<B>Ultime lettere di Jacopo Ortis</B>
di Ugo Foscolo



PARTE PRIMA

<I>Al lettore</I>

Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virt sconosciuta; e di consecrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime, che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura. E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell'eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.

Lorenzo Alderani



<I>Da' colli Euganei, 11 Ottobre 1797</I>

Il sacrificio della patria non  consumato: tutto  perduto; e la vita, seppure ne verr concessa, non ci rester che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome  nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch'io per salvarmi da chi m'opprime mi commetta a chi mi ha tradito? Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le pi feroci. Or dovr io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace? Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati? E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl'italiani. Per me segua che pu. Poich ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadr fra le braccia straniere; il mio nome sar sommessamente compianto da' pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de' miei padri.

<I>13 Ottobre</I>

Ti scongiuro, Lorenzo; non ribattere pi. Ho deliberato di non allontanarmi da questi colli.  vero ch'io aveva promesso a mia madre di rifuggirmi in qualche altro paese; ma non mi  bastato il cuore: e mi perdoner, spero. Merita poi questa vita di essere conservata con la vilt, e con l'esilio? Oh quanti de' nostri concittadini gemeranno pentiti, lontani dalle loro case! perch, e che potremmo aspettarci noi se non se indigenza e disprezzo; o al pi, breve e sterile compassione, solo conforto che le nazioni incivilite offrono al profugo straniero? Ma dove cercher asilo? in Italia? terra prostituita premio sempre della vittoria. Potr io vedermi dinanzi agli occhi coloro che ci hanno spogliati, derisi, venduti, e non piangere d'ira? Devastatori de' popoli, si servono della libert come i Papi si servivano delle crociate. Ahi! sovente disperando di vendicarmi mi caccerei un coltello nel cuore per versare tutto il mio sangue fra le ultime strida della mia patria.
E questi altri? - hanno comperato la nostra schiavit, racquistando con l'oro quello che stolidamente e vilmente hanno perduto con le armi. - Davvero ch'io somiglio un di que' malavventurati che spacciati morti furono sepolti vivi, e che poi rinvenuti, si sono trovati nel sepolcro fra le tenebre e gli scheletri, certi di vivere, ma disperati del dolce lume della vita, e costretti a morire fra le bestemmie e la fame. E perch farci vedere e sentire la libert, e poi ritorcerla per sempre? e infamemente!

<I>16 Ottobre</I>

Or via, non se ne parli pi: la burrasca pare abbonacciata; se torner il pericolo, rassicurati, tenter ogni via di scamparne. Del resto io vivo tranquillo; per quanto si pu tranquillo. Non vedo persona del mondo: vo sempre vagando per la campagna; ma a dirti il vero penso, e mi rodo. Mandami qualche libro.
Che fa Lauretta? povera fanciulla! io l'ho lasciata fuori di s. Bella e giovine ancora, ha pur inferma la ragione; e il cuore infelice infelicissimo. Io non l'ho amata; ma fosse compassione o riconoscenza per avere ella scelto me solo consolatore del suo stato, versandomi nel petto tutta la sua anima e i suoi errori e i suoi martirj - davvero ch'io l'avrei fatta volentieri compagna di tutta la mia vita. La sorte non ha voluto; meglio cos, forse. Ella amava Eugenio, e l' morto fra le braccia. Suo padre e i suoi fratelli hanno dovuto fuggire la loro patria, e quella povera famiglia destituta di ogni umano soccorso  restata a vivere, chi sa come! di pianto. Eccoti, o Libert, un'altra vittima. Sai ch'io ti scrivo, o Lorenzo, piangendo come un ragazzo? - pur troppo! ho avuto sempre a che fare con de' tristi; e se alle volte ho incontrato una persona dabbene ho dovuto sempre compiangerla. Addio, addio.

<I>18 Ottobre</I>

Michele mi ha recato il Plutarco, e te ne ringrazio. Mi disse che con altra occasione m'invierai qualche altro libro; per ora basta. Col divino Plutarco potr consolarmi de' delitti e delle sciagure dell'umanit volgendo gli occhi ai pochi illustri che quasi primati dell'umano genere sovrastano a tanti secoli e a tante genti. Temo per altro che spogliandoli della magnificenza storica e della riverenza per l'antichit, non avr assai da lodarmi n degli antichi, n de' moderni, n di me stesso - umana razza!

<I>23 Ottobre</I>

Se m' dato lo sperare mai pace, l'ho trovata, o Lorenzo. Il parroco, il medico, e tutti gli oscuri mortali di questo cantuccio della terra mi conoscono sin da fanciullo e mi amano. Quantunque io viva fuggiasco, mi vengono tutti d'intorno quasi volessero mansuefare una fiera generosa e selvatica. Per ora io lascio correre. Veramente non ho avuto tanto bene dagli uomini da fidarmene cos alle prime: ma quel menare la vita del tiranno che freme e trema d'essere scannato a ogni minuto mi pare un agonizzare in una morte lenta, obbrobriosa. Io seggo con essi a mezzod sotto il platano della chiesa leggendo loro le vite di Licurgo e di Timoleone. Domenica mi s'erano affollati intorno tutti i contadini, che, quantunque non comprendessero affatto, stavano ascoltandomi a bocca aperta. Credo che il desiderio di sapere e ridire la storia de' tempi andati sia figlio del nostro amor proprio che vorrebbe illudersi e prolungare la vita unendoci agli uomini ed alle cose che non sono pi, e facendole, sto per dire, di nostra propriet. Ama la immaginazione di spaziare fra i secoli e di possedere un altro universo. Con che passione un vecchio lavoratore mi narrava stamattina la vita de' parrochi della villa viventi nella sua fanciullezza, e mi descriveva i danni della tempesta di trentasett'anni addietro, e i tempi dell'abbondanza, e quei della fame, rompendo il filo ogni tanto, ripigliandolo, e scusandosi dell'infedelt! Cos mi riesce di dimenticarmi ch'io vivo.
 venuto a visitarmi il signore T*** che tu conoscesti a Padova. Mi disse che spesso gli parlavi di me, e che jer l'altro glien'hai scritto. Anche egli s' ridotto in campagna per evitare i primi furori del volgo, quantunque a dir vero non siasi molto ingerito ne' pubblici affari. Io n'aveva inteso parlare come d'uomo di colto ingegno e di somma onest: doti temute in passato, ma adesso non possedute impunemente. Ha tratto cortese, fisonomia liberale, e parla col cuore. V'era con lui un tale; credo, lo sposo promesso di sua figlia. Sar forse un bravo e buono giovine; ma la sua faccia non dice nulla. Buona notte.

<I>24 Ottobre</I>

L'ho pur una volta afferrato nel collo quel ribaldo contadinello che dava il guasto al nostro orto, tagliando e rompendo tutto quello che non poteva rubare. Egli era sopra un pesco, io sotto una pergola: scavezzava allegramente i rami ancora verdi perch di frutta non ve ne erano pi: appena l'ebbi fra le ugne, cominci a gridare: Misericordia! Mi confess che da pi settimane facea quello sciagurato mestiere perch il fratello dell'ortolano aveva qualche mese addietro rubato un sacco di fave a suo padre. - E tuo padre t'insegna a rubare? - In fede mia, signor mio, fanno tutti cos. - L'ho lasciato andare, e scavalcando una siepe io gridava: Ecco la societ in miniatura; tutti cos.

<I>26 Ottobre</I>

La ho veduta, o Lorenzo, <I>la divina fanciulla</I>; e te ne ringrazio. La trovai seduta miniando il proprio ritratto. Si rizz salutandomi come s'ella mi conoscesse, e ordin a un servitore che andasse a cercar di suo padre. Egli non si sperava, mi diss'ella, che voi sareste venuto; sar per la campagna; n star molto a tornare. Una ragazzina le corse fra le ginocchia dicendole non so che all'orecchio.  un amico di Lorenzo, le rispose Teresa,  quello che il babbo and a trovare l'altr'jeri. Torn frattanto il signor T***: m'accoglieva famigliarmente, ringraziandomi che io mi fossi sovvenuto di lui. Teresa intanto, prendendo per mano la sua sorellina, partiva. Vedete, mi diss'egli, additandomi le sue figliuole che uscivano dalla stanza; eccoci tutti. Profer, parmi, queste parole come se volesse farmi sentire che gli mancava sua moglie. Non la nomin. Si ciarl lunga pezza. Mentr'io stava per congedarmi, torn Teresa: Non siamo tanto lontani, mi disse; venite qualche sera a veglia con noi.
Io tornava a casa col cuore in festa. - Che? lo spettacolo della bellezza basta forse ad addormentare in noi tristi mortali tutti i dolori? vedi per me una sorgente di vita: unica certo, e chi sa! fatale. Ma se io sono predestinato ad avere l'anima perpetuamente in tempesta, non  tutt'uno?

<I>28 Ottobre</I>

Taci, taci: - vi sono de' giorni ch'io non posso fidarmi di me: un demone mi arde, mi agita, mi divora. Forse io mi reputo molto; ma e' mi pare impossibile che la nostra patria sia cos conculcata mentre ci resta ancora una vita. Che facciam noi tutti i giorni vivendo e querelandoci? insomma non parlarmene pi, ti scongiuro. Narrandomi le nostre tante miserie mi rinfacci tu forse perch io mi sto qui neghittoso? e non t'avvedi che tu mi strazi fra mille martirj? Oh! se il tiranno fosse uno solo, e i servi fossero meno stupidi, la mia mano basterebbe. Ma chi mi biasima or di vilt, m'accuserebbe allor di delitto; e il savio stesso compiangerebbe in me, anzich il consiglio del forte, il furore del forsennato. Che vuoi tu imprendere fra due potenti nazioni che nemiche giurate, feroci, eterne, si collegano soltanto per incepparci? e dove la loro forza non vale, gli uni c'ingannano con l'entusiasmo di libert, gli altri col fanatismo di religione: e noi tutti guasti dall'antico servaggio e dalla nuova licenza, gemiamo vili schiavi, traditi, affamati, e non provocati mai n dal tradimento, n dalla fame. - Ahi, se potessi, seppellirei la mia casa, i miei pi cari e me stesso per non lasciar nulla nulla che potesse inorgoglire costoro della loro onnipotenza e della mia servit! E' vi furono de' popoli che per non obbedire a' Romani ladroni del mondo, diedero all'incendio le loro case, le loro mogli, i loro figli e s medesimi, sotterrando fra le gloriose ruine e le ceneri della loro patria la lor sacra indipendenza.

<I>1 Novembre</I>

Io sto bene, bene per ora come un infermo che dorme e non sente i dolori; e mi passano gl'interi giorni in casa del signore T*** che mi ama come figliuolo: mi lascio illudere, e l'apparente felicit di quella famiglia mi sembra reale, e mi sembra anche mia. Se nondimeno non vi fosse quello sposo, perch davvero - io non odio persona del mondo, ma vi sono cert'uomini ch'io ho bisogno di vedere soltanto da lontano. - Suo suocero me n'andava tessendo jer sera un lungo elogio in forma di commendatizia: <I>buono - esatto - paziente!</I> e niente altro? possedesse queste doti con angelica perfezione, s'egli avr il cuore sempre cos morto, e quella faccia magistrale non animata mai n dal sorriso dell'allegria, n dal dolce silenzio della piet, sar per me un di que' rosaj senza fiori che mi fanno temere le spine. Cos' l'uomo se tu lo abbandoni alla sola ragione fredda, calcolatrice? scellerato, e scellerato bassamente. - Del resto, Odoardo sa di musica; giuoca bene a scacchi; mangia, legge, dorme, passeggia, e tutto con l'oriuolo alla mano; e non parla con enfasi se non per magnificare tuttavia la sua ricca e scelta biblioteca. Ma quando egli mi va ripetendo con quella sua voce cattedratica, <I>ricca e scelta</I>, io sto l l per dargli una solenne smentita. Se le umane frenesie che col nome di <I>scienze</I> e di <I>dottrine</I> si sono iscritte e stampate in tutti i secoli, e da tutte le genti, si riducessero a un migliajo di volumi al pi, e' mi pare che la presunzione de' mortali non avrebbe da lagnarsi - e via sempre con queste dissertazioni.
Frattanto ho preso a educare la sorellina di Teresa: le insegno a leggere e a scrivere. Quand'io sto con lei, la mia fisonomia si va rasserenando, il mio cuore  pi gajo che mai, ed io fo mille ragazzate. Non so perch, tutti i fanciulli mi vogliono bene. E quella ragazzetta  pur cara! bionda e ricciuta, occhi azzurri, guance pari alle rose, fresca, candida, paffutella, pare una Grazia di quattr'anni. Se tu la vedessi corrermi incontro, aggrapparmisi alle ginocchia, fuggirmi perch'io la siegua, negarmi un bacio e poi improvvisamente attaccarmi que' suoi labbruzzi alla bocca! Oggi io mi stava su la cima di un albero a cogliere le frutta: quella creaturina tendeva le braccia, e balbettando pregavami che <I>per carit non cascassi</I>. Che bell'autunno! addio Plutarco! sta sempre chiuso sotto il mio braccio. Sono tre giorni ch'io perdo la mattina a colmare un canestro d'uva e di pesche, ch'io copro di foglie, avviandomi poi lungo il fiumicello, e giunto alla villa, desto una famiglia cantando la canzonetta della vendemmia.

<I>12 Novembre</I>

Jeri giorno di festa abbiamo con solennit trapiantato i pini delle vicine collinette sul monte rimpetto la chiesa. Mio padre pure tentava di fecondare quello sterile monticello; ma i cipressi ch'esso vi pose non hanno mai potuto allignare, e i pini sono ancor giovinetti. Assistito io da parecchi lavoratori ho coronato la vetta, onde casca l'acqua, di cinque pioppi, ombreggiando la costa orientale di un folto boschetto che sar il primo salutato dal Sole quando splendidamente comparir dalle Cime de' monti. E jeri appunto il Sole pi sereno del solito riscaldava l'aria irrigidita dalla nebbia del morente autunno. Le villanelle vennero sul mezzod co' loro grembiuli di festa intrecciando i giuochi e le danze di canzonette e di brindisi. Tale di esse era la sposa novella, tale la figliuola, e tal altra la innamorata di alcuno de' lavoratori; e tu sai che i nostri contadini sogliono, allorch si trapianta, convertire la fatica in piacere, credendo per antica tradizione de' loro avi e bisavi che senza il giolito de' bicchieri gli alberi non possano mettere salda radice nella terra straniera. - Frattanto io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno quando canuto mi trarr passo passo sul mio bastoncello a confortarmi a' raggi del Sole, s caro a' vecchi: salutando, mentre usciranno dalla chiesa, i curvi villani gi miei compagni ne' d che la giovent rinvigoriva le nostre membra; e compiacendomi delle frutta che, bench tarde, avranno prodotti gli alberi piantati dal padre mio. Conter allora con fioca voce le nostre umili storie a' miei e a' tuoi nepotini, o a quei di Teresa che mi scherzeranno dattorno. E quando le ossa mie fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai ricco ed ombroso, forse nelle sere d'estate al patetico susurrar delle fronde si uniranno i sospiri degli antichi padri della villa, i quali al suono della campana de' morti (1) pregheranno pace allo spirito dell'uomo dabbene e raccomanderanno la sua memoria ai lor figli. E se talvolta lo stanco mietitore verr a ristorarsi dall'arsura di giugno, esclamer guardando la mia fossa: <I>Egli egli innalz queste fresche ombre ospitali!</I> - O illusioni! e chi non ha patria, come pu dire lascier qua o l le mie ceneri?

      O fortunati! e ciascuno era certo
      Della sua sepoltura; ed ancor nullo
      Era, per Francia, talamo deserto.

                      Dante, Paradiso, XV.

<I>20 Novembre</I>

Pi volte incominciai questa lettera: ma la faccenda andava assai per le lunghe; e la bella giornata, la promessa di trovarmi alla villa per tempo, e la solitudine - ridi? -  L'altr'jeri, e jeri mi svegliava proponendo di scriverti; e senza accorgermi, mi trovava fuori di casa.
Piove, grandina, fulmina: penso di rassegnarmi alla necessit, e di giovarmi di questa giornata d'inferno, scrivendoti. - Sei o sette giorni addietro s' iti in pellegrinaggio. Io ho veduto la Natura pi bella che mai. Teresa, suo padre, Odoardo, la piccola Isabellina, ed io siamo andati a visitare la casa del Petrarca in Arqu. Arqu  discosto, come tu sai, quattro miglia dalla mia casa; ma per pi accorciare il cammino prendemmo la via dell'erta. S'apriva appena il pi bel giorno d'autunno. Parea che Notte seguta dalle tenebre e dalle stelle fuggisse dal Sole, che uscia nel suo immenso splendore dalle nubi d'oriente, quasi dominatore dell'universo; e l'universo sorridea. Le nuvole dorate e dipinte a mille colori salivano su la volta dei cielo che tutto sereno mostrava quasi di schiudersi per diffondere sovra i mortali le cure della Divinit. Io salutava a ogni passo la famiglia de' fiori e dell'erbe che a poco a poco alzavano il capo chinato dalla brina. Gli alberi susurrando soavemente, faceano tremolare contro la luce le gocce trasparenti della rugiada; mentre i venti dell'aurora rasciugavano il soverchio umore alle piante. Avresti udito una solenne armonia spandersi confusamente fra le selve, gli augelli, gli armenti, i fiumi, e le fatiche degli uomini: e intanto spirava l'aria profumata delle esalazioni che la terra esultante di piacere mandava dalle valli e da' monti al Sole, ministro maggiore della Natura. - Io compiango lo sciagurato che pu destarsi muto, freddo e guardare tanti beneficj senza sentirsi gli occhi bagnati dalle lagrime della riconoscenza. Allora ho veduto Teresa nel pi bell'apparato delle sue grazie. Il suo aspetto per lo pi sparso di una dolce malinconia, si andava animando di una gioja schietta, viva, che le usciva dal cuore; la sua voce era soffocata; i suoi grandi occhi neri aperti prima nell'estasi, si inumidivano poscia a poco a poco: tutte le sue potenze parevano invase dalla sacra belt della campagna. In tanta piena di affetti le anime si schiudono per versarli nell'altrui petto: ed ella si volgeva a Odoardo. Eterno Iddio! parea ch'egli andasse tentone fra le tenebre della notte, o ne' deserti abbandonati dalla benedizione della Natura. Lo lasci tutto a un tratto, e s'appoggi al mio braccio, dicendomi - ma, Lorenzo! per quanto mi studi di continuare, conviene pur ch'io mi taccia. Se potessi dipingerti la sua pronunzia, i suoi gesti, la melodia della sua voce, la sua celeste fisonomia, o ricopiar non foss'altro le sue parole senza cangiarne o traslocarne sillaba, certo che tu mi sapresti grado; diversamente, rincresco persino a me stesso. Che giova copiare imperfettamente un inimitabile quadro, la cui fama soltanto lascia pi senso che la sua misera copia? E non ti pare ch'io somigli i poeti traduttori d'Omero? Giacch tu vedi ch'io non mi affatico, che per annacquare il sentimento che m'infiamma e stemprarlo in un languido fraseggiamento.
Lorenzo, ne sono stanco; il rimanente del mio racconto, domani: il vento imperversa; tuttavolta vo' tentare il cammino; saluter Teresa in tuo nome.
Per dio! e' m' forza di proseguire la lettera: su l'uscio della casa ci  un pantano d'acqua che mi contrasta il passo: potrei varcarlo d'un salto; e poi? la pioggia non cessa: mezzogiorno  passato, e mancano poche ore alla notte che minaccia la fine del mondo. Per oggi, giorno perduto, o Teresa. -
Non sono felice! mi disse Teresa; e con questa parola mi strapp il cuore. Io camminava al suo fianco in un profondo silenzio. Odoardo raggiunse il padre di Teresa; e ci precedevano chiacchierando. La lsabellina ci tenea dietro in braccio all'ortolano. <I>Non sono felice!</I> - io aveva concepito tutto il terribile significato di queste parole, e gemeva dentro l'anima, veggendomi innanzi la vittima che doveva sacrificarsi a' pregiudizi ed all'interesse. Teresa, avvedutasi della mia taciturnit, cambi voce, e tent di sorridere: Qualche cara memoria, mi diss'ella - ma chin subito gli occhi - Io non m'attentai di rispondere.
Eravamo gi presso ad Arqu, e scendendo per l'erboso pendio, andavano sfumando e perdendosi all'occhio i paeselli che dianzi si vedeano dispersi per le valli soggette. Ci siamo finalmente trovati a un viale cinto da un lato di pioppi che tremolando lasciavano cadere sul nostro capo le foglie pi giallicce, e adombrato dall'altra parte d'altissime querce, che con la loro opacit silenziosa faceano contrapposto a quell'ameno verde de' pioppi. Tratto tratto le due file d'alberi opposti erano congiunte da varij rami di vite selvatica, i quali incurvandosi formavano altrettanti festoni mollemente agitati dal vento del mattino. Teresa allora soffermandosi e guardando d'intorno: Oh quante volte, proruppe, mi sono adagiata su queste erbe e sotto l'ombra freschissima di queste querce! io ci veniva sovente la state passata con mia madre. Tacque e si rivolt addietro dicendo di volere aspettare la Isabellina che si era un po' dilungata da noi; ma io sospettai ch'ella m'avesse lasciato per nascondere le lagrime che le innondavano gli occhi, e che forse non poteva pi rattenere. Ma, e perch, le diss'io, perch mai non  qui vostra madre? - Da pi settimane vive in Padova con sua sorella; vive divisa da noi e forse per sempre! Mio padre l'amava: ma da ch'ei s' pur ostinato a volermi dare un marito ch'io non posso amare, la concordia  sparita dalla nostra famiglia. La povera madre mia dopo d'avere contraddetto invano a questo matrimonio, s' allontanata per non aver parte alla mia necessaria infelicit. Io intanto sono abbandonata da tutti! ho promesso a mio padre, e non voglio disubbidirlo - ma e mi duole ancor pi, che per mia cagione la nostra famiglia sia cos disunita - per me, pazienza! - E a questa parola, le lagrime le piovevano dagli occhi. Perdonate, soggiunse, io aveva bisogno di sfogare questo mio cuore angosciato. Non posso n scrivere a mia madre n avere sue lettere mai. Mio padre fiero e assoluto nelle sue risoluzioni non vuole sentirsela nominare; egli mi va tuttavia replicando, che la  la sua e la mia peggiore nemica. Pur sento che non amo, non amer mai questo sposo col quale  gi <I>decretato</I> - immagina, o Lorenzo, in quel momento il mio stato. Io non sapeva n confortarla, n risponderle, n consigliarla. Per carit, ripigli, non v'affliggete, ve ne scongiuro: io mi sono fidata di voi: il bisogno di trovare chi sia capace di compiangermi - una simpatia - non ho che voi solo. - O angelo! s s! potessi io piangere per sempre, e rasciugare cos le tue lagrime! questa mia misera vita  tua, tutta: io te la consacro; e la consacro alla tua felicit!
Quanti guai, mio Lorenzo, in una sola famiglia! Vedi ostinazione nel signore T*** che d'altronde  un ottimo galantuomo. Ama svisceratamente sua figlia; spesso la loda e la guarda con compiacenza; e intanto le tiene la mannaja sul collo. Teresa qualche giorno dopo mi raccont, com'ei dotato d'un'anima ardente visse sempre consumato da passioni infelici; sbilanciato nella sua domestica economia per troppa magnificenza; perseguitato da quegli uomini che nelle rivoluzioni piantano la propria fortuna su l'altrui rovina, e tremante pe' suoi figliuoli, crede di provvedere allo stato di casa sua imparentandosi a un <I>uomo di senno</I>, ricco, e in aspettativa di una eredit ragguardevole - forse, o Lorenzo, anche per certo fumo; ed io vorrei scommettere cento contr'uno ch'ei non lascierebbe in isposa la sua figliuola a chi mancasse mezzo quarto di nobilt: <I>chi nasce patrizio muore patrizio</I>. Tanto pi che egli considera l'opposizione di sua moglie come una lesione alla propria autorit, e questo sentimento tirannesco lo rende ancor pi inflessibile. E nondimeno  di ottimo cuore; e quella sua aria sincera, e quell'accarezzare sempre la sua figliuola e alcuna volta compiangerla sommessamente, mostrano ch'ei vede gemendo la dolorosa rassegnazione di quella povera fanciulla, ma - E per questo quand'io veggo come gli uomini cercano per una certa fatalit le sciagure con la lanterna, e come vegliano, sudano, piangono per fabbricarsele dolorosissime, eterne; io mi sparpaglierei le cervella temendo che non mi si cacciasse per capo una simile tentazione.
Ti lascio, o Lorenzo; Michele mi chiama a desinare: torner a scriverti, s'altro non posso, a momenti.

Il mal tempo s' diradato, e fa il pi bel dopo pranzo del mondo. Il Sole squarcia finalmente le nubi, e consola la mesta Natura, diffondendo su la faccia di lei un suo raggio. Ti scrivo di rimpetto al balcone donde miro la eterna luce che si va a poco a poco perdendo nell'estremo orizzonte tutto raggiante di fuoco. L'aria torna tranquilla; e la campagna, bench allagata, e coronata soltanto d'alberi gi sfrondati e cospersa di piante atterrate pare pi allegra che la non era prima della tempesta. Cos, o Lorenzo, lo sfortunato si scuote dalle funeste sue cure al solo barlume della speranza, e inganna la sua trista ventura, con que' piaceri a' quali era affatto insensibile in grembo alla cieca prosperit. - Frattanto il d m'abbandona: odo la campana della sera; eccomi dunque a dar fine una volta alla mia narrazione.
Noi proseguimmo il nostro breve pellegrinaggio fino a che ci apparve biancheggiar dalla lunga la casetta che un tempo accoglieva

      Quel Grande alla cui fama  angusto il mondo,
      Per cui Laura ebbe in terra onor celesti.

Io mi vi sono appressato come se andassi a prostrarmi su le sepolture de' miei padri, e come uno di que' sacerdoti che taciti e riverenti s'aggiravano per li boschi abitati dagl'Iddii. La sacra casa di quel sommo italiano sta crollando per la irreligione di chi possiede un tanto tesoro. Il viaggiatore verr invano di lontana terra a cercare con meraviglia divota la stanza armoniosa ancora dei canti celesti del Petrarca. Pianger invece sopra un mucchio di ruine coperto di ortiche e di erbe selvatiche fra le quali la volpe solitaria avr fatto il suo covile. Italia! placa l'ombre de' tuoi grandi. - Oh! io mi risovvengo col gemito nell'anima, delle estreme parole di Torquato Tasso. Dopo d'essere vissuto quaranta sette anni in mezzo a' dileggi de' cortigiani, le noje de' saccenti, e l'orgoglio de' principi, or carcerato ed or vagabondo, e tuttavia melancolico, infermo, indigente; giacque finalmente nel letto della morte e scriveva esalando l'eterno sospiro: <I>Io non mi voglio dolere della malignit della fortuna, per non dire della ingratitudine degli uomini, la quale ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico</I>. O mio Lorenzo, mi suonano queste parole sempre nel cuore! e' mi par di conoscere chi forse un giorno morr ripetendole.
Frattanto io recitava sommessamente con l'anima tutta amore e armonia la canzone: <I>Chiare, fresche, dolci acque</I>; e l'altra: <I>Di pensier in pensier, di monte in monte</I>; e il sonetto: <I>Stiamo, Amore, a veder la gloria nostra</I>; e quanti altri di que' sovrumani versi la mia memoria agitata seppe allora suggerire al mio cuore.
Teresa e suo padre se n'erano iti con Odoardo il quale andava a rivedere i conti al fattore d'una tenuta ch'egli ha in que' dintorni. Ho poi saputo ch'e' sta sulle mosse per Roma, stante la morte di un suo cugino; n si sbrigher cos in fretta, perch essendosi gli altri parenti impadroniti de' beni del morto, l'affare si ridurr a' tribunali.
Come tornarono, quella famigliuola d'agricoltori ci allest da colazione, dopo di che ci siamo avviati verso casa. Addio, addio. Avrei a narrarti delle altre cose; ma, a dirti il vero, ti scrivo svogliatamente. - Appunto: mi dimenticava di dirti che, ritornando, Odoardo accompagn a passo a passo Teresa e le parl lungamente quasi importunandola e con un'aria di volto autorevole. Da alcune poche parole che mi venne fatto d'intendere, sospetto ch'egli la torturasse per sapere a ogni patto di che abbiamo parlato. Onde tu vedi ch'io devo diradar le mie visite - almeno finch'ei si parta.
Buona notte, Lorenzo. Serbati questa lettera: quando Odoardo si porter seco la felicit, ed io non vedr pi Teresa, n pi scherzer su queste ginocchia la sua ingenua sorellina, in que' giorni di noja ne' quali ci  caro perfino il dolore, rileggeremo queste memorie sdrajati su l'erba che guarda la solitudine d'Arqu, nell'ora che il d va mancando. La rimembranza che Teresa fu nostra amica rasciugher il nostro pianto. Facciamo tesoro di sentimenti cari e soavi i quali ci ridestino per tutti gli anni, che ancora tristi e perseguitati ci avanzano, la memoria che non siamo sempre vissuti nel dolore.

<I>22 Novembre</I>

Tre giorni, e Odoardo, a dir molto - non sar qui. Il padre di Teresa lo accompagner sino a' confini. S'era lasciato intendere che m'avrebbe pregato di far seco questa breve corsa; ma io ne l'ho ringraziato, perch voglio assolutamente partire: andr a Padova. Non devo abusare dell'amicizia del signore T*** e della sua buona fede. - Tenete buona compagnia alle mie figliuole, mi diceva egli questa mattina. A vedere, egli mi reputa Socrate - me? e con quell'angelica creatura nata per amare, e per essere amata? e cos misera a un tempo! ed io sono sempre in perfetta armonia con gl'infelici, perch - davvero - io trovo un non so che di cattivo nell'uomo prospero.
Non so com'ei non s'avvegga ch'io parlando della sua figlia mi confondo e balbetto; cangio viso e sto come un ladro davanti al giudice. In quel punto io m'immergo in certe meditazioni, e bestemmierei il cielo veggendo in quest'uomo tante doti eccellenti, guaste tutte da' suoi pregiudizi e da una cieca predestinazione che lo faranno piangere amaramente. - Cos intanto io divoro i miei giorni, querelandomi e de' miei propri mali e degli altrui.
Eppure me ne dispiace: - spesso rido di me, perch propriamente questo mio cuore non pu sofferire un momento, un solo momento di calma. Purch io sia sempre agitato, per lui non rileva se i venti gli spirano avversi o propizj. Ove gli manchi il piacere, ricorre tosto al dolore. Jeri  venuto Odoardo a restituirmi uno schioppetto da caccia ch'io gli aveva prestato, e a pigliare il buon viaggio da me; non ho potuto vederlo partire senza gettarmigli al collo tuttoch avessi dovuto veramente imitare la sua indifferenza. Non so mai di che nome voi altri saggi chiamate chi troppo presto ubbidisce al proprio cuore: perch di certo non  un eroe; ma  forse vile per questo? Coloro che trattano da deboli gli uomini appassionati somigliano quel medico che chiamava pazzo un malato non per altro se non perch'era vinto dalla febbre. Cos odo i ricchi tacciare di colpa la povert, per la sola ragione che non  ricca. A me per sembra tutto apparenza; nulla di reale, nulla. Gli uomini non potendo per se stessi acquistare la propria e l'altrui stima, si studiano d'innalzarsi, paragonando que' difetti che per ventura non hanno, a quelli che ha il loro vicino. Ma chi non si ubbriaca perch naturalmente odia il vino, merita egli lode di sobrio?
O tu che disputi pacatamente su le passioni: se le tue fredde mani non trovassero freddo tutto quello che toccano; se quant'entra nel tuo cuore di ghiaccio non divenisse tosto gelato; credi tu che andresti cos glorioso della tua severa filosofia? or come puoi ragionare di cose che non conosci?
Per me, lascio che i saggi vantino una infeconda apatia. Ho letto gi tempo, non so in che poeta, che la loro virt  una massa di ghiaccio che attrae tutto in se stessa e irrigidisce chi le si accosta. <I>N Dio sta sempre nella sua maestosa tranquillit; ma si ravvolge fra gli aquiloni e passeggia con le procelle</I> (2).

<I>27 Novembre</I>

Odoardo  partito, ed io me n'andr quando torner il padre di Teresa. Buon giorno.

<I>3 Dicembre</I>

Stamattina io me n'andava un po' per tempo alla villa, ed era gi presso alla casa T***, quando mi ha fermato un lontano tintinnio d'arpa. O! io mi sento sorridere l'anima, e scorrere in tutto me quanta mai volutt allora m'infondeva quel suono. Era Teresa - come poss'io immaginarti, o celeste fanciulla, e chiamarti dinanzi a me in tutta la tua bellezza, senza la disperazione nel cuore! Pur troppo! tu cominci a gustare i primi sorsi dell'amaro calice della vita, ed io con questi occhi ti vedr infelice, n potr sollevarti se non piangendo! io; io stesso ti dovr per piet consigliare a pacificarti con la tua sciagura.
Certo ch'io non potrei n asserire n negare a me stesso ch'io l'amo; ma se mai, se mai! - in verit non d'altro che di un amore incapace di un solo pensiero: Dio lo sa! -
Io mi fermava, l l, senza batter palpebra, con gli occhi, le orecchie, e i sensi tutti intenti per divinizzarmi in quel luogo dove l'altrui vista non mi avrebbe costretto ad arrossire de' miei rapimenti. Ora ponti nel mio cuore, quand'io udiva cantar da Teresa quelle strofette di Saffo tradotte alla meglio da me con le altre due odi, unici avanzi delle poesie di quella amorosa fanciulla, immortale quanto le Muse. Balzando d'un salto, ho trovato Teresa nel suo gabinetto su quella sedia stessa ove io la vidi il primo giorno, quand'ella dipingeva il proprio ritratto. Era neglettamente vestita di bianco; il tesoro delle sue chiome biondissime diffuse su le spalle e sul petto, i suoi divini occhi nuotanti nel piacere, il suo viso sparso di un soave languore, il suo braccio di rose, il suo piede, le sue dita arpeggianti mollemente, tutto tutto era armonia: ed io sentiva una nuova delizia nel contemplarla. Bens Teresa parea confusa, veggendosi d'improvviso un uomo che la mirava cos discinta, ed io stesso cominciava dentro di me a rimproverarmi d'importunit e di villania: essa tuttavia proseguiva ed io sbandiva tutt'altro desiderio, tranne quello di adorarla, e di udirla. Io non so dirti, mio caro, in quale stato allora io mi fossi: so bene ch'io non sentiva pi il peso di questa vita mortale.
S'alz sorridendo e mi lasci solo. Allora io rinveniva a poco a poco: mi sono appoggiato col capo su quell'arpa e il mio viso si andava bagnando di lagrime - oh! mi sono sentito un po' libero.

<I>Padova, 7 Dicembre</I>

Non lo vo' dire; pur temo assai non tu m'abbia pigliato in parola e ti sia maneggiato a tutto potere per cacciarmi dal mio dolce romitorio. Jeri mi sopravvenne Michele a darmi avviso da parte di mia madre ch'era gi allestito l'alloggio in Padova dov'io aveva detto altra volta (davvero appena me ne sovviene) di volermi ridurre al riaprirsi della universit. Vero  ch'io avea fatto sacramento di venirci; e te n'ho scritto; ma aspettava il signore T*** - non per anche tornato. Del resto, ho fatto bene a cogliere il punto della mia vocazione, e ho abbandonato i miei colli senza dire addio ad anima vivente. Diversamente, malgrado le tue prediche e i miei proponimenti, non mi sarei partito mai pi: e ti confesso ch'io mi sento un certo che d'amaro nel cuore, e che spesso mi salta la tentazione di ritornarvi - or via in somma, vedimi in Padova: e presto a diventar sapientone, acciocch tu non vada tuttavia predicando <I>ch'io mi perdo in pazzie</I>. Per altro bado di non volermiti opporre quando mi verr voglia d'andarmene; perch tu sai ch'io sono nato espressamente inetto a certe cose, massime quando si tratta di vivere con quel metodo di vita ch'esigono gli studj, a spese della mia pace e del mio libero genio, o di' pure, ch'io tel perdono, del mio capriccio. Frattanto ringrazia mia madre, e per minorarle il dispiacere, fa di pronosticarle, cos come se la cosa venisse da te, ch'io qui non trover lunga stanza per pi d'un mese, o poco pi.

<I>Padova, 11 Dicembre</I>

Ho conosciuto la moglie del patrizio M*** che abbandona i tumulti di Venezia e la casa del suo indolente marito per godersi gran parte dell'anno in Padova. Peccato! la sua giovane bellezza ha gi perduto quella vereconda ingenuit che sola diffonde le grazie e l'amore. Dotta assai nella donnesca galanteria, si studia di piacere non per altro che per conquistare; cos almeno giudico. Tuttavolta, chi sa! Ella sta con me volentieri, e mormora meco sottovoce sovente, e sorride quando la lodo; tanto pi ch'ella non si pasce come le altre di quell'ambrosia di freddure chiamate <I>be' motti</I>, e <I>frizzi di spirito</I>, indizj sempre d'animo nato maligno. Ora sappi che jer sera accostando la sua sedia alla mia, mi parl d'alcuni miei versi, e innoltrando di mano in mano a ciarlare di s fatte inezie, non so come, nominai certo libro di cui ella mi richiese. Promisi di recarglielo io stamattina; addio - s'avvicina l'ora.

