O ma qual nome ora, de' tuoi tre nomi,
dirà l'Italia? Il nome arcano è tempo
che si riveli, poi ch'è il tempo sacro.
Risuoni il nome che nessun profano |
| sapea qual fosse, e solo nei misteri | 5 |
segretamente s'inalzò tra gl'inni:
mentre sull'ombra attonita una strana
alba appariva, un miro sole, e i cavi
cembali intorno si scotean bombendo |
|
Amor! oh! l'invincibile in battaglia!
| 10 |
oh! tu che alberghi nei tuguri agresti!
oh! tu che corri l'infinito mare!
Vennero in prima schiere a te, per l'onde,
d'esuli armati, ed una stella d'oro |
| reggea le navi incerte del cammino; | 15 |
a te noi genti italiche la stella
d'allora tra le fiamme e tra le morti
col raggio addusse che giammai non muta.
Chi per te primo, immensamente amata, |
| cercò la morte? Fu nella penombra | 20 |
dei tempi, grande, lungo il Tebro, un pianto.
L'eroe Pallante era caduto. Offerse |
l'àlbatro il bianco de' suoi fiori, il rosso
delle sue bacche e le immortali fronde. |
| Gli fu tessuto il letto di quei rami | 25 |
de' tre colori, e furono compagni
mille al fanciullo nel ritorno a casa.
E fisi in quella bara tricolore
i mille eroi con le possenti mani |
| premean le spade; ed era in esse il fato. | 30 |
Oh! ma che pianto fu cosí tornando
al vecchio padre! Era suo padre un vecchio
povero re, dalla silvestra reggia.
Fauno, il suo nome; ed abitava i sassi |
| del Palatino, tra le antiche selve | 35 |
misteriose. E tu non eri, o Roma.
Anzi per il rupestre Campidoglio
eran macerie già muscose, e bianchi
ruderi sparsi si vedean tra i folti |
| cespugli del Gianicolo: rovine | 40 |
di due città vinte dal tempo; ed ora
quelle rovine trite e sonnolente
empiva a volte del suo rauco augurio
lo stuol de' corvi. E Fauno avea per reggia |
| una capanna piccola, coperta | 45 |
di felci e stoppia. E guardie sulla soglia
avea due cani, che correndo innanzi
bandían, lieti abbaiando, il suo ritorno.
Al re non tromba dividea la notte |
| buia in vigilie: gli diceva È l'alba | 50 |
di sul colmigno il passero, e la rondine,
anche piú presso, gliel garría dal trave.
E quindi il tempo portò via quel Fauno
e il suo dolore, e la caduca reggia; |
| e sul Palazio ignare le giovenche | 55 |
pascevano, e la valle posta al piede
si mescolava d'un belar d'agnelli.
E se il pastore aveva udito un qualche
urlo di lupi, egli, racchiuso il gregge |
| in uno speco, s'addormía tranquillo. | 60 |
Veniva allora, per le tenebre, una
lupa, e fiutava il chiuso lupercale.
E Fauno, il buono, nelle selve ombrose
cantava il canto delle foglie ai venti, |
| invisibile. E sulle antiche quercie | 65 |
picchierellando senza fine il picchio
sacro contava gli anni tanti, gli anni
tardi a venire.
Aprile, che s'apriva
il fiore, venne, e il Tevere piú gonfio |
| portava l'onde con un grande rombo: | 70 |
e d'ogni parte sulle piane e i colli
arsero fuochi nella notte sacra.
Tutto splendé. Fiamme correva il fiume.
Però che, intorno, alle selvaggio stanze |
| fuoco i pastori davano, mutando | 75 |
già le capanne, d'erbe e frasche, in case.
E poi, saltando sulle fiamme, un canto
diceano, sacro: « Fuoco puro, Fuoco
grande, buon Fuoco, che ammollisci e domi, |
| portati via queste capanne, portati | 80 |
via questi nidi! Noi non siamo uccelli,
lupi noi siamo. Addio, cose d'un'ora!
