giovanotto alto e massiccio che quasi non passava dall'uscio, bianco e rosso in viso, coi capelli ricciuti, e degli occhi un po' addormentati che facevano girare il capo alle ragazze. Donna Giovannina Margarone, un bel pezzo di grazia di Dio anch'essa, cinghiata nel busto al pari della mamma, si fece rossa come un papavero, al vedere entrare il baronello. Ma la mamma le metteva sempre innanzi la maggiore, donna Fif, disseccata e gialla dal lungo celibato, tutta pelosa, con certi denti che sembrava volessero acchiappare un marito a volo, sopraccarica di nastri, di fronzoli e di gale, come un uccello raro.
- Fif vi ha scoperto per la prima in mezzo alla folla!... Che folla, eh? Mio marito ha dovuto adoperare il bastone per farci largo. Proprio una bella festa! Fif ci ha detto: Ecco l il baronello Rubiera, vicino al palco della musica...
Don Nin guardava intorno inquieto. A un tratto scoprendo la cugina Bianca rincantucciata in fondo al balcone del vicoletto, smorta in viso, si turb, smarr un istante il suo bel colorito fiorente, e rispose balbettando:
- Sissignora... infatti... sono della commissione...
- Bravo! bravo! Bella festa davvero! Avete saputo far le cose bene!... E vostra madre, don Nin?...
- Presto! presto! - chiam dal balcone la zia Sganci. - Ecco qui il santo!
Il marchese Limli, che temeva l'umidit della sera, aveva afferrato la mamma Margarone pel suo vestito di raso verde e faceva il libertino: - Non c' furia, non c' furia! Il santo torna ogni anno. Venite qua, donna Bellonia. Lasciamo il posto ai giovani, noi che ne abbiamo viste tante delle feste!
E continuava a biasciarle delle barzellette salate nell'orecchio che sembrava arrossire dalla vergogna; divertendosi alla faccia seria che faceva don Filippo sul cravattone di raso; mentre la signora Capitana, per far vedere che sapeva stare in conversazione, rideva come una matta, chinandosi in avanti ogni momento, riparandosi col ventaglio per nascondere i denti bianchi, il seno bianco, tutte quelle belle cose di cui studiava l'effetto colla coda dell'occhio, mentre fingeva d'andare in collera allorch il marchese si pigliava qualche libert soverchia - adesso che erano soli - diceva lui col suo risolino sdentato di satiro.
- Mita! Mita! - chiam infine la mamma Margarone.
- No! no! Non mi scappate, donna Bellonia!... Non mi lasciate solo con la signora Capitana... alla mia et!... Donna Mita sa quel che deve fare. E' grande e grossa quanto le sue sorelle messe insieme; ma sa che deve fare la bambina, per non far torto alle altre due.
Il notaro Neri, che per la sua professione sapeva i fatti di tutto il paese e non aveva peli sulla lingua, domand alla signora Margarone:
- Dunque, ce li mangeremo presto questi confetti pel matrimonio di donna Fif?
Don Filippo toss forte. Donna Bellonia rispose che sino a quel momento erano chiacchiere: la gente parlava perch sapeva don Nin Rubiera un po' assiduo con la sua ragazza:
- Nulla di serio. Nulla di positivo... - Ma le si vedeva una gran voglia di non esser creduta. Il marchese Limli al solito trov la parola giusta:
- Finch i parenti non si saranno accordati per la dote, non se ne deve parlare in pubblico.
Don Filippo afferm col capo, e donna Bellonia, vista l'approvazione del marito, s'arrischi a dire:
- E' vero.
- Sar una bella coppia! - soggiunse graziosamente la signora Capitana.
Il cavaliere Peperito, onde non stare a bocca chiusa come un allocco, in mezzo al crocchio dove l'aveva piantato donna Giuseppina per non dar troppo nell'occhio, scapp fuori a dire:
- Per la baronessa Rubiera non  venuta!... Come va che la baronessa non  venuta dalla cugina Sganci?
Ci fu un istante di silenzio. Solo il barone Zacco, da vero zotico, per sfogare la bile che aveva in corpo, si diede la briga di rispondere ad alta voce, quasi fossero tutti sordi:
- E' malata!... Ha mal di testa!... - E intanto faceva segno di no col capo. Poscia, ficcandosi in mezzo alla gente, a voce pi bassa, col viso acceso:
- Ha mandato mastro-don Gesualdo in vece sua!... il futuro socio!... sissignore!... Non lo sapete? Piglieranno in affitto le terre del comune... quelle che abbiamo noi da quarant'anni... tutti i Zacco, di padre in figlio!...!... Una bricconata! Una combriccola fra loro tre: Padre figliuolo e spirito santo! La baronessa non ha il coraggio di guardarmi in faccia dopo questo bel tiro che vogliono farmi... Non voglio dire che sia rimasta a casa per non incontrarsi con me... Che diavolo! Ciascuno fa il suo interesse... Al giorno d'oggi l'interesse va prima della parentela... Io poi non ci tengo molto alla nostra... Si sa da chi  nata la baronessa Rubiera!... E poi fa il suo interesse... Sissignore!... Lo so da gente che pu saperlo!... Il canonico le fa da suggeritore; mastro-don Gesualdo ci mette i capitali, e la baronessa poi... un bel nulla... l'appoggio del nome!... Vedremo poi quale dei due conta di pi, fra il suo e il mio!... Oh, se la vedremo!... Intanto per provare cacciano innanzi mastro-don Gesualdo... vedete, l, nel balcone dove sono i Trao?...
- Bianca! Bianca! - chiam il marchese Limli.
- Io, zio?
- S, vieni qua.  - Che bella figurina! - osserv la signora Capitana per adulare il marchese, mentre la giovinetta attraversava la sala, timida, col suo vestito di lanetta, l'aria umile e imbarazzata delle ragazze povere.
- S, - rispose il marchese. - E' di buona razza.
- Ecco! ecco! - si ud in quel momento fra quelli ch'erano affacciati. - Ecco il santo!
Peperito colse la palla al balzo e si cacci a capo fitto nella folla dietro la signora Alsi. La Capitana si lev sulla punta dei piedi; il notaro, galante, proponeva di sollevarla fra le braccia. Donna Bellonia corse a far la mamma, accanto alle sue creature; e suo marito si content di montare su di una sedia, per vedere.
- Cosa ci fai l con mastro-don Gesualdo? - borbott il marchese, rimasto solo colla nipote.
Bianca fiss un momento sullo zio i grandi occhi turchini e dolci, la sola cosa che avesse realmente bella sul viso dilavato e magro dei Trao, e rispose:
- Ma... la zia l'ha condotto l...
- Vieni qua, vieni qua. Ti trover un posto io.
Tutt'a un tratto la piazza sembr avvampare in un vasto incendio, sul quale si stampavano le finestre delle case, i cornicioni dei tetti, la lunga balconata del Palazzo di Citt, formicolante di gente. Nel vano dei balconi le teste degli invitati che si pigiavano, nere in quel fondo infuocato; e in quello di centro la figura angolosa di donna Fif Margarone, sorpresa da quella luce, pi verde del solito, colla faccia arcigna che voleva sembrar commossa, il busto piatto che anelava come un mantice, gli occhi smarriti dietro le nuvole di fumo, i denti soli rimasti feroci; quasi abbandonandosi, spalla a spalla contro il baronello Rubiera, il quale sembrava pavonazzo a quella luce, incastrato fra lei e donna Giovannina; mentre Mita sgranava gli occhi di bambina, per non vedere, e Nicolino andava pizzicando le gambe della gente, per ficcarvi il capo framezzo e spingersi avanti.
- Cos'hai? ti senti male? - disse il marchese vedendo la nipote cos pallida.
- Non  nulla... E' il fumo che mi fa male... Non dite nulla, zio! Non disturbate nessuno!...
Di tanto in tanto si premeva sulla bocca il fazzolettino di falsa batista ricamato da lei stessa, e tossiva, adagio adagio, chinando il capo; il vestito di lanetta le faceva delle pieghe sulle spalle magre. Non diceva nulla, stava a guardare i fuochi, col viso affilato e pallido, come stirato verso l'angolo della bocca, dove erano due pieghe dolorose, gli occhi spalancati e lucenti, quasi umidi. Soltanto la mano colla quale appoggiavasi alla spalliera della seggiola era un po' tremante e l'altra distesa lungo il fianco si apriva e chiudeva macchinalmente: delle mani scarne e bianche che spasimavano.
- Viva il santo Patrono! Viva san Gregorio Magno! - Nella folla, laggi in piazza, il canonico Lupi, il quale urlava come un ossesso, in mezzo ai contadini, e gesticolava verso i balconi del palazzo Sganci, col viso in su, chiamando ad alta voce i conoscenti:
- Donna Marianna?... Eh?... eh?... Dev'esserne contento il baronello Rubiera!... Baronello? don Nin? siete contento?... Vi saluto, don Gesualdo! Bravo! bravo! Siete l!... - Poi corse di sopra a precipizio, scalmanato, rosso in viso, col fiato ai denti, la sottana rimboccata, il mantello e il nicchio sotto l'ascella, le mani sudice di polvere, in un mare di sudore:  - Che festa, eh! signora Sganci! - Intanto chiamava don Giuseppe Barabba che gli portasse un bicchier d'acqua: - Muoio dalla sete, donna Marianna! Che bei fuochi, eh?... Circa duemila razzi! Ne ho accesi pi di duecento con le mie mani sole. Guardate che mani, signor marchese!... Ah, siete qui, don Gesualdo? Bene! bene! Don Giuseppe? Chiss dove si sar cacciato quel vecchio stolido di don Giuseppe:
Don Giuseppe era salito in soffitta, per vedere i fuochi dall'abbaino, a rischio di precipitare in piazza. Comparve finalmente, col bicchier d'acqua, tutto impolverato e coperto di ragnateli, dopo che la padrona e il canonico Lupi si furono sgolati a chiamarlo per ogni stanza.
Il canonico Lupi, ch'era di casa, gli diede anche una lavata di capo. Poscia, voltandosi verso mastro-don Gesualdo, con una faccia tutta sorridente:
- Bravo, bravo, don Gesualdo! Son contentone di vedervi qui. La signora Sganci mi diceva da un pezzo: l'anno venturo voglio che don Gesualdo venga in casa mia, a vedere la processione!
Il marchese Limli, il quale aveva salutato gentilmente il santo Patrono al suo passaggio, inchinandosi sulla spalliera della seggiola, raddrizz la schiena facendo un boccaccia.
- Ahi! ahi!... Se Dio vuole  passata anche questa!... Chi campa tutto l'anno vede tutte le feste.
- Ma di veder ci che avete visto stavolta non ve l'aspettate pi! - sogghignava il barone Zacco, accennando a mastro-don Gesualdo. - No! no! Me lo rammento coi sassi in spalla... e le spalle lacere!... sul ponte delle fabbriche, quest'amicone mio con cui oggi ci troviamo qui, a tu per tu!...
Per la padrona di casa era tutta cortesie per mastro-don Gesualdo. Ora che il santo aveva imboccato la via di casa sua sembrava che la festa fosse per lui: donna Marianna parlandogli di questo e di quello; il canonico Lupi battendogli sulla spalla; la Macr che gli aveva ceduto persino il posto; don Filippo Margarone anche lui gli lasciava cadere dall'alto del cravattone complimenti simili a questi:
- Il nascer grandi  caso, e non virt!... Venire su dal nulla, qui sta il vero merito! Il primo mulino che avete costruito in appalto, eh? coi denari presi in prestito al venti per cento!...
- S signore, - rispose tranquillamente don Gesualdo. - Non chiudevo occhio, la notte.
L'arciprete Bugno, ingelosito dei salamelecchi fatti a un altro, dopo tutti quegli spari, quelle grida, quel fracasso che gli parevano dedicati un po' anche a lui, come capo della chiesa, era riuscito a farsi un po' di crocchio attorno pur esso, discorrendo dei meriti del santo Patrono: un gran santo!... e una gran bella statua... I forestieri venivano apposta per vederla... Degli inglesi, s'era risaputo poi, l'avrebbero pagata a peso d'oro, onde portarsela laggi, fra i loro idoli... Il marchese che stava per iscoppiare, l'interruppe alla fine:
- Ma che sciocchezze!... Chi ve le d a bere, don Calogero? La statua  di cartapesta... una brutta cosa!... I topi ci hanno fatto dentro il nido... Le gioie?... Eh! eh! non arricchirebbero neppur me, figuratevi! Vetro colorato... come tante altre che se ne vedono!... un fantoccio da carnevale!... Eh? Cosa dite?... S, un sacrilegio! Il mastro che fece quel santo dev'essere a casa del diavolo... Non parlo del santo ch' in paradiso... Lo so,  un'altra cosa... Basta la fede... Son cristiano anch'io, che diavolo!... e me ne vanto!... 
La signora Capitana affettava di guardare con insistenza la collana di donna Giuseppina Alsi, nel tempo stesso che rimproverava il marchese: - Libertino!... libertino! - Peperito s'era tappate le orecchie. L'arciprete Bugno ricominci daccapo: - Una statua d'autore!... Il Re, Dio guardi, voleva venderla al tempo della guerra coi giacobini!... Un santo miracoloso!...
- Che c' di nuovo, don Gesualdo? - grid infine il marchese ristucco, con la vocetta fessa, voltando le spalle all'arciprete. - Abbiamo qualche affare in aria?
Il barone Zacco si mise a ridere forte, cogli occhi che schizzavano fuori dell'orbita; ma l'altro, un po' stordito dalla ressa che gli si faceva attorno, non rispose.
- A me potete dirlo, caro mio, - riprese il vecchietto malizioso. - Non avete a temere che vi faccia la concorrenza, io!
Al battibecco si divertivano anche coloro che non gliene importava nulla. Il barone Zacco, poi, figuriamoci! - Eh! eh! marchese!... Voi non la fate, la concorrenza?... Eh! eh!
Mastro-don Gesualdo volse un'occhiata in giro su tutta quella gente che rideva, e rispose tranquillamente:
- Che volete, signor marchese?... Ciascuno fa quel che pu...
- Fate, fate, amico mio. Quanto a me, non ho di che lagnarmene...
Don Giuseppe Barabba si avvicin in punta di piedi alla padrona, e le disse in un orecchio, con gran mistero -
- Devo portare i sorbetti, ora ch' passata la processione?
- Un momento! un momento! - interruppe il canonico Lupi, - lasciatemi lavar le mani.
- Se non li porto subito, - aggiunse il servitore, - se ne  vanno tutti in broda. E' un pezzo che li ha mandati Giacinto, ed eran gi quasi strutti.
- Va bene, va bene... Bianca?
- Zia...
- Fammi il piacere, aiutami un po' tu.
Dall'uscio spalancato a due battenti entrarono poco dopo don Giuseppe e mastro Titta, il barbiere di casa, carichi di due gran vassoi d'argento che sgocciolavano; e cominciarono a fare il giro degli invitati, passo passo, come la processione anch'essi. Prima l'arciprete, donna Giuseppina Alsi, la Capitana, gli invitati di maggior riguardo. Il canonico Lupi diede una gomitata al barbiere, il quale passava dinanzi a mastro-don Gesualdo senza fermarsi. - Che so io?... Se ne vedono di nuove adesso!... - brontol mastro Titta. Il ragazzo dei Margarone ficcava le dita dappertutto.
- Zio?...
- Grazie, cara Bianca... Ci ho la tosse... Sono invalido... come tuo fratello...
- Donna Bellonia, l, sul balcone! - sugger la zia Sganci, la quale si sbracciava anche lei a servire gli invitati.
Dopo il primo movimento generale, un manovrar di seggiole per schivare la pioggia di sciroppo, erano seguiti alcuni istanti di raccoglimento, un acciottolo discreto di piattelli, un lavorar guardingo e tacito di cucchiai, come fosse una cerimonia solenne. Donna Mita Margarone, ghiotta, senza levare il naso dal piatto. Barabba e mastro Titta in disparte, posati i vassoi, si asciugavano il sudore coi fazzoletti di cotone.
Il baronello Rubiera il quale stava discorrendo in un cantuccio del balcone grande naso a naso con donna Fif, guardandosi negli occhi, degli occhi che si struggevano come i sorbetti, si scost bruscamente al veder comparire la cugina, scolorandosi un po' in viso. Donna Bellonia prese il piattino dalle mani di Bianca, inchinandosi goffamente:
- Quante gentilezze!...  troppo!  troppo!
La figliuola finse di accorgersi soltanto allora della sua amica:
- Oh, Bianca... sei qui?... che piacere!... M'avevano detto ch'eri ammalata...
- S... un po',... Adesso sto bene...
- Si vede... Hai bella cera... E un bel vestitino anche...  semplice!... ma grazioso!...
Donna Fif si chin fingendo d'osservare la stoffa, onde far luccicare i topazii che aveva al collo. Bianca rispose, facendosi rossa:
- E' di lanetta... un regalo della zia...
- Ah!... ah!...
Il baronello ch'era sulle spine propose di rientrare in sala: - Comincia ad esser umido... Piglieremo qualche malanno...
- S!... Fif! Fif! - disse la signora Margarone.
Donna Fif dovette seguire  la  mamma,  coll'andatura cascante che le sembrava molto sentimentale, la testolina alquanto piegata sull'omero, le palpebre che battevano, colpite dalla luce pi viva, sugli occhi illanguiditi come avesse sonno.
Bianca pos la mano sul braccio del cugino, il quale stava per svignarsela anche lui dal balcone, dolcemente, come una carezza, come una preghiera; tremava tutta, colla voce soffocata nella gola:
- Nin!...  Senti, Nin!... fammi la carit!... Una parola sola!... Son venuta apposta... Se non ti parlo qui  finita per me...  finita!...
- Bada!... c' tanta gente!... - esclam sottovoce il cugino, guardando di qua e di l cogli occhi che fuggivano. Ella gli teneva fissi addosso i begli occhi supplichevoli, con un grande sconforto, un grande abbandono doloroso in tutta la persona, nel viso pallido e disfatto, nell'atteggiamento umile, nelle braccia inerti che si aprivano desolate.
- Cosa mi rispondi, Nin?... Cosa mi dici di fare?... Vedi... sono nelle tue braccia... come l'Addolorata!...
Egli allora cominci a darsi dei pugni nella testa, commosso, col cuore gonfio anch'esso, badando a non far strepito e che non sopraggiungesse nessuno nel balcone. Bianca gli ferm la mano.
- Hai ragione!... siamo due disgraziati!... Mia madre non mi lascia padrone neanche di soffiarmi il naso!... Capisci? capisci?... Ti pare che non ci pensi a te?... Ti pare che non ci pensi?... La notte... non chiudo occhio!... Sono un povero disgraziato!... La gente mi crede felice e contento...
Guardava gi nella piazza, ora spopolata, onde evitare gli occhi disperati della cugina che gli passavano il cuore, addolorato, cogli occhi quasi umidi anch'esso.
- Vedi? - soggiunse. - Vorrei essere un povero diavolo... come Santo Motta, laggi!... nell'osteria di Pecu-Pecu... Povero e contento!...
- La zia non vuole?
- No, non vuole!... Che posso farci?... Essa  la padrona!
Si udiva nella sala la voce del barone Zacco, che disputava, alterato; e poi, nei momenti ch'esso taceva, il cicaleccio delle signore, come un passeraio, con la risatina squillante della signora Capitana, che faceva da ottavino. 
- Bisogna confessarle tutto, alla zia!...
Don Nin allung il collo verso il vano del balcone, guardingo. Poscia rispose, abbassando ancora la voce:
- Gliel'ha detto tuo fratello... C' stato un casa del diavolo!... Non lo sapevi?
Don Giuseppe Barabba venne sul balcone portando un piattello su ciascuna mano.
- Donna Bianca, dice la zia... prima che si finiscano...
- Grazie; mettetelo l, su quel vaso di fiori...
- Bisogna far presto, donna Bianca. Non ce n' quasi pi.
Don Nin allora mise il naso nel piattello, fingendo di non badare ad altro: - Tu non ne vuoi?
Essa non rispose. Dopo un po', quando il servitore non era pi l, si ud di nuovo la voce sorda di lei:
- E' vero che ti mariti?
- Io?...
- Tu... con Fif Margarone...
- Non  vero... chi te l'ha detto?...
- Tutti lo dicono.
- Io non vorrei... E' mia madre che si  messa in testa questa cosa... Anche tu... dicono che vogliono farti sposare don Gesualdo Motta...
- Io?...
- S, tutti lo dicono... la zia... mia madre stessa...
Si affacci un istante donna Giuseppina Alsi, come cercando qualcheduno; e vedendo i due giovani in fondo al balcone, rientr subito nella sala.
- Vedi? vedi? - disse lui. - Abbiamo tutti gli occhi addosso!... Piglia il sorbetto... per amor mio... per la gente che ci osserva... Abbiamo tutti gli occhi addosso!...
Essa prese dolcemente dalle mani di lui il piattino che aveva fatto posare sul vaso dei garofani; ma tremava cos che due  o tre volte si ud il tintinno del cucchiaino il quale urtava contro il bicchiere.
Barabba corse subito dicendo:
- Eccomi! eccomi!
- Un momento! Un momento ancora, don Giuseppe!
Il baronello avrebbe pagato qualcosa di tasca sua per trattenere Barabba sul balcone.
- Come vi tratta la festa, don Giuseppe?
- Che volete, signor barone?... Tutto sulle mie spalle!... la casa da mettere in ordine, le fodere da togliere, i lumi da preparare... Donna Bianca, qui, pu dirlo, che mi ha dato una mano. Mastro Titta fu chiamato solo pel trattamento. E domani poi devo tornare a scopare e rimettere le fodere...
Don Giuseppe seguitando a brontolare se ne and coi bicchieri vuoti. Dalla sala arriv il suono di una sghignazzata generale, subito dopo qualcosa che aveva detto il notaro Neri, e che non si pot intender bene perch il notaro quando le diceva grosse abbassava la voce.
- Rientriamo anche noi, - disse il baronello. - Per allontanare i sospetti...
Ma Bianca non si mosse. Piangeva cheta, nell'ombra; e di tanto in tanto si vedeva il suo fazzoletto bianco salire verso gli occhi. - Ecco!... Sei tu che fai parlare la gente! - scapp detto al cugino ch'era sulle spine.
- Che te ne importa? - rispose lei. - Che te ne importa?... Oramai!...
- S! s!... Credi che non ti voglia pi bene?...
Uno struggimento, un'amarezza sconfinata venivano dall'ampia distesa nera dell'Ala, dirimpetto, al di l delle case  dei Barresi, dalle vigne e gli oliveti di Giolio, che si indovinavano confusamente, oltre la via del Rosario ancora formicolante di lumi, dal lungo altipiano del Casalgilardo, rotto dall'alta cantonata del Collegio, dal cielo profondo, ricamato di stelle - una pi lucente, lass, che sembrava guardasse, fredda, triste, solitaria. Il rumore della festa si dileguava e moriva lass, verso San Vito. Un silenzio desolato cadeva di tanto in tanto, un silenzio che stringeva il cuore. Bianca era ritta contro il muro, immobile; le mani e il viso smorti di lei sembravano vacillare al chiarore incerto che saliva dal banco del venditore di torrone. Il cugino stava appoggiato alla ringhiera, fingendo di osservare attentamente l'uomo che andava spegnendo la luminaria, nella piazza deserta, e il giovane del paratore, il quale correva su e gi per l'impalcato della musica, come un gattone nero, schiodando, martellando, buttando gi i festoni e le ghirlande di carta. I razzi che scappavano ancora di tratto in tratto, lontano, dietro la massa nera del Palazzo di Citt, i colpi di martello del paratore, le grida pi rare, stanche e avvinazzate, sembravano spegnersi lontano, nella vasta campagna solitaria. Insieme all'acre odore di polvere che dileguava, andava sorgendo un dolce odor di garofani; passava della gente cantando; udivasi un baccano di chiacchiere e di risate nella sala, vicino a loro, nello schianto di quell'ultimo addio senza parole.
Nel vano luminoso del balcone pass un'ombra magra, e si ud la tosserella del marchese Limli:
- Eh, eh, ragazzi!... benedetti voialtri!... Sono venuto a veder la festa... ora ch' passata... Bianca, nipote mia... bada che l'aria della sera ti far male...
- No, zio, - rispose lei con voce sorda. - Si soffoca l dentro.
- Pazienza!...  Bisogna sempre aver pazienza a questo mondo... Meglio sudare che tossire... Tu, Nino, bada che le signore Margarone stanno per andarsene.
- Vado, zio.
- Va, va, se no vedrai che denti! Non vorrei averli addosso neppur io!... E s che non posso fare lo schifiltoso!... Che diavolo gli  saltato in corpo a tua madre, di farti sposare quei denti?...
- Ah... zio!...
- Sei uno sciocco! Dovresti lasciarle fare il diavolo a quattro quanto le pare e piace, a tua madre!... Sei figlio unico!... A chi vuoi che lasci la roba dopo la sua morte?
- Eh... da qui a trent'anni!... Il tempo di crepare di fame intanto!... Mia madre sta meglio di voi e di me, e pu campare ancora trent'anni!...
- E' vero! - rispose il marchese. - Tua madre non sarebbe molto contenta di sentirsi lesinare gli anni... Ma  colpa sua.
- Ah! zio mio!... Credetemi ch' un brutto impiccio!...
- Clmati! clmati!... Conslati pensando a chi sta peggio di te.
S'affacci la signora Capitana, svelta, irrequieta, guardando sorridente di qua e di l nella strada.
- Mio marito?... Non viene ancora?...
- Il santo non  ancora rientrato - rispose don Nin. - Si ode subito il campanone di San Giovanni, appena giunge in chiesa, e attacca l'altra festa.
Per la gente cominciava ad andarsene di casa Sganci. Prima si vide uscire dal portone il cavalier Peperito, che scomparve dietro la cantonata del farmacista Bomma. Un momento dopo spunt il lanternone che precedeva donna Giuseppina  Alsi, la quale attravers la piazza, sporca di carta bruciata e di gusci di fave e nocciuole, in punta di piedi, colle sottane in mano, avviandosi in su pel Rosario; e subito dopo, dalla farmacia, scanton di nuovo l'ombra di Peperito, che le si mise dietro quatto quatto, rasente al muro. La signora Capitana fece udire una risatina secca, e il baronello Rubiera conferm:
- E' lui!... Peperito!... com' vero Dio!
Il marchese prese il braccio di sua nipote e rientr con lei nella sala. In quel momento mastro-don Gesualdo, in piedi presso il balcone, discorreva col canonico Lupi. Questi perorando con calore, sottovoce, in aria di mistero, stringendoglisi addosso, quasi volesse entrargli in tasca col muso di furetto; l'altro serio, col mento nella mano, senza dire una parola, accennando soltanto col capo di tratto in tratto. - Tale e quale come un ministro! - sogghignava il barone Zacco. Il canonico conchiuse con una stretta di mano enfatica, volgendo un'occhiata al barone, il quale finse di non accorgersene, rosso al par di un gallo. La padrona di casa portava le mantiglie e i cappellini delle signore, mentre tutti i Margarone in piedi mettevano sossopra la casa per accomiatarsi.
- To'... Bianca!... Ti credevo gi andata via!... - esclam donna Fif col sorriso che mordeva.
Bianca rispose soltanto con un'occhiata che sembrava attonita, tanto era smarrita e dolente; in quel tempo suo cugino si dava gran moto fra le mantiglie e i cappellini, a capo basso.
- Un momento! un momento! - esclam don Filippo levando il braccio rimastogli libero, mentre coll'altro reggeva Nicolino addormentato.
Si udiva un tafferuglio nella piazza; strilli da lontano; la gente correva verso San Giovanni, e il campanone che suonava a distesa, laggi.
La signora Capitana rientr dal balcone tappandosi le orecchie colle belle mani candide, strillando in falsetto:
- Mio marito!... Si picchiano!...
E si abbandon sul canap, cogli occhi chiusi. Le signore si misero a vociare tutte in una volta; la padrona di casa gridava a Barabba di scendere a dare il catenaccio gi al portone; mentre donna Bellonia spingeva le sue ragazze in branco nella camera di donna Mariannina, e il marchese Limli picchiava sulle mani della Capitana dei colpettini secchi. Il notaro Neri propose anche di slacciarla.
- Vi pare?... - diss'ella allora balzando in piedi infuriata. - Per chi m'avete presa, don asino?
Giunse in quel momento il Capitano, seguito da don Liccio Papa che sbraitava in anticamera, narrando l'accaduto, - non lo avrebbero trattenuto in cento.
- La solita storia di ogni anno! - disse finalmente il signor Capitano, dopo che si fu rimesso vuotando d'un fiato un bicchier d'acqua. - I devoti di San Giovanni che danno mano al campanone un quarto d'ora prima!... Soperchierie!... Quelli di San Vito poi che non vogliono tollerare... Legnate da orbi ci sono state!
- La solita storia di ogni anno! - ripet il canonico Lupi. - Una porcheria! La Giustizia non fa nulla per impedire...
Il Capitano in mezzo alla sala, coll'indice teso verso di lui, sbuff infine:
- Sentitelo!... Perch non ci andate voi? Un altro po' facevano la festa a me pure!... Vostro marito ha corso pericolo della vita, donna Carolina!...
La signora Capitana, col bocchino stretto, giunse le mani:
- Gesummaria!... Maria Santissima del pericolo!...
- Stai fresca! - borbott il notaro voltandosi in l. - Stai fresca davvero!... se aspetti che tuo marito voglia arrischiare la pelle per lasciarti vedova!...
Don Nin Rubiera cercando il cappello s'imbatt nella cugina, la quale gli andava dietro come una fantasima, stravolta, incespicando a ogni passo.
- Bada!... - le disse lui. - Bada!... Ci guardano!... C' l don Gesualdo!...
- Bianca! Bianca! Le mantiglie di queste signore! - grid la zia Sganci dalla camera da letto dove s'era ficcato tutto lo stormo dei Margarone.
Essa frugava in mezzo al mucchio, colle mani tremanti. Il cugino era cos turbato anch'esso che seguitava a cercare il suo cappello lui pure. - Guarda, ce l'ho in testa! Non so nemmeno quello che fo.
Si guard attorno come un ladro, mentre ciascuno cercava la sua roba in anticamera, e la tir in disparte verso l'uscio
- Senti... per l'amor di Dio!... sii cauta!... Nessuno ne sa nulla... Tuo fratello non sar andato a raccontarlo... Ed io neppure... Sai che t'ho voluto bene pi dell'anima mia!...
Essa non rispose verbo, gli occhi soli che parlavano, e dicevano tante cose.
- Non guardarmi con quella faccia, Bianca!... no!... non guardarmi cos... mi tradirei anch'io!...
Donna Fif usc col cappello e la mantiglia, stecchita, le labbra strette quasi fossero cucite; e siccome sua sorella, giovialona, si voltava a salutare Bianca, la richiam con la voce stizzosa:
- Giovannina! andiamo! andiamo! 
- Meno male questa qui! - borbott il baronello. - Ma sua sorella  un castigo di Dio.
La zia Sganci, accompagnando le Margarone sino all'uscio, disse a mastro-don Gesualdo che si sprofondava in inchini sul pianerottolo, a rischio di ruzzolare gi per la scala:
- Don Gesualdo, fate il favore... Accompagnate i miei nipoti Trao... Gi siete vicini di casa... Don Ferdinando non ci vede bene la sera...
- Sentite qua! sentite qua! - gli disse il canonico.
Zacco non si dava pace; fingeva di cercare il lampione nelle cassapanche dell'anticamera, per darlo da portare a mastro-don Gesualdo. - Giacch deve accompagnare donna Bianca... una dei Trao... Non gli sarebbe passato neppure pel capo di ricevere tanto onore... a mastro-don Gesualdo!... - Per costui non poteva udire perch aspettava nella piazza, discorrendo col canonico. Solo don Liccio Papa, il quale chiudeva la marcia colla sciaboletta a tracolla, si mise a ridere: - Ah! ah!
- Che c'? - chiese il Capitano, che dava il braccio alla moglie infagottata. - Che c', insubordinato?
- Nulla; - rispose il marchese. - Il barone Zacco che abbaia alla luna.
Poi, mentre scendeva insieme a Bianca, appoggiandosi al bastoncino, passo passo, le disse in un orecchio:
- Senti... il mondo adesso  di chi ha denari... Tutti costoro sbraitano per invidia. Se il barone avesse una figliuola da maritare, gliela darebbe a mastro-don Gesualdo!... Te lo dico io che son vecchio, e so cos' la povert!...
- Eh? Che cosa? - volle sapere don Ferdinando, il quale veniva dietro adagio adagio, contando i sassi.
- Nulla... Dicevamo che bella sera, cugino Trao!
L'altro guard in aria, e ripet come un pappagallo: - Bella sera! bella sera!
Don Gesualdo stava aspettando, l davanti al portone, insieme al canonico Lupi che gli parlava sottovoce nella faccia: - Eh? eh? don Gesualdo?... che ve ne pare? - L'altro accennava col capo, lisciandosi il mento duro di barba colla grossa mano. - Una perla! una ragazza che non sa altro: casa e chiesa!... Economa... non vi coster nulla... In casa non  avvezza a spender di certo!... Ma di buona famiglia!... Vi porterebbe il lustro in casa!... V'imparentate con tutta la nobilt... L'avete visto, eh, stasera?... che festa v'hanno fatto?... I vostri affari andrebbero a gonfie vele... Anche per quell'affare delle terre comunali... E' meglio aver l'appoggio di tutti i pezzi grossi!...
Don Gesualdo non rispose subito, sopra pensieri, a capo chino, seguendo passo passo donna Bianca che s'avviava a casa per la scalinata di Sant'Agata insieme allo zio marchese e al fratello don Ferdinando.
- S... s... Non dico di no... E' una cosa da pensarci... una cosa seria... Temo d'imbarcarmi in un affare troppo grosso, caro canonico... Quella  sempre una signora... Poi ho tante cose da sistemare prima di risolvere... Ciascuno sa i propri  impicci... Bisogna dormirci sopra. La notte porta consiglio, canonico mio.
Bianca che se ne andava col cuore stretto, ascoltando la parlantina indifferente dello zio, accanto al fratello taciturno e allampanato, ud quelle ultime parole.
La notte porta consiglio. La notte scura e desolata nella cameretta misera. La notte che si portava via gli ultimi rumori della festa, l'ultima luce, l'ultima speranza... Come la visione di lui che se ne andava insieme a un'altra, senza voltarsi, senza dirle nulla, senza rispondere a lei che lo chiamava dal fondo del cuore, con un gemito, con un lamento d'ammalata, affondando il viso nel guanciale bagnato di lagrime calde e silenziose.


IV


Mentre i muratori si riparavano ancora dall'acquazzone dentro il frantoio di Giolio vasto quanto una chiesa facendo alle piastrelle, entr il ragazzo che stava a guardia sull'uscio, addentando un pezzo di pane, colla bocca piena, vociando:
- Il padrone!... ecco il padrone!...
Dietro di lui comparve mastro-don Gesualdo, bagnato fradicio, tirandosi dietro la mula che scuoteva le orecchie.
- Bravi!... Mi piace!... Divertitevi! Tanto, la paga vi corre lo  stesso!... Corpo di!... Sangue di!...
Agostino, il soprastante, annaspando, bofonchiando, affacciandosi all'uscio per guardare il cielo ancora nuvolo coll'occhio orbo, trov infine la risposta:
- Che s'aveva a fare? bagnarci tutti?... La burrasca  cessata or ora... Siamo cristiani o porci?... Se mi coglie qualche malanno mia madre non lo fa pi un altro Agostino, no! 
- S, s, hai ragione!... la bestia sono io!... Io ho la pelle dura!... Ho fatto bene a mandare qui mio fratello per badare ai miei interessi!... Si vede!... Sta a passare il tempo anche lui giuocando, sia lodato Iddio!...
Santo, ch'era rimasto a bocca aperta, coccoloni dinanzi al pioletto coi quattrini, si rizz in piedi tutto confuso, grattandosi il capo.
Gesualdo, intanto che gli altri si davano da fare, mogi mogi, misurava il muro nuovo colla canna; si arrampicava sulla scala a piuoli; pesava i sacchi di gesso, sollevandoli da terra: - Sangue di Giuda!... Come se li rubassi i miei denari!... Tutti quanti d'intesa per rovinarmi!... Due giorni per tre canne di muro? Ci ho un bel guadagno in questo appalto!... I sacchi del gesso mezzi vuoti! Neli? Neli? Dov' quel figlio di mala femmina che ha portato il gesso?... E quella calce che se ne va in polvere, eh?... quella calce?... Che non ne avete coscienza di cristiani? Dio di paradiso!... Anche la pioggia a danno mio!... Ci ho ancora i covoni sull'aia!... Non si poteva metter su la macina intanto che pioveva?... Su! animo! la macina! Vi do una mano mentre son qua io...
Santo piuttosto voleva fare una fiammata per asciugargli i panni addosso. - Non importa, - rispose lui. - Me ne sono asciugata tanta dell'acqua sulle spalle!... Se fossi stato come te, sarei ancora a trasportare del gesso sulle spalle!... Ti rammenti?... E tu non saresti qua a giuocare alle piastrelle!...
Brontolando, dandosi da fare per preparare la leva, le biette, i puntelli, si voltava indietro per lanciargli delle occhiatacce. - Malannaggia! - esclam Santo. - Sempre quella storia!... - E  se ne and sull'uscio accigliato, colle mani sotto le ascelle, guardando di qua e di l. I manovali esitavano, girando intorno al pietrone enorme; il pi vecchio, mastro Cola, tenendo il mento sulla mano, scrollando il capo, aggrondato, guardando la macina come un nemico. Infine sentenzi ch'erano in pochi per spingerla sulla piattaforma: - Se scappa la leva, Dio liberi!... Chi si metter sotto per dar lo scambio alle biette? Io no, com' vero Dio!... Se scappa la leva!... mia madre non lo fa pi un altro mastro Cola Ventura!... Eh, eh!... Ci vorrebbero dell'altre braccia... un martinetto... Legare poi una carrucola lass alla travatura del tetto... poi dei cunei sotto... vedete, vossignoria, a far girare i cunei, si sta dai lati e non c' pericolo...
- Bravo! ora mi fate il capomastro! Datemi la stanga!... Io non ho paura!... Intanto che stiamo a chiacchierare il tempo passa! La giornata corre lo stesso, eh?... Come se li avessi rubati i miei denari!... Su! da quella parte!... Non badate a me che ho la pelle dura... Via!... su!... Viva Ges!... Viva Maria!...  un altro po'!...  Badate! badate!...  Ah Mariano! santo diavolone, m'ammazzi!... Su!... Viva Maria!... La vita! la vita!... Su!... Che fai, bestia, da quella parte?... Su!... ci siamo! E' nostra!... ancora!... da quella parte!... Non abbiate paura che non muore il papa... Su!... su!... se vi scappa la leva!... ancora!... se avessi tenuta cara la pelle... ancora!... come la tien cara mio fratello Santo... santo diavolone! santo diavolone, badate!... a quest'ora sarei a portar gesso sulle spalle!... Il bisogno... via! via!... il bisogno fa uscire il lupo... ancora!... su!... il lupo dal bosco!... Vedete  mio fratello Santo che sta a guardare?... Se non ci fossi io egli sarebbe sotto... sotto la macina... al mio posto... invece di grattarsi... a spingere la macina... e la casa... Tutto sulle mie spalle!... Ah! sia lodato Iddio!
Infine, assicurata la macina sulla piattaforma, si mise a sedere su di un sasso, trafelato, ancora tremante dal batticuore, asciugandosi il sudore col fazzoletto di cotone.
- Vedete come ci si asciuga dalla pioggia? Acqua di dentro e acqua di fuori! - Santo propose di passare il fiasco in giro. - Ah?... per la fatica che hai fatto?... per asciugarti il sudore anche tu?... Attaccati all'abbeveratoio... qui fuori dell'uscio...
Il tempo s'era abbonacciato. Entrava un raggio di sole dall'uscio spalancato sulla campagna che ora sembrava allargarsi ridente, col paese sull'altura, in fondo, di cui le finestre scintillavano.
- Lesti, lesti, ragazzi! sul ponte, andiamo! Guadagniamoci
tutti la giornata... Mettetevi un po' nei panni del padrone che vi paga!... L'osso del collo ci rimetto in quest'appalto!... Ci perdo diggi, come  vero Iddio!... Agostino! mi raccomando! l'occhio vivo!... La parola dolce e l'occhio vivo!... Mastro Cola, voi che siete capomastro!... chi vi ha insegnato a tenere il regolo in mano?... Maledetto voi! Mariano, dammi quass il regolo, sul ponte... Che non ne avete occhi, corpo del diavolo!... L'intonaco che screpola e sbulletta!... Mi toccher  poi sentire l'architetto, malannaggia a voialtri!...  Quando torna quello del gesso ditegli il fatto suo, a quel figlio di mala femmina!... ditegli a Neli che sono del mestiere anch'io!... Che ne riparleremo poi sabato, al far dei conti!...
Badava a ogni cosa, girando di qua e di l, rovistando nei mucchi di tegole e di mattoni, saggiando i materiali, alzando il capo ad osservare il lavoro fatto, colla mano sugli occhi, nel gran sole che s'era messo allora. - Santo! Santo! portami qua la mula... Fagli almeno questo lavoro, a tuo fratello! - Agostino voleva trattenerlo a mangiare un boccone, poich era quasi mezzogiorno, un sole che scottava, da prendere un malanno chi andava per la campagna a quell'ora. - No, no, devo passare dal Camemi... ci vogliono due ore... Ho tant'altro da fare! Se il sole  caldo tanto meglio! Arriver asciutto al Camemi... Spicciamoci, ragazzi! Badate che vi sto sempre addosso come la presenza di Dio! Mi vedrete comparire quando meno ve lo aspettate! Sono del mestiere anch'io, e conosco poi se si  lavorato o no!...
Intanto che se ne andava, Santo gli corse dietro, lisciando il collo alla mula, tenendogli la staffa. Finalmente, come vide che montava a cavallo senza darsene per inteso, si piant in mezzo alla strada, grattandosi l'orecchio: - Cos mi lasci? senza domandarmi neppure se ho bisogno di qualche cosa?
- S, s, ho capito. I denari che avesti luned te li sei giuocati. Ho capito! ho capito! eccoti il resto. E divrtiti alle piastrelle, che a pagare poi ci son io... il debitore di tutti quanti!...
Brontolava ancora allontanandosi all'ambio della mula sotto il sole cocente: un sole che spaccava le pietre adesso, e faceva scoppiettare le stoppie quasi s'accendessero. Nel burrone,  fra i due monti, sembrava d'entrare in una fornace; e il paese in cima al colle, arrampicato sui precipizi, disseminato fra rupi enormi, minato da caverne che lo lasciavano come sospeso in aria, nerastro, rugginoso, sembrava abbandonato, senza un'ombra, con tutte le finestre spalancate nell'afa, simili a tanti buchi neri, le croci dei campanili vacillanti nel cielo caliginoso. La stessa mula anelava, tutta sudata, nel salire la via erta. Un povero vecchio che s'incontr, carico di manipoli, sfinito, si mise a borbottare:
- O dove andate vossignoria a quest'ora?... Avete tanti denari, e vi date l'anima al diavolo!
Giunse al paese che suonava mezzogiorno, mentre tutti scappavano a casa come facesse temporale. Dal Rosario veniva il canonico Lupi, accaldato, col nicchio sulla nuca, soffiando forte:
- Ah, ah, don Gesualdo!... andate a mangiare un boccone?... Io no, per mia disgrazia! Sono a bocca asciutta sino a quest'ora... Vado a celebrare la santa messa... la messa di mezzogiorno!... un capriccio di Monsignore!
- Sono salito al paese apposta per voi!.... Ho fatto questa pettata!... E' caldo, eh! - intanto si asciugava il sudore col fazzoletto. - Ho paura che mi giuochino qualche tiro, riguardo a quell'appalto delle strade comunali, signor canonico. Vossignoria che vi fate sentire in paese... ci avete pensato? So poi l'obbligo mio!...
- Ma che dite?... fra di noi!... ci sto lavorando... A proposito, che facciamo per quell'altro affare? ci avete pensato? che risposta mi date?
Don Gesualdo il quale aveva messo al passo la mula, camminandogli allato, curvo sulla sella, un po' sbalordito dal gran sole, rispose:
- Che affare? Ne ho tanti!... Di quale affare parlate vossignoria?
- Ah! ah! la pigliate su quel verso?... Scusate... scusate tanto!...
Il canonico mut subito discorso, quasi non gliene importasse neppure a lui: parl dell'altro affare della gabella, che bisognava venire a una conclusione colla baronessa Rubiera: - C' altre novit... Il notaro Neri ha fatto lega con Zacco... Ho paura che...
Don Gesualdo allora smont dalla mula, premuroso, tirandola dietro per le redini, mentre andava passo passo insieme al prete, tutto orecchi, a capo chino e col mento in mano.
- Temo che mi cambino la baronessa!... Ho visto il barone a confabulare con quello sciocco di don Nin... ieri sera, dietro  il Collegio... Finsi d'entrare nella farmacia per non farmi scorgere. Capite? un affare grosso!... Son circa cinquecento salme di terra... C' da guadagnare un bel pezzo di pane, su quell'asta.
Don Gesualdo ci si scaldava lui pure: gli occhi accesi dall'afa che gli brillavano in quel discorso. Temeva per gli intrighi degli avversari, tutti pezzi grossi, di quelli che avevano voce in capitolo! E il canonico viceversa, andava raffreddandosi di mano in mano, aggrottandosi in viso, stringendosi nelle spalle, guardandolo fisso di tanto in tanto, e scrollando il capo di sotto in su, come a dargli dell'asino.
- Per questo dicevo!... Ma voi la pigliate su quel verso!... Scusate, scusatemi tanto!... Volevo con quell'affare procurarvi l'appoggio di un parentado che conta in paese... la prima nobilt... Ma voi fate l'indifferente... Scusatemi tanto allora!... Anche per dare una risposta alla signora Sganci che ci aveva messo tanto impegno!... Scusatemi,  una porcheria...
- Ah, parlate dell'affare del matrimonio?...
Il canonico finse di non dar retta lui stavolta: - Ah! ecco vostro cognato! Vi saluto, massaro Fortunato!
Burgio aveva il viso lungo un palmo, aggrottato, con tanto di muso nel faccione pendente.
- V'ho visto venire di laggi, cognato. Sono stato ad aspettarvi l, al belvedere. Sapete la notizia? Appena quindici salme  fecero le fave!... Neanche le spese, com' vero Iddio!... Son venuto apposta a dirvelo...
- Vi ringrazio! grazie tante! Ora che volete da me? Io ve l'aveva detto, quando avete voluto prendere quella chiusa!... buona soltanto per dar spine!... Volete sempre fare di testa vostra, e non ne indovinate una, benedett'uomo! - rispose Gesualdo in collera.
- Bene, avete ragione. Lascer la chiusa. Non la voglio pi! Che pretendete altro da me?
- Non la volete?... L'affitto vi dura altri due anni!... Chi volete che la pigli?... Non son tutti cos gonzi!...
Il canonico, vedendo che il discorso si metteva per le lunghe, volse le spalle:
- Vi saluto... Don Luca il sagrestano mi aspetta... digiuno come me sino a quest'ora! - E infil la scaletta pel quartiere alto.
Don Gesualdo allora infuriato prese a sfogarsi col cognato: - E venite apposta per darmi la bella notizia?... mentre stavo a discorrere dei fatti miei... sul pi bello? mi guastate un affare che stavo combinando!... I bei negozi che fate voi! Chi volete che la pigli quella chiusa?
Massaro Fortunato dietro al cognato tornava a ripetere:
- Cercando bene... troveremo chi la pigli... La terra  gi preparata a maggese per quest'altr'anno... mi costa un occhio... Vostra sorella fa un casa del diavolo... non mi d pace!... Sapete che castigo di Dio, vostra sorella!
- Vi costa, vi costa!... Io lo so a chi costa! - brontol Gesualdo senza voltarsi. - Sulle mie spalle ricadono tutte queste belle imprese!...
Burgio s'offese a quelle parole:
- Che volete dire? Spiegatevi, cognato!... Io gi lavoro per conto mio! Non sto alle spalle di nessuno, io!
- S, s, va bene; sta a vedere ora che devo anche pregarvi? Come se non l'avessi sulle spalle la vostra chiusa... come se il garante non fossi io...
Cos brontolando tutti e due andarono a cercare Pirtuso, che stava al Fosso, laggi verso San Giovanni. Mastro Lio stava mangiando quattro fave, coll'uscio socchiuso.
- Entrate, entrate, don Gesualdo. Benedicite a vossignoria! Ne comandate? volete restar servito? - Poi come ud parlare della chiusa che Burgio avrebbe voluto appioppare a un altro, di allegro che era si fece scuro in viso, grattandosi il capo.
- Eh! eh!... la chiusa del Purgatorio? E' un affar serio! Non la vogliono neanche per pascolo.
Burgio s'affannava a lodarla, terre di pianura, terre profonde, che gli avevano dato trenta salme di fave quell'anno soltanto, preparate a maggese per l'anno nuovo!... Il cognato tagli corto, come uno che ha molta altra carne al fuoco, e non ha tempo da perdere inutilmente.
- Insomma, mastro Lio, voglio disfarmene. Fate voi una cosa giusta... con prudenza!...
- Questo si chiama parlare! - rispose Pirtuso. - Vossignoria sa fare e sa parlare... - E adesso ammiccava coll'occhietto ammammolato, un sorrisetto malizioso che gli errava fra le rughe della bazza irta di peli sudici.
Sulla strada soleggiata e deserta a quell'ora stava aspettando un contadino, con un fazzoletto legato sotto il mento, le mani in tasca, giallo e tremante di febbre. Ossequioso, abbozzando un sorriso triste, facendo l'atto di cacciarsi indietro il berretto che teneva sotto il fazzoletto: - Benedicite, signor don Gesualdo... Ho conosciuto la mula... Tanto che vi cerco, vossignoria! Cosa facciamo per quelle quattro olive di Giolio? Io non ho denari per farle cogliere... Vedete come sono ridotto?... cinque mesi di terzana, sissignore, Dio ne liberi vossignoria! Son ridotto all'osso... il giorno senza pane e la sera senza lume... pazienza! Ma la spesa per coglier le olive non posso farla... proprio non posso!... Se le volete, vossignoria... farete un'opera di carit, vossignoria...
- Eh! eh!... Il denaro  scarso per tutti, padre mio!... Voi perch avete messo il carro innanzi ai buoi?... Quando non potete... Tutti cos!... Vi mettereste sulle spalle un feudo, a lasciarvi fare... Vedremo... Non dico di no... Tutto sta ad intendersi...
E lasci cadere un'offerta minima, seguitando ad andarsene per la sua strada senza voltarsi. L'altro dur un pezzetto a lamentarsi, correndogli dietro, chiamando in testimonio Dio e i santi, piagnucolando, bestemmiando, e fin per accettare, racconsolato tutto a un tratto, cambiando tono e maniera.
- Compare Lio, avete udito? affare fatto! Un buon negozio per don Gesualdo... pazienza!... ma  detta! Quanto a me,  come se fossimo andati dal notaio! - E se ne torn indietro, colle mani in tasca.
- Sentite qua, mastro Lio, - disse Gesualdo tirando in disparte Pirtuso. Burgio s'allontan colla mula discretamente, sapendo che l'anima dei negozi  il segreto, intanto che suo cognato diceva al sensale di comprargli dei sommacchi, quanti ce n'erano, al prezzo corrente. Ud soltanto mastro Lio che rispondeva sghignazzando, colla bocca sino alle orecchie: - Ah! ah!... siete un diavolo!... Vuol dire che avete parlato col diavolo!... Sapete quel che bisogna vendere e comprare otto giorni prima... Va bene, restiamo intesi... Me ne torno a casa ora. Ho quelle quattro fave che m'aspettano.
Burgio non si reggeva in piedi dall'appetito, e si mise a brontolare come il cognato volle passare dalla posta. - Sempre misteri... maneggi sottomano!
Don Gesualdo torn tutto contento, leggendo una lettera piena di sgorbi e suggellata colla midolla di pane:
- Lo vedete il diavolo che mi parla all'orecchio! eh? M'ha dato anche una buona notizia, e bisogna che torni da mastro Lio.
- Io non so nulla... Mio padre non m'ha insegnato a fare queste cose!... - rispose Burgio brontolando. - Io fo come fece mio padre... Piuttosto, se volete venire a prendere un boccone a casa... Non mi reggo in piedi, com' vero Dio!
- No, non posso; non ho tempo. Devo passare dal Camemi, prima d'andare alla Canziria. Ci ho venti uomini che lavorano alla strada... i covoni sull'aia... Non posso...
E se ne and sotto il gran sole, tirandosi dietro la mula stanca.
Pareva di soffocare in quella gola del Petraio. Le rupi brulle sembravano arroventate. Non un filo di ombra, non un filo di verde, colline su colline, accavallate, nude, arsicce, sassose, sparse di olivi rari e magri, di fichidindia polverosi, la pianura sotto Budarturo come una landa bruciata dal sole, i monti foschi nella caligine, in fondo. Dei corvi si levarono gracchiando da una carogna che appestava il fossato; delle ventate di scirocco bruciavano il viso e mozzavano il respiro; una sete da impazzire, il sole che gli picchiava sulla testa come fosse il martellare dei suoi uomini che lavoravano alla strada del Camemi. Allorch vi giunse invece li trov tutti quanti sdraiati bocconi nel fossato, di qua e di l, col viso coperto di mosche, e le braccia stese. Un vecchio soltanto spezzava dei sassi, seduto per terra sotto un ombrellaccio, col petto nudo color di rame, sparso di peli bianchi, le braccia scarne, gli stinchi bianchi di polvere, come il viso che pareva una maschera, gli occhi soli che ardevano in quel polvero.
- Bravi! bravi!... Mi piace... La fortuna viene dormendo... Son venuto io a portarvela!... Intanto la giornata se ne va!... Quante canne ne avete fatto di massicciata oggi, vediamo?... Neppure tre canne!... Per questo che vi riposate adesso? Dovete essere stanchi, sangue di Giuda!... Bel guadagno ci fo!... Mi rovino per tenervi tutti quanti a dormire e riposare!... Corpo di!... sangue di!...
Vedendolo con quella faccia accesa e riarsa, bianca di polvere soltanto nel cavo degli occhi e sui capelli; degli occhi come quelli che d la febbre, e le labbra sottili e pallide; nessuno ardiva rispondergli. Il martellare riprese in coro nell'ampia vallata silenziosa, nel polvero che si levava sulle carni abbronzate, sui cenci svolazzanti, insieme a un ansare secco che accompagnava ogni colpo. I corvi ripassarono gracidando, nel cielo implacabile. Il vecchio allora alz il viso impolverato a guardarli, con gli occhi infuocati, quasi sapesse cosa volevano e li aspettasse.
Allorch finalmente Gesualdo arriv alla Canziria, erano circa due ore di notte. La porta della fattoria era aperta. Diodata aspettava dormicchiando sulla soglia. Massaro Carmine, il camparo, era steso bocconi sull'aia, collo schioppo fra le gambe; Brasi Camauro e Nanni l'Orbo erano spulezzati di qua e di l, come fanno i cani la notte, quando sentono la femmina nelle vicinanze; e i cani soltanto davano il benvenuto al padrone, abbaiando intorno alla fattoria. - Ehi? non c' nessuno? Roba senza padrone, quando manco io! - Diodata, svegliata all'improvviso, andava cercando il lume tastoni, ancora assonnata. Lo zio Carmine, fregandosi gli occhi, colla bocca contratta dai sbadigli, cercava delle scuse.
- Ah!... sia lodato Dio! Voi ve la dormite da un canto, Diodata dall'altro, al buio!... Cosa facevi al buio?... aspettavi qualcheduno?... Brasi Camauro oppure Nanni l'Orbo?...
La ragazza ricevette la sfuriata a capo chino, e intanto accendeva lesta lesta il fuoco, mentre il suo padrone continuava a sfogarsi, l fuori, all'oscuro, e passava in rivista i buoi legati ai pioli intorno all'aia. Il camparo mogio mogio gli andava dietro per rispondere al caso: - Gnors, Pelorosso sta un po' meglio; gli ho dato la gramigna per rinfrescarlo. La Bianchetta ora mi fa la svogliata anch'essa... Bisognerebbe mutar di pascolo... tutto il bestiame... Il mal d'occhio, sissignore! Io dico ch' passato di qui qualcheduno che portava il malocchio!... Ho seminato perfino i pani di San Giovanni nel pascolo... Le pecore stanno bene, grazie a Dio... e il raccolto pure... Nanni l'Orbo? Laggi a Passanitello, dietro le gonnelle di quella strega... Un giorno o l'altro se ne torna a casa colle gambe rotte, com' vero Dio!... e Brasi Camauro anch'esso, per amor di quattro spighe... - Diodata grid dall'uscio ch'era pronto. - Se non avete altro da comandarmi, vossignoria, vado a buttarmi gi un momento...
Come Dio volle finalmente, dopo un digiuno di ventiquattr'ore, don Gesualdo pot mettersi a tavola, seduto di faccia all'uscio, in maniche di camicia, le maniche rimboccate al disopra dei gomiti, coi piedi indolenziti nelle vecchie ciabatte ch'erano anch'esse una grazia di Dio. La ragazza gli aveva apparecchiata una minestra di fave novelle, con una cipolla in mezzo, quattr'ova fresche, e due pomidori ch'era andata a cogliere tastoni dietro la casa. Le ova friggevano nel tegame, il fiasco pieno davanti; dall'uscio entrava un venticello fresco ch'era un piacere, insieme al trillare dei grilli, e all'odore dei covoni nell'aia: - il suo raccolto l, sotto gli occhi, la mula che abboccava anch'essa avidamente nella bica dell'orzo, povera bestia - un manipolo ogni strappata! Gi per la china, di tanto in tanto, si udiva nel chiuso il campanaccio della mandra; e i buoi accovacciati attorno all'aia, legati ai cestoni colmi di fieno, sollevavano allora il capo pigro, soffiando, e si vedeva correre nel buio il luccicho dei loro occhi sonnolenti, come una processione di lucciole che dileguava.
Gesualdo posando il fiasco mise un sospirone, e appoggi i gomiti sul deschetto:
- Tu non mangi?... Cos'hai?
Diodata stava zitta in un cantuccio, seduta su di un barile, e le pass negli occhi, a quelle parole, un sorriso di cane accarezzato.
- Devi aver fame anche tu. Mangia! mangia!
Essa mise la scodella sulle ginocchia, e si fece il segno della croce prima di cominciare, poi disse: - Benedicite a vossignoria!
Mangiava adagio adagio, colla persona curva e il capo chino. Aveva una massa di capelli morbidi e fini, malgrado le brinate ed il vento aspro della montagna: dei capelli di gente ricca, e degli occhi castagni, al pari dei capelli, timidi e dolci: de' begli occhi di cane carezzevoli e pazienti, che si ostinavano a farsi voler bene, come tutto il viso supplichevole anch'esso. Un viso su cui erano passati gli stenti, la fame, le percosse, le carezze brutali; limandolo, solcandolo, rodendolo; lasciandovi l'arsura del solleone, le rughe precoci dei giorni senza pane, il lividore delle notti stanche - gli occhi soli ancora giovani, in fondo a quelle occhiaie livide. Cos raggomitolata sembrava proprio una ragazzetta, al busto esile e svelto, alla nuca che mostrava la pelle bianca dove il sole non aveva bruciato. Le mani, annerite, erano piccole e scarne: delle povere mani pel suo duro mestiere!...
- Mangia, mangia. Devi essere stanca tu pure!...
Ella sorrise, tutta contenta, senza alzare gli occhi. Il padrone le porse anche il fiasco: - Te', bevi! non aver suggezione!
Diodata, ancora un po' esitante, si pul la bocca col dorso della mano, e s'attacc al fiasco arrovesciando il capo all'indietro. Il vino, generoso e caldo, le si vedeva scendere quasi a ogni sorso nella gola color d'ambra; il seno ancora giovane e fermo sembrava gonfiarsi. Il padrone allora si mise a ridere.
- Brava, brava! Come suoni bene la trombetta!...
Sorrise anch'essa, pulendosi la bocca un'altra volta col dorso della mano, tutta rossa.
- Tanta salute a vossignoria!
Egli usc fuori a prendere il fresco. Si mise a sedere su di un covone, accanto all'uscio, colle spalle al muro, le mani penzoloni fra le gambe. La luna doveva essere gi alta, dietro il monte, verso Francofonte. Tutta la pianura di Passanitello, allo sbocco della valle, era illuminata da un chiarore d'alba. A poco a poco, al dilagar di quel chiarore, anche nella costa cominciarono a spuntare i covoni raccolti in mucchi, come tanti sassi posti in fila. Degli altri punti neri si movevano per la china, e a seconda del vento giungeva il suono grave e lontano dei campanacci che portava il bestiame grosso, mentre scendeva passo passo verso il torrente. Di tratto in tratto soffiava pure qualche folata di venticello pi fresco dalla parte di ponente, e per tutta la lunghezza della valle udivasi lo stormire delle messi ancora in piedi. Nell'aia la bica alta e ancora scura sembrava coronata d'argento, e nell'ombra si accennavano confusamente altri covoni in mucchi; ruminava altro bestiame; un'altra striscia d'argento lunga si posava in cima al tetto del magazzino, che diventava immenso nel buio.
- Eh? Diodata? Dormi, marmotta?...
- Nossignore, no!...
Essa comparve tutta arruffata e spalancando a forza gli occhi assonnati. Si mise a scopare colle mani dinanzi all'uscio, buttando via le frasche, carponi, fregandosi gli occhi di tanto in tanto per non lasciarsi vincere dal sonno, col mento rilassato, le gambe fiacche.
- Dormivi!... Se te l'ho detto che dormivi!...
E le assest uno scapaccione come carezza.
Egli invece non aveva sonno. Si sentiva allargare il cuore. Gli venivano tanti ricordi piacevoli. Ne aveva portate delle pietre sulle spalle, prima di fabbricare quel magazzino! E ne aveva passati dei giorni senza pane, prima di possedere tutta quella roba! Ragazzetto... gli sembrava di tornarci ancora, quando portava il gesso dalla fornace di suo padre, a Donferrante! Quante volte l'aveva fatta quella strada di Licodia, dietro gli asinelli che cascavano per via e morivano alle volte sotto il carico! Quanto piangere e chiamar santi e cristiani in aiuto! Mastro Nunzio allora suonava il deprofundis sulla schiena del figliuolo, con la funicella stessa della soma... Erano dieci o dodici tar che gli cascavano di tasca ogni asino morto al poveruomo! - Carico di famiglia! Santo che gli faceva mangiare i gomiti sin d'allora; Speranza che cominciava a voler marito; la mamma con le febbri, tredici mesi dell'anno!... - Pi colpi di funicella che pane! - Poi quando il Mascalise, suo zio, lo condusse seco manovale, a cercar fortuna... Il padre non voleva, perch aveva la sua superbia anche lui, come uno che era stato sempre padrone, alla fornace, e gli cuoceva di vedere il sangue suo al comando altrui. - Ci vollero sette anni prima che gli perdonasse, e fu quando finalmente Gesualdo arriv a pigliare il primo appalto per conto suo... la fabbrica del Molinazzo... Circa duecento salme di gesso che andarono via dalla fornace al prezzo che volle mastro Nunzio... e la dote di Speranza anche, perch la ragazza non poteva pi stare in casa... - E le dispute allorch cominci a speculare sulla campagna!... - Mastro Nunzio non voleva saperne... Diceva che non era il mestiere in cui erano nati.  "Fa l'arte che sai!" - Ma poi, quando il figliuolo lo condusse a veder le terre che aveva comprato, l proprio, alla Canziria, non finiva di misurarle in lungo e in largo, povero vecchio, a gran passi, come avesse nelle gambe la canna dell'agrimensore... E ordinava  "bisogna far questo e quest'altro" per usare del suo diritto, e non confessare che suo figlio potesse aver la testa pi fine della sua. - La madre non ci arriv a provare quella consolazione, poveretta. Mor raccomandando a tutti Santo, che era stato sempre il suo prediletto e Speranza carica di famiglia com'era stata lei... - un figliuolo ogni anno... - Tutti sulle spalle di Gesualdo, giacch lui guadagnava per tutti. Ne aveva guadagnati dei denari! Ne aveva fatta della roba! Ne aveva passate delle giornate dure e delle notti senza chiuder occhio! Vent'anni che non andava a letto una sola volta senza prima guardare il cielo per vedere come si mettesse. - Quante avemarie, e di quelle proprio che devono andar lass, per la pioggia e pel bel tempo! - Tanta carne al fuoco! tanti pensieri, tante inquietudini, tante fatiche!... La coltura dei fondi, il commercio delle derrate, il rischio delle terre prese in affitto, le speculazioni del cognato Burgio che non ne indovinava una e rovesciava tutto il danno sulle spalle di lui!... - Mastro Nunzio che si ostinava ad arrischiare cogli appalti il denaro del figliuolo, per provare che era il padrone in casa sua!... - Sempre in moto, sempre affaticato, sempre in piedi, di qua e di l, al vento, al sole, alla pioggia; colla testa grave di pensieri, il cuore grosso d'inquietudini, le ossa rotte di stanchezza; dormendo due ore quando capitava, come capitava, in un cantuccio della stalla, dietro una siepe, nell'aia, coi sassi sotto la schiena; mangiando un pezzo di pane nero e duro dove si trovava, sul basto della mula, all'ombra di un ulivo, lungo il margine di un fosso, nella malaria, in mezzo a un nugolo di zanzare. - Non feste, non domeniche, mai una risata allegra, tutti che volevano da lui qualche cosa, il suo tempo, il suo lavoro, o il suo denaro; mai un'ora come quelle che suo fratello Santo regalavasi in barba sua all'osteria! - trovando a casa poi ogni volta il viso arcigno di Speranza, o le querimonie del cognato, o il piagnucolo dei ragazzi - le liti fra tutti loro quando gli affari non andavano bene. - Costretto a difendere la sua roba contro tutti, per fare il suo interesse. - Nel paese non un solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto. - Dover celare sempre la febbre dei guadagni, la botta di una mala notizia, l'impeto di una contentezza; e aver sempre la faccia chiusa, l'occhio vigilante, la bocca seria! Le astuzie di ogni giorno; le ambagi per dire soltanto  "vi saluto"; le strette di mano inquiete, coll'orecchio teso; la lotta coi sorrisi falsi, o coi visi arrossati dall'ira, spumanti bava e minacce - la notte sempre inquieta, il domani sempre grave di speranza o di timore...
- Ci hai lavorato, anche tu, nella roba del tuo padrone!... Hai le spalle grosse anche tu... povera Diodata!...
Essa, vedendosi rivolta la parola, si accost tutta contenta e gli si accovacci ai piedi, su di un sasso, col viso bianco di luna, il mento sui ginocchi, in un gomitolo. Passava il tintinno dei campanacci, il calpesto greve e lento per la distesa del bestiame che scendeva al torrente, dei muggiti gravi e come sonnolenti, le voci dei guardiani che lo guidavano e si spandevano lontane, nell'aria sonora. La luna ora discesa sino all'aia, stampava delle ombre nere in un albore freddo; disegnava l'ombra vagante dei cani di guardia che avevano fiutato il bestiame; la massa inerte del camparo, steso bocconi - Nanni l'Orbo, eh?... o Brasi Camauro? Chi dei due ti sta dietro la gonnella? - riprese don Gesualdo che era in vena di scherzare.
Diodata sorrise: - Nossignore!... nessuno!...
Ma il padrone ci si divertiva: - S, s!... l'uno o l'altro... o tutti e due insieme!... Lo sapr!... Ti sorprender con loro nel vallone, qualche volta!...
Essa sorrideva sempre allo stesso modo, di quel sorriso dolce e contento, allo scherzo del padrone che sembrava le illuminasse il viso, affinato dal chiarore molle: gli occhi come due stelle; le belle trecce allentate sul collo; la bocca un po' larga e tumida, ma giovane e fresca.
Il padrone stette un momento a guardarla cos, sorridendo anch'esso, e le diede un altro scapaccione affettuoso.
- Questa non  roba per quel briccone di Brasi, o per Nanni l'Orbo! no!...
- Oh, gesummaria!... - esclam essa facendosi la croce.
- Lo so, lo so. Dico per ischerzo, bestia!...
Tacque un altro po' ancora, e poi soggiunse: - Sei una buona ragazza!... buona e fedele! vigilante sugli interessi del padrone, sei stata sempre...
- Il padrone mi ha dato il pane, - rispose essa semplicemente. - Sarei una birbona...
- Lo so! lo so!... poveretta!... per questo t'ho voluto bene!
A poco a poco, seduto al fresco, dopo cena, con quel bel chiaro di luna, si lasciava andare alla tenerezza dei ricordi. - Povera Diodata! Ci hai lavorato anche tu!... Ne abbiamo passati dei brutti giorni!... Sempre all'erta, come il tuo padrone! Sempre colle mani attorno... a far qualche cosa! Sempre l'occhio attento sulla mia roba!... Fedele come un cane!... Ce n' voluto, s, a far questa roba!...
Tacque un momento intenerito. Poi riprese, dopo un pezzetto, cambiando tono:
- Sai? Vogliono che prenda moglie.
La ragazza non rispose; egli non badandoci, seguit:
- Per avere un appoggio... Per far lega coi pezzi grossi del paese... Senza di loro non si fa nulla!... Vogliono farmi imparentare con loro... per l'appoggio del parentado, capisci?... Per non averli tutti contro, all'occasione... Eh? che te ne pare?
Ella tacque ancora un momento col viso nelle mani. Poi rispose, con un tono di voce che and a rimescolargli il sangue a lui pure:
- Vossignoria siete il padrone...
- Lo so, lo so... Ne discorro adesso per chiacchierare... perch mi sei affezionata... Ancora non ci penso... ma un giorno o l'altro bisogna pure andarci a cascare... Per chi ho lavorato infine?... Non ho figliuoli...
Allora le vide il viso, rivolto a terra, pallido pallido e tutto bagnato.
- Perch piangi, bestia?
- Niente, vossignoria!... Cos!... Non ci badate...
- Cosa t'eri messa in capo, di'?
- Niente, niente, don Gesualdo...
- Santo e santissimo! Santo e santissimo! - prese a gridare lui sbuffando per l'aia. Il camparo al rumore lev il capo sonnacchioso e domand:
- Che c'?... S' slegata la mula? Devo alzarmi?...
- No, no, dormite, zio Carmine.
Diodata gli andava dietro passo passo, con voce umile e sottomessa:
- Perch v'arrabbiate, vossignoria?... Cosa vi ho detto?...
- M'arrabbio colla mia sorte!... Guai e seccature da per tutto... dove vado!... Anche tu, adesso!... col piagnisteo!... Bestia!... Credi che, se mai, ti lascerei in mezzo a una strada... senza soccorsi?...
- Nossignore... non  per me... Pensavo a quei poveri innocenti...
- Anche quest'altra?... Che ci vuoi fare! Cos va il mondo!... Poich v' il comune che ci pensa!... Deve mantenerli il comune a spese sue... coi denari di tutti!... Pago anch'io!... So io ogni volta che vo dall'esattore!...
Si gratt il capo un istante, e riprese:
- Vedi, ciascuno viene al mondo colla sua stella... Tu stessa hai forse avuto il padre o la madre ad aiutarti? Sei venuta al mondo da te, come Dio manda l'erba e le piante che nessuno ha seminato. Sei venuta al mondo come dice il tuo nome... Diodata! Vuol dire di nessuno!... E magari sei forse figlia di barone, e i tuoi fratelli adesso mangiano galline e piccioni! Il Signore c' per tutti! Hai trovato da vivere anche tu!... E la mia roba?... me l'hanno data i genitori forse? Non mi son fatto da me quello che sono? Ciascuno porta il suo destino!... Io ho il fatto mio, grazie a Dio, e mio fratello non ha nulla...
In tal modo seguitava a brontolare, passeggiando per l'aia, su e gi dinanzi la porta. Poscia vedendo che la ragazza piangeva ancora, cheta cheta per non infastidirlo, le torn a sedere allato di nuovo, rabbonito.
- Che vuoi? Non si pu far sempre quel che si desidera. Non sono pi padrone... come quando ero un povero diavolo senza nulla... Ora ci ho tanta roba da lasciare... Non posso andare a cercar gli eredi di qua e di l, per la strada... o negli ospizi dei trovatelli. Vuol dire che i figliuoli che avr poi, se Dio m'aiuta, saranno nati sotto la buona stella!...
- Vossignoria siete il padrone...
Egli ci pens un po' su, perch quel discorso lo punzecchiava ancora peggio di una vespa, e torn a dire:
- Anche tu... non hai avuto n padre n madre... Eppure cosa t' mancato, di'?
- Nulla, grazie a Dio!
- Il Signore c' per tutti... Non ti lascerei in mezzo a una strada, ti dico!... La coscienza mi dice di no... Ti cercherei un marito...
- Oh... quanto a me... don Gesualdo!...
- S, s, bisogna maritarti!... Sei giovane, non puoi rimaner cos... Non ti lascerei senza un appoggio... Ti troverei un buon giovane, un galantuomo... Nanni l'Orbo, guarda! Ti darei la dote...
- Il Signore ve lo renda...
- Son cristiano! son galantuomo! Poi te lo meriti. Dove andresti a finire altrimenti?... Penser a tutto io. Ho tanti pensieri pel capo!... e questo cogli altri!... Sai che ti voglio bene. Il marito si trova subito. Sei giovane... una bella giovane... S, s, bella!... lascia dire a me che lo so! Roba fine!... sangue di barone sei, di certo!...
Ora la pigliava su di un altro tono, col risolino furbo e le mani che gli pizzicavano. Le stringeva con due dita il ganascino. Le sollevava a forza il capo, che ella si ostinava a tener basso per nascondere le lagrime.
- Gi per ora son discorsi in aria... Il bene che voglio a te non lo voglio a nessuno, guarda!... Su quel capo adesso, sciocca!... sciocca che sei!...
Come vide che seguitava a piangere, testarda, scapp a bestemmiare di nuovo, simile a un vitello infuriato.
- Santo e santissimo! Sorte maledetta!... Sempre guai e piagnistei!...