<I>Ore 2</I>

Il paggio m'addit un gabinetto ove innoltratomi appena, mi si fe' incontro una donna di forse trentacinque anni leggiadramente vestita, e ch'io non avrei presa mai per cameriera se non mi si fosse appalesata ella stessa, dicendomi - La padrona  a letto ancora: a momenti uscir. Un campanello la fe' correre nella stanza contigua ov'era il talamo della Dea, ed io rimasi a scaldarmi al caminetto, considerando ora una Danae dipinta sul soffitto, ora le stampe di cui le pareti erano tutte coperte, ed ora alcuni romanzi francesi gittati qua e l. In questa le porte si schiusero, ed io sentiva l'aere d'improvviso odorato di mille quintessenze, e vedeva madama tutta molle e rugiadosa entrarsene presta presta e quasi intirizzita di freddo, e abbandonarsi sovra una sedia d'appoggio che la cameriera le prepar presso al fuoco. Mi salutava pi con le occhiate, che con la persona - e mi chiedea sorridendo s'io m'era dimenticato della promessa. Io frattanto le porgeva il libro osservando con meraviglia ch'ella non era vestita che di una lunga e rada camicia la quale non essendo allacciata radeva quasi il tappeto, lasciando ignude le spalle e il petto ch'era per altro voluttuosamente difeso da una candida pelle in cui ella stavasi involta. I suoi capelli bench imprigionati da un pettine, accusavano il sonno recente; perch alcune ciocche posavano i loro ricci or sul collo, or fin dentro il seno, quasi che quelle picciole liste nerissime dovessero servire agli occhi inesperti di guida; ed altre calando gi dalla fronte le ingombravano le pupille; essa frattanto alzava le dita per diradarle e talvolta per avvolgerle e rassettarle meglio nel pettine, mostrando in questo modo, forse sopra pensiero, un braccio bianchissimo e tondeggiante scoperto dalla camicia che nell'alzarsi della mano cascava fin'oltre il gomito. Posando sopra un piccolo trono di guanciali si volgeva con compiacenza al suo cagnuolino che le si accostava e fuggiva e correva torcendo il dosso e scuotendo le orecchie e la coda. Io mi posi a sedere sopra una seggiola avvicinata dalla cameriera che si era gi dileguata. Quell'adulatrice bestiuola schiattiva, e mordendole e scompigliandole, quasi avesse intenzione, con le zampine gli orli della camicia, lasciava apparire una gentile pianella di seta rosa-languida, e poco dopo un picciolo piede, o Lorenzo, simile a quello che l'Albano dipingerebbe a una Grazia ch'esce dal bagno. O! se tu avessi, com'io, veduto Teresa nell'atteggiamento medesimo, presso un focolare, anch'ella appena balzata di letto, cos discinta, cos - chiamandomi a mente quel fortunato mattino mi ricordo che non avrei osato respirar l'aria che la circondava, e tutti tutti i miei pensieri si univano riverenti e paurosi soltanto per adorarla - e certo un genio benefico mi present la immagine di Teresa; perch'io, non so come, ebbi l'arte di guardare con un rattenuto sorriso il cagnuolino, e la bella, poi il cagnuolino, e di bel nuovo il tappeto ove posava il bel piede; ma il bel piede era intanto sparito. M'alzai chiedendole perdono ch'io fossi venuto fuor d'ora; e la lasciai quasi pentita - certo; di gaja e cortese si fe' un po' contegnosa - del resto non so. Quando fui solo, la mia ragione, che  in perpetua lite con questo mio cuore, mi andava dicendo: Infelice! temi soltanto di quella belt che partecipa del celeste: prendi dunque partito, e non ritrarre le labbra dal contravveleno che la fortuna ti porge. Lodai la ragione; ma il cuore aveva gi fatto a suo modo. - T'accorgerai che questa lettera la  ricopiata, perch'io ho voluto sfoggiare <I>lo bello stile</I>.
O! la canzoncina di Saffo! io vado canticchiandola scrivendo, passeggiando, leggendo: n cos io vaneggiava, o Teresa, quando non mi era conteso di poterti vedere e udire: pazienza! undici miglia ed eccomi a casa; e poi altre due; e poi? - Quante volte mi sarei fuggito da questa terra se il timore di non essere dalle mie disavventure strascinato troppo lontano da te, non mi trattenesse in tanto pericolo? qui siamo almeno sotto lo stesso cielo.
P.S. Ricevo in questo momento tue lettere - e torna, Lorenzo! la  pure la quinta volta che tu mi tratti da innamorato: innamorato s, e che perci? Ho veduto di molti innamorarsi della Venere Medicea, della Psiche, e perfin della Luna o di qualche stella lor favorita. E tu stesso non eri talmente entusiasta di Saffo, che pretendevi ravvisarne il ritratto nella pi bella donna che tu conoscessi, trattando da maligni e ignoranti coloro che la dipingono piccola, bruna, e bruttina anzi che no?
Fuor di scherzo: conosco d'essere un cervello bizzarro, e stravagante fors'anche; ma dovr perci vergognarmi? di che? - da pi d tu mi vuoi cacciar per la testa il grillo di arrossire: ma, salva la tua grazia, io non so, n posso, n devo arrossire di cosa alcuna rispetto a Teresa, n pentirmi, n dolermi. - E viviti lieto.

<I>Padova

Di questa lettera si sono smarrite due carte dove Jacopo narrava certo dispiacere a cui per la sua natura veemente e pe' suoi modi assai schietti and incontro. L'editore, propostosi di pubblicare religiosamente l'autografo, crede acconcio d'inserire ci che di tutta la lettera gli rimane, tanto pi che da questo si pu quasi desumere quello che manca.

                             manca la prima carta</I>.
                                      ...

... riconoscente de' beneficj, sono riconoscentissimo anche delle ingiurie; e nondimeno tu sai quante volte io le ho perdonate: ho beneficato chi mi ha offeso; e talora ho compianto chi mi ha tradito. Ma le piaghe fatte al mio onore, Lorenzo! - doveano essere vendicate. Io non so che ti abbiano scritto, n ho cura di saperlo. Ma quando mi s'affacci quello sciagurato, quantunque da tre anni quasi io non lo rivedeva, m'intesi ardere tutte le membra; eppur mi contenni. Ma doveva egli con nuovi frizzi inasprire l'antico mio sdegno? Io ruggiva quel giorno come un leone, e mi pareva che l'avrei sbranato, anche se l'avessi trovato nel santuario.
Due giorni dopo, il codardo scans le vie dell'onore, ch'io gli aveva esibite; e tutti gridavano la crociata contro di me, come s'io avessi dovuto tranguggiarmi pacificamente una ingiuria da colui, che ne' tempi addietro mi aveva mangiato la met del cuore. Questa galante gentaglia affetta generosit, perch non ha coraggio di vendicarsi a visiera alzata; ma chi vedesse i notturni pugnali, e le calunnie, e le brighe! - E dall'altra parte io non l'ho soperchiato. Gli dissi: Voi avete braccia, e petto al pari di me, ed io sono mortale come voi. Ei pianse, e grid; ed allora la ira, quella furia mia dominatrice, cominci ad ammansarsi, perch dall'avvilimento di lui mi accorsi che il coraggio non deve dare diritto per opprimere il debole. Ma deve per questo il debole provocare chi sa trarne vendetta? Credimi: ci vuole una stupida bassezza o una sovrumana filosofia per lasciarsi a beneplacito d'un nemico che ha faccia impudente, anima negra, e mano tremante.
Frattanto l'occasione mi ha smascherato tutti que' signorotti, che mi giuravano sviscerata amicizia; che ad ogni mia parola faceano le meraviglie; e che ad ogni ora mi proferivano la loro borsa e il lor cuore. Sepolture! bei marmi, e pomposi epitaffi: ma schiudili, vi trovi vermi e fetore. Pare a te, mio Lorenzo, che se l'avversit ci riducesse a domandar del pane, vi sarebbe taluno memore delle sue promesse? o nessuno, o qualche astuto soltanto, che co' suoi beneficj vorrebbe comperare il nostro avvilimento. Amici da bonaccia, nelle burrasche ti annegano. Per costoro tutto  calcolo in fondo. Onde se v'ha taluno nelle cui viscere fremano le generose passioni, o le deve strozzare, o rifuggirsi come le aquile e le fiere magnanime ne' monti inaccessibili e nelle foreste lungi dalla invidia e dalla vendetta degli uomini. Le sublimi anime passeggiano sopra le teste della moltitudine che oltraggiata dalla loro grandezza tenta d'incatenarle o di deriderle, e chiama pazzie le azioni ch'essa immersa nel fango non pu, non che ammirare, conoscere. - Io non parlo di me; ma quand'io ripenso agli ostacoli che frappone la societ al genio ed al cuore dell'uomo, e come ne' governi licenziosi o tirannici tutto  briga, interesse e calunnia - io m'inginocchio a ringraziar la Natura che dotandomi di questa indole, nemica di ogni servit, mi ha fatto vincere la fortuna e mi ha insegnato a innnalzarmi sopra la mia educazione. So che la prima, sola, vera scienza  questa dell'uomo la quale non si pu studiare nella solitudine, e ne' libri: e so che ognuno dee prevalersi della propria fortuna, o dell'altrui per camminare con qualche sostegno su i precipizj della vita. Sia: per me, pavento d'essere ingannato da chi saprebbe ammaestrarmi, precipitato da quella stessa fortuna che potrebbe innalzarmi; e battuto dalla mano che avrebbe tanto vigore da sostenermi...

                            <I>manca un'altra carta</I>.
                                      ...

... s'io fossi nuovo: ma ho sentito fieramente tutte le passioni, n potrei vantarmi intatto da tutti i vizj.  vero, che nessun vizio mi ha vinto mai, e ch'io in questo terrestre pellegrinaggio sono d'improvviso trapassato dai giardini ai deserti: ma insieme confesso che i miei ravvedimenti nacquero da un certo sdegno orgoglioso, e dalla disperazione di trovare la gloria e la felicit a cui da' primi anni io agognava. S'io avessi venduta la fede, rinnegata la verit, trafficato il mio ingegno, credi tu ch'io non vivrei pi onorato e tranquillo? Ma gli onori e la tranquillit del mio secolo guasto meritano forse di essere acquistati col sagrificio dell'anima? Forse pi che l'amore della virt, il timore della bassezza m'ha rattenuto alle volte da quelle colpe, che sono rispettate ne' potenti, tollerate ne' pi, ma che per non lasciare senza vittime il simulacro della giustizia sono punite nei miseri. No; n umana forza, n prepotenza divina mi faranno recitare mai nel teatro del mondo la parte del piccolo briccone. Per vegliare le notti nel gabinetto delle belle pi illustri, ben io mi so che conviene professare libertinaggio, perch le vogliono mantenersi in riputazione dove sospettano ancora il pudore. E taluna m'addottrin nelle arti della seduzione, e mi confort al tradimento - e avrei forse tradito e sedotto; ma il piacere ch'io ne sperava scendeva amarissimo dentro il mio cuore, il quale non ha saputo mai pacificarsi co' tempi, o far alleanza con la ragione. E per tu mi udivi assai volte esclamare <I>che tutto dipende dal cuore</I>! - dal cuore che n gli uomini n il cielo, n i nostri medesimi interessi possono cangiar mai.
Nella Italia pi culta, e in alcune citt della Francia ho cercato ansiosamente <I>il bel mondo</I> ch'io sentiva magnificare con tanta enfasi: ma dappertutto ho trovato volgo di nobili, volgo di letterati, volgo di belle, e tutti sciocchi, bassi, maligni; tutti. Mi sono intanto sfuggiti que' pochi che vivendo negletti fra il popolo o meditando nella solitudine serbano rilevati i caratteri della loro indole non ancora strofinata. Intanto io correva di qua, di l, di su, di gi come le anime de' scioperati cacciate da Dante alle porte dell'inferno, non reputandole degne di starsi fra' perfetti dannati. In tutto un anno sai tu che raccolsi? ciance, vituperj, e noja mortale. - E qui dond'io guardava il passato tremando, e mi rassicurava, credendomi in porto, il demonio mi strascina a s fatti malanni. - Or tu vedi ch'io debbo drizzar gli occhi miei al raggio di salute che il Cielo mi ha presentato. Ma ti scongiuro, lascia andare l'usata predica: <I>Jacopo Jacopo! questa tua indocilit ti fa divenire misantropo</I>. E' ti pare che se odiassi gli uomini, mi dorrei come fo' de' lor vizj? tuttavia poich non so riderne, e temo di rovinare, io stimo migliore partito la ritirata. E chi mi affida dall'odio di questa razza d'uomini tanto da me diversa? n giova disputare per iscoprire per chi stia la ragione: non lo so; n la pretendo tutta per me. Quello che importa, si  (e tu in ci sei d'accordo) che questa indole mia altera, salda, leale; o piuttosto ineducata, caparbia, imprudente, e la religiosa etichetta che veste d'una stessa divisa tutti gli esterni costumi di costoro, non si confanno; e davvero io non mi sento in umore di mutar abito. Per me dunque  disperata perfino la tregua, anz'io sono in aperta guerra, e la sconfitta  imminente; poich non so neppure combattere con la maschera della dissimulazione, <I>virt</I> d'assai credito e di maggiore profitto. Ve' la gran presunzione! io mi reputo meno brutto degli altri e sdegno perci di contraffarmi; anzi buono o reo ch'io mi sia, ho la generosit, o di' pure la sfrontatezza, di presentarmi nudo, e quasi quasi come sono uscito dalle mani della Natura. Che se talvolta io dico fra me: Pensi tu che la verit in bocca tua sia men temeraria? io da ci ne desumo che sarei matto se avendo trovato nella mia solitudine la tranquillit de' Beati, i quali s'imparadisano nella contemplazione del sommo bene, io per <I>non istare a rischio d'innamorarmi</I> (ecco la tua solita antifona) mi commettessi alla discrezione di questa ciurma cerimoniosa e maligna.

<I>Padova, 23 Dicembre</I>

Questo scomunicato paese m'addormenta l'anima, nojata della vita: tu puoi garrirmi a tua posta, in Padova non so che farmi: se tu vedessi con che faccia sguajata mi sto qui scioperando e durando fatica a incominciarti questa meschina lettera! - Il padre di Teresa  tornato a' colli e mi ha scritto; gli ho risposto dandogli avviso che fra non molto ci rivedremo; e mi pare mill'anni.
Questa universit (come saranno, pur troppo, tutte le universit della terra!)  per lo pi composta di professori orgogliosi e nemici fra loro, e di scolari dissipatissimi. Sai tu perch fra la turba de' dotti gli uomini sommi son cos rari? Quello istinto ispirato dall'alto che costituisce il GENIO non vive se non se nella indipendenza e nella solitudine, quando i tempi vietandogli d'operare, non gli lasciano che lo scrivere. Nella societ si legge molto, non si medita, e si copia; parlando sempre, si svapora quella bile generosa che fa sentire, pensare, e scrivere fortemente: per balbettar molte lingue, si balbetta anche la propria, ridicoli a un tempo agli stranieri e a noi stessi: dipendenti dagl'interessi, dai pregiudizj, e dai vizj degli uomini fra' quali si vive, e guidati da una catena di doveri e di bisogni, si commette alla moltitudine la nostra gloria, e la nostra felicit: si palpa la ricchezza e la possanza, e si paventa perfino di essere grandi perch la fama aizza i persecutori, e l'altezza di animo fa sospettare i governi; e i principi vogliono gli uomini tali da non riescire n eroi, n incliti scellerati mai. E per chi in tempi schiavi  pagato per istruire, rado o non mai si sacrifica al vero e al suo sacrosanto istituto; quindi quell'apparato delle lezioni cattedratiche le quali ti fanno difficile la ragione e sospetta la verit. - Se non ch'io d'altronde sospetto che gli uomini tutti sieno altrettanti ciechi che viaggiano al bujo, alcuni de' quali si schiudano le palpebre a fatica immaginando di distinguere le tenebre fra le quali denno pur camminar brancolando. Ma questo sia per non detto: e' ci sono certe opinioni che andrebbero disputate con que' pochi soltanto che guardano le scienze col sogghigno con che Omero guardava le gagliardie delle rane e de' topi.
A questo proposito: vuoi tu darmi retta una volta? or che Dio mand il compratore, vendi in corpo e in anima tutti i miei libri. Che ho da fare di quattro migliaja e pi di volumi ch'io non so n voglio leggere? Preservami que' pochissimi che tu vedrai ne' margini postillati di mia mano. O come un tempo io m'affannava profondendo co' librai tutto il mio! ma questa pazzia la non se n' ita se non per cedere forse luogo ad un'altra. Il danaro dllo a mia madre. Cercando di rifarla di tante spese - io non so come, ma, a dirtela, darei fondo a un tesoro - questo ripiego mi  sembrato il pi spiccio. I tempi diventano sempre pi calamitosi, e non  giusto che quella povera donna meni per me disagiata la poca vita che ancora le avanza. Addio.

<I>Da' colli Euganei, 3 Gennajo 1798</I>

Perdona; ti credeva pi savio. - Il genere umano  questo branco di ciechi che tu vedi urtarsi, spingersi, battersi, e incontrare o strascinarsi dietro la inesorabile fatalit. A che dunque seguire, o temere ci che ti deve succedere?
M'inganno? l'umana prudenza pu rompere questa catena invisibile di casi e d'infiniti minimi accidenti che noi chiamiamo destino? sia: ma pu ella per questo mettere sicuro lo sguardo fra le ombre dell'avvenire? O! tu nuovamente mi esorti a fuggire Teresa; e gli  come dirmi: Abbandona ci che ti fa cara la vita; trema del male, e t'imbatti nel peggio. Ma poniamo ch'io paventando il pericolo da prudente, dovessi chiudere l'anima mia a ogni barlume di felicit, tutta la mia vita non somiglierebbe forse le austere giornate di questa nebbiosa stagione, le quali ci fanno desiderare di poter non esistere fin tanto ch'esse rattristano la Natura? Di' il vero, Lorenzo; or non saria meglio che parte almeno del mattino fosse confortata dal raggio del Sole anche a patti che la notte si rapisse il d innanzi sera? Che s'io dovessi far sempre la guardia a questo mio cuore prepotente, sarei con me stesso in eterna guerra, e senza pro. Navigher per perduto, e vada come sa andare. - Intanto io

      Sento l'aura mia antica, e i dolci colli
      Veggo apparir (3)!

<I>10 Gennajo</I>

Odoardo spera distrigato il suo affare tra un mese; cos scrive: torner dunque, a dir tardi, a primavera. - Allora s, verso ai primi d'Aprile, creder ragionevole di partirmi.

<I>19 Gennajo</I>

Umana vita? sogno; ingannevole sogno al quale noi pur diam s gran prezzo, siccome le donnicciuole ripongono la loro ventura nelle superstizioni e ne' presagj! Bada; ci cui tu stendi avidamente la mano  un'ombra forse, che mentre  a te cara, a tal altro  nojosa. Sta dunque tutta la mia felicit nella vota apparenza delle cose che ora m'attorniano; e s'io cerco alcun che di reale, o torno a ingannarmi, o spazio attonito e spaventato nel nulla! Io non lo so; ma, per me, temo che Natura abbia costituito la nostra specie quasi minimo anello passivo dell'incomprensibile suo sistema, dotandone di cotanto amor proprio, perch il sommo timore e la somma speranza creandoci nella immaginazione una infinita serie di mali e di beni, ci tenessero pur sempre affannati di questa esistenza breve, dubbia, infelice. E mentre noi serviamo ciecamente al suo fine, essa ride del nostro orgoglio che ci fa reputare l'universo creato solo per noi, e noi soli degni e capaci di dar leggi al creato.
Andava dianzi perdendomi per le campagne, inferrajuolato sino agli occhi, considerando lo squallore della terra tutta sepolta sotto le nevi, senza erba n fronda che mi attestasse le sue passate dovizie. N potevano gli occhi miei lungamente fissarsi su le spalle de' monti, il vertice de' quali era immerso in una negra nube di gelida nebbia che piombava ad accrescere il lutto dell'aere freddo ed ottenebrato. E parevami vedere quelle nevi disciogliersi e precipitare a torrenti che innondavano il piano, trascinandosi impetuosamente piante, armenti, capanne, e sterminando in un giorno le fatiche di tanti anni, e le speranze di tante famiglie. Trapelava di quando in quando un raggio di Sole, il quale quantunque restasse poi soverchiato dalla caligine, lasciava pur divedere che sua merc soltanto il mondo non era dominato da una perpetua notte profonda. Ed io rivolgendomi a quella parte di cielo che albeggiando manteneva ancora le tracce del suo splendore: - O Sole, diss'io, tutto cangia quaggi! E verr giorno che Dio ritirer il suo sguardo da te, e tu pure sarai trasformato; n pi allora le nubi corteggeranno i tuoi raggi cadenti; n pi l'alba inghirlandata di celesti rose verr cinta di un tuo raggio su l'oriente ad annunziar che tu sorgi. Godi intanto della tua carriera, che sar forse affannosa, e simile a questa dell'uomo; tu 'l vedi; l'uomo non gode de' suoi giorni; e se talvolta gli  dato di passeggiare per li fiorenti prati d'Aprile, dee pur sempre temere l'infocato aere dell'estate, e il ghiaccio mortale del verno.

<I>22 Gennajo</I>

Cos va, caro amico: - stavami al focolare del mio castaldo, dove alcuni villani de' contorni s'adunano a crocchio a scaldarsi, contandosi le loro novelle e le antiche avventure. Entr una ragazza scalza, assiderata, e fattasi all'ortolano, lo richiese della limosina per la povera vecchia. Mentre la si stava rifocillando al fuoco, esso le preparava due fasci di legna e due pani bigi. La villanella se li pigli, e salutandoci, usc. Usciva io pure, e senz'avvedermi, la seguitava calcando dietro le sue peste la neve. Giunta a un mucchio di ghiaccio, si sofferm esaminando con gli occhi un altro sentiero, ed io raggiungendola: - Andate voi lontano ragazza? - Signor mio, no; un mezzo miglio. - Pur que' due fasci vi fanno camminare a disagio; lasciatene portare uno anche a me. - I fasci tanto non mi darebbero noja se me li potessi reggere sulla spalla con tutte due le braccia; ma questi due pani m'intrigano. - Or via, porter i pani. - Non fiat, e la si fe' tutta rossa, e mi porse i pani ch'io mi riposi sotto il tabarro. Dopo breve ora entrammo in una capannuccia. Sedeva in un cantuccio una vecchierella con un caldano fra piedi pieno di brace smorzata sovra le quali stendeva le palme, appoggiando i polsi su le estremit de' ginocchi. - Buongiorno, madre. - Buongiorno. - Come state voi, madre? - N a questa, n a dieci altre interrogazioni mi fu possibile d'impetrare risposta; perch'essa attendeva a riscaldarsi le mani, alzando gli occhi di quando in quando come per vedere se eravamo ancora partiti. Posammo trattanto quelle poche provvisioni, e la vecchia, senza pi guardar noi, le stava considerando con occhio mobile: e a' nostri saluti e alle promesse di ritornare domani, la non rispose se non se un'altra volta quasi per forza - Buongiorno.
Ravviandoci verso casa, la villanella mi raccontava, come quella donna ad onta di forse ottanta anni e pi, e di una difficilissima vita, perch talvolta avveniva che i temporali vietavano a' contadini di recarle la limosina che le raccoglievano, in guisa che vedevasi sul punto di perire d'inedia, pur nondimeno tremava tuttavia di morire e borbottava sempre sue preci perch il cielo la tenesse ancor viva. Ho poi udito dire a' vecchi del contado, che da molti anni le mor di un'archibugiata il marito dal quale ebbe figliuoli e figliuole, e poi generi, nuore e nipoti ch'essa vide tutti perire e cascarle l'un dopo l'altro a' piedi nell'anno memorabile della fame. - Eppur, fratel mio, n i passati n i presenti mali la uccidono, e si palpa ancora una vita che nuota sempre in un mar di dolore.
Ahi dunque! tanti affanni assediano la nostra vita, che a mantenerla vuolsi non meno che un cieco istinto prepotente per cui (quantunque la Natura ci spiani i mezzi da liberarcene) siamo spesso forzati a comperarla con l'avvilimento, col pianto, e talvolta ancor col delitto!

<I>17 Marzo</I> (4)

Da due mesi non ti do segno di vita, e tu ti se' sgomentato; e temi ch'io sia vinto oggimai dall'amore da <I>dimenticarmi di te e della patria</I>. Fratel mio Lorenzo, tu conosci pur poco me e il cuore umano ed il tuo, se presumi che il desiderio di patria possa temperarsi mai, non che spegnersi; se credi che ceda ad altre passioni - ben irrita le altre passioni, e n' pi irritato; ed  pur vero, e in questo hai detto pur bene! <I>L'amore in un'anima esulcerata, e dove le altre passioni sono disperate, riesce onnipotente</I> - e io lo provo; ma che riesca funesto, t'inganni: senza Teresa, io sarei forse oggi sotterra.
La Natura crea di propria autorit tali ingegni da non poter essere se non generosi; venti anni addietro s fatti ingegni si rimanevano inerti ed assiderati nel sopore universale d'Italia: ma i tempi d'oggi hanno ridestato in essi le virili e natie loro passioni; ed hanno acquistato tal tempra, che spezzarli puoi, piegarli non mai. E non  sentenza metafisia questa: la  verit che splende nella vita di molti antichi mortali gloriosamente infelici: verit di cui mi sono accertato convivendo fra molti nostri concittadini: e li compiango insieme e gli ammiro; da che, se Dio non ha piet dell'Italia, dovranno chiudere nel loro secreto il desiderio di patria - funestissimo! perch o strugge, o addolora tutta la vita; e nondimeno anzich abbandonarlo, avranno cari i pericoli, e quell'angoscia, e la morte. Ed io mi sono uno di questi; e tu, mio Lorenzo.
Ma s'io scrivessi intorno a quello ch'io vidi, e so delle cose nostre, farei cosa superflua e crudele ridestando in voi tutti il furore che vorrei pur sopire dentro di me: piango, credimi, la patria - la piango secretamente, e desidero,

      Che le lagrime mie si spargan sole. (5)

Un'altra specie d'amatori d'Italia si quereli ad altissima voce a sua posta. Esclamano d'essere stati venduti e traditi: ma se si fossero armati sarebbero stati vinti forse, non mai traditi; e se si fossero difesi sino all'ultimo sangue, n i vincitori avrebbero potuto venderli, n i vinti si sarebbero attentati di comperarli. Se non che moltissimi de' nostri presumono che la libert si possa comperare a danaro; presumono che le nazioni straniere vengano per amore dell'equit a trucidarsi scambievolmente su' nostri campi onde liberare l'Italia! Ma i francesi che hanno fatto parere esecrabile la divina teoria della pubblica libert, faranno da Timoleoni in pro nostro? - Moltissimi intanto si fidano nel Giovine Eroe nato di sangue italiano; nato dove si parla il nostro idioma. Io da un animo basso e crudele, non m'aspetter mai cosa utile ed alta per noi. Che importa ch'abbia il vigore e il fremito del leone, se ha la mente volpina, e se ne compiace? S; basso e crudele - n gli epiteti sono esagerati. A che non ha egli venduto Venezia con aperta e generosa ferocia? Selim I che fece scannare sul Nilo trenta mila guerrieri Circassi arresisi alla sua fede, e Nadir Schah che nel nostro secolo trucid trecento mila Indiani, sono pi atroci, bens meno spregevoli. Vidi con gli occhi miei una costituzione democratica postillata dal Giovine Eroe, postillata di mano sua, e mandata da Passeriano a Venezia perch s'accettasse; e il trattato di Campo Formio era gi da pi giorni firmato e Venezia era trafficata; e la fiducia che l'Eroe nutriva in noi tutti ha riempito l'Italia di proscrizioni, d'emigrazioni, e d'esilii. - Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: cos fu sempre, e cos sar: piango la patria mia,

      Che mi fu tolta, e <I>il modo ancor m'offende.</I> (6)

<I>Nasce italiano, e soccorrer un giorno alla patria</I>: - altri sel creda; io risposi, e risponder sempre: <I>La Natura lo ha creato tiranno: e il tiranno non guarda a patria; e non l'ha</I>.
Alcuni altri de' nostri, veggendo le piaghe d'Italia, vanno pur predicando doversi sanarle co' rimedi estremi necessari alla libert. Ben  vero, l'Italia ha preti e frati; non gi sacerdoti: perch dove la religione non  inviscerata nelle leggi e ne' costumi d'un popolo, l'amministrazione del culto  bottega. L'Italia ha de' titolati quanti ne vuoi; ma non ha propriamente patrizj: da che i patrizj difendono con una mano la repubblica in guerra, e con l'altra la governano in pace; e in Italia sommo fasto de' nobili  il non fare e il non sapere mai nulla. Finalmente abbiamo plebe; non gi cittadini; o pochissimi. I medici, gli avvocati, i professori d'universit, i letterati, i ricchi mercatanti, l'innumerabile schiera degl'impiegati fanno arti gentili essi dicono, e cittadinesche; non per hanno nerbo e diritto cittadinesco. Chiunque si guadagna sia pane, sia gemme con l'industria sua personale, e non  padrone di terre, non  se non parte di plebe; meno misera, non gi meno serva. Terra senza abitatori pu stare; popolo senza terra, non mai: quindi i pochi signori delle terre in Italia, saranno pur sempre dominatori invisibili ed arbitri della nazione. Or di preti e frati facciamo de' sacerdoti; convertiamo i titolati in patrizj; i popolani tutti, o molti almeno, in cittadini abbienti, e possessori di terre - ma badiamo! senza carnificine; senza riforme sacrileghe di religione; senza fazioni; senza proscrizioni n esilii; senza ajuto e sangue e depredazioni d'armi straniere; senza divisione di terre; n leggi agrarie; n rapine di propriet famigliari - da che se mai (a quanto intesi ed intendo) se mai questi rimedi necessitassero a liberarne dal nostro infame perpetuo servaggio, io per me non so cosa mi piglierei - n infamia, n servit: ma neppur essere esecutore di s crudeli e spesso inefficaci rimedi - se non che all'individuo restano molte vie di salute; non fosse altro il sepolcro: - ma una nazione non si pu sotterrar tuttaquanta. E per, se scrivessi, esorterei l'Italia a pigliarsi in pace il suo stato presente, e a lasciare alla Francia la obbrobriosa sciagura di avere svenato tante vittime umane alla Libert - su le quali la tirannide de' Cinque, o de' Cinquecento, o di Un solo - torna tutt'uno - hanno piantato e pianteranno i lor troni; e vacillanti di minuto in minuto, come tutti i troni che hanno per fondamenta i cadaveri.
Il lungo tempo da che non ti scrivo non  corso perduto per me; credo invece d'avere guadagnato anche troppo - ma guadagni fatali! Il sigoore T*** ha moltissimi libri di filosofia politica, e i migliori storici del mondo moderno: e tra per non volermi trovare assai spesso vicino a Teresa, tra per noja e per curiosit, due vigili istigatrici del genere umano - mi son fatto mandare que' libri; e parte n'ho letto, parte ne ho scartabellato, e mi furono tristi compagni di questa vernata. Certo che pi amabile compagnia mi parvero gli uccelletti i quali cacciati per disperazione dal freddo a cercarsi alimento vicino alle abitazioni degli uomini loro nemici, si posavano a famiglie e a trib sul mio balcone dov'io apparecchiava loro da desinare e da cena - ma forse ora che va cessando il loro bisogno non mi visiteranno mai pi. Intanto dalle mie lunghe letture ho raccolto: Che il non conoscere gli uomini  pur cosa pericolosa; ma il conoscerli quando non s'ha cuore da volerli ingannare  pur cosa funesta! Ho raccolto: Che le molte opinioni de' molti libri, e le contraddizioni storiche, t'inducono al pirronismo e ti fanno errare nella confusione, e nel caos, e nel nulla: ond'io, a chi mi stringesse o di sempre leggere, o di non leggere mai, mi torrei di non leggere mai; e cos forse far. Ho raccolto: Che abbiamo tutti passioni vane com' appunto la vanit della vita; e che nondimeno s fatta vanit  la sorgente de' nostri errori, del nostro pianto, e de' nostri delitti.
Pur nondimeno io mi sento rinsanguinare pi sempre all'anima questo furore di patria: e quando penso a Teresa - e se spero - rientro in un subito in me assai pi costernato di prima; e ridico: Quand'anche l'amica mia fosse madre de' miei figliuoli, i miei figliuoli non avrebbero patria; e la cara campagna della mia vita se n'accorgerebbe gemendo. - Pur troppo! alle altre passioni che fanno alle giovinette sentire sull'aurora del loro giorno fuggitivo i dolori, e pi assai alle giovinette italiane, s' aggiunto questo infelice amore di patria. Ho sviato il signore T*** da' discorsi di politica, de' quali si appassiona - sua figlia non apriva mai bocca: ma io pur m'avvedeva come le angosce di suo padre e le mie si rovesciavano nelle viscere di quella fanciulla. Tu sai che non  femminetta volgare: e prescindendo anche da' suoi interessi - da che in altri tempi avrebbero potuto eleggersi altro marito -  dotata d'animo altero, e di signorili pensieri. E vede quanto m' grave quest'ozio di oscuro e freddo egoista in cui logoro tutti i miei giorni - davvero, Lorenzo; anche tacendo, io paleso che sono misero e vile dinanzi a me stesso. La volont forte e la nullit di potere in chi sente una passione politica lo fanno sciaguratissimo dentro di s: e se non tace, lo fanno parere ridicolo al mondo; si fa la figura di paladino da romanzo e d'innamorato impotente della propria citt. Quando Catone s'uccise, un povero patrizio, chiamato Cozio, lo imit: l'uno fu ammirato perch aveva prima tentato ogni via a non servire; l'altro fu deriso perch per amore della libert non seppe far altro che uccidersi.
Ma qui stando, non foss'altro co' miei pensieri, presso a Teresa - perch'io regno ancor tanto sopra di me, ch'io lascio passare tre e quattro giorni senza vederla - pur il solo ricordarmene mi fa provare un foco soave, un lume, una consolazione di vita - breve forse, ma divina dolcezza - e cos mi preservo per ora dalla assoluta disperazione.
E quando sto seco - ad altri forse nol crederesti, o Lorenzo, a me s - allora non le parlo d'amore.  mezz'anno oramai da che l'anima sua s' affratellata alla mia, e non ha mai inteso uscire fuor delle mie labbra la certezza ch'io l'amo. - Ma e come non pu esserne certa? - Suo padre giuoca meco a scacchi le intere serate: essa lavora seduta accanto a quel tavolino, silenziosissima, se non quanto parlano gli occhi suoi; ma di rado: e chinandosi a un tratto non mi domandano che piet. - E qual altra piet posso mai darle, da questa in fuori di tenerle, quanto avr forza, tenerle occulte come pi potr tutte le mie passioni? N io vivo se non per lei sola: e quando anche questo mio nuovo sogno soave terminer, io caler volentieri il sipario. La gloria, il sapere, la giovent, le ricchezze, la patria, tutti fantasmi che hanno fino ad or recitato nella mia commedia, non fanno pi per me. Caler il sipario; e lascier che gli altri mortali s'affannino per accrescere i piaceri e menomare i dolori d'una vita che ad ogni minuto s'accorcia, e che pure que' meschini se la vorrebbero persuadere immortale.
Eccoti con l'usato disordine, ma con insolita pacatezza risposto alla tua lunga affettuosissima lettera: tu sai dire assai meglio le tue ragioni: - io le mie le sento troppo; per pajo ostinato. - Ma s'io ascoltassi pi gli altri che me, rincrescerei forse a me stesso: - e nel non rincrescere a s, sta quel po' di felicit che l'uomo pu sperar su la terra.

<I>3 Aprile</I>

Quando l'anima  tutta assorta in una specie di beatitudine, le nostre deboli facolt oppresse dalla somma del piacere diventano quasi stupide, mute, e inette ad ogni fatica. Che s'io non menassi una vita da santo, le mie lettere ti capiterebbero innanzi pi spesse. Se le sventure raggravano il carico della vita, noi corriamo a farne parte a qualche infelice; ed egli spreme conforto dal sapere che non  il solo dannato alle lagrime. Ma se lampeggia qualche momento di felicit, noi ci concentriamo tutti in noi stessi, temendo che la nostra ventura possa, partecipandosi, diminuirsi; o l'orgoglio nostro soltanto ci consiglia a menarne trionfo. E poi sente assai poco la propria passione, o lieta o trista che sia, chi sa troppo minutamente descriverla. - Intanto la Natura ritorna bella - quale dev'essere stata quando nascendo la prima volta dall'informe abisso del caos, mand foriera la ridente Aurora di Aprile; ed ella abbandonando i suoi biondi capelli su l'oriente, e cingendo poi a poco a poco l'universo del roseo suo manto, diffuse benefica le fresche rugiade, e dest l'alito vergine de' venticelli per annunciare ai fiori, alle nuvole, alle onde e agli esseri tutti che la salutavano, il Sole: il Sole! sublime immagine di Dio, luce, anima, vita di tutto il creato.

<I>6 Aprile</I>

 vero; troppo! - questa mia fantasia mi dipinge cos realmente la felicit ch'io desidero, e me la pone davanti agli occhi, e sto l l per toccarla con mano, e mi mancano ancor pochi passi - e poi? il tristo mio cuore se la vede svanire e piange quasi perdesse un bene posseduto da lungo tempo. Tuttavia - ei le scrive che la cabala forense gli fu da prima cagione d'indugio, e che poi la rivoluzione ha interrotto per qualche giorno il corso dei tribunali: aggiungi che dove predomina l'interesse, le altre passioni si tacciono; un nuovo amore forse - ma tu dirai: E tutto ci cosa importa? Nulla, caro Lorenzo: a Dio non piaccia ch'io mi prevalga della freddezza d'Odoardo - ma non so come si possa starle lontano un solo giorno di pi! - Andr dunque ognor pi lusingandomi per tracannarmi poscia la mortale bevanda che mi sar io medesimo preparata?