Siamo per fare una città ch'eterna
duri, ed un proprio focolare, in mezzo, |
| sarà per te, che mai non dormi, o Fuoco! » | 85 |
Ed una torma giovanil piú fiera
diceva: « Oh! bello andare al vento! È bella È
l'ora che fugge, e sempre un altro il sole!
La terra sempre nuova sotto quelle |
| antiche stelle! Voi da voi ponete | 90 |
tra il mondo e voi pur quella fossa ignava:
sia senza fine a noi la via, la terra
senza confine! Lupi, sí; ma ora...
dateci l'ale, o aquile! »
Uno arava. |
| Egli segnava, sull'aurora, un solco | 95 |
quadrato intorno al colle Palatino.
Sentian le zolle il primo aratro allora.
E sotto il giogo era una vacca bianca
e un rosso toro, che di quando in quando |
| il rauco fiato si gemean sul collo, | 100 |
molto anelando. E la città futura
stava e mirava, coi vincastri in mano
e con indosso pelli irte di capre.
Ma gli altri fieri, a chi piacea l'andare |
| col gregge errante, e l'erba che piú bella | 105 |
rinasce sempre sotto il dente al gregge,
ridean dei semi che dovean sotterra
marcire al buio. E gli uni e gli altri torvi
aveano gli occhi, e l'ansito ondeggiante. |
| Stava il fratello, qua, del Capo, anch'esso, | 110 |
con lui, lattonzo della lupa; ed ora
schifiva, lui villano, egli pastore.
Taciti i buoi tiravano nel cupo
tacer di tutti; che fuggiano il grande |
| bifolco orrendo ch'era loro a tergo. | 115 |
E qui, con l'ale largamente aperte
al sole, apparve un'aquila, che ferma
mirava a lungo quel lavoro in terra.
Poi, fisa sempre, s'affondò nel cielo.
|
|
Il pazïente aratro col suo coltro, | 120 |
allora, piú splendente della spada,
prendeva a forza, con ferite a fondo,
la terra; e il Tebro che lambiva il colle
con l'acque torbe, vie piú alto un suono |
| mettea chiamando l'anima dei forti: | 125 |
« Oh! voi, che aprite con un rostro adunco
la terra, omai la prora che toglieste
alla mia nave, a lei rendete, o figli;
ed ora in me, con quella ch'è il mio coltro, |
| segnate un lungo solco sino al mare, | 130 |
sino al gran mare, azzurro e piano; e oltre!
Bene avverrà! » Cosí diceva il Tebro
con l'incessante murmure; ma il vento
di primavera dal lontano lido, |
| sempre piú forte, le narici aperte | 135 |
a lor bagnando de' suoi salsi spruzzi,
« Oh! voi che fate una città pastori, »
diceva « eccovi l'atrio, ecco le porte
color di cielo, e il limitar che tuona |
| sparso di schiuma dalle larghe ondate. | 140 |
O cittadini, ecco la via già fatta,
labile, piana, e ne son pietre i flutti.
Dall'urbe uscite: avanti voi c'è l'orbe! »
Allor li prese un vago amor dell'onde |
| che sempre vanno a modo de' pastori; | 145 |
di sempre andare e pascolare il mondo.
Pales, o grande e buona Iddia, di latte,
munto d'allora, ti facean l'offerta.
Nella città non nata la giovenca |
| cimava steli e fiori; a lunghi sorsi | 150 |
beveva il toro; ed il tuo colle a un tratto
suona di grida. Rissano i pastori
proprio nel solco, un passo dall'aratro,
che riposava. Gli uni avean lo spiedo |
| da caccia, gli altri aveano l'ascia in mano. | 155 |
Questi già pietre, qua e là, da terra
traean tagliando e scalpellando; e quelli
piangean la terra duramente offesa.
« Non era assai picchiarla con la zappa, |
| fenderla poi col vomere! Ecco, l'ossa | 160 |
vogliono ancora frangere alla madre! »
Vennero all'armi, e l'ascia del lavoro
sentí la morte, e tu nell'aria rosa
tremavi, o stella d'oro della sera, |
| vedendo in cielo nuvole suffuse | 165 |
del sangue ch'era sparso in terra.