V


Masi, il garzone, corse a svegliare don Gesualdo prima dell'alba, con una voce che faceva gelare il sangue nelle vene:
- Alzatevi, vossignoria; ch' venuto il manovale da Fiumegrande e vuole parlarvi subito!...
- Da Fiumegrande?... a quest'ora?... - Mastro-don Gesualdo andava raccattando i panni tastoni, al buio, ancora assonnato, con un guazzabuglio nella testa. Tutt'a un tratto grid:
- Il ponte!... Deve essere accaduta qualche disgrazia!... - Gi nella stalla trov il manovale seduto sulla panchetta, fradicio di pioggia, che faceva asciugare i quattro cenci a una fiammata di strame. Appena vide giungere il padrone, cominci a piagnucolare di nuovo:
- Il ponte!... Mastro Nunzio, vostro padre, disse ch'era ora di togliere l'armatura!... Nardo vi  rimasto sotto!... 
Era un parapiglia per tutta la casa: Speranza, la sorella, che scendeva a precipizio, intanto che suo marito s'infilava le brache; Santo, ancora mezzo ubbriaco, ruzzoloni per la scaletta della botola, urlando quasi l'accoppassero. Il manovale, a ciascuno che capitava, tornava a dire:
- Il ponte!... l'armatura!... Mastro Nunzio dice che fu il cattivo tempo!...
Don Gesualdo andava su e gi per la stalla, pallido, senza dire una parola, senza guardare in viso nessuno, aspettando che gl'insellassero la mula, la quale spaventata anch'essa sparava calci, e Masi dalla confusione non riusciva a mettergli il basto. A un certo punto gli and coi pugni sul viso, cogli occhi che volevano schizzargli dall'orbita.
- Quando? santo e santissimo!... Non la finisci pi, peste che ti venga!
- Colpa vostra! Ve l'avevo detto! Non sono imprese per noialtri! - sbraitava la sorella in camicia, coi capelli arruffati, una furia tale e quale! Massaro Fortunato, pi calmo, approvava la moglie, con un cenno del capo, silenzioso, seduto sulla panchetta, simile a una macina di mulino. - Voi non dite nulla! state l come un allocco!
Adesso Speranza inveiva contro suo marito: - Quando si tratta d'aiutar voi, che pure siete suo cognato!... carico di figliuoli anche!... allora saltano fuori le difficolt!... denari non ce ne sono!... i denari che si son persi nel ponte della malora!
Gesualdo da principio si volt verso di lei inviperito, colla schiuma alla bocca. Poscia mand gi la bile, e si mise a canterellare mentre affibbiava la testiera della mula: un'allegria che gli mangiava il fegato. Si fece il segno della croce, mise il piede alla staffa; infine di lass, a cavallo, che toccava quasi il tetto col capo, sput fuori il fatto suo, prima d'andarsene:
- Avete ragione! M'ha fatto fare dei bei negozi, tuo marito! La semenza che abbiamo buttato via a Donninga! La vigna che m'ha fatto piantare dove non nasce neppure erba da pascolo!... Testa fine tuo marito!... M' toccato pagarle di tasca mia le vostre belle speculazioni! Ma son stanco, veh, di portare la soma! L'asino quand' stanco si corica in mezzo alla via e non va pi avanti...
E spron la mula, che borbottava ancora; la sorella sbraitandogli dietro, dall'uscio della stalla, finch si udirono i ferri della cavalcatura sui ciottoli della stradicciuola, nel buio. Il manovale si mise a correre, affannato, zoppicando; ma il padrone, che aveva la testa come un mulino, non se ne avvide. Soltanto allorch furono giunti alla chiusa del Carmine, volse il capo all'udire lo scalpicco di lui nella mota, e lo fece montare in groppa. Il ragazzo, colla voce rotta dall'andatura della mula, ripeteva sempre la stessa cosa:
- Mastro Nunzio disse che era tempo di togliere l'armatura... Era spiovuto dopo il mezzogiorno... - No, vossignoria, disse mastro Nardo; lasciamo stare ancora sino a domani... - Disse mastro Nunzio: - tu parli cos per papparti un'altra giornata di paga... - Io intanto facevo cuocere la minestra per gli uomini... Dal monte si udiva gridare:  "La piena! cristiani!..." Mentre Nardo stava sciogliendo l'ultima fune...
Gesualdo, col viso al vento, frustato dalla burrasca, spronava sempre la mula colle calcagna, senza aprir bocca. - Eh?... Che dite, don Gesualdo?... Non rispondete?...  - Che non ti casca mai la lingua? - rispose infine il padrone.
Cominciava ad albeggiare prima di giungere alla Torretta.
Un contadino che incontrarono spingendo innanzi l'asinello, pigliandosi l'acquazzone sotto la giacca di cotonina, col fazzoletto in testa e le mani nelle tasche, volle dire qualche cosa; accennava laggi, verso il fiume, mentre il vento si portava lontano la voce. Pi in l una vecchierella raggomitolata sotto un carrubbio si mise a gridare:
- Non potete passare, no!... Il fiume!... badate!...
In fondo, nella nebbia del fiume e della pioggia, si scorgeva confusamente un enorme ammasso di rovine, come un monte franato in mezzo al fiume, e sul pilone rimasto in piedi, perduto nella bruma del cielo basso, qualcosa di nero che si muoveva, delle braccia che accennavano lontano. Il fiume, di qua e di l dei rottami, straripava in larghe pozze fangose. Pi gi, degli uomini messi in fila, coll'acqua fino al ginocchio, si chinavano in avanti tutti in una volta, e poi tiravano insieme, con un oooh! che sembrava un lamento.
- No! no! - urlavano i muratori trattenendo pel braccio don Gesualdo. - Che volete annegarvi, vossignoria?
Egli non rispondeva, nel fango sino a mezza gamba, andando su e gi per la riva corrosa, coi capelli che gli svolazzavano al vento. Mastro Nunzio, dall'alto del pilone, gli gridava qualche cosa: delle grida che le raffiche gli strappavano di bocca e sbrindellavano lontano.
- Che ci fate adesso lass?... State a piangere il morto? Lasciate... lasciate andare! - gli rispose Gesualdo dalla riva. Il rumore delle acque si mangi anche le sue parole furiose. Il vecchio, in alto, nella nebbia, accennava sempre di no, testardo. Dell'altra gente gridava anche dalla riva opposta, sotto gli ombrelloni d'incerata, senza potere farsi intendere, indicando verso il punto dove gli uomini tiravano in salvo delle travi. A seconda del vento giungevano pure di lass, donde veniva la corrente, delle voci che sembravano cadere dal cielo, delle grida disperate, e un suono di corno rauco.
Gesualdo, curvo sotto l'acquazzone, sfangando sulla riva, aiutava a tirare in salvo i legnami dell'armatura che la corrente furiosa seguitava a scuotere e a sfasciare. - A me!... santo Dio!... non vedete che si porta anche quelli?... - A un certo punto barcoll e stava per affondare nella melma spumosa che dilagava.
- Santo diavolone! Che volete lasciarvi anche la pelle? - url il capomastro afferrandolo pel bavero. - Un altro po' strascinate me pure alla perdizione!
Egli, pallido come un morto, cogli occhi stralunati, i capelli irti sul capo, quasi colla schiuma alla bocca, rispondeva:
- Lasciatemi crepare! A voi non ve ne importa!... Dite cos perch voi non ci avete il sangue vostro in mezzo a quell'acqua!... Lasciatemi crepare!
Mastro Nunzio, vedendo smaniare a quel modo il suo figliuolo, voleva buttarsi a capo fitto gi nella corrente addirittura: - Per non stare a sentir lui!... Adesso mi dir ch' tutta colpa mia!... vedrete!... Non son padrone di muovere un dito in casa mia... Sono padrone da burla... Allora  meglio finirla in una volta!... - E andava tentando l'acqua col piede.
- Sentite! - interruppe il figliuolo con voce sorda. - Lasciatemi in pace anche voi! Io v'ho lasciato fare, voi! Avete voluto che prendessi l'appalto del ponte... per non stare in ozio... Vedete com' andata a finire!... E bisogna tornare da  capo, se non voglio perdere la cauzione... Potevate starvene quieto e tranquillo a casa... Che vi facevo mancare?... Lasciatemi in pace almeno. Tanto, voi non ci avete perso nulla...
- Ah! Non ci ho perso nulla?... Sapevo bene che glielo avresti rinfacciato... a tuo padre!... Gi non conto pi nulla io! Non so far pi nulla!... Ti ho fatto quel che sei!... Come se non fossi il capo di casa!... come se non conoscessi il mio mestiere!...
- Ah!... il vostro mestiere?... perch avevate la fornace del gesso?... e mi  toccato ricomprarvela due volte anche!... vi credete un ingegnere!... Ecco il bel mestiere che sapete fare!...
Mastro Nunzio guard infuriato il suo figliuolo, annaspando, agitando le labbra senza poter proferire altre parole, strabuzzando gli occhi per tornare a cercare il posto migliore da annegarsi, e infine brontol:
- E allora perch mi trattieni?... Perch non vuoi che mi butti nel fiume? perch?
Gesualdo cominci a strapparsi i capelli, a mordersi le braccia, a sputare in cielo. Poscia gli si piant in faccia disperato, scuotendogli le mani giunte dinanzi al viso.
- Per l'amor di Dio!... per l'anima di mia madre!... con questo po' di tegola che m' cascata fra capo e collo... capite che non ho voglia di scherzare adesso!...
Il capomastro si intromise per calmarli. - Infine quel ch' stato  stato. Il morto non torna pi. Colle chiacchiere non si rimedia a nulla. Piuttosto venite ad asciugarvi tutti e due, che arrischiate di pigliare un malanno per giunta, cos fradici come siete.
Avevano acceso un gran fuoco di giunchi e di legna rotte, nella capanna. Pezzi di travi su cui erano ancora appiccicate le immagini dei santi che dovevano proteggere il ponte, buon'anima sua! Mastro Nunzio, il quale perdeva anche la fede in quella disdetta, ci sput sopra un paio di volte, col viso torvo. Tutti piangevano e si fregavano gli occhi dal fumo, intanto che facevano asciugare i panni umidi. In un canto, sotto quelle quattro tegole rotte, era buttato Nardo, il manovale che s'era rotta la gamba, sudando e spasimando. Volle mettere anch'egli una buona parola nel malumore fra padre e figlio:
- Il peggio  toccato a me; - si lament, - che ora rimango storpio e non posso pi buscarmi il pane.
Uno dei suoi compagni, vedendo che non poteva muoversi, gli ammucchi un po' di strame sotto il capo. Mastro Nunzio, sull'uscio, coi pugni rivolti al cielo, lanciava fuoco e fiamme.
- Giuda Iscariota! Santo diavolone! Doveva venire adesso questa grazia di Dio!...
Ciascheduno diceva la sua. Dei vicini, venuti per vedere; dei viandanti che volevano passare il fiume, e aspettavano, al riparo, con la schiena alla fiammata.
- Evviva voi! Avete fatto un bel lavoro! Tanti denari spesi! I denari del comune!... Ora ci tocca aspettare chiss quanto, prima di vedere un altro ponte... O com'era fatto, di ricotta?
- Questi altri, adesso!... Arrivate giusto nel buon momento!... Volete che faccia scendere Dio e i santi di lass?...- sbraitava mastro Nunzio.
Gesualdo, lui, non diceva nulla, con la faccia color di terra, seduto su di un sasso, le mani fra le cosce, penzoloni. Quindi prese a sfogarsi col manovale.
- Guarda quella carogna! Mi lascia fuori la mula, con questo tempo! Poltronaccio! Nemico del tuo padrone!
- Non vi disperate, vossignoria! - piagnucol Nardo dal suo cantuccio. - Finch c' la salute, il resto  niente!...
Gesualdo gli lanci addosso un'occhiata furibonda.
- Parla bene, lui... che non ha nulla da perdere!...
- No, no, vossignoria!... Non dite cos, che il Signore vi gastiga!...
Mastro Nunzio, appoggiato allo stipite dell'uscio, stava masticando da un po' la sua idea, fra le gengive sdentate. Infine la butt fuori, rivolgendosi verso il figliuolo all'improvviso:
- E sai cos'ho da dirti? Che non ne voglio pi sapere di questo ponte della disgrazia! Piuttosto faremo un mulino, coi materiali che riusciremo a mettere in salvo... Un affare sicuro quello...
- Un'altra adesso! - salt su Gesualdo. - Siete ammattito davvero? E la cauzione? Volete che ci perda anche quella? Se lasciassi fare a voi!... Quando presi a fabbricare dei mulini, mi toccava sentire che era la rovina... Ora che vi siete persuaso, non vorreste far altro... come se tutto il paese dovesse macinarsi le ossa notte e giorno, e le mie prima degli altri!... santo e santissimo!
La lite s'accese un'altra volta. Mastro Nunzio che strillava e si lagnava di non esser rispettato. - Vedete se sono un fantoccio?... un pulcinella?... il capo della casa... signori miei!... guardate un po'!... - Gesualdo per finirla salt di nuovo sulla mula, verde dalla bile, e se ne and mentre l'acqua veniva ancora gi dal cielo come Dio la mandava, col capo nelle spalle, bagnato sino alle ossa, il cuore dentro pi nero del cielo nuvolo che aveva dinanzi agli occhi; il paese grigio e triste nella pioggia anch'esso, lass in cima al monte, col suono del mezzogiorno che passava a ondate, trasportato dal vento, e si sperdeva in lontananza.
Quanti lo incontravano, conoscendo la disgrazia che gli era capitata, dimenticavano di salutarlo e tiravano via. Egli guardava bieco e borbottava di tanto in tanto fra di s:
- Sono ancora in piedi! Mi chiamo mastro-don Gesualdo!... Finch sono in piedi so aiutarmi!
Un solo, un povero diavolo, che andava per la stessa strada, gli offr di prenderlo sotto l'ombrello. Egli rispose:
- Ci vuol altro che l'ombrello, amico mio! Non temete, che non ho paura d'acqua e di grandine, io!
Arriv al paese dopo mezzogiorno. Il canonico Lupi s'era coricato allora allora, subito dopo pranzo. - Vengo, vengo, don Gesualdo! - gli grid dalla finestra, sentendosi chiamare.
Qualcheduno che andava ancora pei fatti suoi, a quell'ora, vedendolo cos fradicio, piovendo acqua come un ombrello, gli disse:
- Eh, don Gesualdo?... che disgrazia!...
Lui duro come un sasso, col sorriso amaro sulle labbra sottili e pallide, rispondeva:
- Eh, cose che accadono. Chi va all'acqua si bagna, e chi va a cavallo cade. Ma sinch non v' uomini morti, a tutto si rimedia.
I pi tiravano di lungo, voltandosi per curiosit dopo ch'erano passati. Il canonico comparve infine sul portoncino, abbottonandosi la sottana.
- Eh? eh? don Gesualdo? Eccovi qua... eccovi qua!...
Don Gesualdo s'era fatta una faccia allegra per quanto poteva, colla febbre maligna che ci aveva nello stomaco.
- Sissignore, eccomi qua! - rispose con un sorriso che cerc di fare allargare per tutta la faccia scura. - Eccomi qua, come volete voi... ai vostri comandi... Per, dite la verit, voi parlate col diavolo, eh?
Il canonico finse di non capire: - Perch? pel ponte? No, in fede mia! Mi dispiace anzi!...
- No, no, non dico pel ponte!... Ma andiamo di sopra, vossignoria. Non son discorsi da farsi qui, in istrada...
C'era il letto ancora disfatto nella camera del canonico; tutt'in giro alle pareti un bel numero di gabbioline, dove il canonico, gran cacciatore al paretaio, teneva i suoi uccelli di richiamo; un enorme crocifisso nero di faccia all'uscio, e sotto la cassa della confraternita, come una bara da morto, nella quale erano i pegni dei denari dati a prestito; delle immagini di santi qua e l, appiccicate colle ostie, insudiciate dagli uccelli, e un puzzo da morire, fra tutte quelle bestie.
Don Gesualdo cominci subito a sfogarsi narrando i suoi guai: il padre che si ostinava a fare di testa sua, per mostrare ch'era sempre lui il capo, dopo aver dato fondo al patrimonio... Gli era toccato ricomprargliela due volte la fornace del gesso! E continuava a metterlo in quegli impicci!... E se lui diceva ahi! quando era costretto a farsi aprire la vena e a lasciarsi cavar dell'altro sangue per pagare, allora il padre gridava che gli si mancava di rispetto. La sorella ed il cognato che lo pelavano dall'altra parte. Una bestia, quel cognato Burgio! bestia e presuntuoso! E chi pagava era sempre lui, Gesualdo!... Suo fratello Santo che mangiava e beveva alle sue spalle, senza far nulla, da mattina a sera: - Col mio denaro, capite, vossignoria? col sangue mio! So io quel che mi costa! Quando ho lasciato mio padre nella fornace del gesso in rovina, che non si sapeva come dar da mangiare a quei quattro asini del carico, colla sola camicia indosso sono andato via... e un paio di pantaloni che non tenevano pi, per la decenza... senza scarpe ai piedi, sissignore. La prima cazzuola per incominciare a fare il muratore dovette prestarmela mio zio il Mascalise... E mio padre che strepitava perch lasciavo il mestiere in cui ero nato... E poi, quando presi il primo lavoro a cottimo... gridava ch'era un precipizio! Ne ho avuto del coraggio, signor canonico! Lo so io quel che mi costa! Tutto frutto dei miei sudori, quello che ho... E quando lo vedo a buttarmelo via, chi da una parte e chi dall'altra!... che volete, vossignoria! il sangue si ribella!... Ho taciuto sinora per aver la quiete in famiglia... per mangiare in santa pace un boccone di pane, quando torno a casa stanco... Ma ora non ne posso pi! Anche l'asino quando  stanco si corica in mezzo alla via e non va pi avanti... Voi non sapete che gastigo di Dio  Speranza, mia sorella!... Voglio finirla!... Ciascuno per casa sua. Dico bene, canonico mio?
Il canonico intanto governava i suoi uccelli di richiamo. - Se non mi date retta, vossignoria,  inutile che parli!
- S, s, vi ascolto. Che diavolo! non ci vuole poi un sant'Agostino a capire quel che volete!... In conclusione si tratta di salvare la cauzione, non  cos? di avere qualche aiuto dal comune?
- Sissignore... la cauzione...
Poi Gesualdo gli piant addosso gli occhi grigi e penetranti, e riprese:
- E un'altra cosa anche... Vi dicevo che voglio far casa da me... per conto mio... se trovo la moglie che mi conviene... Ma se non mi date retta, vossignoria... allora  inutile... O se fingete di non capire... Vi ricordate?... quel discorso che mi faceste la sera della festa del santo Patrono?... Ma se fate le viste di non capire, perch sono venuto qui da voi... quando vi ho detto per prima cosa... Vi ho detto: "Eccomi qua, come volete voi..." 
- Ah!... ah!... - rispose il canonico alzando il capo come un asino che strappi la cavezza. Poi lasci stare il nicchio che andava spolverando attentamente, e gli fiss addosso anche lui i suoi occhi da uomo che non si lascia mettere nel sacco.
- Sentite, don Gesualdo... questo non  discorso che venite a farmi adesso, a questa maniera! Allora vuol dire che non conoscete chi vi  amico e chi vi  nemico, benedetto Dio! Ho piacere che abbiate toccato con mano se il consiglio che vi ho dato allora era tutt'oro! Una giovane ch' una perla, avvezza ad ogni guaio, che l'avreste tutta ai vostri comandi, e di famiglia primaria anche!... la quale vi farebbe imparentare con tutti i pezzi grossi del paese!... Lo vedete adesso di che aiuto vi sarebbe? Avreste dalla vostra i giurati e tutti quanti. Anche per l'altra faccenda della gabella, poi, se volete entrarci insieme a noi...
- Sissignore - rispose Gesualdo vagamente. - Tante cose si potrebbero fare... Si potrebbe parlarne...
- Si dovrebbe parlarne chiaro, amico mio. Mi prendete per un ragazzo? Una mano lava l'altra. Aiutami che t'aiuto, dice pure lo Spirito Santo. Voi, caro don Gesualdo, avete il difetto di credere che tutti gli altri sien pi minchioni di voi. Prima fate lo gnorri, non ci sentite da quell'orecchio, e poi, al bisogno, quando vi casca la casa addosso, mi venite dinanzi con quella faccia.
- Sar il caldo... saranno tutti quegli uccelli... - balbett l'altro un po' scombussolato. - Vorrei vedervi nei miei panni, signor canonico! - esclam infine.
- Nei vostri panni... sicuro... mi ci metto! Voglio farvi vedere e toccar con mano chi vi vuol bene o no! Eccomi con voi. Pensiamo a quest'affare del ponte prima... a salvare la cauzione... con un sussidio del comune. Andremo adesso dal capitano... e dai giurati che non ci sarebbero contrari... Peccato che il barone Zacco abbia gi dei sospetti per l'affare della gabella!... Lasciatemi pensare...
Mentre terminava di legarsi il mantello al collo andava raccogliendo le idee, colle sopracciglia aggrottate, guardando in terra di qua e di l.
- Ecco! Io vo prima dalla signora Sganci... no! no! non le dico nulla per adesso! qualche parola cos in aria... in via accademica... Mi basta che donna Marianna scriva due righe al capitano. Quanto alla baronessa Rubiera posso dormire fra due guanciali...  come se fosse la vostra stessa persona, se mi promettete... Ma badiamo, veh!...
E il canonico sgran gli occhi. Don Gesualdo stese la mano verso il crocifisso.
- No, dico per l'altro affare, quello della gabella. Non vorrei che giuocassimo a scarica barile fra di noi, caro don Gesualdo!
Costui voleva allungare la mano di nuovo; ma il canonico aveva gi infilato l'uscio. - Voi m'aspetterete gi, nel portone. Un momento, vado e torno.
Torn fregandosi le mani: - Ve l'avevo detto. Non ci vede dagli occhi donna Marianna per quella nipote! Farete un affarone!
Appena fuori si imbatterono nel notaro Neri, che andava ad aprire lo studio, e fece il viso di condoglianza a don Gesualdo. - Brutto affare, eh? Mi dispiace! - Sotto si vedeva che gongolava. Il canonico, a tagliar corto, rispose lui: - Cosa da nulla... Il diavolo poi non  cos brutto... Rimedieremo... Abbiamo salvato i materiali... - Dopo, quando furono lontani, e il notaio con la chiave nella toppa li guardava ancora ridendo, il canonico gli soffi nell'orecchio, a mastro-don Gesualdo:
- E' che avete una certa faccia, caro mio!...
- Io?
- S. Non ve ne accorgete, ma l'avete! Se fate quella faccia, tutti vi metteranno i piedi sopra per camminarvi!... Con quella faccia non si va a chiedere un favore... Aspettatemi qui; salgo un momento dal cavalier Peperito. E' una bestia; ma l'hanno fatto giurato.
Appena il canonico se ne fu andato su per la scala rotta e scalcinata, arriv il cavaliere dal poderetto, montato su di un asinello macilento, con una bisaccia piena di fave dietro. Don Gesualdo per ingraziarselo lo aiut a scaricar le fave, e a legar l'asino alla mangiatoia, sotto l'arco della scaletta; ma il cavaliere parve un po' seccato d'esser stato sorpreso in quell'arnese, tutto infangato, e col vestito lacero da campagna.
- Non ne facciamo nulla, - disse il canonico ritornando poco dopo. - E' una bestia! Crede di fare il cavaliere sul serio... Deve avercela con voi... Bisogna trovare la persona. Ciolla? ohi? Ciolla? A voi dico, Ciolla! Sapete s' in casa don Filippo? L'avete visto uscire?
Ciolla ammicc coll'unico occhio, torcendo ancora la bocca di paralitico.
- No, Canali  ancora l, da Bomma, che l'aspetta per condurlo dalla cognata, la ceraiuola, sapete bene? E' la loro passeggiata, dopopranzo... a trastullarsi con lei, dietro lo scaffale... Che c' di nuovo, don Gesualdo? Andate a benedire il ponte, insieme al canonico?
Don Gesualdo si sfog infine con lui, appuntandogli contro le corna, con tutt'e due le mani.
- Vi stava sulla pancia quel ponte!... Come aveste dovuto spendere di tasca vostra!...
Il canonico lo tir per un braccio:
- Andiamo, andiamo! Volete chiudere la bocca a tutti gli sfaccendati?
Nel salire per la stradicciuola dei Margarone incontrarono il marchese Limli, che andava a fare la sua passeggiatina solita della sera, dal Rosario a Santa Maria di Ges, sempre solo e con l'ombrello rosso sotto il braccio. Il canonico, rispondendo alla scappellata cerimoniosa del marchese, ebbe un'ispirazione.
- Aspettate, aspettate un momento!
Di l a un po' torn a raggiungere don Gesualdo con tutt'altro viso.
- Un gran diavolo quel marchese! Povero come Giobbe, ma  uno che ha voce in capitolo! S'aiutano fra di loro, tutti in un gruppo!... una buona parola, alle volte!... fra di loro non possono dir di no... Lo lascerebbero morir di fame, ma un favore non glielo negano...
Don Filippo era ancora in casa, occupato a rigar la carta per le aste di Nicolino: - Che buon vento? che buon vento?... - Poscia vedendo entrare anche don Gesualdo, dietro il canonico, cal di nuovo gli occhiali sul naso. - Ho tanto da fare!... Ah, s!... la cauzione?... Volete che il comune vi aiuti a ripescarla? Volete qualche agevolazione per riprendere i lavori?... Vedremo... sentiremo... Se l'avete sbagliato la prima volta questo ponte benedetto?... E' un affar grave... Non so di che si tratti... Non sono informato... Da un pezzo che non me ne occupo... Tanto da fare!... Non ho tempo di soffiarmi il naso... Vedremo... sentiremo...
In quella entr Canali, il quale veniva a cercare Margarone, sorpreso di non vederlo all'ora solita. Anch'esso sapeva del ponte, e sembrava che si divertisse mezzo mondo a prolungare le condoglianze - il veleno che gli scorreva sotto il faccione giallo: - Ahi! ahi! don Gesualdo!... Era un'impresa grossa!... Un colpo da mandare ruzzoloni!... C'era troppa carne al fuoco in casa vostra!... - Don Filippo, ora che aveva l'appoggio, si rivolt anche lui: - Bisogna fare il passo secondo la gamba, mio caro!... Volevate pigliare il cielo a pugni... Il posto a chi tocca, caro amico!... Non bisogna mettersi in testa di dare il gambetto a un paese intero!...
Don Gesualdo allora perse la pazienza. Si alz di botto, rosso come un gallo, e apr la bocca per sfogarsi. Ma il canonico gliela tapp con una mano. - State zitto! Lasciate dire a me! Sentite qua, don Filippo!
Lo tir per la falda nell'anticamera. Di l a un po' rientrarono a braccetto, don Filippo tornato un pezzo di zucchero con mastro-don Gesualdo, spalancandogli addosso gli occhioni di bue, quasi lo vedesse allora per la prima volta: - Vedremo!... Quanto a me... quel che si pu fare... Ho parlato nel vostro interesse, caro don Gesualdo...
Don Gesualdo, scendendo le scale, brontolava ancora:
- Perch dovrei averli tutti contro?... Non fo male a nessuno... Fo gli affari miei...
- Eh, caro don Gesualdo! - scapp a dire infine il canonico. - Gli affari vostri fanno a pugni con gli affari degli altri, che diavolo!... Apposta bisogna tirarli dalla vostra... Fra di loro si danno la mano... son tutti parenti... Voi siete l'estraneo... siete il nemico, che diavolo!
Il canonico si ferm su due piedi, in mezzo alla piazzetta, di fronte al palazzo dei Trao, alto, nero e smantellato, e guardando fisso don Gesualdo, cogli occhietti acuti di topo che sembrava volessero ficcarglisi dentro come due spilli, il viso a lama di coltello che sfuggiva da ogni parte:
- Vedete?... quando sarete entrato nel campo anche voi... Quella  la dote che vi porterebbe donna Bianca!... E' denaro sonante per voi che avete le mani in tanti affari.
Mastro-don Gesualdo torn a lisciarsi il mento, come quando stava a combinare qualche negozio con uno pi furbo di lui; guard il palazzo; guard poi il canonico, e rispose:
- Per caparra in mano, eh? signor canonico? Prima voglio vedere come la pigliano i parenti di lei.
- A braccia aperte la pigliano!... ve lo dico io! Fate conto che il fiume torni a rifarvi il ponte meglio di prima, e andate a dormirci su.
Nel vicoletto l accanto, vicino a casa sua, trov Diodata che stava aspettandolo colla mantellina in testa, rincantucciata sotto l'arco del ballatoio, poich in casa non la volevano, Speranza principalmente, e la tolleravano soltanto in campagna, pei servigi grossi. Appena la ragazza vide il suo padrone ricominci a piangere e a lamentarsi, quasi fosse caduto addosso a lei il ponte: - Don Gesualdo, che disgrazia! Mi sarei contentata d'annegarmi io piuttosto!... Son venuta a vedervi, vossignoria... con questa spina che dovete averci in cuore!...
- Quest'altra adesso! Perch sei venuta? Tutta bagnata sei!... guarda! come le bestie!... dalla Canziria fin qui a piedi!... apposta per farmi il piagnisteo... Come non ne avessi abbastanza dei miei guai!... Ora dove vai a quest'ora?
La fece entrare nella stalla. Essa nello staccarsi dal muro lasci una pozza d'acqua, l davanti all'uscio dove era stata ad aspettare. Anche lui si sentiva le ossa rotte. Per giunta, sua sorella l'accolse come un cane.
- Siete tornato dalla festa? Avete visto che bel guadagno?
Poi si rivolse inviperita a suo marito, nera, magra al par di un chiodo, cogli occhi di carbone, tanto di bocca aperta, quasi volesse mangiarsi la gente:
- Voi non dite nulla?... A voi non bolle il sangue?...
Burgio, pi pacifico, cercava di svignarsela, facendo le spalle grosse, chinando il testone di bue.
- Ecco!... Nessuno si d pensiero dei guai che ci cpitano!... Io sola mi mangio il fegato!
Il fratello Gesualdo, colla bocca amara, le andava cantando:
- Lascia stare, Speranza! Lasciami stare, che ne ho abbastanza, anche senza la tua predica!
- Non volete sentire neppure la predica? Non volete che mi lamenti? Tanti denari persi!... Che non li guadagnate i vostri denari, voi?...
Egli per fuggire quella vespa, andava cercando in cucina qualcosa da mettere sotto il dente, dopo una giornata simile. Frugava nel cassone del pane. Speranza sempre dietro, come il gastigo di Dio.
- Fra poco, seguitando di questo passo, non ce ne sar pi del pane nel cassone, no!... e non ci sar neppure il cassone, non ci sar!... La casa se ne andr tutta al diavolo!...
Santo, che tornava affamato dal bighellonare in piazza tutta la giornata, al trovare il fuoco spento diede nelle furie, come un vero animale. I ragazzi che strillavano; tutti i vicini alle finestre per godersi la scena; tanto che Gesualdo infine perse la pazienza:
- Sapete cosa vi dico? che mi fate fare uno sproposito! Tante volte ve l'ho predicato!... ora lo fo sul serio, com' vero Dio! L'asino quando non ne pu pi si corica, e buona notte a chi resta!
E se ne and nella stalla, mentre Speranza gli strillava dietro:
- Scappate anche? per andare a trovare Diodata? Vi pare che non l'abbia vista? Mezza giornata che vi aspetta, quella sfacciata!...
Egli sbatacchi l'uscio. Da prima non voleva neppur mangiare, digiuno com'era da ventiquattr'ore, con tutti quei dispiaceri che gli empivano lo stomaco. Diodata and a comprargli del pane e del salame, bagnata sino alle ossa al par di lui, colla gola secca. L, sulla panchetta della stalla, dinanzi a una fiammata di strame, almeno si inghiottiva in pace un po' di grazia di Dio. - Ti piace, eh, questa bella vita? Ti piace a te? - domandava egli masticando a due palmenti, ancora imbronciato. Essa stava a vederlo mangiare, col viso arrossato dalla fiamma, e diceva di s, come voleva lui, con un sorriso contento adesso. Il giorno finiva sereno. C'era un'occhiata di sole che spandevasi color d'oro sul cornicione del palazzo dei Trao, dirimpetto, e donna Bianca la quale sciorinava un po' di biancheria logora, sul terrazzo che non poteva vedersi dalla piazza, colle mani fine e delicate, la persona che sembrava pi alta e sottile in quella vesticciuola dimessa, mentre alzavasi sulla punta dei piedi per arrivare alle funicelle stese da un muro all'altro.
- Vedi chi vogliono farmi sposare? - disse lui. - Una Trao!... e buona massaia anche!... m'hanno detto la verit...
E rimase a guardare, pensieroso, masticando adagio adagio. Diodata guardava anche lei, senza dir nulla, col cuore grosso. Passarono le capre belando dal vicoletto. Donna Bianca, come sentisse alfine quegli occhi fissi su di lei, volt il viso pallido e sbattuto, e si trasse indietro bruscamente.
- Adesso accende il lume, - riprese don Gesualdo. - Fa tutto in casa lei. Eh, eh... c' poco da scialarla in quella casa!... Mi piace perch  avvezza ad ogni guaio, e l'avrei al mio comando... Tu di', che te ne pare?
Diodata volse le spalle, andando verso il fondo della stalla per dare una manciata di biada fresca alla mula, e rispose dopo un momento, colla voce roca:
- Vossignoria siete il padrone.
- E' vero... Ma veh!... che bestia! Devi aver fame anche tu... Mangia, mangia, poveretta. Non pensar solo alla mula.
 

VI


Don Luca il sagrestano andava spegnendo ad una ad una le candele dell'altar maggiore, con un ciuffetto d'erbe legato in cima alla canna, tenendo d'occhio nel tempo istesso una banda di monelli che irrompevano di tratto in tratto nella chiesa quasi deserta in quell'ora calda, inseguiti a male parole dal sagrestano. Donna Bianca Trao, inginocchiata dinanzi al confessionario, chinava il capo umile; abbandonavasi in un accasciamento desolato; biascicando delle parole sommesse che somigliavano a dei sospiri. Dal confessionario rispondeva pacatamente una voce che insinuavasi come una carezza, a lenire le angosce, a calmare gli scrupoli, a perdonare gli errori, a schiudere vagamente nell'avvenire, nell'ignoto, come una vita nuova, un nuovo azzurro. Il sole di sesta scappava dalle cortine, in alto, e faceva rifiorire le piaghe di sant'Agata, all'altar maggiore, quasi due grosse rose in mezzo al petto. Allora la penitente risollevavasi ansiosa, raggiante di consolazione, aggrappandosi avidamente alla sponda dell'inginocchiatoio, con un accento pi fervido, appoggiando la fronte sulle mani in croce per lasciarsi penetrare da quella dolcezza. Veniva un ronzo di mosche sonnolenti, un odor d'incenso e di cera strutta, un torpore greve e come una stanchezza dal luogo e dall'ora. Una vecchia aspettava accoccolata sui gradini dell'altare, simile a una mantellina bisunta posata su di un fagotto di lavandaia, e quando destavasi borbottando, don Luca le dava sulla voce:
- Bella creanza! Non vedete che c' una signora prima di voi al confessionario?... quelle non sono le quattro chiacchiere che avete da portarci voi al tribunale della penitenza!... discorsi di famiglia, cara voi!... affari importanti!
Nell'ombra del confessionario biancheggi una mano che faceva il segno della croce, e donna Bianca si alz infine, barcollando, chiusa nel manto sino ai piedi, col viso raggiante di una dolce serenit. Don Luca, vedendo che la vecchia non si risolveva ad andarsene, tocc la mantellina colla canna.
- Ehi? ehi? zia Filomena?... E' tardi oggi,  tardi. Sta per suonare mezzogiorno, e il confessore deve andarsene a desinare.
La vecchia lev il capo istupidito, e si fece ripetere due o tre volte la stessa cosa, testarda, imbambolata. - Sicuro, sto per chiudere la chiesa. Potete andarvene, madre mia. Oggi?... neppure!... ci ha la trebbia al Passo di Cava padre Angelino. Giorni di lavoro, cara mia! - Bel bello riesc a mandarla via, borbottando, trascinando le ciabatte. Poi, mentre il prete infilava l'uscio della sagrestia, don Luca dovette anche dar la caccia a quei monelli, rovesciando banchi e sedie, facendo atto di tirare l'incensiere: - Fuori! fuori! Andate a giuocare in piazza! - Nello stesso tempo passava e ripassava vicino a donna Bianca che si era inginocchiata a pregare dinanzi alla cappella del Sacramento, sfolgorante d'oro e di colori lucenti da accecare, tossendo, spurgandosi, fermandosi a soffiarsi il naso, brontolando:
- Neppure in chiesa!... non si pu raccogliersi a far le orazioni!...
Donna Bianca si alz in piedi, segnandosi, colle labbra ancora piene di avemarie. Il sagrestano le rivolse la parola direttamente, mentr'essa avviavasi per uscire:
- Siete contenta, vossignoria? Un sant'uomo quel padre Angelino! Confessa bene, eh? V'ha lasciata contenta?
Ella accenn di s col capo, col sorriso breve, rallentando il passo per cortesia.
- Un bravo uomo! un uomo di giudizio! Quello s che ve lo pu dare un buon consiglio... meglio di vostro fratello don Ferdinando... ed anche di don Diego, s!...
Guard intorno cogli occhi di gatto avvezzi a vederci al buio nella chiesa e su per la scala del campanile, e aggiunse sottovoce, cambiando tono, in aria di gran mistero:
- Sapete che risposta gli hanno dato a don Gesualdo Motta? Aveva mandato a fare la domanda formale di matrimonio, ieri dopo pranzo, col canonico Lupi...
Bianca arross senza levare il capo. Il sagrestano che la guardava negli occhi bassi, seguendola passo passo, riprese pi forte:
- Gli hanno detto di no... tale e quale come ve lo dico adesso... Il canonico  rimasto di sale!... Nessuno si sarebbe aspettato quella risposta, non  vero?... il canonico donna Marianna, anche la baronessa vostra zia, tutti che ci avevano posto un grande impegno!... Si sarebbe mosso quel Cristo ch' di legno, vedete! Nessuno l'avrebbe creduto cos duro, quel don Diego vostro fratello! un signore umile e buono che pareva di potersi confessare con lui!... Non parlo di don Ferdinando, ch' peggio di un ragazzo, poveretto!...
Egli era riuscito a fermare donna Bianca, piantandosele dinanzi, cogli occhi lucenti, il viso acceso, abbassando ancora la voce nel farle una confidenza decisiva:
- Don Gesualdo sembra impazzito!... Dice che non pu mandarla gi! che ne far una malattia, com' vero Iddio!... Sono andato a trovarlo alla Canziria... faceva trebbiare il grano... - Don Gesualdo, ch' questa la maniera di prendersela?... Ci lascerete la pelle, vossignoria!... - Lasciatemi stare, caro don Luca, che so io!... dacch il canonico mi port quella bella risposta!... - Sembra davvero malato di cent'anni!... La barba lunga... Non dorme e non mangia pi...
In quel momento si ud uno scalpicco di gente di chiesa. Don Luca alz la voce di botto, quasi parlasse a un sordo:
- Oggi padre Angelino ci ha la trebbia al Passo di Cava. Se avete qualche altro peccato da confessarvi, c' l'arciprete Bugno sfaccendato... buono anche quello! un servo di Dio...
Per vedendo il canonico Lupi che s'avanzava verso di loro, inchinandosi a ogni altare, colla destra stillante d'acqua benedetta, il nicchio pendente dall'altra mano:
- Benedicite, signor canonico! Come va da queste parti?...
Il canonico, invece di rispondergli, si rivolse a donna Bianca con un sorriso sciocco sul muso aguzzo di furetto color di filiggine.
- Facciamo del bene, donna Bianca! Raccomandiamoci al Signore! Vi ho vista entrare in chiesa, mentre andavo qui vicino, da don Gesualdo Motta, e ho detto: Ecco donna Bianca che fa la sua visita alle Quarant'ore, e d il buon esempio a me, indegno sacerdote...
- Giusto... qui c' il signor canonico!... Se avete qualche altro peccato da dirgli, donna Bianca...
- Io non posso, mi dispiace! Monsignore non mi ha data la confessione, perch sa che me ne manca il tempo... - Indi aggiunse con un certo risolino, lisciandosi il mento duro di barba. - Poi i vostri fratelli non vorrebbero...
Donna Bianca, rossa come se avesse avuto sul viso tutto il riflesso della cortina che velava l'altare del Crocifisso, finse di non capire. Il canonico ripigli, mutando registro:
- Ci ho tante faccende gravi sulle spalle... mie e d'altrui... Andavo appunto da don Gesualdo per commissione di vostra zia. Sapete il grosso affare che hanno insieme, colla baronessa? -Donna Bianca fece segno di no.
- Un affare grosso... Si tratta di pigliare in affitto le terre di tutti i comuni della Contea!... Don Gesualdo ha il cuore pi grande di questa chiesa!... e i conquibus anche!... Assai! assai, donna Bianca! Assai pi di quel che si crede... Uno che si far ricco come Creso, con quella testa fine che ha!
Don Luca si lasci scappare di bocca, mentre andava spogliandosi degli abiti ecclesiastici, col viso dentro la cotta, le braccia in aria, la voce soffocata:
- Bisogna vedere quel che ha raccolto alla Canziria, bisogna vedere!
- Ah, ah! venite di lass?
- Sissignore, - rispose il sagrestano, cavando fuori il viso rosso e imbarazzato. - Cos, per fare quattro passi... Ci vado ogni anno per la limosina della chiesa... Don Gesualdo  devoto di sant'Agata!
- Un cuor d'oro! - interruppe il canonico. - Generoso, caritatevole!... Peccato che...
E si diede della mano sulla bocca.
- Quello che stavo dicendo a donna Bianca!... - conferm don Luca, ripreso animo, cogli occhietti di nuovo petulanti.
- Basta! basta! Ciascuno dispone a suo modo in casa sua! Ora vi lascio pei fatti vostri. Tanti saluti a don Diego e a don Ferdinando!
Donna Bianca imbarazzata voleva andarsene anche lei; ma ma il sagrestano la trattenne:
- Un momento! Cosa devo dire a padre Angelino, se volete mettervi in grazia di Dio prima della festa di san Giovanni Battista...
Il canonico insisteva anche lui: - No, no, restate, donna Bianca, fate gli affari vostri. - Poscia, appena egli lasci ricadere la portiera, uscendo, don Luca ammicc: - E cos? che devo dire a don Gesualdo, se mai lo vedo... per caso?..
Essa sembrava esitante. Seguitava ad avviarsi verso la porta della chiesa, passo passo, tenendo gli occhi bassi, come infastidita dall'insistenza del sagrestano.
- Giacch i miei fratelli hanno detto di no...
- Una sciocchezza hanno detto! Avrei voluto condurli per mano alla Canziria, e fargli vedere se non vale tutti i vostri ritratti affumicati!... Scusatemi, donna Bianca!... parlo nell'interesse di vossignoria... I vostri fratelli tengono al fumo perch sono vecchi... hanno i piedi nella fossa, loro!... Ma voi che siete giovine, come rimanete? Non si rovina cos una sorella!... Un marito simile non ve lo manda neppure san Giuseppe padre della provvidenza!... Sono pazzi a dir di no i vostri fratelli!... pazzi da legare!... Le terre della Contea se le piglier tutte lui, don Gesualdo!... e poi le mani in pasta da per tutto. Non si mura un sasso che non ci abbia il suo guadagno lui... Domeneddio in terra! Ponti, mulini, fabbriche, strade carreggiabili!... il mondo sottosopra mette quel diavolo! Fra poco si andr in carrozza sino a Militello, prima Dio e don Gesualdo Motta!... Sua moglie andr in carrozza dalla mattina alla sera!... camminer sull'oro colato, come  vero Dio! Anche padre Angelino vi avr consigliato la stessa cosa che vi dico io... Non ho udito nulla, per non violare il suggello della confessione, ma padre Angelino  un uomo di giudizio... vi avr consigliato di prendere un buon marito... di mettervi in grazia di Dio.
Donna Bianca lo guard sbigottita, col mento aguzzo dei Trao che sembrava convulso. Indi alz verso il crocifisso gli occhi umidi di lagrime, colle labbra pallide serrate in una piega dolorosa. Con quelle labbra senza sangue rispose infine sottovoce:
- I miei fratelli sono padroni... tocca a loro decidere...
Don Luca a corto d'argomenti rimase un istante quasi sbalordito, piantandosi dinanzi a lei per non lasciarla scappare, soffocato da tante buone ragioni che aveva in gola, balbettando, annaspando, grattandosi rabbiosamente il capo, con gli occhietti scintillanti che andavano come frugandola tutta da capo a piedi per trovare il punto debole, scuotendole dinanzi le mani giunte, minaccioso e supplichevole. Alla fine proruppe:
- Ma  giustizia, santo Dio?  giustizia far tribolare in tal modo un galantuomo che vi vuol tanto bene?... Dare un calcio alla fortuna?... Scusatemi, donna Bianca! io parlo nel vostro interesse... Dovete pensarci voi! Non siete pi sotto tutela, alla fin fine!... Mi scaldo il sangue per voi... perch sono buon servo della vostra famiglia... una gran casata!... peccato che non sia pi quella di prima!... Ora che avreste il mezzo di far risorgere il nome dei Trao!... Questo si chiama dare un calcio alla fortuna!... si chiama essere ingrati colla divina Provvidenza.
Essa seguitava ad andare verso la porta, irresoluta, a capo chino. Don Luca alle calcagna di lei, accalorandosi, toccando tutti i tasti, mutando tono a ogni registro: - E certe giornate, donna Bianca!... certe giornate che spuntano a casa vostra!...
Basta, scusatemi, io ne parlo perch ci bazzico sempre ad aiutarvi, insieme a mia moglie... E quando i vostri parenti si dimenticano che siete al mondo!... certe giornate d'inverno come vuol Dio!... Basta! Potreste esser la regina del paese, invece! pensateci bene. Don Gesualdo spiccherebbe di lass il sole e la luna per farvi piacere!... Non ci vede pi dagli occhi!... Sembra un pazzo addirittura.
Donna Bianca s'era fermata su due piedi, a testa alta, con una fiamma improvvisa che parve buttarle in viso la portiera sollevata in quel momento da qualcuno che entrava in chiesa. Comparve una donna macilenta, colla gonnella in cenci sollevata dalla gravidanza sugli stinchi sottili, sudicia e spettinata, come se non avesse fatto altro in vita sua che portare avanti quel ventre - un viso di chioccia istupidita dal covare, con due occhietti tondi su di una faccia a punta, gialla e incartapecorita, e un fazzoletto lacero da malata, legato sotto il mento; nient'altro sulle spalle, da persona ch' di casa in casa del Buon Dio. Essa dalla soglia si mise a gemere, quasi avesse le doglie:
- Don Luca?... che non lo suonate mezzogiorno?... la pentola sta per bollire...
- Perch l'hai messa a bollire cos presto? Il sole  ancora qui, sul limitare... L'arciprete fa un casa del diavolo per questa faccenda di suonare mezzogiorno prima dell'ora... Per stavolta... giacch  fatta... eccoti la chiave del campanile...
Don Luca, tenendo ancora la cotta sotto il braccio, litigava colla moglie, stecchito nella sottana bisunta quant'era enorme il ventre della donna:
- Tu ci hai l'orologio l, nella pancia!... Pensi solo a mangiare!... Ci vuol la grazia di Dio!... I vicini sono ancora tutti fuori... Ecco l i ragazzi di Burgio!...
- Aspettano anche loro!... - piagnucol la moglie, sempre su quel tono. - Aspettano che suonate mezzogiorno... - E se ne and col ventre avanti.
- I nipoti di don Gesualdo! - riprese il sagrestano ammiccando in modo significativo a donna Bianca nel tornare indietro. - Stanno l a farci la spia!... Li manda sua madre apposta comare Speranza, per sapere tutto quello che facciamo! Tiene d'occhio la roba, colei!... quasi fosse sua!... Ci ha fatto i suoi disegni sopra!... Quando m'incontra ha l'aria di mangiarmi!...
Finse di precedere donna Bianca per sollevare la portiera, onde trattenerla ancora un momento: - Lui fa proprio compassione!... Una faccia da malato!... Mi parl tutto il tempo di vossignoria... Dice che forse il canonico Lupi non avr saputo fare l'imbasciata... che vorrebbe parlarvi... per vedere... per sentire...
Donna Bianca si fece di fuoco.
- E' innamorato, che volete farci? Innamorato come un pazzo. Dovreste tornare a parlargliene coi vostri fratelli. Mandargli qualche buona parola... una risposta pi da cristiani... Verr io stesso a prenderla, dopo mezzogiorno, quando don Diego e don Ferdinando sono in letto... col pretesto dei fiori per la Madonna... S? Cosa mi dite?
Essa chin il capo rapidamente, nel passare sotto la cortina, ed usc fuori. Don Luca credette di scorgere che volesse frugarsi in tasca, e seguit, correndole dietro:
- Che fate? No! Mi offendete! Un'altra volta... pi tardi... quando potrete... Ho pensato meglio di mandare mia moglie, a prendere la risposta di vossignoria. Non vorrei che i vostri fratelli, vedendomi bazzicare per casa, sospettassero che mi manda il canonico...
Dopo vespro spicci lesto lesto il servizio della chiesa e corse alla Canziria: cinque miglia di salita, pazienza, per amore di don Gesualdo che se lo meritava, in verit! - Sta per cascare, don Gesualdo! Ancora essa non mi ha detto chiaro di s, colla sua bocca; ma si vede che tentenna, come la pera quand' matura. Sono pratico di queste cose, perch vedo tutti i giorni in chiesa delle donne che ricorrono al tribunale della penitenza... prima e poi... M'ha fatto sudare una camicia!... Ma ora vi dico che la pera  matura! Un'altra crollatina, e vi casca fra le braccia; ve lo dico io! Dovreste correre al paese e scaldare il ferro mentre  caldo.
Per don Gesualdo non fece una gran festa all'imbasciata amorosa che gli capitava in quel momento: - Vedete, don Luca, ci ho tutta la raccolta nell'aia... Sono in piedi da stanotte... Non ho sempre il vento in tasca per trebbiare a comodo mio!...
L'aia era vasta quanto una piazza. Dieci muli trottavano in giro, continuamente; e dietro i muli correvano Nanni l'Orbo e Brasi Camauro, affondando nella pula sino ai ginocchi, ansanti, vociando, cantando, urlando. Da un lato, in una nuvola bianca, una schiera di contadini armati di forche, colle camice svolazzanti, sembrava che vangassero nel grano; mentre lo zio Carmine, in cima alla bica, nero di sole, continuava a far piovere altri covoni dall'alto. Delle tregge arrivavano ogni momento dai seminati intorno, cariche d'altra messe; dei garzoni insaccavano il grano e lo portavano nel magazzino, dove non cessava mai la nenia di Pirtuso che cantava "e viva Maria!" ogni venti moggi. Tutt'intorno svolazzavano stormi di galline, un nugolo di piccioni per aria; degli asinelli macilenti abboccavano affamati nella paglia, coll'occhio spento; altre bestie da soma erano sparse qua e l; e dei barili di vino passavano di mano in mano, quasi a spegnere un incendio. Don Gesualdo sempre in moto, con un fascio di taglie in mano, segnando il frumento insaccato, facendo una croce per ogni barile di vino, contando le tregge che giungevano, sgridando Diodata, disputando col sensale, vociando agli uomini da lontano, sudando, senza voce, colla faccia accesa, la camicia aperta, un fazzoletto di cotone legato al collo, un cappellaccio di paglia in testa.
- Lo vedete, don Luca, se ho tempo da perdere adesso!... Vino qua! Date da bere a don Luca!... S, s, verr; ma quando potr... Per ora non posso muovermi, cascasse il mondo!... Diodata!... bada che il vento spinge la fiamma verso l'aia, santo e santissimo!... No, don Luca! non sono in collera pel rifiuto dei suoi fratelli... Venite qua, accostatevi, ch' inutile far sapere alla gente i fatti nostri!... Ciascuno la pensa a modo suo... Poi  lei che deve risolvere... Se lei dice di s, io per me non mi tiro indietro... Ma oggi non posso venire... e neppure domani... Be'! dopodomani!... Dopodomani devo venire anche per l'affare della gabella, e ne discorreremo.
Don Luca sugger pure di far precedere due paroline scritte: - Ci abbiamo appunto mia moglie che par fatta apposta per consegnarle sottomano a donna Bianca, senza destar sospetti. Una bella letterina, con due o tre parole che fanno colpo sulle ragazze! Capite, vossignoria? Ciolla ci ha la mano... Ne parlerei io stesso a Ciolla in segretezza, senza stare a rompervi il capo, vossignoria; e vi fa fare una bella figura. Con un bottiglione di vino poi ve lo chetate, il Ciolla.
Don Gesualdo non volle sapere di lettera: - Non per risparmiare il vino; ma che storie mi andate contando? Se a lei l'affare gli va, allora che bisogno c' di tante chiacchiere.
- Basta! basta! - conchiuse don Luca. - Dicevo per piantare meglio il chiodo. Ma voi siete il padrone.
Don Luca se ne torn tutto contento, con un agnello e una forma di cacio. Per prudenza mand la moglie a fare l'imbasciata, sotto un pretesto: - Circa a quel discorso che siete intesi con mio marito, vossignoria, dice che il confessore verr dopodomani a prendere la risposta!... Il confessore domenica aspetta la risposta!... - Don Ferdinando che aveva udito aprire il portone, comparve in quel momento come un fantasma.
- Il confessore!... - riprese a dire la gn Grazia senza che nessuno le domandasse nulla. - Donna Bianca voleva confessarsi!... Oggi non pu, il confessore... E domani neppure... Domenica piuttosto, se gli fate sapere che siete pronta...
La poveraccia, sotto quegli occhi stralunati di don Ferdinando, che pareva la frugassero tutta, sospettosi, inquieti, si confondeva, balbettava, cercava le parole. Poscia, vedendo che l'altro stava zitto e non si moveva, allampanato, tacque anch'essa, e si mise a guardare in aria, a bocca aperta, colle mani sul ventre. Bianca, a tagliar corto, la condusse nella dispensa, per darle una grembiata di fave. Don Ferdinando, sempre dietro, cucito alle loro calcagna, taciturno, guardando in ogni cantuccio, sospettoso. Si chin anch'esso sul mucchietto di fave, covandolo colla persona, misurandolo ad occhio, palpandolo colle mani. E dopo che la sagrestana se ne fu andata, come un'anatra, reggendo il grembiule pieno sul ventre enorme, si mise a brontolare:
- Troppe!... Ne hai date troppe!... Stanno per terminare!...La zia non ne manda altre prima di Natale!...
La sorella voleva andarsene; ma lui seguitava a cercare, a frugare, a passare in rivista la roba della dispensa: due salsicciotti magri appesi a un gran cerchio; una forma di cacio bucata dai topi; delle pere infracidite su di un'asse; un orciolino d'olio appeso dentro un recipiente che ne avrebbe contenuto venti cafisi; un sacco di farina in fondo a una cassapanca grande quanto un granaio; il cestone di vimini che aspettava ancora il grano della Rubiera.
Infine riprese:
- Ci vuol l'aiuto di Dio!... Siamo tre bocche da sfamare, in casa!... Ti par poco? Ci vorrebbe anche un po' di brodo per Diego... Non mi piace da qualche tempo!... Hai visto la faccia che ha? Lo stesso viso della buon'anima, ti rammenti?... quando si mise a letto per non alzarsi pi! E il medico non viene neppure, perch ha paura di non esser pagato... dopo tanti denari che s' mangiati nell'ultima malattia della buon'anima!... La zia Rubiera s' dimenticata che siamo al mondo... ed anche la zia Sganci...
Cos brontolando andava passo passo dietro alla sorella, chinandosi a raccattar per terra le fave cadute dal grembiule di Grazia. Poscia, come svegliandosi da un sogno, domand:
- Tu perch non vai pi dalla zia Rubiera? Avrebbe mandato un paio di piccioni, sapendo che Diego non sta bene... per fargli un po' di brodo...
Bianca divenne di brace in viso, e chin gli occhi. Don Ferdinando aspett un momento la risposta a bocca aperta, battendo le palpebre. Indi torn nella dispensa a riporre le fave che aveva raccolte da terra. Poco dopo essa se lo vide comparire dinanzi un'altra volta, con quell'aria sbalordita.
- Se torna la sagrestana non gli dar nulla, un'altra volta! Sanguisughe sono! Le fave stanno per terminare, hai visto?... E un'altra cosa... Dovresti andare dalla zia Sganci per un po' d'olio... in prestito... Diglielo bene che lo vuoi in prestito, perch noi non siamo nati per chiedere la limosina... giacch la zia non ci ha pensato... Fra poco saremo al buio... anche Diego che  malato... tutta la notte!...
E spalancava gli occhi, accennando ancora colle mani e col capo, con un terrore vago sul viso attonito. Da lontano si udiva di tanto in tanto la tosse che si mangiava don Diego, attraverso agli usci, lungo il corridoio, implacabile e dolorosa, per tutta la casa... Bianca sussultava ogni volta, col cuore che le scoppiava, chinandosi ad ascoltare, o fuggiva come spaventata, tappandosi le orecchie.
- Non ci reggo, no! Non ci reggo!...
Infine Dio le diede la forza di ricomparire dinanzi a lui, quel giorno in cui don Ferdinando le aveva detto che il fratello stava peggio, nella cameretta sudicia, sdraiato su quel lettuccio che sembrava un canile. Don Diego non stava n peggio n meglio. Era l, aspettando quel che Dio mandava, come tutti i Trao, senza lagnarsi, senza cercare di fuggire il suo destino, badando solo di non incomodare gli altri, e tenersi per s i suoi guai e le sue miserie. Volse il capo, vedendo entrare la sorella, quasi un'ombra gli calasse sul viso incartapecorito. Poscia le accenn colla mano di accostarsi al letto. - Sto meglio... sto meglio... povera Bianca!... Tu come stai?... Perch non ti sei fatta vedere?... perch?...
Le accarezzava il capo con quella mano scarna e sudicia di malato povero. Gli era rimasto sulle guance incavate e sparse di peli grigi un calore di fiamma.
- Povera Bianca!... son sempre tuo fratello, sai!... il tuo fratello che ti vuol tanto bene... povera Bianca!...
- Don Ferdinando mi ha detto... - balbett essa timidamente. - Volete un po' di brodo?...
Il malato da prima fece segno di no, guardando in aria, supino. Poi volse il capo, fissandola cogli occhi avidi dal fondo delle orbite che sembravano vuote, filigginose. - Il brodo, dicevi? C' un po' di carne?...
- Mander dalla zia... dalla zia Sganci!... - s'affrett ad aggiungere Bianca, con una vampa improvvisa sulle guance. Sul volto del fratello era passata un'altra fiamma simile.
- No! no!... non ne voglio.
Neppure il medico voleva: - No, no! Cosa mi fa il medico?... Tutte imposture!... per spillarci dei denari... Il vero medico  lass!... Quel che vorr Dio... Del resto mi sento meglio...
Parve migliorare realmente, di l a qualche giorno: del buon brodo, un po' di vino vecchio che mandava la zia Sganci, l'aiutarono ad alzarsi da letto, ancora sconquassato, col fiato ai denti. Venne pure donna Marianna in persona a fargli visita, premurosa, con un rimprovero amorevole sulla faccia buona: - Come? Siete in quello stato ed io non ne so nulla? Siamo in mezzo ai turchi? Siamo parenti, s o no? Sempre misteri! Sempre ombrosi e selvatici, tutti voialtri Trao!... rincantucciati come gli orsi in questa tana! Un bel mattino vi troveranno belli e morti all'improvviso che sar una vergogna per tutto il parentado!... Neppure di quel negozio del matrimonio non me ne avete detto nulla!...
E sfil quest'altro rosario: Erano pazzi, o cos'erano, a rifiutare una domanda simile a quella?... Uno sulla strada di farsi riccone come don Gesualdo Motta!... - Don Gesualdo! sissignori! I pazzi lasciateli stare!... Vedete bene in quale stato vi hanno ridotto!... Un cognato che potrebbe aiutarvi in tutti i modi... che vi toglierebbe da tante angustie!... Ah!... ah!...
Donna Marianna guardava intorno per la stanzaccia squallida, crollando il capo. Gli altri non fiatavano: Bianca a capo chino; don Ferdinando aspettando che parlasse suo fratello, cogli occhi di barbagianni fissi su di lui.
Don Diego da principio rimase attonito, brontolando:
- Mastro-don Gesualdo!... Siamo arrivati fin l!... Mastro-don Gesualdo che vuol sposare una Trao!...
- Sicuro! Chi volete che la sposi?... senza dote? Non  pi una bambina neppure lei!... E' un tradimento bell'e buono!... Cosa far, quando chiuderete gli occhi voi e vostro fratello?... la serva, eh? La serva della zia Rubiera o di qualchedun altro?...
Don Diego si alz da letto come si trovava, in camiciuola di flanella, col fazzoletto in testa, le gambe stecchite che gli tremavano a verga dentro le mutande logore: un ecceomo! Andava errando per la stanza, stralunato, facendo gesti e discorsi incoerenti, tossendo, tirando il fiato a stento, soffiandosi il naso, quasi suonasse una tromba.
- Mastro-don Gesualdo!... Saremmo arrivati a questo, che una Trao sposerebbe mastro-don Gesualdo! Tu acconsentiresti, Bianca?... di'!... Tu diresti di s?...
Bianca pallidissima, senza levare gli occhi da terra, disse di s col capo, lentamente.
Egli agit in aria le braccia tremanti, e non seppe pi trovare una sola parola. Don Ferdinando non fiatava neppur lui, atterrito che Don Diego non riuscisse a persuader Bianca.
- Cosa volete che dica? - esclam la zia. - Vi pare un bell'avvenire quello d'invecchiare come voialtri... fra tante angustie?... Scusatemi, ne parlo perch siamo parenti... Fo quel che posso anch'io per aiutarvi... ma non  una bella cosa infine neanche per voialtri... Ed ora che vi si offre la fortuna, risponderle con un calcio... Scusatemi, io la direi una porcheria!
Tutt'a un tratto don Diego si mise a ridere, quasi colpito da un'ispirazione, ammiccando dell'occhio, fregandosi le mani, con dei cenni del capo che volevano dire assai.
- Va bene! va bene!... Non  che questo?... perch ora come ora siamo un po' angustiati?... Ti pesa, di'?... ti pesa questa vita angustiata, povera Bianca?... Hai paura per l'avvenire?...
Si freg il mento peloso colla mano ischeletrita, seguitando ad ammiccare, cercando di rendere furbo il sorriso pallido.
- Vieni qua... Non ti dico altro!... Anche voi, zia!... Venite a vedere!...
S'arrampic tutto tremante su di una seggiola per aprire un armadietto ch'era nel muro, al di sopra della finestra, e ne tir fuori mucchi di scartafacci e di pergamene - le carte della lite - quella che doveva essere la gran risorsa della famiglia, quando avessero avuto i denari per far valere le loro ragioni contro il Re di Spagna: dei volumi gialli, logori e polverosi, che lo facevano tossire a ogni voltar di pagina. Sul letto era pure sciorinato un grand'albero genealogico, come un lenzuolo: l'albero della famiglia che bagnava le radici nel sangue di un re libertino, come portava il suo stemma - di rosso, con tre gigli d'oro, su sbarra del medesimo, e il motto che glorificava il fallo della prima autrice: Virtutem a sanguine traho.
S'era messi gli occhiali, appoggiando i gomiti sulla sponda del lettuccio, bocconi, con gli occhi che si accendevano in fondo alle orbite livide.
- Son seicent'anni d'interessi che ci devono!... Una bella somma!... Uscirete d'ogni guaio una volta per sempre!...
Bianca era cresciuta in mezzo a simili discorsi che aiutavano a passare i giorni tristi. Aveva veduto sempre quei libracci sparsi sulle tavole sgangherate e per le sedie zoppe. Cos essa non rispose. Suo fratello volse finalmente il capo verso di lei, con un sorriso bonario e malinconico.
- Parlo per voialtri... per te e per Ferdinando... Ne godrete voialtri almeno... Quanto a me... io sono arrivato... Te'!... te' la chiave!... serbala tu!
La zia Sganci, a quei discorsi, da prima scatt come una molla: - Caro nipote, mi sembrate un bambino! - Ma subito si calm, col sorriso indulgente di chi vuol far capire la ragione proprio a un ragazzo.
- Va bene!... va benone!... Intanto maritatela con lo sposo che vi si offre adesso, e poi, se diverrete tanti Cresi, sar anche meglio.
Don Diego rimase interdetto al vedere che la sorella non prendeva la chiave, e torn daccapo:
- Anche tu, Bianca?... Dici di s anche tu?...
Essa, accasciata sulla seggiola, chin il capo in silenzio.
- E va bene!... Giacch tu lo vuoi... giacch non hai il coraggio di aspettare...
Donna Mariannina seguitava a perorare la causa di don Gesualdo, dicendo ch'era un affare d'oro quel matrimonio, una fortuna per tutti loro; congratulandosi con la nipote la quale fissava fuori dalla finestra, cogli occhi lucenti di lagrime; rivolgendosi financo a don Ferdinando che guardava tutti quanti ad uno ad uno, sbalordito; battendo sulle spalle di don Diego il quale sembrava che non udisse, cogli occhi inchiodati sulla sorella e un tremito per tutta la persona. A un certo punto egli interruppe la zia, balbettando:
- Lasciatemi solo con Bianca... Devo dirle due parole... Lasciateci soli...
Essa alz gli occhi sbigottita, faccia a faccia col fratello che sembrava un cadavere, dopo che la zia e don Ferdinando furono usciti.
Il pover'uomo esit ancora prima di aggiungere quel che gli restava a dire, fissando la sorella con un dolore pi pungente e profondo. Poscia le afferr le mani, agitando il capo, movendo le labbra senza arrivare a profferir parola.
- Dimmi la verit, Bianca!... Perch vuoi andartene dalla tua casa?... Perch vuoi lasciare i tuoi fratelli?... Lo so! lo so!... Per quell'altro!... Ti vergogni a stare con noi, dopo la disgrazia che t' capitata!...
Continuava ad accennare del capo, con uno struggimento immenso nell'accento e nel viso, colle lagrime amare che gli scendevano fra i peli ispidi e grigi della barba.
- Dio perdona... Ferdinando non sa nulla!... Io... io... Bianca!... Come una figliuola ti voglio bene!... Mia figlia sei... Bianca!...
Tacque sopraffatto da uno scoppio di pianto.
Ella pi morta che viva scosse il capo lentamente e biascic:
- No... no... Non  per questo...
Don Diego lasci ricadere adagio adagio le mani della sorella, quasi un abisso si scavasse fra di loro.
- Allora!... Fa quello che vuoi... fa quello che vuoi...
E le volse le spalle, curvo, senza aggiunger altro, strascicando le gambe.



VII


Nella casa antica dei La Gurna, presa in affitto da don Gesualdo Motta, s'aspettavano gli sposi. Davanti alla porta c'era un crocchio di monelli, che il ragazzo di Burgio, in qualit di parente, s'affannava a tener discosti, minacciandoli con una bacchettina; la scala sparsa di foglie d'arancio; un lume a quattro becchi posato sulla ringhiera del pianerottolo; e Brasi Camauro, con una cacciatora di panno bl, la camicia di bucato, gli stivali nuovi, che dava l'ultimo colpo di scopa nel portone imbiancato di fresco. A ogni momento succedeva un falso allarme. I ragazzi gridavano: - Eccoli! eccoli! - Camauro lasciava la scopa, e della gente si affacciava ai balconi illuminati.
Verso un'ora, di notte arriv il marchese Limli, facendosi largo colla canna d'India. Vide il lume, vide le foglie d'arancio e disse: - Bravo! - Ma nel salire le scale, stava per rompersi l'osso del collo, e allora scapp anche a bestemmiare:
- Che bestie!... Han fatto un mondezzaio!..
Brasi corse colla scopa. - Spazzo via tutto, signor marchese? Butto via ogni cosa?
- No, no!... Adesso son passato. Non grattar troppo colla scopa, piuttosto... Si sente l'odor di stalla.
Udendo delle voci, Santo Motta che aspettava di sopra, vestito di nuovo, coi pantaloni a staffe e un panciotto di raso a fiori, si affacci nel pianerottolo, infilandosi la giamberga.
- Eccomi! eccomi!... Sono qui!... Ah, signor marchese!... bacio le mani!...
E rimase un po' confuso, non vedendo altri che il Limli.
- Servo, servo, caro don Santo!... Non baciate pi nulla... ora siamo parenti.
In cima alla scala comparve anche donna Sara Cirmena, la sola di tutto il parentado della sposa che si fosse degnata di venire, con un moggio di fiori finti in testa, il vestito di seta che aveva preso le pieghe come la carta, nel cassettone, i pendagli di famiglia che le strappavano le orecchie, seccata di aspettare da un gran pezzo in un bagno di sudore, e si mise a strillare di lass:
- Ma che fanno? C' qualche altra novit?
- Nulla, nulla, - rispose il marchese salendo adagio adagio.
- Son uscito prima per non far vedere ch'ero solo in chiesa, di tutti i parenti... Son venuto a dare un'occhiata.
Don Gesualdo aveva fatto delle spese: mobili nuovi, fatti venire apposta da Catania, specchi con le cornici dorate, sedie imbottite, dei lumi con le campane di cristallo: una fila di stanze illuminate, che viste cos, con tutti gli usci spalancati, pareva di guardare nella lente di un cosmorama.
Don Santo precedeva facendo la spiegazione, tirando in su ogni momento le maniche che gli arrivavano alla punta delle dita.
- Come? Non c' nessuno ancora? - esclam il marchese, giunti che furono nella camera nuziale, parata come un altare.
Compare Santo rannicchi il capo nel bavero di velluto, al pari di una testuggine.
- Per me non manca... Io son qui dall'avemaria... Tutto  pronto...
- Credevo di trovare almeno gli altri parenti... Mastro Nunzio... vostra sorella...
- Nossignore... si vergognano... C' stato un casa del diavolo! Io son venuto per tener d'occhio il trattamento...
E apr l'uscio per farglielo vedere: una gran tavola carica di dolci e di bottiglie di rosolio, ancora nella carta ritagliata come erano venuti dalla citt, sparsa di garofani e gelsomini d'Arabia, tutto quello che dava il paese, perch la signora Capitana aveva mandato a dire che ci volevano dei fiori; quanti candelieri si erano potuti avere in prestito, a Sant'Agata e nell'altre chiese. Diodata ci aveva pure messi in bell'ordine tutti i tovagliuoli arrotolati in punta, come tanti birilli, che portavano ciascuno un fiore in cima.
- Bello! bello! - approv il marchese. - Una cosa simile non l'ho mai vista!... E questi qui, cosa fanno?
Ai due lati della tavola, come i giudei del Santo Sepolcro ci erano Pelagatti e Giacalone, che sembravano di cartapesta cos lavati e pettinati.
- Per servire il trattamento, sissignore!... Mastro Titta e l'altro barbiere suo compagno si son rifiutati, con un pretesto!... Vanno soltanto nelle casate nobili quei pezzenti!... Temevano di sporcarsi le mani qui, loro che fanno tante porcherie!...
Giacalone, premuroso, corse tosto con una bottiglia per ciascuna mano. Il marchese si scherm:
- Grazie, figliuol mio!... Ora mi rovini il vestito, bada!
- Di l ci sono anche le tinozze coi sorbetti! - aggiunse don Santo.
Ma appena apr l'uscio della cucina, si videro fuggire delle donne che stavano a guardare dal buco della serratura.
- Ho visto, ho visto, caro parente. Lasciateli stare; non li spaventate.
In quel momento si ud un baccano gi in istrada, e corsero in tempo al balcone per vedere arrivare la carrozza degli sposi. Nanni l'Orbo, a cassetta, col cappello sino alle orecchie, faceva scoppiettare la frusta come un carrettiere, e vociava:
- Largo!... A voi!... Guardatevi!... - Le mule, tolte allora dall'armento, ricalcitravano e sbuffavano, tanto che il canonico Lupi propose di smontare l dov'erano, e Burgio s'era gi alzato per scavalcare lo sportello. Ma le mule tutt'a un tratto abbassarono il capo insieme, e infilarono il portone a precipizio.
- Morte subitanea! - esclam il canonico, ricadendo col naso sui ginocchi della sposa.
Salivano a braccetto. Don Gesualdo con una spilla luccicante nel bel mezzo del cravattone di raso, le scarpe lucide, il vestito coi bottoni dorati, il sorriso delle nozze sulla faccia rasa di fresco; soltanto il bavero di velluto, troppo alto, che gli dava noia. Lei che sembrava pi giovane e graziosa in quel vestito candido e spumante, colle braccia nude, un po' di petto nudo, il profilo angoloso dei Trao ingentilito dalla pettinatura allora in moda, i capelli arricciati alle tempie e fermati a sommo del capo dal pettine alto di tartaruga: una cosa che fece schioccare la lingua al canonico, mentre la sposa andava salutando col capo a destra e a sinistra, palliduccia, timida, quasi sbigottita, tutte quelle nudit che arrossivano di mostrarsi per la prima volta dinanzi a tanti occhi e a tanti lumi.
- Evviva gli sposi! evviva gli sposi! - si mise a gridare il canonico, messo in allegria, sventolando il fazzoletto.
Bianca prese il bacio della zia Cirmena, il bacio dello zio marchese, ed entr sola nelle belle stanze, dove non era anima viva.
- Ehi? ehi? bada che perdi il marito! - le grid dietro lo zio marchese fra le risate generali.
- Ci siamo tutti? - borbott sottovoce donna Sarina.
Il canonico si affrett a risponder lui.
- Sissignora. Poca brigata, vita beata!
Dietro di loro saliva Alessi, colla berretta in mano, intimidito da quei lumi e da quell'apparato. Sin dall'uscio si mise a balbettare:
- Mi manda la signora baronessa Rubiera... Dice che non pu venire perch le duole il capo... Manda a salutare la nipote, e don Gesualdo anche...
- Vai in cucina, da questa parte - gli rispose il marchese. - Di' che ti dieno da bere.
Don Gesualdo approfitt di quel momento per raccomandare sottovoce a suo fratello:
- Stai attento, dinanzi a tutta questa gente!... Ti metti a sedere, e non ti muovi pi. Come vedi fare a me, fai tu pure.
- Ho capito. Lascia fare a me!
La zia Cirmena si era impadronita della sposa, e aveva assunta un'aria matronale che la faceva sembrare in collera. Dopo che ciascuno ebbe preso posto nella bella sala cogli specchi, si fece silenzio; ciascuno guardando di qua e di l per fare qualche cosa, ed ammirando coi cenni del capo. Alla fine il canonico credette di dover rompere il ghiaccio:
- Don Santo, sedetevi qua. Avvicinatevi; non abbiate timore.
- A me? - rispose Santo che si sentiva dar del don lui pure.
- Questo  tuo cognato, - disse il marchese a Bianca.
Il notaro ripigli di l a un momento:
- Guardate! guardate! Sembra lo sbarco di Cristoforo Colombo!
Vedevasi sull'uscio dell'anticamera un mucchio di teste che si pigiavano, fra curiose e timide, quasi stesse per scoppiare una mina. Il canonico fra gli altri monelli scorse Nunzio, il nipotino di don Gesualdo, e gli fece segno d'entrare, ammiccandogli. Ma il ragazzo scapp via come un selvaggio; e il canonico, sempre sorridendo, disse:
- Che diavoletto!... tutto sua madre...
Il marchese, sdraiato sulla sedia a bracciuoli, accanto alla nipote, sembrava un presidente, chiacchierando soltanto lui.
- Bravo! bravo!... Tuo marito ha fatto le cose bene!... Non ci manca nulla in questa casa!... Ci starai da principessa!... Non hai che a dire una parola... mostrare un desiderio...
- Allora ditegli che vi comperi delle altre mule - aggiunse il canonico ridendo.
- E' vero; sei alquanto pallida... Ti sei forse spaventata in carrozza?
- Sono mule troppo giovani... appena tolte dall'armento... non ci sono avvezze... Ora usano dei cavalli per la carrozza - disse il canonico.
- Certamente! certamente! - si affrett a rispondere don Gesualdo. - Appena potr. I denari servono per spenderli... quando ci sono.
Il marchese e il canonico Lupi tenevano viva la conversazione, don Gesualdo approvando coi cenni del capo; gli altri ascoltavano: la zia Cirmena con le mani sul ventre e un sorrisetto amabile che faceva cascare le parole di bocca: un sorriso che diceva: - Bisogna pure! giacch son venuta!... Valeva proprio la pena di mettersi in gala!... - Bianca sembrava un'estranea, in mezzo a tutto quel lusso. E suo marito imbarazzato anche lui, fra tanta gente, la sposa, gli amici, i servitori, dinanzi a quegli specchi nei quali si vedeva tutto, vestito di nuovo, ridotto a guardare come facevano gli altri se voleva soffiarsi il naso.
- Il raccolto  andato bene! - disse il marchese a voce pi alta, perch gli altri lo seguissero dove voleva arrivare. - Io ne parlo per sentita dire. Eh? eh? massaro Fortunato?...
- Sissignore, grazie a Dio!... Sono i prezzi che non dicono!...
- Ci sar tanto da fare in campagna! Nel paese non c' pi nessuno.
La zia Cirmena allora non pot frenarsi:
- Ho vista al balcone la cugina Sganci... credevo che venisse, anzi!...
- Chiss? chiss? Quella pioggerella ch' caduta ha ridotto la strada una pozzanghera!... Io stavo per rompermi il collo. Per dicono che fa bene alle vigne. Eh? eh? massaro Fortunato?...
- Sissignore, se vuol Dio!...
- Saranno tutti a prepararsi per la vendemmia. Noi soli no, donna Sarina! Noi beviamo il vino senza pregare Dio per l'acqua!... Bisogna condurre la sposa a Giolio per la vendemmia, don Gesualdo!... Vedrai che vigne, Bianca!
- Certo!...  la padrona!... certo!...
- Un momento!... - esclam il canonico balzando in piedi. - Mi pare di sentir gente!...
Santo, che stava all'erta, cogli occhi fissi sul fratello, gli fece segno per sapere se era ora d'incominciare il trattamento. Ma il canonico rientr dal balcone quasi subito, scuotendo il capo.
- No!... Son villani che tornano in paese. Oggi  sabato e arriva gente sino a tardi.
- Io l'avevo indovinato! - rispose la Cirmena. - Ho l'orecchio fine!... Chi aspettate, voi?
- Donna Giuseppina Alsi, per bacco!... Quella almeno non manca mai!
- L'avr trattenuta il cavaliere... - si lasci scappare il marchese, perdendo la pazienza.
Santo, che s'era gi alzato, torn a sedere mogio mogio.
- Con permesso! con permesso! - disse il canonico. - Un momento! Vo e torno!
Donna Sarina gli corse dietro nell'anticamera, e si ud il canonico rispondere forte:
- No! Qui vicino... dal Capitano!...
Il marchese che stava coll'orecchio teso fingeva d'ammirare ancora i mobili e le stanze, e torn a dire:
- Belli! belli!... Una casa signorile! Siete stati fortunati di potervi cacciare nel nido dei La Gurna!... Eh! eh!... Se ne videro qui delle feste... in questo stesso luogo!... Mi rammento... pel battesimo dell'ultimo La Gurna... Corradino... Adesso sono andati a stare a Siracusa, tutta la famiglia, dopo aver dato fondo a quel po' che rimaneva!... Mors tua vita mea!... Qui starete da principi!... Eh! eh!... son vecchio e la so lunga!... Ci staremmo bene anche noi, eh, donna Sarina?... eh?
Donna Sarina si dimenava sulla seggiola per tener la lingua in freno: - Quanto a me!... - disse poi - grazie a Dio!... La prova  che il ragazzo La Gurna, Corradino, viene da me per la villeggiatura. Lui non ci ha colpa, povero innocente!
- No, no,  meglio star seduti in una bella sedia soffice come questa, che andare a buscarsi il pane di qua e di l, come i La Gurna!... quando si pu buscarselo anche!... E avere una buona tavola apparecchiata, e la carrozza per far quattro passi dopo, e la vigna per la villeggiatura, e tutto il resto!... La buona tavola soprattutto!... Son vecchio, e mi dispiace che il marchesato non possa servirsi in tavola... Il fumo  buono soltanto in cucina... La so lunga... C' pi fumo nella cucina, che arrosto sulla tavola in molte case... quelle che ci hanno lo stemma pi grosso sul portone... e che arricciano pi il naso!... Se torno a nascere, voglio chiamarmi mastro Alfonso Limli, ed esser ricco come voi, nipote mio... Per godermi i miei denari fra me e me... senza invitar nessuno... no!...
- Tacete!... Sento il campanello! - interruppe donna Sarina. - E' un pezzo che suonano mentre voi state a predicare...
Per era un tintinno sommesso di gente povera. Santo corse ad aprire, e si trov faccia a faccia col sagrestano, seguito dalla moglie, la quale portava sotto il braccio un tovagliuolo che pareva un sacco, quasi fosse venuta per lo sgombero. Al primo momento don Luca rimase imbarazzato, vedendo il fratello di Speranza che gli aveva mandato a dire mille improperi con suo marito Burgio; ma non si perse d'animo per questo, e trov subito il pretesto:
- C' il canonico Lupi?... Mia moglie, qui, m'ha detto ch'era montato in carrozza cogli sposi...
La gn Grazia allora entr svolgendo adagio adagio il tovagliuolo, e ne cav una caraffina d'acqua d'odore, tappata con un batuffoletto di cenci.
- L'acqua benedetta!... Abbiamo pensato per donna Bianca!
E si misero ad aspettare tranquillamente, marito e moglie, in mezzo alla sala.
In quel momento torn il canonico Lupi, rosso in viso, sbuffando, asciugandosi il sudore. E a prevenire ogni domanda si rivolse subito al padrone di casa, sorridendo, coll'aria indifferente:
- Don Gesualdo... se avete intenzione di farci fare la bocca dolce!... Mi pare che sia tempo!... All'alba ho da dir messa, prima d'andare in campagna.
- Vado? - salt a dire subito Santo. - Mettiamo mano?
Si alz in piedi la sposa; si alzarono dopo di lei tutti gli altri, e rimasero fermi ai loro posti, aspettando a chi toccasse aprire la marcia. Il canonico si sbracciava a far dei segni a compare Santo, e vedendo che non capiva, gli soffi colla voce di petto, come in chiesa, allorch sbagliavasi la funzione:
- A voi!... Date braccio alla cognata!...
Ma il cognato non si sentiva di fare quella parte. Infine glielo spinsero dietro a forza. Lo zio Limli intanto era passato avanti colla sposa, e il canonico borbott all'orecchio di don Gesualdo:
- Credereste?... fa la sdegnosa anche la Capitana! Lei che non manca mai dove c' da leccare piatti! Fa la sdegnosa anch'essa! Come se non si sapesse donde viene quella gran dama!... No! no! che fate?... - esclam a un tratto slanciandosi verso compare Santo.
Costui, persa la pazienza, quatto quatto rimboccavasi le maniche del vestito. Per fortuna la cognata stava parlando collo zio Limli, e non se ne accorse. Il marchese, dal canto suo, era distratto, cercando di evitare Giacalone e Pelagatti che volevano servirlo a ogni costo. - Faranno nascere qualche guaio quei due ragazzi! - borbott infine.
Anche Bianca abbozz un sorriso a quell'uscita, e si scostarono dalla tavola tutti e due, per evitare il pericolo.
- Non vuol nulla!... - torn dicendo il cognato don Santo, quasi si fosse tolto un gran peso dallo stomaco. - Io, per me, gliel'ho offerto!...
- Neanche un bicchierino di perfetto amore? - entr a dire il canonico con galanteria. La zia Cirmena si mise a ridere, e Santo guard il fratello, per vedere cosa dovesse fare.
- Eh! eh!... - aggiunse il marchese con la sua tosserella. - Eh! eh!...
- Qualcosa, zio?
- Grazie, grazie, cara Bianca... Non ho pi denti n stomaco... Sono invalido... Sto a vedere soltanto... non posso fare altro...
Il canonico si fece pregare un po', e quindi trasse di tasca un fazzoletto che sembrava un lenzuolo. Intanto la zia Cirmena s'empiva il borsone che portava al braccio, dov'era ricamato un cane tutto intero, e ce n'entrava della roba! Il canonico invece, che aveva le tasche sino al ginocchio, sotto la zimarra, delle vere bisacce, poteva cacciarvi dentro tutto quello che voleva senza dare nell'occhio. Bianca pure regal con le sue mani stesse una scatola di confetti al cognato Santo.
- Per vostra sorella e i suoi ragazzi...
- Di' che glieli manda lei stessa... la cognata... - soggiunse Gesualdo tutto contento, con un sorriso di gratitudine per lei.
Erano un po' in disparte, mentre tutti gli altri si affollavano intorno alla tavola. Egli allora le disse piano, con una certa tenerezza:
- Brava! mi piaci perch sei giudiziosa, e cerchi di metter pace in famiglia... Non sai quel che c' stato!... Mia sorella specialmente!... M'hanno fatto andare tutto in veleno anche il giorno delle nozze!...
Com'essa gli ispirava confidenza, col viso buono, stava per sfogarsi del rimanente, senza avvedersene, quando la zia Cirmena venne ad interromperlo dicendogli:
- Pensate al sagrestano;  l che aspetta con sua moglie.
Don Luca, vedendo arrivare tanta grazia di Dio, finse di esser sorpreso. - Nossignore! Non siamo venuti per i dolci... Non v'incomodate, vossignoria! - Sua moglie intanto andava sciorinando la tovaglia che pareva quella dell'altare. Lui invece, per dimostrare la sua gratitudine, fingeva di guardare in aria, inarcando le ciglia dalla sorpresa.
- Guarda, Grazia!... Quanta roba!... Ce ne sono stati spesi dei denari qui! - Poscia, appena don Gesualdo volse le spalle, aiut ad insaccare anche lui.
- Par d'essere appestati!... - borbott donna Sarina che rientrava col borsone pieno insieme al canonico Lupi. - Neppure i suoi fratelli son venuti!... avete visto?...
- Poveretti!... poveretti!... - rispose l'altro agitando la mano dinanzi alla fronte, come a dire che coloro non ci avevano pi la testa a segno. Poi si guard intorno abbassando la voce: - Sembrava che piangessero il morto, quando siamo andati a prendere la sposa!... due gufi, tale e quale!... Si rintanavano di stanza in stanza, al buio... Due gufi, tale e quale!... Donna Bianca, invece, voleva fare le cose con bella maniera... almeno pei riguardi umani!... Infine se si  indotta a questo passo...
Fece un altro segno, coll'indice e il pollice in croce sulla bocca. E sbirciando colla coda dell'occhio che rientravano in sala anche Bianca e suo marito, disse forte, come in seguito di un altro discorso, mostrando il fazzoletto pieno: - Sono le mie propine!... frutti di stola...
La moglie del sagrestano, che non si era accorta della sposa aggiunse:
- Sono ancora l, tutti e due, dietro i vetri della finestra, al buio, a guardare in piazza dove non c' nessuno!... come due mummie addirittura!...
Donna Bianca, nel passare, ud quelle parole.
- Tanta salute! - interruppe il sagrestano vedendo la signora. - Sar una festa per quei ragazzi, quando arriveremo a casa!... Cinque figliuoli, donna Bianca!...
Poi, voltandosi verso la moglie che se ne andava barcollando, con quell'altro fardello sulla pancia:
- Salute e figli maschi!... La roba ce l'avete!... Ora pregheremo il Signore di darvi i figliuoli... Vogliamo vedervi come Grazia fra nove mesi...
Il marchese per tagliar corto l'accomiat: - Va bene! Buona sera, caro don Luca!
Nell'altra stanza, appena furono usciti gli invitati, si ud un baccano indiavolato. I vicini, la gente di casa, Brasi Camauro, Giacalone, Nanni l'Orbo, una turba famelica, piomb sui rimasugli del trattamento, disputandosi i dolciumi, strappandoseli di mano, accapigliandosi fra di loro. E compare Santo, col pretesto di difendere la roba, abbrancava quel che poteva, e se lo ficcava da per tutto, in bocca, nelle tasche, dentro la camicia. Nunzio, il ragazzo di Burgio, entrato come un gatto, si era arrampicato sulla tavola, e s'arrabbattava a calci e pugni anche lui, strillando come un ossesso; gli altri monelli carponi sotto. Don Gesualdo, infuriato, voleva correre col bastone a far cessare quella baraonda; ma lo zio marchese lo ferm pel braccio!...
- Lasciateli fare... tanto!...
La zia Cirmena che si era divertita almeno un po', si piant nel bel mezzo della stanza, guardando in faccia la gente, come a dire ch'era ora d'andarsene. In quel frattempo torn di corsa il sagrestano, ansante, con un'aria di gran mistero:
- C' qui tutto il paese!... gi in istrada, che stanno a vedere!... Il barone Zacco, i Margarone, la moglie di Mndola anche... tutti i primi signori del paese!... Fa chiasso il vostro matrimonio, don Gesualdo!...
E se ne and com'era venuto, frettoloso, infatuato.
La zia Cirmena borbott:
- Che seccatura!... Ci fosse almeno un'altra uscita!...
Il canonico invece, curioso, volle andare a vedere.
Di rimpetto, alla cantonata di San Sebastiano, c'era un crocchio di gente; si vedevano biancheggiare dei vestiti chiari nel buio della strada. Altri passavano lentamente, in punta di piedi, rasente al muro, col viso rivolto in su. Si udiva parlare sottovoce, delle risa soffocate anche, uno scalpicco furtivo. Due che tornavano indietro dalla parte di Santa Maria di Ges si fermarono, vedendo aprire il balcone. E tutti sgattaiolarono di qua e di l. Rimase solo Ciolla, che fingeva d'andare pei fatti suoi canticchiando:
            
Amore, amore, che m'hai fatto fare?

