                                  LA SIGNORA

                             (La Monaca di Monza)




                             di Alessandro Manzoni






                           a cura di Maria Manganaro






  Freebook Edizioni LibroLibero  Mi - S.Maria del Suffragio n. 6 - A/93 n.55
                                    Presentazione
                                   ---------------



       "La Signora" di Alessandro Manzoni (1785-1873),  bench facente  parte
  integrante del "Fermo e Lucia" (ovvero la prima stesura dei Promessi Sposi,
  1822-23),  possiede  una  propria  autonomia narrativa e si pu ben leggere
  come romanzo a se stante.
       Il titolo  quello apposto dal Manzoni al primo capitolo relativo alle
  vicende della monaca di Monza ed occupa quasi tutto  il  secondo  tomo  del
  "Fermo  e  Lucia".  L'episodio qui proposto in forma di romanzo (fortemente
  contratto nei Promessi Sposi) prende l'avvio dal momento in  cui  Agnese  e
  Lucia,  accompagnate dal padre guardiano dei Cappuccini,  si presentano con
  una lettera di padre Cristoforo a Geltrude (Gertrude  nei  Promessi  Sposi)
  confidando nella sua protezione.  Si omettono i capitoli VII e VIII, in cui
  si narra di Don Rodrigo che chiede al Conte del Sagrato  (l'Innominato  dei
  Promessi  Sposi)  di  avere  Lucia  tra  le  mani e del Conte che affida il
  rapimento ad Egidio,  per riprendere con la prima parte del  nono  capitolo
  sino alla conclusione della storia della Signora (ovverosia della monaca).

       Ne  risulta  un  breve  romanzo (strutturato come tale,  laddove tutti
  personaggi,  compresa Lucia,  ruotano intorno a Geltrude) straordinario gi
  dall'iniziale   descrizione   in   bianco   e   nero   dell'immagine  della
  protagonista,  creata con inquietante misteriosit.  Quel "non  so  che  di
  sinistro,  di feroce che quasi faceva scomparire ogni bellezza" di Geltrude
  viene presto chiarito: la  "sventurata"    reduce  di  "un  combattimento"
  contro  il padre (l'autorit) per evitare una monacazione stabilita fin dal
  suo primo vagito. Straordinaria  appunto quella sorta di partita a scacchi
  tra l'inesperta adolescente e il padre "che aveva pensato ed operato con la
  dirittura e colla sapienza squisita d'un uomo il  quale  desse  fuoco  alla
  casa di un nimico posta a canto alla sua, con la intenzione che quella sola
  dovesse andare in fumo ed in faville".  Ed anche se "il fuoco appiccato non
  si   lascia  guidare  dalle  intenzioni  dell'incendiario"  la  guerra  del
  generale-padre e del suo valoroso esercito (fratello e madre di Geltrude) 
  comunque vinta. Vero  che l'orgoglio della Signora, tanto incoraggiato dal
  padre,  trova sfogo nella relazione amorosa con Egidio  e  nel  conseguente
  omicidio  della  conversa  sospettosa,  ma  i parenti si liberano in fretta
  della vergogna di famiglia diseredandola,  "come se  col  rifiutare  quella
  sventurata  avessero  potuto  scuotersi di dosso la colpa che avevano nella
  sua rovina".

  Geltrude paga caro  la  sventura  di  essere  nata  femmina,  dapprima  col
  chiostro  e  poi  con  la reclusione in un convento di convertite,  dove il
  cardinal Federigo la fa rinchiudere e dove raggiunge i limiti della  follia
  prima di preferire ad essa la via dell'espiazione.  Si tratta di una strada
  che Geltrude aveva gi percorsa prima di  pronunciare  il  s  al  convento
  allorquando il Marchese,  scoperta una sua lettera inviata ad un paggio, la
  tiene prigioniera nella sua stanza: anche in quel caso  "il  pentimento"  e
  l'espiazione  per  una  colpa presunta diventano l'unica mossa possibile al
  divieto di parlare e di "veder mai un volto amico".
       Com' noto,  il fascino subito  dal  Manzoni  per  la  Signora  deriva
  dall'aver   letto  le  vicende  della  monaca  nella  "Storia  patria"  del
  Ripamonti: si tratta di fatti realmente accaduti a Marianna De Leyva,  nata
  nel  1575,  discente  da  nobile famiglia di origine spagnola feudataria di
  Monza.  Marianna prese il noviziato a tredici anni,  nel monastero di Santa
  Margherita  di  Monza  dove  fu  fatta  monaca con il nome di Suor Virginia
  Maria. Nel monastero godeva di ampia libert,  era maestra delle educande e
  da tutti era chiamata "Signora". Divenuta l'amante del giovane e ricco Gian
  Paolo  Osio  (Egidio  nel romanzo) fu sua complice in una serie di delitti,
  dettati dalla necessit di mantenere segreta la relazione  amorosa  da  cui
  erano nati due figli, uno morto alla nascita e l'altra, una bambina, che il
  padre  tenne  con  s.  L'ultimo  omicidio,  quello  della giovane conversa
  Caterina Casini,  fece crescere i sospetti a  tal  punto  che  il  cardinal
  Borromeo ordin un'inchiesta.  Tutti i responsabili (comprese quattro suore
  complici) furono condotti in giudizio.  Gian Paolo  Osio  fu  condannato  a
  morte,  mentre  Suor  Virginia,  per decreto ecclesiastico,  fu murata viva
  nella cella di un carcere milanese, dove rimase per tredici anni.
  La Signora pass il resto della sua vita in stretta penitenza,  per  morire
  nel 1650.
       "La Signora" affronta il tema della monacazione forzata,  ancora molto
  sentito all'epoca in cui il romanzo fu scritto, per parlare metaforicamente
  della violenza cieca del potere,  delle passioni e delle ansie  di  libert
  adolescenziali che,  se mortificate ad arte,  possono condurre a pericolose
  instabilit.

       Ma vediamo da dove nasce l'idea di scrivere un grande romanzo storico.
  Dopo il fallimento dell'insurrezione liberale del '21 in Piemonte  (su  cui
  l'ode  "Marzo  1821"),  "Per  togliermi al dispiacere della fallita impresa
  sono andato a passare  alcuni  giorni  a  Brusuglio,"  scriveva  Alessandro
  Manzoni, "portando meco le storie milanesi del Ripamonti (...). Gi, se non
  ci fosse stato Walter Scott a me non sarebbe venuto in mente di scrivere un
  romanzo. Ma trovati nel Ripamonti quegli strani personaggi della Signora di
  Monza,  dell'Innominato,  del  Cardinal  Federigo,  e  la descrizione della
  carestia e della rivolta di Milano,  del  passaggio  dei  Lanzichenecchi  e
  della  peste,  (...)  ho pensato: 'Non si potrebbe inventare un fatto a cui
  prendessero parte tutti questi personaggi ed in cui entrassero tutti questi
  avvenimenti?'".
       Manzoni preciser il concetto di romanzo storico nel suo  saggio  "Del
  romanzo  storico  e,   in  genere,  de'  componimenti  misti  di  storia  e
  d'invenzione" (avviato nel 1828 e pubblicato nel 1845) laddove parla  della
  possibilit di mettere insieme il personaggio storico con il personaggio di
  invenzione,  cosicch  attraverso  la metafora si possa raccontare del '600
  parlando dell'800. Mentre la Storia si occupa solo delle grandi vicende, il
  romanzo storico narra dell'uomo nella sua interezza,  lo colloca in un dato
  momento,  lo rappresenta,   la visione complessa, letteraria, dell'umanit
  che la Storia non pu rendere.
       La metafora  indispensabile alla resa poetica di un grande  scrittore
  di  romanzo  storico: operando sul linguaggio e sulla base della memoria di
  un passato che appartiene  alla  storia  dell'uomo  pu,  attraverso  essa,
  confrontarsi col presente e porsi in posizione critica.
       La  prima  stesura  dei  Promessi  Sposi    quella  vasta  narrazione
  pubblicata per la prima volta  integralmente  da  Mondadori  nel  1959  col
  titolo  di  "Fermo e Lucia" (a cura di Chiari e Ghisalberti).  Si tratta di
  un'opera notevolmente diversa,  per rapporti,  dimensioni e struttura,  dai
  "Promessi  Sposi"  (1825-27),  qualche  critico  l'ha  definita "opera a se
  stante",  troppo poco considerata per se stessa e troppo come  journal  del
  grande romanzo.
       Nel  "Fermo  e  Lucia" le sopravviventi forme auliche sono bruscamente
  contrapposte ai modi del parlato corrente,  e  addirittura  dialettale,  la
  forma discorsiva concede ampio spazio agli esclamativi,  alle frasi tronche
  e alle digressioni;  l'evoluzione del sentimento  che  guida  le  azioni  
  seguito  passo  dopo  passo ne "La Signora".  L'andamento narrativo risulta
  dissimile  dal  rigoroso  disegno  strutturale  dei  Promessi   Sposi.   La
  differenza  sostanziale  tra  le  due  opere risiede nell'uso diverso della
  lingua: durante il lungo soggiorno a Firenze del 1827 (per "risciacquare  i
  panni  in  Arno"),  Manzoni  trova nel fiorentino una lingua unitaria per i
  suoi Promessi Sposi,  un modulo linguistico dalla freschezza semplice della
  conversazione  quotidiana  e  la dignit di un idioma che l'intera comunit
  nazionale pu far suo.
       E' qui il caso di ricordare che Alessandro  Manzoni    nel  1862    fu
  nominato  presidente  della  commissione  ministeriale  per  l'unificazione
  linguistica,   del 1868 "Dell'unificazione della lingua  e  dei  mezzi  di
  diffonderla",  che  oltre al tradizionale rapporto lingua-letteratura tiene
  conto del rapporto lingua-societ.
       Una  tale  pulizia  della  lingua,   se   ha   sciolto   il   problema
  dell'equilibrio narrativo, ha certo sacrificato, per quanto riguarda almeno
  la  sezione  chiusa  in  s de "La Signora",  l'intensit e la bellezza del
  percorso travagliato ed intimo dello straordinario personaggio Geltrude. La
  prima versione delle vicende della Monaca di  Monza,  che  noi  rispettiamo
  interamente,  non  risente  affatto  del  peso di una lingua "sporca" fatta
  delle  ormai  oscure  "j"  semivocaliche,  di  una  punteggiatura  talvolta
  disordinata,   di   tutte   quelle  ripetizioni  imputate  a  "rilassatezza
  stilistica" (si veda,  ad esempio: "son lieta che anche questo possa almeno
  essere  buono  a qualche cosa.  E' una buona ventura per me il poter render
  servizio a' nostri buoni  amici",  cap.I),  risultando  invece  un  romanzo
  affascinante e avvincente nella sua ineluttabilit.









  NOTA
  ----

  Si omettono i capitoli VII e VIII in cui si narra di Don Rodrigo che chiede
  al  Conte  del Sagrato di avere Lucia tra le mani e del Conte che affida la
  missione ad Egidio,  perch  interrompendo  l'andamento  narrativo,  i  due
  capitoli non forniscono alcun elemento significativo per la nostra storia.
                                                               (M. Manganaro)
  Glossarietto:


  APPO: in confronto, presso, accanto.
  BRACCIERE: chi accompagnava una dama dandole il braccio.
  COCOLLA:  specie  di  cappa o manto con cappuccio che alcuni monaci portano
  come sopravveste. Nei Promessi Sposi, nero saio.
  CONVERSA: Suora laica addetta a faccende umili.
  PANIONI: Fuscelli invischiati che si adoperano per la caccia.
  RAGUNARE: radunare
  RIMPIATTARSI: nascondersi in un luogo angusto, rendendosi quasi piatta, per
  non farsi ritrovare.
  SGRIGNUTA: GOBBA
  SECOLARESCO: mondano, frivolo.
  SNIGHITTISSE: Da "neghittoso", chi non ha voglia di fare nulla.
  SPARAGNATORE: risparmiatore.
  TRAGITTARE: traghettare.





                                 LA SIGNORA

                                   Cap. I




       L'aspetto della Signora, d'una bellezza sbattuta, sfiorita alquanto, e
  direi quasi un po' conturbata,  ma singolare,  poteva mostrare  venticinque
  anni.  Un velo nero teso orizzontalmente sopra la testa scendeva a dritta e
  a manca dietro il volto,  sotto il velo una  benda  di  lino  stringeva  la
  fronte,  al mezzo; e la parte che si vedeva diversamente ma non meno bianca
  della benda sembrava un candido avorio posato in un nitido foglio di carta:
  ma quella fronte liscia ed elevata si corrugava di tratto in tratto  quando
  due  nerissimi  sopracigli  si  riavvicinavano  per  tosto separarsi con un
  rapido movimento.  Due occhi pur nerissimi si fissavano talvolta nel  volto
  altrui con una investigazione dominatrice,  e talvolta si rivolgevano ad un
  tratto come per fuggire: v'era in quegli occhi un non so che  d'inquieto  e
  di erratico,  una espressione istantanea che annunziava qualche cosa di pi
  vivo,  di pi recondito,  talvolta di opposto a  quello  che  suonavano  le
  parole  che  quegli  sguardi  accompagnavano.  Le  guance pallidissime,  ma
  delicate scendevano con una curva dolce ed  eguale  ad  un  mento  rilevato
  appena come quello d'una statua greca.  Le labbra regolarissime, dolcemente
  prominenti,  bench colorate appena d'un rosso tenue,  spiccavano pure  fra
  quel  pallore;  e  i  loro  moti  erano,  come  quelli  degli occhi,  vivi,
  inaspettati,  pieni di espressione  e  di  mistero.  Una  gorgiera  bianca,
  increspata  lasciava intravedere una striscia di collo bianco e tornito: la
  nera cocolla copriva il  rimanente  dell'alta  persona,  ma  un  portamento
  disinvolto,  risoluto,  rivelava o indicava, ad ogni rivolgimento, forme di
  alta e regolare proporzione. Nel vestire stesso v'era qua e l qualche cosa
  di studiato,  o di negletto,  di stranio insomma che osservato in uno colla
  espressione  del volto dava alla Signora l'aspetto di una monaca singolare.
  La stoffa della cocolla e dei veli era pi fine che non s'usasse a monache,
  il seno era succinto con un certo garbo secolaresco,  e dalla benda  usciva
  sulla  tempia  manca l'estremit d'una ciocchetta di nerissimi capegli;  il
  che mostrava o dimenticanza o trascuraggine  di  tener  secondo  la  regola
  sempre mozze le chiome gi recise nella cerimonia solenne della vestizione.
  Questa  stessa  singolarit si faceva osservare nei moti,  nel discorso nei
  gesti della Signora.  S'alzava ella talora con impeto a mezzo il  discorso,
  come  se  temesse  in  quel  momento  di  esser  tenuta,  e passeggiava nel
  parlatorio;  talvolta dava in risa smoderate,  talvolta levando gli  occhi,
  senza  che  se ne intendesse una cagione,  prorompeva in sospiri;  talvolta
  dopo una lunga e manifesta distrazione,  si  risentiva,  ed  approvava  con
  negligenza ragionamenti che la sua mente non aveva avvertiti.
       Queste  cose  non  si facevano scorgere a Lucia non avvezza a scernere
  monaca da monaca,  e neppure ad Agnese: l'occhio del  padre  guardiano  era
  certamente pi esercitato, ma perci appunto era avvezzo ad osservare senza
  maraviglia nei grandi sempre qualche cosa di straordinario;  e quindi s'era
  gi da molto tempo addomesticato all'abito e ai modi della Signora.  Ma  ad
  un  viaggiatore  che l'avesse veduta per la prima volta ella avrebbe potuto
  parere non molto dissimile da una attrice ardimentosa,  di quelle  che  nei
  paesi  separati  dalla  comunione  cattolica facevano le parti di monaca in
  quelle commedie dove i riti cattolici erano soggetto di beffa e di  parodia
  caricata.
       In quel momento ella era,  come abbiamo detto,  ritta in piedi, presso
  la grata,  appoggiata ad essa mollemente  con  una  mano,  intrecciando  le
  bianchissime  dita  nei  fori  di  quella,  e colla faccia alquanto curvata
  osservando quelli che si presentavano, e specialmente Lucia.
       "Reverenda madre,  e signora illustrissima," disse il padre  guardiano
  colla fronte bassa,  e con la destra tesa sul petto; "ecco quella innocente
  derelitta,  per la quale imploro la valida sua protezione." E sulle  ultime
  parole  accennava  alle donne che accompagnassero con atti e con inchini la
  sua supplicazione; la povera Agnese dopo d'aver fatto al padre un cenno del
  volto che voleva dire: - so quel che va  fatto  -  raddoppiava  gl'inchini,
  rannicchiandosi, e risorgendo come se una molla interna la facesse muovere,
  e  Lucia  s'inchin  pure,  da  inesperta,  ma  con una certa grazia che la
  bellezza, la giovinezza,  e la purit dell'animo danno a tutti i movimenti.
  La  Signora  curv leggermente il capo verso il padre guardiano,  fece alle
  donne cenno della mano che bastava,  e ch'ella gradiva  i loro complimenti,
  fece a tutti cenno di sedersi,  sedette e sempre rivolta al padre, rispose:
  "Ho appreso dai miei antenati a non negare la mia protezione a chiunque  la
  meriti:  io  non  ho  da essi ereditato che il nome;  e son lieta che anche
  questo possa almeno essere buono a qualche cosa.  E' una buona ventura  per
  me  il  poter  render  servizio  a' nostri buoni amici i padri cappuccini."
  Queste parole furono accompagnate da un sorriso che ad altri avrebbe potuto
  parere di compiacenza, ad altri di scherno.  Il Padre guardiano si faceva a
  render  grazie,  ma la Signora lo interruppe: "Non mica complimenti,  padre
  guardiano";  i servigj fatti agli amici hanno con s il loro guiderdone;  e
  del  resto  ad  ogni  evento io non dubiterei di far conto sul ricambio dei
  nostri buoni padri. Il mondo  pieno di tristi e d'invidiosi: e nessuno pu
  assicurarsi che non venga un momento in cui possa aver bisogno di una buona
  testimonianza,  e d'ajuto." Il guardiano  rispose  premurosamente  con  una
  frase  di  gesti: la prima parte della quale significava che la Signora non
  avrebbe mai bisogno di nessuno, e la seconda che i padri avrebbero tenuta a
  guadagno ogni occasione di far cosa  grata alla Signora.  Questa  prosegu:
  "Ma  via;  mi dica un po' pi particolarmente il caso di questa giovane,  e
  cos si vedr meglio che si possa fare per essa."
       Lucia arross tutta,  e  chin  la  faccia  sul  seno.  "Deve  sapere,
  reverenda madre," cominci Agnese,  "che questa mia povera figliola, perch
  io sono sua madre..."
       Il guardiano le gitt un'occhiata e interruppe.
       "Questa giovane,  signora illustrissima,  mi  raccomandata da un  mio
  confratello:  essa ha bisogno per qualche tempo di un asilo nel quale possa
  stare sconosciuta,  o nel quale nessuno  ardisca  toccarla;  e  questo  per
  sottrarsi a dei gravi pericoli."
       "Pericoli!"  disse  la  Signora.  "Quali  pericoli?  di grazia,  padre
  guardiano.  Mi dica la cosa per minuto: ella sa che noi altre monache siamo
  vaghe d'intendere storie. "
       "Sono," rispose il padre,  "pericoli dei quali la reverenda madre, non
  conosce nemmeno il nome,  beata lei!  e parlarne pi distintamente  sarebbe
  offendere  le  purissime  vostre orecchie,  e contristare l'illibatezza dei
  vostri pensieri, signora illustrissima."
       "Oh!  certamente!" rispose precipitosamente la  Signora,  senza  molto
  badare  all'aggiustezza  della  risposta;  e si fece tutta di porpora.  Era
  verecondia?  Chi avesse osservata una  subitanea  ma  viva  espressione  di
  scherno e di dispetto che accompagn quel rossore avrebbe potuto dubitarne;
  e  tanto  pi  se  lo  avesse paragonato con quello che di tratto in tratto
  saliva sulle guance di Lucia.
       La Signora di alz in fretta,  come per avvicinarsi pi alle donne,  e
  stava  per rivolgere il discorso a Lucia,  quando il guardiano,  tenendo di
  non aver mal detto,  ripigli cos il discorso: "Non  tutti  i  grandi  del
  mondo,  si  servono  dei  doni  di  Dio a gloria di lui,  e a vantaggio del
  prossimo, come fa la Signora illustrissima. Un cavaliere prepotente e senza
  timor di Dio, ha tentato ogni via, giacch deggio pur dirlo,  per insidiare
  la castit di questa creatura,  e dopo d'aver veduto che i mezzi di lusinga
  gli andavano falliti, non tem di ricorrere alla forza aperta,  tentando...
  insomma  di  farla  rapire.  Ma  Dio non l'ha lasciata cadere in quei sozzi
  artigli,   e  le  ha  invece   preparato   un   ricovero   sotto   le   ale
  incontaminate..."
       "Ma  voi,"  disse la Signora rivolta repentinamente a Lucia,  "voi che
  dite di codesto signore? A voi tocca a dirci se egli era un persecutore,  e
  se aveva gli artigli sozzi."
       "Signora,  madre,  illustrissima,"  balbett  Lucia  che sarebbe stata
  confusa a dover rispondere su questa materia,  quando pure  l'inchiesta  le
  fosse  venuta  da  una  persona  sua pari e conosciuta.  Ma Agnese venne in
  soccorso: "Illustrissima signora," diss'ella, "il suo parlare  troppo alto
  per questa povera figliuola.  Ma io posso far testimonio che la  mia  Lucia
  aveva  in  orrore  colui,  come il diavolo l'acqua santa;  voglio dire,  il
  diavolo era egli;  ma ella mi compatir se parlo male perch noi siam gente
  come  Dio vuole;  del resto,  questa povera ragazza aveva un giovane che le
  parlava, un nostro pari,  timorato di Dio,  e bene avviato,  e se il Signor
  curato  avesse avuto un po' pi di giudizio;  so che parlo di un religioso,
  ma il  padre  Cristoforo  amico  intrinseco  qui  del  padre  guardiano,  
  religioso al pari di lui, e davantaggio, e potr attestare..."
       "Voi  siete  ben  pronta  a parlare senz'essere interrogata," disse la
  Signora,  dando sulla voce ad Agnese.  "Non so che  fare  dei  parenti  che
  rispondono per i loro figliuoli." Agnese voleva aprir bocca,  ma la Signora
  con un tuono ancor pi brusco riprese: "Zitto, zitto;  le vostre parole non
  servono a nulla." Cos dicendo il suo aspetto prendeva sempre pi un non so
  che  di  sinistro,  di feroce che quasi faceva scomparire ogni bellezza,  o
  almeno la alterava di modo che chi avesse  osservato  quel  volto  in  quel
  punto  ne  avrebbe  conservata  una immagine disgustosa per sempre.  I suoi
  guardi erano fissi sopra Agnese,  torvi e sospettosi;  come se cercassero a
  raffigurare un nemico. E continu: "Voi fate conto forse, che perch io son
  qui  rinchiusa,  fuori  del  mondo,  senza esperienza,  mi si possa dare ad
  intendere qualunque cosa.  Povera donna!  appunto perch son qui,  sono men
  felice ad essere ingannata su certe materie.  Certo, lo sposo che i parenti
  destinano ad una figlia  sempre un uomo compito,  e il monastero  dove  la
  vogliono  rinchiudere    cos  allegro!  in  cos  bella situazione!  cos
  tranquillo!   un paradiso!  Poveretti!  portano invidia alla loro  figlia;
  vorrebbero anch'essi ritirarsi in quel porto di pace, ah! a far vita beata:
  ma...  pur troppo sono legati nel mondo. Scusi il mio caldo, padre, ma ella
  sa meglio di me, almeno ella deve saper troppo bene come vanno queste cose,
  la menzogna la pi imperterrita,  la pi  persistente,  la  pi  solenne  
  quella   che sta sul labbro di colui che vuole sagrificare i suoi figli,  e
  far loro violenza.  Questi sono i  peccati,  contra  i  quali  si  dovrebbe
  predicare: a costoro bisognerebbe minacciare l'inferno."
       A queste parole, la Signora, si pose a sedere tutta turbata, ed ognuno
  si  sarebbe  avveduto che un pensiero che i discorsi di Agnese avevan fatto
  nascere, dominava allora la sua mente,  e che gli affari di Lucia non erano
  che un oggetto di considerazione secondaria.
       Agnese  intanto  rimproverava alla figlia che il suo non saper parlare
  le avesse tirata addosso questa tempesta,  il guardiano voleva pure  animar
  Lucia a parlare,  ma questa animata gi dalla circostanza, si avvicin alla
  grata, e in tuono modesto,  ma sicuro disse: "Reverenda signora,  quanto le
  ha detto la mia buona madre  la pura verit: Il giovane che mi parlava," e
  qui  arrosss,  "lo  sposava  io...  di  mio genio,  mi perdoni se parlo da
  sfacciata, ma  per difendere mia madre: e quanto a quel signore..."
       "Buona fanciulla," interruppe la Signora con voce  raddolcita,  "credo
  un po' pi a voi, ma non vi credo ancora del tutto. Vi ha due linguaggi che
  si somigliano;  quello che parte dal fondo del cuore, e quello d'una figlia
  oppressa che dice il falso per terrore,  e protesta di  amare  ci  ch'ella
  abborre pi al mondo.  Voglio sentirvi da sola a sola.  Padre guardiano, se
  ella conoscesse per  testimonianza  degli  occhi  suoi  i  casi  di  questa
  giovane,  certo ch'io non istarei ora in dubbio: ma ella non li conosce che
  per relazione: e per me,  piuttosto che servire alla violenza fatta ad  una
  povera giovane..."
       "Il Padre Cristoforo," disse il guardiano, "che mi ha posto nelle mani
  questo  affare,    un uomo tanto oculato,  quanto lontano dal favorire una
  violenza, ed alla sua asserzione io credo quanto ai miei occhi.  Stimo per
  cosa  molto  savia,  che  la  Signora illustrissima,  esamini col suo senno
  consumato questa faccenda,  e  spero  che  l'esame  mostrandole  la  verit
  dell'esposto, la determiner ad accordare il suo appoggio a questa famiglia
  perseguitata."
       "Lo  spero,"  rispose  la  Signora con una placidezza garbata,  e come
  desiderosa di far dimenticare il trasporto passato: "lo spero: e quel  poco
  ch'io  potr  fare,  prego  il padre guardiano di attribuirlo in gran parte
  alla sua intromissione.  Per ora ecco quello che mi sovviene di poter fare.
  La  fattora  del  monastero,  ha  collocato  da  pochi  giorni l'ultima sua
  figliuola..  Questa giovane potr occupare la stanza abbandonata da quella,
  e supplire ai pochi servigi ch'ella faceva. Ne parler colla madre Badessa,
  ma  da  quest'ora,  le  d  la  cosa  per  fatta,  sempre  che Lucia ne sia
  contenta." Il guardiano proruppe in ringraziamenti,  che la Signora  tronc
  gentilmente,  ma  lasciando  per capire che ella faceva assegnamento sulla
  riconoscenza dei  cappuccini.  Chiam  quindi  una  delle  monache  che  le
  facevano  da damigelle,  e datele le opportune istruzioni,  disse ad Agnese
  che andasse alla porta del chiostro,  per intendersi con la monaca e con la
  fattora,  e  per andar quindi a disporre l'alloggio che sarebbe destinato a
  lei ed a Lucia. Il Padre si conged, promettendo di ritornare ad informarsi
  della decisione: le tre donne furono tosto a consulta;  e Lucia rimase sola
  con la Signora a subire l'esame.



