Roma
purificata balzò su dal solco
rosso di sangue, che alla Terra Madre
consacrò l'ascia onde l'avea ferita, |
| onde l'avrebbe per le genti tutte | 170 |
ferita ancora. O ascia, in ogni plaga
ti dedicò, per questa grande Italia,
ti seminò, ti sotterrò nel mondo.
Tu sotto i templi e sotto l'are e sotto |
| gli anfiteatri semiruinati | 175 |
ti trovi e sotto l'ardue terme, infrante
presso le nubi. Te nel cor le sponde
sentirono del Reno e del Danubio,
t'ebbero le foreste invïolate |
| e le sabbie arse che il leon sue rugge. | 180 |
Tu sei presso le moli, ove sepolti
sono i giganti; sotto gli occhi fissi
eternamente della muta Sfinge;
tu sotto accampamenti che nessuno |
| piú troverà. Tu scalpellasti i massi | 185 |
per le infinite pompe del trionfo.
E per te l'Arco trionfal si prese
l'arco del cielo, e sulle vie la Gloria
aprí tra due colonne le sue porte
senza battenti.
|
|
Era vicino al tempio | 190 |
del dio Saturno, dio seminatore
e falciatore, un grande cippo, d'oro.
Di lí per l'orbe tutto lanciò Roma
le strade sue di duro sasso e duro |
| suono. Di lí, dal cippo d'oro, sette | 195 |
vie quattro volte si lanciarono oltre,
ai quattro venti, e prima tra sepolcri
moveano, a piè di tumuli e cipressi,
sotto la tacita ombra funerale; |
| poi via per verdi campi e per deserti | 200 |
diritte come solchi, e via tra rupi
tagliate da scalpelli, e via per selve
profonde, mute, solo allor ferite
dal ferro ignoto, e via sopra veloci |
| fiumi aggiogati con eterni ponti, | 205 |
e via per l'Alpi, che vincean con giri
blandi, le irate. Da quel sasso, a forza
ruppero un tempo tante vie sul mondo.
Parea che un luminoso Sagittario |
| via via volgesse a tutti i venti il grande | 210 |
arco fatale, e saettasse intorno intorno,
stante nel bel mezzo, il cielo.
Le dure suole e i cerchi delle ruote
fecero i solchi in queste vie, battute |
| dalle coorti che movean, le insegne | 215 |
contro i terrestri. Andavano, e la schiera
villesca alzava per insegna un fascio
d'erba. Prima la falce e poi la spada.
Mai non mancava fra le spighe il rosso |
| di qualche fiore. Fissa, poi, sull'asta | 220 |
era una mano, ch'è una pianta sola
con piú rampolli. Della via fu
guida poscia la lupa; e si vedean passare
cignali e smisurati liofanti. |
| E fausta, infine, di tra un baglior d'oro | 225 |
l'aquila uscí: le ignare terre e l'onde
remote corse un brivido ed un fremito
al ventilare delle sue grandi ale.
E le legioni col lor pilo grave |
| per quelle vie senza la meta e il fine, | 230 |
mossero intorno. Ed assembrava allora
tutte le genti e i popoli l'antica
búccina, che al pastore fuor di mano
sul far di notte avea mandato un segno. |
| E dominava sotto giusto impero, | 235 |
tutti, il sottile tralcio d'una vite.
Alle battaglie, in mezzo ad una nube,
eran presenti i due gemelli Dei.
E niuno mai li vide; ma soltanto |
| tra squilli gravi delle trombe, acuti | 240 |
de' litui, e grida ed ansimar feroce,
s'udiano al vento alti selvaggi ringhi.
L'uno era chiaro come l'aureo sole;
l'altro parea la notte opaca, ed era |
| avviluppato in ombra di dolore. | 245 |
Ivano a paro avanti le coorti
di bronzo, i forti giovinetti in fiore,
erti su gl'immortali lor cavalli.