Donna Sarina e il marchese Limli si erano avvicinati anch'essi al balcone. Quest'ultimo allora disse:
- Adesso potete andarvene, donna Sarina. Non c' pi nessuno laggi!...
La zia Cirmena scatt su come una molla:
- Io non ho paura, don Alfonso!... Io fo quel che mi pare e piace!... Son qui per far da mamma a Bianca... giacch non c' altra parente prossima. Non possiamo piantar la sposa quasi fosse una trovatella... pel decoro della famiglia almeno!...
- Ah? ah?... - sogghignava intanto il marchese.
Donna Sarina gli ribatt sul muso, frenando a stento la voce:
- Non mi fate lo gnorri, don Alfonso!... Lo sapete meglio di me!... Deve premere anche a voi che siete della famiglia... Bisogna farlo per la gente... se non per lei!... - E infil l'uscio della camera nuziale, continuando a sbraitare.
- Va bene, va bene! Non andate in collera... Vuol dire che ce ne andremo noi!... Ehi, ehi, canonico... Mi par che sarebbe tempo d'andarcene!... Un po' di prudenza!...
- Ah! ah!... Ah! ah! - chiocciava il canonico.
- Buona notte, nipoti miei! Vi d pure la benedizione che non costa nulla...
Bianca s'era fatta pallida come un cencio lavato. Si alz anche lei, con un lieve tremito nei muscoli del mento, coi begli occhi turchini che sembravano smarriti, incespicando nel vestito nuovo, e balbett:
- Zio!... sentite, zio!... - E lo tir in disparte per parlargli sottovoce, con calore.
- Sono pazzi! - interruppe il marchese ad alta voce accalorandosi anche lui. - Pazzi da legare! Se torno a nascere, lo dir anche a loro, voglio chiamarmi mastro Alfonso Limli!...
- Bravo! - sghignazz il canonico. - Mi piace quello che dite!
- Buona notte! buona notte! Non ci pensare! Andr da loro domattina... E fra nove mesi, ricordati bene, voglio essere invitato di nuovo pel battesimo... il canonico Lupi ed io... noi due soli... Non ci sar neppure bisogno della cugina Cirmena!...
- Poca brigata, vita beata! - conchiuse l'altro.
Don Gesualdo li accompagn sino all'uscio, solleticato internamente dai complimenti del canonico, il quale non finiva dal dirgli che aveva fatto le cose ammodo: - Peccato che non sieno venuti tutti gli invitati! Avrebbero visto che spendete da Cesare. Mi sorprende per la signora Sganci!... Anche la baronessa Rubiera sarebbe stata contenta di vedere come le rispettate la nipote... che non siete di quelli che hanno il pugno stretto... giacch dovete esser soci fra poco.
- Eh! eh! - rispose don Gesualdo che si sentiva ribollire in quel punto i denari male spesi. - C' tempo! c' tempo! Ne deve passare prima dell'acqua sotto il ponte che non c' pi... Diteglielo pure, alla signora baronessa.
- Come? come? Se era cosa intesa? Se dovete esser soci?
- I miei soci son questi qua! - ripet don Gesualdo battendo sul taschino. - Non vorrei che la signora baronessa Rubiera avesse a vergognarsi d'avermi per compagno... diteglielo pure!
- Ha ragione! - aggiunse il marchese fermandosi a met della scala. - Ha l'amor proprio dei suoi denari, che diavolo!... La cugina Rubiera avrebbe potuto degnarsi... Non si sarebbe guastato il sangue per cos poco, lei!...
- Chiss? chiss perch non  venuta?... Ci dev'essere qualch'altro motivo... Poi, gli affari...  un'altra cosa... Pensateci bene!... Vi mancher un appoggio!... Li avrete tutti nemici allora!...
- Tutti nemici... oh bella! perch?
- Pei vostri denari, caspita!... Perch potete mettere anche voi le mani nel piatto!... Poi vi siete imparentato con loro!... Uno schiaffo, caro mio! Uno schiaffo che avete dato a tutti quanti!
- Sapete cosa ho da dirvi? - si mise a strillare allora il marchese levando il capo in su. - Che se non avessi il vitalizio della mia commenda di Malta per non crepare di fame, sarei costretto a dare uno schiaffo anch'io a tutta la nobile parentela... Sarei costretto a scopar le strade!...
E se ne and borbottando.
- Don Gesualdo, - disse Nanni l'Orbo facendo capolino dalla cucina. - Son qui i ragazzi che vorrebbero baciar la mano alla padrona... se non c' pi nessuno...
- Spicciatevi! spicciatevi! - rispose lui infastidito.
Prima s'affollarono sulla soglia simili a un branco di pecore; poscia, dopo Nanni l'Orbo, sfilarono dietro tutti gli altri, col sorriso goffo, il berretto in mano, le donne salutando sino a terra come in chiesa, imbacuccate nelle mantelline.
- Questa  Diodata, - disse Nanni l'Orbo. - Una povera orfanella che il padrone ha mantenuto per carit.
- Sissignora!... Tanta salute!... - E Diodata non seppe pi che dire.
- Un cuore tanto fatto, don Gesualdo! - seguit Nanni l'Orbo accalorandosi. - Gli ha fatto anche la dote! Domeneddio l'aiuta per questo!
Don Gesualdo andava spegnendo i lumi. Poi si volt tutto di nuovo vestito, che Diodata non osava nemmeno alzare gli occhi su di lui, e conchiuse:
- Va bene. Siete contenti?
- Sissignore, - rispose Nanni l'Orbo, guardando con tenerezza Diodata. - Contentoni!... pu dirlo anche lei!...
- E' un pezzo che compare Nanni teneva d'occhio a quei baiocchi, per non lasciarseli sfuggire! - aggiunse Brasi Camauro. - E' nato col berretto in testa!
- Sposa Diodata, - narr allora alla moglie don Gesualdo. - La marito con lui.
Il camparo aggiunse altre informazioni, ridendo:
- Si correvano dietro! Bisognava far la guardia a loro pure!... Il padrone mi dovrebbe ancora qualche regaluccio per quest'altra custodia che non era nel patto!...
Allora scoppi una risata generale, perch compare Carmine era molto lepido, di solito. La ragazza, tutta una fiamma, gli lanci un'occhiata di bestia selvaggia.
- Non  vero! nossignore, don Gesualdo!...
- S! s! e Brasi Camauro anche! e Giacalone, allorch veniva pel carro!... Tutti d'amore e d'accordo, insieme!...
Le risate non finivano pi; Nanni l'Orbo pel primo, che si teneva i fianchi. Solo Diodata, rossa come il fuoco, colle lagrime agli occhi, s'affannava a ripetere:
- Nossignore!... non  vero!... Come potete dirlo, compare Carmine?... non ne avete coscienza?
Donna Sarina comparve di nuovo sull'uscio, colle braccia incrociate, senza profferire una parola; soltanto i fiori che le si agitavano sul capo parlavano per lei.
- Ora basta! - conchiuse il padrone. - Andatevene, ch' tardi.
Essi salutarono un'altra volta, inchinandosi goffamente, balbettando confusamente in coro, urtandosi nell'uscire, e se ne andarono con un calpesto pesante di bestiame grosso. Appena fuori cominciarono a ridere e scherzare fra di loro; Brasi Camauro e Pelagatti dandosi degli spintoni; Nanni l'Orbo e compare Carmine barattando parolacce e ingiurie atroci, colle braccia l'uno al collo dell'altro, come due fratelli messi in allegria dal vino bevuto. Una baldoria che fece ridere anche lo stesso don Gesualdo.
- Son come le bestie! - diss'egli rientrando. - Non dar retta, cara Bianca!
- Un momento! - strill la zia Cirmena respingendolo colle mani, quasi egli stesse per farle violenza. - Non potete entrare adesso! fuori! fuori!
E gli chiuse l'uscio sul muso.
Diodata risal di corsa in quel punto, scalmanata, colle lagrime agli occhi.
- Don Gesualdo!... Non vogliono lasciarmi andare pei fatti miei!... Li sentite, laggi?... compare Nanni e tutti gli altri!...
- Ebbene? Che c'? Non dev'essere tuo marito?...
- Sissignore... Dice per questo!... ch' il padrone... Non mi lasciano andare in pace!... tutti quanti!
- Aspetta! aspetta, che piglio un bastone!
- No! no! - grid Nanni dalla strada. - Ce ne andiamo a casa. Nessuno la tocca.
- Senti? Nessuno ti tocca. Vattene... Che fai adesso?
Essa, stando due scalini pi gi, gli aveva presa la mano di nascosto, e andava baciandola come un vero cane affezionato e fedele: - Benedicite!... benedicite!...
- Ora ricomincia il piagnisteo! - sbuff lui. - Non ho un momento di pace, questa sera!...
- Nossignore... senza piagnisteo... Tanta salute a vossignoria!... e alla vostra sposa anche!... E' che volevo baciarvi la mano per l'ultima volta!... Mi tremano un po' le gambe... Tanto bene che mi avete fatto, vossignoria!...
- Be'! be'!... Sta allegra tu pure!... Dev'essere un giorno d'allegria questo!... Hai trovato un buon marito anche tu... Il pane non te lo far mancare... E quando verr la malannata, ricordati che c' sempre il mio magazzino aperto... Sei contenta anche tu? di'?
Essa rispose ch'era contenta, chinando il capo pi volte, giacch aveva un groppo alla gola e non poteva parlare.
- Va bene! Ora vattene via contenta... e senza pensare ad altro, sai!... senza pensare ad altro!...
Com'essa lo guardava in un certo modo, cogli occhi dolorosi che sembrava gli leggessero anche a lui il cruccio segreto in cuore, cominci a gridare per non pensarci, quasi fosse in collera.
- E senza cercare il pelo nell'uovo!... senza pensare a questo e a quell'altro... Il Signore c' per tutti... Anche tu sei una povera trovatella, e il Signore ti ha aiutato!... Al caso poi, ci son qua io... Far quello che potr... Non ho il cuore di sasso, no!... Lo sai! Vai, vai; vattene via contenta!...
Ma Diodata, che gli voltava le spalle, col petto pigiato contro la ringhiera, quasi si sentisse morire dal crepacuore, non pot frenare i singhiozzi che la scuotevano dalla testa ai piedi. Allora il suo padrone scapp a bestemmiare:
- Santo e santissimo!... santo e santissimo!
In quel momento comparve la zia Cirmena in cima alla scala, con lo scialle in testa, il borsone infilato al braccio, e gli occhi umidi di lagrime, come si conveniva alla parte di madre che l'era toccata quella volta.
- Eccomi qua, don Gesualdo! eccomi qua! - E stese le braccia come un crocifisso per buttargliele al collo. - Non ho bisogno di farvi la predica... Siete un uomo di giudizio... Povera Bianca!... Sono commossa, guardate!
Cerc nel borsone il fazzoletto di battista, fra la roba di cui era pieno, e si asciug gli occhi. Poi baci di nuovo lo sposo, asciugandosi anche la bocca con lo stesso fazzoletto, e chiam il servitore che aspettava gi col lampione.
- Don Camillo! Accendete, ch' ora di andarsene. Don Camillo? ehi? cosa fate? dormite?
Dalla strada rispose Ciolla, ripassando col chitarrino:

             Amore, amore, che m'hai fatto fare?

E degli altri sfaccendati gli andavano dietro, facendogli l'accompagnamento coi grugniti.
- No! - esclam la zia Cirmena piantandosi dinanzi al nipote, quasi ad impedirgli di fare una pazzia. - Non date retta... Sono ubbriachi!... canaglia che crepano d'invidia! Andate a trovare vostra moglie piuttosto! Ve la raccomando... non va presa come le altre... Siamo fatti di un'altra pasta... tutta la famiglia... Mi pare di lasciare il sangue mio nelle vostre mani adesso!... Non ho avuto figliuole... non ho mai provato una cosa simile!... Mi sento tutta sconvolta!... No! no! Non badate a me!... mi calmer... Voi, don Camillo, andate avanti col lume...
Egli volse le spalle. - Quante chiacchiere! Infine siamo marito e moglie s o no? - Entrando nella camera nuziale trasse un sospirone.
- Ah! se Dio vuole,  finita! Ce n' voluto... ma  finita, se Dio vuole!... Non lo fo pi, com' vero Iddio, se si ha a ricominciare da capo!...
Voleva far ridere anche la sposa, metterla un po' di buon umore, per star meglio insieme in confidenza, come dev'essere fra marito e moglie. Ma lei, ch'era seduta dinanzi allo specchio, voltando le spalle all'uscio, si riscosse udendolo entrare, e avvamp in viso. Indi si fece smorta pi di prima, e i lineamenti delicati parvero affilarlesi a un tratto maggiormente.
Proprio quello che aveva detto la zia Cirmena! Una ragazza che vi basiva per un nulla, e v'imbrogliava la lingua e le mani. Gli seccava, ecco, quel giorno di nozze che non gli aveva dato un sol momento buono.
- Ehi?... Perch non dici nulla?... Cos'hai?... - Rimase un momento imbarazzato, senza saper che dire neppure lui, umiliato nel suo bel vestito nuovo, in mezzo ai suoi mobili che gli costavano un occhio del capo.
- Senti... s' cos... se la pigli su quel verso anche tu... Allora ti saluto e vo a dormire su di una sedia, com' vero Dio!...
Essa balbett qualche parola inintelligibile, un gorgoglo di suoni timidi e confusi, e chin il capo ubbidiente, per cominciare a togliersi il pettine di tartaruga, colle mani gracili e un po' sciupacchiate alle estremit di ragazza povera avvezza a far di tutto in casa.
- Brava! brava! Cos mi piaci!... Se andiamo d'accordo come dico io, la nostra casa andr avanti... avanti assai! Te lo dico io! Faremo crepare gli invidiosi... Hai visto stasera, che non son voluti venire alle nozze?... Quante spese buttate via!... Hai visto che mi mangiavo il fegato e ridevo?... Rider meglio chi ride l'ultimo!... Via, via, perch ti tremano cos le mani?... non sono tuo marito adesso?... a dispetto degli invidiosi!... Che paura hai?... Senti!... quel Ciolla!... mi far fare uno sproposito!...
Essa torn a balbettare qualche parola indistinta, che le spir di nuovo sulle labbra smorte, e alz per la prima volta gli occhi su di lui, quegli occhi turchini e dolci che gli promettevano la sposa amorevole e ubbidiente che gli avevano detto. Allora egli tutto contento, con un risata larga che gli spian il viso ed il cuore, riprese:
- Lascialo cantare. Non me ne importa adesso di Ciolla... di lui e di tutti gli altri!... Crepano d'invidia perch i miei affari vanno a gonfie vele, grazie a Dio! Non te ne pentirai, no, di quello che hai fatto!... Sei buona!... non hai la superbia di tutti i tuoi...
In cuore gli si gonfiava un'insolita tenerezza, mentre l'aiutava a spettinarsi. Proprio le sue grosse mani che aiutavano una Trao, e si sentivano divenir leggere leggere fra quei capelli fini! Gli occhi di lui si accendevano sulle trine che le velavano gli omeri candidi e delicati, sulle maniche brevi e rigonfie che le mettevano quasi delle ali alle spalle. Gli piaceva la peluria color d'oro che le fioriva agli ultimi nodi delle vertebre, le cicatrici lasciatele dal vaccinatore inesperto sulle braccia esili e bianche, quelle mani piccole, che avevano lavorato come le sue, e tremavano sotto i suoi occhi, quella nuca china che impallidiva e arrossiva, tutti quei segni umili di privazioni che l'avvicinavano a lui.
- Voglio che tu sii meglio di una regina, se andiamo d'accordo come dico io!... Tutto il paese sotto i piedi voglio metterti!... Tutte quelle bestie che ridono adesso e si divertono alle nostre spalle!... Vedrai! vedrai!... Ha buon stomaco, mastro-don Gesualdo!... da tenersi in serbo per anni ed anni tutto quello che vuole... e buone gambe pure... per arrivare dove vuole... Tu sei buona e bella!... roba fine!... roba fine sei!...
Essa rannicchi il capo nelle spalle, simile a una colomba trepidante che stia per esser ghermita.
- Ora ti voglio bene davvero, sai!... Ho paura di toccarti colle mani... Ho le mani grosse perch ho tanto lavorato... non mi vergogno a dirlo... Ho lavorato per arrivare a questo punto... Chi me l'avrebbe detto?... Non mi vergogno, no! Tu sei bella e buona... Voglio farti come una regina... Tutti sotto i tuoi piedi!... questi piedini piccoli! Hai voluto venirci tu stessa... con questi piedini piccoli... nella mia casa... La padrona!... la signora bella mia!... Guarda, mi fai dire delle sciocchezze!...
Ma essa aveva l'orecchio altrove. Pareva guardasse nello specchio, lontano, lontano.
- A che pensi? ancora al Ciolla?... Vo a finire in prigione, la prima notte di matrimonio!...
- No! - interruppe lei balbettando, con un filo di voce. - No... sentite... devo dirvi una cosa...
Sembrava che non avesse pi una goccia di sangue nelle vene, tanto era pallida e sbattuta. Mosse le labbra tremanti due o tre volte.
- Parla, - rispose lui. - Tutto quello che desideri... Voglio che sii contenta tu pure!...
Com'era di luglio, e faceva un gran caldo, si tolse anche il vestito, aspettando. Ella si tir indietro bruscamente, quasi avesse ricevuto un urto in pieno petto; e s'irrigid, tutta bianca, cogli occhi cerchiati di nero.
- Parla, parla!... Dimmelo qui all'orecchio... qui che nessuno ci sente!...
Rideva tutto contento colla risata grossolana, nell'impeto caldo che cominciava a fargli girare il capo, balbettando e anfanando, in maniche di camicia, stringendosi sul cuore che gli batteva fino in gola quel corpo delicato che sentiva rabbrividire e quasi ribellarsi; e come le sollevava il capo dolcemente si sent cascar le braccia. Ella si asciug gli occhi febbrili, col viso tuttora contratto dolorosamente.
- Ah!... che gusto!... Aveva ragione la zia Cirmena!...
Bel divertimento!... Dopo tanti stenti, tanti bocconi amari!... tante spese fatte!... Si dovrebbe essere cos contenti qui... due che si volessero bene!... Nossignore! neanche questo mi tocca! Neanche il giorno delle nozze, santo e santissimo!... Dimmi almeno che hai!...
- Non badate a me... Sono troppo agitata...
- Ah! quel Ciolla!... ancora!... Com' vero Dio, gli tiro addosso un vaso di fiori adesso!... Voglio far la festa anche a lui, la prima notte di matrimonio!


PARTE SECONDA


I


- Tre onze e quindici!... Uno!... due!...
- Quattr'onze! - replic don Gesualdo impassibile.
Il barone Zacco si alz, rosso come se gli pigliasse un accidente. Annasp alquanto per cercare il cappello, e fece per andarsene. Ma giunto sulla soglia torn indietro a precipizio, colla schiuma alla bocca, quasi fuori di s, gridando:
- Quattro e quindici!...
E si ferm ansante dinanzi alla scrivania dei giurati, fulminando il suo contradittore cogli occhi accesi. Don Filippo Margarone, Peperito e gli altri del Municipio che presiedevano all'asta delle terre comunali, si parlarono all'orecchio fra di loro. Don Gesualdo tir su una presa, seguitando a fare tranquillamente i suoi conti nel taccuino che teneva aperto sulle ginocchia. Indi alz il capo, e ribatt con voce calma:
- Cinque onze!
Il barone divent a un tratto come un cencio lavato. Si soffi il naso; calc il cappello in testa, e poi infil l'uscio, sbraitando:
- Ah!... quand' cos!... giacch' un puntiglio!... una personalit!... Buon giorno a chi resta!
I giurati si agitavano sulle loro sedie quasi avessero la colica. Il canonico Lupi si alz di botto, e corse a dire una parola all'orecchio di don Gesualdo, passandogli un braccio al collo.
- Nossignore, - rispose ad alta voce costui. - Non ho di queste sciocchezze... Fo i miei interessi, e nulla pi.
Nel pubblico che assisteva all'asta corse un mormoro. Tutti gli altri concorrenti si erano tirati indietro, sgomenti, cacciando fuori tanto di lingua. Allora si alz in piedi il baronello Rubiera, pettoruto, lisciandosi la barba scarsa, senza badare ai segni che gli faceva da lontano don Filippo, e lasci cadere la sua offerta, coll'aria addormentata di uno che non gliene importa nulla del denaro:
- Cinque onze e sei!... Dico io!...
- Per l'amor di Dio, - gli soffi nelle orecchie il notaro Neri tirandolo per la falda. - Signor barone, non facciamo pazzie!...
- Cinque onze e sei! - replic il baronello senza dar retta, guardando in giro trionfante.
- Cinque e quindici.
Don Nin si fece rosso, e apr la bocca per replicare; ma il notaro gliela chiuse con la mano. Margarone stim giunto il momento di assumere l'aria presidenziale.
- Don Gesualdo!... Qui non stiamo per scherzare!... Avrete denari... non dico di no... ma  una bella somma... per uno che sino a ieri l'altro portava i sassi sulle spalle... sia detto senza offendervi... Onestamente...  "Guardami quel che sono, e non quello che fui" dice il proverbio... Ma il comune vuole la sua garanzia. Pensateci bene!... Sono circa cinquecento salme... Fanno... fanno... - E si mise gli occhiali, scrivendo cifre sopra cifre.
- So quello che fanno, - rispose ridendo mastro-don Gesualdo. - Ci ho pensato portando i sassi sulle spalle... Ah! signor don Filippo, non sapete che soddisfazione, essere arrivato sin qui, faccia a faccia con vossignoria e con tutti questi altri padroni miei, a dire ciascuno le sue ragioni, e fare il suo interesse!
Don Filippo pos gli occhiali sullo scartafaccio; volse un'occhiata stupefatta ai suoi colleghi a destra e a sinistra, e tacque rimminchionito. Nella folla che pigiavasi all'uscio nacque un tafferuglio. Mastro Nunzio Motta voleva entrare a ogni costo, e andare a mettere le mani addosso al suo figliuolo che buttava cos i denari. Burgio stentava a frenarlo. Margarone suon il campanello per intimar silenzio.
- Va bene!... va benissimo!... Ma intanto la legge dice...
Come seguitava a tartagliare, quella faccia gialla di Canali gli sugger la risposta, fingendo di soffiarsi il naso.
- Sicuro!... Chi garantisce per voi?... La legge dice...
- Mi garantisco da me, - rispose don Gesualdo posando sulla scrivania un sacco di doppie che cav fuori dalla cacciatora.
A quel suono tutti spalancarono gli occhi. Don Filippo ammutol.
- Signori miei!... - strill il barone Zacco rientrando infuriato. - Signori miei!... guardate un po'! a che siam giunti!...
- Cinque e quindici! - replic don Gesualdo tirando un'altra presa. - Offro cinque onze e quindici tar a salma per la gabella delle terre comunali. Continuate l'asta, signor don Filippo.
Il baronello Rubiera scatt su come una molla, con tutto il sangue al viso. Non l'avrebbero tenuto neppure le catene.
- A sei onze! - balbett fuori di s. - Fo l'offerta di sei onze a salma.
- Portatelo fuori! Portatelo via! - strill don Filippo alzandosi a met. Alcuni battevano le mani. Ma don Nin ostinavasi, pallido come la sua camicia adesso.
- Sissignore! a sei onze la salma! Scrivete la mia offerta, segretario!
- Alto! - grid il notaro levando tutte e due le mani in aria. - Per la legalit dell'offerta!... fo le mie riserve!...
E si precipit sul baronello, come s'accapigliassero. L, nel vano del balcone, faccia a faccia, cogli occhi fuori dell'orbita, soffiandogli in viso l'alito infuocato:
- Signor barone!... quando volete buttare il denaro dalla finestra!... andate a giuocare a carte!... giuocatevi il denaro di tasca vostra soltanto!...
Don Nin sbuffava peggio di un toro infuriato. Peperito aveva chiamato con un cenno il canonico Lupi, e s'erano messi a confabulare sottovoce, chinati sulla scrivania, agitando il capo come due galline che beccano nello stesso tegame. Era tanta la commozione che le mani del canonico tremavano sugli scartafacci. Il cavaliere lo prese per un braccio e andarono a raggiungere il notaro e il baronello che disputavano animatissimi in un canto della sala. Don Nin cominciava a cedere, col viso floscio e le gambe molli. Il canonico allora fece segno a don Gesualdo d'accostarsi lui pure.
- No, - ammicc questi senza muoversi.
- Sentite!... C' quell'affare della cauzione... Il ponte se n' andato, salute a noi!... C' modo d'accomodare quell'affare della cauzione adesso...
- No, - ripigli don Gesualdo. Sembrava una pietra murata. - L'affare del ponte... una miseria in confronto.
- Villano! mulo! testa di corno! - ricominci ad inveire il barone sottovoce.
Don Filippo, dopo il primo momento d'agitazione, era tornato a sedere, asciugandosi il sudore gravemente. Intanto che il canonico parlava sottovoce a mastro-don Gesualdo, il notaro da lontano cominci a far dei segni. Don Filippo si chin all'orecchio di Canali. Sottomano, in voce di falsetto, il banditore replic:
- L'ultima offerta per le terre del comune! A sei onze la salma!... Uno!... due!...
- Un momento, signori miei! - interruppe don Gesualdo - Chi garantisce quest'ultima offerta?
A quell'uscita rimasero tutti a bocca aperta Don Filippo apriva e chiudeva la sua senza trovar parola. Infine rispose:
- L'offerta del barone Rubiera!... Eh? eh?
- Sissignore. Chi garantisce pel barone Rubiera?
Il notaro si gett su don Nin che sembrava volesse fare un massacro. Peperito dimenavasi come l'avessero schiaffeggiato. Lo stesso canonico allib. Margarone balbettava stralunato.
- Chi garantisce pel barone Rubiera?... chi garantisce?... -
A un tratto mut tono, volgendola in burla: - Chi garantisce pel barone Rubiera!... Ah! ah!... Oh bella! questa  grossa! - E molti, al pari di lui, si tenevano i fianchi dalle risate.
- Sissignore, - replic don Gesualdo imperturbabile. - Chi garantisce per lui? La roba  di sua madre.
A quelle parole cessarono le risate, e don Filippo ricominci a tartagliare. La gente si affollava sull'uscio come ad un teatro. Il canonico, che sembrava pi pallido sotto la barba di quattro giorni, tirava il suo compagno pel vestito. Il notaro era riuscito a cacciare il baronello contro il muro, mentre costui, in mezzo al baccano, vomitava:
- Becco!... cuor contento!... redentore!
- La parola del barone! - disse infine don Filippo. - La parola del barone Rubiera val pi delle vostre doppie!... don... don...
- Don Filippo! - interruppe l'altro senza perdere la sua bella calma. - Ho qui dei testimoni per metter tutto nel verbale.
- Va bene! Si metter tutto nel verbale!... Scrivete che il baronello Rubiera ha fatto l'offerta per incarico di sua madre!...
- Benone! - aggiunse don Gesualdo. - Quand' cos scrivete pure che offro sei onze e quindici a salma.
- Pazzo! assassino! nemico di Dio! - si ud gridare mastro Nunzio nella folla dell'altra sala.
Successe un parapiglia. Il notaro e Peperito spinsero fuori dell'uscio il baronello che strepitava, agitando le braccia in aria. Dall'altro canto il canonico, convulso, si gett su don Gesualdo, stringendoglisi addosso, sedendogli quasi sulle ginocchia, colle braccia al collo, scongiurandolo sottovoce, in aria disperata, con parole di fuoco, ficcandoglisi nell'orecchio, scuotendolo pei petti della giacca, quasi volesse strapazzarlo, per fargli sentir ragione.
- Una pazzia!... Dove andiamo, caro don Gesualdo?...
- Non temete, canonico. Ho fatto i miei conti. Non mi scaldo la testa, io.
Don Filippo Margarone suonava il campanello da cinque minuti per avere un bicchier d'acqua. I suoi colleghi s'asciugavano il sudore anch'essi, trafelati. Solo don Gesualdo rimaneva seduto al suo posto come un sasso, accanto al sacchetto di doppie. A un certo punto, dalla baraonda ch'era nell'altra stanza, irruppe nella sala mastro Nunzio Motta, stralunato, tremante di collera, coi capelli bianchi irti sul capo, rimorchiandosi dietro il genero Burgio che tentava di trattenerlo per la manica della giacca, come un pazzo.
- Signor don Filippo!... sono il padre, s o no?... comando io, s o no?... Se mio figlio Gesualdo  matto!... se vuol rovinarci tutti!... c' la forza, signor don Filippo!... Mandate a chiamare don Liccio Papa!... - Speranza, dall'uscio, col lattante al petto, che si strappava i capelli e urlava quasi l'accoppassero. - Per l'amor di Dio! per l'amor di Dio! - supplicava il canonico, correndo dall'uno all'altro. - I denari del ponte!... Vuole la mia rovina!... Nemico di suo padre stesso! - urlava mastro Nunzio. - Erano forse denari vostri? - scapp infine a gridare il canonico; - non era sangue del figlio vostro? non li ha guadagnati lui, col suo lavoro? - Tutti quanti erano in piedi, vociando. Si udiva Canali strillare pi forte degli altri per chetare don Nin Rubiera. Il barone Zacco avvilito, se ne stava colle spalle al muro, e il cappello sulla nuca. Il notaro era sceso a precipizio, facendo gli scalini a quattro a quattro, onde correre dalla baronessa. Per le scale era un via vai di curiosi: gente che arrivava ogni momento attratta dal baccano che udivasi nel Palazzo di Citt. Santo Motta dalla piazza additava il balcone, vociando a chi non voleva saperle le prodezze del fratello. S'era affacciata perfino donna Marianna Sganci, coll'ombrellino, mettendosi la mano dinanzi agli occhi.
- Com' vero Dio!... Io l'ho fatto e io lo disfo!... - urlava il vecchio Motta inferocito. - Largo! largo! - si ud in mezzo alla folla.
Giungeva don Giuseppe Barabba, agitando un biglietto in aria. - Canonico! canonico Lupi!... - Questi si spinse avanti a gomitate. - Va bene - disse, dopo di aver letto. - Dite alla signora Sganci che va bene, e la servo subito.
Barabba corse a fare la stessa imbasciata nell'altra sala.
Quasi lo soffocavano dalla ressa. Il canonico si busc uno strappo alla zimarra, mentre il barone stendeva le braccia per leggere il biglietto. Canali, Barabba e don Nin litigavano fra di loro. Poscia Canali ricominci a gridare: - Largo! largo! - E s'avanz verso don Gesualdo sorridente:
- C' qui il baronello Rubiera che vuole stringervi la mano!
- Padrone! padronissimo! Io non sono in collera con nessuno.
- Dico bene!... Che diavolo!... Oramai siete parenti!...
E tirando pel vestito il baronello li strinse entrambi in un amplesso, costringendoli quasi a baciarsi. Il barone Zacco corse a gettarsi lui pure nelle loro braccia, coi lucciconi agli occhi.
- Maledetto il diavolo!... Non sono di bronzo!... Che sciocchezza!...
Il notaro sopraggiunse in quel punto. And prima a dare un'occhiata allo scartafaccio del segretario, e poi si mise a battere le mani.
- Viva la pace! Viva la concordia!... Se ve l'ho sempre detto!...
- Guardate cosa mi scrive vostra zia donna Marianna Sganci!... - disse il canonico commosso, porgendo la lettera aperta a don Gesualdo. E fattosi al balcone agit il foglio in aria, come una bandiera bianca; mentre la signora Sganci dal balcone rispondeva coi cenni del capo.
- Pace! pace!... Siete tutti una famiglia!...
Canali corse a prendere per forza mastro Nunzio, Burgio, perfino Santo Motta, scamiciato, e li spinse nelle braccia dei nuovi parenti. Il canonico abbracciava anche comare Speranza e il suo bambino. Avrebbero pianto gli stessi sassi. - Per parte di moglie... siete cugini...
- E' vero, - aggiunse don Nin tuttora un po' rosso in viso. - Siamo cresciuti insieme con Bianca... come fratello e sorella.
- Caro don Nunzio!... vi rammentate la fornace del gesso... vicino Fontanarossa?...
Il vecchio burbero fece una spallata, per levarsi d'addosso la manaccia del barone Zacco, e rispose sgarbatamente.
- Io mi chiamo mastro Nunzio, signor barone. Non ho i fumi di mio figlio.
- E perch poi? A vantaggio di chi vi fate la guerra?... Chi ne gode di tanto denaro buttato via?... - conchiuse Canali infervorato.
- Pazzie! ragazzate!... Un po' di sangue alla testa!... La giornata calda!... Un puntiglio sciocco... un malinteso... Ora tutto  finito! Andiamo via! Non facciamo ridere il paese!... - E il notaro cercava di condurli a spasso tutti quanti.
- Un momento! - interruppe don Gesualdo. - La candela  ancora accesa. Vediamo prima se hanno scritto l'ultima mia offerta.
- Come, come? Che discorsi!... Cosa vuol dire?... Torniamo da capo?... - Di nuovo s'era levato un putiferio. - Non siamo pi amici? Non siamo parenti?
Ma don Gesualdo s'ostinava, peggio di un mulo:
- Sissignore, siamo parenti. Ma qui siamo venuti per la gabella delle terre comunali. Io ho fatta l'offerta di sei onze e quindici tar a salma.
- Villano! testa di corno!
Don Filippo, in mezzo a quel trambusto, fu costretto a sedere di nuovo sul seggiolone, sbuffando. Vuot di un fiato il bicchiere d'acqua, e suon il campanello. - Signori miei! - vociava il segretario, - l'ultima offerta... a sei onze e quindici! - Tutti se n'erano andati a discutere strepitando nell'altra sala, lasciando solo don Gesualdo dinanzi alla scrivania. Invano il canonico, inquieto, gli soffiava all'orecchio:
- Non la spuntate, no!... Si son dati l'intesa fra di loro!... - A sei onze e quindici la salma!... ultima offerta!...
- Don Gesualdo! don Gesualdo! - grid il notaro quasi stesse per crollare la sala.
Rientrarono nuovamente in processione: il barone Zacco facendosi vento col cappello; il canonico e Canali ragionando fra loro due a bassa voce; don Nin, pi resto, in coda agli altri. Il notaro con le braccia fece un gesto circolare per radunarli tutti intorno a s:
- Don Gesualdo!... sentite qua!
Volse in giro un'occhiata da cospiratore e abbass la voce:
- Una proposta seria! - e fece un'altra pausa significativa. - Prima di tutto, i denari della cauzione... una bella somma!... La disgrazia volle cos... ma voi non ci avete colpa, don Gesualdo... e neppure voi, mastro Nunzio... E' giusto che non li perdiate!... Accomoderemo la cosa!... Voi, signor barone Zacco, vi rincresce di lasciare le terre che sono da quarant'anni nella vostra famiglia?... E va bene!... La baronessa Rubiera adesso vuole la sua parte anche lei?... ha pi di tremila capi di bestiame sulle spalle... E va bene anche questa! Don Gesualdo, qui, ha denari da spendere lui pure; vuol fare le sue speculazioni sugli affitti... Benissimo! Dividete le terre, fra voi tre... senza liti, senza puntigli senza farvi la guerra a vantaggio altrui... A vantaggio di chi, poi?... del comune! Vuol dire di nessuno! Mandiamo a monte l'asta... Il pretesto lo trovo io!... Fra otto giorni si riapre sul prezzo di prima; si fa un'offerta sola... Io no... e nemmeno loro!... Il canonico Lupi!... in nome vostro, don Gesualdo... Ci fidiamo... Siamo galantuomini! Un'offerta sola sul prezzo di prima; e vi rimangono aggiudicate le terre senza un baiocco d'aumento. Solamente una piccola senseria per me e il canonico... E il rimanente lo dividete fra voi tre, alla buona... d'amore e d'accordo. Vi piace? Siamo intesi?
- Nossignore, - rispose don Gesualdo, - le terre le piglio tutte io.
Mentre gli altri erano contenti e approvavano coi cenni del capo l'occhiata trionfante che il notaro tornava a volgere intorno, quella risposta cadde come una secchia d'acqua. Il notaro per primo rimase sbalordito; indi fece una giravolta e s'allontan canterellando. Don Nin scapp via senza dir nulla. Il barone stavolta finse di calcarsi il cappello in capo per davvero. Lo stesso canonico salt su inviperito:
- Allora vi pianto anch'io!... Se volete rompervi le corna, il balcone  l, bell'e aperto!... Vi offrono dei buoni patti!... vi stendono le mani!... Io vi lascio solo, com' vero Dio!
Ma don Gesualdo si ostinava, col suo risolino sciocco, il solo che non perdesse la testa in quella baraonda.
- Siete una bestia! - gli disse sempre ridendo. Il canonico spalanc gli occhi e torn docile a vedere quel che stava macchinando quel diavolo di mastro-don Gesualdo.
Il notaro, prudente, seppe dominarsi prima degli altri, e torn indietro col sorriso sulle labbra e le tabacchiera in mano lui pure.
- Dunque?... le volete tutte?
- Eh... eh... Cosa stiamo a farci qui dunque! - rispose l'altro.
Neri gli offr la tabacchiera aperta, e riprese a voce bassa, in tono di confidenza cordiale:
- Che diavolo volete farne?... circa cinquecento salme di terre!...
Don Gesualdo si strinse nelle spalle.
- Caro notaro, forse che voglio ficcare il naso nei vostri libracci, io?
- Quand' cos, don Gesualdo, state a sentire... discorriamola fra di noi... Il puntiglio non conta... e nemmeno l'amicizia... Badiamo agli interessi...
A ogni frase piegava il capo ora a destra e ora a sinistra, con un fare cadenzato che doveva essere molto persuasivo.
- Se le volete tutte, ve le faremo pagare il doppio, ed ecco sfumato subito met del guadagno... senza contare i rischi... le malannate!... Lasciateci l'osso, caro don Gesualdo! tappateci la bocca... Abbiamo denti, e sappiamo mordere! Andremo a rotta di collo noialtri e voi pure!...
Don Gesualdo scrollava il capo, sogghignando, come a dire: - Nossignore! Andrete a rotta di collo voialtri soltanto! - Seguitava a ripetere:
- Forse che io voglio cacciare il naso nei vostri scartafacci?
Poi, vedendo che il notaro diventava verde dalla bile, volle offrirgli una presa lui.
- Vi spiego il mistero in due parole, giacch vedo che mi parlate col cuore in mano. Piglier in affitto le terre del comune... e quelle della Contea pure... tutte quante, capite, signor notaro? Allora comando ai prezzi e all'annata, capite?... Ve lo dico perch siete un amico, e perch a far quel che dico io ci vogliono molti capitali in mano, e un cuore grande quanto il piano di Santamargherita, caro notaro. Perci spinger l'asta sin dove voialtri non potrete arrivare. Ma badate! a un certo punto, se non mi conviene, mi tiro indietro, e vi lascio addosso il peso che vi rompe la schiena...
- E questa  la conclusione?...
- Eh? eh? Vi piace?
Il notaro si volse di qua e di l, come cercasse per terra, si calc il cappello in capo definitivamente, e volse le spalle:
- Salute a chi rimane!... Ce ne andiamo... Non abbiamo pi nulla da fare.
Il canonico, ch'era stato ad ascoltare a bocca aperta, si strinse al socio con entusiasmo, appena rimasero soli.
- Che botta, eh? don Gesualdo! Che tomo siete voi!... La mia mezzeria ci sar sempre?
Don Gesualdo rassicur il canonico con un cenno del capo, e disse a Margarone:
- Signor don Filippo, andiamo avanti...
- Io non vo niente affatto! - rispose finalmente Margarone adirato. - La legge dice... Non c' pi concorrenza!... Non trovo garanzia!... Devo consultare i miei colleghi. - E si mise a raccogliere gli scartafacci in fretta e in furia.
- Ah! cos si tratta?...  questa la maniera?... Va bene! va benone! Ne discorreremo poi, signor don Filippo... Un memoriale a Sua Maest!... - Il canonico col mantello sul braccio come un oratore romano, perorava la causa dell'amico minaccioso. Don Gesualdo invece, pi calmo, riprese il suo denaro e il taccuino zeppo di cifre: - Io sar sempre qua signor don Filippo, quando aprite di nuovo l'asta.
- Signori miei!... guardate un po'... a che siam giunti! - brontolava Margarone. Per la scala del Palazzo di Citt e per tutto il paese era un subbuglio, al sentire la lotta che c'era stata per levare di mano al barone Zacco le terre del comune che da quarant'anni erano nella sua famiglia e il prezzo a cui erano salite. La gente si affacciava sugli usci per veder passare mastro-don Gesualdo.
- Guardate un po', signori miei, a che s'era arrivati!... - Fresco come un bicchier d'acqua, quel mastro-don Gesualdo che se ne andava a casa, colle mani in tasca... In tasca aveva pi denari che capelli in testa! e dava da fare ai primi signori del paese! Nell'anticamera aspettava don Giuseppe Barabba, in livrea: - Signor don Gesualdo, c' di l la mia padrona a farvi visita... sissignore! - Donna Mariannina in gala era seduta sul canap di seta, sotto lo specchio grande, nella bella sala gialla.
- Nipote mio, l'avete fatta grossa! Avete suscitato l'inferno in tutto il parentado!... Sicuro! La moglie del cugino Zacco  venuta a farmi vedere i lividori!... Sembra ammattito il barone!... Prende a sfogarsi con chi gli capita... Ed anche la cugina Rubiera... dice ch' un proditorio! che il canonico Lupi vi aveva messi d'amore e d'accordo, e poi tutt'a un tratto... E' vero, nipote mio? Son venuta apposta a discorrerne con Bianca... Vediamo, Bianca, aiutami tu. cerchiamo d'accomodarla. Voi, don Gesualdo, le farete questo regalo, a vostra moglie. Eh? che ne dite?
Bianca guardava timidamente ora lei ed ora il marito, rannicchiata in un cantuccio del canap, colle braccia sul ventre e il fazzoletto di seta in testa, che s'era messo in fretta onde ricevere la zia. Apr la bocca per rispondere qualche cosa, messa in soggezione da donna Mariannina, la quale continuava a sollecitarla:
- Eh? che ne dici? Adesso sono anche affari tuoi.
Bianca torn a guardare il marito, e tacque imbarazzata. Ma egli la tolse d'impiccio.
- Io dico di no, - rispose semplicemente.
- Ah? ah? Dite cos?...
Donna Mariannina rimase a bocca aperta lei pure un istante.
Poscia divenne rossa come un gallo: - Ah! dite di no?... Scusatemi... Io non c'entro. Ero venuta a parlarne con mia nipote, perch non vorrei liti e questioni fra parenti... Anche coi tuoi fratelli, Bianca... quel che non ho fatto per indurli... don Diego specialmente ch' cos ostinato!... Una disgrazia... un gastigo di Dio!
- Che volete farci? - rispose don Gesualdo. - Non tutti i negozi riescono bene. Anch'io, se avessi saputo... Non parlo per la moglie che ho presa, no! Non me ne pento!... Buona, interessata, ubbidiente... Glielo dico qui, in faccia a lei... Ma quanto al resto... lasciamo andare!
- Dite bene, lasciamo andare. Apposta son venuta a parlare con Bianca, perch so che le volete bene. Adesso siete marito e moglie, come vuol Dio. Anch'essa  la padrona...
- Sissignore,  la padrona. Ma io sono il marito...
- Vuol dire che ho sbagliato, - disse la Sganci punta al vivo.
- No, non avete sbagliato vossignoria. E' che Bianca non se ne intende, poveretta. E' vero, Bianca, che non te ne intendi, di'?
Bianca disse di s, chinando il capo ubbidiente.
- Sia per non detto. Non ne parliamo pi. Ho fatto il mio dovere da buona zia, per cercare di mettervi d'accordo... Anche oggi, laggi, al Municipio, avete visto?... quello che vi feci dire dal canonico Lupi?...
- Lupus in fabula! - esclam costui entrando come in casa propria, col cappello in testa, il mantello ondeggiante dietro, fregandosi le mani. - Sparlavate di me, eh? Mi sussurravano le orecchie...
- Voi piuttosto, buonalana! Avete la cera di chi ha preso il terno al lotto!
- Il terno al lotto? Mi fate il contrappelo anche? Un povero diavolo che s'arrabatta da mattina a sera!...
- Si discorreva della gabella delle terre... - disse don Gesualdo tranquillamente, tirando su una presa, - cos, per discorrere...
- Ah! ah! - rispose il canonico; e si mise a guardare in aria. La zia Sganci osservava lei pure i mobili nuovi, voltando la testa di qua e di l.
- Belli! belli! Me l'aveva detto la cugina Cirmena. Peccato che non mi sentissi bene la sera del matrimonio...
- E gli altri pure, signora donna Mariannina! - rispose il canonico con una risatina. - Fu un'epidemia!...
- No! no! Posso assicurarvelo! in fede mia!... La Rubiera, poveretta!... E anche suo figlio... Lo sento sempre che si lagna... - Zia, come potrei?... - Donna Mariannina s'interruppe. - Ma abbiamo detto di non parlarne pi. Lui per si duole di non poter venire a fare il suo dovere... Dissidi ce n' sempre, dico io, anche tra fratelli e sorelle... Ma passeranno, coll'aiuto di Dio... Sai, Bianca? tuo cugino si marita. Ora non c' bisogno di far misteri perch tutto  combinato. Don Filippo d la tenuta alla Salonia, trenta salme di terra! Una bella dote.
Bianca ebbe un'ondata di sangue al viso, indi divenne smorta come un cencio; ma non si mosse n disse verbo.
Il canonico rispose lui invece, masticando ancora l'amaro.
- Lo sappiamo! lo sappiamo! L'abbiamo capita oggi, al Municipio!... - Infine non seppe pi frenarsi, quasi bruciasse a lui la ferita.
- La baronessa Rubiera ha cercato di dare il gambetto a me pure!... a me che le avevo proposto l'affare!... Si  messa d'accordo cogli avversari! Tutti contrari!... I parenti della moglie schierati contro il marito!... Uno scandalo che non s' mai visto... Hanno bandito un nuovo appalto per il ponte onde fargli perdere la cauzione a questo disgraziato! Tutte le angherie!... Per la costruzione delle nuove strade fanno venire i concorrenti sin da Caltagirone e da Lentini!... - Di l almeno non ci capita addosso qualche altro parente!...- ha detto il barone Mndola, colla sua stessa bocca nella farmacia.
Donna Marianna diventava di cento colori e si mordeva le labbra per non spifferare il fatto suo. Don Gesualdo invece se la rideva tranquillamente, sdraiato sul suo bel canap soffice, e a un certo punto gli chiuse anche la bocca colla mano al canonico.
- Lasciate stare!... Queste son chiacchiere che non vanno al mulino. Ciascuno fa il suo interesse.
- Dico per rispondere a donna Mariannina. Volete sentirne un'altra, eh? la pi bella? Si sono pure messi d'accordo per vendere il grano a rotta di collo, e far cascare i prezzi. Una camorra! Il baronello Rubiera ha detto che non gliene importa di perdervi cent'onze, pur di farne perdere mille a don Gesualdo che ha i magazzini pieni... Al marito di sua cugina! Vergogna! Ce n'ho venti salme anch'io, capite, vossignoria! Una birbonata!
Il canonico andava scaldandosi maggiormente di mano in mano, rivolto a mastro-don Gesualdo: - Bel guadagno avete fatto a imparentarvi con loro. Chi l'avrebbe detto... eh? L'avete sbagliata!... Scusate, donna Bianca! non parlo per voi che siete un tesoro!... Allora, cara donna Mariannina!... allora, quand' cos, muoia Sansone con tutti i Filistei.
- E lasciamoli morire, - disse la signora Sganci alzandosi. - Gi il mondo non finir per questo. - Come la nipote s'era alzata anch'essa dal canap, mortificata da tutti quei discorsi, colle braccia incrociate sul ventre, donna Mariannina continu ridendo e fissandole gli occhi addosso: - E' vero, Bianca che il mondo non lo lascerai finire, tu? - Bianca torn a farsi rossa. - Evviva! Mi congratulo. Ora che avete questa bella casa dovete fare un bel battesimo... con tutti i parenti... d'amore e d'accordo. Se no, perch li avrete spesi tanti denari?
Don Gesualdo non voleva darla vinta ai suoi nemici, ma dentro si rodeva, perch davvero non gli servivano gran cosa tutti quei denari spesi. - Eh, eh, - rispose con quel certo buon umore che voleva sfoggiare allora. - Pazienza! Serviranno per chi verr dopo di noi, se Dio vuole! - E batteva affettuosamente sulla spalla della moglie, amorevole e sorridente, mentre pensava pure che se i suoi figliuoli avessero avuto la stessa sorte, erano proprio denari buttati via, tante fatiche, i guadagni stessi, sempre con quel bel risultato! Poi, quando la zia Sganci se ne fu andata, prese a brontolare contro di Bianca, che non si era messo il vestito buono per ricevere la zia: - Allora a che serve aver la roba? Diranno che ti tengo come una serva. Bel gusto spendere i denari, per non goderne n noi n gli altri!
- Lasciamo stare queste sciocchezze, e parliamo di cose serie! - interruppe il canonico che s'era riannuvolato in viso. - C' un casa del diavolo. Cercano di aizzarvi contro tutto il paese, dicendo che avete le mani lunghe, e volete acchiappare quanta terra si vede cogli occhi, per affamare la gente... Quella bestia di Ciolla va predicando per conto loro... Vogliono scatenarci contro anche i villani... a voi e a me, caro mio! Dicono che io tengo il sacco... Non posso uscir di casa...
Don Gesualdo scrollava le spalle. - Ah, i villani? Ne riparleremo poi, quando verr l'inverno. Voi che paura avete?
- Che paura ho, per... mio!... Non sapete che a Palermo hanno fatto la rivoluzione.
And a chiudere l'uscio in punta di piedi, e torn cupo, nero in viso.
- La Carboneria, capite!... Anche qui hanno portato questa bella novit! Posso parlare giacch non l'ho avuta sotto il suggello della confessione. Abbiamo la stta anche qui!
E spieg cos'era la faccenda: far legge nuova e buttar gi coloro che avevano comandato sino a quel giorno.
- Una setta, capite? Tavuso, mettiamo, al posto di Margarone; e tutti quanti colle mani in pasta! Ogni villano che vuole il suo pezzo di terra! pesci grossi e minutaglia, tutti insieme. Dicono che vi  pure il figlio del Re, nientemeno! il Duca di Calabria.
Don Gesualdo, ch'era stato ad ascoltare con tanto d'occhi aperti, scapp a dire:
- S' cos... ci sto anch'io! non cerco altro!... E me lo dite con quella faccia? Mi avete fatto una bella paura, santo Dio!
L'altro rimase a bocca aperta: - Che scherzate? O non sapete che voglia dire rivoluzione? Quel che hanno fatto in Francia, capite? Ma voi non leggete la storia...
- No, no, - disse don Gesualdo. - Non me ne importa.
- Me ne importa a me: Rivoluzione vuol dire rivoltare il cesto, e quelli ch'erano sotto salire a galla: gli affamati, i nullatenenti!...
- Ebbene? Cos'ero io vent'anni fa?
- Ma adesso no! Adesso avete da perdere, cristiano santo! Sapete com'? Oggi vogliono le terre del comune; e domani poi vorranno anche le vostre e le mie! Grazie! grazie tante! Non ho dato l'anima al diavolo tanti anni per...
- Appunto! Bisogna aiutarsi per non andare in fondo al cesto, caro canonico! Bisogna tenersi a galla, se non vogliamo che i villani si servano colle sue mani. Li conosco... so fare, non dubitate.
E spieg meglio la sua idea: cavar le castagne dal fuoco con le zampe del gatto; tirar l'acqua al suo mulino, e se capitava d'acchiappare anche il mestolo un quarto d'ora, e di dare il gambetto a tutti quei pezzi grossi che non era riescito ad ingraziarsi neppure sposando una di loro, senza dote e senza nulla, tanto meglio...
Gli andarono in quel momento gli occhi su Bianca che stava rincantucciata sul canap, smorta in viso dalla paura, guardando or questo e or quello, e non osava aprir bocca.
- Non parlo per te, sai. Non me ne pento di quel che ho fatto. Non  stata colpa tua. Tutti i negozi non riescono a un modo. Poi se capita di fare il bene, nel tempo stesso...
Il canonico cominciava a capacitarsi, cogli occhi e la bocca di traverso, pensieroso, e appoggiava anche lui il discorso del socio: - Non si voleva torcere un pelo a nessuno... se si arrivava ad afferrare il mestolo un po' di tempo... quante cose si farebbero...
- Voi dovreste farne una!... - interruppe don Gesualdo. - Parlare con chi ha le mani in questa faccenda, e dire che vogliamo esserci anche noi.
- Eh? Che dite?... un sacerdote!
- Lasciate stare, canonico!... Poi se vi  il figlio del Re, potete esserci anche voi!
- Caspita! Al figlio del Re non gliela tagliano la testa, se mai!
- Non temete, che non ve la tagliano la testa! Gi, se  come avete detto, dovrebbero tagliarla a un paese intero. Credete che non abbia fatto i miei conti, in questo tempo?... Quando saremo l, a veder quel che bolle in pentola... Bisogna mettersi vicino al mestolo... con un po' di giudizio... col denaro... So io quello che dico.
Bianca cominci allora a balbettare: - Oh Signore Iddio!... Cosa pensate di fare?... Un padre di famiglia!... - Il canonico, indeciso, la guardava turbato, quasi sentisse il laccio al collo. Don Gesualdo per rassicurarlo soggiunse:
- No, no. Mia moglie non sa cosa dice... Parla per soverchia affezione, poveretta. - Poscia, mentre accompagnava il suo socio in anticamera, soggiunse:
- Lo vedete? Comincia ad affezionarmisi. Gi i figliuoli sono un gran legame. Speriamo almeno che abbiano ad esser felici e contenti loro; giacch io... Volete che ve la dica, eh, canonico, come in punto di morte? Mi sono ammazzato a lavorare... Mi sono ammazzato a far la roba... Ora arrischio anche la pelle, a sentir voi!... E che ne ho avuto, eh? ditelo voi!...
 

II


C'era un gran fermento in paese. S'aspettavano le notizie di Palermo. Bomma che teneva cattedra nella farmacia, e Ciolla che sbraitava di qua e di l. Degli arruffapopolo stuzzicavano anche i villani con certi discorsi che facevano spalancare loro gli occhi: Le terre del comune che uscivano di casa Zacco dopo quarant'anni... un prezzo che non s'era mai visto l'eguale!... Quel mastro-don Gesualdo aveva le mani troppo lunghe... Se avevano fatto salire le terre a quel prezzo voleva dire che c'era ancora da guadagnarci su!... Tutto sangue della povera gente! Roba del comune... Voleva dire che ciascuno ci aveva diritto!... Allora tanto valeva che ciascuno si pigliasse il suo pezzetto!
Fu una domenica, la festa dell'Assunta. La sera innanzi era arrivata una lettera da Palermo che mise fuoco alla polvere, quasi tutti l'avessero letta. Dallo spuntare del giorno si vide la Piazza Grande piena zeppa di villani: un brulicho di berrette bianche; un brontolo minaccioso. Fra Girolamo dei Mercenari, che era seduto all'ombra, insieme ad altri malintenzionati, sugli scalini dinanzi allo studio del notaro Neri, come vide passare il barone Zacco colla coda fra le gambe, gli mostr la pistola che portava nel manicone.
- La vedete, signor barone?... Adesso  finito il tempo delle prepotenze!... D'ora innanzi siam tutti eguali!... - Correva pure la voce dei disegni che aveva fatto fra Girolamo: lasciar la tonaca nella cella, e pigliarsi una tenuta a Passaneto, e la figliuola di Margarone in moglie, la pi giovane.
Il notaro ch'era venuto a levar dallo studio certe carte interessanti, dovette far di cappello a fra Girolamo per entrare: - Con permesso!... signori miei!... - Poi and a raggiungere don Filippo Margarone nella piazzetta di Santa Teresa: - Sentite qua; ho da dirvi una parola!... - E lo prese per un braccio, avviandosi verso casa, seguitando a discorrere sottovoce. Don Filippo allibbiva ad ogni gesto che il notaro trinciava in aria; ma si ostinava a dir di no, giallo dalla paura. L'altro gli strinse forte il braccio, attraversando la viuzza della Masera per salire verso Sant'Antonio. - Li vedete? li sentite? Volete che ci piglino la mano, i villani, e ci facciano la festa? - La piazza, in fondo alla stradicciuola, sembrava un alveare di vespe in collera. Nanni l'Orbo, Pelagatti, altri mestatori, eccitatissimi, passavano da un crocchio all'altro, vociferando, gesticolando, sputando fiele. Gli avventori di mastro Titta si affacciavano ogni momento sull'uscio della bottega, colla saponata al mento. Nella farmacia di Bomma disputavasi colle mani negli occhi. Dirimpetto, sul marciapiede del Caff dei Nobili, don Anselmo il cameriere aveva schierate al solito le seggiole al fresco; ma non c'era altri che il marchese Limli, col bastone fra le gambe, il quale guardava tranquillamente la folla minacciosa.
- Cosa vogliono, don Anselmo? Che diavolo li piglia oggi? Lo sapete?
- Vogliono le terre del comune, signor marchese. Dicono che sinora ve le siete godute voialtri signori, e che adesso tocca a noi, perch siamo tutti eguali.
- Padroni! padronissimi! Quanto a me non dico di no! Tutti eguali!... Portatemi un bicchier d'acqua, don Anselmo.
Di tanto in tanto dal Rosario o dalla via di San Giovanni partiva come un'ondata di gente, e un brontolo pi minaccioso, che si propagava in un baleno. Santo Motta allora usciva dall'osteria di Pecu-Pecu, e si metteva a vociare, colla mano sulla guancia:
- Le terre del comune!... Chi vuole le terre del comune!... Uno!... due!... tre!... - E terminava con una sghignazzata.
- Largo!... largo!... - La gente correva verso la Masera. Al disopra della folla si vide il baronello Rubiera colla frusta in aria, e la testa del suo cavallo che sbuffava spaventato. Il campiere che gli stava alle costole, armato sino ai denti, gridava come un ossesso: - Signor barone!... Questa non  giornata!... Oggi ci vuol prudenza!... - Dalla parte di Sant'Agata comparve un momento anche il signor Capitano, per intimorire la folla ammutinata colla sua presenza. Si piant in cima alla scalinata, appoggiato alla canna d'India, don Liccio Papa dietro, che ammiccava al sole, con tanto di tracolla bianca attraverso la pancia. Ma vedendo quel mare di teste se la svignarono subito tutti e due. Alle finestre facevano capolino dei visi inquieti, dietro le invetriate, quasi piovesse. Il palazzo Sganci chiuso ermeticamente, e don Giuseppe Barabba appollaiato sull'abbaino. Lo stesso Bomma aveva sfrattato gli amici prima del solito, per timore dei vetri. Di tanto in tanto, nel terrazzo dei Margarone, al disopra dei tetti che si accavallavano verso il Castello, compariva la papalina e la faccia gialla di don Filippo. A mezzogiorno, appena suon la messa grande, ciascuno se ne and pei fatti suoi; e rimase solo a vociare Santo Motta, nella piazza deserta.
- Avete visto com' andata a finire? - Ciolla corse a desinare lui pure. Don Liccio Papa, adesso che non c'era pi nessuno, si fece vedere di nuovo per le vie, con la mano sulla sciaboletta, guardando fieramente gli usci chiusi. Infine entr da Pecu-Pecu, e si posero a tavola con compare Santo.
- Avete visto com' andata a finire? - Ciolla soleva desinare in fretta e in furia col cappello in testa e il bastone fra le gambe, per tornar subito in piazza a mangiar l'ultimo boccone, portandosi in tasca una manciata di lupini o di ceci abbrustoliti, d'inverno anche con lo scaldino sotto il tabarro, bighellonando, dicendo a ciascuno la sua, sputacchiando di qua e di l, seminando il terreno di bucce. - Avete visto com' andata a finire? - Faceva la prima tappa dal calzolaio, poi dal caffettiere, appena apriva, senza prendere mai nulla, girava a seconda dell'ombra, d'inverno in senso inverso, cercando il sole. E le cose tornarono ad andare pel suo verso, al pari di Ciolla. Giacinto mise fuori i tavolini pei sorbetti, don Anselmo schier le seggiole sul marciapiede del Caff dei Nobili. Rimanevano le ultime nuvole del temporale: dei capannelli qua e l, dinanzi alla bottega di Pecu-Pecu e al Palazzo di Citt; gente che guardava inquieta, curiosi che correvano e si affollavano al pi piccolo rumore. Ma del resto ogni cosa aveva ripreso l'aspetto solito delle domeniche. L'arciprete Bugno che stava un'ora a leccare il sorbetto col cucchiarino; il marchese e gli altri nobili seduti in fila dinanzi al Caff; Bomma predicando in mezzo al solito circolo, sull'uscio della farmacia; uno sciame di contadini un po' pi in l, alla debita distanza; e ogni dieci minuti la vecchia berlina del barone Mndola che scarrozzava la madre di lui, sorda come una talpa, dal Rosario a Santa Maria di Ges: le orecchie pelose e stracche delle mule che ciondolavano fra la folla, il cocchiere rannicchiato a cassetta, colla frusta fra le gambe, accanto al cacciatore gallonato, colle calze di bucato che sembravano imbottite di noci, e le piume gialle del cappellone della baronessa che passavano e ripassavano su quell'ondeggiare di berrette bianche.
Tutt'a un tratto accadde un fuggi fuggi: una specie di rissa dinanzi all'osteria. Don Liccio Papa cercava d'arrestare Santo Motta, perch aveva gridato la mattina; e il capitano l'incitava da lontano, brandendo la canna d'India: - Ferma! ferma!... la giustizia!
Ma Santo si liber con uno spintone, e prese a correre verso Sant'Agata. La folla fischiava ed urlava dietro allo sbirro che tentava d'inseguirlo. - Ahi! ahi! - disse Bomma ch'era salito su di una sedia per vedere. - Se non rispettano pi l'autorit!... - Tavuso gli fece segno di tacere, mettendosi l'indice attraverso la bocca. - Sentite qua, don Bastiano! - E si misero a discorrere sottovoce, tirandosi in disparte. Dalla Maddalena scendeva lemme lemme il notaro, col bastone dietro la schiena. Bomma cominci a fargli dei segni da lontano; ma il notaro finse di non accorgersene; accenn al Capitano che s'avviava verso il Collegio, ed entr in chiesa anche lui dalla porta piccola. Il Capitano passando dinanzi alla farmacia fulmin i libertini di un'occhiataccia, e borbott, rivolto al principale:
- Badate che avete moglie e figliuoli!...
- Sangue di!... corpo di!... - voleva mettersi a sbraitare il farmacista. In quel momento suonava la campanella della benedizione, e quanti erano in piazza s'inginocchiarono. Poco dopo, Ciolla, che ingannava il tempo sgretolando delle fave abbrustolite, seduto dinanzi alla bottega del sorbettiere vide una cosa che gli fece drizzar le orecchie: il notaro Neri che usciva di chiesa insieme al canonico Lupi, e risalivano verso la Maddalena, passo passo, discorrendo sottovoce. Il notaro scrollava le spalle, guardando sottecchi di qua e di l. Ciolla tent di unirsi a loro, ma essi lo piantarono l. Bomma, da lontano, non li perdeva di vista dimenando il capo.
- Badate a quel che fate!... Pensate alla vostra pelle! - gli disse il Capitano passandogli di nuovo accanto.
- Becco!... - voleva gridargli dietro il farmacista. - Badate a voi piuttosto!... - Ma il dottore lo spinse dentro a forza. Ciolla era corso dietro al canonico e al notaro Neri per la via di San Sebastiano, e li vide ancora fermi sotto il voltone del Condotto, malgrado il gran puzzo, quasi al buio, che discorrevano sottovoce, gesticolando. Appena s'accorsero del Ciolla se la svignarono in fretta, l'uno di qua e l'altro di l. Il notaro continu a salire per la stradicciuola sassosa, e il canonico scese apposta a rompicollo verso San Sebastiano, fermando il Ciolla come a caso.
- Quel notaro... me ne ha fatta una!... Aveva il consenso di massaro Sbrendola... un contratto bell'e buono... e ora dice che non si rammenta!
- Va l, va l, che non me la dai a bere! - mormor Ciolla fra di s, appena il canonico ebbe voltate le spalle. E corse subito alla farmacia:
- Gran cose c' per aria! Cani e gatti vanno insieme! Gran cose si preparano! - Tavuso gonfi le gote e non rispose. Lo speziale invece si lasci scappare: - Lo so! lo so!
E si picchi la mano aperta sulla bocca, fulminato dall'occhiata severa che gli saett il dottore.
Verso due ore di notte, don Gesualdo stava per mettersi a cenare, quando venne a cercarlo in gran mistero il canonico, travestito da pecoraio. Bianca fu l l per abortire dallo spavento.
- Don Gesualdo siamo pronti, se volete venire; gli amici vi aspettano.
Ma gli tremava la voce al poveraccio. Lo stesso don Gesualdo, al momento di buttarsi proprio in quella faccenda, gli vennero in mente tante brutte idee; si fece pallido, e gli cadde la forchetta di mano. Bianca poi si alz convulsa, incespicando qua e l, pigliandosela col canonico, che metteva in quell'impiccio un padre di famiglia.
- Se fate cos!... - balbett il canonico; - se mi fate anche la jettatura... allora, buona notte!
Don Gesualdo cercava di volgerla in ridere, colle labbra smorte - Bravo canonico! Adesso si vedr se siete un uomo!... Sono contento, vedi, Bianca! Sono contento d'andare magari verso il precipizio, per vedere che cominci ad affezionarti a me e alla casa...
Tutto sudato, colle mani un po' tremanti, si imbacucc ben bene in uno scapolare, per prudenza, e scesero in istrada. Non c'era anima viva. Sul terrazzo del Collegio una mano ignota aveva spento finanche il lampione dinanzi alla statua dell'Immacolata: una cosa da fare accapponar la pelle, quella sera! Egli allora si sent stringere il cuore da una tenerezza insolita, pensando alla casa e ai parenti.
- Povera Bianca! Avete visto? E' buona, s, in fondo... Non lo credevo, davvero!...
- Zitto! - interruppe il canonico. - Se vi fate conoscere alla voce,  inutile nascondersi e sudare come bestie!
Ogni momento andava voltandosi, temendo di essere spiati. Arrivati nella via di San Giovanni videro un'ombra che andava in su verso la piazza, e il canonico disse piano:
- Vedete?... E' uno dei nostri!... Va dove andiamo noi.
Era in un magazzino di Grancore, gi nelle stradicciuole tortuose verso San Francesco, che sembravano fatte apposta. Una casetta bassa che aveva una finestra illuminata per segnale. Si bussavano tre colpi in un certo modo alla porticina dove si giungeva scendendo tre scalini; si attraversava un gran cortile oscuro e scosceso, e in fondo c'era uno stanzone buio dove si capiva che stava molta gente a confabulare insieme dal sussurro che si udiva dietro l'uscio. Il canonico disse: - E' qui! - e fece il segnale convenuto.
Tutti e due col cuore che saltava alla gola. Per fortuna in quel momento giunse un altro congiurato, imbacuccato come loro, camminando in punta di piedi sui sassi del cortile, e ripet il segnale istesso.
- Don Gesualdo, - disse il notaro Neri cavando il naso da una gran sciarpa. - Siete voi? Vi ho riconosciuto al canonico che sembra un cucco, poveraccio!
Il notaro la pigliava allegramente. Narrava che a Palermo avevano fatto il pasticcio; avevano ammazzato il principe di Aci e s'erano impadroniti di Castellammare: - Chi comanda adesso  un prete, certo Ascenso!
- Ah? - rispose il canonico che si sentiva in causa. - Ah?
- Silenzio per ora!... Andiamo adagio! Sapete com'?... a chi deve prima attaccare il campanello al gatto! E ogni galantuomo non vorrebbe mettere il piede in trappola. Ma se siamo in tanti... C' anche il barone Zacco stasera.
- Che aspettiamo ad entrare, signori miei? - interruppe don Gesualdo a quella notizia, coraggioso come un leone.
Quando tornarono ad uscire, dopo un gran pezzo, erano tutti pi morti che vivi. Bomma sforzavasi di fare il gradasso; Tavuso non diceva una parola; e il notaro stava soprapensieri anche lui. Zacco corse ad attaccarsi al braccio di don Gesualdo, quasi fossero divenuti fratelli davvero. - Sentite, cugino, ho da parlarvi. - E seguitarono ad andare a braccetto in silenzio.
- Ssst!... un fischio!... verso i Cappuccini!... - Il barone mise mano alla pistola: tutti con un gran batticuore. Si udirono abbaiare dei cani. - Fermo!... - esclam il canonico sottovoce, afferrando il braccio armato del barone che mirava al buio, -  fra Girolamo, che non vuol esser visto da queste parti! - Appena si ud richiudere l'uscio, nel vano del quale era balenata una sottana bianca, il farmacista borbott col fiato ai denti: - L'abbiamo scappata bella, parola d'onore! - Il barone invece strinse forte il braccio di don Gesualdo senza dir nulla. Poi lasci andare ciascuno per la sua strada, Bomma in su, verso la Piazza Grande, il canonico a pi della scalinata che saliva a San Sebastiano. - Da questa parte, don Gesualdo... venite con me. - E gli fece fare il giro lungo pei Cappuccini, risalendo poi verso Santa Maria di Ges per certe stradicciuole buie che non si sapeva dove mettere i piedi. A un tratto si ferm guardando faccia a faccia il suo amico novello con certi occhi che luccicavano al buio.
- Don Gesualdo, avete sentito quante belle chiacchiere? Adesso siamo tutti fratelli. Nuoteremo nel latte e nel miele, d'ora in poi... Voi che ci credete, eh?
L'altro non disse n s n no, prudente, aspettando il seguito.
- Io no... Io non mi fido di tutti questi fratelli che non mi ha partorito mia madre.
- Allora perch siete venuto, vossignoria?
- Per non farci venire voi, caspita! Io non fo misteri. Giuochiamo a tagliarci l'erba sotto i piedi fra di noi che abbiamo qualcosa da perdere, ed ecco il bel risultato! Far la minestra per i gatti, e arrischiare la roba e la testa!... Io bado ai miei interessi, come voi... Non ho i fumi che hanno tanti altri... Parenti! parentissimi! quanto a me volentieri... Allora mettiamoci d'accordo piuttosto fra di noi...
- Ebbene? che volete fare?
- Ah? che voglio fare? La pigliate su quel verso? Mi fate lo gnorri?... Allora sia per non detto... Ciascuno il suo interesse! Fratelli! Carbonari! Faremo la rivoluzione! metteremo il mondo a soqquadro anche!... Io non ho paura!... - Nel calore della disputa il barone si era addossato all'uscio di un cortile. Un cane si mise a latrare furiosamente. Zacco spaventato se la diede a gambe colla pistola in pugno, e don Gesualdo dietro di lui, ansante. Prima di giungere in piazza di Santa Maria di Ges, uno che andava correndo lo ferm mettendogli la mano sul petto.
- Signor don Gesualdo!... dove andate?... c' la giustizia a casa vostra!
Quello che temeva il canonico! quello che temeva Bianca! Egli correva al buio, senza saper dove, con una gran confusione in testa, e il cuore che voleva uscirgli dal petto. Poi, udendo colui che gli arrancava dietro, con un certo rumore quasi picchiasse in terra col bastone, gli disse: - E tu chi sei?
- Nardo, il manovale, quello che ci lasci la gamba sul ponte. Non mi riconoscete pi, vossignoria? Donna Bianca mi ha mandato a svegliare di notte.
E narrava com'era arrivata la Compagnia d'Arme, all'improvviso, a quattr'ore di notte. Il Capitano e altri Compagni d'Arme erano in casa di don Gesualdo. Lass, verso il Castello, vedevansi luccicare dei lumi; c'era pure una lanterna appesa dinanzi alla porta dello stallatico, al Poggio, e dei soldati che strigliavano. Pi in l, nelle vicinanze della Piazza Grande, si udivano di tanto in tanto delle voci: un mormoro confuso, dei passi che risuonavano nella notte, dei cani che abbaiavano per tutto il paese.
Don Gesualdo si ferm a riflettere: - Dove andiamo, vossignoria? - chiese Nardo. - Ci ho pensato. Non far rumore. Ah! Madonna Santissima del Pericolo! Va a chiamare Nanni l'Orbo. Lo conosci? il marito di Diodata?
Cominciava ad albeggiare. Ma nelle viottole fuori mano che avevano preso non s'incontrava ancora anima viva. La casuccia di Diodata era nascosta fra un mucchio di casupole nerastre e macchie di fichi d'India, dove il fango durava anche l'estate. C'era un pergolato sul ballatoio, e un lume che trapelava dalle imposte logore.
- Bussa tu, se mai... - disse don Gesualdo.
Diodata al vedersi comparire dinanzi il suo antico padrone ansante e trafelato si mise a tremare come una foglia.
- Che volete da me a quest'ora?... Per l'amor di Dio! lasciatemi in pace, don Gesualdo!... Se torna mio marito!... E' uscito or ora, per cogliere quattro fichi d'India!... qui accanto.
- Bestia! - disse lui. - Ho altro pel capo! Ci ho la giustizia alle calcagna!...
- Che c'? - chiese Diodata spaventata.
Egli colla mano le fece segno di star zitta. In quel momento torn correndo compare Nardo; la gamba di legno si udiva da lontano sull'acciottolato.
- Eccolo!... eccolo che viene!...
Entr Nanni l'Orbo, torvo, colla canna da cogliere i fichi d'India in spalla, e gli occhi biechi che fulminavano di qua e di l. Invano Diodata, colle braccia in croce giurava e spergiurava.
- Padron mio! - esclam Nanni - a che giuoco giuochiamo? Questa non  la maniera!...
- Bestia! - grid infine don Gesualdo, scappandogli la pazienza. - Ho la forca dinanzi agli occhi, e tu vieni a parlarmi di gelosia!
Allo strepito accorsero i vicini - Lo vedete? - ripigli Nanni infuriato. - Che figura fo dinanzi a loro padron mio? In coscienza, quel po' che avete dato a costei per maritarla  una miseria, in confronto della figura che mi fate fare!
- Taci! Farai correre gli sbirri con quel chiasso! Che vuoi? Ti dar quello che vuoi!...
- Voglio l'onor mio, don Gesualdo! L'onor mio che non si compra a denari!
Cominciarono ad abbaiare anche i cani del vicinato.- Vuoi la chiusa del Carmine?... un pezzo che ti fa gola!
Infine compare Nardo riusc a metterli d'accordo sulla chiusa del Carmine. - Corpo di Giuda! La roba serve per queste occasioni... carceri, malattie e persecuzioni... Voi l'avete fatta, don Gesualdo, e serve per salvare la vostra pelle...
Don Gesualdo con una faccia da funerale brontol:
- Parla! Sbraita! Hai ragione! Adesso hai ragione tu!
- Considerate dunque il vostro prossimo, vossignoria! La moglie da mantenere... I figli che nasceranno... Se mi tornano a casa anche gli altri... quelli che son venuti prima, bisogna mantenerli come fossero miei... perch sono il marito di Diodata... La gente dir magari che li ho messi al mondo io!...
- Basta! basta! Se t'ho detto di s per la chiusa!
- Parola di galantuomo? Davanti a questi testimoni? Quand' cos... giacch mi dite che siete venuto soltanto per salvare la pelle, potete rimanere tutto il tempo che vi piace. Sono un buon diavolaccio, lo sapete!...
S'era fatto tardi. Compare Nanni, completamente rabbonito, propose anche di andare a vedere quel che accadeva fuori:
- Voi fate liberamente come se foste in casa vostra, don Gesualdo... Compare Nardo verr con me. Al ritorno, per segnale, busser tre colpi all'uscio. Ma se no, non aprite neanche al diavolo.
Era un terrore pel paese: porte e finestre ancora chiuse, Compagni d'Arme per le vie, rumore di sciabole e di speroni. Le signorine Margarone, in fronzoli e colla testa irta di ciambelle come un fuoco d'artificio, correvano ogni momento al balcone. Don Filippo, tronfio e pettoruto, se ne stava adesso seduto nel Caff dei Nobili, insieme al Capitano Giustiziere e l'Avvocato Fiscale, facendo tremare chi passava colla sola guardatura. Nella stalla di don Gesualdo dei trabanti governavano i cavalli, e il Comandante fumava al balcone, in pantofole, come in casa sua.
Nanni l'Orbo torn ridendo a crepapelle. Prima di entrare per buss al modo che aveva detto, toss, si soffi il naso, pure si trattenne un po' a discorrere ad alta voce con una vicina che si pettinava sul ballatoio. Don Gesualdo stava mangiando una insalata di cipolle, onde prevenire qualche malattia causata dallo spavento. - Prosit! prosit, don Gesualdo! A casa vostra ci ho trovato dei forestieri, tale e quale come voi qui da me. Il barone Zacco corre ancora!... L'hanno visto prima dell'alba pi in l di Passaneto, figuratevi! a casa del diavolo!... dietro una siepe, pi morto che vivo!... Sua moglie fa come una pazza... Sono stato anche a cercare del notaro Neri, se s'ha a scrivere due parole della chiusa del Carmine che date a mia moglie pei servizi prestati... Non che non mi fidi... sapete bene... per la vita e per la morte. Nessuno l'ha pi visto, il notaro! Dicono ch' nascosto nel monastero di San Sebastiano... vestito da donna... sissignore! Gli sbirri cercano da per tutto! Ma qui non avete da temere, vossignoria!... Udite? udite?
Sembrava che si divertisse a fare agghiacciare il sangue nelle vene al prossimo suo, quel briccone! Udivasi infatti un voco di comari, un correre di scarponi grossi strilli di ragazzi. Diodata s'arrampic sino all'abbaino del granaio per vedere. Poi Nanni venne a dire:
- E' il viatico, Dio liberi!... Va in su verso sant'Agata. Ho visto il canonico Lupi che portava il Signore... cogli occhi a terra!... una faccia da santo, com' vero Iddio!
- Stasera, appena  scuro, mi farai trovare una cavalcatura laggi alla Masera, e mi darai qualche cosa da travestirmi; - disse don Gesualdo, che sembrava pi smorto alla luce dell'abbaino.
- Perch? Non vi piace pi lo stare in casa mia? Diodata vi avrebbe fatto qualche mancanza?
- No, no... Mi pare mill'anni d'esser lontano...
- Qui per non avete da temere... Gli sbirri non vengono a cercarvi qui! A casa vostra piuttosto! Guardatevi!...
Infatti Bianca la sera innanzi s'era visto capitare a tre ore di notte il Capitan d'Arme, un bell'uomo colla barba a collana e i baffi alla militare, che recava il biglietto d'alloggio. Bianca, gi inquieta per suo marito, non sapendo che fare, aveva mandato a chiamare lo zio Limli, il quale giunse sbadigliando e di cattivo umore. Invano il Capitan d'Arme accarezzandosi i baffi che aveva lasciato crescere da poco, le diceva colla voce grossa:
- Non temete!... Calmatevi, bella signora!... Noi militari siamo galanti col bel sesso!...
- Poi - aggiunse il marchese - questi qua sono militari per modo di dire; come io ho fatto il voto di castit perch sono cavaliere di Malta.
Il Capitano si accigli, ma l'altro, senza accorgersene continu, battendogli familiarmente sulla spalla:
- Vi conosco, don Bastiano!... Eravate piccolo cos, colle brache aperte, quando si faceva delle scappatelle insieme a vostro padre... Allora il voto mi dava noia come vi d noia adesso quella stadera che portate appesa al fianco... Bei tempi!... Bell'uomo vostro padre! Il cuore e la borsa sempre aperti!... Don Marcantonio Stangafame!... dei Stangafame di Ragusa!... una delle prime famiglie della Contea! Peccato che siate in tanti! L'avete indovinata a farvi nominare Capitan d'Arme!... Quattrocent'onze all'anno, per rispondere dei furti campestri... E' una bella somma... Vi rimane in tasca tale e quale... poich il territorio  tranquillo!... Una bagattella soltanto pei dodici soldati che vi tocca mantenere... due tar al giorno per ciascuno, eh?...
- Basta, corpo di... bacco!... - grid il Capitan d'Arme battendo in terra la sciabola. - Sembrami che vogliate burlarvi di me, corpo di... bacco!
- Ehi, ehi! Adagio, signor capitano! Sono il marchese Limli, e ho ancora degli amici a Napoli per farvi scapitanare e tagliare i baffi novelli, sapete!
Capit in quel momento il ragazzetto del sagrestano che veniva a fare un'imbasciata di gran premura, balbettando, imbrogliandosi, tornando sempre a ripetere la stessa cosa rosso dalla suggezione. Il marchese, che cominciava a farsi un po' sordo, tendeva l'orecchio, gli faceva dei versacci lo intimidiva maggiormente strillando: - Eh? che diavolo vuoi?
Ma Bianca mise un grido straziante un grido che fece rimanere lo zio a bocca aperta, e scapp per la casa cercando il manto, cercando qualcosa da buttarsi in capo per uscire di casa, per correre subito.


