
  Banca Dati "Nuovo Rinascimento"
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  immesso in rete il 13 ottobre 1995



SALVATOR ROSA

Satire



a cura di Danilo Romei






SONETTO

CONTRO QUELLI CHE NON LO CREDEVANO AUTORE DELLE SATIRE



        Dunque perch son Salvator chiamato
     crucifigatur grida ogni persona?
     Ma  ben dover che da gena briccona
 4   non sia senza passion glorificato.
        M'interroga ogni d pi d'un Pilato 
     se di satiri tschi ho la corona;
     pi d'un Pietro mi nega e m'abbandona
 8   e pi d'un Giuda ognor mi vedo a lato.
        Giura stuolo d'ebrei perfido e tristo
     ch'io, tolto della Gloria il santuario,
11   fo dell'altrui divinitade acquisto;
        ma questa volta, andandoli al contrario,
     lor fan da ladri, io non far da Cristo,
14   anzi sar il mio Pindo il lor Calvario.





SATIRA PRIMA

LA MUSICA



        Abbia il vero, o Priapo, il luogo suo:
     se gl<i> asini a te sol son dedicati
3    bisogna dir ch'il mondo d'oggi  tuo.
        Crdemi che si son tanto avanzati
     i tuoi vassalli, che d'un Serse al pari
6    tu potresti formar squadroni armati.
        S'ergano al nome tuo tempii ed altari,
     ch ne le corti a i primi onori assunti
9    da un influsso bestial sono i somari;
        ch, s'io non erro al calcolar de' punti,
     par ch'asinina stella a noi predmini
10   e 'l Somaro e 'l Castron si sian congiunti.
        Il tempo d'Apuleio pi non si nomini,
     ch s'allora un sol uom sembrava un asino,
15   mill'asini a i miei d rassembran uomini.
        Magino e Tolomeo la causa annsino
     che in domicilio de' moderni Giovi
18   fa che tanti somari oggi s'accsino.
        Italia, il nome che ti diro i bovi,
     or che d'asini sei fatta sentina,
21   necessario sar che tu rinovi.
         cos folta omai quest'asinina
     turba, ch'ovunque in te gl<i> occhi rivolgo
24   Arcadia raffiguro e Palestina.
        Quando 'l pensiero a contemplargli io volgo,
     col gran numero lor fan ch'io trasecolo
27   gl<i> asini del senato e quei del volgo.
        Su le cronologie pi non ispecolo:
     mi forza a dire il paragone e 'l saggio
30   che questo mio di Balaam  il secolo.
        Multiplicato  il marchegian linguaggio,
     e per dirla in pochissime parole
33   l'anno s' tutto convertito in maggio;
        pi che in Leone arde in Somaro il Sole
     e, a ci che meglio inasenisca il mondo,
36   s'apron per tutto del ragliar le scuole.
        Quanto gira la terra a tando a tondo
     luogo alcuno non v'ha che di schiamazzi
39   e di solfe non sia pieno e fecondo.
        E pur si vedon ir peggio che pazzi
     i prencipi in cercar questa canaglia,
42   scandolo de le corti e de' palazzi.
        Virtute oggi n meno ha tanta paglia
     per gettarsi a giacere, e a borsa sciolta
45   spende l'oro de i re turba che raglia;
        n si vede altra gente andare in volta
     che puttane e castrati innanzi e indietro,
48   e le regge un di lor volta e rivolta;
        e tale influsso  s maligno e tetro
     che s'infett di questa pestilenza
51   il bel cielo di Marco e quel di Pietro:
        chiama in Roma pi gente alla sua audienza
     l'arpa d'una Licisca cantatrice
54   che la campana de la Sapienza.
        Ad un musico bello il tutto lice:
     di ci ch'ei fa, che brama ottiene il vanto,
57   ch'un bel volto che canta oggi  felice.
        Io non biasimo gi l'arte del canto,
     ma s bene i cantori viziosi
60   ch'hanno sporcato a la modestia il manto.
        So ben ch'era mestier da virtuosi
     la musica una volta, e l'imparavano
63   fra gl<i> uomini pi grandi i pi famosi;
        so che Davide e Socrate cantavano
     e che l'arcade, il greco e lo spartano
66   d'ogni altra scienza al par la celebravano,
        e Temistocle gi, l'eroe sovrano,
     fu stimato assai men d'Epaminonda
69   per non saper cantar come il tebano;
        so che fu di miracoli feconda
     e che sapea ritr l'anime a Lete
72   ben che fussero quasi in su la sponda;
        so che di Creta discacci Talete
     la peste con la musica, e Peone
75   guara le malatie gravi e secrete;
        so ch'Asclepiade con un suo trombone
     i sordi medicava, e de' lunatici
78   l'agitante furor sopa Damone;
        so  ch'Anfione a gli uomini selvatici
     con la lira insegn l'umanit
81   e ch'un altro sanava i mali acquatici;
        ma chi m'adita in questa nostra et
     un cantor che a Pittagora simle
84   la giovent riduca a castit?
         la musica odierna indegna e vile,
     perch trattata  sol con arroganza
87   da gente viziosissima e servile:
        gente albergo d'obbrobio e d'ignoranza,
     sordida turcimanna di lussurie,
90   gente senza rossor, senza creanza.
        Di s fatta gena non son penurie,
     sol di becchi e castrati Italia abbonda
93   e i cornuti e i cantor vanno a centurie:
        turba di saltinbanchi vagabonda,
     fatta vituperosa in su le scene,
96   d'ogni lascivia e disonor feconda;
        sol di Sempronie le citt son piene,
     che con maniere infami e vergognose
99   danno il tracollo agli uomini da bene.
        Dove s'udiron mai s fatte cose?
     Dirsi il canto virtude e le puttane
102  il nome milantar di virtuose!
        Arrossite al dir mio, donne romane!
     Le di voi profanissime ariette
105  han fatto al disonor le strade piane;
        le vostre chitarriglie e le spinette
     de' postriboli son base e sostegni,
108  aperti ruffianesmi a le brachette.
        Io sgrido, io sgrido voi, maestri indegni,
     voi che il mondo insegnate a imputtanirsi,
111  senza temer del ciel l'ira e gli sdegni!
        Da l'opre vostre ognor miro ammolirsi
     anche i pi forti, e l'anime relasse
114  languire al sospirar di Filli e Tirsi.
        Musica, freggio vil d'anime basse,
     salsa de' lupanari, ond' ch'io strillo,
117  arte sol da puttane e da bardasse!
        Questi han trovato il candido lapillo
     con cui veggio segnar sin dalle culle
120  felicissimi i d Taide e Batillo;
        questi so' i ciurmator di tue fanciulle,
     Roma, che fan cangiar a i d nostrali
123  le Porzie in Nine e le Lucrezie in Lulle;
        questi, o padri, son quei ch'a le vestali
     di vostra casa tolgono il primiero
126  preggio de' sacri fiori verginali;
        questi son quei ch'insegnano il mestiero
     di popolare e d'erudire i chiassi,
129  mascherar da virtude il vituperio.
        Agamenone mio, se tu lasciassi
     oggi per guardia a la tua moglie un musico,
132  quanti Egisti cred'io che tu trovassi!
        Dal peruano suolo al lido prusico
     alcun non  ch'abbia avvezzato il cuoio
135  pi di costoro a l'ago del cerusico:
        da le risa talor quasi mi muoio
     in veder divenir questi arroganti
138  calamita del legno e del rasoio;
        e non di meno son portati avanti
     e favoriti da la sorte instabile
141  per la dolce mala de' suoni e canti.
        Solo in un caso un musico  prezzabile,
     ch quando intuona a i prencipi la nenia
144  se ne cava un diletto imparegiabile;
        ma del restante poi gi l'antistenia
     sentenza grida ch'ha per impossibile
147  che sia buon uomo e sia cantore Ismenia.
        Fanno il mezzano a la concubiscibile
     senza temer di Dio gl<i> occhi severi,
150  ch il cielo appresso lor fatto  risibile.
        Son lenocin i canti a gl<i> adulter
     e le vergini prese a quest'inganni
153  si fan bagasce almen co i desider:
        van sempre uniti e serenate e danni,
     perch son giusto il canto e l'onestade
156  il carbonar d'Esopo e 'l nettapanni.
        Di Gnesippo oggid calca le strade
     il musico lascivo, e son promossi
159  solo i canti del Nilo e quei di Gade.
        Io non dico buggie n paradossi:
     corre dietro al cantar l'incontinenza
162  come farfalla al lume e cane a gli ossi.
        Chi ha prattica di questi e conoscenza
     pu dir se de la musica  compagna
165  la gola, l'albaga, l'impertinenza.
        Per questa razza nulla si sparagna:
     i suditi s'agravano e i vassalli
168  per aprire a i cantor grassa cuccagna;
        per costoro non ha spazi o intervalli
     una grazia dall'altra, e versa il corno
171  la copia in grembo al fomite de' falli.
        Non si terrebbe di corona adorno
     se non avesse un re pi d'un Iopa
174  che tutto il d le gorghegiasse attorno,
        ed  cotanto imbrodolata Europa
     di questa feccia, che a nettarne il guazzo
177  in van Catone adoprera la scopa.
        Era l'odio di Roma e lo strapazzo
     la musica una volta: or mira il Lazio
180  se dietro a quella  divenuto pazzo!
        Quanti Tegelii contarebbe Orazio
     in questo secolaccio iniqui e sciocchi,
183  che non han mai di mal l'animo sazio!
        E fin dentro a le chiese a questi alocchi
     s'oprano i nidi; i profanati temp
186  scemano in parte il vituperio a i socchi;
        e pur  ver che con indegni esempi
     diventano bestemmie a i giorni nostri
189  di Dio gl'inni et i salmi in bocca a gli empi.
        Che scandalo  il sentir ne' sacri rostri
     grugnir il vespro et abaiar la messa,
192  ragliar le gloria, i credo e i paternostri!
        Apporta, d'urli e di mugiti impressa,
     l'aria agli orecchii altrui ted e molestie,
195  che udir non puossi una sol voce espressa;
        s che pien di baccano e d'imodestie
     il sacrario d'Idio sembra, al vedere,
198  un'arca di No fra tante bestie,
        si sente per tutto a pi potere
     (ond' ch'ogn'uom si scandalizza e tedia)
201  cantar su la ciaccona il miserere,
        e con stili da sfarze e da comedia
     e gighe e sarabande a la distesa:
204  e pure a un tanto mal non si rimedia.
        Chi vide mai pi la modestia offesa?
     Far da Filli un castron la sera in palco
207  e la matina il sacerdote in chiesa?
        So che un sentier pericoloso io calco,
     ma in dir la verit costante io sono,
210  n ci voglio adoprar velo n talco.
        A l'orecchio d'Idio pi grato  il tuono
     d'un cor che taccia e si confessi reo
213  che di cento Arioni il canto e 'l suono;
        chi vuol cantar segua il salmista ebreo
     et imiti Cecilia e non Talia,
216  dietro a l'orme di Giobbe e non d'Orfeo:
        penetra sol al ciel quell'armonia
     che, in vece d'intonar canto che nce,
219  piange le colpe sue con Geremia;
        il ciel s'adora con portar la croce,
     con bont di costumi e non di mano,
222  purit di coscienza e non di voce.
        Vergognosa follia d'un petto insano!
     Nel tempo elletto a prepararsi il core
225  si sta nel tempio con le solfe in mano;