Ma in mezzo al mare, quando sulle lievi |
| liburne erano le aquile, ondeggianti | 250 |
per la fortuna, e l'armi contro l'armi
cozzanti, allora divenian due stelle,
che rifulgeano fisse tra il brandire
degli alberi e l'oscillar delle antenne. |
| Erano questi i tuoi corrieri, al cenno | 255 |
pronti, o Vittoria. All'apparir del vespro,
volgean del pari il corso de' cavalli,
e per le strade andava il colpo e il tonfo
dei risonanti zoccoli; e i cavalli, |
| ecco, anelanti, essi adduceano all'acqua: | 260 |
o dea Iuturna, all'acqua tua perenne:
né già cadean le stelle né le nubi
dalla prima alba erano ancora orlate.
Vegliava un solo focolare in Roma, |
| v'era una sola casa, che mandasse | 265 |
baglior di luce dalle sue transenne.
Vesta attendeva i reduci seduta
al fuoco inestinguibile.
Fratelli!
O in pace alfine (come voi chiamasse |
| il tempo antico) ora; non già, fratelli, | 270 |
allora, anche pugnaci sotto il ventre
della nutrice vostra lupa fosca:
tante pendean le poppe, e tra voi d'una
sorgea contesa, per averla entrambi: |
| voi che la lupa con la scabra lingua | 275 |
non ammansava, ed ammansò la morte:
che stretti poi con infrangibil patto,
come la notte è giunta al dí, celesti
cavalcatori, componete il tempo, |
| non interrotto, con la luce e l'ombra; | 280 |
su! le criniere v'attorcete in mano,
saltate su, lanciateli: da tanto
hanno i cavalli l'émpito nel cuore!
Al lor ritorno avvinti per le briglie |
| alle colonne vostre, dagli augusti | 285 |
ruderi il loglio antico pasceranno.
Ma ora andate a rivedere i campi
delle legioni, a riveder le terre
onde v'avvenne riportare il nunzio |
| della vittoria. Si combatte ancora | 290 |
con ferro e fuoco. Sono le coorti
d'allora; al cielo va la polvere, alto
suona il fragore. Colmano bassure,
piantano i valli, sfanno i colli, occulte |
| forano vie per entro le montagne. | 295 |
Sono picconi l'armi nostre. Andate
propiziando! il Popolo pilumno
pensi i trionfi che menò, le leggi
che fece, il dritto che impartí, la pace |
| che diede e allievi il suo lungo lavoro | 300 |
d'oggi con la sua gloria veterana.
Ora ascoltando le sorsate al fonte
sacro, e il bussar dell'unghie alterne in terra,
nel tempio augusto pallida taceva, |
| fisa con gli occhi, la sacerdotessa; | 305 |
poi, nell'alto silenzio risonando
una voce mirabile: Vittoria!
ella premea nel cuore quella voce
e quel portento e s'avviava all'arce |
| del Campidoglio. E il popolo mirava | 310 |
tacitamente ascendere il pontefice
e la vergine massima.
Divina
cosí con passo sempre ugual, di gloria,
andava Roma verso il grande imperio. |
| E monti e valli e fiumi e selve al passo | 315 |
fremean sonanti sotto il piè di Roma,
della Immortale sempre piú lontana.
E mille passi delle sue legioni
fulgureggianti di metallo al sole, |
| ella chiudeva in uno dei suoi passi. | 320 |
Ed una pietra ne segnava l'orma
tutte le volte, e i popoli, a quell'orme
cosi distanti, abbrividian nel cuore.