III


Da gran tempo, ogni giorno, alla stessa ora, donna Giuseppina Alsi che stava al balcone facendo la calza per aspettare la passata di Peperito, don Filippo Margarone mentre rivoltava la conserva di pomidoro posta ad asciugare sul terrazzo, l'arciprete Bugno nell'appendere al fresco la gabbia del canarino, fin coloro che stavano a sbadigliare nella farmacia di Bomma, se volgevano gli occhi in su, verso il Castello, al di sopra de' tetti, solevano vedere don Diego e don Ferdinando Trao, uno dopo l'altro, che facevano capolino a una finestra, guardinghi, volgevano poi un'occhiata a destra, un'altra a sinistra, guardavano in aria, e ritiravano il capo come la lumaca. Dopo qualche minuto infine aprivasi il balcone grande, stridendo, tentennando, a spinte e a riprese, e compariva don Diego, curvo, macilento, col berretto di cotone calcato sino alle orecchie, tossendo, sputando, tenendosi all'inferriata con una mano; e dietro di lui don Ferdinando che portava l'annaffiatoio, giallo, allampanato, un vero fantasma. Don Diego annaffiava, nettava, rimondava i fiori di Bianca; si chinava a raccattare i seccumi e le foglie vizze; rimescolava la terra con un coccio; passava in rivista i bocciuoli nuovi, e li covava cogli occhi. Don Ferdinando lo seguiva passo passo, attentissimo; accostava anche lui il viso scialbo a ciascuna pianta, aguzzando il muso, aggrottando le sopracciglia. Poscia appoggiavano i gomiti alla ringhiera, e rimanevano come due galline appollaiate sul medesimo bastone, voltando il capo ora di qua e ora di l, a seconda che giungeva la mula di massaro Fortunato Burgio carica di grano, o saliva dal Rosario la ragazza che vendeva ova, oppure la moglie del sagrestano attraversava la piazzetta per andare a suonare l'avemaria. Don Ferdinando stava intento a contare quante persone si vedevano passare attraverso quel pezzetto di strada che intravvedevasi laggi, fra i tetti delle case che scendevano a frotte per la china del poggio; don Diego dal canto suo seguiva cogli occhi gli ultimi raggi di sole che salivano lentamente verso le alture del Paradiso e di Monte Lauro, e rallegravasi al vederlo scintillare improvvisamente sulle finestre delle casipole che si perdevano gi fra i campi, simili a macchie biancastre. Allora sorrideva e appuntava il dito scarno e tremante, spingendo col gomito il fratello, il quale accennava di s col capo e sorrideva lui pure come un fanciullo. Poi raccontava quello che aveva visto lui: - Oggi ventisette!... ne sono passati ventisette... L'arciprete Bugno era insieme col cugino Limli!...
Per un po' di giorni, verso i primi d'agosto, era venuto soltanto don Ferdinando ad annaffiare i fiori, strascinandosi a stento, coi capelli grigi svolazzanti, sbrodolandosi tutto a ogni passo. Allorch ricomparve anche don Diego, parve di vedere Lazzaro risuscitato: tutto naso, colle occhiaie nere, seppellito vivo in una vecchia palandrana, tossendo l'anima a ogni passo: una tosse fioca che non si udiva quasi pi, e scuoteva dalla testa ai piedi lui e il fratello che gli dava il braccio, come andasse facendo la riverenza a ogni vaso di fiori. E fu l'ultima volta. D'allora in poi s'erano viste raramente insieme le teste canute dei due fratelli, dietro i vetri rattoppati colla carta, cercando il sole, don Diego sputando e guardando in terra ogni momento. Il giorno in cui avvenne quel parapiglia nel Palazzo di Citt, che le voci si udivano sin nella piazzetta di Sant'Agata, apparve per un istante alla finestra la cima di un berretto bianco tremolante. Ma allorquando la processione di San Giuseppe si ferm dinanzi al portone dei Trao, per l'omaggio tradizionale alla famiglia, le finestre rimasero chiuse, malgrado il voco della folla. Don Ferdinando scese per comprare l'immagine del santo gonfio d'asma, cogli occhi arsi di sonno piegato in due le mani nerastre tremanti cos che non trovavano quasi nel taschino i due baiocchi per l'immagine. Il procuratore di San Giuseppe, che dirigeva la processione, gli disse:
- Vedrete quant' miracolosa quell'immagine! Tanta salute e provvidenza a tutti, in casa vostra!
E gli affid anche il bastone d'argento del santo, da metterlo al capezzale del malato: un tocca e sana. Eppure non giov neanche quello.
Compare Cosimo e Pelagatti, partendo per la campagna due ore prima dell'alba, o tornando a notte fatta, vedevano sempre il lume alla finestra di don Diego. E il cane nero dei Motta uggiolava per la piazza, come un lamento. Poi, verso nona, bussava al portone il ragazzo di don Luca, portando un bicchiere di latte. Di tanto in tanto veniva don Giuseppe Barabba, con un piatto coperto dal tovagliuolo, o il servitore del Fiscale che recava un fiasco di vino. A poco a poco diradarono anche quelle visite. L'ultima volta il dottor Tavuso se n'era andato scrollando le spalle. I ragazzi del vicinato giuocavano tutto il giorno dietro quel portone che non si apriva pi. Una sera, tardi, i vicini, che stavano cenando, udirono la voce chioccia di don Ferdinando chiamare il sagrestano, l dirimpetto: una voce da far cascare il pan di bocca. E subito dopo un gran colpo al portone sconquassato, e dei passi che si allontanarono frettolosi.
Fu giusto quella notte che arrivava la Compagnia d'Arme. Una baraonda per tutto il paese. Al rumore insolito anche Don Diego apr un istante gli occhi. Burgio che era sul ballatoio di casa sua, coll'orecchio teso verso la Piazza Grande dove udivasi quel parapiglia, vedendo gente nel balcone dei Trao, domand inquieto:
- Che c'?... Cosa succede?
- Don Diego!... - rispose il sagrestano; e fece il segno della croce, quasi massaro Fortunato avesse potuto vederlo al buio. - Solo come un cane!... me lo lasciano sulle spalle!... Ho mandato Grazia pel dottore... a quest'ora!...
- Sentite, laggi, verso la piazza?... sentite?... Che giornata spunter domattina, Dio liberi!...
- Basta avere la coscienza netta, massaro Fortunato. Sono stato sempre un povero diavolo!... Bacio la mano di chi mi d pane...
- Il dottore!... quello s!... deve avere la tremarella addosso a quest'ora!... E anche il canonico Lupi, dicono!... Buona sera!... I muri hanno orecchie al buio!
Infatti il dottor Tavuso, ch'era il capo di tutti i giacobini del paese, e stava nascosto nella legnaia, tremando come una foglia, vide giunta l'ultima sua ora all'udir bussare all'uscio con tanta furia.
- Li sbirri!... la Compagnia d'Arme!...
Quando gli dissero che era la moglie del sagrestano, invece, la quale veniva a cercarlo per don Diego moribondo, mont in furia come una bestia.
- E' ancora vivo?... Mandatelo al diavolo!... Vengono a spaventarmi!... a quest'ora!... di questi tempi!... Un padre di famiglia!... Andate a chiamare i suoi parenti piuttosto... o il viatico, ch' meglio!...
La zia Sganci non volle neppure aprire. Barabba rispose dietro il portone, chiuso con tanto di catenaccio:
- Buona donna, questi non son tempi di correre di notte per le strade. Domattina, se Dio vuole, chi campa si rivede.
Per fortuna, Grazia non aveva di che temere; e suo marito l'avrebbe mandata senza sospetto in mezzo a un reggimento di soldati. L'andare attorno cos tardi, in quella tal notte, era proprio uno sgomento. Lo stesso baronello Rubiera, che era uscito di buon'ora dalla casa dei Margarone, s'era fatto accompagnare col lampione.
- Nin! Nin! - strill dal balcone donna Fif con la vocina sottile, quasi il suo fidanzato corresse a buttarsi in un precipizio.
- Non temere... no! - rispose lui con la voce grossa.
All'udir gente nella piazzetta, dal portone dei Trao, che rimbomb come una cannonata, usc correndo don Luca:
- Signor barone!... sta per morire vostro cugino don Diego!... solo come un cane!... Non c' nessuno in casa!...
Rimpetto al palazzo nero e triste dei Trao splendeva il balcone lucente dei Margarone, e in quella luce disegnavasi l'ombra di donna Fif, rammentandogli un'altra ombra che soleva aspettarlo altra volta alla finestra del palazzo smantellato. Don Nin se ne and frettoloso, a capo chino, portandosi seco negli occhi i ricordi di quella finestra chiusa e senza lume.
- Bella porcheria!... Me lo lasciano sulle spalle!... a me solo! - brontol don Luca tornando nella camera del moribondo.
Don Ferdinando stava seduto a pi del letto, senza dir nulla, simile a una mummia. Di tanto in tanto andava a guardare in viso suo fratello; guardava poi don Luca, stralunato, e tornava a chinare il capo sul petto. Alla sfuriata del sagrestano per si rizz all'improvviso, quasi gli avessero dato uno scossone, e domand piano, con la voce assonnata di uno che parli in sogno:
- Dorme?
- S, dorme!... Andate a dormire voi pure, se volete!...
Ma l'altro non si mosse. Il malato da prima voleva sapere ogni momento che ora fosse; poi, verso mezzanotte, non domand pi nulla. Stava cheto, col naso contro il muro, e la coperta sino alle orecchie. Grazia, di ritorno, aveva accostato l'uscio, messo il lume accanto, sul tavolino, ed era andata a dare un'occhiata a casa sua. Il marito si accomod alla meglio su due sedie. Don Ferdinando, di tratto in tratto, si alzava di nuovo, in punta di piedi, si chinava sul letto, simile a un uccello di malaugurio, e tornava a domandare piano, all'orecchio di don Luca:
- Che fa? dorme?
- S! s!... Andate a dormire voi pure!... andate!
E l'accompagn lui stesso in camera sua, per liberarsi almeno da quella noia. Don Ferdinando sognava che il cane nero dei vicini Motta gli si era accovacciato sul petto, e non voleva andarsene, per quanto egli cercasse di svincolarsi e di gridare. La coda del cane, lunga, lunga che non finiva pi, gli si era attorcigliata al collo e alle braccia, al pari di un serpente, e lo stringeva, soffocandolo, gli strozzava la voce in gola, quando ud un'altra voce che lo fece balzare dal letto, con una gran palpitazione di cuore.
- Alzatevi, don Ferdinando! Questa non  ora di dormire!...
Don Diego pareva che russasse forte, si udiva dall'altra stanza; supino, cogli occhi aperti e spenti, le narici filigginose: un viso che non si riconosceva pi. Come don Ferdinando lo chiam prima pian piano, e torn a chiamarlo e a scuoterlo inutilmente, gli si rizzarono quei pochi capelli in capo, e si rivolse al sagrestano, smarrito, supplichevole:
- Che fa ora?... che fa?...
- Che fa?... Lo vedete che fa!... Grazia! Grazia!
- No!... Fermatevi!... Non aprite adesso!...
Era giorno chiaro. Donna Bellonia in sottana stava a spiare dalla terrazza verso la Piazza Grande per incarico del marito, spaventata dal tramesto che s'era udito tutta la notte nel paese; e Burgio strigliava la mula legata al portone dei Trao. Alle grida di don Luca, lev il capo verso il balcone, e domand cosa c'era con un cenno del capo. Il sagrestano rispose anche lui con un gesto della mano, facendo segno di uno che se ne va.
- Chi? - domand la Margarone che se ne accorse. - Chi? don Diego o don Ferdinando?
- Sissignora, don Diego! Lo lasciano sulle spalle a me solo!... Corro dal dottore... almeno per la ricetta del viatico, che diavolo!... Signori miei! deve andarsene cos un cristiano, senza medico n speziale?...
Speranza cominci dallo sgridare suo marito che aveva legata la mula alla casa del moribondo: - Porta disgrazia! Ci vorrebbe quest'altra!... - Poi si diedero a strologare i numeri del lotto insieme a donna Bellonia, ch'era corsa a prendere il libro di Rutilio Benincasa. Donna Giovannina s'affacci asciugandosi il viso; ma non si vide altro che il sagrestano il quale correva a chiamare Tavuso, l a due passi una porticina verde, colla fune del campanello legata alta perch non andassero a seccarlo di notte. Picchia e ripicchia infine la serva di Tavuso gli soffi attraverso il buco della serratura:
- O chetatevi che il dottore non esce di casa, se casca il mondo! E' pi malato degli altri, lui!
Bomma, giallo al par del zafferano, stava pestando cremor di tartaro in fondo alla farmacia, solo come un appestato. Don Luca entr a precipizio, col fiato ai denti:
- Signor don Arcangelo!... don Diego Trao  in punto di morte. Il dottore non vuol venire... Cosa fo?
- Cosa fate?... La cassa da morto fategli, accidenti a voi! M'avete spaventato! Non  questa la maniera... oggi che ogni galantuomo sta coll'anima sulle labbra!... Andate a chiamargli il prete piuttosto... l, al Collegio, c' il canonico Lupi che s'arrabatta a dir messe e mattutino fin dall'alba, per farsi vedere in chiesa!... Cade sempre in piedi colui! Se ne ride degli sbirri!... Io fo lo speziale! Pesto cremor di tartaro, giacch non posso pestar altro... non posso!
Ma, vedendo passare Ciolla ammanettato come un ladro, si morse la lingua, e chin il capo sul mortaio. - Signori miei! - sbraitava Ciolla, - guardate un po'!... un galantuomo che se ne sta in piazza pei fatti suoi!... - I Compagni d'Arme, senza dargli retta, lo cacciavano innanzi a spintoni; don Liccio Papa di scorta colla sciabola sguainata, gridando: - Largo! largo alla giustizia!... - Il Capitano Giustiziere, dall'alto del marciapiede del Caff dei Nobili, sentenzi:
- Bisogna dare un esempio! Ci pigliavano a calci dove sapete, un altro po'!... manica di birbanti!... Un paese come il nostro, che prima era un convento di frati!... Al castello! al castello! Don Liccio, eccovi le chiavi!...
Grazie a Dio si tornava a respirare. I ben pensanti sul tardi cominciarono a farsi vedere di nuovo per le strade; l'arciprete dinanzi al caff; Peperito su e gi pel Rosario; Canali a braccetto con don Filippo verso la casa della ceraiuola; don Giuseppe Barabba portando a spasso un'altra volta il cagnolino di donna Marianna Sganci; la signora Capitana poi in gala, quasi fosse la sua festa, adesso che ci erano tanti militari, colla borsa ricamata al braccio, il cappellino carico di piume, scutrettolando, ridendo, cinguettando, rimorchiandosi dietro don Bastiano Stangafame, il tenente, tutti i colleghi di suo marito, il quale se ne stava a guardare da vero babbo, colla canna d'India dietro la schiena, mentre i suoi colleghi passeggiavano con sua moglie, spaccandosi come compassi, ridendo a voce alta, guardando fieramente le donne che osavano mostrarsi alle finestre, facendo risuonare da per tutto il rumore delle sciabole e il tintinno degli speroni, quasi ci avessero le campanelle alle calcagna. Le ragazze Margarone, stipate sul terrazzo, si rodevano d'invidia. - Specie il tenente ci aveva dei baffoni come code di cavallo, e due file di bottoni lungo il ventre che luccicavano da lontano.
Talch in quell'aria di festa suon pi malinconico il campanello del viatico. Correvano anche delle voci sinistre: - Una battaglia c' stata!... dei condannati a morte!... - Uno di quelli che portavano il lanternone dietro il baldacchino disse che il viatico andava dai Trao. - Un'altra grande famiglia che si estingue! - osserv gravemente l'Avvocato Fiscale scoprendosi il capo. La signora Capitana, saltellando sulla punta delle scarpette per mostrare le calze di seta stava rimbeccando don Bastiano con un sorriso da far dannare l'anima:
- Lo so! lo so! giuramenti da marinaio!...
Il Capitan d'Arme ammicc a donna Bianca la quale passava in quel momento, con un'aria che voleva dire: - Anche costei!... che colpa ci ho? - scappellandosi con soverchio ossequio. Ma quella poveretta non gli rispose. Andava quasi correndo, trafelata, col manto gi per le spalle, il viso ansioso e pallido. Donna Fif Margarone si tir indietro dal balcone con una smorfia, appena la vide sboccare nella piazzetta dalla salita di Sant'Agata.
- Ah!... finalmente!... la buona sorella!... quanta degnazione!...
- Bianca! Bianca! - gridava lo zio Limli che non poteva tenerle dietro.
Dinanzi al portone, spalancato a due battenti, si affollavano i ragazzi di Burgio e di don Luca. La moglie del sagrestano ne usciva in quel momento, arruffata, gialla, senza ventre, e si mise a distribuire scappellotti a diritta e a manca:
- Via! via di qua!... Che aspettate? la festa? - Poscia entr in chiesa frettolosa. Delle comari stavano alle finestre, curiose. In cima alla scala don Giuseppe Barabba spolverava delle bandiere nere, bucate e rose dai topi, collo stemma dei Trao: una macchia rossa tutta intignata. Era corsa subito la zia Macr colla figliuola, e il barone Mndola che stava l vicino; una va e vieni per la casa, un odor d'incenso e di moccolaia, una confusione. In fondo, attraverso un uscio socchiuso, scorgevasi l'estremit di un lettuccio basso, e un formicolo di ceri accesi, funebri, nel giorno chiaro. Bianca non vide altro, in mezzo a tutti quei parenti che le si affollavano intorno, sbarrandole il passo: - No!... lasciatemi entrare!
Apparve un momento la faccia stralunata di don Ferdinando, come un fantasma; poi l'uscio si chiuse. Delle braccia amiche la sorreggevano, affettuosamente, e la zia Macr ripeteva: - Aspetta!... aspetta!...
Torn la moglie del sagrestano, ansante, portando dei candelieri sotto il grembiule. Suo marito, che si affacci di nuovo all'uscio, venne a dire:
- C' il viatico... l'estrema unzione... Ma non sente...
- Voglio vederlo!... Lasciatemi andare!
- Bianca!... in questo momento!... Bianca!...
- Vuoi ammazzarlo?... Una commozione!... Se ti sente!... Non far cos, via, Bianca!... Un bicchier d'acqua!... presto!...
Donna Agrippina corse in cucina. S'apr l'uscio un'altra volta su di un luccicho di processione. Il prete, il baldacchino, i lanternoni del viatico passarono come una visione. Il marchese, inchinandosi sino a terra, borbott:
- Domine, salva me...
- Amen! - rispose il sagrestano. - Ho fatto quel che ho potuto... solo come un cane!... due volte dal medico!... di notte!... Anche dal farmacista!... dice che il conto  lungo... e non ci ha l'erba di Lazzaro risuscitato, poi!...
- Perch?... perch non mi lasciate entrare?... Che ho fatto?... - Essa tremava cos che i denti facevano tintinnare il bicchiere, quasi fuori di s, fissando addosso alla gente gli occhi spaventati.
- Lasciatemi! lasciatemi entrare!
Lo zio marchese si affrett a cavare il fazzoletto per asciugarle tutta l'acqua che si era versata addosso. Il barone Mndola e la zia Macr stavano discorrendo nel vano del finestrone: - Una malattia lunga!... Tutti cos quei Trao!... non c' che fare!...
- Guarda! - esclam il barone che stava da un po' attento. - Hanno aperto un finestrino sul mio tetto... laggi!... quel ladro di Canali!... Fortuna che me ne sia accorto! Lo citer in giudizio!... una citazione nera come la pece!...
- Don Luca! don Luca! - si ud gridare. L'uscio si spalanc a un tratto, e comparve don Ferdinando agitando le braccia in aria. Don Luca corse a precipizio. Successe un momento di confusione: delle strida, delle voci concitate, un correre all'impazzata, donna Agrippina che cercava l'aceto dei sette ladri, gli altri che stentavano a trattenere Bianca, la quale faceva come una pazza, con la schiuma alla bocca, gli occhi che mandavano lampi, e non si riconoscevano pi.
- Perch?... perch non volete? Lasciatemi! lasciatemi!... lasciatemi entrare!...
- S! s! - disse lo zio marchese. - E' giusto che lo veda!... Lasciatela entrare.
Ella scorse un corpo lungo e stecchito nel lettuccio basso, un mento aguzzo, ispido di barba grigiastra, rivolto in su, e due occhi glauchi, spalancati.
- Diego!... Diego!... fratello mio!...
- Non fate a quel modo, donna Bianca! - disse piano don Luca. - Se ci sente ancora, il poveretto, figuratevi che spavento!...
Essa si arrest tutta tremante, atterrita, colle mani nei capelli, guardandosi intorno trasognata. A un tratto fiss gli occhi asciutti ed arsi su don Ferdinando che annaspava stralunato, quasi volesse allontanarla dal letto.
- Nulla!... nulla m'avete fatto sapere!... Non son pi nulla... un'estranea!... Fuori, dalla casa e dal cuore!... fuori!... da per tutto!
- Zitta!... - balbett don Ferdinando mettendo il dito tremante sulla bocca. - Poi!... poi!... Adesso taci!... Tanta gente, vedi!...
- Bianca! Bianca!... - supplicavano gli altri abbracciandola, spingendola, tirandola per le vesti.
- Portatela via!... - grid la zia Macr dall'uscio. - Nello stato in cui , la poveretta... succeder qualche altra tragedia!...
Frattanto giunse donna Sarina Cirmena, scalmanata, in un bagno di sudore.
- L'ho saputo or ora! - balbett lasciandosi cadere sul seggiolone di cuoio in mezzo ai parenti riuniti nella gran sala. - Che volete? con quel parapiglia che c' stato nel paese! Se non era pel viatico che vidi venire da queste parti...
Il marchese indic l'uscio dell'altra stanza con un cenno del capo. La zia Cirmena, accasciata sul seggiolone, col fazzoletto agli occhi, piagnucol:
- Io non ci reggo a queste scene!... Sono tutta sottosopra!... - E siccome continuava a interrogare cogli occhi or questo e or quello, donna Agrippina rispose sottovoce, compunta, facendo il segno della croce:
- Or ora!... cinque minuti fa!
Don Giuseppe venne recando in fascio le bandiere:
- Ecco!... Il falegname  avvertito.
Il barone Mndola s'alz per andare a sentire cosa volesse.
- Va bene, va bene, - disse Mndola. - Or ora si pensa a tutto. Don Luca? ehi? don Luca?
Appena il sagrestano affacci il capo all'uscio, si udirono delle strida che laceravano il cuore.
- Povera Bianca!... sentite?
- Fa come una pazza! - conferm don Luca. - Si strappa i capelli!...
Il barone Mndola lo interrog dinanzi a tutti quanti:
- Avete pensato a ogni cosa, eh, don Luca?
- Sissignore. Il catafalco, le bandiere, tante messe quanti preti ci sono. Ma chi paga?
- Andate! andate! - interruppe vivamente la Cirmena spingendo per le spalle il sagrestano verso la camera del morto, dove cresceva il trambusto.
- Mi dispiace! - osserv la zia Macr alzandosi per vedere dov'era arrivato il sole. - Mi dispiace che si fa tardi e a casa mia non c' nessuno per preparare un boccone.
Usc don Luca dalla camera del morto, turbato in viso.
- E' un affar serio... Bisogner portarla via per amore o per forza!... Vi dico ch' un affar serio!
- E' permesso? Si pu?
Era il vocione del cacciatore che accompagnava la baronessa Mndola, col cappello piumato, le calze imbottite di noci. La vecchia, senza bisogno di udir altro, diritta e stecchita come un fuso, and a prendere il suo posto fra i parenti che al suo apparire s'erano taciuti, seduti intorno sui seggioloni antichi, col viso lungo e le mani sul ventre. La baronessa guardava intorno, gridando a voce alta:
- E la Rubiera? e la cugina Sganci? Ora che si fa? Bisogna avvertire il parentado per le esequie...
- Eccola l! - disse donna Sarina all'orecchio della Macr. - Cascasse il mondo... non manca mai!... Avete visto il subbuglio che c' per le strade?
La cugina rispose con un sorriso pallido, facendo segno che la vecchia non aveva paura di nulla perch era sorda.
- Il fatto ... - cominci il barone.
Ma in quel momento portavano Bianca svenuta, le braccia penzoloni, donna Agrippina e il sagrestano rossi, ansanti, e col fiato ai denti. - Quasi fosse morta! - sbuff il sagrestano.
- Gli pesano le ossa!... - La zia Macr consigli: - L, l, nella sua camera!...
- Il fatto ... - riprese il barone Mndola sottovoce, tirando in disparte il cugino Limli e donna Sarina Cirmena, - il fatto  che bisogna concertarsi pel funerale. Adesso vedrete che spuntano fuori i parenti del cognato Motta... Faremo un bel vedere!... al fianco di Burgio e di mastro Nunzio Motta!... Ma il marito non si pu lasciarlo fuori... E' una disgrazia, non dico di no... ma bisogna sorbirsi mastro-don Gesualdo, eh?...
- Sicuro! sicuro! - rispose la zia Cirmena.
Essa voleva fare qualche altra obiezione. Ma il marchese Limli disse il fatto suo:
- Lasciate correre, cugina cara!... Tanto!... il morto  morto, e non parla pi.
- Allora!... - ribatt la Cirmena diventando rossa, -  una bella porcheria che mastro-don Gesualdo non si sia fatto neppur vedere!
Mndola usc sul pianerottolo per dire a Barabba di correre a casa Sganci.
- Ci vogliono denari, - disse piano tornando indietro. - Avete sentito il sagrestano? Le spese chi le fa?
La zia Macr finse di non udire, discorrendo sottovoce colla Cirmena:
- Povera Bianca!... in quello stato! Quanti mesi sono? lo sapete?... 
- Sette... devono esser sette... Insomma un affar serio!...
Il marchese Limli, che discuteva insieme a Mndola e a Barabba sui preparativi del funerale conchiuse:
- Io inviterei l'Arciconfraternita dei Bianchi trattandosi di una persona di riguardo...
- Sicuro... Bisogna far le cose con decoro... senza risparmio!...
Ma ciascuno vogava al largo quando si parlava di anticipare un baiocco. Nella camera del morto durava intanto il contrasto fra la moglie del sagrestano, che voleva farne uscire don Ferdinando, e lui che si ostinava a rimanere: come un guaiolare di cagnuolo, e la voce aspra della zia Grazia, la quale strillava:
- Madonna santa! non capite proprio nulla?... Siete un ragazzo tale e quale! Il mio ragazzo avrebbe pi giudizio di voi, guardate!
E tutt'a un tratto, in mezzo al crocchio dei parenti che discorrevano sottovoce, si vide capitare don Ferdinando strascicando le gambe, coi capelli arruffati, la camicia aperta, il viso di un cadavere anch'esso, recando uno scartafaccio che andava mostrando a tutti quanti:
- Ecco il privilegio!... Il diploma del Re Martino... Bisogna metterlo nell'iscrizione mortuaria... Bisogna far sapere che noi abbiamo diritto di esser seppelliti nelle tombe reali... una cum regibus! Ci avete pensato alle bandiere collo stemma? Ci avete pensato al funerale?
- S, s, non dubitate...
Come ciascuno evitava di impegnarsi direttamente, voltandogli le spalle, don Ferdinando andava dall'uno all'altro biascicando, colle lagrime agli occhi:
- Una cum regibus!... Il mio povero fratello!... Una cum regibus!...
- Va bene, va bene, - gli rispose il marchese Limli. - Non ci pensate.
Il barone Mndola, che era stato a confabulare con della gente, fuori sul pianerottolo, rientr gesticolando:
- Signori miei!... se sapeste!... Casco dalle nuvole!... 
- Zitto! - gli fece segno il marchese, - zitto! Che cos' adesso?...
Nella camera di Bianca udivasi un gran trambusto; delle voci affannose e supplichevoli; un trameno come di gente in lotta; grida deliranti di dolore e di collera; poscia un urlo che fece trasalire tutti quanti. L'uscio fu sbatacchiato con impeto, e ne usc all'improvviso il marchese stravolto. Un momento dopo si affacci la zia Macr gridando:
- Un medico! Presto! presto!
Giungevano allora altri parenti in processione, compunti coi guanti neri. In mezzo al rumore delle seggiole smosse la zia Macr torn a gridare:
- Presto! un medico! presto!

                         
IV



"Se agglomerate cerimonie tema non forman delle mie verghe non ne traligna l'ossequio. S che sorgenti men fallaci e pi stabili le sole preci ne reputo. Il favor di un vostro sguardo  quel che anelo, e lo ambisco merc delle melenzose mie riga.
 L'ore 7 del 17.
" Barone Antonino Rubiera."

- Sicuro! - aggiunse mastro Titta che stava sull'uscio del palchetto, mentre donna Fif compitava la letterina. - Me l'ha data lui stesso, il baronello, per consegnarla di nascosto alla prima donna. Ma, per carit! Son padre di famiglia!... Non mi fate perdere il pane.
Donna Fif, gialla dalla bile, non rispose neppure. Di nascosto, dietro il parapetto, spiegazzava la lettera con mano febbrile. Indi la pass alla mamma che balbettava.
- Ma sentiamo... Cosa dice?...
- Me ne vo, - riprese il barbiere umilmente. - Torno sul palcoscenico perch adesso lei ammazza il primo amoroso, e devo pettinarla coi capelli gi per le spalle... Mi raccomando, donna Fif!... Non mi tradite!...
- Ma che dice? - ripet la mamma.
Nicolino cacci il capo fra di loro, e si busc una pedata. Agli strilli accorse don Filippo, che stava passeggiando nel corridoio, perch il palco era pieno zeppo.
- Che c'?... Al solito! Facciamo ribellare tutto il teatro... soltanto noi!...
Canali cacci anche lui il capo dentro il palchetto.
- State attenti! Ora c' la scena in cui s'ammazzano!...
- Magari! - borbott fra i denti Fif.
- Eh? Che cosa?
- Nulla. Fif ha mal di capo, - rispose don Filippo. Quindi piano alla moglie: - Si pu sapere che cosa c'?
- Si soffoca! - aggiunse Canali. - Mi fate un po' di posto?... Guardate lass!... quanta gente! Quasi quasi mi metto in maniche di camicia.
C'era una siepe di teste. Dei contadini ritti in piedi sulle panche della piccionaia, che si tenevano alle travi del soffitto per guardar gi in platea; dei ragazzi che si spenzolavano quasi fuori della ringhiera, come stessero a rimondar degli ulivi; una folla tale che la signora Capitana, nel palco dirimpetto, minacciava di svenirsi ogni momento, colla boccetta d'acqua d'odore sotto il naso.
- Perch non si fa slacciare dal Capitan d'Arme? - disse Canali che aveva di tali uscite.
Il barone Mndola, il quale stava facendo visita a donna Giuseppina Alsi nel palco accanto, si volt colla sua risata sciocca che si udiva per tutta la sala. Donna Giovannina si fece rossa. Mita sgran tanto d'occhi, e la mamma spinse Canali fuori dell'uscio. Poi disse a Fif:
- Bada! La Capitana ti guarda col cannocchiale!...
- No! Non guarda me! - rispose lei facendo una spallata.
- Ne volete sentire una nuova? - seguit il barone ostinandosi a cacciare il capo nel vano dell'uscio. - C' un casa del diavolo, dalla Capitana!... Fa sorvegliare la locanda dov' alloggiata la prima donna!... Suo marito stesso, poveretto!... Pare che ne abbia scoperto delle belle!... - Il Capitan d'Arme, seccato, fu costretto a rimbeccargli: - Perch non badate a quel che succede in casa vostra, caro collega?
- Ehm! ehm! - toss don Filippo gravemente. Dalla platea intimarono pure silenzio, giacch s'alzava il sipario. Donna Bellonia allora cav fuori gli occhiali per leggere il biglietto, dietro le spalle di Fif.
- Ma che dice? Io non ci capisco niente!...
- Ah, non capite?... Non me ne ha scritta mai una cos bella!... l'infame! il traditore!...
Il fatto  che Ciolla, il quale si piccava di letteratura, ci s'era stillata la quintessenza del cervello, chiusi tutti e due a quattr'occhi col baronello nella retrobottega di Giacinto. Don Filippo torn a domandare:
- Ma che c'? Si pu sapere?
- Ssst!!! - zittirono dalla platea.
Si sarebbe udita volare una mosca. La prima donna, tutta bianca fuorch i capelli, sciolti gi per le spalle, come l'aveva pettinata mastro Titta, faceva accapponar la pelle a quanti stavano a sentirla. Alcuni, dall'ansia, s'erano anche alzati in piedi, malgrado le proteste di quelli ch'erano seduti dietro e non vedevano niente. Lo stesso Canali, commosso, si soffiava il naso come una tromba.
- Guardate! guardate!... adesso!...
 "Io!... io stessa!... con questa destra che tu impalmasti, giurandomi eterna f!..."
L'amoroso, un mingherlino che lei si sarebbe messo in tasca, indietreggiava a passi misurati, con una mano sul giustacuore di velluto, e l'altra, in atto di orrore, fra i capelli arricciati.
- Non ci reggo, no! - borbott Canali. E scapp via, giusto nel momento che risuonavano gli applausi.
- Che comica, eh? Che talento? - esclam don Filippo smanacciando lui pure. - Peste!... maleducato!...
Nicolino impaurito sgambettava e cacciavasi verso l'uscio a testa in gi, strillando che voleva andarsene. Un terremoto gi in platea. Tutti in piedi, vociando e strepitando. La prima donna ringraziava di qua e di l, dimenando i fianchi, saettando il collo a destra e a sinistra al pari di una testuggine, mandando baci e sorrisi a tutti quanti sulla punta delle dita, colle labbra cucite dal rossetto, il seno che le scappava fuori tremolante ad ogni inchino.
- Sangue di!... corpo di!... - esclam Canali che era tornato ad applaudire. - Son maritato!... son padre di famiglia!... Ma farei uno sproposito!...
- Pap mio! pap mio! - proruppe allora donna Fif, scoppiando a piangere addosso al genitore. - Se mi volete bene, pap mio, fatemi bastonare a dovere quella sgualdrina!...
- Eh?... - balbett don Filippo rimasto a bocca aperta e con le mani in aria. - Che ti piglia adesso?
Donna Bellonia, Mita, Giovannina, tutte insieme si alzarono per calmare Fif, circondandola, spingendola in fondo, verso l'uscio, per nasconderla. Nei palchi dirimpetto, gi in platea, vi fu un ondeggiare di teste, delle risate, dei curiosi che appuntavano il cannocchiale verso il palchetto dei Margarone. Don Filippo, onde far cessare lo scandalo, si mise in prima fila, insieme a Nicolino, appoggiandosi al parapetto, salutando le signore col sorriso a fior di labbra, mentre borbottava sottovoce:
- Stupida!... Tuo fratello, cos piccolo, ha pi giudizio di te, guarda!...
Anche nel palco accanto si udiva un trameno. La signora Alsi tutta affaccendata, con la boccettina d'acqua d'odore in mano, e il barone Mndola voltando la schiena al teatro, scuotendo per le braccia un ragazzetto bianco al par della camicia, abbandonato sulla seggiola.
- Gli  venuto male al piccolo La Gurna... - disse il barone Mndola dal palco di donna Giuseppina. - Capisce come uno grande!... Una seccatura!
- Come la mia Fif... or ora!... Benedetti ragazzi! Pigliano tutto sul serio!...
Il fanciullo, pallido, con grandi occhi intelligenti e timidi, guardava ancora la scena a sipario calato. Donna Giuseppina, dopo che il nipotino si fu riavuto alquanto, offr per cortesia la sua boccetta d'odore ai Margarone. Don Filippo seguit a brontolare sottovoce:
- Tale e quale come il ragazzo La Gurna che ha sett'anni!... Vergogna!... Non mi ci pescate pi, parola d'onore!
Ma tacque vedendo entrare Mndola che veniva a far visita, vestito in gala, colla giamberga verde bottiglia, i calzoni fior di pomo, soltanto il corvattone nero pel lutto del cugino Trao. Andava cos facendo visite da un palco all'altro, per non pagare il posto.
- Non vi scomodate... un posticino... in un cantuccio... Voi, Canali, potete andare da donna Giuseppina, qui accanto, che non c' nessuno!... No, no, in verit, nessuno!... Sarino, il suo figliuoletto, quello alto quanto il ventaglio, sapete la canzone?... e Corradino La Gurna, il ragazzo della zia Trao... Donna Giuseppina lo conduce dove va per servirle di paravento... quando aspetta certe visite... capite? L'hanno mandato apposta da Siracusa per romperci le tasche!... - Poscia, appena Canali se ne fu andato: - Ora arriva anche Peperito!... Non mi piace giuocare a tressetti!... - E ammicc chiudendo un occhio. Nessuno gli rispose. Allora vedendo quei musi lunghi, ripigli, cambiando tono:
- Che produzione, eh? La donna specialmente!... M'ha fatto piangere come un bambino!
- Anche qui! anche qui! - rispose don Filippo, fingendo di volgerla in burletta.
- Ah, donna Fif?... Allegramente, ch adesso, al terz'atto, fanno pace fra di loro. Lui  ferito soltanto. Lo salva una ragazza che l'ama di nascosto, e viceversa poi si scopre esser sua sorella di latte... Una produzione che fu replicata due sere di seguito a Caltagirone... Ohi! ohi!... cos' adesso?
Il Capitan d'Arme, dal palco dirimpetto, credendo di non esser visto, dietro le spalle della Capitana, faceva segno verso di loro col fazzoletto bianco, fingendo di soffiarsi il naso. Mndola nel voltarsi sorprese pure donna Giovannina col fazzoletto al viso. Ella abbass subito gli occhi e si fece rossa come un peperone.
- Ah! ah!... Sicuro! Una bella compagnia! Fortuna che sia capitata da queste parti! La prima donna specialmente!... Sta l, di faccia a casa mia, nella locanda di Nanni Ninnar. Bisogna vedere ogni sera, dopo la recita!... - E termin la frase all'orecchio di don Filippo, il quale rispose: - Ehm!... ehm!...
- Ti d uno sgrugno, - minacci intanto la mamma sottovoce, mangiandosi cogli occhi Giovannina. - Ti fo venire adesso il raffreddore!...
- Sicuro! - riprese il barone ad alta voce perch non capissero le ragazze. - Padrone del campo veramente  il padre nobile, quello che avete visto col barbone bianco. Finta che litigano ogni sera sul palcoscenico... Ma poi, a casa, bisogna vedere!... Non vi dico altro! Ho fatto un buco apposta nell'impannata del granaio che guarda appunto in camera sua. Per ci sono gli avventiz, i devoti spiccioli, capite? quelli che vanno a portare la loro offerta... Il figlio del notaro Neri ha saccheggiato la dispensa, nel tempo che suo padre era fuggiasco... salsicciotti, reste di fichi secchi, pezze intere di cacio... Portava ogni giorno qualcosa in tasca... Ohi! ohi!...
La signora Capitana si disponeva ad andarsene prima del tempo. In piedi, sul davanti del palchetto, aveva tolto con mal garbo il guardaspalle al Capitan d'Arme, e l'aveva dato al tenente, il quale glielo accomodava sugli omeri nudi in barba al suo superiore, adagio adagio, facendo il comodo suo, senza curarsi di tutti quegli occhi che avevano addosso. Don Bastiano Stangafame dall'altro lato, col ventaglio in mano, e il marito, pacifico, che guardava e taceva. Mndola diede una gomitata a Margarone, e tutti e due si misero a guardare in aria, grattandosi il mento. Canali osserv dal palco accanto:
- Un po' per uno, non fa male a nessuno!...
- Badate a voi piuttosto!... badate!...
- S, s, l'ho visto venire... Adesso scappo, prima che giunga il cavaliere...
S'imbatt col Peperito giusto sull'uscio del corridoio.
- Oh, cavaliere!... Beato chi vi vede! S'era inquieti da queste parti... parola d'onore!...
- Perch? - balbett Peperito facendosi rosso.
- Cos... Una produzione come questa che fa correre tutto il paese... Si diceva... come va che il cavaliere?...
Peperito esit alquanto, cercando la risposta, non sapendo se dovesse mettersi in collera, e poi gli sbatt l'uscio sul muso.
- Ora fanno il quadro degli innocenti! - soggiunse Canali ridendo. - Vado in platea per vederlo di laggi.
- Allegramente, donna Fif! - disse poi Mndola. - Non vi sono n morti n feriti!... Se non arriviamo a farvi ridere in nessun modo, vuol dire...
In quella si ud nel corridoio un frusco di seta, e un rumore di sciabole e di speroni. Donna Giovannina si fece di brace in volto, sentendosi addosso gli occhi della mamma. La signora Capitana spinse l'uscio del palchetto, e mise dentro la sua testolina riccioluta e sorridente.
- No, no, non vi scomodate. Son passata un momento a salutarvi. Un'indecenza questa produzione... Io me ne vo per non sentir altro... E il vestito della donna!... avete visto, nel chinarsi?...
- Eh! eh!... - rispose don Filippo accennando alle sue ragazze.
- Precisamente! Una mamma non potr condurre in teatro le figliuole.
- E' giusto! - osserv allora don Filippo. - Dovrebbe interessarsene l'autorit...
Il tenente, che le cortesie della signora Capitana avevano messo in vena, aggiunse:
- Io sono l'autorit. Ora corro sul palcoscenico per vedere s' quel che dico io... Voglio toccare con mano come san Tommaso!
Ma nessuno rise. Solo la Capitana, dandogli un colpetto sul braccio, si chin sorridendo all'orecchio di donna Bellonia per confidarle ci che affermava il tenente: - Io dico di no, invece. Guardate donna Giovannina... E' grassa quasi quanto la prima donna, eppure non si vede... Un po'... s... da vicino... forse pel busto che stringe troppo...
- Graziosissimo!... - borbott il Capitan d'Arme dal corridoio. - Elegantissimo!...
Zacco, che giungeva allora, al vedere gli uniformi stava per tornare indietro, tanta la paura che gli era rimasta da quell'affare della Carboneria. Ma poi si fece animo, per non destar sospetti, e and a stringere la mano a tutti quanti, sorridendo, giallo come un morto.
- Vengo dalla cugina Trao. E' ancora in casa del fratello, poverina! Non si pu muovere!... Ha voluto partorire proprio a casa sua!... Io non ne sapevo nulla, giacch sono stato in campagna per badare ai miei interessi.
- Ma che aspettano a battezzare cotesta bambina! - chiese Margarone. - L'arciprete Bugno fa un casa del diavolo per quell'anima innocente che corre rischio d'andare al limbo.
Allora prese la parola il Capitano Giustiziere.
- Aspettano il rescritto di Sua Maest, Dio guardi... Un'idea del marchese Limli, per far passare il nome dei Trao ai collaterali, ora che sta per estinguersi la linea mascolina... Le carte furono nelle mie mani...
- S, una gran famiglia... una gran casa, - aggiunse la signora Capitana. - Ci andai per far visita a donna Bianca. Ho visto anche la bambina... un bel visetto.
- Benissimo! - conchiuse Zacco. - Cos mastro-don Gesualdo ci ha guadagnato che neppur la sua figliuola  roba sua.
La barzelletta fece ridere. Canali che tornava colle tasche piene di bruciate, volle che gliela ripetessero.
- Buona sera! buona sera! Non voglio stare a sentire altro! - esclam la Capitana tutta sorridente, tappandosi le orecchie con le manine inguantate. - No... me ne vo... davvero!...
Erano tutti nel corridoio: donna Fif masticando un sorriso fra i denti gialli; Nicolino dietro a Canali il quale distribuiva delle bruciate; anche donna Giuseppina Alsi aveva aperto l'uscio del suo palco, per non dar campo alle male lingue. Solo donna Giovannina era rimasta al suo posto inchiodata dal viso arcigno della mamma. Don Nin che veniva di nascosto per non destar i sospetti della fidanzata vestito di nero, con un mazzolino di rose in mano, rimase un po' interdetto trovando tanta gente nel corridoio. Donna Fif gli rivolse un'occhiataccia, e tir sgarbatamente per un braccio il fratellino che gli si arrampicava addosso onde frugargli nelle tasche. Il Capitano d'Arme accarezz il ragazzo, e disse guardando nel palco dei Margarone con certi occhi arditi:
- Che bel fanciullo!... tanto simpatico!... Una bella famiglia!...
Donna Fif gli rispose con un sorriso civettuolo, proprio sotto gli occhi del fidanzato. La Capitana rise agro anche lei; guard donna Giovannina che aveva gli occhi lucenti, e siccome Peperito stava accarezzando Corradino La Gurna per far la corte a donna Giuseppina, dicendo che aveva un'aria distinta, tutta l'aria dei Trao, la Capitana aggiunse, colla vocina melata:
- E' sorprendente l'aria di famiglia che c' fra di loro. Avete visto come somiglia a don Nin la bambina di donna Bianca?
- Che diavolo! - le borbott all'orecchio Canali. - Che storie andate pescando!...
Successero alcuni istanti di silenzio imbarazzante. Zacco se ne and canterellando. Canali annunzi che stava per cominciare l'ultimo atto. Ci fu uno scambio di baci e di sorrisi pungenti fra le signore; e donna Fif si lasci andare anche a stringere la mano che il Capitano le stendeva alla moda forestiera, con un molle abbandono.
- Via, entrate un momento, - disse donna Bellonia al baronello. - Vi metterete in fondo al palco, insieme a Fif, giacch siete in lutto. Nessuno vi vedr. Levati di l, Giovannina.
- Sempre cos! - borbott costei ch'era furiosa contro la sorella. - Mi tocca sempre cedere il posto, a me!...
- Mamma... lascialo andare... s' in lutto!... La commedia potr vederla dal palcoscenico!... - sogghign Fif.
- Io?...
Ma essa gli volse le spalle. Mndola s'era ficcato nel palco prima di tutti gli altri, per veder la scena che aveva detto lui, e faceva la spiegazione a ogni parola. - State attenti!... Ora si scopre che la sorella di latte  figlia di un altro...
- Son cose che succedono! - osserv Canali dall'uscio.
- Zitto! zitto! cattiva lingua!
Tutti gli occhi, anche quelli delle ragazze, si rivolsero al baronello, il quale finse di non capire. - Se vi seccate!... - borbott donna Fif, - giacch state l come un grullo... volete andarvene?...
- Io?...
- Ecco!... - Interruppe Mndola trionfante. - Ecco!... capite?
- Son maritato!... - torn a dire Canali. - Son padre di famiglia... Ma farei volentieri uno sproposito per la prima donna!... Anche il nome ha bello!... Aglae...
- Agli... porri!... che nome!... - sogghign il barone Mndola. - Io non saprei come fare... a tu per tu!...
Don Filippo tagli corto.
- E' un'artistona... una prima donna di cartello... Allora si capisce...
- Sicuro, - si lasci scappare incautamente don Nin per dire qualche cosa.
- Ah!... Piace anche a voi?...
- Certamente... cio... voglio dire...
- Dite, dite pure!... Gi lo sappiamo!...
Mndola fiut la burrasca e si alz per svignarsela: - Il resto lo so. Buona sera. Con permesso, don Filippo. Sentite, Canali...
Per disgrazia la prima donna che doveva tenere gli occhi rivolti al cielo nel declamare: "S' scritto lass... dal Fato..." si trov a guardare nel palco dei Margarone. Donna Fif allora non seppe pi frenarsi:
- Gi, lo sappiamo! Le agglomerate cerimonie!... le melenzose riga!...
- Io?... le melenzose?...
Ma lei scatt inferocita, quasi volesse piantargli i denti in volto:
- Ci vuole una faccia tosta!... Sissignore! la lettera con le melenzose!... eccola qua!... - e gliela freg sotto il naso, scoppiando a piangere di rabbia. Don Nin da prima rimase sbalordito. Indi scatt su come una furia, cercando il cappello. Sull'uscio s'imbatt in don Filippo, che accorreva al rumore.
- Siete uno stupido!... un imbecille!... La bella educazione che avete saputo dare a vostra figlia!... Grazie a Dio, non ci metter pi i piedi a casa vostra!
E part infuriato sbatacchiando l'uscio. Don Filippo che era rimasto a bocca aperta, appena il baronello se ne fu andato, si cacci nel palchetto, sbraitando contro la moglie alla sua volta:
- Siete una stupida!... Non avete saputo educare le figliuole!... Vedete cosa mi tocca sentirmi dire!... Non dovevate portarmelo in casa quel facchino!...
La rottura fece chiasso. Dopo cinque minuti non si parlava d'altro in tutto il teatro. Poco manc che la produzione non terminasse a fischi. Il capocomico se la prese colla prima donna, che lo guastava con le prime famiglie del paese. Ma lei giurava e spergiurava di non conoscerlo neanche di vista, quel barone, e gliene importava assai di lui. L'udirono mastro Cosimo il falegname e quanti erano sul palcoscenico. Don Nin furibondo and subito il giorno dopo a cercare Ciolla, il quale se ne stava pei fatti suoi, dopo quelle ventiquattr'ore passate in Castello sottochiave.
- Bella figura m'avete fatto fare colle vostre melenzose!... La sa a memoria tutto il paese la vostra lettera!...
- Ebbene? cosa vuol dire? Segno ch' piaciuta, se la sanno tutti a memoria! 
- E' piaciuta un corno! Lei dice che gliene importa assai di me!
- Oh! oh!... E' impossibile!... La lettera avrebbe sfondato un muro! Vuol dire che la colpa  vostra, don Nin... Non parlo del vostro fisico... Bisognava accompagnarla con qualche regaluccio, caro barone! La polvere spinge la palla! Credevate di far colpo per la vostra bella faccia?... con due baiocchi di carta rasata?... Giacch a me non mi avete dato nulla, veh!...
Invano gli amici e i parenti tentarono d'intromettersi onde rappattumare i fidanzati. La mamma ripeteva: - Che vuoi farci?... Gli uomini!... Anche tuo padre!... - Don Filippo la pigliava su un altro tono: - Sciocchezze... scappatelle di giovent!... Fu l'occasione... la novit... Le prime donne non vengono mica ogni anno... Sei una Margarone alla fin fine! Lui non cambia certo una Margarone con una comica! Poi, se perdono io che sono offeso maggiormente!...
Ma donna Fif non si placava. Diceva che non voleva saperne pi di colui, uno sciocco, un avaraccio, il barone Melenzose!... Se mai, non le sarebbe mancato un pretendente cento volte meglio di lui... Andava scorbacchiandolo con tutti, amiche e parenti. Don Nin dalla rabbia avrebbe fatto non so che cosa. Giurava che voleva spuntarla ad ogni costo, ed avere la prima donna, non fosse altro per dispetto.
- Ah! gliela far vedere a quella strega! La polvere spinge la palla!...
E mand a regalare salsicciotti, caciocavallo, un bottiglione di vino. Empirono la tavola della locanda. Non si parlava d'altro in tutto il paese. Il barone Mndola narrava che ogni sera si vedevano le Nozze di Cana dal suo buco. Regali sopra regali, tanto che la baronessa dovette nascondere la chiave della dispensa. Mastro Titta venne a dire infine a don Nin:
- Non resiste pi, vossignoria! Ha perso la testa, la prima donna. Ogni sera, mentre sto a pettinarla, non mi parla d'altro.
- Se mi fa avere la soddisfazione che dico io!... Sotto gli occhi medesimi di donna Fif voglio avere la soddisfazione! Voglio farla morir tisica!
Fu una delusione il primo incontro. La signora Aglae faceva una parte di povera cieca, e aveva il viso dipinto al pari di una maschera. Nondimeno lo accolse come una regina nel bugigattolo dove c'era un gran puzzo di moccolaia e lo present a un omaccione, il quale stava frugando dentro il cassone, in maniche di camicia, e non si volt neppure.
- Il barone Rubiera, distinto cultore... Il signor Pallante celebre artista.
Poi volse un'occhiata alla schiena del celebre artista che continuava a rovistare brontolando, un'altra pi lunga a don Nin, e soggiunse a mezza voce:
- Lo conoscevo di gi!... Lo vedo ogni sera... in platea!
Egli invece stava per scusarsi che in teatro non era venuto a causa del lutto; ma in quella si volt il signor Pallante colle mani sporche di polvere, il viso impiastricciato anche lui, e una vescica in testa dalla quale pendevano dei capelli sudici.
- Non c', - disse con un vocione che sembrava venire di sotterra. - Te l'avevo detto!... accidenti! - E se ne and brontolando.
Ella guard intorno in aria di mistero, colle pupille stralunate in mezzo alle occhiaie nere; and a chiudere l'uscio in punta di piedi, e poscia si volt verso il giovane, con una mano sul petto, un sorriso pallido all'angolo della bocca.
- E' strano come mi batte il cuore!... No... non  nulla... sedete.
Don Nin cerc una sedia, colla testa in fiamme, il cuore che gli batteva davvero. Infine si appollai sul baule, cercando qualche frase appropriata, che facesse effetto, mentre lei bruciava un pezzettino di sughero alla fiamma del lume a olio che fumava.
Sopraggiunse un'altra visita, Mommino Neri, il quale trovando l Rubiera divent subito di cattivo umore, e non apr bocca, appoggiato allo stipite, succhiando il pomo del bastoncino. La signora Aglae teneva sola la conversazione: un bel paese... un pubblico colto e intelligente... bella giovent anche...
- Buona sera, - disse Mommino.
- Ve ne andate, di gi?...
- S... Non potrete muovervi qui dentro... Siamo in troppi...
Don Nin lo accompagn con un sogghigno, continuando a suonare la gran cassa sul baule colle calcagna. Ella se ne avvide e alz le spalle, con un sorriso affascinante, sospirando quasi si fosse levato un peso dallo stomaco.
Il baronello gongolante incominci. - Se sono d'incomodo anch'io... - E cerc il cappello che aveva in mano.
- Oh no!... voi, no! - rispose lei con premura, chinando il capo.
- Si pu? - chiese la vocetta fessa del tirascene dietro l'uscio.
- No! no! - ripet la signora Aglae con tal vivacit quasi fosse stata sorpresa in fallo.
- Si va in scena! - aggiunse il vocione del signor Pallante. - Spicciati!
Allora essa, levando verso don Nin il viso rassegnato, con un sorriso triste:
- Lo vedete!... Non ho un minuto di libert!... Sono schiava dell'arte!...
Don Nin colse la palla al balzo: L'arte... una bella cosa!... Era il suo regno... il suo altare!... Tutti l'ammiravano!... dei cuori che faceva battere!...
- Ah! s!... Le ho data tutta me stessa... Me le son data tutta!...
E apr le braccia, voltandosi verso di lui, con tale abbandono, come offrendosi all'arte, l su due piedi, che don Nin balz gi dal cassone.
- Badate! - esclam lei a bassa voce, rapidamente. - Badate!...
Aveva le mani tremanti, che stese istintivamente verso di lui, quasi a farsene schermo. Poi si freg gli occhi, reprimendo un sospiro, e balbett come svegliandosi:
- Scusate... Un momento... Devo vestirmi...
E un sorriso malizioso le balen negli occhi.
Quel seccatore di Mommino Neri era ancor l, appoggiato a una quinta, che discorreva col signor Pallante, gi vestito da re, colla zimarra di pelliccia e la corona di carta in testa. Stavolta tocc a don Nin di farsi scuro in viso. Ella, come lo sapesse, socchiuse di nuovo l'uscio, sporgendo il braccio e l'omero nudi:
- Barone, se aspettate alla fine dell'atto... quei versi che desiderate leggere li ho l, in fondo al baule.
No! nessuna donna gli aveva data una gioia simile, una vampata cos calda al cuore e alla testa: n la prima volta che Bianca gli s'era abbandonata fra le braccia, trepidante; n quando una Margarone aveva chinato il capo superbo, mostrandosi insieme a lui, in mezzo al mormoro che suscitavano nella folla. Fu un vero accesso di pazzia. Buccinavasi persino che onde farle dei regali si fosse fatto prestare dei denari da questo e da quello. La baronessa, disperata, fece avvertire gli inquilini di non anticipare un baiocco al suo figliuolo se no l'avevano a far con lei. - Ah!... ah!... vedranno! Mio figlio non ha nulla. Io non pago di certo!...
C'erano state scene violente fra madre e figlio. Lui ostinato peggio d'un mulo, tanto pi che la signora Aglae non gli aveva lasciato neppur salire la scala della locanda. Infine gli aveva detto il perch, una sera, al buio l sulla soglia mentre Pallante era salito avanti ad accendere il lume:
- E' geloso!... Son sua!... sono stata sua!...
Ed aveva confessato tutto, a capo chino, con la bella voce sonora soffocata dall'emozione. Egli, un gran signore diseredato dal genitore a causa di quella passione sventurata, aveva amata a lungo, pazzamente, disperatamente: uno di quegli amori che si leggono nei romanzi; si era dato all'arte per seguirla; aveva sofferto in silenzio; aveva implorato, aveva pianto... Infine una sera... come allora... ancora tutta fremente e palpitante delle emozioni che d l'arte... la piet... il sacrificio... non sapeva ella stessa come... mentre il cuore volava lontano... sognando altri orizzonti... altro ideale... Ma dopo, mai pi!... mai pi!... S'era ripresa!... vergognosa... pentita... implacabile... Egli che l'amava sempre, come prima... pi di prima... alla follia... era geloso: geloso di tutto e di tutti, dell'aria, del sogno, del pensiero... di lui pure, don Nin!...
- Oh! - si ud il vocione di su la scala. - Li vuoi fritti o al pomodoro?
Sul viso di lei, dolcemente velato dalla semi-oscurit, err un sorriso angelico.
- Vedete?... Sempre cos!... Sempre la stessa devozione!...
Ciolla che era il confidente di don Nin gli disse poi:
- Come siete sciocco! Quello l  un... pentolaccia! Si pappano insieme la roba che mandate voi e il figlio di Neri.
Infatti aveva incontrato spesso Mommino sul palcoscenico, ed anche dinanzi all'uscio della locanda, su e gi come una sentinella. Mommino adesso era tutto gentilezze e sorrisi per lui. Quando gli parve proprio di farci una figura sciocca, mont in collera.
- Ah!... tu lo vuoi? - gli diss'ella infine con accento febbrile. - Ebbene... ebbene... Se non c' altro mezzo di provarti quanto io t'amo... Giacch bisogna perdermi ad ogni costo... stasera... dopo la mezzanotte!...

Un odore di stalla, in quella scaletta buia, cogli scalini unti e rotti da tutti gli scarponi ferrati del contado. Lass in cima, un fil di luce, e una figura bianca, che gli si offr intera, bruscamente, con le chiome sparse.
- Tu mi vuoi... baiadera... odalisca?...
C'erano dei piatti sudici sulla tavola, un manto di damasco rabescato sul letto, dei garofani e un lume da notte acceso sul canterano, dinanzi a un quadrettino della Vergine, e un profumo d'incenso che svolgevasi da un vasetto di pomata il quale fumava per terra. All'uscio che metteva nell'altra stanza era inchiodato un bellissimo sciallo turco, macchiato d'olio; e dietro lo sciallo turco udivasi il signor Pallante che russava sulla sua gelosia.
Essa, spalancando quegli occhi neri che illuminavano la stanza, mise un dito sulle labbra, e fece segno a Rubiera d'accostarsi.
 
"Insomma l'ha stregato!" scriveva il canonico Lupi a mastro-don Gesualdo proponendogli di fare un grosso mutuo al baronello Rubiera.  "Don Nin  pieno di debiti sino al collo, e non sa pi dove battere il capo... La baronessa giura che sinch campa lei non paga un baiocco. Ma non ha altri eredi, e un giorno o l'altro deve lasciargli tutto il suo. Come vedete, un buon affare, se avete coraggio..." 
 "Quanto?" rispose mastro-don Gesualdo.  "Quanto gli occorre al baronello Rubiera? S' una cosa che si pu fare son qua io."
Pi tardi, come si seppe in paese della grossa somma che don Gesualdo aveva anticipata al barone Rubiera, tutti gli davano del matto, e dicevano che ci avrebbe persi i denari. Egli rispondeva con quel sorriso tutto suo:
- State tranquilli. Non li perdo i denari. Il barone  un galantuomo... e il tempo  pi galantuomo di lui.

Dice bene il proverbio che la donna  causa di tutti i mali! Commediante poi!


