MACHIAVELLI, N.

Principe

Dedica

NICOLAUS MACLAVELLUS AD MAGNIFICUM LAURENTIUM MEDICEM.

[Nicol Machiavelli al Magnifico Lorenzo de' Medici]

Sogliono, el pi delle volte, coloro che desiderano acquistare grazia appresso uno Principe, farseli incontro con quelle cose che infra le loro abbino pi care, o delle quali vegghino lui pi delettarsi; donde si vede molte volte essere loro presentati cavalli, arme, drappi d'oro, prete preziose e simili ornamenti, degni della grandezza di quelli. Desiderando io adunque, offerirmi, alla vostra Magnificenzia con qualche testimone della servit mia verso di quella, non ho trovato intra la mia suppellettile cosa, quale io abbia pi cara o tanto esstimi quanto la cognizione delle azioni delli uomini grandi, imparata con una lunga esperienzia delle cose moderne et una continua lezione delle antique: le quali avendo io con gran diligenzia lungamente escogitate et esaminate, et ora in uno piccolo volume ridotte, mando alla Magnificenzia Vostra. E bench io iudichi questa opera indegna della presenzia di quella, tamen confido assai che per sua umanit li debba essere accetta, considerato come da me non li possa esser fatto maggiore dono, che darle facult di potere in brevissimo tempo intendere tutto quello che io in tanti anni e con tanti mia disagi e periculi ho conosciuto. La quale opera io non ho ornata n ripiena di clausule ample, o di parole ampullose e magnifiche, o di qualunque altro lenocinio o ornamento estrinseco con li quali molti sogliono le loro cose descrivere et ornare; perch io ho voluto, o che veruna cosa la onori, o che solamente la variet della materia e la gravit del subietto la facci grata. N voglio sia reputata presunzione se uno uomo di basso et infimo stato ardisce discorrere e regolare e' governi de' principi; perch, cos come coloro che disegnono e' paesi si pongano bassi nel piano a considerare la natura de' monti e de' luoghi alti, e per considerare quella de' bassi si pongano alto sopra monti, similmente, a conoscere bene la natura de' populi, bisogna essere principe, et a conoscere bene quella de' principi, bisogna essere populare.
Pigli, adunque, Vostra Magnificenzia questo piccolo dono con quello animo che io lo mando; il quale se da quella fia diligentemente considerato e letto, vi conoscer drento uno estremo mio desiderio, che Lei pervenga a quella grandezza che la fortuna e le altre sue qualit li promettano. E, se Vostra Magnificenzia dallo apice della sua altezza qualche volta volger li occhi in questi luoghi bassi, conoscer quanto io indegnamente sopporti una grande e continua malignit di fortuna.

Cap.1

<I>Quot sint genera principatuum et quibus modis acquirantur</I>.
[Di quante ragioni sieno e' principati, e in che modo si acquistino]

Tutti li stati, tutti e' dominii che hanno avuto et hanno imperio sopra li uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati. E' principati sono o ereditarii, de' quali el sangue del loro signore ne sia suto lungo tempo principe, o e' sono nuovi. E' nuovi, o sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo stato ereditario del principe che li acquista, come  el regno di Napoli al re di Spagna. Sono questi dominii cos acquistati, o consueti a vivere sotto uno principe,o usi ad essere liberi; et acquistonsi, o con le armi d'altri o con le proprie, o per fortuna o per virt.

Cap.2

<I>De principatibus hereditariis</I>.
[De' principati ereditarii]

Io lascer indrieto el ragionare delle repubbliche, perch altra volta ne ragionai a lungo. Volterommi solo al principato, et andr tessendo li orditi soprascritti, e disputer come questi principati si possino governare e mantenere.
Dico, adunque, che nelli stati ereditarii et assuefatti al sangue del loro principe sono assai minori difficult a mantenerli che ne' nuovi; perch basta solo non preterire l'ordine de' sua antinati, e di poi temporeggiare con li accidenti; in modo che, se tale principe  di ordinaria industria, sempre si manterr nel suo stato, se non  una estraordinaria et eccessiva forza che ne lo privi, e privato che ne fia, quantunque di sinistro abbi l'occupatore, lo riacquista.
Noi abbiamo in Italia, in exemplis, el duca di Ferrara, il quale non ha retto alli assalti de' Viniziani nello 84, n a quelli di papa Iulio nel 10, per altre cagioni che per essere antiquato in quello dominio. Perch el principe naturale ha minori cagioni e minore necessit di offendere: donde conviene che sia pi amato; e se estraordinarii vizii non lo fanno odiare,  ragionevole che naturalmente sia benevoluto da' sua. E nella antiquit e continuazione del dominio sono spente le memorie e le cagioni delle innovazioni: perch sempre una mutazione lascia lo addentellato per la edificazione dell'altra.

Cap.3

<I>De principatibus mixtis</I>.
[De' principati misti]

Ma nel principato nuovo consistono le difficult. E prima, se non  tutto nuovo, ma come membro, che si pu chiamare tutto insieme quasi misto, le variazioni sua nascono in prima da una naturale difficult, la quale  in tutti e' principati nuovi: le quali sono che li uomini mutano volentieri signore, credendo migliorare; e questa credenza gli fa pigliare l'arme contro a quello; di che s'ingannono, perch veggono poi per esperienzia avere peggiorato. Il che depende da un'altra necessit naturale et ordinaria, quale fa che sempre bisogni offendere quelli di chi si diventa nuovo principe, e con gente d'arme, e con infinite altre iniurie che si tira dietro el nuovo acquisto; in modo che tu hai inimici tutti quelli che hai offesi in occupare quello principato, e non ti puoi mantenere amici quelli che vi ti hanno messo, per non li potere satisfare in quel modo che si erano presupposto e per non potere tu usare contro di loro medicine forti, sendo loro obligato; perch sempre, ancora che uno sia fortissimo in sulli eserciti, ha bisogno del favore de' provinciali a intrare in una provincia. Per queste ragioni Luigi XII re di Francia occup subito Milano, e subito lo perd; e bast a torgnene,la prima volta le forze proprie di Lodovico; perch quelli populi che li aveano aperte le porte, trovandosi ingannati della opinione loro e di quello futuro bene che si avevano presupposto, non potevono sopportare e' fastidii del nuovo principe.
 ben vero che, acquistandosi poi la seconda volta e' paesi rebellati, si perdono con pi difficult; perch el signore, presa occasione dalla rebellione,  meno respettivo ad assicurarsi con punire e' delinquenti, chiarire e' sospetti, provvedersi nelle parti pi deboli. In modo che, se a fare perdere Milano a Francia bast, la prima volta, uno duca Lodovico che romoreggiassi in su' confini, a farlo di poi perdere la seconda li bisogn avere, contro, el mondo tutto, e che li eserciti sua fussino spenti o fugati di Italia: il che nacque dalle cagioni sopradette. Non di manco, e la prima e la seconda volta, li fu tolto. Le cagioni universali della prima si sono discorse: resta ora a dire quelle della seconda, e vedere che remedii lui ci aveva, e quali ci pu avere uno che fussi ne' termini sua, per potersi mantenere meglio nello acquisto che non fece Francia. Dico, per tanto che questi stati, quali acquistandosi si aggiungono a uno stato antiquo di quello che acquista, o sono della medesima provincia e della medesima lingua, o non sono. Quando e' sieno,  facilit grande a tenerli, massime quando non sieno usi a vivere liberi; et a possederli securamente basta avere spenta la linea del principe che li dominava, perch nelle altre cose, mantenendosi loro le condizioni vecchie e non vi essendo disformit di costumi, li uomini si vivono quietamente; come s' visto che ha fatto la Borgogna, la Brettagna, la Guascogna e la Normandia, che tanto tempo sono state con Francia; e bench vi sia qualche disformit di lingua, non di manco e' costumi sono simili, e possonsi fra loro facilmente comportare. E chi le acquista, volendole tenere, debbe avere dua respetti: l'uno, che il sangue del loro principe antiquo si spenga; l'altro, di non alterare n loro legge n loro dazii; talmente che in brevissimo tempo diventa, con loro principato antiquo, tutto uno corpo.
Ma, quando si acquista stati in una provincia disforme di lingua, di costumi e di ordini, qui sono le difficult; e qui bisogna avere gran fortuna e grande industria a tenerli; et uno de' maggiori remedii e pi vivi sarebbe che la persona di chi acquista vi andassi ad abitare. Questo farebbe pi secura e pi durabile quella possessione: come ha fatto el Turco, di Grecia; il quale, con tutti li altri ordini osservati da lui per tenere quello stato, se non vi fussi ito ad abitare, non era possibile che lo tenessi. Perch, standovi, si veggono nascere e' disordini, e presto vi puoi rimediare; non vi stando, s'intendono quando sono grandi e non vi  pi remedio. Non , oltre a questo, la provincia spogliata da' tua officiali; satisfannosi e' sudditi del ricorso propinquo al principe; donde hanno pi cagione di amarlo, volendo esser buoni, e, volendo essere altrimenti, di temerlo. Chi delli esterni volessi assaltare quello stato, vi ha pi respetto; tanto che, abitandovi, lo pu con grandissima difficult perdere.
L'altro migliore remedio  mandare colonie in uno o in duo luoghi che sieno quasi compedi di quello stato; perch  necessario o fare questo o tenervi assai gente d'arme e fanti. Nelle colonie non si spende molto; e sanza sua spesa, o poca, ve le manda e tiene; e solamente offende coloro a chi toglie e' campi e le case, per darle a' nuovi abitatori, che sono una minima parte di quello stato; e quelli ch'elli offende, rimanendo dispersi e poveri, non li possono mai nuocere; e tutti li altri rimangono da uno canto inoffesi, e per questo doverrebbono quietarsi, dall'altro paurosi di non errare, per timore che non intervenissi a loro come a quelli che sono stati spogliati. Concludo che queste colonie non costono, sono pi fedeli, etoffendono meno; e li offesi non possono nuocere sendo poveri e dispersi, come  detto. Per il che si ha a notare che li uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere; perch si vendicano delle leggieri offese, delle gravi non possono: s che l'offesa che si fa all'uomo debbe essere in modo che la non tema la vendetta. Ma tenendovi, in cambio di colonie, gente d'arme si spende pi assai, avendo a consumare nella guardia tutte le intrate di quello stato; in modo che lo acquisto li torna perdita, et offende molto pi, perch nuoce a tutto quello stato, tramutando con li alloggiamenti el suo esercito; del quale disagio ognuno ne sente, e ciascuno li diventa inimico; e sono inimici che li possono nuocere rimanendo battuti in casa loro. Da ogni parte dunque questa guardia  inutile, come quella delle colonie  utile.
Debbe ancora chi  in una provincia disforme come  detto, farsi capo e defensore de' vicini minori potenti, et ingegnarsi di indebolire e' potenti di quella, e guardarsi che per accidente alcuno non vi entri uno forestiere potente quanto lui. E sempre interverr che vi sar messo da coloro che saranno in quella malcontenti o per troppa ambizione o per paura: come si vidde gi che li Etoli missono e' Romani in Grecia; et in ogni altra provincia che li entrorono, vi furono messi da' provinciali. E l'ordine delle cose , che subito che uno forestiere potente entra in una provincia, tutti quelli che sono in essa meno potenti li aderiscano, mossi da invidia hanno contro a chi  suto potente sopra di loro; tanto che, respetto a questi minori potenti, lui non ha a durare fatica alcuna a guadagnarli, perch subito tutti insieme fanno uno globo col suo stato che lui vi ha acquistato. Ha solamente a pensare che non piglino troppe forze e troppa autorit; e facilmente pu, con le forze sua e col favore loro sbassare quelli che sono potenti, per rimanere in tutto arbitro di quella provincia. E chi non governer bene questa parte, perder presto quello che ar acquistato; e, mentre che lo terr, vi ar dentro infinite difficult e fastidii.
E' Romani, nelle provincie che pigliorono, osservorono bene queste parti; e mandorono le colonie, intratennono e' men potenti sanza crescere loro potenzia, abbassorono e' potenti, e non vi lasciorono prendere reputazione a' potenti forestieri. E voglio mi basti solo la provincia di Grecia per esemplo. Furono intrattenuti da loro li Achei e li Etoli; fu abbassato el regno de' Macedoni; funne cacciato Antioco; n mai e' meriti delli Achei o delli Etoli feciono che permettessino loro accrescere alcuno stato; n le persuasioni di Filippo l'indussono mai ad esserli amici sanza sbassarlo; n la potenzia di Antioco poss fare li consentissino che tenessi in quella provincia alcuno stato. Perch e' Romani feciono, in questi casi, quello che tutti e' principi savi debbono fare: li quali, non solamente hanno ad avere riguardo alli scandoli presenti, ma a' futuri, et a quelli con ogni industria ovviare; perch, prevedendosi discosto, facilmente vi si pu rimediare; ma, aspettando che ti si appressino, la medicina non  a tempo, perch la malattia  diventata incurabile. Et interviene di questa come dicono e' fisici dello etico, che nel principio del suo male  facile a curare e difficile a conoscere, ma, nel progresso del tempo, non l'avendo in principio conosciuta n medicata, diventa facile a conoscere e difficile a curare. Cos interviene nelle cose di stato; perch, conoscendo discosto, il che non  dato se non a uno prudente, e' mali che nascono in quello, si guariscono presto; ma quando, per non li avere conosciuti si lasciono crescere in modo che ognuno li conosce, non vi  pi remedio.
Per e' Romani, vedendo discosto l'inconvenienti, vi rimediorono sempre; e non li lasciorono mai seguire per fuggire una guerra, perch sapevano che la guerra non si lieva, ma si differisce a vantaggio d'altri; per vollono fare con Filippo et Antioco guerra in Grecia per non la avere a fare con loro in Italia; e potevano per allora fuggire l'una e l'altra; il che non vollono. N piacque mai loro quello che tutto d  in bocca de' sav de' nostri tempi, di godere el benefizio del tempo, ma s bene quello della virt e prudenza loro; perch el tempo si caccia innanzi ogni cosa, e pu condurre seco bene come male, e male come bene.
Ma torniamo a Francia, et esaminiamo se delle cose dette ne ha fatta alcuna; e parler di Luigi, e non di Carlo come di colui che, per avere tenuta pi lunga possessione in Italia, si sono meglio visti e' sua progressi: e vedrete come elli ha fatto el contrario di quelle cose che si debbono fare per tenere uno stato disforme.
El re Luigi fu messo in Italia dalla ambizione de' Viniziani, che volsono guadagnarsi mezzo lo stato di Lombardia per quella venuta. Io non voglio biasimare questo partito preso dal re; perch, volendo cominciare a mettere uno pi in Italia, e non avendo in questa provincia amici, anzi sendoli, per li portamenti del re Carlo, serrate tutte le porte, fu forzato prendere quelle amicizie che poteva: e sarebbeli riuscito el partito ben preso, quando nelli altri maneggi non avessi fatto errore alcuno. Acquistata, adunque, el re la Lombardia, si riguadagn subito quella reputazione che li aveva tolta Carlo: Genova ced; Fiorentini li diventorono amici; Marchese di Mantova, Duca di Ferrara, Bentivogli, Madonna di Furl, Signore di Faenza, di Pesaro, di Rimino, di Camerino, di Piombino, Lucchesi, Pisani, Sanesi, ognuno se li fece incontro per essere suo amico. Et allora posserno considerare Viniziani la temerit del partito preso da loro; li quali, per acquistare dua terre in Lombardia, feciono signore, el re, di dua terzi di Italia.
Consideri ora uno con quanta poca difficult posseva il re tenere in Italia la sua reputazione, se elli avessi osservate le regole soprascritte, e tenuti securi e difesi tutti quelli sua amici, li quali, per essere gran numero e deboli e paurosi, chi della Chiesia, chi de' Viniziani, erano sempre necessitati a stare seco; e per il mezzo loro poteva facilmente assicurarsi di chi ci restava grande. Ma lui non prima fu in Milano, che fece il contrario, dando aiuto a papa Alessandro, perch elli occupassi la Romagna. N si accorse, con questa deliberazione, che faceva s debole, togliendosi li amici e quelli che se li erano gittati in grembo, e la Chiesa grande, aggiugnendo allo spirituale, che gli d tanta autorit, tanto temporale. E, fatto uno primo errore, fu costretto a seguitare; in tanto che, per porre fine alla ambizione di Alessandro e perch non divenissi signore di Toscana, fu forzato venire in Italia. Non li bast avere fatto grande la Chiesia e toltisi li amici, che, per volere il regno di Napoli, lo divise con il re di Spagna; e, dove lui era prima arbitro d'Italia e' vi misse uno compagno, a ci che li ambiziosi di quella provincia e mal contenti di lui avessino dove ricorrere; e, dove posseva lasciare in quello regno uno re suo pensionario, e' ne lo trasse, per mettervi uno che potessi cacciarne lui.
 cosa veramente molto naturale et ordinaria desiderare di acquistare; e sempre, quando li uomini lo fanno che possano, saranno laudati, o non biasimati; ma, quando non possono, e vogliono farlo in ogni modo, qui  l'errore et il biasimo. Se Francia, adunque posseva con le forze sua assaltare Napoli, doveva farlo; se non poteva, non doveva dividerlo. E se la divisione fece, co' Viniziani, di Lombardia merit scusa, per avere con quella messo el pi in Italia, questa merita biasimo, per non essere escusata da quella necessit.
Aveva, dunque, Luigi fatto questi cinque errori: spenti e' minori potenti; accresciuto in Italia potenzia a uno potente, messo in quella uno forestiere potentissimo, non venuto ad abitarvi non vi messo colonie. E' quali errori ancora, vivendo lui, possevano non lo offendere, se non avessi fatto el sesto, di trre lo stato a' Viniziani: perch, quando non avessi fatto grande la Chiesia n messo in Italia Spagna, era ben ragionevole e necessario abbassarli; ma avendo preso quelli primi partiti, non doveva mai consentire alla ruina loro: perch, sendo quelli potenti, arebbono sempre tenuti li altri discosto dalla impresa di Lombardia, s perch Viniziani non vi arebbono consentito sanza diventarne signori loro, s perch li altri non arebbono voluto torla a Francia per darla a loro, et andare a urtarli tutti e dua non arebbono avuto animo. E se alcuno dicesse: el re Luigi ced ad Alessandro la Romagna et a Spagna el Regno per fuggire una guerra; respondo, con le ragioni dette di sopra, che non si debbe mai lasciare seguire uno disordine per fuggire una guerra, perch la non si fugge, ma si differisce a tuo disavvantaggio. E se alcuni altri allegassino la fede che il re aveva data al papa, di fare per lui quella impresa, per la resoluzione del suo matrimonio e il cappello di Roano, respondo con quello che per me di sotto si dir circa la fede de' principi e come la si debbe osservare. Ha perduto, adunque, el re Luigi la Lombardia per non avere osservato alcuno di quelli termini osservati da altri che hanno preso provincie e volutole tenere. N  miraculo alcuno questo, ma molto ordinario e ragionevole. E di questa materia parlai a Nantes con Roano, quando il Valentino, che cos era chiamato popularmente Cesare Borgia, figliuolo di papa Alessandro, occupava la Romagna; perch, dicendomi el cardinale di Roano che li Italiani non si intendevano della guerra, io li risposi che e' Franzesi non si intendevano dello stato; perch, se se n'intendessino, non lascerebbono venire la Chiesia in tanta grandezza. E per esperienzia s' visto che la grandezza, in Italia, di quella e di Spagna  stata causata da Francia, e la ruina sua causata da loro. Di che si cava una regola generale, la quale mai o raro falla: che chi  cagione che uno diventi potente, ruina; perch quella potenzia  causata da colui o con industria o con forza; e l'una e l'altra di queste dua  sospetta a chi  diventato potente.