                               Cap. II






       Le  parole  della  Signora  nel  colloquio  che abbiamo trascritto non
  annunziavano certamente un animo ordinato e tranquillo;  eppure ella  s'era
  studiata in tutto quel colloquio per comparire una monaca come le altre. Ma
  quando  ella  si  trov sola con Lucia,  ella si studiava tanto meno quanto
  meno temeva le osservazioni di una giovane forese di  quelle  d'un  vecchio
  cappuccino.  Quindi  i  suoi  discorsi divennero s stranj,  per una monaca
  singolarmente,  che prima di riferirli  necessario raccontare la storia di
  questa Signora,  e rivelare le passioni e i fatti che rendevano tale il suo
  linguaggio.
       Questi fatti sono tristi e straordinarj,  e per quanto a quei tempi di
  funesta  memoria  fossero  comuni  molte  cose  che sarebbero portentose ai
  nostri, l'autorit di un anonimo non avrebbe bastato a farci prestar fede a
  quello che siam per narrare: frugando  quindi  per  vedere  se  altrove  si
  trovasse  qualche  traccia  di  questa  storia,  ci  siamo abbattuti in una
  testimonianza la quale non ci  lascia  alcun  dubbio.  Giuseppe  Ripamonti,
  Canonico della Scala, Cronista di Milano etc., scrittore di quel tempo, che
  per  le  sue circostanze doveva essere informatissimo,  e negli scritti del
  quale si scorge una attenzione di osservatore  non  comune,  e  un  candore
  quale  non  si pu simulare,  il Ripamonti racconta di questa infelice cose
  pi forti di quelle che sieno nella nostra storia;  e noi ci serviremo anzi
  delle  notizie  ch'egli  ci  ha  lasciate per render pi compiuta la storia
  particolare della Signora.  Queste  cose  per,  quantunque  rese  pi  che
  probabili  da  una tale testimonianza,  e quantunque essenziali al filo del
  nostro racconto,  noi le avremmo taciute,  avremmo anche soppresso tutto il
  racconto,  se  non  avessimo  potuto  anche raccontare in progresso un tale
  mutamento d'animo  della  Signora,  che  non  solo  tempera  e  raddolcisce
  l'impressione  sinistra  che deggiono fare i primi fatti della Signora,  ma
  deve creare una impressione d'opposto genere, e consolante. Avremmo,  dico,
  lasciato di pubblicare tutta questa storia,  e ci per non offendere coloro
  ai  quali  il  rimettere  nella  memoria  degli  uomini  certe  colpe   gi
  pubblicate,  ma  dimenticate,  quando  non  sieno  terminate  con un grande
  esempio,  o con un gran pentimento,  sembra uno scandalo inutile,  comunque
  uno lo esponga. Senza esaminare il valore di questo modo di sentire, noi lo
  avremmo  rispettato,  quando  ci  non  costava  altro che di sopprimere un
  libro.
       Che se poi altri volesse censurare queste scuse  come  inutili,  e  ci
  accusasse di cader sempre in digressioni che rompono il filo della matassa,
  e  fermano l'arcolajo ad ogni tratto,  egli obbligherebbe chi scrive a fare
  un'altra digressione, e a rispondergli cos: - Il manoscritto unico, in cui
   registrata questa bella storia degli sposi promessi,  in mia mano: se la
  volete sapere,  bisogna lasciarmela contare a  modo  mio:  se  poi  non  vi
  curaste  pi  che  tanto  di sentirla,  se il modo con cui  raccontata  vi
  annojasse,  giacch dagli uomini si pu aspettar  tutto;  in  questo  caso,
  chiudete il libro, e Dio vi benedica. -
       Il  Padre della infelice di cui siamo per narrare i casi,  era per sua
  sventura,  e di altri molti,  un ricco signore,  avaro superbo e ignorante.
  Avaro,  egli  non  avrebbe  mai  potuto  persuadersi che una figlia dovesse
  costargli una parte delle sue ricchezze: questo  gli  sarebbe  sembrato  un
  tratto di nemico giurato, e non di figlia sommessa ed amorosa; superbo, non
  avrebbe  creduto  che  nemmeno  il risparmio fosse una ragione bastante per
  collocare una figlia in luogo  men  degno  della  nobilt  della  famiglia:
  ignorante,  egli  credeva  che tutto ci che potesse mettere in salvo nello
  stesso tempo i danari e la convenienza fosse lecito, anzi doveroso; giacch
  riguardava come il primo dovere del suo stato il conservarne l'opulenza,  e
  lo  splendore:  erano questi nelle sue idee,  i talenti che gli erano stati
  dati da trafficare,  e dei quali gli sarebbe un giorno  domandato  ragione.
  Una  figlia  nata in tali circostanze,  e destinata a dover salvare una tal
  capra e tali cavoli,  era ben felice se si sentiva naturalmente inclinata a
  chiudersi in un chiostro, perch il chiostro non lo poteva fuggire. Tale fu
  il  destino  della  Signora dal primo momento della sua vita;  e quando una
  donzella della signora Marchesa venne con l'aria confusa di chi confessa un
  fallo,  a dire al signor Marchese: "  una  femmina";  il  signor  Marchese
  rispose  mentalmente:  -  una  monaca-.   Si  pose  quindi  a  frugare  il
  Leggendario per cercarvi alla sua figlia un nome che fosse stato portato da
  una santa la quale avesse sortito natali nobilissimi e fosse stata  monaca;
  e  un  nome nello stesso tempo che senza essere volgare richiamasse al solo
  esser proferito l'idea del chiostro;  e quello di Geltrude gli parve  fatto
  apposta per la sua neonata. Bambole vestite da monaca furono i primi regali
  che  le  furono posti fra le mani;  e il padre,  facendola saltare talvolta
  sulle ginocchia la chiamava per vezzo: madre badessa.   A misura ch'ella si
  avanzava nella puerizia,  le sue forme si svolgevano in modo che prometteva
  una avvenenza non comune agli anni della giovanezza,  e nello stesso  tempo
  ne' suoi modi e nelle sue parole, si manifestava molta vivacit, una grande
  avversione  all'obbedienza,  e una grande inclinazione al comando,  un vivo
  trasporto pei piaceri e pel fasto.  Di tutte queste disposizioni  il  padre
  favoriva  quelle  soltanto  che venivano dall'orgoglio,  perch come abbiam
  detto lo considerava come una virt della sua condizione;  egli era superbo
  della  sua  figlia  come  era  superbo di tutto ci che gli apparteneva,  e
  lodava in essa gli alti spiriti, la dignit, il sussiego, qualit tutte che
  manifestavano un'anima nata a governare qualunque monastero. Della bellezza
  n egli, n la madre,  n un fratello destinato a mantenere il decoro della
  famiglia,  non parlavano mai;  e la Signora ne fu informata dalle donzelle,
  alle quali prest fede immediatamente.  Bench la condizione alla quale  il
  padre  l'aveva destinata fosse conosciuta da tutta la famiglia,  e da tutti
  approvata, nessuno le disse per mai: - tu devi esser monaca -.  Era questa
  come una idea innata; e quando veniva il caso di parlare dei destini futuri
  della  fanciulla,  questa idea si dava per sottintesa.  Accadde per esempio
  che alcuno  della  casa  correggendola  di  qualche  aria  d'impero  troppo
  oltracotante,  gli  diceva:  "tu  sei  una  ragazzina,  questi  modi non ti
  convengono; quando sarai la madre badessa, allora comanderai,  farai alto e
  basso". Talvolta il padre le diceva: "tu non sarai una monaca come tutte le
  altre;  perch  il  sangue  si  porta  da  per tutto dove si va";  e simili
  discorsi nei quali la Signora apprendeva implicitamente  ch'ella  aveva  ad
  essere monaca.
       Confusa  con  questa  idea  entrava per a poco a poco nella sua mente
  un'altra, per essere monaca era mestieri del suo assenso volontario;  e che
  questa  cosa  tanto  certa  non era per fatta,  e che il farla o non farla
  sarebbe dipenduto da una sua determinazione: ma  queste  due  idee  un  po'
  ripugnanti si avvicinavano nella sua mente come potevano: perch se un uomo
  non  dovesse  star  tranquillo che dopo d'aver messe d'accordo tutte le sue
  idee, non vi sarebbe pi tranquillit.  A sei anni fu posta in un monastero
  e  per  educazione,  e  per istradamento alla carriera che le era prefissa.
  Quale coltura d'ingegno potesse riceversi a quei tempi in un  monastero,  
  facile  argomentarlo dalla coltura universale,  e questa si pu argomentare
  dai libri che ci rimangono di quell'epoca.  Ora basti  il  dire  che  nella
  prima  met  del  secolo  decimosettimo  non usc ch'io sappia in Milano un
  libro, non dico insigne di pensiero, ma scritto grammaticalmente: dimodoch
  dalla ignoranza universale si pu francamente supporre che alle giovani  di
  quel tempo non si sar comunicato nemmeno ci che v' di pi chiaro, di pi
  certo,  di  meglio  digerito nelle cognizioni umane,  la storia romana.  Ma
  quello che pi importa di dire nel caso nostro si   che  quella  parte  di
  educazione  che  i  fanciulli riuniti in comunit si danno sempre fra loro,
  oper nella Signora un effetto contrario direttamente alla intenzione ed ai
  disegni suoi: fra le giovanette  educande  colle  quali  ella  fu  posta  a
  vivere,  erano  alcune destinate a splendidi matrimonj,  perch cos voleva
  l'interesse delle famiglie loro.  Geltrudina nutrita nelle idee  della  sua
  superiorit, parlava magnificamente dei suoi destini futuri di badessa, e a
  quello splendido che la fantasia dei fanciulli vede sempre nella condizione
  di  quelli  che  comandano  loro,  la  sua fantasia aggiungeva qualche cosa
  indeterminata di pi, perch le era stato detto tante volte: - tu non sarai
  una monaca come le altre -.  Ma ella s'accorse con maraviglia,  e non senza
  confusione,  che alcune delle sue compagne non sentivano punto d'invidia di
  questo suo  avvenire;  e  alle  immagini  circoscritte  e  scarse  che  pu
  somministrare anche ad una fantasia adolescente il primato in un monastero,
  opponevano immagini varie e luccicanti di sposo,  di palagi, di conviti, di
  villeggiature, di veglie, di tornei, di abiti, di carrozze,  di livree,  di
  braccieri, di paggi.
       Queste  immagini produssero nel cervello di Geltrudina quel movimento,
  quel ronzio, quel bollore che produrrebbe un gran paniere di fiori,  appena
  colti,  collocati  davanti  ad una arnia.  Sulle prime ella volle competere
  colle compagne,  e sostenere la superiorit della condizione,  che  le  era
  destinata; ma quanto pi ella cercava di magnificare le sue dignit future,
  tanto  pi  le  esponeva  ad  un  terribile genere di offesa,  il ridicolo;
  sentimento che  quelle  spavalducce  applicavano  pi  naturalmente  e  pi
  saporitamente alle dignit che vantava Geltrude, appunto perch le vedevano
  esercitate dalle loro superiore;  sorta di persone per le quali la puerizia
  prova cos facilmente l'ammirazione, come lo scherno.  E quel che  peggio,
  Geltrudina non poteva rivolgere le stesse armi contro le avversarie, perch
  le  ricchezze  e  la volutt non sono di quelle cose delle quali si ride in
  questo mondo: si ride bens di chi le desidera senza poterle ottenere, e di
  chi ne usa sgraziatamente; e questo ridere mostra l'alta estimazione in cui
  sono tenute le cose stesse: quei pochi che non le stimano, non esprimono il
  loro giudizio con la  derisione.  Geltrudina  quindi  per  non  restare  al
  disotto non aveva altro a rispondere,  se non che, ella pure avrebbe potuto
  pigliarsi uno sposo,  abitare  un  palagio,  essere  strascinata,  servita,
  corteggiata,  che  lo avrebbe potuto se lo avesse voluto,  che lo vorrebbe,
  che lo voleva; e lo voleva infatti. Quell'idea che le stava rannicchiata in
  un angolo della mente, che il suo assenso fosse necessario perch'ella fosse
  monaca, e che questo assenso dipendeva da lei, si svolse allora,  e divenne
  perspicua e predominante.  Con questo pensiero ella si teneva bastantemente
  sicura,  ma non senza covare un sentimento d'invidia e  di  rancore  contra
  quelle sue compagne le quali erano ben altrimenti sicure, e ch'ella avrebbe
  amate se la loro condizione non le fosse stata ad ogni momento un confronto
  doloroso.  Perch  questa  sventurata  non  aveva  un animo ostile,  non si
  dilettava naturalmente nell'odio; ma le sue passioni erano tanto violente e
  tanto delicate,  ella le idolatrava tanto,  che tutto ci che poteva essere
  ad esse di ostacolo,  offenderle, contristarle, diveniva per lei oggetto di
  avversione, e sarebbe stato vittima del suo furore quand'ella avesse potuto
  impunemente sfogarlo. In questo stato di guerra mentale giunse Geltrudina a
  quella et cos critica,  che  separa  l'adolescenza  dalla  giovinezza;  a
  quella  et,  in  cui  una  potenza  misteriosa entra nell'animo,  solleva,
  ingrandisce, adorna, rinvigorisce, raddoppia di forza tutte le inclinazioni
  e tutte le idee che vi trova.  Assoluta innocenza di  pensiero;  massime  e
  pratiche di Religione ragionata; occupazioni utili e interessanti, esercizj
  frequenti  e  dilettevoli  del  corpo,  confidenza  rispettosa e libera nei
  parenti o negli educatori,  sono i mezzi sicuri per trascorrere impunemente
  quella et perigliosa,  e per formare una mente tranquilla, saggia, e forte
  contra i pericoli della giovinezza e di tutta la vita.  Ma  le  circostanze
  della  povera  Geltrude  erano  ben  diverse:  tutto  tendeva  per  essa  a
  realizzare ogni pericolo di quella et e a renderla turbolenta,  e  funesta
  per l'avvenire. Pochissimi lavori, e lo studio del canto sopra parole d'una
  lingua  sconosciuta,  non  erano  esercizi che potessero impadronirsi della
  mente di Geltrude,  e trattenerla  dal  vagare  in  un  mondo  ideale.  Gli
  esercizj      corporali   consistevano  in  un  giro  quotidiano  dell'orto
  claustrale.  La confidenza e la comunicazione  delle  idee  era  quale  pu
  trovarsi  con  persone  le  quali  non  pensano  a  conoscere  un animo per
  dirigerlo nella sua scelta, ma a fissarlo in una scelta gi destinata.
  E,  quanto alla Religione,  ci che  in essa di  pi  essenziale,  di  pi
  intimo,  ci  che  fa resistere alle passioni,  e vincerle con una dolcezza
  superiore d'assai a quella che le passioni  soddisfatte  possono  arrecare,
  ci  che  preserva  dalla corruttela,  e mette in avvertenza anche contra i
  pericoli non conosciuti, non era mai stato istillato n meno insegnato alla
  piccola Geltrude;  anzi il suo intelletto era  stato  nodrito  di  pensieri
  opposti  affatto  alla  Religione.  Non  vogliamo  qui  parlare  di  alcuni
  pregiudizj,  che a quei  tempi  principalmente  si  ritenevano  per  verit
  sacrosante, e s'insegnavano insieme con le verit, pregiudizj non del tutto
  estirpati,  e  Dio sa quando lo saranno,  pregiudizj dannosi principalmente
  perch nella mente di molti associano all'idea della Religione quella della
  credulit e  della  sciocchezza,  e  dei  quali  perci  ogni  onesto  deve
  desiderare e promovere la distruzione;  ma pregiudizj che in gran parte non
  tolgono l'essenziale,  e si possono combinare con un sentimento di    piet
  profonda e sincera, e con una vita non solo innocente, ma operosa nel bene,
  e sagrificata all'utile altrui, del che tanti esempj hanno lasciati i tempi
  trascorsi,  e ne offrono fors'anche i presenti.  Ma, come abbiamo veduto, i
  parenti di Geltrude l'avevano educata all'orgoglio,  a quel sentimento cio
  che chiude i primi aditi del cuore ad ogni sentimento cristiano, e gli apre
  a  tutte le passioni.  Il padre principalmente,  che aveva destinata questa
  poveretta al chiostro prima di sapere  s'ella  sarebbe  stata  inclinata  a
  chiudervisi,  s'aveva talvolta pur fatta tra s e s questa obbiezione, che
  forse Geltrude non vi sarebbe  stata  inclinata:  caso  difficile,  ma  non
  impossibile;  e  contra il quale era d'uopo premunirsi.  Supponendo adunque
  che Geltrude allettata dalla  vita  del  secolo  avesse  voluto  rimanervi,
  bisognava  trovar  qualche cosa che la allettasse ad abbandonarlo,  per non
  usare della semplice forza,  mezzo di esito incerto,  sempre odioso,  e che
  poteva lasciar qualche dispiacere nell'animo del padre,  il quale alla fine
  non desiderava che la sua figlia fosse infelice,  ma semplicemente  ch'ella
  fosse  monaca.  Il  Marchese Matteo non era uomo di teorie metafisiche,  di
  disegni aerei: non aveva perduto il suo tempo sui libri,  ma  conosceva  il
  mondo,  era  un uomo di pratica,  quel che si chiama un uomo di buon senso;
  teneva che bisogna prendere gli uomini come  sono,  e  non  pretendere  gli
  effetti  di  una  perfezione ideale;  e che senza l'interesse l'uomo non si
  determina a nulla in questo mondo.  Cos per prevenire all'interesse che il
  secolo  poteva offrire a Geltrude,  egli si era studiato di far nascere nel
  suo cuore quello della potenza e del dominio claustrale. Egli aveva pensato
  ed operato con la dirittura e colla sapienza squisita d'un  uomo  il  quale
  desse  il  fuoco  alla  casa  di  un nimico posta a canto alla sua,  con la
  intenzione che quella sola dovesse andare in fumo  ed  in  faville.  Ma  il
  fuoco   appiccato   ch'ei  sia  non  si  lascia  guidare  dalle  intenzioni
  dell'incendiario,  va dove il vento lo spinge,  e si trattiene  a  divorare
  dove  trova  materia  combustibile;  e  le passioni svegliate una volta non
  ricevono pi la legge di chi le ha ispirate, ma si volgono agli oggetti che
  la mente apprende come pi desiderabili. L'orgoglio di giovane vagheggiata,
  adorata, supplicata con umili sospiri, di sposa ricca e fastosa, di padrona
  che comanda a damigelle ed a paggi ben  vestiti,  era  ben  pi  dolce  che
  l'orgoglio  di  madre  badessa,  e  in  quello  tutta s'immerse la fantasia
  orgogliosa di Geltrudina.  Cominci  dunque  a  far  castelli  in  aria,  a
  figurarsi un giovane ai piedi,  a levarsi spaventata,  e fuggire dicendo: -
  come ha ella ardito di venir qui?  - e non ricordava  pi  che  il  giovane
  senza  una  sua chiamata non sarebbe certo venuto a disturbarla.  Ma quella
  fuga e quell'asprezza non erano a fine di scacciarlo daddovero: il  giovane
  non perdeva coraggio;  nascevano nuovi casi, e tutto finiva col matrimonio,
  come la pi parte delle commedie.  Richiamava alla memoria  quel  poco  che
  aveva  veduto  dei passeggi della citt,  e vi girava in carrozza,  innanzi
  indietro;  ripensava la  casa  domestica,  le  anticamere,  le  livree,  il
  comando,  e  rifaceva tutto per suo uso,  ma in modo pi splendido.  Questi
  pensieri l'assediavano nel dormitorio, nel refettorio, nell'orto, nel coro;
  ella confrontava col brillante di essi, lo squallido che aveva sott'occhio,
  e si confermava sempre pi nel proposito di  non  dire  quel  "s"  che  si
  aspettava da lei. Le monache si accorsero di questa sua risoluzione ch'ella
  non  cercava nemmeno di nascondere affatto;  poich malgrado la fermezza di
  questa  risoluzione,   Geltrudina  rifuggiva  con  tremito   dall'idea   di
  manifestarla al padre di sua bocca; e desiderava ch'egli ne fosse prevenuto
  d'altra  parte:  poich  in  quel  caso non le restava che di sopportare la
  collera e le minacce del padre;  operazione passiva che le  sembrava  molto
  pi  facile,  che  di pronunziare quelle parole: "non voglio".  La poverina
  faceva come  colui  che  avendo  da  dire  qualche  cosa  di  spiacevole  a
  qualcheduno,  piglia la penna,  e gli manda le sue idee in un bel foglio di
  carta.  Ma se la determinazione traspariva,  i  motivi  erano  celati  alle
  monache;  Geltrude li nascondeva sotto quell'aspetto di indifferenza che la
  faccia dei giovanetti presenta quasi sempre all'occhio di chi comanda loro;
  essa li  nascondeva  con  quella  dissimulazione  profonda  che    data  a
  quell'et, e che forse non ritorna pi in nessuna altra epoca della vita, e
  che  appena  appena potr aver riconquistata un diplomatico di ottant'anni,
  se, come si dice,  gli uomini di questa professione sono i pi esercitati a
  nascondere i loro pensieri.  Con le compagne Geltrude era manco coperta,  e
  se esse avessero voluto o saputo osservare, dalle materie pi frequenti del
  suo discorso,  dall'entusiasmo al quale si abbandonava talvolta,  dalla sua
  picciola  stizza  se  non  altro  nella  quale  l'invidia  era trasparente,
  avrebbero potuto conoscere  qualche  cosa  dell'animo  suo:  qualche  cosa,
  perch nei sogni caldi e arditi della pubert v' una parte di stranio,  di
  fantastico,  di individuale che non si confida,  n s'indovina,  a quel che
  dice il manoscritto.

       Venne  finalmente  il  momento di levare Geltrude dal monastero,  e di
  ritenerla per qualche tempo nella casa e nel mondo. Il passo era spiacevole
  assai al Marchese Matteo, ma inevitabile, perch una ragazza allevata in un
  monastero non poteva far la domanda di esservi ammessa ai voti se non  dopo
  esserne  stata fuori per qualche tempo.  Era questa una formalit destinata
  ad assicurare alle figlie la libera scelta dello stato; giacch ognuno vede
  che sarebbe stato troppo facile di fare abbracciare  il  monastero  ad  una
  giovane, che rinchiusa nel chiostro dall'infanzia non avesse mai avuta idea
  di altro modo di vivere.
       Nessuno  ignora che le formalit sono state inventate dagli uomini per
  accertare la validit di un atto qualunque;  assegnando  anticipatamente  i
  caratteri   che  quell'atto  deve  avere  per  essere  un  atto  daddovero.
  Invenzione  che  mostra  aff  molto  ingegno:   invenzione   utile,   anzi
  necessaria, perch la pi parte delle quistioni che si fanno a questo mondo
  sono  appunto  per decidere se una cosa sia fatta o non fatta.  Ma tutte le
  invenzioni dell'ingegno umano partecipando della  sua  debolezza  non  sono
  senza  qualche inconveniente: e le formalit ne hanno due.  Accade talvolta
  che dove gli uomini hanno deciso che una cosa non pu esser realmente fatta
  che nei tali e tali modi,  la cosa si fa realmente in modi tutti diversi  e
  che non erano stati preveduti. In questo caso, la cosa non vale, anzi non 
  fatta.  E  non  andate  a  farvi  compatire  da  un  sapiente  col volergli
  dimostrare che la  fatta;  egli lo sa quanto voi;  ma sa qualche  cosa  di
  pi,  vede nella cosa stessa una distinzione profonda;  vede,  e vi insegna
  che la cosa materialmente   fatta,  legalmente  non  .  Dall'altra  parte
  accade pure,  che dopo essere stato dagli uomini predetto, deciso, statuito
  che,  dove si trovino i tali e tali  caratteri  esiste  certamente  in  tal
  fatto,  si  sono  trovati altri uomini pi accorti dei primi (cosa che pare
  impossibile eppure  vera) i quali hanno  saputo  far  nascere  tutti  quei
  caratteri  senza  fare  la  cosa  stessa.  In  questo  secondo caso bisogna
  riguardare la cosa come  fatta;  e darebbe segno di mente ben  leggiera  e
  non  avvezza  a  riflettere,    o  di semplicit rustica affatto colui che,
  ostinandosi ad esaminare il merito,  volesse dimostrare che la cosa non  .
  Guaj se si desse retta a queste chiacchiere,  non si finirebbe mai nulla, e
  non si andrebbe a pericolo di turbare  il  bell'ordine  che  si  ammira  in
  questo mondo.  Ma questi caratteri,  se non infallibili,  sono almeno stati
  scelti dopo accurate osservazioni,  senza passioni,  n  secondi  fini,  in
  tempi  nei  quali gli uomini fossero abbastanza esercitati nel rifletter su
  quello che vedevano per circostanziare i fatti che dovevano essere dopo  di
  loro?  Ah!  qui    la  quistione;  ma per trattarla con qualche fondamento
  converrebbe fare la storia del genere umano; da che ci asteniamo,  e perch
  siamo  per ora impegnati a raccontare quella di Geltrude,  in quanto ella 
  necessaria a conoscere la storia ancor pi vasta degli sposi promessi.
       Per accertare adunque la libera e  reale  vocazione  d'una  figlia  al
  chiostro,  era prescritto che ella ne stesse assente per qualche tempo;  ed
  era consuetudine che in questo tempo ella dovesse esser condotta  a  vedere
  spettacoli, ad assaggiare divertimenti, per conoscere ben bene quello a cui
  doveva  rinunziare  per  farsi  monaca.  E prima di vestir l'abito,  doveva
  essere esaminata da un ecclesiastico, il quale con interrogazioni opportune
  ricavasse se non le era fatta forza, e se ella non si faceva illusione,  se
  il  suo  proposito  era  insomma libero e ragionato.  Queste formalit per
  avevano certamente il secondo inconveniente di cui abbiamo  parlato;  tutto
  poteva  andare  in  regola,  e  la giovinetta infelice chiudersi contra sua
  voglia.  La cosa poteva accadere in  molti  modi:  ch'ella  sia  pi  volte
  accaduta   un fatto troppo noto,  e troppo vero: chi volesse ostinatamente
  negarlo,  abbia almeno la discrezione di non affermar mai di quelle  verit
  che sono contrastate, perch la sua affermazione diverrebbe un argomento di
  pi contro di esse.
       Bench   Geltrudina   sapesse   benissimo   ch'ella   andava   ad   un
  combattimento, pure il giorno della uscita dal monastero,  fu un giorno ben
  lieto  per  lei.    Oltrepassare quelle mura,  trovarsi in carrozza,  veder
  l'aperta campagna,  e quel ch' pi entrare nella citt,  furono sensazioni
  pi  forti  che non fosse il pensiero dei contrasti che aveva a sopportare.
  Per uscirne vittoriosa aveva la  poveretta  composto  un  piano  nella  sua
  mente.  - O vorranno ottenere il loro intento colle buone,  diceva ella tra
  s,  o mi parleranno brusco.  Nel primo caso io sar  pi  buona  di  essi,
  pregher, li muover a compassione: finalmente non domando altro che di non
  essere sagrificata. Nel secondo caso, io star ferma; il "s" lo debbo dire
  io,  e  non  lo  dir.  -  Ma  come  accade talvolta anche ai comandanti di
  eserciti,  non avvenne n l'una n l'altra cosa ch'ella  aveva  pensata.  I
  parenti  avvertiti  dalle  monache  delle disposizioni di Geltrude,  furono
  serj,  tristi,  burberi;   e  non  le  fecero  per  qualche  tempo  nessuna
  proposizione  n  con  vezzi,  n  con minacce.  Solo dal contegno di tutti
  traspariva che tutti la riguardavano come rea, e da qualche parola sfuggita
  qua e l s'intravedeva che la riguardavano come rea,  non gi di  ricusarsi
  al chiostro,  delitto che non poteva nemmeno venire in capo ad alcuno della
  famiglia, ma di non avviarvisi con buona grazia.  Cos ella non trovava mai
  un  varco  per  venire alla dichiarazione che era pure indispensabile;  e i
  modi secchi, laconici, altieri che si usavano con lei non le davano nemmeno
  il campo di potere avviare un discorso fiduciale ed amichevole il quale  di
  passo  in  passo  la conducesse a toccare il punto sul quale ella ardeva di
  spiegarsi, o almeno di farsi intendere.  Che s'ella soffrendo pazientemente
  qualche sgarbo, si ostinava pure a volere famigliarizzarsi con alcuno della
  famiglia,  se senza lamentarsi implorava velatamente un po' di amore, se si
  abbandonava ad espressioni confidenziali, e affettuose, ella si udiva tosto
  gittar qualche motto pi diretto e pi chiaro intorno alla  elezione  dello
  stato:  le si faceva sentire che l'amore della famiglia non era cessato per
  lei,  ma sospeso,  e che da lei dipendeva l'essere trattata come una figlia
  di  predilezione.  Allora  ella era costretta a ritirarsi,  a schermirsi da
  quelle tenerezze che aveva tanto ricercate,  e si rimaneva con  l'apparenza
  del  torto.  Si  accorava  e  si andava sempre pi perdendo d'animo: il suo
  piano era scompaginato,  e  non  sapeva  a  qual  altro  appigliarsi,  pure
  aspettava.  Ma  il non veder mai un volto amico,  ma le immagini tristi,  e
  direi quasi terribili delle quali era circondata la  rendevano  sempre  pi
  inclinata  a ritirarsi in quel cantuccio ameno e splendido che ognuno,  e i
  giovani in particolare,  si  formano  nella  fantasia,  per  fuggire  dalla
  considerazione di oggetti che attristano.
  Ritornava  ella  dunque  pi che mai a quei suoi sogni del monastero,  e si
  creava  fantasmi  giocondi  coi  quali  conversare.   Ma  i  fantasmi   non
  acquistavano  forma  reale;  ella  era tenuta ritirata quanto nel monastero
  perch il tempo dei divertimenti doveva venir dopo quella  domanda  ch'ella
  non  aveva  fatta  e  che era risoluta di non fare.  Rinchiusa per una gran
  parte del giorno con le donzelle, allontanata dalla sala ogni volta che una
  visita vi si presentasse, non mai condotta in altre case,  come avrebb'ella
  mai  potuto  vedersi  ai piedi quel tal giovane del monastero,  che,  senza
  contare tutte le altre difficolt,  non era a questo mondo?  Era questo  il
  suo  maggiore,  anzi  l'unico  suo  difetto,  giacch del resto,  bellezza,
  grazia, ricchezza, nobilt, eloquenza, sincerit,  costanza,  e sopra tutto
  appassionatezza,  nulla  gli  mancava.  V'era  rischio per altro che s'egli
  tardava troppo l'immaginazione di Geltrude,  stanca di aggirarsi nel  vuoto
  gli  trasferisse  la  bont che aveva per lui,  al primo ente reale che non
  fosse troppo  diverso  da  questo  immaginato  da  rendere  impossibile  lo
  scambio.  L'occasione  si  present in fatti,  e fu fatale a Geltrude.  Noi
  omettiamo i particolari di questo sciagurato affare, diremo soltanto che la
  prima lettera  di  risposta  ch'ella  aveva  scritto  ad  un  paggio  della
  Marchesa,  cadde in mano di questa, fu tosto consegnata al Marchese Matteo,
  e che il trambusto in casa fu, come era da aspettarsi, strepitoso.
       Il paggio fu sfrattato immediatamente, com'era giusto;  ma il Marchese
  Matteo  che aveva idee molto larghe sul giusto in ci che toccava il decoro
  della sua famiglia, intimando di sua bocca la partenza al ragazzaccio,  per
  non aumentare il numero dei confidenti, gl'intim nello stesso tempo che se
  egli  si  fosse  in  alcun  tempo  lasciato  sfuggire  una  paroluzza sulla
  debolezza di donna Geltrude,  la sua vita avrebbe scontato  questo  secondo
  delitto,  e che non vi sarebbe stato asilo per lui.  Queste minacce erano a
  quei tempi molto frequenti, e facevano pure colpo assai,  perch ognuno era
  avvezzo a vederne molte ridotte ad effetto.  Ci non di meno per essere pi
  certo della segretezza del paggio il Marchese Matteo nel forte del rabbuffo
  gli appoggi due solennissimi schiaffi,  pensando a ragione che  il  paggio
  sarebbe  stato  meno  portato  a raccontare un'avventura,  la quale per una
  parte poteva lusingare la sua vanit,  quando ella  avesse  finito  con  un
  incidente  doloroso e umiliante.  Alla donna di casa che aveva intercettato
  il corpo del delitto furono date molte  lodi,  e  nello  stesso  tempo  una
  prescrizione di segretezza,  non accompagnata da minacce, ma in termini che
  le fecero comprendere che questa segretezza era del massimo interesse anche
  per lei.
       Ma il temporale pi scuro,  pi lungo pi terribile venne  a  scendere
  sul  capo  di  Geltrude.  Il  Marchese  Matteo  dopo  d'averla  caricata di
  strapazzi,  ch'ella  intese  con  tanto  pi  tremore,  quanto  si  sentiva
  veramente  colpevole,  le  annunzi  una  prigione  indeterminata nella sua
  stanza,  e per sopra pi le parl di un castigo proporzionato  alla  colpa,
  senza specificarlo, e cos la lasci in guardia alla stessa donna che aveva
  scoperti gli altari.
       Geltrude  aspreggiata,  rinchiusa,  minacciata,  in una situazione che
  sarebbe stata dolorosa anche alla coscienza pi illibata,  si trovava anche
  la  memoria  del  fallo,  che  basta  a  rattristare  la  situazione la pi
  gioconda, e l'animo suo fu prostrato.  Non sapeva preveder come,  n quando
  la cosa sarebbe finita, si aspettava ad ogni momento il castigo incognito e
  per ci pi terribile; l'essere come sbandita dalla famiglia le era un peso
  insopportabile,  e  nello  stesso  tempo l'idea di rivedere il padre,  o di
  vedere la madre,  il fratello la prima volta dopo il suo  fallo  la  faceva
  trasalire  di  spavento.  In  questa  situazione  continua si svolse,  e si
  accrebbe nell'animo suo un sentimento nativo in tutti,  ma pi forte in lei
  per  indole  e  reso  ancor  pi  forte  dalla educazione,  il timore della
  vergogna: sentimento non solo onesto, ma bello,  ma essenziale;  sentimento
  per  che come tutti gli altri pu diventare passione violenta e perniciosa
  quando non sia diretto dalla ragione, ma nutrito di orgoglio.  La sola idea
  del pericolo che la sua debolezza per un paggio, per una persona meccanica,
  fosse risaputa da alcuna delle sue antiche superiore,  da una sua compagna,
  da un congiunto della casa,  questa idea le era pi terribile,  pi  odiosa
  della prigione,  dell'ira dei parenti,  del fallo stesso.  Ella sentiva che
  con la minaccia di svergognarla cos,  si sarebbe  potuto  ottener  da  lei
  quello  che  si  fosse  voluto.  E  sentiva nello stesso tempo quanto fosse
  peggiorata la sua condizione per la scelta dello stato:  giacch  il  primo
  requisito  per  poter resistere alle lusinghe e alle violenze era,  avrebbe
  dovuto essere di non aver nulla da rimproverarsi.
       La compagnia della sua guardiana non le era certo  di  alcun  sollievo
  nella sua ritiratezza angosciosa. Ella vedeva in quella donna il testimonio
  della sua colpa,  e la cagione della sua disgrazia, e la odiava. E la donna
  non amava la fumosetta, per cui era costretta a far vita da carceriera poco
  dissimile da quella di carcerata,  e che l'aveva depositaria  d'un  segreto
  pericoloso.  La  conversazione  era  quindi fra di esse quale pu risultare
  dall'odio  reciproco.   Non  restava  a  Geltrude  la  trista   e   funesta
  consolazione  dei sogni splendidi della fantasia: perch questi sogni erano
  tanto in opposizione col suo  stato  reale,  e  col  suo  avvenire  il  pi
  probabile, e quelle immagini erano tanto legate con la sua sciagura, che la
  mente  li  respingeva  con  incredula  avversione,  e ricadeva come un peso
  abbandonato, nella considerazione delle circostanze reali.
       Cominci quindi a dolersi davvero di ci che aveva fatto, a paragonare
  la vita che menava prima del  suo  fallo  con  quella  che  strascinava  in
  allora,  e  a  trovare la prima soave,  a rammaricarsi di non averla saputa
  conoscere.  L'immagine di colui al quale il suo cuore sgraziato e  leggiero
  si   era  abbandonato  un  momento  gli  compariva  accompagnata  di  tanti
  dispiaceri che aveva perduta ogni forza sulla sua fantasia.  Tanto    vero
  che all'amore per signoreggiare un animo,  bisogna un poco di buon tempo, e
  che le faccende gravi, e le grandi sciagure gli spennacchiano le ali, e gli
  spezzano i dardi,  se ci si permette una frase,  invero troppo poetica,  ma
  che  spiega  tanto bene ci che accade realmente nell'animo.  Scacciato dal
  cuore questo nimico,  il quale a dir vero non vi aveva  preso  gran  piede,
  raffreddata  alquanto  l'ira dalla tristezza e dal timore di peggio,  e dal
  pensare che al fine il castigo era  meritato,  il  pentimento  di  Geltrude
  cominci  ad essere pi dolce,  divenne un sollievo.  Pens ella al perdono
  che si ottiene con quello,  e si rallegr,  pens che ci ch'ella  soffriva
  poteva  essere  una  espiazione,  e  tutto le parve pi leggiero.  Si diede
  quindi tutta ad una divozione la quale in parte era un sentimento intimo  e
  retto  dell'animo,  in  parte un fervore della fantasia.  Le tornava allora
  alla mente il chiostro, e una vita quieta,  onorata,  lontana dai pericoli,
  la  dignit  di  monaca,  e  quella  benedetta  pompa di badessa,  e quella
  benedetta boria di essere la pi nobile del monastero, ultimo rifugio della
  sua  superbiuzza,   le  parve  un  zucchero  in  paragone  dello  stato  di
  umiliazione,  di prigionia, di disprezzo nel quale si trovava. L'avversione
  nutrita per tanto tempo a quella condizione le risorgeva pure con tutte  le
  sue  immagini,  ma  ella  le pigliava per tentazioni,  e le combatteva.  In
  questa incertezza,  ella desiderava di rivedere il padre,  di rivederlo con
  una  faccia diversa da quella di cui le rimaneva una immagine terribile,  e
  dolorosa, di avere il suo perdono, di essere riammessa alla famiglia.  Dopo
  molto combattimento,  prese la penna,  e scrisse al padre una lettera piena
  di entusiasmo e di abbattimento,  di afflizione e di speranza,  nella quale
  chiedeva  istantaneamente ch'egli la visitasse,  e gli lasciava intravedere
  ch'egli rimarrebbe contento di  lei.  Non  gi  ch'ella  avesse  presa  una
  risoluzione, ma non poteva pi reggere alla solitudine e alla proscrizione,
  e  sperava  confusamente  che  in  quel colloquio la risoluzione si sarebbe
  fatta per lo meglio.