        quando stillar dovra gli occhi in umore,
     l'impazzito cristian gli orecchi intenti
228  tiene all'arte d'un basso o d'un tenore,
        e in mezzo a mille armonici istromenti
     de' profeti santissimi una Lamia
231  mette in canzona i flebili lamenti.
        O del prescto mondo atroce infamia!
     Vie pi di Bettelem in prezzo sei
234  per l'autor delle note, isola Samia.
        Affermar con certezza io non saprei
     se il mondo sia pi pien di pittagorici
237  o d'ingordi epuloni o pur d'ati;
        io dico il ver senza color rettorici:
     tutti i canti oggimai sono immodesti,
240  e mesolidii e frigii e lidii e dorici.
        Musica mia, non so se s molesti,
     come son ora i professori tuoi,
243  eran gi quei martelli onde nascesti;
        tu senza colpa ne venisti a noi
     e s'adesso ten vai piena d'errori
246   perch capitasti in man de' buoi.
        E pure a questi sol si fan gli onori,
     questi cercati son (le teste esperte!)
249  e pronti a i cenni lor stanno i tesori;
        questi trovan per tutto ampie l'offerte,
     gli stipendii, i salarii a man baciata,
252  erarii, scrigni e guardarobbe aperte;
        et a questa progenie interessata
     si dan le prime carriche e gli offizii,
255  tanto la vanitade oggi  stimata.
        E se ben servon di fomento ai vizii,
     lor piovon sempre mai, in grembo a i spassi,
258  entrate, pensioni e benefizii;
        cos, fatti in un tratto e tondi e grassi,
     scordati de' natali e del prencipio,
261  fanno da satraponi e da gradassi.
        Et un stronzo animato, un vil mancipio,
     avvezzo a la portiera et al tinello,
264  starebbe a tu per tu con Mario e Scipio?
        Un baron rivestito, un bricconcello
     per quattro note ha tal temeritade
267  che vuol col galantuom stare a duello.
        Oh quanto si pu dir con veritade
     che colla pelle del leone ardisce
270  di coprirse oggid l'asinitade!
        E si gonfia e si vanta e insuperbisce,
     e per farla cantar si suda e stenta,
273  ma, s'incomincia, poi mai la finisce.
        Ciurma che mai si sazia o si contenta,
     quanto pi se le d, pi se le dona,
276  scellerata divien, peggior diventa:
        plebbe ch'altro non pensa e non raggiona
     ch'a passar l'ore in crapole e sbadigli,
279  ch'a viver a la peggio, a la briccona.
        In questi tempi mutera consigli
     l'ape, qual disse al culice una volta
282  ch'insegnar non volea musica a i figli,
        poi ch'altro non si stima e non s'ascolta
     fuor d'un cantor o un sonator di tasti,
285  e questa razza  sol ben vista e accolta.
        Bella legge Cornelia, ove n'andasti,
     in quest'et che per castrare i putti
288  tutta Norcia, per Dio, non par che basti?
        I Callicoli e i Veri indegni e brutti
     son ritornati a fabricar encomii
291  a questi vili e sordidi margutti.
        A che serve il compor volumi e tomi
     se in tutti i tempi inclinano le stelle
294  de gli Aristoni al canto e de gli Eunomi?
        La fola del monton di Frisso e d'Elle
     verificata io vo' mostrarvi a dito,
297  se d'oro ogni castron porta la pelle.
        Quindi mi disse un corteggian forbito,
     ch'in Roma s'era fatto il pel canuto
300  e lograto ci avea pi d'un vestito,
        che in corte chi vuol esser[e] ben voluto
     abbia poco cervello in testa accolto,
303  sia musico o ruffian, ma non barbuto,
        di poca bile, ma livor dimolto,
     e fugga come il fuoco i personaggi
306  chi non ha pi d'un core e pi d'un volto.
        Son miracoli usati, entro a i palaggi,
     che un musico sbarbato co i suoi vezzi
309  cavalcato scavalchi anche i pi saggi.
        O quanto degni fro i tuoi disprezzi,
     gran Solimano, allor ch'a queste sporche
312  razze facesti gl'istromenti in pezzi!
        Tu, su l'armate al fremito dell'orche
     avvezzo, l sul faretrato Oronte
315  le sirene mandasti in su le forche.
        E Pirro ad un, che con audace fronte
     un musico lod, nulla rispose,
318  ma si volse a lodar Poliperconte.
        Et Anafilia gi disse e depose
     ch'al par di Libia il canto al nostro orecchio
321  manda fre oggid pi mostruose.
        Sia benedetto pur quel santo vecchio
     che di questi sacrileghi e perversi
324  in chiesa non volea l'empio apparecchio;
        e benedetti siano i Medi e i Persi
     che i parasiti, i musici e i buffoni
327  non stimrno giammai punto diversi;
        benedette le donne de' Ciconi
     che fro al canto d'Orfeo la battuta
330  co i cromatici lor santi bastoni!
        Oggi nessun gli scaccia o gli rifiuta,
     anzi in casa de' principi e de' reggi
333  questa gena  sol la ben veduta;
        e cresciuti cos sono i suoi preggi
     che per le regge serpe e si distende
336  l'arte di questi pantomimi egregi.
        A la musica in corte ognuno attende:
     do re mi fa sol la canta chi sale,
339  la sol fa mi re do canta chi scende.
        Usa in corte una musica bestiale:
     par ch'a fare il soprano ognuno aspiri,
342  ma nel fare il falzetto ognun prevale.
        Cantano in lei benissimo i Zopri,
     l'adulatore, il pazzo e lo spione,
345  l'aiutante del letto e de' raggiri;
        ma mi par troppo gran contradizione
     ch'abbia sorte con lei solo il castrato,
348  s'ha fortuna con lei solo il coglione.
        Prencipi, il canto  da voi tanto amato
     che non vi vola il sonno al supercilio
351  se da quello non v' pria lusingato;
        la quiete da voi vola in esilio
     senza il letto gemmato e senza il coro,
354  di Saul ad esempio e di Carvilio.
        Gratis del sonno il placido ristoro
     manda natura alor ch'il cielo  fosco,
357  e voi pazzi il comprate a peso d'oro!
        Letto pi prezioso io non conosco
     che farmi di vitalbe una trabacca,
360  coltrice il prato e padiglione il bosco,
        e quando il sonno a gli occhi miei s'attacca
     un dolce oblio santo Morfeo mi presta
363  che mi tura le luci a ceralacca.
        Io non invidio, no, la vostra testa,
     che non ha requie mai quand'ella dorme
366  e tutta  sogni poi quand'ella  desta.
        Se voi volete un sonno al mio conforme,
     vegliate de la notte una gran parte
369  studiando ben di governar le norme;
        ma si cerchi da voi l'ufizio e l'arte
     che deve usare un prence e giusto e pio
372  ne' libri e non nel gioco in su le carte;
        in vece d'un castrato ingordo e rio
     tenete un usignol, che nulla chiede
375  e forse i canti suoi son inni a Dio.
        Quel popolo che a voi giur la fede
     per le vie seminudo et a migliaia
378  mendicando la vita andar si vede,
        e pur gettate l'oro, e non  baia,
     dietro ad una bagascia, a un castratino
381  a la cieca, a saccate, a centinaia,
        et ad un scalzo misero e meschino,
     che casca dal bisogno e da la fame,
384  si niega un miserabile quattrino.
        A che votar l'erario in paggi e dame
     e spender tanto in guardie a capo d'anno
387  in un branco venal di gente infame?
        Non sa temere un giusto offesa o danno,
     ch'argomento  il timor d'occulti falli
390  e gran segno  in un re d'esser tiranno.
        A che serve il tener fanti e cavalli,
     se la guardia maggior ch'abbia un regnante
393   l'amor de' soggetti e de' vassalli?
        A che giova il nutrir squadra volante
     di sparvieri e falcon s grande e varia
396  e buttar via tante monete e tante?
        La vostra naturaccia, al ben contraria,
     sazia non  di scorticar la terra,
399  che va facendo le rapine in aria?
        Deh, quel<l>'alma real ch'in voi si serra
     lasci una volta questi abbusi indegni
402  e la memoria lor giacia sotterra;
        generosa superbia in voi si sdegni
     di servire a gli affetti, e vi ricordi
405  che ste nati a dominare i regni;
        le passioni indomite e discordi
     sia vostra cura in armonia comporre
408  e far che il senso a la ragion s'accordi:
        questa musica in voi si deve accrre,
     e non quell'altra, il di cui preggio  solo
411  accordar cetre e l'animo scomporre.
        Testimonio bastante, e non gi solo,
     il cinico mi sia che gi nel foro
414  tutto accus de' musici lo stuolo.
        Non  virt d'un animo o decoro
     trattar chitarre, cimbali e leti, 
417  n diletto  da re musico coro,
        ma ben d'animi molli e dissoluti,
     da persone lascive e da impudichi,
420  da spirti di piacer solo imbeuti.
        Ma che occorre che tanto io m'affatichi
     se di quei detti che il furor m'ispira
423  non mi lascian mentire i tempi antichi?
        Parli Antigon per me, che colmo d'ira
     ad Alesandro, un d ch'al canto attese,
426  furibondo di man strapp la lira,
        e con voci di sdegno e zelo accese,
     fatto volare in mille pezzi il suono,
429  il musico suo re cos riprese:
        - Queste adunque son l'arti e questi sono
     i nobili esercizii ond'io credei
432  al tuo genio crescente angusto il trono?
        Sono questi gli studii ond'io potei
     argomenti ritrar d'indole altera
435  che di te promettea palme e trofei?
        Questo  dunque il sudor d'alma ch'impera?
     Questo  dunque il deso che porta impresso
438  una mente magnanima e guerriera?
        Alesandro, Alesandro, o da te stesso
     troppo diverso e da' princpi tuoi,
441  da qual vana follia ti veggio oppresso?
        Cos non vassi a debellar gli Ei,
     n son questi i sentieri in cui stampro
444  orme di gloria i trapassati eroi;
        segni d'opere grandi in te mostrro
     le tue virt, la maest fanciulla,
447  un raggio di valore illustre e chiaro:
        a pena l'esser tuo part dal nulla
     che port seco in sul natale impresse
450  l'espettazioni a insuperbir la culla.
        Tremava il piede infante allor che lesse
     in quei vestiggi il genitor deluso
453  una serie immortal d'alte promesse;
        de la tenera man l'uffizio e l'uso,
     che sol godea del brando, in te scopra
456  un non so che di pi ch'umano infuso.
        O tradite speranze, o della mia
     stolta credulit pensier fallace,
459  ecco del vostro re la monarchia,
        ecco l'Ercole vostro, il vostro Aiace,
     il vostro Teseo, il presagito Acchille,
462  de l'Asia deplorata ecco la face,
        ecco colui che trionfar di mille
     regni dovea, e su stranieri liti
465  versar dal crin le generose stille!
        Non son tali, Alesandro, i fatti aviti
     e non deve un eroe nato a gli scettri
468  star su le corde ammaestrando i diti;
        non convengono insieme i brandi e i plettri,
     son contrar tra lor porpora e cetra,
471  n fu il canto giammai degno d'elettri.