Oh! ben temeano i popoli le scuri. |
| Che per il mondo si vedea passare | 325 |
un uomo grande piú che l'uomo, un grande
che dava a tutto, il freno o l'urto, ei solo,
della sua mano. Egli partía la terra
con la sua spada e il cielo col suo lituo, |
| augure circondato dalle rote | 330 |
degli avvoltoi. Lanciava egli all'assalto
con un suo cenno l'aquile, e le lievi
turme al galoppo, e l'ululo di morte
ravvolto nella polvere veloce. |
| Eppur mostrava placido alle genti | 335 |
placate il volto, e calmo i cavalloni,
ancora irati dopo la tempesta,
con quella mano che impugnò la spada,
calmava, e dal belligero cavallo |
| dicea le leggi e l'arti della pace. | 340 |
Salve, o possente Roma! Tu le terre
hai dissodate col tuo duro coltro;
la macchia hai franta perché desse il grano
placido. Il grande imperio era il tuo fato. |
| Quando a te fu dagli ampi omeri tolta | 345 |
la porpora, ecco il re de' sacrifizi
uscí da templi novi e da miti are.
E poi levò di terra la corona
e ne cinse la lunga chioma bionda |
|
d'un re che avea la fràmea per lancia; | 350 |
e poi, volgendo i secoli, battaglia
mosse, egli re dei riti, al re dell'armi.
E tempo venne che dall'alto soglio,
con la corona sulla fronte eretta, |
| con nella mano la stellante spada | 355 |
(stettero i messi attoniti nell'aula,
e reprimeano i secoli la corsa
infrenabile, come visto un cenno
rapido di far sosta e di dar volta), |
| « Che domandate? » addimandò. « Ciò ch'egli, | 360 |
il vostro re, domanda, è mio. Son io
il Cesare, son io l'Imperatore!
Andate! » E il re sacrífico si prese
i fasci albani; e l'ara vide al lume |
| dei sacri ceri scintillar le scuri. | 365 |
Fu la tua parte. Era il tuo fato, o Roma.
Tu sulla poppa assisa, non volesti
per nessun vento abbandonar la barra.
Profughe genti vennero dal mare |
| a darti inizio; e i profughi tu sempre | 370 |
prendesti a bordo della tua gran nave.
Tu sei, d'antico, un santo limitare
d'asilo ai popoli esuli, tu sacra
fossa cavata, in cui le genti i semi |
| posero, e zolle della patria, e cose | 375 |
sacre, e le lor memorie ed i lor Mani.
Fosti l'altare per gl'iddii fuggiaschi;
pur solo ad uno implacida, ad un solo,
povero, un dio sí umilmente dio! |
| Altri alla luce aperta gli stranieri | 380 |
numi adorando, i lore pingui altari
facean vermigli di taurino sangue;
altri in cortei, per la città, solenni,
batteano i cupi timpani e le strade |
| tutte accendean di queruli ululati. | 385 |
Ma quelli per le volte e per le ambagi
d'un nero sotterraneo laberinto
seguivano una fiaccola, e con voce
segreta, là, benedicean cantando, |
| ignoti a tutti, il loro ignoto Dio. | 390 |
Per tempio avean, per i lucenti altari
di Roma, alcun muffito sepolcreto,
e la lor vita era coi lor sepolti.
Avanti l'arche, fiale rugginose |
| di sangue, e lumi dall'esigua fiamma. | 395 |
Dicea quel lume che la vita scorsa
era col sangue, sí, ma invano. Il morto
dormiva. E il sonno era leggero e breve.
Una colomba col suo roseo becco |
| svellea da un canto un ramicel d'ulivo, | 400 |
e si levava, con la frasca, a volo.
Ed un pastore s'era messo in collo
l'agnello stanco, e andava con la verga
sua pastorale e col secchiello in mano. |
| C'era la croce, e dubbio era, se croce | 405 |
fosse od àncora. Sbalzata dal vento,
percossa dalla folgore, la nave
era al sicuro, alfine in pace: aveva
gettata l'àncora nel cielo.
|
|
Intanto, quali in una torba sera | 410 |
fuggon le nubi d'ogni parte e vanno,
gemendo, spinte qua e là dai venti,
tali gli dei cacciati dai lor templi
empían notturni il cielo di querele. |
| E di quei templi l'umide cisterne, | 415 |
sin le favisse sotto il Campidoglio,
fervean d'un cupo murmure. Che i molti
idoli sacri, l'uno dopo l'altro,
vi discendeano. E Venere, la vita, |
| vedea la prima volta ora i vetusti | 420 |
lupi e cignali, e là pur mo' gettata
schifía Minerva i rozzi cippi e il vano
dio, ch'era un legno putrido, ed ansante
non ravvisava, nel Mamurio irsuto, |
| Marte sé stesso. E scese alfin dal sommo | 425 |
dell'arce, dietro gli altri dei consenti,
Giove pieno di nubi il sopracciglio.