<I>11 Aprile</I>

Ella sedeva sopra un sof di rincontro alla finestra delle colline, osservando le nuvole che passeggiavano per la ampiezza del cielo. Vedete, mi disse, quel l'azzurro profondo! Io le stava accanto muto muto, con gli occhi fissi su la sua mano che tenea socchiuso un libricciuolo. - Io non so come - ma non mi avvidi che la tempesta cominciava a muggire dal settentrione, e atterrava le piante pi giovani. Poveri arbuscelli! esclam Teresa. Mi scossi. Si addensavano le tenebre della notte che i lampi rendeano pi negre. Diluviava, tuonava - poco dopo vidi le finestre chiuse, e i lumi nella stanza. Il ragazzo per far ci ch'ei soleva fare tutte le sere e temendo del mal tempo, venne a rapirci lo spettacolo della Natura adirata; e Teresa che stava sopra pensiero, non se ne accorse e lo lasci fare.
Le tolsi di mano il libro e aprendolo a caso, lessi:
La tenera Gliceria lasci su queste mie labbra l'estremo sospiro. Con Gliceria ho perduto tutto quello ch'io poteva mai perdere. La sua fossa  il solo palmo di terra ch'io degni di chiamar mio. Niuno, fuori di me, ne sa il luogo. L'ho coperta di folti rosaj i quali fioriscono come un giorno fioriva il suo volto, e diffondono la fragranza soave che spirava il suo seno. Ogni anno nel mese delle rose io visito il sacro boschetto. Siedo su quel cumulo di terra che serba le sue ossa; colgo una rosa, e - sto meditando: <I>Tal tu fiorivi un d!</I> E sfoglio quella rosa, e la sparpaglio - e mi rammento quel dolce sogno de' nostri amori. O mia Gliceria, ove sei tu? una lagrima cade su l'erba che spunta su la sepoltura, e appaga l'ombra amorosa.
Tacqui. - Perch non leggete? diss'ella sospirando e guardandomi. Io rileggeva: e tornando a proferire nuovamente: <I>Tal tu fiorivi un d!</I> la mia voce fu soffocata; una lagrima di Teresa grond su la mia mano che stringeva la sua.

<I>17 Aprile</I>

Ti risovviene di quella giovinetta che quattro anni fa villeggiava appie' di queste colline? era la innamorata del nostro Olivo P***, e tu sai com'ei impover, n pot pi averla in isposa. Oggi io l'ho riveduta accasata a un titolato, parente della famiglia T***. Passando per le sue possessioni, venne a visitare Teresa. Io sedeva per terra sul tappeto, e attentissimo all'esemplare della mia Isabellina che scorbiava <I>l'abbicc</I> sopra una sedia. Com'io la vidi, m'alzai correndole incontro quasi quasi per abbracciarla: - quanto diversa! contegnosa, affettata, pen a ravvisarmi, e poi fece le maraviglie masticando un complimentuccio mezzo a me, mezzo a Teresa - e scommetto che la mia vista non preveduta l'ha sconcertata. Ma cinguettando e di giojelli e di nastri e di vezzi e di cuffie, si rinfranc. Io mi sperava di usarle un atto di carit graziosa sviando il disorso da simili frascherie; e perch quasi tutte le giovani le si fanno pi belle in viso, e non bisognano d'altri ornamenti, allorquando modestamente ti parlano del lor cuore, le ricordai queste campagne e que' suoi giorni beati. - Ah, ah, rispose sbadatamente; e tir innanzi ad anatomizzare l'oltramontano <I>travaglio</I> de' suoi orecchini. Il marito frattanto (perch fra il <I>Popolone de' pigmei</I> ha scroccato fama di <I>savant</I> come l'Algarotti e il ***) gemmando il suo pretto <I>favellare</I> toscano di mille frasi francesi, magnificava il prezzo di quelle inezie, e il buon gusto della sua sposa. Stava io per pigliarmi il cappello, ma un'occhiata di Teresa mi fe' star cheto. La conversazione venne di mano in mano a cadere su' libri che noi leggevamo in campagna. Allora tu avresti udito Messere tesserci il panegerico della <I>prodigiosa</I> biblioteca de' suoi maggiori, e della collezione di tutte l'edizioni <I>Principes</I> degli antichi ch'ei ne' suoi viaggi ebbe cura di <I>completare</I>. Io rideva fra cuore, ed ei proseguiva la sua lezione di frontespizj. Quando Ges volle, torn un servo ch'era ito in traccia del signore T*** ad avvertire Teresa che non l'avea potuto trovare, perch egli era uscito a caccia per le montagne; e la lezione fu rotta. Chiesi alla sposa novella di Olivo ch'io dopo le sue disgrazie non aveva pi riveduto. Immaginerai che cuore fu il mio quando m'intesi freddamente rispondere dall'antica sua amante:  gi morto. -  morto! sclamai balzando in piedi, e guardandola stupidito. E descrissi a Teresa l'egregia indole di quel giovine senza pari, e la sua nemica fortuna che lo costrinse a combattere con la povert e con la infamia; e mor nondimeno scevro di taccia e di colpa.
Il marito allora prese a narrarci la morte del padre di Olivo, le dissensioni con suo fratello primogenito, le liti sempre pi accanite, e la sentenza de' tribunali che giudici fra due figli di uno stesso padre, per arricchire l'uno, spogliarono l'altro; divoratosi il povero Olivo fra le cabale del foro anche quel poco che gli rimanea. Moralizzava su questo giovine <I>stravagante</I> che ricus i soccorsi di suo fratello, e invece di placarselo, lo inaspr sempre pi. - S s, lo interruppi, se suo fratello non ha potuto essere giusto, Olivo non doveva essere vile. Tristo colui che ritira il suo cuore dai consigli e dal compianto dell'amicizia, e sdegna i mutui sospiri della piet, e rifiuta il pronto soccorso che la mano dell'amico gli porge. Ma le mille volte pi tristo chi fida nell'amicizia del ricco: e presumendo virt in chi non fu mai sventurato, accoglie quel beneficio che dovr poscia scontare con altrettanta onest. La felicit non si collega con la sventura che per comperare la gratitudine e tiranneggiare la virt. L'uomo, animale oppressore, abusa dei capricci della fortuna per aggiudicarsi il diritto di soverchiare. A' soli afflitti  bens conceduto il potersi e soccorrere e consolare scambievolmente senz'insultarsi; ma colui che giunse a sedere alla mensa del ricco, tosto, bench tardi, s'avvede.

      Come sa di sale
      Lo pane altrui. (7)

E per questo, oh quanto  men doloroso l'andare accattando di porta in porta la vita, anzich umiliarsi, o esecrare l'indiscreto benefattore che ostentando il suo beneficio, esige in ricompensa il tuo rossore e la tua libert! -
Ma voi, mi rispose il marito, non mi avete lasciato finire. Se Olivo usc dalla casa paterna, rinunziando tutti gl'interessi al primogenito, <I>perch</I> poi volle pagare i debiti di suo padre? Che? non affront ei medesimo l'indigenza ipotecando per questa sciocca delicatezza anche la sua porzione della dote materna? -
Perch? - se l'erede defraud i creditori co' sotterfugj forensi, Olivo doveva mai comportare che le ossa di suo padre fossero maledette da coloro che nelle avversit lo aveano sovvenuto delle loro sostanze, e ch'ei fosse mostrato a dito per le strade come figliuolo di un fallito? Questa generosa onest diffam il primogenito che non era nato a imitarla, e che dopo d'avere tentato invano il fratello co' beneficj, gli giur poscia inimicizia mortale e veramente feudale e fraterna. Olivo intanto perd l'ajuto di quelli che lo lodavano forse nel loro secreto, perch rest soverchiato dagli scellerati, essendo pi agevole approvar la virt, che sostenerla a spada tratta e seguirla. Per questo l'uomo dabbene in mezzo a' malvagi rovina sempre; e noi siam soliti ad associarci al pi forte, a calpestare chi giace e a giudicar dall'evento. - Non mi rispondevano; ed erano forse convinti, non gi persuasi, e soggiunsi. - Invece di piangere Olivo, ringrazio il sommo Iddio che lo ha chiamato lontano da tante ribalderie, e dalle nostre imbecillit. Da che, a dir vero, noi stessi, noi devoti della virt, siamo pure imbecilli! Sono certi uomini che hanno bisogno della morte perch non sanno assuefarsi a' delitti de' tristi, n alla pusillanimit degli uomini buoni.
La sposa parea intenerita. Oh pur troppo! esclam con un sospiro. Ma - chi per altro ha bisogno di pane non ha poi da assottigliarsi tanto su l'onore. -
E questa la  pure una delle vostre bestemmie! proruppi: voi dunque perch siete favoriti dalla fortuna vorreste essere onesti voi soli; anzi perch la virt su la oscura vostr'anima non risplende, vorreste reprimerla anche ne' petti degl'infelici, che pure non hanno altro conforto, e illudere in questa maniera la vostra coscienza? - Gli occhi di Teresa mi davano ragione; pur si studiava di far mutare discorso - ma la visiera era alzata; e come poteva io pi tacere? ben ora ne sento rimorso - gli occhi degli sposi erano fitti a terra, e la loro anima fu anch'essa atterrata, quando gridai con fierissima voce: - Coloro che non furono mai sventurati, non sono degni della loro felicit. Orgogliosi! guardano la miseria per insultarla: pretendono che tutto debba offerirsi in tributo alla ricchezza e al piacere. Ma l'infelice che serba la sua dignit  spettacolo di coraggio a' buoni, e di rimbrotto a' malvagi. - E sono uscito cacciandomi le mani ne' capelli. Grazie a' primi casi della mia vita che mi costituirono sventurato! Lorenzo mio, or non sarei forse tuo amico; or non sarei amico di questa fanciulla. - Mi sta sempre davanti l'avvenimento di stamattina. Qui dove siedo solo mi guardo intorno e temo di rivedere alcuno de' miei conoscenti. Chi l'avrebbe mai detto? Il cuore di colei non ha palpitato al nome del suo primo amore! ard di turbare le ceneri di lui che le ha per la prima volta ispirato l'universale sentimento della vita. N un solo sospiro? - ma pazzo! tu t'affliggi perch non trovi fra gli uomini quella virt che forse, ahi! forse non  che voto nome - o necessit che si muta con le passioni e le circostanze - o prepotenza di natura in alcuni pochi individui, i quali essendo generosi e pietosi per indole, sono obbligati a guerra perpetua contro l'universalit de' mortali; - e bastasse! ma guai allorch, volere e non volere, denno pure aprir gli occhi alla luce funerea del disinganno!
Io non ho l'anima negra; e tu il sai, mio Lorenzo; nella mia prima giovent avrei sparso fiori su le teste di tutti i viventi: chi mi ha fatto cos rigido e ombroso verso la pi parte degli uomini se non la loro ipocrita crudelt? Perdonerei tutti i torti che mi hanno fatto. Ma quando mi passa dinanzi la venerabile povert che mentre s'affatica mostra le sue vene succhiate dalla onnipotente opulenza; e quando io vedo tanti uomini infermi, imprigionati, affamati, e tutti supplichevoli sotto il terribile flagello di certe leggi - ah no, io non mi posso rinconciliare. Io grido allora vendetta con quella turba di tapini co' quali divido il pane e le lagrime: e ardisco ridomandare in lor nome la porzione che hanno ereditato dalla Natura, madre benefica ed imparziale - la Natura? ma se ne ha fatti quali pur siamo, non  forse matrigna?
S, Teresa, io vivr teco; ma io non vivr se non quanto potr vivere teco. Tu sei uno di que' pochi angioli sparsi qua e l su la faccia della terra per accreditare l'amore dell'umanit. Ma s'io ti perdessi, quale scampo si aprirebbe a questo giovine infastidito di tutto il resto del mondo?
Se dianzi tu l'avessi veduta! mi stendeva la mano, dicendomi - Siate discreto; e davvero, quelle due persone mi pareano compunte: e se Olivo non fosse stato infelice, avrebbe egli avuto anche oltre la tomba un amico?
Ahi! prosegu dopo un lungo silenzio, per amar la virt conviene dunque vivere nel dolore? - Lorenzo! l'anima sua celeste raggiava da' lineamenti del viso.

<I>29 Aprile</I>

Vicino a lei io sono s pieno di vita che appena sento di vivere. Cos quand'io mi desto dopo un pacifico sonno, se il raggio di Sole mi riflette su gli occhi, la mia vista si abbaglia e si perde in un torrente di luce.
Da gran tempo mi lagno della inerzia in cui vivo. Al riaprirsi della primavera mi proponeva di studiare botanica; e in due settimane io aveva raccattato su per le balze parecchie dozzine di piante che adesso non so pi dove me le abbia riposte. Mi sono assai volte dimenticato il mio <I>Linneo</I> sopra i sedili del giardino, o appi di qualche albero; l'ho finalmente perduto. Jeri Michele me ne ha recato due foglj tutti umidi di rugiada; e stamattina mi ha recato notizia che il rimanente era stato mal concio dal cane dell'ortolano.
Teresa mi sgrida: per compiacerle m'accingo a scrivere; ma sebbene incominci con la pi bella vocazione che mai, non so andar innanzi per pi di tre o quattro periodi. Mi assumo mille argomenti; mi s'affacciano mille idee: scelgo, rigetto, poi torno a scegliere; scrivo finalmente, straccio, cancello, e perdo spesso mattina e sera: la mente si stanca, le dita abbandonano la penna, e mi avvengo d'avere gittato il tempo e la fatica. - Se non che t'ho detto che lo scrivere libri la  cosa da pi e da meno delle mie forze: aggiungi lo stato dell'animo mio, e t'accorgerai che s'io ti scrivo ogni tanto una lettera, non  poco. - Oh la scimunita figura ch'io fo quand'ella siede lavorando, ed io leggo! M'interrompo a ogni tratto, ed ella: Proseguite! Torno a leggere: dopo due carte la mia pronunzia diventa pi rapida e termina borbottando in cadenza. Teresa s'affanna: Deh leggete un po' ch'io v'intenda! - io continuo; ma gli occhi miei, non so come, si sviano disavvedutamente dal libro, e si trovano immobili su quell'angelico viso. Divento muto; cade il libro e si chiude; perdo il segno, n so pi ritrovarlo - Teresa vorrebbe adirarsi; e sorride.
Pur se afferrassi tutti i pensieri che mi passano per fantasia! - ne vo notando su' cartoni e su' margini del mio Plutarco; se non che, non s tosto scritti, m'escono dalla mente; e quando poi li cerco sovra la carta, ritrovo aborti d'idee scarne sconnesse, freddissime. Questo ripiego di notare i pensieri, anzi che lasciarli maturare dentro l'ingegno,  pur misero! - ma cos si fanno de' libri composti d'altrui libri a mosaico. - E a me pure, fuor d'intenzione,  venuto fatto un mosaico. - In un libretto inglese ho trovato un racconto di sciagura; e mi pareva a ogni frase di leggere le disgrazie della povera Lauretta: - il Sole illumina da per tutto ed ogni anno i medesimi guai su la terra! - Or io per non parere di scioperare mi sono provato di scrivere i casi di Lauretta, traducendo per l'appunto quella parte del libro inglese, e togliendovi, mutando, aggiungendo assai poco di mio, avrei raccontato il vero, mentre forse il mio testo  romanzo. Io voleva in quella sfortunata creatura mostrare a Teresa uno specchio della <I>fatale</I> infelicit dell'amore. Ma credi tu che le sentenze, e i consigli, e gli esempj de' danni altrui giovino ad altro fuorch a irritare le nostre passioni? Inoltre in cambio di narrare di Lauretta, ho parlato di me: tale  lo stato dell'anima mia, torna sempre a tastare le proprie piaghe - per non mi pare di lasciar leggere questi tre o quattro fogli a Teresa: le farei pi male che bene - e per ora lascio anche stare di scrivere - Tu leggili. Addio.

<I><B>Frammento della Storia di Lauretta</B></I>

Non so se il cielo badi alla terra. Pur se ci ha qualche volta badato (o almeno il primo giorno che la umana <I>razza</I> ha incominciato a formicolare) io credo che il Destino abbia scritto negli eterni libri:

      L'uomo sar infelice

N oso appellarmi di questa sentenza, perch non saprei forse a che tribunale, tanto pi che mi giova crederla utile alle tante altre <I>razze</I> viventi ne' mondi innumerabili. Ringrazio nondimeno quella Mente che mescendosi all'universo degli enti, li fa sempre rivivere distruggendoli; perch con le miserie, ci ha dato almeno il dono del pianto, ed ha punito coloro che con una insolente filosofia si vogliono ribellare dalla umana sorte, negando loro gl'inesausti piaceri della compassione - <I>Se vedi alcuno addolorato e piangente non piangere</I> (8). Stoico! or non sai tu che le lagrime di un uomo compassionevole sono per l'infelice pi dolci della rugiada su l'erbe appassite?
O Lauretta! io piansi con te sulla bara del tuo povero amante, e mi ricordo che la mia compassione disacerbava l'amarezza del tuo dolore. T'abbandonavi sovra il mio seno, e i tuoi biondi capelli mi coprivano il volto, e il tuo pianto bagnava le mie guance; poi col tuo fazzoletto mi rasciugavi, e rasciugavi le tue lagrime che tornavano a sgorgarti dagli occhi e scorrerti sulle labbra. - Abbandonata da tutti! - ma io no; non ti ho abbandonata mai.
Quando tu erravi fuor di te stessa per le romite spiagge del mare, io seguiva furtivamente i tuoi passi per poterti salvare dalla disperazione del tuo dolore. Poi ti chiamava a nome, e tu mi stendevi la mano, e sedevi al mio fianco. Saliva in cielo la Luna, e tu guardandola cantavi pietosamente - taluno avrebbe osato deriderti: ma il Consolatore de' disgraziati che guarda con un occhio stesso e la pazzia e la saviezza degli uomini, e che compiange e i loro delitti e le loro virt - udiva forse le tue meste voci, e ti spirava qualche conforto: le preci del mio cuore t'accompagnavano: e a Dio sono accetti i voti e i sacrificj delle anime addolorate. - I flutti gemeano con flebile fiotto, e i venti che gl'increspavano gli spingeano a lambir quasi la riva dove noi stavamo seduti. E tu alzandoti appoggiata al mio braccio t'indirizzavi a quel sasso ove parevati di vedere ancora il tuo Eugenio, e sentir la sua voce, e la sua mano, e i suoi baci. - Or che mi resta? esclamavi; la guerra mi allontana i fratelli, e la morte mi ha rapito il padre e l'amante; abbandonata da tutti!
O Bellezza, genio benefico della natura! Ove mostri l'amabile tuo sorriso scherza la gioja, e si diffonde la volutt per eternare la vita dell'universo: chi non ti conosce e non ti sente incresca al mondo e a se stesso. Ma quando la virt ti rende pi cara, e le sventure, togliendoti la baldanza e la invidia della felicit, ti mostrano ai mortali co' crini sparsi e privi delle allegre ghirlande - chi  colui che pu passarti davanti e non altro offerirti che un'inutile occhiata di compassione?
Ma io t'offeriva, o Lauretta, le mie lagrime, e questo mio romitorio dove <I>tu avresti mangiato del mio pane, e bevuto nella mia tazza, e ti saresti addormentata sovra il mio petto</I> (9). Tutto quello ch'io aveva! e meco forse la tua vita sebbene non lieta, sarebbe stata libera almeno e pacifica. Il cuore nella solitudine e nella pace va a poco a poco obbliando i suoi affanni; perch la pace e la libert si compiacciono della semplice e solitaria natura.
Una sera d'autunno la Luna appena si mostrava alla terra rifrangendo i suoi raggi su le nuvole trasparenti, che accompagnandola l'andavano ad ora ad ora coprendo, e che sparse per l'ampiezza del cielo rapivano al mondo le stelle. Noi stavamo intenti a' lontani fuochi dei pescatori, e al canto del gondoliere che col suo remo rompea il silenzio e la calma dell'oscura laguna. Ma Lauretta volgendosi cerc con gli occhi intorno il suo innamorato; e si rizz, e raming un pezzo chiamandolo; poi stanca torn dov'io sedeva, e s'assise quasi spaventata della sua solitudine. Guardandomi parea che volesse dirmi: Io sar abbandonata anche da te! - e chiam il suo cagnuolino.
Io? - Chi l'avrebbe mai detto che quella dovesse essere l'ultima sera ch'io la vedeva! Era vestita di bianco; un nastro cilestro raccogliea le sue chiome, e tre mammole appassite spuntavano in mezzo al lino che velava il suo seno. - Io l'ho accompagnata fino all'uscio della sua casa; e sua madre che venne ad aprirci mi ringraziava della cura ch'io mi prendeva per la sua disgraziata figliuola. Quando fui solo m'accorsi che m'era rimasto fra le mani il suo fazzoletto: - gliel ridar domani, diss'io.
I suoi mali incominciavano gi a mitigarsi, ed io forse -  vero; io non poteva darti il tuo Eugenio; ma ti sarei stato sposo, padre, fratello. I miei concittadini persecutori, giovandosi de' manigoldi stranieri, proscrissero improvvisamente il mio nome; n ho potuto, o Lauretta, lasciarti neppure l'ultimo addio.
Quand'io penso all'avvenire e mi chiudo gli occhi per non conoscerlo e tremo e mi abbandono con la memoria a' giorni passati, io vo per lungo tratto vagando sotto gli alberi di queste valli, e mi ricordo le sponde del mare, e i fuochi lontani, e il canto del gondoliere. M'appoggio ad un tronco - sto pensando - <I>il cielo me l'avea conceduta; ma l'avversa fortuna me l'ha rapita!</I> traggo il suo fazzoIetto - <I>infelice chi ama per ambizione! ma il tuo cuore, o Lauretta,  fatto per la schietta natura</I>: m'ascugo gli occhi, e torno sul far della notte alla mia casa.
Che fai tu frattanto? torni errando lungo le spiagge e mandando preghiere e lagrime a Dio? - Vieni! tu corrai le frutta del mio giardino; <I>tu berrai nella mia tazza, tu mangerai del mio pane, e ti poserai sovra il mio seno</I> e sentirai come batte, come oggi batte assai diversamente il mio cuore. Quando si risveglier il tuo martirio, e lo spirito sar vinto dalla passione, io ti verr dietro per sostenerti in mezzo al cammino, e per guidarti, se ti smarrissi, alla mia casa; mai ti verr dietro tacitamente per lasciarti libero almeno il conforto del pianto. Io ti sar padre, fratello - ma, il mio cuore - se tu vedessi il mio cuore! - una lagrima bagna la carta e cancella ci che vado scrivendo.
Io la ho veduta tutta fiorita di giovent e di bellezza; e poi impazzita, raminga, orfana; e la ho veduta baciare le labbra morenti del suo unico consolatore - e poscia inginocchiarsi con pietosa superstizione davanti a sua madre lagrimando e pregandola acciocch ritirasse la maledizione che quella madre infelice aveva fulminata contro la sua figliuola. - Cos la povera Lauretta mi lasci nel cuore per sempre la compassione delle sue sventure. Preziosa eredit ch'io vorrei pur dividere con voi tutti a' quali non resta altro conforto che di amare la virt e di compiangerla. Voi non mi conoscete; ma noi, chiunque voi siate, noi siamo amici. Non odiate gli uomini prosperi; solamente fuggiteli.

<I>4 Maggio</I>

Hai tu veduto dopo i giorni della tempesta prorompere fra l'auree nuvole dell'oriente il vivo raggio del Sole e riconsolar la natura? Tale per me  la vista di costei. - Discaccio i miei desiderj, condanno le mie speranze, piango i miei inganni: no, io non la vedr pi; io non l'amer. Odo una voce che mi chiama traditore; la voce di suo padre! M'adiro contro me stesso, e sento risorgere nel mio cuore una virt sanatrice, un pentimento. - Eccomi dunque saldo nella mia risoluzione; saldo pi che mai: ma poi? - All'apparir del suo volto ritornano le illusioni, e l'anima mia si trasforma, e obblia se medesima, e s'imparadisa nella contemplazione della bellezza.

<I>8 Maggio</I>

<I>Ella non t'ama; e se pure volesse amarti, nol pu</I>.  vero, Lorenzo: ma s'io consentissi a strapparmi il velo dagli occhi, dovrei subito chiuderli in sonno eterno; poich senza questo angelico lume, la vita mi sarebbe terrore, il mondo caos, la Natura notte e deserto. - Anzich spegnere una per una le fiaccole che rischiarano la prospettiva teatrale e disingannare villanamente gli spettatori, non sarebbe assai meglio calar il sipario in un subito, e lasciarli nella loro illusione? <I>Ma se l'inganno ti nuoce</I>: - che monta? se il disinganno mi uccide!
Una domenica intesi il parroco che sgridava i villani perch s'ubbriacavano. E non s'accorgeva come avvelenava a que' meschini il conforto di addormentare nell'ebbriet della sera le fatiche del giorno, di non sentire l'amarezza del loro pane bagnato di sudore e di lagrime, e di non pensare al rigore e alla fame che il venturo verno minaccia.

<I>11 Maggio</I>

Conviene dire che Natura abbia pur d'uopo di questo globo, e della specie di viventi litigiosi che lo stanno abitando. E per provvedere alla conservazione di tutti, anzich legarci in reciproca fratellanza, ha costituito ciascun uomo cos amico di se medesimo, che volentieri aspirerebbe all'esterminio dell'universo per vivere pi sicuro della propria esistenza e rimanersi despota solitario di tutto il creato. Niuna generazione ha mai veduto per tutto il suo corso la dolce pace, la guerra fu sempre l'arbitra de' diritti, e la forza ha dominato tutti i secoli. Cos l'uomo or aperto, or secreto, e sempre implacabile nemico della umanit, conservandosi con ogni mezzo, cospira all'intento della Natura che ha d'uopo della esistenza di tutti: e i discendenti di Caino e d'Abele, quantunque imitino i loro primitivi parenti e si trucidino perpetuamente l'un l'altro, vivono e si propagano. Or odi. - Ho accompagnato stamattina per tempo Teresa e la sua sorellina in casa di una lor conoscente venuta a villeggiare. Credeva di desinare in lor compagnia, ma per mia disgrazia aveva fin dalla settimana passata promesso al chirurgo che mi troverei a pranzo con lui, e se Teresa non me ne facea sovvenire, io, a dirti la verit, me n'era dimenticato. Mi vi sono dunque avviato un'oretta innanzi al mezzogiorno; ma affannato dal caldo, mi sono a mezza strada coricato sotto un ulivo: al vento di jeri fuor di stagione, oggi  succeduta un'arsura nojosissima: e me ne stava l al fresco spensieratamente come se avessi gi desinato. Voltando la testa mi sono avveduto di un contadino che guardavami bruscamente: - Che fate voi qui?
- Sto, come vedete, riposando.
- Avete voi possessioni? - percotendo la terra col calcio del suo schioppo.
- Perch?
- Perch - sdrajatevi su i vostri prati, se ne avete; e non venite a pestare l'erba degli altri, - e partendo, - fate ch'io tornando vi trovi!
Io non mi era mosso, ed egli se n'era ito. A bella prima, io non aveva badato alle sue bravate; ma ripensandoci; <I>se ne avete!</I> e se la fortuna non avesse conceduto a' miei padri due pertiche di terreno, tu m'avresti negato anche nella parte pi sterile del tuo prato l'estrema piet del sepolcro! - Ma osservando che l'ombra dell'ulivo diventava pi lunga, mi sono ricordato del pranzo.
Poco fa tornandomi a casa ho trovato su la mia porta l'uomo stesso di stamattina. - Signore, vi stava aspettando; se mai - vi foste adirato meco; vi domando perdono.
- Riponete il cappello: io non me ne sono gi offeso.
Perch mai questo mio cuore nelle stesse occasioni ora  pace pace, ora  tutto tempesta? Diceva quel viaggiatore: <I>Il flusso e riflusso de' miei umori governa tutta la mia vita</I>. Forse un minuto prima il mio sdegno sarebbe stato assai pi grave dell'insulto. Perch dunque rimetterci al beneplacito di chi ne offende, permettendo ch'egli ci possa turbare con una ingiuria non meritata? Vedi come l'amor proprio ruffiano si prova con questa pomposa sentenza di ascrivermi a merito un'azione che  derivata forse da - chi lo sa? In pari occasioni non ho usato di eguale moderazione:  vero che passata mezz'ora ho filosofato contro di me; ma la ragione  venuta zoppicando; e il pentimento, per chi aspira alla saviezza,  sempre tardo - ma n io v'aspiro: io mi sono uno de' tanti figliuoli della terra, non altro; e porto meco tutte le passioni e le miserie della mia specie.
Il contadino andava ridicendo: - Vi ho fatto villania, ma io non vi conosceva; que' lavoratori che segavano il fieno ne' prati vicino mi hanno dopo ammonito.
- Non importa, buon uomo: come andr egli il raccolto quest'anno?
- Patiremo del caro: or pregovi, signor mio, perdonatemi. Dio volesse v'avessi allor conosciuto!
- Galantuomo; o conoscendo, o non conoscendo non date noja a nessuno, perch starete a rischio a ogni modo o di inimicarvi il ricco, o di maltrattare il povero: quanto a me non occorre.
- Dice bene il signore; Dio gliene rimeriti. - E si part. E far forse peggio; gli ha un certo che di sfacciato nel viso; e la ragione degli animali ragionevoli, quando non sentono verecondia,  ragione perniciosissima a chiunque ha che fare con loro.
Intanto? crescono ogni giorno i martiri perseguitati dal nuovo usurpatore della mia patria. Quanti andranno tapinando e profughi ed esiliati, senza il letto di poca erba n l'ombra di un ulivo - Dio lo sa! Lo straniero infelice  cacciato perfino dalla balza dove le pecore pascono tranquillamente.

<I>12 Maggio</I>

Non ho osato no, non ho osato. - Io poteva abbracciarla e stringerla qui, a questo cuore. La ho veduta addormentata: il sonno le tenea chiusi que' grandi occhi neri; ma le rose del suo sembiante si spargeano allora pi vive che mai su le sue guance rugiadose. Giacea il suo bel corpo abbandonato sopra un sof. Un braccio le sosteneva la testa e l'altro pendea mollemente. Io la ho pi volte veduta a passeggiare e a danzare; mi sono sentito sin dentro l'anima e la sua arpa e la sua voce; la ho adorata pien di spavento come se l'avessi veduta discendere dal paradiso - ma cos bella come oggi, io non l'ho veduta mai, mai. Le sue vesti mi lasciavano trasparire i contorni di quelle angeliche forme; e l'anima mia le contemplava e - che posso pi dirti? tutto il furore e l'estasi dell'amore mi aveano infiammato e rapito fuori di me. Io toccava come un divoto e le sue vesti e le sue chiome odorose e il mazzetto di mammole ch'essa aveva in mezzo al suo seno - s s, sotto questa mano diventata sacra ho sentito palpitare il suo cuore. Io respirava gli aneliti della sua bocca socchiusa - io stava per succhiare tutta la volutt di quelle labbra celesti - un suo bacio! e avrei benedette le lagrime che da tanto tempo bevo per lei - ma allora allora io la ho sentita sospirare fra il sonno: mi sono arretrato, respinto quasi da una mano divina. T'ho insegnato io forse ad amare, ed a piangere? e cerchi tu un breve momento di sonno perch ti ho turbato le tue notti innocenti e tranquille? a questo pensiero me le sono prostrato davanti immobile immobile rattenendo il sospiro - e sono fuggito per non ridestarla alla vita angosciosa in cui geme. Non si querela, e questo mi strazia ancor pi: ma quel suo viso sempre pi mesto, e quel guardarmi con piet, e tacere sempre al nome di Odoardo, e sospirare sua madre - ah! il cielo non ce l'avrebbe conceduta se non dovesse anch'essa partecipare del sentimento del dolore. Eterno Iddio! esisti tu per noi mortali? O sei tu padre snaturato verso le tue creature? So che quando hai mandato su la terra la Virt, tua figliuola primogenita, le hai dato per guida la Sventura. Ma perch poi lasciasti la Giovinezza e la Belt cos deboli da non poter sostenere le discipline di s austera istitutrice? In tutte le mie afflizioni ho alzato le braccia sino a te, ma non ho osato n mormorare n piangere: ahi adesso! Or perch farmi conoscere la felicit s'io doveva bramarla s fieramente, e perderne la speranza per sempre? - No, Teresa  mia tutta; tu me l'hai assegnata perch mi creasti un cuore capace di amarla immensamente, eternamente.

<I>13 Maggio</I>

S'io fossi pittore! che ricca materia al mio pennello! L'artista immerso nella idea deliziosa del bello addormenta o mitiga almeno tutte le altre passioni. - Ma se anche fossi pittore? Ho veduto ne' pittori e ne' poeti la bella, e talvolta anche la schietta natura; ma la natura somma, immensa, inimitabile non la ho veduta dipinta mai. Omero, Dante e Shakespeare, tre maestri di tutti gl'ingegni sovrumani, hanno investito la mia immaginazione ed infiammato il mio cuore: ho bagnato di caldissime lagrime i loro versi; e ho adorato le loro ombre divine come se le vedessi assise su le volte eccelse che sovrastano l'universo a dominare l'eternit. Pure gli originali che mi veggo davanti mi riempiono tutte le potenze dell'anima, e non oserei, Lorenzo, non oserei, s'anche si trasfondesse in me Michelangelo, tirarne le prime linee. Sommo Iddio! quando tu miri una sera di primavera ti compiaci forse della tua creazione? tu mi hai versato per consolarmi una fonte inesausta di piacere, ed io la ho guardata sovente con indifferenza. Su la cima del monte indorato da' pacifici raggi del Sole che va mancando, io mi vedo accerchiato da una catena di colli su' quali ondeggiano le messi, e si scuotono le viti sostenute in ricchi festoni dagli ulivi e dagli olmi: le balze e i gioghi lontani vanno sempre crescendo come se gli uni fossero imposti su gli altri. Di sotto a me le coste del monte sono spaccate in burroni infecondi fra i quali si vedono offuscarsi le ombre della sera, che a poco a poco s'innalzano; il fondo oscuro e orribile sembra la bocca di una voragine. Nella falda del mezzogiorno l'aria  signoreggiata dal bosco che sovrasta e offusca la valle dove pascono al fresco le pecore, e pendono dall'erta le capre sbrancate. Cantano flebilmente gli uccelli come se piangessero il giorno che muore, mugghiano le giovenche, e il vento pare che si compiaccia del susurrar delle fronde. Ma da settentrione si dividono i colli, e s'apre all'occhio una interminabile pianura: si distinguono ne' campi vicini i buoi che tornano a casa: lo stanco agricoltore li siegue appoggiato al suo bastone; e mentre le madri e le mogli apparecchiano la cena alla affaticata famigliuola, fumano le lontane ville ancor biancicanti, e le capanne disperse per la campagna. I pastori mungono il gregge, e la vecchiarella che stava filando su la porta dell'ovile, abbandona il lavoro e va carezzando e fregando il torello, e gli agnelletti che belano intorno alle loro madri. La vista intanto si va dilungando, e dopo lunghissime file di alberi e di campi, termina nell'orizzonte dove tutto si minora e si confonde. Lancia il Sole partendo pochi raggi, come se quelli fossero gli estremi addio che d alla Natura; e le nuvole rosseggiano, poi vanno languendo, e pallide finalmente si abbujano: allora la pianura si perde, l'ombre si diffondono su la faccia della terra; ed io, quasi in mezzo all'oceano, da quella parte non trovo che il cielo.
Jer sera appunto dopo pi di due ore d'estatica contemplazione d'una bella sera di Maggio, io scendeva a passo a passo dal monte. Il mondo era in cura alla Notte, ed io non sentiva che il canto della villanella, e non vedeva che i fuochi de' pastori. Scintillavano tutte le stelle, e mentr'io salutava ad una ad una le costellazioni, la mia mente contraeva un non so che di celeste, ed il mio cuore s'innalzava come se aspirasse ad una regione pi sublime assai della terra. Mi sono trovato su la montagnuola presso la chiesa: suonava la campana de' morti, e il presentimento della mia fine trasse i miei sguardi sul cimiterio dove ne' loro cumuli coperti di erba dormono gli antichi padri della villa: - Abbiate pace, o nude reliquie: la materia  tornata alla materia; nulla scema, nulla cresce, nulla si perde quaggi; tutto si trasforma e si riproduce - umana sorte! men felice degli altri chi men la teme. - Spossato mi sdrajai boccone sotto il boschetto de' pini, e in quella muta oscurit, mi sfilavano dinanzi alla mente tutte le mie sventure e tutte le mie speranze. Da qualunque parte io corressi anelando alla felicit, dopo un aspro viaggio pieno di errori e di tormenti, mi vedeva spalancata la sepoltura dove io m'andava a perdere con tutti i mali e tutti i beni di questa inutile vita. E mi sentiva avvilito e piangeva perch avea bisogno di consolazione - e ne' miei singhiozzi io invocava Teresa.