                              Cap. III






      V'ha dei momenti in cui l'animo massimamente dei giovani, , o crede di
  essere talmente disposto ad ogni pi bella e pi perfetta cosa che  la  pi
  picciola  spinta  basta a rivolgerlo a ci che abbia una apparenza di bene,
  di  sagrificio,  di  perfezione;  come  un  fiore  appena  sbocciato,   che
  s'abbandona  sul  suo  fragile  stelo,  pronto a concedere le sue fragranze
  all'aura pi leggiera che gli asoli punto d'attorno.
       L'animo vorrebbe perpetuare questi momenti,  e  diffidando  della  sua
  costanza,  corre  con la sua alacrit a formar disegni irrevocabili: felice
  se la tarda riflessione non gli rivela col  tempo,  che  ci  che  gli  era
  sembrato  una  ferma  e  pura volont non era altro che una illusione della
  fantasia.  Questi momenti che si dovrebbero ammirare  dagli  altri  con  un
  timido  rispetto,  e  coltivare  dal  prudente  consiglio  in  modo  che si
  maturassero colla prova,  e col tempo,  nei quali  tanto  pi  si  dovrebbe
  tremare  e  vergognarsi  di chiedere quanto pi grande  la disposizione ad
  accordare, questi momenti sono quelli appunto, che la speculazione fredda o
  ardente dell'interesse, agguata e stima preziosi per legare una volont che
  non si guarda, e per venire ai vili suoi fini.
       Il Marchese Matteo,  il quale passato il  primo  caldo  dell'ira,  era
  tosto  corso  a  fantasticare  nella  sua mente se da quel disordine avesse
  potuto cavar qualche profitto per vincere la risoluzione di Geltrude, e che
  non era mai ristato dal ruminarvi sopra da poi,  s'accorse  al  leggere  di
  quella lettera che la figlia gli dava essa stessa l'occasione desiderata, e
  stabil tosto di battere il ferro mentre ch'egli era caldo.  Mand quindi a
  dire a Geltrude ch'ella dovesse venire nella sua stanza, ov'egli si trovava
  solo.  Geltrude v'and di corsa,  che innanzi o indietro  il  passo  della
  paura,  giunse senza alzar gli occhi dinanzi al Marchese,  si gitt ai suoi
  piedi, ed ebbe appena il fiato di dire: "perdono". Il Marchese con una voce
  poco atta a rincorare le rispose,  che il perdono non bastava  desiderarlo,
  che  questo  lo  sa  fare chiunque  colto in fallo e teme il castigo,  che
  bisognava insomma meritarlo.  Geltrude in tanto pi turbata ed atterrita in
  quanto  ella  era  venuta  con  la speranza di tosto ottenerlo,  chiese che
  dovesse fare per ottenerlo, chiese che dovesse fare per rendersene degna, e
  si disse pronta a tutto. Il Marchese non rispose direttamente,  ma cominci
  a  parlare lungamente del fallo di Geltrude e del torto ch'ella s'era posta
  in pericolo di fare alla famiglia. Questo discorso era al cuore di Geltrude
  come lo scorrere di una mano ruvida su una piaga. Aggiunse che,  quando mai
  egli  avesse  avuto  alcun  pensiero di collocare la sua figlia nel secolo,
  questo fatto sarebbe stato un ostacolo  invincibile,  perch  egli  avrebbe
  creduto suo dovere di rivelare la debolezza della sua figlia a chi l'avesse
  richiesta, non essendo tratto da cavalier d'onore il vender gatta in sacco.
  Finalmente,  raddolcendo alquanto il tuono della voce, e le parole, disse a
  Geltrude che questi eran falli da piangersi per tutta la vita,  e che  ella
  doveva  vedere in questo tristo accidente un avviso del cielo,  che le dava
  ad intendere che la vita del secolo era troppo piena di pericoli per lei, e
  che non v'era asilo, riposo sicurezza...
       "Ah!  s," interruppe incautamente Geltrude  mossa  ad  un  punto  dal
  timore,  dal  ravvedimento,  e da una certa tenerezza,  e sopra tutto dalla
  corrivit della sua fantasia.  Il Marchese,  - ci ripugna dargli in  questo
  momento  il titolo di padre - la prese in parola,  le annunzi il pi ampio
  perdono, si congratul con lei del partito ch'ella aveva preso,  della vita
  riposata e felice ch'ella avrebbe menata,  e la oppresse di quelle lodi che
  fanno paura,  perch lasciano indovinare a quali  improperj  esporrebbe  il
  cangiar  risoluzione.  Geltrude si stava stordita fra i diversi affetti che
  si succedevano nel suo cuore, non sapeva che dire, non sapeva che si avesse
  detto: dubitava di essersi troppo avanzata,  o d'essere  stata  strascinata
  pi  innanzi  che  non  avrebbe  voluto;  questo pensiero era per dubbio e
  confuso  nella  sua  mente;   ma  foss'egli  stato   limpido   e   spiegato
  perfettamente, manifestarlo, accennarlo, dire una parola che contraddicesse
  all'entusiasmo del Marchese, sarebbe stato uno sforzo quasi impossibile.
       Il  Marchese  fece  tosto chiamare la madre e il fratello di Geltrude,
  per metterli diceva egli,  a parte  della  sua  consolazione,  per  riporre
  Geltrude  nella  stima  e  nell'affetto  della  famiglia.  L'una  e l'altro
  accorsero immediatamente.  La Marchesa era avvezza dai primi giorni  a  non
  avere  altra  volont che quella del marito,  fuorch in due o tre capi pei
  quali aveva combattuto,  e ne era uscita vittoriosa.  Questa condiscendenza
  non veniva gi da un sentimento del suo dovere n da stima pel Marchese, ma
  dall'avere veduto chiaramente da principio che il resistergli sarebbe stato
  un cozzar coi muricciuoli.  S'era ella quindi renduta indifferente su tutto
  ci che riguardava il governo della famiglia,  contenta di fare a modo  suo
  nei  due  o  tre  articoli  che abbiamo accennati.  Del resto i disegni del
  Marchese sul collocamento di Geltrude erano cos conformi a quello  che  si
  chiamava interesse della famiglia,  e alle mire avare e ambiziose in allora
  tanto universali,  che quel poco di opinione che la Marchesa  aveva  a  sua
  disposizione non poteva non approvarli.  L'affezione materna per le faceva
  desiderare che Geltrude si facesse monaca di buona voglia,  come una  buona
  madre  che  abbia  una  figlia  tanto scrignuta e contraffatta da non poter
  esser chiesta da  nessuno,  desidera  ch'ella  preferisca  il  celibato  al
  matrimonio.  Al  giovane  Marchese era stato detto fin dall'infanzia che le
  entrate della casa erano appena appena proporzionate alla  nobilt,  e  che
  detrarne  anche  una  picciola parte sarebbe stato un decadere se non nella
  sostanza almeno nell'esterno;  egli riguardava quindi assolutamente come un
  dovere  in  Geltrude  di chiudersi in un chiostro: modo il pi economico di
  collocarsi: quindi l'aderire ch'egli faceva ai progetti del padre  era  una
  docilit poco costosa. Il Marchese fece cuore a Geltrude, e la present con
  volto lieto alla madre e al fratello. "Ecco", disse, "la pecora smarrita, e
  sia questa l'ultima parola che richiami tristi memorie.  Ecco" aggiunse "la
  consolazione  della   famiglia:   Geltrude   ha   scelto   ella   medesima,
  spontaneamente  quello  che  noi  desideravamo  per suo bene;  e non ha pi
  bisogno di consigli. E' risoluta,  ed ha promesso..." qui Geltrude alz gli
  occhi  tra  lo  spavento  e la preghiera al Padre,  come per supplicarlo di
  sostare un momento, ma egli ripet francamente: "ha promesso di prendere il
  velo." Le lodi e gli abbracciamenti furono senza fine,  e Geltrude riceveva
  le  une  e  gli  altri  con lagrime che furono credute di consolazione.  Il
  Marchese Matteo si diffuse allora a magnificare le disposizioni  che  aveva
  gi  fatte  di lunga mano per rendere lieta  e splendida la sorte della sua
  figlia. Parl delle distinzioni ch'essa avrebbe avute nel monastero,  e del
  desiderio  che le madri avevano di possederla,  e di osservarla come prima,
  la principessa donna del monastero,  dal momento in cui vi avrebbe  riposto
  il piede.  La madre e il fratello applaudivano: Geltrude era come posseduta
  da un sogno.
       "Oh!" s'interruppe il Marchese; "noi stiamo qui facendo chiacchiere, e
  si dimentica il principale: bisogna fare una domanda in  forma  al  Vicario
  delle  monache,  altrimenti  non  si  conclude  nulla."  Detto  questo fece
  chiamare tosto il Segretario. Questi giunse ritto ritto, intirizzato quanto
  poteva comportare la fretta di obbedire al Signor Marchese;  il quale tosto
  gli diede ordine di stendere la supplica. Il Segretario, rivolto a Geltrude
  disse:   "ah!   ah!"  per  pigliar  tempo  a  studiare  un  complimento  di
  congratulazione: ma il Marchese lo  interruppe  dicendo:  "presto,  presto,
  scrivete alla buona, senza concetti; gi conosciamo la vostra abilit."
  Il  Segretario  scrisse,  e  il foglio fu dato a Geltrude da ricopiare,  la
  quale ricopi, e appose il suo nome, come le comand il Marchese.  Il quale
  preso   il  foglio,   e  consegnatolo  al  Segretario  perch  lo  portasse
  addirittura cui era indiritto;  comand che si preparasse per  Geltrude  il
  suo  appartamento  ordinario,  che si dicesse ch'ella era guarita dalla sua
  indisposizione - era il pretesto preso per dar ragione  della  sua  assenza
  continua  -,  e  che  tosto  le si facessero apprestare abiti pi sontuosi.
  Quindi rivolto sorridendo a Geltrude,  le chiese quando ella sarebbe  stata
  disposta  a  fare  una  trottata a Monza per chiedere alla Badessa di esser
  ricevuta.  "Anzi..." riprese dopo aver  pensato  un  momento,  "perch  non
  v'andiamo  oggi stesso?  Geltrude ha bisogno di pigliar aria,  e sar ancor
  pi contenta quando il primo passo sia fatto".  "Andiamo,  andiamo" rispose
  la Marchesa.  "La giornata  bellissima.  ". "Vado a dar gli ordini", disse
  il Marchesino e stava per partire.  "Ma..." cominci Geltrude,  e non  pot
  continuare.  "Piano,  piano,  cervellino,"  ripigli il Marchese rivolto al
  figlio: "forse Geltrude  stanca,  e vuole aspettare fino a domani.  Volete
  voi  che  andiamo  domani?"  domand  a  Geltrude con uno sguardo che nello
  stesso tempo mostrava  il  sereno  e  minacciava  il  temporale.  "Domani,"
  rispose con debole voce Geltrude, alla quale non parve vero di aver qualche
  ora  di  rispetto,  e  che  nel  proferire  quella  parola  si sovvenne che
  finalmente quel passo non era l'ultimo, il decisivo; e che si poteva ancora
  darne uno indietro. "Domani," disse solennemente il Marchese: "domani,  il
  giorno ch'ella ha stabilito."
       Il resto della giornata  fu  occupatissimo,  Geltrude  avrebbe  voluto
  raccogliere i suoi pensieri,  riposarsi da tante commozioni, rendersi conto
  di quello che aveva fatto, di quello che era da farsi, sapere distintamente
  che cosa voleva,  trovare il modo di rallentare un po' quella macchina  che
  appena  mossa  andava  con  tanta  celerit,  per vedere almeno come ne era
  condotta,  e per arrestarla affatto se si fosse accorta che la conduceva ad
  un pentimento;  ma non ci fu verso. Le distrazioni si tenevano dietro senza
  interruzioni, e la mente di Geltrude era come il lavorio d'una povera fante
  che serva ad una numerosa famiglia e che in un giorno di faccende  chiamata
  di  qua  e di l non pu venire a capo di nulla.  Mentre s'apparecchiava il
  quartiere ch'ella doveva abitare,  ella fu  condotta  nella  stanza  stessa
  della  Marchesa,  per  essere  acconciata,  adornata,  vestita  del suo pi
  bell'abito;  operazione che il quel giorno le rec una noja  intollerabile.
  La   Marchesa   presiedeva  all'acconciamento,   e  parte  lodando,   parte
  riprendendo,  parte  consigliando,  parte  interrogando  Geltrude  di  cose
  estranie  non le lasci il tempo di raccozzar due idee.  Del resto a misura
  che l'opera procedeva verso la sua perfezione,  Geltrude stessa vi prese un
  po' d'affetto,  e vi occup quel poco di pensiero che le rimaneva.  I servi
  la inchinavano umilmente sul suo passaggio, accennando di congratularsi per
  la ricuperata salute; con una seriet che non avrebbe lasciato supporre che
  essi sapessero qualche cosa del vero motivo della assenza  di  Geltrude.  A
  tavola  Geltrude fu la regina: servita la prima,  trattenuta,  corteggiata,
  ella doveva rispondere  a  tante  gentilezze,  e  faceva  ogni  sforzo  per
  riuscirvi.  Il  Marchese  aveva fatto avvertire alcuni parenti pi prossimi
  del ristabilimento della figlia,  e della sua  risoluzione:  le  due  liete
  nuove  si  sparsero,  e  come  la  famiglia del Marchese spandeva un lustro
  grande  su  tutta  la  parentela,  comparvero  dopo  il  pranzo  visite  di
  congratulazione. I complimenti erano per la sposina - cos si chiamavano le
  giovani che erano per farsi monache - e la sposina doveva rispondere a quei
  complimenti;  ed ogni risposta era una conferma. S'avvedeva ben ella che ad
  ogni momento andava tessendo ella stessa una maglia di pi alla  sua  rete;
  ma  oltre  ch'ella  non  vedeva  ben  chiaro  se quella era una rete,  fare
  altrimenti le sembrava impossibile: poich come mai in presenza del  padre,
  a  chi  si  rallegrava  di  una risoluzione presa da lei,  ed annunziata da
  quello,  avrebb'ella potuto dare una risposta dubbiosa?  Partite le  visite
  Geltrude  entr con la famiglia nel cocchio dal quale era stata esclusa per
  tanto tempo: e si and a fare la  solenne  trottata.  Lo  spettacolo  e  il
  romore delle carrozze e dei passeggiatori, i discorsi incessanti del padre,
  della madre, e del fratello che per cortesia rivolgevano sempre la parola a
  Geltrude,  si contendevano l'attenzione della sua mente; e i pensieri sulla
  sua situazione vi apparivano istantaneamente come lampi in un povero cielo.
  Rientrato il cocchio,  in  casa,  e  fermato  sotto  le  volte  rimbombanti
  dell'atrio, i servi che scendevano in fretta coi doppieri, annunziarono che
  gran  parte  della  conversazione  era gi radunata.  Si mont con tutta la
  fretta che poteva conciliarsi con una certa gravit,  e di sala in sala  si
  giunse a quella della conversazione. La sposina ne fu il soggetto, l'idolo,
  e la vittima.  Chi si faceva prometter da lei,  chi prometteva visite,  chi
  parlava della madre tale  sua  parente,  chi  della  madre  tal  altra  sua
  conoscente;  chi lodava il cielo di Monza,  chi la regola del monastero. Se
  alcuno non potendo avvicinarsi a Geltrude assediata da altri,  o trovandosi
  distratto a ciarlare in un crocchio,  non le aveva detto nulla,  si sentiva
  tutto ad tratto preso come da  un  rimorso,  temeva  di  averle  fatta  una
  offesa,  e  studiava il momento di farle il suo complimento.  Finalmente la
  brigata si sciolse,  tutti partirono senza rimorso,  e  Geltrude  stordita,
  intronata  si  rimase  sola  con  la  famiglia,   dalla  quale  ebbe  altri
  complimenti sui complimenti che aveva ricevuti.  "Ho finalmente",  disse il
  Marchese  Matteo,  "avuta  la  consolazione di vedere mia figlia trattata e
  distinta da sua pari. Domani mattina," aggiunse, "converr essere presti di
  buon ora per andare a Monza come ha stabilito Geltrude." Geltrude  condotta
  finalmente  dalla  Marchesa nella stanza che le era preparata vi rimase con
  una donna che era stata quel giorno destinata ai suoi servigi,  in vece  di
  quella che aveva fatto presso di lei il tristo ufficio di carceriera.
       Questo  cangiamento  era stato provocato da Geltrude.  Vedendo ella in
  quel giorno il padre cos disposto a compiacerla in tutto fuor che  in  una
  cosa,  fu  tentata di profittare dell'auge in cui si trovava per soddisfare
  almeno una delle passioni che si univano a tormentarla.  Si  detto ch'ella
  vedeva  di  mal  occhio  la donna che le era stata spia e guardiana;  e che
  v'era fra esse un ricambio continuo, una gara di sgarbi.  Geltrude in certi
  momenti  di divozione le aveva perdonato,  ma cento perdoni non ne vagliono
  un solo.  Vedersi in quel giorno trattata con tanta  importanza  quasi  con
  tanto  rispetto da tutta la famiglia,  le dava un po' di superbia,  e nello
  stesso tempo il sentire che con queste lusinghe le si  faceva  fare  quello
  che  forse  ella  non avrebbe voluto le dava stizza: mentre il suo animo si
  trovava fra questi due tristi  sentimenti,  le  sovvenne  dei  modi  rozzi,
  famigliari,  insolenti che quella donna le aveva usati nella sua prigionia,
  e volendo lamentarsi di qualche cosa, se ne lament al padre. Questi ne fu,
  o se ne mostr sdegnato,  non istette a domandarle come  ella  pure  avesse
  trattata la donna; ma promise che darebbe una buona lavata di capo a colei,
  e  fiss immediatamente ai servigi di Geltrude un'altra donna di casa.  Era
  questa la  vecchia  governante  del  Marchesino:  e  Geltrude  faceva  poco
  guadagno nel cambio.  La vecchia alla quale il Marchesino era stato dato in
  guardia quando fu tolto alla nutrice, aveva per lui una falsa affezione  di
  madre: in lui aveva poste tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua
  gloria.  Dopo il Marchese ella era stata la prima a dire che Geltrude aveva
  ad  esser  monaca  per  non rubare una parte d'entrata al Marchesino.  Quel
  giorno ella era e si mostrava  tanto  soddisfatta  che  aveva  ricevute  le
  congratulazioni  dei  suoi  conservi,   tra  i  quali  era  un  personaggio
  d'importanza;   e  parlava  con  molta  bont  della  signorina  che  aveva
  conosciuto  il  suo  dovere.  Geltrude,  a  compimento  di quella giornata,
  dovette sentire le lodi e i  consigli  della  vecchia  che  spogliandola  e
  ponendola  a  letto  le  fece la storia di sue zie,  e di prozie,  le quali
  s'eran fatte monache per non intaccare il patrimonio della casa.  e che  se
  n'erano  trovate ben contente perch i monasteri dove s'erano chiuse avevan
  saputo tener conto dell'onore che arrecava loro l'aver dame di quella casa.
  Le raccont che si era ricorso ad esse per protezione,  e che esse dal loro
  parlatorio  avevano ottenuto ci che era stato invano domandato dalle prime
  dame nella loro gran  sala  di  ricevimento,  parl  degli  affari  d'onore
  imbrogliatissimi  ch'esse  avevano  conciliati,   delle  visite  di  grandi
  personaggi forestieri che avevano ricevute,  di che tutta  la  citt  aveva
  parlato.   "Ma,"  soggiungeva,  "erano  donne  che  sapevan  fare";  e  qui
  intrometteva qualche consiglio sulla condotta da tenersi a Monza. Prediceva
  gli onori che Geltrude avrebbe pur ricevuti,  le  distinzioni,  le  visite.
  Verrebbe  poi il Signor Marchesino con la sua sposa,  la quale doveva esser
  certo una gran dama,  e allora non solo il monastero,  ma  tutto  il  borgo
  sarebbe  in  movimento.  Geltrude  ascoltava  con una noja mista di qualche
  curiosit,  poich si trattava probabilmente del  suo  avvenire,  e  bench
  stanca  e stordita non diceva: "finitela",  per quella stessa curiosit che
  impedisce uno di lasciare a met una storia mal pensata o male scritta.  La
  vecchia  aveva  parlato mentre spogliava Geltrude,  quando Geltrude era gi
  coricata;  parlava ancora che Geltrude dormiva.  Le cure di rado tolgono il
  sonno alla giovinezza;  e sono tutt'altre cure che quelle onde era oppressa
  Geltrude. Il suo sonno fu affannoso, torbido, pieno di sogni penosi, ma non
  fu rotto che dalla voce agra della vecchia che  venne  di  buon  mattino  a
  riscuoterla perch si preparasse al viaggio di Monza.
       "Alto,  alto,  signora  sposina;   giorno fatto;  e prima ch'ella sia
  vestita,  rivestita,  in pronto,  ci vorr anche un'ora almeno.  La Signora
  Marchesa  si sta alzando,  e l'hanno svegliata quattr'ore prima del solito.
  Il Marchesino  gi disceso alla scuderia e risalito;  e si trova in ordine
  di  partire  quando  che sia.  Vispo come un leprotto quale diavoletto: ma!
  egli era tale fin da bambino: io posso ben dirlo che l'ho tenuto nelle  mie
  braccia.  Ma  quando    all'ordine  non  bisogna  farlo aspettare,  perch
  quantunque sia della miglior pasta del mondo,  allora egli strepita,  fa il
  diavolo:  e  questa  volta  avrebbe  anche  un  po'  di ragione perch egli
  s'incomoda per accompagnar lei.  Guarda in quei momenti:  non  ha  tema  di
  nessun,  fuorch  del Signor Marchese,  e un giorno il Signor Marchese sar
  egli.  Poveretto!  con due paroline per s'acqueta  subito.  Lesta,  lesta,
  signorina,  perch  mi sta guardando cos come incantata?  a quest'ora ella
  dovrebb'esser fuori del nido."
       Geltrude infatti desta per forza,  non ancora ben certa  di  vegliare,
  assalita  ad  un punto delle memorie del giorno trascorso,  dal pensiero di
  ci che si doveva fare in quello che cominciava,  e  dal  cinguettio  della
  governante,  stava  cogli  occhi socchiusi ed intenti come trasognata: quel
  destarsi era per la  sua  mente  come  il  dubbio  barlume  di  un  mattino
  tempestoso, quando un leggero diradamento nelle tenebre appena annunzia che
  il  sole   sull'orizzonte,  e a chi guarda pi attentamente il sole stesso
  appare  come  un  disco  bianco  e  leggiero  sospeso  dietro   le   nuvole
  trasparenti.  Quelle esortazioni per fecero colpo assai, perch la vecchia
  aveva toccato un tasto del quale essa stessa non conosceva tutta la  forza.
  Il  nome  del  Marchesino  aveva  gi fermata l'attenzione di Geltrude,  ma
  quando dalle parole della governante l'immagine del Marchesino  in  collera
  pass nella mente di Geltrude,  tutti i pensieri onde questa era affollata,
  si levarono  in  volo  come  uno  stormo  di  passere  alla  vista  di  uno
  spauracchio,  e  non rest pi a Geltrude che la voglia di sbrigarsi,  e di
  schivare quella collera. Geltrude, bisogna confessarlo,  non amava molto il
  fratello;  e  pei suoi modi aspri,  sprezzanti,  e imperiosi,  e perch  di
  tutta la casa il Marchesino era quello che pi sovente aveva  il  monastero
  in  bocca;  e  perch  le compiacenze e le distinzioni dei parenti sopra di
  lui,  la tenevano in uno stato continuo di paragone  umiliante.  Lo  temeva
  essa per, ma fino ad un certo tempo non quanto egli avrebbe voluto: e come
  di lingua e d'ingegno,  ella era meglio fornita di lui, di quando in quando
  ella si vendicava con un motto di molti giorni di una pesante persecuzione.
  Era quindi fra loro come un continuo stato di guerra. Ma quando dopo la sua
  prigionia Geltrude comparve davanti al fratello carica d'un  fallo  e  d'un
  perdono, alzando timidamente gli occhi sulla faccia del fratello, vi scorse
  una  superiorit  dalla quale non ebbe pure il pensiero di potersi ribellar
  mai; si sent soggiogata per sempre. Ed ora il solo pensare che il fratello
  in un momento d'impazienza potesse profittare del  vantaggio  che  ella  le
  aveva  dato  col  suo  fallo,  per  gittarle  un  motto,  un rimprovero che
  alludesse a quello,  la faceva tremare.  Si pose ella quindi  a  sedere  in
  fretta,  e  pure in fretta cominci a vestirsi.  Avrebbe potuto la poverina
  riflettere che quel pericolo era troppo lontano;  che  il  fratello  in  un
  momento  in  cui  sperava  da lei un tal sagrificio era ben lontano dal dir
  cosa che potesse offenderla;  e che alla fine  per  grossolano  e  sventato
  ch'egli  fosse,  non  avrebbe scherzato cos di leggieri con l'onore di sua
  sorella, al quale il suo proprio era tanto vicino;  ma un effetto dei falli
  si  appunto di render l'animo pi soggetto a timori non ragionevoli.
       Geltrude  si  vest dunque in fretta,  si lasci acconciare e comparve
  nella sala dov'era radunata la famiglia ad aspettarla.  Il  Marchesino,  al
  quale  corsero  dapprima  i suoi occhj,  se ne stava tranquillo,  senza dar
  segno d'impazienza: la Marchesa la quale aveva sagrificate tre ore di letto
  mostrava nell'aspetto quel misto di sentimenti che nasce dalla consolazione
  di aver fatta una impresa,  e dal dispetto  degli  incomodi  sostenuti  per
  venirne a capo.  Il Marchese con lieto viso si fece incontro a Geltrude,  e
  le disse: "Avete scelto una bella giornata: buon augurio."  "Buon  augurio"
  ripeterono  la  Marchesa  e  il  Marchesino.  Era  preparata  una  sedia  a
  bracciuoli,  e il Marchese accenn amorevolmente a Geltrude che vi sedesse,
  e  perch'ella  confusa  stava  alquanto  in  forse: "qui,  qui," diss'egli,
  "certamente: dopo  la  risoluzione  che  avete  fatta  non  siete  pi  una
  ragazzetta:  siete come un di noi." Appena Geltrude si fu seduta,  venne un
  servo che le present rispettosamente una tazza di ciocolatte.  Prendere il
  ciocolatte a quei tempi, era, dice il nostro manoscritto, quello che presso
  ai romani assumere la veste virile; e tutte queste cerimonie erano piccioli
  fili,  che legavano sempre pi la povera Geltrude.  Essa non confermava con
  parole la risoluzione  che  tutte  quelle  dimostrazioni  supponevano:  non
  diceva nulla, non faceva nulla, ma tutto ci che si faceva d'intorno a lei,
  la poneva in una situazione nella quale il disdirsi, appena il mover dubbio
  sulla  sua  risoluzione,  il  fermarsi  un momento avrebbe avuto sempre pi
  apparenza di stranezza scandalosa.  Preso il fatal ciocolatte,  il Marchese
  si alz,  pigli Geltrude in disparte, e con aria di consiglio amorevole le
  disse: "Ors figlia mia,  diportatevi bene: scioltezza e buon garbo." E qui
  le diede le istruzioni su quello che doveva fare e dire, e le fece ripetere
  la  formula  della  domanda.  "Benissimo,  a  meraviglia"  esclam quindi e
  continu: "Quelle buone suore vi aspettano a braccia aperte;  e  non  sanno
  nulla,  nulla...  Non mi date in fanciullaggini,  in pianti, non mi fate la
  Maddalena penitente,  guardatevi da un contegno che lasci sospettar qualche
  cosa: siate franca,  e mostrate di che sangue uscite. La vostra risoluzione
  vi ha meritato il perdono della famiglia;  il vostro fallo   cancellato  e
  dimenticato." Quand'anche Geltrude avesse avuto il coraggio, che non aveva,
  di porre qualche ostacolo,  questo discorso,  che le faceva sentire dove si
  sarebbe tosto portata la quistione,  l'avrebbe immediatamente  disposta  ad
  obbedire senz'altre osservazioni. Ella arross, non rispose nulla, chin il
  capo, gli occhi le si gonfiarono; ma un "via, via", detto risolutamente dal
  Marchese  e l'apparire d'un servo che annunziava che il cocchio era pronto,
  la costrinsero a farsi forza,  e a  ricomporsi.  Nello  scender  le  scale,
  Geltrude  fu  servita  da  un bracciere;  si mont in cocchio,  e si part.
  Gl'impicci, le noje, e i pericoli del mondo,  e la vita beata del chiostro,
  principalmente  per  le  giovani  di  sangue nobilissimo furono il tema del
  discorso durante il tragitto. All'entrare nel borgo,  al veder la porta del
  chiostro, Geltrude si sent stringere il cuore, ma gli occhi della famiglia
  erano  sopra  di  lei;  quando  il cocchio si ferm Geltrude guardando alla
  porta la vide gi piena di curiosi;  e  lo  studio  di  non  far  nulla  di
  sconvenevole la occupava tanto,  ch'ella scese,  e s'avvi quasi senz'altro
  pensiero. Attraversando il cortile si vide la porta del chiostro aperta,  e
  tutta  occupata dalle monache.  In prima fila alcune anziane con la badessa
  nel mezzo;  dietro le altre alla rinfusa,  quelle che erano  immediatamente
  dopo  le prime cacciavano il volto tra l'una e l'altra,  altre dietro ritte
  sulla punta dei piedi;  e per  non  tacer  nulla,  le  converse  in  ultimo
  sollevate sopra sgabelletti.  Si vedevano pure qua e l luccicare pi basso
  qualche paja di occhj avidissimi,  come al buco della chiave,  ed  apparire
  qua e l un po' di volto mezzo ascoso: erano le pi destre e le pi animose
  delle  educande  che  serpendo  tra una monaca e le altre s'eran trovate un
  cantuccio per vedere anch'esse qualche cosa: il che era  in  verit  troppo
  giusto..  Geltrude come incantata giunse in faccia a tanto teatro, condotta
  ed animata dai parenti,  e si  ferm  nel  bel  mezzo  davanti  alla  madre
  badessa. E' inutile dire che questa era stata dal Marchese avvertita per un
  messo  straordinario  della  visita  che  avrebbe  ricevuta  e  del perch.
  Geltrude fu accolta dalla badessa e da tutte  le  suore  con  acclamazioni.
  Dopo  i  primi saluti,  la badessa nel modo con cui si fa per formalit una
  domanda della  quale    certa  la  risposta,  le  domand  che  cosa  ella
  desiderava in quel luogo dove non v'era chi potesse nulla rifiutarle.
       "Son  qui..."  cominci  a rispondere Geltrude,  ma nel momento in cui
  ella doveva manifestare con certezza un desiderio che  era  tutt'altro  che
  certo  nel  suo  cuore,  nel momento in cui le sue parole dovevano decidere
  quasi irrevocabilmente del suo destino,  il  combattimento  interno  fu  s
  forte  ch'ella  non  pot proseguire,  e ristette un istante guardando come
  incantata la badessa, e la folla che la circondava. Cos guatando ella vide
  distintamente alcune delle sue compagne,  e sulla  parte  che  appariva  di
  quelle  faccette  e  pi  negli  occhi un'espressione mista di malizia e di
  compassione,  che diceva chiaramente: "Ah!  c' incappata la brava!" Questa
  vista le risvegli in cuore tutta l'avversione al chiostro, l'orrore per la
  violenza che l'era fatta,  e con questi sentimenti un lampo di coraggio.  E
  gi ella stava cercando una risposta diversa da quella che si aspettava  da
  lei,  cosa  troppo  difficile  a  trovarsi  in quella circostanza.  Alz un
  momento gli occhi verso il padre che le stava di fianco, per indovinare che
  effetto avrebbe prodotto la sua resistenza,  e come  per  esperimentare  le
  proprie  forze,  ma  vide  negli  sguardi  del  Marchese una espressione s
  minacciosa, che tutto il suo coraggio svan.  Pens che la resistenza,  che
  il ritardo, l'avrebbero resa innanzi a tanti occhi un soggetto di scandalo,
  di  stupore,  e di derisione,  pens al padre,  al fratello,  al mondo,  al
  paggio; si consol riflettendo che dopo quella formalit le rimaneva ancora
  una porta aperta per tornare indietro,  che poteva guadagnar tempo,  e  che
  avrebbe saputo approfittarne; e il partito il pi facile, il pi sicuro, il
  meno  terribile  in  quel  momento le parve di dire,  come fece: "Son qui a
  domandare d'essere ammessa a vestir l'abito." Nel breve  momento  d'indugio
  ch'ella  aveva posto a finir la sua frase un silenzio solenne aveva regnato
  fra gli astanti: le parole di Geltrude furono seguite da  una  acclamazione
  generale.  Chetato il tumulto, la badessa tutta sorridente, porse a memoria
  questa risposta che le era stata data in iscritto  da  un  bell'ingegno  di
  Monza,  uomo  colto  che  aveva  letti  i celebri romanzi del Pasta: "Se il
  rispetto non  ponesse  un  freno  agli  affetti,  io  accuserei  in  questa
  circostanza di troppo rigore quelle regole sapientissime che ci proibiscono
  di dare alcuna risposta a domande di questa natura prima di averne ottenuta
  la  licenza.  Bens senza riguardi,  accuseremo il tempo che coi suoi lenti
  passi ci ritarda il momento di dare questa risposta desiderosa non meno che
  desiderata. E voi, carissima figlia, con l'acume del vostro ingegno potrete
  intanto,  dai segni esterni  farvi  indovina  della  decisione  che  potete
  aspettarvi  da  tutte  le  nostre suore;  e da me umilissima superiora." Le
  acclamazioni ricominciarono: e le suore sorrisero di compiacenza,  e non  a
  torto perch la gloria del capo si diffonde sugli inferiori.
       La  badessa alla quale non era spiaciuto di aver molti uditori,  pens
  allora che la folla poteva essere incomoda,  si rivolse  ad  una  suora,  e
  disse "Ehi suor Eusebia,  date un po', una voce alla fattora, perch faccia
  sparire tutto quel minuto popolo, e chiuda la porta di strada." L'ordine fu
  dato ed  eseguito:  e  il  minuto  popolo  part  con  dispiacere,  ma  con
  ammirazione.  Geltrude passava intanto dalle braccia della badessa a quelle
  d'una e d'un'altra suora; e ognuna le faceva un complimento, il quale aveva
  in tutte a un di presso lo stesso senso: -l'avevam sempre detto che sareste
  nostra-. Passato quel primo impeto, la badessa preg Geltrude e la famiglia
  di passare nel parlatorio.  A questa preghiera,  le converse scesero  dagli
  sgabelli,  la  folla  si  dirad,  e la badessa con alcune delle anziane si
  avvi al parlatorio per l'interno del chiostro, mentre la famiglia milanese
  vi andava pel di fuori.