        Prencipe che desa d'alzarsi all'etra,
     in vece di trattar corde nefande,
474  de la tromba di fama il suono impetra.
        Questo non  mestier d'anima grande;
     chi dietro a fole e vanitadi aggogna
477  non fa cose immortali e memorande.
        Rinfacciarti di nuovo a me bisogna
     che Filippo tuo padre un d ti disse
480  che il saper ben cantar  gran vergogna.
        Volgi un poco la mente e mira Ulisse,
     tu che logrando stai sovra le corde
483  l'ore ch'a i tuoi trionfi il ciel prefisse:
        mira quel saggio in suo voler concorde
     che s'incera l'orecchio a i canti impuri,
486  per non sentir, de le sirene ingorde.
        Allettar ti dovrian sistri e tamburi:
     anima che di fama e gloria ha sete
489  cos lascia il suo nome a i d futuri.
        Son le musiche corde armi di Lete,
     grand'incanto de' vili e de' melensi,
492  e di femineo cor fascino e rete.
        Chi torpe nel piacer volar non pensi
     a le stelle giammai, ch sempre fro
495  del bel ciel de la gloria Icari i sensi.
         de l'onore il calle alpestre e duro;
     fugge sol dell'et l'ire omicide
498  chi fa de l'opre sue virt l'Arturo.
        Co i fatti eccelsi immortalossi Alcide,
     n con la lira mai si fece illustre,
501  ma bens con la spada il gran Pelide.
        Trarr del nome tuo l'aura palustre
     il mondo, tutto a rimirare intento
504  un re mutato in un cantore industre.
        N t'ingombra la mente alto spavento,
     n vola ratto ad occultarti il volto
507  travestito a' russori il pentimento?
        Cangia, cangia pensier s vano e stolto,
     e non si tardi a discacciare in fretta
510  quest'enorme magia che a te ti ha tolto.
        Buono sempre non  quel che diletta,
     n il canto  meta mai d'opere eccelse
513  se le menti men forti adesca e alletta;
        sol quello  vero re ch'elesse e scelse
     la strada de' sudori, e che dall'alma,
516  mentre nascean, le volutt divelse;
        prudenza  il non dar fede a lieta calma
     et  follia se credi e se prosumi
519  che sull'ebano tuo spunti la palma.
        Ah, che de l'empia Circe i rei costumi
     de le menti pi tenere e pi molli
522  s'ingegnon sol d'adormentare i lumi.
        Non siano i tuoi di vigilar satolli,
     ch deve aver cent'occhi un re, com'Argo,
525  perch l'idra de' vizii ha cento colli;
        n senz'alta caggione i detti io spargo,
     perch so che d'un petto, ancor che forte,
528  fu la musica sempre un gran lettargo:
        grand'esempio ti sia d'Argo la sorte,
     che d'un canto soave a i dolci inganni
531  serr le luci e ritrov la morte.
        Chi si vuole eternar sudi e s'affanni,
     ch un nome non si pu trre ad Averno
534  senza lottar col vorator degl<i> anni.
        De gli interni des specchio  l'esterno:
     chi fatica nel ben non muor se muore,
537  ch virtude  del cor balsamo eterno;
        vizio e virt mai divent minore
     perch'a mostrar che de' giganti  figlia
540  studia la fama a divenir maggiore.
        L'usata maestade in te ripiglia
     e con la tua prudenza e la fortezza
543  te medesmo componi e te consiglia.
        Gli usi che noi prendiamo in giovenezza,
     se non vi s'ha riguardo e gran premura,
546  si strascinano ancor ne la vecchiezza;
        piaga che non si tratta e non si cura
     maraviglia non  che poi marcisca,
549  ch il mutar vecch<i>'usanza  cosa dura.
        Quanto gl<i> animi grandi inlanguidisca
     questa mentita attossicata gioia,
552  Ettore te lo dica e t'amonisca:
        sentilo come sbeffa e come annoia
     Pari, che gi si procacci cantando
555  l'amor d'Elna e la caduta a Troia;
        mira Palla col che sta gettando
     gl'istromenti del canto im.mezzo all'onde
558  per mandarlo da s per sempre in bando.
        Ma l'antiche memorie io lascio altronde:
     mira in che stima sia chi canta o suona
561  e del Tebro e del Nilo in su le sponde.
        La musica non sol come non buona
     Alcibiade sprezz, ma la chiamava
564  cosa indegna di libera persona.
        Scaccia, scaccia da te voglia s prava
     e vada l'alma a ripigliar veloce
567  il sentier de l'onor che pria calcava.
        Prendi in grado che sia questa mia voce
     uno sprone pungente al tuo desio,
570  ch virt stimolata  pi feroce.
        Parla teco cos l'affetto mio:
     che si tralasci omai e si posterghi
573  questo morbo de' sensi e quest'oblio.
        Se l'istoria di te vuoi che si verghi
     ricordarti tu di che non si tratta
576  ne le corde l'acciar, ma ne gli usberghi.
        Eterna  Troia, ancor che sia disfatta,
     ch per quei che pugnr l presso Antandro
579  una fama immortal l'ali l'adatta.
        Queste molli armonie lascia a Terpandro
     e, di sola virt gli affetti onusti,
582  ad Alesandro omai renda Alesandro. -
        Cos del canto a i secoli vetusti
     Antigono il suo re sgrida e rappella
585  a pensieri pi saggi e pi robusti.
        Dall'Antigono mio, dal re di Pella,
     principi del mio tempo, alzate il velo,
588  ch il mistico mio dir con voi favella;
        Antigono son io che vi querelo,
     e voi siete Alesandri: io vi sgridai,
591  tocca adesso l'emenda al vostro zelo.
        Augusto anch'egli si compiacque assai
     e del canto e del suon, ma, dagli amici
594  ripreso un d, non vi torn pi mai.
        Col canto non si vincono i nemici,
     anzi, ben che ei rassempri un scherzo e un gioco,
597  eventi partor strani e infelici:
        sempre nel suo principio il vizio  poco,
     ma vi sovvenga che un incendio imenso
600  d'una breve favilla attrasse il fuoco.
        Creder non vuole effeminato il senso
     che da questa mala cos soave
603  possa poi derivarne un male immenso;
        ma se disponga il canto a cose prave
     con maggiore evidenza a voi l'accenne
606  del superbo Neron l'esito grave.
        Egli a fatica il principato ottenne,
     che dopo cena il musico Tereno
609  ogni sera a cantar seco ritenne.
        Or chi mai credera che dentro un seno
     questo piacer, che cos buono appare,
612  dovesse partorir tanto veleno?
        A poco a poco ei cominci a sonare,
     e pot tanto in lui questo diletto
615  che si diede alla fin tutto a cantare;
        quindi, per farsi un musico perfetto
     e cercando di far voce argentina,
618  la notte il piombo si tenea sul petto;
        in osservare il c ntero e l'orina,
     in vomitorii, pillole e braghieri
621  ebbe a fare impazzar la medicina;
        e perch sempre avea volti i pensieri
     de la voce a fuggir tutti i pericoli
624  si faceva ogni d far de' cristieri;
        e se dei re non fosse infra gli articoli
     che non stian mai senza coglioni a lato,
627  si faceva cavar forse i testicoli.
        Lo vide il mondo al fin tanto impazzato,
     che pass sul teatro e su la scena
630  dal domestico canto e dal privato;
        e credendosi omai d'esser sirena,
     poco gli parve aver de le sue glorie
633  Napoli e Roma e tutta Italia piena,
        onde a cercar del canto altre vittorie
     se n'and ne la Grecia e quivi affatto
636  fin di svergognar le sue memorie.
        S'io volessi narrare ogn'opra, ogn'atto
     che solo per cantar costui facea,
639  dell'istesso Neron sarei pi matto;
        bastimi il dir che quando Roma ardea
     cantando ei se ne stava, e in fin morendo
642  disse che il mondo un gran cantor perdea.
        Quanto d'infamit, quanto d'orrendo
     per la musica fe' questo demonio
645  mostri se 'l canto a gran raggion riprendo:
        tutta la vita sua fa testimonio
     del gran danno del canto, e chi nol crede
648  in Tacito lo legga et in Svetonio.
        Principi, al parlar mio porgete fede:
     il tempo di Nerone, a quel ch'io veggio,
651  vuol nel secolo mio trovar l'erede.
        Apre ognuno di voi la destra e 'l seggio
     per inalzar la musica, e fra tanto
654  il mondo se ne va di male in peggio;
        io mai non vidi in tanta stima il canto,
     ma gli  ben anco ver che mai non vidi
657  il vizio a i giorni miei grande altrettanto.
        Quanti, quanti oggid ne' nostri lidi
     uomini infami se ne stanno in nozze,
660  che del prossimo lor vtano i nidi!
        Quante gentacce scimunite e sozze,
     le pi indegne di vita, i pi vigliacchi,
663  han palazzi, livree, ville e carrozze!
        Oh quanti Licaoni, oh quanti Cacchi,
     di mano a cui mai la fortuna scappa,
666  con i sudori altrui s'mpiano i sacchi!
        Quanti han velluto addosso e spada e cappa,
     e manegian la lancia e fan da primi,
669  che in mano stara lor meglio la zappa!
        Quanti radono il suolo e bassi et imi, 
     cui la sorte tronc de l'ali i nervi,
672  ch'han pensieri magnanimi e sublimi!
        Oh quanti in questi secoli protervi
     son chiamati signori e son serviti,
675  ch'essi meriterian d'essere i servi!
        Quanti con volti palidi e mentiti
     sono tutti oratorii e compagnie,
678  che vivon peggio assai de' Sarabiti,
        e con laudi, rosarii e letanie,
     e con pianti spesissimi e correnti
681  s'apron la strada a le forfantarie!
        E con quanto russor miran le genti
     sovra l'uscio de' ricchi i saggi e i dotti,
684  e i ricchi mai su l'uscio de' sapienti!
        Oh quanti bufaloni, oh quanti arlotti,
     ch'appena san parlare e non san leggere,
687  tengon le librarie per parer dotti!
        Or questi abusi in vece di correggere,
     voi fate cantacchiar la re mi fa
690  e festini e comedie e danze eleggere.
        Quanto di voi sara fama e bont
     se quello che spendete in simil fole
693  si desse in sovvenir la povert!
        Tutta ribomba la terrena mole
     di musici concenti, e quindi il povero
696  mentre il musico canta in van si duole.
        Conosco ben ch'indarno io vi rimprovero
     e so che dentro agli animi de' grandi
699  penitenza e russor non ha ricovero:
        chi tratta a voglia sua leggi e comandi
     sdegna le reprensioni e non permette
702  che l'orecchio adulato al cor le mandi;
        ma che se tace un uom, le sue vendette
     non per mute ha il ciel; con lingua ardente
705  forse un d parleran tuoni e saette.
        E voi, bestie canore, indegne genti,
     pi non gracchiate ad assordir le stelle,
708  e chi brama cantar canti altrimenti:
        cangiate in villanie le villanelle,
     perch un mondaccio d'ogni ben digiuno
711  non s'ha da lusingar con bagattelle.
        E se cantar volete, oggi  opportuno
     tempo da celebrar funeste esequie
714  e con appii, cipressi e manti a bruno
        alla morta virt cantar la requie.