Cap.4

<I>Cur Darii regnum quod Alexander occupaverat a successoribus suis post Alexandri mortem non defecit</I>.
[Per qual cagione il regno di Dario, il quale da Alessandro fu occupato, non si ribell da' sua successori dopo la morte di Alessandro]

Considerate le difficult le quali si hanno a tenere uno stato di nuovo acquistato, potrebbe alcuno maravigliarsi donde nacque che Alessandro Magno divent signore della Asia in pochi anni, e, non l'avendo appena occupata, mor; donde pareva ragionevole che tutto quello stato si rebellassi; non di meno e' successori di Alessandro se lo mantennono, e non ebbono a tenerlo altra difficult che quella che infra loro medesimi, per ambizione propria, nacque. Respondo come e' principati de' quali si ha memoria, si truovano governati in dua modi diversi: o per uno principe, e tutti li altri servi, e' quali come ministri per grazia e concessione sua, aiutono governare quello regno; o per uno principe e per baroni, li quali, non per grazia del signore, ma per antiquit di sangue tengano quel grado. Questi tali baroni hanno stati e sudditi proprii, li quali ricognoscono per signori et hanno in loro naturale affezione. Quelli stati che si governono per uno principe e per servi hanno el loro principe con pi autorit; perch in tutta la sua provincia non  alcuno che riconosca per superiore se non lui; e se obediscano alcuno altro, lo fanno come ministro et offiziale, e non li portano particulare amore.
Li esempli di queste dua diversit di governi sono, ne' nostri tempi, el Turco et il re di Francia. Tutta la monarchia del Turco  governata da uno signore, li altri sono sua servi; e, distinguendo el suo regno in Sangiachi, vi manda diversi amministratori, e li muta e varia come pare a lui. Ma el re di Francia  posto in mezzo d'una moltitudine antiquata di signori, in quello stato riconosciuti da' loro sudditi et amati da quelli: hanno le loro preeminenzie: non le pu il re trre loro sanza suo periculo. Chi considera adunque l'uno e l'altro di questi stati, troverr difficult nello acquistare lo stato del Turco, ma, vinto che sia, facilit grande a tenerlo. Le cagioni della difficult in potere occupare el regno del Turco sono per non potere essere chiamato da' principi di quello regno, n sperare, con la rebellione di quelli ch'egli ha d'intorno, potere facilitare la sua impresa: il che nasce dalle ragioni sopradette. Perch sendoli tutti stiavi et obbligati, si possono con pi difficult corrompere; e, quando bene si corrompessino, se ne pu sperare poco utile, non possendo quelli tirarsi drieto e' populi per le ragioni assignate. Onde, chi assalta il Turco,  necessario pensare di averlo a trovare unito; e li conviene sperare pi nelle forze proprie che ne' disordini d'altri. Ma, vinto che fussi e rotto alla campagna in modo che non possa rifare eserciti, non si ha a dubitare d'altro che del sangue del principe; il quale spento, non resta alcuno di chi si abbia a temere, non avendo li altri credito con li populi: e come el vincitore, avanti la vittoria, non poteva sperare in loro, cos non debbe, dopo quella, temere di loro.
El contrario interviene ne' regni governati come quello di Francia, perch con facilit tu puoi intrarvi, guadagnandoti alcuno barone del regno; perch sempre si truova de' malicontenti e di quelli che desiderano innovare. Costoro, per le ragioni dette, ti possono aprire la via a quello stato e facilitarti la vittoria; la quale di poi, a volerti mantenere, si tira drieto infinite difficult, e con quelli che ti hanno aiutato e con quelli che tu hai oppressi. N ti basta spegnere el sangue del principe; perch vi rimangono quelli signori che si fanno capi delle nuove alterazioni; e, non li potendo n contentare n spegnere, perdi quello stato qualunque volta venga la occasione.
Ora, se voi considerrete di qual natura di governi era quello di Dario, lo troverrete simile al regno del Turco; e per ad Alessandro fu necessario prima urtarlo tutto e trli la campagna: dopo la quale vittoria, sendo Dario morto, rimase ad Alessandro quello stato sicuro, per le ragioni di sopra discorse. E li sua successori, se fussino suti uniti, se lo potevano godere oziosi; n in quello regno nacquono altri tumulti, che quelli che loro proprii suscitorono. Ma li stati ordinati come quello di Francia  impossibile possederli con tanta quiete. Di qui nacquono le spesse rebellioni di Spagna, di Francia e di Grecia da' Romani, per li spessi principati che erano in quelli stati: de' quali mentre dur la memoria, sempre ne furono e' Romani incerti di quella possessione; ma, spenta la memoria di quelli, con la potenzia e diuturnit dello imperio ne diventorono securi possessori. E posserno anche quelli, combattendo di poi infra loro, ciascuno tirarsi drieto parte di quelle provincie, secondo l'autorit vi aveva presa drento; e quelle, per essere el sangue del loro antiquo signore spento, non riconoscevano se non e' Romani. Considerato adunque tutte queste cose, non si maraviglier alcuno della facilit ebbe Alessandro a tenere lo stato di Asia e delle difficult che hanno avuto li altri a conservare lo acquistato, come Pirro e molti. Il che non  nato dalla molta o poca virt del vincitore, ma dalla disformit del subietto.


Cap.5

<I>Quomodo administrandae sunt civitates vel principatus, qui, antequam occuparentur suis legibus vivebant</I>.
[In che modo si debbino governare le citt o principati li quali, innanzi fussino occupati, si vivevano con le loro legge.]

Quando quelli stati che s'acquistano, come  detto, sono consueti a vivere con le loro legge et in libert, a volerli tenere, ci sono tre modi: el primo, ruinarle; l'altro, andarvi ad abitare personalmente; el terzo, lasciarle vivere con le sua legge, traendone una pensione e creandovi drento uno stato di pochi che te le conservino amiche. Perch, sendo quello stato creato da quello principe, sa che non pu stare sanza l'amicizia e potenzia sua, et ha a fare tutto per mantenerlo. E pi facilmente si tiene una citt usa a vivere libera con il mezzo de' sua cittadini, che in alcuno altro modo, volendola preservare.
In exemplis ci sono li Spartani e li Romani. Li Spartani tennono Atene e Tebe creandovi uno stato di pochi; tamen le riperderono. Romani, per tenere Capua Cartagine e Numanzia, le disfeciono, e non le perderono. Vollono tenere la Grecia quasi come tennono li Spartani, faccendola libera e lasciandoli le sua legge; e non successe loro: in modo che furono costretti disfare molte citt di quella provincia, per tenerla. Perch, in verit, non ci  modo sicuro a possederle, altro che la ruina. E chi diviene patrone di una citt consueta a vivere libera, e non la disfaccia, aspetti di esser disfatto da quella; perch sempre ha per refugio, nella rebellione, el nome della libert e li ordini antichi sua; li quali n per la lunghezza de' tempi n per benefizii mai si dimenticano. E per cosa che si faccia o si provegga, se non si disuniscano o si dissipano li abitatori, non sdimenticano quel nome n quelli ordini, e subito in ogni accidente vi ricorrono; come fe' Pisa dopo cento anni che ella era posta in servit da' Fiorentini. Ma, quando le citt o le provincie sono use a vivere sotto uno principe, e quel sangue sia spento, sendo da uno canto usi ad obedire, dall'altro non avendo el principe vecchio, farne uno infra loro non si accordano, vivere liberi non sanno; di modo che sono pi tardi a pigliare l'arme, e con pi facilit se li pu uno principe guadagnare et assicurarsi di loro. Ma nelle repubbliche  maggiore vita, maggiore odio, pi desiderio di vendetta; n li lascia, n pu lasciare riposare la memoria della antiqua libert: tale che la pi sicura via  spegnerle o abitarvi.


Cap.6
<I>De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur</I>.
[De' Principati nuovi che s'acquistano con l'arme proprie e virtuosamente]

Non si maravigli alcuno se, nel parlare che io far de' principati al tutto nuovi e di principe e di stato, io addurr grandissimi esempli; perch, camminando li uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, n si potendo le vie d'altri al tutto tenere, n alla virt di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare, acci che, se la sua virt non vi arriva, almeno ne renda qualche odore: e fare come li arcieri prudenti, a' quali parendo el loco dove disegnono ferire troppo lontano, e conoscendo fino a quanto va la virt del loro arco, pongono la mira assai pi alta che il loco destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per potere, con lo aiuto di s alta mira, pervenire al disegno loro. Dico adunque, che ne' principati tutti nuovi, dove sia uno nuovo principe, si trova a mantenerli pi o meno difficult, secondo che pi o meno  virtuoso colui che li acquista. E perch questo evento di diventare di privato principe, presuppone o virt o fortuna, pare che l'una o l'altra di queste dua cose mitighi in parte di molte difficult: non di manco, colui che  stato meno sulla fortuna, si  mantenuto pi. Genera ancora facilit essere el principe constretto, per non avere altri stati, venire personaliter ad abitarvi. Ma, per venire a quelli che per propria virt e non per fortuna sono diventati principi, dico che li pi eccellenti sono Mois, Ciro, Romulo, Teseo e simili. E bench di Mois non si debba ragionare, sendo suto uno mero esecutore delle cose che li erano ordinate da Dio, tamen debbe essere ammirato solum per quella grazia che lo faceva degno di parlare con Dio. Ma consideriamo Ciro e li altri che hanno acquistato o fondato regni: li troverrete tutti mirabili; e se si considerranno le azioni et ordini loro particulari, parranno non discrepanti da quelli di Mois, che ebbe s gran precettore. Et esaminando le azioni e vita loro, non si vede che quelli avessino altro dalla fortuna che la occasione; la quale dette loro materia a potere introdurvi drento quella forma parse loro; e sanza quella occasione la virt dello animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virt la occasione sarebbe venuta invano. Era dunque necessario a Mois trovare el populo d'Isdrael, in Egitto, stiavo et oppresso dalli Egizii, acci che quelli, per uscire di servit, si disponessino a seguirlo. Conveniva che Romulo non capissi in Alba, fussi stato esposto al nascere, a volere che diventassi re di Roma e fondatore di quella patria. Bisognava che Ciro trovassi e' Persi malcontenti dello imperio de' Medi, e li Medi molli et effeminati per la lunga pace. Non posseva Teseo dimonstrare la sua virt, se non trovava li Ateniesi dispersi. Queste occasioni, per tanto, feciono questi uomini felici, e la eccellente virt loro fece quella occasione esser conosciuta; donde la loro patria ne fu nobilitata e divent felicissima.
Quelli li quali per vie virtuose, simili a costoro, diventono principi, acquistono el principato con difficult, ma con facilit lo tengano; e le difficult che hanno nell'acquistare el principato, in parte nascono da' nuovi ordini e modi che sono forzati introdurre per fondare lo stato loro e la loro securt. E debbasi considerare come non  cosa pi difficile a trattare, n pi dubia a riuscire, n pi pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perch lo introduttore ha per nimici tutti quelli che delli ordini vecchi fanno bene, et ha tepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbono bene. La quale tepidezza nasce, parte per paura delli avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulit delli uomini; li quali non credano in verit le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che qualunque volta quelli che sono nimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri defendano tepidamente; in modo che insieme con loro si periclita.  necessario per tanto, volendo discorrere bene questa parte, esaminare se questi innovatori stiano per loro medesimi, o se dependano da altri; ci , se per condurre l'opera loro bisogna che preghino, ovvero possono forzare. Nel primo caso capitano sempre male, e non conducano cosa alcuna; ma, quando dependono da loro proprii e possano forzare, allora  che rare volte periclitano. Di qui nacque che tutt'i profeti armati vinsono, e li disarmati ruinorono. Perch, oltre alle cose dette, la natura de' populi  varia; et  facile a persuadere loro una cosa, ma  difficile fermarli in quella persuasione. E per conviene essere ordinato in modo, che, quando non credono pi, si possa fare loro credere per forza. Mois, Ciro, Teseo e Romulo non arebbono possuto fare osservare loro lungamente le loro constituzioni, se fussino stati disarmati; come ne' nostri tempi intervenne a fra' Girolamo Savonerola; il quale ruin ne' sua ordini nuovi, come la moltitudine cominci a non crederli; e lui non aveva modo a tenere fermi quelli che avevano creduto, n a far credere e' discredenti. Per questi tali hanno nel condursi gran difficult, e tutti e' loro periculi sono fra via, e conviene che con la virt li superino; ma, superati che li hanno, e che cominciano ad essere in venerazione, avendo spenti quelli che di sua qualit li avevano invidia, rimangono potenti, securi, onorati, felici.
A s alti esempli io voglio aggiugnere uno esemplo minore; ma bene ar qualche proporzione con quelli; e voglio mi basti per tutti li altri simili; e questo  Ierone Siracusano. Costui, di privato divent principe di Siracusa: n ancora lui conobbe altro dalla fortuna che la occasione; perch, sendo Siracusani oppressi, lo elessono per loro capitano; donde merit d'essere fatto loro principe. E fu di tanta virt, etiam in privata fortuna, che chi ne scrive, dice: <I>quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum</I>. Costui spense la milizia vecchia, ordin della nuova; lasci le amicizie antiche, prese delle nuove; e, come ebbe amicizie e soldati che fussino sua, poss in su tale fondamento edificare ogni edifizio: tanto che lui dur assai fatica in acquistare, e poca in mantenere.

Cap.7

<I>De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur</I>.
[De' principati nuovi che s'acquistano con le armi e fortuna di altri]

Coloro e' quali solamente per fortuna diventano, di privati principi, con poca fatica diventano, ma con assai si mantengano; e non hanno alcuna difficult fra via, perch vi volano; ma tutte le difficult nascono quando sono posti. E questi tali sono, quando  concesso ad alcuno uno stato o per danari o per grazia di chi lo concede: come intervenne a molti in Grecia, nelle citt di Ionia e di Ellesponto, dove furono fatti principi da Dario, acci le tenessino per sua sicurt e gloria; come erano fatti ancora quelli imperatori che, di privati, per corruzione de' soldati, pervenivano allo imperio. Questi stanno semplicemente in sulla volunt e fortuna di chi lo ha concesso loro, che sono dua cose volubilissime et instabili; e non sanno e non possano tenere quel grado: non sanno, perch, se non  uomo di grande ingegno e virt, non  ragionevole che, sendo sempre vissuto in privata fortuna, sappi comandare; non possano, perch non hanno forze che li possino essere amiche e fedeli. Di poi, li stati che vengano subito, come tutte l'altre cose della natura che nascono e crescono presto, non possono avere le barbe e correspondenzie loro in modo, che 'l primo tempo avverso le spenga; se gi quelli tali, come  detto, che s de repente sono diventati principi, non sono di tanta virt che quello che la fortuna ha messo loro in grembo, e' sappino subito prepararsi a conservarlo, e quelli fondamenti che li altri hanno fatto avanti che diventino principi, li faccino poi.
Io voglio all'uno et all'altro di questi modi detti, circa el diventare principe per virt o per fortuna, addurre dua esempli stati ne' d della memoria nostra: e questi sono Francesco Sforza e Cesare Borgia. Francesco, per li debiti mezzi e con una gran virt, di privato divent duca di Milano; e quello che con mille affanni aveva acquistato, con poca fatica mantenne. Dall'altra parte Cesare Borgia, chiamato dal vulgo duca Valentino, acquist lo stato con la fortuna del padre, e con quella lo perd; non ostante che per lui si usassi ogni opera e facessi tutte quelle cose che per uno prudente e virtuoso uomo si doveva fare, per mettere le barbe sua in quelli stati che l'arme e fortuna di altri li aveva concessi. Perch, come di sopra si disse, chi non fa e' fondamenti prima, li potrebbe con una gran virt farli poi, ancora che si faccino con disagio dello architettore e periculo dello edifizio. Se adunque, si considerr tutti e' progressi del duca, si vedr lui aversi fatti gran fondamenti alla futura potenzia; li quali non iudico superfluo discorrere, perch io non saprei quali precetti mi dare migliori a uno principe nuovo, che lo esemplo delle azioni sua: e se li ordini sua non li profittorono, non fu sua colpa, perch nacque da una estraordinaria et estrema malignit di fortuna.
Aveva Alessandro sesto, nel volere fare grande el duca suo figliuolo, assai difficult presenti e future. Prima, non vedeva via di poterlo fare signore di alcuno stato che non fussi stato di Chiesia; e, volgendosi a trre quello della Chiesia, sapeva che el duca di Milano e Viniziani non gnene consentirebbano; perch Faenza e Rimino erano di gi sotto la protezione de' Viniziani. Vedeva, oltre a questo, l'arme di Italia, e quelle in spezie di chi si fussi possuto servire, essere in le mani di coloro che dovevano temere la grandezza del papa; e per non se ne poteva fidare, sendo tutte nelli Orsini e Colonnesi e loro complici. Era adunque necessario si turbassino quelli ordini, e disordinare li stati di coloro, per potersi insignorire securamente di parte di quelli. Il che li fu facile; perch trov Viniziani che, mossi da altre cagioni, si eron volti a fare ripassare Franzesi in Italia: il che non solamente non contradisse, ma lo fe' pi facile con la resoluzione del matrimonio antiquo del re Luigi. Pass, adunque, il re in Italia con lo aiuto de' Viniziani e consenso di Alessandro; n prima fu in Milano, che il papa ebbe da lui gente per la impresa di Romagna; la quale li fu consentita per la reputazione del re. Acquistata, adunque el duca la Romagna, e sbattuti e' Colonnesi, volendo mantenere quella e procedere pi avanti, lo 'mpedivano dua cose: l'una, l'arme sua che non li parevano fedeli, l'altra, la volunt di Francia: ci  che l'arme Orsine, delle quali s'era valuto, li mancassino sotto, e non solamente li 'mpedissino lo acquistare ma gli togliessino l'acquistato, e che il re ancora non li facessi el simile. Delli Orsini ne ebbe uno riscontro quando dopo la espugnazione di Faenza, assalt Bologna, ch li vidde andare freddi in quello assalto; e circa el re, conobbe l'animo suo quando, preso el ducato di Urbino, assalt la Toscana: dalla quale impresa el re lo fece desistere. Onde che il duca deliber non dependere pi dalle arme e fortuna di altri. E, la prima cosa, indebol le parti Orsine e Colonnese in Roma; perch tutti li aderenti loro che fussino gentili uomini, se li guadagn, facendoli sua gentili uomini e dando loro grandi provisioni; et onorolli, secondo le loro qualit, di condotte e di governi: in modo che in pochi mesi nelli animi loro l'affezione delle parti si spense, e tutta si volse nel duca. Dopo questa, aspett la occasione di spegnere li Orsini, avendo dispersi quelli di casa Colonna; la quale li venne bene, e lui la us meglio; perch, avvedutisi li Orsini, tardi, che la grandezza del duca e della Chiesia era la loro ruina, feciono una dieta alla Magione, nel Perugino. Da quella nacque la rebellione di Urbino e li tumulti di Romagna et infiniti periculi del duca, li quali tutti super con lo aiuto de' Franzesi. E, ritornatoli la reputazione, n si fidando di Francia n di altre forze esterne, per non le avere a cimentare, si volse alli inganni; e seppe tanto dissimulare l'animo suo, che li Orsini, mediante el signor Paulo, si riconciliorono seco; con il quale el duca non manc d'ogni ragione di offizio per assicurarlo, dandoli danari, veste e cavalli; tanto che la simplicit loro li condusse a Sinigallia nelle sua mani. Spenti adunque, questi capi, e ridotti li partigiani loro amici sua, aveva il duca gittati assai buoni fondamenti alla potenzia sua, avendo tutta la Romagna con il ducato di Urbino, parendoli, massime, aversi acquistata amica la Romagna e guadagnatosi tutti quelli popoli, per avere cominciato a gustare el bene essere loro.
E, perch questa parte  degna di notizia e da essere imitata da altri, non la voglio lasciare indrieto. Preso che ebbe il duca la Romagna, e trovandola suta comandata da signori impotenti, li quali pi presto avevano spogliato e' loro sudditi che corretti, e dato loro materia di disunione, non di unione, tanto che quella provincia era tutta piena di latrocinii, di brighe e di ogni altra ragione di insolenzia, iudic fussi necessario, a volerla ridurre pacifica e obediente al braccio regio, darli buon governo. Per vi prepose messer Remirro de Orco uomo crudele et espedito, al quale dette pienissima potest. Costui in poco tempo la ridusse pacifica et unita, con grandissima reputazione. Di poi iudic el duca non essere necessario s eccessiva autorit, perch dubitava non divenissi odiosa; e preposevi uno iudicio civile nel mezzo della provincia, con uno presidente eccellentissimo, dove ogni citt vi aveva lo avvocato suo. E perch conosceva le rigorosit passate averli generato qualche odio, per purgare li animi di quelli populi e guadagnarseli in tutto, volle monstrare che, se crudelt alcuna era seguta, non era nata da lui, ma dalla acerba natura del ministro. E presa sopr'a questo occasione, lo fece mettere una mattina, a Cesena, in dua pezzi in sulla piazza, con uno pezzo di legno e uno coltello sanguinoso a canto. La ferocit del quale spettaculo fece quelli populi in uno tempo rimanere satisfatti e stupidi.
Ma torniamo donde noi partimmo. Dico che, trovandosi el duca assai potente et in parte assicurato de' presenti periculi, per essersi armato a suo modo e avere in buona parte spente quelle arme che, vicine, lo potevano offendere, li restava, volendo procedere con lo acquisto, el respetto del re di Francia; perch conosceva come dal re, il quale tardi si era accorto dello errore suo, non li sarebbe sopportato. E cominci per questo a cercare di amicizie nuove, e vacillare con Francia, nella venuta che feciono Franzesi verso el regno di Napoli contro alli Spagnuoli che assediavono Gaeta. E l'animo suo era assicurarsi di loro; il che li sarebbe presto riuscito, se Alessandro viveva.
E questi furono e' governi sua quanto alle cose presenti. Ma, quanto alle future, lui aveva a dubitare in prima che uno nuovo successore alla Chiesia non li fussi amico e cercassi torli quello che Alessandro li aveva dato: e pens farlo in quattro modi: prima, di spegnere tutti e' sangui di quelli signori che lui aveva spogliati, per trre al papa quella occasione; secondo, di guadagnarsi tutti e' gentili uomini di Roma, come  detto, per potere con quelli tenere el papa in freno; terzio, ridurre el Collegio pi suo che poteva; quarto, acquistare tanto imperio, avanti che il papa morissi, che potessi per s medesimo resistere a uno primo impeto. Di queste quattro cose, alla morte di Alessandro ne aveva condotte tre; la quarta aveva quasi per condotta: perch de' signori spogliati ne ammazz quanti ne poss aggiugnere, e pochissimi si salvarono; e' gentili uomini romani si aveva guadagnati, e nel Collegio aveva grandissima parte; e, quanto al nuovo acquisto, aveva disegnato diventare signore di Toscana, e possedeva di gi Perugia e Piombino, e di Pisa aveva presa la protezione. E, come non avessi avuto ad avere respetto a Francia (ch non gnene aveva ad avere pi, per essere di gi Franzesi spogliati del Regno dalli Spagnoli, di qualit che ciascuno di loro era necessitato comperare l'amicizia sua), e' saltava in Pisa. Dopo questo, Lucca e Siena cedeva subito, parte per invidia de' Fiorentini, parte per paura; Fiorentini non avevano remedio: il che se li fusse riuscito (ch li riusciva l'anno medesimo che Alessandro mor), si acquistava tante forze e tanta reputazione, che per s stesso si sarebbe retto, e non sarebbe pi dependuto dalla fortuna e forze di altri, ma dalla potenzia e virt sua. Ma Alessandro mor dopo cinque anni che elli aveva cominciato a trarre fuora la spada. Lasciollo con lo stato di Romagna solamente assolidato, con tutti li altri in aria, infra dua potentissimi eserciti inimici, e malato a morte. Et era nel duca tanta ferocia e tanta virt e s bene conosceva come li uomini si hanno a guadagnare o perdere, e tanto erano validi e' fondamenti che in s poco tempo si aveva fatti, che, se non avessi avuto quelli eserciti addosso, o lui fussi stato sano, arebbe retto a ogni difficult. E ch'e' fondamenti sua fussino buoni, si vidde: ch la Romagna l'aspett pi d'uno mese; in Roma, ancora che mezzo vivo, stette sicuro; e bench Ballioni, Vitelli et Orsini venissino in Roma, non ebbono sguito contro di lui: poss fare, se non chi e' volle papa, almeno che non fussi chi non voleva. Ma, se nella morte di Alessandro fussi stato sano, ogni cosa li era facile. E lui mi disse, ne' d che fu creato Iulio II, che aveva pensato a ci che potessi nascere, morendo el padre, et a tutto aveva trovato remedio, eccetto che non pens mai, in su la sua morte, di stare ancora lui per morire.
Raccolte io adunque tutte le azioni del duca, non saprei riprenderlo; anzi mi pare, come ho fatto, di preporlo imitabile a tutti coloro che per fortuna e con l'arme d'altri sono ascesi allo imperio. Perch lui avendo l'animo grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti; e solo si oppose alli sua disegni la brevit della vita di Alessandro e la malattia sua. Chi, adunque, iudica necessario nel suo principato nuovo assicurarsi de' nimici, guadagnarsi delli amici, vincere o per forza o per fraude, farsi amare e temere da' populi, seguire e reverire da' soldati, spegnere quelli che ti possono o debbono offendere, innovare con nuovi modi li ordini antichi, essere severo e grato, magnanimo e liberale, spegnere la milizia infidele, creare della nuova, mantenere l'amicizie de' re e de' principi in modo che ti abbino o a beneficare con grazia o offendere con respetto, non pu trovare e' pi freschi esempli che le azioni di costui. Solamente si pu accusarlo nella creazione di Iulio pontefice, nella quale lui ebbe mala elezione; perch, come  detto, non possendo fare uno papa a suo modo, poteva tenere che uno non fussi papa; e non doveva mai consentire al papato di quelli cardinali che lui avessi offesi, o che, diventati papi, avessino ad avere paura di lui. Perch li uomini offendono o per paura o per odio. Quelli che lui aveva offesi erano, infra li altri, San Piero ad Vincula, Colonna, San Giorgio, Ascanio; tutti li altri, divenuti papi, aveano a temerlo, eccetto Roano e li Spagnuoli: questi per coniunzione et obligo; quello per potenzia, avendo coniunto seco el regno di Francia. Per tanto el duca, innanzi ad ogni cosa, doveva creare papa uno spagnolo, e, non potendo, doveva consentire che fussi Roano e non San Piero ad Vincula. E chi crede che ne' personaggi grandi e' benefizii nuovi faccino dimenticare le iniurie vecchie, s'inganna. Err, adunque, el duca in questa elezione; e fu cagione dell'ultima ruina sua.