<I>14 Maggio</I>

Anche jer sera tornandomi dalla montagna, mi posai stanco sotto que' pini; anche jer sera io invocava Teresa. - Udii un calpestio fra gli alberi; e mi parea d'intendere bisbigliare alcune voci. Mi sembr poi di vedere Teresa con sua sorella - sbigottitesi a prima vista fuggivano. Io le chiamai per nome, e la Isabellina raffigurandomi, mi si gitt addosso con mille baci. Mi rizzai. Teresa s'appoggi al mio braccio, e noi passeggiammo taciturni lungo la riva del fiumicello sino al lago de' cinque fonti. E l ci siamo quasi di consenso fermati a mirar l'astro di Venere che ci lampeggiava su gli occhi. - Oh! diss'ella, con quel dolce entusiasmo tutto suo, credi tu che il Petrarca non abbia anch'egli visitato sovente queste solitudini sospirando fra le ombre pacifiche della notte la sua perduta amica? Quando leggo i suoi versi io me lo dipingo qui - malinconico - errante - appoggiato al tronco di un albero, pascersi de' suoi mesti pensieri, e volgersi al cielo cercando con gli occhi lagrimosi la belt immortale di Laura. Io non so come quell'anima, che avea in s tanta parte di spirito celeste, abbia potuto sopravvivere in tanto dolore, e fermarsi fra le miserie de' mortali - oh quando s'ama davvero! - E mi parve ch'essa mi stringesse la mano, e io mi sentiva il cuore che non voleva starmi pi in petto. - S! tu eri creata per me, nata per me, ed io - non so come ho potuto soffocare queste parole che mi scoppiavano dalle labbra. - E saliva su per la collina ed io la seguitava. Le mie potenze erano tutte di Teresa; ma la tempesta che le aveva agitate era alquanto sedata. - Tutto  amore, diss'io; l'universo non  che amore; e chi lo ha mai pi sentito, chi pi del Petrarca lo ha fatto dolcissimamente sentire? Que' pochi genj che si sono innalzati sopra tanti altri mortali mi spaventano di meraviglia; ma il Petrarca mi riempie di fiducia religiosa e d'amore; e mentre il mio intelletto gli sacrifica come a nume, il mio cuore lo invoca padre e amico consolatore. - Teresa sospir insieme e sorrise.
La salita l'aveva stancata: riposiamo, diss'ella: l'erba era umida, ed io le additai un gelso poco lontano. Il pi bel gelso che mai.  alto, solitario, frondoso: fra' suoi rami v'ha un nido di cardellini - ah vorrei poter innalzare sotto l'ombre di quel gelso un altare! - La ragazzina intanto ci aveva lasciati, saltando su e gi, cogliendo fioretti e gettandoli dietro le lucciole che veniano aleggiando - Teresa sedea sotto il gelso ed io seduto vicino a lei con la testa appoggiata al tronco, le recitava le odi di Saffo - sorgeva la Luna - oh! - perch mentre scrivo il mio cuore batte s forte? beata sera!

<I>14 Maggio, ore 11</I>

S, Lorenzo! - dianzi io meditai di tacertelo - Or odilo, la mia bocca  tuttavia rugiadosa - d'un suo bacio - e le mie guance sono state innondate dalle lagrime di Teresa. Mi ama - lasciami, Lorenzo, lasciami in tutta l'estasi di questo giorno di paradiso.

<I>14 Maggio, a sera</I>

O quante volte ho ripigliato la penna, e non ho potuto continuare: mi sento un po' calmato e torno a scriverti. - Teresa giacea sotto il gelso - ma e che posso dirti che non sia tutto racchiuso in queste parole? <I>Vi amo</I>. A queste parole tutto ci ch'io vedeva mi sembrava un riso dell'universo: io mirava con occhi di riconoscenza il cielo, e mi parea ch'egli si spalancasse per accoglierci! deh! a che non venne la morte? e l'ho invocata. S; ho baciato Teresa; i fiori e le piante esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte armonia; i rivi risuonavano da lontano; e tutte le cose s'abbellivano allo splendore della Luna che era tutta piena della luce infinita della Divinit. Gli elementi e gli esseri esultavano nella gioja di due cuori ebbri di amore - ho baciata e ribaciata quella mano - e Teresa mi abbracciava tutta tremante, e trasfondea i suoi sospiri nella mia bocca, e il suo cuore palpitava su questo petto: mirandomi co' suoi grandi occhi languenti, mi baciava, e le sue labbra umide, socchiuse mormoravano su le mie - ahi! che ad un tratto mi si  staccata dal seno quasi atterrita: chiam sua sorella e s'alz correndole incontro. Io me le sono prostrato, e tendeva le braccia come per afferrar le sue vesti - ma non ho ardito di rattenerla, n richiamarla. La sua virt - e non tanto la sua virt, quanto la sua passione, mi sgomentava: sentiva e sento rimorso di averla io primo eccitata nel suo cuore innocente. Ed  rimorso - rimorso di tradimento! Ahi mio cuore codardo! - Me le sono accostato tremando. - Non posso essere vostra mai! - e pronunci queste parole dal cuore profondo e con una occhiata con cui parea rimproverarsi e compiangermi. Accompagnandola lungo la via, non mi guard pi; n io avea pi cuore di dirle parola. Giunta alla ferriata del giardino mi prese di mano la Isabellina e lasciandomi: Addio, diss'ella; e rivolgendosi dopo pochi passi, - addio.
Io rimasi estatico: avrei baciate l'orme de' suoi piedi: pendeva un suo braccio, e i suoi capelli rilucenti al raggio della Luna svolazzavano mollemente: ma poi, appena appena il lungo viale e la fosca ombra degli alberi mi concedevano di travedere le ondeggianti sue vesti che da lontano ancor biancheggiavano; e poich l'ebbi perduta, tendeva l'orecchio sperando di udir la sua voce. - E partendo, mi volsi con le braccia aperte, quasi per consolarmi, all'astro di Venere: era anch'esso sparito.

<I>15 Maggio</I>

Dopo quel bacio io son fatto divino. Le mie idee sono pi alte e ridenti, il mio aspetto pi gajo, il mio cuore pi compassionevole. Mi pare che tutto s'abbellisca a' miei sguardi; il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de' zefiri fra le frondi son oggi pi soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a' miei piedi; non fuggo pi gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno  tutto bellezza e armonia. Se dovessi scolpire o dipingere la Belt, io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione. O Amore! le arti belle sono tue figlie; tu primo hai guidato su la terra la sacra poesia, solo alimento degli animali generosi che tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle pi tarde generazioni, spronandole con le voci e co' pensieri spirati dal cielo ad altissime imprese: tu raccendi ne' nostri petti la sola virt utile a' mortali, la Piet, per cui sorride talvolta il labbro dell'infelice condannato ai sospiri: e per te rivive sempre il piacere fecondatore degli esseri, senza del quale tutto sarebbe caos e morte. Se tu fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata; gli animali, nemici fra loro; il Sole, foco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale. Adesso che l'anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure; io rido delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell'avvenire. - O Lorenzo! sto spesso sdrajato su la riva del lago de' cinque fonti: mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli che alitando sommovono l'erba, e allegrano i fiori, e increspano le limpide acque del lago. Lo credi tu? io delirando deliziosamente mi veggo dinanzi le Ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le Muse e l'Amore; e fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi, vedo uscir sino al petto con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhi ridenti le Najadi, amabili custodi delle fontane. <I>Illusioni!</I> grida il filosofo. - Or non  tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de' baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinit su le imperfezioni dell'uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! <I>Illusioni!</I> ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor pi) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorr pi sentire, io me lo strapper dal petto con le mie mani, e lo caccer come un servo infedele.

<I>21 Maggio</I>

Ohim che notti lunghe, angosciose! - il timore di non rivederla mi desta: divorato da un presentimento profondo, ardente, smanioso, sbalzo dal letto al balcone e non concedo riposo alle mie membra nude aggrezzate, se prima non discerno sull'oriente un raggio di giorno. Corro palpitando al suo fianco e stupido! soffoco le parole, e i sospiri: non concepisco, non odo: il tempo vola, e la notte mi strappa da quel soggiorno di paradiso. - Ahi lampo! tu rompi le tenebre, splendi, passi ed accresci il terrore e l'oscurit.

<I>25 Maggio</I>

Ti ringrazio, eterno Iddio, ti ringrazio! Tu hai dunque ritirato il tuo sospiro, e Lauretta ha lasciato alla terra le sue infelicit: tu ascolti i gemiti che partono dalle viscere dell'anima, e mandi la Morte per isciogliere dalle catene della vita le tue creature perseguitate ed afflitte. Mia cara amica! il tuo sepolcro beva almeno queste lagrime, sole esequie ch'io posso offerirti: le zolle che ti nascondono sieno coperte di fresca erba, e dalle benedizioni di tua madre e dalla mia. Tu vivendo speravi da me qualche conforto; eppure! non ho potuto nemmeno prestarti gli ultimi ufficj; ma - ci rivedremo - s.
Quand'io, caro Lorenzo, mi ricordava di quella povera innocente, certi presentimenti mi gridavano dentro l'anima: <I> morta</I>. Pure se tu non me ne avessi scritto, io certo non lo avrei saputo mai; perch, e chi si cura della virt quand' ravvolta nella povert? Spesso mi sono accinto a scriverle. M' caduta la penna, e ho bagnato la carta di lagrime: temeva non mi raccontasse de' nuovi martirj, e mi destasse nel cuore una corda la cui vibrazione non sarebbe cessata s tosto. Pur troppo! noi sfuggiamo d'intendere i mali de' nostri amici; le loro miserie ci sono gravi, e il nostro orgoglio sdegna di porgere il conforto delle parole, s caro agli infelici, quando non si pu unire un soccorso vero e reale. Ma - fors'ella e sua madre mi annoveravano fra la turba di coloro che ubbriacati dalla prosperit abbandonano gli sventurati. Lo sa il cielo! Frattanto Dio ha conosciuto che non poteva reggere pi: <I>Ei tempera i venti in favore dell'agnello recentemente tosato</I>; e - tosato al vivo! E ti dee pur ricordare com'essa un giorno torn a casa sua, portando chiuso nel suo canestrino da lavoro un cranio di morto; e ci scoverse il coperchio, e rideva; e mostrava il cranio in mezzo a un nembo di rose. - <I>E le sono tante e tante</I>, diceva a noi, <I>queste rose; e le ho rimondate di tutte le spine: e domani le si appassiranno: ma io ne comperer ben dell'altre perch ogni giorno, ogni mese crescono rose, e la morte se le piglia tuttequante. - Ma che vuoi tu farne, o Lauretta</I>; io le dissi. - <I>Vo' coronare questo cranio di rose, e ogni giorno di rose fresche</I>; - e rispondendo rideva pur sempre con soave amabilit. E in quelle parole e in quel riso e in quell'aria di volto demente e in quegli occhi fitti sul cranio e in quelle sue dita pallide e tremanti che andavano intrecciando le rose - tu ti se' pur avveduto come alle volte il desiderio di morire  necessario insieme e dolcissimo; ed eloquente fin anche sul labbro d'una fanciulla impazzata.
Torner, Lorenzo: conviene ch'io esca; il mio cuore si gonfia e geme come se non volesse starmi pi in petto: su la cima di un monte mi sembra d'essere alquanto pi libero; ma qui nella mia stanza - sto quasi sotterrato in un sepolcro. -
Sono salito su la pi alta montagna: i venti imperversavano; io vedeva le querce ondeggiar sotto a' miei piedi; la selva fremeva come mar burrascoso, e la valle ne rimbombava; su le rupi dell'erta sedeano le nuvole - nella terribile maest della Natura la mia anima attonita e sbalordita ha dimenticato i suoi mali, ed  tornata alcun poco in pace con se medesima.
Vorrei dirti di grandi cose: mi passano per la mente; vi sto pensando! - m'ingombrano il cuore, s'affollano, si confondono: non so pi da quale io mi debba incominciare; poi tutto a un tratto mi sfuggono, e prorompo in un pianto dirotto. Vado correndo come un pazzo senza saper dove, e perch: non m'accorgo, e i miei piedi mi trascinano fra precipizj. Io domino le valli e le campagne soggette; magnifica ed inesausta creazione! I miei sguardi e i miei pensieri si perdono nel lontano orizzonte. - Vo salendo, e sto l - ritto - anelante - guardo ingi; ahi voragine! - alzo gli occhi inorridito e scendo precipitoso appi del colle dove la valle  pi fosca. Un boschetto di giovani querce mi protegge dai venti e dal sole; due rivi d'acqua mormorano qua e l sommessamente: i rami bisbigliano, e un rosignuolo - ho sgridato un pastore che era venuto per rapire dal nido i suoi pargoletti: il pianto, la desolazione, la morte di quei deboli innocenti dovevano essere venduti per una moneta di rame; cos va! or bench'io l'abbia compensato del guadagno che sperava di trarne e mi abbia promesso di non disturbare pi i rosignuoli, tu credi ch'ei non torner a desolarli? - e l io mi riposo. - Dove se' ito, o buon tempo di prima! la mia ragione  malata e non pu fidarsi che nel sopore, e guai se sentisse tutta la sua infermit! Quasi quasi - povera Lauretta! tu forse mi chiami - e forse fra non molto io verr. Tutto, tutto quello ch'esiste per gli uomini non  che la lor fantasia. Dianzi fra le rupi la morte mi era spavento; e all'ombra di quel boschetto io avrei chiusi gli occhi volentieri in sonno eterno. Ci fabbrichiamo la realt a nostro modo; i nostri desideri si vanno moltiplicando con le nostre idee; sudiamo per quello che vestito diversamente ci annoja; e le nostre passioni non sono alla stretta del conto che gli effetti delle nostre illusioni. Quanto mi sta d'intorno richiama al mio cuore quel dolce sogno della mia fanciullezza. O! come io scorreva teco queste campagne aggrappandomi or a questo or a quell'arbuscello di frutta, immemore del passato, non curando che del presente, esultando di cose che la mia immaginazione ingrandiva e che dopo un'ora non erano pi, e riponendo tutte le mie speranze ne' giuochi della prossima festa. Ma quel sogno  svanito! e chi m'accerta che in questo momento io non sogni? Ben tu, mio Dio, tu che creasti gli umani cuori, tu solo, sai che sonno spaventevole  questo ch'io dormo; sai che non altro m'avanza fuorch il pianto e la morte.
Cos vaneggio! cangio voti e pensieri, e quanto la Natura  pi bella tanto pi vorrei vederla vestita a lutto. E veramente pare che oggi m'abbia esaudito. Nel verno passato io era felice: quando la Natura dormiva mortalmente la mia anima pareva tranquilla - ed ora?
Eppur mi conforto nella speranza di essere compianto. Su l'aurora della vita io cercher forse invano il resto della mia et che mi verr rapito dalle mie passioni e dalle mie sventure; ma la mia sepoltura sar bagnata dalle tue lagrime, dalle lagrime di quella fanciulla celeste. E chi mai cede a una eterna obblivione questa cara e travagliata esistenza? Chi mai vide per l'ultima volta i raggi del Sole, chi salut la Natura per sempre, chi abbandon i suoi diletti, le sue speranze, i suoi inganni, i suoi stessi dolori senza lasciar dietro a s un desiderio, un sospiro, uno sguardo? Le persone a noi care che ci sopravvivono, sono parte di noi. I nostri occhi morenti chiedono altrui qualche stilla di pianto, e il nostro cuore ama che il recente cadavere sia sostenuto da braccia amorose, e cerca un petto dove trasfondere l'ultimo nostro respiro. Geme la Natura perfin nella tomba, e il suo gemito vince il silenzio e l'oscurit della morte.
M'affaccio al balcone ora che la immensa luce del Sole si va spegnendo, e le tenebre rapiscono all'universo que' raggi languidi che balenano su l'orizzonte; e nella opacit del mondo malinconico e taciturno contemplo la immagine della Distruzione divoratrice di tutte le cose. Poi giro gli occhi sulle macchie de' pini piantati dal padre mio su quel colle presso la porta della parrocchia, e travedo biancheggiare fra le frondi agitate da' venti la pietra della mia fossa. E mi par di vederti venir con mia madre, a benedire, o perdonar non foss'altro alle ceneri dell'infelice figliuolo. E predico a me, consolandomi: Forse Teresa verr solitaria su l'alba a rattristarsi dolcemente su le mie antiche memorie, e a dirmi un altro addio. No! la morte non  dolorosa. Che se taluno metter le mani nella mia sepoltura e scompiglier il mio scheletro per trarre dalla notte in cui giaceranno, le mie ardenti passioni, le mie opinioni, i miei delitti - forse; non mi difendere, Lorenzo; rispondi soltanto: <I>Era uomo, e infelice</I>.

<I>26 Maggio</I>

Ei viene, Lorenzo - ei ritorna.
Scrisse di Toscana ove si fermer venti giorni; e la lettera  in data de' 18 Maggio: fra due settimane al pi - dunque!

<I>27 Maggio</I>

Ma penso: Ed  pur vero che questa immagine d'angelo de' cieli esista qui, in questo basso mondo, fra noi? e sospetto d'essermi innamorato della creatura della mia fantasia.
E chi non avrebbe voluto amarla anche infelicemente? e dov' l'uomo cos avventuroso col quale io degnassi di cangiare questo mio stato lagrimevole? - ma come io posso dall'altra parte essere tanto carnefice mio per tormentarmi - or nol veggo? nol vidi pur sempre? - senza niuna speranza? - Forse! un certo orgoglio in costei della sua bellezza e delle mie angosce - non mi ama, e la sua compassione cover un tradimento. Ma quel suo bacio celeste che mi sta sempre su le labbra e mi domina tutti i pensieri? e quel suo pianto? - ahi, ma dopo quel momento mi sfugge; n s'attenta di guardarmi pi in faccia. Seduttore! io? - e quando mi sento tuonare nell'anima quella tremenda sentenza: <I>Non sar vostra mai</I>; io trapasso di furore in furore e medito delitti di sangue. - Non tu, innocente vergine, io solo io solo ho tentato il tradimento; e l'avrei, chi sa? - consumato.
O! un altro tuo bacio, e abbandonami poscia a' miei sogni e a' miei soavi delirj: io ti morr a' piedi; ma tutto tuo, e sapendo che pur t'ho lasciata innocente - ma insieme infelice! Tu, se non potrai essermi sposa, mi sarai almeno compagna nel sepolcro. Ah no; la pena di questo amore fatale si rovesci sopra di me. Ch'io pianga per tutta un'eternit; ma che il cielo, o Teresa, non voglia che tu sia lungamente per mia cagione infelice! - Ma intanto io ti ho perduta, e tu mi t'involi, tu stessa. Ah se tu mi amassi com'io t'amo!
Eppure, o Lorenzo, in s fieri dubbj, e in tanti tormenti, ogni qual volta io domando consiglio alla mia ragione, mi riconforta dicendomi: <I>Tu non se' immortale</I>. Or via, soffriamo dunque; e sino agli estremi - uscir, uscir dall'inferno della vita; e basto io solo: a questa idea rido e della fortuna, e degli uomini, e quasi della onnipotenza di Dio.

<I>28 Maggio</I>

Spesso io mi figuro tutto il mondo a soqquadro, e il Cielo, e il Sole, e l'Oceano, e tutti i globi nelle fiamme e nel nulla; ma se anche in mezzo alla universale rovina io potessi stringere un'altra volta Teresa - un'altra volta soltanto fra queste braccia, io invocherei la distruzione del creato.

<I>29 Maggio, all'alba</I>

O illusione! perch quando ne' miei sogni quest'anima  un paradiso, e Teresa  al mio fianco, e mi sento sospirar su la bocca, e - perch mi trovo poi un vuoto, un vuoto di tomba? Almen que' beati momenti non fossero mai venuti, o non fossero fuggiti mai! - questa notte io cercava brancicando quella mano che me l'ha strappata dal seno: mi parea d'intendere da lontano un suo gemito; ma le coltri molli di pianto, i miei capelli sudati, il mio petto ansante, la fitta e muta oscurit - tutto tutto mi gridava: <I>Misero, tu deliri!</I> Spaventato e languente mi sono buttato boccone sul letto abbracciando il guanciale, e cercando di tormentarmi nuovamente e d'illudermi.
Se tu mi vedessi stanco, squallido, taciturno errar su e gi per le montagne e cercar di Teresa, e temer di trovarla, sovente brontolar fra me stesso, chiamare, pregarla, e rispondere alle mie voci: arso dal Sole mi caccio sotto una macchia e m'addormento o vaneggio - ahi che sovente la saluto come se la vedessi, e mi pare di stringerla e di baciarla - poi mi svanisce, ed io tengo gli occhi inchiodati sui precipizj di qualche dirupo. S! conviene ch'io la finisca.

<I>29 Maggio, a sera</I>

Fuggir dunque, fuggire: ma dove? credimi, io mi sento malato: appena reggo questo mio corpo per potermelo strascinare sino alla villa, e confortarmi in quegli occhi e bere un altro sorso di vita, forse ultimo - ma senz'essa vorrei pi questo inferno? Dianzi l'ho salutata per andarmene; non rispose - scesi le scale; ma non poteva scostarmi dal suo giardino: e - lo credi? la sua vista mi d soggezione. Vedendola poi scendere con sua sorella ho tentato di tirarmi sotto una pergola e fuggirmene. La Isabellina ha gridato: Viscere mie, viscere mie, non ci avete vedute? Colpito quasi da un fulmine mi sono precipitato sopra un sedile; la ragazza mi s' gettata al collo carezzandomi, e dicendomi all'orecchio: Perch taci sempre? Non so se Teresa m'abbia guardato; spar dentro un viale. Dopo mezz'ora torn a chiamare la ragazza che stava ancora fra le mie ginocchia, e m'accorsi come le sue pupille erano rosse di pianto; non mi parl, ma mi ammazz con un'occhiata quasi volesse dirmi: Tu mi hai ridotta cos.

<I>2 Giugno</I>

Ecco tutto ne' suoi veri sembianti. Ahi! non sapeva che in me s'annidasse questa furia che m'investe, m'arde, mi annienta, eppur non mi uccide. Dov' la Natura? Dov' la sua immensa bellezza? Dov' l'intreccio pittoresco de' colli ch'io contemplava dalla pianura inalzandomi con l'immaginazione nelle regioni dei cieli? mi sembrano rupi nude e non veggo che precipizj. Le loro falde coperte di ombre ospitali mi sono fatte nojose: io vi passeggiava un tempo fra le ingannevoli meditazioni della nostra debole filosofia. A qual pro se ci fanno conoscere le infermit nostre, n porgono i rimedj da risanarle? - Oggi io sentiva gemere la foresta ai colpi delle scuri: i contadini atterravano i roveri di duecento anni: - tutto pre quaggi!
Guardo le piante ch'una volta scansava di calpestare, e mi soffermo sovr'esse e le strappo, e le sfioro gittandole fra la polvere rapita dai venti. Gemesse con me l'universo!
Sono uscito assai prima del Sole e correndo attraverso de' solchi, cercava nella stanchezza del corpo qualche sopore a quest'anima tempestosa. La mia fronte era tutta sudore, e il mio petto ansava con difficile anelito. Soffia il vento della notte e mi scompiglia le chiome ed agghiaccia il sudore che grondavami dalle guance. - Oh! da quell'ora mi sento per tutte le membra un brivido, le mani fredde, le labbra livide, e gli occhi erranti fra le nuvole della morte.
Almeno costei non mi perseguitasse con la sua immagine, ovunque io mi vada, a piantarmisi faccia a faccia: perch'ella, o Lorenzo - perch'ella mi move qui dentro un terrore, una disperazione, una rabbia, una gran guerra - e medito talor di rapirla e di strascinarla con me nei deserti lungi dalla prepotenza degli uomini. - Ahi sciagurato! mi percuoto la fronte e bestemmio - partir.

<I>Lorenzo

A chi legge

Tu forse, o Lettore, ti se' fatto amico di Jacopo, e brami di sapere la storia della sua passione; onde io per narrartela andr quindi innanzi interrompendo la serie delle sue lettere.
La morte di Lauretta esacerb la sua malinconia fatta ancora pi nera per l'imminente ritorno di Odoardo. Dirad le sue visite in casa T***, e non parlava con anima nata. Dimagrato, sparuto, con gli occhi incavati, ma spalancati e pensosi, la voce cupa, i passi tardi, andava per lo pi inferrajuolato, senza cappello, e con le chiome gi per la faccia; vegliava le notti intere girando per le campagne, e il giorno fu spesso veduto dormire sotta qualche albero.
In questa, torn Odoardo in compagnia di un giovine pittore che ripatriava da Roma. Quel giorno stesso incontrarono Jacopo. Odoardo gli si fe' incontro abbracciandolo; Jacopo quasi sbigottito si arretr. Il pittore gli disse che avendo udito a parlare di lui e dell'ingegno suo, da gran tempo bramava di conoscerlo di persona. - Ei lo interruppe?</I>: Io? - io, signor mio, non ho mai potuto conoscere me medesimo negli altri mortali; per non credo che gli altri possano mai conoscere se medesimi in me. <I>Gli domandarono interpretazione di s ambigue parole; ed ei per tutta risposta si ravvolse nel suo tabarro, si cacci fra gli alberi; e spar. Odoardo si dolse di questo contegno col padre di Teresa, il quale gi incominciava a temere della passione di Jacopo.
Teresa dotata di una indole meno risentita, ma passionata ed ingenua; propensa a una affettuosa malinconia, priva nella solitudine d'ogni altro amico di cuore, nell'et in cui parla in noi la dolce necessit di amare e di essere riamati, incominci a confidare a Jacopo tutta l'anima sua, e a poco a poco se ne innamor; ma non ardiva confessarlo a se stessa: e dopo la sera di quel bacio viveva assai riservata, sfuggendo l'amante, e tremando alla presenza del padre. Allontanata da sua madre, senza consiglio e senza conforto, atterrita dal suo stato futuro, e dalla virt e dall'amore, divent solitaria, non parlava quasi mai, leggeva sempre, trascurava e il disegno, e la sua arpa, e il suo abbigliamento, e fu spesso sorpresa dai famigliari con le lagrime agli occhi. Scansava la compagnia delle giovinette sue amiche che a primavera villeggiavano a' colli Euganei; e dileguandosi a tutti e alla sua sorellina, sedeva molte ore ne' luoghi pi appartati del suo giardino. Regnava quindi in quella casa un silenzio e una certa diffidenza che turbarono lo sposo trafitto anche da' modi sdegnosi di Jacopo incapace di simulazione. Naturalmente parlava con enfasi; e sebbene conversando fosse taciturno, fra' suoi amici era loquace, pronto al riso, e ad una allegria schietta, eccessiva. Ma in que' giorni le sue parole ed ogni suo atto erano veementi e amari come l'anima sua. Istigato una sera da Odoardo che giustificava il trattato di Campo Formio, si diede a disputare, a gridare come un invasato, a minacciare, a percuotersi la testa, e a piangere d'ira. Avea sempre un'aria assoluta; ma il signore T*** mi raccontava che allora o stava sepolto ne' suoi pensieri, o se discorreva, s'infiammava d'improvviso; i suoi occhi metteano paura, e talvolta fra il discorso gli abbassava inondati di pianto. Odoardo si fe' pi circospetto, e sospett del cangiamento di Jacopo.
Cos pass tutto Giugno. Il misero giovine diveniva ogni d pi tetro ed infermo; n scriveva pi alla sua famiglia, n rispondeva alle mie lettere. Spesso fu veduto da' contadini cavalcare a briglia sciolta per luoghi scoscesi, e in mezzo alle fratte e a traverso de' fossi, ed  maraviglia com'ei non sia pericolato. Una mattina il pittore stando a ritrarre la prospettiva de' monti, ud la sua voce fra il bosco: gli si accost di soppiatto, e intese ch'ei declamava una scena del</I> Saule. <I>Allora gli riusc di disegnare il ritratto dell'Ortis, che sta in fronte a questa edizione, appunto quand'ei si soffermava pensoso dopo avere proferito que' versi dell'atto I, scena I</I>.

      Precipitoso
      Gi mi sarei fra gl'inimici ferri
      Scagliato io da gran tempo; avrei gi tronca
      Cos la vita orribile ch'io vivo.

<I>Poi lo vide arrampicarsi sino alla cima della montagna, guardare all'ingi risolutamente con le braccia aperte, e tutto ad un tratto arretrarsi esclamando:</I> O madre mia!
<I>Una domenica rimase a desinare in casa T***. Preg Teresa perch suonasse, e le porse l'arpa egli stesso. Mentr'ella incominciava, entr suo padre e le s'assise da canto. Jacopo pareva inondato da una dolce mestizia e il suo aspetto si andava rianimando; ma a poco a poco chin la testa, e ricadde in una malinconia pi compassionevole di prima. Teresa lo sogguardava e sforzavasi di reprimere il pianto: Jacopo se n'avvide, n potendosi contenere, s'alz e part. Il padre intenerito si volt a Teresa dicendole:</I> O figlia mia, tu vuoi dunque precipitare teco noi tutti? <I>A queste parole le sgorgarono d'improvviso le lagrime; si gitt fra le braccia di suo padre, e gli confess. In questa entrava Odoardo; e la subita partenza di Jacopo, e l'atteggiamento di Teresa, e il turbamento del signore T*** lo raffermarono ne' suoi dubbj. Queste cose le ho udite dalla bocca di Teresa.
Il d seguente, che fu la mattina de' 7 luglio, Jacopo and da Teresa, e vi trov lo sposo, e il pittore che le faceva il ritratto nuziale. Teresa confusa e tremante usc in fretta come per badare a qualche cosa di cui si era dimenticata; ma passando davanti a Jacopo gli disse ansiosamente sottovoce: </I>Mio padre sa tutto. <I>Ei non fe' motto n cambi viso; passeggi tre o quattro volte su e gi per la stanza, ed usc. Per tutto quel giorno non si lasci vedere ad uomo vivente. Michele che lo aspettava a desinare, ne cerc invano. Non si ridusse a casa che a mezzanotte suonata. Si sdraj vestito sul letto, e mand a dormire il ragazzo. Poco dopo s'alz e scrisse.</I>

<I>Mezzanotte</I>

Io mandava alla Divinit i miei ringraziamenti, e i miei voti, ma io non la ho mai temuta. Eppure adesso che sento tutto il flagello delle sventure, io la temo e la supplico.
Il mio intelletto  acciecato, la mia anima  prostrata, il mio corpo  sbattuto dal languore della morte.
 vero! i disgraziati hanno bisogno di un altro mondo diverso da questo dove mangiano un pane amaro, e bevono l'acqua mescolata alle lagrime. La immaginazione lo crea, e il cuore si consola. La virt sempre infelice quaggi persevera con la speranza di un premio - ma sciagurati coloro che per non essere scellerati hanno bisogno della religione!
Mi sono prostrato in una chiesetta posta in Arqu, perch io sentiva che la mano di Dio pesava sopra il mio cuore.
Son io debole forse, Lorenzo? Il cielo non ti faccia mai sentire la necessit della solitudine, delle lagrime, e di una chiesa!

<I>Ore 2</I>

Il Cielo  tempestoso: le stelle rare e pallide; e la Luna mezza sepolta fra le nuvole batte con raggi lividi le mie finestre.

<I>All'alba</I>

Lorenzo, non odi? t'invoca l'amico tuo: qual sonno! spunta un raggio di giorno e forse per rinsanguinare i miei mali. - Dio non mi ode. Mi condanna anzi ad ogni minuto all'agonia della morte; e mi costringe a maledire i miei giorni che pur non sono macchiati di alcun delitto.
Che? se tu se' <I>un Dio forte, prepotente, geloso, che rivedi le iniquit de' padri ne' figli, e che visiti nel tuo furore la terza e la quarta generazione</I> (10), dovr io sperar di placarti? Manda in me - bens non in altri che in me - l'ira tua, la quale <I>raccende nell'inferno le fiamme</I> che dovranno ardere milioni e milioni di popoli a' quali non ti se' fatto conoscere. - Ma Teresa  innocente: e anzich stimarti crudele, t'adora con serenit soavissima d'animo. Io non t'adoro, appunto perch ti pavento - e sento pure che ho bisogno di te. Spogliati, deh! spogliati degli attributi di cui gli uomini t'hanno vestito per farti simile a loro (11). Non se' tu forse il Consolatore degli afflitti? E il tuo Figlio Divino non si chiamava egli il <I>Figlio dell'Uomo</I>? Odimi dunque. Questo cuore ti sente, ma non t'offendere del gemito a cui la Natura costringe le viscere dilaniate dell'uomo. E mormoro contro di te, e piango, e t'invoco, sperando di liberare l'anima mia - di liberarla? ma e come, se non  piena di te? se non ti ha implorato nella prosperit, e solo rifugge al tuo ajuto, e domanda il tuo braccio or quando  atterrata nella miseria? se ti teme, e non ha in te veruna speranza? N spera, n desidera che Teresa: e ti vedo in lei sola.
Ecco, o Lorenzo, fuor delle mie labbra il delitto per cui Dio ha ritirato il suo sguardo da me. Non l'ho mai adorato come adoro Teresa. - Bestemmia! Pari a Dio colei che sar a un soffio scheletro e nulla? Vedi l'uomo umiliato. Dovr dunque io anteporre Teresa a Dio? - Ah da lei si spande belt celeste ed immensa, belt onnipotente. Misuro l'universo con uno sguardo; contemplo con occhio attonito l'eternit; tutto  caos, tutto sfuma, e s'annulla; Dio mi diventa incomprensibile; e Teresa mi sta sempre davanti.

<I>Dopo due giorni ammal. Il padre di Teresa and a visitarlo, e si giov di quell'occasione a persuaderlo che s'allontanasse da' colli Euganei. Come discreto e generoso ch'egli era, stimava l'ingegno e l'animo di Jacopo, e lo amava come il pi caro amico ch'ei potesse aver mai; e m'accert che in circostanze diverse avrebbe creduto d'ornare la sua famiglia pigliandosi per genero un giovine che se partecipava d'alcuni errori del nostro tempo, ed era dotato d'indomita tempra di cuore, aveva a ogni modo, al dire del signore T***, opinioni e virt degne de' secoli antichi. Ma Odoardo era ricco, e di una famiglia sotto la cui parentela il signore T*** fuggiva alle persecuzioni e alle insidie de' suoi nemici, i quali lo accusavano d'avere desiderato la verace libert del suo paese; delitto capitale in Italia. Bens imparentandosi all'Ortis, avrebbe accelerato la rovina di lui, e della propria famiglia. Oltre di che aveva obbligata la sua fede; e per mantenerla s'era ridotto a dividersi da una moglie a lui cara. N i suoi bilanci domestici gli assentivano di accasare Teresa con una gran dote, necessaria alle mediocri sostanze dell'Ortis. Il signore T*** mi scrisse queste cose, e le disse a Jacopo che sapeale da s, e le ascolt con aspetto riposatissimo; ma non s tosto ud parlare di dote</I>. No, <I>lo interruppe</I>, esule, povero, oscuro a tutti i mortali, mi vorrei sotterrar vivo anzich domandarvi vostra figlia in sposa. Sono sfortunato, non per vile. N i miei figliuoli dovranno riconoscere mai la loro fortuna dalla ricchezza della loro madre. Vostra figlia  pi ricca di me, ed  promessa. Dunque? <I>rispose il signore T***. - Jacopo non fiat. Alz gli occhi al cielo, e dopo molta ora</I>: O Teresa, <I>esclam</I>, sarai a ogni modo infelice! O amico mio, <I>gli soggiunse allora amorevolmente il signore T***</I>, e per chi mai cominci ad essere misera se non per voi? Erasi gi per amor mio rassegnata al suo stato; e sola poteva rappacificare una volta i suoi poveri genitori. Vi ha amato; e voi che pure l'amate con s altera generosit, voi pur le rapite uno sposo, e manterrete discorde una casa ove foste, e siete, e sarete sempre accolto come figliuolo. Arrendetevi; allontanatevi per alcuni mesi. Forse avreste trovato in altri un padre severo: ma io! - sono stato anch'io sventurato; ho provato le passioni, pur troppo! e ne provo - e ho imparato a compiangerle, perch sento io pure il bisogno d'essere compatito. Bens da voi solo all'et mia quasi canuta ho imparato come alle volte si stima l'uomo che ci danneggia, massime se  dotato di tale carattere da far parere generosi e tremendi gli affetti che in altri pajoni colpevoli insieme e risibili. N io vel dissimulo: voi, dal d che primamente vi ho conosciuto, avete assunto tale inesplicabile predominio sopra di me, da costringermi a temervi insieme ed amarvi: e spesso andava noverando i minuti per impazienza di rivedervi, e nel tempo stesso io sentivami preso d'un tremito subitaneo e secreto allorch i miei servi mi davano avviso che voi salivate le scale. Or voi abbiate piet di me, e della vostra giovent, e della fama di Teresa. La sua belt e la sua salute vanno languendo; le sue viscere si struggono nel silenzio, e per voi. Io vi scongiuro in nome di Teresa, partite; sacrificate la vostra passione alla sua quiete; e non vogliate ch'io sia l'amico insieme e il marito e il padre pi misero che sia mai nato. <I>Jacopo parea intenerito: non per mut aspetto, n gli cadde lagrima dagli occhi, n rispose parola; bench il signore T*** a mezzo il discorso si rattenesse a stento dal piangere: e rest a canto al letto di Jacopo sino a notte tardissima: ma n l'uno n l'altro aprirono pi bocca se non quando si dissero addio. - La malattia del giovine aggrav; e ne' giorni seguenti fu sovrappreso da febbre pericolosa.
Frattanto io sgomentato e dalle lettere recenti di Jacopo, e da quelle del padre di Teresa, studiava ogni via per accelerare la partenza dell'amico mio, come solo rimedio alla sua violenta passione. N ebbi cuore di rivelarla a sua madre, la quale aveva gi avuto molte altre dolorosissime prove dell'indole sua capace d'eccessi; e le dissi soltanto, ch'era un po' malato, e che il mutar aria gli avrebbe certamente giovato.
In quel tempo stesso incominciavano a inferocire in Venezia le persecuzioni. Non v'erano leggi; ma tribunali arbitrarj; non accusatori, non difensori; bens spie di pensieri, delitti nuovi, ignoti a chi n'era punito, e pene subite, inappellabili. I pi sospettati gemevano carcerati; gli altri, bench d'antica e specchiata fama, erano tolti di notte alle proprie case, manomessi dagli sgherri, strascinati a' confini e abbandonati alla ventura, senza l'addio de' congiunti, e destituti d'ogni umano soccorso. Per alcuni pochi l'esilio scevro da questi modi violenti ed infami fu somma clemenza. Ed io pure tardo, e non ultimo e tacito martire, vo da pi mesi profugo per l'Italia volgendo senza nessuna speranza gli occhi lagrimosi alle sponde della mia patria. Onde io allora, adombrato anche per la libert di Jacopo, persuasi sua madre, quantunque desolatissima, a raccomandargli che sino a tempi migliori cercasse rifuggio in altro paese; tanto pi che quando s'era partito di Padova, si scus allegando gli stessi pericoli. Fu fidata la lettera a un servo il quale giunse a' colli Euganei la sera de' 15 Luglio, e trov Jacopo ancora a letto, sebbene migliorato d'assai. Gli sedeva vicino il padre di Teresa. Lesse la lettera sommessamente, e la pos sul guanciale; poco dopo la rilesse, e parve commosso; ma non ne parl.
Il d 19 s'alz da letto. In quel giorno stesso sua madre gli riscrisse inviandogli danaro, due cambiali, e parecchie commendatizie, e scongiurandolo per le viscere di Dio che partisse. Assai prima di sera and da Teresa; e non trov che l'Isabellina la quale tutta intenerita cont ch'ei s'assise muto, si rizz, la baci, e se ne and. Torn dopo un'ora, e salendo per le scale la incontr nuovamente, e se la strinse al petto, la baci pi volte, e la bagn di lagrime. Si pose a scrivere, mut varii fogli, e li stracci poi tutti. Si aggir pensieroso per l'orto. Un servo passandovi su l'imbrunire, lo vide sdrajato: ripassando, lo trov ritto presso al rastrello in atto d'uscire, e col capo rivolto attentissimo verso la casa ch'era battuta dalla Luna.
Tornatosi a casa, rimand il messo rispondendo a sua madre, che domani su l'alba partiva. Fece ordinare i cavalli alla posta pi vicina. Innanzi di coricarsi, scrisse la lettera seguente per Teresa, e la consegn all'ortolano. All'alba part</I>.