       V'ha due modi di  scendere  il  pendio  della  sventura:  l'uno    di
  capitombolare   ad  un  tratto  nel  precipizio,   l'altro  d'andarvi  come
  saltelloni in pi riprese: in questo  secondo  caso,  ogni  fermata    una
  specie  di  riposo;  e  l'intervallo  che  passa tra una caduta e l'altra 
  talvolta tutto occupato dalla speranza.  Geltrude sent un  certo  sollievo
  d'essere  uscita di quella stretta comunque ne fosse uscita,  e corse tosto
  col pensiero a proporsi di volere prima di fare un altro passo meditar  ben
  bene  se le conveniva o no di progredire,  e di non lasciarsi cogliere cos
  alla sprovveduta. Con questo pensiero ella fu condotta nel parlatorio.  Qui
  rinnovati  i  complimenti,  la badessa preg gli ospiti di aggradire alcune
  cosucce,  ch'ella faceva porre nella ruota da una conversa;  la quale dette
  il moto alla ruota, e ne rivolse la bocca verso il parlatorio esteriore.

       Due  secoli  e  pi sono passati dopo quel giorno memorabile: cos che
  noi crediamo di potere ormai senza indiscrezione manifestare che la  ruota,
  rivolgendosi,  offerse  agli  sguardi,  ed  alle  mani degli ospiti un gran
  bacile di dolci squisiti,  fabbricati di propria mano dalle suore  malgrado
  gli   ordini  ecclesiastici,   in  allora  recenti,   che  proibivano  loro
  assolutamente un tale esercizio.  E' da  credersi  che  questi  ordini  non
  ottenessero  un  pi  grande effetto in progresso di tempo,  giacch questa
  fabbricazione dur fino ai nostri giorni;  il che non si  accenna  qui  per
  censurare  con  indiscreta severit tutte le monache che si succedettero in
  questi due secoli;  una tale censura sarebbe  anzi  a  dir  vero  non  solo
  indiscreta,  ma  perfidamente ipocrita,  perch chi scrive ha mangiato egli
  stesso i dolci squisiti di fabbrica monastica, quando ha potuto averne.  Si
  parla  soltanto  di questo fatto,  perch pu dar luogo ad una osservazione
  piccante: che vi ha talvolta delle leggi che non sono eseguite.
       Dopo un "oh!" come di sorpresa,  dopo alquanto schermirsi,  e lagnarsi
  d'essere  trattati  in  cerimonia,  il bacile fu manomesso,  i dolci furono
  gustati con atti che esprimevano l'ammirazione,  somme lodi furon date  con
  sentimento  molto,  e rispinte con molta modestia.  Mentre la Marchesa e il
  Marchesino si abbandonavano con alcune suore alle varie riflessioni che pu
  far nascere un bacile di dolci, e Geltrude era costretta di rispondere come
  poteva ai complimenti che altre suore le facevano,  la madre badessa chiam
  in disparte il Marchese ad un'altra grata.
       "Signor  Marchese...   per  adempire  alle  regole...   per  una  pura
  formalit... debbo dirle... che ogni volta che una figlia domanda di essere
  ammessa...  la Superiora,  quale io sono indegnamente...  tiene obbligo  di
  avvertire  i  parenti  che  se  mai essi forzassero la volont della figlia
  incorrerebbero nella scomunica... Mi scuser..."
       "Benissimo,  benissimo,  reverenda madre;  troppo giusto: lodo la  sua
  esattezza. Ma gi ella non pu dubitare..."
       "Oh!  Pensi,  Signor Marchese;  non sono pur cose da dirsi: ho parlato
  per mio dovere; ma s'immagini..."
       "Certo,  certo,  madre badessa." Finito il qual breve dialogo,  i  due
  interlocutori  si separarono in fretta,  come se fosse incomodo ad entrambi
  il continuarlo, e andarono a mescersi ognuno alla sua brigata.  Dopo alcuni
  altri  complimenti,  il  Marchese  si  accomiat,  e  Geltrude colle tenere
  espressioni della badessa,  con le istanze delle suore di venir presto,  fu
  rimessa in cocchio pi stordita,  pi incerta, pi sopra pensiero di quello
  che fosse partita la mattina,  ma con un anello di pi alla sua  catena;  e
  che anello!
       Ma  la  badessa  aveva  ella  qualche  dubbio sulla libera elezione di
  Geltrude,  o prestava fede intera alle  parole  materiali  ch'erano  uscite
  dalla  bocca  di lei?  Il manoscritto non ne dice nulla;  si perde invece a
  raccontare lunghissimamente dei  particolari  nojosi  che  noi  ommettiamo,
  intorno  ad  alcune  brighe  del monastero,  ad alcune rivalit,  ad alcuni
  impegni,  nei quali l'aver fra le suore una figlia di famiglia potentissima
  poteva essere un gran soccorso.



                               Cap. IV






       Appena  cessati  gl'inchini  che  dalla  carrozza  si dovevano fare in
  risposta alle riverenze delle suore  che  stavano  sulla  soglia  a  vedere
  partire i signori,  e la nuova sorella,  appena messo in moto il cingolante
  carrozzone,  Geltrude fu assalita da nuovi complimenti sul modo con cui  si
  era  portata,  sul suo contegno,  sull'ammirazione che aveva eccitato nelle
  monache,  sul  giubilo  di  queste  per  l'acquisto  che  facevano,  e  per
  conseguenza   sulla  felicit  di  che  Geltrude  avrebbe  goduto  in  loro
  compagnia.  Ma tutti  gli  elogi  non  furono  per  Geltrude.  La  Marchesa
  sbadigliando  parl  con  ammirazione  della  badessa:  "Come s' portata!"
  diss'ella "non mi aspettavo tanto; ah! che contegno! aah! che dignit! aah!
  che disinvoltura!"
       "S,  s" rispose il Marchese,  "ma!  Geltrude sar  altra  cosa."  Il
  discorso  sarebbe  durato  fino all'arrivo in citt se il Marchesino che ne
  era nojato non l'avesse troncato per parlare dei divertimenti che  Geltrude
  doveva  godere nell'intervallo fra la domanda e l'accettazione.  E qui come
  conoscitore espertissimo di tutto ci che nella citt e  nei  contorni  era
  degno da vedersi, egli ne anticip a Geltrude larghe e variate descrizioni;
  e le parl di molte sposine ch'egli aveva incontrate,  senza risparmiare la
  storia di qualche grossa semplicit di taluna di esse, che aveva molto dato
  da ridere.  Il Marchese lasciava chiacchierare il figlio,  perch in questa
  faccenda  egli  aveva  pi  da  fare  che  da  dire,  e  tutto  ci che gli
  risparmiava una occasione di discorso,  lo toglieva da un impaccio:  quanto
  alla  Marchesa,  malgrado i trabalzi che una carrozza di quei tempi dava in
  una strada  di  quei  tempi,  ella  dormiva  saporitamente:  cosa  che  non
  sorprender  chi  sappia  che cosa vuol dire essere svegliato tre ore prima
  del solito, e per occuparsi di una cosa indifferente.
  La Marchesa fu desta dal rimbombo dell'atrio  di  casa,  e  dall'improvviso
  fermarsi della carrozza.  Scesi, e salite le scale, il Marchese intim alla
  madre  e alla figlia che prima del pranzo dovessero porsi  in  assetto  per
  andar  subito dopo a restituire la visita alle dame che avevano favorito la
  sera antecedente. Detto e fatto;  l'acconciatura,  il pranzo,  le visite si
  succedettero  senza  interruzione;  e  la  solita  conversazione termin la
  giornata.  Dopo cena il Marchese pose in campo il discorso dei divertimenti
  che  si dovevano dare a Geltrude,  e delle conversazioni dove ella aveva ad
  esser presentata come sposina. "Bisogner pensare senza ritardo", soggiunse
  egli,  "a scegliere una madrina degna della nostra casa." La  madrina,  mio
  giovane  lettore,  era  una  donna  incaricata  di  condurre  la sposina ai
  divertimenti, alle conversazioni, di presentarla,  e di vegliare sovr'essa.
  Siccome  il Marchese proferendo quelle ultime parole s'era voltato verso la
  Marchesa come invitandola a  proporre  la  dama  che  fosse  paruta  pi  a
  proposito (atto per parentesi che il Marchese faceva rarissimo) la Marchesa
  cominci tosto: "Vi sarebbe..." "No no," interruppe il Marchese,  "la prima
  condizione d'una madrina  ch'ella vada a genio  della  sposina;  e  bench
  l'uso universale e ragionevole dia questa scelta ai parenti,  pure Geltrude
  ha tanto giudizio che merita che si faccia una eccezione per  lei."  E  qui
  rivolto  a  Geltrude  col piglio di chi fa una grazia singolare,  continu:
  "Ognuna delle dame che avete visitate questa mattina,  e di quelle  che  si
  sono  trovate  questa sera alla conversazione,  ha le condizioni necessarie
  per essere madrina d'una figlia  della  nostra  casa,  e  ognuna  si  terr
  onorata di essere preferita: scegliete."
       Geltrude incerta com'era,  e stanca e indispettita dei passi che le si
  facevano fare sulla via del chiostro,  non avrebbe voluto far nulla: ma  la
  grazia  era  offerta  con  tanto  apparato  ch'ella s'avvide che il rifiuto
  sarebbe stato preso per un  disprezzo;  e  nello  stesso  tempo  non  volle
  perdere quel qualunque vantaggio che le dava il potere di scegliere. Nomin
  dunque  la  dama che in quel giorno le era pi dell'altre piaciuta,  quella
  cio che le aveva fatte pi carezze d'ogni altra,  che l'aveva  lodata  pi
  d'ogni  altra,  che  nell'accoglierla  e  nel  conversare  con lei le aveva
  mostrato tutto quell'aggradamento,  quella famigliarit,  quell'affetto che
  alle  volte in una prima conoscenza imita i modi di un'antica amicizia.  La
  dama scelta da  Geltrude  aveva  da  lungo  tempo  fatto  assegnamento  sul
  fratello  di  Geltrude  per  farne il marito d'una sua figlia ch'ella amava
  assai. "Ben scelto, ben scelto," disse il Marchese: "e Lei", prosegu verso
  la Marchesa,  "andr domani a farne la domanda alla dama;  e si ricordi  di
  dire  che  la  scelta   stata fatta da Geltrude: che son certo che la dama
  aggradir doppiamente la domanda."