« O già potenti in cielo, sulla terra,
nel mondo oscuro: fummo. Noi cacciammo |
| altri dal soglio, ed altri noi discaccia. | 430 |
Ma non è vano l'aspettar vicenda.
Quel dio rifatto, a cui cedemmo contro
cuore, fuggiasco povero deforme
il cui soglio è la croce, ed il cui serto |
| sono le spine dei roveti... » Ed altro | 435 |
egli diceva, ma seguí con voce
piena d'orrore la Carmenta antica
vaticinante, a nessun dio piú nota,
ch'ella da molti secoli nell'ombra |
| era discesa, tutta rughe e muffa: | 440 |
« ...non cadrà piú, poi ch'è il dolore umano!
Gli uomini eretto i templi hanno al dolore!
il dio sol esso, il solo dio fra tutti,
che non può mai morire! »
|
|
Cadean gli dei; restava il Campidoglio, | 445 |
inviolato; e immobile la rupe
pendea sull'urbe. E il Barbaro selvaggio
invase l'urbe, e la guastò col ferro
e con la fiamma, e l'unghia de' cavalli, |
| grave, pestò le sue ceneri: invano. | 450 |
Fin ch'un di loro decretò che lento
mortal languore la struggesse. Vinta,
egli poteva anche spianarla al suolo.
« Ma no » diss'egli: « la sommuova il verno, |
| la inondino le pioggie, e disdegnando | 455 |
da sé la scuota e gitti via la terra:
la frangano le folgori tonanti:
sia sacra a Dio, precipitino i cieli
sulla lor cosa. » Tanto ei volle, e tutti |
| al suo comando, partono, e le madri | 460 |
sono strappate all'are, ed i fanciulli
vanno e le indarno verginette in fiore.
Poi, per le vie del duro suono, i plaustri
Goti e i cavalli e le Àmale coorti, |
| piene di preda, andarono sull'orme | 465 |
degli antichi manipoli, e lontano
il vincitore in sua lorica d'oro
svaní lasciando gli edifici soli,
già balenanti, già meditabondi |
| tra sé e sé, del crollo ultimo, e Roma, | 470 |
Roma, sotto il suo sole almo, deserta.
E fu silenzio dentro le muraglie
sacre, e il pomerio grande ora cingeva
grande un sepolcro. E il sole che la vide |
| tacita, a poco a poco calò, lento | 475 |
sfiorando con un alito di luce
le cupole e i lunghissimi obelischi;
e poi nel trarre fuori il dí, tentando
invano di svegliarla dal gran sonno, |
| stupiva di vederla altra e la stessa. | 480 |
Suono non v'era se non d'improvviso
crollo di muro o il tonfo di finestre,
cui si provava di serrare il vento.
Talvolta andando e riandando i corvi, |
| gracchianti, a stormo, quel letargo strano | 485 |
scotean, nell'ira, d'uomini e di cose.
E molti discendean dall'Aventino
foschi avvoltoi, che ripetean l'augurio
natale, in alto, sulla città morta. |
| E poi notturna i cuccioli la volpe | 490 |
guidava, e le basiliche del Foro
cauta girava e le colonne antiche.
E dopo i lunghi secoli le lupe
del tempo primo vennero, cercando |
| gli antri per l'alte sedi imperiali. | 495 |
Parean, destati dal lor sonno i templi,
aperti stare, stare ed aspettare
i sacerdoti immemori. Giaceva,
abbandonata per i sette monti, |
| Roma. E le acquate assidue la battono | 500 |
e le raffiche rapide del vento,
e la fiammante folgore del cielo
ormai fa divampare il rogo.