SATIRA SECONDA

LA POESIA



        (r)Le colonne spezzate e rotti i marmi
     l fra i platani suoi divelti e scossi
  3  Fronton rimira a l'eccheggiar de' carmi,
        ch da furore ascreo spinti e commossi
     s'odono ognor tanti poeti e tanti,
  6  che manco gente in Maratona armossi.
        Suonan per tutto le ribeche e i canti
     e si vedon, sol d'acqua inebriati,
  9  i seguaci d'Apollo andar baccanti:
        quei narra d'Eolo i prigionieri alati,
     di Vulcano e di Marte antri e foreste,
 12  e del giudice inferno i rei dannati;
        questi i<m>.mezzo agl'incanti e le tempeste
     canta i velli rapiti; altri discrive
 15  di Teseo i fatti e le pazzie d'Oreste;
        lazie togate e palliate argive
     altri specola e detta, e sempre astratto
 18  affettate elegie compone e scrive.
        Magior poeta  chi pi d nel matto,
     tutti cantano omai le cose istesse,
 21  tutti di novit son privi affatto.
        In tali accenti alte querele espresse
     quel che, nato in Aquino, i propri allori
 24  nel suol d'Arunca a coltivar si messe;
        cos di Pindo i violati onori
     pianger ne' colli suoi sent gi Roma
 27  dal flagello magior de' prischi errori.
        Et oggi il tsco mio guasto idioma
     non avr il suo Lucilio? Oggi ch'ascende
 30  ciascuno in Dirce a coronar la chioma?
        Non irrita il mio sdegno e non mi offende
     sola vilt di stile: a mille accuse
 33  pi possente caggione il cor m'accende.
        Troppo al secolo mio si son diffuse
     le colpe de' poeti: arse e cado
 36  la pianta virginal sacra a le Muse.
        Tacer dunque io non vo'; nume Grineo,
     tu mi detta le voci e tu m'inspira
 39  il furor d'Archilco e di Tirteo.
        Reggi la destra tu; tolto a la lira,
     spinga dardo teban nervo canoro,
 42  or che dai vizi altrui fomento ha l'ira.
        Conosco ben ch'a saettar costoro
     incurvar si dovra corno cidonio,
 45  ch lento esce lo stral d'arco sonoro.
        Credon questi trattar plettro bistonio,
     n d'Eumolpo giammai cotanto odioso
 48  il lapidato stil finse Petronio.
        No, che tacer non vo'! Ma poi dubioso
     donde io muova il parlar rimango in forse:
 51  tanto ho da dir, ch'incominciar non oso;
        sono l'infamie lor cos trascorse
     che, s'io ne vo' trattar, le voci estreme
 54  son dal silenzio in su l'uscir precorse.
        Offre alla mente mia ristrett'insieme
     un indistinto caos vizii infiniti
 57  e di mille pazzie confuso il seme:
        quinci i traslati e i paralelli arditi,
     le parole ampollose e i detti uscuri,
 60  di grandezza e decoro i sensi usciti;
        quindi i concetti e mal espressi e duri,
     con il capo di bestia il busto umano,
 63  de la lingua stroppiata i modi impuri;
        de l'iperboli qua l'abuso insano,
     col gl'inverisimili scoperti,
 66  lo stil per tutto effeminato e vano;
        il delfin nelle selve e ne' deserti
     ed il cignal nel mare e dentro a' fiumi,
 69  gl<i> affetti vili e i latrocin aperti;
        prive di nobilt, prive di lumi
     l'adulazioni e le lascivie enormi,
 72  l'empiet verso Dio, verso i costumi.
        Da tante e tante iniquit deformi
     provo, acceso e confuso, e sprone e freno:
 75  sofferenza irritata, a che pi dormi?
        Non vedi tu che tanto il mondo  pieno
     di questa razza inutile e molesta,
 78  che produrre i cantor sembra il terreno?
        Per Dio, poeti, io vo' sonare a festa!
     Me non lusinga ambizion di gloria,
 81  violenza moral mi sprona e desta.
        Di passar per poeta io non ho boria;
     vada in Cirra chi vuol, nulla mi preme
 84  che sia scritta col la mia memoria.
        Oh che dolce follia di teste sceme!
     Sul pi fallito e sterile mestiero
 87  fondare il patrimonio de la speme;
        sopra un verso sudar l'alma e 'l pensiero
     a ci che sia con numero costrutto,
 90  s'ogni sostanza poi termina in zero!
        Fiori e fronde che val sparger per tutto
     s'alfin si vede, de gli autunni al giro,
 93  che di Parnaso il fior non fa mai frutto?
        Con lusinghiero e placido deliro
     va il poeta spogliando Ermo e Coaspe,
 96  Sisno, Bermio, Petorsi, Ormus e Tiro;
        saccheggia il Tago e sviscera l'Idaspe,
     e mai si trova un soldo, al far de' conti,
 99  tra le gemme del Parto e l'Arimaspe.
        Poeti,  ver ch'Apollo abita i monti,
     ma questo non vuol dir che voi speriate
102  d'averci a posseder luoghi di monti,
        ch possibil non  che voi troviate
     fra quanti colli a Clario il tempo eresse
105  i monti di S<an> Spirto o di Pietate.
        Io non so dove fondate la messe,
     s'altro il seme non d del clizio dio
108  che raccolta d'aplausi e di promesse.
        Superate la fame, e poi l'oblio,
     ch voi non manderete il grano a frangere
111  se non prendete Cerere per Clio.
        Il vostro stato  troppo da compiangere
     mentre vi mira ognun, cingli dispersi,
114  cantar per gloria e per miseria piangere.
        A che star tutto il d fra lettre immersi?
     Noto  a le genti anco idiote e basse
117  che non si fan lettre di cambio in versi.
        Giove io non leggo che sapienza amasse,
     ch quando il mondo ancor vagiva in culla
120  avea Minerva in capo e se la trasse.
        Quest'applauso che a voi tanto trastulla
     dolce  per chi vivendo e l'ode e 'l vede,
123  ch doppo morte non si sente nulla.
         pi dotto oggid chi pi possiede,
     scienza senza denar cosa  da sciocchi
126  e sudor di virt non ha mercede;
        per aver fama basta aver baiocchi,
     ch l'imortalit si stima un sogno;
129  son galli i ricchi, e i letterati alocchi.
        Quanto adesso vi dico io non trasogno:
     da Pindo a l'ospedal facile  il varco,
132  poi ch'il sapere  padre del bisogno.
        Buttate a terra la viola e l'arco,
     ch in quest'et d'ignorantoni e mimi
135  gi s'ademp la profezia d'Ipparco.
        Presi gi sono i luoghi pi sublimi
     et il proverbio publico risuona:
138  in ogn'arte e mestier, beati i primi!
        Cangiato  il mondo: oh quanti ne minchiona
     la foia de la guerra e de la stampa,
141  la pania de la corte e d'Elicona!
        Sfortunato colui che l'orme stampa
     ne' liti di Libetro aridi e scarsi,
144  ch'o vi sta mal per sempre o non vi campa.
        Torna il conto, o fratelli, a spoetarsi:
     cantan sino i ragazzi a bocca piena,
147  ch'il poeta  il primiero a diclinarsi.
        Con pi d'un guidaresco in su la schiena
     a i nostri d l'aganippeo polledro
150  tanto smagrato  pi quant'ha pi vena;
        l'opere a partorir degne di cedro
     vi conducon le stelle in qualche stalla,
153  per ch'un cavallo  a voi duce e sinedro.
        Chi veglia su le carte, oh quanto falla!
     Ch'a.llottar con fortuna in questi giorni
156  esser unto non val d'umor di Palla;
        n di Febbo il calor riscalda i forni,
     e se chiacchiere avete con la pala
159  non s'empion d'Amaltea con queste i corni.
        Il rimedio a non far vita s mala
      ben dover ch'oggi vi mostri, e insegni
162  la formica imitar, non la cicala;
        non v'accorgete omai da tanti segni
     che nell'inferno della povertade
165  sono l'alme dannate i bell'ingegni?
        Chi di voi pu mostrarmi una citade
     ove una Musa sia grassa o gradita,
168  se chiuse son le generose strade?
        Imparate qualch'arte onde la vita
     tragga il pan quotidiano, e poi cantate
171  quanto vi par La bella Margarita.
        Passa la gioventude e l'ore andate
     la vecchiezza, mendica di sostanza,
174  bestemia poi de la perduta etate;
        e 'l motto  noto e cognito a bastanza:
     a chi la povert fitta ha nell'ossa
177  rifrigerante impiastro  la speranza.
        Non aspettate l'ultima percossa,
     n fate pi da sericani vermi
180  che, stolti, da per lor si fan la fossa.
        Appetir quel ch'offende uso  d'infermi.
     Contro al vostro bisogno, al vostro male,
183  il saper di saper son frali schermi.
        Ma volete un esempio naturale
     che la vostra sciocchezza esprima al vivo
186  e rappresenti il vostro umor bestiale?
        Era volato un d, tutto giulivo,
     con un pezzo di cacio parmegiano
189  il corvo in cima di un antico olivo.
        La volpe il vide e s'accost pian piano
     per farlo rimanere un bel somaro,
192  s'il cacio li potea cavar di mano;
        ma perch tra di loro eran del paro
     scaltri e furfanti e, come dir si suole,
195  era tra galeotto e marinaro,
        ella (che scorse avea tutte le scuole
     et era masvigliacca in quintessenza)
198  cominci verso lui con tai parole:
        - Gran maestra  di noi l'esperienza;
     essa ci guida in questa bassa riva,
201  madre di veritade e di prudenza.
        Quando da un certo predicar sentiva
     che la fama ha due facce et  fallace,
204  a maligna buggia l'attribuiva;
        ma ora l'occhio  testimon verace
     a quanto ud l'orecchio, e ben conosco
207  che questa fama  un animal mendace.
        Gi, perch si dicea che nero e fosco
     eri pi della pece e del carbone,
211  mi ti fingea spazzacamin da bosco.
        Ma quant' falsa l'immaginazione!
     Tu sei pi bianco che non  la neve,
213  e, pazza, io ti stimava un calderone.
        Troppo gran danno la virt riceve
     da questa fama infame e scellerata,
216  sempre bugiarda, appassionata e lieve.
        Perde teco, per Dio, la saponata!
     Tu sembri giusto, tra coteste fronde,
219  tra le foglie di fico una gioncata;
        e s'al candor la voce corrisponde
     n'incachi quanti cigni alzano il grido
222  l nel Cefso a le famose sponde.
        Se tu cantar sapessi, io me la rido
     di quanti uccelli ha il mondo. Eh, che tu sai
225  ch'in un bel corpo una bell'alma ha nido. -
        Cos disse la furba, e disse assai,
     ch'il corvo, d'ambizion gonfiato e pregno,
228  crede saper quel che non seppe mai,
        e per mostrar nel canto il bell'ingegno
     si compose, si scosse e 'l fiato prese
231  e a cantar cominci sopra quel legno.
        Ma mentre egli storda tutto il paese
     col solito cr cr, dal rostro aperto
234  casc il formaggio e la comar lo prese;
        onde per far da cantatore esperto
     si ritrov digiun, come quel cane
237  che lass il certo per seguir l'incerto.
        Cos di Pindo, voi, musiche rane,
     lasciate il proprio per l'appellativo
240  e per voler gracchiar perdete il pane;
        ch, invece di un mestier fertile e vivo,
     dietro a la morta e steril poesia
243  imparate a cantar sempre in passivo;
        e tal posesso ha in voi quest'eresia
     che per un po' d'applauso ebri correte
246  a discoprir la vostra frenesia.
        Balordi senza senno che voi ste!
     Mentre andate morendo de la fame
249  d'immortalare altrui vi persuadete,
        e ste cos grossi di legname
     che non udite ognun moversi a riso
252  in sentirvi lodar le vostre dame:
        stelle gl<i> occhi, arco il ciglio e cielo il viso,
     tuoni e fulmini i detti e lampi i guardi,
255  bocca mista d'inferno e paradiso;
        dir che i sospiri son bombe e petardi,
     pioggia d'oro i capei, fucina il petto
258  dove il magnano Amor tempera i dardi;
        et ho visto e sentito in un sonetto,
     di bella donna a cui puzzava il fiato,
261  arca d'arabi odor, muschio e zibetto!
        Le metafore il sole han consumato
     e, convertito in baccal, Nettuno
264  fu nomato da un certo il dio salato.
        Sin la croce d'Idio fu da taluno
     chiamata legno santo; e pur costoro
267  sfidan l'autor dell'itaco Nessuno;
        e dell'amata sua con qual decoro
     i pidocchi colui cantanno disse:
270  sembran fre d'argento in selva d'oro?
        E chi pu creder ch'uno ingegno uscisse
     dai gangani tant'oltre, e bagatelle
273  cos arroganti di stampare ardisse?
        Le nostr'alme trattar bestie da selle
     mentre li serba il ciel, da' corpi sgombre,
276  biada d'eternit, stalla di stelle!
        E (a pensarlo il pensier vien che s'adombre)
     fare il sol divenir boia che tagli
279  con la scura di raggi il collo a l'ombre!
        Ma chi di tante bestie da sonagli
     legger pu le pazzie? I lor libracci
282  de le risa d'ognun sono i bersagli,
        ch da certi eruditi animalacci
     giornalmente a le tenebre si danno
285  mille strambotti e mille scartafacci;
        e tale stima di se stessi fanno
     e di tanta albagga sono imbeuti,
288  ch' molto men de la vergogna il danno:
        ch, per parer filosofi e saputi,
     se ne van per le strade unti e bisunti,
291  stracciati, sciatti, sudici e barbuti,
        con chiome rabbuffate et occhi smunti,
     con le scarpe disciolte e 'l collar sciolto,
294  ricamati di zacchere e trapunti.
        Cada il giorno a l'occaso o sorga all'orto,
     sempre cogitabondi e sempre astratti,
297  hanno un color d'itterico e di morto;
        discorron fra se stessi com'a i matti
     facendo con la faccia e con le mani
300  mille smorfie ridicole e mill'atti;
        per certi luoghi inusitati e strani
     si mordon l'ugna e col grattarsi il capo
303  pensano a i Mammalucchi e a gl'Indiani;
        e incerti di formar scanno o Priapo
     con la rozza materia ch'hanno in testa,
306  di pensiero in pensier si fan da capo;
        colla mente impregnata et indigesta,
     senza aver fine alcuno e senza scopo,
309  van borbotando in quella parte e in questa.
        Han di fantasmi un embrione, e dopo
     d'aver pensato e ripensato un pezzo,