       Noi  non  terremo  dietro  a  Geltrude  nei  divertimenti,   e   nelle
  conversazioni  a  cui  fu condotta o strascinata;  n racconteremo tutte le
  impressioni e i sentimenti dell'animo  suo  in  questa  spedizioni;  poich
  dovremmo   ripetere   tante   volte  la  stessa  cosa,   quante  furono  le
  fluttuazioni,  le risoluzioni,  i pentimenti,  i s e i no della sua mente,
  che furono infiniti.
       Talvolta la pompa degli addobbi,  lo splendore delle feste,  la musica
  che non esprime alcuna idea, e ne fa nascere a migliaja, quella esaltazione
  di gioia che appare negli uomini radunati per divertirsi,  e per dir  tutto
  le  qualit  auree  di qualche giovane cavaliere che s'indovinavano al solo
  vederlo, le comunicava una certa ebbrezza,  una specie di entusiasmo che le
  faceva  proporre  di  soffrire ogni cosa piuttosto che di tornare all'ombra
  trista e fredda del  chiostro.  Talvolta  lo  stordimento,  la  fatica,  la
  seccaggine dell'udire e la contenzione del rispondere le faceva parer dolce
  quel  silenzio  e  quella  pace.  Si  destava  talvolta  piena ancora delle
  immagini splendide del giorno trascorso;  pensava al passo irrevocabile che
  stava  per  dare,  e  diceva  tra s: - Oh che sproposito!  - si sentiva un
  coraggio a tutta prova,  e prometteva di tornare indietro.  La presenza del
  padre,  o  del  Marchesino,  una cosa qualunque da farsi raffreddavano quel
  primo impeto;  il quale alla sera si trovava talvolta cangiato in un  pieno
  abbattimento.  Tornavano allora alla mente le difficolt, si pensava allora
  che se anche resistendo si avrebbe potuto schivare il chiostro,  non era da
  sperarsi  il  viver  lieto del quale allora si gustava una parte: perch si
  era in colpa,  perch tutta la bonaccia presente non era assicurata che  da
  un  perdono,  e  il  perdono  dalla  risoluzione di pigliare il velo.  Come
  sarebbero andate le cose,  se la risoluzione si  fosse  ritrattata?  e  con
  quali  parole ritrattarla?  come cominciare?  da che?  Geltrude ritirava lo
  sguardo da questo mare in tempesta,  e rivolgendolo allora al chiostro,  il
  chiostro le pareva un porto.
       Coltivava  ella  allora  i  sentimenti pii che potevano far piacere il
  chiostro a chi l'avesse scelto volontariamente,  e  in  quelli  cercava  di
  riposare. Quando dopo questi momenti ella si trovava con la famiglia, o con
  altri,  diceva  spontaneamente  e  con aria di posata fermezza,  parole che
  dovevano far credere che la sua scelta era liberissima.  Tutte le volte poi
  ch'ella era posta in una circostanza nella quale ci che'ella doveva fare o
  dire  doveva essere un nuovo attestato di questa sua scelta,  ella faceva e
  diceva ci che lo poteva far credere,  ci che  la  impegnava  sempre  pi.
  Bench  alcune  volte  in  quelle circostanze,  ella sentisse una manifesta
  ripugnanza all'impegnarsi davantaggio,  quantunque ella vedesse chiaramente
  che  ci  ch'ella  stava  per  fare  le  rendeva  pi  e  pi  difficile il
  retrocedere,  pure il dire o fare il contrario l'avrebbe posta  tutt'ad  un
  tratto in una situazione cos dura e cos difficile,  ch'ella non poteva n
  pure pensare di farlo.  Ella era come chi trovandosi su un  ripido  pendio,
  vedesse all'ingi sotto di s un picciol passo da farsi,  e quindi un luogo
  di riposo,  e volgendosi indietro per guardare alla  via  che  bisognerebbe
  fare  per  risalire  vedesse  il  principio  d'una  erta,   lunga  dirotta,
  disastrosa.  E la povera Geltrude non dava passo  che  per  discendere.  Ma
  siccome  chi  nuoce  a  se  stesso nell'avvenire per timore di nuocersi nel
  momento presente,  non vuol mai confessare a se stesso tutto il male che si
  fa,  n darsi cos tosto per perduto,  e ad ogni male che si fa, si consola
  con l'idea d'un rimedio, cos anche Geltrude aveva trovato nella via che le
  restava da percorrere un momento di pi forte speranza.  Questo momento era
  quello  dell'esame  che un ecclesiastico deputato dal vicario delle monache
  doveva fare della sua vocazione;  esame nel quale ella si  sarebbe  trovata
  sola  con  lui,  e  nel quale ella si teneva certa che qualche occasione si
  sarebbe offerta per potere svilupparsi da quel laccio, se laccio era,  e in
  ogni  caso,  di  conoscere  ella  stessa  pi chiaramente il suo animo,  di
  deliberare sulla sua scelta pi posatamente,  pi sicuramente di quello che
  potesse  fare  coi  parenti  gi  risoluti senza deliberazione,  e coi suoi
  pensieri troppo agitati, troppo confusi, troppo inesperti per deliberare.
       Il momento che Geltrude  desiderava  non  senza  qualche  terrore,  il
  Marchese lo affrettava con istanze,  perch, come si  detto, egli era uomo
  esperimentato,  e sapeva che a volere che un affare sia spicciato,  bisogna
  muoversi;  e  il  momento  venne.  Un  bel  mattino  il Marchese annunzi a
  Geltrude che in quel giorno il Signor...  ecclesiastico mandato dal vicario
  delle  monache,  verrebbe  ad  esaminare  la sua vocazione.  Ma come quella
  conferenza avrebbe avute conseguenze serie, e Geltrude vi doveva esser sola
  con l'ecclesiastico, cos il Marchese stim che fosse necessario aggiungere
  all'annunzio qualche avvertimento che lasciasse  un'impressione  nell'animo
  della figlia,  e le servisse di compagnia e di guardia nell'assenza forzata
  d'ogni altro custode.
       "Ors, Geltrude," diss'egli; "finora voi vi siete diportata da angelo:
  ora si tratta di coronar l'opera.  Oggi voi  dovete  fare  un  gran  passo;
  pensate  che  da esso dipende l'onore di vostro padre,  della famiglia,  il
  vostro,   il vostro destino di tutta la vita.  Tutto quello che si   fatto
  finora, si  fatto di vostro consenso, anzi a vostra richiesta. Se in tutto
  questo frattempo vi fosse nato qualche pentimento,  qualche dubbio, avreste
  dovuto manifestarlo ma ora,  voi ben vedete che non    pi  tempo  di  far
  ragazzate.  Io mi sono impegnato,  in faccia al mondo,  e mi sono impegnato
  perch voi mi avete dato motivo di  credere,  di  esser  certo  che  poteva
  impegnarmi senza rischio di avere smentita. Ricordatevi che la pi picciola
  esitazione che voi potreste mostrare oggi, mi porterebbe nella necessit di
  scegliere  fra  due partiti dolorosi: o di rinunziare alla mia riputazione,
  lasciando credere che io ho presa con leggerezza una leggerezza vostra  per
  una  ferma risoluzione,  che ho fatte tante pubblicit senza riflessione...
  che so io...  che ho preteso far violenza alla  vostra  vocazione...  o  di
  svelare  i  veri  motivi della richiesta che voi avete fatta,  e del vostro
  pentimento.  Il primo partito non pu assolutamente stare con ci che debbo
  a  me  e  alla casa.  Astretto di appigliarmi al secondo,  dovrei anche poi
  trattarvi come una figlia  colpevole,  che  avrebbe  corrisposto  al  primo
  perdono con un'altra gravissima colpa..."
       Il  tuono solenne e minaccioso con cui il Marchese aveva cominciato il
  suo discorso aveva gi messo in  apprensione  Geltrude:  e  nella  angoscia
  dell'aspettazione  i  tratti del suo volto erano immobili,  tesi,  ravvolti
  come le foglie d'un fiore nell'afa che precede la burasca: ma la  gragnuola
  assidua  e  crescente  delle  parole  minacciose  percotendola,  la abbatt
  affatto,  e la f sciogliere in uno scoppio di pianto.  "Via via...  che  
  stato?"  disse  avvedendosene il Marchese,  il quale era in quella faccenda
  tanto occupato delle conseguenze che ella poteva  avere  per  lui  che  non
  pensava che ella potesse toccare  altri tanto sul vivo. "Che  stato? io ho
  parlato in una supposizione impossibile...  pure doveva pensare anche ad un
  tal caso,  per quanto  giudizio  abbiate,  io  doveva  mettervi  in  avviso
  sull'importanza  delle  risposte che oggi siete per dare.  Il Signor...  vi
  domander se la vostra risoluzione  libera,  se i  parenti  non  vi  hanno
  comandato, consigliato... che so io?... ed io doveva avvisare di pesare ben
  bene  la  risposta,  perch  ella  sia tale da non pormi nella necessit di
  farne un'altra io, e... ma via,  via,  le son ciarle;  voi farete il vostro
  dovere da brava,  come avete fatto finora;  e non si parler tra di noi che
  di consolazioni.  Via non  piangete,  ricomponetevi,  io  vi  lascio  sola:
  rasserenatevi,  non  fate che il Signor...  vi trovi in uno stato che possa
  dare dei sospetti, mi fido di voi." Cos dicendo part,  lasciando Geltrude
  a tutta l'agitazione che poteva dare un tal discorso ad una giovane del suo
  carattere  in  quella circostanza.  Geltrude pianse amaramente,  si sdegn,
  volle meditare su quello che aveva a dire;  ma questa meditazione era  cos
  piena di dolori, di incertezze, e d'angustie, che la poveretta prescelse di
  divertirne a forza il pensiero, di rivolgerlo a qualche cosa di estraneo, e
  di aspettare il consiglio dalla cosa stessa e dal momento. Ma qual si fosse
  il partito al quale ella dovesse appigliarsi nell'abboccamento, ella stessa
  sentiva ripugnanza e vergogna a presentarvisi in un aspetto che annunziasse
  una  qualche  perturbazione,  e risolvette di avere un aspetto tranquillo e
  decente;  e lo ebbe in brevissimo tempo.  Pretendendo alcuni che le  figlie
  d'Adamo  riescano  molto  meglio  a dominare l'espressione esterna del loro
  animo che l'animo stesso;  e che in questa parte riescano meglio assai  che
  non quegli individui del genere umano che si chiamano di preferenza uomini.
  Ma tutte queste quistioni di paragone tra l'un sesso e l'altro, non saranno
  mai messe in chiaro,  e n pure ben poste fin che gli uomini ne tratteranno
  ex professo negli scritti: giacch essi peccano tutti verso le donne  o  di
  galanteria  adulatoria,  o di ostilit grossolana.  Con questa osservazione
  non s'intende gi di spezzare temerariamente tante opere profonde che  sono
  state  scritte  sul  merito  comparativo  del  bel sesso,  e le riflessioni
  infinite e bellissime su questo argomento che sono sparse  in  tante  altre
  opere;  ma per quanto una materia sia stata egregiamente trattata,  sempre
  lecito di desiderare qualche cosa di pi.
       "Il Signor...!" A questo annunzio Geltrude balz in piedi  vergognosa,
  e  agitata,  facendogli  le  accoglienze  che usano le persone vergognose e
  agitate.  Il Marchese lo accompagnava,  e dato uno sguardo  a  Geltrude  si
  ritir:  la  madrina  pass  nella stanza vicina: la porta di comunicazione
  aperta in modo che ella potesse da quella vedere e non intendere.
       I lettori d'una storia hanno il privilegio di conoscere  i  personaggi
  prima  di  vederli  operare,  di  sentirli  parlare;  ed  questa una delle
  ragioni per cui la lettura d'una storia  molte volte  pi  chiara  e  meno
  difficoltosa che la condotta negli affari della vita.  Per servire a questo
  privilegio noi diremo qualche cosa del Signor...
       Era un buon uomo;  e la bont gli era s naturale,  che gli pareva  la
  cosa  la  pi  naturale  del  mondo:  siccome  ve  n'aveva sempre nelle sue
  intenzioni e nelle sue azioni,  egli ne supponeva sempre nelle intenzioni e
  nelle  azioni  degli  altri: nel che il buon uomo aveva torto.  Non vogliam
  dire con questo che egli avrebbe  dovuto  giudicare  sfavorevolmente  degli
  altri,  supporre male,  attenersi a quell'indegno proverbio che dice: - chi
  pensa male pensa una volta sola -: ohib: questo  un eccesso pi comune, e
  peggiore.  Avrebbe dovuto lasciar  di  giudicare  nelle  cose  che  non  lo
  toccavano; e quelle nelle quali il suo giudizio doveva influire sulla sorte
  altrui,  avrebbe  dovuto  sospenderlo  fino a tanto che da un attento esame
  egli avesse potuto  formarlo,  buono  o  tristo,  ma  con  quella  maggiore
  certezza  che  data a quello stromento guasto che si chiama ragione umana.
  Il caso di Geltrude mostrer come egli avesse il torto di pensar bene prima
  di pensare. Il Marchese parlandogli della figlia ch'egli aveva ad esaminare
  ne aveva esaltata la piet, l'amore del ritiro, il desiderio di conservarsi
  nel chiostro per esser pura e santa.  Il Signor...  aveva creduto con gioja
  al primo momento tutte queste cose liete;  e andava a far l'esame nel quale
  si trattava di decidere se la vocazione era vera o falsa colla  prevenzione
  dolcissima  ch'ella  era vera: il buon uomo si consolava di avere a sentire
  l'espressione di un animo pio e fervente, di godere dello spettacolo di una
  buona risoluzione,  mentre avrebbe  dovuto  pensare  ad  accertarsi  se  la
  risoluzione esisteva.  - Oh! - dir taluno, - se egli non avesse creduto al
  Marchese,  avrebbe dovuto supporre cos di primo slancio che  Geltrude  era
  una  finta,  o il Marchese un tiranno impostore.  E doveva egli pensar cos
  senza alcun fondamento? - Ohib, di nuovo non doveva pensar nulla;  vi pare
  egli  cosa  tanto  difficile?  Ma per non averlo saputo fare,  il buon uomo
  prepar  l'animo  suo  nulla  pi  che  ad  adempiere  una  cerimonia,  una
  formalit,  e  faceva  tutt'altro;  e  doveva saperlo.  Il Signor...  preg
  Geltrude di riporsi a sedere,  sedette,  e vedendo in essa quella  leggiera
  perturbazione ch'era da aspettarsi in quel caso, pens di rincorarla con un
  modo scherzevole,  e le disse: "Signorina,  vedo che le fo paura: non me ne
  meraviglio: io vengo a fare la parte del diavolo;  perch ella sapr che io
  debbo  ora mettere in dubbio quella risoluzione che a lei forse pare certa,
  ferma,  irrevocabile;  io debbo ora farle guardare attentamente il rovescio
  della  medaglia,  al  quale  ella  forse  non  ha  mai  pensato;  io  debbo
  interrogarla minutamente,  per esser  certo  che  ella  non  pigli  qualche
  illusione per ispirazione."
       "Signore,"  rispose  Geltrude,  realmente rincorata dalle parole e dal
  tuono del buon uomo, "io ho desiderato ardentemente questo abboccamento. Da
  questo dipende la scelta della mia vita e  io  spero  che  da  ci  che  io
  sentir  da lei,  da ci che io le risponder,  verr io stessa a conoscere
  pi chiaramente quale sia la mia vocazione."
       "Bene,  bene," rispose con gioja e quasi con ammirazione il  Signor...
  "cos mi piace. Quelle pretese veementi, quelle affermazioni enfatiche alla
  prima  sono  talvolta fuochi di paglia;  fervori di fantasia.  Per decidere
  bisogna dubitare, o fare come se si dubitasse. La prego, per ora, si faccia
  forza: per quanto ella credesse di aver risoluto,  torni da capo e si metta
  bene   in  testa  che  si  tratta  di  risolvere  ora.   Il  mio  dovere  
  d'interrogarla su molti capi, e si compiaccia di rispondermi con semplicit
  e con riflessione.  Come le  venuta questa risoluzione di  abbandonare  il
  mondo, e di farsi monaca?"
       Se  il buon ecclesiastico avesse avuta l'intenzione di affliggere,  di
  umiliare,  e di confondere  Geltrude,  non  avrebbe  potuto  scegliere  una
  interrogazione  pi  opportuna  di  questa:  ma  egli  era  ben lontano dal
  supporre  l'effetto  ch'ella  doveva  produrre,   e  l'aveva  fatta   nella
  semplicit del suo cuore,  e per adempiere alle regole del suo ufficio, che
  la prescrivevano.  Geltrude rimase come colpita:  che  rispondere?  parlare
  della  cagione  vera  e primaria,  raccontare l'istoria del paggio?...  Dio
  liberi!  Quella storia ella voleva schivarla a tutto costo.  Ma  tacendola,
  come  spiegare  la sua domanda di farsi monaca,  e tutti i passi conformi a
  quella domanda?  Addurre violenze,  minacce dei parenti?  Ma non ne avevano
  usate,  e  questa menzogna (giacch in quel momento Geltrude era disposta a
  farne una,  e pensava solo a scegliere  quella  che  l'avrebbe  cavata  pi
  presto  d'impaccio,  e  che  non  sarebbe stata scoperta in seguito) questa
  menzogna avrebbe certamente cagionata una spiegazione,  che  sarebbe  tutta
  tornata  in  disonore  di  Geltrude.  Che  s'ella  avesse attribuita la sua
  risoluzione al desiderio di compiacere ai  parenti,  ai  loro  consigli,  a
  leggerezza  propria,  la spiegazione diventava pure inevitabile;  e in quel
  momento le parole che Geltrude  aveva  intese  poco  prima  dal  padre,  le
  ripassarono in processione nella memoria. Le parve dunque che il solo mezzo
  per  uscire  da  quel  gineprajo  fosse  di  dare una risposta che piacesse
  all'interrogante e al  padre,  che  non  lasciasse  oscurit  n  punti  da
  discutere  nell'avvenire:  sent  che  per  dare una tal risposta bisognava
  mostrare che la risoluzione fosse tuttavia ferma; vide le conseguenze ma ci
  si risolse.  Avvezza com'era  a  trarsi  dalle  circostanze  difficili  con
  ripieghi  che la ponevano in circostanze pi difficili ancora,  a consumare
  per dir cos il tempo avvenire per vivere in  quel  momento,  ella  cedette
  all'abitudine,  e alla difficolt,  ment contra se stessa, e disse: "E' la
  mia vocazione: fino dai miei primi anni io  mi  sono  sentita  inclinata  a
  servir  Dio  nel  chiostro  lontano  dai  pericoli e dalle cure del mondo."
  Queste parole furon porte con l'apparenza della pi  ferma  persuasione;  e
  l'indugio  ch'ella aveva posto al rispondere,  parve al Signor...  un segno
  una prova di riflessione posata.  E in quel momento furon contenti ambedue:
  egli  di  vedere  una  cos  buona  disposizione,  ella  di  essere  uscita
  d'impaccio come che fosse.  Da quel momento Geltrude non pens nelle  altre
  risposte  che a confermare la prima;  e edific il Signor... oltre ogni sua
  speranza.  Quando egli le chiese se i parenti non avessero usate minacce  o
  troppo   instanti  preghiere  per  determinarla  alla  scelta  dello  stato
  religioso...  "No no;" rispose  con  vivacit  Geltrude:  "i  miei  parenti
  desiderano certo che io sia monaca;  ma mi hanno lasciata libera,  mi hanno
  lasciata libera."  Il  Signor...  si  scus  di  averle  fatta  una  simile
  interrogazione.  "Il  Signor  Marchese,"  diss'egli,  "quel  cavaliere cos
  degno!  s'immagini s'io posso pensare di lui una cosa  simile!  ma,  io  ho
  fatto  il mio dovere,  per quanto strano mi paresse in questa circostanza."
  L'esame fin con le giulive congratulazioni del Signor...,  il  quale  come
  per  iscaricarsi  la  coscienza  di  aver  fatto  qualche cosa per distorre
  un'anima buona da un pio proponimento, le disse tutto ci che gli suggeriva
  il suo zelo cordiale per confermarla in quello;  e part con la persuasione
  di non aver mai trovata un'anima cos ben disposta. Del resto noi siamo ben
  lontani  dal  dare  l'unica colpa,  e nemmeno la primaria della riuscita di
  quell'esame all'ingegno corrivo del buon uomo.  Coi tristi  antecedenti  di
  Geltrude  e  col  suo  carattere,  la  cosa  doveva  avere  a  un di presso
  quell'esito, qualunque fosse l'esaminatore.
       Geltrude,  ancor pi fortemente compresa dall'idea  del  pericolo  che
  avea passato, che dal pensiero dell'impegno che avea preso, corse tosto dal
  Padre.  Questi era in uno stato di aspettazione inquieta: ma Geltrude tutta
  commossa (le commozioni si scambiano facilmente non solo da chi le osserva,
  ma da chi le prova) gli raccont frettolosamente l'esito della  conferenza;
  e  il  Marchese  respir.  Le fece animo,  la colm di lodi,  la soffoc di
  promesse;  tutto questo con una eloquenza di tenerezza sentita;  giacch in
  quel  punto  egli  era lieto non solo di avere ottenuto il suo fine;  ma le
  parole di Geltrude sembravano di chi ha liberamente scelto,  ed   contento
  della sua scelta;  e la benevolenza per chi fa quello che uno desidera,  in
  modo da togliergli ogni inquietudine ed ogni rimorso,   una virt concessa
  a tutto il genere umano.
       Da quel giorno in poi Geltrude non ebbe pi che due occupazioni; l'una
  interiore  ed  era di persuadere a se stessa ch'ella era contenta della sua
  scelta,  di fermarsi quanto pi poteva su  le  immaginazioni  che  potevano
  renderle gradevole il monastero,  di cercare un po' nella divozione, un po'
  nel pensiero delle distinzioni che vi avrebbe avute, consolazioni,  celesti
  o  mondane,  tutto  purch  fosse consolazioni.  L'altra occupazione era di
  accelerare quanto pi  si  poteva  tutte  le  operazioni  preliminari  alla
  vestizione,  per uscir di casa, per esser chiusa una volta, per precludersi
  ogni strada al tornare addietro,  per non sentirsi  pi  nascere  in  cuore
  quell'intollerabile:  -  potrei  forse  ancora  -.   Questo  suo  desiderio
  s'accordava troppo con quelli del Marchese  perch'egli  non  cercasse  ogni
  volta  di  soddisfarlo;  e  in fatti egli sollecit a contrattempo tutte le
  dispense per far presto.
       Cos mi sembra che sar bene che facciamo pur noi in questo  racconto.
  Diremo  dunque  che  Geltrude  entr  nel  monastero di Monza e che assunse
  l'abito;  che scorso il tempo del noviziato nel quale  la  sua  risoluzione
  parve  sempre  pi  spontanea  e ferma,  perch ella mostrava tutto ci che
  poteva farlo credere, e divorava nel suo cuore tutto ci che avrebbe potuto
  far credere il contrario,  trascorso questo tempo,  ella  fece  la  solenne
  professione,  con una pompa straordinaria,  e quale si conveniva alla casa.
  Il sacrificio fu consumato, il dono fu posto su l'altare,  ma era di frutti
  della terra;  la mano che ve lo aveva posto non era monda;  il cuore non lo
  offriva; e lo sguardo del cielo non discese sovre'esso.

       E' uno dei caratteri pi  ammirabili  e  pi  divini  della  religione
  cristiana,  di potere in qualunque circostanza dare all'uomo che ricorra ad
  essa, un rimedio, una norma, e il riposo dell'animo. Quegli stesso, che per
  violenza altrui o per suo fallo,  o per sua malizia s' posto  in  una  via
  falsa  pu in ogni momento approfittare di questi beneficj.  Poich,  se la
  via ch'egli ha intrapresa  iniqua,  la religione glielo fa conoscere,  gli
  d  l'idea  chiara  ed  assoluta del dovere ch'egli ha di ritrarsene,  e la
  forza di farlo,  che che ne possa  conseguire,  e  se  la  via    soltanto
  difficile,  pericolosa,  spiacevole,  ma senza adito al ritorno,  da questa
  stessa necessit di proseguire in essa,  la religione cava un motivo e  dei
  mezzi   per  renderla  regolare,   praticabile,   sicura,   diciamolo  pure
  arditamente,  soave e deliziosa.  Disapprovando i motivi che l'hanno  fatta
  intraprendere,  perch  erano falsi,  essa ne somministra un altro nuovo ed
  inconcusso per continuarla,  e d ad una scelta  temeraria  o  infelice  ma
  irrevocabile,  tutta la santit,  tutti i conforti, tutta la sapienza della
  vocazione.  Con questo ajuto Geltrude a malgrado della perfidia  altrui,  e
  dei suoi errori d'ogni genere avrebbe potuto diventare una monaca santa,  e
  contenta: e il secolo scorso anzi l'et in cui ella visse  ha  dato  esempi
  dei quali si  conservata la memoria,  di donne che strascinate al chiostro
  con l'arte e con la forza,  e dopo d'essersi  alcun  tempo  dibattute  come
  vittime sotto la scure,  vi trovarono la rassegnazione e la pace;  una pace
  quale si trova di rado  negli  stati  eletti  pi  liberamente.  Che  dico?
  Geltrude  stessa  fu uno di questi esempj,  e insigne;  ma ben tardi e dopo
  aver commessi ben altri errori anzi delitti,  dopo sofferta ben altra forza
  che quella di cui abbiamo parlato. Ma per non precorrere ora gli eventi del
  racconto,  diremo  che  Geltrude  dopo  la  sua professione,  continuava ad
  opporre nel suo cuore un ostacolo ai rimedj  e  alle  consolazioni  che  la
  religione  avrebbe  date  alla sua sciagurata condizione: e questo ostacolo
  erano le consolazioni ch'ella andava cercando  altrove,  e  particolarmente
  nelle cose che potevano lusingare il suo orgoglio.
       Il  lettore  non  avr  forse  dimenticato che la famiglia onde usciva
  Geltrude era molto potente,  e che questa era la cagione principale per cui
  ella era stata tanto desiderata nel monastero.  In fatti il monastero aveva
  acquistato nel Marchese Matteo un protettore dichiarato il quale riguardava
  ormai come parte del suo onore l'onore del luogo dove si  trovava  una  sua
  figlia.  Ma questo vantaggio le suore lo pagavano, e per verit la cosa era
  giusta.  Lo  pagavano  in  tanti  sgarbi,   in  tanti  scherni,   in  tante
  fantasticaggini   che   avevano   a  sopportare  da  Geltrude,   la  quale,
  ricordandosi di tempo in tempo delle arti usate da  quelle  per  ajutare  a
  tirarla in quel luogo dove di tempo in tempo ella non si poteva patire,  si
  sfogava avventando beccate agli  uccelli  che  avevano  cantato  per  farla
  venire  nella loro gabbia.  E queste beccatelle le suore le toccavano senza
  risentirsene,  per non perdere tutto il frutto del loro acquisto.  Geltrude
  vedendosi  cos  distinta,  cos  sopportata,  tanto pi libera delle altre
  provava talvolta un certo conforto iracondo nel valersi di questi vantaggi,
  e nell'esercitare in tal modo la  sua  superiorit.  Una  superiorit  d'un
  altro   genere  era  pure  per  essa  una  occasione  continua  di  cercare
  consolazioni  nell'amor  proprio,   ed  era  la  sua  bellezza:  ma   quali
  consolazioni,  per amor del cielo! pari a quelle che provava Robinson nella
  sua isola in contemplare le monete ch'egli aveva trovate nei  frantumi  del
  vascello sul quale era naufragato.  Anzi non pari, perch quel solitario le
  gett in disparte con disprezzo,  dopo d'aver fatto ad esse un'apostrofe su
  la loro inutilit,  e non vi pens pi;  ma la bellezza era per Geltrude un
  rodimento continuo,  una occasione di regressi affannosi nel passato,  e di
  sguardi disperati nell'avvenire.  Ben  vero che ella si andava paragonando
  con le altre, e si trovava pi bella, ch'ella rideva di tratto in tratto, e
  si sarebbe creduto ch'ella ridesse  di  voglia,  degli  occhi  sciarpellati
  della madre badessa,  e del mento incartocciato della madre celleraria,  ma
  in verit che quel riso non lasciava alla  poveretta  il  dolce  in  bocca.
  Spendeva  una  parte  del  suo  tempo  nell'adornarsi  come poteva,  e cos
  ingannava alcun poco  la  sua  noja;  cercava  di  ridurre  l'abbigliamento
  monastico alle fogge secolaresche,  o di accordarlo all'aria del suo volto,
  e a dir vero questo le riusciva facilmente perch la natura le  aveva  dato
  un  volto  che  per  poco che gli si lavorasse attorno stava bene.  Per far
  questo aveva Geltrude trovato un mezzo molto ingegnoso.  Gli  specchj  come
  ognun  sa  erano  proibiti  nei  chiostri  come i lumi nelle polveriere,  e
  Geltrude  nei  primi  tempi  non  osava  ancora,  come  fece  in  appresso,
  conculcare  tutte  le  regole;  ma  la infelice scaltrita aveva fatto porre
  dietro ad un quadretto ch'ella teneva appeso nella sua camera una lastra di
  latta levigatissima, e a quella si consultava segretamente. Ma quando dalle
  sue consulte ella  aveva  conchiuso  che  anche  in  quell'abito  ella  era
  avvenente assai,  quand'anche ella se lo udiva ripetere dalle pi mondane o
  dalle pi adulatrici  fra  le  sue  compagne,  il  suo  cuore  ne  rimaneva
  tutt'altro che soddisfatto.  E quando poi il suo cuore le rinfacciava anche
  quella poca parte di  piacere  cos  mescolato  e  corrotto  ch'ella  aveva
  gustato,  ella  sentiva  pi  rabbia  che  pentimento.  Cos la meschina si
  precludeva l'adito alle consolazioni reali di cui il suo stato  era  ancora
  capace, perch per giungere a quelle la prima condizione  di non curare il
  resto; come il naufrago, che vuole afferrare la tavola galleggiante che pu
  condurlo  in  salvamento  sulla  riva,  deve  pure  sciogliere  il  pugno e
  abbandonare le alghe e gli sterpi nuotanti che  aveva  abbrancati  per  una
  rabbia d'istinto.
       Ad  essere badessa si richiedeva l'et di quarant'anni;  e quest'erba,
  per magra che fosse,  era pure anco ben lunge dal  becco  di  Geltrude.  Ma
  oltre  le  distinzioni  e le franchigie per cos dire ch'ella godeva per la
  condiscendenza delle suore, e delle superiore, le era tosto stato conferito
  il grado pi elevato che fosse compatibile con la sua giovinezza: era stata
  eletta Maestra delle educande.  E per una distinzione  singolare  le  erano
  state  assegnate  due  giovani suore converse,  le quali erano come ai suoi
  servizj,  quasi damigelle.  Quel  posto  era  per  Geltrude  una  occasione
  continua  per esercitare le passioni pi pericolose ch'ella covava.  Fra le
  educande che le erano state affidate si trovavano ancora alcune  di  quelle
  che  le  erano  state  compagne,  e Geltrude cos vicina ad esse di et non
  aveva  ancora  dimenticati  e  risentimenti  e  le  rivalit  puerili   del
  sodalizio:  ed  ora  gli sfogava talvolta con tutta la forza che le dava la
  sua autorit.  Nei momenti spesso assai lunghi di tristezza e di pentimento
  dello  stato  che  aveva abbracciato,  ella provava un certo rancore contra
  quelle giovanette destinate per la pi parte ad una vita libera e splendida
  che non era pi per lei;  le  risguardava  come  nemiche,  le  spiaceva  di
  vederle  liete  d'una  letizia che non era sperabile per essa,  e faceva di
  tutto per toglierla loro, cosa assai facile ad una superiora.  Sentiva ella
  bene la pazza ingiustizia di questa sua passione,  ma vi si abbandonava.  E
  in quei momenti,  poverette quelle educande!  Talvolta dopo d'aver lasciato
  tornare  indietro  il  suo  pensiero  nei  diletti  del mondo,  dopo averlo
  lasciato riposare per lungo tempo, ella ne sorprendeva alcune che parlavano
  fra di loro di ci ch'ella aveva  pensato,  e  allora  chi  l'avesse  udita
  sgridarle ferocemente, l'avrebbe creduta invasa d'uno zelo inconsiderato, e
  d'una  staccatezza  indiscreta  e antisociale.  Talvolta invece predominava
  nell'animo  suo  l'orrore  al  chiostro,  alle  regole,   alla  disciplina,
  all'obbedienza, alla solitudine, e a tutte quelle cose in mezzo delle quali
  ella si trovava per forza,  e allora non solo ella sopportava la svagatezza
  clamorosa delle sue allieve, ma la animava;  si mesceva ai loro giuochi,  e
  gli rendeva pi liberi;  entrava nei loro discorsi,  e gli portava al di l
  delle intenzioni con le quali esse gli avevano incominciati.
       In queste agitazioni,  in questo  stato  di  guerra  continua  con  se
  stessa,  e  con ogni cosa circostante ella pass i primi anni del chiostro,
  non senza qualche ritorno di divozione,  e di  regolarit  temporaria,  dal
  quale ricadeva ben presto nelle sue abitudini predominanti.  Questa vita di
  noja e di contrasto era tanto penosa, che,  senza forse esserne ben conscia
  a se stessa, ella si trovava disposta ad abbracciare qualunque distrazione,
  qualunque cangiamento di sensazioni fosse stato possibile.  Ma la clausura,
  le grate, le regole, la facevano camminare con una regolarit esteriore;  i
  suoi  pensieri  soltanto  vagavano  in  piena  licenza;  ma  non  v'era una
  occasione per concedere impunemente,  o con lusinga d'impunit  una  simile
  licenza  alle  sue  azioni.  Finalmente  la  sventura di Geltrude volle che
  l'occasione si presentasse;  e Geltrude si port  in  quella  come  era  da
  temersi, e come diremo nel seguente capitolo.