Aprile
era vicino, era, con lui, vicino |
| il dí natale della città morta. | 505 |
E di narcIssi dalla chioma d'oro,
di crochi dagli stami d'oro rise
la solitudine, e dalle rovine
dei templi il rosso smílace comparve; |
| e le vïole al fonte di Iuturna, | 510 |
caste, s'abbeveravano, e gli sparsi
ruderi si gremíano di giacinti;
e tutti i bronchi e pruni aspri, nel Foro
Romano, in cima avevano una rosa, |
| e sopra i marmi antichi era l'antica | 515 |
porpora. Per nessuno, dal sepolcro,
dal suo sepolcro, ch'era anch'esso infranto,
spargea, versava senza fine al cielo,
nel tempo dolce ch'è il suo tempo, i fiori |
| che sono suoi, quella che in cielo è Flora. | 520
|
Flora! madre dei fiori, o tu cui sempre
è primavera, o tu che per le genti
immense hai sparso il nuvolo dei semi,
la Terra aiuta! Questa pia saturnia |
| terra produca in maggior copia i frutti | 525 |
che già versava dal fecondo grembo.
Nutra di sé quelli che già nutriva,
armenti e greggi, e tornino gli uccelli,
ormai spariti, a liberare i campi, |
| e per i campi floridi echeggiare | 530 |
facciano la dolcezza del lor canto.
Alle mammelle opime della Terra
sugga una prole piú gagliarda il latte
e insiem col latte la virtú romana; |
| ed ogni mare solchi ed ogni terra | 535 |
calchi, anche il cielo navighi, sembrando
candidi stormi di canori cigni.
La tua città non lasciar piú che cinta
sia di deserti e verdi acque muggenti |
| del torvo bue selvaggio che vi guazza. | 540 |
Riguarda quei villaggi di capanne,
quelle capanne squallide di stoppia,
o Flora! Dunque non distrusse il fuoco
de' primi dí tutti i tuguri? Dunque |
| non toccò tutti gli uomini il Diritto | 545 |
con la sua verga? Guarda: sono schiavi,
sotto le bestie! Rendi a quei meschini,
o Flora, il suo; liberatrice abbraccia
quelli spogliati; e per sé solo, o Flora, |
| raccolga chi le seminò, le messi, | 550 |
come allorquando si lasciava a mezzo
solco l'aratro e s'assumeano i fasci.
Rinnova l'arte antica, cingi al capo
l'antico serto e fa che mai non cada |
| l'inno di gloria che beò l'Italia. | 555 |
Sian, per i colli, glauchi olivi e verdi
viti, e di spighe rigogliose ondeggi
la valle immensa. E fiacchino la forza
del vento e il nembo struggitor le selve |
| veglianti a guardia sul cigliar dei monti. |
560 |
Il Rubicone, ecco, già bianchi ammira
enormi tori. Egli che vede andare
per la campagna tante paia e vede
da dieci bovi tratto un solo aratro, |
| egli che già non obliò nel sonno | 565 |
le bronzee file della forte Alauda,
pensa all'imperio, a Cesare, ai trionfi.
Noi non l'imperio, non i cortei lunghi
di quei trionfi a te chiediamo. Un'Ara |
| abbiamo, e noi, di Pace, eretta, o Flora. | 570 |
I fiori dà color di sangue ogni anno
(solo nei fiori tu il color di sangue
lodi e nel casto viso di fanciulle:
miele, olio, vino, o Flora, ami; non sangue), |
| dà le memori foglie dell'acanto | 575 |
per adornar quest'ara. Alto nel mezzo
noi collocammo in una vampa d'oro
chi la portò, questa concordia augusta.
E quanti ancora col lor sangue, eccelsi |
| spiriti, questa pace e questa patria | 580 |
fecero a noi, là stanno. E sono, o Flora,
la messe tua che cade sí, ma sempre
nuova nei lunghi secoli germoglia.
Certo è che vive in questa terra occulto |
| qualche portento, e sí, nel monte, dove | 585 |
Roma quadrata germinò dal solco.