Cap.8

<I>De his qui per scelera ad principatum pervenere</I>.
[Di quelli che per scelleratezze sono venuti al principato]

Ma perch di privato si diventa principe ancora in dua modi, il che non si pu al tutto o alla fortuna o alla virt attribuire, non mi pare da lasciarli indrieto, ancora che dell'uno si possa pi diffusamente ragionare dove si trattassi delle repubbliche. Questi sono quando, o per qualche via scellerata e nefaria si ascende al principato, o quando uno privato cittadino con il favore delli altri sua cittadini diventa principe della sua patria. E, parlando del primo modo, si monstrerr con dua esempli, l'uno antiquo l'altro moderno, sanza intrare altrimenti ne' meriti di questa parte, perch io iudico che basti, a chi fussi necessitato, imitargli.
Agatocle siciliano, non solo di privata fortuna, ma di infima et abietta, divenne re di Siracusa. Costui, nato d'uno figulo, tenne sempre, per li gradi della sua et, vita scellerata; non di manco accompagn le sua scelleratezze con tanta virt di animo e di corpo, che, voltosi alla milizia, per li gradi di quella pervenne ad essere pretore di Siracusa. Nel quale grado sendo constituito, e avendo deliberato diventare principe e tenere con violenzia e sanza obligo d'altri quello che d'accordo li era suto concesso, et avuto di questo suo disegno intelligenzia con Amilcare cartaginese, il quale con li eserciti militava in Sicilia, raun una mattina el populo et il senato di Siracusa, come se elli avessi avuto a deliberare cose pertinenti alla repubblica; et ad uno cenno ordinato, fece da' sua soldati uccidere tutti li senatori e li pi ricchi del popolo. Li quali morti, occup e tenne el principato di quella citt sanza alcuna controversia civile. E, bench da' Cartaginesi fussi dua volte rotto e demum assediato, non solum poss defendere la sua citt, ma, lasciato parte delle sue genti alla difesa della ossidione, con le altre assalt l'Affrica, et in breve tempo liber Siracusa dallo assedio e condusse Cartagine in estrema necessit: e furono necessitati accordarsi con quello, esser contenti della possessione di Affrica, et ad Agatocle lasciare la Sicilia. Chi considerassi adunque le azioni e virt di costui, non vedr cose, o poche, le quali possa attribuire alla fortuna; con ci sia cosa, come di sopra  detto, che non per favore d'alcuno, ma per li gradi della milizia, li quali con mille disagi e periculi si aveva guadagnati, pervenissi al principato, e quello di poi con tanti partiti animosi e periculosi mantenessi. Non si pu ancora chiamare virt ammazzare li sua cittadini, tradire li amici, essere sanza fede, sanza piet, sanza relligione; li quali modi possono fare acquistare imperio, ma non gloria. Perch, se si considerassi la virt di Agatocle nello intrare e nello uscire de' periculi, e la grandezza dello animo suo nel sopportare e superare le cose avverse, non si vede perch elli abbia ad essere iudicato inferiore a qualunque eccellentissimo capitano. Non di manco, la sua efferata crudelit e inumanit, con infinite scelleratezze, non consentono che sia infra li eccellentissimi uomini celebrato. Non si pu, adunque, attribuire alla fortuna o alla virt quello che sanza l'una e l'altra fu da lui conseguito.
Ne' tempi nostri, regnante Alessandro VI, Oliverotto Firmiano, sendo pi anni innanzi rimaso piccolo, fu da uno suo zio materno, chiamato Giovanni Fogliani, allevato, e ne' primi tempi della sua giovent dato a militare sotto Paulo Vitelli, acci che, ripieno di quella disciplina, pervenissi a qualche eccellente grado di milizia. Morto di poi Paulo, milit sotto Vitellozzo suo fratello; et in brevissimo tempo, per essere ingegnoso, e della persona e dello animo gagliardo, divent el primo uomo della sua milizia. Ma, parendoli cosa servile lo stare con altri, pens, con lo aiuto di alcuni cittadini di Fermo a' quali era pi cara la servit che la libert della loro patria, e con il favore vitellesco, di occupare Fermo. E scrisse a Giovanni Fogliani come, sendo stato pi anni fuora di casa, voleva venire a vedere lui e la sua citt, et in qualche parte riconoscere el suo patrimonio: e perch non s'era affaticato per altro che per acquistare onore, acci ch'e' sua cittadini vedessino come non aveva speso el tempo in vano, voleva venire onorevole et accompagnato da cento cavalli di sua amici e servidori; e pregavalo fussi contento ordinare che da' Firmiani fussi ricevuto onoratamente; il che non solamente tornava onore a lui, ma a s proprio, sendo suo allievo. Non manc, per tanto Giovanni di alcuno offizio debito verso el nipote; e fattolo ricevere da' Firmiani onoratamente, si alloggi nelle case sua: dove, passato alcuno giorno, et atteso ad ordinare quello che alla sua futura scelleratezza era necessario, fece uno convito solennissimo, dove invit Giovanni Fogliani e tutti li primi uomini di Fermo. E, consumate che furono le vivande, e tutti li altri intrattenimenti che in simili conviti si usano, Oliverotto, ad arte, mosse certi ragionamenti gravi, parlando della grandezza di papa Alessandro e di Cesare suo figliuolo, e delle imprese loro. A' quali ragionamenti respondendo Giovanni e li altri, lui a un tratto si rizz, dicendo quelle essere cose da parlarne in loco pi secreto; e ritirossi in una camera, dove Giovanni e tutti li altri cittadini li andorono drieto. N prima furono posti a sedere, che de' luoghi secreti di quella uscirono soldati, che ammazzorono Giovanni e tutti li altri. Dopo il quale omicidio, mont Oliverotto a cavallo, e corse la terra, et assedi nel palazzo el supremo magistrato; tanto che per paura furono constretti obbedirlo e fermare uno governo, del quale si fece principe. E, morti tutti quelli che, per essere malcontenti, lo potevono offendere, si corrobor con nuovi ordini civili e militari; in modo che, in spazio d'uno anno che tenne el principato, lui non solamente era sicuro nella citt di Fermo, ma era diventato pauroso a tutti li sua vicini. E sarebbe suta la sua espugnazione difficile come quella di Agatocle, se non si fussi suto lasciato ingannare da Cesare Borgia, quando a Sinigallia, come di sopra si disse, prese li Orsini e Vitelli; dove, preso ancora lui, uno anno dopo el commisso parricidio, fu, insieme con Vitellozzo, il quale aveva avuto maestro delle virt e scelleratezze sua, strangolato.
Potrebbe alcuno dubitare donde nascessi che Agatocle et alcuno simile, dopo infiniti tradimenti e crudelt, poss vivere lungamente sicuro nella sua patria e defendersi dalli inimici esterni, e da' sua cittadini non li fu mai conspirato contro; con ci sia che molti altri, mediante la crudelt non abbino, etiam ne' tempi pacifici, possuto mantenere lo stato, non che ne' tempi dubbiosi di guerra. Credo che questo avvenga dalle crudelt male usate o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle (se del male  licito dire bene) che si fanno ad uno tratto, per necessit dello assicurarsi, e di poi non vi si insiste drento ma si convertiscono in pi utilit de' sudditi che si pu. Male usate sono quelle le quali, ancora che nel principio sieno poche, pi tosto col tempo crescono che le si spenghino. Coloro che osservano el primo modo, possono con Dio e con li uomini avere allo stato loro qualche remedio, come ebbe Agatocle; quelli altri  impossibile si mantenghino. Onde  da notare che, nel pigliare uno stato, debbe l'occupatore di esso discorrere tutte quelle offese che li  necessario fare; e tutte farle a un tratto, per non le avere a rinnovare ogni d, e potere, non le innovando, assicurare li uomini e guadagnarseli con beneficarli. Chi fa altrimenti, o per timidit o per mal consiglio,  sempre necessitato tenere el coltello in mano; n mai pu fondarsi sopra li sua sudditi non si potendo quelli per le fresche e continue iniurie assicurare di lui. Perch le iniurie si debbono fare tutte insieme, acci che, assaporandosi meno, offendino meno: e' benefizii si debbono fare a poco a poco, acci che si assaporino meglio. E debbe, sopr'a tutto, uno principe vivere con li suoi sudditi in modo che veruno accidente o di male o di bene lo abbi a far variare: perch, venendo per li tempi avversi le necessit, tu non se' a tempo al male, et il bene che tu fai non ti giova, perch  iudicato forzato, e non te n' saputo grado alcuno.

Cap.9

<I>De principatu civili</I>.
[Del Principato Civile]

Ma venendo all'altra parte, quando uno privato cittadino, non per scelleratezza o altra intollerabile violenzia, ma con il favore delli altri sua cittadini diventa principe della sua patria, il quale si pu chiamare principato civile (n a pervenirvi  necessario o tutta virt o tutta fortuna, ma pi presto una astuzia fortunata), dico che si ascende a questo principato o con il favore del populo o con il favore de' grandi. Perch in ogni citt si truovano questi dua umori diversi; e nasce da questo, che il populo desidera non essere comandato n oppresso da' grandi, e li grandi desiderano comandare et opprimere el populo; e da questi dua appetiti diversi nasce nelle citt uno de' tre effetti, o principato o libert o licenzia.
El principato  causato o dal populo o da' grandi, secondo che l'una o l'altra di queste parti ne ha occasione; perch, vedendo e' grandi non potere resistere al populo, cominciano a voltare la reputazione ad uno di loro, e fannolo principe per potere sotto la sua ombra sfogare l'appetito loro. El populo ancora, vedendo non potere resistere a' grandi, volta la reputazione ad uno, e lo fa principe, per essere con la autorit sua difeso. Colui che viene al principato con lo aiuto de' grandi, si mantiene con pi difficult che quello che diventa con lo aiuto del populo; perch si trova principe con di molti intorno che li paiano essere sua eguali, e per questo non li pu n comandare n maneggiare a suo modo. Ma colui che arriva al principato con il favore popolare, vi si trova solo, e ha intorno o nessuno o pochissimi che non sieno parati a obedire. Oltre a questo, non si pu con onest satisfare a' grandi e sanza iniuria d'altri, ma s bene al populo: perch quello del populo  pi onesto fine che quello de' grandi, volendo questi opprimere, e quello non essere oppresso. Preterea, del populo inimico uno principe non si pu mai assicurare, per essere troppi; de' grandi si pu assicurare, per essere pochi. El peggio che possa aspettare uno principe dal populo inimico,  lo essere abbandonato da lui; ma da' grandi, inimici, non solo debbe temere di essere abbandonato, ma etiam che loro li venghino contro; perch, sendo in quelli pi vedere e pi astuzia, avanzono sempre tempo per salvarsi, e cercono gradi con quelli che sperano che vinca.  necessitato ancora el principe vivere sempre con quello medesimo populo; ma pu ben fare sanza quelli medesimi grandi, potendo farne e disfarne ogni d, e trre e dare, a sua posta, reputazione loro.
E per chiarire meglio questa parte, dico come e' grandi si debbono considerare in dua modi principalmente. O si governano in modo, col procedere loro, che si obbligano in tutto alla tua fortuna, o no. Quelli che si obbligano, e non sieno rapaci, si debbono onorare et amare; quelli che non si obbligano, si hanno ad esaminare in dua modi: o fanno questo per pusillanimit e defetto naturale d'animo: allora tu ti debbi servire di quelli massime che sono di buono consiglio, perch nelle prosperit te ne onori, e nelle avversit non hai da temerne. Ma, quando non si obbligano ad arte e per cagione ambiziosa,  segno come pensano pi a s che a te; e da quelli si debbe el principe guardare, e temerli come se fussino scoperti inimici, perch sempre, nelle avversit, aiuteranno ruinarlo.
Debbe, per tanto, uno che diventi principe mediante el favore del populo, mantenerselo amico; il che li fia facile, non domandando lui se non di non essere oppresso. Ma uno che contro al populo diventi principe con il favore de' grandi, debbe innanzi a ogni altra cosa cercare di guadagnarsi el populo: il che li fia facile, quando pigli la protezione sua. E perch li uomini, quando hanno bene da chi credevano avere male, si obbligano pi al beneficatore loro, diventa el populo subito pi suo benivolo, che se si fussi condotto al principato con favori sua: e puosselo el principe guadagnare in molti modi, li quali, perch variano secondo el subietto, non se ne pu dare certa regola, e per si lasceranno indrieto. Concluder solo che a uno principe  necessario avere el populo amico: altrimenti non ha, nelle avversit, remedio.
Nabide, principe delli Spartani, sostenne la ossidione di tutta Grecia e di uno esercito romano vittoriosissimo, e difese contro a quelli la patria sua et il suo stato: e li bast solo, sopravvenente il periculo, assicurarsi di pochi: ch se elli avessi avuto el populo inimico, questo non li bastava. E non sia alcuno che repugni a questa mia opinione con quello proverbio trito, che <I>chi fonda in sul populo, fonda in sul fango</I>: perch quello  vero, quando uno cittadino privato vi fa su fondamento, e dassi ad intendere che il populo lo liberi, quando fussi oppresso da' nimici o da' magistrati. In questo caso si potrebbe trovare spesso ingannato, come a Roma e' Gracchi et a Firenze messer Giorgio Scali. Ma, sendo uno principe che vi fondi su, che possa comandare e sia uomo di core, n si sbigottisca nelle avversit, e non manchi delle altre preparazioni, e tenga con l'animo et ordini sua animato l'universale, mai si troverr ingannato da lui, e li parr avere fatto li sua fondamenti buoni.
Sogliono questi principati periclitare quando sono per salire dall'ordine civile allo assoluto; perch questi principi, o comandano per loro medesimi, o per mezzo de' magistrati. Nell'ultimo caso,  pi debole e pi periculoso lo stare loro; perch gli stanno al tutto con la volunt di quelli cittadini che sono preposti a' magistrati: li quali, massime ne' tempi avversi, li possono trre con facilit grande lo stato, o con farli contro, o con non lo obedire. Et el principe non  a tempo, ne' periculi, a pigliare l'autorit assoluta; perch li cittadini e sudditi, che sogliono avere e' comandamenti da' magistrati, non sono, in quelli frangenti, per obedire a' sua; et ar sempre, ne' tempi dubii, penuria di chi si possa fidare. Perch simile principe non pu fondarsi sopra a quello che vede ne' tempi quieti, quando e' cittadini hanno bisogno dello stato; perch allora ognuno corre, ognuno promette, e ciascuno vuole morire per lui, quando la morte  discosto; ma ne' tempi avversi, quando lo stato ha bisogno de' cittadini, allora se ne truova pochi. E tanto pi  questa esperienzia periculosa, quanto la non si pu fare se non una volta. E per uno principe savio debba pensare uno modo per il quale li sua cittadini, sempre et in ogni qualit di tempo, abbino bisogno dello stato e di lui: e sempre poi li saranno fedeli.