                               Cap. V






       Il  quartiere  dove abitavano le educande e con esse Geltrude e le sue
  damigelle,  era annesso al monastero,  ma appartato,  e comunicava con esso
  per mezzo d'un corridojo.  Era un cortiletto quadrato, ricinto a terreno da
  un porticato continuo, sul quale per tutti e quattro i lati girava un basso
  ed unico piano di  abitazione.  Il  lato  appoggiato  a  quella  parte  del
  chiostro ove dimoravano le suore,  era un lungo stanzone,  che serviva alla
  scuola ed alla ricreazione delle educande;  un altro lato era occupato pure
  da  un  lungo  stanzone che serviva di dormitorio: il terzo diviso in varie
  camere era l'appartamento della Signora e delle sue  damigelle;  il  quarto
  finalmente  pi  stretto degli altri era tenuto dal corridojo che conduceva
  nell'interno del chiostro,  il quale abbracciava il cortiletto da tre lati.
  L'altro,  e  appunto  quello  occupato  dall'appartamento di Geltrude,  era
  contiguo ad una casa privata e signorile,  o per meglio dire ad  una  parte
  rustica  e  non  finita  di quella casa.  Era dessa elevata al di sopra del
  quartiere delle educande,  ma quello che se  ne  poteva  vedere  da  quindi
  pareva  piuttosto una catapecchia,  un casolaraccio,  che una parte di casa
  civile: erano tetti e tettucci diseguali di altezza e di forma  soprapposti
  l'uno all'altro come a caso.  Ma in uno di quei tetti v'era un pertugio, un
  abbaino, che dava luce ad un solajo, e adito a passare su quei tetti, e dal
  quale si poteva guardare nel cortiletto delle educande.
       Era severamente prescritto alle monache  degli  ordini  ecclesiastici,
  che  dovessero togliere ai vicini ogni vista nel loro chiostro;  ma o fosse
  che,  per essere quella parte di casa disabitata,  le monache non  avessero
  mai  badato  a quel pertugio,  o fosse che la spesa per liberarsi da quella
  servit eccedesse la possibilit  del  monastero,  o  che  non  si  potesse
  venirne a capo senza quistioni, il fatto  che da quel pertugio si guardava
  nel  cortiletto  delle educande;  e un altro fatto assai tristo si  che il
  padrone di quella casa era un giovane scellerato: e questa parola applicata
  ad un uomo di quei tempi  ha  un  senso  molto  pi  forte  di  quello  che
  generalmente  vi  s'intende  nei nostri;  perch a quei tempi tante cagioni
  favorivano la scelleratezza,  che in coloro i quali  vi  si  distinguevano,
  ella giungeva ad un segno del quale grazie a Dio, non si pu avere una idea
  dalla  esperienza  comune  del  vivere  presente.  I mezzi d'impunit erano
  allora varj ed infiniti;  la frequenza dei delitti ne  aveva  diminuito  il
  ribrezzo  e  la vergogna: gli animi erano avvezzi ed allevati per cos dire
  nel sangue: da questi fatti era nato un pervertimento quasi generale  nelle
  idee,  e  allo stesso tempo la perversit delle idee rendeva quei fatti pi
  comuni, e pi tollerati. La vendetta, per esempio,  era comunemente stimata
  non  solo  lecita,  ma onorevole,  ma comandata in alcuni casi;  e bench i
  ministri della religione non l'avessero mai fatta piegare nelle  istruzioni
  pubbliche a questa massima perversa, bench non avessero cessato giammai di
  inveire  contra la vendetta e contra le massime che la autorizzavano,  pure
  l'opinione quasi generale del mondo col favore di  una  distinzione  che  a
  malgrado  della sua assurdit,  o forse a cagione della sua assurdit non 
  ancora del tutto caduta in disuso: si diceva che i preti facevano  il  loro
  dovere,  che  dicevano benissimo,  che la vendetta secondo la religione era
  viziosa,  ma ch'ella era un dovere secondo le  leggi  dell'onore:  cos  si
  diceva  e  non  dai  pi  perversi,  n  dai  pi stolti.  Ora queste leggi
  dell'onore erano in allora molto draconiane; e domandavano sangue per molti
  casi;  senza che questo onore cos delicato si stimasse poi offeso,  se per
  necessit,  il  sangue si fosse dovuto versare a tradimento,  o per mano di
  sicarj. Ne veniva di conseguenza che gli omicidj erano molto frequenti, che
  uno commesso diveniva causa  di  un  altro,  e  cos  all'infinito,  e  che
  l'orrore al sangue si diminuiva con l'abitudine, anche negli uomini che non
  erano  sanguinarj,  e  che si era formato come un sentimento universale che
  una certa  misura  di  animosit,  di  crudelt  e  di  delitti  fosse  una
  condizione  necessaria  inevitabile  della  societ;  chi  avesse detto che
  quello era un male temporario,  e speciale sarebbe  stato  deriso  come  un
  ottimista,  un  utopista,  un  sognatore  metafisico: appena uno si sarebbe
  degnato di rispondergli: "gli uomini sono sempre  stati  e  saranno  sempre
  cos".
  Portate le idee comuni a questo punto di licenza in molti,  e di tolleranza
  e di rassegnazione in quasi tutti gli altri,  egli  chiaro  che gli uomini
  i  quali  avevano  una  tendenza distinta alla perversit,  per giungere al
  colmo di essa,  pigliavano le mosse da un punto ben pi avanzato,  ben  pi
  vicino al termine che non sieno le idee comuni dei nostri giorni; trovavano
  meno  ostacoli  e  pi  incitamenti che ai nostri giorni a giungervi,  e vi
  giungevano. L'omicida ai nostri giorni,  quand'anche fosse impunito sarebbe
  un  oggetto  di orrore,  oggetto forse di pi profondo orrore sarebbe forse
  chi senza commettere l'omicidio di propria mano ne avesse dato l'ordine  ed
  il prezzo;  e tali rei,  oltre le pene legali, dovrebbero temere di perdere
  tutte le dolcezze della comune societ.  Quindi l'uomo,  che  in  qualunque
  condizione,  aspira a goderle,  ha pure da questo lato un freno potente. Ma
  allora v'erano molti casi in cui  l'avere  ucciso,  o  fatto  uccidere  non
  toglieva  alla  riputazione  d'un  uomo: l'omicida volontario era ammesso a
  giustificarsi e a render ragione dinanzi alla  opinione  pubblica:  non  si
  trattava  che di provare che il caso richiedeva l'omicidio,  che il delitto
  era una azione tollerata,  o prescritta dalle leggi della opinione  stessa.
  La  speranza di poter fare questa giustificazione,  dinanzi ad una opinione
  gi tanto perversamente indulgente, e di farla accettare col terrore doveva
  essere,  ed era uno stimolo ai tristi potenti per correre  allegramente  la
  loro  via.  Bastava  quindi un leggiero interesse,  una picciola passione a
  spingere anche i meno tristi fra i tristi ad attentati,  ai  quali  ora  si
  risolverebbero  a  fatica  gli  uomini i pi avvezzi al delitto,  bench vi
  fossero tratti da un interesse molto maggiore,  da una passione  molto  pi
  violenta.  Sarebbe un soggetto degno di curiosit, la ricerca delle cagioni
  per cui quelle idee e quei costumi,  dopo aver regnato per  troppe  et  in
  quasi tutte le nazioni d'Europa,  sieno poi stati da migliaia di scrittori,
  e da milioni di parlanti attribuite poi esclusivamente  agli  Italiani.  Ma
  noi invece di avviarci in una nuova digressione, ne abbiamo ora una, e anzi
  lunghetta che no, da farci perdonare: torniamo dunque alla storia.
       Il padrone della casa contigua al quartiere delle educande, era dunque
  un giovane scellerato: e si chiamava Egidio: perch di cognomi, come abbiam
  detto,  l'autore  nostro   molto sparagnatore.  Suo padre,  uomo dovizioso
  bastantemente non aveva avuta altra mira  nell'educarlo,  che  di  renderlo
  somigliante  a se stesso: ora egli era un solenne attaccabrighe: Egidio non
  aveva quindi sentito dall'infanzia a parlar d'altro che di soddisfazioni  e
  di fare stare, non aveva veduto quasi altro che schioppi e pugnali; e dalle
  braccia  della  nutrice  era  passato  in quelle degli scherani.  La madre,
  ch'era di un carattere mansueto e pio,  avrebbe potuto forse  temperare  in
  parte  questa educazione ma ella era morta lasciando Egidio nella infanzia,
  dopo una lenta malattia cagionata dai continui spaventi. Il padre fu ucciso
  dopo una brevissima quistione da un suo emolo membro di una famiglia  emola
  della sua da generazioni;  ed Egidio rest solo e padrone nella giovinezza.
  La sua prima impresa fu  di  risarcire  l'onore  della  famiglia,  con  una
  schioppettata nelle spalle dell'uccisore di suo padre.  Questa impresa per
  lo pose da quel momento in un continuo pericolo;  e per  assicurarsi,  egli
  dovette crescere il numero de' suoi bravi,  e non camminar mai che in mezzo
  ad un drappello.  Suo padre aveva non solo  nel  paese,  ma  altrove  amici
  assai, e conformi a lui di massime e di condotta: Egidio gli eredit tutti,
  e  gli  coltiv,  tanto  pi che aveva bisogno della loro assistenza.  Ma i
  garbugli e il macello non piacevano a lui, come al padre,  per se medesimi:
  l'educazione  lo  aveva  addestrato  a non temerli,  e a corrervi anzi ogni
  volta che un qualche fine ve  lo  spingesse:  ma  non  erano  un  fine,  un
  divertimento,  un  bisogno  per  lui.  La  sua  passione  predominante  era
  l'amoreggiare;  a questa si abbandonava con  quelle  precauzioni  per  che
  esigeva lo stato di guerra in cui egli si trovava, e per questa egli veniva
  ai garbugli ed al macello, quando non si poteva fare altrimenti.
       L'abbaino che guardava nel cortiletto del chiostro non era frequentato
  da  nessuno  tanto  che visse il padre,  il quale non si curava di spiare i
  fatti delle educande.  Soltanto egli vi aveva  condotto  una  volta  Egidio
  adolescente, per fargli osservare che quello era un dominio sul chiostro; e
  quivi  stendendo  la  mano  sui tetti sotto posti,  come Amilcare sull'ara,
  aveva fatto promette a quel picciolo Annibale che mai in nessun tempo  egli
  non  avrebbe sofferto che le monache si togliessero quella servit.  Egidio
  divenuto padrone, si risovvenne dell'abbaino,  e gli parve un dominio assai
  pi importante che suo padre non lo aveva creduto.
       Un consorzio di donzellette,  le quali non eran tutte bambine, parve a
  colui uno spettacolo da non trasandarsi quando lo aveva cos a  portata;  e
  la  santit  del luogo,  il riserbo con cui eran tenute,  l'innocenza loro,
  tutto ci che avrebbe dovuto essere freno,  fu incentivo alla sua sfacciata
  curiosit,  la  quale  non  aveva disegni gi determinati,  ma era pronta a
  cogliere e a far nascere tutte le  occasioni.  Si  affacciava  egli  dunque
  all'abbaino con quella frequenza  e con quella libert, che non bastasse  a
  farlo  scoprire  da  chi non avrebbe voluto.  Nelle ore in cui Geltrude non
  faceva guardia alle educande,  e queste ore tornavano sovente,  gett  egli
  gli occhi sopra una delle pi adulte,  e trovato il terreno dolce, si diede
  a chiaccherellare con  essa:  ma  pochi  giorni  trascorsero,  che  quella,
  fidanzata  dai suoi parenti ad un tale,  fu tolta dal monastero,  e cos la
  tresca fin,  senza che nessuno l'avesse avvertita.  Egidio animato da quel
  primo  successo,  ed  allettato pi che atterrito dalla empiet del secondo
  pensiero,  ard di rivolgere e di fermare gli occhi sopra la Signora;  e si
  diede  ad  agguatarla.  Un giorno mentre le educande erano tutte congregate
  nella stanza del lavoro con le due suore addette ai servigi della  Signora,
  passeggiava  essa  sola  innanzi e indietro nel cortiletto lontana le mille
  miglia da ogni sospetto d'insidie,  come il pettirosso sbadato saltella  di
  ramo  in  ramo  senza  pure  immaginarsi  che  in quella macchia vi sia dei
  panioni,  e nascosto dietro a quella il cacciatore  che  gli  ha  disposti.
  Tutt'ad  un  tratto  sent ella venire dai tetti come un romore di voce non
  articolata la quale voleva farsi e non farsi  intendere,  e  macchinalmente
  lev la faccia verso quella parte; e mentre andava errando con l'occhio per
  quegli  alti e bassi,   quasi cercando il punto preciso donde il romore era
  partito, un secondo romore simile al primo, e che manifestamente le apparve
  una chiamata misteriosa e cauta,  le colp l'orecchio,  e la fece avvertire
  il  punto ch'ella cercava.  Guard ella allora pi fissamente per conoscere
  che fosse;  e i cenni che vide non le lasciarono dubbio sulla intenzione di
  quella  chiamata.  Bisogna qui render giustizia a quella infelice: qual che
  fosse fin'allora stata la licenza dei suoi pensieri,  il sentimento ch'ella
  prov in quel punto fu un terrore schietto e forte: chin tosto lo sguardo,
  fece un cipiglio severo e sprezzante,  e corse come a rifugiarsi sotto quel
  lato del porticato che toccava la casa del vicino,  e dove per  conseguenza
  ella  era riparata dall'occhio temerario di quello: quivi tirando lunghesso
  il muro,  rannicchiata e  ristretta  come  se  fosse  inseguita,  si  avvi
  all'angolo dov'era una scaletta che conduceva alle sue stanze,  vi salse, e
  vi si chiuse, quasi per porsi in sicuro.  Posta a sedere tutta ansante,  fu
  assalita  da  una folla di pensieri: cominci prima di tutto a ripensare se
  mai ella avesse dato  ansa  in  alcun  modo  alla  arditezza  di  colui,  e
  trovatasi innocente, si rallegr: quindi detestando ancora sinceramente ci
  che   aveva   veduto,   se   lo  andava  raffigurando  e  rimettendo  nella
  immaginazione per venire pi chiaramente a  comprendere  come,  perch  ci
  fosse avvenuto.  Forse era equivoco?  forse l'aveva egli presa in iscambio?
  Forse aveva voluto accennare  qualche  cosa  d'indifferente?  Ma  pi  ella
  esaminava,  pi  le  pareva di non avere errato alla prima,  e questo esame
  aumentando la sua certezza, le andava famigliarizzando con quella immagine,
  e diminuiva quel primo orrore  e  quella  prima  sorpresa.  Cosa  strana  e
  trista!  il sentimento stesso della sua innocenza le dava una certa sicurt
  a tornare su quelle immagini: ella compiaceva liberamente ad una  curiosit
  di cui non conosceva ancora tutta l'estensione,  e guardava senza rimorso e
  senza precauzione una colpa che non era la sua. Finalmente dopo lunga pezza
  ella si lev come stanca di tanti pensieri che finivano in uno,  e desider
  di  trovarsi con le sue educande,  con le suore,  di non esser sola.  Esit
  alquanto sulla strada che doveva  fare:  ripassando  pel  cortiletto,  ella
  avrebbe  potuto  lanciare  un guardo alla sfuggita dietro le spalle su quei
  tetti per vedere se colui era tanto ardito da trattenervisi,  e cos  saper
  meglio  come  regolarsi  ma  s'accorse  tosto ella stessa che questo era un
  sofisma della curiosit, o di qualche cosa di peggio,  e senza pi esitare,
  s'avvi  pel  dormitorio  alla stanza dove erano le educande: qui,  o fosse
  caso o un resto di quella esitazione ella si affacci ad una  finestra  che
  aveva dirimpetto appunto quei tetti,  vi guard,  vide il temerario che non
  si era mosso,  part tosto dalla finestra,  la chiuse,  e  usc  da  quella
  stanza  dicendo  in  fretta  alle  educande con voce commossa: "lavorate da
  brave";  e se ne and difilato a passeggiare  nel  giardino  del  chiostro.
  L'atto repentino e la commozione della voce non diedero nulla da pensare n
  alle  educande  n  alle  suore,  avvezze  le  une  e  le altre agli sbalzi
  frequenti dell'umore della Signora.  Ma ella stava peggio nel giardino  che
  gi  non fosse nelle sue stanze.  Le venne un pensiero,  che avrebbe dovuto
  avvertire dell'accaduto chi poteva opporsi a tanta temerit. - Ma;  e se mi
  fossi  ingannata?  -  Questo  dubbio  non  le  veniva  che  allor quando la
  manifestazione di ci che aveva veduto le si presentava alla mente come  un
  dovere.  - Prima di parlare - diceva fra s - voglio essere certa;  trover
  il modo di farlo con prudenza. E finalmente - concluse fra s in un accesso
  di passioni diverse -, finalmente che colpa ci ho io?  questo monastero non
  l'ho  piantato  io  qui  vicino  a  questa  casa.  Cos non foss'egli stato
  piantato in nessun angolo della terra!  Dovevano pensarvi quelle  che  sono
  venute  a  chiudervisi di loro voglia.  Vada come sa andare.  Io non voglio
  pensarci. -
  Queste parole volevano dire,  forse senza che Geltrude stessa lo  scorgesse
  ben  chiaro,  che  d'allora  in  poi ella non avrebbe pensato ad altro.  Il
  nostro manoscritto, segue qui con lunghi particolari il progresso dei falli
  di Geltrude,  noi saltiamo tutti questi particolari,  e diremo soltanto ci
  che    necessario  a  fare intendere in che abisso ella fosse caduta,  e a
  motivare gli orribili eccessi d'un altro genere,  ai quali la strascin  la
  sua caduta.  L'assedio dello scellerato Egidio non si rallent,  e Geltrude
  cominci  a  mettersi  sovente  nella  occasione  di   mostrargli   ch'ella
  disapprovava   le   sue   istanze,   quindi   passando  gradatamente  dalle
  dimostrazioni della disapprovazione a quelle della non curanza,  da  questa
  alla  tolleranza,  finalmente  dopo  un doloroso combattimento si diede per
  vinta in cuor suo,  e con quei mezzi che lo scellerato aveva saputi trovare
  e   additarle  lo  fece  certo  della  sua  infame  vittoria.   Cessato  il
  combattimento,  la sventurata prov per un istante una  falsa  gioja.  Alla
  noja,  alla svogliatezza,  al rancore continuo, succedeva tutt'ad un tratto
  nel suo animo una occupazione forte, gradita, continua, una vita potente si
  trasfondeva nel vuoto dei suoi affetti;  Geltrude ne fu come inebriata;  ma
  era  la coppa ristorante che la crudelt ingegnosa degli antichi porgeva al
  condannato per invigorirlo a sostenere il martirio.  L'avvenire gli  appar
  come pieno e delizioso.  Alcuni momenti della giornata spesi a quel modo, e
  il resto impiegato a pensare a quelli,  ad  aspettarli,  a  prepararli  gli
  sembr una esistenza beata , che non lascerebbe n cure, n desiderj; ma le
  consolazioni della mala coscienza,  dice il manoscritto,  profittano altrui
  come  al  figliuolo  di  famiglia  le  somme  ch'egli  tocca  dall'usurajo.
  L'accecamento  di  Geltrude  e  le  insidie  di Egidio s'avanzavano di pari
  passo, e giunsero al punto che il muro divisorio non lo fu pi che di nome.
       Gi prima di arrivare a questo estremo,  nel carattere di Geltrude era
  accaduto  un  gran cangiamento,  tutte le inclinazioni viziose che vi erano
  come addormentate si risvegliarono pi forti e pi adulte, e a tutte queste
  si aggiunse l'ipocrisia.  Cominci ella nei primi momenti  a  divenire  pi
  attenta nell'esteriore,  pi regolare, pi tranquilla; cess dagli scherni,
  e dal rammarichio; di modo che le monache si congratulavano a vicenda della
  mutazione felice.  Ma quando all'effetto naturale del fallo si aggiunse  la
  scuola viva e diretta dello scellerato giovane, ognuno pu immaginare quali
  diventassero le idee di Geltrude.
  Tutto  ci  che  era  dovere,  piet,  morigeratezza  era gi da gran tempo
  associato nella sua mente alla violenza ed alla perfidia,  ed aveva un lato
  odioso  e  sospetto:  i ragionamenti che tendevano a mostrare che tutto ci
  era una invenzione dell'astuzia, un'arte per godere a spese altrui, accolti
  dal cuore e presentati all'intelletto,  furono ricevuti in esso come  amici
  savj  e sinceri.  Vi ha nelle teorie del vizio qualche cosa di pi pensato,
  di pi profondo,  di pi verosimile che non appaja nelle massime del dovere
  espresse   in  un  modo  volgare  e  talvolta  inesatto:  di  modo  che  il
  pervertimento pu parere facilmente un progresso di ragione. Ben  vero che
  al di l di quelle teorie ve n'ha una pi profonda e  vera  che  mostra  la
  loro  fallacia;  ma  questa  non   dato trovarla se non ad una meditazione
  potente,  o ad un sentimento retto;  ma Geltrude  non  aveva  n  l'uno  n
  l'altro  di  questi ajuti.  Ella fu dunque una docile e cieca discepola,  e
  conobbe e ricev tutte quelle idee generali di perversit a cui l'ignoranza
  e la irriflessione di quei tempi permetteva di arrivare.
       Ma non and molto che il maestro ebbe a domandarle, o ad imporle nuovi
  passi nella carriera ch'ella aveva intrapresa. Geltrude aveva a poco a poco
  trasandate quelle cure di apparente regolarit che si  era  prescritte,  la
  licenza a cui si era abbandonata le rendeva insopportabile ogni contegno; e
  cos  si  rilasci tanto che negli atti e nei discorsi divenne pi libera e
  pi irregolare di prima. Insieme a quelle cure cominci senza avvedersene a
  trascurare anche le precauzioni che aveva  da  prima  messe  in  opera  per
  nascondere quello che tanto le importava di nascondere; e le trascur tanto
  che  ella  s'accorse  chiaramente  un  giorno che le due damigelle,  che le
  stavano pi vicine avevano qualche sospetto.  Tutta atterrita ella comunic
  la sua scoperta a colui che era il suo solo consigliere.  Questi ne fu pure
  atterrito,  ma a mille miglia meno di Geltrude,  e per la  diversit  delle
  circostanze, e perch tanto era minore il suo pericolo che non quello della
  donna,  e  per  la diversit dell'animo: perch quello di Egidio era duro e
  grossolano; e in Geltrude il timore della vergogna era una passione furiosa
  come si  veduto dalla  sua  condotta  anteriore.  Pens  egli  dunque  pi
  freddamente al modo di scansare il pericolo, e ne trov uno che era per lui
  una  nuova occasione di soddisfare alle sue passioni.  Per riuscirvi,  egli
  coltiv il terrore di quella poveretta,  le fece tanta paura del male,  che
  nessun  rimedio  le  paresse troppo doloroso: e finalmente propose l'infame
  rimedio che fu di render partecipi del segreto e di associare alla colpa le
  due che la sospettavano.
  Lo scellerato pose in opera tutta la sua astuzia,  si  valse  di  tutto  il
  predominio che aveva sull'animo di Geltrude,  adoper tutte le dottrine che
  le aveva insegnate e ch'ella aveva ricevute.  L'albero della scienza  aveva
  maturato  un  frutto  amaro  e  schifoso,  ma  Geltrude  aveva  la passione
  nell'animo e il serpente al fianco;  e  lo  colse.  Con  la  direzione  del
  serpente,  ella  trasfuse  a  gradi  a gradi nelle menti delle due suore il
  pervertimento che era necessario per renderle sue complici,  e  consum  il
  proprio avvilimento nella loro colpa. Venuta in questo fondo, la sventurata
  perse  ogni dignit ogni ritegno,  e agguerrita contro ogni pudore si trov
  disposta ad agguerrirsi ad  ogni  attentato;  e  l'occasione  non  tard  a
  presentarsi.
       Una  delle  due  suore addette alla Signora,  quando cominci ad avere
  qualche sospetto,  lo  confid  ad  un'altra  suora  sua  amica,  facendosi
  promettere  il  segreto:  promessa  che  le fu tenuta perch la Signora era
  troppo potente, e il segreto troppo pericoloso;  e la voglia di ciarlare fu
  vinta  dalla  paura.  Non  era  che  un sospetto e gli indizj eran deboli e
  potevano anche essere interpretati altrimenti;  ma la curiosit della suora
  fu risvegliata,  e non lasciava mai di tempestare quella che le aveva fatta
  la confidenza, per vederne,  come si dice,  l'acqua chiara.  Quando per la
  suora che aveva ciarlato divenne complice, si studi non solo di eludere le
  inchieste della curiosa,  ma di disdire, e di farle credere che il sospetto
  era ingiurioso e stolto,  e ch'ella stessa s'era  pienamente  disingannata.
  Ci  non  ostante  la  curiosa ritenne sempre quel sospetto,  e non lasciva
  sfuggire occasione di gettar gli occhi nel quartiere delle educande,  e  di
  origliare, per venire a qualche certezza.
       Accadde  un  giorno  che  la  Signora  venuta  a  parole con costei la
  aspreggi,  e la  tratt  con  tali  termini  di  villania,  che  la  suora
  dimenticata  ogni  cautela,  si  lasci  sfuggire dalla chiostra dei denti:
  ch'ella sapeva qualche cosa,  e che a tempo e a luogo l'avrebbe detto a cui
  si doveva. La Signora non ebbe pi pace.
       Che  orrenda  consulta!   le  tre  sciagurate,  e  il  loro  infernale
  consigliero deliberarono sul modo di imporre silenzio alla suora.  Il  modo
  fu  pensato e proposto da lui con indifferenza,  e acconsentito dalle altre
  con difficolt,  con resistenza,  ma alla fine acconsentito.  Geltrude fece
  pi  resistenza  delle  altre,  protest  pi  volte che era pronta a tutto
  soffrire piuttosto che dar mano ad una tanta scelleratezza,  ma  finalmente
  vinta  dalle  istanze  di Egidio e delle due,  e nello stesso tempo dal suo
  terrore,  venne ad una transazione con la quale ella si sforz di fingere a
  se  stessa  che  sarebbe  men  rea:  pattu  ella dunque che non si sarebbe
  impacciata di nulla, ed avrebbe lasciato fare.
       Presi gli orribili concerti,  determinato dalle esortazioni di  Egidio
  al  sangue l'animo di quella che fu scelta a versarlo;  costei si ravvicin
  alla suora condannata e le parl di nuovo di quegli  antichi  sospetti,  in
  modo  da crescergli la curiosit.  E la curiosit era stimolata in essa dal
  desiderio di vendicarsi della Signora;  ma per farlo con  sicurezza,  aveva
  essa stessa bisogno di essere sicura.  La traditrice,  mostrando che non le
  convenisse di stare pi a lungo assente dalla Signora per  darle  sospetto,
  lasci  la  suora  nel forte della curiosit,  e nella speranza di scoprire
  qualche cosa; e come questa insisteva per trattenerla, le propose di venire
  la notte al quartiere, dove l'avrebbe potuta nascondere nella sua cella,  e
  dirle il di pi,  e forse renderla testimonio di qualche cosa.  La meschina
  cadde nel laccio.  Venuta la notte ella si trov  nel  corridojo,  dove  la
  suora omicida le venne incontro chetamente,  e la condusse nella sua cella:
  quivi preso il pretesto dei servigj della Signora per partirsi, promettendo
  che tornerebbe tosto;  la fece nascondersi tra il letticiuolo  e  la  mura,
  raccomandandole  di  non muoversi finch'ella non la chiamasse.  Usc dunque
  per  render  conto  del  fatto  all'altra  suora  e  allo  scellerato   che
  aspettavano  in  un'altra stanza,  e pigliato da Egidio l'orribile coraggio
  che le abbisognava,  entr nella cella armata d'uno  sgabello  con  la  sua
  compagna.  Nella  cella  non v'era lume,  ma quello che ardeva nella stanza
  vicina vi mandava per la  porta  aperta  una  dubbia  luce.  La  scellerata
  parlando con la compagna, perch la nascosta non si muovesse, e parlando in
  modo  da  farle  credere  ch'ella cercava di rimandare la sua compagna come
  importuna,  and prima pianamente verso il luogo dove la  infelice  stavasi
  rannicchiata,  quindi  giuntale  presso  le si avvent,  e prima che quella
  potesse n difendersi n gettare un grido n quasi avvedersi,  con un colpo
  la lasci senza vita.
                               Cap. VI