<I>Ore 9</I>

Perdonami, Teresa; io ho funestato la tua giovinezza, e la quiete della tua casa; ma fuggir. N io mi credeva dotato di tanta costanza. Posso lasciarti, e non morir di dolore; e non  poco; usiamo dunque di questo momento finch il cuore mi regge, e la ragione non mi abbandona affatto. Pur la mia mente  sepolta nel solo pensiero di amarti sempre e di piangerti. Ma sar obbligo mio di non pi scriverti, n di mai pi rivederti se non se quando sar certissimo di lasciarti quieta davvero. Oggi t'ho cercato invano per dirti addio. Abbiti almeno, o Teresa, queste ultime righe ch'io bagno, tu 'l vedi, d'amarissime lagrime. Mandami in qualunque tempo, in qualunque luogo il tuo ritratto. Se l'amicizia, se l'amore - o la compassione e la gratitudine ti parlano ancora per questo sconsolato, non negarmi il ristoro che addolcir tutti i miei patimenti. Tuo padre stesso me lo conceder, spero - egli egli che potr vederti, ed udirti, e sentirsi riconfortato da te; mentr'io nelle ore fantastiche del mio dolore e delle mie passioni, nojato da tutto il mondo, diffidente di tutti, camminando sopra la terra come di locanda in locanda, e drizzando volontariamente i miei passi verso la sepoltura - perch ho veramente necessit di riposo - io mi conforter intanto baciando d e notte l'immagine tua: e cos tu m'infonderai da lontano costanza da sopportare questa mia vita, - e finch avr forze, io la sopporter per te, e te lo giuro. E tu prega - prega, o Teresa, dalle viscere del tuo cuore purissimo il Cielo - non che mi perdoni i dolori, che forse avr meritati, e che forse sono inseparabili dalla tempra dell'anima mia - bens che non mi levi le poche facolt che ancora mi avanzano, da tollerarli. Con l'immagine tua far men angosciose le mie notti, e meno tristi i miei giorni solitarj, que' giorni ch'io dovr pur vivere senza di te. Morendo, io volger a te gli ultimi sguardi, io ti raccomander il mio sospiro; verser sovra di te l'anima mia, ti porter meco nella mia sepoltura attaccata al mio petto - e se  pure prescritto ch'io chiuda gli occhi in terra straniera, e dove nessun cuore mi pianger, io ti richiamer tacitamente al mio capezzale, e mi parr di vederti in quell'aspetto, in quell'atto, con quella stessa piet che io ti vedeva, quando una volta, assai prima che tu sapessi di amarmi, assai prima che tu t'accorgessi dell'amor mio - ed io era ancora innocente verso di te - mi assistevi nella mia malattia. - Di te non ho se non l'unica lettera che mi scrivesti quando io era in Padova: felice tempo! ma chi l'avrebbe mai detto? allora parevami che tu mi raccomandassi di ritornare: - ed ora? scrivo il decreto; ed eseguir fra poche ore il decreto della nostra eterna separazione. Da quella tua lettera comincia la storia dell'amor nostro e non mi abbandoner mai. O mia Teresa! e questi son pure delirj: ma sono insieme la sola consolazione di chi  insanabilmente infelice. Addio. Perdonami, mia Teresa - ohim, io mi credeva pi forte! - scrivo male e di un carattere appena leggibile; ma ho l'anima lacerata, e il pianto su gli occhi. Per carit non mi negare il tuo ritratto. Consegnalo a Lorenzo: e s'ei non me lo potr far arrivare, lo custodir come eredit santa che gli ricorder sempre le tue virt, e la tua bellezza, e l'unico eterno infelicissimo amore del suo misero amico. Addio - ma non  l'ultimo; mi rivedrai: e da quel giorno in poi sar fatto tale da obbligare gli uomini ad avere piet e rispetto alla nostra passione; e a te non sar pi delitto l'amarmi - pur se innanzi ch'io ti rivegga, il mio dolore mi scavasse la fossa, concedimi ch'io mi renda cara la morte con la certezza che tu m'hai amato. - Or s ch'io sento in che dolore io ti lascio! Oh! potessi morire a' tuoi piedi: oh! morire ed essere sepolto nella terra che avr le tue ossa - ma addio.

<I>Michele dissemi che il suo podrone viaggi per due poste silenziosissimo, e con aspetto assai calmo, e quasi sereno. Poi chiese il suo scrigno da viaggio; e tanto che si rimutavano i cavalli, scrisse il seguente biglietto al signore T***</I> (12).

Signore ed amico mio.
All'ortolano di casa mia ho raccomandato jer sera una lettera da ricapitarsi alla Signorina; - e bench'io l'abbia scritta quand'io gi m'era saldamente deliberato a questo partito d'allontanarmi, temo a ogni modo d'avere versato sovra quel foglio tanta afflizione da contristare quella innocente. A lei dunque, signor mio, non rincresca di farsi mandare quella lettera dall'ortolano; e gli fo' dire che non la fidi se non a lei solo. La serbi cos sigillata o la bruci. Ma perch alla sua figliuola riescirebbe amarissimo ch'io mi partissi senza lasciarle un addio, e tutto jeri non mi fu dato mai di vederla - ecco qui annesso un polizzino pur sigillato - ed ardisco sperare ch'ella, signor mio, la consegner a Teresa T*** innanzi che diventi moglie del marchese Odoardo. - Non so se ci rivedremo - ho ben decretato di morire, non foss'altro, vicino alla mia casa paterna; ma quand'anche questo mio proponimento fosse deluso - sono certo ch'ella, signore ed amico mio, non vorr mai dimenticarsi di me.

<I>Il signore T*** mi fe' capitare la lettera per Teresa (che ho riportato dianzi) a sigillo inviolato; - n tard a dare a sua figlia il polizzino. L'ebbi sott'occhio; era di poche righe; e d'uomo che per allora pareva tornato in s.
Tutti quasi i frammenti che seguono mi vennero per la posta in diversi fogli</I>.

<I>Rovigo, 20 Luglio</I>

Io la mirava e diceva a me stesso: Che sarebbe di me se non potessi vederla pi? e correva a piangere meco di consolazione sapendo ch'io le era vicino - e adesso?
Cos' pi l'universo? qual parte mai della terra potr sostenermi senza Teresa? e mi pare di esserle lontano sognando. Ho avuto io tanta costanza? e m' bastato il cuore di partire cos - senza vederla? n un bacio, n un unico addio! A minuto a minuto credo di trovarmi alla porta della sua casa, e di leggere nella mestizia del suo volto, che m'ama. Fuggo; e con che velocit ogni minuto mi porta ognor pi lontano da lei. E intanto? quante care illusioni! ma io l'ho perduta. Non so pi obbedire n alla mia volont, n alla mia ragione, n al mio cuore sbalordito: mi lascier strascinare dal braccio prepotente del mio destino. Addio.

<I>Ferrara, 20 Luglio, a sera</I>

Io traversava il Po e rimirava le immense sue acque, e pi volte fui per precipitarmi, e profondarmi, e perdermi per sempre. Tutto  un punto! - ah s'io non avessi una madre cara e sventurata a cui la mia morte costerebbe amarissime lagrime!
N finir cos da codardo. Sosterr tutta la mia sciagura; berr fino all'ultima lagrima il pianto che mi fu assegnato dal Cielo; e quando le difese saranno vane, disperate tutte le passioni, tutte le forze consunte; quando io avr coraggio di mirare la Morte in faccia, e ragionare pacatamente con lei, ed assaporare l'amaro suo calice, ed espiate le altrui lagrime, e disperato di rasciugarle - allora.
Ma ora ch'io parlo non  forse tutto perduto? e non mi resta che la sola memoria e la certezza che tutto  perduto: - hai tu provata mai quella piena di dolore quando ci abbandonano tutte le speranze?

N un bacio? n addio! - bens le tue lagrime mi seguiranno nella mia sepoltura. La mia salute, la mia sorte, il mio cuore, tu - tu! - insomma tutto congiura, ed io vi obbedir tutti.

<I>Ore...</I>

E ho avuto cuore di abbandonarla? anzi ti ho abbandonata, o Teresa, in uno stato pi deplorabile del mio. Chi sar tuo consolatore? e tremerai al solo mio nome poich t'ho fatto vedere io - io primo, io unico sull'aurora della tua vita, le tempeste e le tenebre della sventura; e tu, o giovinetta, non sei ancora s forte n da tollerare n da fuggire la vita. Tu, per anche non sai che l'alba e la sera sono tutt'uno. Ah n io te lo voglio persuadere! - eppure non abbiamo pi ajuto veruno dagli uomini, nessuna consolazione in noi stessi. Ormai non so che supplicare il sommo Iddio, e supplicarlo co' miei gemiti, e cercare alcuna speranza fuori di questo mondo dove tutti ci perseguitano e ci abbandonano. E se gli spasimi, e le preghiere, e il rimorso ch' fatto gi mio carnefice, fossero offerte accolte dal Cielo, ah! tu non saresti cos infelice, ed io benedirei tutti i miei tormenti. Frattanto nella mia disperazione mortale chi sa in che pericoli tu sei! n io posso difenderti, n rasciugare il tuo pianto, n raccogliere nel mio petto i tuoi secreti, n partecipare delle tue afflizioni; non so n dove fuggo, n come ti lascio, n quando potr pi rivederti.
Padre crudele - Teresa  sangue tuo! quell'altare  profanato; la Natura ed il Cielo maledicono quei giuramenti; il ribrezzo, la gelosia, la discordia ed il pentimento gireranno fremendo intorno a quel letto e insanguineranno forse quelle catene. Teresa  figlia tua; placati. Ti pentirai amaramente, ma tardi: fors'ella un giorno nell'orrore del suo stato maledir i suoi giorni e i suoi genitori, e conturber con le sue querele le tue ossa nel sepolcro, quando tu non potrai se non intenderla di sotterra. Placati. - Ohim! tu non mi ascolti - e dove me la trascini? - la vittima  sacrificata! io odo il suo gemito - il mio nome nel suo ultimo gemito! Barbari! tremate - il vostro sangue, il mio sangue - Teresa sar vendicata. - Ahi delirio! - ma io son pure omicida.

Ma tu, Lorenzo mio, che non mi ajuti? io non ti scriveva perch un'eterna tempesta d'ira, di gelosia, di vendetta, di amore infuriava dentro di me; e tante passioni mi si gonfiavano nel petto, e mi soffocavano, e mi strozzavano quasi; io non poteva mandare parola, e sentiva il dolore impietrito dentro di me - e questo dolore regna ancora e mi chiude la voce e i sospiri, e m'inaridisce le lagrime: - mi sento mancata gran parte della vita, e quel poco che pure mi resta  avvilito dal languore e dalla oscurit della morte.

Or mi adiro sovente di essere partito, e mi accuso di vilt. - Perch mai non hanno ardito d'insultare alla mia passione? Se taluno avesse comandato a quella misera di non rivedermi; se me l'avessero a viva forza strappata, pensi tu ch'io l'avrei lasciata mai? Ma doveva io pagare d'ingratitudine un padre che mi chiamava amico, che tante volte commosso mi abbracciava dicendomi: <I>E perch la sorte ti ha pur unito a noi disgraziati?</I> Poteva io precipitare nel disonore e nella persecuzione una famiglia che in altre circostanze avrebbe diviso meco e la prosperit e l'infortunio? E che poteva io rispondergli quand'ei mi diceva sospirando e pregandomi: - <I>Teresa  mia figlia!</I> - S! divorer nel rimorso e nella solitudine tutti i miei giorni: ma ringrazier quella tremenda mano invisibile che mi rap da quel precipizio donde io cadendo avrei strascinato meco nella voragine quella giovinetta innocente. E mi seguitava; ed io crudele andava pur soffermandomi, e voltando gli occhi guardando se affrettavasi dietro a' miei passi precipitosi - e mi seguitava; ma con animo spaventato, e con deboli forze. Che? Or non son io seduttore? - e non dovr tormele eternamente dagli occhi? Potessi anzi nascondermi a tutto l'universo e piangere le mie sciagure! ma piangerli quando io gli ho esacerbati?

Niuno sa quale segreto sta sepolto qui dentro - e questo sudore freddo improvviso - e questo arretrarmi - e il lamento che tutte le sere vien di sotterra, e mi chiama - e quel cadavere - perch io, Lorenzo, non sono forse omicida; ma pur mi veggo insanguinato d'un omicidio (13).
Spunta appena il giorno, ed io sto per partire. Da quanto tempo l'aurora mi trova sempre in un sonno da infermo! La notte non trovo mai posa. Poco fa io spalancava gli occhi urlando e guatandomi intorno come se mi vedessi sul capo il manigoldo. Sento nello svegliarmi certi terrori, simile a quegli sciagurati che hanno le mani calde di delitto. - Addio addio. Parto, e ognor pi lontano. Ti scriver da Bologna dentr'oggi. Ringrazia mia madre. Pregala perch benedica il suo povero figliuolo. S'ella sapesse tutto il mio stato! ma taci: su le sue piaghe non aprire un'altra piaga.




PARTE SECONDA

<I>Bologna, 24 Luglio, ore 10</I>

Vuoi tu versare sul cuore dell'amico tuo qualche stilla di balsamo? Fa che Teresa ti dia il suo ritratto, e consegnalo a Michele ch'io ti rimando imponendogli di non ritornare senza tue tisposte. Va a' colli Euganei tu stesso: forse quella disgraziata avr bisogno di chi la compianga. Leggi alcuni frammenti di lettere che ne' miei affannosi delirj io tentava di scriverti. Addio. - Vedrai la Isabellina, baciala mille volte per me. Quando nessuno si ricorder pi di me, fors'ella nominer qualche volta il suo Jacopo. O mio caro! avvolto in tante miserie, fatto diffidente dagli uomini, con un'anima ardente e che pur vuole amare ed essere riamata, in chi poss'io confidarmi se non in una fanciullina non corrotta ancora dall'esperienza n dall'interesse, e che per una secreta simpatia mi ha tante volte bagnato del suo pianto innocente? S'io un giorno sapessi che non mi nomina pi, credo, morrei di dolore.
E tu, dimmi, Lorenzo mio, m'abbandonerai tu? L'amicizia cara passione della giovent ed unico conforto dell'infortunio s'agghiaccia nella prosperit. O gli amici, gli amici! Tu non mi perderai se non quando io scender sotterra. Ed io cesso dal querelarmi talvolta delle mie disgrazie perch senza di esse non sarei degno forse di te; n avrei un cuore capace di amarti. Ma quando io non vivr pi; e tu avrai ereditato da me il calice delle lagrime - oh! non cercare altro amico fuor di te stesso.

<I>Bologna, la notte de' 28 Luglio</I>

E' mi parrebbe pure di star meno male se potessi dormire lungamente un gravissimo sonno. L'oppio non giova; mi desta dopo brevi letarghi pieni di visioni e di spasimi - e sono pi notti! - Ora mi sono alzato per provarmi di scriverti; ma non mi regge pi il polso. - Torner a coricarmi. Pare che l'anima mia siegua lo stato negro e burrascoso della Natura. Sento diluviare: e giaccio con gli occhi spalancati. Dio mio! Dio mio!

<I>Bologna, 12 Agosto</I>

Oramai sono passati diciotto giorni da che Michele  ripartito per le poste, n torna ancora: e non veggo tue lettere. Tu pure mi lasci? Per Dio, scrivimi almeno: aspetter sino a luned, e poi prender la volta di Firenze. Qui tutto il giorno sto in casa perch non posso vedermi impacciato fra tanta gente; e la notte vo baloccone per citt come larva, e mi sento sbranare le viscere da tanti indigenti che giacciono per le strade, e gridano pane; non so se per loro colpa, o d'altri - so che domandano pane. Oggi tornandomi dalla posta mi sono abbattuto in due sciagurati menati al patibolo: ne ho chiesto a quei che mi si affollavano addosso; e mi  stato risposto, che uno avea rubato una mula, e l'altro cinquantasei lire per fame (14). Ahi Societ! E se non vi fossero leggi protettrici di coloro che per arricchire col sudore e col pianto de' proprj concittadini li sospingo al bisogno e al delitto, sarebbero poi s necessarie le prigioni e i carnefici? Io non sono s matto da presumere di riordinare i mortali; ma perch mi si contender di fremere su le loro miserie e pi di tutto su la lor cecit? - E mi vien detto che non v'ha settimana senza carneficina; e il popolo vi accorre come a solennit. I delitti intanto crescono co' supplizj. No, no; non voglio pi respirare quest'aria fumante sempre del sangue de' miseri. - E dove?

<I>Firenze, 27 Agosto</I>

Dianzi io adorava le sepolture di Galileo, del Machiavelli, e di Michelangelo; e nell'appressarmivi io tremava preso da brivido. Coloro che hanno eretti que' mausolei sperano forse di scolparsi della povert e delle carceri con le quali i loro avi punivano la grandezza di que' divini intelletti? Oh quanti perseguitati nel nostro secolo saranno venerati da' posteri! Ma e le persecuzioni a' vivi, e gli onori a' morti sono documenti della maligna ambizione che rode l'umano gregge.
Presso a que' marmi mi parea di rivivere in quegli anni miei fervidi, quand'io vegliando su gli scritti de' grandi mortali mi gittava con la immaginazione fra i plausi delle generazioni future. Ma ora troppo alte cose per me! - e pazze forse. La mia mente  cieca, le membra vacillanti, e il cuore guasto qui - nel profondo.
Ritienti le commendatizie di cui mi scrivi: quelle che mi mandasti io le ho bruciate. Non voglio pi oltraggi, n favori da veruno degli uomini potenti. L'unico mortale ch'io desiderava conoscere era Vittorio Alfieri; ma odo dire ch'ei non accoglie persone nuove: n io presumo di fargli rompere questo suo proponimento che deriva forse da' tempi, da' suoi studj, e pi ancora dalle sue passioni e dall'esperienza del momdo. E fosse anche una debolezza, le debolezze di s fatti mortali vanno rispettate; e chi n' senza, scagli la prima pietra.

<I>Firenze, 7 Settembre</I>

Spalanca le finestre, o Lorenzo, e saluta dalla mia stanza i miei colli. In un bel mattino di Settembre saluta in mio nome il cielo, i laghi, le pianure, che si ricordano tutti della mia fanciullezza, e dove io per alcun tempo ho riposato dopo le ansiet della vita. Se passeggiando nelle notti serene i piedi ti conducessero verso i viali della parrocchia, io ti prego di salire sul monte de' pini che serba tante dolci e funeste mie rimembranze. Appi del pendio, passata la macchia de' tigli che fanno l'aere sempre fresco e odorato, l dove que' rigagnoli adunano un pelaghetto, troverai il salice solitario sotto i cui rami piangenti io stava pi ore prostrato parlando con le mie speranze. E come tu sarai giunto presso alla vetta, udrai forse un cuculo il quale parea che ogni sera mi chiamasse col lugubre suo metro, e soltanto lo interrompea quando accorgevasi del mio borbottare o del calpestio de' miei piedi. Il pino dove allora e' si stava nascosto, fa ombra a' rottami di una cappelletta ove anticamente si ardeva una lampada a un crocifisso: il turbine la sfracell quella notte che lasci fino ad oggi e mi lascier finch avr vita lo spirito atterrito di tenebre e di rimorso (15); e quelle ruine mezzo sotterrate mi pareano nell'oscurit pietre sepolcrali, e pi volte io mi pensava di erigere in quel luogo e fra quelle secrete ombre il mio avello. Ed ora? chi sa ov'io lascier le mie ossa! - Consola tutti i contadini che ti chiederanno novelle di me. Gi tempo mi si affollavano attorno, ed io li chiamava miei amici, e mi chiamavano benefattore. Io era il medico pi accetto a' loro figliuoletti malati; io ascoltava amorevolmente le querele di que' meschini lavoratori, e componeva i loro dissidj; io filosofava con que' rozzi vecchj cadenti ingegnandomi di dileguare dalla lor fantasia i terrori della religione, e dipingendo i premj che il Cielo riserba all'uomo stanco della povert e del sudore. Ma ora s'attristeranno nel nominarmi, poich in questi ultimi mesi passava muto e fantastico senza talvolta rispondere a' loro saluti; e scorgendoli da lontano mentre cantando tornavano da' lavori, o riconduceano gli armenti, io gli scansava imboscandomi dove la selva  pi negra. E mi vedeano su l'alba saltare i fossi e sbadatamente urtar gli arboscelli, i quali crollando mi pioveano la brina su le chiome; e cos affrettarmi per le praterie, e poi arrampicarmi sul monte pi alto donde io fermandomi ritto e ansante, con le braccia stese all'oriente, aspettava il Sole per querelarmi con lui che pi non sorgeva allegro per me. Ti additeranno il ciglione della rupe sul quale, mentre il mondo era addormentato, io sedeva intento al lontano fragore delle acque, e al rombare dell'aria quando i venti ammassavano quasi su la mia testa le nuvole, e le spingevano a funestare la Luna che tramontando, ad ora ad ora illuminava nella pianura co' suoi pallidi raggi le croci conficcate su i tumuli del cimitero; e allora il villano de' vicini tugurj, per le mie grida destandosi sbigottito, s'affacciava alla porta, e m'udiva in quel silenzio solenne mandare le mie preci, e piangere, e ululare, e guatare dall'alto le sepolture, e invocare la morte. O antica mia solitudine! Ove sei tu? Non v' gleba, non antro, non albero che non mi riviva nel cuore alimentandomi quel soave e patetico desiderio che sempre accompagna fuori dalle sue case l'uomo esule, e sventurato. Parmi che i miei piaceri e i miei dolori, i quali in que' luoghi m'erano cari - tutto insomma quello ch' mio, sia rimasto tutto con te; e che qui non si trascini pellegrinando se non lo spettro del povero Jacopo.
Ma tu, amico unico mio, perch appena mi scrivi due nude parole avvisandomi che tu se' con Teresa? E non mi dici n come vive; n se s'attenta di nominarmi; n se Odoardo me l'ha rapita? Corro, e ricorro alla posta, ma senza pro; e torno lento, smarrito, e mi si legge nel volto il presentimento di grave sciagura. E mi par d'ora in ora udirmi pronunziare la mia sentenza mortale - <I>Teresa ha giurato</I>. - Ohim! e quando mai cesser da' miei funebri delirj, e dalle mie crudeli lusinghe? Addio.

<I>Firenze, 17 Settembre</I>

Tu mi hai inchiodata la disperazione nel cuore. Vedo oramai che Teresa tenta di punirmi d'averla amata. Il suo ritratto l'aveva mandato a sua madre prima ch'io lo chiedessi? - tu me ne accerti, ed io credo; ma guardati che per tentare di risanarmi tu non congiurassi a contendermi l'unico balsamo alle mie viscere lacerate.
O mie speranze! si dileguano tutte; ed io siedo qui derelitto nella solitudine del mio dolore.
In che devo pi confidare? non mi tradire, Lorenzo: io non ti perder mai dal mio petto, perch la tua memoria  necessaria all'amico tuo: in qualunque tua avversit tu non mi avresti perduto. Sono io dunque destinato a vedermi svanire tutto davanti? - anche l'unico avanzo di tante speranze? ma sia cos! io non mi querelo n di lei, n di te - non di me stesso, non della mia fortuna - ben m'avvilisco con tante lagrime, e perdo la consolazione di poter dire: <I>Soffro i miei travagli e non mi lamento</I>.
Voi tutti mi lascierete - tutti: e il mio gemito vi seguir da per tutto; perch senza di voi non sono uomo: e da ogni luogo vi richiamer disperato. - Ecco le poche parole scrittemi da Teresa: Abbiate rispetto alla vostra vita; ve ne scongiuro per le nostre disgrazie. Non siamo noi due soli infelici. Avrete il mio ritratto quando potr. Mio padre piange con me; e non gli rincresce ch'io risponda al biglietto che mi ha ricapitato da parte vostra; pur con le sue lagrime a me pare che tacitamente mi proibisca di scrivervi d'ora innanzi - ed io piangendo lo prometto; e vi scrivo, forse per l'ultima volta, piangendo - perch io non potr pi confessare d'amarvi fuorch davanti a Dio solo.
Tu sei dunque pi forte di me? S, ripeter queste poche righe come fossero le tue ultime volont - parler teco un'altra volta, o Teresa; ma solamente quel giorno che mi sar agguerrito di tanta ragione e di tale coraggio da separarmi davvero da te.
Che se ora l'amarti di questo amore insoffribile, immenso, e tacere e seppellirmi agli occhi di tutti, potesse ridarti pace - se la mia morte potesse espiare al tribunale de' nostri persecutori la tua passione e sopirla per sempre dentro il tuo petto, io supplico con tutto l'ardore e la verit dell'anima mia la Natura ed il Cielo perch mi tolgano finalmente dal mondo. Or ch'io resista al mio fatale e insieme dolcissimo desiderio di morte, te lo prometto; ma ch'io lo vinca, ah! tu sola con le tue preghiere potrai forse impetrarmelo dal mio Creatore - e sento che ad ogni modo ei mi chiama. Ma tu deh! vivi per quanto puoi felice - per quanto puoi ancora. Iddio forse convertir a tua consolazione, sfortunata giovine, queste lagrime penitenti ch'io mando a lui domandandogli misericordia per te. Pur troppo tu, pur troppo, tu ora partecipi del doloroso mio stato, e per me tu se' fatta infelice - e come ho io rimeritato tuo padre delle affettuose sue cure, della fiducia, de' suoi consigli, delle sue carezze? e tu a che precipizio non ti se' trovata e non ti trovi per me? - Ma e di che dunque mi ha egli beneficato tuo padre, e ch'io oggi nol ricompensi con gratitudine inaudita? non gli presento in sacrificio il mio cuore che insanguina? Nessun mortale mi  creditore di generosit; - n io, che pur sono, e tu 'l sai, ferocissimo giudice mio posso incolparmi d'averti amata - bens l'esserti causa d'affanni,  il pi crudele delitto ch'io mai potessi commettere.
Ohim! con chi parlo? e a che pro?
Se questa lettera ti trova ancora a' miei colli, o Lorenzo, non la mostrare a Teresa. Non le parlare di me - se te ne chiede, dille ch'io vivo, ch'io vivo ancora - non le parlare insomma di me. Ma io te lo confesso: mi compiaccio delle mie infermit: io stesso palpo le mie ferite dove sono pi mortali, e cerco d'esulcerarle, e le contemplo insanguinate - e mi pare che i miei martirj rechino qualche espiazione alle mie colpe, e un breve refrigerio a' dolori di quella innocente.

<I>Firenze, 25 Settembre</I>

In queste terre beate si ridestarono dalla barbarie le sacre Muse e le lettere. Dovunque io mi volga, trovo le case ove nacquero, e le pie zolle dove riposano que' primi grandi Toscani: ad ogni passo ho timore di calpestare le loro reliquie. La Toscana  tuttaquanta una citt continuata, e un giardino; il popolo naturalmente gentile; il cielo sereno; e l'aria piena di vita e di salute. Ma l'amico tuo non trova requie: spero sempre - domani, nel paese vicino - e il domani viene, ed eccomi di citt in citt, e mi pesa sempre pi questo stato di esilio e di solitudine. - Neppure mi  conceduto di proseguire il mio viaggio: avea decretato di andare a Roma a prostrarmi su le reliquie della nostra grandezza. Mi negano il passaporto; quello gi mandatomi da mia madre  per Milano: e qui, come s'io fossi venuto a congiurare, mi hanno circuito con mille interrogazioni: non avran torto; ma io risponder domani, partendo. - Cos noi tutti Italiani siamo fuorusciti e stranieri in Italia: e lontani appena dal nostro territoriuccio, n ingegno, n fama, n illibati costumi ci sono di scudo: e guai se t'attenti di mostrare una dramma di sublime coraggio! Sbanditi appena dalle nostre porte, non troviamo chi ne raccolga. Spogliati dagli uni, scherniti dagli altri, traditi sempre da tutti, abbandonati da' nostri medesimi concittadini, i quali anzich compiangersi e soccorrersi nella comune calamit, guardano come barbari tutti quegl'Italiani che non sono della loro provincia, e dalle cui membra non suonano le stesse catene - dimmi, Lorenzo, quale asilo ci resta? Le nostre messi hanno arricchiti nostri dominatori; ma le nostre terre non somministrano n tugurj n pane a tanti Italiani che la rivoluzione ha balestrati fuori dal cielo natio, e che languenti di fame e di stanchezza hanno sempre all'orecchio il solo, il supremo consigliere dell'uomo destituto da tutta la natura, il delitto! Per noi dunque quale asilo pi resta, fuorch il deserto, e la tomba? - e la vilt! e chi pi si avvilisce pi vive forse; ma vituperoso a se stesso, e deriso da quei tiranni medesimi a cui si vende, e da' quali sar un d trafficato.
Ho corsa tutta Toscana. Tutti i monti e tutti i campi sono insigni per le fraterne battaglie di quattro secoli addietro; i cadaveri intanto d'infiniti Italiani ammazzatisi hanno fatte le fondamenta a' troni degl'Imperadori e de' Papi. Sono salito a Monteaperto dove  infame ancor la memoria della sconfitta de' Guelfi (16). - Albeggiava appena un crepuscolo di giorno, e in quel mesto silenzio, e in quella oscurit fredda, con l'anima investita da tutte le antiche e fiere sventure che sbranano la nostra patria - o mio Lorenzo! io mi sono sentito abbrividire, e rizzare i capelli; io gridava dall'alto con voce minacciosa e spaventata. E mi parea che salissero e scendessero dalle vie dirupate della montagna le ombre di tutti que' Toscani che si erano uccisi; con le spade e le vesti insanguinate; guatarsi biechi, e fremere tempestosamente, e azzuffarsi e lacerarsi le antiche ferite. - O! per chi quel sangue? il figliuolo tronca il capo al padre e lo squassa per le chiome - e per chi tanta scellerata carnificina? I re per cui vi trucidate si stringono nel bollor della zuffa le destre e pacificamente si dividono le vostre vesti e il vostro terreno. - Urlando io fuggiva precipitosamente guatandomi dietro. E quelle orride fantasie mi seguitavano sempre - e ancora quando io mi trovo solo di notte mi sento attorno quegli spettri, e con essi uno spettro pi tremendo di tutti, e ch'io solo conosco. - E perch io debbo dunque, o mia patria, accusarti sempre e compiangerti, senza niuna speranza di poterti emendare o di soccorrerti mai?

<I>Milano, 27 Ottobre</I>

Ti scrissi da Parma; e poi da Milano il d ch'io ci giunsi: la settimana addietro ti scrissi una lettera lunghissima. Come dunque la tua mi capita s tarda, e per la via di Toscana d'onde partii sino dai 28 Settembre? mi morde un sospetto: le nostre lettere sono intercette. I governi millantano la sicurezza delle sostanze; ma invadono intanto il secreto, la preziosissima di tutte le propriet: vietano le tacite querele; e profanano l'asilo sacro che le sventure cercano nel petto dell'amicizia. Sia pure! io mel dovea prevedere: ma que' loro manigoldi non andranno pi a caccia delle nostre parole e de' nostri pensieri. Trover compenso perch le nostre lettere d'ora in poi viaggino inviolate.
Tu mi chiedi novelle di Giuseppe Parini: serba la sua generosa fierezza, ma parmi sgomentato dai tempi e dalla vecchiaja. Andandolo a visitare, lo incontrai su la porta delle sue stanze mentre egli strascinavasi per uscire. Mi ravvis; e fermatosi sul suo bastone, mi pos la mano su la spalla, dicendomi: Tu vieni a rivedere quest'animoso cavallo che si sente nel cuore la superbia della sua bella giovent; ma che ora stramazza fra via e si rialza soltanto per le battiture della fortuna. - E' paventa di essere cacciato dalla sua cattedra, e di trovarsi costretto dopo settanta anni di studj e di gloria ad agonizzare elemosinando.

<I>Milano, 11 Novembre</I>

Chiesi la vita di Benvenuto Cellini a un librajo - Non l'abbiamo. Lo richiesi di un altro scrittore; e allora quasi dispettoso mi disse, ch'ei non vendeva libri italiani. La gente civile parla elegantemente francese, e appena intende lo schietto toscano. I pubblici atti e le leggi sono scritte in una cotal lingua bastarda che le ignude frasi suggellano la ignoranza e la servit di chi le detta. I Demosteni Cisalpini disputarono caldamente nel loro senato per esiliare con sentenza capitale dalla repubblica la lingua greca e la latina. S' creata una legge che avea l'unico fine di sbandire da ogni impiego il matematico Gregorio Fontana, e Vincenzo Monti, poeta; non so cos'abbiano scritto contro alla Libert, prima che fosse discesa a prostituirsi in Italia; so che sono presti a scrivere anche per essa. E quale pur fosse la loro colpa, la ingiustizia della punizione li assolve, e la solennit d'una legge creata per due soli individui accresce la loro celebrit. - Chiesi ov'erano le sale de' Consiglj Legislativi: pochi m'intesero; pochissimi mi risposero; e niuno seppe insegnarmi.