Cap.10

<I>Quomodo omnium principatuum vires perpendi debeant</I>.
[In che modo si debbino misurare le forze di tutti i principati]

Conviene avere, nello esaminare le qualit di questi principati, un'altra considerazione: cio, se uno principe ha tanto stato che possa, bisognando, per s medesimo reggersi, o vero se ha sempre necessit della defensione di altri. E, per chiarire meglio questa parte, dico come io iudico coloro potersi reggere per s medesimi, che possono, o per abundanzia di uomini, o di denari, mettere insieme un esercito iusto, e fare una giornata con qualunque li viene ad assaltare; e cos iudico coloro avere sempre necessit di altri, che non possono comparire contro al nimico in campagna, ma sono necessitati rifuggirsi drento alle mura e guardare quelle. Nel primo caso, si  discorso; e per lo avvenire diremo quello ne occorre. Nel secondo caso non si pu dire altro, salvo che confortare tali principi a fortificare e munire la terra propria, e del paese non tenere alcuno conto. E qualunque ar bene fortificata la sua terra, e circa li altri governi con li sudditi si fia maneggiato come di sopra  detto e di sotto si dir, sar sempre con grande respetto assaltato; perch li uomini sono sempre nimici delle imprese dove si vegga difficult, n si pu vedere facilit assaltando uno che abbi la sua terra gagliarda e non sia odiato dal populo.
Le citt di Alamagna sono liberissime, hanno poco contado, et obediscano allo imperatore quando le vogliono, e non temono n quello n altro potente che e abbino intorno; perch le sono in modo fortificate, che ciascuno pensa la espugnazione di esse dovere essere tediosa e difficile. Perch tutte hanno fossi e mura conveniente; hanno artiglierie a sufficienzia; tengono sempre nelle cnove publiche da bere e da mangiare e da ardere per uno anno; et oltre a questo, per potere tenere la plebe pasciuta e sanza perdita del pubblico, hanno sempre in comune per uno anno da potere dare loro da lavorare in quelli esercizii che sieno el nervo e la vita di quella citt e delle industrie de' quali la plebe pasca. Tengono ancora li esercizii militari in reputazione, e sopra questo hanno molti ordini a mantenerli.
Uno principe, adunque, che abbi una citt forte e non si facci odiare, non pu essere assaltato; e, se pure fussi chi lo assaltassi, se ne partir con vergogna; perch le cose del mondo sono s varie, che elli  quasi impossibile che uno potessi con li eserciti stare uno anno ozioso a campeggiarlo. E chi replicasse: se il populo ar le sue possessioni fuora, e veggale ardere, non ci ar pazienza, et il lungo assedio e la carit propria li far sdimenticare el principe; respondo che uno principe potente et animoso superer sempre tutte quelle difficult, dando ora speranza a' sudditi che el male non fia lungo, ora timore della crudelt del nimico, ora assicurandosi con destrezza di quelli che li paressino troppo arditi. Oltre a questo, el nimico, ragionevolmente, debba ardere e ruinare el paese in sulla sua giunta e ne' tempi, quando li animi delli uomini sono ancora caldi e volenterosi alla difesa; e per tanto meno el principe debbe dubitare, perch, dopo qualche giorno, che li animi sono raffreddi, sono di gi fatti e' danni, sono ricevuti e' mali, e non vi  pi remedio; et allora tanto pi si vengono a unire con il loro principe, parendo che lui abbia con loro obbligo sendo loro sute arse le case, ruinate le possessioni, per la difesa sua. E la natura delli uomini , cos obbligarsi per li benefizii che si fanno, come per quelli che si ricevano. Onde, se si considerr bene tutto, non fia difficile a uno principe prudente tenere prima e poi fermi li animi de' sua cittadini nella ossidione, quando non li manchi da vivere n da difendersi.

Cap.11

<I>De principatibus ecclesiasticis</I>.
[De' principati ecclesiastici]

Restaci solamente, al presente, a ragionare de' principati ecclesiastici: circa quali tutte le difficult sono avanti che si possegghino: perch si acquistano o per virt o per fortuna, e sanza l'una e l'altra si mantengano; perch sono sustentati dalli ordini antiquati nella religione, quali sono suti tanto potenti e di qualit che tengono e' loro principi in stato, in qualunque modo si procedino e vivino. Costoro soli hanno stati, e non li defendano; sudditi, e non li governano: e li stati, per essere indifesi, non sono loro tolti; e li sudditi, per non essere governati, non se ne curano, n pensano n possono alienarsi da loro. Solo, adunque, questi principati sono sicuri e felici. Ma, sendo quelli retti da cagioni superiore, alla quale mente umana non aggiugne, lascer el parlarne; perch, sendo esaltati e mantenuti da Dio, sarebbe offizio di uomo prosuntuoso e temerario discorrerne. Non di manco, se alcuno mi ricercassi donde viene che la Chiesia, nel temporale, sia venuta a tanta grandezza, con ci sia che da Alessandro indrieto, e' potentati italiani, et non solum quelli che si chiamavono e' potentati, ma ogni barone e signore, bench minimo, quanto al temporale, la estimava poco, et ora uno re di Francia ne trema, e lo ha possuto cavare di Italia e ruinare Viniziani: la qual cosa, ancora che sia nota, non mi pare superfluo ridurla in buona parte alla memoria.
Avanti che Carlo re di Francia passassi in Italia, era questa provincia sotto lo imperio del papa, Viniziani, re di Napoli, duca di Milano e Fiorentini. Questi potentati avevano ad avere dua cure principali: l'una, che uno forestiero non entrassi in Italia con le arme; l'altra, che veruno di loro occupassi pi stato. Quelli a chi si aveva pi cura erano Papa e Viniziani. Et a tenere indrieto Viniziani, bisognava la unione di tutti li altri, come fu nella difesa di Ferrara; et a tenere basso el Papa, si servivano de' baroni di Roma: li quali, sendo divisi in due fazioni, Orsini e Colonnesi, sempre vi era cagione di scandolo fra loro; e, stando con le arme in mano in su li occhi al pontefice, tenevano el pontificato debole et infermo. E, bench surgessi qualche volta uno papa animoso, come fu Sisto, tamen la fortuna o il sapere non lo poss mai disobbligare da queste incomodit. E la brevit della vita loro n'era cagione; perch in dieci anni che, ragguagliato, viveva uno papa, a fatica che potessi sbassare una delle fazioni; e se, verbigrazia, l'uno aveva quasi spenti Colonnesi, surgeva un altro inimico alli Orsini, che li faceva resurgere, e li Orsini non era a tempo a spegnere. Questo faceva che le forze temporali del papa erano poco stimate in Italia. Surse di poi Alessandro VI, il quale, di tutt'i pontefici che sono stati mai, monstr quanto uno papa, e con il danaio e con le forze, si poteva prevalere, e fece, con lo instrumento del duca Valentino e con la occasione della passata de' Franzesi, tutte quelle cose che io discorro di sopra nelle azioni del duca. E, bench lo intento suo non fussi fare grande la Chiesia, ma il duca, nondimeno ci che fece torn a grandezza della Chiesia; la quale, dopo la sua morte, spento el duca, fu erede delle sue fatiche. Venne di poi papa Iulio; e trov la Chiesia grande, avendo tutta la Romagna e sendo spenti e' baroni di Roma e, per le battiture di Alessandro, annullate quelle fazioni; e trov ancora la via aperta al modo dello accumulare danari, non mai pi usitato da Alessandro indrieto.
Le quali cose Iulio non solum seguit, ma accrebbe; e pens a guadagnarsi Bologna e spegnere e' Viniziani et a cacciare Franzesi di Italia; e tutte queste imprese li riuscirono, e con tanta pi sua laude, quanto fece ogni cosa per accrescere la Chiesia e non alcuno privato. Mantenne ancora le parti Orsine e Colonnese in quelli termini che le trov; e bench tra loro fussi qualche capo da fare alterazione, tamen dua cose li ha tenuti fermi: l'una, la grandezza della Chiesia, che li sbigottisce; l'altra, el non avere loro cardinali, li quali sono origine de' tumulti infra loro. N mai staranno quiete queste parti, qualunque volta abbino cardinali, perch questi nutriscono, in Roma e fuora, le parti, e quelli baroni sono forzati a defenderle: e cos dalla ambizione de' prelati nascono le discordie e li tumulti infra e' baroni. Ha trovato adunque la Santit di papa Leone questo pontificato potentissimo: il quale si spera, se quelli lo feciono grande con le arme, questo, con la bont e infinite altre sue virt, lo far grandissimo e venerando.

Cap.12

<I>Quot sint genera militiae et de mercennariis militibus</I>.
[Di quante ragioni sia la milizia, e de' soldati mercennarii]

Avendo discorso particularmente tutte le qualit di quelli principati de' quali nel principio proposi di ragionare, e considerato in qualche parte le cagioni del bene e del male essere loro, e monstro e' modi con li quali molti hanno cerco di acquistarli e tenerli, mi resta ora a discorrere generalmente le offese e difese che in ciascuno de' prenominati possono accadere. Noi abbiamo detto di sopra, come a uno principe  necessario avere e' sua fondamenti buoni; altrimenti, conviene che rovini. E' principali fondamenti che abbino tutti li stati, cos nuovi come vecchi o misti, sono le buone legge e le buone arme. E perch non pu essere buone legge dove non sono buone arme, e dove sono buone arme conviene sieno buone legge, io lascer indrieto el ragionare delle legge e parler delle arme.
Dico, adunque, che l'arme con le quali uno principe defende el suo stato, o le sono proprie o le sono mercennarie, o ausiliarie o miste. Le mercennarie et ausiliarie sono inutile e periculose; e, se uno tiene lo stato suo fondato in sulle arme mercennarie, non star mai fermo n sicuro; perch le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedele; gagliarde fra' li amici; fra ' nimici, vile; non timore di Dio, non fede con li uomini, e tanto si differisce la ruina quanto si differisce lo assalto; e nella pace se' spogliato da loro, nella guerra da' nimici. La cagione di questo , che le non hanno altro amore n altra cagione che le tenga in campo, che uno poco di stipendio, il quale non  sufficiente a fare che voglino morire per te. Vogliono bene essere tuoi soldati mentre che tu non fai guerra; ma, come la guerra viene, o fuggirsi o andarsene. La qual cosa doverrei durare poca fatica a persuadere, perch ora la ruina di Italia non  causata da altro che per essere in spazio di molti anni riposatasi in sulle arme mercennarie. Le quali feciono gi per qualcuno qualche progresso, e parevano gagliarde infra loro; ma, come venne el forestiero, le mostrorono quello che elle erano. Onde che a Carlo re di Francia fu licito pigliare la Italia col gesso; e chi diceva come e' n'erano cagione e' peccati nostri, diceva il vero; ma non erano gi quelli che credeva, ma questi che io ho narrati: e perch elli erano peccati di principi, ne hanno patito la pena ancora loro.
Io voglio dimonstrare meglio la infelicit di queste arme. E' capitani mercennarii, o sono uomini eccellenti, o no: se sono, non te ne puoi fidare, perch sempre aspireranno alla grandezza propria, o con lo opprimere te che li se' patrone, o con opprimere altri fuora della tua intenzione; ma, se non  il capitano virtuoso, ti rovina per l'ordinario. E se si responde che qualunque ar le arme in mano far questo, o mercennario o no, replicherei come l'arme hanno ad essere operate o da uno principe o da una repubblica. El principe debbe andare in persona, e fare lui l'offizio del capitano; la repubblica ha a mandare sua cittadini; e quando ne manda uno che non riesca valente uomo, debbe cambiarlo; e quando sia, tenerlo con le leggi che non passi el segno. E per esperienzia si vede a' principi soli e repubbliche armate fare progressi grandissimi, et alle arme mercennarie non fare mai se non danno. E con pi difficult viene alla obedienza di uno suo cittadino una repubblica armata di arme proprie, che una armata di armi esterne.
Stettono Roma e Sparta molti secoli armate e libere. Svizzeri sono armatissimi e liberissimi. Delle arme mercennarie antiche in exemplis sono Cartaginesi; li quali furono per essere oppressi da' loro soldati mercennarii, finita la prima guerra con li Romani, ancora che Cartaginesi avessino per capi loro proprii cittadini. Filippo Macedone fu fatto da' Tebani, dopo la morte di Epaminunda, capitano delle loro gente; e tolse loro, dopo la vittoria, la libert. Milanesi, morto il duca Filippo, soldorono Francesco Sforza contro a' Viniziani; il quale, superati li inimici a Caravaggio, si congiunse con loro per opprimere e' Milanesi suoi patroni. Sforza suo padre, sendo soldato della regina Giovanna di Napoli, la lasci in un tratto disarmata; onde lei, per non perdere el regno, fu constretta gittarsi in grembo al re di Aragonia. E, se Viniziani e Fiorentini hanno per lo adrieto cresciuto lo imperio loro con queste arme, e li loro capitani non se ne sono per fatti principi ma li hanno difesi, respondo che Fiorentini in questo caso sono suti favoriti dalla sorte; perch de' capitani virtuosi, de' quali potevano temere, alcuni non hanno vinto, alcuni hanno avuto opposizione, altri hanno volto la ambizione loro altrove. Quello che non vinse fu Giovanni Aucut, del quale, non vincendo, non si poteva conoscere la fede; ma ognuno confesser che, vincendo, stavano Fiorentini a sua discrezione. Sforza ebbe sempre e' Bracceschi contrarii, che guardorono l'uno l'altro. Francesco volse l'ambizione sua in Lombardia; Braccio contro alla Chiesia et il regno di Napoli. Ma vegniamo a quello che  seguito poco tempo fa. Feciono Fiorentini Paulo Vitelli loro capitano, uomo prudentissimo, e che di privata fortuna aveva presa grandissima reputazione. Se costui espugnava Pisa, veruno fia che nieghi come conveniva a' Fiorentini stare seco; perch, se fussi diventato soldato di loro nemici, non avevano remedio; e se lo tenevano, aveano ad obedirlo. Viniziani, se si considerr e' progressi loro, si vedr quelli avere securamente e gloriosamente operato mentre ferono la guerra loro proprii: che fu avanti che si volgessino con le loro imprese in terra: dove co' gentili uomini e con la plebe armata operorono virtuosissimamente; ma, come cominciorono a combattere in terra, lasciorono questa virt, e seguitorono e' costumi delle guerre di Italia. E nel principio dello augumento loro in terra, per non vi avere molto stato e per essere in grande reputazione, non aveano da temere molto de' loro capitani; ma, come ellino ampliorono, che fu sotto el Carmignola, ebbono uno saggio di questo errore. Perch, vedutolo virtuosissimo, battuto che ebbono sotto il suo governo el duca di Milano, e conoscendo da altra parte come elli era raffreddo nella guerra, iudicorono con lui non potere pi vincere, perch non voleva, n potere licenziarlo, per non riperdere ci che aveano acquistato; onde che furono necessitati, per assicurarsene, ammazzarlo. Hanno di poi avuto per loro capitani Bartolomeo da Bergamo, Ruberto da San Severino, Conte di Pitigliano, e simili; con li quali aveano a temere della perdita, non del guadagno loro: come intervenne di poi a Vail, dove, in una giornata, perderono quello che in ottocento anni, con tanta fatica, avevano acquistato. Perch da queste armi nascono solo e' lenti, tardi e deboli acquisti, e le subite e miraculose perdite. E, perch io sono venuto con questi esempli in Italia, la quale  stata governata molti anni dalle arme mercennarie, le voglio discorrere, e pi da alto, acci che, veduto l'origine e progressi di esse, si possa meglio correggerle.
Avete dunque a intendere come, tosto che in questi ultimi tempi lo imperio cominci a essere ributtato di Italia, e che il papa nel temporale vi prese pi reputazione, si divise la Italia in pi stati; perch molte delle citt grosse presono l'arme contra a' loro nobili, li quali, prima favoriti dallo imperatore, le tennono oppresse; e la Chiesia le favoriva per darsi reputazione nel temporale; di molte altre e' loro cittadini ne diventorono principi. Onde che, essendo venuta l'Italia quasi che nelle mani della Chiesia e di qualche Repubblica, et essendo quelli preti e quelli altri cittadini usi a non conoscere arme, cominciorono a soldare forestieri. El primo che dette reputazione a questa milizia fu Alberigo da Conio, romagnolo. Dalla disciplina di costui discese, intra li altri, Braccio e Sforza, che ne' loro tempi furono arbitri di Italia. Dopo questi, vennono tutti li altri che fino a' nostri tempi hanno governato queste arme. Et il fine della loro virt  stato, che Italia  suta corsa da Carlo, predata da Luigi, sforzata da Ferrando e vituperata da' Svizzeri. L'ordine che ellino hanno tenuto,  stato, prima, per dare reputazione a loro proprii, avere tolto reputazione alle fanterie. Feciono questo, perch, sendo sanza stato et in sulla industria, e' pochi fanti non davano loro reputazione, e li assai non potevano nutrire; e per si ridussono a' cavalli, dove con numero sopportabile erano nutriti et onorati. Et erono ridotte le cose in termine, che in uno esercito di ventimila soldati non si trovava dumila fanti. Avevano, oltre a questo, usato ogni industria per levare a s et a' soldati la fatica e la paura, non si ammazzando nelle zuffe, ma pigliandosi prigioni e sanza taglia. Non traevano la notte alle terre; quelli delle terre non traevano alle tende; non facevano intorno al campo n steccato n fossa; non campeggiavano el verno. E tutte queste cose erano permesse ne' loro ordini militari, e trovate da loro per fuggire, come  detto, e la fatica e li pericoli: tanto che li hanno condotta Italia stiava e vituperata.