312  partoriscono i monti e nasce un topo;
        ch, quando credi udir cose di prezzo
     e stai con una grande espettazione,
315  gli senti dare in frascherie da sezzo:
        la fava con le mele e col mellone,
     la ricotta coi chiozzi e con la zucca,
318  l'anguille col savore e col cardone,
        Buovo d'Antona, Drusiana e Giucca
     son le mattrie onde l'altrui palpbre
321  ogni scrittore infastidisce e stucca;
        anzi dal mal francese e da la febre
     e dall'istessa peste insin procacciano
324  a i nomi, a l'opre lor vita celbre.
        Questi son quei ch'a dissetar si cacciano
     le labra im.mezzo al caballin condotto,
327  questi i poeti son che se l'allacciano!
        O Febbo, o Febbo, e dove sei ridotto?
     Questi gli stud son d'un gran cervello?
330  Sono questi i pensier d'un capo dotto?
        Lodar le mosche, i grilli, il ravanello
     e l'altre scioccherie ch'hanno composto
333  il Bernia, il Mauro, il Lasca et il Borchiello?
        Per sublime materia hanno disposto,
     dietro a Dion, Pitagora et Antemio,
336  lodar le rape, le cipolle e 'l mosto.
        In ogni frontispizio, ogni proemio
     pi del Clitorio han lodi le cantine,
339  ch un poeta  peccato essere astemio;
        e le penne pi illustri e pellegrine
     van lodando in caratteri golosi
342  con Eufrone il tinello e le cucine.
        Quindi  che i nomi lor son gl<i> Oziosi,
     gl<i> Addormentati, i Rozzi e gli Umoristi,
345  gl'Insensati, i Fantastici e gl<i> Ombrosi;
        quindi  che, donde appena eran gi visti
     nell'Accademie i lauri e ne' Licei,
348  insin gli osti oggid ne son provisti.
        Ite a dolervi poi, moderni Orfei,
     che per i vostri affanni  gi finita
351  la razza degli Augusti e de' Pompei.
         ver che da le regge erra sbandita
     la mendica virt, ma i vostri modi
354  hanno la poesia guasta e avelita;
        le vostre invenzioni e gli episodi
     son degne di taverne e lupanari
357  e voi ne pretendete e premi e lodi!
        Altro ci vl per farsi illustri e chiari
     che straccar tutto il d Bembi e Boccacci
360  e Fabriche del mondo e dizionari!
        De' vostri studi i gloriosi impacci,
     l'occupazion de' vostri ingegni aguzzi
363  facondia han sol da schiccherar versacci,
        stirar con le tenaglie i concettuzzi,
     rattacconar le rime con la cera,
366  ad ogni accento far gl<i> equivocuzzi,
        aver di grilli in capo una miniera,
     far contraposto ad ogni paroluccia,
369  e scrivere e stampare ogni chimera.
        Ch s'uno i vostri versi oltre a <la> buccia
     passa, giammai non vi ritrova un sale,
372  bisognosi d'impiastri e de la gruccia;
        e creder di lasciar nome immortale
     con portar frasche in Pindo, e unitamente
375  far d'asino, da mulo e vetturale!
        Chi cerca di piacer solo al presente
     non creda mai d'aver a far soggiorno
378  in mano a i dotti e a la futura gente;
        anzi avr cuna e tomba in un sol giorno.
     Chi stampa avverta ch'a l'oblio non sono
381  n barche n cavalli di ritorno.
        Componimento v' ch'a primo suono
     letto da chi 'l compose fa schiamazzo,
384  che sotto gl<i> occhi poi non  pi buono;
        eppure il mondo  s balordo e pazzo
     e fatti ha gli occhi cos ignorantoni
387  che non scerne dal rosso il paonazzo:
        aplaude a i Bavi, a i Mev arciasinoni,
     che non avendo letto altro che Dante
390  voglion far sopra i Tassi i Salomoni;
        e con censura sciocca et arrogante
     al poema imortal del gran Torquato
393  di contraporre ardiscono il Morgante.
        O troppo ardito stuol, mal consigliato!
     Ch'un ottuso cervel voglia trafiggere
396  chi men degli altri in poetare ha errato!
        Non t'incruscar tant'oltre e non t'afliggere
     de' carmi altrui ch'il tuo latrar non muove:
399  se Infarinato sei, vatti a far friggere.
        Son degli scarafaggi usate prove,
     d'aquila i parti a invidiar rivolti,
402  il portar gli escrementi in grembo a Giove;
        anco a la prisca et furono molti
     che posposer l'Eneide a i versi d'Ennio:
405  secolo non fu mai privo di stolti.
        Torno, o poeti, a voi. Dentro un biennio,
     ben ch'avezzo con Verre, i furti vostri
408  non conterebbe il retore d'Erennio.
        O vergogna, o rossor de' tempi nostri:
     i sughi espressi da l'altrui fatiche
411  servono oggi di balsami e d'inchiostri!
        Credonsi di celar queste formiche,
     ch'han per musa e per dio segio e taverna,
414  il gran rubato a le raccolte antiche;
        e senza adoperar staccio o lanterna
     si distingue con breve osservazione
417  la farina ch' vecchia e par moderna.
        Raro  quel libro che non sia un centone
     di cose a questo e a quel tolte e rapite
420  sotto pretesto d'imitazione.
        Aristofane, Orazio, ove ste ite
     anime grandi? Ah, per pietade, un poco
423  fuor de' sepolcri a questa luce uscite.
        Oh con quanta ragion vi chiamo e invoco!
     Ch s'oggi i furti recitar volessi,
426  Aristofane mio, verresti roco;
        Orazio, e tu se questi autor leggessi
     oh come grideresti: (r)Or s ch'a i panni
429  gli stracci illustri son cuciti spessi!
        Ch, non badando al variar degli anni,
     con la porpora greca e la latina
432  fansi i vestiti da secondi Zanni.
        Gl'imitatori, in questa et meschina,
     che battezzasti gi (r)pecore serve,
435  chiameresti uccellacci di rapina.
        De le cose gi dette ognun si serve
     non gi per imitarle, ma di peso
438  le trascrivon per sue penne proterve;
        e questa gente a travestirsi ha preso
     perch ne' propri cenci ella s'avede
441  ch'in Pindo le sara l'andar conteso.
        Per vivere imortal dansi a le prede,
     senza pena per, le genti accorte,
444  ch per vivere il furto si concede.
        N senza questo ancora han tutti i torti:
     non s'apprezzano i vivi e non si citano
447  e passan sol l'autorit de' morti;
        e, se citati son, gli scherni inritano,
     n s'han per penne degne e teste gravi
450  quei che su i testi vecchi non s'atano.
        Povero mondo mio, sono i tuoi bravi
     chi svaligia il compagno e chi produce
453  le sentenze furate a i padri e a gli avi,
        e ne le stampe sol vive e riluce
     chi senza discrezion truffa e rubacchia,
456  e chi le carte altrui spoglia e traduce;
        quindi taluno insuperbisce e gracchia
     che, s'avesse a depor le penne altrui,
459  resterebbe d'Esopo la cornacchia.
        Stampati i versi, e non si sa da cui,
     e se bene a la moda ognun li guarda,
462  si rinfaccian tra lor (r)tu fosti, io fui.
        Per i moderni la fama  infingarda,
     per gli antichi non ha stanchezza alcuna:
465  ogni peto, ogni accento  una bombarda.
        La fama, in somma,  un colpo di fortuna:
     Borchiello e Jacopone hanno il comento,
468  cotanto il mondo  regolato a luna!
        Escono ognor cento bestiacce e cento
     che sol ne' libri altrui da l'anticaglia
471  del saper, del valor fanno argomento.
        Ama questa dottissima canaglia
     i rancidumi, e in Pindo mai non beve
474  se di vieto non sa l'onda castaglia;
        nessuno stile  ponderoso e greve
     se tarlate e stantie non ha le forme,
477  e li dan vita momentanea e lieve.
        Non biasmo io gi chi per esempii e norme
     prende il Lazio e la Grecia; anch'io devoto
480  le lor memorie adoro e bacio l'orme;
        dico di quei che sol di fango e loto
     usan certi modacci a la dantesca
483  e speran di fuggir la man di Cloto.
        Di barbarie servile e pedantesca
     la di lor poesia cotanto  carca
486  ch'assai pi dolce  una canzon tedesca;
        ma questa il ciglio molto pi m'inarca:
     non  con loro alcuna voce etrusca
489  se non  nel Boccaccio o nel Petrarca.
        E mentre vanno di parole in busca,
     i toscani mugnai legislatori
492  li trattano da porci con la Crusca;
        usan cotanti scrupoli e rigori
     sopra una voce, e poi non si vergognano
495  di mille sciocchi e madornali errori.
        Sotto le stampe va ci che si sognano
     senza che si riveda e che s'emendi,
498  perch solo a far grosso il libro agognano;
        e se un'opera loro in man tu prendi,
     mentre il iam satis ritrovar vorresti,
501  vedi per tutto il quidlibet audendi.
        Sotto nomi speciosi e manti onesti,
     per occultar le presunzion ventose,
504  porta in fronte ogni libro i suoi pretesti:
        chi dice che scorrette e licenziose
     andavan le sue figlie e per vuole
507  maritarle co' torchi e farle spose;
        un altro poscia si lamenta e duole
     ch'un amico gli tolse la scrittura
510  e l'ha contro sua voglia esposta al sole;
        quest'ampiamente si dichiara e giura
     che, visti i parti suoi stroppiati e offesi,
513  per paterna piet ne tolse cura;
        questi, che per diletto i versi ha presi
     per sottrarsi dal sonno i giorni estivi
516  e ch'ha fatto quel libro in quattro mesi.
        Oh che scuse affettate, oh che motivi!
     Son figlie d'ambizion queste modestie:
519  perch ti stimi assai cos tu scrivi.
        Ma peggio v': con danni e con molestie
     s'ascoltan per gli studii e ne' collegi
522  leggere al mondo umanit le bestie.
        Stolidezza de' principi e de' regi,
     che senza distinzion mandan del pari
525  con gl'ingegni plebei gl'ingegni egregi!
        Qual maraviglia  poi che non s'impari?
     Se i maestri son bufali ignoranti,
528  che possono insegnare a gli scolari?
        E son forzati i miseri studianti,
     di Quintiliano in cambio e <di> Gorga,
531  sentir ragliare in cattedra i pedanti.
        Da questo avvien ch'Euterpe e che Talia
     sono state stroppiate; ognun prosume
534  in Pindo andar senza saper la via,
        ch, de le scorte loro al cieco lume
     mentre van dietro, d'Aganippe in vece
537  son condotti di Lete in riva al fiume.
        Di questi s che veramente lece
     affermar, come io lessi in un capitolo,
540  ch'han le lettre attaccate con la pece!
        Io non voglio svoltar tutto il gomitolo
     di certi cervellacci pellegrini
543  che studian solamente a fare il titolo;
        onde i lor libri, con quei nomi fini,
     a prima faccia sembran titolati,
546  ch'esaminati poi son contadini.
        N potendo aspettar d'esser lodati
     dal giudizio comune, escono alteri
549  da sonetti e canzoni accompagnati,
        e n'empion da se stessi i fogli interi
     sotto nome d'Incognito e d'Incerto,
552  e si dan de' Vergil e de gli Omeri.
        V' poi talun, ch'avendo l'occhio aperto,
     rifiuta i primi parti co' secondi
555  e cos da un error l'altro  scoverto.
        Ma non so se pi matti o se pi tondi
     si sian nel fare i libri o in dedicarli,
558  se di pi errori o adulazion fecondi.
        Di tempo o di destin pi non si parli:
     la colpa  lor se, non sapendo eleggere,
561  sen van per esca a i ragnateli e a i tarli.
        Lor, non l'et, bisognera correggere,
     che invece di lodare i Tolomei
564  fanno i poemi a quei che non san leggere,
        e insino a i Battriani e i figulei
     comprano da costor per quattro giulii
567  titol di mecenati e semidei.
        Un poeta non c' che non aduli,
     e col Samosateno e con il Ceo
570  si mettono a cantar gli asini e i muli;
        e con poche monete un uom plebeo,
     degno d'esser cantato in archiloici,
573  fa di s rimbombar l'Ebro e 'l Peneo,
        ch, dei cinici ad onta e degli stoici,
     senza temer le lingue de' satirici,
576  s'inalzano i Tiber in versi eroici;
        e ugualmente da tragici e da lirici
     si fanno celebrare e Claudio e Vaccia,
579  e v' chi per un pan fa panegirici.
        A fabricare eloggi ognun si sbraccia
     e in fine a gli scolar s'odon de' Socrati
582  i tiranni adulare a faccia a faccia;
        in lodar la virt son tutti Arpocrati,
     e di Busire poi per avarizia
585  i Policrati scrivono e gli Isocrati.
        Termine omai non ha questa malizia
     e dietro a Glauco per impir la pancia
588  tesson gli encomi insino a l'ingiustizia;
        se vivesse colui che la bilancia
     non ben certa d'Astrea ridusse uguale,
591  a quanti sgraffiara gli occhi e la guancia!
        Non vi stupite poi se 'l gran morale
     lusinghieri vi nomina e bugiardi,
594  e Democrito zucche senza sale.
        Di Sparta gi quegli animi gagliardi
     da la cit per publico partito
597  scacciro i cuocchi e voi per infingardi;
        e ci con gran ragion fu stabilito;
     poich se quelli incitano il palato
600  attendon questi a lusingar l'udito.
        L'istesso Omer da l'attico senato
     (de' poeti il maestro, il padre, il dio)
603  fu tenuto per pazzo e condendato.
        Oh risorgesse Atene al secol mio, 
     che seppe gi con adeguata pena
606  a i Demagori fa' pagare il fio!
        Loda i Tersiti Favorino, e a pena
     a i principi moderni un figlio nasce,
609  ch'in augur i cantor stancan la vena:
        quando Cinzia falcata in ciel rinasce
     ha da servir per cuna, e col Zodiaco
612  hanno insieme le Zone a far le fasce;
        quanti dal messicano a l'egiziaco
     fiumi nobili son, quanti il gangetico
615  lido ne spinge al mar, quanti il siriaco,
        tanti invocando va l'umor poetico
     a battezzar talun, che per politica
618  cresce e vive ateista o muore eretico;
        e canta, in vece di adoprar la critica,
     ch'ei porter la trionfante croce
621  per la terra giudea, per la menfitica;