V


Don Nin aveva sperato di tenere segreto il negozio. Ma sua madre da un po' di tempo non si dava pace, vedendolo cos mutato, dispettoso, sopra pensieri, col viso acceso e la barba rasa ogni mattina. La notte non chiudeva occhio almanaccando dove il suo ragazzo potesse trovare i denari per tutti quei fazzoletti di seta e quelle boccettine d'acqua d'odore. Gli aveva messi alle calcagna Rosaria ed Alessi. Interrogava il fattore e la gente di campagna. Teneva sotto il guanciale le chiavi del magazzino e della dispensa. Come le parlasse il cuore, poveretta! Il cugino Limli era arrivato a indicarle la signora Aglae che scutrettolava tutta in fronzoli. - La vedete?  quella l. Che ve ne sembra, eh, di vostra nuora? Siete contenta? - Proprio, come le avesse lasciata la jettatura don Diego Trao, morendo!
Nei piccoli paesi c' della gente che farebbe delle miglia per venire a portarvi la cattiva nuova. Una mattina la baronessa stava seduta all'ombra della stoia sul balcone, imbastendo alcuni sacchi di canovaccio che Rosaria poi le cuciva alla meglio, accoccolata sullo scalino, aguzzando gli occhi e le labbra perch l'ago non le sfuggisse dalle manacce ruvide voltandosi di tanto in tanto a guardare gi nella stradicciuola deserta.
- E tre! - si lasci scappare Rosaria vedendo Ciolla che ripassava con quella faccia da usciere, sbirciando la casa della baronessa da cima a fondo, fermandosi ogni due passi, tornando a voltarsi quasi ad aspettare che lo chiamassero. La Rubiera che seguiva da un pezzetto quel va e vieni, di sotto gli occhiali, si chin infine a fissare il Ciolla in certo modo che diceva chiaro: Che fate e che volete?
- Benedicite. - Cominci ad attaccar discorso lui. E si ferm su due piedi, appoggiandosi al muro di rimpetto, col cappello sull'occipite e in mano il bastone che sembrava la canna dell'agrimensore, aspettando. La baronessa per rispondere al saluto gli domand, facendo un sorrisetto agrodolce:
- Che fate l? Mi stimate la casa? Volete comprarla?
- Io no!... Io no, signora mia!...
- Io no! - Torn a dire pi forte, vedendo che lei s'era rimessa a cucire. Allora la Rubiera si chin di nuovo verso la stradicciuola, cogli occhiali lucenti, ed entrambi rimasero a guardarsi un momento cos, come due basilischi.
- Se volete dirmi qualche cosa, salite pure.
- Nulla, nulla, - rispose Ciolla; e intanto s'avviava verso il portone. Rosaria tir la funicella e si mise a borbottare;
 - Che vuole adesso quel cristiano? A momenti  ora d'accendere il fuoco. Ma intanto si udiva lo schiamazzo degli animali nel cortile e i passi di Ciolla che saliva adagio adagio. Egli entr col cappello in testa, ossequioso, ripetendo: Deo gratias! Deo gratias! lodando l'ordine che regnava da per tutto in quella casa.
- Non ne nascono pi delle padrone di casa come voi, signora baronessa! Ecco! ecco! siete sempre l, a sciuparvi la vista sul lavoro. Ne hanno fatta della roba quelle mani!... Non ne hanno scialacquata, no!
La baronessa che aspettava coll'orecchio teso cominci ad essere inquieta. Intanto Rosaria aveva sbarazzato una seggiola del canovaccio che vi era ammucchiato sopra, e stava ad ascoltare, grattandosi il capo.
- Va a vedere se la gallina ha fatto l'uovo, - disse la padrona. E torn a discorrere col Ciolla, pi affabile del consueto, per cavargli di bocca quel che aveva da dire. Ma Ciolla non si apriva ancora. Parlava del tempo, dell'annata, del fermento che aveva lasciato in paese la Compagnia d'Arme, dei guai che erano toccati a lui. - I cenci vanno all'aria, signora mia, e chi ha fatto il danno invece se la passa liscia. Benedetta voi che ve ne state in casa, a badare ai vostri interessi. Fate bene! Avete ragione! Tutto ci che si vede qui  opera vostra. Non lo dico per lodarvi! Benedette le vostre mani! Vostro marito, buon'anima!... via, non parliamo dei morti... le mani le aveva bucate... come tutti i Rubiera... I fondi coperti di ipoteche... e la casa... Infine cos'era il palazzetto dei Rubiera?... Quelle cinque stanze l?...
La baronessa fingeva d'abboccare alle lodi, dandogli le informazioni che voleva, accompagnandolo di stanza in stanza, spiegandogli dove erano stati aperti gli usci che mettevano in comunicazione il nuovo col vecchio.
Ciolla seguitava a guardare intorno cogli occhi da usciere accennando del capo, disegnando colla canna d'India: - Per l'appunto! quelle cinque stanze l. Tutto il resto  roba vostra. Nessuno pu metterci le unghie nella roba vostra finch campate... Dio ve la faccia godere cent'anni! una casa come questa... una vera reggia! vasta quanto un convento! Sarebbe un peccato mortale, se riuscissero a smembrarvela i vostri nemici... ch ne abbiamo tutti, nemici!...
Essa, che si sentiva impallidire, finse di mettersi a ridere: una risata da fargli montar la mosca al naso a quell'altro.
- Cosa? Ho detto una minchioneria? Nemici ne abbiamo tutti. Mastro-don Gesualdo, esempigrazia!... 
Quello non vorrei trovarmelo mischiato nei miei interessi...
Fingeva anche lui di guardarsi intorno sospettoso, quasi vedesse da per tutto le mani lunghe di mastro-don Gesualdo. - Quello, se si  messo in testa di ficcarvisi in casa... a poco a poco... da qui a cent'anni... come fa il riccio...
La baronessa era tornata sul balcone a prendere aria, senza dargli retta, per cavargli di bocca il rimanente. Egli nicchi ancora un poco, disponendosi ad andarsene, cavandosi il cappello per darvi una lisciatina, cercando la canna d'India che aveva in mano, scusandosi delle chiacchiere colle quali le aveva empito la testa sino a quell'ora.
- Che avete da fare, eh? Dovete vestirvi per andare al battesimo della figliuola di don Gesualdo? Sar un battesimo coi fiocchi... in casa Trao!... Vedete dove va a ficcarsi il diavolo, che la bambina di mastro-don Gesualdo va proprio a nascere in casa Trao!... Ci saranno tutti i parenti... una pace generale... Siete parente anche voi...
La baronessa continuava a ridere, e Ciolla le teneva dietro, tutti e due guardandosi in viso, cogli occhi soli rimasti serii.
- No? Non ci andate? Avete ragione! Guardatevi da quell'uomo! Non vi dico altro! Vostro figlio  una bestia!... Non vi dico altro!...
- Mio figlio ha la sua roba ed io ho la mia... Se ha fatto delle sciocchezze mio figlio pagher, se pu pagare... Io no per! Pagher lui, col fatto suo, con quelle cinque stanze che avete visto... Non ha altro, per disgrazia... Ma io la mia roba me la tengo per me... Son contenta che mio figlio si diverta... E' giovane... Bisogna che si diverta... Ma io non pago, no!
- Quello che dicono tutti. Mastro-don Gesualdo crede d'essere furbo. Ma stavolta, se mai, ha trovato uno pi furbo di lui. Sarebbe bella che gli mantenesse l'amante a don Nin!... Gli parrebbe di fare le sue follie di giovent anche lui!...
La baronessa, dal gran ridere, andava tenendosi ai mobili per non cadere. - Ah, ah!... questa  bella!... Questa l'avete detta giusta, don Roberto!... - Ciolla le andava dietro fingendo di ridere anche lui, spiandola di sottecchi, indispettito che se la prendesse cos allegramente. Ma Rosaria, mentre veniva a pigliar la tela, vide la sua padrona cos pallida che stava per chiamare aiuto.
- Bestia! Cosa fai? Perch rimani l impalata? Accompagna don Roberto piuttosto! - Cos Ciolla si persuase ad andarsene finalmente, sfogandosi a brontolare colla serva:
- Com' allegra la tua padrona! Ho piacere, s! L'allegria fa buon sangue e fa vivere lungamente. Meglio! meglio!
Rosaria, tornando di sopra, vide la padrona in uno stato spaventevole, frugando nei cassetti e negli armadi, colle mani che non trovavano nulla, gli occhi che non ci vedevano, la schiuma alla bocca, vestendosi in tutta fretta per andare al battesimo del cugino Motta. - S, ci andr... Sentiremo cos'... E' meglio sapere la verit. - La gente che la vedeva passare per le strade, trafelata e col cappellino di traverso non sapeva che pensare. Nella piazzetta di Sant'Agata c'era una gran curiosit, come giungevano gli invitati al battesimo in casa Trao, e don Luca il sagrestano che andava e veniva, coi candelieri e gli arnesi sacri sotto il braccio. Speranza ogni momento si affacciava sul ballatoio, scuotendo le sottane, piantandosi i pugni sui fianchi, e si metteva a sbraitare contro quella bambina che le rubava l'eredit del fratello:
- Sar un battesimo strepitoso! C' la casa piena... tutta la nobilt... Noi soli, no! Non ci andremo... per non fare arrossire i parenti nobili... Non ci abbiamo che vedere, noi!... Nessuno ci ha invitati al battesimo di mia nipote... Si vede che non  sangue nostro...
Anche il vecchio Motta s'era rifiutato, la mattina, allorch Gesualdo era andato a pregarlo di mettere l'acquasanta alla nipotina. Seduto a tavola - stava mangiando un boccone - gli disse di no, levando in su il fiasco che aveva alla bocca. Poi, asciugandosi le labbra col dorso della mano, gli piant addosso un'occhiataccia.
- Vacci tu al battesimo della tua figliuola. E' affar tuo! Io non son nato per stare fra i signoroni... Voialtri venite a cercarmi soltanto quando avete bisogno di me... per chiudere la bocca alla gente... No, no... quando c' da guadagnare qualcosa non vieni a cercarmi, tu!... Lo sai? L'appalto della strada... la gabella...
Mastro Nunzio voleva snocciolare la litania dei rimproveri, intanto che ci si trovava. Ma Gesualdo, il quale aveva gi la casa piena di gente, e sapeva che non gli avrebbe mai fatto chinare il capo se aveva detto di no, se ne and colle spalle e il cuore grossi. Non era allegro neppur lui, poveraccio, sebbene dovesse far la bocca ridente ai mirallegro e ai salamelecchi. Per infine con Nanni l'Orbo, pi sfacciato, che gli rompeva le tasche chiedendogli i confetti a pi della scala, si sfog:
- S!... Va a vedere!... Va a vedere come s' storta fin la trave del tetto, ora ch' nata una bambina in questa casa!
Barabba e il cacciatore della baronessa Mndola avevano dato una mano a scopare, a spolverare, a rimettere in gambe l'altare sconquassato, chiuso da tant'anni nell'armadio a muro della sala grande che serviva di cappella. La sala stessa era ancora parata a lutto, qual'era rimasta dopo la morte di don Diego, coi ritratti velati e gli alveari coperti di drappo nero torno torno per i parenti venuti al funerale, com'era l'uso nelle famiglie antiche. Don Ferdinando, raso di fresco, con un vestito nero del cugino Zacco che gli si arrampicava alla schiena andava ficcando il naso da per tutto, col viso lungo, le braccia ciondoloni dalle maniche troppo corte, inquieto, sospettoso, domandando a ciascuno:
- Che c'? Cosa volete fare?
- Ecco vostro cognato, - gli disse la zia Sganci entrando nella sala insieme a don Gesualdo Motta. - Ora dovete abbracciarvi fra di voi, e non tenere in corpo il malumore, con quella creaturina che c' di mezzo.
- Vi saluto, vi saluto, - borbott don Ferdinando; e gli volt le spalle.
Ma gli altri parenti che avevano pi giudizio, facevano buon viso a don Gesualdo: Mndola, i cugini Zacco, tutti quanti. Gi i tempi erano mutati; il paese intero era stato sottosopra ventiquattr'ore, e non si sapeva quel che poteva capitare un giorno o l'altro. Oramai, per amore o per forza, mastro-don Gesualdo s'era ficcato nel parentado, e bisognava fare i conti con lui. Tutti perci volevano vedere la bambina - un fiore, una rosa di maggio. - La zia Rubiera abbracciava Bianca, come una mamma che abbia ritrovata la sua creatura, asciugandosi gli occhi col fazzoletto diventato una spugna.
- No! Non ho peli sullo stomaco!... Non mi pareva vero, dopo d'averti allevata come una figliuola!... Sono una bestia... Son rimasta una contadina... tale e quale mia madre, buon'anima... col cuore in mano...
Bianca tutta adornata sotto il baldacchino del lettone, pallida che sembrava di cera, sbalordita da tutta quella ressa, non sapeva che rispondere, guardava la gente, stralunata, cercava di abbozzare qualche sorriso, balbettando. Suo marito invece faceva la sua parte in mezzo a tutti quegli amici e parenti e mirallegro, col viso aperto e giulivo, le spalle grosse e bonarie, l'orecchio teso a raccogliere i discorsi che si tenevano intorno a lui e dietro le sue spalle. La zia Cirmena, infatuata, rispondeva a coloro che auguravano la nascita di un bel maschiotto, pi tardi, che gi le femmine sono come la gramigna, e vi scopano poi la casa del bello e del buono per andare a maritarsi...
- Eh... i figliuoli bisogna pigliarseli come Dio li manda, maschi o femmine... Se si potesse andare a sceglierli al mercato... A don Gesualdo non gli mancherebbero i denari per comprare il maschio.
- Non me ne parlate! - interruppe alla fine la zia Rubiera - Non sapete quel che costino i maschi!... Quanti dispiaceri! Lo so io!...
E continu a sfogarsi all'orecchio di Bianca, accesa sbirciando di sottecchi don Gesualdo per vedere quel che ne dicesse. Don Gesualdo non diceva nulla. Bianca invece, cogli occhi chini, si faceva di mille colori.
- Non lo riconosco pi, no!... nemmeno io che l'ho fatto!... Ti rammenti, che figliuol d'oro?... docile, amoroso, ubbidiente... Adesso si rivolterebbe anche a sua madre, per quella donnaccia forestiera... una commediante, la conosci? Dicono che ha i denti e i capelli finti... Deve avergli fatta qualche mala! Commediante e forestiera, capisci!... lui non ci vede pi dagli occhi... Spende l'osso del collo... La gente cattiva... i birboni anche l'aiutano... Ma io non pago, no!... Oh, questo poi, no!
- Zia! - balbett Bianca con tutto il sangue al viso.
- Che vuoi farci? E' la mia croce! Se sapevo tanto piuttosto...
Don Gesualdo badava a chiacchierare col cugino Zacco, tutti e due col cuore in mano, amiconi. La baronessa allora spiattell la domanda che le bolliva dentro:
- E' vero che tuo marito gli presta dei denari... sottomano?... L'hai visto venire qui, da lui?... Di', che ne sai?
- Certo, certo, - rispose in quel punto don Gesualdo. - I figliuoli bisogna pigliarseli come vengono. - Zacco a conferma mostr le sue ragazze, schierate in fila come tante canne d'organo, modeste e prosperose. - Ecco! io ho cinque figliuole, e voglio bene a tutte egualmente!
- Sicuro! - rispose Limli. - E' per questo che non volete maritarle.
Donna Lavinia, la maggiore, volse indietro un'occhiata brutta. - Ah, siete qui? - disse il barone. - Siete sempre presente come il diavolo nelle litanie, voi!
Il marchese, che doveva essere il padrino, si era messa la croce di Malta. Don Luca venne a dire che il canonico era pronto, e le signore passarono in sala, con un gran frusco di seta, dietro donna Marianna la quale portava la bambina. Dall'uscio aperto vedevasi un brulicho di fiammelle. Don Ferdinando, in fondo al corridoio, fece capolino, curioso. Bianca dalla tenerezza piangeva cheta cheta. Suo marito ch'era rimasto ginocchioni, come gli aveva detto la Macr, col naso contro il muro, si alz per calmarla.
- Zitta... Non ti far scorgere!... Dinanzi a coloro bisogna far buon viso...
Tutt'a un tratto scoppi gi in piazza un crepito indiavolato di mortaletti. Don Ferdinando fugg via spaventato. Gli altri che assistevano al battesimo corsero al balcone coi ceri in mano. Persino il canonico in cotta e stola. Era Santo, il fratello di don Gesualdo, il quale festeggiava a quel modo il battesimo della nipotina, scamiciato, carponi per terra, colla miccia accesa. Don Gesualdo apr la finestra per dirgli un sacco di male parole:
- Bestia!... Ne fai sempre delle tue!... Bestia!...
Gli amici lo calmarono: - Poveraccio... lasciatelo fare. E' un modo d'esprimere la sua allegria...
La zia Sganci trionfante gli mise sulle braccia la figliuola:
- Eccovi Isabella Trao!
- Motta e Trao! Isabella Motta e Trao! - corresse il marchese. Zacco soggiunse ch'era un innesto. Le due famiglie che diventavano una sola. Per don Gesualdo tenendo la bambina sulle braccia rimaneva alquanto imbroncito. Intanto don Luca, aiutato da Barabba e dal cacciatore, serviva le granite e i dolci. La zia Cirmena, che aveva portato seco apposta il nipotino La Gurna, gli riempiva le tasche e il fazzoletto. Le Zacco invece, poich la maggiore, contegnosa, non aveva preso nulla, dissero tutte di no, una dopo l'altra, mangiandosi il vassoio cogli occhi. Don Luca incoraggiava a prendere dicendo:
- E' roba fresca. Sono stato io stesso ad ordinarla a Santa Maria e al Collegio. Non s' guardato a spesa.
- Diavolo! - disse Zacco, che cercava l'occasione di mostrarsi amabile. - Diavolo! Vorrei vedere anche questa!... - Gli altri facevano coro. - Ecco che risorgeva casa Trao. Voleri di Dio. Quella bambina stessa che aveva voluto nascere nella casa materna. Il canonico Lupi arriv anche a congratularsi col marchese Limli il quale aveva pensato al mezzo di non lasciare estinguere il casato alla morte di don Ferdinando.
- Sicuro, sicuro, - borbott don Gesualdo. - Era gi inteso... V'avevo detto di s allora... Quando ho detto una parola...
E and a deporre la figliuola fra le braccia della moglie che le zie si rubavano a vicenda. La baronessa Mndola voleva sapere cosa dicessero. Zacco, premuroso, venne a chiedere dei confetti per don Ferdinando a cui nessuno aveva pensato.
- Sicuro, sicuro. E' il padrone di casa.
- Vedete? - osserv la zia Rubiera. - A quest'ora c' gi pel mondo chi deve portarvi via la figliuola e la roba.
Scoppiarono delle risate. Donna Agrippina torse la bocca e chin a terra gli occhioni che dicevano tante cose, quasi avesse udito un'indecenza. Don Gesualdo rideva anche lui, faceva buon viso a tutti. Alla fine arrischi anche una barzelletta:
- E quando si marita vi lascia anche il nome dei Trao... La dote, no, non ve la lascia!...
La Rubiera che stim il momento propizio, e non voleva perdere l'occasione, lo tir a quattr'occhi vicino al letto, mentre si udivano in fondo al corridoio Mndola e don Ferdinando i quali litigavano ad alta voce, e tutti corsero a vedere.
- Sentite don Gesualdo; io non ho peli sulla lingua. Volevo parlarvi di quello scapestrato di mio figlio. Aiutami tu, Bianca.
- Io, zia?...
- Scusatemi, io so parlare col cuore in mano... tale e quale come m'ha fatta mia madre... Ora che siete padre anche voi, don Gesualdo capirete quel che devo averci in cuore... che spina... che tormento!...
Guardava ora la nipote ed ora suo marito cogli occhi acuti, col sorriso semplice e buono che le avevano insegnato i genitori pei negozi spinosi. Don Gesualdo stava a sentire tranquillamente. Bianca, imbarazzata da quell'esordio, colla figliuoletta in grembo, sembrava una statua di cera.
- Saprete le chiacchiere che corrono, di Nin con quella comica? Bene. Di ci non mi darei pensiero. Non  la prima e l'ultima. Suo padre, buon'anima, era fatto anch'esso cos. Ma sinora gli ho impedito di commettere qualche sciocchezza. Adesso per ci sono di mezzo i birboni, i cattivi compagni... Senti, Bianca, io, la mia figliuola, non l'avrei data da battezzare a quel canonico l!... 
Bianca, sbigottita, muoveva le labbra smorte senza arrivare a trovar parole. Don Gesualdo invece aveva fatto la bocca a riso, come la baronessa scapp in quell'osservazione. Essa, udendo che tornava gente, gli domand infine apertamente:
- Ditemi la verit. V'ha fatto chiedere del denaro in prestito, eh?... Gliene avete dato?
Don Gesualdo rideva pi forte. Poi vedendo che la baronessa diveniva rossa come un peperone, rispose:
- Scusate... scusate... Se mai... Perch non lo domandate a lui?... Questa  bella!... Io non sono il confessore di vostro figlio...
Mndola irruppe nella camera narrando fra le risate la scena  che aveva avuta con quell'orso di don Ferdinando il quale non voleva venire a far la pace col cognato. La Rubiera, senza dir altro, asciugavasi le labbra col fazzoletto ancora appiccicoso di dolciume, mentre i parenti toglievano commiato. Nell'andarsene ciascuno aveva una parola d'elogio sul modo in cui erano andate le cose. Donna Marianna diceva alla Rubiera sottovoce che aveva fatto bene a venire anche lei, per non dar nell'occhio, per far tacere le male lingue... L'altra rispose con un'occhiataccia che donna Agrippina colse al volo:
- M' giovata assai! Serpi sono! Non vi dico altro. Ci siam messa la vipera nella manica!... Vedrete poi...
Don Gesualdo, rimasto solo colla moglie tracann di un fiato un gran bicchiere di acqua fresca, senza dir nulla. Bianca disfatta in viso, quasi fosse per sentirsi male, seguiva ogni suo movimento con certi occhi che sembravano spaventati, stringendo al seno la bambina.
- Te', vuoi bere? - disse lui. - Devi aver sete anche tu.
Ella accenn di s. Ma il bicchiere le tremava talmente nelle mani che si vers tutta l'acqua addosso.
- Non importa, non importa, - aggiunse il marito. - Adesso nessuno ci vede.
E si mise ad asciugare il lenzuolo col fazzoletto. Poi tolse  in braccio la bambina che vagiva, ballottandola per farla chetare, portandola in giro per la camera.
- Hai visto, eh, che gente? che parenti affezionati? Ma tuo marito non se lo mettono in tasca, no.
Fuori, nella piazza, tutti i vicini erano affacciati per vedere uscire gli invitati. Alla finestra dei Margarone, laggi in fondo, al di sopra dei tetti, c'era pure dell'altra gente che faceva capolino ogni momento. La Rubiera cominci a salutare da lontano, col ventaglio, col fazzoletto, mentre discorreva col marchese Limli, talmente accesa che sembrava volessero accapigliarsi.
- Razze di serpi, sono! Cime di birbanti! Se lo mangiano in un boccone quello scomunicato di mio figlio!... Ma prima l'ha da fare con me! Sentite, accompagnatemi un momento dai Margarone... E' un pezzo che non ci vediamo... Infine non  un motivo per romperla con dei vecchi amici... una ragazzata... Voi siete un uomo ammodo... e alle volte... una parola a proposito...
Venne ad aprire donna Giovannina con tanto di muso. Si vedeva in fondo l'uscio del salotto buono spalancato; tolte le fodere ai mobili. Un'aria di cerimonia insomma. 
- Che c'? - chiese il marchese entrando. - Cosa accade?
- Io non so nulla! - esclam donna Giovannina la quale sembrava sul punto di scoppiare a piangere. - Ci sar gente di l, credo; ma io non ne so nulla.
- Povera bambina! povera bambina! - Il marchese indugiava in anticamera, accarezzando la ragazza. Le aveva preso con due dita il ganascino da canonico, ammiccando con malizia, guardandosi intorno per dirle sottovoce:
- Che vuoi farci? Pazienza! Chi primo nasce primo pasce. Ci sar donna Fif, colla mamma, a ricevere le visite, eh? Don Bastiano, eh? il Capitan d'Arme?...
Don Bastiano infatti era l, nel salotto, vestito in borghese, con abiti nuovi fiammanti che gli rilucevano addosso, raso di fresco, seduto sul canap accanto alla mamma Margarone, come uno sposo, facendo scivolare di tanto in tanto un'occhiata languida e sentimentale verso la ragazza, lisciandosi i baffoni novelli che non volevano piegarsi. Donna Fif, al vedere giungere la Rubiera, si ringalluzz, superbiosa, tubando sottomano col forestiero per farle dispetto.
- Oh, oh, - disse il marchese, salutando don Bastiano ch'era rimasto un po' grullo. - Siete ancora qui? Bene! bene!
Ed incominci a discorrere col capitano, intanto che le signore chiacchieravano tutte in una volta, domandandogli perch la Compagnia d'Arme fosse partita senza di lui, se aveva intenzione di fermarsi un pezzetto, se era contento del paese e voleva lasciare le spalline. Don Bastiano si teneva sulle generali, lodando il paesaggio, il clima, gli abitanti, sottolineando le parole con certi sguardi espressivi rivolti a donna Fif, la quale fingeva di guardare fuori dal balcone cogli occhi pieni di poesia, e chinava il capo arrossendo a ciascuno di quei complimenti, quasi fossero a lei dedicati. Il marchese domand a un tratto che n'era di don Filippo, e gli risposero che era uscito per condurre a spasso Nicolino.
- Ah, bene! bene!
La Rubiera si morsicava le labbra aspettando che il cugino Limli avviasse il discorso sul tema che sapeva. Ma intanto osservava di sottecchi le arie languide di donna Fif, la quale sembrava struggersi sotto le occhiate incendiarie di don Bastiano Stangafame, e non poteva star ferma sulla seggiola, col seno piatto ansante come un mantice, e i piedini irrequieti che dicevano tante cose affacciandosi ogni momento dal lembo  del vestito. La conversazione languiva. Si parl del battesimo e della gente che c'era stata. Ma ciascuno pensava intanto ai fatti suoi, chiacchierando del pi e del meno, cercando le parole, col sorriso distratto in bocca. Solo il marchese sembrava che pigliasse un grande interesse ai discorsi del capitano, quasi non fosse fatto suo. Poi, sbirciando il viso rosso di donna Giovannina che stava a spiare dall'uscio socchiuso, la chiam a voce alta.
- Avanti, avanti, bella figliuola. Vogliamo vedere quella bella faccia. Siamo qui noi soli, in famiglia...
La mamma e la sorella maggiore fulminarono due occhiataccie addosso alla ragazza, la quale rimaneva sull'uscio, nascondendo le mani di serva sotto il grembiule, vergognosa di esser stata scoperta a quel modo, vestita di casa. Limli, senza accorgersi di nulla, domandava sottovoce a donna Bellonia:
- Quando la maritiamo quella bella figliuola? Prima tocca alla maggiore,  naturale. Ma poi ricordatevi che ci son qua io per fare il sensale... gratis et amore, ben inteso... Siamo amici vecchi!...
Donna Bellonia andava facendogli li occhiacci, sebbene il marchese fingesse di non badarci. Poi gli disse sottovoce:
- Cosa dite!... che idee da metterle in testa!... Ancora  troppo giovane... quasi quasi ha ancora il vestito corto...
- Vedo! vedo! - rispose il marchese sbirciando le calze bianche di donna Giovannina. Donna Fif aveva condotto il capitano ad ammirare i suoi fiori sul balcone. Colse un bel garofano, l'odor a lungo socchiudendo gli occhi, e glielo porse. - Vedo, vedo, - ripet il vecchietto.
La Rubiera allora volle accomiatarsi, masticando un sorriso, coi fiori gialli che le fremevano sul cappellino. Intanto che le signore barattavano baci ed abbracci, il marchese si rivolse al capitano.
- Mi congratulo!... Mi congratulo tanto... davvero... don Bastiano.
- Perch?... Di che cosa?... - Il capitano sorpreso e imbarazzato cercava una botta di risposta. Ma l'altro gli aveva gi voltato le spalle, salutava le signore con una parola gentile per ciascuna; accarezzava paternamente donna Giovannina che teneva ancora il broncio.
- Che c'? che c'? Cosa vuol dire? Le ragazze devono  stare allegre. Hai inteso tua madre? Dice che hai tempo di crescere. Su, dunque! allegra!
La Rubiera sentivasi scoppiare sotto la mantiglia; dopo che si fu voltata indietro a salutare colla mano dalla strada tutti i Margarone schierati sul terrazzino prese a borbottare:
- Avete capito, eh?
- Diamine! Non ci voleva molto. Anche per la Giovannina bisogna mettersi il cuore in pace...
- Ma s, ma s! Con tanto piacere me lo metto il cuore in pace... Una civetta!... Avete visto il giuochetto del garofano? Saremmo stati freschi mio figlio ed io... Quasi quasi se lo meritava! Scomunicato! Nemico di sua madre stessa!...
L a due passi si imbatterono in Canali, che andava dai Margarone, e aveva visto da lontano i baciamani fra la strada e il terrazzo. Canali fece un certo viso, e ferm la baronessa per salutarla, menando il discorso per le lunghe, sgranandole in faccia due occhi curiosi.
- Siete stata da donna Bellonia, eh? Avete fatto bene. Un'amicizia antica come la vostra!... Peccato che don Nin...
La baronessa cercava di scavar terreno anch'essa, in aria disinvolta, facendosi vento e menando il can per l'aia. - Infine... delle sciocchezze... sciocchezze di giovent...
- No, no, perdonate! - ribatt Canali. - Vorrei veder voi stessa!... Un padre deve aprire gli occhi per sapere a chi d la sua creatura... Non dico per vostro figlio... Un buon giovane... un cuor d'oro... Il male  che s' lasciato abbindolare... circondato da falsi amici... Di bricconi ce ne son sempre... Gli hanno carpito qualche firma...
La baronessa lo piant l senz'altro. - Sentite? Vedete? - andava brontolando col cugino Limli. Poscia piant anche lui che non poteva pi tenerle dietro. - Vi saluto, vi saluto - E corse dal notaro Neri, pallida e trafelata, per vedere... per sentire... Il notaro non sapeva nulla... nulla di positivo almeno.
- Sapete, don Gesualdo  volpe fina... Son cose queste che si fanno sottomano, se mai... Avranno fatto il contratto da qualche notaio forestiere... Il notaro Sghembri di Militello dicono... Ma via... Non c' motivo poi di mettersi in quello stato per una cosa simile... Avete una faccia che non mi piace.
Rosaria, ch'era a ripulire il pollaio quando la sua padrona era tornata a casa, ud a un tratto dal cortile un urlo spaventoso, come stessero sgozzando un animale grosso di sopra, una cosa che le fece perdere le ciabatte correndo a precipizio.  La baronessa era ancora l, dove aveva cominciato a spogliarsi, appoggiata al cassettone, piegata in due quasi avesse la colica, gemendo e lamentandosi, mentre le usciva bava dalla bocca, e gli occhi le schizzavano fuori:
- Assassino! Figlio snaturato!... No! non me la faccio mangiare la mia roba!... Piuttosto la lascio ai poveri... ai conventi... Voglio far testamento!... Voglio far donazione!... Chiamatemi il notaro... subito!...
Don Nin stava bisticciandosi colla sua Aglae, in quella stanzaccia di locanda che per lui era diventata un inferno dal momento in cui s'era messo sulle spalle il debito e mastro-don Gesualdo. Il letto in disordine, i vestiti sudici, i capelli spettinati, le carezze stesse di lei, i manicaretti cucinati dall'amico Pallante, gli si erano mutati in veleno, dacch gli costavano cari. Al veder giungere Alessi che veniva a chiamarlo, parlando di notaro e di donazione, si fece pallido a un tratto. Invano la prima donna gli si avvinghi al collo, discinta, senza badare al Pallante che accorreva dalla cucina n ad Alessi il quale spalancava gli occhi e si fregava le mani.
- Nin! Nin mio!... Non mi abbandonare in questo stato!...
- Malannaggia! Lasciatemi andare... tutti quanti siete!... Vi pare che si scherzi!... Quella donna  capace di tutto!
Don Nin, ripreso interamente dall'amor della roba, non si lasci commuovere neppure dalla scena dello svenimento. Piant l dov'era la povera Aglae lunga distesa sul pavimento  come all'ultimo atto di una tragedia, e Pallante che le tirava gi il vestito sulle calze, per correre a casa senza cappello. Col ci fu una scena terribile fra madre e figlio. Lui da prima cercava di negare; poi mont su tutte le furie, si lagn di esser tenuto come uno schiavo, peggio di un ragazzo, senza due tar da spendere; e la baronessa minacciava di andare lei in persona dal notaro, per disporre della sua roba, cos com'era, in sottana, a quell'ora stessa, se non volevano mandarlo a chiamare. Don Nin allora scese a dar tanto di chiavistello al portone, e si mise la chiave in tasca, minacciando di rompere le ossa al garzone, se fiatava.
- Ah! questa  la ricompensa! - borbott Alessi. - Un'altra volta ci v davvero dal notaio.
Finalmente, per amore o per forza, riescirono a mettere in letto la baronessa, la quale si dibatteva e strillava che volevano farla morire di colpo per scialacquare la sua roba: - Mastro-don Gesualdo!... s!... Lui se lo mangia il fatto mio! - Il figliuolo colle buone e colle cattive tentava di calmarla: - Non vedete che state poco bene? Volete ammalarvi per farmi dar l'anima al diavolo? - Poi tutta la notte non chiuse occhio, alzandosi ogni momento per correre ad origliare se sua madre strillava ancora, spaventato all'idea che udissero i vicini e gli venissero in casa colla giustizia e il notaro, maledicendo in cuor suo la prima donna e chi gliela aveva messa fra i piedi, turbato, se si appisolava un momento, da tanti brutti sogni: mastro-don Gesualdo, il debito, della gente che gli si accalcava addosso e gli empiva la casa, una gran folla.
Rosaria venne a bussargli all'uscio di buon mattino:
- Don Nin! signor barone! venite a vedere... La padrona ha perso la parola!... Io ho paura, se vedeste...
La baronessa stava lunga distesa sul letto, simile a un bue colpito dal macellaio, con tutto il sangue al viso e la lingua ciondoloni. La bile, i dispiaceri, tutti quegli umori cattivi che doveva averci accumulati sullo stomaco, le gorgogliavano dentro, le uscivano dalla bocca e dal naso, le colavano sul guanciale. E come volesse aiutarsi, ancora in quello stato, come cercasse di annaspare colle mani gonfie e grevi, come cercasse di chiamare aiuto, coi suoni inarticolati che s'impastavano nella bava vischiosa.
- Mamma! mamma mia!
Don Nin atterrito, ancora gonfio dal sonno, andava strillando per le stanze, dandosi dei pugni sulla testa, correndo al balcone e disperandosi mentre i vicini bussavano e tempestavano che il portone era chiuso a chiave. Da l a un po', medico, barbiere, parenti, curiosi, la casa si riemp di gente. Proprio il sogno di quella notte. Don Nin narrava a tutti la  stessa cosa, asciugandosi gli occhi e soffiandosi il naso gonfio quasi suonasse la tromba. Appena vide giungere anche il notaro Neri non si mosse pi dal capezzale della mamma, domandando al medico ogni momento:
- Che ve ne sembra, dottore? Riacquister la parola?
- Col tempo, col tempo, - rispose infine il medico seccato. - Diamine, credete che sia stato come fare uno starnuto?
Don Nin non si riconosceva pi da un giorno all'altro; colla barba lunga, i capelli arruffati, fisso al capezzale della madre, oppure arrabattandosi nelle faccende di casa. Non usciva una fava dalla dispensa senza passare per le sue mani. Tant' vero che i guai insegnano a metter giudizio. Sua madre stessa glielo avrebbe detto, se avesse potuto parlare. Si vedeva dal modo in cui gli guardava le mani, col sangue agli occhi, ogni volta che veniva a prendere le chiavi appese allo stipite dell'uscio. E anche lui, adesso che la roba passava per le sue mani, comprendeva finalmente i dispiaceri che aveva dato alla povera donna; se ne pentiva, cercava di farseli perdonare, colla pazienza, colle cure amorevoli standole sempre intorno, sorvegliando l'inferma e la gente che veniva a farle visita, impallidendo ogni volta che la mamma tentava di snodare lo scilinguagnolo dinanzi agli estranei. Sentiva una gran tenerezza al pensare che la povera paralitica non poteva muoversi n parlare per togliergli la roba siccome aveva minacciato.
- No, no, non lo far! Son cose che si dicono in un momento di collera... Vorrei vederla!... Sono infine il sangue suo... Morirebbe d'accidente lei per la prima, se dovesse lasciare la sua roba a questo e a quello...


PARTE TERZA


I


L'Isabellina, prima ancora di compire i cinque anni, fu messa nel Collegio di Maria. Don Gesualdo adesso che aveva delle pietre al sole, e marciava da pari a pari coi meglio del paese, cos voleva che marciasse la sua figliuola: imparare le belle maniere, leggere e scrivere, ricamare, il latino dell'uffizio anche, e ogni cosa come la figlia di un barone; tanto pi che, grazie a Dio, la dote non le sarebbe mancata, perch Bianca non prometteva di dargli altri eredi. Essa dopo il parto non s'era pi rifatta in salute; anzi deperiva sempre pi di giorno in giorno, rosa dal baco che s'era mangiati tutti i Trao, e figliuoli era certo che non ne faceva pi. Un vero gastigo di Dio. Un affare sbagliato, sebbene il galantuomo avesse la prudenza di non lagnarsene neppure col canonico Lupi che  glielo aveva proposto. Quando uno ha fatto la minchioneria,  meglio starsi zitto e non parlarne pi, per non darla vinta ai nemici. - Nulla, nulla gli aveva fruttato quel matrimonio; n la dote, n il figlio maschio, n l'aiuto del parentado, e neppure ci che gli dava prima Diodata, un momento di svago un'ora di buonumore, come il bicchiere di vino a un pover'uomo che ha lavorato tutto il giorno, l! Neppur quello! - Una moglie che vi squagliava fra le mani, che vi faceva gelare le carezze, con quel viso, con quegli occhi, con quel fare spaventato, come se volessero farla cascare in peccato mortale ogni volta e il prete non ci avesse messo su tanto di croce prima quand'ella aveva detto di s... Bianca non ci aveva colpa. Era il sangue della razza che si rifiutava. Le pesche non si innestano sull'olivo. Ella, poveretta, chinava il viso, arrivava ad offrirlo anzi, tutto rosso, per ubbidire al comandamento di Dio, come fosse pagata per farlo...
 Ma egli non si lasciava illudere, no. Era villano, ma aveva il naso fino di villano pure! E aveva il suo orgoglio anche lui. L'orgoglio di quello che aveva saputo guadagnarsi, colle sue mani, tutto opera sua, quei lenzuoli di tela fine in cui dormivano voltandosi le spalle, e quei bocconi buoni che doveva mangiare in punta di forchetta, sotto gli occhi della Trao...
Almeno in casa sua voleva comandar le feste. E se Domeneddio l'aveva gastigato giusto nei figliuoli che voleva mettere al mondo secondo la sua legge, dandogli una bambina invece dell'erede legittimo che aspettava, Isabella almeno doveva possedere tutto ci che mancava a lui, essere signora di nome e di fatto. Bianca, quasi indovinasse d'aver poco da vivere, non avrebbe voluto separarsi dalla sua figliuoletta. Ma il padrone era lui, don Gesualdo. Egli era buono, amorevole, a modo suo; non le faceva mancare nulla, medici, speziali, tale e quale come se gli avesse portato una grossa dote. - Bianca non aveva parole per ringraziare Iddio quando paragonava la casa in cui il Signore l'aveva fatta entrare con quella in cui era nata. L suo fratello stesso desiderava di giorno il pane e di notte le coperte... Sarebbe morto di stenti se i suoi parenti non l'avessero aiutato con bella maniera, senza farglielo capire. Soltanto da lei don Ferdinando non voleva accettare checchessia, mentre don Gesualdo non gli avrebbe fatto mancar nulla, col cuore largo quanto un mare, quell'uomo! Gli stessi parenti di lei glielo dicevano: - Tu non  hai parole per ringraziare Dio e tuo marito. Lascia fare a lui ch' il padrone, e cerca il meglio della tua figliuola.
Poi considerava ch'era il Signore che la puniva, che non voleva quella povera innocente nella casa di suo marito, e la notte inzuppava di lagrime il guanciale. Pregava Iddio di darle forza, e si consolava alla meglio pensando che soffriva in penitenza dei suoi peccati. Don Gesualdo, che aveva tante altre cose per la testa, tanti interessi grossi sulle spalle, ed era abituato a vederla sempre cos, con quel viso, non ci badava neppure. Qualche volta che la vedeva alzarsi pi smorta, pi disfatta del solito, le diceva per farle animo:
- Vedrai che quando avrai messo in collegio la tua bambina sarai contenta tu pure. E' come strapparsi un dente. Tu non puoi badare alla tua figliuola, colla poca salute che hai. E bisogna che quando sar grande ella sappia tutto ci che sanno tante altre che sono meno ricche di lei. I figliuoli bisogna avvezzarli al giogo da piccoli, ciascuno secondo il suo stato... Lo so io!... E non ho avuto chi mi aiutasse, io! Quella piccina  nata vestita.
Nondimeno, all'ultimo momento vi furono lagrime e piagnistei, quando accompagnarono l'Isabellina al parlatorio del monastero. Bianca s'era confessata e comunicata. Ascolt la messa ginocchioni,  sentendosi mancare,  sentendosi strappare un'altra volta dalle viscere la sua creatura che le si aggrappava al collo e non voleva lasciarla.
Don Gesualdo non guard a spesa per far stare contenta  Isabellina in collegio: dolci, libri colle figure, immagini di santi, noci col bambino Ges di cera dentro, un presepio del Bongiovanni che pigliava un'intera tavola: tutto ci che avevano le figlie dei primi signori, la sua figliuola l'aveva; e i meglio bocconi, le primizie che offriva il paese, le ciriegie e le albicocche venute apposta da lontano. Le altre ragazzette guardavano con tanto d'occhi, e soffocavano dei sospiri grossi cos. La minore delle Zacco, e le Mndola di seconda mano, le quali dovevano contentarsi delle cipolle e delle olive nere che passava il convento a merenda, si rifacevano parlando delle ricchezze che possedevano a casa e nei loro poderi. Quelle che non avevano n casa n poderi, tiravano in ballo il parentado nobile, il Capitano Giustiziere ch'era fratello della mamma, la zia baronessa che aveva il cacciatore colle penne, i cugini del babbo che possedevano cinque feudi l'uno attaccato all'altro, nello stato di Caltagirone. Ogni festa, ogni Capo d'anno, come la piccola Isabella riceveva altri regali pi costosi, un crocifisso d'argento, un rosario coi gloriapatri d'oro, un libro da messa rilegato in tartaruga per imparare a leggere, nascevano altre guerricciuole, altri dispettucci, delle alleanze fatte e disfatte a seconda di un dolce e di un'immagine data o rifiutata. Si vedevano degli occhietti gi lucenti d'alterigia e di gelosia, dei visetti accesi, dei piagnistei, che andavano poi a sfogarsi nell'orecchio delle mamme, in parlatorio. Fra tutte quelle piccine, in tutte le famiglie, succedeva lo stesso diavoleto che mastro-don Gesualdo aveva fatto nascere nei grandi e nel paese. Non si sapeva pi chi poteva spendere e chi no. Una gara fra i parenti a buttare il denaro in frascherie, e una confusione generale fra chi era stato sempre in prima fila, e chi veniva dopo. Quelli che non  potevano, proprio, o si seccavano a spendere l'osso del collo pel buon piacere di mastro-don Gesualdo, si lasciavano scappare contro di lui certe allusioni e certi motteggi che fermentavano nelle piccole teste delle educande. Alla guerra intestina pigliavano parte anche le monache, secondo le relazioni, le simpatie, il partito che sosteneva oppure voleva rovesciare la superiora. Ci si accaloravano fin la portinaia, fin le converse che si sentivano umiliate di dover servire senz'altro guadagno anche la figliuola di mastro-don Gesualdo, uno venuto su dal nulla, come loro, arricchito di ieri. Le nimicizie di fuori, le discordie, le lotte d'interessi e di vanit, passavano la clausura, occupavano le ore d'ozio, si sfogavano fin l dentro in pettegolezzi, in rappresaglie, in parole grosse. - Sai come si chiama tuo padre? mastro-don Gesualdo. - Sai cosa succede a casa tua? che hanno dovuto vendere una coppia di buoi per seminare le terre. - Tua zia Speranza fila stoppa per conto di chi la paga, e i suoi figliuoli vanno scalzi. - A casa tua c' stato l'usciere per fare il pignoramento. - La piccola Alimena arriv a nascondersi nella scala del campanile, una domenica, per vedere se era vero che il padre d'Isabella portasse la berretta.
Egli trovava la sua figliuoletta ancora rossa, col petto gonfio di singhiozzi, volgendo il capo timorosa di veder luccicare dietro ogni grata gli occhietti maliziosi delle altre piccine, guardandogli le mani per vedere se davvero erano sporche di calcina, tirandosi indietro istintivamente quando nel baciarla la pungeva colla barba ispida. Tale e quale sua madre. - Cos il pesco non s'innesta all'ulivo. - Tante punture  di spillo; la stessa cattiva sorte che gli aveva attossicato sempre ogni cosa giorno per giorno; la stessa guerra implacabile ch'era stato obbligato a combattere sempre contro tutto e contro tutti; e lo feriva sin l, nell'amore della sua creatura. Stava zitto, non lagnavasi, perch non era un minchione e non voleva far ridere i nemici; ma intanto gli tornavano in mente le parole di suo padre, gli stessi rancori, le stesse gelosie. Poi rifletteva che ciascuno al mondo cerca il suo interesse, e va per la sua via. Cos aveva fatto lui con suo padre, cos faceva sua figlia. Cos dev'essere. Si metteva il cuore in pace, ma gli restava sempre una spina in cuore. Tutto ci che aveva fatto e faceva per la sua figliuola l'allontanava appunto da lui: i denari che aveva speso per farla educare come una signora, le compagne in mezzo alle quali aveva voluto farla crescere, le larghezze e il lusso che seminavano la superbia nel cuore della ragazzina, il nome stesso che le aveva dato maritandosi a una Trao - bel guadagno che ci aveva fatto! - La piccina diceva sempre: - Io son figlia della Trao. Io mi chiamo Isabella Trao.
La guerra si riaccese pi viva fra le ragazze quando si marit don Nin Rubiera: - S' vero che siete parenti, perch tuo zio non ti ha mandato i confetti? Vuol dire che voialtri non vi vogliono per parenti. - L'Isabellina, che rispondeva gi come una grande, ribatt:
- Mio padre me li comprer lui i confetti. Ci siamo guastati coi Rubiera perch ci devono tanti denari. - La figlia della ceraiuola, ch'era del suo partito, aggiunse tante altre storie: - Il baronello era uno spiantato. La Margarone non aveva pi voluto saperne. Sposava donna Giuseppina Alsi pi vecchia di lui, perch non aveva trovato altro, per amor dei denari: tutto ci che narravasi nella bottega di sua madre, in ogni caff, in ogni spezieria, di porta in porta.
Nel paese non si parlava d'altro che del matrimonio di don Nin Rubiera. - Un matrimonio di convenienza! - diceva la signora Capitana che parlava sempre in punta di forchetta. Cogli anni, la Capitana aveva preso anche i vizii del paese; occupavasi dei fatti altrui ora che non aveva da nasconderne dei propri. Allorch incontrava il cavalier Peperito gli faceva un certo visetto malizioso che la ringiovaniva di vent'anni, dei sorrisi che volevano indovinare molte cose, scrollando il capo, offrendosi graziosamente ad ascoltare le confidenze e gli sfoghi gelosi, minacciando il cavaliere col ventaglio, come a dirgli ch'era stato un gran discolaccio lui, e se si lasciava adesso portar via l'amante era segno che ci dovevano essere state le sue buone ragioni... prima o poi...
- No! - ribatteva Peperito fuori della grazia di Dio. - N prima n poi! Questo potete andare a dirglielo a donna Giuseppina! Se non ho potuto comandare da padrone non voglio servire nemmeno da comodino, capite?... fare il gallo di razza... capite? Su di ci donna Giuseppina potr mettersi il cuore in pace!
Adesso sciorinava in piazza tutte le porcherie dell'Alsi, che se vi mandava a regalare per miracolo un paniere d'uva voleva restituito il paniere; e vendeva sottomano le calze che faceva, delle calze da serva grosse un dito, - essa gliele aveva fatte anche vedere sulla forma per stuzzicarlo... per strappargli ci che faceva comodo a lei... Ma lui, no!...
Insomma, andava raccontandone di cotte e di crude. Corsero anche delle sante legnate al Caff dei Nobili. Ciolla gli stava alle calcagna per raccogliere i pettegolezzi e portarli in giro alla sua volta. Un giorno poi fu una vera festa per lui, quando si vide arrivare in paese la signora Aglae che veniva insieme al signor Pallante a fare uno scandalo contro il barone Rubiera, a riscuotere ci che le spettava, se il seduttore non voleva vedersela comparire dinanzi all'altare. Essa giungeva apposta da Modica, sputando fiele, incerettata, dipinta, carica di piume di gallo e di pezzi di vetro, tirandosi dietro la prova innocente della birbonata di don Nin, una bambinella ch'era un amore. Cos la gente diceva che don Nin era sempre stato un donnaiuolo, e se sposava l'Alsi, che avrebbe potuto essergli madre, ci dovevano essere interessi gravi. Chi spiegava la cosa in un modo e chi in un altro. Il baronello, quelli che s'affrettarono a fargli i mirallegro onde tirargli di bocca la verit vera, se li lev dai piedi in poche parole. La Sganci che aveva combinato il negozio stava zitta colle amiche le quali andavano apposta a farle visita. Don Gesualdo ne sapeva forse pi degli altri, ma stringevasi nelle spalle e se la cavava con simili risposte:
- Che volete? Ciascuno fa il suo interesse. Vuol dire che il barone Rubiera ci ha trovato il suo vantaggio a sposare la signora Alsi.
La verit era che don Nin aveva dovuto pigliarsi l'Alsi per salvare quel po' di casa che don Gesualdo voleva espropriargli. E' vero che adesso era diventato giudizioso, tutto dedito agli affari; ma sua madre, sepolta viva nel seggiolone non lo lasciava padrone di un baiocco; si faceva dar conto di tutto; voleva che ogni cosa passasse sotto i suoi occhi; senza poter parlare, senza potersi muovere, si faceva ubbidire dalla sua gente meglio di prima. E attaccata alla sua roba come un'ostrica, ostinandosi a vivere per non pagare. Il debito intanto ingrossava d'anno in anno: una cosa che il povero don Nin ci perdeva delle nottate intere, senza poter chiudere occhio, alle volte: e alla scadenza, capitale e usura, rappresentavano una bella somma. Il canonico Lupi, che and in nome del baronello a chiedere dilazione al pagamento, trov don Gesualdo peggio di un muro: - A che giuoco giochiamo canonico mio? Sono pi di nove anni che non vedo n frutti n capitale. Ora mi serve il mio denaro, e voglio esser pagato.
Don Nin pel bisogno scese anche all'umiliazione d'andare a pregare la cugina Bianca, dopo tanto tempo. La prese appunto da lontano. - Tanto tempo che non s'erano visti! Lui non aveva faccia di comparirle dinanzi, in parola d'onore! Non cercava di scolparsi. Era stato un ragazzaccio. Ora aveva aperto gli occhi, troppo tardi, quando non c'era pi rimedio, quando si trovava sulle spalle il peso dei suoi errori. Ma proprio non poteva pagare in quel momento. - Son galantuomo. Ho di che pagare infine. Tuo marito sar pagato sino all'ultimo baiocco. Ma in questo momento proprio non posso! Tu sai com' fatta tua zia! che testa dura! Ne abbiamo avuti dei dispiaceri per quella testa dura! Ma infine non pu campare eternamente, poveretta, com' ridotta...
Bianca era rimasta senza fiato al primo vederlo, senza parole, facendosi ora pallida e ora rossa. Non sapeva che dire, balbettava, sudava freddo, aveva una convulsione nelle mani che cercava di dissimulare, stirando macchinalmente le due cocche del grembiule. A un tratto ebbe uno sbocco di sangue.
- Cos'? cos'? Qualcosa alle gengive? Ti sei morsicata la lingua?
- No, - rispose lei. - Mi viene di tanto in tanto. L'aveva anche don Diego, ti rammenti? Non  nulla.
- Bene, bene. Intanto fammi questo piacere; parlane a tuo marito. In questo momento proprio non posso... Ma son galantuomo, mi pare!... Mia madre, da qui a cent'anni, non ha a chi lasciare tutto il suo.
Bianca cercava di scusarsi. - Suo marito era il padrone. Faceva tutto di testa propria, lui. Non voleva che gli mettessero il naso nelle sue cose. - Allora perch sei sua moglie? - ribatt il cugino. - Bella ragione! Uno che non era degno di alzarti gli occhi in viso!... Deve ringraziare Iddio e l'ostinazione di mia madre se gli  toccata questa fortuna!... Dunque farai il possibile per indurlo ad accordarmi questa dilazione?
- E tu cosa gli hai detto? - domand don Gesualdo trovando la moglie ancora agitata dopo quella visita.
- Nulla... Non so... Mi son sentita male...
- Bene. Hai fatto bene. Sta tranquilla che agli affari ci penso io. Serpi nella manica sono i parenti... Hai visto? Cercano di te, solo quando ne hanno bisogno; ma del resto non gli importa di sapere se sei morta o viva. Lascia fare a me che la risposta gliela mando coll'usciere, a tuo cugino...
Cos era venuto quel matrimonio, ch il barone Rubiera prima aveva messo sottosopra cielo e terra per trovare i denari da pagare don Gesualdo; e infine donna Giuseppina Alsi, la quale aveva delle belle terre al sole, aveva dato l'ipoteca. Don Gesualdo, ottenuta la sua brava iscrizione sulle terre, non parl pi di aver bisogno del denaro.
- Col tempo... - confid alla moglie. - Lasciali tranquilli. Loro non pagano n frutti n capitali, e col tempo quelle terre serviranno per la dote d'Isabella. Che te ne pare? Non  da ridere? Lo zio Rubiera che pensa a mettere insieme la dote della tua figliuola!...
Egli aveva di queste uscite buffe alle volte, da solo a solo con sua moglie, quando era contento della sua giornata, prima di coricarsi, mettendosi il berretto da notte, in maniche di camicia. A quattr'occhi con lei mostravasi proprio quel che era, bonaccione, colla risata larga che mostrava i denti grossi e bianchi, passandosi anche la lingua sulle labbra, quasi gustasse gi il dolce del boccone buono, da uomo ghiotto della roba.

Isabella fatta pi grandicella pass dal Collegio di Maria al primo educatorio di Palermo. Un altro strappo per la povera mamma che temeva di non doverla pi rivedere. Il marito, onde confortarla, in quello stato, le disse: - Vedi noi ci ammazziamo per fare il suo meglio, ciascuno come pu, ed essa un giorno non penser neppure a noi. Cos va il mondo. Anzi devi metterti in testa che tua figlia non puoi averla sempre vicina. Quando si marita ander via dal paese. Qui non ce n' uno che possa sposarla, colla dote che le dar. Se ho fatto tanto per lei, voglio almeno sapere a chi lo d il sangue mio. Adesso che ti parlo  gi nato chi deve godersi il frutto delle mie fatiche, senza dirmi neppure grazie.
Aveva il cuore grosso anche lui, poveraccio, e se sfogavasi a quattr'occhi colla moglie alle volte, per discorrere non si rifiutava per a fare ci ch'era debito suo. Andava a trovare la sua ragazza a Palermo, quando poteva, quando i suoi affari lo permettevano, anche una volta all'anno. Isabella s'era fatta una bella fanciulla, un po' gracile ancora, pallidina, ma con una grazia naturale in tutta la personcina gentile, la carnagione delicata e il profilo aquilino dei Trao; un fiore di un'altra pianta, in poche parole; roba fine di signori che suo padre stesso quando andava a trovarla provava una certa suggezione dinanzi alla ragazza la quale aveva preso l'aria delle compagne in mezzo a cui era stata educata, tutte delle prime famiglie, ciascuna che portava nell'educandato l'alterigia baronale da ogni angolo della Sicilia. Al parlatorio lo chiamavano il signor Trao. Quando volle saperne il perch, Isabella si fece rossa. La stessa storia del Collegio di Maria anche l. E la sua figliuola aveva dovuto soffrire le stesse umiliazioni a motivo del parentado. Per fortuna la signorina di Leyra, che Isabella s'era affezionata coi regalucci, aveva preso a difenderla a spada tratta. Essa conosceva di nome la famiglia dei Trao, una delle prime laggi, ove il duca suo fratello possedeva dei feudi. La duchessina aveva il nome e il parlare alto, sebbene stesse in collegio senza pagare, talch le compagne lasciarono passare il Trao. Ma don Gesualdo dovette lasciarlo passare anche lui, e farsi chiamare cos, per amore della figliuola, quando andava a trovarla. - Vedrai come si  fatta bella la tua figliuola! - tornava poi a dire alla moglie che era sempre malaticcia.
Essa la rivide finalmente all'uscire del collegio, nel 1837, quando in Palermo cominciavano gi a correre le prime voci di colra, e don Gesualdo era corso subito a prenderla. Fu come un urto al petto per la povera madre, dopo tanto tempo, quando ud fermarsi la lettiga dinanzi al portone. - Figlia mia! figlia mia! - colle braccia stese, le gambe malferme, precipitandosi per la scala. Isabella saliva correndo, colle braccia aperte anche lei. - Mamma! mamma! - E poi avvinghiate l'una al collo dell'altra, la madre sballottando ancora a destra e a sinistra la sua creatura come quand'era piccina.
Indi vennero le visite ai parenti. Bianca era tornata in forze per portare in trionfo la sua figliuola, in casa Sganci in casa Limli, da per tutto dove era stata bambinetta, prima d'entrare in collegio, ora gi fatta grande, col cappellino di paglia, le belle treccie bionde - un fiore. Tutti si affacciavano per vederla passare. La zia Sganci, divenuta sorda e cieca, le tast il viso per riconoscerla: - Una Trao! Non c' che dire. - Lo zio marchese ne lod gli occhi, degli occhi bl che erano due stelle. "Degli occhi che vedevano il peccato", disse il marchese, il quale aveva sempre pronta la barzelletta. Allorch la condussero dallo zio don Ferdinando, Isabella che soleva spesso rammentare colle compagne la casa materna, negli sfoghi ingenui d'ambizione, prov un senso di sorpresa, di tristezza, di delusione al rivederla. Entrava chi voleva dal portone sconquassato. La corte era angusta, ingombra di sassi e di macerie. Si arrivava per un sentieruolo fra le ortiche allo scalone sdentato, barcollante, soffocato anch'esso dalle erbacce. In cima l'uscio cadente era appena chiuso da un saliscendi arrugginito; e subito nell'entrare colpiva una zaffata d'aria umida e greve, un tanfo di muffa e di cantina che saliva dal pavimento istoriato col blasone, seminato di cocci e di rottami, pioveva dalla vlta scalcinata, veniva densa dal corridoio nero al pari di un sotterraneo, dalle sale buie che s'intravedevano in lunga fila, abbandonate e nude, per le strisce di luce che trapelavano dalle finestre sgangherate. In fondo era la cameretta dello zio, sordida, affumicata, col soffitto sconnesso e cadente, e l'ombra di don Ferdinando che andava e veniva silenzioso, simile a un fantasma.
- Chi ?... Grazia... entra...
Don Ferdinando apparve sulla soglia, in maniche di camicia, giallo ed allampanato, guardando stupefatto attraverso gli occhiali la sorella e la nipote. Sul lettuccio disfatto c'era ancora la vecchia palandrana di don Diego che stava rattoppando. L'avvolse in fretta, insieme a un fagotto d'altri cenci, e la cacci nel cassettone.
- Ah!... sei tu, Bianca?... che vuoi?...
Indi accorgendosi che teneva ancora l'ago in mano, se lo mise in tasca, vergognoso, sempre con quel gesto che sembrava meccanico.
- Ecco vostra nipote... - balbett la sorella con un tremito nella voce. - Isabella... vi rammentate?... E' stata in collegio a Palermo...
Egli fiss sulla ragazza quegli occhi azzurri e stralunati che fuggivano, di qua e di l, e mormor:
- Ah!... Isabella?... mia nipote?...
Guardava inquieto per la stanza, e di tanto in tanto, come vedeva un oggetto dimenticato sul tavolino o sulla seggiola zoppa, del refe sudicio, un fazzoletto di cotone posto ad asciugare al sole, correva subito a nasconderli. Poi si mise a sedere sulla sponda del lettuccio, fissando l'uscio. Mentre Bianca parlava, col cuore stretto, egli seguitava a volgere intorno gli occhi sospettosi, pensando a tutt'altro. A un tratto and a chiudere a chiave il cassetto della scrivania.
- Ah!... mia nipote, dici?...
Fiss di nuovo sulla giovinetta lo stesso sguardo esitante, e chin gli occhi a terra.
- Somiglia a te... tale e quale... quand'eri qui...
Sembrava che cercasse le parole, cogli occhi erranti evitando quelli della sorella e della nipote, con un tremito leggiero nelle mani, il viso smorto e istupidito. Un istante, mentre Bianca gli parlava all'orecchio, supplichevole, quasi le spuntassero le lagrime, egli di curvo che era si raddrizz cos che parve altissimo, con un'ombra negli occhi chiari un rimasuglio del sangue dei Trao che gli colorava il viso scialbo.
- No... no... Non voglio nulla... Non ho bisogno di nulla... Vattene ora, vattene... Vedi... ho tanto da fare...
Una cosa che stringeva il cuore. Una rovina ed un'angustia che umiliavano le memorie ambiziose, le fantasie romantiche nate nelle confidenze immaginarie colle amiche del collegio, le illusioni di cui era piena la bizzarra testolina della fanciulla, tornata in paese coll'idea di rappresentarvi la prima parte. Il lusso meschino della zia Sganci, la sua casa medesima fredda e malinconica, il palazzo cadente dei Trao che aveva spesso rammentato laggi con infantile orgoglio, tutto adesso impicciolivasi, diventava nero, povero, triste. L, dirimpetto, era la terrazza dei Margarone, che tante volte aveva rammentato vasta, inondata di sole, tutta fiorita, piena di ragazze allegre che la sbalordivano allora, bambina, collo sfoggio dei loro abiti vistosi. Com'era stretta e squallida invece, con quell'alto muro lebbroso che l'aduggiava! e come era divenuta vecchia donna Giovannina, che rivedeva seduta in mezzo ai vasi di fiori polverosi, facendo la calza, vestita di nero, enorme! In fondo al vicoletto rannicchiavasi la casuccia del nonno Motta. Allorch il babbo ve la condusse trovarono la zia Speranza che filava, canuta, colle grinze arcigne. C'erano dei mattoni smossi dove inciampavasi, un ragazzaccio scamiciato il quale lev il capo da un basto che stava accomodando, senza salutarli. Mastro Nunzio gemeva in letto coi reumatismi, sotto una coperta sudicia:
- Ah, sei venuto a vedermi? Credevi che fossi morto? No, no, non son morto. E' questa la tua ragazza? Me l'hai portata qui per farmela vedere?... E' una signorina, non c' che dire! Gli hai messo anche un bel nome! Tua madre per si chiamava Rosaria! Lo sai? Scusatemi, nipote mia, se vi ricevo in questo tugurio... Ci son nato, che volete... Spero di morirci... Non ho voluto cambiarlo col palazzo dove pretendeva chiudermi vostro padre... Io sono avvezzo ad uscir subito in istrada appena alzato... No, no,  meglio pensarci prima. Ciascuno com' nato. - Speranza grugniva delle altre parole che non si udivano bene. Il ragazzaccio li accompagn cogli occhi sino all'uscio, quando se ne andarono.
Intanto incalzavano le voci di colra. A Catania c'era stata una sommossa. Giunse da Lentini don Bastiano Stangafame insieme a donna Fif la quale pareva avesse gi il male addosso, verde, impresciuttita, narrando cose che dovevano averle fatto incanutire i capelli in ventiquattr'ore. A Siracusa una giovinetta bella come la Madonna, la quale ballava sui cavalli ammaestrati in teatro, e andava spargendo il colra con quel pretesto, era stata uccisa a furor di popolo. La gente insospettita stava a vedere, facendo le provviste per svignarsela dal paese, al primo allarme, e spiando ogni viso nuovo che passasse.
In quel tempo erano capitati due merciai che portavano nastri e fazzoletti di seta. Andavano di casa in casa a vendere la roba, e guardavano dentro gli usci e nei cortili. Le Margarone che spendevano allegramente per azzimarsi, quasi fossero ancora di primo pelo, fecero molte compere; anzi non trovandosi denari spiccioli, quei galantuomini dissero che sarebbero ripassati a prenderli il giorno dopo.
Invece spunt il giorno del Giudizio Universale. Ciolla era andato a ricorrere dal giudice che gli avevano avvelenate le galline: le portava a prova in mano, ancora calde. Torn in casa don Nicolino scalmanato, ordinando alle sorelle di sprangare usci e finestre e non aprire ad anima viva. Il dottor Tavuso fece chiudere anche lo sportello della cisterna. I galantuomini, rammentandosi il bel soggetto ch'era il Ciolla, quello ch'era stato in Castello colle manette, sedici anni prima, si armarono sino ai denti, e si misero a perlustrare il paese, se mai gli tornava il ghiribizzo di voler pescare nel torbido. La parola d'ordine era, sparargli addosso senza misericordia al primo allarme. I due merciai non si videro pi. Prima di sera cominciarono a sfilare le vetture cariche che scappavano dal paese. Dopo l'avemaria non andava anima viva per le strade. Giunse tardi una lettiga, che portava don Corrado La Gurna, vestito di nero, col fazzoletto agli occhi. I cani abbaiarono tutta la notte.
Il panico poi non ebbe limiti allorch si vide scappare la baronessa Rubiera, paralitica, su di una sedia a bracciuoli, poich nella portantina non entrava neppure, tanto era enorme, portata a fatica da quattr'uomini, colla testa pendente da un lato, il faccione livido, la lingua pavonazza che usciva a met dalle labbra bavose, gli occhi soltanto vivi e inquieti, le mani da morta agitate da un tremito continuo. E dietro, il baronello invecchiato di vent'anni, curvo, grigio, carico di figliuoli, colla moglie incinta ancora, e gli altri figli del primo letto. Empivano la strada dove passavano: uno sgomento. La povera gente che era costretta a rimanere in paese stava a guardare atterrita. Nelle chiese avevano esposto il Sacramento. Tacquero allora vecchi rancori, e si videro fattori restituire il mal tolto ai loro padroni. Don Gesualdo apr le braccia e i magazzini ai poveri e ai parenti; tutte le sue case di campagna alla Canziria e alla Salonia. A Mangalavite, dove aveva pure dei casamenti vastissimi, parl di riunire tutta la famiglia.
- Ora corro da mio padre per cercare d'indurlo a venire con noi. Tu intanto va da tuo fratello, - disse a Bianca. - Fagli capire che adesso son tempi da mettere una pietra sul passato, gli avessi fatto anche un tradimento... Abbiamo il colra sulle spalle... Il sangue non  acqua infine! Non possiamo lasciare quel povero vecchio solo in mezzo al colra... Mi pare che la gente avrebbe motivo di sparlare dei fatti nostri, eh?...
- Voi avete il cuore buono! - balbett la moglie sentendosi intenerire. - Voi avete il cuore buono!
Ma don Ferdinando non si lasci persuadere. Era occupatissimo ad incollare delle striscie di carta a tutte le fessure delle imposte, con un pentolino appeso al collo, arrampicato su di una scala a piuoli.
- Non posso lasciar la casa, - rispose. - Ho tanto da fare!... Vedi quanti buchi?... Se viene il colra... Bisogna tapparli tutti...
Inutilmente la sorella tornava a pregare e scongiurare - Non mi lasciate questo rimorso, don Ferdinando!... Come volete che chiuda occhio la notte, sapendovi solo in casa?...
- Ah! ah!... - rispose lui con un sorriso ebete. - La notte non me lo soffiano il colra!... Chiuder tutte le fessure... guarda!
E tornava a ribattere: - Non posso lasciar la casa sola... Ho da custodire le carte di famiglia...
La moglie del sagrestano, che vide uscire donna Bianca desolata dal portone, le corse dietro piangendo:
- Non ci vedremo pi!... Tutti se ne vanno... Non avremo per chi sonare messa e mattutino!
Anche mastro Nunzio s'era rifiutato ad andare col figliuolo.
- Io mangio colle mani, figliuol mio. Arrossiresti di tuo padre a tavola... Sono uno zotico... Non sono da mettermi insieme ai signori!... No, no!  meglio pensarci prima! Meglio crepar di colra che di bile!... Poi, sai? io sono avvezzo ad esser padrone in casa mia... Sono un villano... Non so starci sotto le scarpe della moglie, no!
Speranza mostr Burgio allettato anche lui dalla malaria.
- Noi non usiamo abbandonare i nostri nel pericolo!... Mio marito non pu muoversi, e noi non ci muoviamo!... Ecco come siam noi!... Lo sapete quello che ci vuole a mantenere una famiglia intera, col marito confinato in letto!... -
Ma non t'ho sempre detto che sarai la padrona!... Tutto quello che vuoi!... - esclam infine Gesualdo.
- No!... Non vi ho chiesto l'elemosina!... Non accetteremmo nulla, se non fosse pel bisogno... grazie a Dio!... Poich ci fate la carit, andremo alla Canziria... Non temete! Cos la gente non potr dire che avete abbandonato vostro padre in mezzo al colra!... Voi pensate a mandarci le provviste... Non possiamo pascerci d'erba come le bestie!... sentite... Se avete pure qualche vestito smesso di vostra figlia, di quelli proprio che non possono pi servirle... Gi lei  una signora, ma saranno sempre buoni per noi poveretti!...
I Margarone partirono subito per Pietraperzia; tutti ancora in lutto per don Filippo, morto dai crepacuori che gli dava il genero don Bastiano Stangafame, ogni volta che gli bastonava Fif se non mandava denari. Annebbiavano una strada. 
Il barone Mndola, che faceva la corte alla zia Sganci, se la condusse a Passaneto, e ci prese le febbri, povera vecchia. Zacco e il notaro Neri partirono per Donferrante. Era uno squallore pel paese. A ventitr ore non si vedeva altri lungo la via di San Sebastiano che il marchese Limli, per la sua solita passeggiatina del dopopranzo. E gli fecero sapere anzi che destava dei sospetti con quelle gite, e volevano fargli la festa al primo caso di colra.
- Eh? - disse lui. - La festa? Ci avete a pensar voialtri, che vi tocca pagar le spese. Io fo quello che ho fatto sempre, se no crepo egualmente.
E alla nipote che lo scongiurava di andar con lei a Mangalavite:
- Hai paura di non trovarmi pi?... No, no, non temere; il colra non sa che farsene di me.
Mentre Bianca e la figliuola stavano per montare in lettiga, giunse la zia Cirmena, disperata.
- Avete visto? Tutti se ne vanno! I parenti mi voltano le spalle!... E m' cascato addosso anche quel povero orfanello di Corrado La Gurna... Una tragedia a casa sua!... Padre e madre in una notte... fulminati dal colra!... Nessuno ha il mio cuore, no!... Una povera donna senza aiuto e che non sa dove andare!... Se mi date la chiave delle due camerette che avete laggi a Mangalavite, vicino alla vostra casina!... le camere del palmento... Siete il solo parente a cui ricorrere, voi, don Gesualdo!...
- S, s, - rispose lui - ma non lo dite agli altri...
- Glielo dir anzi!... Voglio rinfacciarlo a tutti quanti, se campo!


II


Quella che chiamavano la casina, a Mangalavite, era un gran casamento annidato in fondo alla valletta. Isabella dalla sua finestra vedeva il largo viale alpestre fiancheggiato d'ulivi, la folta macchia verde che segnava la grotta dove scorreva l'acqua, le balze in cui serpeggiava il sentiero, e pi in su l'erta chiazzata di sommacchi, Budarturo brullo e sassoso nel cielo che sembrava di smalto. La sola pennellata gaia era una siepe di rose canine sempre in fiore all'ingresso del viale, dimenticate per incuria.
Pei dirupi, ogni grotta, le capannuccie nascoste nel folto dei fichidindia, erano popolate di povera gente scappata dal paese per timore del colra. Tutt'intorno udivasi cantare i galli e strillare dei bambini; vedevansi dei cenci sciorinati al sole, e delle sottili colonne di fumo che salivano qua e l attraverso gli alberi. Verso l'avemaria tornavano gli armenti negli ovili addossati al casamento, branchi interi di puledri e di buoi che si raccoglievano nei cortili immensi. Tutta la notte poi era un calpesto irrequieto, un destarsi improvviso di muggiti e di belati, uno scrollare di campanacci, un sito di stalla e di salvatico che non faceva chiudere occhio ad Isabella. Di tanto in tanto correva una fucilata pazza per le tenebre, lontano; giungevano sin laggi delle grida selvagge d'allarme; dei contadini venivano a raccontare il giorno dopo di aver sorpreso delle ombre che s'aggiravano furtive sui precipizi; la zia Cirmena giurava di aver visto dei razzi solitarii e luminosi verso Donferrante. E subito spedivano gente ad informarsi se c'erano stati casi di colra. Il barone Zacco ch'era da quelle parti, rispondeva invece che i fuochi si vedevano verso Mangalavite.
Don Gesualdo, meno la paura dei razzi che si vedevano la notte, e il sospetto di ogni viso nuovo che passasse pei sentieri arrampicati lass sui greppi, ci stava come un papa fra i suoi armenti, i suoi campi, i suoi contadini, le sue faccende, sempre in moto dalla mattina alla sera, sempre gridando e facendo vedere la sua faccia da padrone da per tutto. La sera poi si riposava, seduto in mezzo alla sua gente, sullo scalino della gradinata che saliva al viale, dinanzi al cancello, in maniche di camicia, godendosi il fresco e la libert della campagna, ascoltando i lamenti interminabili e i discorsi sconclusionati dei suoi mezzaiuoli. Alla moglie, che l'aria della campagna faceva star peggio, soleva dire per consolarla: - Qui almeno non hai paura d'acchiappare il colra. Finch non si tratta di colra il resto  nulla. - L egli era al sicuro dal colra, come un re nel suo regno, guardato di notte e di giorno - a ogni contadino aveva procurato il suo bravo schioppo, dei vecchi fucili a pietra nascosti sotto terra fin dal 12 o dal 21 e teneva dei mastini capaci di divorare un uomo. Faceva del bene a tutti; tutti che si sarebbero fatti ammazzare per guardargli la pelle in quella circostanza. Grano, fave, una botte di vino guastatosi da poco. Ognuno che avesse bisogno correva da lui per domandargli in prestito quel che gli occorreva. Lui colle mani aperte come la Provvidenza. Aveva dato ricovero a mezzo paese, nei fienili, nelle stalle, nelle capanne dei guardiani, nelle grotte lass a Budarturo. Un giorno era arrivato persino Nanni l'Orbo con tutta la sua masnada, strizzando l'occhio, tirandolo in disparte per dirgli il fatto suo:
- Don Gesualdo... qui c' anche roba vostra. Guardate Nunzio e Gesualdo come vi somigliano! Quattro tumoli di pane al mese si mangiano, prosit a loro! Non potete chiudere loro la porta in faccia... Ne avete fatta tanta della carit? E fate anche questa, che cos vuol Dio.
- Guarda cosa diavolo t' venuto in mente!... Qui c' mia moglie e mia figlia adesso!... Almeno andatevene nel palmento, e non vi fate vedere da queste parti...
Ma tutto quel bene e quella carit gli tornavano in veleno per l'ostinazione dei parenti che non avevano voluto mettersi sotto le sue ali. Se ne sfogava spesso con Bianca la sera, quando chiudeva usci e finestre e si vedeva al sicuro: - Salviamo tanta gente dal colra... Abbiamo tanta gente sotto le ali, e soltanto il sangue nostro  disperso di qua e di l... Lo fanno apposta... per farci stare in angustie... per lasciarci la spina dentro!... Non parlo di tuo fratello poveraccio quello non capisce... Ma mio padre... Non me la doveva lasciare questa spina, lui!...
Non sapeva di quell'altro dispiacere che doveva procuragli la figliuola, il pover'uomo! Isabella ch'era venuta dal collegio con tante belle cose in testa, che s'era immaginata di trovare a Mangalavite tante belle cose come alla Favorita di Palermo, sedili di marmo, statue, fiori da per tutto, dei grandi alberi dei viali tenuti come tante sale da ballo, aveva provata qui un'altra delusione. Aveva trovato dei sentieri alpestri, dei sassi che facevano vacillare le sue scarpette, delle vigne polverose, delle stoppie riarse che l'accecavano, delle rocce a picco sparse di sommacchi che sembravano della ruggine a quell'altezza, e dove il tramonto intristiva rapidamente la sera. Poi dei giorni sempre uguali, in quella tebaide; un sospetto continuo, una diffidenza d'ogni cosa, dell'acqua che bevevasi, della gente che passava, dei cani che abbaiavano, delle lettere che giungevano - un mucchio di paglia umida in permanenza dinanzi al cancello per affumicare tutto ci che veniva di fuori, - le rare lettere ricevute in cima a una canna, attraverso il fumo - e per solo svago, il chiacchiero della zia Cirmena, la quale arrivava ogni sera colla lanterna in mano e il panierino della calza infilato al braccio. Suo nipote l'accompagnava raramente; preferiva rimanersene in casa, a far l'orso e a pensare ai casi suoi o ai suoi morti, chiss... La zia Cirmena per scusarlo parlava del gran talento che aveva quel ragazzo, tutto il santo giorno chiuso nella sua stanzetta, col capo in mano, a riempire degli scartafacci, pi grossi di un basto, di poesie che avrebbero fatto piangere i sassi. Don Gesualdo ci s'addormentava sopra a quei discorsi. La mamma parlava poco anche lei, sempre senza fiato, sempre fra letto e lettuccio. La sola che dovesse dar retta alla zia era lei, Isabella, soffocando gli sbadigli, dopo quelle giornate vuote. Alle sue amiche di collegio, disseminate anch'esse di qua e di l, non sapeva proprio cosa scrivere. Marina di Leyra le mandava ogni settimana delle paginette stemmate piene zeppe di avventure, di confidenze interessanti. La stuzzicava, la interrogava, chiedeva in ricambio le sue confidenze, sembrava a ogni lettera che le capitasse l dinanzi, coi suoi occhioni superbi, colle belle labbra carnose, a dirle in un orecchio delle cose che le facevano avvampare il viso, che le facevano battere il cuore, quasi ci avesse nascosto il suo segreto da confidarle anche lei. S'erano regalato a vicenda un libriccino di memorie, colla promessa di scrivervi sopra tutti i loro pensieri pi intimi, tutto, tutto, senza nascondere nulla! I begli occhi azzurri d'Isabella, gli occhi che diceva lo zio Limli, senza volerlo, senza guardare neppure, sembrava che cercassero quei pensieri. In quella testolina che portava ancora le trecce sulle spalle, nasceva un brulicho, quasi uno sciame di api vi recasse tutte le voci e tutti i profumi della campagna, di l dalle roccie, di l  da Budarturo, di lontano. Sembrava che l'aria libera, lo stormire delle frondi, il sole caldo, le accendessero il sangue, penetrassero nelle sottili vene azzurrognole, le fiorissero nei colori del viso, le gonfiassero di sospiri il seno nascente sotto il pettino del grembiule. - Vedi quanto ti giova la campagna? - diceva il babbo. - Vedi come ti fai bella?
Ma essa non era contenta. Sentiva un'inquietezza un'uggia, che la facevano rimanere colle mani inerti sul ricamo, che la facevano cercare certi posti per leggere i pochi libri, quei volumetti tenuti nascosti sotto la biancheria, in collegio. All'ombra dei noci, vicino alla sorgente, in fondo al viale che saliva dalla casina, c'era almeno una gran pace, un gran silenzio, s'udiva lo sgocciolare dell'acqua nella grotta, lo stormire delle frondi come un mare, lo squittire improvviso di qualche nibbio che appariva come un punto nell'azzurro  immenso. Tante piccole cose che l'attraevano a poco a poco, e la facevano guardare attenta per delle ore intere una fila di formiche che si seguivano, una lucertolina che affacciavasi timida a un crepaccio, una rosa canina che dondolava al disopra del muricciuolo, la luce e le ombre che si alternavano e si confondevano sul terreno. La vinceva una specie di dormiveglia, una serenit che le veniva da ogni cosa, e si impadroniva di lei, e l'attaccava l, col libro sulle ginocchia, cogli occhi spalancati e fissi, la mente che correva lontano. Le cadeva addosso una malinconia dolce come una carezza lieve, che le stringeva il cuore a volte, un desiderio vago di cose ignote. Di giorno in giorno era un senso nuovo che sorgeva in lei, dai versi che leggeva, dai tramonti che la facevano sospirare, un'esaltazione vaga, un'ebbrezza sottile, un turbamento misterioso e pudibondo che provava il bisogno di nascondere a tutti. Spesso, la sera, scendeva adagio adagio dal lettuccio perch la mamma non udisse, senza accendere la candela, e si metteva alla finestra, fantasticando, guardando  il cielo che formicolava di stelle. La sua anima errava vagamente dietro i rumori della campagna, il pianto del chi, l'uggiolare lontano, le forme confuse che viaggiavano nella notte, tutte quelle cose che le facevano una paura deliziosa. Sentiva quasi piovere dalla luna sul suo viso, sulle sue mani una gran dolcezza, una gran prostrazione, una gran voglia di piangere. Le sembrava confusamente di vedere nel gran chiarore bianco, oltre Budarturo, lontano, viaggiare immagini note, memorie care, fantasie che avevano intermittenze luminose come la luce di certe stelle: le sue amiche, Marina di Leyra, un altro viso sconosciuto che Marina le faceva sempre vedere nelle sue lettere, un viso che ondeggiava e mutava forma, ora biondo, ora bruno, alle volte colle occhiaie appassite e la piega malinconica che avevano le labbra del cugino La Gurna. Penetrava in lei il senso delle cose, la tristezza della sorgente, che stillava a goccia a goccia attraverso le foglie del capelvenere, lo sgomento delle solitudini perdute lontano per la campagna, la desolazione delle forre dove non poteva giungere il raggio della luna, la festa delle rocce che s'orlavano d'argento, lass a Budarturo, disegnandosi nettamente nel gran chiarore, come castelli incantati. Lass, lass, nella luce d'argento, le pareva di sollevarsi in quei pensieri quasi avesse le ali, e le tornavano sulle labbra delle parole soavi, delle voci armoniose, dei versi che facevano piangere, come quelli che fiorivano in cuore al cugino La Gurna. Allora ripensava a quel giovinetto che non si vedeva quasi mai, che stava chiuso nella sua stanzetta, a fantasticare, a sognare come lei. Laggi, dietro quel monticello, la stessa luna doveva scintillare sui vetri della sua finestra, la stessa dolcezza insinuarsi in lui. Che faceva? che pensava? Un brivido di freddo la sorprendeva di tratto in tratto come gli alberi stormivano e le portavano tante voci da lontano - Luna bianca, luna bella!... Che fai, luna? dove vai? che pensi anche tu? - Si guardava le mani esili e delicate, candide anch'esse come la luna, con una gran tenerezza, con un vago senso di gratitudine e quasi di orgoglio. 
Poscia ricadeva stanca da quell'altezza, con la mente inerte, scossa dal russare del babbo che riempiva la casa. La mamma vicino a lui non osava neppure fare udire il suo respiro; come non osava quasi mostrare tutta la sua tenerezza alla figliuola dinanzi al marito, timida, con quegli occhi tristi e quel sorriso pallido che voleva dire tante cose nelle pi umili parole: - Figlia! figlia mia!... - Soltanto la stretta delle braccia esili, e l'espressione degli sguardi che correvano inquieti all'uscio dicevano il resto. Quasi dovesse nascondere le carezze che faceva alla sua creatura, le mani tremanti che le cercavano il viso, gli occhi turbati che l'osservavano attentamente. - Che hai? Sei pallida!... Non ti senti bene?
La zia Cirmena che vedeva la ragazza cos gracile, cos pallidina, con quelle pesche sotto gli occhi, cercava di distrarla, le insegnava dei lavori nuovi, delle cornicette intessute di fili di paglia, delle arance e dei canarini di lana. Le contava delle storielle, le portava da leggere le poesie che scriveva suo nipote Corrado, di nascosto, nel panierino della calza. - Son fresche fresche di ieri. Gliele ho prese dal tavolino ora  che  uscito a passeggiare. E' ritroso, quel benedetto figliuolo. Cos timido! uno che ha bisogno d'aiuto, col talento che ha, peccato! - E le suggeriva anche dei rimedi per la salute delicata, lo sciroppo marziale, delle teste di chiodi in una bottiglia d'acqua. Si sbracciava ad aiutare in cucina, col vestito rimboccato alla cintola, a far cuocere un buon brodo di ossa per sua nipote Bianca, a preparare qualche intingolo per Isabella che non mangiava nulla. - Lasciate fare a me. So quel che ci vuole per lei. Voialtri Trao siete tanti pulcini colla luna. - Un braccio di mare quella zia Cirmena. Una donna che se le si faceva del bene, non ci si perdeva interamente. Spesso costringeva Corrado a venire anche lui la sera per tenere allegra la brigata.
- Tu che sai fare tante cose, coi tuoi libri, colle tue chiacchiere, porterai un po' di svago. Santo Dio! se stai sempre rintanato coi tuoi libri, come vuoi far conoscere i tuoi meriti? - Poi, quando lui non era presente, cantava anche pi chiaro: - Alla sua et!... Non  pi un bambino... Bisogna che s'aiuti... Non pu vivere sempre alle spalle dei parenti!... -  E superbo come Lucifero per giunta, ricalcitrando e inalberandosi se alcuno cercava di aiutarlo, di fargli fare buona figura, se la zia s'ingegnava lei di aprir gli occhi alla gente sul valore del suo nipote Corrado e gli rubava gli scartafacci, e andava a sciorinarli lei stessa in mezzo al crocchio dei cugini Motta, compitando, accalorandosi come un sensale che fa valere la merce, mentre don Gesualdo andava appisolandosi a poco a poco, e diceva di s col capo, sbadigliando, e Bianca guardava Isabella la quale teneva i grand'occhi sbarrati nell'ombra, assorta, e le si mutava a ogni momento l'espressione del viso delicato, quasi delle ondate di sangue la illuminassero tratto tratto. Donna Sarina tutta intenta alla lettura non si accorgeva di nulla, badava ad accomodarsi gli occhiali di tanto in tanto, chinavasi verso il lume, oppure se la pigliava col nipote che scriveva cos sottile.
- Ma che talento, eh! Come amministratore... che so io... per soprintendere ai lavori di campagna... dirigere una fattoria, quel ragazzo varrebbe tant'oro. Il cuore mi dice che se voi, don Gesualdo, trovaste di collocarlo in alcuno dei vostri negozi, fareste un affare d'oro!... E... ora che non ci sente... per poco salario anche! Il giovane ha gli occhi chiusi, come si dice... ancora senza malizia... e si contenterebbe di poco! Fareste anche un'opera di carit, fareste!
Don Gesualdo non diceva n s n no, prudente, da uomo avvezzo a muovere sette volte la lingua in bocca prima di lasciarsi scappare una minchioneria. Ci pensava su, badava alle conseguenze, badava alla sua figliuola, anche russando, con un occhio aperto. Non voleva che la ragazza cos giovane, cos inesperta, senza sapere ancora cosa volesse dire esser povero o ricco, s'avesse a scaldare il capo per tutte quelle frascherie. Lui era ignorante, uno che non sapeva nulla, ma capiva che quelle belle cose erano trappole per acchiappare i gonzi. Gli stessi arnesi di cui si servono coloro che sanno di lettere per legarvi le mani o tirarvi fuori dei cavilli in un negozio. Aveva voluto che la sua figliuola imparasse tutto ci che insegnavano a scuola, perch era ricca, e un giorno o l'altro avrebbe fatto un matrimonio vantaggioso. Ma appunto perch'era ricca tanta gente ci avrebbe fatti su dei disegni. Insomma a lui non piacevano quei discorsi della zia e il fare del nipote che le teneva il sacco con quell'aria ritrosa di chi si fa pregare per mettersi a tavola, di chi vuol vender cara la sua mercanzia. E le occhiate lunghe della cuginetta,  i silenzi ostinati, quel mento inchiodato sul petto, quella smania di cacciarsi coi suoi libri in certi posti solitari, per far la letterata anche lei, una ragazza che avrebbe dovuto pensare a ridere e a divertirsi piuttosto...
Finora erano ragazzate; sciocchezze da riderci sopra, o prenderli a scappellotti tutt'e due, la signorina che mettevasi alla finestra per veder volare le mosche, e il ragazzo che stava a strologare da lontano, di cui vedevasi il cappello di paglia al disopra del muricciuolo o della siepe, ronzando intorno alla casina, nascondendosi fra le piante. - Don Gesualdo aveva dei buoni occhi. Non poteva indovinare tutte le stramberie che fermentavano in quelle teste matte, - i baci mandati all'aria, e il sole e le nuvole che pigliavano parte al duetto - a un miglio di distanza, - ma sapeva leggere nelle pedate fresche, nelle rose canine che trovava sfogliate sul sentiero, nell'aria ingenua di Isabella che scendeva a cercare le forbici o il ditale quando per combinazione c'era in sala il cugino, nella furberia di lui che fingeva di non guardarla, come chi passa e ripassa in una fiera dinanzi alla giovenca che vuol comprare senza darle neppure un'occhiata. Vedeva anche nella faccia  ladra di Nanni l'Orbo, nel fare sospettoso di lui, nell'aria sciocca che pigliava, quando rizzavasi fra i sommacchi, mettendosi la mano sugli occhi, per guardar laggi, nel viale, o si cacciava carponi fra i fichi d'India, o veniva a portargli dei pezzi di carta che aveva trovato vicino alla fontana, dei calcinacci scrostati dal sedile, facendo il nesci:
- Don Gesualdo, che c' stato vossignoria, lass?... Alle volte... per far quattro passi... L'erba sulla spianata  tutta pesta, come ci si fosse sdraiato un asino. Ladri, no, eh?... Ho paura di quelli del colra piuttosto.
- No... di giorno?... che diavolo!... bestia che sei!... Non temere, qui stiamo cogli occhi aperti.
E ci stava davvero, con prudenza, per evitar gli scandali, aspettando che terminasse il colra per scopare la casa, e finirla pulitamente con donna Sarina e tutti i suoi senza dar campo di parlare alle male lingue, rimbeccando la zia Cirmena che s'era messa a far la sapiente anche lei, a parlare col squinci e linci, tagliando corto a quelle chiacchiere sconclusionate che vi tiravano gli sbadigli dalle calcagna. Un giorno, presenti tutti quanti, sput fuori il fatto suo.
- Ah... le canzonette? Roba che non empie pancia, cari miei! - La zia Cirmena si risent alfine: - Voi pigliate tutto a peso e a misura, don Gesualdo! Non sapete quel che vuol  dire... Vorrei vedervici!... - Egli allora, col suo fare canzonatorio, raccolse in mucchio libri e giornali ch'erano sul tavolino e glieli cacci in grembo, a donna Sarina, ridendo ad alta voce, spingendola per le spalle quasi volesse mandarla via come fa il sensale nel conchiudere il negozio, vociando cos forte che sembrava in collera, fra le risate:
- Be'... pigliateli, se vi piacciono... Potrete camparci su!...
Tutti si guardarono negli occhi. Isabella si alz senza dire una parola, ed usc dalla stanza. - Ah!... - borbott don Gesualdo. - Ah!...
Ma visto che non era il momento, cacci indietro la bile e volt la cosa in scherzo:
- Anche a lei... le piacciono le canzonette. Come passatempo... colla chitarra... adesso che siamo in villeggiatura non dico di no. Ma per lei c' chi ha lavorato al sole e al vento, capite?... E se ha la testa dura dei Trao, anche i Motta non scherzano, quanto a ci...
- Bene, - interruppe la zia, - questo  un altro discorso.
- Ah, vi sembra un altro discorso?
- Ecco! - salt su donna Sarina, pigliandosela a un tratto col nipote. - Tuo zio parla pel tuo bene. Non lo trovi, un parente affezionato come lui, senti!
- Certo, certo... Voi siete una donna di giudizio, donna Sarina, e cogliete le parole al volo.
La Cirmena allora si mise a dimostrare che un ragazzo di talento poteva arrivare dove voleva, segretario, fattore, amministratore di una gran casa. Le protezioni gi non gli mancavano. - Certo, certo, - continuava a ripetere don Gesualdo. Ma non si impegnava pi oltre. Si dava da fare a rimettere le seggiole a posto, a chiudere le finestre, come a dire: - Adesso andate via. - Per siccome il giovane voltava le spalle senza rispondere, con la superbia che avevano tutti quei parenti spiantati, donna Sarina non seppe pi frenarsi, raccattando in furia i ferri da calza e gli occhiali, infilando il paniere al braccio senza salutar nessuno.
- Guardate s' questa la maniera! Cos si ringraziano i parenti della premura? Io me ne lavo le mani... come Pilato... Ciascuno a casa sua...
- Ecco la parola giusta, donna Sarina. Ciascuno a casa sua. Aspettate, che vi accompagno... Eh? eh? che c'?
Da un pezzo, mentre discorreva, tendeva l'orecchio all'abbaiare dei cani, al diavolo che facevano oche e tacchini nella corte, a un correre a precipizio. Poi si ud una voce sconosciuta in mezzo al chiacchiero della sua gente. Dal cancello s'affacci il camparo, stralunato, facendogli dei segni.
- Vengo, vengo, aspettate un momento.
Torn poco dopo che sembrava un altro, stravolto, col cappello di paglia buttato all'indietro, asciugandosi il sudore. Donna Sarina voleva sapere a ogni costo cosa fosse avvenuto, fingendo d'aver paura.
- Nulla... Le stoppie lass avran preso fuoco... V'accompagno. E' cosa da nulla.
Nell'aia erano tutti in subbuglio. Mastro Nardo, sotto la tettoia, insellava in fretta e in furia la mula baia di don Gesualdo. Dinanzi al rastrello del giardino Nanni l'Orbo e parecchi altri ascoltavano a bocca aperta un contadino di fuorivia che narrava gran cose, accalorato, gesticolando mostrando il vestito ridotto in brandelli.
- Nulla, nulla, - ripet don Gesualdo. - V'accompagno a casa vostra. Non c' premura. - Si vedeva per ch'era turbato, balbettava, grossi goccioloni gli colavano dalla fronte. Donna Sarina s'ostinava ad aver paura, piantandosi su due piedi, frugando di qua e di l cogli occhi curiosi, fissandoli in viso a lui per scovar quel che c'era sotto: - Un caso di colra, eh? Ce l'han portato sin qui? Qualche briccone? L'han colto sul fatto? - Infine don Gesualdo le mise le mani sulle spalle, guardandola fissamente nel bianco degli occhi: - Donna Sarina, a che giuoco giochiamo? Lasciatemi badare agli affari di casa mia! santo e santissimo! - E la mise bel bello sulla sua strada, di l dal ponticello. Tornando indietro se la prese con tutta quella gente che sembrava ammutinata, comare Lia che aveva lasciato d'impastare il pane, sua figlia accorsa anche lei colle mani intrise di farina. - Che c'? che c'? Voi, mastro Nardo, andate avanti colla mula. Vi raggiunger per via. L, da quella parte, pel sentiero. Non c' bisogno di far sapere a tutto il vicinato se vo o se rimango. E voialtri badate alle vostre faccende. E cucitevi la bocca, ehi!... senza suonar la tromba e andar narrando quel che mi succede, di qua e di l!...
Poi sal di sopra colle gambe rotte. Bianca appena lo vide  con quella faccia si impaur. Ma egli per non le disse nulla. Temeva che i sorci ballassero mentre non c'era il gatto. Mentre la moglie l'aiutava a infilarsi gli stivali, andava facendole certe raccomandazioni: - Bada alla casa. Bada alla ragazza. Io vo e torno. Il tempo d'arrivare alla Salonia per mio padre che sta poco bene. Gli occhi aperti finch non ci son io, intendi? - Bianca da ginocchioni com'era alz il viso attonito. - Svegliati! Come diavolo sei diventata? Tale e quale tuo fratello don Ferdinando sei! Tua figlia ha la testa sopra il cappello, te ne sei accorta? Abbiamo fatto un bel negozio a metterle in capo tanti grilli! Chiss cosa s'immagina? E gli altri pure... Donna Sarina e tutti gli altri! Serpi nella manica!... Dunque, niente visite, finch torno... e gli occhi aperti sulla tua figliuola. Sai come sono le ragazze quando si mettono in testa qualcosa!... Sei stata giovane anche tu... Ma io non mi lascio menare pel naso come i tuoi fratelli, sai!... No, no, chetati! Non  per rimproverarti... L'hai fatto per me, allora. Sei stata una buona moglie, docile e obbediente, tutta per la casa... Non me ne pento. Dico solo acci ti serva d'ammaestramento, adesso. Le ragazze per maritarsi non guardano a nulla... Tu almeno non facevi una pazzia... Non te ne sei pentita neppur tu,  vero? Ma adesso  un altro par di maniche. Adesso si tratta di non lasciarsi rubare come in un bosco...
Bianca, ritta accanto all'uscio, col viso scialbo, spalanc gli occhi, dove era in fondo un terror vago, uno sbalordimento  accorato, l'intermittenza dolorosa della ragione annebbiata ch'era negli occhi di don Ferdinando.
- Ah! Hai capito finalmente! Te ne sei accorta anche tu! E non mi dicevi nulla!... Tutte cos voialtre donne... a tenervi il sacco l'una coll'altra!... congiurate contro chi s'arrovella pel vostro meglio!
- No!... vi giuro!... Non so nulla!... Non ci ho colpa... Che volete da me?... Vedete come son ridotta!...
- Non lo sapevi? Cosa fai dunque? Cos tieni d'occhio tua figlia... E' questa una madre di famiglia?... Tutto sulle mie spalle! Ho le spalle grosse. Ho lo stomaco pieno di dispiaceri... E sto benone io!... Ho la pelle dura.
E se ne and col dorso curvo, sotto il gran sole, ruminando tutti i suoi guai. Il messo ch'era venuto a chiamarlo dalla Salonia l'aspettava in cima al sentiero, insieme a mastro Nardo che tirava la mula zoppicando. Come lo vide da lontano si mise a gridare:
- Spicciatevi, vossignoria. Se arriviamo tardi, per disgrazia, la colpa  tutta mia.
Cammin facendo raccontava cose da far drizzare i capelli in testa. A Marineo avevano assassinato un viandante che andava ronzando attorno all'abbeveratoio,  nell'ora calda, lacero, scalzo, bianco di polvere, acceso in volto, con l'occhio bieco, cercando di farla in barba ai cristiani che stavano a  guardia da lontano, sospettosi. A Callari s'era trovato un cadavere dietro una siepe, gonfio come un otre: l'aveva scoperto il puzzo. La sera, dovunque, si vedevano dei fuochi d'artifizio, una pioggia di razzi, tale e quale la notte di San Lorenzo, Dio liberi! Una donna incinta, che s'era lasciata aiutare da uno sconosciuto, mentre portava un carico di legna al Trimmillito, era morta la stessa notte all'improvviso, senza neanche dire - Cristo aiutami - colla pancia piena di fichi d'India.
- Vostro padre l'ha voluto lui stesso il colra, sissignore. Tutti gli dicevano: Non aprite se prima il sole non  alto! Ma sapete che testa dura! Il colra ce l'ha portato alla Salonia un viandante che andava intorno colla bisaccia in spalla. Di questi tempi, figuratevi! C' chi l'ha visto a sedere, stanco morto, sul muricciuolo vicino alla fattoria. Poi tutta la notte rumori sul tetto e dietro gli usci... E le macchie d'unto che si son trovate qua e l a giorno fatto!... Come della bava di lumaca... Sissignore!... Quella bestia dello speziale continua a predicare di scopar le case, di pigliarsela coi maiali e colle galline, per tener lontano il colra! Adesso il veleno ce lo portano le bestie del Signore, che non hanno malizia! avete inteso, vossignoria?... Roba da accopparli tutti quanti sono, medici, preti e speziali, perch loro ogni cristiano che mandano al mondo della verit si pigliano dodici tar dal re! E l'arciprete Bugno ha avuto il coraggio di predicarlo dall'altare: - Figliuoli miei, so che ce l'avete con me, a causa del colra. Ma io sono innocente. Ve lo giuro su quest'ostia consacrata! - Io non so s'era innocente o no. So che ha acchiappato il colra anche lui, perch teneva in casa quelle bottiglie che mandano da Napoli per far morire i cristiani. Io non so niente. Il fatto  che i morti fioccano come le mosche: Donna Marianna Sganci, Peperito...