<I>Milano, 4 Dicembre</I>

Siati questa l'unica risposta a' tuoi consiglj. In tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorta: i pochi che comandano; l'universalit che serve; e i molti che brigano. Noi non possiam comandare, n forse siam tanto scaltri; noi non siam ciechi, n vogliamo ubbidire; noi non ci degniamo di brigare. E il meglio  vivere come que' cani senza padrone a' quali non toccano n tozzi n percosse. - Che vuoi tu ch'io accatti protezioni ed impieghi in uno Stato ov'io sono reputato straniero, e donde il capriccio di ogni spia pu farmi sfrattare? Tu mi esalti sempre il mio ingegno; sai tu quanto io vaglio? n pi n meno di ci che vale la mia entrata: se per altro io non facessi il <I>letterato di corte</I>, rintuzzando quel nobile ardire che irrita i potenti, e dissimulando la virt e la scienza, per non rimproverarli della loro ignoranza, e delle loro scelleraggini. Letterati! - O! tu dirai, cos da per tutto. - E sia cos: lascio il mondo com'; ma s'io dovessi impacciarmente vorrei o che gli uomini mutassero modo, o che mi facessero mozzare il capo sul palco; e questo mi pare pi facile. Non che i tirannetti non si avveggano delle brighe; ma gli uomini balzati da' trivj al trono hanno d'uopo di faziosi che poi non possono contenere. Gonfj del presente, spensierati dell'avvenire, poveri di fama, di coraggio e d'ingegno, si armano di adulatori e di satelliti, da' quali, quantunque spesso traditi e derisi, non sanno pi svilupparsi: perpetua ruota di servit, di licenza e di tirannia. Per essere padroni e ladri del popolo conviene prima lasciarsi opprimere, depredare, e conviene leccare la spada grondante del tuo sangue. Cos potrei forse procacciarmi una carica, qualche migliajo di scudi ogni anno di pi, rimorsi, ed infamia. Odilo un'altra volta: <I>Non reciter mai la parte del piccolo briccone</I>.
Tanto e tanto so di essere calpestato; ma almen fra la turba immensa de' miei conservi, simile a quegli insetti che sono sbadatamente schiacciati da chi passeggia. Non mi glorio come tanti altri della servit; n i miei tiranni si pasceranno del mio avvilimento. Serbino ad altri le loro ingiurie e i lor beneficj; e' vi son tanti che pur vi agognano! Io fuggir il vituperio morendo ignoto. E quando io fossi costretto ad uscire dalla mia oscurit - anzich mostrarmi fortunato stromento della licenza o della tirannide, torrei d'essere vittima deplorata.
Che se mi mancasse il pane e il fuoco, e questa che tu mi additi fosse l'unica sorgente di vita - cessi il cielo ch'io insulti alla necessit di tanti altri che non potrebbero imitarmi - davvero, Lorenzo, io me n'andrei alla patria di tutti, dove non vi sono n delatori, n conquistatori, n letterati di corte, n principi; dove le ricchezze non coronano il delitto; dove il misero non  giustiziato non per altro se non perch  misero; dove un d o l'altro verranno tutti ad abitare con me e a rimescolarsi nella materia, sotterra.
Aggrappandomi sul dirupo della vita, sieguo alle volte un lume ch'io scorgo da lontano e che non posso raggiungere mai. Anzi mi pare che s'io fossi con tutto il corpo dentro la fossa, e che rimanessi sopra terra solamente col capo, mi vedrei sempre quel lume sfolgorare sugli occhi. O Gloria! tu mi corri sempre dinanzi, e cos mi lusinghi a un viaggio a cui le mie piante non reggono pi. Ma dal giorno che tu pi non sei la mia sola e prima passione, il tuo risplendente fantasma comincia a spegnersi e a barcollare - cade e si risolve in un mucchio d'ossa e di ceneri fra le quali io veggio sfavillar tratto tratto alcuni languidi raggi; ma ben presto io passer camminando sopra il tuo scheletro, sorridendo della mia delusa ambizione. - Quante volte vergognando di morire ignoto al mio secolo ho accarezzato io medesimo le mie angosce mentre mi sentiva tutto il bisogno e il coraggio di terminarle! N avrei forse sopravvissuto alla mia patria, se non mi avesse rattenuto il folle timore, che la pietra posta sopra il mio cadavere non seppellisse ad un tempo il mio nome. Lo confesso; sovente ho guardato con una specie di compiacenza le miserie d'Italia, poich mi parea che la fortuna e il mio ardire riserbassero forse anche a me il merito di liberarla. Io lo diceva jer sera al Parini - addio: ecco il messo del banchiere che viene a pigliar questa lettera; e il foglio tutto pieno mi dice di finire. - Pur ho a dirti ancora assai cose: protrarr di spedirtela sino a sabbato; e continuer a scriverti. Dopo tanti anni di s affettuosa e leale amicizia, eccoci, e forse eternamente, disgiunti. A me non resta altro conforto che di gemere teco scrivendoti; e cos mi libero alquanto da' miei pensieri; e la mia solitudine diventa assai meno spaventosa. Sai quante notti io mi risveglio, e m'alzo, e aggirandomi lentamente per le stanze t'invoco! siedo e ti scrivo; e quelle carte sono tutte macchiate di pianto e piene de' miei pietosi delirj e de' miei feroci proponimenti. Ma non mi d il cuore d'inviartele. Ne serbo taluna, e molte ne brucio. Quando poi il Cielo mi manda questi momenti di calma, io ti scrivo con quanto pi di fermezza mi  possibile per non contristarti del mio immenso dolore. N mi stancher di scriverti; tutt'altro conforto  perduto; n tu, mio Lorenzo, ti stancherai di leggere queste carte ch'io senza vanit, senza studio e senza rossore ti ho sempre scritto ne' sommi piaceri e ne' sommi dolori dell'anima mia. Serbale. Presento che un d ti saranno necessarie per vivere, almeno come potrai, col tuo Jacopo.
Jer sera dunque io passeggiava con quel vecchio venerando nel sobborgo orientale della citt sotto un boschetto di tigli. Egli si sosteneva da una parte sul mio braccio, dall'altra sul suo bastone: e talora guardava gli storpj suoi piedi, e poi senza dire parola volgevasi a me, quasi si dolesse di quella sua infermit, e mi ringraziasse della pazienza con la quale io lo accompagnava. S'assise sopra uno di que' sedili ed io con lui: il suo servo ci stava poco discosto. Il Parini  il personaggio pi dignitoso e pi eloquente ch'io m'abbia mai conosciuto; e d'altronde un profondo, generoso, meditato dolore a chi non d somma eloquenza? Mi parl a lungo della sua patria, e fremeva e per le antiche tirannidi e per la nuova licenza. Le lettere prostituite; tutte le passioni languenti e degenerate in una indolente vilissima corruzione: non pi la sacra ospitalit, non la benevolenza, non pi l'amore figliale - e poi mi tesseva gli annali recenti, e i delitti di tanti uomiciattoli ch'io degnerei di nominare, se le loro scelleraggini mostrassero il vigore d'animo, non dir di Silla e di Catilina, ma di quegli animosi masnadieri che affrontano il misfatto quantunque e' si vedano presso il patibolo - ma ladroncelli, tremanti, saccenti - pi onesto insomma  tacerne. - A quelle parole io m'infiammava di un sovrumano furore, e sorgeva gridando: Ch non si tenta? morremo? ma frutter dal nostro sangue il vendicatore. - Egli mi guard attonito: gli occhi miei in quel dubbio chiarore scintillavano spaventosi, e il mio dimesso e pallido aspetto si rialz con aria minaccevole - io taceva, ma si sentiva ancora un fremito rumoreggiare cupamente dentro il mio petto. E ripresi: Non avremo salute mai? ah se gli uomini si conducessero sempre al fianco la morte, non servirebbero s vilmente. - Il Parini non apria bocca; ma stringendomi il braccio, mi guardava ogni ora pi fisso. Poi mi trasse, come accennandomi perch'io tornassi a sedermi: E pensi, tu, proruppe, che s'io discernessi un barlume di libert, mi perderei ad onta della mia inferma vecchiaja in questi vani lamenti? o giovine degno di patria pi grata! se non puoi spegnere quel tuo ardore fatale, ch non lo volgi ad altre passioni?
Allora io guardai nel passato - allora io mi voltava avidamente al futuro, ma io errava sempre nel vano e le mie braccia tornavano deluse senza pur mai stringere nulla; e conobbi tutta tutta la disperazione del mio stato. Narrai a quel generoso Italiano la storia delle mie passioni, e gli dipinsi Teresa come uno di que' genj celesti i quali par che discendano a illuminare la stanza tenebrosa di questa vita. E alle mie parole e al mio pianto, il vecchio pietoso pi volte sospir dal cuore profondo. - No, io gli dissi, non veggo pi che il sepolcro: sono figlio di madre affettuosa e benefica; spesse volte mi sembr di vederla calcare tremando le mie pedate e seguirmi fino a sommo il monte, donde io stava per diruparmi, e mentre era quasi con tutto il corpo abbandonato nell'aria - essa afferravami per la falda delle vesti, e mi ritraeva, ed io volgendomi non udiva pi che il suo pianto. Pure s'ella - spiasse tutti gli occulti miei guai, implorerebbe ella stessa dal Cielo il termine degli ansiosi miei giorni. Ma l'unica fiamma vitale che anima ancora questo travagliato mio corpo,  la speranza di tentare la libert della patria. - Egli sorrise mestamente; e poich s'accorse che la mia voce infiochiva, e i miei sguardi si abbassavano immoti sul suolo, ricominci: - Forse questo tuo furore di gloria potrebbe trarti a difficili imprese; ma - credimi; la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte; e l'altro quarto a' loro delitti. Pur se ti reputi bastevolmente fortunato e crudele per aspirare a questa gloria, pensi tu che i tempi te ne porgano i mezzi? I gemiti di tutte le et, e questo giogo della nostra patria non ti hanno per anco insegnato che non si dee aspettare libert dallo straniero? Chiunque s'intrica nelle faccende di un paese conquistato non ritrae che il pubblico danno, e la propria infamia. Quando e doveri e diritti stanno su la punta della spada, il forte scrive le leggi col sangue e pretende il sacrificio della virt. E allora? avrai tu la fama e il valore di Annibale che profugo cercava per l'universo un nemico al popolo Romano? - N ti sar dato di essere giusto impunemente. Un giovine dritto e bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incauto d'ingegno quale sei tu, sar sempre o l'ordigno del fazioso, o la vittima del potente. E dove tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh! tu sarai altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale notturno della calunnia; la tua prigione sar abbandonata da' tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato appena di un secreto sospiro. - Ma poniamo che tu superando e la prepotenza degli stranieri e la malignit de' tuoi concittadini e la corruzione de' tempi, potessi aspirare al tuo intento; di'? spargerai tutto il sangue col quale conviene nutrire una nascente repubblica? arderai le tue case con le faci della guerra civile? unirai col terrore i partiti? spegnerai con la morte le opinioni? adeguerai con le stragi le fortune? ma se tu cadi tra via, vediti esecrato dagli uni come demagogo, dagli altri come tiranno. Gli amori della moltitudine sono brevi ed infausti; giudica, pi che dall'intento, dalla fortuna; chiama virt il delitto utile, e scelleraggine l'onest che le pare dannosa; e per avere i suoi plausi, conviene o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre. E ci sia. Potrai tu allora inorgoglito dalla sterminata fortuna reprimere in te la libidine del supremo potere che ti sar fomentata e dal sentimento della tua superiorit, e della conoscenza del comune avvilimento? I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi. Intento tu allora a puntellare il tuo trono, di filosofo saresti fatto tiranno; e per pochi anni di possanza e di tremore, avresti perduta la tua pace, e confuso il tuo nome fra la immensa turba dei despoti. - Ti avanza ancora un seggio fra' capitani; il quale si afferra per mezzo di un ardire feroce, di una avidit che rapisce per profondere, e spesso di una vilt per cui si lambe la mano che t'aita a salire. Ma - o figliuolo! l'umanit geme al nascere di un conquistatore; e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara. -
Tacque - ed io dopo lunghissimo silenzio esclamai: O Cocceo Nerva! tu almeno sapevi morire incontaminato (17). - Il vecchio mi guard - Se tu n speri, n temi fuori di questo mondo - e mi stringeva la mano - ma io! - Alz gli occhi al Cielo, e quella severa sua fisionomia si raddolciva di soave conforto, come s'ei lass contemplasse tutte le tue speranze. - Intesi un calpestio che s'avanzava verso di noi; e poi travidi gente fra' tiglj; ci rizzammo; e l'accompagnai sino alle sue stanze.
Ah s'io non mi sentissi oramai spento quel fuoco celeste che nel tempo della fresca mia giovent spargeva raggi su tutte le cose che mi stavano intorno, mentre oggi vo brancolando in una vota oscurit! s'io potessi avere un tetto ove dormire sicuro; se non mi fosse conteso di rinselvarmi fra le ombre del mio romitorio; se un amore disperato che la mia ragione combatte sempre, e che non pu vincere mai - questo amore ch'io celo a me stesso, ma che riarde ogni giorno e che s' fatto onnipotente, immortale - ahi! la Natura ci ha dotati di questa passione che  indomabile in noi forse pi dell'istinto fatale della vita - se io potessi insomma impetrare un anno solo di calma, il tuo povero amico vorrebbe sciogliere ancora un voto e poi morire. Io odo la mia patria che grida: - SCRIVI CI CHE VEDESTI. MANDERO LA MIA VOCE DALLE ROVINE, E TI DETTER LA MIA STORIA. PIANGERANNO I SECOLI SU LA MIA SOLITUDINE; E LE GENTI SI AMMAESTRERANNO NELLE MIE DISAVVENTURE. IL TEMPO ABBATTE IL FORTE: E I DELITTI DI SANGUE SONO LAVATI NEL SANGUE. - E tu lo sai, Lorenzo, avrei coraggio di scrivere; ma l'ingegno va morendo con le mie forze, e vedo che fra pochi mesi avr fornito questo mio angoscioso pellegrinaggio.
Ma voi pochi sublimi animi che solitarj o perseguitati, su le antiche sciagure della nostra patria fremete, se i cieli vi contendono di lottare contro la forza, perch almeno non raccontate alla posterit i nostri mali? Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo: Che siamo sfortunati, ma n ciechi n vili; che non ci manca il coraggio, ma la possanza. - Se avete braccia in catene, perch inceppate da voi stessi anche il vostro intelletto di cui n i tiranni n la fortuna, arbitri d'ogni cosa, possono essere arbitri mai? Scrivete. Abbiate bens compassione a' vostri concittadini, e non istigate vanamente le lor passioni politiche; ma sprezzate l'universalit de' vostri contemporanei: il genere umano d'oggi ha le frenesie e la debolezza della decrepitezza; ma l'umano genere, appunto quand' prossimo a morte, rinasce vigorosissimo. Scrivete a quei che verranno, e che soli saranno degni d'udirvi, e forti da vendicarvi. Perseguitate con la verit i vostri persecutori. E poi che non potete opprimerli, mentre vivono, co' pugnali, opprimeteli almeno con l'obbrobrio per tutti i secoli futuri. Se ad alcuni di voi  rapita la patria, la tranquillit, e le sostanze; se niuno osa divenire marito; se tutti paventano il dolce nome di padre, per non procreare nell'esilio e nel dolore nuovi schiavi e nuovi infelici, perch mai accarezzate cos vilmente la vita ignuda di tutti i piaceri? Perch non la consecrate all'unico fantasma ch' duce degli uomini generosi, la gloria? Giudicherete l'Europa vivente, e la vostra sentenza illuminer le genti avvenire. L'umana vilt vi mostra terrori e pericoli; ma voi siete forse immortali? fra l'avvilimento delle carceri e de' supplicj v'innalzerete sovra il potente, e il suo futuro contro di voi accrescer il suo vituperio e la vostra fama.

<I>Milano, 6 Febbraio 1799</I>

Diriggi le tue lettere a Nizza di Provenza perch'io domani parto verso Francia: e chi sa? forse assai pi lontano: certo che in Francia non mi star lungamente. Non rammaricarti, o Lorenzo, di ci; e consola quanto tu puoi la povera madre mia. Tu dirai forse ch'io dovrei fuggire prima me stesso, e che se non v'ha luogo dov'io trovi stanza, sarebbe omai tempo ch'io m'acquetassi.  vero, non trovo stanza; ma qui peggio che altrove. La stagione, la nebbia perpetua, quest'aria morta, certe fisonomie - e poi - forse m'inganno - ma parmi di trovar poco cuore; n posso incolparli; tutto si acquista; ma la compassione e la generosit, e molto pi certa delicatezza di animo nascono sempre con noi, e non le cerca se non chi le sente. - Insomma domani. E mi si  fitta in fantasia tale necessit di partire, che queste ore d'indugio mi pajono anni di carcere.
Malaugurato! perch mai tutti i suoi sensi si risentono soltanto al dolore, simili a quelle membra scorticate che all'alito pi blando dell'aria si ritirano? goditi il mondo com', e tu vivrai pi riposato e men pazzo. - Ma se a chi mi declama s fatti sermoni, io dicessi: Quando ti salta addosso la febbre, fa che il polso ti batta pi lento, e sarai sano - non avrebbe egli ragione da credermi farneticante di peggior febbre? come dunque potr io dar leggi al mio sangue che fluttua rapidissimo? e quando urta nel cuore io sento che vi si ammassa bollendo, e poi sgorga impetuosamente; e spesso all'improvviso e talora fra il sonno par che voglia spaccarmisi il petto. - O Ulissi! eccomi ad obbedire alla vostra saviezza, a patti ch'io, quando vi veggo dissimulatori, agghiacciati, incapaci di soccorrere alla povert senza insultarla, e di difendere il debole dalla ingiustizia; quando vi veggo, per isfamare le vostre plebee passioncelle, prostrati appi del potente che odiate e che vi disprezza, allora io possa trasfondere in voi una stilla di questa mia fervida bile che pure arm spesso la mia voce e il mio braccio contro la prepotenza; che non mi lascia mai gli occhi asciutti n chiusa la mano alla vista della miseria; e che mi salver sempre dalla bassezza. Voi vi credete savi, e il mondo vi predica onesti: ma toglietevi la paura! - Non vi affannate dunque; le parti sono pari: Dio vi preservi dalle mie <I>pazzie</I>; ed io lo prego con tutta l'espansione dell'anima perch mi preservi dalla vostra <I>saviezza</I>. - E s'io scorgo costoro, anche quando passano senza vedermi, io corro subitamente a cercare rifugio nel tuo petto, o Lorenzo. Tu rispetti amorosamente le mie passioni, quantunque tu abbia sovente veduto il leone ammansarsi alla sola tua voce. Ma ora! Tu il vedi: ogni consiglio e ogni ragione  funesta per me. Guai s'io non obbedissi al mio cuore! - la Ragione? -  come il vento; ammorza le faci, ed anima gl'incendj. Addio frattanto.

<I>Ore 10, della mattina</I>

Ripenso - e sar meglio che tu non mi scriva finch tu non abbia mie lettere. Prendo il cammino delle Alpi Liguri per iscansare i ghiacci del Moncenis: sai quanto micidiale m' il freddo.

<I>Ore 1</I>

Nuovo inciampo: hanno a passare ancora due giorni prima ch'io riabbia il passaporto. Consegner questa lettera nel punto ch'io sar per salire in calesse.

<I>8 Febbraro, ore 1 1/2</I>

Eccomi con le lagrime su le tue lettere. Riordinando le mie carte mi sono venuti sott'occhio questi pochi versi che tu mi scrivevi sotto una lettera di mia madre due giorni innanzi ch'io abbandonassi i miei colli. - T'accompagnano tutti i miei pensieri, o mio Jacopo: t'accompagnano i miei voti, e la mia amicizia, che vivr eterna per te. Io sar sempre l'amico tuo e il tuo fratello d'amore; e divider teco anche l'anima mia. Sai tu ch'io vo ripetendo queste parole, e mi sento s fieramente percosso che sono in procinto di venire a gittarmiti al collo e a spirare fra le tue braccia? Addio addio. Torner.

<I>Ore 3</I>

Sono andato a dire addio al Parini. - Addio, mi disse, o giovine sfortunato. Tu porterai da per tutto e sempre con te le tue generose passioni alle quali non potrai soddisfare giammai. Tu sarai sempre infelice. Io non posso consolarti co' miei consiglj, perch neppure giovano alle sventure mie derivanti dal medesimo fonte. Il freddo dell'et ha intorpidito le mie membra; ma il cuore - veglia ancora. Il solo conforto ch'io possa darti  la mia piet: e tu la porti tutta con te. Fra poco io non vivr pi, ma se le mie ceneri serberanno alcun sentimento - se troverai qualche sollievo querelandoti su la mia sepoltura, vieni. - Io proruppi in dirottissime lagrime, e lo lasciai: ed usc seguendomi con gli occhi mentr'io fuggiva per quel lunghissimo corridojo, e intesi che ei tuttavia mi diceva con voce piangente - addio.

<I>Ore 9 della sera</I>

Tutto  in punto: I cavalli sono ordinati per la mezzanotte - vado a coricarmi cos vestito sino a che giungano: mi sento s stracco! - addio frattanto; addio Lorenzo - Scrivo il tuo nome e ti saluto con tenerezza e con certa superstizione ch'io non ho provato mai mai. Ci rivedremo - se mai dovessi! no, io non morrei senza rivederti e senza ringraziarti per sempre - e te, mia Teresa: ma poich il mio infelicissimo amore costerebbe la tua pace ed il pianto della tua famiglia, io fuggo senza sapere dove mi trasciner il mio destino: l'Alpi e l'Oceano e un mondo intero, s' possibile, ci divida.

<I>Genova, 11 Febbraro</I>

Ecco il Sole pi bello! Tutte le mie fibre sono in un tremito soave perch risentono la giocondit di questo Cielo raggiante e salubre. Sono pure contento di essere partito! proseguir fra poche ore; non so ancora dirti dove mi fermer, n quando terminer il mio viaggio: ma per li 16 sar in Tolone.

<I>Dalla Pietra, 15 Febbraro</I>

Strade alpestri, montagne orride dirupate, tutto il rigore del tempo, tutta la stanchezza e i fastidj del viaggio, e poi?

      Nuovi tormenti e nuovi tormentati. (18)

Scrivo da un paesetto appi delle Alpi Marittime. E mi fu forza di sostare perch la posta  senza cavalcatura; n so quando potr partire. Eccomi dunque sempre con te, e sempre con nuove afflizioni: sono destinato a non movere passo senza incontrare lungo la mia via dolore. - In questi due giorni io usciva verso mezzod un miglio forse lungi dall'abitato, passeggiando fra certi oliveti che stanno verso la spiaggia del mare: io vado a consolarmi a' raggi del Sole, e a bere di quel aere vivace; quantunque anche in questo tepido clima il verno di questo anno  clemente meno assai dell'usato. E l mi pensava di essere tutto solo, o almeno sconosciuto a que' viventi che passavano; ma appena mi ridussi a casa, Michele il quale sal a ravviarmi il fuoco, mi venia raccontando, come certo uomo quasi mendico capitato poc'anzi in questa balorda osteria gli chiese, s'io era un giovine che avea gi tempo studiato in Padova; non gli sapea dire il nome, ma porgeva assai contrassegni e di me e di que' tempi, e nominava te pure - Davvero, segu a dire Michele, io mi trovava imbrogliato; gli risposi nonostante ch'ei s'apponeva: parlava veneziano; ed  pure la dolce cosa il trovare in queste solitudini un compatriota - e poi -  cos stracciato! insomma io gli promisi - forse pu dispiacere al signore - ma mi ha fatto tanta compassione, ch'io gli promisi di farlo venire; anzi sta qui fuori. - E venga, io dissi a Michele - e aspettandolo mi sentiva tutta la persona inondata d'una subitanea tristezza. Il ragazzo rientr con un uomo alto, macilento; parea giovine e bello; ma il suo volto era contraffatto dalle rughe del dolore. Fratello! io era impellicciato e al fuoco; stava gittato oziosamente nella seggiola vicina il mio larghissimo tabarro; l'oste andava su e gi allestendomi da desinare - e quel misero; era appena in farsetto di tela ed io intirizziva solo a guardarlo. Forse la mia mesta accoglienza e il meschino suo stato l'hanno disanimato alla prima; ma poi da poche mie parole s'accorse che il tuo Jacopo non  nato per disanimare gl'infelici; e s'assise con me a riscaldarsi, narrandomi quest'ultimo lagrimevole anno della sua vita. Mi disse: Io conobbi famigliarmente uno scolare che era d e notte a Padova con voi - e ti nomin - quanto tempo  ormai ch'io non ne odo novella! ma spero che la fortuna non gli sar cos iniqua. Io studiava allora - non ti dir, mio Lorenzo, chi egli . Dovr io contristarti con le sciagure di un uomo che hai conosciuto felice, e che tu forse ami ancora?  troppo anche se la sorte ti ha condannato ad affliggerti sempre per me.
Ei proseguiva: Oggi venendo da Albenga, prima di arrivare nel paese v'ho scontrato lungo la marina. Voi non vi siete avveduto com'io mi voltava spesso a considerarvi, e mi parea di avervi raffigurato; ma non conoscendovi che di vista, ed essendo scorsi quattro anni, sospettava di sbagliare. Il vostro servo poi mi accert.
Lo ringraziai perch'ei fosse venuto a vedermi; gli parlai di te; e voi mi siete anche pi grato, gli dissi, perch m'avete recato il nome di Lorenzo. - Non ti ripeter il suo doloroso racconto. Emigr per la pace di Campo Formio, e s'arruol Tenente nell'artiglieria Cisalpina. Querelandosi un giorno delle fatiche e delle angarie che gli parea di sopportare, gli fu da un amico suo proferito un impiego. Abbandon la milizia. Ma l'amico, l'impiego, e il tetto gli mancarono. Tapin per l'Italia, e s'imbarc a Livorno. - Ma mentr'esso parlava, io udiva nella camera contigua un rammarichio di bambino e un sommesso lamento; e m'avvidi ch'egli andavasi soffermando, e ascoltava con certa ansiet: e quando quel rammarichio taceva, ei ripigliava. - Forse, gli diss'io, saranno passaggeri giunti pur ora. - No, mi rispose;  la mia figlioletta di tredici mesi che piange.
E segu a narrarmi, ch'ei mentre era Tenente s'ammogli a una fanciulla di povero stato, e che le perpetue marcie a cui la giovinetta non potea reggere, e lo scarso stipendio lo stimolarono anche pi a confidare in colui che poi lo trad. Da Livorno navig a Marsiglia, cos alla ventura: e si trascin per tutta Provenza; e poi nel Delfinato, cercando d'insegnare l'Italiano, senza mai potersi trovare n lavoro n pane; ed ora tornavasi d'Avignone a Milano. Io mi rivolgo addietro, continu, e guardo il tempo passato, e non so come sia passato per me. Senza danaro; seguitato sempre da una moglie estenuata, co' piedi laceri, con le braccia spossate dal continuo peso di una creatura innocente che domanda alimento all'esausto petto di sua madre, e che strazia con le sue strida le viscere degli sfortunati suoi genitori, mentre non possiamo acquetarla con la ragione delle nostre disgrazie. Quante giornate arsi, quante notti assiderati abbiamo dormito nelle stalle fra' giumenti, o come le bestie nelle caverne! cacciato di citt in citt da tutti i governi, perch la mia indigenza mi serrava la porta de' magistrati, o non mi concedeva di dar conto di me: e chi mi conosceva, o non volle pi conoscermi, o mi volt le spalle. - E s, gli diss'io, so che in Milano e altrove molti de' nostri concittadini emigrati sono tenuti liberali. - Dunque, soggiunse, la mia fiera fortuna li ha fatti crudeli unicamente per me. Anche le persone di ottimo cuore si stancano di fare del bene; sono tanti i tapini! Io non lo so - ma il tale - il tale (e i nomi di questi uomini ch'io scopriva cos ipocriti mi erano, Lorenzo, tante coltellate nel cuore) chi mi ha fatto aspettare assai volte vanamente alla sua porta; chi dopo sviscerate promesse, mi fe' camminare molte miglia sino al suo casino di diporto, per farmi la limosina di poche lire: il pi umano mi gitt un tozzo di pane senza volermi vedere; e il pi magnifico mi fece cos sdruscito passare fra un corteggio di famigli e di convitati, e dopo d'avermi rammemorata la scaduta prosperit della mia famiglia, e inculcatomi lo studio e la probit, mi disse amichevolmente che non mi rincrescesse di ritornare domattina per tempo. Tornatomi, ritrovai nell'anticamera tre servidori, uno de' quali mi disse che il padrone dormiva; e mi pose nelle mani due scudi e una camicia. Ah signore! non so se voi siete ricco; ma il vostro aspetto, e que' sospiri mi dicono che voi siete sventurato e pietoso. Credetemi; io vidi per prova che il danaro fa parere benefico anche l'usurajo, e che l'uomo splendido di rado si degna di locare il suo beneficio fra' cenci. - Io taceva; ed ei rizzandosi per accommiatarsi riprese a dire: I libri m'insegnavano ad amare gli uomini e la virt; ma i libri, gli uomini e la virt mi hanno tradito. Ho dotta la testa; sdegnato il cuore; e le braccia inette ad ogni utile mestiere. Se mio padre udisse dalla terra ove sta seppellito con che gemito grave io lo accuso di non avere fatti i suoi cinque figliuoli legnajuoli o sartori! Per la misera vanit di serbare la nobilt senza la fortuna, ha sprecato per noi tutto quel poco che ei possedeva, nelle universit e nel bel mondo. E noi frattanto? - Non ho mai saputo che si abbia fatto la fortuna degli altri fratelli miei. Scrissi molte lettere; non per vidi risposta: o sono miseri, o sono snaturati. Ma per me, ecco il frutto delle ambiziose speranze del padre mio. Quante volte io sono condotto o dalla notte, o dalla fame a ricoverarmi in una osteria; ma entrandovi, non so come pagher la mattina imminente. Senza scarpe, senza vesti - Ah copriti! gli diss'io, rizzandomi; e lo coprii del mio tabarro. E Michele, che essendo venuto gi in camera per qualche faccenda vi s'era fermato poco discosto ascoltando, si avvicin asciugandosi gli occhi col rovescio della mano, e gli aggiustava in dosso quel tabarro: ma con certo rispetto, come s'ei temesse d'insultare alla scaduta fortuna di quella persona cos ben nata.
O Michele! io mi ricordo che tu potevi vivere libero sino al d che tuo fratello maggiore avviando una botteghetta, ti chiam seco; eppure scegliesti di rimanerti con me, bench servo: io noto l'amoroso rispetto per cui tu dissimuli gl'impeti miei fantastici; e taci anche le tue ragioni ne' momenti dell'ingiusta mia collera: e vedo con quanta ilarit te la passi fra le noje della mia solitudine; e vedo la fede con che sostieni i travaglj di questo mio pellegrinaggio. Spesso col tuo giovale sembiante mi rassereni; ma quando io taccio le intere giornate, vinto dal mio nerissimo umore, tu reprimi la gioja del tuo cuore contento per non farmi accorgere del mio stato. Pure! questo atto gentile verso quel disgraziato ha santificata la mia riconoscenza verso di te. Tu se' il figliuolo della mia nutrice, tu se' allevato nella mia casa; n io t'abbandoner mai. Ma io t'amo ancor pi poich mi avvedo che il tuo stato servile avrebbe forse indurita la bella tua indole, se non ti fosse stata coltivata dalla mia tenera madre, da quella donna che con l'animo suo delicato, e co' soavi suoi modi fa cortese e amoroso tutto quello che vive in lei.
Quando fui solo, diedi a Michele quel pi che ho potuto; ed esso, mentre io desinava, lo rec a quel derelitto. Appena mi sono risparmiato tanto da arrivare a Nizza dove negozier le cambiali ch'io n banchi di Genova mi feci spedire per Tolone e Marsiglia. - Stamattina quando ei, prima di andarsene,  venuto con la sua moglie e con la sua creatura per ringraziarmi, ed io vedeva con quanto giubilo mi replicava: Senza di voi io sarei oggi andato cercando il primo spedale - io non ho avuto animo di rispondergli; ma il mio cuore dicevagli: Ora tu hai come vivere per quattro mesi - per sei - e poi? La bugiarda speranza ti guida intanto per mano, e l'ameno viale dove t'innoltri mette forse a un sentiero pi disastroso. Tu cercavi il primo spedale - e t'era forse poco discosto l'asilo della fossa. Ma questo mio poco soccorso, n la sorte mi concede di ajutarti davvero, ti ridar pi vigore da sostenere di nuovo e per pi tempo que' mali che gi t'avevano quasi consunto e liberato per sempre. Goditi intanto del presente - ma quanti disagi hai pur dovuto durare perch questo tuo stato, che a molti pure sarebbe affannoso, a te paja s lieto! Ah se tu non fossi padre e marito, io ti darei forse un consiglio! - e senza dirgli parola, l'ho abbracciato; e mentre partivano, io li guardava, stretto d'un crepacuore mortale.
(19) Jer sera spogliandomi io pensava: Perch mai quell'uomo emigr dalla sua patria? perch s'ammogli? perch mai lasci un pane sicuro? e tutta la storia di lui pareva il romanzo di un pazzo; ed io sillogizzava cercando ci ch'egli per non strascinarmi dietro tutte quelle sciagure, avrebbe potuto fare, o non fare. Ma siccome ho pi volte udito infruttuosamente ripetere s fatti <I>perch</I>, ed ho veduto che tutti fanno da medici nelle altrui malattie - io sono andato a dormire borbottando: O mortali che giudicate inconsiderato tutto quello che non  prospero, mettetevi una mano sul petto e poi confessate - siete pi savj, o pi fortunati?
Or credi tu vero tutto ci ch'ei narrava? - Io? Credo ch'egli era mezzo nudo, ed io vestito; ho veduto una moglie languente; ho udito le strida di una bambina. Mio Lorenzo, si vanno pure cercando con la lanterna nuove ragioni contro del povero perch si sente nella coscienza il diritto che la Natura gli ha dato su le sostanze del ricco. - Eh! le sciagure non derivano per lo pi che da' vizj; e in costui forse derivarono da un delitto. - Forse? per me non lo so, n lo indago. Io giudice, condannerei tutti i delinquenti; ma io uomo, ah! penso al ribrezzo col quale nasce la prima idea del delitto; alla fame e alle passioni che strascinano a consumarlo; agli spasimi perpetui; al rimorso con che l'uomo si sfama del frutto insanguinato dalla colpa, alle carceri che il reo si mira sempre spalancate per seppellirlo - e se poi scampando dalla giustizia, ne paga il fio col disonore e con l'indigenza, dovr io abbandonarlo alla disperazione ed a nuovi delitti?  egli solo colpevole? la calunnia, il tradimento del secreto, la seduzione, la malignit, la nera ingratitudine sono delitti pi atroci, ma sono essi neppur minacciati? e chi dal delitto ha ricavato campi ed onore! - O legislatori, o giudici, punite: ma talvolta aggiratevi ne' tuguri della plebe e ne' sobborghi di tutte le citt capitali, e vedrete ogni giorno un quarto della popolazione che svegliandosi su la paglia non sa come placare le supreme necessit della vita. Conosco che non si pu rimutare la societ; e che l'inedia, le colpe, e i supplizj sono anch'essi elementi dell'ordine e della prosperit universale; per si crede che il mondo non possa reggersi senza giudici n senza patiboli; ed io lo credo poich tutti lo credono. Ma io? non sar giudice mai. In questa gran valle dove l'umana specie nasce, vive, muore, si riproduce, s'affanna, e poi torna a morire, senza saper come n perch, io non distinguo che fortunati e sfortunati. E se incontro un infelice, compiango la nostra sorte; e verso quanto balsamo posso su le piaghe dell'uomo: ma lascio i suoi meriti e le sue colpe su la bilancia di Dio.

<I>Ventimiglia, 19 e 20 Febbraro</I>

Tu sei disperatamente infelice; tu vivi fra le agonie della morte, e non hai la sua tranquillit: ma tu di tollerarle per gli altri. - Cos la Filosofia domanda agli uomini un eroismo da cui la Natura rifugge. Chi odia la propria vita pu egli amare il minimo bene che  incerto di recare alla Societ e sacrificare a questa lusinga molti anni di pianto? e come potr sperare per gli altri colui che non ha desiderj, n speranze per s; e che abbandonato da tutto, abbandona se stesso? - Non sei misero tu solo. - Pur troppo! ma questa consolazione non  anzi argomento dell'invidia secreta che ogni uomo cova dell'altrui prosperit? La miseria degli altri non iscema la mia. Chi  tanto generoso da addossarsi le mie infermit? e chi anco volendo, il potrebbe? avrebbe forse pi coraggio da comportarle; ma cos' il coraggio voto di forza? Non  vile quell'uomo che  travolto dal corso irresistibile di una fiumana; bens chi ha forze da salvarsi e non le adopra. Ora dov' il sapiente che possa costituirsi giudice delle nostre intime forze? chi pu dare norma agli effetti delle passioni nelle varie tempre degli uomini e delle incalcolabili circostanze onde decidere: Questi  un vile, perch soggiace; quegli che sopporta,  un eroe? mentre l'amore della vita  cos imperioso che pi battaglia avr fatto il primo per non cedere, che il secondo per sopportare.
Ma i debiti i quali tu hai verso la Societ? - Debiti? forse perch mi ha tratto dal libero grembo della Natura, quand'io non aveva n la ragione, n l'arbitrio di acconsentirvi, n la forza di oppormivi, e mi educ fra' suoi bisogni e fra' suoi pregiudizj? - Lorenzo, perdona s'io calco troppo su questo discorso tanto da noi disputato. Non voglio smoverti dalla tua opinione s avversa alla mia; vo' bens dileguare ogni dubbio da me. Saresti convinto al pari di me, se ti sentissi le piaghe mie; il Cielo te le risparmi! - Ho io contratto questi debiti spontaneamente? e la mia vita dovr pagare, come uno schiavo, i mali che la Societ mi procaccia, solo perch gli intitola beneficj? e sieno beneficj: ne godo e li ricompenso fino che vivo; e se nel sepolcro non le sono io di vantaggio, qual bene ritraggo io da lei nel sepolcro? O amico mio! ciascun individuo  nemico nato della Societ, perch la Societ  necessaria nemica degli individui. Poni che tutti i mortali avessero interesse di abbandonare la vita, credi tu che la sosterrebbero per me solo? e s'io commetto un'azione dannosa a' pi, io sono punito; mentre non mi verr fatto mai di vendicarmi delle loro azioni, quantunque ridondino in sommo mio danno. Possono ben essi pretendere ch'io sia figliuolo della grande famiglia; ma io rinunziando e a' beni e a' doveri comuni posso dire: Io sono un mondo in me stesso: e intendo d'emanciparmi perch mi manca la felicit che mi avete promesso. Che s'io dividendomi non trovo la mia porzione di libert; se gli uomini me l'hanno invasa perch sono pi forti; se mi puniscono perch la ridomando - non gli sciolgo io dalle loro bugiarde promesse e dalle mie impotenti querele cercando scampo sotterra? Ah! que' filosofi che hanno evangelizzato le umane virt, la probit naturale, la reciproca benevolenza - sono inavvedutamente apostoli degli astuti, ed adescano quelle poche anime ingenue e bollenti le quali amando schiettamente gli uomini per l'ardore di essere riamate, saranno sempre vittime tardi pentite della loro leale credulit. -
Eppur quante volte tutti questi argomenti della ragione hanno trovato chiusa la porta del mio cuore, perch'io tuttavia mi sperava di consecrare i miei tormenti all'altrui felicit! Ma! - per il nome d'Iddio, ascolta e rispondimi. A che vivo? di che pro ti son io, io fuggitivo fra queste cavernose montagne? di che onore a me stesso, alla mia patria, a' miei cari? V'ha egli diversit da queste solitudini alla tomba? La mia morte sarebbe per me la meta de' guai, e per voi tutti la fine delle vostre ansiet sul mio stato. Invece di tante ambasce continue, io vi darei un solo dolore - tremendo, ma ultimo: e sareste certi della eterna mia pace. I mali non ricomprano la vita.
E penso ogni giorno al dispendio di cui da pi mesi sono causa a mia madre; n so come ella possa far tanto. S'io mi tornassi, troverei casa nostra vedova del suo splendore. E incominciava gi ad oscurarsi, molto innanzi ch'io mi partissi, per le pubbliche e private estorsioni le quali non restano di percuoterci. N per quella madre benefattrice cessa dalle sue cure: trovai dell'altro denaro a Milano; ma queste affettuose liberalit le scemeranno certamente quegli agi fra' quali nacque. Pur troppo fu moglie mal avventurata! le sue sostanze sostengono la mia casa che rovinava per le prodigalit di mio padre; e l'et di lei mi fa ancora pi amari questi pensieri. - Se sapesse! tutto  vano per lo sfortunato suo figliuolo. E s'ella vedesse qui dentro - se vedesse le tenebre e la consunzione dell'anima mia! deh! non gliene parlare, o Lorenzo: ma vita  questa? - Ah s! io vivo ancora; e l'unico spirito de' miei giorni  una sorda speranza che li rianima sempre, e che pure tento di non ascoltare: non posso - e s'io voglio disingannarla, la si converte in disperazione infernale. - Il tuo giuramento, o Teresa, proferir ad un tempo la mia sentenza - ma finch tu se' libera; - e il nostro amore  tuttavia nell'arbitrio delle circostanze - dell'incerto avvenire - e della morte, tu sarai sempre mia. Io ti parlo, e ti guardo, e ti abbraccio: e mi pare che cos da lontano tu senta l'impressioni de' miei baci e delle mie lagrime. Ma quando tu sarai offerita dal padre tuo come olocausto di riconciliazione su l'altare di Dio - quando il tuo pianto avr ridata la pace alla tua famiglia - allora - non io - ma la disperazione sola, e da s, annienter l'uomo e le sue passioni. E come pu spegnersi, mentre vivo, il mio amore? e come non ti sedurranno sempre nel tuo secreto le sue dolci lusinghe? ma allora pi non saranno sante e innocenti. Io non amer, quando sar d'altri, la donna che fu mia - amo immensamente Teresa; ma non la moglie d'Odoardo - ohim! tu forse mentre scrivo sei nel suo letto! - Lorenzo! - Ahi Lorenzo! eccolo quel demonio mio persecutore; torna a incalzarmi, a premermi, a investirmi, e m'accieca l'intelletto, e mi ferma perfino le palpitazioni del cuore, e mi fa tutto ferocia, e vorrebbe il mondo finito con me. - Piangete tutti - e perch mi caccia fra le mani un pugnale, e mi precede, e si volge guardando se io lo sieguo, e mi addita dov'io devo ferire? Vieni tu dall'altissima vendetta del Cielo? - E cos nel mio furore e nelle mie superstizioni io mi prostendo su la polvere a scongiurare orrendamente un Dio che non conosco, che altre volte ho candidamente adorato, ch'io non offesi, di cui dubito sempre - e poi tremo, e l'adoro. Dov'io cerco ajuto? non in me, non negli uomini: la Terra io la ho insanguinata, e il Sole  negro.