        che da la Tule a la tirinzia foce
     recider le redivive teste
624  de l'eresia crescente a l'idra atroce;
        che, tralasciata la maggion celeste,
     ricalcheran gli abandonati calli
627  con Astrea le Virt profughe e meste.
        Per inalzare a un re statue e cavalli
     ha fatto insino un certo letterato
630  sudare i fuochi a liquefar metalli,
        e un altro, per lodar certo soldato,
     dopo aver detto un Ercole secondo
633  et averlo ad un Marte assomigliato,
        non parendoli aver toccato il fondo
     soggiunse, e pose un po' pi su la mira:
636  a i bronzi tuoi serva di palla il mondo.
        Oh bestialit! Come delira
     l'umana mente! N a guarirla basta
639  quant'elebero nasce in Anticira.
        Divina verit, quanto sei guasta 
     da questi scioperati animi indegni,
642  che del falso e del ver fanno una pasta!
        Predican per Atlanti e per sostegni
     della terra cadente uomini tali
645  che son rovina poi di stati e regni.
        S'un principe s'ammoglia, oh quanti, oh quali
     si lasciano veder subito in flotta
648  epitalami e cantici nuziali!
        Ogni poema poi mostra incorrotta
     di qualche grande la genealogia,
651  dipinta in uno scudo o in qualche grotta;
        e quel che fa spiccar questa pazzia
      che la razza effigiata e scolta
654  dichiaran sempre i magi in profezia.
        Ma s' in costoro ogni virtute accolta
     come dite, o poeti, ond' che ognuno
657  vi mira ignudi e lamentarvi ascolta?
        Se senza aita uno scrittor digiuno
     piange, questi non han virtude, o vero
660  quel letterato  querulo o importuno.
        Deh cangiate oramai stile e pensiero
     e tralasciate tanta sfacciataggine:
663  detti a un giusto furore i carmi il vero.
        Chiamate a dire il ver Sunio o Timagine
     gi che l'uom fra gli obbrobr oggi s'alleva,
666  n timor vi ritenga o infingardaggine;
        dite di non saper qual pi riceva
     seguaci, o l'Alcorano od il Vangelo,
669  o la strada di Roma o di Geneva;
        dite che de la fede  spento il zelo
     e ch'a prezzo d'un pan vender si vede
672  l'onor, la libert, l'anima, il cielo;
        che per tutto interesse ha posto il piede,
     che da la Tartara fino a la Betica
675  l'infame tirannia fissa ha la sede;
        ch'ogni grande a far or suda e frenetica,
     e ch'han fatta nel cor s dura cotica
678  che la coscienza pi non li solletica.
        Deh prendete, prendete in man la scotica,
     serrate gli occhi, et a chi tocca tocca:
681  provi il flagel questa canaglia zotica!
        Tempo  omai ch'Angerona apri la bocca
     a rinovare i Saturnali antichi,
684  ch dai limiti il mal passa e trabocca.
        Uscite fuor de' favolosi intrichi,
     accordate le cetre a i pianti, a i gridi
687  di tanti orfani, vedove e mendichi;
        dite senza timor gli orrendi stridi
     de la terra ch'in van geme abbattuta,
690  spolpata affatto da' tiranni infidi;
        dite la vita infame e dissoluta
     che fanno tanti Roboam moderni,
693  la giustizia o negata o rivenduta;
        dite ch'a i tribunali e ne' governi
     si mandan sempre gli avoltoi rapaci;
696  dite l'oppression, dite gli scherni,
        dite l'usure e tirannie voraci
     che fa sopra di noi la turba immensa
699  de' vivi Faraoni e de gli Arsaci;
        dite che sol da' principi si pensa
     a bandir pesche e cacce, onde gli avari
702  su la fame comune alzan la mensa;
        che con muri, con fossi e con ripari,
     ad onta de le leggi di natura,
705  chiuse han le selve e confiscati i mari;
        e ch'oltre a i danni di tempeste e arsura
     un pover galantuom ch'ha quattro zolle
708  le paga al suo signor mezz'in usura;
        dite che v' talun s crudo e folle
     che, se ben de' vassalli il sangue ingoia,
711  l'ingorde voglie non ha mai satolle;
        dite che nel veder ognun s'annoia
     ripiene le cit di malfattori,
714  e non esserci poi un solo boia;
        ch'ampio asilo per tutto hanno gl<i> errori
     e che con danno e publico cordoglio
717  mai si vedon puniti i traditori,
        e ch'ad ogn'or degl<i> Epuloni al soglio
     i Lazzari cadenti e semivivi
720  mangian pane di segala e di gioglio;
        dite ch'il sangue giusto inonda i rivi,
     ch'esenti da la pena in faccia al cielo
723  son gl'iniqui, et i rei felici e vivi.
        Queste cose v'inspiri un santo zelo,
     n state a dir quanto diletta e piace
726  chioma dorata sotto un bianco velo.
        A che frutta il cantar Cinzia e Salmace
     e di Da[s]fne la fuga o di Siringa,
729  i lamenti di Croco e di Smillace?
        Pi sublime materia un d vi spinga
     e si tralasci andar buggie cercando,
732  n pi follie Genio o Murcea vi finga.
        E chi gli anni desa passar cantando
     lodi Vettur invece di Battilli,
735  sante sapienze e non pazzie d'Orlando,
        ch'omai le valli al risonar di Filli
     vedon sazie di pianti, e di sospiri
738  i sentieri d'Aminta e d'Amarilli.
        Per i vestiggi de gl<i> altrui deliri
     ognun Clori ha nel cor, Lilla ne' labri,
741  ognun canta di spene e di martri;
        imitan tutti, ben che rozzi e scabri,
     Properzio, Alceo, Calimaco e Catullo,
744  d'amorose follie maestri e fabri;
        stilla l'ingegno a divenir trastullo
     degl<i> uomini da bene e ognuno attiensi
747  al suon d'Anacreonte e di Tibullo;
        d'incontinente ardor gl<i> Ovid accensi
     vergan d'affetti rei fogli lascivi
750  a stuzzicare, a impottanire i sensi,
        e da gli scritti lor vani e nocivi,
     ne le scuole cinnarie e di Cupido,
753  studian le Frine a spellacchiar corrivi.
        Perch diletti pi, l'onesta Dido
     si finge una sgualdrina e per le chiese
756  serve d'offiziolo il Pastor fido.
        Da qual donzella non son oggi intese
     le Priapee, e a chi non piace e alletta
759  l'opre ben ch'impudiche e le sospese?
        De' versi fescennini ognun fa incetta
     e di Curzio la sordida Moneide
762  si vede sempre mai letta e riletta;
        son gl'ingegni oggid da far Eneide
     quei che premendo di Saffone i calli
765  scrivono la Vendemia e la Merdeide!
        I lascivi fallofori e i tifalli
     con inni scellerati e laude oscene
768  si tiran dietro i vil Menandri e i Galli.
        Di voi, sacre Pimplee, timor mi tiene
     mentre vi veggo sdrucciolare in chiasso
771  al pazzo arbitrio di chi va e chi viene;
        l'orecchio aver bisognera di sasso
     per non sentir l'oscenit de' motti
774  ch'usan nel conversar sboccato e grasso.
        Son questi insin nei pulpiti introdotti,
     dond' forzato un cristian che ingozzi
777  le facezie dei mimi e degli arlotti;
        miseria in ver da piangere a signozzi
     che, al par de' palchi omai de' saltimbanchi,
780  vanta il pergamo ancora i suoi Scatozzi.
        Quando omai di cantar sarete stanchi
     di donne, cavalier, d'arme e d'amore,
783  sprone d'impudicizie agli altrui fianchi?
        A che mandar tante ignominie fuore
     e far pretesti tutto quanto il die
786  che, s'oscena  la penna,  casto il core?
        Tempi questi non son d'allegorie;
     l'et che corre di tre cose  infetta:
789  di malizie, ignoranze e poesie.
        Ho sentito contar che fu un trombetta
     preso una volta da' nemici in campo
792  mentre stava sonando a la veletta;
        il qual, per ritrovar riparo e scampo,
     dicea che solamente egli sonava
795  e ch'il suo ferro mai non tinse il campo.
        Gli fu risposto allor ch'ei meritava
     magior pena per, poich sonando
798  a le straggi, al furor gli altri inritava.
        Intendetemi voi, voi che cantando
     ste caggion che la piet vacilla
801  e 'l timore di Dio si ponga in bando:
        da voi, da voi ne gli animi si stilla
     la peste d'infinite corruttele,
804  agl'incend voi dat'esca e favilla!
        Basta dir che da un fiore tsco e mle
     trae, secondo gl'instinti o buoni o rei,
807  ape benigna e vipera crudele.
        O empi, o iniqui e quattro volte e sei:
     pormi il tsco a le labra e poi, s'io pro,
810  dir che maligni fr gli affetti miei!
        Questo  paralogismo mensognero:
     non  simile al fiore il verso osceno,
813  n men l'ape e la vipera al pensiero;
        non racchiudon quei fiori il tsco in seno,
     ma sono indifferenti: a i vostri versi
816   qualitade intrinseca il veleno;
        n l'ape o 'l serpe trae dai fiori aspersi
     il tsco o 'l ml per ellezion: natura
819  gli sforza ad opre varie, atti diversi.
        Ma l'alma, ch' di Idio copia e figura,
     libera nacque e non soggiace a forza,
822  ben che legata in questa spoglia impura;
        opera in sua ragione, e nulla sforza
     l'arbitrio suo, che volontario elegge
825  ci ch'essa fa ne la terrena scorza;
        ma perch danno a lei consiglio e legge,
     nel conoscer le cose, i sensi frali,
828  facilmente ella cade e mal si regge:
        e voi, sirene perfide e infernali,
     le fabricate con un rio diletto
831  il precepizio al piede e 'l visco all'ali.
        Non ha la poesia pi d'un oggetto;
     il dilettare  un mezzo: ella ha per fine
834  sedar la mente e moderar l'affetto;
        ella prima adolc l'alme ferine,
     e n'insegn, soave allettatrice,
837  con le favole sue l'opre divine;
        ella, figlia di Idio, mostr felice
     il suo fattore al mondo, e poscia adulta
840  fu di filosofia madre e nutrice.
        E in vece d'essere oggi ornata e culta
     di dottrine santissime, disposti
843  son sempre i viz e la ragion sepulta;
        anzi, con esecrandi contraposti,
     oggi il dar del divino  cosa trita
846  a gli sporchi Aretini, a gli Ariosti.
        Dunque chi pi la mente al vizio incta
     avr titol celeste? Ah venghi meno,
849  e vanit s rea resti sopita!
        Udite un Agostin, di Dio ripieno,
     ch'ebri d'eror vi publica e palesa,
852  e sacrileghi e pazzi un Damasceno.
        L'iniqua poesia la traccia ha presa
     de gli empii Macchiavelli e de gli Erasmi,
855  e di chi separ Cristo e la Chiesa.
        A che vantar dal ciel gl<i> entusiasmi,
     se con maniera poi profana e ria
858  da miniere d'onor traete i biasmi?
        Scrivere a voi non par con leggiadria,
     buffonacci superbi et ateisti,
861  se non entrate in chiasso o in sacrestia.
        D'alme ingannate fa maggiori acquisti
     per opra vostra il popolato inferno:
864  cos Parnaso ancora ha gli Antecristi.
        Pensate forse ch'il flagello eterno
     non punisca le colpe, o pur credete
867  che de gli eventi il caso abbia il governo?
        Se la galea, gl<i> essigli e le secrete
     e se la forca apr l'ultima scena
870  a i poeti giammai, ben lo sapete;
        sfregiato il volto e livida la schiena,
     a quanti han fatto dir con quel di Sorga
873  ch'il furor letterato a guerra mena!
        Deh cangiate tenore e 'l mondo scorga
     candor su i vostri fogli, e maestosa
876  la gi morta pietade in voi risorga;
        sia dolce il vostro stile, onde gioiosa
     corra la terra a lui, ma serba intanto
879  fra il dolce suo la medicina ascosa;
        sia vago perch alletti, e casto e santo
     perch insegni al costume:  sol perfetto
882  quando diletta et ammaestra il canto;
        sia del vostro sudor virt l'oggetto,
     ch mentre queste atrocit cantate
885  d'un insano furor v'infiamma Aletto,
        ch se gli allori e l'edere v'han date
      perch avete in testa un gran rottorio
888  e i fulmini dal cielo in voi chiamate.
        E poi, che giova aver plettro d'avorio
     se quasi ogni poeta in grembo al duolo
891  a le fatiche sue canta il mortorio?
        A che di libri pi crescer lo stuolo?
     Pur ch'insegnasse a vivere e a morire,
894  soverchiarebbe al mondo un libro solo.
        Rimoderate dunque il vostro ardire,
     ch rarissimi son quei che si leggono
897  et uno in mille ne suol riuscire;
        a l'imortalit tutti non reggono:
     fra le tarme e di polvere coperti,
900  i libri et i libei marcir si veggono.
        La vostra fama  dubia, i biasmi certi,
     e in questi tempi sordidi et ingiusti
903  pronti so' i Galbi, e i Mecenati incerti,
        poich a scorno d'i principi vetusti
     in vece di Catoni e Anasimandri
906  s'amano gl'ignoranti e i bellimbusti;
        e son gli Efestion degli Alesandri
     i becchi e i parasiti indegni e vili,
909  e prezzati i Taurei pi che i Lisandri;
        e in cambio degli Orazi e de' Vergil
     danzano in corte baldanzosi e lieti
912  i branchi de' Clisofi e de' Crobili.
        Stiman pi i regi stolidi e indiscreti
     d'un'istriona un trillo, una cadenza,
915  ch'i sudori de' saggi e de' poeti;
        spenta gi di quei grandi  la semenza
     che in distinguere usro ogni sapere
918  da i marroni a i Maron la differenza.
        Non speri il mondo pi di rivedere
     l'eroe di Pella, che dormir fu visto
921  e de l'opre d'Omer farsi origliere;
        de' dotti ognuno allor giva provvisto,
     e vantava Artaserse un grand'impero
924  quando facea d'un letterato acquisto.
        L'istesso Dionisio, ancor ch'altero,
     per le publiche vie di Siracusa
927  a Platon fe' da servo e da cocchiero.
        Ma dove, dove mi trasporti, o Musa?
     Orecchio ha il mondo sol per Lesbia e Taide:
930  ragion<ar> di virtude oggi non s'usa.
        Solo invaghita di Giacinto e Laide,
     stufa  di versi quest'et che corre:
933  secoli da fuggir ne la Tebaide,
        tempi pi da tacer che da comporre.