Cap.13

<I>De militibus auxiliariis, mixtis et propriis</I>.
[De' soldati ausiliarii, misti e proprii]

L'armi ausiliarie, che sono l'altre armi inutili, sono quando si chiama uno potente che con le arme sue ti venga ad aiutare e defendere: come fece ne' prossimi tempi papa Iulio; il quale, avendo visto nella impresa di Ferrara la trista pruova delle sue armi mercennarie, si volse alle ausiliarie, e convenne con Ferrando re di Spagna che con le sua gente et eserciti dovesse aiutarlo. Queste arme possono essere utile e buone per loro medesime, ma sono, per chi le chiama, quasi sempre dannose: perch, perdendo rimani disfatto, vincendo, resti loro prigione. Et ancora che di questi esempli ne siano piene le antiche istorie, non di manco io non mi voglio partire da questo esemplo fresco di papa Iulio II; el partito del quale non poss essere manco considerato, per volere Ferrara, cacciarsi tutto nelle mani d'uno forestiere. Ma la sua buona fortuna fece nascere una terza cosa, acci non cogliessi el frutto della sua mala elezione: perch, sendo li ausiliari sua rotti a Ravenna, e surgendo e' Svizzeri che cacciorono e' vincitori, fuora d'ogni opinione e sua e d'altri, venne a non rimanere prigione delli inimici, sendo fugati, n delli ausiliarii sua, avendo vinto con altre arme che con le loro. Fiorentini, sendo al tutto disarmati, condussono diecimila Franzesi a Pisa per espugnarla: per il quale partito portorono pi pericolo che in qualunque tempo de' travagli loro. Lo imperatore di Costantinopoli, per opporsi alli sua vicini, misse in Grecia diecimila Turchi; li quali, finita la guerra, non se ne volsono partire: il che fu principio della servit di Grecia con li infedeli.
Colui, adunque, che vuole non potere vincere, si vaglia di queste arme, perch sono molto pi pericolose che le mercennarie: perch in queste  la ruina fatta: sono tutte unite, tutte volte alla obedienza di altri; ma nelle mercennarie, ad offenderti, vinto che le hanno, bisogna pi tempo e maggiore occasione, non sendo tutto uno corpo, et essendo trovate e pagate da te; nelle quali uno terzo che tu facci capo, non pu pigliare subito tanta autorit che ti offenda. In somma, nelle mercennarie  pi pericolosa la ignavia, nelle ausiliarie, la virt.
Uno principe, per tanto, savio, sempre ha fuggito queste arme, e voltosi alle proprie; et ha volsuto pi tosto perdere con li sua che vincere con li altri, iudicando non vera vittoria quella che con le armi aliene si acquistassi. Io non dubiter mai di allegare Cesare Borgia e le sue azioni. Questo duca intr in Romagna con le armi ausiliarie, conducendovi tutte gente franzese, e con quelle prese Imola e Furl, ma non li parendo poi tale arme sicure, si volse alle mercennarie, iudicando in quelle manco periculo; e sold li Orsini e Vitelli. Le quali poi nel maneggiare trovando dubie et infideli e periculose, le spense, e volsesi alle proprie. E puossi facilmente vedere che differenzia  infra l'una e l'altra di queste arme, considerato che differenzia fu dalla reputazione del duca, quando aveva Franzesi soli e quando aveva li Orsini e Vitelli, a quando rimase con li soldati sua e sopr'a s stesso e sempre si troverr accresciuta; n mai fu stimato assai, se non quando ciascuno vidde che lui era intero possessore delle sue arme.
Io non mi volevo partire dalli esempli italiani e freschi; tamen non voglio lasciare indrieto Ierone Siracusano, sendo uno de' soprannominati da me. Costui, come io dissi, fatto da' Siracusani capo delli eserciti, conobbe subito quella milizia mercennaria non essere utile, per essere conduttieri fatti come li nostri italiani; e, parendoli non li possere tenere n lasciare, li fece tutti tagliare a pezzi: e di poi fece guerra con le arme sua e non con le aliene. Voglio ancora ridurre a memoria una figura del Testamento Vecchio fatta a questo proposito. Offerendosi David a Saul di andare a combattere con Golia, provocatore filisteo, Saul, per dargli animo, l'arm dell'arme sua, le quali, come David ebbe indosso, recus, dicendo con quelle non si potere bene valere di s stesso, e per voleva trovare el nimico con la sua fromba e con il suo coltello.
In fine, l'arme d'altri, o le ti caggiono di dosso o le ti pesano o le ti stringano. Carlo VII, padre del re Luigi XI, avendo, con la sua fortuna e virt, libera Francia dalli Inghilesi, conobbe questa necessit di armarsi di arme proprie, e ordin nel suo regno l'ordinanza delle gente d'arme e delle fanterie. Di poi el re Luigi suo figliuolo spense quella de' fanti, e cominci a soldare Svizzeri: il quale errore, seguitato dalli altri, , come si vede ora in fatto, cagione de' pericoli di quello regno. Perch, avendo dato reputazione a' Svizzeri, ha invilito tutte l'arme sua; perch le fanterie ha spento e le sua gente d'arme ha obligato alle arme d'altri; perch, sendo assuefatte a militare con Svizzeri, non par loro di potere vincere sanza essi. Di qui nasce che Franzesi contro a Svizzeri non bastano, e sanza Svizzeri, contro ad altri non pruovano. Sono dunque stati li eserciti di Francia misti, parte mercennarii e parte proprii: le quali arme tutte insieme sono molto migliori che le semplici ausiliarie o le semplici mercennarie, e molto inferiore alle proprie. E basti lo esemplo detto; perch el regno di Francia sarebbe insuperabile, se l'ordine di Carlo era accresciuto o preservato. Ma la poca prudenzia delli uomini comincia una cosa, che, per sapere allora di buono, non si accorge del veleno che vi  sotto: come io dissi, di sopra delle febbre etiche.
Per tanto colui che in uno principato non conosce e' mali quando nascono, non  veramente savio; e questo  dato a pochi. E, se si considerassi la prima ruina dello Imperio romano, si troverr essere suto solo cominciare a soldare e' Goti; perch da quello principio cominciorono a enervare le forze dello Imperio romano; e tutta quella virt che si levava da lui si dava a loro. Concludo, adunque, che, sanza avere arme proprie, nessuno principato  sicuro; anzi  tutto obligato alla fortuna, non avendo virt che nelle avversit lo difenda. E fu sempre opinione e sentenzia delli uomini savi, <I>quod nihil sit tam infirmum aut instabile quam fama potentiae non sua vi nixa</I>. E l'arme proprie son quelle che sono composte o di sudditi o di cittadini o di creati tua: tutte l'altre sono o mercennarie o ausiliarie. Et il modo ad ordinare l'arme proprie sar facile a trovare, se si discorrer li ordini de' quattro sopra nominati da me, e se si vedr come Filippo, padre di Alessandro Magno, e come molte repubbliche e principi si sono armati et ordinati: a' quali ordini io al tutto mi rimetto.

Cap.14

<I>Quod principem deceat circa militiam</I>.
[Quello che s'appartenga a uno principe circa la milizia]

Debbe adunque uno principe non avere altro obietto n altro pensiero, n prendere cosa alcuna per sua arte, fuora della guerra et ordini e disciplina di essa; perch quella  sola arte che si espetta a chi comanda. Et  di tanta virt, che non solamente mantiene quelli che sono nati principi, ma molte volte fa li uomini di privata fortuna salire a quel grado; e per avverso si vede che, quando e' principi hanno pensato pi alle delicatezze che alle arme, hanno perso lo stato loro. E la prima cagione che ti fa perdere quello,  negligere questa arte; e la cagione che te lo fa acquistare,  lo essere professo di questa arte.
Francesco Sforza, per essere armato, di privato divent duca di Milano; e' figliuoli, per fuggire e' disagi delle arme, di duchi diventorono privati. Perch, intra le altre cagioni che ti arreca di male lo essere disarmato, ti fa contennendo: la quale  una di quelle infamie dalle quali el principe si debbe guardare, come di sotto si dir. Perch da uno armato a uno disarmato non  proporzione alcuna; e non  ragionevole che chi  armato obedisca volentieri a chi  disarmato, e che il disarmato stia sicuro intra servitori armati. Perch, sendo nell'uno sdegno e nell'altro sospetto, non  possibile operino bene insieme. E per uno principe che della milizia non si intenda, oltre alle altre infelicit, come  detto, non pu essere stimato da' sua soldati n fidarsi di loro.
Debbe per tanto mai levare el pensiero da questo esercizio della guerra, e nella pace vi si debbe pi esercitare che nella guerra: il che pu fare in dua modi; l'uno con le opere, l'altro con la mente. E, quanto alle opere, oltre al tenere bene ordinati et esercitati li sua, debbe stare sempre in sulle caccie, e mediante quelle assuefare el corpo a' disagi; e parte imparare la natura de' siti, e conoscere come surgono e' monti, come imboccano le valle, come iacciono e' piani, et intendere la natura de' fiumi e de' paduli, et in questo porre grandissima cura. La quale cognizione  utile in dua modi. Prima, s'impara a conoscere el suo paese, e pu meglio intendere le difese di esso; di poi, mediante la cognizione e pratica di quelli siti, con facilit comprendere ogni altro sito che di nuovo li sia necessario speculare: perch li poggi, le valli, e' piani, e' fiumi, e' paduli che sono, verbigrazia, in Toscana, hanno con quelli dell'altre provincie certa similitudine: tal che dalla cognizione del sito di una provincia si pu facilmente venire alla cognizione dell'altre. E quel principe che manca di questa perizie, manca della prima parte che vuole avere uno capitano; perch questa insegna trovare el nimico, pigliare li alloggiamenti, condurre li eserciti, ordinare le giornate, campeggiare le terre con tuo vantaggio.
Filopemene, principe delli Achei, intra le altre laude che dalli scrittori li sono date,  che ne' tempi della pace non pensava mai se non a' modi della guerra; e, quando era in campagna con li amici, spesso si fermava e ragionava con quelli. - Se li nimici fussino in su quel colle, e noi ci trovassimo qui col nostro esercito, chi di noi arebbe vantaggio? come si potrebbe ire, servando li ordini, a trovarli? se noi volessimo ritirarci, come aremmo a fare? se loro si ritirassino, come aremmo a seguirli? - E proponeva loro, andando, tutti e' casi che in uno esercito possono occorrere; intendeva la opinione loro, diceva la sua, corroboravala con le ragioni: tal che, per queste continue cogitazioni, non posseva mai, guidando li eserciti, nascere accidente alcuno, che lui non avessi el remedio.
Ma quanto allo esercizio della mente, debbe el principe leggere le istorie, et in quelle considerare le azioni delli uomini eccellenti, vedere come si sono governati nelle guerre, esaminare le cagioni della vittoria e perdite loro, per potere queste fuggire, e quelle imitare; e sopra tutto fare come ha fatto per l'adrieto qualche uomo eccellente, che ha preso ad imitare se alcuno innanzi a lui  stato laudato e gloriato, e di quello ha tenuto sempre e' gesti et azioni appresso di s: come si dice che Alessandro Magno imitava Achille; Cesare Alessandro; Scipione Ciro. E qualunque legge la vita di Ciro scritta da Senofonte, riconosce di poi nella vita di Scipione quanto quella imitazione li fu di gloria, e quanto, nella castit, affabilit, umanit, liberalit Scipione si conformassi con quelle cose che di Ciro da Senofonte sono sute scritte. Questi simili modi debbe osservare uno principe savio, e mai ne' tempi pacifici stare ozioso, ma con industria farne capitale, per potersene valere nelle avversit, acci che, quando si muta la fortuna, lo truovi parato a resisterle.

Cap.15

<I>De his rebus quibus homines et praesertim principes laudantur aut vituperantur</I>.
[Di quelle cose per le quali li uomini, e specialmente i principi, sono laudati o vituperati]

Resta ora a vedere quali debbano essere e' modi e governi di uno principe con sudditi o con li amici. E, perch io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto prosuntuoso, partendomi, massime nel disputare questa materia, dalli ordini delli altri. Ma, sendo l'intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi  parso pi conveniente andare drieto alla verit effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti n conosciuti essere in vero; perch elli  tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara pi tosto la ruina che la perservazione sua: perch uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde  necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessit.
Lasciando adunque indrieto le cose circa uno principe immaginate, e discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti li uomini, quando se ne parla, e massime e' principi, per essere posti pi alti, sono notati di alcune di queste qualit che arrecano loro o biasimo o laude. E questo  che alcuno  tenuto liberale, alcuno misero (usando uno termine toscano, perch <I>avaro</I> in nostra lingua  ancora colui che per rapina desidera di avere, <I>misero</I> chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il suo); alcuno  tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; l'uno fedifrago, l'altro fedele; l'uno effeminato e pusillanime, l'altro feroce et animoso; l'uno umano, l'altro superbo; l'uno lascivo, l'altro casto; l'uno intero, l'altro astuto; l'uno duro, l'altro facile; l'uno grave l'altro leggieri; l'uno relligioso, l'altro incredulo, e simili. Et io so che ciascuno confesser che sarebbe laudabilissima cosa uno principe trovarsi di tutte le soprascritte qualit, quelle che sono tenute buone: ma, perch non si possono avere n interamente osservare, per le condizioni umane che non lo consentono, li  necessario essere tanto prudente che sappia fuggire l'infamia di quelle che li torrebbano lo stato, e da quelle che non gnene tolgano guardarsi, se elli  possibile; ma, non possendo, vi si pu con meno respetto lasciare andare. Et etiam non si curi di incorrere nella infamia di quelli vizii sanza quali possa difficilmente salvare lo stato; perch, se si considerr bene tutto, si troverr qualche cosa che parr virt, e seguendola sarebbe la ruina sua; e qualcuna altra che parr vizio, e seguendola ne riesce la securt et il bene essere suo.

Cap.16

<I>De liberalitate et parsimonia</I>.
[Della liberalit e della parsimonia]

Cominciandomi, adunque alle prime soprascritte qualit dico come sarebbe bene essere tenuto liberale: non di manco, la liberalit, usata in modo che tu sia tenuto, ti offende; perch se ella si usa virtuosamente e come la si debbe usare, la non fia conosciuta, e non ti cascher l'infamia del suo contrario. E per, a volersi mantenere infra li uomini el nome del liberale,  necessario non lasciare indrieto alcuna qualit di suntuosit; talmente che, sempre uno principe cos fatto consumer in simili opere tutte le sue facult; e sar necessitato alla fine, se si vorr mantenere el nome del liberale, gravare e' populi estraordinariamente et essere fiscale, e fare tutte quelle cose che si possono fare per avere danari. Il che comincer a farlo odioso con sudditi, e poco stimare da nessuno, diventando povero; in modo che, con questa sua liberalit avendo offeso li assai e premiato e' pochi, sente ogni primo disagio, e periclita in qualunque primo periculo: il che conoscendo lui, e volendosene ritrarre, incorre subito nella infamia del misero.
Uno principe, adunque, non potendo usare questa virt del liberale sanza suo danno, in modo che la sia conosciuta, debbe, s'elli  prudente, non si curare del nome del misero: perch col tempo sar tenuto sempre pi liberale, veggendo che con la sua parsimonia le sua intrate li bastano, pu defendersi da chi li fa guerra, pu fare imprese sanza gravare e' populi; talmente che viene a usare liberalit a tutti quelli a chi non toglie, che sono infiniti, e miseria a tutti coloro a chi non d, che sono pochi. Ne' nostri tempi noi non abbiamo veduto fare gran cose se non a quelli che sono stati tenuti miseri; li altri essere spenti. Papa Iulio II, come si fu servito del nome del liberale per aggiugnere al papato, non pens poi a mantenerselo, per potere fare guerra. El re di Francia presente ha fatto tante guerre sanza porre uno dazio estraordinario a' sua, solum perch alle superflue spese ha sumministrato la lunga parsimonia sua. El re di Spagna presente, se fussi tenuto liberale, non arebbe fatto n vinto tante imprese.
Per tanto, uno principe debbe esistimare poco, per non avere a rubare e' sudditi, per potere defendersi, per non diventare povero e contennendo, per non essere forzato di diventare rapace, di incorrere nel nome del misero; perch questo  uno di quelli vizii che lo fanno regnare. E se alcuno dicessi: Cesare con la liberalit pervenne allo imperio, e molti altri, per essere stati et essere tenuti liberali, sono venuti a gradi grandissimi; rispondo: o tu se' principe fatto, o tu se' in via di acquistarlo: nel primo caso, questa liberalit  dannosa; nel secondo,  bene necessario essere tenuto liberale. E Cesare era uno di quelli che voleva pervenire al principato di Roma; ma, se, poi che vi fu venuto, fussi sopravvissuto, e non si fussi temperato da quelle spese, arebbe destrutto quello imperio. E se alcuno replicassi: molti sono stati principi, e con li eserciti hanno fatto gran cose, che sono stati tenuti liberalissimi; ti respondo: o el principe spende del suo e de' sua sudditi, o di quello d'altri; nel primo caso, debbe essere parco; nell'altro, non debbe lasciare indrieto parte alcuna di liberalit. E quel principe che va con li eserciti, che si pasce di prede, di sacchi e di taglie, maneggia quel di altri, li  necessaria questa liberalit; altrimenti non sarebbe seguto da' soldati. E di quello che non  tuo, o di sudditi tua, si pu essere pi largo donatore: come fu Ciro, Cesare et Alessandro; perch lo spendere quello d'altri non ti toglie reputazione, ma te ne aggiugne; solamente lo spendere el tuo  quello che ti nuoce. E non ci  cosa che consumi s stessa quanto la liberalit: la quale mentre che tu usi, perdi la facult di usarla; e diventi, o povero e contennendo, o, per fuggire la povert, rapace et odioso. Et intra tutte le cose di che uno principe si debbe guardare,  lo essere contennendo et odioso; e la liberalit all'una e l'altra cosa ti conduce. Per tanto  pi sapienzia tenersi el nome del misero, che partorisce una infamia sanza odio, che, per volere el nome del liberale, essere necessitato incorrere nel nome di rapace, che partorisce una infamia con odio.

Cap.17

<I>De crudelitate et pietate; et an sit melius amari quam timeri, vel e contra</I>.
[Della crudelt e piet e s'elli  meglio esser amato che temuto, o pi tosto temuto che amato]

Scendendo appresso alle altre preallegate qualit, dico che ciascuno principe debbe desiderare di essere tenuto pietoso e non crudele: non di manco debbe avvertire di non usare male questa piet. Era tenuto Cesare Borgia crudele; non di manco quella sua crudelt aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace et in fede. Il che se si considerr bene, si vedr quello essere stato molto pi pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome del crudele, lasci destruggere Pistoia. Debbe, per tanto, uno principe non si curare della infamia di crudele, per tenere e' sudditi sua uniti et in fede; perch, con pochissimi esempli sar pi pietoso che quelli e' quali, per troppa piet, lasciono seguire e' disordini, di che ne nasca occisioni o rapine: perch queste sogliono offendere una universalit intera, e quelle esecuzioni che vengono dal principe offendono uno particulare. Et intra tutti e' principi, al principe nuovo  impossibile fuggire el nome di crudele, per essere li stati nuovi pieni di pericoli. E Virgilio, nella bocca di Didone, dice:

<I>Res dura, et regni novitas me talia cogunt
Moliri, et late fines custode tueri</I>.

Non di manco debbe essere grave al credere et al muoversi, n si fare paura da s stesso, e procedere in modo temperato con prudenza et umanit, che la troppa confidenzia non lo facci incauto e la troppa diffidenzia non lo renda intollerabile.
Nasce da questo una disputa: s'elli  meglio essere amato che temuto, o e converso. Rispondesi che si vorrebbe essere l'uno e l'altro; ma perch elli  difficile accozzarli insieme,  molto pi sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell'uno de' dua. Perch delli uomini si pu dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, fferonti el sangue, la roba, la vita e' figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno  discosto; ma, quando ti si appressa, e' si rivoltano. E quel principe che si  tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina; perch le amicizie che si acquistano col prezzo, e non con grandezza e nobilt di animo, si meritano, ma elle non si hanno, et a' tempi non si possano spendere. E li uomini hanno meno respetto a offendere uno che si facci amare, che uno che si facci temere; perch l'amore  tenuto da uno vinculo di obbligo, il quale, per essere li uomini tristi, da ogni occasione di propria utilit  rotto; ma il timore  tenuto da una paura di pena che non abbandona mai. Debbe non di manco el principe farsi temere in modo, che, se non acquista lo amore, che fugga l'odio; perch pu molto bene stare insieme esser temuto e non odiato; il che far sempre, quando si astenga dalla roba de' sua cittadini e de' sua sudditi, e dalle donne loro: e quando pure li bisognasse procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando vi sia iustificazione conveniente e causa manifesta; ma, sopra tutto, astenersi dalla roba d'altri; perch li uomini sdimenticano pi presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. Di poi, le cagioni del trre la roba non mancono mai; e, sempre, colui che comincia a vivere con rapina, truova cagione di occupare quel d'altri; e, per avverso, contro al sangue sono pi rare e mancono pi presto.
Ma, quando el principe  con li eserciti et ha in governo multitudine di soldati, allora al tutto  necessario non si curare del nome di crudele; perch sanza questo nome non si tenne mai esercito unito n disposto ad alcuna fazione. Intra le mirabili azioni di Annibale si connumera questa, che, avendo uno esercito grossissimo, misto di infinite generazioni di uomini, condotto a militare in terre aliene, non vi surgessi mai alcuna dissensione, n infra loro n contro al principe, cos nella cattiva come nella sua buona fortuna. Il che non pot nascere da altro che da quella sua inumana crudelt, la quale, insieme con infinite sua virt, lo fece sempre nel cospetto de' suoi soldati venerando e terribile; e sanza quella, a fare quello effetto le altre sua virt non li bastavano. E li scrittori poco considerati, dall'una parte ammirano questa sua azione, dall'altra dannono la principale cagione di essa. E che sia vero che l'altre sua virt non sarebbano bastate, si pu considerare in Scipione, rarissimo non solamente ne' tempi sua, ma in tutta la memoria delle cose che si sanno, dal quale li eserciti sua in Ispagna si rebellorono. Il che non nacque da altro che dalla troppa sua piet, la quale aveva data a' sua soldati pi licenzia che alla disciplina militare non si conveniva. La qual cosa li fu da Fabio Massimo in Senato rimproverata, e chiamato da lui corruttore della romana milizia. E' Locrensi, sendo stati da uno legato di Scipione destrutti, non furono da lui vendicati, n la insolenzia di quello legato corretta, nascendo tutto da quella sua natura facile; talmente che, volendolo alcuno in Senato escusare, disse come elli erano di molti uomini che sapevano meglio non errare, che correggere li errori. La qual natura arebbe col tempo violato la fama e la gloria di Scipione, se elli avessi con essa perseverato nello imperio; ma, vivendo sotto el governo del Senato, questa sua qualit dannosa non solum si nascose, ma li fu a gloria.
Concludo adunque, tornando allo essere temuto et amato, che, amando li uomini a posta loro, e temendo a posta del principe, debbe uno principe savio fondarsi in su quello che  suo, non in su quello che  d'altri: debbe solamente ingegnarsi di fuggire lo odio, come  detto.