Alfine eccomi in pace! - Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v' albero, non tugurio, non erba. Tutto  bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e l molte croci che segnano il sito de' viandanti assassinati. - L gi  il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. V' un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero. Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove pu giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell'Alpi altre Alpi di neve che s'immergono nel Cielo e tutto biancheggia e si confonde - da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo. La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto d sormontati d'ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni. Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che pu fare il solo mio braccio e la nuda mia voce? - Ov' l'antico terrore della tua gloria? Miseri! noi andiamo ogni d memorando la libert e la gloria degli avi, le quali quanto pi splendono tanto pi scoprono la nostra abbietta schiavit. Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri. E verr forse giorno che noi perdendo e le sostanze, e l'intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire, e disperdere al vento le ceneri di que' Grandi per annientarne le ignude memorie: poich oggi i nostri fasti ci sono cagione di superbia, ma non eccitamento dell'antico letargo.
Cos grido quand'io mi sento insuperbire nel petto il nome Italiano, e rivolgendomi intorno io cerco, n trovo pi la mia patria. - Ma poi dico: Pare che gli uomini sieno fabbri delle proprie sciagure; ma le sciagure derivano dall'ordine universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente a' destini. Noi argomentiamo su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell'immenso spazio del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto. L'universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perch una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell'altra. Io guardando da queste Alpi l'Italia piango e fremo, e invoco contro agl'invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre a' mari e a' deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gl'Iddii de' vinti, incatenevano principi e popoli liberissimi, finch non trovando pi dove insanguinare i lor ferri, li ritorceano contro le proprie viscere. Cos gli Israeliti trucidavano i pacifici abitatori di Canaan, e i Babilonesi poi strascinarono nella schiavit i sacerdoti, le madri, e i figliuoli del popolo di Giuda. Cos Alessandro rovesci l'impero di Babilonia, e dopo avere passando arsa gran parte della terra, si corrucciava che non vi fosse un altro universo. Cos gli Spartani tre volte smantellarono Messene e tre volte cacciarono dalla Grecia i Messeni che pur Greci erano della stessa religione e nipoti de' medesimi antenati. Cos sbranavansi gli antichi Italiani finch furono ingojati dalla fortuna di Roma. Ma in pochissimi secoli la regina del mondo divenne preda de' Cesari, de' Neroni, de' Costantini, de' Vandali, e de' Papi. Oh quanto fumo di umani roghi ingombr il Cielo della America, oh quanto sangue d'innumerabili popoli che n timore n invidia recavano agli Europei, fu dall'Oceano portato a contaminare d'infamia le nostre spiagge! ma quel sangue sar un d vendicato e si rovescier su i figli degli Europei! Tutte le nazioni hanno le loro et. Oggi sono tiranne per maturare la propria schiavit di domani: e quei che pagavano dianzi vilmente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco. La Terra  una foresta di belve. La fame, i diluvj, e la peste sono ne' provvedimenti della Natura come la sterilit di un campo che prepara l'abbondanza per l'anno vegnente: e chi sa? fors'anche le sciagure di questo globo apparecchiano la prosperit di un altro.
Frattanto noi chiamiamo pomposamente virt tutte quelle azioni che giovano alla sicurezza di chi comanda e alla paura di chi serve. I governi impongono giustizia: ma potrebbero eglino imporla se per regnare non l'avessero prima violata? Chi ha derubato per ambizione le intere province, manda solennemente alle forche chi per fame invola del pane. Onde quando la forza ha rotti tutti gli altrui diritti, per serbarli poscia a se stessa inganna i mortali con le apparenze del giusto, finch un'altra forza non la distrugga. Eccoti il mondo, e gli uomini. Sorgono frattanto d'ora in ora alcuni pi arditi mortali; prima derisi come frenetici, e sovente come malfattori, decapitati: che se poi vengono patrocinati dalla fortuna ch'essi credono lor propria, ma che in somma non  che il moto prepotente delle cose, allora sono obbediti e temuti, e dopo morte deificati. Questa  la razza degli eroi, de' capisette, e de' fondatori delle nazioni i quali dal loro orgoglio e dalla stupidit de' volghi si stimano saliti tant'alto per proprio valore; e sono cieche ruote dell'oriuolo. Quando una rivoluzione nel globo  matura, necessariamente vi sono gli uomini che la incominciano, e che fanno de' loro teschj sgabello al trono di chi la compie. E perch l'umana schiatta non trova n felicit n giustizia sopra la terra, crea gli Dei protettori della debolezza e cerca premj futuri del pianto presente. Ma gli Dei si vestirono in tutti i secoli delle armi de' conquistatori: e opprimono le genti con le passioni, i furori, e le astuzie di chi vuole regnare.
Lorenzo, sai tu dove vive ancora la vera virt? in noi pochi deboli e sventurati; in noi, che dopo avere sperimentati tutti gli errori, e sentiti tutti i guai della vita, sappiamo compiangerli e soccorrerli. Tu o Compassione, sei la sola virt! tutte le altre sono virt usuraje.
Ma mentre io guardo dall'alto le follie e le fatali sciagure della umanit, non mi sento forse tutte le passioni e la debolezza ed il pianto, soli elementi dell'uomo? Non sospiro ogni d la mia patria? Non dico a me lagrimando: Tu hai una madre e un amico - tu ami - te aspetta una turba di miseri, a cui se' caro, e che forse sperano in te - dove fuggi? anche nelle terre straniere ti perseguiranno la perfidia degli uomini e i dolori e la morte: qui cadrai forse, e niuno avr compassione di te; e tu senti pure nel tuo misero petto il piacere di essere compianto. Abbandonato da tutti, non chiedi tu ajuto dal Cielo? non t'ascolta; eppure nelle tue afflizioni il tuo cuore torna involontario a lui - va, prostrati; ma all'are domestiche.
O natura! hai tu forse bisogno di noi sciagurati, e ci consideri come i vermi e gl'insetti che vediamo brulicare e moltiplicarsi senza sapere a che vivano? Ma se tu ci hai dotati del funesto istinto della vita s che il mortale non cada sotto la soma delle tue infermit ed ubbidisca irrepugnabilmente a tutte le tue leggi, perch poi darci questo dono ancor pi funesto della ragione? Noi tocchiamo con mano tutte le nostre calamit ignorando sempre il modo di ristorarle.
Perch dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove mai trover gli uomini diversi dagli uomini? O non presento io forse i disastri, le infermit, e la indigenza che fuori della mia patria mi aspettano? - Ah no! Io torner a voi, o sacre terre, che prime udiste i miei vagiti, dove tante volte ho riposato queste mie membra affaticate, dove ho trovato nella oscurit e nella pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti. Poich tutto  vestito di tristezza per me, se null'altro posso ancora sperare che il sonno eterno della morte - voi sole, o mie selve, udirete il mio ultimo lamento, e voi sole coprirete con le vostre ombre pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici che sono compagni delle mie disgrazie - e se le passioni vivono dopo il sepolcro, il mio spirito doloroso sar confortato da' sospiri di quella celeste fanciulla ch'io credeva nata per me, ma che gl'interessi degli uomini e il mio destino feroce mi hanno strappata dal petto.

<I>Alessandria, 29 Febbraro</I>

Da Nizza invece d'innoltrarmi in Francia, ho preso la volta del Monferrato. Stasera dormir a Piacenza. Gioved scriver da Rimino. Ti dir allora - Or addio.

<I>Rimino, 5 Marzo</I>

Tutto mi si dilegua. Io veniva a rivedere ansiosamente il Bertola (20); da gran tempo io non aveva sue lettere -  morto.

<I>Ore 11 della sera</I>

Lo seppi: Teresa  maritata. Tu taci per non darmi la vera ferita - ma l'inferno geme quando la morte il combatte, non quando lo ha vinto. Meglio cos, da che tutto  deciso: ed ora anch'io sono tranquillo, incredibilmente tranquillo. - Addio. Roma mi sta sempre sul cuore.

<I>Dal frammento seguente che ha la data della sera stessa, apparisce che Jacopo decret in quel d di morire. Parecchi altri frammenti, raccolti come questo dalle sue carte, paiono gli ultimi pensieri che lo raffermarono nel suo proponimento; e per li andr frammentendo secondo le loro date</I>.

Veggo la meta: ho gi tutto fermo da gran tempo nel cuore - il modo, il luogo - n il giorno  lontano.
Cos' la vita per me? il tempo mi divor i momenti felici: io non la conosco se non nel sentimento del dolore: ed or anche l'illusione mi abbandona - medito sul passato; m'affiso su i d che verranno; e non veggo che nulla. Questi anni che appena giungono a segnare la mia giovinezza, come passarono lenti fra i timori, le speranze, i desideri, gl'inganni, la noja! e s'io cerco la eredit che mi hanno lasciato, non mi trovo che la rimembranza di pochi piaceri che non sono pi, e un mare di sciagure che atterrano il mio coraggio, perch me ne fanno paventar di peggiori. Che se nella vita  il dolore, in che pi sperare? nel nulla; o in un'altra vita diversa sempre da questa. - Ho dunque deliberato; non odio disperatamente me stesso; non odio i viventi. Cerco da molto tempo la pace; e la ragione mi addita sempre la tomba. Quante volte sommerso nella meditazione delle mie sventure io cominciava a disperare di me! L'idea della morte dileguava la mia tristezza, ed io sorrideva per la speranza di non vivere pi. - Sono tranquillo, tranquillo imperturbabilmente. Le illusioni sono svanite; i desiderj son morti: le speranze e i timori mi hanno lasciato libero l'intelletto. Non pi mille fantasmi ora giocondi ora tristi confondono e traviano la mia immaginazione: non pi vani argomenti adulano la mia ragione; tutto  calma. - Pentimenti sul passato, noja del presente, e timor del futuro; ecco la vita. La sola morte, a cui  commesso il sacro cangiamento delle cose, promette pace.

<I>Da Ravenna non mi scrisse; ma da quest'altro squarcio si vede ch'ei vi and in quella settimana</I>.

Non temerariamente, ma con animo consigliato e sicuro. Quante tempeste pria che la Morte potesse parlare cos pacatamente con me - ed io cos pacato con lei!
Sull'urna tua, Padre Dante! Abbracciandola, mi sono prefisso ancor pi nel mio consiglio. M'hai tu veduto? m'hai tu forse, Padre, ispirato tanta fortezza di senno e di cuore, mentr'io genuflusso, con la fronte appoggiata a' tuoi marmi, meditava e l'alto animo tuo, e il tuo amore, e l'ingrata tua patria, e l'esilio, e la povert, e la tua mente divina? e mi sono scompagnato dall'ombra tua pi deliberato e pi lieto.

<I>Su l'albeggiar de' 13 Marzo smont a' colli Euganei, e sped a Venezia Michele, gittandosi, stivalato com'era, subitamente a dormire. Io mi stava appunto con la madre di Jacopo, quando essa, che prima di me si vide innanzi il ragazzo, chiese spaventata:</I> E mio figlio? - <I>La lettera di Alessandria non era per anco arrivata, e Jacopo prevenne anche quella di Rimino: noi ci pensavamo ch'ei si fosse gi in Francia; perci l'inaspettato ritorno del servo ci fu presentimento di fiere novelle. Ei narrava:</I> Il padrone  in campagna; non pu scrivere, perch abbiamo viaggiato tutta notte, dormiva quand'io montava a cavallo. Vengo per avvertire che noi ripartiremo; e credo, da quel che gli ho udito dire, per Roma; se ben mi ricordo, per Roma, e poi per Ancona, dove ci imbarcheremo: per altro il padrone sta bene; ed  quasi una settimana ch'io lo vedo pi sollevato. Mi disse che prima di partire verr a salutar la signora; e per ha mandato qui me ad avvisare; anzi verr qui domani l'altro, e forse domani. <I>Il servo pareva lieto, ma il suo dire confuso accrebbe le nostre sollecitudini; n si acquetaron se non il d appresso, quando Jacopo scrisse, come ripartirebbe per l'Isole gi Venete, e che temendo di non ritornare forse pi, verrebbe a rivederci e a ricevere la benedizione di sua madre. - Questo biglietto and smarrito.
Frattanto nel d del suo arrivo a' colli Euganei, svegliatosi quattr'ore prima di sera, scese a passeggiare sino presso alla chiesa, torn, si rivest, e s'avvi a casa T***. Seppe da un famigliare come da sei giorni erano tutti venuti da Padova, e che a momenti sarebbero tornati dal passeggio. Era quasi sera, e tornavasi a casa. Dopo non molti passi s'accorse di Teresa che veniva con l'Isabellina per mano; e dietro alle figliuole, il signore T*** con Odoardo. Jacopo fu preso da un tremito, e s'accostava perplesso. Teresa appena il conobbe, grid:</I> Eterno Iddio! </I>e dando indietro mezzo tramortita si sostenne sul braccio del padre suo. Com'ei fu presso, e che venne ravvisato da tutti, ella non gli disse parola: appena il signore T*** gli stese la mano; e Odoardo lo salut asciuttamente. Solo l'Isabellina gli corse addosso, e mentre ei se la prendea su le braccia, essa baciavalo, e lo chiamava il suo Jacopa, e si voltava a Teresa additandolo; ed esso accompagnandosi a loro, parlava sottovoce con la ragazzina. Niuno apr bocca: Odoardo soltanto gli chiese se andasse a Venezia</I>. - Fra pochi giorni, <I>rispose. Giunti alla porta, si accomiat.
Michele che a nessun patto accett di riposarsi in Venezia per non lasciare solo il padrone, si torn a' colli un'ora incirca dopo mezzanotte, e lo trov seduto allo scrittojo rivedendo le sue carte. Moltissime ne bruci; parecchie di minor conto le lasciava cadere stracciate sotto al tavolino. Il ragazzo si coric, lasciando l'ortolano perch ci badasse; tanto pi che Jacopo non aveva in tutto quel d desinato. Infatti poco di poi gli fu recata parte del suo desinare, ed ei ne mangi attendendo sempre alle carte. Non le esamin tutte; ma passeggi per la stanza, poi prese a leggere. L'ortolano che lo vedeva mi disse, che sul finir della notte apr le finestre, e vi si ferm un pezzo: pare che subito dopo abbia scritto i due frammenti che sieguono: sono in diverse facciate, ma in un medesimo foglio</I>.

Or via: costanza. - Eccoti una bragera, scintillante d'infiammati carboni. Ponvi dentro la mano; brucia le vive tue carni: bada; non t'avvilire d'un gemito. - A che pro? - E a che pro deggio affettare un eroismo che non mi giova?

 notte; alta, perfetta notte. A che veglio immoto su questo libro? - Io non imparai se non la scienza di ostentare saviezza quando le passioni non tiranneggiano l'anima. I precetti sono come le medicine, inutili quando la infermit vince tutte le resistenze della Natura.
Alcuni sapienti si vantano d'avere domate le passioni che non hanno mai combattuto: l'origine  questa della loro baldanza. - Amabile stella dell'alba! tu fiammeggi dall'oriente, e mandi a questi occhi il tuo raggio - ultimo! Chi l'avria detto sei mesi addietro quando tu comparivi prima degli altri pianeti a rallegrare la notte, e ad accogliere i nostri saluti?
Spuntasse almeno l'aurora! - Forse Teresa si ricorda in questo momento di me - pensiero consolatore! Oh come la beatitudine d'essere amato raddolcisce qualunque dolore!
Ah notturno delirio! va - tu ricominci a sedurmi: pass stagione: ho disingannato me stesso; un partito solo mi resta.

<I>La mattina mand per una Bibbia ad Odoardo il quale non l'aveva: mand al parroco, e quando gli fu recata, si chiuse. A mezzod suonato usc a spedire la seguente lettera, e torn a chiudersi.</I>

<I>14 Marzo</I>

Lorenzo, ho un secreto che da pi mesi mi sta confitto nel cuore: ma l'ora della partenza sta per suonare; ed  tempo ch'io lo deponga dentro il tuo petto.
Questo amico tuo ha sempre davanti un cadavere. - Ho fatto quanto io doveva; quella famiglia  da quel giorno men povera - ma il padre loro rivive pi?
In uno di que' giorni del mio forsennato dolore, son oggimai dieci mesi, io cavalcando mi dilungai molte miglia. Era la sera; io vedeva sorgere un tempo nero, e tornando affrettavami: il cavallo divorava la via, e nondimeno i miei sproni lo insanguinavano; e gli abbandonai tutte le briglie sul collo, invocando quasi ch'ei rovinasse e si seppellisse con me. Entrando in un viale tutto alberi, stretto, lunghissimo, vidi una persona - ripresi le briglie; ma il cavallo pi s'irritava e pi impetuosamente lanciavasi. - <I>Tienti a sinistra</I>, gridai, <I>a sinistra!</I> Quello sfortunato m'intese; corse a sinistra; ma sentendo pi imminente lo scalpito, e in quello stretto sentiero credendosi addosso il cavallo, ritornava sgomentato a diritta, e fu investito, rovesciato, e le zampe gli frantumarono le cervella. In quel violento urto il cavallo stramazz, balzandomi di sella pi passi. Perch rimasi vivo ed illeso? - Corsi ove intendeva un lamento di moribondo: l'uomo agonizzava boccone in una palude di sangue: lo scossi: non aveva n voce n sentimento; dopo minuti spir. Tornai a casa. Quella notte fu anche burrascosa per tutta la Natura; la grandine desol le campagne; le folgori arsero molti alberi, e il turbine fracass la cappella di un crocefisso: ed io uscii a perdermi tutta la notte per le montagne con le vesti e l'anima insanguinata, cercando in quello sterminio la pena della mia colpa. Che notte! Credi tu che quel terribile spettro mi abbia perdonato mai? - La mattina dopo, assai se ne parl: si trov il morto in quel viale, mezzo miglio pi lontano, sotto un mucchio di sassi fra due castagni schiantati che attraversavano il cammino; la pioggia che sino all'alba casc dalle alture a torrenti ve lo strascin con que' sassi; aveva le membra e la faccia a brani: e fu conosciuto per le strida della moglie che lo cercava. Nessuno fu imputato. Ben mi accusavano nel mio secreto le benedizioni di quella vedova perch ho subitamente collocata la sua figlia al nipote del castaldo; e assegnato un patrimonio al figliuolo che si volle far prete. E jer sera vennero a ringraziarmi di nuovo dicendomi, ch'io gli ho liberati dalla miseria in cui da tanti anni languiva la famiglia di quel povero lavoratore. - Ah! vi sono pure tanti altri miseri come voi; ma hanno un marito ed un padre che li consola con l'amor suo, e che essi non cangierebbero per tutte le ricchezze della terra - e voi!
Cos gli uomini nascono a struggersi scambievolmente!
Fuggono da quel viale tutti i villani, e tornandosi da' lavori, per iscansarlo, passano per le praterie. Si dice che le notti vi si sentano spiriti; che l'uccello del mal-augurio siede fra quelle arbori e dopo la mezzanotte urla tre volte; che qualche sera si  veduto passare una persona morta - n io ardisco disingannarli, n ridere di tali prestigj. Ma svelerai tutto dopo la mia morte. Il viaggio  rischioso, la mia salute  incerta; non posso allontanarmi con questo rimorso sepolto. Que' due figliuoli in ogni loro disgrazia e quella vedova sieno sacri nella mia casa. Addio.

<I>Per entro la Bibbia si trovarono, assai giorni dopo, le traduzioni zeppe di cassature e quasi non leggibili di alcuni versi del </I>libro di Job<I>, del secondo capo dell'</I>Ecclesiaste<I>, e di tutto il </I>cantico di Ezechia. -
<I>Alle quattro dopo mezzod si trov a casa T***. Teresa era discesa tutta sola in giardino. Il padre di lei lo accolse affabilmente. Odoardo si fe' a leggere presso un balcone; e dopo non molto pos il libro: ne apr un altro, e leggendo s'incammin alle sue stanze. Allora Jacopo prese il primo libro cos come fu lasciato aperto da Odoardo; era il volume IV delle tragedie dell'Alfieri: ne scorse una o due pagine; poi lesse forte:</I>

      Chi siete voi?... Chi d'aura aperta e pura
      Qui favell?... Questa?  caligin densa;
      Tenebre sono; ombra di morte... Oh mira;
      Pi mi t'accosta; il vedi? Il Sol d'intorno
      Cinto ha di sangue ghirlanda funesta...
      Odi tu canto di sinistri augelli?
      Lugubre un pianto sull'aere si spande
      Che me percote, e a lagrimar mi sforza...
      Ma che? Voi pur, voi pur piangete?...

<I>Il padre di Teresa guardandolo gli diceva:</I> O mio figlio! - <I>Jacopo seguit a leggere sommessamente: apr a caso quello stesso volume, e tosto posandolo, esclam:</I>

      ...Non diedi a voi per anco
      Del mio coraggio prova: ei pur fia pari
      Al dolor mio.

<I>A questi versi Odoardo tornava, e gli ud proferire cos efficacemente che si ristette su la porta pensoso. Mi narrava poi il signore T*** che a lui parve in quel momento di leggere la morte sul volto del nostro misero amico; e che in que' giorni tutte le parole di lui ispiravano riverenza e piet. Favellarono poi del suo viaggio; e quando Odoardo gli chiese se starebbe di molto a tornare:</I> Si, <I>rispose</I>, potrei quasi giurare che non ci rivedremo pi. Non ci rivedremo noi pi? <I>dissegli il signore T*** con voce afflittissima. Allora Jacopo, come per rassicurarlo, lo guard in viso con aria lieta insieme e tranquilla; e dopo breve silenzio, gli cit sorridendo quel passo del Petrarca:</I>

      Non so; ma forse
      Tu starai in terra senza me gran tempo.

<I>Ridottosi a casa su l'imbrunire, si chiuse; n compar fuori di stanza che la mattina seguente assai tardi. Porr qui alcuni frammenti ch'io credo di quella notte, quantunque io non sappia assegnare veramente l'ora in cui furono scritti</I>.

Vilt? - Or tu che gridi vilt non se' uno di quegl'infiniti mortali che infingardi guardano le loro catene, e non osano piangere, e baciano la mano che li flagella? Che  mai l'uomo? il coraggio fu sempre dominatore dell'universo perch tutto  debolezza e paura.
Tu m'imputi di vilt, e ti vendi intanto l'anima e l'onore.
Vieni; mirami agonizzare boccheggiando nel mio sangue: non tremi tu? or chi  il vile? ma trammi questo coltello dal petto - impugnalo; e di' a te stesso: <I>Dovr vivere eterno?</I> Dolore sommo forte, ma breve e generoso. Chi sa! la fortuna ti prepara una morte pi dolorosa e pi infame. Confessa. Or che tu tieni quell'arma appuntata deliberatamente sovra il tuo cuore, non ti senti forse capace di ogni alta impresa, e non ti vedi libero padrone de' tuoi tiranni?

<I>Mezzanotte</I>

Contemplo la campagna: guarda che notte serena e pacifica! Ecco la Luna che sorge dietro la montagna. - O Luna! amica Luna. Mandi ora tu forse su la faccia di Teresa un patetico raggio simile a questo che tu diffondi nell'anima mia? Ti ho sempre salutata mentre apparivi a consolare la muta solitudine della Terra: pi volte uscendo dalla casa di Teresa ho parlato con te, e tu eri testimonio de' miei delirj: questi occhi molli di lagrime pi volte accompagnata in grembo alle nubi che ti ascondevano: ti hanno cercata nelle notti cieche della tua luce. Tu risorgerai, tu risorgerai sempre pi bella; ma l'amico tuo cadr deforme e abbandonato cadavere senza risorgere pi. Or ti prego di un ultimo beneficio: quando Teresa mi cercher fra i cipressi e i pini del monte, illumina co' tuoi raggi la mia sepoltura.

Bell'alba! ed  pure gran tempo ch'io non m'alzo da un sonno cos riposato, e ch'io non ti vedo, o mattino, cos rilucente! - ma gli occhi miei erano sempre nel pianto; e tutti i miei pensieri nella oscurit; e l'anima mia nuotava nel dolore.
Splendi, su splendi, o Natura, e riconforta le cure de' mortali. Tu non risplenderai pi per me. Ho gi sentito tutta la tua bellezza, e t'ho adorata, e mi sono alimentato della tua gioja; e finch io ti vedeva bella e benefica tu mi dicevi con una voce divina: Vivi. - Ma nella mia disperazione ti ho poi veduta con le mani grondanti di sangue; la fragranza de' tuoi fiori mi fu pregna di veleno, amari i tuoi frutti; e mi apparivi divoratrice de' tuoi figliuoli adescandoli con la tua bellezza e co' tuoi doni al dolore.
Sar io dunque ingrato con te? protrarr la vita per vederti s terribile, e bestemmiarti? No, no. - Trasformandoti, e acciecandomi alla tua luce non mi abbandoni forse tu stessa, e non mi comandi ad un tempo di abbandonarti? - Ah! ora ti guardo e sospiro; ma io ti vagheggio ancora per la reminiscenza delle passate dolcezze, per la certezza ch'io non dovr pi temerti, e perch sto per perderti. - N io credo di ribellarmi da te fuggendo la vita. La vita e la morte sono del pari tue leggi: anzi una strada concedi al nascere, mille al morire. Se non ci imputi la infermit che ne uccide, vorrai forse imputarne le passioni che hanno gli stessi effetti e la stessa sorgente perch derivano da te, n potrebbero opprimerci se da te non avessero ricevuto la forza? N tu hai prefisso una et certa per tutti. Gli uomini denno nascere, vivere, morire: ecco le tue leggi: che rileva il tempo e il modo?
Nulla io ti sottraggo di ci che mi hai dato. Il mio corpo, questa infinitesima parte, ti star sempre congiunta sotto altre forme. Il mio spirito - se morr con me, si modificher con me nella massa immensa delle cose - e s'egli  immortale! - la sua essenza rimarr illesa.
Oh! a che pi lusingo la mia ragione? Non odo la solenne voce della Natura? <I>Io ti feci nascere perch tu anelando alla tua felicit cospirassi alla felicit universale; e quindi per istinto ti diedi l'amor della vita, e l'orror della morte. Ma se la piena del dolore vince l'istinto, che altro puoi tu fare se non correre verso le vie che io ti spiano per fuggir da' tuoi mali? Quale riconoscenza pi t'obbliga meco, se la vita ch'io ti diedi per beneficio, ti si  convertita in dolore?</I>
Che arroganza! credermi necessario! - gli anni miei sono nello incircoscritto spazio del tempo un attimo impercettibile. Ecco fiumi di sangue che portano tra i fumanti lor flutti recenti mucchj d'umani cadaveri: e sono questi milioni d'uomini sacrificati a mille pertiche di terreno, e a mezzo secolo di fama che due conquistatori si contendono con la vita de' popoli. E temer io di immolare a me stesso que' d pochi e dolenti che mi saranno forse rapiti dalle persecuzioni degli uomini, o contaminati dalle colpe?

<I>Cercai quasi con religione tutti i vestigi dell'amico mio nelle sue ore supreme, e con pari religione io scrivo quelle cose che ho potuto sapere: per non ti dico, o Lettore, se non ci ch'io vidi, o ci che mi fu, da chi il vide, narrato. - Per quanto io m'abbia indagato, non seppi che abbia egli fatto ne' d 16, 17, 18 Marzo. Fu pi volte a casa T***; ma non vi si fern mai. Usciva tutti que' d quasi innanzi giorno, e si ritirava assai tardi: cenava senza dire parola: e Michele mi accerta, che avea notti assai riposate.
La lettera che siegue non ha data, ma fu scritta add 19</I>.

Parmi? o Teresa mi sfugge? - essa essa mi sfugge! Tutti - e le sta sempre al fianco Odoardo. Vorrei vederla solo una volta; e sappi ch'io mi sarei gi partito - tu pure m'affretti ognor pi! - ma sarei partito, se avessi potuto bagnarle una volta la mano di lagrime. Gran silenzio in tutta quella famiglia! Salendo le scale temo d'incontrare Odoardo - parlandomi, non mi nomina mai Teresa. Ed  pur poco discreto! sempre, anche dianzi, m'interroga quando e come partir. Mi sono arretrato improvvisamente da lui - perch davvero mi parea ch'ei sogghignasse; e l'ho fuggito fremendo.
Torna a spaventarmi quella terribile verit ch'io gi svelava con raccapriccio - e che mi sono poscia assuefatto a meditare con rassegnazione: <I>Tutti siamo nemici</I>. Se tu potessi fare il processo de' pensieri di chiunque ti si para davanti, vedresti ch'ei ruota a cerchio una spada per allontanare tutti dal proprio bene, e per rapire l'altrui. - Lorenzo; comincio a vacillar nuovamente. Ma conviene disporsi - e lasciarli in pace.

P.S. Torno da quella donna decrepita di cui parmi d'averti narrato una volta. La sconsolata vive ancora! sola, abbandonata spesso gl'interi giorni da tutti che si stancano di ajutarla, vive ancora; ma tutti i suoi sensi sono da pi mesi nell'orrore e nella battaglia della morte.

<I>Seguono due frammenti scritti forse in quella notte; e pajono gli ultimi.</I>

Strappiamo la maschera a questa larva che vuole atterrirci. - Ho veduto fanciulli raccapricciare e nascondersi all'aspetto travisato della loro nutrice. O Morte! io ti guardo e t'interrogo - non le cose ma le loro apparenze ci turbano: infiniti uomini che non s'arrischiano di chiamarti, ti affrontano nondimeno intrepidamente! Tu pure sei necessario elemento della Natura - per me oggimai tutto l'orror tuo si dilegua, e mi rassembri simile al sonno della sera, quiete dell'opre.
Ecco le spalle di quella sterile rupe che frodano le sottoposte valli del raggio fecondatore dell'anno. - A che mi sto? Se devo cooperare all'altrui felicit, io invece la turbo: s'io devo consumare la parte di calamit assegnata ad ogni uomo, io gi in ventiquattro anni ho vuotato il calice che avria potuto bastarmi per una lunghissima vita. E la speranza? - Che monta? conosco io forse l'avvenire per fidargli i miei giorni? Ahi che appunto questa fatale ignoranza accarezza le nostre passioni, ed alimenta l'umana infelicit.
Il tempo vola; e col tempo ho perduto nel dolore quella parte di vita che due mesi addietro lusingavasi di conforto. Questa piaga invecchiata  ormai divenuta natura: io la sento nel mio cuore, nel mio cervello, in tutto me stesso; gronda sangue, e sospira come se fosse aperta di fresco. - Or basta, Teresa, basta: non ti par di vedere in me un infermo strascinato a lenti passi alla tomba fra la disperazione e i tormenti, e non sa prevenire con un sol colpo gli strazj del suo destino inevitabile?

Tento la punta di questo pugnale: io lo stringo, e sorrido: qui; in mezzo a questo cuor palpitante - e sar tutto compiuto. Ma questo ferro mi sta sempre davanti! - chi chi osa amarti, o Teresa? Chi os rapirti? - Fuggimi dunque; non mi ti accostare, Odoardo! -
O! mi vado strofinando le mani per lavare la macchia del tuo sangue - le fiuto come se fumassero di delitto. Frattanto eccole immacolate, e in tempo di togliermi in un tratto dal pericolo di vivere un giorno di pi - un giorno solo; un momento - sciagurato! sarei vissuto troppo.

<I>20 Marzo, a sera</I>

Io era forte: ma questo fu l'ultimo colpo che ha quasi prostrata la mia fermezza! nondimeno quello ch' decretato  decretato. Ma tu, mio Dio, che miri nel profondo, tu vedi che questo  sacrificio pi che di sangue.
Ella era, o Lorenzo, con la sua sorellina; e parea che volesse scansarmi; ma poi s'assise, e l'Isabellina tutta compunta se le pos su le ginocchia. Teresa - le dissi accostandomi e prendendole la mano: - mi riguard: e quella bambina gettando il suo braccio sul collo di Teresa, e alzando il viso le parlava sottovoce: Jacopo non mi ama pi. E la intesi - S'io t'amo? e abbassandomi e abbracciandola - t'amo, io le diceva, t'amo teneramente; ma tu non mi vedrai pi. O mio fratello! Teresa mi contemplava atterrita, e stringeva l'Isabellina, e teneva pur gli occhi verso di me: - Tu ci lascierai, mi disse, e questa fanciulletta sar compagna de' miei giorni, e sollievo de' miei dolori: le parler sempre dell'amico suo - dell'amico mio; e le insegner a piangere e a benedirti - e a queste ultime parole, l'anima sua parevami ristorata di qualche speranza; e le lagrime le pioveano dagli occhi; ed io ti scrivo con le mani calde ancor del suo pianto. - Addio, soggiunse, addio, ma non eternamente; di'? non eternamente - eccoti adempiuta la mia promessa e si trasse dal seno il suo ritratto - eccoti adempiuta la mia promessa; addio, va, fuggi, e porta con te la memoria di questa sfortunata -  bagnato delle mie lagrime e delle lagrime di mia madre. - E con le sue mani lo appendeva al mio collo, e lo nascondeva dentro al mio petto. Io stesi le braccia, e me la strinsi sul cuore, e i suoi sospiri confortavano le arse mie labbra, e gi la mia bocca - ma un pallore di morte si sparse su la sua faccia; e, mentre mi respingeva, io toccandole la mano la sentii fredda, tremante, e con voce soffocata e languente mi disse: - Abbi piet addio - e si abbandon sul sof, stringendosi presso quanto poteva la Isabellina, che piangeva con noi. - Entrava suo padre, e il nostro misero stato avvelen forse i suoi rimorsi.