SATIRA TERZA

LA PITTURA



        Cos va 'l mondo oggi da l'Indo al Mauro,
     n a guarire il suo mal sara bastante
3    il medico di Timbria o d'Epidauro;
        cade il mondo a tracollo e indarno Atlante
     spera gl<i> Alcidi. Ah, chi m'adita un Giove,
6    or ch'il vizio qua gi fatto  gigante?
        Tutti gli sdegni suoi grandina e piove
     sopra gli Acrocerauni e poi su gl<i> emp
9    la neghittosa destra il ciel non move.
        Quali norme ne date e quali esemp,
     stelle, ch'in vece di punire i rei 
12   fulminate le torri e i vostri temp?
        Voi saettate ognor gl<i> antri rifei
      e rimanete di rossore accese
15    se Diagora poi non crede i dei;
         che voi siate schernite e vilipese
      non  stupor: l'invendicata ingiuria
18   chiama da lungi le seconde offese.
        Scatenata, d'Averno esce ogni Furia
     e regna sol sovra la terra immonda
21   Gola, Invidia, Pigrizia, Ira e Lussuria.
        Sol d'Avarizia e di Superbia abonda
     il corrotto costume, e 'l tempo indegno
24   ne la piena del mal corre a seconda.
        Ma gi ch'in voi l'addormentato sdegno
     alcun senso non ha, tentare io voglio
27   s'anco i fulmini suoi vanta l'ingegno. -
        S dissi furibondo e, preso il foglio,
     gi gi scrivea del secolo presente,
30   vto d'ogni valor, pien d'ogni orgoglio,
        quando su gl<i> occhi miei nascer repente
     vidi un fantasma in disusato aspetto,
33   che richiam dal suo furor la mente
        (mirabil mostro e mostruoso oggetto!):
     donna giovin di viso, antica d'anni,
36   piena di maestade il volto e 'l petto.
        A lei d'aquila altera uscian due vanni;
     da l'una e l'altra tempia il crin disciolto
39   cadea sul tergo a ricamarle i panni.
        Parea che il sol negl<i> occhi avesse accolto,
     e superbo splendea in mezzo a l'iride
42   d'attorcigliati bissi il capo avvolto:
        d'Isi nel tempio, l dentro a Busiride,
     con simil benda il crine adorna e stringe
45   l'antica Egitto al favoloso Osiride;
        ma l'edra, il pesco e il lauro intreccia e cinge
     quelle bianche ritorte, e in mezzo usciva
48   il simulacro de l'aonia sfinge.
        De la veste il color gl<i> occhi scherniva
     variando in se stesso, e da la manica
51   a finissimo lino il varco apriva:
        non tess mai con pi sottil meccanica
     tela pi vaga in su la Mosa o l'Odera
54   la fatica olandese e la germanica.
        Lo sventolar de' panni unisce e modera
     il manto, ch'affibbiato in su la spalla
57   di pi peli di simia avea la fodera;
        vesta la sopraveste azzurra e gialla,
     e l'imagin del mondo e de le sfere
60   sostenea sott'il braccio entro una palla.
        Con fantastiche rote in folte schiere
     rapidi intorno a lei l'ali batteano
63   simulacri di larve e di chimere;
        i pennelli e i color li si vedeano
     et una canna, che teneasi, lenti
66   con verdi anelli i pampini stringeano.
        Io restai senza moto a quei portenti
     et ella, in me fissando i lumi accesi,
69   disdegnosa parlommi in quest'accenti:
         - Che vaneggi, insensato? Ove hai sospesi
     i tuo pensieri, e da qual folle ardire
72   si sono in te questi furori accesi?
        Sgridar tu vuoi l'universal fallire
     e non t'accorgi ancor che tu consumi
75   senza profitto alcun l'impeto e l'ire?
        Trre il vizio a la terra in van presumi;
     dunque lo sdegno tuo s'accheti e cessi,
78   e a quel che tocca a te rivolgi i lumi.
        Mira con quanti obbrobrii e quanti eccessi
     da gl<i> artefici proprii oggi s'oscura
81   il pi chiaro mestier che si professi:
        parlo de l'arte tua, de la Pittura,
     ch' divenuta infame in mano a molti
84   con l'indegnit sua, con la natura;
        e in vece di punir gl<i> audaci e stolti
     professori di lei con dente acerbo,
87   tu verso il mondo i tuoi furor rivolti.
        E tant'empio  'l pennel, tant' superbo,
     che sol tra i vezzi si trastulla e scherza,
90   e de gli sdegni tuoi tu fai riserbo?
        Sotto la destra tua prov la sferza
     Musica e Poesia: vada del pari
93   con l'altre due sorelle anco la terza.
        E se da' tuoi flagelli aspri et amari
     alcun percosso esclamer, suo danno:
96   da le voci d'un solo il resto impari.
        So che la rabbia e 'l concepito affanno
     far dire a costoro in tuo disprezzo
99   quanto inventar, quanto sognar sapranno:
        tu, come scoglio a le procelle avvezzo,
     non t'alterar giammai; noto  per tutto
102  che suol l'odio del vero essere il prezzo.
        De la virt maledicenza  frutto,
     ma col tempo a le Furie escon le chiome
105  e s'accheta il Livore indegno e brutto;
        le Calunnie, una volta oppresse e dome,
     confesseran che con ragion gl<i> emendi,
108  ch'al fin la Verit trova il suo nome.
        S, s, desta gli spirti e l'ire accendi
     e, pieno il cor d'un nobile ardimento,
111  questi artefici rei sgrida e riprendi. -
        Cos diss'ella, e su l'estremo accento
     con quella verga sua cinta di pampino
114  toccommi il capo e dileguossi in vento.
        Da quel momento in qua par che m'avvampino
     le fibre interne e che le Furie unite
117  ne l'agitato sen tutte s'accampino:
        divenne il petto mio novella Dite.
     Dunque dal cor, pria che si cangi in cenere,
120  uscite pur, chiusi pensieri, uscite!
        Di voci in cambio adulatrici e tenere
     s'armi lo stil senza sapere in cui,
123  ma sgridi i vizii et i difetti in genere;
        chi sar netto de gl<i> errori altrui
     rider su i miei fogli, e chi si duole
126  dimostrer che la magagna  in lui.
        Pur che si sfoghi il cor, dica chi vuole:
     a chi nulla desia soverchia il poco, 
129  sotto ogni ciel padre comune  'l sole;
        l'estate a l'ombra e 'l pigro verno al foco,
     tra modesti desii l'anno mi vede
132  pinger per gloria e poetar per gioco.
        De le fatiche mie scopo e mercede
      sodisfare al genio, al giusto, al vero;
135  chi si sente scottar ritiri il piede.
        Dica pur quanto sa rancor severo;
     contro a le sue saette ho doppio usbergo:
138  non conosco interesse e son sincero;
        non ha l'Invidia nel mio petto albergo,
     sol lo Zelo lo stil m'adatta in mano
141  e per util comune i<f>.foglio io vergo.
        Tutto il mondo  pittori, onde il toscano
     Paol fe' dire a certi ambasciatori, 
144  che chiedeano d'estrar non so che grano,
        ch'ei non volea ch'il grano uscisse fuori,
     ma ch'in quel cambio gl<i> avera concessa
147  di prelati una tratta o di pittori.
        La rena de l'Egeo non  s spessa,
     su l'Egitto non fr tanti i ranocchi,
150  le formiche in Tessaglia, i mori in Fessa,
        il grand'Argo del ciel non ha tant'occhi,
     sono meno le spie, meno i pedanti,
153  n vidde Creso mai tanti baiocchi:
        tutto pittori  il mondo, e pur di tanti
     non saran due ne l'infinito coro
156  che non sian de le lettere ignoranti.
        Filosofo e pittor fu Metrodoro
     e i costumi e i color sapea correggere,
159  e scrisse l'arte in versi Apollodoro;
        questo mestiero ognun corre ad eleggere,
     ma di costor ch'a lavorar s'accingono
162  quattro quinti, per Dio, non sanno leggere!
        Stupr gl<i> antichi, se per non fingono,
     perch scriveva un elefante in greco,
165  ma che direbbon or ch'i buoi dipingono?
        Arte alcuna non  che porti seco
     de le scienze maggior necessit,
168  ch de' color non pu trattare il cieco,
        ch tutto quel che la natura fa,
     o sia soggetto al senso o intelligibile,
171  per oggetto al pittor propone e d,
        che non dipinge sol quel ch' visibile,
     ma necessario  che talvolta additi
174  tutto quel ch' incorporeo e ch' possibile.
        Bisogna che i pittor siano eruditi
     ne le scienze introdotte e sappian bene
177  le favole, l'istorie, i tempi, i riti;
        n fare come un tal pittor da bene
     qual fece un'Eva e poi vi pinse un bisso
180  per non fare apparir le parti oscene.
        Un castrone, assai pi di quel di Frisso,
     un'Annunziata fece (ond'io n'esclamo)
183  che diceva l'offizio a un crocifisso.
        E come compatir, scusar possiamo
     un Raffael, pittor raro et esatto,
186  far di ferro una zappa in man d'Adamo?
        E cento e mille ignorantoni affatto,
     con barba vecchia e con virt fanciulla,
189  i Panfili sfidar prendono a patto;
        e, come la Pittura entro la culla
     d'ogni minuzia sua gl<i> avesse instrutti,
192  credon d'esser maestri, e non san nulla.
        Dipinger tutt'il d zucche e preciutti,
     rami, padelle, pentole e tappeti,
195  ucelli, pesci, erbaggi e fiori e frutti!
        E presumono poi, quest'indiscreti,
     d'esser pittori e non voler ch'adopra
198  la sferza de' satirici poeti?
        Se s'hanno a metter altre cose in opra,
     non vi si vede mai null'a proposito,
201  e 'l costume e l'idea va sottosopra:
        i Sciti nel vestir fanno a l'opposito
     e perch l'ignoranza hanno per sposa
204  non danno colpo che non sia sproposito.
        Perdoni il cielo al cigno di Venosa,
     ch'a' poeti e a' pittori apr la strada
207  di fare a modo lor quasi ogni cosa;
        con questa autorit pi non si bada
     che con il vero il simulato implchi
210  e che da l'esser suo l'arte decada.
        Pi tele ha 'l Tebro che non ha lombrichi
      e fan pi quadri certi capi insani
213  che non fece Agatarco a i tempi antichi;
        onde dissero alcuni oltramontani
     che di tre cose  l'abbondanza in Roma:
216  di quadri, di speranza e baciamani.
        Escon dal Lazio le pitture a soma
     e tanta de' pittori  la semenza
219  che infettato ne resta ogn'idioma;
        non conoscono studio o diligenza,
     e in Roma non di men questi cotali
222  sono i pittori de la Sapienza!
        Altri studiano a far sol animali
     e, senza rimirarsi entro a gli specchi,
225  si ritraggono giusti e naturali.
        Par che dietro al Bassan ciascuno invecchi,
     rozzo pittor di pecore e cavalle,
228  et Eufranore e Alberto han negl<i> orecchi,
        e son le scole lor le mandre e stalle,
     e consumano in far l'etadi intere
231  bisce, rospi, lucertole e farfalle,
        e quelle bestie fan s vive e fiere,
     che fra i quadri e i pittor si resta in forse
234  quai sian le bestie finte e quai le vere.
        V' poi talun che col pennel trascorse
     a dipinger faldoni e guitterie
237  e facchini e monelli e tagliaborse,
        vignate, carri, calcare, osterie,