III



Allorch giunsero alla Salonia trovarono che tutti gli altri inquilini della fattoria caricavano muli ed asinelli per fuggirsene. Inutilmente Bomma, che era venuto dalla vigna, l vicino, si sgolava a gridare:
- Bestie! s' una perniciosa!... se ha una febbre da cavallo! Non si muore di colra con la febbre!
- Non me ne importa s' una perniciosa! - borbott infine Giacalone. - I medici gi son pagati per questo!...
Mastro Nunzio stava male davvero: la morte gli aveva pizzicato il naso e gli aveva lasciato il segno delle dita sotto gli occhi, un'ombra di filiggine che gli tingeva le narici assottigliate, gli sprofondava gli occhi e la bocca sdentata in fondo a dei buchi neri, gli velava la faccia terrea e sporca di peli grigi. Apr quegli occhi a stento, udendo suo figlio Gesualdo che gli stava dinanzi al letto, e disse colla voce cavernosa:
- Ah! sei venuto a vedere la festa, finalmente? 
Santo, come un allocco, stava seduto sullo scalino dell'uscio, senza dir nulla, coi lucciconi agli occhi. Burgio e sua moglie si affrettavano a insaccare un po' di grano, per non morir di fame dove andavano, appena avrebbe chiusi gli occhi il vecchio. Nel cortile c'erano anche le mule cariche di roba. Don Gesualdo afferr pel vestito Bomma, il quale stava per andarsene anche lui.
- Che si pu fare, don Arcangelo? Comandate! Tutto quello che si pu fare, per mio padre... tutto quello che ho!... Non guardate a spesa...
- Eh! avrete poco da spendere... Non c' nulla da fare... Sono venuto tardi. La china non giova pi!... una perniciosa coi fiocchi, caro voi! Ma per non muore di colra, e non c' motivo di spaventare tutto il vicinato, come fanno costoro!
Il vecchio stava a sentire, cogli occhi inquieti e sospettosi in fondo alle orbite nere. Guardava Gesualdo che si affannava intorno al farmacista, Speranza la quale strillava e singhiozzava aiutando il marito ne' preparativi della partenza, Santo che non si muoveva, istupidito, i nipoti qua e l per la casa e nel cortile, e Bomma che gli voltava le spalle, scrollando il capo, facendo gesti d'impazienza. Speranza infine and a consegnare le chiavi a suo fratello, seguitando a brontolare:
- Ecco! Mi piace che siete venuto... Cos non direte che vogliamo fare man bassa sulla roba, io e mio marito, appena chiude gli occhi nostro padre...
- Non sono ancora morto, no! - si lament il vecchio dal suo cantuccio. Allora si alz come una furia l'altro figliuolo, Santo, con la faccia sudicia di lagrime, vociando e pigliandosela con tutti quanti:
- Il viatico che non glielo date, razza di porci?... Che lo fate morire peggio di un cane?...
- Non sono ancora morto! - piagnucol di nuovo il moribondo. - Lasciatemi morire in pace, prima!...
- Non  per la roba, no! - gli rispose il genero Burgio accostandosi al letto e chinandosi sul malato come parlasse a un bambino: - Anzi  per vostro amore che vogliamo farvi confessare e comunicare prima di chiudere gli occhi.
- Ah!... ah!... Non vi par l'ora!... Lasciatemi in pace... lasciatemi!...
Giunse la sera e pass la notte a quel modo. Mastro Nunzio  nell'ombra stava zitto e immobile, come un pezzo di legno; soltanto ogni volta che gli facevano inghiottire a forza la medicina, gemeva, sputava, e lamentavasi ch'era amara come il veleno, ch'era morto, che non vedevano l'ora di levarselo dinanzi. Infine, perch non lo seccassero, volt il naso contro il muro, e non si mosse pi. - Poteva essere mezzanotte, sebbene nessuno s'arrischiasse ad aprire la finestra per guardar le stelle. - Speranza ogni tanto s'accostava al malato in punta di piedi, lo toccava, lo chiamava adagio adagio; ma lui zitto. Poi tornava a discorrere sottovoce col marito che aspettava tranquillamente, accoccolato sullo scalino, dormicchiando. Gesualdo stava seduto dall'altra parte col mento fra le mani. In fondo allo stanzone si udiva il russare di Santo. I nipoti erano gi partiti colla roba, insieme agli altri inquilini e un gatto abbandonato s'aggirava miagolando per la fattoria, come un'anima di Purgatorio: una cosa che tutti alzavano il capo trasalendo, e si facevano la croce al vedere quegli occhi che luccicavano nel buio, fra le travi del tetto e i buchi del muro; e sulla parete sudicia vedevasi sempre l'ombra del berretto del vecchio, gigantesca, che non dava segno di vita. Poi, tre volte, si ud cantare la civetta.
Quando Dio volle, a giorno fatto, dopo un pezzo che il  giorno trapelava dalle fessure delle imposte e faceva impallidire il lume posato sulla botte, Burgio si decise ad aprire l'uscio. Era una giornata fosca, il cielo coperto, un gran silenzio per la pianura smorta e sassosa. Dei casolari nerastri qua e l, l'estremit del paese sulla collina in fondo, sembravano sorgere lentamente dalla caligine, deserti e silenziosi. Non un uccello, non un ronzo, non un alito di vento. Solo un frusco fugg spaventato fra le stoppie all'affacciarsi che fece Burgio, sbadigliando e stirandosi le braccia.
- Massaro Fortunato!... venite qua, venite! - chiam in quel punto la moglie colla voce alterata.
Gesualdo chino sul lettuccio del genitore, lo chiamava, scuotendolo. La sorella, arruffata, discinta, che sembrava pi gialla in quella luce scialba, preparavasi a strillare. Infine Burgio, dopo un momento, azzard la sua opinione: - Signori miei, a me sembra morto di cent'anni.
Scoppi allora la tragedia. Speranza cominci a urlare e a graffiarsi la faccia. Santo, svegliato di soprassalto, si dava dei pugni in testa, fregandosi gli occhi, piangendo come un ragazzo. Il pi turbato di tutti per era don Gesualdo, sebbene non dicesse nulla, guardando il morto che guardava lui colla coda dell'occhio appannato. Poi gli baci la mano, e gli copr la faccia col lenzuolo. Speranza, inconsolabile, minacciava di correre al paese per buttarsi nella cisterna, di lasciarsi morir di fame: - Cosa ci fo pi al mondo adesso? Ho  perso il mio sostegno! la colonna della casa! - Quel piagnisteo dur la giornata intera. Inutilmente il marito per consolarla le diceva che don Gesualdo non li avrebbe abbandonati. Erano tutti figli suoi, orfanelli bisognosi. Santo col viso sudicio guardava or questo e or quello come aprivano bocca. - No! - s'ostinava Speranza. - E' morto, ora, mio padre! Non c' nessuno che pensi a noi!
Gesualdo che l'aveva lasciata sfogare un pezzo tentennando il capo, cogli occhi gonfi, le disse infine:
- Hai ragione!... Non ho fatto mai nulla per voialtri!... Hai ragione di lagnarti della buona misura!...
- No, - interruppe Burgio. - No! Parole che scappano nel brucio, cognato.
Intanto bisognava pensare a seppellire il morto, senza un cane che aiutasse, a pagarlo tant'oro! Un falegname, l al Camemi, mise insieme alla meglio quattro asserelle a mo' di bara, e mastro Nardo scav la buca dietro la casa. Poi Santo e don Gesualdo dovettero fare il resto colle loro mani. Burgio per stava a vedere da lontano, timoroso del contagio, e sua moglie piagnucolava che non le bastava l'animo di toccare il morto. Le faceva male al cuore, s! Dopo, asciugatisi gli occhi, rifatto il letto, rassettata la casa, nel tempo che mastro Nardo preparava le cavalcature, e aspettavano seduti in crocchio, ella attacc il discorso serio.
- E ora, come restiamo intesi?
Tutti quanti si guardarono in faccia a quell'esordio. Massaro Fortunato tormentava la nappa della berretta, e Santo sgran gli occhi. Don Gesualdo per non aveva capito l'antifona, col viso in aria, cercava il verbo.
- Come restiamo intesi? Perch? Di che cosa?
- Per discorrere dei nostri interessi, eh? Per dividerci l'eredit che ha lasciato quella buon'anima, tanto paradiso! Siamo tre figliuoli... Ciascuno la sua parte... secondo vi dice la coscienza... Voi siete il maggiore, voi fate le parti... e ciascuno di noi piglia la sua... Per se ci avete il testamento... Non dico... Allora tiratelo fuori, e si vedr.
Don Gesualdo, che era don Gesualdo, rimase a bocca aperta a quel discorso. Stupefatto, cercava le parole, balbettava:
- L'eredit?... Il testamento?... La parte di che cosa?...
Allora Speranza infuri. - Come? Di questo si parlava. Non erano tutti figli dello stesso padre? E il capo della casa chi era stato? Sinora aveva avuto le mani in pasta don Gesualdo, vendere, comprare... Ora, ciascuno doveva avere la sua parte. Tutto quel ben di Dio, quelle belle terre, la Canziria, la Salonia stessa dove avevano i piedi, erano forse piovuti dal cielo? - Burgio, pi calmo, metteva buone parole; diceva che non era quello il momento, col morto ancora caldo. Tappava la bocca alla moglie; cacciava indietro il cognato Santo, il quale aveva aperto tanto d'orecchi e vociava: - No, no, lasciatela dire! - Infine volle che si abbracciassero, l, nella stanza dove erano rimasti poveri orfanelli. Don Gesualdo era un galantuomo, un buon cuore. Non l'avrebbe fatta una porcheria. - Non scappate! Sentite qua! Non  vero? Non siete un galantuomo?
- No! no! Lasciatemi sentire quello che pretendono. E' meglio spiegarsi chiaro.
Ma la sorella non gli dava pi retta, seduta su di un sasso, fuori dell'uscio, borbottando fra di s. Massaro Fortunato tocc pure degli altri tasti: il gastigo di Dio che avevano sulle spalle, l'ora che si faceva tarda. Intanto mastro Nardo tir fuori la mula dalla stalla. Rimasero ancora un pezzetto l fuori a tenersi il broncio. Poi don Gesualdo propose di condurseli tutti a Mangalavite. Il cognato Burgio serrava l'uscio a chiave, e caricava sul basto i pochi panni, che aveva raccolti in un fagottino. Speranza non rispose subito all'invito del fratello, sciorinando lo scialle per accingersi alla partenza, guardando di qua e di l, cogli occhi torvi. Infine spiattell quel che aveva sullo stomaco:
- A Mangalavite?... No, grazie tante!... Cosa ci verrei a  fare... se dite che  roba vostra?... Sarebbe anche un disturbo per vostra moglie e la figliuola... due signore avvezze a stare coi loro comodi... Noi poveretti ci accomodiamo alla meglio... Andremo alla Canziria. Andremo piuttosto alla fornace del gesso che ha lasciato mio padre, buon'anima... Quella s!... Col almeno saremo a casa nostra. Non direte d'averla comperata coi vostri guadagni la fornace del gesso!... No, no, sto zitta, massaro Fortunato! Se ne parler poi, chi campa. Chi campa tutto l'anno vede ogni festa. Vi saluto, don Gesualdo. Sar quel che vuol Dio. Beato quel poveretto che adesso  tranquillo, sottoterra!...
Brontolava ancora ch'era gi in viaggio, sballottata dall'ambio della cavalcatura, colla schiena curva, e il vento che le gonfiava lo scialle dietro. Don Gesualdo mont a cavallo lui pure, e se ne and dall'altra parte, col cuore grosso dell'ingratitudine che raccoglieva sempre, voltandosi indietro, di tanto in tanto, a guardare la fattoria rimasta chiusa e deserta, accanto alla buca ancora fresca, e la cavalcata dei suoi che si allontanavano in fila, uno dopo l'altro, di gi come punti neri nella campagna brulla che s'andava oscurando. Dopo un pezzetto, mastro Nardo che ci aveva pensato su, fece l'orazione del morto:
- Poveretto! Ha lavorato tanto... per tirare su i figliuoli... per lasciarli ricchi... Ora  sotto terra! Vi rammentate, vossignoria, quando  rovinato il ponte, a Fiumegrande, e voleva annegarsi?... Ecco cos' il mondo! Oggi a te, domani a me.
Il padrone gli rivolse un'occhiata brusca, e tagli corto:
- Zitto, bestia!... Anche tu!...
Potevano essere due ore di notte quando arrivarono alla Fontana di don Cosimo, con una bella sera stellata, il cielo tutto che sembrava formicolare attorno a Budarturo, sulla distesa dei piani e dei monti che s'accennava confusamente. La mula, sentendo la stalla vicina, si mise a ragliare. Allora abbaiarono dei cani; laggi in fondo comparvero dei lumi in mezzo all'ombra pi fitta degli alberi che circondavano la casina, e s'udirono delle voci, un calpesto precipitoso come di gente che corresse; lungo il sentiero che saliva dalla valle si ud un frusco di foglie secche, dei sassi che precipitarono rimbalzando, quasi alcuno s'inerpicasse cautamente. Poi silenzio. A un tratto, dal buio, sul limite del boschetto, part una voce:
- Ehi, don Gesualdo?
- Ehi, Nanni, che c'?
Compare Nanni non rispose, mettendosi a camminare accanto alla mula. Dopo un momento mastic sottovoce, quasi a malincuore:
- C' che son qui per guardarvi le spalle!
Don Gesualdo non chiese altro. Scendevano per la viottola in fila. Nanni l'Orbo aggiunse soltanto, di l a un po': - Si fece la festa, eh? - E come il padrone continuava a tacere, conchiuse: - L'ho capito alla cera che avete, vossignoria. Mondo di guai!... L'uno dopo l'altro! - Giunti alla fontana infine disse:
- Smontiamo qui, eh? Mastro Nardo se ne andr pel viale colle cavalcature, e noi da questa parte, per far pi presto.
Don Gesualdo cap subito, e non se lo fece dire due volte. Andavano in silenzio, lungo il muro, quasi ci vedessero al buio. A un certo punto l'Orbo accenn delle pietre sparse per terra, una specie di breccia fra le spine che coronavano il muro, e disse piano: - Vedete, vossignoria? - L'altro afferm col capo, e scavalc il chiuso. Nanni l'Orbo coll'acciarino accese un zolfanello e andarono seguendo le pedate passo passo, sino alla casina. Sotto la finestra di donna Isabella l'Orbo addit in silenzio l'erba ch'era tutta pesta, quasi ci si fossero davvero sdraiati degli asini.
- I cani poi come fossero alloppiati! - osserv compare Nanni con quel fare misterioso. - Se non ero io, che ho l'orecchio fino... Dicevo a Diodata: Finch manca il padrone bisogna stare coll'orecchio teso, per guardargli le spalle... Allora ho mandato Nunzio sul ponticello, mentre io con Gesualdo arrivavo dalla parte del palmento... Sissignore dov' alloggiata donna Sarina col nipote... Se i cani sono stati zitti, dicevo fra di me...
- Va bene. Adesso taci. Di lass potrebbero udirti.
Il giorno dopo, ricevendo le visite di condoglianza, vestito di nero, colla barba lunga, appena donna Sarina ebbe fatto l'elogio del morto e del vivo, asciugandosi gli occhi, rimboccandosi le maniche per correre in cucina ad aiutare in quello  scompiglio, don Gesualdo la ferm nell'andito, senza tanti complimenti.
- Sapete, donna Sarina?... il servizio che dovreste farmi sarebbe d'andarvene. Patti chiari e amici cari, non  vero? Ho bisogno di quelle due stanze... pei miei motivi. Sinora non vi ho detto nulla. Ma voi avrete ammirato la mia prudenza, eh?
La Cirmena divent verde. S'aggiust il vestito, sorridendo, pigliandola con disinvoltura: - Bene, bene. Ho capito. Una volta che vi servono quelle due stanzuccie... Se avete i vostri motivi... Anche subito, su due piedi... colra o no!... La gente non ha da dire se me ne mandate via in mezzo al colra!... Siete il padrone. Ciascuno sa i fatti di casa sua. Soltanto, se permettete, vado prima a salutare mia nipote. Non so cosa potrebbero pensare se me ne andassi zitta zitta... Le male lingue, sapete!...
Bianca non arrivava a capacitarsi: - Come? andarsene via? nel fitto del colra? Perch? Cos'era stato? - La zia Cirmena adduceva diversi pretesti strambi: forza maggiore; ciascuno ha i suoi motivi; interessi gravi di casa; Corrado aveva ricevuto una lettera urgentissima. - Gli rincresce anche a lui, poveretto. Gli  arrivata fra capo e collo. S'era tanto affezionato a questi luoghi... Anche poco fa mi diceva: - Zia, oggi  l'ultima passeggiata che andr a fare alla sorgente... - Don Gesualdo, fuori dei gangheri, tagli corto a quei discorsi sciocchi.
- Scusate, donna Sarina. Mia moglie non capisce pi niente... Diventano tutti cos nella sua famiglia... Doveva toccare a me!...
Isabella invece s'era fatta pallida come un cadavere. Ma non si mosse, non disse nulla, una vera Trao, col viso fermo e impenetrabile. Ricambiava anche gli abbracci e i saluti affettuosi della zia, sforzandosi di sorridere, con una ruga sottile fra le ciglia. Poi, quando fu sola, a un tratto, con un gesto disperato, si strapp la gorgierina che la soffocava, con un'onda di sangue al volto, un abbarbagliamento improvviso dinanzi agli occhi, una fitta, uno spasimo acuto che la fece vacillare, annaspando, fuori di s.
Voleva vederlo, l'ultima volta, a qualunque costo, quando tutti sarebbero stati a riposare, dopo mezzogiorno, e che alla casina non si moveva anima viva. La Madonna l'avrebbe aiutata: - La Madonna!... la Madonna!... - Non diceva altro, con una confusione dolorosa nelle idee, la testa in fiamme, il sole che le ardeva sul capo, gli occhi che le abbruciavano, una vampa nel cuore che la mordeva, che le saliva alla testa, che l'accecava, che la faceva delirare: - Vederlo! a qualunque costo!... Domani non lo vedr pi!... pi!... pi!... - Non sentiva le spine; non sentiva i sassi del sentiero fuori mano che aveva preso per arrivare di nascosto sino a lui. Ansante, premendosi il petto colle mani, trasalendo a ogni passo, spiando il cammino con l'occhio ansioso. Un uccelletto spaventato fugg con uno strido acuto. La spianata era deserta, in un'ombra cupa. C'era un muricciuolo coperto d'edera triste, una piccola vasca abbandonata nella quale imputridivano delle piante acquatiche, e dei quadrati d'ortaggi polverosi al di l del muro, tagliati dai viali abbandonati che affogavano nel bosco irto di seccumi gialli. Da per tutto quel senso di abbandono, di desolazione, nella catasta di legna che marciva in un angolo, nelle foglie fradicie ammucchiate sotto i noci, nell'acqua della sorgente la quale sembrava gemere stillando dai grappoli di capelvenere che tappezzavano la grotta, come tante lagrime. Soltanto fra le erbacce del sentiero pel quale lui doveva venire, dei fiori umili di cardo che luccicavano al sole, delle bacche verdi che si piegavano ondeggiando mollemente, e dicevano: Vieni! vieni! vieni! Attravers guardinga il viale che scendeva alla casina, col cuore che le balzava alla gola, le batteva nelle tempie, le toglieva il respiro. C'erano l, fra le foglie secche, accanto al muricciuolo dove lui s'era messo a sedere tante volte, dei brani di carta abbruciacchiati, umidicci, che s'agitavano ancora quasi fossero cose vive; dei fiammiferi spenti, delle foglie d'edera strappate, dei virgulti fatti in pezzettini minuti dalle mani febbrili di lui, nelle lunghe ore d'attesa, nel lavoro macchinale delle fantasticherie. S'udiva il martellare di una scure in lontananza; poi una canzone malinconica che si perdeva lass, nella viottola. Che agona lunga! Il sole abbandonava lentamente il sentiero; moriva pallido sulla rupe brulla di cui le forre sembravano pi tristi, ed ella aspettava ancora, aspettava sempre.
- Signor don Gesualdo... Venite qua, se permettete... Ho  da parlarvi. - Nanni l'Orbo, continuando a chiamarlo, dall'aia, affettava di non poter mettere il piede nel cortile, coll'aria misteriosa, finch il padrone and a sentire quel che diavolo volesse, dandogli una buona strapazzata, per cominciare:
- T'ho detto tante volte di non lasciarti vedere da queste parti! Che diavolo!... Se lo fai apposta...
- Nossignore. Appunto, vi ho chiamato qui fuori. Dobbiamo parlare da solo a solo, per quel che ho da dirvi... Qui nel giardino. Siamo aspettati.
C'erano infatti Nunzio e Gesualdo di Diodata, vestiti da festa, colle mani in tasca, e un fazzolettino nero al collo. Compare Nanni lo fece notare al padrone. - Il sangue  sangue. Avete da ridirci? Tutti e due... hanno voluto portare il lutto alla buon'anima di vostro padre... per rispetto, senza secondi fini... Soltanto, vossignoria potete aiutarli senza mettere mano alla tasca... Ecco, loro vorrebbero a mezzadria quel pezzo di terra ch' sotto la fontana. Sono due bravi ragazzi, laboriosi. Vi somigliano, don Gesualdo... Se date loro qualche agevolazione, pensate infine che non lo fate per degli estranei!...
 Don Gesualdo tentennava, insospettito da una parte d'esser preso cos alla sprovvista, e cedendo nel tempo istesso, suo malgrado, a quella certa voce interna che gli andava ripicchiando dentro tutti gli argomenti messi fuori da compare Nanni per persuaderlo. - Infine cosa domandavano?... del lavoro... Lui che poteva tanto!... Un affare di coscienza!... Avrebbe fatto un buon negozio anche... - A un certo punto l'Orbo propose di mandare a chiamare Diodata perch dicesse la sua. Don Gesualdo allora, per levarsi quella noia, per sgravio di coscienza, come diceva quell'altro fissando i due ragazzoni, che seguivano passo passo colle mani in tasca, senza aprir bocca, si lasci scappare: - Be'... be', se si parla soltanto del pezzo di terra ch' sotto la fontana... Se non fate come il riccio che poi allarga le spine...
- Sissignore! Che vuol dire! - salt su compare Nanni pigliandolo subito in parola. - Quello solo! Mezza salma di terra in tutto. Possiamo andare a vedere. E' qui vicino. Vi metteremo i segnali sotto i vostri occhi, giacch siete qui, perch non temiate che vi si rubi... Giusto!... ci abbiamo anche dei testimoni, vedete... La signorina, lass, sotto il gran noce...
Don Gesualdo guard dove diceva l'Orbo, e si sbianc subito in viso. A un tratto, mut cera e maniera, e conged tutti bruscamente:
- Va bene, ne parleremo... C' tempo. Non si piglia cos la gente pel collo, santo e santissimo! Ho detto di s; ora andatevene!
I due giovani sgattaiolarono mogi mogi a quella sfuriata, mentre Nanni si cacciava fra le macchie per godersi la scena da lontano. Don Gesualdo saliva gi in fretta pel viale, come avesse vent'anni, sottosopra. Isabella se lo vide comparire dinanzi all'improvviso con una faccia che quasi la fece tramortire dallo spavento. Egli non le disse nulla. Se la prese per mano, come una bambina, e se la port a casa. Lei si lasciava condurre, come una morta, col cuore morto, senza vedere, inciampando nei sassi. Solo di tanto in tanto si cacciava la mano nei capelli, quasi sentisse l un gran smarrimento, un gran dolore.
Bianca al vederli arrivare a quel modo si mise a tremare come una foglia. Il marito le consegn la figliuola con un'occhiata terribile, tentennando il capo. Ma non disse nulla. Si mise a passeggiare per la stanza, asciugandosi tratto tratto col fazzoletto il fiele che ci aveva in bocca. Poi apr l'uscio di colpo e se ne and.
Girava da per tutto come un bue infuriato, sbattendo gli usci, pigliandosela con chi gli capitava. Udivasi ovunque la sua voce che faceva tremare la casa:
- Nardo, dove sei stato sino ad ora? T'avevo detto di portarmi quelle forbici alla vigna? - Non sono rientrati ancora i puledri? Me li far storpiare quell'animale di Brasi! Gli dar ora il fatto suo, appena torna! - Di', Santoro? avete terminato di mietere i sommacchi lass?... Cosa diavolo avete fatto dunque tutta la giornata?... Appena manca un momento il padrone!... Assassini! nemici salariati!... - Martino! il lume accendi, Martino, per mungere le pecore! Mi verserai per terra tutto il latte, cos al buio, bestia!... - Ancora non hanno acceso il lume lass! Che fanno? Recitano il rosario?... Concetta! Concetta! Siamo ancora al buio! Cosa diavolo fate? Che casa, appena volto le spalle io!... Che succeder se io chiudo gli occhi?...
Dopo un po' di tempo torn a bussare all'uscio delle donne, e siccome non aprivano subito lo sfond con un calcio. Bianca allora si rivolt inferocita, simile a una chioccia che difende i pulcini, con un viso che nessuno le aveva mai visto; il viso stralunato dei Trao, in cui gli occhi luccicavano come quelli di una pazza sul pallore e la magrezza spaventosa, coprendo col suo il corpo della figliuola ch'era stesa bocconi sul letto, col viso nel guanciale, scossa da sussulti nervosi.
- Ah! me la volete uccidere dunque? Non vi basta? Non vi basta? Me la volete uccidere?
Non si riconosceva pi, tanto che lo stesso don Gesualdo rimase sconcertato. Ora cercava di pigliarla colle buone, vinto da uno sconforto immenso, dall'amarezza di tanta ingratitudine che gli saliva alla gola, colle ossa rotte, il cuore nero come la pece.
- Avete ragione!... Io sono il tiranno! Ho il cuore e la pelle dura, io! Sono il bue da lavoro... Se m'ammazzo a lavorare  per voialtri, capite? A me basterebbe un pezzo di pane e formaggio... Vuol dire che ho lavorato per buttare ogni cosa in bocca al lupo... il mio sangue e la mia roba!... Avete ragione!...
Bianca volle balbettare qualche parola. Allora egli si volt infuriato contro di lei, con le mani in aria, la bocca spalancata. Ma non disse nulla. Guard la figliuola che si era appoggiata tutta tremante alla sponda del lettuccio, col viso gonfio, le trecce allentate; allora lasci cadere le braccia e si mise a passeggiare innanzi e indietro per la camera, picchiando le mani una sull'altra, soffiando e sbuffando, cogli occhi a terra, quasi cercasse le parole, cercando le maniere che ci volevano per far capire la ragione a quelle teste dure.
- Via via, Isabella!... E' una sciocchezza, capisci!... E' una sciocchezza guastarsi il sangue... Non voglio guastarmi il sangue... Ho tanti altri guai! Ci ho il cuore grosso!... Vorrei che tu vedessi un po' quanti guai ci ho in testa!... Ti metteresti a ridere, com' vero Dio!... Vedresti che sciocchezza  tutto il resto!... Ancora sei giovane... Certe cose non le capisci... Il mondo, vedi,  una manica di ladri... Tutti che fanno: levati di l e dammi il fatto tuo... Ognuno cerca il suo guadagno... Vedi, vedi... te lo dico?... Se tu non avessi nulla, nessuno ti seccherebbe... E' un negozio, capisci?... Il modo d'assicurarsi il pane per tutta la vita. Uno che  povero, uomo o donna, sia detto senza offendere nessuno, s'industria come pu... Gira l'occhio intorno; vede quello che farebbe al caso suo... e allora mette in opera tutti i mezzi per arrivarci, ciascuno come pu... Uno, poniamo, ci mette il casato, e un altro quello che sa fare di meglio... le belle parole, le occhiate tenere... Ma chi ha giudizio, dall'altra parte, deve badare ai suoi interessi... Vedi come son sciocchi quelli che piangono e si disperano?...
Il discorso gli mor in bocca dinanzi al viso pallido e agli occhi stralunati coi quali lo guardava la figliuola. Anche la moglie non sapeva dir altro:
- Lasciatela stare!... Non vedete com'?...
- Come una sciocca !... - grid mastro-don Gesualdo uscendo finalmente fuori dai gangheri. - Come una che non sa e non vuol sapere!... Ma io non sar sciocco, no!... Io lo so quello che vuol dire!...
E se ne and infuriato.


IV


Cessata la paura del colra, appena ritornato in paese, don Gesualdo s'era vista arrivare la citazione della sorella, autorizzata dal marito Burgio, che voleva la sua parte dell'eredit paterna - di tutto ci che egli possedeva - una bricconata; adducendo che quei beni erano stati acquistati coi guadagni della societ, di cui era a capo mastro Nunzio; e che adesso voleva appropriarsi tutto lui, Gesualdo, - lui che li aveva avuti tutti quanti sulle spalle, sino a quel giorno! che aveva dovuto chinare il capo alle speculazioni sbagliate del padre! ch'era stato la provvidenza del cognato Burgio nelle malannate! che pagava i debiti del fratello Santo all'osteria di Pecu-Pecu! - anche Santo lo citava per avere la sua quota, aveva fatto parte della societ anche lui, quel fannullone! - Ora lo svillaneggiavano per mezzo d'usciere; gli davano del ladro; volevano mettere i sigilli; sequestrargli la roba. Lo trascinavano fra le liti, gli avvocati, i procuratori - un sacco di spese,  tanti bocconi amari, tanta perdita di tempo, tanti altri affari che ne andavano di mezzo, i suoi nemici che c'ingrassavano - nei caff e nelle spezierie non si parlava d'altro - tutti addosso a lui perch'era ricco, e pigliando le difese dei suoi parenti che non avevano nulla! Il notaro Neri gli faceva anche l'avvocato contrario, gratis et amore, per le questioni vecchie e nuove che erano state fra di loro. Speranza l'aspettava sulle scale del pretorio per vomitargli addosso degli improperii, aizzandogli contro i figliuoli grandi e grossi inutilmente, aizzandogli contro Santo che non aveva faccia veramente di pigliarsela con don Gesualdo e cercava di sfuggirlo. - Siete tutti quanti dei capponi! tale e quale mio marito!... Io sola dovrei portare i calzoni qui! Non mi tengo se non lo mando in galera, quel ladro! Vender la camicia che ho indosso. Voglio il fatto mio, il sangue di mio padre... - Fu peggio ancora la prima volta che il giudice le diede causa persa: - Signori miei, guardate un po'!... Tutto si compra coi denari al giorno d'oggi!... Ma ricorrer sino a Palermo, sino al re, se c' giustizia a questo mondo!... - Il barone Zacco, siccome allora aveva in testa di combinare certo negozio con don Gesualdo, s'intromise a farla da paciere. Una domenica riun in casa sua tutti i Motta, compreso il marito di comare Speranza ch'era una bestia, e non sapeva dire le sue ragioni. Santo, costretto a trovarsi faccia a faccia con suo fratello don Gesualdo, cominci dallo scusarsi:
- Che vuoi?... Io non ci ho colpa. Mi condussero dall'avvocato... Cosa dovevo fare?... Perch l'abbiamo chiesto il consiglio dell'avvocato?... Quello che mi dice l'avvocato io fo...
Don Gesualdo si mostrava arrendevole. Non che ci fosse obbligato, no! - la legge lui la conosceva. - Ma per buon cuore. Il bene che aveva potuto fare ai suoi parenti l'aveva sempre fatto, e voleva continuare a farlo. L un battibecco di prove e controprove che non finivano pi. Speranza, che vedeva sfumare la sua parte dell'eredit se si parlava di buon cuore, se la pigliava col marito e coi figliuoli i quali non sapevano difendersi. Anche Santo stava zitto, come un ragazzo che ne ha fatta una grossa. Fortuna che c'era lei, a dire il fatto suo:
- Che volete darci, la limosina? Qualche salma di grano a comodo vostro, di tanto in tanto? qualche salma di vino, quello che non potete vendere?
- Cosa vuoi che ti dia, l'Ala o Donninga? Vuoi che mi spogli io per empire il gozzo a voialtri che non avete fatto nulla? Ho figli. La roba non posso toccarla...
- La roba tua?... sentite quest'altra! Allora vuol dire che nostro padre buon'anima non ha lasciato nulla? E il negozio del gesso che avevate in comune? E quando avete preso insieme l'appalto del ponte? Nulla  rimasto alla buon'anima? I guadagni sono stati di voi solo? per comprare delle belle  tenute? quelle che volete appropriarvi perch avete dei figliuoli?... C' un Dio lass, sentite!... Ci che volete togliere di bocca a questi innocenti, c' gi chi se lo mangia alla vostra barba! Andate a vedere, la sera, sotto le vostre finestre, che passeggio!...
Fin in parapiglia. Il barone dovette mettersi a gridare e a fare il diavolo perch non si accapigliassero seduta stante, invece di rappacificarsi. Speranza se ne and da una parte ancora sbraitando, e don Gesualdo dall'altra, colla bocca amara, tormentato anche da quell'altra pulce che la sorella gli aveva messo nell'orecchio. Adesso, in mezzo a tanti guai e grattacapi, gli toccava pure dover sorvegliare la figliuola e quell'assassino di Corrado La Gurna che la Cirmena per dispetto gli metteva fra i piedi, l in paese, a spese sue. Doveva tenere gli occhi aperti su ciascuno che andava e veniva, sulle serve, sui fogli di carta che mancavano, sulla figliuola la quale aveva l'aria di chi ne cova una grossa, pallida allampanata... Ci si struggeva l'anima, la disgraziata! E lui doveva rodersi il fegato e mandar gi la bile, per non far di peggio. Una sera finalmente la sorprese alla finestra, con un tempo da lupi.
- Ah!... Continua la musica!... Che fai qui... a quest'ora?... A prendere il fresco per l'estate? T'insegno io a contar le stelle!  Non m'hai visto ancora uscir dai gangheri! Gliel'insegno io a passeggiar di sera sotto le mie finestre, a certi cavalieri! Un fracco di legnate, se l'incontro! M'hai visto finora colla bocca dolce; ma adesso ti fo vedere anche l'amaro! Ti faccio arar diritto, come tiro l'aratro io!
Da quel giorno ci fu un casa del diavolo, mattina e sera. Don Gesualdo prese Isabella colle buone, colle cattive, per levarle dalla testa quella folla; ma essa l'aveva sempre l nella ruga sempre fissa fra le ciglia, nella faccia pallida, nelle labbra strette che non dicevano una parola, negli occhi grigi e ostinati dei Trao che dicevano invece - S, s, a costo di morirne! - Non osava ribellarsi apertamente. Non si lagnava. Ci perdeva la giovinezza e la salute. Non mangiava pi; ma non chinava il capo, testarda, una vera Trao, colla testa dura dei Motta per giunta. - Il pover'uomo era ridotto a farsi da s l'esame di coscienza. - Dei genitori quella ragazza aveva preso i soli difetti. Ma l'amore alla roba no! Il giudizio di capire chi le voleva bene e chi le voleva male, il giudizio di badare ai suoi interessi, no! Non era neppure docile e ubbidiente come sua madre. Gli aveva guastata anche Bianca! Anche costei, al vedere la sua creatura che diventava pelle e ossa, era diventata come una gatta che gli si vogliano rubare i figliuoli, col pelo irto, tale e quale - la schiena incurvata dalla malattia e gli occhi luccicanti di febbre. Gli sfoderava contro  le unghie e la lingua. - Volete farla morire di mal sottile, la mia creatura? Non vedete com' ridotta? Non vedete che vi manca di giorno in giorno? - L'avrebbe aiutata, sottomano, anche a fare uno sproposito, anche a rompersi il collo. Avrebbe tradito il marito per la sua creatura. Gli diceva: - Me ne vo a stare da mio fratello! Io e la mia figliuola! Che vi pare? - Cogli occhi di brace. Non l'aveva mai vista a quella maniera. Una volta, dietro al medico il quale veniva per la ragazza, egli vide capitare una faccia che non gli piacque: una vecchia del vicinato che portava la medicina del farmacista, come don Luca il sagrestano e sua moglie Grazia portavano in casa Trao le sue imbasciate amorose. Era ridotto a passare in rivista le ricette del medico e la carta delle pillole che mandava Bomma. In un mese mutarono cinque donne di servizio. Era un tanghero lui, ma non era un minchione come i fratelli Trao. Teneva ogni cosa sotto chiave; non lasciava passare un baiocco che potesse aiutare a fargli il tradimento. Era un cane alla catena anche lui, pover'uomo. Infine per togliersi da quell'inferno si decise a mettere Isabella in convento, l al Collegio di Maria, come quando era bambina, carcerata! Sua moglie ebbe un bel piangere e  disperarsi. Il padrone era lui! - Sentite, - gli disse Bianca colle mani giunte, - io ho poco da penare. Ma lasciatemi la mia figliuola, fino a quando avr chiuso gli occhi. 
- No! - rispose il marito. - Non ha neppure compassione di te quell'ingrata! Ci siamo ammazzati tutti per farne un'ingrata! Ha perso l'amore ai parenti... lontana di casa sua!
Il tradimento glielo fecero l, al Collegio: dell'altra gente beneficata da lui, la sorella di Gerbido che faceva la portinaia, Giacalone che veniva a portare i regali della zia Cirmena e faceva passare i bigliettini dalla ruota, Bomma che teneva conversazione aperta nella spezieria per far comodo a don Corrado La Gurna, il quale mettevasi subito a telegrafare, appena la ragazza saliva apposta sul campanile. Lo facevano per pochi baiocchi, per piacere, per niente, per inimicizia. Congiuravano tutti quanti contro di lui, per rubargli la  figliuola e la roba, come se lui l'avesse rubata agli altri. Un bel giorno infine, mentre le monache erano salite in coro, che c'erano le quarant'ore, la ragazza si fece aprir la porta dai suoi complici, e spicc il volo.
Fu il due febbraio, giorno di Maria Vergine. C'era un gran concorso di devoti quell'anno alla festa, perch non pioveva dall'ottobre. Don Gesualdo era andato in chiesa anche lui, a pregare Iddio che gli togliesse quella croce d'addosso. Invece il Signore doveva aver voltati gli occhi dall'altra parte quella mattina. Appena torn dalla santa Messa, quel giorno segnalato, trov la casa sottosopra; sua moglie colle mani nei capelli, le serve che correvano di qua e di l. Infine gli narrarono l'accaduto. Fu come un colpo d'accidente. Dovettero mandare in fretta e in furia pel barbiere e cavargli sangue. La gn Lia si busc uno schiaffo tale da fracassarle i denti. Bianca pi morta che viva scendeva le scale ruzzoloni, quasi per fuggirsene anche lei, dalla paura. Lui, paonazzo dalla collera, colla schiuma alla bocca, non ci vedeva dagli occhi. Non vedeva lo stato in cui era la poveretta. Voleva correre dal giudice, dal sindaco, mettere sottosopra tutto il paese; far venire la Compagnia d'Arme da Caltagirone; farli arrestare tutti e due, figliuola e complice; farlo impiccare nella pubblica piazza, quel birbante! farlo squartare dal boia! fargli lasciare le ossa in fondo a un carcere! - Quell'assassino! quel briccone! In galera voglio farlo morire!... tutti e due!...
In mezzo a quelle furie capit la zia Cirmena, col libro da messa in mano, il sorriso placido, vestita di seta.
- Chetatevi, don Gesualdo. Vostra figlia  in luogo sicuro. Pura come Maria Immacolata! Chetatevi! Non fate scandali, ch' peggio! Vedete vostra moglie, che pare stia per rendere l'anima a Dio, poveretta! Lei  madre! Non possiamo sapere quello che ci ha nel cuore in questo momento! Sono venuta apposta per accomodar la frittata. Io non ci ho il pelo nello stomaco, come tanti altri. Non so tener rancore. Sapete che mi sono sbracciata sempre pei parenti. Mi avete messo sulla strada... col colra... con un orfanello sulle spalle... Ma non importa. Eccomi qua ad accomodare la faccenda. Ho il cuore buono, tanto peggio! mio danno! Ma non so che farci! Ora bisogna pensare al riparo. Bisogna maritar quei due ragazzi, ora che il male  fatto. Non ci  pi rimedio. Del resto sul giovane non avete che dire... di buona famiglia.
Don Gesualdo stavolta le perse il rispetto addirittura, con tanto di bocca aperta, quasi volesse mangiarsela: - Con quel pezzente?... Dargli la mia figliuola?... Piuttosto la faccio morire tisica come sua madre!... In campagna! in un convento! Bel negozio che mi portate!... da pari vostra!... Ci vuole una bella faccia tosta!... Mi fate ridere con questa bella nobilt... So quanto vale!... tutti quanti siete!....
Successe un parapiglia. Donna Sarina sfoder anche lei la sua lingua tagliente, rossa al pari di un gallo: - Parlate da quello che siete! Almeno dovevate tacere per riguardo a vostra moglie, villano! mastro-don Gesualdo! Siete la vergogna di tutto il parentado!...
- Ah! ah! la vergogna. Andate l che avete ragione a parlare di vergogna, voi!... mezzana! Ci avete tenuto mano anche voi! Siete la complice di quel ladro!... Bel mestiere alla vostra et! Vi far arrestare insieme a lui, donna Sarina dei miei stivali! donna... cosa, dovrebbero chiamarvi!
Sopraggiunse lo zio Limli, nonostante i suoi acciacchi, pel decoro della famiglia, per cercare di metter pace anche lui, colle buone e colle cattive. - Non fate scandali! Non strillate tanto, ch' peggio! I panni sporchi si lavano in casa. Vediamo piuttosto d'accomodare questo pasticcio. Il pasticcio  fatto, caro mio, e bisogna digerirselo in santa pace. Bianca! Bianca, non far cos che ti rovini la salute... Non giova a nulla...
Don Gesualdo part subito a rompicollo per Caltagirone. Voleva l'ordine d'arresto, voleva la Compagnia d'Arme. Lo zio marchese dal canto suo provvide a quello che c'era di meglio da fare, con prudenza ed accorgimento. Prima di tutto and a prendere subito la nipote, e l'accompagn al monastero di Santa Teresa, raccomandandola a una sua parente. La gente di casa, un po' colle minacce, un po' col denaro, furono messi a tacere. Poco dopo giunse come un fulmine da Caltagirone l'ordine d'arresto per Corrado La Gurna. Donna Sarina Cirmena, impaurita, tenne la lingua a casa anche lei.
Intanto il marchese lavorava sottomano a cercare un marito per Isabella. Era figlia unica; don Gesualdo per amore o per forza, avrebbe dovuto darle una bella dote; e colle sue numerose relazioni era certo di procurarle un bel partito. Ne scrisse ai suoi amici; ne parl alle persone che potevano aiutarlo in simili faccende, il canonico Lupi, il notaro Neri. Quest'ultimo gli scov finalmente colui che faceva al caso: un gran signore di cui il notaro amministrava i possessi, alquanto dissestato  vero nei suoi affari, ingarbugliato fra liti e debiti, ma di gran famiglia, che avrebbe dato un bel nome alla discendenza di mastro-don Gesualdo. Quando si venne poi a discorrere della dote con quest'ultimo fu un altro par di maniche. Lui non voleva lasciarsi mangiar vivo. Neanche un baiocco! Il suo denaro se l'era guadagnato col sudore della fronte, la vita intera. Non gli piaceva di lasciarsi aprir le vene per uno che doveva venire da Palermo a bersi il sangue suo.
- Di dove volete che venga dunque, dalla luna? Caro mio, queste son parole al vento. Sapete com'? Vi porto un paragone a modo vostro, per farvi intendere ragione: La grandine che vi casca nella vigna... Una disgrazia che vi capita nell'armento... Bisogna mandare alla fiera la giovenca che si  rotte le corna, e chiudere gli occhi sul prezzo. Bisogna chinare il capo, per amore o per forza. Del resto non avete altri figliuoli... Almeno sapete di farla una signorona!...
Il marchese nel tempo istesso andava a far visita alla nipotina. La pigliava colle buone, col giudizio che ci vuole per toccare certi tasti: - Hai ragione! Piangi pure che hai ragione! Sfogati con me che capisco queste cose... Un brucio, una cosa che sembra di morire! Tuo padre non ne capisce nulla, poveretto. E' stato sempre in mezzo ai suoi negozi, ai suoi villani... un po' rozzo anche, se vogliamo... Ma ha lavorato per te, per farti ricca. Tu, col nome di tua madre, e coi quattrini di lui, puoi rappresentare la prima parte anche in una grande citt, quando vorrai... Non qui, in questo buco... Qui mi sembra di soffocare anche a me. Sono stato giovane; me li son goduti anch'io i begli anni... Appunto ti dicevo... Capisco quello che devi averci adesso nel tuo cuoricino. Quando si  giovani pare che al mondo non ci debba essere altro che quello... Tuo padre ha preso la via storta... Ma se lui si ostina a non darti nulla, neanche quel giovane, poveretto, ne ha... E allora... se ti tocca scopar la casa... se lui deve tirare il diavolo per la coda... Sar un affar serio, intendi? Vengono le quistioni, i pentimenti, i musi lunghi. I musi lunghi imbruttiscono te e lui, mia cara. Perch poi? con qual costrutto? Se tuo padre ha detto di no, sar di no, che non lo sposerai. Morirai qui, in questa specie d'ergastolo; ci consumerai i tuoi begli anni. Corrado rimarr in esilio, ad arbitrio della polizia, finch vorr tuo padre; egli ha le braccia lunghe adesso... Nemmeno a chi vuoi bene gioveresti, se ti ostini. Tuo cugino ha bisogno d'aver la testa quieta, di lavorare in pace, per guadagnarsi da vivere onestamente... Invece potresti sposare un gran signore, e s' vero che quel giovane ti vuol tanto bene dovrebbe esser contento lui pel primo. Quello si chiama amore... Un gran signore, capisci! Per ora non dirne nulla colle tue compagne... qui nel monastero sai creperebbero d'invidia... Ma so che c' per aria il progetto di farti sposare un gran signore. Saresti principessa o duchessa! Altro che donna tal di tali! Carrozze, cavalli, palco a teatro tutte le sere, gioielli e vestiti quanti ne vuoi...Con quel bel visetto so io quante teste farai girare in una gran citt! Quando si entra in una sala di ballo, scollacciata, coperta di brillanti, tutti che domandano: - Chi  quella bella signora?... - E si sente rispondere: la duchessa tale o la principessa tal'altra!... - Via, vieni a veder tua madre ch' ancora ammalata, poveretta! L'ha finita quel colpo! Sai ch' di poca salute!... Anche tuo padre t'aspetta a braccia aperte. E' un buon uomo, poveraccio! Un cuor d'oro, uno che s' ammazzato a lavorare per farti ricca!... Adesso torna a casa... Poi si vedr...
Quando finalmente lo zio marchese condusse dai genitori la pecorella smarrita, fu una scena da far piangere i sassi. Isabella cadde ginocchioni dinanzi al letto della mamma, che trovava cos mutata, singhiozzando e domandandole perdono; mentre sua madre, poveretta, passava da uno svenimento all'altro, tanta era la consolazione. Poi arriv don Gesualdo, e stettero zitti tutti quanti. Egli infine prese la parola, un po' turbato anche lui, cogli occhi gonfi, ch il sangue infine non  acqua, e il cuore non l'aveva di sasso.
- Me l'hai fatta grossa! Questa non me la meritavo. Ci siamo tolto il pan di bocca, io e tua madre, per farti ricca!... Vedi com' ridotta, poveraccia?... Se chiude gli occhi  un cadavere addirittura!... Ma sei il sangue nostro, la nostra creatura, e ti abbiamo perdonato. Ora non se ne parli pi.
Per Isabella ne parlava sempre collo zio marchese, colla zia Mndola, colla zia Macr, con tutti i parenti; da tutti cercava aiuto, fin dal suo confessore, come una pazza, desolata, lavando dal piangere le pietre del confessionario. Tutti le dicevano: - Che possiamo farci, se tuo padre non vuole? Lui  il padrone. Lui deve mettere fuori i denari della dote. Lo fa pel tuo meglio; cerca il tuo vantaggio. Tutte quante si maritano come vogliono i genitori! - Il confessore stesso tirava fuori la volont di Dio. Anche la zia Cirmena, quando aveva visto che non era bastata nemmeno la fuga a cavare i denari della dote dalle mani di don Gesualdo, s'era stretta nelle spalle:
- Che vuoi, mia cara? Io ho fatto il possibile. Ma senza denari non si canta Messa. Corrado non ha nulla - tu non hai nulla neppure, se tuo padre si ostina a dir di no... Fareste un bel matrimonio! Vedi com' andata a finire? Che quel povero giovane ci ha rimesso anche la libert, pel capriccio di tuo padre! Lascialo stare in pace almeno, perch adesso alle lettere che scrive ai parenti ogni giorno tutte che piangono guai e vorrebbero denari, in conclusione,  un affare serio!...
Il marchese Limli poi gliela cantava su un altro tono:
- Figliuola mia, quando uno non  ricco, non pu darsi il gusto di innamorarsi come vuole. Voialtri siete giovani tutti e due, e avete gli occhi chiusi. Non vedete altro che una cosa sola! Bisogna vedere anche quello che verr poi, la pentola da mettere al fuoco, le camice da rattoppare... Sar un bel divertimento! Tu sei nata bene, per parte di madre, lo so anch'io. Ma vedi tua madre, cos'ha dovuto fare, e tuo zio don Ferdinando, e io stesso!... Siamo tutti nati dalla costola di Adamo, figliuola mia!... Anche Corrado  della costola d'Adamo. Ma i baiocchi li tiene tuo padre! Se non vuol darvene, andrete a scopar le strade tutti e due, e dopo un mese vi piglierete pei capelli. Invece puoi fare un gran matrimonio sfoggiarla da gran signora, in una gran citt!... Dopo, quando avrai il cuoco in cucina, la carrozza che t'aspetta e le tue buone rendite garantite nell'atto dotale, potrai darti il lusso di pensare alle altre cose...
Verso la Pasqua giunse in paese il duca di Leyra, col pretesto di dar sesto ai suoi affari da quelle parti, ch ne avevano tanto di bisogno. Era un bell'uomo, magro, elegante un po' calvo, gentilissimo. Si cavava il cappello anche per rispondere al saluto dei contadini. Aveva lo stesso sorriso e le medesime maniere cortesi per tutti i seccatori dai quali fu tosto assediato, fin dal primo giorno. Nel paese fu l'argomento di tutti i discorsi: Quel che aveva detto; quel che era venuto a fare; quanto tempo si sarebbe fermato l; quanti anni aveva. Le signore asserivano che non dimostrava pi di quarant'anni. Il giorno della processione del Cristo risuscitato ci fu il Caff dei Nobili pieno zeppo di signore. Le Zacco con certi cappellini che facevano male agli occhi; la signora Capitana stecchita nel suo eterno lutto che la ringiovaniva, e la faceva chiamare ancora la bella vedovella - da dieci anni, dacch era morto suo marito. - Le Margarone in gran gala, verdi, rosse, gialle, svolazzanti di piume, di nastri, di ricciolini diventati neri col tempo, grasse da scoppiare, color di mattone in viso. Tutte che cicalavano, e si davano un gran da fare per dar nell'occhio ai signori forestieri. Il duca s'era tirato dietro lo zio bal, onde sembrar pi giovane - dicevano le male lingue: un vecchietto grasso e rubicondo che doveva lasciargli l'eredit, e intanto faceva la corte alle signore - come non sanno farla pi al giorno d'oggi! - osserv la Capitana.
Sul pi bello, mentre la statua dell'Evangelista correva balzelloni da Ges a Maria, e il popolo gridava: viva Dio resuscitato! capit la carrozza nuova di don Gesualdo Motta. Lui con la giamberga dai bottoni d'oro e il solitario al petto della camicia, la moglie in gala anche lei, poveretta, che la veste nuova le piangeva addosso, allampanata, ridotta uno scheletro, e la figliuola con un vestito nuovo, fatto venire apposta da Palermo. La folla si apriva per lasciarli passare, senza bisogno di spintoni. Dei curiosi guardavano a bocca aperta. Lo stesso duca domand chi fossero: - Ah, una Trao! Si vede subito, quantunque abbia l'aria un po' sofferente, povera signora. - Il marchese Limli ringraziava lui, con un cenno del capo, e lo present alla nipote. Il duca e il bal di Leyra fecero un gruppo a parte, sul marciapiede del Caff dei Nobili, colla famiglia di don Gesualdo e il marchese Limli. Tutt'intorno c'era un cerchio di sfaccendati.
Il barone Zacco attacc discorso col cocchiere per scavare cosa c'era sotto. Mndola fingeva d'accarezzare i cavalli. Canali ammiccava di qua e di l: - Guardate un po', signori miei, che ruota  il mondo! - Nessuno badava pi alla processione. C'era un bisbiglio in tutto il Caff. Don Nin Rubiera, da lontano, col cappello in cima al bastone appoggiato alla spalla, si morsicava le labbra dal dispetto, pensando a quel che era toccato a lui invece, donna Giuseppina Alsi in moglie, una mandra di figliuoli, la lite per la casa che mastro-don Gesualdo voleva acchiapparsi col pretesto del debito, dopo tanto tempo... La moglie al vederlo cos stralunato, cogli occhi fissi addosso a sua cugina, gli piant una gomitata aguzza nelle costole.
- Quando volete finirla?... E' uno scandalo!... I vostri figliuoli stessi che vi osservano! Vergogna!
- Ma sei pazza? - rispose lui. - Diavolo! Ho altro pel capo adesso! Non vedi che ha gi i capelli bianchi? ch' una mummia?... Sei pazza?
Egli pure era invecchiato, floscio, calvo, panciuto, acceso in viso, colle gote ed il naso ricamati di filamenti sanguigni che lo minacciavano della stessa malattia di sua madre. Ora si guardavano come due estranei, lui e Bianca, indifferenti, ciascuno coi suoi guai e i suoi interessi pel capo. Anche le male lingue, dopo tanto tempo, avevano dimenticato le chiacchiere corse sui due cugini. Per invidiavano mastro-don Gesualdo il quale era arrivato a quel posto, e donna Bianca che aveva fatto quel gran matrimonione. La sua figliuola sarebbe arrivata chiss dove! Donna Agrippina Macr e le cugine Zacco saettavano occhiate di fuoco sul cappellino elegante d'Isabella, e sui salamelecchi che le faceva il duca di Leyra, inguantato, con un cravattone di raso che gli reggeva il bel capo signorile, giocherellando con un bastoncino sottile che aveva il pomo d'oro. La signora Capitana fece osservare a don Mommino Neri, il quale era diventato un rompicollo, dopo la storia della prima donna:
- E' inutile! Basta guardarlo un momento, per saper con chi avete da fare. Dir magari delle sciocchezze adesso... Ma  il modo in cui le dice!... Ogni parola come se ve la mettesse in un vassoio...
Il signor duca and poi a presentare i suoi omaggi in casa Motta. Don Gesualdo si fece trovare nel salotto buono. Avevano lavorato tutto il giorno a dar aria e spolverare, le serve, lui, mastro Nardo. Il signor duca, colla parlantina sciolta, discorreva un po' di tutto, di agricoltura col padrone di casa, di mode con le signore, di famiglie antiche col marchese Limli. Egli aveva sulla punta delle dita tutto l'almanacco delle famiglie nobili dell'isola. Arriv anche a confidare che la sua era originaria del paese. Desiderava fare il suo dovere con don Ferdinando Trao, e visitare il palazzo, che doveva essere interessantissimo. Con la ragazza, di sfuggita, lasci cadere il discorso sulle opere allora in voga; raccont qualche fatterello della societ; narr aneddoti del tempo in cui era a Palermo la corte, la regina Carolina, gli inglesi: un mondo di chiacchiere, come una lanterna magica nella quale passavano delle gran dame, del lusso e delle feste. Nell'andarsene baci la mano a donna Bianca. Per le scale, dal pollaio, sull'uscio della legnaia, tutta la gente di casa s'affollava per vederlo passare. Dopo, la sera non si fece altro che parlare di lui, in cucina, fin le serve, e mastro Nardo, il quale sgranava gli occhi.
Il bal di Leyra e il marchese Limli poi avevano intavolato un altro discorso, cos, a fior di labbra, tenendosi sulle generali. Il giorno dopo intervenne anche il duca, il quale confess prima di tutto ch'era innamorato della ragazza, un vero fiorellino dei campi, una violetta nascosta; e dichiar sorridendo, che quanto al resto... d'affari voleva dire... non se n'era occupato mai, per sua disgrazia!... non era il suo forte, e aveva pregato il notaro Neri di far lui...
Un vero usuraio, quel notaro, sottile, avido, insaziabile. Don Gesualdo avrebbe preferito mille volte trattare il negozio faccia a faccia col genero, da galantuomini. - No, no, caro suocero. Non  la mia partita. Non me ne intendo. Quello che farete voialtri sar ben fatto. Quanto a me, il tesoro che vi domando  vostra figlia.
Per le trattative tiravano in lungo. Mastro-don Gesualdo cercava difendere la sua roba, vederci chiaro in quella faccenda, toccar con mano che quanto ci metteva il signor genero nell'altro piatto della bilancia fosse tutto oro colato. Il duca aveva dei gran possessi,  vero, mezza contea; ma dicevasi pure che ci fossero dei gran pasticci, delle liti, delle ipoteche. Del notaro Neri non poteva fidarsi. L'altro sensale, il marchese Limli, non aveva saputo badare nemmeno ai suoi interessi. Voleva intromettercisi il canonico Lupi, protestando l'amicizia antica. Ma lui rispose: - Vi ringrazio! Grazie tante, canonico! Mi  bastato una volta sola! Non voglio abusare... - Tutti miravano alla sua roba. Ci furono dei tira e molla, delle difficolt che sorgevano a ogni passo, delle vecchie carte in cui ci si smarriva. Intanto la figliuola, dall'altra parte, aveva sempre quell'altro in testa. Scongiurava il babbo e la mamma che non volessero sacrificarla. Andava a piangere dai parenti, e a supplicare che l'aiutassero: - Non posso! non posso! - Ai piedi del confessore apr il suo cuore, tutto! il peccato mortale in cui era!... - Quel servo di Dio non capiva nulla. Badava solo a raccomandarle di non cascarci pi e le metteva il cuore in pace coll'assoluzione. La poveretta arriv a scappare in casa dello zio Trao, onde buttarsi nelle sue braccia.
- Zio, tenetemi qui! Salvatemi voi. Non ho altri al mondo! Sono sangue vostro. Non mi mandate via!
Don Ferdinando era malato, coll'asma. Non poteva parlare, non capiva nulla, del resto. Faceva dei gesti vaghi colla mano scarna, e chiamava in aiuto Grazia, come un bambino, sbigottito da ogni viso nuovo che vedesse.
- S, tenetemi qui in luogo di Grazia. Vi servir colle mie mani. Non mi mandate via. Vogliono maritarmi per forza!... in peccato mortale!...
Il vecchio allora ebbe come un ricordo negli occhi appannati, nel viso smorto e rugoso. Tutti i peli grigi della barba ispida parvero trasalire.
- Anche tua madre s' maritata per forza... Diego non voleva... Vattene, ora... se no viene tuo padre a condurti via di qua!... Vattene, vattene...
Lo zio marchese, uomo di mondo, che ne sapeva pi di tutti sulle chiacchiere raccolte a casaccio, prese a quattr'occhi don Gesualdo:
- Insomma, volete capirla? Vostra figlia dovete maritarla subito. Datela a chi vi piace; ma non c' tempo da perdere. Avete capito?
- Eh?... Come?... - balbett il povero padre sbiancandosi in viso.
- Sicuro!... Avete trovato un galantuomo che se la piglia in buona fede... Ma non potete pretendere troppo infine da lui!...
Talch don Gesualdo, stretto da tutte le parti, tirato pei capelli, si lasci aprir le vene, e mise il suo nome in lettere di scatola al contratto nuziale: Gesualdo Motta sotto la firma del genero che pigliava due righe: Alvaro Filippo Maria Ferdinando Gargantas di Leyra.
Da Palermo giunsero dei regali magnifici, dei gioielli e dei vestiti che asciugarono a poco a poco le lagrime della sposa, uno sfoggio di grandezze che la pigliava come una vertigine, che chiamava un pallido sorriso fin sulle labbra della mamma, e che lo zio marchese andava spampanando da per tutto. Solo don Gesualdo borbottava di nascosto. Si aspettavano gran cose per quello sposalizio. La Capitana mand un espresso a Catania dal primo sarto. Le Zacco stettero otto giorni in casa a cucire. Per alle nozze non fu invitato nessuno: gli sposi vestiti da viaggio, i genitori, i testimoni, quattro candele e nessun altro, nella meschina chiesetta di Sant'Agata, dove s'era maritata Bianca. Quanti ricordi per la povera madre, la quale pregava inginocchiata dinanzi a quell'altare, coi gomiti sulla seggiola e il viso fra le mani! Fuori aspettava la lettiga che doveva portarsi via gli sposi. Fu una delusione e un malumore generale fra i parenti e in tutto il paese. Dei pettegolezzi e delle critiche che non finivano pi intorno a quel matrimonio fatto come di nascosto. Della gente era andata a far visita ai Margarone e in casa Alsi, per vedere se la sposa era rossa o pallida. La Capitana aveva un bel fare, un bel cercare di non darsi vinta, dicendo che quella era la moda di sposarsi adesso. Donna Agrippina rispose che a quel modo non le pareva nemmeno un sagramento, povera Isabella!... La Cirmena masticava altre cose fra i denti:
- Come sua madre!... Vedrete che sar fortunata perch  figlia di sua madre!...
Ciolla che vide passare dalla piazza la lettiga si mise a gridare:
- Gli sposi! Ecco la lettiga degli sposi che partono! - Poi and a confidare di porta in porta, al Caff, nella spezieria di Bomma:
- E' partita anche una lettera per don Corradino La Gurna... Sicuro! Una lettera per fuori regno. Me l'ha fatta vedere il postino in segretezza. Non so che dicesse; ma non mi parve scrittura della Cirmena. Avrei pagato qualche cosa per vedere che c'era scritto...
La lettera diceva tante belle cose, per mandare gi la pillola, lei e il cuginetto che si disperava e penava lontano.
 "Addio! addio! Se ti ricordi di me, se pensi ancora a me, dovunque sarai, eccoti l'ultima parola di Isabella che amasti tanto! Ho resistito, ho lottato a lungo, ho sofferto... Ho pianto tanto! ho pianto tanto!... Addio! Partir, andr lontano... Nelle feste, in mezzo alle pompe della capitale, dovunque sar... nessuno vedr il pallore sotto la mia corona di duchessa... Nessuno sapr quel che mi porto nel cuore... sempre, sempre!... Ricordati! ricordati!..."