<I>Ritorn quella sera tanto costernato che Michele sospett di qualche fiero accidente. Ripigli l'esame delle sue carte; e molte ne faceva ardere senza leggerle. Innanzi alla Rivoluzione avea scritto un commentario intorno al governo Veneto in uno stile antiquato, assoluto, con quel motto di Lucano per epigrafe; </I>Jusque datum sceleri. <I>Una sera dell'anno addietro aveva letto a Teresa la Storia di Lauretta; e Teresa mi disse poi, che quei pensieri scuciti, ch'ei m'invi con la lettera de' 29 Aprile, non n'erano il cominciamento, ma bens sparsi dentro quell'operetta ch'esso aveva finita, narrando per filo i casi di Lauretta e gli aveva scritti con istile men passionato. Non perdon n a questi n a verun altro scritto. Leggeva pochissimi libri, pensava molto, dal bollente tumulto del mondo fuggiva a un tratto nella solitudine, e quindi scriveva per necessit di sfogarsi. Ma a me non resta se non un suo </I>Plutarco<I> zeppo di postille con varj quinterni frammessi ove sono alcuni discorsi, ed uno assai lungo su la morte di Nicia; ed un </I>Tacito<I> Bodoniano, con molti squarci, fra gli altri l'intero libro secondo degli annali e gran parte del secondo delle storie, da lui con sommo studio tradotti, e con carattere minutissimo pazientemente ricopiati ne' margini. I frammenti sovra scritti gli ho trascelti da' fogli stracciati ch'esso aveva, come di nessun conto, gittati sotto al suo tavolino; e a' quali ho probabilmente assegnato le date. - Ma il passo seguente, non so se suo o d'altri quanto alle idee, bens di stile tutto suo, era stato da lui scritto in calce al libro delle </I>Massime di Marco Aurelio, <I>sotto la data 3 Marzo 1794 - e poi lo trovai ricopiato in calce all'esemplare del </I>Tacito<I> Bodoniano sotto la data 1 Gennaro 1797 - e presso a questa, la data 20 Marzo 1799, cinque d innanzi ch'egli morisse - eccolo:</I>

Io non so n perch venni al mondo; n come; n cosa sia il mondo; n cosa io stesso mi sia. E s'io corro ad investigarlo, mi ritorno confuso d'una ignoranza sempre pi spaventosa. Non so cosa sia il mio corpo, i miei sensi, l'anima mia; e questa stessa parte di me che pensa ci ch'io scrivo, e che medita sopra di tutto e sopra se stessa, non pu conoscersi mai. Invano io tento di misurare con la mente questi immensi spazj dell'universo che mi circondano. Mi trovo come attaccato a un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile, senza sapere perch sono collocato piuttosto qui che altrove; o perch questo breve tempo della mia esistenza sia assegnato piuttosto a questo momento dell'eternit che a tutti quelli che precedevano, e che seguiranno. Io non vedo da tutte le parti altro che infinit le quali mi assorbono come un atomo.

<I>Poich in quella notte de' 20 Marzo ebbe ripassato al tutto i suoi fogli, chiam l'ortolano e Michele perch glieli sgombrassero da' piedi. Poi li mand a dormire. Pare ch'esso abbia vegliato l'intera notte; perch allora scrisse la lettera precedente, e sul far del giorno and a destare il ragazzo commettendogli che procacciasse un messo per Venezia. Poi si sdraj tutto vestito sul letto; ma per poca ora; da che un villano mi disse d'averlo alle 8 di quella mattina incontrato su la strada d'Arqu. Prima di mezzod era tornato nelle sue stanze. V'entr Michele a dire che il messo era l pronto: e lo trov seduto immobilmente, e come sepolto in tristissime cure: s'alz; si fe' presso alla soglia di una finestra; e standosi ritto scrisse sotto la stessa lettera, a caratteri quasi illeggibili.</I>

Verr ad ogni modo - se potessi scriverle - e voleva scrivere: pur se le scrivessi non avrei pi cuore di venire - tu le dirai che verr, che essa vedr il suo figliuolo; - non altro - non altro: non le straziare di pi le viscere; avrei molto da raccomandarti intorno al modo di contenerti per l'avvenire con essa e di consolarla. - Ma le mie labbra sono arse; il petto soffocato; un'amarezza, uno stringimento - potessi almen sospirare! - Davvero; un gruppo dentro le fauci, e una mano che mi preme e mi affanna il cuore. - Lorenzo, ma che posso pi dirti? sono uomo - Dio mio, Dio mio, concedimi anche per oggi il refrigerio del pianto.

<I>Sigill il foglio e lo consegn senza verun soprascritto. Guard il cielo per gran pezzo; poi s'assise, e incrociate le braccia su lo scrittojo, vi pos la fronte: pi volte il servo gli chiese se voleva altro; ei senza rivoltarsi, gli fe' cenno con la testa, che no. Quel giorno incominci la seguente lettera per Teresa.</I>

<I>Mercoled, ore 5</I>

Rassgnati a' decreti del Cielo e troverai qualche felicit nella pace domestica, e nella concordia con quello sposo che la sorte ti ha destinato. Tu hai un padre generoso e infelice: tu devi riunirlo a tua madre la quale solitaria e piangente forse chiama te sola: tu devi la tua vita alla tua fama. Io solo - io solo morendo trover pace, e la lascier alla tua casa: ma tu povera sfortunata!
Sono pur assai giorni ch'io prendo a scriverti e non posso continuare! O sommo Iddio, vedo che tu non mi abbandoni nella ora suprema; e questa costanza  maggiore de' tuoi beneficj. Morir quando avr ricevuto la benedizione da mia madre, e gli ultimi abbracciamenti dall'amico mio. Da lui tuo padre avr le tue lettere, e tu pure gli darai le mie: saranno testimonio della santit del nostro amore. No, cara giovine; non sei tu cagione della mia morte. Tutte le mie passioni disperate; le disavventure delle persone pi necessarie alla vita mia; gli umani delitti; la sicurezza della mia perpetua schiavit e dell'obbrobrio perpetuo della mia patria venduta - tutto insomma da pi tempo era scritto; e tu, donna angelica, potevi soltanto disacerbare il mio destino; ma non placarlo, oh! non mai. Ho veduto in te sola il ristoro di tutti i miei mali; ed osai lusingarmi: e poich per una irresistibile forza tu mi hai amato, il mio cuore ti ha creduta tutta sua; tu mi hai amato, e tu m'ami - ed ora che ti perdo, ora chiamo in ajuto la morte. Prega tuo padre di non dimenticarsi di me; non per affliggersi, bens per mitigare con la sua compassione il tuo dolore, e per ricordarsi sempre che ha un'altra figlia.
Ma tu no, vera amica di questo sfortunato, tu non avrai cuore mai di obbliarmi. Rileggi sempre queste mie ultime parole ch'io posso dire di scriverti col sangue del mio cuore. La mia memoria ti preserver forse dalle sciagure del vizio. La tua bellezza, la tua giovent, lo splendore della tua fortuna saranno sprone per gli altri, per te, a contaminare quella innocenza alla quale hai sacrificato la tua prima e cara passione; e che pure ne' tuoi martirj ti fu sempre solo conforto. Quanto mai v' di lusinghiero nel mondo congiurer alla tua rovina; a rapirti la stima di te; ed a confonderti fra la schiera di tante altre donne le quali dopo d'avere rinnegato il pudore, fanno traffico dell'amore e dell'amicizia, ed ostentano come trionfi le vittime della loro perfidia. Tu no, mia Teresa; la tua virt risplende nel tuo viso celeste, ed io la ho rispettata; e tu sai ch'io t'ho amato adorandoti come cosa sacra. - O divina immagine dell'amica mia! o ultimo dono prezioso ch'io contemplo, e che m'infonde pi vigore, e mi narra tutta la storia de' nostri amori! Tu stavi facendo questo ritratto il primo d ch'io ti vidi: ripassano ad uno ad uno dinanzi a me tutti que' giorni che furono i pi affannosi e i pi cari della mia vita. E tu l'hai consecrato questo ritratto attaccandolo bagnato del tuo pianto al mio petto - e cos attaccato al mio petto verr con me nel sepolcro. Ti ricordi, o Teresa, le lagrime con cui lo accolsi? Oh! io torno a versarle, e sollevano la trista anima mia. Che se alcuna vita resta dopo l'ultimo sospiro, io la serber sempre a te sola, e l'amor mio vivr immortale con me. - Ascolta intanto una estrema, unica, sacrosanta raccomandazione; e te ne scongiuro per l'amor nostro infelice, per le lagrime che abbiamo sparse, per la religione che tu senti verso i tuoi genitori, a' quali ti sei pur immolata vittima volontaria - non lasciare senza consolazione la povera madre mia, che forse verr a piangermi teco in questa solitudine dove cercher riparo dalle tempeste della vita. Tu sola sei degna di compiangerla e di consolarla. Chi le resta pi se tu l'abbandoni? Nel suo dolore, in tutte le sue sventure, nelle infermit della sua vecchiaja ricordati sempre ch'essa  mia madre.

<I>A mezzanotte suonata si part per le poste da' colli Euganei: e arrivato su la marina alle 8 del giorno, si fe' traghettare da una gondola a Venezia sino alla sua casa. Quand'io vi giunsi lo trovai addormentato sopra un sof e di un sonno tranquillo. Come fu desto, mi preg perch io spicciassi alcune sue faccende, e saldassi un suo debito a certo librajo. </I>Non posso, <I>mi diss'egli, </I>trattenermi qui che tutt'oggi.
<I>Bench fossero quasi due anni ch'io nol vedeva, la sua fisionomia non mi parve tanto alterata quant'io m'aspettava; ma poi m'accorsi che andava lento e come strascinandosi; la sua voce, un tempo pronta e maschia, usciva a fatica e dal petto profondo. Sforzavasi nondimeno di discorrere; e rispondendo a sua madre intorno al suo viaggio, sorridea spesso di un mesto sorriso tutto suo: ma avea un'aria circospetta, insolita in lui. Avendogli io detto che certi suoi amici sarebbero venuti quel d a salutarlo, rispose, che non vorrebbe rivedere anima nata; anzi scese egli stesso ad avvertire alla porta perch si dicesse ch'ei non accoglierebbe visite. E risalendo mi disse; </I>Spesso ho pensato di non dare n a te n a mia madre tanto dolore; ma io avevo pur obbligo e anche bisogno di rivedervi - e questo, credimi,  l'esperimento pi forte del mio coraggio.
<I>Poche ore prima di sera, si alz, come per partire; ma non gli sofferiva il cuore di dirlo. Sua madre gli si approssim, e mentr'ei rizzandosi dalla seggiola andavale incontro con le braccia aperte, essa con volto rassegnato gli disse: </I>Hai dunque risoluto, mio caro figliuolo?
S, s; <I>le rispose abbracciandola e frenando a stento le lagrime.</I>
Chi sa se potr pi rivederti? io sono oramai vecchia e stanca. -
Ci rivedremo, forse - mia cara madre, consolatevi, ci rivedremo - per non lasciarci mai pi; ma adesso: - ne pu far fede Lorenzo.
<I>Ella si volse impaurita verso di me, ed io, </I>Pur troppo! <I>le dissi. E le narrai come le persecuzioni tornavano a incrudelire per la guerra imminente; e che il pericolo sovrastava a me pure, massime dopo quelle lettere che ci furono intercette: (e non erano falsi sospetti; perch dopo pochi mesi fui costretto ad abbandonare la patria mia). Ed essa allora esclam: </I>Vivi mio figliuolo, bench lontano da me. Dopo la morte di tuo padre non ho pi avuto un'ora di bene; sperava di consolare teco la mia vecchiezza! - ma sia fatta la volont del Signore. Vivi! io scelgo di piangere senza di te, piuttosto che vederti - imprigionato - morto. <I>I singhiozzi le soffocavano la parola.
Jacopo strinse la mano e la guardava come se volesse affidarle un secreto; ma ben tosto si ricompose, e le chiese la sua benedizione.
Ed ella alzando le palme: </I>Ti benedico - Ti benedico; e piaccia anche a Dio Onnipotente di benedirti.
<I>Avvicinatisi alla scala s'abbracciarono. Quella donna sconsolata appoggi la testa sul petto del suo figliuolo.
Scesero, ed io con loro; la madre come giunsero all'uscio di casa, e vide l'aria aperta, sollev gli occhi, e li tenne fissi al cielo per due o tre minuti, e parea che pregasse mentalmente con tutto il fervore dell'anima sua; e che quell'atto le avesse ridato la prima rassegnazione. E senza versare pi lagrima, benedisse di nuovo con voce sicura il figliuolo; ed ei le ribaci la mano, e la baci in volto.
Io stava piangente: dopo avermi abbracciato, mi promise di scrivermi, e mosse il passo, dicendomi: </I>Presso alla madre mia ti sovverrai santamente della nostra amicizia. <I>E rivoltosi alla madre, la guard un pezzo senza far motto; e part. Giunto in fondo alla strada, si rivolse, e ci salut con la mano e ci mir mestamente, come se volesse dirci che quello era l'ultimo sguardo.
La povera madre ristette su la porta quasi sperando ch'ei tornasse a risalutarla. Ma togliendo gli occhi lagrimosi dal luogo dond'ei se l'era dileguato, s'appoggi al mio braccio e risaliva dicendomi: </I>Caro Lorenzo, mi dice il cuore che non lo rivedremo mai pi.
<I>Un vecchio sacerdote di assidua famigliarit nella casa dell'Ortis, e che gli era stato maestro di greco, venne quella sera e ci narr, come Jacopo era andato alla chiesa dove Lauretta fu sotterrata. Trovatola chiusa, voleva farsi aprire a ogni patto dal campanaro; e regal un fanciullo del vicinato perch andasse a cercare del sagrestano che aveva le chiavi. S'assise, aspettando, sopra un sasso nel cortile. Poi si lev e s'appoggi con la testa su la porta della chiesa. Era quasi sera; quando accorgendosi di gente nel cortile, senza pi aspettare, si dilegu. Il vecchio sacerdote aveva risaputo queste cose dal campanaro. Seppi alcuni giorni dopo, che Jacopo sul fare della notte era andato a visitare la madre di Lauretta. </I>Era, <I>mi diss'ella, </I>assai tristo; non mi parl mai della mia povera figliuola, n io l'ho nominata mai per non accorarlo di pi: scendendo le scale, mi disse: Andate, quando potrete, a consolare mia madre.
<I>E intanto la madre di lui fu in quella sera atterrita di pi fiero presentimento. Io nell'autunno scorso, trovandomi a' colli Euganei, aveva letto in casa del signore T*** parte d'una lettera (21) nella quale Jacopo tornava con tutti i pensieri alla sua solitudine paterna. E allora Teresa rappresent a chiaroscuro la prospettiva del laghetto de' cinque fonti, e accenn sul pendio d'un poggetto l'amico suo che sdrajato su l'erba contempla il tramontare del Sole. Richiese d'alcun verso per iscrizione il padre suo, e le fu da lui suggerito questo di Dante:</I>

      Libert va cercando ch' s cara

<I>Mand poscia in dono il quadretto alla madre di Jacopo, raccomandandosi che non gli dicesse mai donde veniva; infatti egli non l'avea mai risaputo: ma quel giorno ch'ei fu in Venezia s'accorse del quadretto appeso, e di chi lo aveva fatto; non ne fe' motto: bens rimastosi nella camera tutto solo, smosse il cristallo, e sotto al verso:</I>

      Libert va cercando ch' s cara

<I>scrisse l'altro che gli vien dietro:</I>

      Come sa chi per lei vita rifiuta.

<I>E fra il cristallo e la scannellatura di dentro della cornice trov una lunga treccia di capelli che Teresa, alcuni giorni prima delle sue nozze, s'era tagliati senza che veruno il sapesse, e ripostili nella cornice in guisa che non trasparissero ad occhio vivente. L'Ortis a que' capelli congiunse, quando li vide, una ciocca de' suoi e gli annod insieme col nastro nero che portava attaccato all'oriuolo; e rimise il quadretto a suo posto. Poche ore dopo, la madre sua vide il verso aggiunto, s'avvide anche della treccia, e della ciocca e del nodo nero ch'ei forse disavvedutamente o per fretta non aveva potuto rimpiattare che non paresse. Il d seguente me ne parl; ed io vidi come questo accidente le aveva prostrato il coraggio con che dianzi essa avea sostenuta la partenza del suo figliuolo.
Onde per acquetarla mi deliberai di accompagnarlo sino ad Ancona; e promisi che le scriverei giornalmente. Esso frattanto tornavasi a Padova, e smont in casa del professore C***, dove ripos il resto della notte. La mattina accomiatandosi, gli furono dal professore esibite lettere per alcuni gentiluomini delle isole gi Venete i quali nel tempo addietro gli erano stati discepoli. Jacopo n le accett, n le rifiut. Torn a piedi a' colli Euganei, e ricominci a scrivere.</I>

<I>Venerd, ore 1</I>

E tu, Lorenzo mio - leale e unico amico - perdona. Non ti raccomando mia madre; ben so che avr in te un altro figliuolo. O madre mia! ma tu non avrai pi il figlio sul petto del quale speravi di riposare il tuo capo canuto - n potrai riscaldare queste labbra morenti co' tuoi baci? e forse tu mi seguirai! - Io vacillava o Lorenzo. Or  questa la ricompensa dopo ventiquattro anni di speranze e di cure? Ma sia cosi! Iddio che ha tutto destinato non l'abbandoner - n tu! Ah finch io non bramava che un amico fedele, io vissi felice. Il cielo te ne rimeriti! Ma e tu pure non ti aspettavi ch'io ti pagassi di lagrime. Pur troppo ti pagherei a ogni modo di lagrime! or tu non proferire sulle mie ceneri la crudele bestemmia: <I>Chi vuol morire non ama nessuno</I> - Che non tentai sopra di me? che non feci? che non dissi a Dio? ah la mia vita pur troppo sta tutta nelle mie passioni; e se non potessi distruggerle meco - oh a che angosce, a che spasimi, a quanti pericoli, a quali furori, a che deplorabile cecit, a che delitti non mi strascinerebbero a forza! Un giorno, o Lorenzo, prima ch'io decretassi la morte mia, io stava genuflesso implorando dal Cielo piet, e le mie lagrime pioveano abbondanti - e in quel punto mi si sono improvvisamente inaridite le lagrime, e il cuore mi s' inferocito, e avresti detto che mi venisse mandato appunto dal Cielo un delirio ad assalirmi; - e mi rizzai; e scrissi alla giovine misera che io me ne andava ad aspettarla in un altro mondo, e che non tardasse a raggiungermi, e l'ammaestrava del come e del quando e dell'ora. - Ma poi non forse la compassione, non la vergogna, n il rimorso, n Iddio - bens l'idea che non  pi la vergine di due mesi fa, e che  donna contaminata dalle braccia d'un altro, ha incominciato a farmi pentire di s atroce disegno. Vedi come la vita mia, sarebbe a voi tutti pi dolorosa che la mia morte; e infame forse a voi tutti. Invece se mi divido per sempre da Teresa degno di lei, la memoria mia serber certamente il suo cuore degno di me, e bench serva di un altro potr almeno sperare - speranza forse vanissima - che un d l'anima sua verr libera a unirsi per sempre alla mia. - Ma addio. Queste carte le darai tutte al suo padre. Raduna i miei libri e serbali a memoria del tuo Jacopo. Raccogli Michele a cui lascio il mio oriuolo, questi miei pochi arredi e i danari che tu troverai nel cassettino del mio scrittojo. Vieni ad aprirlo tu solo: c' una lettera per Teresa; e ti prego di riporla fra le sue mani tu stesso. Addio, addio.

<I>Continu la lettera per Teresa.</I>

Torno a te mia Teresa. Se mentre io viveva era colpa per te l'ascoltarmi; ascoltami almeno in queste poche ore che mi disgiungono dalla morte; e le ho riserbate tutte a te sola. Avrai questa lettera quando io sar sotterrato; e da quella ora tutti forse incomincieranno ad obbliarmi, finch niuno pi si ricorder del mio nome - ascoltami come una voce che vien dal sepolcro. Tu piangerai i miei giorni svaniti al pari di una visione notturna; piangerai il nostro amore che fu inutile e mesto come le lampade che rischiarano le bare de' morti. - Oh s, mia Teresa; dovevano pure una volta finir le mie pene; e la mia mano non trema nell'armarsi del ferro liberatore, poich abbandono la vita mentre tu m'ami, mentre sono ancora degno di te, e degno del tuo pianto, ed io posso sacrificarmi a me solo, ed alla tua virt. No; allora non ti sar colpa l'amarmi; e lo pretendo il tuo amore; lo chiedo in vigore delle mie sventure, dell'amor mio, e del tremendo mio sacrificio. Ah se tu un giorno passassi senza gettare un'occhiata su la terra che coprir questo giovine sconsolato - me misero! io avrei lasciata dietro di me l'eterna dimenticanza anche nel tuo cuore!
Tu credi ch'io parta. Io? - ti lascier in nuovi contrasti con te medesima, e in continua disperazione? E mentre tu m'ami, ed io t'amo, e sento che t'amer eternamente, ti lascier per la speranza che la nostra passione s'estingua prima de' nostri giorni? No; la morte sola, la morte. Io mi scavo da gran tempo la fossa, e mi sono assuefatto a guardarla giorno e notte, e a misurarla freddamente - e appena in questi estremi la Natura rifugge e grida - ma io ti perdo, ed io morr. Tu stessa, tu mi fuggivi; ci si contendeano le lagrime. - E non t'avvedevi tu nella mia tremenda tranquillit ch'io voleva prendere da te gli ultimi congedi, e ch'io ti domandava l'eterno addio?
Che se il Padre degli uomini mi chiamasse a rendimento di conti, io gli mostrer le mie mani pure di sangue, e puro di delitti il mio cuore. Io dir: Non ho rapito il pane agli orfani ed alle vedove; non ho perseguitato l'infelice; non ho tradito; non ho abbandonato l'amico; non ho turbata la felicit degli amanti, n contaminata l'innocenza, n inimicati i fratelli, n prostrata la mia anima alle ricchezze. Ho spartito il mio pane con l'indigente; ho confuse le mie lagrime alle lagrime dell'afflitto; ho pianto sempre su le miserie dell'umanit. Se tu mi concedevi una patria, io avrei speso il mio ingegno e il mio sangue tutto per lei; e nondimeno la mia debole voce ha gridato coraggiosamente la verit. Corrotto quasi dal mondo, dopo avere sperimentati tutti i suoi vizj - ma no! i suoi vizj mi hanno per brevi istanti forse contaminato, ma non mi hanno mai vinto - ho cercato virt nella solitudine. Ho amato! tu stessa, tu mi hai presentata la felicit; tu l'hai abbellita de' raggi della infinita tua luce; tu mi hai creato un cuore capace di sentirla e di amarla; ma dopo mille speranze ho perduto tutto ed inutile agli altri, e dannoso a me, mi sono liberato dalla certezza di una perpetua miseria. Godi tu, Padre, de' gemiti della umanit? pretendi tu che sopporti miserie pi potenti delle sue forze? o forse hai conceduto al mortale il potere di troncare i suoi mali perch poi trascurasse il tuo dono strascinandosi scioperato tra il pianto e le colpe? Ed io sento in me stesso che agli estremi mali non resta che la colpa o la morte. - Consolati, Teresa; quel Dio a cui tu ricorri con tanta piet, se degna d'alcuna cura la vita e la morte di una umile creatura, non ritirer il suo sguardo neppure da me. Sa ch'io non posso resistere pi; e ha veduto i combattimenti che ho sostenuto prima di giungere alla risoluzione fatale; ed ha udito con quante preghiere l'ho supplicato perch mi allontanasse questo calice amaro. Addio dunque - addio all'universo! O amica mia! la sorgente delle lagrime  in me dunque inesausta? io torno a piangere e a tremare ma per poco; tutto in breve sar annichilito. Ahi! le mie passioni vivono, ed ardono, e mi possedono ancora: e quando la notte eterna rapir il mondo a questi occhi, allora solo seppellir meco i miei desiderj e il mio pianto. Ma gli occhi miei lagrimosi ti cercano ancora prima di chiudersi per sempre. Ti vedr, ti vedr per l'ultima volta, ti lascier gli ultimi addio, e prender da te le tue lagrime, unico frutto di tanto amore!

<I>Io giungeva alle ore 5 da Venezia, e lo incontrai pochi passi fuori della sua porta, mentr'ei s'avviava appunto per dire addio a Teresa. La mia venuta improvvisa lo costern; e molto pi il mio divisamento di accompagnarlo sino ad Ancona. Me ne ringraziava affettuosamente e tent ogni via di distormene; ma veggendo ch'io persisteva si tacque; e mi chiese di andare seco lui fino a casa T***. Lungo il cammino non parl; andava lento, ed aveva in volto una mestissima sicurezza: ah doveva io pure avvedermi che in quel momento egli rivolgeva nell'animo i supremi pensieri! Entrammo pel rastrello del giardino; ed ei soffermandosi, alz gli occhi al cielo, e dopo alcun tempo proruppe guardandomi: </I>Pare anche a te che oggi la luce sia pi bella che mai?
<I>Avvicinandosi alle stanze di Teresa, io intesi la voce di lei: - </I>ma il suo cuore non si pu cangiare: - <I>n so se Jacopo che m'era dietro uno o due passi, abbia udito queste parole; non ne riparl. Noi vi trovammo il marito che passeggiava, e il padre di Teresa seduto nel fondo della stanza presso ad un tavolino con la fronte su la palma della mano. Restammo assai tempo tutti muti. Jacopo finalmente. </I>Domattina, <I>disse, </I>non sar pi qui - <I>e rizzandosi, si accost a Teresa e le baci la mano, ed io vidi le lagrime su gli occhi di lei; e Jacopo tenendola ancora per mano la pregava perch facesse chiamare la Isabellina. Le strida e il pianto di questa fanciulla furono cos improvvise ed inconsolabili che niuno di noi pot frenare le lagrime. Appena ella ud ch'ei partiva, gli si attacc al collo e singhiozzando gli ripeteva: </I>o mio Jacopo perch mi lasci? o mio Jacopo torna presto: <I>n potendo egli resistere a tanto piet, pos l'Isabellina fra le braccia di Teresa che non profer mai parola - </I>Addio, <I>egli dissele, </I>addio - <I>e usc. Il signore di T** lo accompagn sino al limitare della casa e lo abbracci pi volte e lo baci gemendo. Odoardo che gli era a lato ne strinse la mano, augurandoci il buon viaggio.
Era gi notte; e non s tosto fummo a casa egli comand a Michele di allestire il forziere, e mi preg istantemente perch tornassi a Padova a pigliare le lettere esibitegli dal professore C***. E partii sul fatto.
Allora sotto la lettera che la mattina avea apparecchiata per me, aggiunse questo proscritto:</I>

Poich non ho potuto risparmiarti il cordoglio di prestarmi gli ufficj supremi - e gi m'era, prima che tu venissi, risolto di scriverne al parroco - aggiungi anche questa ultima piet ai tanti tuoi beneficj. Fa ch'io sia sepolto, cos come sar trovato, in un sito abbandonato, di notte senza esequie, senza lapide, sotto i pini del colle che guarda la chiesa. Il ritratto di Teresa sia sotterrato col mio cadavere.
25 Marzo, 1799
      L'amico tuo
      JACOPO ORTIS

<I>Usc nuovamente: e trovandosi alle ore 11 appi di un monte due miglia discosto dalla sua casa, buss alla porta di un contadino, e lo dest domandandogli dell'acqua, e ne bevve molta.
Ritornato a casa dopo la mezzanotte, usc tosto di stanza, e porse al ragazzo una lettera sigillata per me, raccomandandogli di consegnarla a me solo. E stringendogli la mano: </I>Addio Michele! amami; <I>e lo mirava affettuosamente - poi lasciatolo a un tratto, rientr, serrandosi dietro la porta. Continu la lettera per Teresa. </I>

<I>Ore 1</I>

Ho visitato le mie montagne, ho visitato il lago de' cinque fonti, ho salutato per sempre le selve, i campi, il cielo. O mie solitudini! o rivo, che mi hai la prima volta insegnato la casa di quella fanciulla celeste! quante volte ho sparpagliato i fiori su le tue acque che passavano sotto le sue finestre! quante volte ho passeggiato con Teresa per le tue sponde, mentr'io inebbriandomi della volutt di adorarla, vuotava a gran sorsi il calice della morte.
Sacro gelso! ti ho pure adorato; ti ho pure lasciati gli ultimi gemiti, e gli ultimi ringraziamenti. Mi sono prostrato, o mia Teresa, presso a quel tronco; e quell'erba ha dianzi bevute le pi dolci lagrime ch'io abbia versato mai; mi pareva ancora calda dell'orma del tuo corpo divino; mi pareva ancora odorosa. Beata sera! come tu sei stampata nel mio petto! - io stava seduto al tuo fianco, o Teresa, e il raggio della luna penetrando fra i rami illuminava il tuo angelico viso! io vidi scorrere su le tue guance una lagrima; e la ho succhiata, e le nostre labbra, e i nostri respiri, si sono confusi, e l'anima mia si trasfondea nel tuo petto. Era la sera de' 13 Maggio era giorno di gioved. Da indi in qua non  passato momento ch'io non mi sia confortato con la ricordanza di quella sera: mi sono reputato persona sacra, e non ho degnata pi alcuna donna di un guardo credendola immeritevole di me - di me che ho sentita tutta la beatitudine di un tuo bacio.
T'amai dunque t'amai, e t'amo ancor di un amore che non si pu concepire che da me solo.  poco prezzo, o mio angelo, la morte per chi ha potuto udir che tu l'ami, e sentirsi scorrere in tutta l'anima la volutt del tuo bacio, e piangere teco - io sto col pi nella fossa; eppure tu anche in questo frangente ritorni, come solevi, davanti a questi occhi che morendo si fissano in te, in te che sacra risplendi di tutta la tua bellezza. E fra poco! Tutto  apparecchiato; la notte  gi troppo avvanzata - addio - fra poco saremo disgiunti dal nulla, o dalla incomprensibile eternit. Nel nulla? S. - S, s; poich sar senza di te, io prego il sommo Iddio, se non ci riserba alcun luogo ov'io possa riunirmi teco per sempre, le prego dalle viscere dell'anima mia, e in questa tremenda ora della morte, perch egli m'abbandoni soltanto nel nulla. Ma io moro incontaminato, e padrone di me stesso, e pieno di te, e certo del tuo pianto! Perdonami, Teresa, se mai - ah consolati, e vivi per la felicit de' nostri miseri genitori; la tua morte farebbe maledire le mie ceneri.
Che se taluno ardisse incolparti del mio infelice destino, confondilo con questo mio giuramento solenne ch'io pronunzio gittandomi nella notte della morte: Teresa  innocente. - Ora tu accogli l'anima mia.

<I>Il ragazzo, che dormiva nella camera contigua all'appartamento di Jacopo, fu scosso come da un lungo gemito: tese l'orecchio per sincerarsi s'ei lo chiamava; apr la finestra sospettando ch'io avessi gridato all'uscio, da che stava avvertito ch'io sarei tornato sul far del d; ma chiaritosi che tutto era quiete e la notte ancor fitta, torn a coricarsi e si addorment. Mi disse poi che quel gemito gli aveva fatto paura: ma che non vi bad pi che tanto perch il suo padrone soleva alle volte smaniare fra il sonno.
La mattina, Michele dopo aver bussato e chiamato un pezzo alla porta, sconficc il chiavistello; e non udendosi rispondere nella prima camera, s'innoltr perplesso; e al chiarore della lucerna che ardeva tuttavia, gli si affacci Jacopo agonizzante nel proprio sangue. Spalanc le finestre chiamando gente, e perch nessuno accorreva, s'affrett a casa del chirurgo, ma non lo trov perch assisteva a un moribondo; corse al parroco, ed anch'esso era fuori per lo stesso motivo. Entr ansante nel giardino di casa T*** mentre Teresa scendeva per uscire di casa con suo marito, il quale appunto dicevale come dianzi avea risaputo che in quella notte Jacopo non era altrimenti partito; ed ella sper di potergli dire addio un'altra volta: e scorgendo il servo da lontano volt il viso verso il cancello donde Jacopo soleva sempre venire, e con una mano si sgombr il velo che cadevale sulla fronte, e rimirava intentamente, costretta da dolorosa impazienza di accertarsi s'ei pur veniva: e le si accost a un tratto Michele domandando aiuto, perch il suo padrone s'era ferito, e che non gli parea ancora morto: ed essa ascoltavalo immobile con le pupille fitte sempre verso il cancello: poi senza mandare lagrima n parola, casc tramortita fra le braccia di Odoardo.
Il signore T*** accorse sperando di salvare la vita del suo misero amico. Lo trov steso sopra un sof con tutta quasi la faccia nascosta fra' cuscini: immobile, se non che ad ora ad ora anelava. S'era piantato un puguale sotto la mammella sinistra ma se l'era cavato dalla ferita, e gli era caduto a terra. Il suo abito nero e il fazzoletto da collo stavano gittati sopra una sedia vicina. Era vestito del gil, de' calzoni lunghi e degli stivali; e cinto d'una fascia larghissima di seta di cui un capo pendeva insanguinato, perch forse morendo tent di svolgersela dal corpo. Il signore T*** gli sollevava lievemente dal petto la camicia, che tutta inzuppata di sangue gli si era rappressa su la ferita. Jacopo si risent; e sollev il viso verso di lui; e riguardandolo con gli occhi nuotanti nella morte, stese un braccio, come per impedirlo, e tentava con l'altro di stringergli la mano - ma ricascando con la testa su i guanciali, alz gli occhi al cielo, e spir.
La ferita era assai larga, e profonda; e sebbene non avesse colpito il cuore, egli si affrett la morte lasciando perdere il sangue che andava a rivi per la stanza. Gli pendeva dal collo il ritratto di Teresa tutto nero di sangue, se non che era alquanto polito nel mezzo; e le labbra insanguinate di Jacopo fanno congetturare ch'ei nell'agonia baciasse la immagine della sua amica. Stava su lo scrittojo la Bibbia chiusa, e sovr'essa l'oriuolo; e presso, varj fogli bianchi; in uno de' quali era scritto: </I>Mia cara madre: <I>e da poche linee cassate, appena si potea rilevare, </I>espiazione;<I> e pi sotto; </I>di pianto eterno. <I>In un altro foglio si leggeva soltanto l'indirizzo a sua madre, come se pentitosi della prima lettera ne avesse incominciata un'altra che non gli bast il cuore di continuare.
Appena io giunsi da Padova ove m'era convenuto indugiare pi ch'io non voleva, fui sopraffatto dalla calca de' contadini che s'affollavano muti sotto i portici del cortile; ed altri mi guardavano attoniti, e taluno mi pregava che non salissi. Balzai tremando nella stanza, e mi s'appresent il padre di Teresa gettato disperatamente sopra il cadavere; e Michele ginocchione con la faccia per terra. Non so come ebbi tanta forza d'avvicinarmi e di porgli una mano sul cuore presso la ferita; era morto, freddo. Mi mancava il pianto e la voce; ed io stava guardando stupidamente quel sangue: finch venne il parroco e subito dopo il chirurgo, i quali con alcuni famigliari ci strapparono a forza dal fiero spettacolo. Teresa visse in tutti que' giorni fra il lutto de' suoi in un mortale silenzio. - La notte mi strascinai dietro al cadavere che da tre lavoratori fu sotterrato sul monte de' pini.</I>



Note:
(1) Chiamata da' contadini la campana del <I>De profundis</I>, perch mentre suona, sogliono recitare questo salmo per le anime de' trapassati.
(2) Questo  un verso della Bibbia, ma non ho saputo trovare per l'appunto donde fu tratto.
(3) Petrarca.
(4) Lettera omessa in tutte le edizioni posteriori alla prima nella quale unicamente si legge.
(5) Petrarca.
(6) Dante, Inf., canto V.
(7) Dante.
(8) Epitteto, <I>Manuale</I>, XXII.
(9) <I>Regum Lib.</I> II, cap. XII, 4.
(10) Esodo XX, 5.
(11) Malach. III, 3.
(12) Anche questo biglietto fu omesso nelle edizioni susseguenti alla prima dove unicamente si legge.
(13) Di questo rimorso d'omicidio che spesso prorompe dal secreto del misero giovine, il lettore vedr la ragione verso la fine del libro, in una lettera datata 14 Marzo.
(14) Da prima questo racconto parevami esagerato dalla fantasia costernata di Jacopo; ma poi vidi che nello stato Cisalpino non vi era codice criminale. Si giudicava con le leggi de' caduti governi; e in Bologna co'j decreti ferrei de' Cardinali, che minacciavano di morte ogni furto qualificato eccedente le cinquantadue lire. Ma i Cardinali mitigavano quasi sempre la pena; il che non pu essere conceduto a' tribunali della Repubblica, esecutori necessariamente inflessibili delle leggi: cos spesso la Giustizia impassibile  pi funesta della arbitraria Equit.
(15) Vedi alla fine di questo volume la lettera 14 Marzo
(16) Dante accenna questa battaglia nel X dell'Inferno; e que' versi forse suggerirono all'Ortis di visirare Montaperto Ma il lettore pu trarne ampie notizie dalle croniche di G. Villani, lib. IV, 83.
(17) Questa esclamazione dell'Ortis dee mirare a quel passo di Tacito: "Cocceo Nerva, assiduo col Principe, in tutta umana e divina ragione dottissimo, florido di fortuna e di vita, si pose in cuor di morire. Tiberio il riseppe, e inst interrogandolo, pregandolo sino a confessare che gli sarebbe di rimorso e di macchia se il suo famigliarissimo amico fuggisse senza ragioni la vita. Nerva sdegn il discorso; anzi s'astenne d'ogni alimento. Chi sapea la sua mente, diceva ch'ei pi dappresso veggendo i mali della repubblica, per ira e sospetto volle, finch era illibato, e non cimentato, onestamente finire". Ann. VI.
(18) Dante, Inf., VI, 4.
(19) Questo squarcio, bench si trovi senza data, in diverso foglio, e per caso fuori della serie delle letrere; nondimeno dal contesto apparisce scritto dallo stesso paese il d dopo in aggiunta al racconto.
(20) Autore di poesie campestri.
(21) La lettere di Firenze, 7 settembre.