Cap.18

<I>Quomodo fides a principibus sit servanda</I>.
[In che modo e' principi abbino a mantenere la fede]

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrit e non con astuzia, ciascuno lo intende: non di manco si vede, per esperienzia ne' nostri tempi, quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l'astuzia aggirare e' cervelli delli uomini; et alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealt.
Dovete adunque sapere come sono dua generazione di combattere: l'uno con le leggi, l'altro con la forza: quel primo  proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma, perch el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Per tanto a uno principe  necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo. Questa parte  suta insegnata a' principi copertamente dalli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille, e molti altri di quelli principi antichi, furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l'una e l'altra natura; e l'una sanza l'altra non  durabile.
Sendo adunque, uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perch il lione non si defende da' lacci, la golpe non si difende da' lupi. Bisogna, adunque, essere golpe a conoscere e' lacci, e lione a sbigottire e' lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Non pu per tanto uno signore prudente, n debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perch sono tristi, e non la osservarebbano a te, tu etiam non l'hai ad osservare a loro. N mai a uno principe mancorono cagioni legittime di colorare la inosservanzia. Di questo se ne potrebbe dare infiniti esempli moderni e monstrare quante pace, quante promesse sono state fatte irrite e vane per la infedelit de' principi: e quello che ha saputo meglio usare la golpe,  meglio capitato. Ma  necessario questa natura saperla bene colorire, et essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessit presenti, che colui che inganna troverr sempre chi si lascer ingannare.
Io non voglio, delli esempli freschi, tacerne uno. Alessandro VI non fece mai altro, non pens mai ad altro, che ad ingannare uomini: e sempre trov subietto da poterlo fare. E non fu mai uomo che avessi maggiore efficacia in asseverare, e con maggiori giuramenti affermassi una cosa, che l'osservassi meno; non di meno sempre li succederono li inganni ad votum, perch conosceva bene questa parte del mondo.
A uno principe, adunque, non  necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualit, ma  bene necessario parere di averle. Anzi ardir di dire questo, che, avendole et osservandole sempre, sono dannose, e parendo di averle, sono utile: come parere pietoso, fedele, umano, intero, relligioso, et essere; ma stare in modo edificato con l'animo, che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare el contrario. Et hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non pu osservare tutte quelle cose per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carit, contro alla umanit, contro alla religione. E per bisogna che elli abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch'e' venti e le variazioni della fortuna li comandono, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.
Debbe, adunque, avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualit, e paia, a vederlo et udirlo, tutto piet, tutto fede, tutto integrit, tutto relligione. E non  cosa pi necessaria a parere di avere che questa ultima qualit. E li uomini in universali iudicano pi alli occhi che alle mani; perch tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se'; e quelli pochi non ardiscano opporsi alla opinione di molti che abbino la maest dello stato che li difenda: e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de' principi, dove non  iudizio da reclamare, si guarda al fine. Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e' mezzi saranno sempre iudicati onorevoli, e da ciascuno laudati; perch el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa; e nel mondo non  se non vulgo; e li pochi ci hanno luogo quando li assai hanno dove appoggiarsi. Alcuno principe de' presenti tempi, quale non  bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell'una e dell'altra  inimicissimo; e l'una e l'altra, quando e' l'avessi osservata, li arebbe pi volte tolto o la reputazione o lo stato.

Cap.19

<I>De contemptu et odio fugiendo</I>.
[In che modo si abbia a fuggire lo essere sprezzato e odiato]

Ma perch, circa le qualit di che di sopra si fa menzione io ho parlato delle pi importanti, l'altre voglio discorrere brevemente sotto queste generalit, che il principe pensi, come di sopra in parte  detto, di fuggire quelle cose che lo faccino odioso e contennendo; e qualunque volta fuggir questo, ar adempiuto le parti sua, e non troverr nelle altre infamie periculo alcuno. Odioso lo fa, sopr'a tutto, come io dissi, lo essere rapace et usurpatore della roba e delle donne de' sudditi: di che si debbe astenere; e qualunque volta alle universalit delli uomini non si toglie n roba n onore, vivono contenti, e solo si ha a combattere con la ambizione di pochi, la quale in molti modi, e con facilit si raffrena. Contennendo lo fa esser tenuto vario, leggieri, effeminato, pusillanime, irresoluto: da che uno principe si debbe guardare come da uno scoglio, et ingegnarsi che nelle azioni sua si riconosca grandezza, animosit, gravit, fortezza, e, circa maneggi privati de' sudditi, volere che la sua sentenzia sia irrevocabile; e si mantenga in tale opinione, che alcuno non pensi n a ingannarlo n ad aggirarlo.
Quel principe che d di s questa opinione,  reputato assai; e contro a chi  reputato, con difficult si congiura, con difficult  assaltato, purch s'intenda che sia eccellente e reverito da' sua. Perch uno principe debbe avere dua paure: una dentro, per conto de' sudditi; l'altra di fuora, per conto de' potentati esterni. Da questa si difende con le buone arme e con li buoni amici; e sempre, se ar buone arme, ar buoni amici; e sempre staranno ferme le cose di dentro, quando stieno ferme quelle di fuora, se gi le non fussino perturbate da una congiura; e quando pure quelle di fuora movessino, s'elli  ordinato e vissuto come ho detto, quando non si abbandoni, sempre sosterr ogni impeto, come io dissi che fece Nabide spartano. Ma, circa sudditi, quando le cose di fuora non muovino, si ha a temere che non coniurino secretamente: di che el principe si assicura assai, fuggendo lo essere odiato o disprezzato, e tenendosi el populo satisfatto di lui; il che  necessario conseguire, come di sopra a lungo si disse. Et uno de' pi potenti rimedii che abbi uno principe contro alle coniure,  non essere odiato dallo universale: perch sempre chi congiura crede con la morte del principe satisfare al populo; ma, quando creda offenderlo, non piglia animo a prendere simile partito, perch le difficult che sono dalla parte de' congiuranti sono infinite. E per esperienzia si vede molte essere state le coniure, e poche avere avuto buon fine. Perch chi coniura non pu essere solo, ne pu prendere compagnia se non di quelli che creda esser malcontenti; e subito che a uno mal contento tu hai scoperto l'animo tuo, li di materia a contentarsi, perch manifestamente lui ne pu sperare ogni commodit: talmente che, veggendo el guadagno fermo da questa parte, e dall'altra veggendolo dubio e pieno di periculo, conviene bene o che sia raro amico, o che sia al tutto ostinato inimico del principe, ad osservarti la fede. E, per ridurre la cosa in brevi termini, dico che dalla parte del coniurante, non  se non paura, gelosia, sospetto di pena che lo sbigottisce; ma, dalla parte del principe,  la maest del principato, le leggi, le difese delli amici e dello stato che lo difendano: talmente che, aggiunto a tutte queste cose la benivolenzia populare,  impossibile che alcuno sia s temerario che congiuri. Perch, per lo ordinario, dove uno coniurante ha a temere innanzi alla esecuzione del male, in questo caso debbe temere ancora poi, avendo per inimico el populo, seguto lo eccesso, n potendo per questo sperare refugio alcuno.
Di questa materia se ne potria dare infiniti esempli; ma voglio solo esser contento di uno, seguito alla memoria de' padri nostri. Messer Annibale Bentivogli, avolo del presente messer Annibale, che era principe in Bologna, sendo da' Canneschi, che li coniurorono contro suto ammazzato, n rimanendo di lui altri che messer Giovanni, che era in fasce, subito dopo tale omicidio, si lev el populo et ammazz tutti e' Canneschi. Il che nacque dalla benivolenzia populare che la casa de' Bentivogli aveva in quelli tempi: la quale fu tanta, che, non restando di quella alcuno in Bologna che potessi, morto Annibale, reggere lo stato, et avendo indizio come in Firenze era uno nato de' Bentivogli che si teneva fino allora figliuolo di uno fabbro, vennono e' Bolognesi per quello in Firenze, e li dettono el governo di quella citt: la quale fu governata da lui fino a tanto che messer Giovanni pervenissi in et conveniente al governo.
Concludo, per tanto, che uno principe debbe tenere delle congiure poco conto, quando el popolo li sia benivolo; ma, quando li sia inimico et abbilo in odio, debbe temere d'ogni cosa e d'ognuno. E li stati bene ordinati e li principi savi hanno con ogni diligenzia pensato di non desperare e' grandi e di satisfare al populo e tenerlo contento; perch questa  una delle pi importanti materie che abbia uno principe.
Intra regni bene ordinati e governati, a' tempi nostri,  quello di Francia: et in esso si truovano infinite constituzione buone, donde depende la libert e sicurt del re; delle quali la prima  il parlamento e la sua autorit. Perch quello che ordin quel regno, conoscendo l'ambizione de' potenti e la insolenzia loro, e iudicando esser loro necessario uno freno in bocca che li correggessi e, da altra parte, conoscendo l'odio dello universale contro a' grandi fondato in sulla paura, e volendo assicurarli, non volse che questa fussi particulare cura del re, per trli quel carico che potessi avere co' grandi favorendo li populari, e co' populari favorendo e' grandi; e per constitu uno iudice terzo, che fussi quello che, sanza carico del re battessi e' grandi e favorissi e' minori. N pot essere questo ordine migliore n pi prudente, n che sia maggiore cagione della securt del re e del regno. Di che si pu trarre un altro notabile: che li principi debbono le cose di carico fare sumministrare ad altri, quelle di grazia a loro medesimi. Di nuovo concludo che uno principe debbe stimare e' grandi, ma non si fare odiare dal populo.
Parrebbe forse a molti, considerato la vita e morte di alcuno imperatore romano, che fussino esempli contrarii a questa mia opinione, trovando alcuno essere vissuto sempre egregiamente e monstro grande virt d'animo, non di meno avere perso lo imperio, ovvero essere stato morto da' sua, che li hanno coniurato contro. Volendo per tanto rispondere a queste obiezioni, discorrer le qualit di alcuni imperatori, monstrando le cagioni della loro ruina, non disforme da quello che da me si  addutto; e parte metter in considerazione quelle cose che sono notabili a chi legge le azioni di quelli tempi. E voglio mi basti pigliare tutti quelli imperatori che succederono allo imperio da Marco filosofo a Massimino: li quali furono Marco, Commodo suo figliuolo, Pertinace, Iuliano, Severo, Antonino Caracalla suo figliuolo, Macrino, Eliogabalo, Alessandro e Massimino. Et  prima da notare che dove nelli altri principati si ha solo a contendere con la ambizione de' grandi et insolenzia de' populi, l'imperatori romani avevano una terza difficult, di avere a sopportare la crudelt et avarizia de' soldati. La qual cosa era s difficile che la fu cagione della ruina di molti; sendo difficile satisfare a' soldati et a' populi; perch e' populi amavono la quiete, e per questo amavono e' principi modesti, e li soldati amavono el principe d'animo militare, e che fussi insolente, crudele e rapace. Le quali cose volevano che lui esercitassi ne' populi, per potere avere duplicato stipendio e sfogare la loro avarizia e crudelt. Le quali cose feciono che quelli imperatori che, per natura o per arte, non aveano una grande reputazione, tale che con quella tenessino l'uno e l'altro in freno, sempre ruinavono; e li pi di loro, massime quelli che come uomini nuovi venivano al principato, conosciuta la difficult di questi dua diversi umori, si volgevano a satisfare a' soldati, stimando poco lo iniuriare el populo. Il quale partito era necessario: perch, non potendo e' principi mancare di non essere odiati da qualcuno, si debbano prima forzare di non essere odiati dalla universit; e, quando non possono conseguire questo, si debbono ingegnare con ogni industria fuggire l'odio di quelle universit che sono pi potenti. E per quelli imperatori che per novit avevano bisogno di favori estraordinarii, si aderivano a' soldati pi tosto che a' populi: il che tornava loro, non di meno, utile o no, secondo che quel principe si sapeva mantenere reputato con loro. Da queste cagioni sopradette nacque che Marco, Pertinace et Alessandro, sendo tutti di modesta vita, amatori della iustizia, nimici della crudelt, umani e benigni, ebbono tutti, da Marco in fuora, tristo fine. Marco solo visse e mor onoratissimo, perch lui succed allo imperio iure hereditario, e non aveva a riconoscere quello n da' soldati n da' populi; di poi, sendo accompagnato da molte virt che lo facevano venerando, tenne sempre, mentre che visse. l'uno ordine e l'altro intra termini sua, e non fu mai n odiato n disprezzato. Ma Pertinace fu creato imperatore contro alla voglia de' soldati, li quali, sendo usi a vivere licenziosamente sotto Commodo, non poterono sopportare quella vita onesta alla quale Pertinace li voleva ridurre; onde, avendosi creato odio, et a questo odio aggiunto el disprezzo sendo vecchio ruin ne' primi principii della sua amministrazione.
E qui si debbe notare che l'odio s'acquista cos mediante le buone opere, come le triste: e per, come io dissi di sopra, uno principe, volendo mantenere lo stato,  spesso forzato a non essere buono; perch, quando quella universit, o populo o soldati o grandi che sieno, della quale tu iudichi avere per mantenerti bisogno,  corrotta, ti conviene seguire l'umore suo per satisfarlo, et allora le buone opere ti sono nimiche. Ma vegniamo ad Alessandro: il quale fu di tanta bont, che intra le altre laude che li sono attribuite,  questa, che in quattordici anni che tenne l'imperio, non fu mai morto da lui alcuno iniudicato; non di manco, sendo tenuto effeminato et uomo che si lasciassi governare alla madre, e per questo venuto in disprezzo, conspir in lui l'esercito, et ammazzollo.
Discorrendo ora, per opposito, le qualit di Commodo, di Severo, Antonino Caracalla e Massimino, li troverrete crudelissimi e rapacissimi; li quali, per satisfare a' soldati, non perdonorono ad alcuna qualit di iniuria che ne' populi si potessi commettere; e tutti, eccetto Severo, ebbono triste fine. Perch in Severo fu tanta virt, che, mantenendosi soldati amici, ancora che populi fussino da lui gravati, poss sempre regnare felicemente; perch quelle sua virt lo facevano nel conspetto de' soldati e de' populi s mirabile, che questi rimanevano quodammodo attoniti e stupidi, e quelli altri reverenti e satisfatti. E perch le azioni di costui furono grandi in un principe nuovo, io voglio monstrare brevemente quanto bene seppe usare la persona della golpe e del lione: le quali nature io dico di sopra essere necessario imitare a uno principe. Conosciuto Severo la ignavia di Iuliano imperatore, persuase al suo esercito, del quale era in Stiavonia capitano, che elli era bene andare a Roma a vendicare la morte di Pertinace, il quale da' soldati pretoriani era suto morto; e sotto questo colore, sanza monstrare di aspirare allo imperio, mosse lo esercito contro a Roma; e fu prima in Italia che si sapessi la sua partita. Arrivato, a Roma, fu dal Senato, per timore, eletto imperatore e morto Iuliano. Restava, dopo questo principio, a Severo dua difficult, volendosi insignorire di tutto lo stato: l'una in Asia, dove Nigro, capo delli eserciti asiatici, s'era fatto chiamare imperatore; e l'altra in ponente, dove era Albino, quale ancora lui aspirava allo imperio. E, perch iudicava periculoso scoprirsi inimico a tutti e dua, deliber di assaltare Nigro et ingannare Albino. Al quale scrisse come, sendo dal Senato eletto imperatore, voleva partecipare quella dignit con lui; e mandolli el titulo di Cesare, e per deliberazione del Senato, se lo aggiunse collega: le quali cose da Albino furono accettate per vere. Ma, poich Severo ebbe vinto e morto Nigro, e pacate le cose orientali, ritornatosi a Roma, si querel in Senato, come Albino, poco conoscente de' benefizii ricevuti da lui, aveva dolosamente cerco di ammazzarlo, e per questo lui era necessitato andare a punire la sua ingratitudine. Di poi and a trovarlo in Francia, e li tolse lo stato e la vita.
Chi esaminer adunque tritamente le azioni di costui, lo troverr uno ferocissimo lione et una astutissima golpe; e vedr quello temuto e reverito da ciascuno, e dalli eserciti non odiato; e non si maraviglier se lui, uomo nuovo, ar possuto tenere tanto imperio: perch la sua grandissima reputazione lo difese sempre da quello odio ch'e' populi per le sue rapine avevano potuto concipere. Ma Antonino suo figliuolo fu ancora lui uomo che aveva parte eccellentissime e che lo facevano maraviglioso nel conspetto de' populi e grato a' soldati; perch era uomo militare, sopportantissimo d'ogni fatica, disprezzatore d'ogni cibo delicato e d'ogni altra mollizie: la qual cosa lo faceva amare da tutti li eserciti. Non di manco la sua ferocia e crudelt fu tanta e s inaudita, per avere, dopo infinite occisioni particulari, morto gran parte del populo di Roma, e tutto quello di Alessandria, che divent odiosissimo a tutto il mondo; e cominci ad essere temuto etiam da quelli che elli aveva intorno: in modo che fu ammazzato da uno centurione in mezzo del suo esercito. Dove  da notare che queste simili morti, le quali seguano per deliberazione d'uno animo ostinato, sono da' principi inevitabili, perch ciascuno che non si curi di morire lo pu offendere; ma debbe bene el principe temerne meno, perch le sono rarissime. Debbe solo guardarsi di non fare grave iniuria ad alcuno di coloro de' quali si serve, e che elli ha d'intorno al servizio del suo principato: come aveva fatto Antonino, il quale aveva morto contumeliosamente uno fratello di quel centurione, e lui ogni giorno minacciava; tamen lo teneva a guardia del corpo suo: il che era partito temerario e da ruinarvi, come li intervenne.
Ma vegniamo a Commodo, al quale era facilit grande tenere l'imperio, per averlo iure hereditario, sendo figliuolo di Marco; e solo li bastava seguire le vestigie del padre, et a' soldati et a' populi arebbe satisfatto; ma, sendo d'animo crudele e bestiale, per potere usare la sua rapacit ne' populi, si volse ad intrattenere li eserciti e farli licenziosi; dall'altra parte, non tenendo la sua dignit, discendendo spesso ne' teatri a combattere co' gladiatori, e facendo altre cose vilissime e poco degne della maest imperiale, divent contennendo nel conspetto de' soldati. Et essendo odiato dall'una parte e disprezzato dall'altra, fu conspirato in lui, e morto.
Restaci a narrare le qualit di Massimino. Costui fu uomo bellicosissimo; et essendo li eserciti infastiditi della mollizie di Alessandro, del quale ho di sopra discorso, morto lui, lo elessono allo imperio. Il quale non molto tempo possed; perch dua cose lo feciono odioso e contennendo: l'una, essere vilissimo per avere gi guardato le pecore in Tracia (la qual cosa era per tutto notissima e li faceva una grande dedignazione nel conspetto di qualunque); l'altra, perch, avendo nello ingresso del suo principato, differito lo andare a Roma et intrare nella possessione della sedia imperiale, aveva dato di s opinione di crudelissimo, avendo per li sua prefetti, in Roma e in qualunque luogo dello Imperio, esercitato molte crudelt. Tal che, commosso tutto el mondo dallo sdegno per la vilt del suo sangue, e dallo odio per la paura della sua ferocia, si rebell prima Affrica, di poi el Senato con tutto el populo di Roma, e tutta Italia li conspir contro. A che si aggiunse el suo proprio esercito; quale, campeggiando Aquileia e trovando difficult nella espugnazione, infastidito della crudelt sua, e per vederli tanti inimici temendolo meno, lo ammazz.
Io non voglio ragionare n di Eliogabalo n di Macrino n di Iuliano, li quali, per essere al tutto contennendi, si spensono subito; ma verr alla conclusione di questo discorso. E dico, che li principi de' nostri tempi hanno meno questa difficult di satisfare estraordinariamente a' soldati ne' governi loro; perch, non ostante che si abbi ad avere a quelli qualche considerazione, tamen si resolve presto, per non avere alcuno di questi principi eserciti insieme, che sieno inveterati con li governi e amministrazione delle provincie, come erano li eserciti dello imperio romano. E per, se allora era necessario satisfare pi a' soldati che a' populi, era perch soldati potevano pi che e' populi; ora  pi necessario a tutti e' principi, eccetto che al Turco et al Soldano, satisfare a' populi che a' soldati, perch e' populi possono pi di quelli. Di che io ne eccettuo el Turco, tenendo sempre quello intorno a s dodici mila fanti e quindici mila cavalli, da' quali depende la securt e la fortezza del suo regno; et  necessario che, posposto ogni altro respetto, quel signore se li mantenga amici. Similmente el regno del Soldano sendo tutto in mano de' soldati, conviene che ancora lui, sanza respetto de' populi, se li mantenga amici. Et avete a notare che questo stato del Soldano  disforme da tutti li altri principati; perch elli  simile al pontificato cristiano, il quale non si pu chiamare n principato ereditario n principato nuovo; perch non e' figliuoli del principe vecchio sono eredi e rimangono signori, ma colui che  eletto a quel grado da coloro che ne hanno autorit. Et essendo questo ordine antiquato, non si pu chiamare principato nuovo, perch in quello non sono alcune di quelle difficult che sono ne' nuovi; perch, se bene el principe  nuovo, li ordini di quello stato sono vecchi et ordinati a riceverlo come se fussi loro signore ereditario.
Ma torniamo alla materia nostra. Dico che qualunque considerr el soprascritto discorso, vedr o l'odio o il disprezzo esser suto cagione della ruina di quelli imperatori prenominati, e conoscer ancora donde nacque che, parte di loro procedendo in uno modo e parte al contrario, in qualunque di quelli, uno di loro ebbe felice e li altri infelice fine. Perch a Pertinace et Alessandro, per essere principi nuovi, fu inutile e dannoso volere imitare Marco, che era nel principato iure hereditario; e similmente a Caracalla, Commodo e Massimino essere stata cosa perniziosa imitare Severo, per non avere avuta tanta virt che bastassi a seguitare le vestigie sua. Per tanto uno principe nuovo in uno principato nuovo non pu imitare le azioni di Marco, n ancora  necessario seguitare quelle di Severo; ma debbe pigliare da Severo quelle parti che per fondare el suo stato sono necessarie, e da Marco quelle che sono convenienti e gloriose a conservare uno stato che sia gi stabilito e fermo.