Pastori un tempo (luce ed ombra incerte
vi si spargean sotto la falce d'oro)
erano là coi rastri. Era la gloria |
| vanita già di Roma, era d'Apollo | 590 |
sparito il tempio. Tutto il sacro colle
tenean le infrante vecchie pietre ingombro.
Cespi d'acanto, nuove polle uscenti
da qualche ceppa d'albero che appena |
| sapea sé stesso s'opponeano al piede. | 595 |
Giacean rottami candidi di marmo
tra i rovi e i pruni, e sorrideano al suolo
i capitelli ai cardi ispidi e duri.
Muri con archi, cui copriva il musco, |
| pendean crollanti, si scoteano al vento | 600 |
ad ogni crepa le parietarie
come ciarpame pendulo a finestre
d'un abituro. Qua le acquate al tutto
finían gli dei dipinti nella calce, |
| qua le ventate stridule uno straccio | 605 |
sempre rapían da tende non piú fisse.
Scabbia di pietre, lue di sassi verdi
per tutto, ed archi che teneano ancora
sol per l'abbraccio d'edere contorte. |
| Credean gl'ignari di veder spelonche | 610 |
di giganti che dopo un'ardua rissa
con massi enormi, ora, cocendo l'ira,
lontani e soli errassero sui monti.
Ed i pastori, come un tempo, in cerca |
| di preda, una spelonca aprono, un sasso | 615 |
movendo, immenso, e vedono nel fondo
della spelonca balenare un lume.
E quindi era un sepolcro gigantesche
membra d'un uomo vedono, che il petto |
| aveva aperto da una lunga piaga. | 620 |
Stupor li prese di quel corpo cinto
d'armi cangianti, di quel capo ignoto
dentro l'irsuta gàlea. Ché tutte
l'arme egli avea, fuor della spada, e il petto |
| non gli cingeva il balteo d'oro, vario | 625 |
di spesse borchie. Sull'ignoto capo,
alto, vegliava un fuoco e gli sfiorava
l'antica piaga con l'assidua fiamma.
Un dei pastori, simile ad un Fauno, |
| vide fra tanto impallidire il cielo, | 630 |
languire insiem le tenebre e le stelle.
Ogni maceria gorgheggiava. I nidi
s'erano desti delle rondinelle
in fila sotto i capitelli neri. |
| E si vedean le macchie, e tremolando | 635 |
splendean le cime delle selve, e i pini
alti sopra la vetta Pallantea.
Ed il pastore trasse fuori all'alba
la lampada e l'oppose al mattutino |
| vento. E il suo lume si sbatté, ma visse. | 640 |
E vi soffiò con le selvaggie labbra,
e la tuffò nell'acqua d'una pozza;
ma il lume visse. Ed e' la rese ardente
al suo sepolcro e l'appendé dov'era, |
| e col suo masso chiuse la spelonca. | 645 |
Dove ancor pende e raggia ancor la luce
su te, giovine eroe primo, che fosti
di tanta gloria e tanta lotta e tanto
dolore e amore la primizia santa. |
| Son tre millenni ch'ella dal sepolcro | 650 |
veglia su Roma con l'eterna luce.
Spirito eterno, eterna forza, o Roma!
Dopo il gran sangue, dopo l'oblío lungo,
e il fragor fiero e il pallido silenzio, |
| e tanti crolli e tante fiamme accese | 655 |
da tutti i venti, tu col piè calcando
le tue ceneri, tu le tue macerie,
sempre piú alta, celebri il piú grande
dei tuoi trionfi; che la morte hai vinta. |
| Tu in faccia a tutti i popoli che a parte | 660 |
chiamasti del tuo dritto, ora apparisci
nel primo fior di giovinezza ancora,
meravigliosa, simile a Pallate,
difesa intorno dal fulgor dell'armi, |
| e con la spada; e pende sopra il mondo | 665 |
quella al cui lume accesero le genti
tutte il lor lume, quella che a noi rompe
l'ombra: o Roma possente, la possente
tua piú che il tempo lampada di vita.
Trad. GIOVANNI PASCOLI |