       Accorse  al romore Egidio che stava alla bada nella stanza vicina,  ed
  incontr le colpevoli che fuggivano spaventate, come avrebbero fatto se per
  caso e mai loro grado si fossero trovate presenti ad un misfatto. Egidio le
  ferm,  e chiese premurosamente se la cosa  era  fatta.  "Vedete",  rispose
  tremando l'omicida. "Ebbene! coraggio," replic lo scellerato, "ora bisogna
  fare il resto"; e dava tranquillamente gli ordini all'una e all'altra sulle
  cose  da farsi per togliere ogni vestigio del delitto.  Avvezze,  come elle
  erano,  ad ubbidire a colui che aveva acquistata una orribile  autorit  su
  gli  animi loro,  a colui che faceva loro sempre paura,  e dava loro sempre
  coraggio;  e rianimate,  e come illuse dall'aria naturale con la quale egli
  dava  quegli  ordini,  come  se  si  trattasse  di  una faccenda ordinaria;
  raccomandando ora la prestezza,  ora il silenzio,  elle fecero ci che  era
  loro  comandato.  "E  la  Signora,  perch  non  viene  ad ajutarci?" disse
  l'omicida: "tocca a lei quanto a noi, e pi." "Andate a chiamarla," rispose
  Egidio: l'omicida che cercava anche un pretesto  per  allontanarsi,  almeno
  per  qualche  momento,  da  quel  luogo  e  da  quell'oggetto  che  le  era
  insopportabile,  si avvi alla stanza di Geltrude.  Questa si  stava  nelle
  angosce di chi sente il delitto,  e lo vuole.  Sedeva, si alzava, andava ad
  origliare alla porta: intese il colpo,  e fugg ella pure  a  rannicchiarsi
  nell'angolo  il  pi lontano della sua stanza,  orribilmente agitata tra il
  terrore del misfatto,  e il terrore che non fosse ben consumato.  L'omicida
  entr,  e  disse:  "abbiamo  fatto  ci ch'era inteso: non resta pi che di
  riporre le cose in ordine: venite  ad  ajutarci".  "No  no,  per  amor  del
  cielo," rispose Geltrude. "Che c'entra il cielo?" disse l'omicida.
  "Lasciami,  lasciami"  continu Geltrude.  "Come!" replic l'omicida "chi 
  stata quella...?" "Si  vero" rispose Geltrude;  "ma tu sai ch'io sono  una
  povera sciocca nelle faccende;  non son buona da nulla;  lasciami stare per
  amor..." Gli atti e il volto di  Geltrude  riflettevano  in  un  modo  cos
  orribile  l'orrore  del  fatto,  che  l'omicida  non pot sopportare la sua
  presenza,  e torn in fretta presso a colui,  l'aspetto  del  quale  pareva
  dire;  - non  nulla -.  "Non vuol venire," diss'ella, con un moto convulso
  delle labbra,  che avrebbe voluto essere un sorriso di scherno:  "non  vuol
  venire:   una dappoca." "Non importa," rispose Egidio;  "non farebbe altro
  che impacciare;  ecco tutto  finito senza di lei." "Resta ancora..." volle
  cominciare  l'omicida,  ma  non  pot  continuare.  "Ebbene"  disse Egidio,
  "questa  mia cura; datemi tosto mano,  e poi lasciate fare a me." Le donne
  obbedirono:  Egidio  carico  del  terribile peso ascese per una scaletta al
  solajo: e l'omicidio usc per la porta che era stata aperta al  sacrilegio.
  Quando lo scellerato fu nelle sue case, cio in quella parte disabitata che
  toccava  il monastero,  discese per bugigattoli e per andirivieni dei quali
  egli era pratico,  ad una cantina abbandonata,  o che non aveva  forse  mai
  servito; quivi in una buca scavata da lui, il giorno antecedente, depose il
  testimonio del delitto; lo ricoperse, e pigliati da un mucchio che ivi era,
  cocci, mattoni e rottami, ve li gett sopra per ricoprirlo, proponendosi di
  trasportare a poco a poco su quel sito tutto il mucchio, un monte se avesse
  potuto.  Le due donne rimaste sole,  esaminarono in silenzio,  se tutto era
  nello stato di prima;  e poi...  che avevano a dirsi?  L'omicida,  ruppe il
  silenzio,  dicendo: "andiamo a cercare la Signora"; l'altra le tenne dietro
  senza rispondere.
       Bussarono sommessamente alla porta di Geltrude,  la quale vi stava  in
  agguato,  e  disse  macchinalmente: "chi ?" "Chi potrebbe essere?" rispose
  l'omicida: "siam noi,  apri e vieni,  e vedrai che le cose son  tutte  come
  jeri."  Geltrude  apr  e  venne  con  loro  nella  pi  orrenda  stanza di
  quell'orrendo quartiere: volse in giro entrando un'occhiata  sospettosa,  e
  disse:  "che  faremo  qui?"  "Quel  che faremo altrove," rispose l'omicida.
  "Perch non andiamo nella mia stanza?" replic Geltrude.  "E' vero,"  disse
  quella  che  non  aveva  mai parlato;  " vero;  andiamo nella stanza della
  Signora." Ognuna delle tre sciagurate sentiva nella sua agitazione come  il
  bisogno  di  far  qualche  cosa,  di  appigliarsi  ad un partito che avesse
  qualche cosa di opportuno;  e nessuna sapeva pensare quello  che  fosse  da
  farsi: quando una faceva una proposta,  le altre vi si arrendevano, come ad
  una risoluzione. Geltrude si avvi,  le altre le tennero dietro,  e tutte e
  tre sedettero nella stanza di Geltrude.
       "Accendete un altro lume," disse questa.
       "No,  no,"  rispose  questa  volta  l'omicida;  "ve  n' anche troppo:
  abbiamo  ristoppate  le  finestre,     vero,   ma  se   qualche   educanda
  vegliasse..."
       "Santissima...!"  proruppe  con  un  moto  involontario  di  spavento,
  Geltrude e non termin l'esclamazione, spaventata in un altro modo del nome
  puro e soave che stava per uscirle dalle labbra.
       "E perch dunque," continu rimessa alquanto,  "perch avete  lasciato
  il lume nell'altra stanza?"
       "Perch..." rispose l'omicida: "non si ha testa da far tutto."
       "Andate a prenderlo."
       "Andate, andate... andiamo insieme."
       Le  due  serventi  partirono,   Geltrude  le  segu  fino  alla  porta
  aspettando che  tornassero  col  lume.  Lo  deposero  sur  una  tavola,  lo
  spensero,  e  sedettero  di  nuovo  intorno  a  quello che ardeva da prima.
  Stavano cos tacite,  guardandosi furtivamente di tratto in tratto;  quando
  gli  sguardi  s'incontravano  ognuna abbassava gli occhi come se temesse un
  giudice,  e avesse ribrezzo d'un colpevole.  Ma l'omicida  pi  agitata,  e
  agitata in modo diverso dalle altre,  cercava ad ogni momento di cominciare
  un discorso,  voleva parlare del fatto e del da farsi come di cosa  comune,
  parlava  sempre  in  plurale,  come  per tenere afferrate le compagne nella
  colpa,  per essere nulla pi che una loro pari.  Concertarono finalmente la
  condotta   da  tenersi  quel  primo  giorno,   perch  nei  concerti  presi
  antecedentemente non  avevano  preveduti  che  i  pericoli  materiali:  non
  avevano  pensato  che  al modo di commettere il delitto segretamente,  e di
  cancellare ogni traccia esterna;  ma il delitto aveva loro appresa un'altra
  cosa;  che il sangue si sarebbe rivelato nei loro atti,  nel loro contegno,
  nel loro volto. Stabilirono dunque che Geltrude si direbbe indisposta,  che
  avrebbe  un  forte dolor di capo,  che starebbe chiusa all'oscuro nella sua
  stanza,  e le altre rimarrebbero  ad  assisterla.  Ma  in  questo  concerto
  stesso, quante difficolt, quanti dibattimenti!
  Il  punto  pi terribile era di decidere a quale delle due serventi sarebbe
  toccato di avvertire le suore della indisposizione di Geltrude, per evitare
  che, non vedendola comparire, o la badessa, o qualche suora non venisse nel
  quartiere a chiederne novella.  Ognuna voleva rigettare su  l'altra  questo
  incarico.  L'omicida  aveva  una  buona  ragione  per  esimersi;  ma questa
  ragione, poteva ella parlarne?  Dire: - io sar pi confusa,  pi tremante,
  perch...  - Cercava ella dunque pretesti come l'altra, ma li sosteneva con
  pi furore. Geltrude indovin, anzi sent quella ragione,  persuase l'altra
  ad  assumersi  l'incarico,  dicendole  che  sarebbe  stato facile e spedito
  annunziare la sua indisposizione dalla finestra  ad  una  delle  suore  che
  governavano  le  educande,  pregando  nello stesso tempo che non si facesse
  romore per non disturbarla.
       Egidio intanto eseguiva gli altri concerti che erano  stati  presi,  o
  per  meglio dire ch'egli aveva proposti;  giacch il disegno era tutto suo.
  Occultata la vittima, egli usc di notte fitta, accompagnato da alcuni suoi
  scherani, come soleva non di rado per qualche spedizione. Gli dispose in un
  luogo distante da quello a cui aveva disegnato di portarsi,  e  gli  lasci
  come a guardia,  lasciando loro credere che andasse ad una delle sue solite
  avventure.  Quindi per lunghi circuiti si condusse ad un  campo  disabitato
  col  quale confinava l'orto del monastero,  e ne era diviso dal muro.  Ivi,
  dopo d'aver ben guardato intorno se nessuno vi fosse, si trasse di sotto il
  mantello gli stromenti da smurare che aveva nascosti con le  armi;  e  pian
  piano  in  una  parte  del  muro  gi intaccata dal tempo,  e ch'egli aveva
  fissata di giorno,  aperse  un  pertugio,  tanto  che  un  persona  potesse
  passarvi.  Riprese i suoi ferri, si ravvolse nel mantello, e camminando non
  senza terrore minacciato com'era da  pi  d'un  nemico,  raggiunse  i  suoi
  scherani;  si mostr ad essi lieto, s'avvi con essi, gitt per via qualche
  motto misterioso di altre avventure,  e torn alla  sua  casa.  Il  mattino
  seguente una suora manc; si corse alla sua cella; non v'era; le monache si
  sparpagliarono a ricercarla;  ed una che andava per frugare nell'orto, vide
  da lontano...
  - Possibile?  un pertugio nel muro.- Chiam le compagne a  tutta  voce;  si
  corse al pertugio,  " fuggita;   fuggita". La badessa venne al romore: lo
  spavento fu grande; la cosa non poteva nascondersi; la badessa ordin testo
  che il pertugio fosse guardato dall'ortolano, che si mandasse per muratori,
  onde chiuderlo,  e che si spedisse gente per raggiungere  la  sfuggita.  Il
  lettore   sa   che   pur  troppo  ogni  ricerca  doveva  riuscire  inutile.
  L'occupazione che questo affare diede a tutte le monache fece  che  le  tre
  che  erano  la  trista  cagione di tutto,  fossero lasciate in pace,  o per
  meglio dire, sole.
       E' facile supporre che da quel giorno in poi il carattere di  Geltrude
  (giacch  di  essa  sola esige la nostra storia che ci occupiamo) fu sempre
  pi stravolto. Combattuta continuamente tra il rimorso e la perversit, tra
  il timore d'essere scoverta,  e un certo bisogno di lasciare uno sfogo alle
  sue tante passioni,  e tutte tumultuose,  dominata pi che mai da colui che
  ella risguardava come  l'origine  dei  suoi  pi  gravi,  pi  veri  e  pi
  terribili mali,  e nello stesso tempo come il suo solo soccorso, l'infelice
  era nel suo interno ben pi conturbata, e confusa che non apparisse nel suo
  discorso,  per quanto poco ordinato egli fosse.  Una immagine la  assediava
  perpetuamente,  e non  mestieri dire quale. Tentava ella di rappresentarsi
  alla fantasia la sventurata suora, quale l'aveva veduta infocata di collera
  e  con  la  minaccia  sul  labbro  quell'ultimo   giorno.   Ma   l'immagine
  s'impallidiva  sempre nella sua mente,  invano ella cercava di raffigurarla
  con la testa alta, con l'occhio acceso, con una mano sul fianco;  la vedeva
  indebolirsi,  non poter reggere, abbandonarsi, cadere, se la sentiva pesare
  addosso. Per togliere ogni sospetto, e nello stesso tempo per dare un altro
  corso alle sue idee,  procurava ella di toccar materie liete o indifferenti
  di discorso;  ma ora il rimorso,  ora la collera contra tutti coloro che le
  erano stata occasione di cadere in tanto profondo,  ora una,  ora  un'altra
  memoria  si  gettavano  a  traverso  alle  sue idee,  la scompaginavano,  e
  lasciavano nelle sue parole un indizio del disordine che regnava nella  sua
  mente.  E  quella  regola nei discorsi,  quel contegno nei modi ch'ella non
  poteva avere naturalmente,  e per ispirazione dalla  pace  dell'animo,  non
  aveva  i  mezzi  per  trovarlo nella esperienza e per comandarselo.  La sua
  esperienza non era altro che del chiostro,  di quel poco che  aveva  veduto
  nel  tempo  burrascoso  passato  nella  casa  paterna,  e  di ci che aveva
  imparato dall'infame  suo  maestro;  le  sue  idee  erano  un  guazzabuglio
  composto di questi elementi,  ed ella non aveva potuto attingere d'altronde
  cognizioni per fare almeno una scelta di questi elementi.  Le sue parole  e
  il  suo  contegno  sarebbero state uno scandalo insopportabile in un secolo
  meno bestiale di quello;  ma allora la stranezza  universale  non  lasciava
  spiccare la sua al punto da farne un oggetto di maraviglia singolare.



       Due anni erano gi trascorsi da quel giorno funesto al tempo in cui la
  nostra  Lucia le fu raccomandata da padre cappuccino,  il quale,  come pure
  ogni altro del monastero,  e di fuori,  conosceva bene la  Signora  per  un
  cervellino, ma era lontano dal sospettare quale in tutto ella fosse.
       Siamo  stati  pi  volte  in dubbio se non convenisse stralciare dalla
  nostra storia queste turpi ed atroci avventure; ma esaminando l'impressione
  che ce n'era rimasta,  leggendola dal manoscritto,  abbiamo trovato che era
  una impressione d'orrore; e ci  sembrato che la cognizione del male quando
  ne produce l'orrore sia non solo innocua ma utile.
       Abbiamo  lasciata,  se  il  lettore  se  ne  ricorda,  Lucia  sola nel
  parlatorio con la  Signora.  Il  dialogo  fra  quelle  due  cos  dissimili
  creature continu a questo modo:
       "Ora," disse la Signora, "parlate con libert. Qui non c' n madre n
  padre;  e  ditemi  il  vero,  perch  le  bugie  che  mi potreste dire,  le
  ravviserei tosto come una antica conoscenza: non temete di nulla: qualunque
  sia il vostro caso, io vi protegger, purch siate sincera con me."
  Lucia pose la piccola destra sul cuore,  e con l'accento  che  toglie  ogni
  dubbio, rispose: "Signora, la verit  quello che ha detto mia madre, e che
  ha  scritto il padre Cristoforo: io non ho mai giurato finora,  ma se Ella,
  reverenda signora vuole ch'io giuri in questa occasione,  io son  pronta  a
  farlo."
       "Non  dite  pi,  che vi credo," rispose la Signora.  "Ma raccontatemi
  dunque tutta questa storia." E qui cominci ad affogare Lucia  d'inchieste,
  volendo sapere tutti particolari della persecuzione di Don Rodrigo, e delle
  relazioni di Lucia con Fermo.
       Questa  curiosit  era  come ognuno pu figurarselo assai molesta alla
  povera Lucia. All'istinto del pudore ed alla ripugnanza naturale di parlare
  di se stessa su questa materia,  si aggiungeva  anche  il  timore  di  dire
  qualche  cosa di sconvenevole in presenza della reverenda madre.  Lucia che
  aveva parlato con un uomo,  e che gli aveva dato promessa di sposarlo,  che
  aveva  tentato un matrimonio clandestino si riguarda come una donna esperta
  e pi forse che non conveniva, nelle cose del mondo, come una scaltritaccia
  al paragone di una monaca, velata, rinchiusa,  separata dal consorzio degli
  uomini,  e  pigliava le inchieste della Signora a un di presso come si fa a
  quelle talvolta indiscretissime dei ragazzi, dalle quali uno si sbriga alla
  meglio,  cercando di non rispondere  direttamente  e  di  mandare  in  pace
  l'interrogante.
       E quando le domande erano pi avanzate,  Lucia le attribuiva ancor pi
  ad una pura e santa ignoranza. Rispose dunque sopra Fermo, che quel giovane
  l'aveva chiesta a sua madre e che essendo a lei  dalla  madre  proposto  il
  partito,  ella  lo  aveva  accettato  volentieri,  e  che tanto bastava per
  conchiudere un matrimonio.  Ma per ci  che  riguardava  Don  Rodrigo,  per
  quanto Lucia ponesse cura a schermirsi,  le fu pur forza entrare in qualche
  particolare,  per ispiegare alla  Signora  la  persecuzione  ch'ella  aveva
  sofferta, e contra la quale cercava un ricovero.
       "Egli pativa dunque davvero per voi," domand la Signora.
       "Io  non  so  di  patire,"  rispose Lucia,  "so bene che avrebbe fatto
  meglio per l'anima e per il corpo a  lasciarmi  attendere  ai  fatti  miei,
  senza curarsi di una tapinella che non si curava niente di lui."
       "Poveretto!"  sclam  la  Signora,  con una certa aria di compassione,
  nella quale pareva tralucesse quasi un rimprovero a Lucia.
       "Poveretto?" rispose questa, "Poveretto? Oh Madonna del Carmine!  Ella
  lo compatisce, illustrissima!"
       "S, poveretto," rispose la Signora. "Convien dire che voi non abbiate
  mai  avuto chi vi volesse male,  giacch sentite tanto orrore per chi vi ha
  voluto bene. Birbone, cattivo, tiranno!  Che parolone,  figliuola,  per una
  quietina, come parete! E la carit del prossimo?... Se gli aveste provati i
  tiranni  davvero...!  Vorrei  un  po'  che  mi ripeteste le ingiurie che vi
  diceva, per vedere quanta ragione avete di chiamarlo con questi nomi."
       "Le ingiurie dei signori," rispose Lucia con quella sicurezza che  non
  manca  mai  a  chi comincia un discorso con una persuasione viva ed intima,
  "le ingiurie dei signori,  sono tremende pei poverelli;  ma se gli era  pur
  destino  che  quel signore dovesse aver qualche cosa a dirmi,  sa il cielo,
  che io  sarei  ben  contenta  che  m'avesse  detto  ogni  sorta  d'ingiurie
  piuttosto  che  quello  che  mi    toccato  sentire  da lui.  Io non avrei
  risposto, le avrei sofferte,   il destino di noi poverelli;  e quando egli
  si  fosse stato stanco,  l'avrebbe finita;  ed ora io non sarei qui lontano
  dalla mia patria,  come una sbandata,  a domandar ricovero per amor di Dio;
  sarei... pensi, Signora, s'io posso dir bene di lui. Non ch'io gli desideri
  del  male,  no grazie a Dio,  ma quanto al bene ch'egli mi poteva volere...
  Santissima Vergine, che razza di bene!  Io non vorrei dir cose da non dirsi
  in sua presenza,  signora madre,  e, so ben io quel che dico; ella sa molto
  di cose alte, di quelle che si trovano sui libri,  ma le cose del mondo non
    obbligata  a  conoscerle,  e  certe  cose  che  potrei  contare  meglio
  tacerle." "Vi ho detto di parlare con sincerit: dite pur  tutto;"  rispose
  la  Signora  ridendo,  e  senza  quell'imbarazzo che le aveva cagionata una
  proposizione somigliante nella bocca del padre guardiano.
       "Spero dunque di poter parlare con prudenza," riprese  Lucia,  "ma  di
  poterle  far  toccare  con  mano  che  cosa  poteva  essere il bene di quel
  Signore.  Sappia che io non sono stata la prima,  a cui per mala sorte egli
  abbia badato.  Eh!... le cose si sanno purtroppo: e d'una mala poveretta in
  particolare, io non ho potuto a meno di non saperlo,  perch eravamo amiche
  e  me  ne piange il cuore tuttavia.  Questa poveretta -non la nomino- diede
  retta al bene di quel signore;  e  sa  ella  che  ne  avvenne?  Cominci  a
  disubbidire  ai  suoi  parenti;  quando fu ammonita si rivolt;  la casa le
  venne in odio,  non ebbe pi  amiche,  disprezzava  tutti,  e  diceva  -puh
  villani!-  come  avrebbe  potuto  fare  una  gran  dama.  Quando  i parenti
  s'avvidero di qualche cosa,  sulle prime neg,  e poi,  rispose in modo  di
  fargli tacere per paura. Comparve con un vestito troppo bello per una ricca
  sposa,  e  credeva la poveretta che tutti avrebbero fatte le maraviglie,  e
  l'avrebbero inchinata,  e tutti la sfuggivano: i ragazzi le facevano dietro
  mille visacci.  Un fior di giovane, mi compatisca se parlo male, che voleva
  ricercarla in matrimonio,  non la guard pi;  nessuno le parlava,  nessuno
  voglio  dire della gente come si deve,  perch i cattivi se le avvicinavano
  per la via con una famigliarit come se le fossero sempre  stati  amici,  e
  fino,  a parlare con poca riverenza,  i birri,  la salutavano ridendo, e le
  gittavano parole da non dire.  Poveretta!  di tratto in tratto  pareva  pi
  lieta  che  non fosse mai stata,  ma le lagrime che spargeva in segreto!  e
  quante volte la vedevamo da lontano piangente, e si nascondeva da noi: e io
  mi ricordava di quando ell'era allegra come un pesce,  di  quando  ridevamo
  insieme  alla  filanda.  Basta:  la disgraziata non pot pi vivere nel suo
  paese, e un bel mattino, fece un fagottello, e fin a girare il mondo."
       "Girare!" interruppe la Signora, "non  poi la peggior disgrazia."
       "E tutto questo," continu Lucia,  "senza parlare  dal  tetto  in  su;
  perch  all'altro  mondo,  Dio  sa come andranno le cose.  Ma povera la mia
  Bettina!  oh poveretta me,  ho detto il  nome...  spero  che  Dio  le  far
  misericordia;  perch  poi  finalmente    stata  tradita.  Ma  per me dico
  davvero,  che se per andare in paradiso bisognasse fare la vita  di  quella
  povera figliuola, la mi parrebbe ancora molto dura."
       "Ma  quel  signore"  riprese  la monaca,  "era egli di stucco?  non la
  sapeva far rispettare? lasciava la briglia sul collo a quei tangheri?"
       "Fortunata lei," rispose Lucia, "che non sa come vanno queste cose. Il
  signore dopo qualche tempo non si cur pi di quella meschina; e si venne a
  sapere che un giorno ch'ella si lagnava con lui d'essere disprezzata,  egli
  le  rispose:  -si provino un po' a farvi qualche sgarbo in mia presenza,  e
  vedranno-.  Tutto quello che la poverina  doveva  patire  fuori  della  sua
  presenza  non  era  niente.  Ma  tutto  questo non bastava a disingannarla:
  soffriva,  ma non sapeva staccarsi da colui.  Finalmente bisogn che  fossi
  tormentata   io   per   farle  conoscere  il  suo  stato.   Quando  costui,
  sfacciato!... cominci a pormi gli occhi addosso, allora..."
       "E' un vile birbante," interruppe la Signora,  "avete  ragione:  avete
  fatto bene a voltargli le spalle, e io vi protegger."
       "Dio gliene renda il merito. Le diceva ben io che se avesse saputo..."
       "S  s,    un birbante: son tutti cos costoro.  Date loro retta sul
  principio: voi, voi sola siete la loro vita: che cosa sono le altre? nulla;
  voi siete la sola donna di questo mondo, e poi...  Fortunata voi che potete
  sbrigarvene.  Vi  avrebbe  voluta  vedere  amica  di  Bettina...  amica!  e
  sprezzarvi tutte e due;  e vi so dire io come vi avrebbe  trattate;  peggio
  che da serve. Se aveste fatto il primo passo..."
       Lucia teneva gli occhi sbarrati addosso alla Signora,  come stupefatta
  ch'ella ne sapesse tanto addentro.  Geltrude rinvenne e s'avvide che questo
  suo  modo  di  disapprovare  il  seduttore non era pi conveniente alla sua
  condizione di quello che fosse stato quel primo compatimento,  e che invece
  di  togliere  il  sospetto o almeno lo stupore che quello poteva aver fatto
  nascere, lo avrebbe accresciuto, e si ripigli dicendo:
       "Del resto,  son cose che io non  posso  conoscere;  ma  gi  l'avrete
  inteso  anche  dai  predicatori che quelli che seducono le povere figliuole
  sono i primi a sprezzarle.  E se  da  principio,  io  ho  mostrato  qualche
  dispiacere per colui,  perch non vi eravate bene espressa; io credeva che
  alla fine egli avesse intenzione di sposarvi."
       "Sposarmi!  sposarlo!" esclam Lucia,  maravigliata di questo pensiero
  che supponeva l'accordo di due volont,  d'una delle quali ella sentiva,  e
  dell'altra  sapeva che ne erano le mille miglia lontane.  Geltrude credette
  che Lucia non  alludesse  ad  altro  ostacolo  che  alla  differenza  delle
  condizioni.  "E  perch  no?"  rispose,  e abbandonandosi alla intemperanza
  della sua fantasia continu: "Perch no,  sposarvi?  Se  ne  vede  tante  a
  questo mondo.  Sareste la Signora Donna Lucia: che maraviglia!  non sareste
  la donna pi stranamente nominata di questo mondo.  Avete sentito  come  mi
  chiamava  quel  buon  uomo  con  la  barba  bianca  che vi ha condotta qui?
  -Reverenda madre.- Bel bambino davvero ch'io ho."
  E a questa idea si pose a ridere sgangheratamente: ma tosto aggrondatasi, e
  levatasi a passeggiare nel  parlatorio...  "madre!..."  continu...  "avrei
  dovuto sentirmelo dire, non da un vecchio calvo e barbato.