Cap.20

<I>An arces et multa alia quae cotidie a principibus fiunt utilia an inutilia sint</I>.
[Se le fortezze e molte altre cose, che ogni giorno si fanno da' principi, sono utili o no]

Alcuni principi, per tenere securamente lo stato, hanno disarmato e' loro sudditi; alcuni altri hanno tenuto divise le terre subiette; alcuni hanno nutrito inimicizie contro a s medesimi; alcuni altri si sono volti a guadagnarsi quelli che li erano suspetti nel principio del suo stato; alcuni hanno edificato fortezze; alcuni le hanno ruinate e destrutte. E bench di tutte queste cose non vi possa dare determinata sentenzia, se non si viene a' particulari di quelli stati dove si avessi a pigliare alcuna simile deliberazione, non di manco io parler in quel modo largo che la materia per s medesima sopporta.
Non fu mai, adunque, che uno principe nuovo disarmassi e' sua sudditi; anzi, quando li ha trovati disarmati, li ha sempre armati; perch, armandosi, quelle arme diventono tua, diventono fedeli quelli che ti sono sospetti, e quelli che erano fedeli si mantengono e di sudditi si fanno tua partigiani. E perch tutti sudditi non si possono armare, quando si benefichino quelli che tu armi, con li altri si pu fare pi a sicurt: e quella diversit del procedere che conoscono in loro, li fa tua obbligati; quelli altri ti scusano, iudicando essere necessario, quelli avere pi merito che hanno pi periculo e pi obligo. Ma, quando tu li disarmi, tu cominci ad offenderli, monstri che tu abbi in loro diffidenzia o per vilt o per poca fede: e l'una e l'altra di queste opinioni concepe odio contro di te. E perch tu non puoi stare disarmato, conviene ti volti alla milizia mercennaria, la quale  di quella qualit che di sopra  detto; e, quando la fussi buona, non pu essere tanta, che ti difenda da' nimici potenti e da' sudditi sospetti. Per, come io ho detto, uno principe nuovo in uno principato nuovo sempre vi ha ordinato l'arme. Di questi esempli sono piene le istorie. Ma, quando uno principe acquista uno stato nuovo, che come membro si aggiunga al suo vecchio, allora  necessario disarmare quello stato, eccetto quelli che nello acquistarlo sono suti tua partigiani; e quelli ancora, col tempo e con le occasioni,  necessario renderli molli et effeminati, et ordinarsi in modo che tutte l'arme del tuo stato sieno in quelli soldati tua proprii, che nello stato tuo antiquo vivono appresso di te.
Solevano li antiqui nostri, e quelli che erano stimati savi, dire come era necessario tenere Pistoia con le parti e Pisa con le fortezze; e per questo nutrivano in qualche terra loro suddita le differenzie, per possederle pi facilmente. Questo, in quelli tempi che Italia era in uno certo modo bilanciata, doveva essere ben fatto; ma non credo che si possa dare oggi per precetto: perch io non credo che le divisioni facessino mai bene alcuno; anzi  necessario, quando il nimico si accosta che le citt divise si perdino subito; perch sempre la parte pi debole si aderir alle forze esterne, e l'altra non potr reggere.
E' Viniziani, mossi, come io credo, dalle ragioni soprascritte, nutrivano le stte guelfe e ghibelline nelle citt loro suddite; e bench non li lasciassino mai venire al sangue, tamen nutrivano fra loro questi dispareri, acci che, occupati quelli cittadini in quelle loro differenzie, non si unissino contro di loro. Il che, come si vide, non torn loro poi a proposito; perch sendo rotti a Vail, subito una parte di quelle prese ardire, e tolsono loro tutto lo stato. Arguiscano, per tanto, simili modi debolezza del principe, perch in uno principato gagliardo mai si permetteranno simili divisioni; perch le fanno solo profitto a tempo di pace, potendosi mediante quelle pi facilmente maneggiare e' sudditi; ma, venendo la guerra, monstra simile ordine la fallacia sua.
Sanza dubbio e' principi diventano grandi, quando superano le difficult e le opposizioni che sono fatte loro; e per la fortuna, massime quando vuol fare grande uno principe nuovo, il quale ha maggiore necessit di acquistare reputazione che uno ereditario, gli fa nascere de' nemici, e li fa fare delle imprese contro, acci che quello abbi cagione di superarle, e su per quella scala che li hanno prta e' nimici sua, salire pi alto. Per molti iudicano che uno principe savio debbe, quando ne abbi la occasione, nutrirsi con astuzia qualche inimicizia, acci che, oppresso quella, ne seguiti maggiore sua grandezza.
Hanno e' principi, et praesertim quelli che sono nuovi, trovato pi fede e pi utilit in quelli uomini che nel principio del loro stato sono suti tenuti sospetti, che in quelli che nel principio erano confidenti. Pandolfo Petrucci, principe di Siena, reggeva lo stato suo pi con quelli che li furono sospetti che con li altri. Ma di questa cosa non si pu parlare largamente, perch la varia secondo el subietto. Solo dir questo, che quelli uomini che nel principio di uno principato erono stati inimici, che sono di qualit che a mantenersi abbino bisogno di appoggiarsi, sempre el principe con facilit grandissima se li potr guadagnare; e loro maggiormente sono forzati a servirlo con fede, quanto conoscano esser loro pi necessario cancellare con le opere quella opinione sinistra che si aveva di loro. E cos el principe ne trae sempre pi utilit, che di coloro che, servendolo con troppa sicurt, straccurono le cose sua.
E poich la materia lo ricerca, non voglio lasciare indrieto ricordare a' principi, che hanno preso uno stato di nuovo mediante e' favori intrinseci di quello, che considerino bene qual cagione abbi mosso quelli che lo hanno favorito, a favorirlo; e, se ella non  affezione naturale verso di loro, ma fussi solo perch quelli non si contentavano di quello stato, con fatica e difficult grande se li potr mantenere amici, perch e' fia impossibile che lui possa contentarli. E discorrendo bene, con quelli esempli che dalle cose antiche e moderne si traggono, la cagione di questo, vedr esserli molto pi facile guadagnarsi amici quelli uomini che dello stato innanzi si contentavono, e per erano sua inimici, che quelli che, per non se ne contentare li diventorono amici e favorironlo a occuparlo.
 suta consuetudine de' principi, per potere tenere pi securamente lo stato loro, edificare fortezze, che sieno la briglia e il freno di quelli che disegnassino fare loro contro, et avere uno refugio securo da uno subito impeto. Io laudo questo modo, perch elli  usitato ab antiquo: non di manco messer Niccol Vitelli, ne' tempi nostri, si  visto disfare dua fortezze in Citt di Castello, per tenere quello stato. Guido Ubaldo, duca di Urbino, ritornato nella sua dominazione, donde da Cesare Borgia era suto cacciato, ruin funditus tutte le fortezze di quella provincia, e iudic sanza quelle pi difficilmente riperdere quello stato. Bentivogli, ritornati in Bologna, usorono simili termini. Sono, dunque, le fortezze utili o no, secondo e' tempi: e se le ti fanno bene in una parte, ti offendano in un'altra. E puossi discorrere questa parte cos: quel principe che ha pi paura de' populi che de' forestieri, debbe fare le fortezze; ma quello che ha pi paura de' forestieri che de' populi, debbe lasciarle indrieto. Alla casa Sforzesca ha fatto e far pi guerra el castello di Milano, che vi edific Francesco Sforza, che alcuno altro disordine di quello stato. Per la migliore fortezza che sia,  non essere odiato dal populo; perch, ancora che tu abbi le fortezze, et il populo ti abbi in odio, le non ti salvono; perch non mancano mai a' populi, preso che li hanno l'armie forestieri che li soccorrino. Ne' tempi nostri non si vede che quelle abbino profittato ad alcuno principe, se non alla contessa di Furl, quando fu morto el conte Girolamo suo consorte; perch mediante quella poss fuggire l'impeto populare, et aspettare el soccorso da Milano, e recuperare lo stato. E li tempi stavano allora in modo, che il forestiere non posseva soccorrere el populo; ma di poi, valsono ancora a poco lei le fortezze, quando Cesare Borgia l'assalt, e che il populo suo inimico si coniunse co' forestieri. Per tanto allora e prima sarebbe suto pi sicuro a lei non essere odiata dal populo, che avere le fortezze. Considerato, adunque, tutte queste cose, io lauder chi far le fortezze e chi non le far, e biasimer qualunque, fidandosi delle fortezze, stimer poco essere odiato da' populi.

Cap.21

<I>Quod principem deceat ut egregius habeatur</I>.
[Che si conviene a un principe perch sia stimato]

Nessuna cosa fa tanto stimare uno principe, quanto fanno le grandi imprese e dare di s rari esempli. Noi abbiamo ne' nostri tempi Ferrando di Aragonia, presente re di Spagna. Costui si pu chiamare quasi principe nuovo, perch, d'uno re debole,  diventato per fama e per gloria el primo re de' Cristiani; e, se considerrete le azioni sua, le troverrete tutte grandissime e qualcuna estraordinaria. Lui nel principio del suo regno assalt la Granata; e quella impresa fu il fondamento dello stato suo. Prima, e' la fece ozioso, e sanza sospetto di essere impedito: tenne occupati in quella li animi di quelli baroni di Castiglia, li quali, pensando a quella guerra, non pensavano a innovare; e lui acquistava in quel mezzo reputazione et imperio sopra di loro, che non se ne accorgevano. Poss nutrire con danari della Chiesia e de' populi eserciti, e fare uno fondamento, con quella guerra lunga, alla milizia sua, la quale lo ha di poi onorato. Oltre a questo, per possere intraprendere maggiori imprese, servendosi sempre della relligione, si volse ad una pietosa crudelt, cacciando e spogliando, el suo regno, de' Marrani; n pu essere questo esemplo pi miserabile n pi raro. Assalt, sotto questo medesimo mantello, l'Affrica; fece l'impresa di Italia; ha ultimamente assaltato la Francia: e cos sempre ha fatte et ordite cose grandi, le quali sempre hanno tenuto sospesi et ammirati li animi de' sudditi e occupati nello evento di esse. E sono nate queste sua azioni in modo l'una dall'altra, che non ha dato mai, infra l'una e l'altra, spazio alli uomini di potere quietamente operarli contro.
Giova ancora assai a uno principe dare di s esempli rari circa governi di dentro, simili a quelli che si narrano di messer Bernab da Milano, quando si ha l'occasione di qualcuno che operi qualche cosa estraordinaria, o in bene o in male, nella vita civile, e pigliare uno modo, circa premiarlo o punirlo, di che s'abbia a parlare assai. E sopra tutto uno principe si debbe ingegnare dare di s in ogni sua azione fama di uomo grande e di uomo eccellente.
 ancora stimato uno principe, quando elli  vero amico e vero inimico, cio quando sanza alcuno respetto si scuopre in favore di alcuno contro ad un altro. Il quale partito fia sempre pi utile che stare neutrale: perch, se dua potenti tua vicini vengono alle mani, o sono di qualit che, vincendo uno di quelli, tu abbia a temere del vincitore, o no. In qualunque di questi dua casi, ti sar sempre pi utile lo scoprirti e fare buona guerra; perch nel primo caso, se non ti scuopri, sarai sempre preda di chi vince, con piacere e satisfazione di colui che  stato vinto, e non hai ragione n cosa alcuna che ti defenda n che ti riceva. Perch, chi vince, non vuole amici sospetti e che non lo aiutino nelle avversit; chi perde, non ti riceve, per non avere tu voluto con le arme in mano correre la fortuna sua.
Era passato in Grecia Antioco, messovi dalli Etoli per cacciarne Romani. Mand Antioco ambasciatori alli Achei, che erano amici de' Romani, a confortarli a stare di mezzo; e da altra parte  Romani li persuadevano a pigliare le arme per loro. Venne questa materia a deliberarsi nel concilio delli Achei, dove el legato di Antioco li persuadeva a stare neutrali: a che el legato romano respose: <I>Quod autem isti dicunt non interponendi vos bello, nihil magis alienum rebus vestris est; sine gratia, sine dignitate, praemium victoris eritis</I>.
E sempre interverr che colui che non  amico ti ricercher della neutralit, e quello che ti  amico ti richieder che ti scuopra con le arme. E li principi mal resoluti per fuggire e' presenti periculi, seguono el pi delle volte quella via neutrale, e il pi delle volte rovinano. Ma, quando el principe si scuopre gagliardamente in favore d'una parte, se colui con chi tu ti aderisci vince, ancora che sia potente e che tu rimanga a sua discrezione, elli ha teco obligo, e vi  contratto l'amore; e li uomini non sono mai s disonesti, che con tanto esemplo di ingratitudine ti opprimessino. Di poi, le vittorie non sono mai s stiette, che il vincitore non abbi ad avere qualche respetto, e massime alla giustizia. Ma, se quello con il quale tu ti aderisci perde, tu se' ricevuto da lui; e mentre che pu ti aiuta, e diventi compagno d'una fortuna che pu resurgere. Nel secondo caso, quando quelli che combattono insieme sono di qualit che tu non abbia a temere, tanto  maggiore prudenzia lo aderirsi; perch tu vai alla ruina d'uno con lo aiuto di chi lo doverrebbe salvare, se fussi savio; e, vincendo, rimane a tua discrezione, et  impossibile, con lo aiuto tuo, che non vinca.
E qui  da notare, che uno principe debbe avvertire di non fare mai compagnia con uno pi potente di s per offendere altri, se non quando la necessit lo stringe, come di sopra si dice; perch, vincendo, rimani suo prigione: e li principi debbono fuggire, quanto possono, lo stare a discrezione di altri. Viniziani si accompagnorono con Francia contro al duca di Milano, e potevono fuggire di non fare quella compagnia; di che ne result la ruina loro. Ma, quando non si pu fuggirla, come intervenne a' Fiorentini, quando el papa e Spagna andorono con li eserciti ad assaltare la Lombardia, allora si debba el principe aderire per le ragioni sopradette. N creda mai alcuno stato potere pigliare partiti securi, anzi pensi di avere a prenderli tutti dubii; perch si truova questo nell'ordine delle cose, che mai non si cerca fuggire uno inconveniente che non si incorra in uno altro; ma la prudenzia consiste in sapere conoscere le qualit delli inconvenienti, e pigliare il men tristo per buono.
Debbe ancora uno principe monstrarsi amatore delle virt, et onorare li eccellenti in una arte. Appresso, debbe animare li sua cittadini di potere quietamente esercitare li esercizii loro, e nella mercanzia e nella agricultura, et in ogni altro esercizio delli uomini, e che quello non tema di ornare le sua possessione per timore che le li sieno tolte, e quell'altro di aprire uno traffico per paura delle taglie; ma debbe preparare premi a chi vuol fare queste cose, et a qualunque pensa, in qualunque modo ampliare la sua citt o il suo stato. Debbe, oltre a questo, ne' tempi convenienti dell'anno, tenere occupati e' populi con le feste e spettaculi. E, perch ogni citt  divisa in arte o in trib, debbe tenere conto di quelle universit, raunarsi con loro qualche volta, dare di s esempli di umanit e di munificenzia, tenendo sempre ferma non di manco la maest della dignit sua, perch questo non vuole mai mancare in cosa alcuna.