PARTE QUARTA


I


Erano appena trascorsi sei mesi, quando sopravvennero altri guai a don Gesualdo. Isabella minacciava di suicidarsi; il genero aveva preso a viaggiare fuori regno, e faceva temere di voler intentare causa di separazione, per incompatibilit di carattere. Altre chiacchiere giunsero in segreto sino al povero padre, il quale corse a rotta di collo alla villa di Carini, dov'era confinata la duchessa per motivi di salute. Ritorn poi invecchiato di dieci anni, pigliandosela colla moglie che non capiva nulla, maledicendo in cuor suo la Cirmena e tutto il parentado che gli dava soltanto bocconi amari, costretto a correr dietro al notaio per accomodare la faccenda e placare il signor genero a furia di denari. Fu un gran colpo pel poveretto. Tacque alla moglie il vero motivo, per non affliggerla inutilmente; tenne tutto per s; ma non si dava pace; parevagli che la gente lo segnasse a dito; sentivasi montare il sangue al viso quando ci pensava, da solo, o anche se incontrava quell'infame della Cirmena. Lui era un villano; non c'era avvezzo a simili vergogne! Intanto la figlia duchessa gli costava un occhio. Prima di tutto le terre della Canziria, d'Ala e Donninga che le aveva assegnato in dote, e gli facevano piangere il cuore ogni qualvolta tornava a vederle, date in affitto a questo e a quello, divise a pezzi e bocconi dopo tanti stenti durati a metterle insieme, mal tenute, mal coltivate, lontane dall'occhio del padrone, quasi fossero di nessuno. Di tanto in tanto gli arrivavano pure all'orecchio altre male nuove che non gli lasciavano requie, come tafani, come vespe pungenti; dicevasi in paese che il signor duca vi seminasse a due mani debiti fitti al pari della grandine, la medesima gramigna che devastava i suoi possessi e si propagava ai beni della moglie peggio delle cavallette. Quella povera Canziria che era costata tante fatiche a don Gesualdo, tante privazioni, dove aveva sentito la prima volta il rimescolo di mettere nella terra i piedi di padrone! Donninga per cui si era tirato addosso l'odio di tutto il paese! le buone terre dell'Ala che aveva covato dieci anni cogli occhi, sera e mattina, le buone terre al sole, senza un sasso, e sciolte cos che le mani vi sprofondavano e le sentivano grasse e calde al pari della carne viva... tutto, tutto se ne andava in quella cancrena! Come Isabella aveva potuto stringere la penna colle sue mani, e firmare tanti debiti? Maledetto il giorno in cui le aveva fatto imparare a scrivere! Sembravagli di veder stendere l'ombra delle ipoteche sulle terre che gli erano costate tanti sudori, come una brinata di marzo, peggio di un nebbione primaverile, che brucia il grano in erba. Due o tre volte, in circostanze gravi, era stato costretto a lasciarsi cavar dell'altro sangue. Tutti i suoi risparmi se ne andavano da quella vena aperta, le sue fatiche, il sonno della notte, tutto. E pure Isabella non era felice. L'aveva vista in tale stato, nella villa sontuosa di Carini! Indovinava ci che doveva esserci sotto, quando essa scriveva delle lettere che gli mettevano addosso la febbre, l'avvelenavano coll'odore sottile di quei foglietti stemmati, lui che aveva fatto il cuoio duro anche alla malaria. Il signor duca invece trattava simili negozi per mezzo del notaro Neri - poich non erano il suo forte. - E alla fine, quando mastro-don Gesualdo s'impenn sul serio, sbuffando, recalcitrando, gli fece dire:
- Si vede che mio suocero, poveretto, non sa quel che ci vuole a mantenere la figliuola col decoro del nome che porta...
- Il decoro?... Io me ne lustro gli stivali del decoro! Io mangio pane e cipolle per mantenere il lustro della duchea! Diteglielo pure al signor genero! In pochi anni s' mangiato un patrimonio!
Fu un casa del diavolo. Donna Bianca, la quale era assai malandata, e sputava sangue ogni mattina, fece una ricaduta che in quindici giorni la condusse in fin di vita. Nel paese ormai si sapeva ch'era tisica: tutti cos quei Trao! una famiglia che si estingueva per esaurimento, diceva il medico. Soltanto il marito, ch'era sempre fuori, in faccende, occupato dai suoi affari, con tanti pensieri e tanti guai per la testa, si lusingava di farla guarire appena avrebbe potuto condursela a Mangalavite, in quell'aria balsamica che avrebbe fatto risuscitare un morto. Essa sorrideva tristamente e non diceva nulla.
Era ridotta uno scheletro, docile e rassegnata al suo destino, senza aspettare o desiderare pi nulla. Soltanto avrebbe voluto rivedere la figliuola. Suo marito glielo aveva anche promesso. Ma siccome erano in dissapore col genero non ne aveva pi parlato. Isabella prometteva sempre di venire, da un autunno all'altro, ma non si decideva mai, come avesse giurato di non metterci pi i piedi in quel paese maledetto, e se lo fosse tolto dal cuore interamente. A misura che le mancavano le forze, Bianca sentiva dileguare anche quella speranza, come la vita che le sfuggiva, e sfogavasi a ruminare dei progetti futuri, vaneggiando, accendendosi in viso delle ultime fiamme vitali, con gli occhi velati di lagrime che volevano sembrare di tenerezza ed erano di sconforto: - Far questo! far quell'altro! - Faceva come quegli uccelletti in gabbia i quali provano il canto della primavera che non vedranno. Il letto le mangiava le carni; la febbre la consumava a fuoco lento. Adesso, quand'era presa dalla tosse, si metteva ad ansare, sfinita, colla bocca aperta, gli occhi smaniosi in fondo alle occhiaie che sembravano fonde fonde, brancicando colle povere braccia stecchite quasi volesse afferrarsi alla vita.
- Bene! - sospir infine don Gesualdo che vedeva la moglie in quello stato. - Far anche questa!... Pagher anche stavolta perch il signor duca ti faccia rivedere la figliuola!... Gi son fatto per portare il carico...
Il medico andava e veniva; provava tutti i rimedi, tutte le sciocchezze che leggeva nei suoi libracci; c'era un conto spaventoso aperto dal farmacista. - Almeno giovassero a qualche cosa! - brontolava don Gesualdo. - Io non guardo ai denari spesi per mia moglie; ma voglio spenderli perch le giovino e le si veggano in faccia... non gi per provare i medicamenti nuovi come all'ospedale!... Ora che si sono messi in testa ch'io sia ricco, ciascuno se ne giova pei suoi fini...
La prima volta per che s'arrischi a fare velatamente queste lagnanze allo stesso medico, Saleni, un altro dottorone ch'era peggio di Tavuso, buon'anima, gli piant in faccia gli occhiacci, e rispose burbero:
- Allora perch mi chiamate?
Dovette anche pregarlo e scongiurarlo di continuare a fare il comodo suo, quantunque non giovasse a nulla. La vigilia dell'Immacolata parve proprio che la povera Bianca volesse rendere l'anima a Dio. Il marito ch'era andato ad aspettare il medico sulla scala gli disse subito:
- Non mi piace, dottore! Stasera mia moglie non mi piace!
- Eh! ve ne accorgete soltanto adesso? A me  un pezzo che non mi piace. Credevo che l'aveste capita.
- Ma che non c' rimedio, vossignoria? Fate tutto ci che potete. Non guardate a spesa... I denari servono in queste occasioni!...
- Ah, adesso me lo dite? Adesso capite la ragione? Me ne congratulo tanto!
Saleni ricominci la commedia: il polso, la lingua, quattro chiacchiere seduto ai piedi del letto, col cappello in testa e il bastone fra le gambe. Poi scrisse la solita ricetta, le solite porcherie che non giovavano a nulla, e se ne and lasciando nei guai marito e moglie. La casa era diventata una spelonca. Tutti che vogavano alla larga. Finanche le serve temevano del contagio. Zacco era il solo parente che si rammentasse di loro nella disgrazia, dacch avevano fatto societ per l'appalto dello stradone, tornati amici con don Gesualdo. Egli veniva ogni giorno insieme a tutta la famiglia, la baronessa impresciuttita e ubbidiente, le figliuole che empivano la camera, stagionate, grasse e prosperose che sfidavano le cannonate. - Lui non aveva paura del contagio! Sciocchezze!... Poi, quando si tratta di parenti!... Quella sera aveva sentito dire in piazza che la cugina Bianca stava peggio ed era giunto pi presto del solito. - Per distrarre un po' don Gesualdo lo tir nel vano del balcone, e cominci a parlargli dei loro negozi.
- Volete ridere adesso? Il cugino Rubiera dir all'asta per gli altri due tronchi di strada!... Sissignore! quella bestia!... Eh? eh? che ne dite?... Lui che non ha potuto pagarvi ancora i denari della prima donna?... C' l'inferno a causa vostra con la moglie che non vuol pagare del suo!... I figliuoli s, glieli ha portati in dote!... ma i denari vuol tenerseli per s! E' predestinato quel povero don Nin!... E sapete chi comparisce all'asta, eh? volete saperlo?... Canali, figuratevi!... Canali che fa l'appaltatore in societ col barone Rubiera!... Ora s' svegliata in tutti quanti la fame del guadagno!... Eh?... Non avevo ragione di dire?... Non ridete?...
Ma l'amico non gli dava retta, inquieto, coll'orecchio sempre teso dall'altra parte. Indi si alz e and a vedere se Bianca avesse bisogno di qualche cosa. Essa non aveva bisogno di nulla, guardando fisso con quegli occhi di creatura innocente, recandosi alla bocca di tanto in tanto il fazzoletto che ricacciava poi sotto il guanciale insieme alla mano scarna. Le cugine Zacco stavano sedute in giro dinanzi al letto, colle mani sul ventre. La mamma per rompere il silenzio balbett timidamente:
- Sembra un po' pi calma... da che siam qui noi...
Le figliuole a quelle parole guardarono tutte insieme, e approvarono col capo.
Il barone s'accost al letto lui pure, dimostrando molto interesse per l'ammalata:
- S, s, non c' confronto!... l'occhio  pi sveglio; anche la fisonomia  pi animata... Si capisce!... udendo discorrere intorno a lei... Bisogna distrarla, tenerle un po' di conversazione... Per fortuna siete in buone mani. Il dottore sa il fatto suo. Poi, quando si hanno dei mezzi!... quando non manca nulla! Ne conosco tanti altri invece... ben nati... di buona famiglia... cui manca di giorno il pane e di notte la coperta!... vecchi e malati, senza medico n speziale...
Si chin all'orecchio di don Gesualdo e spiffer il resto. Bianca l'ud o l'indovin, con gli occhi luminosi che fissavano in volto la gente, e cav di sotto il guanciale la mano scarna e pallida che sembrava quella di una bambina, per far segno al marito d'avvicinarsi. Don Gesualdo s'era chinato su di lei e accennava di s col capo. Il barone vedendo che non era pi il caso di misteri parl chiaro:
- Non verr! Don Ferdinando  diventato proprio un ragazzo. Non capisce nulla, poveretto!... Bisogna compatirlo. Diciamola qui, fra noi parenti... Che gli sarebbe mancato?... Un cognato con tanto di cuore, come questo qui!...
L'inferma agit di nuovo in aria quella mano che parlava da sola.
- Eh? Che dice? Cosa vuole? - domand il barone.
Donna Lavinia, la maggiore delle ragazze, s'era alzata premurosa per servirla in quel che occorresse. Donna Marietta, l'altra sorella, tir invece il pap per la falda. Bianca s'era chiusa in un silenzio che le affil come un coltello il viso smunto, s che il barone stesso se ne avvide e mut discorso.
- Domeneddio alle volte ci allunga i giorni per farci provare altri guai... Parlo della baronessa Rubiera, poveretta! Eh?... Vivere per vedersi disfare sotto i propri occhi la roba che s' fatta!... senza poter dire una parola n muovere un dito... eh?... eh? Suo figlio  una bestia. La nuora gli conta i bocconi che mangia!... Com' vero Iddio! Non vede l'ora di levarsela dai piedi!... E lei, no! non vuole andarsene! Vuol vivere apposta per vedere come far suo figlio a togliersi dal collo il debito e don Gesualdo... Eh? Ho parlato or ora con vostro marito dei gran progetti che ha don Nin pel capo... 
Don Gesualdo stava zitto, sopra pensieri. Poi, siccome il barone aspettava la risposta della cugina Bianca, col risolino fisso in bocca, brontol:
- No, non c' tanto da ridere... Dietro il paravento dev'essere anche il canonico Lupi.
Zacco rimase interdetto: - Quel briccone? quell'intrigante?... Come lo sapete?... Chi ve l'ha detto?...
- Nessuno. E' un'idea mia. Ma vedrete che non m'inganno. Del resto non me ne importa nulla! Ho altro pel capo adesso!
Ma il barone non si dava pace: - Che? Non ve ne importa? Grazie tante! Sapete cosa dicono pure? Che vogliono levarci di mano le terre del comune!... Dicono che stavolta hanno trovato il modo e la maniera... e che n voi n io potremo rimediarci, capite?...
Don Gesualdo si strinse nelle spalle. Sembrava che davvero non gliene importasse nulla di nulla adesso. Il barone a poco a poco and calmandosi, in mezzo al coro dei suoi che mormoravano sottovoce contro il canonico.
- Un intrigante!... un imbroglione!... Non si fa nulla in paese che non voglia ficcarci il naso lui!... - Donna Marietta, pi prudente, tir il babbo per la falda un'altra volta.
- Scusate! scusate! - aggiunse lui. - Si chiacchiera per dire qualche cosa... per distrarre l'ammalata... Non si sa di che parlare... Sapete voi cosa vanno narrando pure i malintenzionati come Ciolla?... che fra otto giorni si far la rivoluzione... per spaventare i galantuomini... Vi rammentate, nel ventuno, eh? don Gesualdo?
- Ah?... Che volete?... La rivoluzione adesso l'ho in casa!...
- Capisco, capisco... Ma infine, non mi pare...
La baronessa, che parlava al bisogno, si rivolse a don Gesualdo, con quella faccia di malaugurio, chiedendogli se alla duchessa avessero scritto di sua madre che era in quello stato... Bianca aveva l'orecchio fino degli ammalati gravi. - No! no! Non c' premura! - interruppe Zacco. Intanto donna Lavinia si era alzata per andare a prendere un bicchier d'acqua. Come si ud suonare il campanello dell'uscio voleva anche correre a vedere chi fosse.
- Una spada a due mani! - esclam sottovoce il barone, quasi facesse una confidenza, e sorridendo di compiacimento. - Una ragazza che in casa vale un tesoro... Giudiziosa!... Per sua cugina Bianca poi si butterebbe nel fuoco!... - La mamma sorrideva lei pure discretamente. In quella sopraggiunse la serva ad annunziare che c'era il barone Rubiera con la moglie.
- Lui? Ci vuole una bella faccia tosta!... - salt su il barone cercando il cappello che teneva in testa. - Vedrete che viene a parlarvi di ci che v'ho detto! Non ci avete un'altra uscita?... per non vederlo in faccia, quella bestia!...
La sua famiglia toglieva commiato in fretta e in furia al pari di lui, cercando gli scialli, rovesciando le seggiole, urtandosi fra di loro, quasi don Nin stesse per irrompere a mano armata nella camera. La povera inferma, smarrita in quel parapiglia, si lasci sfuggire con un filo di voce:
- Per l'amor di Dio... Non ne posso pi!
- No... Non potete farne a meno, cugina mia!... Sono parenti anch'essi!... Vedrete che vengono apposta, onde approfittare dell'occasione... Finta di farvi una visita... Piuttosto ce ne andremo noi... E' giusto... Chi prima arriva al mulino...
Ma i Rubiera non spuntavano ancora. Don Gesualdo and nell'anticamera, dove seppe dalla serva che aspettavano nel salotto, come avevano sentito che c'erano i Zacco...
- Meglio! - osserv il barone. - Vuol dire che desidera parlarvi a quattr'occhi, don Nin!... Allora noi non ci moviamo. Restiamo a far compagnia alla cugina, intanto che voi fate gli affari vostri... Sentiremo poi cosa  venuto a dirvi quello sciocco!
La serva aveva portato un lumicino nel salotto, e in quella semioscurit don Nin sembrava addirittura enorme, infagottato nel cappotto, con la sciarpa di lana sino alle orecchie una zazzera sulla nuca che non tagliava sino a maggio. Donna Giuseppina invece s'era aggobbita, aveva il viso floscio e grinzoso nel cappuccio rotondo, i capelli di un grigio sudicio mal pettinati, lisciati in fretta con le mani e fermati dal fazzoletto di seta che portava legato sotto il mento, le mani corrose e nere, delle mani di buona massaia con le quali gesticolava per difendere gli interessi del marito, agitandosi nel cappottino seminato di pillacchere, che la copriva tutta quanta, mostrando in tutta la persona l'incuria e la trascuraggine della signora ricca che non ha bisogno di parere, della moglie che ha cessato di far figliuoli e non deve neppure piacere al marito. E sulla bocca sdentata teneva fisso un sorriso di povera, il sorriso umile di chi viene a sollecitare un favore, mentre don Nin cercava le parole, girando il cappellaccio fra le mani, con quella sciarpa sino al naso che gli dava un aspetto minaccioso. La moglie gli fece animo con un'occhiata, e cominci lei:
- Abbiamo sentito che la cugina sta male... Siam corsi subito con Nin... Infine siamo parenti... dello stesso sangue... Le questioni... gl'interessi... si sa, in tutte le famiglie... Ma ogni cosa deve mettersi da banda in certe occasioni... Anche Nin... poveretto, non si dava pace... Diceva sempre... Infine vorrei sapere perch...
Don Nin approvava coi gesti e con tutta la persona che aveva lasciato cadere sul canap facendolo scricchiolare; e subito intavol il discorso per cui erano venuti - sua moglie volle assolutamente che il cugino sedesse in mezzo, fra due fuochi. - Abbiamo quell'affare del nuovo appalto, caro don Gesualdo. Perch dobbiamo farci la guerra fra di noi, dico io? a vantaggio altrui?... giacch infine siamo parenti!...
- Sicuro! - interruppe la moglie. - Siamo venuti per questo... Come sta la cugina?
- Come Dio vuole!... Come ci avessi il gastigo di Dio sulle spalle!... Non ho testa di pensare agli affari adesso...
- No, no, non voglio che ci pensiate... Appunto dicevo... dovreste rimettervene a una persona di fiducia... Salvo l'interesse, ben inteso...
Don Nin a un tratto si fece scuro in viso, cacciandosi all'indietro appuntandogli in faccia gli occhi sospettosi:
- Ditemi un po' vi fidate voi di Zacco? Eh? vi fidate?
Don Gesualdo malgrado il malumore che aveva in corpo, mosse la bocca a riso, come a dire che non si fidava di nessuno.
- Bene! Se sapeste che roba  quell'uomo!... Ci che diceva di voi, prima!... prima di essere pane e cacio con voi!... Che roba gli scappava di bocca!...
Donna Giuseppina, con le gote gonfie, stringeva le labbra, quasi per non lasciarselo scappare neppur lei.
- Infine, lasciamo andare! Chiacchiera non macina al mulino... E' parente anche lui!... Dunque torniamo a noi. Perch ci facciamo la guerra? Perch facciamo campare giudici ed avvocati alle nostre spalle? Cosa sono questi malumori fra parenti? Per quella miseria che vi devo? S, una miseria! Per voi  una presa di tabacco...
- Scusate, scusate, anche per voi...
Allora interloqu donna Giuseppina, contando miserie, una famiglia numerosa, sua suocera, la baronessa, finch viveva lei...
- Scusate... Non c'entra... E' che i denari servono, sapete... I miei denari li ho dati a vostro marito. 
Don Nin prese a scusarsi, dinanzi alla moglie. Certo... i denari se li era fatti prestare... in un momento che aveva persa la testa... Quando si  giovani... sarebbe meglio tagliarsela la testa, alle volte... Voleva pagare... col tempo... sino all'ultimo baiocco, senza liti, senza altre spese... appena chiudeva gli occhi sua madre... Ma era giusto inasprirgli contro la baronessa, santo Dio? Farle commettere qualche bestialit?...
- Ah? - disse don Gesualdo. - Ah? - E guard donna Giuseppina come per chiedere perch non pagasse lei.
Don Nin imbarazzato guardava ora lui ed ora la moglie. Essa infine interloqu, troncandogli la parola con un segno del fazzoletto che aveva tirato fuori dalla borsa.
- Non  questo soltanto... L'affare delle terre... Non glie ne avete ancora parlato al cugino don Gesualdo?...
- S... l'affare delle terre comunali...
- Lo so, - rispose don Gesualdo. - L'affitto scade in agosto. Chi vorr dire all'asta, poi...
- No! no!... n voi n io ce le mangeremo.
- Legge nuova! - interruppe donna Giuseppina con un sorriso agro. - Le terre non si dnno pi in affitto! Il comune le d a censo... ai pi poveri... Un bocconcino per ciascuno... Saremo tutti possidenti nel paese, da qui a un po'!... Non lo sapete?
Don Gesualdo drizz le orecchie, mettendo da parte un momento i suoi guai. Indi abbozz un sorriso svogliato.
- Come  vero Dio! - soggiunse il barone Rubiera. - Ho visto il progetto, s, al palazzo di citt! Dicono che il comune ci guadagna, e ciascuno avr il suo pezzo di terra.
Allora don Gesualdo cav fuori la tabacchiera, fiutando un agguato.
- Cio? cio?
- Don Gesualdo! - chiam la serva dall'uscio. - Un momento, vossignoria...
- Fate, fate pure il comodo vostro! - disse donna Giuseppina. - Non abbiamo premura. Aspetteremo.
- La padrona! Vuol parlare con vossignoria!
- Eh? Che vogliono? Che dicono? - L'assalirono subito i Zacco appena don Gesualdo entr nella stanza dell'inferma. - Son io che ho mandato a chiamarvi, - disse il barone col sorriso furbo.
Ma lui non rispose, chino sulla moglie, la quale s'aiutava cogli occhi e con quella povera mano pallida e scarna che diceva per lei:
"No!... Non vi mettete con colui... se volete darmi retta una volta sola... Non vi mettete insieme con mio cugino Rubiera, voi!... Guardate che vi parlo in punto di morte!..."
Aveva la voce afonica, gli occhi che penetravano, cos lucenti e fissi. Zacco che si era chinato anche lui sul letto per udire, esclam trionfante:
- Benedetta! parla come una che vede al di l! Non fareste nulla di buono con quell'uomo! Una bestia! Una banderuola! Ci che vi dice vostra moglie in un momento come questo  vangelo, don Gesualdo! Ricordatevi bene! Io mi farei scrupolo a non darle retta, in parola d'onore!...
- E donna Giuseppina? Finta, maligna!... - aggiunse la Zacco. - Ha abbreviato i giorni della suocera! Non vede l'ora di levarsela dagli occhi!
- Andate, andate a sentire il resto. Qui ci siamo noi. Andateci pure, se no vi restano l fino a domani!
Don Nin stava ancora seduto sul canap, sbuffando dal caldo nella sciarpa di lana, col cappello in testa; e donna Giuseppina si era alzata per osservare al buio le galanterie disposte in bell'ordine sui mobili: il servizio da caff, i fiori di carta sotto le campane di cristallo, l'orologio che segnava sempre la stessa ora. Vedendo don Gesualdo di ritorno gli disse subito:
- Vi ha fatto chiamare il barone Zacco? Non c'era motivo... Qui non si fanno misteri...
- Non si fanno misteri! - ripigli il marito. - Si tratta di metterci d'accordo... tutti i bene intenzionati... Se  bene intenzionato anche lui... quel signore!...
- Ma, - osserv don Gesualdo. - se la cosa  come dite, io non saprei che farci... Cosa volete da me?
Donna Giuseppina si era perfino trasformata in volto, appuntando in faccia a questo e a quello gli occhi come due spilli, masticando un sorriso con la bocca nera. Cacci indietro del tutto il marito, e si prese tutto per s il cugino Motta.
- S, il rimedio c'!... c'! - E stette un po' a guardarlo fisso per fare pi colpo. Poscia, tenendo stretta la borsa fra le mani gli si accost con una mossa dei fianchi, in confidenza:
- Si tratta di far prendere le terre a gente nostra... sottomano... - disse il barone.
- No! no!... Lasciate che gli spieghi io... Le terre del comune devono darsi a censo, eh? a pezzi e a bocconi perch ogni villano abbia la sua parte? Va bene! Lasciamoli fare. Anzi, mettiamo avanti, sottomano, degli altri pretendenti... dei maestri di bottega, della gente che non sa cosa farsene della terra e non ne caver neppure i denari del censo. Ci hanno tutti lo stesso diritto, non  vero? Allora, con un po' di giudizio, anticipando a questo e a quello una piccola somma... Loro falliscono in capo all'anno, e noi ci pigliamo la terra in compenso del credito. Avete capito? Bisogna evitare per quanto si pu che ci mettano mano i villani. Quelli non se lo lasciano scappare mai pi il loro pezzetto di terra. Ci lasciano le ossa piuttosto!
Don Gesualdo si alz di botto, colle narici aperte, la faccia rianimata a un tratto, e si mise a passeggiare per la stanza. Poi, tornando in faccia ai due che s'erano alzati pure, sorpresi:
- Questa non viene da voi! - esclam. - Questa  buona! Questa so di dove viene!
- Ah! ah! capite? vedete?... - rispose il barone trionfante. - Prima di tutto bisogna tappare la bocca a Nanni l'Orbo... Col giudizio... con un po' di denaro... senza far torto a nessuno, ben inteso!... La giustizia...
- Voi che ci avete mano... Quello  un imbroglione, un arruffapopolo... capace di aizzarci contro tutto il paese. Voi che ci avete mano dovreste chiudergli la bocca.
Don Gesualdo torn a sedersi, pentito d'essersi lasciato trasportare dal primo movimento, grattandosi il capo.
Ma il barone Zacco, che stava di l coll'orecchio teso, non seppe pi frenarsi.
- Scusate, scusate, signori miei! - disse entrando. - Se disturbo... se avete da parlare in segreto... Me ne vo... - E si mise a sedere lui pure, col cappello in testa.
Tacquero tutti, ciascuno sbirciando sottecchi il compagno, don Nin col naso dentro la sciarpa, sua moglie colle labbra strette. Infine disse che le rincresceva tanto della malattia di Bianca. - Proprio! c' un lutto nel paese. Nin  un pezzo che mi predica: Giuseppina mia, dobbiamo andare a vedere come sta mia cugina... Gl'interessi sono una cosa, ma la parentela poi  un'altra...
- Dunque, - riprese don Gesualdo, - questa bella pensata di pigliarci sottomano le terre del comune chi l'ha fatta?
Allora non fu pi il caso di fingere. Donna Giuseppina torn a discorrere del fermento che c'era in paese, della rivoluzione che minacciavano. Il barone Zacco si agit, facendo segno col capo a don Gesualdo.
- Eh? eh? Cosa vi ho detto or ora?...
- Infine... - conchiuse donna Giuseppina, -  meglio parlarci chiaro e darci la mano tutti quelli che abbiamo da perdere...
E torn su quella birbonata di sminuzzare le terre del comune fra i pi poveri, in tante briciole, un pizzico per ciascuno, che non fa male a nessuno!... Essa rideva cos che le ballava il ventre dalla bile.
- Ah??? - esclam il barone pavonazzo in viso, e cogli occhi fuori dell'orbita. - Ah??? - E non disse altro Don Gesualdo rideva anche lui.
- Ah? voi ridete, ah?
- Cosa volete che faccia? Non me ne importa nulla, vi dico!
Donna Giuseppina rimase stupefatta: - Come!... voi!... - Quindi lo tir in disparte, vicino al canterano dov'era l'orologio fermo, parlandogli piano, con le mani negli occhi. Don Gesualdo stava zitto, lisciandosi il mento, con quel risolino calmo che faceva schiattare la gente. I due baroni da lontano tenevano gli occhi fissi su di lui, come due mastini. Infine egli scosse il capo.
- No! no! Ditegli al canonico Lupi che denari non ne metto fuori pi per simili pasticci. Le terre se le pigli chi vuole... Io ho le mie...
Gli altri gli si rivoltarono contro tutti d'accordo, vociando, eccitandosi l'un l'altro. Zacco, adesso che aveva capito di che si trattava, scalmanavasi pi di tutti: - Una pensata seria! Da uomo con tanto di barba! Il miglior modo per evitare quella birbonata di dividere fra i nullatenenti i fondi del comune!... Capite?... Allora vuol dire che il mio non  pi mio, e ciascuno vuole la sua parte!... - Don Gesualdo, duro, scrollava il capo; badava a ripetere: - No! no! non mi ci pigliano! - Tutt'a un tratto il barone Zacco afferr don Nin per la sciarpa e lo spinse verso il canap quasi volesse mangiarselo, sussurrandogli nell'orecchio:
- Volete sentirla? Volete che ve la canti? E' segno che quello l ci ha il suo fine per farci rimaner tutti quanti siamo con tanto di naso!... Lo conosco!...
Le signore Zacco allo strepito s'erano affacciate sull'uscio dell'anticamera. Successe un istante d'imbarazzo fra i parenti. Zacco e don Nin si calmarono di botto, tornando cerimoniosi.
- Scusate! scusate! La cugina Bianca creder chiss cosa, al sentirci gridare... per nulla poi!... - Zacco sorrideva bonariamente, con la faccia ancora infocata. Don Nin s'avvolgeva di nuovo la sciarpa al collo. Sua moglie, col sorriso amabile lei pure, tolse commiato.
- Tanti saluti a donna Bianca... Non vogliamo disturbarla... Speriamo che la Madonna abbia a fare il miracolo... - Don Nin con la bocca coperta grugn anche lui qualche parola che non pot udirsi. - Un momento. Vengo con voi, - esclam Zacco. - E fingendo di cercare il cappello e la canna d'India s'accost a don Gesualdo nel buio dell'anticamera.
- Sentite... Fate male, in parola d'onore! Quella  una proposta seria!... Fate male a non intendervi col barone Rubiera!...
- No, non voglio impicci!... Ho tanti altri fastidi pel capo!... Poi, mia moglie ha detto di no. Avete udito voi stesso.
Il barone stava per montare in furia davvero!
- Ah!... vostra moglie?... Le date retta quando vi accomoda! - Ma cambi tono subito. - Del resto fate voi!... Fate voi, amico mio!... Aspettate, don Nin. Veniamo subito. - Sua moglie non la finiva pi. Sembrava che non potesse staccarsi dal letto dell'ammalata, rincalzando la coperta, sprimacciandole il guanciale, mettendole sotto mano il bicchier d'acqua e le medicine, con la faccia lunga, sospirando, biasciando avemarie. Voleva pure che restasse la sua ragazza ad assistere la notte, se mai. Donna Lavinia acconsentiva di tutto cuore, dandosi da fare anche essa, premurosa, impadronendosi gi delle chiavi, vigilando su tutto, come una padrona.
- No!... - mormor Bianca con la voce rauca. - No!... Non ho bisogno di nessuno!... Non voglio nessuno!...
Li seguiva per la camera con l'occhio inquieto, sospettoso, diffidente, con un certo tono di rancore nella voce cavernosa. Sforzavasi di mostrarsi pi forte, sollevandosi a stento sui gomiti tremanti, cogli omeri appuntati che sembravano forare la camiciuola da notte. Poscia, appena le Zacco se ne furono andate, ricadde sfinita, facendo segno al marito d'accostarsi.
- Sentite!... sentite!... Non le voglio pi!... Non le fate venir pi quelle donne... Si son messe in testa di darvi moglie... come se fossi gi morta.
E col capo seguitava a far segno di s, di s, che non s'ingannava, col mento aguzzo nell'ombra della gola infossata, mentr'egli, chino su di lei, le parlava come a una bimba sorridendo, con gli occhi gonfi per.
- Vi portano in casa la Lavinia... Non vedono l'ora che io chiuda gli occhi... - Lui protestava di no che non gliene importava nulla della Lavinia, che non voleva pi rimaritarsi, che ne aveva visti abbastanza dei guai. E la poveretta stava ad ascoltarlo tutta contenta, cogli occhi lustri che penetravano fin dentro, per vedere se dicesse la verit.
- Sentite... ancora... un'altra cosa...
Accennava sempre con la mano, poich la voce le mancava, quella voce che sembrava venire da lontano, gli occhi che si velavano a quando a quando di un'ombra. Aveva fatto anche uno sforzo per sollevarsi, onde passargli un braccio al collo, come non le restasse che lui per attaccarsi alla vita, agitando il viso che si era affilato maggiormente, quasi volesse nasconderglielo in petto, quasi volesse confessarsi con lui. Dopo un momento allent le braccia, col volto rigido e chiuso, colla voce mutata:
- Pi tardi... Vi dir poi... Ora non posso...


II


Adesso tutto andava a rotta di collo per don Gesualdo; la casa in disordine; la gente di campagna, lontano dagli occhi del padrone, faceva quel che voleva; le stesse serve scappavano ad una ad una, temendo il contagio della tisi; persino Mena, l'ultima che era rimasta pel bisogno, quando parlarono di farle lavare i panni dell'ammalata che la lavandaia rifiutavasi di portare al fiume, temendo di perdere le altre pratiche, disse chiaro il fatto suo:
- Don Gesualdo, scusate tanto, ma la mia pelle vale quanto la vostra che siete ricco... Non vedete com' ridotta vostra moglie?... Mal sottile , Dio liberi! Io ho paura, e vi saluto tanto.
Dopo che s'erano ingrassati nella sua casa! Ora tutti l'abbandonavano quasi rovinasse, e non c'era neppure chi accendesse il lume. Sembrava quella notte alla Salonia, in cui aveva dovuto mettere colle sue mani il padre nel cataletto. N denari n nulla giovava pi. Allora don Gesualdo si scoraggi davvero. Non sapendo dove dar di capo, pens agli amici antichi, quelli che si ricordano nel bisogno, e mand a chiamare Diodata per dare una mano. Venne invece il marito di lei, sospettoso, guardandosi intorno, badando dove metteva i piedi, sputacchiando di qua e di l:
- Quanto a me... anche la mia pelle, se la volete, don Gesualdo!... Ma Diodata  madre di famiglia, lo sapete... Se le capita qualche disgrazia, Dio ne liberi voi e me... Se piglia la malattia di vostra moglie... Siamo povera gente... Voi siete tanto ricco; ma io non avrei neppure di che pagarle il medico e lo speziale...
Insomma le solite litanie, la solita giaculatoria per cavargli dell'altro sangue. Finalmente, dopo un po' di tira e molla, s'accordarono sul compenso. Gli toccava chiudere gli occhi e chinare il capo. Nanni l'Orbo, tutto contento del negozio che aveva fatto, conchiuse:
- Quanto a noi siete padrone anche della nostra pelle, don Gesualdo. Comandateci pure, di notte e di giorno. Vo a pigliare mia moglie e ve la porto.
Ma Bianca soffriva adesso di un altro male. Non voleva vedersi Diodata per casa. Non pigliava nulla dalle sue mani. - No!... tu, no!... Vattene via! Che sei venuta a fare, tu? - Irritavasi contro quegli affamati che venivano a mangiare alle sue spalle. Come s'affezionasse anche alla roba, in quel punto; come si risvegliasse in lei un rancore antico, una gelosia del marito che volevano rubarle, quella cattiva gente venuta apposta a chiuderle gli occhi, a impadronirsi di tutto il suo. Era diventata tale e quale una bambina, sospettosa irascibile, capricciosa. Si lagnava che le mettessero qualche cosa nel brodo, che le cambiassero le medicine. Ogni volta che si udiva il campanello dell'uscio c'era una scena. Diceva che mandavano via la gente per non fargliela vedere.
- Ho sentito la voce di mio fratello don Ferdinando!... E' arrivata una lettera di mia figlia, e non hanno voluto darmela!... - Il pensiero della figlia era un altro tormento. Isabella stava anch'essa poco bene, lontano tanto, un viaggio che l'avrebbe rovinata per sempre, scriveva suo marito. Del resto sapevano da un pezzo come Bianca si strascinasse fra letto e lettuccio, e non avrebbero mai creduto la catastrofe cos prossima. Intanto la povera madre non sapeva darsi pace, e se la pigliava con don Gesualdo e con tutti quanti le stavano vicino. Ci voleva una pazienza da santi. Aveva un bel dire suo marito:
- Guarda!... Cosa diavolo ti viene in mente adesso!... Anche la gelosia ti viene in mente!... - Essa aveva certe occhiate nere che non le aveva mai visto. Con certo suono che non le aveva mai udito nella voce rauca, essa gli diceva:
- Mi avete tolto mia figlia... anche adesso che sono in questo stato!... Ve lo lascio per scrupolo di coscienza!... - Oppure gli rinfacciava di averle messo fra i piedi quell'altra gente... Oppure non rispondeva affatto, col viso rivolto al muro, implacabile.
Nanni l'Orbo s'era installato come un papa in casa di don Gesualdo. Mangiava e beveva. Veniva ogni giorno a empirsi la pancia. Diodata badava a quel che c'era da fare, e lui correva in piazza a spassarsela, a confabulare cogli amici, a dir che ci voleva questo e si doveva far quell'altro, a difendere la causa della povera gente nella quistione di spartirsi i feudi del comune, ciascuno il suo pezzetto, come voleva Dio, e quanti figliuoli ogni galantuomo aveva sulle spalle, tante porzioni! Egli conosceva anche per filo e per segno tutti i maneggi dei pezzi grossi che cercavano appropriarsi le terre. Una volta attacc una gran discussione su quest'argomento con Canali, e and a finire a pugni, adesso che non era pi il tempo delle prepotenze e ognuno diceva le sue ragioni.
Il giorno dopo mastro Titta era andato da Canali a radergli la barba, allorch suonarono il campanello e Canali and a vedere colla saponata al mento. Mentre affilava il rasoio, mastro Titta allung il collo per semplice curiosit, e vide Canali il quale parlava nell'anticamera con Gerbido, una faccia tutti e due da far tendere l'orecchio a chiunque. Canali diceva a Gerbido: - Ma ti fidi poi? - E Gerbido rispose: - Oh!!! - Nient'altro.
Canali torn a farsi la barba, tranquillo come nulla fosse, e mastro Titta non ci pens pi. Soltanto la sera, non sapeva egli stesso il perch... un presentimento, vedendo Gerbido appostato alla cantonata della Masera, colla carabina sotto!... Gli tornarono in mente le parole di poco prima.
- Chiss per chi  destinata quella pillola, Dio liberi!... - pens fra di s.
Gi i tempi erano sospetti, e la gente s'era affrettata a casa prima che suonasse l'avemaria. Pi in l incontrando Nanni l'Orbo, che stava da quelle parti, il cuore gli disse che Gerbido aspettasse appunto lui.
- Che fate a quest'ora fuori, compare Nanni? - gli disse mastro Titta. - Venitevene a casa piuttosto, che faremo la strada insieme...
- No, mastro Titta, devo passare qui dal tabaccaio, e poi vo un momento a vedere Diodata, che  ad assistere la moglie di don Gesualdo.
- Fatemi questo piacere, compare Nanni! Venite a casa piuttosto! Il tabacco ve lo dar io, e da vostra moglie ci andrete domani. Non son tempi d'andare per le strade a quest'ora!... Credete a me!...
L'altro la voltava in burla; diceva di non aver paura lui, che gli rubassero i denari che non aveva... L'aspettava sua moglie con un piatto di maccheroni... e tante altre cose... Per un piatto di maccheroni, Dio liberi, ci lasci la pelle!
Appena mastro Titta ud il rumore della schioppettata, due minuti dopo, disse fra s: - Questa  compare Nanni che se l' presa.
Don Gesualdo quel giorno aveva avuto degli altri dispiaceri. Speranza mandava l'usciere giusto quando sapeva di fargli dare l'anima al diavolo. Non gli lasciavano requie da anni ed anni, e gli avevano fatto incanutire i capelli con quella lite. Anche Speranza ci si era ridotta simile a una strega; ci s'era mangiata la chiusa e la vigna, stuzzicata da ciascuno che avesse avuto da dire con suo fratello. Andava vituperandolo da per tutto. L'aspettava apposta nella strada per vomitargli addosso delle ingiurie. Gli aizzava contro i figliuoli, poich il marito non voleva guastarsi il sangue - era buono soltanto per portarsi la pancia a spasso nel paese, lui - e lo stesso Santo, allorch aveva bisogno di denari, voltava casacca e si metteva dalla parte di Gesualdo, a sputare contro di lei gli stessi improperi che aveva diretto al fratello: una banderuola che girava a seconda del vento.
- E' una vera bricconata, vedete, don Camillo! Mi tirano di queste sassate giusto mentre sono nei guai sino al collo. Ho seminato bene e raccolgo male da tutti quanti, vedete!
Don Camillo si strinse nelle spalle.
- Scusate, don Gesualdo. Io fo l'ufficio mio. Perch vi siete guastato col canonico Lupi?... Per l'appalto dello stradone!... per una cosa da nulla... Quello  un servo di Dio che bisogna tenerselo amico... Ora soffia nel fuoco coi vostri parenti... Non voglio dir male di nessuno; ma vi dar da fare, caro don Gesualdo!
E don Gesualdo stava zitto; curvava le spalle adesso che ciascuno gli diceva la sua, e chi poteva gli tirava la sassata. Come sapevasi che sua moglie stava peggio, il marchese Limli era venuto a visitare la nipote, e ci aveva condotto pure don Ferdinando, tutti e due a braccetto, sorreggendosi a vicenda. - La morte e l'ignorante, - osservavano quanti li incontravano a quell'ora per le strade, col fermento che c'era nel paese; e si facevano la croce vedendo ancora al mondo don Ferdinando, con quella palandrana che non teneva pi insieme. I due vecchi s'erano messi a sedere dinanzi al letto, col mento sul bastone, mentre don Gesualdo faceva la storia della malattia, e il cognato gli voltava la schiena senza dir nulla, rivolto alla sorella, la quale guardava or questo ed ora quell'altro, poveretta, con quegli occhi che volevano far festa a tutti quanti, allorch s'ud un voco per la strada, gente che correva strillando, quasi fosse scoppiata la rivoluzione che s'aspettava. Tutt'a un tratto si ud bussare al portone e una voce che gridava:
- Comare Diodata, aprite! Correte, subito! Andate a vedere, che vostro marito si  presa una schioppettata!... l, nella farmacia!...
Diodata corse cos come si trovava, a testa scoperta, urlando per le strade. In un momento la casa di don Gesualdo fu tutta sottosopra. Venne anche il barone Zacco, sospettoso, inquieto, masticando le parole, guardandosi dinanzi e di dietro prima d'aprir bocca.
- Avete visto? E' fatta! Hanno ammazzato il marito di Diodata!
Don Gesualdo allora si lasci scappare la pazienza.
- Che ci posso fare io? Mi mancava anche questa! Che diavolo volete da me?
- Ah, cosa potete farci?... Scusate! Credevo che doveste ringraziarmi... se vengo subito ad avvertirvi... pel bene che vi voglio... da amico... da parente...
Intanto sopraggiungeva dell'altra gente. Zacco allora andava a vedere chi fosse, socchiudendo l'uscio dell'anticamera. Ogni momento si udiva sbattere il portone, tanti scossoni per la povera ammalata. A un certo punto Zacco venne a dire, tutto stravolto:
- A Palermo c' un casa del diavolo... La rivoluzione... Vogliono farla anche qui... Quel briccone di Nanni l'Orbo doveva farsi ammazzare giusto adesso!...
Don Gesualdo continuava a stringersi nelle spalle, come uno che non gliene importa nulla oramai, tutto per la poveretta ch'era in fin di vita. Dopo un po' giunsero la moglie e le figlie del barone Zacco, vestite di casa, cogli scialli gi pel dorso, le facce lunghe, senza salutar nessuno. Si vedeva ch'era finita. La baronessa andava a parlare ogni momento sottovoce col marito. Donna Lavinia s'impadron delle chiavi. A quella vista don Gesualdo si sbianc in viso. Non ebbe il coraggio neppure di chiedere s'era giunta l'ora. Soltanto, cogli occhi lustri interrogava tutti quanti, ad uno ad uno.
Ma gli rispondevano con delle mezze parole. Il barone allungava il muso, sua moglie alzava gli occhi al cielo, colle mani giunte. Le ragazze, gi prese dal sonno, stavano zitte sedute nella stanza accanto a quella dov'era l'ammalata. Verso mezzanotte, come la poveretta s'era chetata a poco a poco, don Gesualdo voleva mandarli a riposare.
- No, - disse il barone, - non vi lasceremo solo questa notte.
Allora don Gesualdo non fiat pi, giacch non c'era pi speranza. Si mise a passeggiare in lungo e in largo, a capo chino, colle mani dietro la schiena. Di tanto in tanto si chinava sul letto della moglie. Poi tornava a passeggiare nella stanza vicina, borbottava fra di s, scrollava il capo, si stringeva nelle spalle. Infine si rivolse a Zacco, colla voce piena di lagrime:
- Io direi di mandare a chiamare i suoi parenti... eh? don Ferdinando... Che ne dite voi?
Zacco fece una smorfia.- I suoi parenti?... Ah, va bene... Come volete... Domani... a giorno fatto...
Ma il pover'uomo non seppe pi frenarsi, le parole gli cuocevano dentro e sulle labbra.
- Capite?... Neanche farle vedere la figliuola per l'ultima volta! E' un porco, quel signor duca! Tre mesi che scrive oggi verremo e domani verremo! Come se avesse dovuto campar cent'anni quella poveretta! Dice bene il proverbio: Lontano dagli occhi e lontano dal cuore. Ci ha rubato la figlia e la dote, quell'assassino!
E continu a sfogarsi cos per un pezzo colla moglie di Zacco, che era mamma anche lei, e accennava di s, sforzandosi di tenere aperti gli occhi che le si chiudevano da soli. Egli, che non sentiva n il sonno n nulla, tornava a brontolare:
- Che notte! che nottata eterna! Com' lunga questa notte,
Domeneddio! 
Appena spunt il giorno apr il balcone per chiamare Nardo il manovale, e mandarlo da tutti i parenti, ch Bianca, poveretta, stava assai male, se volevano vederla. Per la strada c'era un via vai straordinario, e laggi in piazza udivasi un gran sussurro. Mastro Nardo, al ritorno, port la notizia.
- Hanno fatto la rivoluzione. C' la bandiera sul campanile.
Don Gesualdo lo mand al diavolo. Gliene importava assai della rivoluzione adesso! L'aveva in casa la rivoluzione adesso! Ma Zacco procurava di calmarlo.
- Prudenza, prudenza! Questi son tempi che ci vuol prudenza, caro amico.
Di l a un po' si ud bussare di nuovo al portone. Don Gesualdo corse in persona ad aprire, credendo che fosse il medico o qualchedun' altro di tutti coloro che aveva mandato a chiamare. Invece si trov di faccia il canonico Lupi, vestito di corto, con un cappellaccio a cencio, e il baronello Rubiera che se ne stava in disparte.
- Scusate, don Gesualdo... Non vogliamo disturbarvi... Ma  un affare serio... Sentite qua...
Lo tir nella stalla onde dirgli sottovoce il motivo per cui erano venuti. Don Nin da lontano, ancora imbroncito, approvava col capo. 
- S'ha da fare la dimostrazione, capite? Gridare che vogliamo Pio Nono e la libert anche noi... Se no ci pigliano la mano i villani. Dovete esserci anche voi. Non diamo cattivo esempio, santo Dio!
- Ah? La stessa canzone della Carboneria? - salt su don Gesualdo infuriato. - Vi ringrazio tanto, canonico! Non ne fo pi di rivoluzioni! Bel guadagno che ci abbiamo fatto a cominciare! Adesso ci hanno preso gusto, e ogni po' ve ne piantano un'altra per togliervi i denari di tasca. Oramai ho capito cos': Levati di l, e dammi il fatto tuo!
- Vuol dire che difendete il Borbone? Parlate chiaro.
- Io difendo la mia roba, caro voi! Ho lavorato... col mio sudore... Allora... va bene... Ma adesso non ho pi motivo di fare il comodo di coloro che non hanno e non posseggono...
- E allora ve la fanno a voi, capite! Vi saccheggiano la casa e tutto!
Il canonico aggiunse che veniva nell'interesse di coloro che avevano da perdere e dovevano darsi la mano, in quel frangente, pel bene di tutti... Se no, non ci avrebbe messo i piedi in casa sua... dopo il tiro che gli aveva giocato per l'appalto dello stradone...
- Scusate! Giacch volete fare il sordo... Sapete che avete tanti nemici! Invidiosi... quel che volete... Intanto non vi guardano di buon occhio... Dicono che siete peggio degli altri, ora che avete dei denari. Questo  il tempo di spenderli, i denari, se volete salvar la pelle!
A quel punto prese la parola anche don Nin:
- Lo sapete che ci accusano di aver fatto uccidere Nanni l'Orbo... per chiudergli la bocca... Voi pel primo!... Mi dispiace che m'hanno visto venire con mia moglie, l'altra sera...
- Gi, - osserv il canonico, - siamo giusti. Chi poteva avere interesse che compare Nanni non chiacchierasse tanto?... Una bocca d'inferno, signori miei! La storia di Diodata la sa tutto il paese. Ora vi scatenano contro anche i figliuoli... vedrete, don Gesualdo!
- Va bene, - rispose don Gesualdo. - Vi saluto. Non posso lasciar mia moglie in quello stato per ascoltar le vostre chiacchiere. - E volse loro le spalle.
- Ah, - soggiunse il canonico andandogli dietro su per le scale. - Scusate, non ne sapevo nulla. Non credevo che fossimo gi a questo punto...
Giacch erano l non potevano fare a meno di salire un momento a veder donna Bianca, lui e il baronello. Don Nin si ferm all'uscio col cappello in mano, senza dire una parola, e il canonico, che se ne intendeva, dopo un po' fece cenno col capo a don Gesualdo, come a dirgli di s, ch'era ora.
- Io me ne vo, - disse don Nin rimettendosi il cappello. - Scusatemi tanto, io non ci reggo.
C'era gi don Ferdinando Trao al capezzale, come una mummia, e la zia Macr, la quale asciugava il viso alla nipote con un fazzoletto di tela fine. Le Zacco erano pallide della nottata persa, e donna Lavinia non si reggeva pi in piedi. Sopraggiunse il marchese Limli insieme al confessore. Donna Agrippina allora li mise fuori tutti quanti. Don Gesualdo, dietro a quell'uscio chiuso, si sentiva un gruppo alla gola, quasi gli togliessero prima del tempo la sua povera moglie.
- Ah!... - borbott il marchese. - Che commedia, povera Bianca! Noi restiamo qui per assistere ogni giorno alla commedia, eh, don Ferdinando!... Anche la morte s' scordata che ci siamo al mondo noi!...
Don Ferdinando stava a sentire, istupidito. Tratto tratto guardava timidamente di sottecchi il cognato che aveva gli occhi gonfi, la faccia gialla e ispida di peli, e faceva atto d'andarsene, impaurito.
- No, - disse il marchese. - Non potete lasciare la sorella in questo punto. Siete come un bambino, caspita!
Entr in quel mentre il barone Mndola, col fiato ai denti, cominciando dallo scusarsi a voce alta:
- Mi dispiace... Non ne sapevo nulla... Non credevo... - Poi, vedendosi intorno quei visi e quel silenzio, abbass la voce e and a finire il discorso in un angolo, all'orecchio del barone Zacco. Costui tornava a parlare della nottata che avevano persa: le sue ragazze senza chiudere occhio, Lavinia che non si reggeva in piedi. Don Gesualdo guardava  vero stralunato di qua e di l, ma si vedeva che non gli dava retta. In quella torn ad uscire il prete, strascicando i piedi, con una commozione che gli faceva tremar le labbra cadenti, povero vecchio.
- Una santa!... - disse al marito. - Una santa addirittura!
Don Gesualdo afferm col capo, col cuore gonfio anche lui. Bianca ora stava supina, cogli occhi sbarrati, il viso come velato da un'ombra. Donna Agrippina preparava l'altare sul com, con la tovaglia damascata e i candelieri d'argento. A che gli giovava adesso avere i candelieri d'argento? Don Ferdinando andava toccando ogni cosa, proprio come un bambino curioso. Infine si piant ritto dinanzi al letto, guardando la sorella che stava facendo i conti con Domeneddio in quel momento, e si mise a piangere e a singhiozzare. Piangevano tutti quanti. In quell'istante fece capolino dall'uscio donna Sarina Cirmena, scalmanata, col manto alla rovescia, esitante, guardando intorno per vedere come l'avrebbero accolta, cominciando diggi a fregarsi gli occhi col fazzoletto ricamato.
- Scusate! Perdonate! Io non ci ho il pelo nello stomaco... Ho sentito che mia nipote... Il cuore l'ho qui, di carne!... L'ho tenuta come una figliuola!... Bianca!... Bianca!...
- No, zia! - disse donna Agrippina. - S'aspetta il viatico. Non la disturbate adesso con pensieri mondani...
- E' giusto, - disse donna Sarina. - Scusatemi, don Gesualdo.
Dopo che si fu comunicata, Bianca parve un po' pi calma. L'affanno era cessato, e arriv a balbettare qualche parola. Ma aveva una voce che s'udiva appena.
- Vedete? - disse donna Agrippina. - Vedete, ora che si  messa in grazia di Dio!... Alle volte il Signore fa il miracolo. - Le misero sul petto la reliquia della Madonna. Donna Agrippina si tolse il cingolo della tonaca per ficcarglielo sotto il guanciale. La zia Cirmena portava esempi di guarigioni miracolose: tutto sta ad avere fede nei santi e nelle reliquie benedette: il Signore pu far questo ed altro. Lo stesso don Gesualdo allora si mise a piangere come un bambino.
- Anche lui! - borbott donna Sarina, fingendo di parlare all'orecchio della Macr. - Anche lui, il cuore non l'ha cattivo in fondo. Non capisco per come Isabella non sia venuta... duchessa o no!... Mamme ne abbiamo una sola!... Se bisognava fare tante storie per arrivare a questo bel risultato...
- E' un porco!... un infame!... un assassino! - seguit a brontolare don Gesualdo, stralunato, colle labbra strette, gli occhi accesi che pareva un pazzo.
- Eh? che cosa? - domand la Cirmena.
- Ssst! ssst! - interruppe donna Agrippina.
Il barone Mndola si chin all'orecchio di Zacco per dirgli qualche cosa. L'altro scosse il testone arruffato e gonfio due o tre volte. La baronessa approfitt del buon momento per indurre don Gesualdo a pigliare un po' di ristoro dalle mani stesse di Lavinia. - S, un po' di brodo, due giorni che non apriva bocca il pover'uomo!...
Come passarono nella stanza accanto, che dava sulla strada, si ud da lontano un rumore che pareva del mare in tempesta. Mndola narr allora quello che aveva visto nel venire.
- Sissignore! Hanno messo la bandiera sul campanile.
Dicono ch' il segno di abolire tutti i dazi e la fondiaria. Perci or ora faranno la dimostrazione. Il procaccia delle lettere ha portato la notizia che a Palermo l'hanno gi fatta... e anche in tutti i paesi lungo la strada. Sicch sarebbe una porcheria a non farla anche qui da noi... Infine cosa pu costare? La banda, quattro palmi di mussolina... Guardate!... guardate!...
Dalla via del Rosario spuntava una bandiera tricolore in cima a una canna, e dietro una fiumana di gente che vociava e agitava braccia e cappelli in aria. Di tanto in tanto partiva anche una schioppettata. Il marchese, ch'era sordo come una talpa, domand:
- Eh? Che c'?
Il finimondo c'era! Don Gesualdo rimase colla chicchera in mano. S'ud in quel punto una forte scampanellata all'uscio, e Zacco corse a vedere. Dopo un momento sporse il capo dall'uscio dell'anticamera, e chiam a voce alta:
- Marchese! Marchese Limli!
Rimasero a discutere sottovoce nell'altra stanza. Pareva che il barone mettesse buone parole con un terzo che era arrivato allora, e il marchese andasse scaldandosi. - No! no!  una porcheria! - In quella rientr Zacco, solo, col viso acceso.
- Sentite, don Gesualdo!... Un momento... una parolina...
La folla era giunta l, sotto la casa; si vedeva la bandiera all'altezza del balcone, quasi volesse entrare. Si udivano degli urli: viva, morte.
- Un momento! - esclam allora Zacco, mettendo da parte ogni riguardo. - Affacciatevi un momento, don Gesualdo! Fatevi vedere, se no succede qualche diavolo!...
C'era il canonico Lupi, che portava il ritratto di Pio Nono, il baronello Rubiera, giallo come un morto, sventolando il fazzoletto, tant'altra gente, tutti gridando:
- Viva!... abbasso!... morte!...
Don Gesualdo, accasciato sulla seggiola, colla chicchera in mano, seguitava a scrollare il capo, a stringersi nelle spalle, pallido come la camicia, ridotto un vero cencio. Il marchese assolutamente voleva sapere cosa cercasse quella gente, laggi: - Eh? che cosa?
- Vogliono la vostra roba! - esclam infine il barone Zacco fuori dei gangheri. Il marchese si mise a ridere dicendo: - Padroni! padronissimi! - In quel momento pass di furia donna Agrippina Macr, colla tonaca color pulce che le sbatteva dietro, e nella camera della moribonda si ud un gran trambusto, seggiole rovesciate, donne che strillavano. Don Gesualdo s'alz di botto, vacillando, coi capelli irti, pos la chicchera sul tavolino, e si mise a passeggiare innanzi e indietro, fuori di s, picchiando le mani l'una sull'altra e ripetendo:
- S' fatta la festa!... s' fatta!


III


Giunse poco dopo una lettera d'Isabella la quale non sapeva nulla ancora della catastrofe, e fece piangere gli stessi sassi. Il duca scrisse anche lui - un foglietto con una lista nera larga un dito, e il sigillo stemmato, pur esso nero, che stringeva il cuore - inconsolabile per la perdita della suocera. Diceva che alla duchessa s'era dovuto nascondere la verit per consiglio degli stessi medici, visto che sarebbe stato un colpo di fulmine, malaticcia com'era anch'essa, giusto alla vigilia di mettersi in viaggio per andare a vedere sua madre!... Terminava chiedendo per lei qualche ricordo della morta, una bazzecola, una ciocca di capelli, il libro da messa, l'anellino nuziale che soleva portare al dito...
Al notaro poi scrisse per chiedere se la defunta, buon'anima, avesse lasciati beni stradotali. - Si seppe poi da don Emanuele Fiorio, l'impiegato della posta, il quale scovava i fatti di tutto il paese, giacch il notaro non rispose neppure, e solo con qualche intimo, brontolone come s'era fatto coll'et, andava dicendo:
- Mi pare che il signor duca sia ridotto a cercare la luna nel pozzo, mi pare!
La povera morta se n'era andata alla sepoltura in fretta, fra quattro ceri, nel subbuglio della gente ammutinata che voleva questo, e voleva quell'altro, stando in piazza dalla mattina alla sera, a bociare colle mani in tasca e la bocca aperta, aspettando la manna che doveva piovere dal campanile imbandierato. Ciolla ch'era diventato un pezzo grosso alfine, con una penna nera nel cappello e un camiciotto di velluto che sembrava un bambino, a quell'et, passeggiava su e gi per la piazza, guardando di qua e di l come a dire alla gente: - Ehi! badate a voi adesso! - Don Luca, portando la croce dinanzi alla bara, ammiccava gentilmente, per farsi strada fra la folla, e sorrideva ai conoscenti, come udiva lungo la via tutti quei gloria che recitava la gente alle spalle di mastro-don Gesualdo.
- Un brigante! un assassino! uno che s'era arricchito, mentre tanti altri erano rimasti poveri e pezzenti peggio di prima! uno che aveva i magazzini pieni di roba, e mandava ancora l'usciere in giro per raccogliere il debito degli altri. - A strillare pi forte erano i debitori che s'erano mangiato il grano in erba prima della messe. Gli rinfacciavano pure di essere il pi tenace a non voler che gli altri si pigliassero le terre del comune, ciascuno il suo pezzetto. Non si sapeva donde fosse partita l'accusa; ma ormai era cosa certa. Lo dicevano tutti: il canonico Lupi armato sino ai denti, il barone Rubiera colla cacciatora di fustagno, come un povero diavolo. Essi erano continuamente in mezzo ai capannelli, alla mano e bonaccioni, col cuore sulle labbra: - Quel mastro-don Gesualdo sempre lo stesso! aveva fatto morire la moglie senza neppure chiamare un medico da Palermo! Una Trao! Una che l'aveva messo all'onore del mondo! A che l'era giovato essere tanto ricca? - Il canonico si lasciava sfuggire dell'altro ancora, in confidenza: Le stesse messe in suffragio dell'anima avevano lesinato alla poveretta! - Lo so di certo. Sono stato in sagrestia. Se non ha cuore neppure pel sangue suo!... Non mi fate parlare, ch domattina devo dir messa! - Nobili e plebei, passato il primo sbigottimento, erano diventati tutti una famiglia. Adesso i signori erano infervorati a difendere la libert; preti e frati col crocifisso sul petto, o la coccarda di Pio Nono, e lo schioppo ad armacollo. Don Nicolino Margarone s'era fatto capitano, cogli speroni e il berretto gallonato. Donna Agrippina Macr preparava filacce e parlava d'andare al campo, appena cominciava la guerra. La signora Capitana raccoglieva per la compera dei fucili, vestita di tre colori, il casacchino rosso, la gonnella bianca, e un cappellino calabrese colle penne verdi ch'era un amore. Le altre dame ogni giorno portavano sassi alle barricate, fuori porta, coi canestrini ornati di nastri e la musica avanti. Sembrava una festa, mattina e sera, con tutte quelle bandiere, quella folla per le strade, quelle grida di viva e di abbasso, ogni momento, lo scampano, la banda che suonava, la luminaria pi tardi. Le sole finestre che rimanessero chiuse erano quelle di don Gesualdo Motta. Lui il solo che se ne stesse rintanato come un lupo, nemico del suo paese, adesso che ci s'era ingrassato, lagnandosi continuamente che venivano a pelarlo ogni giorno, la commissione per i poveri, il prestito forzoso la questua pei fucili!... Lui lo mettevano in capo lista, lo tassavano il doppio degli altri. Gli toccava difendersi e litigare. I signori del Comitato che tornavano stanchi di casa sua, dopo un'ora di tira e molla, ne contavano delle belle. Dicevano che non capiva pi niente, uno stupido, l'ombra di mastro-don Gesualdo, un cadavere addirittura, che stava ancora in piedi per difendere i suoi interessi, ma la mano di Dio arriva, tosto o tardi!
Intanto i villani e gli affamati che stavano in piazza dalla mattina alla sera, a bocca aperta, aspettando la manna che non veniva, si scaldavano il capo a vicenda, discorrendo delle soperchierie patite, delle invernate di stenti, mentre c'era della gente che aveva i magazzini pieni di roba, dei campi e delle vigne!... Pazienza i signori, che c'erano nati... Ma non si davano pace, pensando che don Gesualdo Motta era nato povero e nudo al par di loro. - Se lo rammentavano tutti povero bracciante. - Speranza, la stessa sua sorella predicava l, di faccia alla bandiera inalberata sul Palazzo di Citt, ch'era giunto alfine il momento di restituire il mal tolto, di farsi giustizia colle proprie mani. Aizzava contro allo zio i suoi figliuoli che s'erano fatti grandi e grossi, e capaci di far valere le loro ragioni, se non fossero stati due capponi, come il genitore, che s'era acquetato subito, quando il cognato aveva mandato un gruzzoletto, allorch Bianca stava male, dicendo che voleva fare la pace con tutti quanti, e dei guai ne aveva anche troppi. Giacalone, a cui don Gesualdo aveva fatto pignorar la mula pel debito del raccolto, l'erede di Pirtuso, che litigava ancora con lui per certi denari che il sensale s'era portati all'altro mondo, tutti coloro che gli erano contro per un motivo o per l'altro, soffiavano adesso nel fuoco, dicendone roba da chiodi, raccontando tutte le porcherie di mastro-don Gesualdo, sparlandone in ogni bettola e in ogni crocchio, stuzzicando anche gli indifferenti, con quella storia delle terre comunali che dovevano spartirsi fra tutti quanti, delle quali ciascuno aspettava il suo pezzetto, di giorno in giorno, e ancora non se ne parlava, e chi ne parlava lo facevano uccidere a tradimento, per tappargli la bocca... Si sapeva da dove era partito il colpo! Mastro Titta aveva riconosciuto Gerbido, l'antico garzone di don Gesualdo, mentre fuggiva celandosi il viso nel fazzoletto. Cos torn a galla la storia di Nanni l'Orbo il quale s'era accollata la ganza di don Gesualdo coi figliuoli, dei poveri trovatelli che andavano a zappare nei campi del genitore per guadagnarsi il pane, e gli baciavano le mani per giunta, come quella bestia di Diodata che a chi gli dava un calcio rispondeva grazie.
Di e di erano arrivati a scatenargli contro anche loro, una sera che li avevano tirati in quelle chiacchiere all'osteria, e i due ragazzacci non possedevano neppure di che pagar da bere agli amici. Don Gesualdo si vide comparire a quell'ora Nunzio, il pi ardito. - Il nome del nonno, s glielo aveva dato; ma la roba no! - Per poco non s'accapigliarono, padre e figlio. Si fece un gran gridare, una lite che dur mezz'ora. Accorse anche Diodata, coi capelli per aria, vestita di nero. Nunzio, ubbriaco fradicio, pretendeva il fatto suo l su due piedi, e gliene disse di tutte le specie, a lei e a lui. Lo zio Santo, che s'era accomodato col fratello, dopo la morte della cognata, aiutandolo a passar l'angustia, mangiando e bevendo alla sua barba, afferr la stanga per metter pace. Il povero don Gesualdo and a coricarsi pi morto che vivo.
In mezzo a tanti dispiaceri s'era ammalato davvero. Gli avvelenavano il sangue tutti i discorsi che sentiva fare alla gente. Don Luca il sagrestano, il quale gli s'era ficcato in casa, quasi fosse gi l'ora di portargli l'olio santo, pretendeva che don Gesualdo dovesse aprire i magazzini alla povera gente, se voleva salvare l'anima e il corpo. Lui ci aveva cinque figliuoli sulle spalle, cinque bocche da sfamare, e la moglie sei. Mastro Titta, quand'era venuto a cavargli sangue, gli cant il resto, colla lancetta in aria:
- Vedete? Se non mettono giudizio, certuni, va a finir male, stavolta! La gente non ne pu pi! Sono quarant'anni che levo pelo e cavo sangue, e sono ancora quello di prima, io!
Don Gesualdo, malato, giallo, colla bocca sempre amara, aveva perso il sonno e l'appetito; gli erano venuti dei crampi allo stomaco che gli mettevano come tanti cani arrabbiati dentro. Il barone Zacco era il solo amico che gli fosse rimasto. E la gente diceva pure che doveva averci il suo interesse a fargli l'amico, qualche disegno in testa. Veniva a trovarlo sera e mattina, gli conduceva la moglie e le figliuole, vestiti di nero tutti quanti, che annebbiavano una strada. Gli lasciava la sua ragazza per curarlo: - Lavinia ci ha la mano apposta, per far decotti. - Lavinia  un diavolo, per tener d'occhio una casa. - Lasciate fare a Lavinia che sa dove metter le mani. - Dall'altro canto poi faceva il viso brusco se Diodata aveva la faccia di farsi vedere ancora l, da don Gesualdo, con il fazzoletto nero in testa, carica di figliuoli, di gi canuta e curva come una vecchia: - No, no, buona donna. Non abbiamo bisogno di voi! Badate ai fatti vostri piuttosto, ch qui la cuccagna  finita. - Poscia in confidenza spifferava anche delle paternali all'amico. - Che diavolo ne fate di quella vecchia?... Non vi conviene di lasciarvela bazzicar fra i piedi colei, ora ch' vedova!... Dopo che l'avete avuta in casa anche da zitella... Il mondo, sapete bene, ha la lingua lunga! Poi, quell'altra storia... la morte di suo marito... E' vero che se lo meritava!... Ma infine  meglio chiudere la bocca alla gente!... Del resto, non avete bisogno di nulla, ora che ci abbiamo qui la mia ragazza.
Lui stesso si faceva in quattro a disporre e a ordinare nella casa del cugino don Gesualdo, a ficcare il naso in tutti i suoi affari, a correre su e gi con le chiavi dei magazzini e della cantina. Gli consigliava pure di mettere a frutto il denaro contante, se ce ne aveva in serbo, caso mai le faccende s'imbrogliassero peggio.
- Datelo a mutuo, col suo bravo atto dinanzi notaio... un po' per uno, a tutti coloro che gridano pi forte perch non hanno nulla da perdere, e minacciano adesso di scassinarvi i magazzini e bruciarvi la casa. Taceranno, per adesso. Poi, se arrivano a pigliarsi le terre del comune, voi ci mettete subito una bella ipoteca. Le cose non possono andare sempre a questo modo. I tempi torneranno a cambiare, e voi ci avrete messo sopra le unghie a tempo. 
Ma lui non voleva sentir parlare di denaro. Diceva che non ne aveva, che suo genero l'aveva rovinato, che preferiva riceverli a schioppettate, quelli che venivano a bruciargli la casa o a scassinargli i magazzini. Era diventato una bestia feroce, verde dalla bile, la malattia stessa gli dava alla testa. Minacciava: - Ah! La mia roba? Voglio vederli! Dopo quarant'anni che ci ho messo a farla... un tar dopo l'altro!... Piuttosto cavatemi fuori il fegato e tutto il resto in una volta, ch li ho fradici dai dispiaceri... A schioppettate! Voglio ammazzarne prima una dozzina! A chi ti vuol togliere la roba levagli la vita!
Perci aveva armato Santo e mastro Nardo, il vecchio manovale, con sciabole e carabine. Teneva il portone sbarrato, due mastini feroci nel cortile. Dicevasi che in casa sua ci fosse un arsenale; che la sera ricevesse Canali, il marchese Limli, dell'altra gente ancora, per congiurare, e un bel mattino si sarebbero trovate le forche in piazza, e appesi tutti coloro che avevano fatta la rivoluzione. I pochi amici perci l'avevano abbandonato, onde non esser visti di cattivo occhio. E Zacco correva davvero un brutto rischio continuando ad andare da lui e a condurgli tutta la famiglia. - Peccato che con voi ci si rimette il ranno e il sapone! - gli disse per pi di una volta. Sua moglie infine, vedendo che non si veniva a una conclusione con quell'uomo, lasci scoppiare la bomba, un giorno che don Gesualdo s'era appisolato sul canap, giallo come un morto, e la sua ragazza gli faceva da infermiera, messa a guardia accanto alla finestra.
- Scusatemi, cugino! Sono madre, e non posso pi tacere, infine... Tu, Lavinia, vai di l, ch ho da parlare col cugino don Gesualdo... Ora che non c' pi la mia ragazza, apritemi il cuore, cugino mio... e ditemi chiaro la vostra intenzione... Quanto a me ci avrei tanto piacere... ed anche il barone mio marito... Ma bisogna parlarci chiaro...
Il poveraccio spalanc gli occhi assonnati, ancora disfatto dalla colica: - Eh? Che dite? Che volete? Io non vi capisco.
- Ah! Non mi capite? Allora che ci sta a far qui la mia Lavinia? Una zitella! Siete vedovo finalmente, e gli anni del giudizio li dovete anche avere, per pigliare una risoluzione, e sapere quel che volete fare!
- Niente. Io non voglio far niente. Voglio stare in pace, se mi ci lasciano stare...
- Ah? Cos? Stateci pure a comodo vostro... Ma intanto non  giusto... capite bene!... Sono madre... 
E stavolta, risoluta, ordin alla figliuola di prendere il manto e venirsene via. Lavinia obbed, furibonda anche lei. Tutt'e due, uscendo da quella casa per l'ultima volta, fecero tanto di croce sulla soglia. - Una galera, quella baracca! La povera cugina Bianca ci aveva lasciato le ossa col mal sottile! - Zacco la sera stessa and a far visita al barone Rubiera, invece di annoiarsi con quel villano di mastro-don Gesualdo che passava la sera a lamentarsi, tenendosi la pancia, all'oscuro, per risparmiare il lume.
- Mi volete, eh? cugino Rubiera... donna Giuseppina...
Don Nin era uscito per assistere a certo conciliabolo in cui si trattavano affari grossi. Intanto che aspettava, il barone Zacco volle fare il suo dovere colla baronessa madre, ch'era stato un pezzo senza vederla. La trov nella sua camera, inchiodata nel seggiolone di faccia al letto matrimoniale, accanto al quale era ancora lo schioppo del marito, buon'anima, e il crocifisso che gli avevano messo sul petto in punto di morte, imbacuccata in un vecchio scialle, e colle mani inerti in grembo. Appena vide entrare il cugino Zacco si mise a piangere di tenerezza, rimbambita: delle lagrime grosse e silenziose che si gonfiavano a poco a poco negli occhi torbidi, e scendevano lentamente gi per le guance floscie. - Bene, bene, mi congratulo, cugina Rubiera! La testa  sana! Conoscete ancora la gente! - Essa voleva narrargli anche i suoi guai, biasciando, sbuffando e imbrogliandosi, con la lingua grossa e le labbra pavonazze, spumanti di bava. Il barone, affettuoso, tendeva l'orecchio, si chinava su di lei. - Eh? Che cosa? S, s, capisco! Avete ragione, poveretta! - In quella sopraggiunse la nuora infuriata. - Non si capisce una maledetta! - osserv Zacco. - Deve essere un purgatorio per voialtri parenti. - La paralitica fulmin un'occhiata feroce, rizzando pi che poteva il capo piegato sull'omero, mentre donna Giuseppina la sgridava come una bimba, asciugandole il mento con un fazzoletto sudicio. - Che avete? che volete? stolida!... Vi rovinate la salute!... E' proprio una creaturina di latte, Dio lodato! Non bisogna credere a quello che dice! Ci vuole una pazienza da santi a durarla con lei!... - La suocera adesso spalancava gli occhi, guardandola atterrita, rannicchiando il capo nelle spalle, quasi aspettando di essere battuta: - Vedete? Santa pazienza!
- Ve l'ho detto, - conchiuse il barone. - Avete il purgatorio in terra, per andarvene diritto in paradiso.
Indi giunse don Nin a prendere le chiavi della cantina. Trovando il cugino fece un certo viso sciocco.
- Ah... cugino!... che c' di nuovo? Vostra moglie sta bene?... Qui, da me, lo vedete... guai colla pala! Che c', mamm? i soliti capricci? Permettetemi, cugino Zacco, devo scendere gi un momento...
Le chiavi stavano sempre l, appese allo stipite dell'uscio. La paralitica li accompagnava cogli occhi, senza poter pronunziare una parola, sforzandosi pi che potesse di girare il capo a ogni passo che faceva il figliuolo, con delle chiazze di sangue guasto che le ribollivano a un tratto nel viso cadaverico. Zacco allora cominci a snocciolare il rosario contro di mastro-don Gesualdo. - Signore Iddio, me ne accuso e me ne pento! L'ho durata fin troppo con colui! Mi pareva una brutta cosa abbandonarlo nel bisogno... in mezzo a tutti i suoi nemici... Non fosse altro per carit cristiana... Ma via!  troppo... Neanche i suoi parenti possono tollerarlo, quell'uomo! Figuratevi! neanche quello stolido di don Ferdinando!... Si contenta di non uscire pi di casa pur di non essere costretto a mettere il vestito nuovo che gli ha mandato a regalare il cognato... Sin che campa, avete inteso? Quello  un uomo di carattere! Infine sono stanco, avete capito? Non voglio rovinarmi per amore di mastro-don Gesualdo. Ho moglie e figliuoli. Dovrei portarmelo appeso al collo come un sasso per annegarmi?
- Ah!... ve l'avevo detto io! Vediamo, via, in coscienza! Cosa era mastro-don Gesualdo vent'anni fa?... Ora ci mette i piedi sul collo, a noialtri! Vedete, signori miei, un barone Zacco che gli lustra le scarpe e s'inimica coi parenti per lui!
L'altro chinava il capo, contrito. Confessava che aveva errato, a fin di bene, per impedirgli di far dell'altro male, e cercare di cavarne quel poco di buono che si poteva. Una volta, in vita, si pu sbagliare...
- L'avete capita finalmente? Avete visto chi aveva ragione di noi due?
La moglie gli chiuse la parola in bocca con una gomitata: - Lasciatelo parlare. E' lui che deve dire ci che vuole adesso da noi... quel ch' venuto a fare...
- Bene! - conchiuse Zacco con una risata bonaria. - Son venuto a fare il Figliuol Prodigo, via! Siete contenti?
Donna Giuseppina era contenta a bocca stretta. Suo marito guard prima lei, poi il cugino Zacco, e non seppe che dire.
- Bene, - riprese Zacco un'altra volta. - So che stasera quei ragazzi vogliono fare un po' di chiasso per le strade. Ci avete appunto in mano le chiavi della cantina per tenerli allegri. Badate che non ho peli sulla lingua, se a qualcuno salta in mente di venire a seccarmi sotto le mie finestre. Ci ho molta roba anch'io nello stomaco, e non voglio aver dei nemici a credenza, come mastro-don Gesualdo!...
Marito e moglie si guardarono negli occhi.
- Son padre di famiglia! - torn a dire il barone. - Devo difendere i miei interessi... Scusate... Se giochiamo a darci il gambetto fra di noi!...
Donna Giuseppina prese la parola lei, scandolezzata:
- Ma che discorsi son questi?... Scusatemi piuttosto se metto bocca nei vostri affari. Ma infine siamo parenti...
- Questo dico io. Siamo parenti! Ed  meglio stare uniti fra di noi... di questi tempi!...
Don Nin gli stese la mano: - Che diavolo!... che sciocchezze!... - Quindi si sbotton completamente, guardando ogni tanto sua moglie: - Venite in teatro questa sera, per la cantata dell'inno. Fatevi vedere insieme a noialtri. Ci sar anche il canonico. Dice che non fa peccato, perch  l'inno del papa... Discorreremo poi... Bisogna metter mano alla tasca, amico mio. Bisogna spendere e regalare. Vedete io?
E agitava in aria le chiavi della cantina. La vecchia, che non aveva perduto una parola di tutto il discorso, sebbene nessuno badasse a lei, si mise a grugnire in una collera ostinata di bambina, gonfiando apposta le vene del collo per diventar pavonazza in viso. Ricominci il baccano: nuora e figliuolo la sgridavano a un tempo; lei cercava di urlar pi forte, agitando la testa furibonda. Accorse anche Rosaria, col ventre enorme, le mani sudice nella criniera arruffata e grigiastra, minacciando la paralitica lei pure:
- Guardate un po'! E' diventata cattiva come un asino rosso! Cosa gli manca, eh? Mangia come un lupo!
Rosaria non la finiva pi su quel tono. Il barone Zacco pens bene di accomiatarsi in quel frangente.
- Dunque, stasera, alla cantata.


