Note critiche 
a cura di Laura Barberi

Il Principe fu scritto da Niccol Machiavelli (1460-1527) tra il luglio e il dicembre del 1513, nella villa (soprannominata "L'Albergaccio") di S. Andrea in Percussina presso San Casciano, dove Machiavelli si era ritirato in seguito alla caduta della Repubblica fiorentina e al ritorno dei Medici a Firenze. Nel 1512, infatti, in seguito al ritiro dei francesi dall'Italia, la signoria medicea fu restaurata a Firenze e Machiavelli, che era stato funzionario della repubblica per tutti i quattordici anni della sua esistenza, venne prima licenziato, poi accusato di aver preso parte ad una congiura contro i Medici, quindi arrestato e in seguito confinato all'Albergaccio. Per il resto della sua vita egli non riuscir pi a ricoprire alcun incarico pubblico, malgrado i suoi tentativi e la sua inesauribile passione politica. All'inattivit forzata, comunque, Machiavelli non si rassegn mai e, non potendo agire direttamente sulla realt sociale e politica del suo paese, si concentr sulla stesura di opere di carattere storico e politico, nel tentativo di influenzare tramite esse i potenti del suo tempo. 
L'occasione della stesura de Il Principe fu data dalle voci che circolavano sulle intenzioni di papa Leone X di creare uno Stato per i nipoti Giuliano e Lorenzo de' Medici: voci che spinsero Machiavelli a interrompere la stesura dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio e a scrivere un pi breve trattato dove esporre le convinzioni maturate in tanti anni di frequentazioni ed esperienze politiche. Al trattato egli premise una dedica a Lorenzo de' Medici,  anche se solo nel 1516, sempre nella speranza di poter tornare protagonista delle vicende sia fiorentine sia italiane, anche se non sar cos. 
L'opera usc postuma nel 1532 ed  composta di XXVI capitoli tra loro logicamente collegati e fortemente interrelati. La chiara struttura consente di individuare i vari "blocchi" di capitoli dedicati ad un unico argomento e i nessi tra i vari "blocchi". I primi undici capitoli descrivono come si crea un principato: dopo aver elencato, nel primo capitolo, i vari tipi di principato possibile, Machiavelli analizza nei successivi capitoli tali diversi Stati: i principati ereditari e quelli nuovi (con o senza nuovi territori annessi al principato gi esistente), con particolare attenzione dedicata - capp. VI-X - al principato del tutto nuovo che  quello che pi interessa all'autore visto che, secondo lui, solo un nuovo e forte principato potrebbe rimediare allo stato miserevole dell'Italia dell'epoca, coacervo di staterelli sempre in balia delle potenze estere. L'undicesimo capitolo  dedicato al singolare tipo di principato rappresentato dallo Stato della Chiesa. 
Il secondo gruppo di capitoli, dall'XI all'XIV, tratta del problema delle milizie mercenarie e degli eserciti propri: requisito indispensabile  per la sopravvivenza degli Stati , difatti, secondo Machiavelli, il possesso di milizie proprie. Seguono poi i capp. XV-XXIII dedicati alla figura del principe, alle virt che deve possedere, ai comportamenti da adottare nei vari frangenti. Sono questi i capitoli pi discussi perch  proprio qui che Machiavelli pi si discosta dalla tradizione individuando come comportamenti virtuosi solo quelli che risultano pi utili al mantenimento dello Stato, dal che deriva quel "capovolgimento dei criteri etici tradizionali" che ha creato tanto scalpore. L'autore  cosciente di sostenere tesi mai prima sostenute da altri, ma il suo scopo  la massima fedelt alla realt delle cose, ed ecco che quindi si scaglia, nel capitolo quindicesimo, contro tutti quei filosofi e quegli storici che nel passato hanno descritto repubbliche e principati mai esistiti; egli si propone invece di andare dritto alla "realt effettuale", di scrivere cosa utile a chi la intenda. Di conseguenza, per il principe meglio essere parsimonioso che liberale, per non dissipare cos le ricchezze dello Stato e gravare con forti tasse sui sudditi; meglio essere crudele che pietoso perch  meglio essere temuto che amato ma poco rispettato; meglio non mantenere la parola data se risulta conveniente: nelle sue azioni il principe deve guardare soltanto al fine. 
Gli ultimi tre capitoli si ricollegano alla situazione dell'Italia nel momento in cui Machiavelli scriveva: l'autore passa ad analizzare direttamente le cause per cui i principi italiani hanno perso i loro Stati (cap. XXIV); il rapporto tra virt e fortuna (cap. XXV) se cio sia possibile per un principe "virtuoso" resistere ai repentini cambiamenti della fortuna; infine il capitolo conclusivo, il XXVI, che  un'esortazione ad un principe italiano a creare un nuovo forte Stato che possa difendere la penisola dalle invasioni straniere, liberando l'Italia dal dominio di francesi e spagnoli. La carica emotiva di quest'ultimo capitolo lo differenzia dal resto del trattato, dominato dal rigore logico e dall'analisi critica, ma va detto che, tra le righe, la passione del Machiavelli affiora un po' in tutta l'opera. 
L'elemento che pi colpisce ne Il Principe  anche l'aspetto che pi ha fatto discutere: la netta separazione tra la sfera politica e la sfera morale. L'agire del principe deve essere guidato solo da considerazioni di ordine politico, ogni altra preoccupazione, di carattere morale o religioso,  accantonata. "Il 'dover essere', vale a dire l'anelito ad una pi alta vita, cede il posto all''essere', cio alla considerazione della realt quale , senza preoccupazione di riformarla" (Chabod); il bene supremo  solo quello che garantisce il benessere dello Stato e solo in base a questo bisogna agire.  questo il credo di Machiavelli: solo in base al principio di utilit si pu giudicare l'azione di un capo di Stato.
Una simile filosofia nasce da alcune premesse ritenute dall'autore fiorentino verit incontrovertibili: la malvagit della natura umana, l'immutabilit di tale natura e quindi la necessit di comportarsi tenendo conto di questa amara realt. Oggi  possibile dibattere e dissentire, magari, dalla visione pessimistica della realt che aveva Machiavelli;  possibile interrogarsi, ad esempio, sull'estremo realismo che diventa a volte sinonimo di passiva accettazione della realt senza desiderio di trasformarla; oppure criticare, come gi fece il De Sanctis, il fatto che il popolo sia considerato alla stregua di materia bruta:  stato detto che ne Il Principe ci sono i diritti dello Stato, ma non i diritti dell'uomo. Ampie sono le possibilit di discussione su un'opera cos complessa e che si propone un fine cos ambizioso come quello di essere una sorta di guida della classe dirigente del Cinquecento italiano, ma l'importante  sempre tenere ben in mente lo specifico clima storico e culturale nel quale matur la filosofia di Machiavelli; aver presente quale fosse la gravit della situazione italiana nei giorni in cui egli proponeva una possibile soluzione a quel perenne belligerare tra mille fazioni che, non va dimenticato, avrebbe tormentato la nostra penisola per secoli. 