Cap.22

<I>De his quos a secretis principes habent</I>.
[De' secretarii ch'e' principi hanno appresso di loro]

Non  di poca importanzia a uno principe la elezione de' ministri: li quali sono buoni o no, secondo la prudenzia del principe. E la prima coniettura che si fa del cervello d'uno signore,  vedere li uomini che lui ha d'intorno; e quando sono sufficienti e fedeli, sempre si pu reputarlo savio, perch ha saputo conoscerli sufficienti e mantenerli fideli. Ma, quando sieno altrimenti, sempre si pu fare non buono iudizio di lui; perch el primo errore che fa, lo fa in questa elezione.
Non era alcuno che conoscessi messer Antonio da Venafro per ministro di Pandolfo Petrucci, principe di Siena che non iudicasse Pandolfo essere valentissimo uomo, avendo quello per suo ministro. E perch sono di tre generazione cervelli, l'uno intende da s, l'altro discerne quello che altri intende, el terzo non intende n s n altri, quel primo  eccellentissimo, el secondo eccellente, el terzo inutile, conveniva per tanto di necessit, che, se Pandolfo non era nel primo grado, che fussi nel secondo: perch, ogni volta che uno ha iudicio di conoscere el bene o il male che uno fa e dice, ancora che da s non abbia invenzione, conosce l'opere triste e le buone del ministro, e quelle esalta e le altre corregge; et il ministro non pu sperare di ingannarlo, e mantiensi buono.
Ma come uno principe possa conoscere el ministro, ci  questo modo che non falla mai. Quando tu vedi el ministro pensare pi a s che a te, e che in tutte le azioni vi ricerca dentro l'utile suo, questo tale cos fatto mai fia buono ministro, mai te ne potrai fidare: perch quello che ha lo stato d'uno in mano, non debbe pensare mai a s, ma sempre al principe, e non li ricordare mai cosa che non appartenga a lui. E dall'altro canto, el principe, per mantenerlo buono, debba pensare al ministro, onorandolo, facendolo ricco, obligandoselo, participandoli li onori e carichi; acci che vegga che non pu stare sanza lui, e che li assai onori non li faccino desiderare pi onori, le assai ricchezze non li faccino desiderare pi ricchezze, li assai carichi li faccino temere le mutazioni. Quando dunque, e' ministri e li principi circa ministri sono cos fatti, possono confidare l'uno dell'altro; e quando altrimenti, il fine sempre fia dannoso o per l'uno o per l'altro.


Cap.23

<I>Quomodo adulatores sint fugiendi</I>.
[In che modo si abbino a fuggire li adulatori]

Non voglio lasciare indrieto uno capo importante et uno errore dal quale e' principi con difficult si difendano, se non sono prudentissimi, o se non hanno buona elezione. E questi sono li adulatori, delli quali le corti sono piene; perch li uomini si compiacciono tanto nelle cose loro proprie et in modo vi si ingannono, che con difficult si difendano da questa peste; et a volersene defendere, si porta periculo di non diventare contennendo. Perch non ci  altro modo a guardarsi dalle adulazioni, se non che li uomini intendino che non ti offendino a dirti el vero; ma, quando ciascuno pu dirti el vero, ti manca la reverenzia. Per tanto uno principe prudente debbe tenere uno terzo modo, eleggendo nel suo stato uomini savi, e solo a quelli debbe dare libero arbitrio a parlarli la verit, e di quelle cose sole che lui domanda, e non d'altro; ma debbe domandarli d'ogni cosa, e le opinioni loro udire; di poi deliberare da s, a suo modo; e con questi consigli e con ciascuno di loro portarsi in modo, che ognuno cognosca che quanto pi liberamente si parler, tanto pi li fia accetto: fuora di quelli, non volere udire alcuno, andare drieto alla cosa deliberata, et essere ostinato nelle deliberazioni sua. Chi fa altrimenti, o e' precipita per li adulatori, o si muta spesso per la variazione de' pareri: di che ne nasce la poca estimazione sua.
Io voglio a questo proposito addurre uno esemplo moderno. Pre' Luca, uomo di Massimiliano presente imperatore, parlando di sua maest disse come non si consigliava con persona, e non faceva mai di alcuna cosa a suo modo: il che nasceva dal tenere contrario termine al sopradetto. Perch l'imperatore  uomo secreto, non comunica li sua disegni con persona, non ne piglia parere: ma, come nel metterli ad effetto si cominciono a conoscere e scoprire, li cominciono ad essere contradetti da coloro che elli ha d'intorno; e quello, come facile, se ne stoglie. Di qui nasce che quelle cose che fa uno giorno, destrugge l'altro; e che non si intenda mai quello si voglia o disegni fare, e che non si pu sopra le sua deliberazioni fondarsi.
Uno principe, per tanto, debbe consigliarsi sempre, ma quando lui vuole, e non quando vuole altri; anzi debbe trre animo a ciascuno di consigliarlo d'alcuna cosa, se non gnene domanda; ma lui debbe bene esser largo domandatore, e di poi circa le cose domandate paziente auditore del vero; anzi, intendendo che alcuno per alcuno respetto non gnene dica, turbarsene. E perch molti esistimano che alcuno principe, il quale d di s opinione di prudente, sia cos tenuto non per sua natura, ma per li buoni consigli che lui ha d'intorno, sanza dubio s'inganna. Perch questa  una regola generale che non falla mai: che uno principe, il quale non sia savio per s stesso, non pu essere consigliato bene, se gi a sorte non si rimettessi in uno solo che al tutto lo governassi, che fussi uomo prudentissimo. In questo caso, potria bene essere, ma durerebbe poco, perch quello governatore in breve tempo li torrebbe lo stato; ma, consigliandosi con pi d'uno, uno principe che non sia savio non ar mai e' consigli uniti, non sapr per s stesso unirli: de' consiglieri, ciascuno penser alla propriet sua; lui non li sapr correggere, n conoscere. E non si possono trovare altrimenti; perch li uomini sempre ti riusciranno tristi, se da una necessit non sono fatti buoni. Per si conclude che li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla prudenzia del principe, e non la prudenza del principe da' buoni consigli.

Cap.24

<I>Cur Italiae principes regnum amiserunt</I>.
[Per quale cagione li principi di Italia hanno perso li stati loro]

Le cose soprascritte, osservate prudentemente, fanno parere, uno principe nuovo antico, e lo rendono subito pi sicuro e pi fermo nello stato, che se vi fussi antiquato dentro. Perch uno principe nuovo  molto pi osservato nelle sue azioni che uno ereditario; e, quando le sono conosciute virtuose, pigliono molto pi li uomini e molto pi li obligano che il sangue antico. Perch li uomini sono molto pi presi dalle cose presenti che dalle passate, e quando nelle presenti truovono il bene, vi si godono e non cercano altro; anzi, piglieranno ogni difesa per lui, quando non manchi nell'altre cose a s medesimo. E cos ar duplicata gloria, di avere dato principio a uno principato nuovo, e ornatolo e corroboratolo di buone legge di buone arme, di buoni amici e di buoni esempli; come quello ha duplicata vergogna, che, nato principe, lo ha per sua poca prudenzia perduto.
E, se si considerr quelli signori che in Italia hanno perduto lo stato a' nostri tempi, come il re di Napoli, duca di Milano et altri, si troverr in loro, prima, uno comune defetto quanto alle arme, per le cagioni che di sopra si sono discorse; di poi, si vedr alcuno di loro o che ar avuto inimici e' populi, o, se ar avuto el popolo amico, non si sar saputo assicurare de' grandi: perch, sanza questi difetti, non si perdono li stati che abbino tanto nervo che possino tenere uno esercito alla campagna. Filippo Macedone, non il padre di Alessandro, ma quello che fu vinto da Tito Quinto, aveva non molto stato, respetto alla grandezza de' Romani e di Grecia che lo assalt: non di manco, per esser uomo militare e che sapeva intrattenere el populo et assicurarsi de' grandi, sostenne pi anni la guerra contro a quelli: e, se alla fine perd il dominio di qualche citt, li rimase non di manco el regno.
Per tanto, questi nostri principi, che erano stati molti anni nel principato loro, per averlo di poi perso non accusino la fortuna, ma la ignavia loro: perch, non avendo mai ne' tempi quieti pensato che possono mutarsi, (il che  comune defetto delli uomini, non fare conto nella bonaccia della tempesta), quando poi vennono i tempi avversi, pensorono a fuggirsi e non a defendersi; e sperorono ch'e' populi, infastiditi dalla insolenzia de' vincitori, li richiamassino. Il quale partito, quando mancano li altri,  buono; ma  bene male avere lasciati li altri remedii per quello: perch non si vorrebbe mai cadere, per credere di trovare chi ti ricolga. Il che, o non avviene, o, s'elli avviene non  con tua sicurt, per essere quella difesa suta vile e non dependere da te. E quelle difese solamente sono buone, sono certe, sono durabili, che dependono da te proprio e dalla virt tua.

Cap.25

<I>Quantum fortuna in rebus humanis possit, et quomodo illi sit occurrendum</I>.
[Quanto possa la Fortuna nelle cose umane, et in che modo se li abbia a resistere]

E' non mi  incognito come molti hanno avuto et hanno opinione che le cose del mondo sieno in modo governate dalla fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbino remedio alcuno; e per questo, potrebbono iudicare che non fussi da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare alla sorte. Questa opinione  suta pi creduta ne' nostri tempi, per la variazione grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni d, fuora d'ogni umana coniettura. A che pensando io qualche volta, mi sono in qualche parte inclinato nella opinione loro. Non di manco, perch el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della met delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra met, o presso, a noi. Et assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s'adirano, allagano e' piani, ruinano li arberi e li edifizii, lievono da questa parte terreno, pongono da quell'altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E, bench sieno cos fatti, non resta per che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti, e con ripari et argini, in modo che, crescendo poi, o andrebbono per uno canale, o l'impeto loro non sarebbe n si licenzioso n si dannoso. Similmente interviene della fortuna: la quale dimonstra la sua potenzia dove non  ordinata virt a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla. E se voi considerrete l'Italia, che  la sedia di queste variazioni e quella che ha dato loro el moto, vedrete essere una campagna sanza argini e sanza alcuno riparo: ch, s'ella fussi reparata da conveniente virt, come la Magna, la Spagna e la Francia, o questa piena non arebbe fatte le variazioni grandi che ha, o la non ci sarebbe venuta. E questo voglio basti avere detto quanto allo avere detto allo opporsi alla fortuna, in universali.
Ma, restringendomi pi a' particulari, dico come si vede oggi questo principe felicitare, e domani ruinare, sanza averli veduto mutare natura o qualit alcuna: il che credo che nasca, prima, dalle cagioni che si sono lungamente per lo adrieto discorse, cio che quel principe che s'appoggia tutto in sulla fortuna, rovina, come quella varia. Credo, ancora, che sia felice quello che riscontra el modo del procedere suo con le qualit de' tempi; e similmente sia infelice quello che con il procedere suo si discordano e' tempi. Perch si vede li uomini, nelle cose che li 'nducano al fine, quale ciascuno ha innanzi, cio glorie e ricchezze, procedervi variamente: l'uno con respetto, l'altro con impeto; l'uno per violenzia, l'altro con arte; l'uno per pazienzia, l'altro con il suo contrario: e ciascuno con questi diversi modi vi pu pervenire. Vedesi ancora dua respettivi, l'uno pervenire al suo disegno, l'altro no; e similmente dua egualmente felicitare con dua diversi studii, sendo l'uno respettivo e l'altro impetuoso: il che non nasce da altro, se non dalla qualit de' tempi, che si conformano o no col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto, che dua, diversamente operando, sortiscano el medesimo effetto; e dua egualmente operando, l'uno si conduce al suo fine, e l'altro no. Da questo ancora depende la variazione del bene: perch, se uno che si governa con respetti e pazienzia, e' tempi e le cose girono in modo che il governo suo sia buono, e' viene felicitando; ma, se e' tempi e le cose si mutano, rovina, perch non muta modo di procedere. N si truova uomo s prudente che si sappi accomodare a questo; s perch non si pu deviare da quello a che la natura l'inclina; s etiam perch, avendo sempre uno prosperato camminando per una via, non si pu persuadere partirsi da quella. E per lo uomo respettivo, quando elli  tempo di venire allo impeto, non lo sa fare; donde rovina: ch, se si mutassi di natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna.
Papa Iulio II proced in ogni sua cosa impetuosamente; e trov tanto e' tempi e le cose conforme a quello suo modo di procedere, che sempre sort felice fine. Considerate la prima impresa che fe' di Bologna, vivendo ancora messer Giovanni Bentivogli. Viniziani non se ne contentavono; el re di Spagna, quel medesimo; con Francia aveva ragionamenti di tale impresa; e non di manco, con la sua ferocia et impeto, si mosse personalmente a quella espedizione. La quale mossa fece stare sospesi e fermi Spagna e Viniziani, quelli per paura, e quell'altro per il desiderio aveva di recuperare tutto el regno di Napoli; e dall'altro canto si tir drieto el re di Francia, perch, vedutolo quel re mosso, e desiderando farselo amico per abbassare Viniziani, iudic non poterli negare le sua gente sanza iniuriarlo manifestamente. Condusse, adunque, Iulio, con la sua mossa impetuosa, quello che mai altro pontefice, con tutta la umana prudenza, arebbe condotto; perch, se elli aspettava di partirsi da Roma con le conclusione ferme e tutte le cose ordinate, come qualunque altro pontefice arebbe fatto, mai li riusciva; perch el re di Francia arebbe avuto mille scuse, e li altri messo mille paure. Io voglio lasciare stare l'altre sue azioni, che tutte sono state simili, e tutte li sono successe bene; e la brevit della vita non li ha lasciato sentire el contrario; perch, se fussino venuti tempi che fussi bisognato procedere con respetti, ne seguiva la sua ruina; n mai arebbe deviato da quelli modi, a' quali la natura lo inclinava.
Concludo, adunque, che, variando la fortuna, e stando li uomini ne' loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e, come discordano, infelici. Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perch la fortuna  donna, et  necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla. E si vede che la si lascia pi vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano. E per sempre, come donna,  amica de' giovani, perch sono meno respettivi, pi feroci e con pi audacia la comandano.

Cap.26

<I>Exhortatio ad capessendam Italiam in libertatemque a barbaris vindicandam</I>.
[Esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani de' barbari]

Considerato, adunque, tutte le cose di sopra discorse, e pensando meco medesimo se, in Italia al presente, correvano tempi da onorare uno nuovo principe, e se ci era materia che dessi occasione a uno prudente e virtuoso di introdurvi forma che facessi onore a lui e bene alla universit delli uomini di quella, mi pare corrino tante cose in benefizio d'uno principe nuovo, che io non so qual mai tempo fussi pi atto a questo. E se, come io dissi, era necessario, volendo vedere la virt di Mois, che il populo d'Isdrael fussi stiavo in Egitto, et a conoscere la grandezza dello animo di Ciro, ch'e' Persi fussino oppressati da' Medi e la eccellenzia di Teseo, che li Ateniensi fussino dispersi; cos al presente, volendo conoscere la virt d'uno spirito italiano, era necessario che la Italia si riducessi nel termine che ell' di presente, e che la fussi pi stiava che li Ebrei, pi serva ch'e' Persi, pi dispersa che li Ateniensi, sanza capo, sanza ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa, et avessi sopportato d'ogni sorte ruina. E bench fino a qui si sia mostro qualche spiraculo in qualcuno, da potere iudicare che fussi ordinato da Dio per sua redenzione, tamen si  visto da poi come, nel pi alto corso delle azioni sua,  stato dalla fortuna reprobato. In modo che, rimasa sanza vita, espetta qual possa esser quello che sani le sue ferite, e ponga fine a' sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di quelle sue piaghe gi per lungo tempo infistolite. Vedesi come la prega Dio, che le mandi qualcuno che la redima da queste crudelt et insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, pur che ci sia uno che la pigli. N ci si vede, al presente in quale lei possa pi sperare che nella illustre casa vostra, quale con la sua fortuna e virt, favorita da Dio e dalla Chiesia, della quale  ora principe, possa farsi capo di questa redenzione. Il che non fia molto difficile, se vi recherete innanzi le azioni e vita dei soprannominati. E bench quelli uomini sieno rari e maravigliosi, non di manco furono uomini, et ebbe ciascuno di loro minore occasione che la presente: perch l'impresa loro non fu pi iusta di questa, n pi facile, n fu a loro Dio pi amico che a voi. Qui  iustizia grande: <I>iustum enim est bellum quibus necessarium, et pia arma ubi nulla nisi in armis spes est</I>. Qui  disposizione grandissima; n pu essere, dove  grande disposizione, grande difficult, pur che quella pigli delli ordini di coloro che io ho proposti per mira. Oltre a questo, qui si veggano estraordinarii sanza esemplo condotti da Dio: el mare s' aperto; una nube vi ha scrto el cammino; la pietra ha versato acqua; qui  piovuto la manna; ogni cosa  concorsa nella vostra grandezza. El rimanente dovete fare voi. Dio non vuole fare ogni cosa, per non ci trre el libero arbitrio e parte di quella gloria che tocca a noi.
E non  maraviglia se alcuno de' prenominati Italiani non ha possuto fare quello che si pu sperare facci la illustre casa vostra, e se, in tante revoluzioni di Italia e in tanti maneggi di guerra, e' pare sempre che in quella la virt militare sia spenta. Questo nasce, che li ordini antichi di essa non erano buoni e non ci  suto alcuno che abbi saputo trovare de' nuovi: e veruna cosa fa tanto onore a uno uomo che di nuovo surga, quanto fa le nuove legge e li nuovi ordini trovati da lui. Queste cose, quando sono bene fondate e abbino in loro grandezza, lo fanno reverendo e mirabile: et in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma. Qui  virt grande nelle membra, quando non la mancassi ne' capi. Specchiatevi ne' duelli e ne' congressi de' pochi, quanto li Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno. Ma, come si viene alli eserciti, non compariscono. E tutto procede dalla debolezza de' capi; perch quelli che sanno non sono obediti, et a ciascuno pare di sapere, non ci sendo fino a qui alcuno che si sia saputo rilevare, e per virt e per fortuna, che li altri cedino. Di qui nasce che, in tanto tempo, in tante guerre fatte ne' passati venti anni, quando elli  stato uno esercito tutto italiano, sempre ha fatto mala pruova. Di che  testimone prima el Taro, di poi Alessandria, Capua, Genova, Vail, Bologna, Mestri.
Volendo dunque la illustre casa vostra seguitare quelli eccellenti uomini che redimirno le provincie loro,  necessario, innanzi a tutte le altre cose, come vero fondamento d'ogni impresa, provvedersi d'arme proprie; perch non si pu avere n pi fidi, n pi veri, n migliori soldati. E, bench ciascuno di essi sia buono, tutti insieme diventeranno migliori, quando si vedranno comandare dal loro principe e da quello onorare et intrattenere.  necessario, per tanto, prepararsi a queste arme, per potere con la virt italica defendersi dalli esterni. E, bench la fanteria svizzera e spagnola sia esistimata terribile, non di meno in ambo dua  difetto, per il quale uno ordine terzo potrebbe non solamente opporsi loro ma confidare di superarli. Perch li Spagnoli non possono sostenere e' cavalli, e li Svizzeri hanno ad avere paura de' fanti, quando li riscontrino nel combattere ostinati come loro. Donde si  veduto e vedrassi per esperienzia, li Spagnoli non potere sostenere una cavalleria franzese, e li Svizzeri essere rovinati da una fanteria spagnola. E, bench di questo ultimo non se ne sia visto intera esperienzia, tamen se ne  veduto uno saggio nella giornata di Ravenna, quando le fanterie spagnole si affrontorono con le battaglie todesche le quali servono el medesimo ordine che le svizzere: dove li Spagnoli, con la agilit del corpo et aiuto de' loro brocchieri, erano intrati, tra le picche loro sotto, e stavano securi ad offenderli sanza che Todeschi vi avessino remedio; e, se non fussi la cavalleria che li urt, li arebbano consumati tutti. Puossi, adunque, conosciuto el defetto dell'una e dell'altra di queste fanterie, ordinarne una di nuovo, la quale resista a' cavalli e non abbia paura de' fanti: il che far la generazione delle armi e la variazione delli ordini. E queste sono di quelle cose che, di nuovo ordinate, dnno reputazione e grandezza a uno principe nuovo.
Non si debba, adunque, lasciare passare questa occasione, acci che l'Italia, dopo tanto tempo, vegga uno suo redentore. N posso esprimere con quale amore e' fussi ricevuto in tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni esterne; con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che piet, con che lacrime. Quali porte se li serrerebbano? quali populi li negherebbano la obedienza? quale invidia se li opporrebbe? quale Italiano li negherebbe l'ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli, adunque, la illustre casa vostra questo assunto con quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese iuste; acci che, sotto la sua insegna, e questa patria ne sia nobilitata, e, sotto li sua auspizi, si verifichi quel detto del Petrarca:


<I>Virt contro a furore</I>
Prender l'arme, e fia el combatter corto;
Ch l'antico valore
Nell'italici cor non  ancor morto</I>.