IV


C'era un teatrone, poich s'entrava gratis. Lumi, cantate, applausi che salivano alle stelle. La signora Aglae era venuta apposta da Modica, a spese del comune, per declamare l'inno di Pio Nono ed altre poesie d'occasione. Al vederla vestita alla greca, con tutta quella grazia di Dio addosso, prosit a lei, don Nin Rubiera, nella commozione generale, si sentiva venire le lagrime agli occhi, e smanacciava pi forte degli altri, borbottando fra di s:
- Corpo di!... E' ancora un bel pezzo di donna!... Fortuna che non ci sia mia moglie qui!...
Ma i rimasti fuori, che spingevano senza poter entrare, partirono finalmente a strillare viva e morte per conto proprio; e quanti erano in teatro, al baccano, uscirono in piazza, lasciando la prima donna e il signor Pallante a sbracciarsi da soli, colle bandiere in mano. In un momento si riun una gran folla, che andava ingrossando sempre al par di un fiume.
Udivasi un grido immenso, degli urli che nel buio e nella confusione suonavano minacciosi. Don Niccolino Margarone, Zacco, Mommino Neri, tutti i bene intenzionati, si sgolavano a chiamare "fuori i lumi!" per vederci chiaro, e che non nascessero dei guai.
La folla dur un pezzo a vociare di qua e di l. Indi si rovesci come un torrente gi per la via di San Giovanni. Dinanzi all'osteria di Pecu-Pecu c'era un panchettino con dei tegami di roba fritta che and a catafascio - petronciani e pomidoro sotto i piedi. Santo Motta, che stava l di casa e bottega, strillava come un ossesso, vedendo andare a male tutta quella roba.
- Bestie! animali! Che non ne mangiate grazia di Dio? - Quasi pestavano anche lui, nella furia. Giacalone e i pi infervorati proposero di sfondar l'uscio della chiesa e portare il santo in processione, per far pi colpo. S e no. - Bestemmie e sorgozzoni, l all'oscuro, sul sagrato. Mastro Cosimo intanto s'era arrampicato sul campanile e suonava a distesa. Le grida e lo scampano giungevano sino all'Ala, sino a Monte Lauro, come delle folate di uragano. Dei lumi si vedevano correre nel paese alto, - un finimondo. A un tratto, quasi fosse corsa una parola d'ordine, la folla s'avvi tumultuando verso il Fosso, dietro coloro che sembravano i caporioni. Mndola, don Nicolino, lo stesso canonico Lupi che s'era cacciato nella baraonda a fin di bene, strillavano inutilmente: - Ferma! ferma! - Il barone Zacco, non avendo pi le gambe di prima, faceva piovere delle legnate, a chi piglia piglia, per far intender ragione agli orbi.
- Ehi? Che facciamo?... Adagio, signori miei!.. Non cominciamo a far porcherie! In queste cose si sa dove si comincia e non si sa...
Come molti avevano messo orecchio al discorso di sfondar usci e far la festa a tutti i santi, la marmaglia ora pigiavasi dinanzi ai magazzini di mastro-don Gesualdo. Dicevasi ch'erano pieni sino al tetto. - Uno ch'era nato povero come Giobbe, e adesso aveva messo superbia, ed era nemico giurato dei poveretti e dei liberali! - Coi sassi, coi randelli - due o tre s'erano armati di un pietrone e davano sulla porta che parevano cannonate. Si udiva la vocetta stridula di Brasi Camauro il quale piagnucolava come un ragazzo:
- Signori miei! Non c' pi religione! Non vogliono pi sapere n di cristi n di santi! Vogliono lasciarci crepare di fame tutti!
All'improvviso dal frastuono scapparono degli urli da far accapponare la pelle. Santo Motta malconcio e insanguinato, rotolandosi per terra, riesc a far fare un po' di largo dinanzi all'uscio del magazzino. Allora i galantuomini, vociando anche loro, spingendo, tempestando, cacciarono indietro i pi riottosi. Il canonico Lupi, aggrappato alla inferriata della finestra, tentava di farsi udire:
-... maniera?... religione!... la roba altrui!... il Santo Padre!... se cominciamo... - Altre grida rispondevano dalla moltitudine: -... eguali... poveri... tirare pei piedi!... bue grasso!... - Giacalone, onde aizzar la folla, spinse avanti i due bastardi di Diodata ch'erano nella calca, schiamazzando: -... don Gesualdo!... se c' giustizia!... abbandonati in mezzo a una strada!... se ne lagna anche Domeneddio!... andare a fare i conti con lui!... 
Dalla piazza di Santa Maria di Ges, dalle prime case di San Sebastiano, i vicini, spaventati, videro passare una fiumana di gente, una baraonda, delle armi che luccicavano, delle braccia che si agitavano in aria, delle facce accese e stravolte che apparivano confusamente al lume delle torce a vento. Usci e finestre si chiudevano con fracasso. Si udivano da lontano strilli e pianti di donne, voci che chiamavano: - Maria Santissima! Santi cristiani!...
Don Gesualdo era in letto malato, quando ud bussare alla porticina del vicoletto che pareva volessero buttarla gi. Poi il rombo della tempesta che sopravveniva. La sera stessa un'anima caritatevole era corsa a prevenirlo: - Badate, don Gesualdo! Ce l'hanno con voi perch siete borbonico. Chiudetevi in casa! - Lui, che aveva tanti altri guai, s'era stretto nelle spalle. Ma al vedere adesso che facevano sul serio, balz dal letto cos come si trovava, col fazzoletto in testa e il cataplasma sullo stomaco, infilandosi i calzoni a casaccio, mettendo da parte i suoi malanni, a quella voce che gli gridava:
- Don Gesualdo!... presto!... scappate!...
Una voce che non l'avrebbe dimenticata in mille anni! Arruffato, scamiciato, cogli occhi che luccicavano, simili a quelli di un gatto inferocito, nella faccia verde di bile, andava e veniva per la stanza, cercando pistole e coltellacci, risoluto a vender cara la pelle almeno. Mastro Nardo e quei pochi di casa che gli erano rimasti affezionati pel bisogno si raccomandavano l'anima a Dio. Finalmente il barone Mndola riesc a farsi aprire l'uscio del vicoletto. Don Gesualdo, appostato alla finestra col fucile, stava per fare un subisso.
- Eh! - grid Mndola entrando trafelato. - Tirate ad ammazzarmi, per giunta? Questa  la ricompensa?
L'altro non voleva sentir ragione. Tremava tutto dalla collera.
- Ah! cos? A questo punto siamo arrivati, che un galantuomo non  sicuro neppure in casa? che la roba sua non  pi sua? Eccomi! Cadr Sansone con tutti i Filistei, per! Lo stesso lupo, quando lo mettono colle spalle al muro!... - Zacco, e due o tre altri benintenzionati ch'erano sopravvenuti intanto, sudavano a persuaderlo, vociando tutti insieme:
- Che volete fare? Contro un paese intero? Siete impazzito? Bruceranno ogni cosa! Cominciano di qua la Strage degli Innocenti! Ci farete ammazzare tutti quanti!
Lui s'ostinava, furibondo, coi capelli irti:
- Quand' cos!... Giacch pretendono metterci le mani in tasca per forza!... Giacch mi pagano a questo modo!... Ho fatto del bene... Ho dato da campare a tutto il paese... Ora gli fo mangiar la polvere, al primo che mi capita!...
Proprio! Era risoluto di fare uno sterminio. Per fortuna irruppe nella stanza il canonico Lupi, e gli si butt addosso senza badare al rischio, spingendolo e sbatacchiandolo di qua e di l, finch arriv a strappargli di mano lo schioppo. - Che diavolo! Colle armi da fuoco non si scherza! - Aveva il fiato ai denti, il cranio rosso e pelato che gli fumava come quando era giovane, e balbettava colla voce rotta:
- Santo diavolone!... Domeneddio, perdonatemi! Mi fate parlare come un porco, don asino! Siamo qui per salvarvi la vita, e non ve lo meritate! Volete far mettere il paese intero a sacco e fuoco? Non m'importa di voi, bestia che siete! Ma certe cose non bisogna lasciarle incominciare neppure per ischerzo, capite? Neppure a un nemico mortale! Se coloro che sinora si sfogano a gridare, pigliano gusto anche a metter mano nella roba altrui, siamo fritti!
Il canonico era addirittura fuori della grazia di Dio. Gli altri davano addosso ancor essi su quella bestia testarda di mastro-don Gesualdo che risicava di comprometterli tutti quanti; lo mettevano in mezzo; lo spingevano verso il muro; gli rinfacciavano l'ingratitudine; lo stordivano. Il barone Zacco arriv a passargli un braccio al collo, in confidenza, confessandogli all'orecchio ch'era con lui, contro la canaglia; ma pel momento ci voleva prudenza, lasciar correre, chinare il capo. - Dite di s... tutto quello che vogliono, adesso... Non c' l il notaio per mettere in carta le vostre promesse... Un po' di maniera, un po' di denaro... Meglio dolor di borsa che dolor di pancia...
Don Gesualdo, seduto su di una seggiola, asciugandosi il sudore colla manica della camicia, non diceva pi nulla, stralunato. Gi al portone intanto il barone Rubiera, don Nicolino, il figlio di Neri, si sbracciavano a calmare i pi riottosi.
- Signori miei... Avete ragione... Si far tutto quello che volete... Abbiamo la bocca per mangiare tutti quanti... Viva! viva!... Tutti fratelli!... Una mano lava l'altra... Domani... alla luce del sole. Chi ha bisogno venga qui da noi... Ora  tardi, e siamo tutti d'un colore... birbanti e galantuomini... Ehi! ehi, dico!...
Don Nicolino dovette afferrare pel collo un tale che stava per cacciarsi dentro il portone socchiuso, approfittando della confusione e della ressa che facevasi attorno a una donna la quale strillava e supplicava:
- Nunzio! Gesualdo! Figliuoli miei!... Che vi fanno fare?... Nunzio... Ah Madonna santa!...
Era Diodata, la quale aveva sentito dire che i suoi ragazzi erano nella baraonda, a gridare viva e morte contro don Gesualdo anche loro, ed era corsa colle mani nei capelli. - Madonna santa! che vi fanno fare!... - Zacco e mastro Nardo portarono gi intanto dei barili pieni, e aiutavano a metter pace mescendo da bere a chi ne voleva, mentre il canonico di lass predicava:
- Domani! Tornate domani, chi ha bisogno... Adesso non c' nessuno in casa... Don Gesualdo  fuori, in campagna... ma col cuore  anch'esso qui, con noialtri... per aiutarvi... Sicuro... Ciascuno ha da avere il suo pezzo di pane e il suo pezzo di terra... Ci aggiusteremo... Tornate domani...
- Domani, un corno! - brontol di dentro don Gesualdo. - Mi pare che vossignoria aggiustate ogni cosa a spese mie, canonico!
- Volete star zitto! Volete farmi fare la figura di bugiardo?... Se ho detto che non ci siete, per salvarvi la pelle...
Don Gesualdo torn a ribellarsi:
- Perch? Che ho fatto? Io sono in casa mia!...
- Avete fatto che siete ricco come un maiale! - gli url infine all'orecchio il canonico che perse la pazienza. Gli altri allora l'assaltarono tutti insieme, colle buone, colle cattive, dicendogli che se i rivoltosi lo trovavano l, della casa non lasciavano pietra sopra pietra; pigliavano ogni cosa; neanche gli occhi per piangere gli lasciavano. Finch lo indussero a scappare dalla parte del vicoletto. Mndola corse a bussare all'uscio dello zio Limli.
Al baccano, il marchese, oramai sordo come una talpa, s'era buttato un ferraiuolo sulle spalle, e stava a vedere dietro l'invetriata del balcone, in camicia, collo scaldino in mano e i piedi nudi nelle ciabatte, quando gli capit quella nespola fra capo e collo. Ci volle del bello e del buono a fargli capire ci che volevano da lui a quell'ora, mastro-don Gesualdo pi morto che vivo, gli altri che gli urlavano nell'orecchio, uno dopo l'altro:
- Vogliono fargli la festa... a vostro nipote don Gesualdo... Bisogna nasconderlo...
Egli ammiccava, colle palpebre floscie e cascanti, accennando di s, mentre abbozzava un sorriso malizioso.
- Ah?... la festa?... a don Gesualdo?... E' giusto! E' venuto il vostro tempo, caro mio... Siete il campione della mercanzia!...
Ma finalmente, al sentire che invece volevano accopparlo, mut registro, fingendo d'essere inquieto, colla vocetta fessa:
- Che?... Lui pure? Cosa vogliono dunque?... Dove andiamo di questo passo?
Mndola gli spieg che don Gesualdo era il pretesto per dare addosso ai pi denarosi; ma l non sarebbero venuti a cercarne dei denari. Il vecchio accennava di no anche lui, guardando intorno, con quel sorrisetto agro sulla bocca sdentata.
Erano due stanzacce invecchiate con lui, nelle quali ogni sua abitudine aveva lasciato l'impronta: la macchia d'unto dietro la seggiola su cui appisolavasi dopo pranzo, i mattoni smossi in quel breve tratto fra l'uscio e la finestra, la parete scalcinata accanto al letto dove soleva accendere il lume. E in quel sudiciume il marchese ci stava come un principe, sputando in faccia a tutti quanti le sue miserie.
- Scusate, signori miei, se vi ricevo in questa topaia... Non  pel vostro merito, don Gesualdo... La bella parentela che avete presa, eh?...
Sul vecchio canap addossato al muro, puntellandolo cogli stessi mattoni rotti, improvvisarono alla meglio un letto per don Gesualdo che non stava pi in piedi, mentre il marchese continuava a brontolare:
- Guardate cosa ci capita! Ne ho viste tante! Ma questa qui non me l'aspettavo...
Pure gli offr di dividere con lui la scodella di latte in cui aveva messo a inzuppare delle croste di pane.
- Son tornato a balia, vedete. Non ho altro da offrirvi a cena. La carne non  pi pei miei denti, n per la mia borsa... Voi sarete avvezzo a ben altro, amico mio... Che volete farci? Il mondo gira per tutti, caro don Gesualdo!...
- Ah! - rispose lui. - Non  questo, no, signor marchese. E' che lo stomaco non mi dice. L'ho pieno di veleno! Un cane arrabbiato ci ho.
- Bene, - dissero gli altri. - Ringraziate Iddio. Qui nessuno vi tocca.
Fu un colpo tremendo per mastro-don Gesualdo. L'agitazione, la bile, il malanno che ci aveva in corpo... La notte pass come Dio volle. Ma il giorno dopo, all'avemaria, torn Mndola intabarrato, col cappello sugli occhi, guardandosi intorno prima d'infilar l'uscio.
- Un'altra adesso! - esclam entrando. - Vi hanno fatto la spia, don Gesualdo! E vogliono stanarvi anche di qua per costringervi a mantenere ci che ha promesso il canonico... Ciolla in persona... l'ho visto laggi a far sentinella...
Il marchese, ch'era tornato arzillo e gaio fra tutto quel parapiglia, aguzzando l'udito, ficcandosi in mezzo per acchiappar qualche parola, corse al balcone.
- Sicuro! Eccolo l col camiciotto, come un bambino... Vuol dire che si torna indietro tutti!...
Don Gesualdo s'era alzato sbuffando, gridando ch'era meglio finirla, che correva gi a dargliela lui, la promessa, al Ciolla! E giacch lo cercavano, era l, pronto a riceverli!...
- Certo, certo, - ripeteva il marchese. - Se vi cercano vuol dire che hanno bisogno di voi. Di me non vengono a cercare sicuro! Vogliono farvi gridare viva e morte insieme a loro? E voi andateci! Viva voi che avete da farli gridare!
- No! So io quello che vogliono! - ribatt don Gesualdo imbestialito.
- Scusate, non si tratta soltanto di voi adesso, - osserv Mndola. - E' che dietro di voi ci siamo tutto il paese!...
Sopraggiunse il canonico, grattandosi il capo, impensierito della piega che pigliava la faccenda. Durava la baldoria. Una bella cosa per certa gente! Quei bricconi s'erano legate al dito le parole di pace ch'egli si era lasciato sfuggire in quel frangente, e stavano in piazza tutto il giorno ad aspettare la manna dal cielo: - M'avete messo in un bell'imbroglio, voi, don Gesualdo!
A quell'uscita del canonico successe un altro battibecco fra loro due: - Io, eh?... Io!... Son io che ho promesso mari e monti?
- Per chetarli, in nome di Dio! Parole che si dicono, si sa! Avrei voluto vedervi, dinanzi a quelle facce scomunicate!
Il marchese si divertiva: - Senti senti! Guarda guarda!
- Insomma, - conchiuse Mndola, - queste son chiacchiere, e bisogna pigliar tempo. Intanto voi levatevi di mezzo, causa causarum! In fondo a una cisterna, in un buco, dove diavolo volete, ma non  la maniera di compromettere tanti padri di famiglia, per causa vostra!
- In casa Trao! - sugger il canonico. - Vostro cognato vi accoglier a braccia aperte. Nessuno sa che c' ancora lui al mondo, e non verranno a cercarvi sin l. - Il marchese approv anch'esso: - Benissimo. E' una bella pensata! Cane e gatto chiusi insieme... - Don Gesualdo s'ostinava ad opporsi.
- Allora, - esclam il canonico, - io me ne lavo le mani come Pilato. Anzi vado a chiamarvi Ciolla e tutti quanti, se volete!...
Don Gesualdo era ridotto in uno stato che di lui ne facevano quel che volevano. A due ore di notte, per certe stradicciuole fuori mano, andarono a svegliare Grazia che aveva la chiave del portone, e al buio, tentoni, arrivarono sino all'uscio di don Ferdinando.
- Chi ? - si ud belare di dentro una voce asmatica. - Grazia, chi ?
- Siamo noi, don Gesualdo, vostro cognato...
Nessuno rispose. Poi si ud frugare nel buio. E a un tratto don Ferdinando si chiuse dentro col paletto, e si mise ad ammonticchiare sedie e tavolini dietro l'uscio, continuando a strillare spaventato:
- Grazia! Grazia!
- Corpo del diavolo! - esclam Mndola. - Qui si fa peggio! Quella bestia far correre tutto il paese!
Il canonico rideva sotto il naso, scuotendo il capo. Grazia intanto aveva acceso un mozzicone di candela, e li guardava in faccia ad uno ad uno, allibbita, battendo le palpebre.
- Che volete fare, signori miei? - azzard infine timidamente. Don Gesualdo, che non si reggeva pi in piedi, pallido e disfatto, proruppe in tono disperato:
- Io voglio tornarmene a casa mia!... a qualunque costo... Sono risoluto!...
- Nossignore! - interruppe il canonico. - Qui siete in casa vostra. C' la quota di vostra moglie. Ah, caspita! Avete avuto pazienza sino adesso... Ora basta!... L, nella camera di donna Bianca. Il letto  ancora tal quale.
Mndola s'era messo di buon umore, mentre preparavano la stanza. Frugava da per tutto. Andava a cacciare il naso nell'andito oscuro, dietro l'usciolino. Trovava delle barzellette, ricordando le vecchie storie. Quanti casi! Quante vicende! - Chi ve lo avrebbe detto, eh, don Gesualdo? - Lo stesso canonico Lupi si lasci sfuggire un sorrisetto.
- Intanto che siete qui, potete fare le vostre meditazioni sulla vita e sulla morte, per passare il tempo. Che commedia, questo mondaccio! Vanitas vanitatum!
Don Gesualdo gli rivolse un'occhiata nera, ma non rispose. Ci aveva ancora dello stomaco per chiudervi dentro i suoi guai e le sue disgrazie, senza farne parte agli amici, per divertirli. Si butt a giacere sul letto, e rimase solo al buio coi suoi malanni, soffocando i lamenti, mandando gi le amarezze che ogni ricordo gli faceva salire alla gola. D'una cosa sola non si dava pace, che avrebbe potuto crepare l dove era, senza che sua figlia ne sapesse nulla. Allora, nella febbre, gli passavano dinanzi agli occhi torbidi Bianca, Diodata, mastro Nunzio, degli altri ancora, un altro s stesso che affaticavasi e s'arrabattava al sole e al vento, tutti col viso arcigno, che gli sputavano in faccia: - Bestia! bestia! Che hai fatto? Ben ti stia!
A giorno torn Grazia per aiutare un po', sfinita, ansando se smuoveva una seggiola, fermandosi ogni momento per piantarsi dinanzi a lui colle mani sul ventre enorme, e ricominciare le lagnanze contro i parenti di don Ferdinando che le lasciavano quel poveretto sulle spalle, lesinandogli il pane e il vino. - Sissignore, l'hanno tutti dimenticato, l nel suo cantuccio, come un cane malato!... Ma io il cuore non mi dice... Siamo stati sempre vicini... buoni servi della famiglia... una gran famiglia... Il cuore non mi dice, no!
Dietro di lei veniva una masnada di figliuoli che mettevano ogni cosa a soqquadro. Poi sopraggiunse Speranza strepitando che voleva vedere suo fratello, quasi egli stesse per rendere l'anima a Dio.
- Lasciatemi entrare! E' sangue mio infine! Ora ch' in questo stato mi rammento solo di essere sua sorella. - Lei, il marito, i figliuoli. Mise a rumore tutto il vicinato. Don Gesualdo lasci il letto sbuffando. Non lo avrebbero tenuto le catene.
- Voglio tornare a casa mia! Che ci sto a fare qui? Tanto, lo sanno tutti!...
A gran stento lo indussero ad aspettare la sera. E dopo l'avemaria, quatti quatti, Burgio e tutti i parenti l'accompagnarono a casa. Speranza volle restare a guardia del fratello, giacch trovavasi tanto malato, e per miracolo quella notte non gli avevano messo ogni cosa a sacco e ruba.
- Non vuol dire se siamo in lite. Al bisogno si vede il cuore della gente. Gli interessi sono una cosa, e l'amore  un'altra. Abbiamo litigato, litigheremo sino al giorno del Giudizio, ma siamo figli dello stesso sangue! - Protest che l'avrebbe tenuto meglio delle pupille dei propri occhi, lui e la sua roba. Gli schier dinanzi al letto marito e figliuoli che giravano intorno sguardi cupidi, ripetendo:
- Questo  il sangue vostro! Questi non vi tradiscono! - Lui, combattuto, stanco, avvilito, non ebbe neanche la forza di ribellarsi.
Cos, a poco a poco, gli si misero tutti quanti alle costole. I nipoti scorazzando per la casa e pei poderi, spadroneggiando, cacciando le mani da per tutto. La sorella, colle chiavi alla cintola, frugando, rovistando, mandando il marito di qua e di l, pei rimedi, e a coglier erbe medicinali. Come massaro Fortunato si lagnava di non aver pi le gambe di vent'anni per affacchinarsi a quel modo, essa lo sgridava:
- Che volete? Non lo fate per amore di vostro cognato? Carcere, malattie e necessit si conosce l'amist.
Lei non aveva suggezione di Ciolla e di tutti gli altri della sua risma. Una volta che Vito Orlando pretese di venire a fare una sbravazzata, colla pistola in tasca, per liquidare certi conti con don Gesualdo, essa lo insegu gi per le scale buttandogli dietro una catinella d'acqua sporca. Lo stesso canonico Lupi aveva dovuto mettersi la coda fra le gambe, e non era tornato a fare il generoso colla roba altrui, ora che Ciolla e i pi facinorosi erano partiti a cercar fortuna in citt, con bandiere e trombette. Il canonico, onde chetare gli altri, aveva preso il ripiego di sortire in processione, colla disciplina e la corona di spine; e cos gli altri si sfogavano in feste e quarant'ore, mentre lui andava predicando la fratellanza e l'amore del prossimo.
- Per un baiocco non lo mette fuori! - sbraitava comare Speranza. - E questo va bene. Ma se torna a fare il camorrista, qui da noi, lo ricevo come va... tal quale Vito Orlando!
Intanto la casa di don Gesualdo era messa a sacco e ruba egualmente. Vino, olio, formaggio, pezze di tela anche, sparivano in un batter d'occhio. Dalla Canziria e da Mangalavite giungevano fattori e mezzadri a reclamare contro i figliuoli di massaro Fortunato Burgio che comandavano a bacchetta, e saccheggiavano i poderi dello zio, quasi fosse gi roba senza padrone. Lui, poveraccio, confinato in letto, si rodeva in silenzio; non osava ribellarsi al cognato e alla sorella; pensava ai suoi guai. Ci aveva un cane, l nella pancia, che gli mangiava il fegato, il cane arrabbiato di San Vito martire, che lo martirizzava anche lui. Inutilmente Speranza, amorevole, cercava erbe e medicine, consultava Zanni e persone che avevano segreti per tutti i mali. Ciascuno portava un rimedio nuovo, dei decotti, degli unguenti, fino la reliquia e l'immagine benedetta del santo, che don Luca volle provare colle sue mani. Non giovava nulla. L'infermo badava a ripetere:
- Non  niente... un po' di colica. Ho avuto dei dispiaceri. Domani mi alzer...
Ma non ci credeva pi neppur lui, e non si alzava mai. Era ridotto quasi uno scheletro, pelle e ossa; soltanto il ventre era gonfio come un otre. Nel paese si sparse la voce che era spacciato: la mano di Dio che l'agguantava e l'affogava nelle ricchezze. Il signor genero scrisse da Palermo onde avere notizie precise. Parlava anche d'affari da regolare, e di scadenze urgenti. Nella poscritta c'erano due righe sconsolate d'Isabella, la quale non si era ancora riavuta dal gran colpo che aveva ricevuto poco prima. Speranza, che era presente mentre il fratello s'inteneriva sulla lettera, sput fuori il veleno:
- Ecco! Ora vi guastate il sangue, per giunta! Potreste andarvene all'altro mondo... solo e abbandonato, come uno che non ha n possiede!... Chi vi siete trovato accanto nel bisogno, ditelo? Vostra figlia vi manda soltanto belle parole... Suo marito per va al sodo!
Don Gesualdo non rispose. Ma di nascosto, rivolto verso il muro, si mise a piangere cheto cheto. Sembrava diventato un bambino. Non si riconosceva pi. Allorch Diodata, sentendo ch'era tanto malato, volle andare a visitarlo e a chiedergli perdono per la mancanza che gli avevano fatto i suoi ragazzi, la notte della sommossa, rimase di stucco al vederlo cos disfatto, che puzzava di sepoltura, e gli occhi che a ogni faccia nuova diventavano lustri lustri.
- Signor don Gesualdo... son venuta a vedervi perch mi hanno detto che siete in questo stato... Dovete perdonare... a quegli screanzati che vi hanno offeso... Ragazzi senza giudizio... Si son lasciati prendere in mezzo, senza sapere quello che facessero... Dovete perdonare per amor mio, signor don Gesualdo!...
E si vedeva che parlava sincera, la poveretta, con quel viso, mandando gi, per nasconderle, le lagrime che a ogni parola le tornavano agli occhi, cercando di pigliargli la mano per baciargliela. Egli faceva un gesto vago, e scuoteva il capo, come a dire che non gliene importava, oramai. In quella sopravvenne Speranza, e fece una partaccia a quella sfacciata che veniva a tentarle il fratello in fin di vita, per cavargli qualcosa, per pelarlo sino all'ultimo. Una sanguisuga. Ci s'era ingrassata alle spalle di lui! Non le bastava? Ora calavano i corvi, all'odor del carname. Il malato chiudeva gli occhi per sfuggire quel supplizio, e agitavasi nel letto come al sopraggiungere di un'altra colica. Talch Diodata se ne and senza poterlo salutare, a capo chino, stringendosi nella mantellina. Speranza torn al fratello, tutta amorevole e sorridente.
- Per assistervi adesso ci avete qui noi... Non vi lasceremo solo, non temete,.. Tutto ci che avete bisogno... Comandate. Che ne fareste adesso di quella strega? Vi mangerebbe anima e corpo. Neanche il viatico potreste ricevere, con quello scandalo in casa!
Lei lo assisteva meglio di una serva, e lo curava con amore, senza guardare a spesa n a fatiche. Vedendo che nulla giovava, arriv a chiamare il figlio di Tavuso, il quale tornava fresco fresco da Napoli, laureato in medicina, - un ragazzotto che non aveva ancora peli al mento e si faceva pagare come un principe. - Per don Gesualdo gli disse il fatto suo, al vedergli metter mano alla penna per scrivere le solite imposture:
- Don Margheritino, io vi ho visto nascere! A me scrivete la ricetta? Per chi mi pigliate, amico caro!
- Allora, - ribatt il dottorino infuriato, - allora fatevi curare dal maniscalco! Perch mi avete fatto chiamare? - Prese il cappello, e se ne and.
Ma siccome il malato soffriva tutti i tormenti dell'inferno, nella lusinga che qualcheduno trovasse il rimedio che ci voleva, per non far parlare anche i vicini che li accusavano di avarizia, dovettero chinare il capo a codesto, chinare il capo a medici e medicamenti. Il figlio di Tavuso, Bomma quanti barbassori c'erano in paese, tutti sfilarono dinanzi al letto di don Gesualdo. Arrivavano, guardavano, tastavano, scambiavano fra di loro certe parolacce turche che facevano accapponar la pelle, e lasciavano detto ciascuno la sua su di un pezzo di carta - degli sgorbi come sanguisughe. Don Gesualdo, sbigottito, non diceva nulla, cercava di cogliere le parole a volo; guardava sospettoso le mani che scrivevano. Soltanto, per non buttare via il denaro malamente, prima di spedire la ricetta, prese a parte don Margheritino, e gli fece osservare che aveva un armadio pieno di vasetti e boccettine, comperati per la buon'anima di sua moglie. - Non ho guardato a spesa, signor dottore. Li ho ancora l, tali e quali. Se vi pare che possano giovare adesso...
Non gli davano retta neppur quando tornava a balbettare, spaventato da quelle facce serie: - Mi sento meglio. Domani mi alzo. Mandatemi in campagna che guarir in ventiquattr'ore. - Gli dicevano di s, per contentarlo, come a un bambino. - Domani, doman l'altro. - Ma lo tenevano l, per smungerlo, per succhiargli il sangue, medici, parenti e speziali. Lo voltavano, lo rivoltavano, gli picchiavano sul ventre con due dita, gli facevano bere mille porcherie, lo ungevano di certa roba che gli apriva dei vescicanti sullo stomaco. C'era di nuovo sul cassettone un arsenale di rimedi, come negli ultimi giorni di Bianca, buon'anima. Egli borbottava, tentennando il capo. - Siamo gi ai medicamenti che costano cari! Vuol dire che non c' pi rimedio. - Il denaro a fiumi, un va e vieni, una baraonda per la casa, tavola imbandita da mattina a sera. Burgio, che non c'era avvezzo, correva a mostrare la lingua ai medici, come venivano pel cognato; Santo non usciva pi nemmeno per andare all'osteria; e i nipoti, quando tornavano dai poderi, si pigliavano pei capelli: liti e quistioni fra di loro che facevano a chi pi arraffa, degli strepiti che arrivavano fin nella camera dell'infermo, il quale tendeva l'orecchio, smanioso di sapere quello che facevano della sua roba, e anche lui si metteva a strillare dal letto:
- Lasciatemi andare a Mangalavite. Ci ho tutti i miei interessi alla malora. Qui mi mangio il fegato. Lasciatemi andare, se no crepo!
Ci aveva come una palla di piombo nello stomaco, che gli pesava, voleva uscir fuori, con un senso di pena continuo; di tratto in tratto, si contraeva, s'arroventava e martellava, e gli balzava alla gola, e lo faceva urlare come un dannato, e gli faceva mordere tutto ci che capitava. Egli rimaneva sfinito, anelante, col terrore vago di un altro accesso negli occhi stralunati. Tutto ci che ingoiava per forza, per aggrapparsi alla vita, i bocconi pi rari, senza chiedere quel che costassero, gli si mutavano in veleno; tornava a rigettarli come roba scomunicata, pi nera dell'inchiostro, amara, maledetta da Dio. E intanto i dolori e la gonfiezza crescevano: una pancia che le gambe non la reggevano pi. Bomma, picchiandovi sopra, una volta disse: - Qui c' roba.
- Che volete dire, vossignoria? - balbett don Gesualdo, balzando a sedere sul letto, coi sudori freddi addosso.
Bomma lo guard bene in faccia, accost la seggiola, si volt di qua e di l per vedere s'erano soli.
- Don Gesualdo, siete un uomo... Non siete pi un ragazzo, eh?
- Sissignore, - rispose lui con voce ferma, calmatosi a un tratto, col coraggio che aveva sempre avuto al bisogno. - Sissignore, parlate.
- Bene, qui ci vuole un consulto. Non avete mica una spina di fico d'India nel ventre! E' un affare serio, capite! Non  cosa per la barba di don Margheritino o di qualcun altro... sia detto senza offenderli, qui in confidenza. Chiamate i migliori medici forestieri, don Vincenzo Capra, il dottor Muscio di Caltagirone, chi volete... Denari non ve ne mancano...
A quelle parole don Gesualdo mont in furia: - I denari!... Vi stanno a tutti sugli occhi i denari che ho guadagnato!... A che mi servono... se non posso comprare neanche la salute?... Tanti bocconi amari m'hanno dato... sempre!...
Ma per volle stare a sentire la conclusione del discorso di Bomma. Alle volte non si sa mai... Lo lasci finire, stando zitto, tenendosi il mento, pensando ai casi suoi. Infine volle sapere:
- Il consulto? Che mi fa il consulto?
Bomma perse le staffe: - Che vi fa? Caspita! Quello che vi pu fare... Almeno non si dir che vi lasciate morire senza aiuto. Io parlo nel vostro interesse. Non me ne viene nulla in tasca... Io fo lo speziale... Non  affar mio... Non me ne intendo. Vi ho curato per amicizia... - Come l'altro tentennava il capo, diffidente, col sorriso furbo sulle labbra smorte, il farmacista mise da banda ogni riguardo. - Morto siete, don minchione! A voi dico!
Allora don Gesualdo volse un'occhiata lenta e tenace in giro, si soffi il naso, e si lasci andar gi sul letto supino. Di l a un po', guardando il soffitto, aggiunse con un sospiro:
- Va bene. Facciamo il consulto.
La notte non chiuse occhio. Tormentato da un'ansiet nuova, con dei brividi che lo assalivano di tratto in tratto, dei sudori freddi, delle inquietudini che lo facevano rizzare all'improvviso sul letto coi capelli irti, guardando intorno nelle tenebre, vedendo sempre la faccia minacciosa di Bomma, tastandosi, soffocando i dolori, cercando d'illudersi. Parevagli di sentirsi meglio infatti. Voleva curarsi, giacch era un affar serio. Voleva guarire. Ripeteva le parole stesse dello speziale: denari ne aveva; s'era logorata la vita apposta; non li aveva guadagnati per far la barba al signor genero; perch se li godessero degli ingrati che lo lasciavano crepare lontano: Lontano dagli occhi, lontan dal cuore! Il mondo  fatto cos, che ciascuno tira l'acqua al suo mulino. Il mulino suo, di lui, era di riacquistare la salute, coi suoi denari. C'erano al mondo dei buoni medici che l'avrebbero fatto guarire, pagandoli bene. Allora asciugavasi quel sudore d'agonia, e cercava di dormire. Voleva che i medici forestieri che aspettava il giorno dopo gli trovassero miglior cera; contava le ore; gli pareva mill'anni che fossero l dinanzi al suo letto. La stessa luce dell'alba gli faceva animo. Poi, allorch ud le campanelle della lettiga che portava il Muscio e don Vincenzo Capra si sent slargare il cuore tanto fatto. Si tir su svelto a sedere sul letto come uno che si senta proprio meglio. Salut quella brava gente con un bel sorriso che doveva rassicurare anche loro, appena li vide entrare.
Essi invece gli badarono appena. Erano tutti orecchi per don Margheritino che narrava la storia della malattia con gran prosopopea; approvavano coi cenni del capo di tanto in tanto; volgevano solo qualche occhiata distratta sull'ammalato che andavasi scomponendo in volto, alla vista di quelle facce serie, al torcer dei musi, alla lunga cicalata del mediconzolo che sembrava recitasse l'orazione funebre. Dopo che colui ebbe terminato di ciarlare s'alzarono l'uno dopo l'altro, e tornarono a palpare e a interrogare il malato, scrollando il capo, con certo ammiccare sentenzioso, certe occhiate fra di loro che vi mozzavano il fiato addirittura. Ce n'era uno specialmente, dei forestieri, che stava accigliato e pensieroso, e faceva a ogni momento uhm! uhm! senza aprir bocca. I parenti, la gente di casa, dei vicini anche, per curiosit, si affollavano all'uscio, aspettando la sentenza, mentre i dottori confabulavano a bassa voce fra di loro in un canto. A un cenno dello speziale, Burgio e sua moglie andarono a sentire anch'essi, in punta di piedi.
- Parlate, signori miei! - esclam allora il pover'uomo pallido come un morto. - Sono io il malato, infine! Voglio sapere a che punto sono.
Il Muscio abbozz un sorriso che lo fece pi brutto. E don Vincenzo Capra, in bel modo, cominci a spiegare la diagnosi della malattia: Pylori cancer, il pyrosis dei greci. Non s'avevano ancora indizii d'ulcerazione; l'adesione stessa del tumore agli organi essenziali non era certa; ma la degenerescenza dei tessuti accusavasi gi per diversi sintomi patologici. Don Gesualdo, dopo avere ascoltato attentamente, riprese:
- Tutto questo va benone. Per ditemi se potete guarirmi, vossignoria. Senza interesse... pagandovi secondo il vostro merito...
Capra ammutol da prima e si strinse nelle spalle.
- Eh, eh... guarire... certo... siamo qui per cercar di guarirvi... - Il Muscio, pi brutale, spiffer chiaro e tondo il solo rimedio che si potesse tentare: l'estirpazione del tumore, un bel caso, un'operazione chirurgica che avrebbe fatto onore a chiunque. Dimostrava il modo e la maniera, accalorandosi nella proposta, accompagnando la parola coi gesti, fiutando gi il sangue cogli occhi accesi nel faccione che gli s'imporporava tutto, quasi stesse per rimboccarsi le maniche e incominciare; tanto che il paziente spalancava gli occhi e la bocca, e tiravasi indietro per istinto; e le donne, atterrite, scapparono a gemere e a singhiozzare.
- Madonna del Pericolo! - cominci a strillare Speranza. - Vogliono ammazzarmi il fratello... squartarlo vivo come un maiale!
- Chetatevi! - balbett lui passandosi un lembo del lenzuolo sulla faccia che grondava goccioloni. Gli altri medici tacevano e approvavano pi o meno la proposta del dottor Muscio per cortesia. Don Gesualdo, visto che nessuno fiatava, ripigli a dire:
- Chetatevi!... Si tratta della mia pelle... devo dir la mia anch'io... Signori miei... sono un uomo... Non sono un ragazzo... Se dite ch' necessaria... questa operazione... Se dite che  necessaria... Sissignore... si far... Per, lasciatemi dir la mia...
- E' giusto. Parlate.
- Ecco... Una cosa sola.. Voglio sapere prima se mi garantite la pelle... Siamo galantuomini... Mi fido di voi... Non  un negozio da farsi a occhi chiusi. Voglio vederci chiaro nel mio affare...
- Che discorsi son questi! - interruppe il Muscio dimenandosi sulla seggiola. - Io fo il chirurgo, amico mio. Io fo il mio mestiere, e non m'impiccio a far scommesse da ciarlatano! Credete di trattare col Zanni, alla fiera?
- Allora non ne facciamo nulla, - rispose don Gesualdo. E gli volt le spalle. - Andate l, Bomma, che m'avete dato un bel consiglio!
Speranza, premurosa, vide giunta l'ora di rivolgersi ai santi, e si diede le mani attorno a procurar reliquie e immagini benedette. Neri pens che si doveva avvertire subito la figliuola e il genero del pericolo che correva don Gesualdo. Lui non dava pi retta. Diceva che di santi e di reliquie ne aveva un fascio, l nell'armadio di Bianca, insieme alle altre medicine. Non voleva veder nessuno. Giacch era condannato, voleva morire in pace, senza operazioni chirurgiche, lontano dai guai, nella sua campagna. S'attaccava alla vita mani e piedi, disperato. Ne aveva passate delle altre; s'era aiutato sempre da s, nei mali passi. Coraggio ne aveva e aveva il cuoio duro anche. Mangiava e beveva; si ostinava a star meglio; si alzava dal letto due o tre ore al giorno; si trascinava per le stanze, da un mobile all'altro. Infine si fece portare a Mangalavite, col fiato ai denti, mastro Nardo da un lato e Masi dall'altro che lo reggevano sul mulo - un viaggio che dur tre ore, e gli fece dire cento volte: - Buttatemi nel fosso, ch' meglio.
Ma laggi, dinanzi alla sua roba, si persuase che era finita davvero, che ogni speranza per lui era perduta, al vedere che di nulla gliene importava, oramai. La vigna metteva gi le foglie, i seminati erano alti, gli ulivi in fiore, i sommacchi verdi, e su ogni cosa stendevasi una nebbia, una tristezza, un velo nero. La stessa casina, colle finestre chiuse, la terrazza dove Bianca e la figliuola solevano mettersi a lavorare, il viale deserto, fin la sua gente di campagna che temeva di seccarlo e se ne stava alla larga, l nel cortile o sotto la tettoia, ogni cosa gli stringeva il cuore; ogni cosa gli diceva: Che fai? che vuoi? La sua stessa roba, l, i piccioni che roteavano a stormi sul suo capo, le oche e i tacchini che schiamazzavano dinanzi a lui... Si udivano delle voci e delle cantilene di villani che lavoravano. Per la viottola di Licodia, in fondo, passava della gente a piedi e a cavallo. Il mondo andava ancora pel suo verso, mentre non c'era pi speranza per lui, roso dal baco al pari di una mela fradicia che deve cascare dal ramo, senza forza di muovere un passo sulla sua terra, senza voglia di mandar gi un uovo. Allora, disperato di dover morire, si mise a bastonare anatre e tacchini, a strappar gemme e sementi. Avrebbe voluto distruggere d'un colpo tutto quel ben di Dio che aveva accumulato a poco a poco. Voleva che la sua roba se ne andasse con lui, disperata come lui. Mastro Nardo e il garzone dovettero portarlo di nuovo in paese, pi morto che vivo.
Di l a qualche giorno arriv il duca di Leyra, chiamato per espresso, e s'impadron del suocero e della casa, dicendo che voleva condurselo a Palermo e farlo curare dai migliori medici. Il poveretto, ch'era ormai l'ombra di s stesso, lasciava fare; riapriva anzi il cuore alla speranza; intenerivasi alle premure del genero e della figliuola che l'aspettava a braccia aperte. Gli pareva che gli tornassero gi le forze. Non vedeva l'ora d'andarsene, quasi dovesse lasciare il suo male l, in quella casa e in quei poderi che gli erano costati tanti sudori, e che gli pesavano invece adesso sulle spalle. Il genero intanto occupavasi col suo procuratore a mettere in sesto gli affari. Appena don Gesualdo fu in istato di poter viaggiare, lo misero in lettiga e partirono per la citt. Era una giornata piovosa. Le case note, dei visi di conoscenti che si voltavano appena, sfilavano attraverso gli sportelli della lettiga. Speranza, e tutti i suoi, in collera dacch era venuto il duca a spadroneggiare, non si erano fatti pi vedere. Ma Nardo aveva voluto accompagnare il padrone sino alle ultime case del paese. In via della Masera si ud gridare: - Fermate! fermate! - E apparve Diodata, ch voleva salutare don Gesualdo l'ultima volta, l, davanti il suo uscio. Per, giunta vicino a lui, non seppe trovare le parole, e rimaneva colle mani allo sportello, accennando col capo.
- Ah, Diodata... Sei venuta a darmi il buon viaggio?... - disse lui. Essa fece segno di s, di s, cercando di sorridere, e gli occhi le si riempirono di lagrime.
- Povera Diodata! Tu sola ti rammenti del tuo padrone...
Affacci il capo allo sportello, cercando forse degli altri, ma siccome pioveva lo tir indietro subito.
- Guarda che fai!... sotto la pioggia... a capo scoperto!... E' il tuo vizio antico! Ti rammenti, eh, ti rammenti?
- Sissignore, - rispose lei semplicemente, e continuava ad accompagnare le parole coi cenni del capo. - Sissignore, fate buon viaggio, vossignoria.
Si stacc pian piano dalla lettiga, quasi a malincuore, e torn a casa, fermandosi sull'uscio, umile e triste. Don Gesualdo s'accorse allora di mastro Nardo che l'aveva seguto sin l, e mise mano alla tasca per regalargli qualche baiocco.
- Scusate, mastro Nardo... non ne ho... sar per un'altra volta, se torniamo a vederci, eh?... se torniamo a vederci... - E si butt all'indietro, col cuore gonfio di tutte quelle cose che si lasciava dietro le spalle, la viottola fangosa per cui era passato tante volte, il campanile perduto nella nebbia, i fichi d'India rigati dalla pioggia che sfilavano di qua e di l della lettiga.


V


Parve a don Gesualdo d'entrare in un altro mondo, allorch fu in casa della figliuola. Era un palazzone cos vasto che ci si smarriva dentro. Da per tutto cortinaggi e tappeti che non si sapeva dove mettere i piedi - sin dallo scalone di marmo - e il portiere, un pezzo grosso addirittura, con tanto di barba e di soprabitone, vi squadrava dall'alto al basso, accigliato, se per disgrazia avevate una faccia che non lo persuadesse, e vi gridava dietro dal suo gabbione: - C' lo stoino per pulirsi le scarpe! - Un esercito di mangiapane, staffieri e camerieri, che sbadigliavano a bocca chiusa, camminavano in punta di piedi, e vi servivano senza dire una parola o fare un passo di pi, con tanta degnazione da farvene passar la voglia. Ogni cosa regolata a suon di campanello, con un cerimoniale di messa cantata - per avere un bicchier d'acqua, o per entrare nelle stanze della figliuola. Lo stesso duca, all'ora di pranzo, si vestiva come se andasse a nozze.
Il povero don Gesualdo, nei primi giorni, s'era fatto animo per contentare la figliuola, e s'era messo in gala anche lui per venire a tavola, legato e impastoiato, con un ronzo nelle orecchie, le mani esitanti, l'occhio inquieto, le fauci strette da tutto quell'apparato, dal cameriere che gli contava i bocconi dietro le spalle, e di cui ogni momento vedevasi il guanto di cotone allungarsi a tradimento e togliervi la roba dinanzi. L'intimidiva pure la cravatta bianca del genero, le credenze alte e scintillanti come altari, e la tovaglia finissima, che s'aveva sempre paura di lasciarvi cadere qualche cosa. Tanto che macchinava di prendere a quattr'occhi la figliuola, e dirle il fatto suo. Il duca, per fortuna, lo tolse d'impiccio, dicendo ad Isabella, dopo il caff, col sigaro in bocca e il capo appoggiato alla spalliera del seggiolone:
- Mia cara, d'oggi innanzi credo che sarebbe meglio far servire pap nelle sue stanze. Avr le sue ore, le sue abitudini... Poi, col regime speciale che richiede il suo stato di salute...
- Certo, certo, - balbett don Gesualdo. - Stavo per dirvelo... Sarei pi contento anch'io... Non voglio essere d'incomodo...
- No. Non dico per questo. Voi ci fate a ogni modo piacere, caro mio.
Egli si mostrava proprio un buon figliuolo col suocero. Gli riempiva il bicchierino; lo incoraggiava a fumare un sigaro; lo assicurava infine che gli trovava miglior cera, da che era arrivato a Palermo, e il cambiamento d'aria e una buona cura l'avrebbero guarito del tutto. Poi gli tocc anche il tasto degli interessi. Mostravasi giudizioso; cercava il modo e la maniera d'avere il piacere di tenersi il suocero in casa un pezzo, senza timore che gli affari di lui andassero a rotta di collo... Una procura generale... una specie d'alter ego... Don Gesualdo si sent morire il sorriso in bocca. Non c'era che fare. Il genero, nel viso, nelle parole, sin nel tono della voce, anche quando voleva fare l'amabile e pigliarvi bel bello, aveva qualcosa che vi respingeva indietro, e vi faceva cascar le braccia, uno che avesse voluto buttargliele al collo, proprio come a un figlio, e dirgli:
- Te'! per la buona parola, adesso! Pazienza il resto! Fai quello che vuoi!
Talch don Gesualdo scendeva raramente dalla figliuola. Ci si sentiva a disagio col signor genero; temeva sempre che ripigliasse l'antifona dell'alter ego. Gli mancava l'aria, l fra tutti quei ninnoli. Gli toccava chiedere quasi licenza al servitore che faceva la guardia in anticamera per poter vedere la sua figliuola, e scapparsene appena giungeva qualche visita. L'avevano collocato in un quartierino al pian di sopra, poche stanze che chiamavano la foresteria, dove Isabella andava a vederlo ogni mattina, in veste da camera, spesso senza neppure mettersi a sedere, amorevole e premurosa,  vero, ma in certo modo che al pover'uomo sembrava d'essere davvero un forestiero. Essa alcune volte era pallida cos che pareva non avesse chiuso occhio neppur lei. Aveva una certa ruga fra le ciglia, qualcosa negli occhi, che a lui, vecchio e pratico del mondo, non andavan punto a genio. Avrebbe voluto pigliarsi anche lei fra le braccia, stretta stretta, e chiederle piano in un orecchio: - Cos'hai?... dimmelo!... Confidati a me che dei guai ne ho passati tanti, e non posso tradirti!...
Ma anch'essa ritirava le corna come fa la lumaca. Stava chiusa, parlava di rado anche della mamma, quasi il chiodo le fosse rimasto l, fisso... accusando lo stomaco peloso dei Trao, che vi chiudevano il rancore e la diffidenza, implacabili!
Perci lui doveva ricacciare indietro le parole buone e anche le lagrime, che gli si gonfiavano grosse grosse dentro, e tenersi per s i propri guai. Passava i giorni malinconici dietro l'invetriata, a veder strigliare i cavalli e lavare le carrozze, nella corte vasta quanto una piazza. Degli stallieri, in manica di camicia e coi piedi nudi negli zoccoli, cantavano, vociavano, barattavano delle chiacchiere e degli strambotti coi domestici, i quali perdevano il tempo alle finestre, col grembialone sino al collo, o in panciotto rosso, strascicando svogliatamente uno strofinaccio fra le mani ruvide, con le barzellette sguaiate, dei musi beffardi di mascalzoni ben rasi e ben pettinati che sembravano togliersi allora una maschera. I cocchieri poi, degli altri pezzi grossi, stavano a guardare, col sigaro in bocca e le mani nelle tasche delle giacchette attillate, discorrendo di tanto in tanto col guardaportone che veniva dal suo casotto a fare una fumatina, accennando con dei segni e dei versacci alle cameriere che si vedevano passare dietro le invetriate dei balconi, oppure facevano capolino provocanti, sfacciate, a buttar gi delle parolacce e delle risate di male femmine con certi visi da Madonna. Don Gesualdo pensava intanto quanti bei denari dovevano scorrere per quelle mani; tutta quella gente che mangiava e beveva alle spalle di sua figlia, sulla dote che egli le aveva dato, su l'Ala e su Donninga, le belle terre che aveva covato cogli occhi tanto tempo, sera e mattina, e misurato col desiderio, e sognato la notte, e acquistato palmo a palmo, giorno per giorno, togliendosi il pane di bocca: le povere terre nude che bisognava arare e seminare; i mulini, le case, i magazzini che aveva fabbricato con tanti stenti, con tanti sacrifici, un sasso dopo l'altro. La Canziria, Mangalavite, la casa, tutto, tutto sarebbe passato per quelle mani. Chi avrebbe potuto difendere la sua roba dopo la sua morte, ahim, povera roba! Chi sapeva quel che era costata? Il signor duca, lui, quando usciva di casa, a testa alta, col sigaro in bocca e il pomo del bastoncino nella tasca del pastrano, fermavasi appena a dare un'occhiata ai suoi cavalli, ossequiato come il Santissimo Sagramento, le finestre si chiudevano in fretta, ciascuno correva al suo posto, tutti a capo scoperto, il guardaportone col berretto gallonato in mano, ritto dinanzi alla sua vetrina, gli stallieri immobili accanto alla groppa delle loro bestie, colla striglia appoggiata all'anca, il cocchiere maggiore, un signorone, piegato in due a passare la rivista e prendere gli ordini: una commedia che durava cinque minuti. Dopo, appena lui voltava le spalle, ricominciava il chiasso e la baraonda, dalle finestre, dalle arcate del portico che metteva alle scuderie, dalla cucina che fumava e fiammeggiava sotto il tetto, piena di sguatteri vestiti di bianco, quasi il palazzo fosse abbandonato in mano a un'orda famelica, pagata apposta per scialarsela sino al tocco della campana che annunziava qualche visita - un'altra solennit anche quella. - La duchessa certi giorni si metteva in pompa magna ad aspettare le visite come un'anima di purgatorio. Arrivava di tanto in tanto una carrozza fiammante; passava come un lampo dinanzi al portinaio, che aveva appena il tempo di cacciare la pipa nella falda del soprabito e di appendersi alla campana; delle dame e degli staffieri in gala sguisciavano frettolosi sotto l'alto vestibolo, e dopo dieci minuti tornavano ad uscire per correre altrove a rompicollo; proprio della gente che sembrava presa a giornata per questo. Lui invece passava il tempo a contare le tegole dirimpetto, a calcolare, con l'amore e la sollecitudine del suo antico mestiere, quel che erano costate le finestre scolpite, i pilastri massicci, gli scalini di marmo, quei mobili sontuosi, quelle stoffe, quella gente, quei cavalli che mangiavano, e inghiottivano il denaro come la terra inghiottiva la semente, come beveva l'acqua, senza renderlo per, senza dar frutto, sempre pi affamati, sempre pi divoranti, simili a quel male che gli consumava le viscere. Quante cose si sarebbero potute fare con quel denaro! Quanti buoni colpi di zappa, quanto sudore di villani si sarebbero pagati! Delle fattorie, dei villaggi interi da fabbricare... delle terre da seminare, a perdita di vista... E un esercito di mietitori a giugno, del grano da raccogliere a montagne, del denaro a fiumi da intascare!... Allora gli si gonfiava il cuore al vedere i passeri che schiamazzavano su quelle tegole, il sole che moriva sul cornicione senza scendere mai gi sino alle finestre. Pensava alle strade polverose, ai bei campi dorati e verdi, al cinguetto lungo le siepi, alle belle mattinate che facevano fumare i solchi!... Oramai!... oramai!...
Adesso era chiuso fra quattro mura, col bruso incessante della citt negli orecchi, lo scampano di tante chiese che gli martellava sul capo, consumato lentamente dalla febbre, roso dai dolori che gli facevano mordere il guanciale, a volte, per non seccare il domestico che sbadigliava nella stanza accanto. Nei primi giorni, il cambiamento, l'aria nuova, forse anche qualche medicina indovinata, per sbaglio, avevano fatto il miracolo, gli avevano fatto credere di potersi guarire. Dopo era ricaduto peggio di prima. Neppure i migliori medici di Palermo avevano saputo trovar rimedio a quella malattia scomunicata! tal quale come i medici ignoranti del suo paese, e costavano di pi, per giunta! Venivano l'uno dopo l'altro, dei dottoroni che tenevano carrozza, e si facevano pagare anche il servitore che lasciavano in anticamera. L'osservavano, lo tastavano, lo interrogavano quasi avessero da fare con un ragazzo o un contadino. Lo mostravano agli apprendisti come il zanni fa vedere alla fiera il gallo con le corna, oppure la pecora con due code, facendo la spiegazione con parole misteriose. Rispondevano appena, a fior di labbra, se il povero diavolo si faceva lecito di voler sapere che malattia covava in corpo, quasi egli non avesse che vederci, colla sua pelle! Gli avevano fatto comperare anch'essi un'intera farmacia: dei rimedi che si contavano a gocce, come l'oro, degli unguenti che si spalmavano con un pennello e aprivano delle piaghe vive, dei veleni che davano delle coliche pi forti e mettevano come del rame nella bocca, dei bagni e dei sudoriferi che lo lasciavano sfinito, senza forza di muovere il capo, vedendo gi l'ombra della morte da per tutto.
- Signori miei, a che giuoco giuochiamo? - voleva dire. - Allora, se  sempre la stessa musica, me ne torno al mio paese...
Almeno laggi lo rispettavano pei suoi denari, e lo lasciavano sfogare, se pretendeva di sapere come li spendeva per la sua salute. Mentre qui gli pareva d'essere all'ospedale, curato per carit. Doveva stare in suggezione anche del genero che veniva ad accompagnare i pezzi grossi chiamati a consulto. Parlavano sottovoce fra di loro, voltandogli le spalle, senza curarsi di lui che aspettava a bocca aperta una parola di vita o di morte. Oppure gli facevano l'elemosina di una risposta che non diceva niente, di un sorrisetto che significava addirittura - Arrivederci in Paradiso, buon uomo! - C'erano persino di quelli che gli voltavano le spalle, come si tenessero offesi. Egli indovinava che doveva essere qualche cosa di grave, al viso stesso che facevano i medici, alle alzate di spalle scoraggianti, alle lunghe fermate col genero, e al borbotto che durava un pezzo fra di loro in anticamera. Infine non si tenne pi. Un giorno che quei signori tornavano a ripetere la stessa pantomima, ne afferr uno per la falda, prima d'andarsene.
- Signor dottore, parlate con me! Sono io il malato, infine! Non sono un ragazzo. Voglio sapere di che si tratta, giacch si giuoca sulla mia pelle!
Colui invece cominci a fare una scenata col duca, quasi gli si fosse mancato di rispetto in casa sua. Ci volle del bello e del buono per calmarlo, e perch non piantasse l malato e malattia una volta per sempre. Don Gesualdo ud che gli dicevano sottovoce: - Compatitelo... Non conosce gli usi... E' un uomo primitivo... nello stato di natura... - Sicch il poveraccio dovette mandar gi tutto, e rivolgersi alla figliuola, per sapere qualche cosa.
- Che hanno detto i medici? Dimmi la verit?... E' una malattia grave, di'?...
E come le vide gonfiare negli occhi le lagrime, malgrado che tentasse di cacciarle indietro, infuri. Non voleva morire. Si sentiva un'energia disperata d'alzarsi e andarsene via da quella casa maledetta.
- Non dico per te... Hai fatto di tutto... Non mi manca nulla... Ma io non ci sono avvezzo, vedi... Mi par di soffocare qui dentro...
Neppur lei non ci stava bene in quella casa. Il cuore glielo diceva, al povero padre. Sembrava che fossero in perfetto accordo, marito e moglie; discorrevano cortesemente fra di loro, dinanzi ai domestici; il duca passava quasi sempre una mezz'oretta nel salottino della moglie dopo pranzo; andava a darle il buon giorno ogni mattina, prima della colazione; per i Morti, a Natale, per la festa di Santa Rosalia, e nella ricorrenza del suo onomastico o dell'anniversario del loro matrimonio, le regalava dei gioielli, ch'essa aveva fatto ammirare al babbo, in prova del bene che le voleva il marito.
- Ah, ah... capisco... dev'essere costata una bella somma!... per non sei contenta... si vede benissimo che non sei contenta....
Leggeva in fondo agli occhi di lei un altro segreto, un'altra ansiet mortale, che non la lasciava neppure quand'era vicino a lui, che le dava dei sussulti, allorch udiva un passo all'improvviso, o suonava ad ora insolita la campana che annunziava il duca; e dei pallori mortali, certi sguardi rapidi in cui gli pareva di scorgere un rimprovero. Alcune volte l'aveva vista giungere correndo, pallida, tremante come una foglia, balbettando delle scuse. Una notte, tardi, mentre era in letto coi suoi guai, aveva udito un'agitazione insolita nel piano di sotto, degli usci che sbattevano, la voce della cameriera che strillava, quasi chiamasse aiuto, una voce che lo fece rizzare spaventato sul letto. Ma sua figlia il giorno dopo non gli volle dir nulla; sembrava anzi che le sue domande l'infastidissero. Misuravano fino le parole e i sospiri in quella casa, ciascuno chiudendosi in corpo i propri guai, il duca col sorriso freddo, Isabella con la buona grazia che le aveva fatto insegnare in collegio. Le tende e i tappeti soffocavano ogni cosa. Per, quando se li vedeva dinanzi a lui, marito e moglie, cos tranquilli, che nessuno avrebbe sospettato quel che covava sotto, si sentiva freddo nella schiena.
Del resto, che poteva farci? Ne aveva abbastanza dei suoi guai. Il peggio di tutti stava lui che aveva la morte sul collo. Quand'egli avrebbe chiuso gli occhi tutti gli altri si sarebbero data pace, come egli stesso s'era data pace dopo la morte di suo padre e di sua moglie. Ciascuno tira l'acqua al suo mulino. Ne aveva data tanta dell'acqua per far macinare gli altri! Speranza, Diodata, tutti gli altri... un vero fiume. Anche l, in quel palazzo di cuccagna, era tutto opera sua; e intanto non trovava riposo fra i lenzuoli di tela fine, sui guanciali di piume; soffocava fra i cortinaggi e le belle stoffe di seta che gli toglievano il sole. I denari che spendeva per far andare la baracca, i rumori della corte, il cameriere che gli tenevano dietro l'uscio a contargli i sospiri, insino al cuoco che gli preparava certe brode insipide che non riusciva a mandar gi, ogni cosa l'attossicava; non digeriva pi neanche i bocconi prelibati, erano tanti chiodi nelle sue carni.
- Mi lasciano morir di fame, capisci! - lagnavasi colla figliuola, alle volte, cogli occhi accesi dalla disperazione. - Non  per risparmiare... Sar della roba buona... Ma il mio stomaco non c' avvezzo... Rimandatemi a casa mia. Voglio chiuder gli occhi dove son nato!
L'idea della morte ora non lo lasciava pi; si tradiva nelle domande insidiose, nelle occhiate piene di sospetto, anche nella preoccupazione affannosa di dissimularla in vari modi. Adesso non aveva pi suggezione di nessuno, e afferrava chi gli capitava per domandare:
- Voglio sapere la verit, signori cari... Per regolare le mie cose... i miei interessi... - E se cercavano di rassicurarlo, dicendogli che non c'era nulla di grave... di serio... pel momento... egli tornava ad insistere, ad appuntare gli occhi, furbo, per scavar terreno: - E' che ho tanto da fare laggi, al mio paese, signori miei... capite!... Non posso mica darmi bel tempo, io!... Bisogna che pensi a tutto, se no c' la rovina!...
Poi spiegava di dove gli era venuto quel male: - Sono stati i dispiaceri!... i bocconi amari!... ne ho avuti tanti! Vedete, me n' rimasto il lievito qui dentro!... - Era tornato diffidente. Temeva che non vedessero l'ora di levarselo di torno, per risparmiar la spesa e impadronirsi del fatto suo. Cercava di rassicurar tutti quanti, col sorriso affabile:
- Non guardate a spesa... Posso pagare... Mio genero lo sa... Tutto ci che occorre... Non saranno denari persi... Se campo, ne guadagno ancora tanti dei denari... - Cogli occhi lucenti, cercava d'ingraziarsi la sua figliuola stessa. Sapeva che la roba, ahim, mette l'inferno anche fra padri e figli. La pigliava in parola. Balbettava, accarezzandola come quand'era bambina, spiandola di sottecchi intanto, col cuore alla gola:
- Qui cosa mi manca? Ho tutto per guarire... Tutto quello che ci vorr spenderemo, non  vero?
Ma il male lo vinceva e gli toglieva ogni illusione. In quei momenti di scoraggiamento il pover'uomo pensava a voce alta:
- A che mi serve?... a che giova tutto ci?... Neppure a tua madre  giovato!
Un giorno venne a fargli visita l'amministratore del duca, officioso, tutto gentilezze come il suo padrone quando apparecchiavasi a dare la botta. S'inform della salute; gli fece le condoglianze per la malattia che tirava in lungo. Capiva bene, lui, un uomo d'affari come don Gesualdo... che dissesto... quanti danni... le conseguenze... un'azienda cos vasta... senza nessuno che potesse occuparsene sul serio... Infine offr d'incaricarsene lui... per l'interesse che portava alla casa... alla signora duchessa... Del signor duca era buon servo da tanti anni... Sicch prendeva a cuore anche gli interessi di don Gesualdo. Proponeva d'alleggerirlo d'ogni carico... finch si sarebbe guarito... se credeva... investendolo per procura...
A misura che colui sputava fuori il veleno, don Gesualdo andava scomponendosi in viso. Non fiatava, stava ad ascoltarlo, cogli occhi bene aperti, e intanto ruminava come trarsi d'impiccio. A un tratto si mise a urlare e ad agitarsi quasi fosse colto di nuovo dalla colica, quasi fosse giunta l'ultima sua ora, e non udisse e non potesse pi parlare. Balbett solo, smaniando:
- Chiamatemi mia figlia! Voglio veder mia figlia! 
Ma appena accorse lei, spaventata egli non aggiunse altro. Si chiuse in s stesso a pensare come uscire dal malo passo, torvo, diffidente, voltandosi in l per non lasciarsi scappare qualche occhiata che lo tradisse. Soltanto ne piant una lunga lunga addosso a quel galantuomo che se ne andava rimminchionito. Infine, a poco a poco, finse di calmarsi. Bisognava giuocar d'astuzia per uscire da quelle grinfie. Cominci a far segno di s e di s col capo, fissando gli occhi amorevoli in volto alla figliuola allibbita, col sorriso paterno, il fare bonario;
- S... voglio darvi in mano tutto il fatto mio... per alleggerirmi il carico... Mi farete piacere anzi... nello stato in cui sono... Voglio spogliarmi di tutto... Gi ho poco da vivere... Rimandatemi a casa mia per fare la procura... la donazione... tutto ci che vorrete... L conosco il notaro... so dove metter le mani... Ma prima rimandatemi a casa mia... Tutto quello che vorrete, poi!...
- Ah, babbo, babbo! - esclam Isabella colle lagrime agli occhi.
Ma egli sentivasi morire di giorno in giorno. Non poteva pi muoversi. Sembravagli che gli mancassero le forze d'alzarsi dal letto e andarsene via perch gli toglievano il denaro, il sangue delle vene, per tenerlo sottomano, prigioniero. Sbuffava, smaniava, urlava di dolore e di collera. E poi ricadeva sfinito, minaccioso, colla schiuma alla bocca, sospettando di tutto, spiando prima le mani del cameriere se beveva un bicchiere d'acqua, guardando ciascuno negli occhi per scoprire la verit, per leggervi la sua sentenza, costretto a ricorrere agli artifizii per sapere qualcosa di quel che gli premeva.
- Chiamatemi quell'uomo dell'altra volta... Portatemi le carte da firmare... E' giusto, ci ho pensato su. Bisogna incaricare qualcuno dei miei interessi, finch guarisco...
Ma adesso coloro non avevano fretta; gli promettevano sempre, dall'oggi al domani. Lo stesso duca si strinse nelle spalle: come a dire che non serviva pi. Un terrore pi grande, pi vicino, della morte lo colse a quell'indifferenza. Insisteva, voleva disporre della sua roba, come per attaccarsi alla vita, per far atto d'energia e di volont. Voleva far testamento, per dimostrare a s stesso ch'era tuttora il padrone. Il duca finalmente, per chetarlo, gli disse che non occorreva, poich non c'erano altri eredi... Isabella era figlia unica...
- Ah?... - rispose lui. - Non occorre...  figlia unica?...
E torn a ricoricarsi, lugubre. Avrebbe voluto rispondergli che ce n'erano ancora, degli eredi nati prima di lei, sangue suo stesso. Gli nascevano dei rimorsi, colla bile. Faceva dei brutti sogni, delle brutte facce pallide e irose gli apparivano la notte; delle voci, degli scossoni lo facevano svegliare di soprassalto, in un mare di sudore, col cuore che martellava forte. Tanti pensieri gli venivano adesso, tanti ricordi, tante persone gli sfilavano dinanzi: Bianca, Diodata, degli altri ancora: quelli non l'avrebbero lasciato morire senza aiuto! Volle un altro consulto, i migliori medici. Ci dovevano essere dei medici pel suo male, a saperli trovare, a pagarli bene. Il denaro l'aveva guadagnato apposta, lui! Al suo paese gli avevano fatto credere che rassegnandosi a lasciarsi aprire il ventre... Ebbene, s, s!
Aspettava il consulto, il giorno fissato, sin dalla mattina, raso e pettinato, seduto nel letto, colla faccia color di terra, ma fermo e risoluto. Ora voleva vederci chiaro nei fatti suoi. - Parlate liberamente, signori miei. Tutto ci che si deve fare si far!
Gli batteva un po' il cuore. Sentiva un formicolo come di spasimo anticipato tra i capelli. Ma era pronto a tutto; quasi scoprivasi il ventre, perch si servissero pure. Se un albero ha la cancrena addosso, cos' infine? Si taglia il ramo! Adesso invece i medici non volevano neppure operarlo. Avevano degli scrupoli, dei ma e dei se. Si guardavano fra di loro e biasciavano mezze parole. Uno temeva la responsabilit; un altro osserv che non era pi il caso... oramai... Il pi vecchio, una faccia di malaugurio che vi faceva morire prima del tempo, com' vero Dio, s'era messo gi a confortare la famiglia, dicendo che sarebbe stato inutile anche prima, con un male di quella sorta...
- Ah... - rispose don Gesualdo, fattosi rauco a un tratto. - Ah... Ho inteso...
E si lasci scivolare pian piano gi disteso nel letto, trafelato. Non aggiunse altro, per allora. Stette zitto a lasciarli finire di discorrere. Soltanto voleva sapere s'era venuto il momento di pensare ai casi suoi. Non c'era pi da scherzare adesso! Aveva tanti interessi gravi da lasciare sistemati... - Taci! taci! - borbott rivolto alla figliuola che gli piangeva allato. Colla faccia cadaverica, cogli occhi simili a due chiodi in fondo alle orbite livide, aspettava la risposta che gli dovevano, infine. Non c'era da scherzare!
- No, no... C' tempo. Simili malattie durano anni e anni... Per... certo... premunirsi... sistemare gli affari a tempo... non sarebbe male...
- Ho inteso, - ripet don Gesualdo col naso fra le coperte. - Vi ringrazio, signori miei.
Un nuvolo gli cal sulla faccia e vi rimase. Una specie di rancore, qualcosa che gli faceva tremare le mani e la voce, e trapelava dagli occhi socchiusi. Fece segno al genero di fermarsi; lo chiam dinanzi al letto, a quattr'occhi, da solo a solo.
- Finalmente... questo notaro... verr, s o no? Devo far testamento... Ho degli scrupoli di coscienza... Sissignore!... Sono il padrone, s o no?... Ah... ah... stai ad ascoltare anche tu?...
Isabella and a buttarsi ginocchioni ai piedi del letto, col viso fra le materasse, singhiozzando e disperandosi. Il genero lo chetava dall'altra parte. - Ma s, ma s, quando vorrete, come vorrete. Non c' bisogno di far delle scene... Ecco in che stato avete messo la vostra figliuola!...
- Va bene! - seguit a borbottare lui. - Va bene! Ho capito!
E volse le spalle, tal quale suo padre, buon'anima. Appena fu solo cominci a muggire come un bue, col naso al muro. Ma poi se veniva gente, stava zitto. Covava dentro di s il male e l'amarezza. Lasciava passare i giorni. Pensava ad allungarseli piuttosto, a guadagnare almeno quelli, uno dopo l'altro, cos come venivano, pazienza! Finch c' fiato c' vita. A misura che il fiato gli andava mancando, a poco a poco, acconciavasi pure ai suoi guai; ci faceva il callo. Lui aveva le spalle grosse, e avrebbe tirato in lungo, merc la sua pelle dura. Alle volte provava anche una certa soddisfazione, fra s e s, sotto il lenzuolo, pensando al viso che avrebbero fatto il signor duca e tutti quanti, al vedere che lui aveva la pelle dura. Era arrivato ad affezionarsi ai suoi malanni, li ascoltava, li accarezzava, voleva sentirseli l, con lui, per tirare innanzi. I parenti ci avevano fatto il callo anch'essi; avevano saputo che quella malattia durava anni ed anni, e s'erano acchetati. Cos va il mondo, pur troppo, che passato il primo bollore, ciascuno tira innanzi per la sua via e bada agli affari propri. Non si lamentava neppure; non diceva nulla, da villano malizioso, per non sprecare il fiato, per non lasciarsi sfuggire quel che non voleva dire; solamente gli scappavano di tanto in tanto delle occhiate che significavano assai, al veder la figliuola che gli veniva dinanzi con quella faccia desolata, e poi teneva il sacco al marito, e lo incarcerava l, sotto i suoi occhi, col pretesto dell'affezione, per covarselo, pel timore che non gli giuocasse qualche tiro nel testamento. Indovinava che teneva degli altri guai nascosti, lei, e alle volte aveva la testa altrove, mentre suo padre stava colla morte sul capo. Si rodeva dentro, a misura che peggiorava; il sangue era diventato tutto un veleno; ostinavasi sempre pi, taciturno, implacabile, col viso al muro, rispondendo solo coi grugniti, come una bestia.
Finalmente si persuase ch'era giunta l'ora, e s'apparecchi a morire da buon cristiano. Isabella era venuta subito a tenergli compagnia. Egli fece forza coi gomiti, e si rizz a sedere sul letto. - Senti, - le disse, - ascolta...
Era turbato in viso, ma parlava calmo. Teneva gli occhi fissi sulla figliuola, e accennava col capo. Essa gli prese la mano e scoppi a singhiozzare.
- Taci, - riprese, - finiscila. Se cominciamo cos non si fa nulla.
Ansimava perch aveva il fiato corto, ed anche per l'emozione. Guardava intorno, sospettoso, e seguitava ad accennare del capo, in silenzio, col respiro affannato. Ella pure volse verso l'uscio gli occhi pieni di lagrime. Don Gesualdo alz la mano scarna, e trinci una croce in aria, per significare ch'era finita, e perdonava a tutti, prima d'andarsene.
- Senti... Ho da parlarti... intanto che siamo soli...
Ella gli si butt addosso, disperata, piangendo, singhiozzando di no, di no, colle mani erranti che l'accarezzavano. L'accarezz anche lui sui capelli, lentamente, senza dire una parola. Di l a un po' riprese:
- Ti dico di s. Non sono un ragazzo... Non perdiamo tempo inutilmente. - Poi gli venne una tenerezza. - Ti dispiace, eh?... ti dispiace a te pure?...
La voce gli si era intenerita anch'essa, gli occhi, tristi, s'erano fatti pi dolci, e qualcosa gli tremava sulle labbra. - Ti ho voluto bene... anch'io... quanto ho potuto... come ho potuto... Quando uno fa quello che pu...
 Allora l'attir a s lentamente, quasi esitando, guardandola fissa per vedere se voleva lei pure, e l'abbracci stretta stretta, posando la guancia ispida su quei bei capelli fini.
- Non ti fo male, di'?... come quand'eri bambina?...
Gli vennero insieme delle altre cose sulle labbra, delle ondate di amarezza e di passione, quei sospetti odiosi che dei bricconi, nelle questioni d'interessi, avevano cercato di mettergli in capo. Si pass la mano sulla fronte, per ricacciarli indietro, e cambi discorso.
- Parliamo dei nostri affari. Non ci perdiamo in chiacchiere, adesso...
Essa non voleva, smaniava per la stanza, si cacciava le mani nei capelli, diceva che gli lacerava il cuore, che gli pareva un malaugurio, quasi suo padre stesse per chiudere gli occhi.
- Ma no, parliamone! - insisteva lui. - Sono discorsi serii. Non ho tempo da perdere adesso. - Il viso gli si andava oscurando, il rancore antico gli corruscava negli occhi. - Allora vuol dire che non te ne importa nulla... come a tuo marito...
Vedendola poi rassegnata ad ascoltare, seduta a capo chino accanto al letto, cominci a sfogarsi dei tanti crepacuori che gli avevano dati, lei e suo marito, con tutti quei debiti... Le raccomandava la sua roba, di proteggerla, di difenderla: - Piuttosto farti tagliare la mano, vedi!... quando tuo marito torna a proporti di firmare delle carte!... Lui non sa cosa vuol dire! - Spiegava quel che gli erano costati, quei poderi, l'Ala, la Canziria, li passava tutti in rassegna amorosamente; rammentava come erano venuti a lui, uno dopo l'altro, a poco a poco, le terre seminative, i pascoli, le vigne; li descriveva minutamente, zolla per zolla, colle qualit buone o cattive. Gli tremava la voce, gli tremavano le mani, gli si accendeva tuttora il sangue in viso, gli spuntavano le lagrime agli occhi: - Mangalavite, sai... la conosci anche tu... ci sei stata con tua madre... Quaranta salme di terreni, tutti alberati!... ti rammenti... i belli aranci?... anche tua madre, poveretta, ci si rinfrescava la bocca, negli ultimi giorni!... 300 migliaia l'anno, ne davano! Circa 300 onze! E la Salonia... dei seminati d'oro... della terra che fa miracoli... benedetto sia tuo nonno che vi lasci le ossa!...
Infine, per la tenerezza, si mise a piangere come un bambino.
- Basta, - disse poi. - Ho da dirti un'altra cosa... Senti...
La guard fissamente negli occhi pieni di lagrime per vedere l'effetto che avrebbe fatto la sua volont. Le fece segno di accostarsi ancora, di chinarsi su lui supino che esitava e cercava le parole.
- Senti!... Ho degli scrupoli di coscienza... Vorrei lasciare qualche legato a delle persone verso cui ho degli obblighi... Poca cosa... Non sar molto per te che sei ricca... Farai conto di essere una regala che tuo padre ti domanda... in punto di morte... se ho fatto qualcosa anch'io per te...
- Ah, babbo, babbo!... che parole! - singhiozz Isabella.
- Lo farai, eh? lo farai?... anche se tuo marito non volesse...
Le prese le tempie fra le mani, e le sollev il viso per leggerle negli occhi se l'avrebbe ubbidito, per farle intendere che gli premeva proprio, e che ci aveva quel segreto in cuore. E mentre la guardava, a quel modo, gli parve di scorgere anche lui quell'altro segreto, quell'altro cruccio nascosto, in fondo agli occhi della figliuola. E voleva dirle delle altre cose, voleva farle altre domande, in quel punto, aprirle il cuore come al confessore, e leggere nel suo. Ma ella chinava il capo, quasi avesse indovinato, colla ruga ostinata dei Trao fra le ciglia, tirandosi indietro, chiudendosi in s, superba, coi suoi guai e il suo segreto. E lui allora sent di tornare Motta, com'essa era Trao, diffidente, ostile, di un'altra pasta. Allent le braccia, e non aggiunse altro.
- Ora fammi chiamare un prete, - termin con un altro tono di voce. - Voglio fare i miei conti con Domeneddio.
Dur ancora qualche altro giorno cos, fra alternative di meglio e di peggio. Sembrava anzi che cominciasse a riaversi un poco, quando a un tratto, una notte, peggior rapidamente. Il servitore che gli avevano messo a dormire nella stanza accanto l'ud agitarsi e smaniare prima dell'alba. Ma siccome era avvezzo a quei capricci, si volt dall'altra parte, fingendo di non udire. Infine, seccato da quella canzone che non finiva pi, and sonnacchioso a vedere che c'era.
- Mia figlia! - borbott don Gesualdo con una voce che non sembrava pi la sua. - Chiamatemi mia figlia!
- Ah, sissignore. Ora vado a chiamarla, - rispose il domestico, e torn a coricarsi.
Ma non lo lasciava dormire quell'accidente! Un po' erano sibili, e un po' faceva peggio di un contrabbasso, nel russare. Appena il domestico chiudeva gli occhi udiva un rumore strano che lo faceva destare di soprassalto, dei guaiti rauchi, come uno che sbuffasse ed ansimasse, una specie di rantolo che dava noia e vi accapponava la pelle. Tanto che infine dovette tornare ad alzarsi, furibondo, masticando delle bestemmie e delle parolacce.
- Cos'? Gli  venuto l'uzzolo adesso? Vuol passar mattana! Che cerca?
Don Gesualdo non rispondeva; continuava a sbuffare supino. Il servitore tolse il paralume, per vederlo in faccia. Allora si freg bene gli occhi, e la voglia di tornare a dormire gli and via a un tratto.
- Ohi! ohi! Che facciamo adesso? - balbett grattandosi il capo.
Stette un momento a guardarlo cos, col lume in mano, pensando se era meglio aspettare un po', o scendere subito a svegliare la padrona e mettere la casa sottosopra. Don Gesualdo intanto andavasi calmando, col respiro pi corto, preso da un tremito, facendo solo di tanto in tanto qualche boccaccia, cogli occhi sempre fissi e spalancati. A un tratto s'irrigid e si chet del tutto. La finestra cominciava a imbiancare. Suonavano le prime campane. Nella corte udivasi scalpitare dei cavalli, e picchiare di striglie sul selciato. Il domestico and a vestirsi, e poi torn a rassettare la camera. Tir le cortine del letto, spalanc le vetrate, e s'affacci a prendere una boccata d'aria, fumando.
Lo stalliere, che faceva passeggiare un cavallo malato, alz il capo verso la finestra.
- Mattinata, eh, don Leopoldo?
- E nottata pure! - rispose il cameriere sbadigliando. - M' toccato a me questo regalo!
L'altro scosse il capo, come a chiedere che c'era di nuovo, e don Leopoldo fece segno che il vecchio se n'era andato, grazie a Dio.
- Ah... cos... alla chetichella?... - osserv il portinaio che strascicava la scopa e le ciabatte per l'androne.
Degli altri domestici s'erano affacciati intanto, e vollero andare a vedere. Di l a un po' la camera del morto si riemp di gente in manica di camicia e colla pipa in bocca. La guardarobiera vedendo tutti quegli uomini alla finestra dirimpetto venne anche lei a far capolino nella stanza accanto.
- Quanto onore, donna Carmelina! Entrate pure; non vi mangiamo mica... E neanche lui... non vi mette pi le mani addosso di sicuro...
- Zitto, scomunicato!... No, ho paura, poveretto... - Ha cessato di penare.
- Ed io pure, - soggiunse don Leopoldo.
 Cos, nel crocchio, narrava le noie che gli aveva date quel cristiano - uno che faceva della notte giorno, e non si sapeva come pigliarlo, e non era contento mai. - Pazienza servire quelli che realmente son nati meglio di noi... Basta, dei morti non si parla.
- Si vede com'era nato... - osserv gravemente il cocchiere maggiore. - Guardate che mani!
- Gi, son le mani che hanno fatto la pappa!... Vedete cos' nascer fortunati... Intanto vi muore nella battista come un principe!...
- Allora, - disse il portinaio, - devo andare a chiudere il portone?
- Sicuro, eh! E' roba di famiglia. Adesso bisogna avvertire la cameriera della signora duchessa.
Mastro don Gesualdo - Giovanni Verga

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