                                    Cap. IX






       Quando  Egidio  si avvenne della nostra povera Agnese,  andava appunto
  fantasticando sul modo di soddisfare ai desiderj del suo degno amico,  e di
  dargli  con  la  prontezza del servizio una prova di audacia e di destrezza
  singolare;  e nei vari disegni che ruminava il pensiero,  questa Agnese gli
  si gettava sempre a traverso come il maggiore impedimento. Come staccare da
  essa  Lucia  che  le  stava sempre appiccicata alla gonnella?  rapire Lucia
  quando fosse in compagnia della madre era esporsi ad un vero  scandalo:  la
  resistenza che la madre avrebbe tentato di opporre poteva render necessaria
  qualche  violenza che avrebbe renduto l'affare pi serio,  o almeno avrebbe
  fatto perder tempo,  forse sfuggire l'opportunit;  le sue  grida  potevano
  attirare  dei guastamestieri,  o almeno dei testimonj;  e ad ogni modo essa
  rimanendo in Monza avrebbe sclamato,  ricorso,  parlato e fatto parlare: Al
  contrario  quando  Lucia  non  avesse in paese persona a cui calesse di lei
  particolarmente,  i discorsi sarebbero stati d'un giorno,  ed era molto pi
  agevole  dare  all'avventura quella spiegazione che fosse convenuto che che
  nessuno avrebbe potuto smentire.  Si andava  dunque  Egidio  risolvendo  ad
  aspettare  che Agnese si fosse allontanata da Monza,  ma non sapendo quando
  ci fosse per accadere,  si rodeva di dover rimettere ad un tempo  non  ben
  determinato  l'impresa e l'onore dell'impresa.  Ma alla vista di Agnese che
  tornava a casa, Egidio si sent libero d'una grande incertezza,  risolvette
  di por mano al disegno appena sarebbe giunto a Monza, e continu a maturare
  il suo disegno: i suoi pensieri camminavano pi spediti,  e per mettere del
  paro ad essi il suo cavallo gli diede una  voce  ed  un  colpo  di  sprone,
  dicendo  ai  seguaci  a  piedi  che  erano  obbligati  di  trottare  un po'
  affannosamente: "animo figliuoli, che la giornata  bella".
  Giunto a Monza,  entrato in casa,  scavalcato,  deposte le armi pi gravi e
  pi  lunghe,  egli corse tosto per la via da lui solo conosciuta alla porta
  abominevole  che  egli  aveva  aperta  nel  solajo,  entr  con  le  solite
  precauzioni  nel  solajo  dell'abitazione vicina,  fece i soliti segni,  la
  Signora che stava sull'avviso,  intese,  avvert le sue complici;  le quali
  andarono a chiudere le porte del quartiere che comunicavano col chiostro, e
  la sciagurata corse incontro ad Egidio tutta ansiosa.
       "Sia lodato il cielo!" diss'ella "che io vi riveggo!  Oh che giorni ho
  passati!  e che notti!  Che paura ho avuta questa  volta!"  e  mentre  ella
  parlava  una  specie di consolazione angosciosa,  e di rincoramento agitato
  dipingevano sulle sue guance come due pezze di  rossore  che  contrastavano
  tristamente col pallore di tutta la faccia.
       "Le solite sciocchezze?" disse Egidio con impazienza.
       "Oh!  sciocchezze! So io quel che soffro; e fossero anche sciocchezze,
  a chi tocca aver compassione di me? Mai mai,  non avete voluto compiacermi.
  Se  provaste un'ora quel ch'io sento tutto il giorno!  tutta la notte!  Non
  posso pi, non posso pi vivere con colei cos vicina. Qua gi,  qua sotto,
  a  pochi  passi,  nella vostra cantina: e quando voi non ci siete...!  l'ho
  veduta sempre,  sempre: l'ho veduta smuovere a poco a poco  il  mucchio  di
  sassi,  e poi mettere fuori il capo, e poi venir su... avrei gridato se non
  avessi temuto di far correre tutto il monastero... e poi entrare qua dentro
  per questo pertugio, senza mai volersi fermare, e poi sedersi qui... quello
  sgabello son ben sicura d'averlo bruciato: e pure quando colei  arriva,  si
  trova sempre a quel posto, ed ella vi si adagia e non vuol partire. Mi pare
  che  se  fosse  lontana  dove  io  non sapessi,  non potrebbe venire cos a
  tormentarmi."
       "Donne indiavolate,  vive o morte",  disse  lo  scellerato:  "ecco  le
  accoglienze gioconde che mi fate."
       "Non  andate in collera," disse Geltrude,  "perch chi altri ho io?  a
  chi mi posso confidare?" e continu con voce pi  sommessa,  "quelle  altre
  non  mi consoleranno,  vedete,  se racconter loro che siete in collera con
  me, state in pace, e fatemi questo piacere una volta.  Voi sapete far tante
  cose! Non sarete pi contento, quando mi vedrete tranquilla?"
       "Ma  sono queste cose da pensare,  e da dire?" rispose Egidio.  "E' un
  affare finito,  che non d pi impiccio,  e volerne andare a cercare uno di
  questa sorta? perch?  per una pazzia? Che volete ch'io faccia? Ch'io desti
  il  cane  addormentato?  Senza una ragione al mondo?  come l'ho da portare?
  dove?"
       "Scendete una notte solo," disse Geltrude,  "gi voi non avete  paura,
  -fortunati  gli  uomini!-  prendetela  portatela al fiume,  gittatela in un
  pozzo abbandonato
       "Bel divertimento! bella festa invero!" disse Egidio con un sorriso di
  rabbia e di scherno "bella commissione che mi date!  Pazzie!  E  tutto  per
  tirar fuori quello che  ben nascosto!  Savio disegno!  Sapete voi dirmi un
  luogo dove possa star pi nascosta che ora non ?"
       "E' vero," disse Geltrude,  "gran cosa che non si sappia che fare d'un
  morto!"
       "Che farne?" rispose Egidio,  "niente: sta bene dov'.  Dimenticatela,
  pensate quello che pensano tutte le vostre suore:  andata  alle  Indie  su
  una nave olandese, e pensa a vivere allegramente; lo credono tutti..."
       "Ma non  vero," rispose Geltrude.
       "Che fa questo?" disse bruscamente Egidio
       "Fa  tutto,"  rispose  tristamente  Geltrude;   e  prosegu:  "anch'io
  prima.... credeva che purch lo sapessimo noi soli, la cosa sarebbe come se
  non fosse avvenuta, ma ora..."
       "Ora  tempo di finirla," interruppe sempre aspramente Egidio.
       "Oh ecco come son  trattata!"  disse  con  accoramento  Geltrude;  "mi
  strapazzate perch patisco; siete voi quello che mi strapazzate, voi... Che
  colpa  ho  io  se sono una poveretta?  Vorrei anch'io non curarmi di nulla,
  esser come voi... voi siete un uomo, voi mi date animo...  ma no no...  voi
  avete  troppo  coraggio,  troppa  presenza  di spirito...  mi fate quasi...
  paura...  penso...  penso che se...  mi odiaste...  ah i morti non vi danno
  travaglio!"
       "Che pazzie! che pazzie!" disse Egidio con istizza sempre crescente.
       "Ebbene,"  disse  Geltrude  in  tuono  supplichevole,   "compiacetemi,
  levatemi questa spina dal cuore,  allontanate colei da  questa  abitazione;
  voi vedete ch'io non posso allontanarmi io."
       "Via,"  rispose  Egidio,  fingendo  di  acconsentire  alla domanda "vi
  compiacer;   un impiccio,   un fastidio,   un pericolo,  ma per voi  lo
  far."
       "Oh davvero!" disse Geltrude,  "non lo dite per acquetarmi, come avete
  fatto altre volte... vi ricordate?... promettetelo da vero."
       "Possa essere...!"
       "Non  giurate,   per  amor  del  Cielo,"  interruppe   Geltrude   come
  spaventata;  "non fate imprecazioni,  perch noi siamo in uno stato che una
  picciola parola pu bastare...  potrebb'essere intesa ed esaudita  in  quel
  momento che la proferiamo."
       "Via  ve  lo  prometto  da  uomo onorato," rispose Egidio,  affettando
  tranquillit: "ve lo prometto;  e non se ne parli pi.  Ho bisogno  anch'io
  che  voi  mi compiacciate in un affare d'importanza;  e non si deve dire di
  no, non si deve opporre nemmeno un dubbio."
       "Che  posso  fare?"  chiese  con  istanza  e  non  senza  inquietudine
  Geltrude.
       "Quella  villanotta  che  v'  stata data in guardia," rispose Egidio,
  "quella Lucia..."
       "Ebbene?..."
       "Ho promesso di consegnarla ad un amico al quale non voglio  n  posso
  rifiutar nulla; e voi dovete darmi ajuto a liberarmi dalla mia parola."
       A questa proposta,  Geltrude incrocicchi le mani con forza, le presse
  al petto,  si strinse tutta,  lev al cielo uno sguardo nel quale  brillava
  momentaneamente un raggio dell'antica innocenza, e con voce supplichevole e
  commossa disse: "Ah no: non ne facciamo pi per piet.  Chi sa che quel che
  abbiamo fatto non possa ancora essere perdonato? V'era,  una scusa,  ma qui
  non  ve n'.  Perch fare ancora delle cose,  che si vorranno dimenticare e
  non si potr? Non ne abbiamo abbastanza?"
       "Ah! ah!" rispose Egidio,  "cos siete disposta a compiacermi?  Adesso
  vi  nascono  gli scrupoli eh!  Pi conto fate d'una villana,  che conoscete
  appena da otto o dieci giorni che di me. Questa  quella che voi amate."
       "Io amarla!" rispose Geltrude, "io colei! non la posso soffrire,  una
  superba,  non fa che parlare della sua innocenza,  e  quando  ne  parla  mi
  guarda  con  certi occhi come se sapesse qualche cosa,  e fingendo rispetto
  volesse insultarmi. L'ho accolta,  sapete,  perch bisogna nel nostro stato
  farsi pi amici che si pu: no ch'io non l'amo: ma lasciatemela per carit,
  questa lasciatemela,  mi diventer cara,  e quando un altro pensiero verr,
  riposer i miei occhi sopra di lei,  e dir fra  me:  "ecco,  anche  questa
  l'avrei dovuta sagrificare; ed  qui."
       "Pazzie  pazzie,"  disse  Egidio:  "parlate  come una bambina sciocca.
  Lasciate che sul principio si lamenti e  un  giorno  poi  rider  dei  suoi
  terrori, e sar contenta."
       "No, non sar contenta," rispose Geltrude con la rapida risoluzione di
  chi ha il vivo sentimento che le parole che ha udite sono menzogne.
       "Va  bene,  va  bene,"  disse Egidio con uno sdegno in parte vero,  in
  parte diabolicamente affettato: "non ne facciamo pi: e gi  vedo  che  non
  possiamo  andar d'accordo:  tempo perduto con voi: siamo troppo differenti
  nel pensare: ma a tutto si pu rimediare;  i  mattoni  son  l  tutti  come
  contati;  e  ad  ogni volta mi d la briga di riporli al loro posto antico:
  basta che io porti un po' di  calce,  il  muro  sta  come  prima,  tutto  
  finito."
       "No, no, no..." riprese affannosamente Geltrude: "... dite, che volete
  ch'io faccia?"
       "E'  vero,"  continu l'uomo abominevole,  come se persistesse nel suo
  proposito, " vero che vi sono anche quelle altre..."
       "Zitto,  zitto per piet" disse Geltrude,  "che  non  sentano,  volete
  farmi diventare il ludibrio di quelle..."
       "Quelle,  quelle"  riprese  Egidio  "saranno  certamente  pi pronte a
  rendermi un servizio."
       "Dite, dite, che volete ch'io faccia?"
       "Chiamatele," rispose imperiosamente Egidio,  "e troveremo insieme  il
  mezzo di condurre a capo questa grande impresa."
       "Dite..."
       "Chiamatele,  dico," riprese Egidio, e Geltrude strascinata ancora una
  volta un passo pi innanzi nella via della perversit, avvezza ad ubbidire,
  ubbid e and a chiamare le sue complici.  Egidio sapeva quello  che  aveva
  detto;  e  quelle  due  sciagurate  erano infatti pi tranquillamente e pi
  risolutamente perverse di Geltrude.  Geltrude dei loro discorsi,  del  loro
  contegno  sentiva  talvolta  orrore,  disprezzo,  ne riceveva una specie di
  scandalo;   ma  questi  sentimenti  ricadevano  terribilmente  su  la   sua
  coscienza,  perch  ad  ogni  volta Geltrude era costretta a ricordarsi che
  dessa era quella,  che aveva fatti far loro i primi passi nel cammino  dove
  ora la precorrevano.  Non parlo che di questi sentimenti,  perch gli altri
  tutti orribili e tutti fastidiosi che dovevano nascere in quegli  animi  in
  quella situazione non sono da descriversi: basti dire che con tante cagioni
  di vicendevole ripugnanza una sola cosa le teneva unite,  la partecipazione
  d'un  sangue,   l'avere  una  sola  coscienza:  vivevano  insieme  come  lo
  sbigottimento  e l'audacia,  il desiderio di rimpiattarsi e il desiderio di
  assalire,   il  rimorso  e  il  delitto  vivono  insieme  nell'animo   d'un
  masnadiero.
       Rivisitate   accuratamente  le  porte,   tentati  i  chiavistelli  per
  accertarsi che fossero ben chiusi le  tre  sciagurate  s'avviarono  insieme
  verso  il  luogo  pi rimoto del quartiere dove Egidio le stava aspettando.
  L'orrendo concilio fu ragunato: le sciagurate aspettavano ansiose  ci  che
  Egidio  avesse a propor loro,  e nello stesso tempo stavano col capo levato
  all'indietro origliando se un qualche romore si sentisse,  se qualche suora
  venisse  a  bussare,  per  accorrer  tosto,  per  intrattenerla con qualche
  pretesto prima di aprire,  e dar cos tempo  ad  Egidio  di  sparire  senza
  lasciare alcun sospetto. Egidio espose loro in due parole il suo desiderio:
  ch'egli  aveva  bisogno di tenere Lucia per servire un suo caro amico,  che
  esse dovevano dargli ajuto, che la cosa doveva esser fatta presto e in modo
  che il sospetto non cadesse n sovra di esse n sovra di lui.

       In  una  brigata  di  onesti  che  deliberi  qualche  risoluzione   da
  prendersi,  ognuno diventa pi onesto, il sentimento comune rinforza quello
  d'ogni individuo che parli,  le parole d'ognuno divengono pi  rigide,  pi
  degne,  pi  scrupolose,  suppongono sempre un convincimento profondo della
  persuasione della virt;  e cos pur troppo,  in  una  brigata  di  tristi,
  ognuno  diventa  pi tristo,  perch chi ragiona dinanzi ad un uditorio per
  picciolo ch'e' sia,  generalmente parlando,  non  teme  nulla  pi  che  di
  stonare  dagli  altri.  Geltrude che alla prima proposta di quel fatto,  ne
  aveva conceputo tanto orrore,  risoluta di obbedire allo spirito  infernale
  che  la  possedeva,  non avrebbe voluto che gli altri mostrasse pi ardore,
  pi  prontezza,   pi  sagacia  nel  farlo;   Geltrude  avvezza  ad  essere
  strascinata,  e  a  far  sempre qualche cosa di pi che sul principio aveva
  ricusato di fare, rispose tosto che pigliava essa l'impegno, che ne aveva i
  mezzi pi di chicchessia. Le altre triste protestarono tosto che esse erano
  pronte a secondarla in tutto.  Egidio le chiese se essa avrebbe saputo  far
  andare  Lucia  sola  in  una strada solitaria.  "Domani," rispose Geltrude.
  "Domani  troppo presto," disse Egidio;  "la rete non potr essere tesa che
  dopo  domani."  "Dopo  domani,"  rispose  ancora  Geltrude.  La congrega si
  sciolse, ed Egidio corse tosto a spedire un messo al Conte del Sagrato, per
  chiedergli i bravi dei quali avevano convenuto.  Il messo part nella notte
  stessa,  giunse  all'alba  al castello;  il Conte diede tosto gli ordini ai
  bravi che dovevano andare all'impresa: impose loro di obbedire ad Egidio, e
  di non nominarlo, di aspettare i suoi comandi,  e di non andare a casa sua,
  n di cercarlo in alcun luogo, e i bravi scesero all'Adda, e s'imbarcarono.
  Nello  stesso  tempo  sped  egli  una  carrozza leggiera da viaggio con un
  cocchiere quale conveniva a tal signore;  gli ordin di farsi tragittare su
  un  altro  punto  del  fiume,  di non mostrare d'avere alcuna relazione con
  quegli altri amici che partivano,  di appostarsi vicino a Monza  nel  luogo
  che era indicato nella lettera di Egidio, e di aspettare pure gli ordini di
  questo.
       Quanto  alle  ciarle  da  spargersi  per via e alle fermate,  onde far
  stornare  dal  vero  le  congetture  dei  curiosi,   il  Conte  ne   lasci
  l'invenzione  alla prudenza,  ed alla sagacit dei suoi uomini;  perch gli
  aveva scelti tra i pi provati,  e i  pi  destri,  e  tali  che  sapessero
  conformare  la  condotta  e i discorsi alla circostanza che egli non poteva
  prevedere.  Contemporaneamente,  a paro per un'altra via il messo di Egidio
  torn al suo padrone,  e gli port la risposta nella quale il Conte, con un
  gergo da loro soli inteso lo  avvertiva  di  ci  ch'egli  aveva  ordinato.
  Egidio,  lasciato riposare il messo, lo risped alle poste dov'erano giunti
  gli uomini del Conte,  e li fece istruire di ci che avevano a fare.  Tutta
  quella  giornata  fu  spesa  in  preparativi.  Il giorno appresso la nostra
  storia lo registra,  ed era il ventuno di novembre.  Egidio diede avviso  a
  Geltrude  che  tutto  era  in  pronto,  e  ch'ella dovesse mantenere la sua
  parola, operar tosto secondo le istruzioni ch'egli le aveva date.
       Geltrude scese nel suo parlatorio appartato, e fece chiamare Lucia. La
  nostra  poveretta  innocente  corse  volenterosa  alla  chiamata.  Dopo  la
  partenza della madre,  rimasta come smarrita,  senza consiglio,  senz'altro
  appoggio che quello della Signora,  non si sentiva mai  tanto  sicura  come
  presso  di  lei.  Ben    vero  che quel non so che d'inusitato e di strano
  ch'ella aveva trovato nei  discorsi  e  nel  contegno  di  essa  gli  aveva
  lasciata una impressione d'incertezza e quasi di timore,  ma ella era tanto
  lontana dal sospettar pure le vere cagioni di quell'inusitato, che le prime
  riflessioni della madre l'avevano rassicurata;  e Lucia non ne aveva cavata
  altra  conseguenza  se  non  che  i  signori  erano  molto  differenti  dai
  poverelli.  Si present ella dunque a Geltrude con  quell'aria  di  fiducia
  affettuosa,  con  quella  gioja  riconoscente,  che  il  debole  sente alla
  presenza del forte che  per lui;  le and  incontro,  come  la  pecora  va
  incontro al pastore che le si avvicina,  che allontana le altre e stende la
  mano per accarezzarla; e non sa la poveretta che egli ha lasciato fuori dal
  pecorile il beccajo a cui l'ha venduta in quel momento.
       La festa ingenua di Lucia e la sua aria fiduciale era un rimprovero  e
  una distrazione terribile per la Signora,  la quale tosto interruppe alcune
  semplici parole di affetto e di riconoscenza che l'innocente tutta peritosa
  aveva incominciate, protest di non voler ringraziamenti, e postasi in aria
  di premura e  di  mistero  le  annunci  che  l'aveva  fatta  chiamare  per
  comunicarle cose molto importanti.  Lucia si fece tutta attenta, e Geltrude
  ripetendo la lezione del suo infernale maestro cominci ad impastrocchiarla
  con una storia misteriosa,  di pericoli,  e di speranze,  di mezzi posti in
  opera  da  lei,  di  ostacoli,  di  ajuti,  tutto  per liberare Lucia dalla
  persecuzione di Don Rodrigo,  e per farla essere tranquillamente  sposa  di
  Fermo:  accennando  molto  di  pi  che non dicesse,  e allegando motivi di
  prudenza per non dir tutto,  ripetendo  ad  ogni  momento  che  un  po'  di
  coraggio   e  molta  precauzione  poteva  tutto  salvare,   e  una  piccola
  indiscrezione perder tutto; che l'occasione era pronta, e per coglierla non
  bisognava perder tempo; e termin col dire che le bisognava in quel momento
  un uomo da cui potesse aspettarsi un consiglio fidato,  e un ajuto operoso,
  che  il  solo  uomo del mondo che fosse da ci era quel padre guardiano dal
  quale Lucia era stata scorta  al  monastero;  che  ella  aveva  bisogno  di
  parlare  con  lui  ma  che  le  mancava  il  mezzo  di  farlo avvertire con
  sicurezza, giacch dopo d'aver riandate tutte le persone,  tutti i modi per
  questa  spedizione,  trovava  in  tutti  il pericolo di farsi scorgere,  di
  sventare il segreto, di metter sull'avviso quelli a cui importava il pi di
  tener tutto nascosto, e di perdere cos l'opportunit, anzi di avvicinare i
  pericoli: che insomma  per  condurre  bene  a  fine  questa  faccenda,  era
  necessario  che Lucia prendesse un po' di risoluzione,  si snighittisse,  e
  facesse tosto,  e segretamente e sola questa commissione.  Lucia  a  questa
  proposta rimase sopra di s,  poich allontanarsi dal monastero,  andarsene
  soletta per un paese che era per lei come l'America,  era un gran pensiero:
  fece  adunque  come  si fa ordinariamente quando non si vorrebbe aderire ad
  una proposta: si mise a discuterla,  per poter conchiudere che non  era  la
  sola  cosa  da  potersi  fare:  disse che la Signora avrebbe potuto trovare
  altre persone fidate e discrete,  domand  schiarimenti,  volle  saper  pi
  addentro  come  la commissione fosse necessaria,  e come essa fosse la sola
  che la potesse eseguire.  Ma la  Signora  memore  sempre  della  scuola  di
  Egidio,  mostr prima di offendersi, rispose ancor pi misteriosamente alla
  domande, lagnandosi di Lucia che pretendesse farle rivelare ci ch'ella non
  poteva, e che non volesse fidarsi di chi senza un interesse, per pura piet
  si prendeva tanta cura di lei; e concluse finalmente col dire: "Sono ben io
  la  buona  donna  a  pigliarmi  di  questi  travagli:  si  tratta  di  voi,
  finalmente:  io me ne lavo le mani: ho fatto ancora pi ch'io non dovessi."
  Lucia commossa in un punto di vergogna e di timore,  stava per piangere;  e
  la  Signora vedendola arrivare a quel punto,  ripigli il suo discorso,  la
  sgrid pi amorevolmente,  la rimprover di poco coraggio;  le promise  che
  non le sarebbe mai mancata se ella avesse avuta fede in lei;  e infervorata
  com'era nell'impresa di tradire la  poveretta  per  servire  lo  scellerato
  Egidio,  con  ipocrisia  sfrontata  le disse che pensasse ai rimproveri che
  ella farebbe un  giorno  a  se  stessa  di  avere  per  irresolutezza,  per
  infingardaggine rifiutato il mezzo della salute,  e rovinata se stessa,  la
  madre,  e l'uomo a cui ella s'era promessa.  Lucia non seppe pi resistere,
  si accus di aver resistito: le parve che avrebbe rifiutato il soccorso del
  cielo,  rifiutando quello che le era offerto,  piena di una novella fiducia
  disse: "vado tosto". Geltrude l'accomiat,  lodandola,  facendole animo,  e
  ripetendo  le  pi  liete  promesse    e  indicandole  la via per andare al
  convento. Lucia ritenendo a forza il pianto chiese scusa alla Signora della
  sua poca fede,  e  della  sua  ingratitudine.  "Sono  una  poveretta  senza
  pratica,"  diss'ella;  "ma  gi  ella  tutte  queste  brighe non se le deve
  pigliar per me,  ma per Quello di lass,  che gliele rimeriter  tutte,"  e
  abbandonandosi  alla grata,  colle braccia tese,  continu: "se non fossero
  questi ferri,  mi pare che le getterei le braccia al collo,  ed ella non se
  lo avrebbe a male, perch  tanto buona, ed io lo faccio per cuore."
       "S s, Lucia, addio, addio," disse Geltrude.
       "Dio la benedica" rispose Lucia, e staccatasi dalla grata, si volse, e
  si avvi verso la porta del parlatorio.
       -Che   orrenda  parola!-  disse  in  cuor  suo  Geltrude:  Dio  gliele
  rimeriter tutte, e alzando gli occhi vide Lucia,  che stava per passare la
  soglia.  Finch  Lucia  aveva  litigato  contra le persuasioni di Geltrude,
  questa impegnata ad ottenere l'intento di  Egidio,  animata  dalla  disputa
  stessa  non  aveva  pensato ad altro che a giungere al suo fine,  ma quando
  vide il cangiamento di Lucia,  quando vide  la  sua  fede  sicura,  intera,
  amorosa,  e pens che la tradiva,  quando vide la vittima andare cos senza
  sospetto all'orribile sagrificio,  un  sentimento  improvviso,  indistinto,
  irresistibile  le  fece  pronunziare  quasi  macchinalmente  queste parole:
  "Sentite Lucia." Lucia ristette,  si rivolse,  torn  alla  grata.  Ma  nel
  momento  che  Lucia  spese a fare pochi passi,  l'immaginazione di Geltrude
  aveva gi veduto Egidio furibondo per essere  stato  ingannato,  aveva  gi
  udite  le  sue  imprecazioni,  le  sue  minacce,  s'era gi pentita del suo
  pentimento,  e quando Lucia ristette  alla  grata  per  intendere  ci  che
  Geltrude  avesse  di  nuovo  da  dirle;  Geltrude confermata nell'iniquit:
  "senti Lucia," le disse,  "ricordati bene di tutte le avvertenze che ti  ho
  date;  procura  di tirarti in mente la strada che tu hai fatta venendo qui;
  se fossi in dubbio,  domanda con indifferenza e con  franchezza  a  qualche
  buona donna che passi per via; va in modo di non dar sospetto: fatti animo,
  ch gi non  il viaggio di Madrid: va e torna presto."
       "Oh," disse Lucia, "Dio mi accompagner;" e si volse di nuovo, s'avvi
  verso la porta, e pass la soglia. Geltrude corse a chiudersi nella stanza.

  Quivi l'abbandona il nostro autore; n in tutto il resto del manoscritto ne
  fa pi menzione. Noi per, trovando descritti dal Ripamonti gli ultimi casi
  di  questa  sventurata,  stimiamo  che  monti  il  pregio d'interrompere un
  momento la narrazione principale, per accennarli. Ci sembra anzi una specie
  di dovere per noi,  quando abbiamo raccontati i delitti,  di non tacere  il
  pentimento,  di  non  tacere che l'orrore a noi cos facilmente ispirato da
  quelli,  la religione ha potuto ispirarlo ancor pi forte  e  pi  profondo
  all'anima stessa, che gli aveva consentiti e commessi. Riferiremo quei casi
  in compendio; chi volesse conoscerli pi in particolare, li trover esposti
  in  bel  latino  nella  Storia  patria del Ripamonti,  al libro sesto della
  quinta decade. Siccome egli non vi pone alcuna data,  cos non possiam dire
  di quanto sieno posteriori alle cose gi da noi narrate.


       La  condotta,  il linguaggio,  l'aspetto abituale delle tre sciagurate
  suore,  le loro stesse precauzioni,  per distornare i sospetti,  ne fecero,
  com'era  naturale,  nascere  dei  nuovi,  che  dopo  d'aver serpeggiato nel
  monastero,  si diffusero al di fuori.  Due vicini di quello che  ebbero  la
  sciagura  di ricevere qualche prima confidenza di quei sospetti,  un fabbro
  ed uno speziale,  accennarono copertamente in qualche discorso,  che in  un
  monastero del paese accadevano cose orrende e turpi: l'uno e l'altro furono
  trovati uccisi.  Un terrore misterioso invase tutti gli animi del monastero
  e fuori;  ai sussurri che gi cominciavano a farsi sentire  nelle  brigate,
  successe un silenzio cupo e significante, e nelle relazioni pi intime, gli
  sguardi, i cenni, le parole sospese esprimevano o accennavano un sospetto e
  uno spavento comune.  Questi romori cos vaghi e generali com'erano, furono
  riferiti al cardinale Federigo Borromeo arcivescovo di Milano.
  Egli dolente e turbato d'essere cos tardi  avvertito,  si  port  a  Monza
  sotto colore d'una visita generale, e venne a colloquio  colla Signora, per
  esplorare dalle sue parole lo stato dell'animo suo; e ne usc con pi grave
  e pi fondato sospetto.  D'allora in poi, la Signora, irritata dai sospetti
  che vedeva starle sopra,  agitata dalle certezze della coscienza;  esaltata
  per  cos  dire  dal  suo stesso turbamento,  perd tutta la prudenza della
  colpa,  le sue azioni divennero affatto  indisciplinate,  i  suoi  discorsi
  strani,  furiosi,  inverecondi.  La  giurisdizione  criminale su le persone
  addette  allo  stato  religioso  era  allora  esercitata  dai  vescovi.  Il
  cardinale  fece  torre  la Signora da quel monastero,  e trasportarla in un
  convento di convertite nella citt.  Ivi  l'infelice  infuri  per  qualche
  tempo: tent di fuggire, tent di uccidersi, ricus il cibo, diede del capo
  alle  muraglie;  urlava  tutto  il  giorno,  bestemmiava  pi  di  tutto il
  cardinale: contra il quale tal era l'odio di lei, ch'ella ebbe a dir poscia
  che tutte le inimicizie che gli uomini chiamano  mortali,  erano  un  gioco
  appo di quella ch'ella sentiva per lui.
       Intanto  lo  scellerato vicino ripose il piede nel monastero,  e parte
  colla persuasione,  parte colle minacce astrinse le altre due sue vittime a
  seguirlo,  e  di notte con esse fugg.  Ma,  o fosse disegno premeditato di
  quell'animo atroce, o ebbrezza di scellerataggine, poco distante dal paese,
  in riva al Lambro,  una dopo l'altra le trafisse con un  pugnale,  gittando
  l'una nel Lambro, e l'altra in un pozzo rasciutto ed abbandonato nei campi.
  Ma  le  ferite  non  furono mortali,  ed entrambe le donne furono salve per
  diversi eventi e rinvenute,  e riposte a guarire in un altro monastero  del
  borgo.
       La Signora all'annunzio di tali atrocit, tutta, tutto ad un tratto si
  mut;  rivolse in orrore di se stessa, in pentimento, in dolore ineffabile,
  in lagrime inesauste tutto quell'impeto di furore;  e da quel momento  fino
  al  suo  ultimo  respiro  non  si  stanc mai di espiare almeno ci che non
  poteva pi riparare.  Il Cardinale ch'ella chiam poi  il  suo  liberatore,
  dovette  porre  un freno ai rigori ch'ella esercitava contra se stessa;  la
  visit da poi e la consol sovente.  Pag egli poi sempre le spese del  suo
  mantenimento,  perch  i  parenti,  come se col rifiutare quella sventurata
  avessero potuto scuotersi da dosso la colpa che avevano nella  sua  rovina,
  non  vollero  pi  udirne  parlare.  Le  due  compagne  la  imitarono nella
  penitenza.  Ma il miserabile pervertitore di tutte,  bandito  nella  testa,
  dopo d'avere errato qua e l, cangiato pi volte d'abiti, e di nome, chiese
  asilo in citt ad un amico, che lo accolse; ma come amico d'un tale uomo, o
  per timore, o per ottener grazia di qualche altro delitto, lo fece uccidere
  in un sotterraneo della casa,  e present la sua testa al giudice, come era
  prescritto dagli ordini di  quel  tempo,  i  quali  nel  caso  dei  banditi
  costituivano  carnefice ogni cittadino,  e offerivano o danari,  o impunit
  per altri delitti in mercede all'assassinio.





                                     FINE




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        n. 1  Avatara - di Angela Manganaro
        n. 2  Disperato Killer - di Aria Ghibli
        n. 3  Asia - di Giampaolo Proni
        n. 5  Infestazione - di autori vari
        n. 6  Il Pretino - di Marco De Poli
        n. 7  Rosa Rosso Quasi Viola - di autrici varie
        n. 9  Diario di Eva - di Dario Fo
        n.11  Dromsborg - di Mario Miccinesi
        n.12  Il latte della seduzione - di  Vittoria Cassani
        n.13  Cosi' affrontai il sipario - di Pier Luigi Re
        n.14  Sulle tracce di Antonio Raimondi -  Cossia/De Poli
        n.15  L'albero dai fiori di gas - di Romanov/Bercowicz
        n.16  Il vecchio che non muore - di Vincenzo Guagliardo
        n.18  Piccole Alterazioni - di Renato Michieli
        n.19  A come comunistA  - Autrici varie
        n.21  La conquista del Paradiso - Di Dino Verderio



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       n.24      MARCO MARCONI -  Poesia, Cibo per lo Spirito.
       n.25      FIORA VINCENTI - Odette
       n.26      LEV TOLSTOJ - Le Confessioni
       n.27      WOLFANG GOETHE - I dolori del giovane Werther
       n.28      FIORA VINCENTI - Trecento metri quadri di Paradiso
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