     stuolo d'imbriaconi e genti ghiotte,
240  zingari, tabaccari e barberie,
        niregnacche, bracon, trentapagnotte:
     chi si cerca i pidocchi e chi si gratta
243  e chi vende a i baron le pere cotte,
        un che piscia, un che caca, un ch'a la gatta
     vende la trippa, Gimignan che suona,
246  chi rattoppa un bocal, chi la ciabatta;
        n crede oggi il pittor far cosa buona
     se non dipinge un gruppo di stracciati,
249  se la pittura sua non  barona.
        E questi quadri son tanto apprezzati
     che si vedon de' grandi entro gli studi
252  di superbi ornamenti incorniciati:
        cos i vivi mendichi afflitti e nudi
     non trovan da coloro un sol danaro,
255  che ne' dipinti poi spendon gli scudi;
        cos ancor io da quelli stracci imparo
     che de' moderni prencipi l'instinto
258  prodigo  a i lussi, a la pietade avaro;
        quel ch'aborriscon vivo aman dipinto,
     per ch'omai de le corti  vecchia usanza
261  d'avere in prezzo solamente il finto.
        Ma chi sa, quel che io chiamo ignoranza
     non sia de' grandi un'invenzion morale
264  per fuggir la superbia e l'arroganza;
        ch, s'Agatocle gi di terra frale
     usava i piatti de' miglior bocconi
267  per rammentarsi ognor del suo natale,
        l'imagin de' villani e de' baroni
     forse tengon costor per ricordarsi
270  che gl<i> antenati lor frno guidoni.
        Ma non credo che mai possa trovarsi
     che de la veritade il cenno e 'l suono
273  abbia sentito l'uom senz'addirarsi;
        gi rispose quel grande in grave tuono
     a chi gli ricord certo accidente:
276   - Non vuo' saper qual fui, ma quel ch'io sono. -
        Fu mostrato a un tedesco anticamente
     un quadro in cui l'artefice ritrasse
279  tutto intero un pastor vile e pezzente;
        interrogato quanto ei lo stimasse,
     rispose che n men voluto avrebbe
282  che vivo un uomo tal gli si donasse.
        Prencipi, perch'a voi mai non increbbe
     questo dipinger sordido e plebeo,
285  ne l'arte la vilt s'apprese e crebbe.
        Da l'atlantico mare a l'eritreo
     il decoro non ha dove ricoveri,
288  ch'ognun s' dato ad imitar Pirreo:
        sol bambocciate in ogni parte annoveri,
     n vengono a i pittori altri concetti
291  che pinger sempre accattatozzi e poveri.
        Ma non son tutti lor questi difetti,
     poich, cercando il mondo a tondo a tondo,
294  fuor che pezzenti non hann'altri oggetti,
        e ogni luogo di poveri  fecondo
     perch i prencipi omai con le gabelle
297  hanno ridotto a mendicare il mondo;
        se tosano un po' pi le pecorelle,
     gl<i> uomini in breve si potran dipingere
300  no senza panni, no, ma senza pelle.
        Prencipi, ad esclamar mi sento spingere,
     ma mi dicon pian pian Clinio e Geminio
303  che bisogna con voi tacere o fingere;
        dunque di voi l'esame e lo scrutinio
     faccia chi solo a grand'imprese  dedito,
306  ch'io torno a censurar la biacca e 'l minio.
        Con mio grave stupor contemplo e medito
     che quasi sempre ogni pittor peggiora
309  quando comincia ad acquistare il credito,
        perch, vedendo che pi d'un l'onora
     e ch'hanno facilmente esito e spaccio
312  le cose che dipinge e che lavora,
        del faticar pi non si prende impaccio
     e, presa la pigrizia in enfiteusi,
315  dolcemente diventa un asinaccio.
        Cos non fece il nominato Zeusi,
     al cui studio indefesso apr le porte
318  colui che nacque l presso ad Eleusi.
        Chi di Nicia fra noi segue le scorte,
     che spesso il cibo si scord, cotanto
321  era lo studio suo tenace e forte?
        Chi nella nostra et pervenne al vanto
     di Timante, di Ludio o di Nicomaco,
324  e chi pu gire a Polignoto a canto?
        Non  pagato alcun come Timomaco,
     ma chi, per istudiar, quel Cauno imta
327  che di lupini sol pascea lo stomaco?
        Oggi l'antichit da noi s'addita,
     oziosi sedendo, entro le carte,
330  ma la prisca virtude erra smarrita.
        Furon le donne infin chiare in quest'arte:
     or qual femmina fia ch'a lor rassembri
333  e possa andar de la lor gloria a parte?
        Ma che! L'antiche in ci nessun rimembri,
     perch le nostre son pi dotte e deste
336  nel porre in opra la natura e i membri.
        Fra i pittori vi son genti s leste:
     con un certo liquor che non si scerne
339  fanno antiche apparir certe lor teste;
        degno d'applausi e di memorie eterne,
     de le donne il pennel scaltro et astuto
342  le teste antiche fa[n] parer moderne.
        Ma in qual digression son io caduto?
     Il mio ronzino, appunto in sul pi bello,
345  di strada usc de le cavalle al fiuto;
        dietro a le donne ognun perde il cervello
     e le cose con lor tutt'a gran passo
348  per certa simpatia vanno in bordello.
        Lasciam dunque le donne andare in chiasso
     e torniam fra i pittori, ove trascorre
351  la superbia per tutto a gran fracasso.
        Apelle, il gran pittor, soleva esporre
     le sue fatiche al publico, e nascosto
354  per emendarle i detti altrui raccrre;
        questo costume adesso usa a l'opposto:
     per riportarne solo encomio e lode
357   da' nostri pittori un quadro esposto;
        negl<i> applausi ciascun si gonfia e gode,
     ma, se qualche censor la sferza adopra,
360  di sdegno e di rancor s'infuria e rode.
        Gi Cimabue, quando mostrava un'opra,
     se alcun lo riprendea, montato in rabbia,
363  gettava in pezzi il quadro e sottosopra;
        ma tutta l'albagia non credo ch'abbia
     un fatto pi superbo e pi bestiale
366  di quel ch'ora mi viene in su le labbia.
        Scoperse il suo Giudizio Universale
     Michelangiolo al papa e ognun che v'era
369  lo celebrava un'opera immortale;
        solo un tal cavalier, con faccia austera
     e con parole di rigor ripiene,
372  favell col pittore in tal maniera:
         - Questo vostro Giudizio espresso  bene
     perch si vedon chiare in questo loco
375  de la vita d'ognun le cose oscene.
        Michelangiolo mio, non parlo in gioco:
     questo che dipingete  un gran Giudizio,
378  ma del giudizio voi n'avete poco.
        Io non vi tasso intorno a l'artifizio,
     ma parlo del costume, in cui mi pare
381  che il vostro gran saper si cangi in vizio;
        dovevi pur distinguere e pensare
     che dipingevi in chiesa: in quanto a me
384  sembra una stufa questo vostro altare.
        Sapevi pur ch'il figlio di No,
     perch scoperse le vergogne al padre,
387  tir l'ira di Dio sovra di s;
        e voi, senza temer Cristo e la Madre,
     fate che mostrin le vergogne aperte
390  infin dei santi qui l'intere squadre!
        Dunque l dove al ciel porgendo offerte
     il Sovrano Pastore i voti scioglie,
393  s'hanno a veder l'oscenit scoperte?
        Dove la terra e 'l ciel lega e discioglie
     il Vicario di Dio, staranno esposte
396  e natiche e cotali e culi e coglie? -
        In udir il pittor queste proposte,
     divenuto di rabbia rosso e nero,
399  non pot proferir le sue risposte,
        n potendo di lui l'orgoglio altero
     sfogare il suo rancor per altre bande,
402  dipinse ne l'inferno il cavaliero.
        E pure era un error s brutto e grande
     che Danielle di poi fece da sarto
405  in quel Giudizio a lavorar mutande.
        L'arroganza e 'l pittor nacquero a un parto:
     di questi esempi va piena ogni cronica
408  e ne vede ogni d l'espero e l'arto.
        Classide, uscendo da la terra ionica,
     perch non ebbe in Efeso accoglienze,
411  in braccio a un pescator pinse Stratonica;
        di Parrasio si san l'impertinenze,
     che dicea che d'Apollo era figliuolo
414  e vantava dal ciel le discendenze;
        credea Zeusi ch'il Gange e ch'il Pattolo
     non avessero insieme oro a bastanza
417  per poterli pagare un quadro solo,
        e per quest'albagia pose in usanza
     di donar l'opre sue: cos vantava
420  la liberalit con l'arroganza,
        et in tutte le feste ov'egli andava
     tutto d'oro intessuto a letteroni
423  il nome suo nel ferraiol portava.
        Anco a' d miei certi pittor coglioni,
     che fanno i Raffaelli e se l'allacciano,
426  portan nel ferraiol cento crocioni;
        per satrapi de l'arte ognor si spacciano,
     ma la fame, a la f, te gl<i> adomestica
429  e co' barbieri a lavorar si cacciano;
        l'alterigia cos fatta domestica,
     per la necessit de la panatica
432  si riducono a dare infin la mestica,
        e, mitigata l'ambizion lunatica,
     perch'han di ciabattin la mano e 'l genio,
435  di scarpinelli han conoscenza e pratica;
        ma, scorsi i pi begl<i> anni e giunti al senio,
     fra la prigione e lo spedal si mirano,
438  non ostante il lor fumo e 'l loro ingenio.
        Cos per Roma tutto il d s'ammirano
     certi cavalli indomiti e feroci
441  che da le gonfie nari il fumo spirano,
         batton la terra e co' nitriti atroci
     sfidando l'aure e le saette al corso
444  de la superbia lor spiegan le voci;
         rifiuta il labro altero il freno e 'l morso,
     e sol fastosi d'alterigia e fregi,
447  sdegnan lo sprone al fianco e l'uom sul dorso;
         ma con tutto il lor fasto e tutti i pregi
     in  breve tempo vedonsi a Ripetta
450 pieni di guidaleschi e di dispregi;
        quindi, cangiata in trotto la corvetta
     et in cavezza il fren, la sella in basto,
453  si riducono al fine a la carretta.
        Ma conosco ben io che sol non basto
     contro i pittori e che non ho favella
456  per un soggetto cos grande e vasto;
        la vita lor, d'ogni bruttura ancella,
     per me facci palese a le persone
459  un'istoria passata, e par novella.
        Fu nei tempi trascorsi un bertuccione,
     che, stanco omai di star legato in piazza,
462  di diventar pittore ebbe oppinione;
        vena dal ceppo de l'antica razza
     di quel che gi in Arezzo a Bufalmacco
465  fe' quella burla stravagante e pazza.
        Or questo un d d'estate, allor che stracco
     ciascun dorma, si sciolse e di pedina
468  a la sua schiavit diede lo scacco.
        Fugg fin ch'a la sera il d declina
     e in una casa, con suo gran diletto,
471  per la ferrata entr de la cantina,
        perch dal finestrone a canto al letto
     e da l'altre fenestre o chiuse o rotte
474  che vi stesse un pittor fece concetto;
        n si scost dal vero, onde, in tre botte
     fatta la scala, arriv sopra e disse:
477   - Maestro, il ciel vi dia la buona notte. -
        Parve che su l'orecchio il tuon ferisse
     l'atterrito pittor, ch'un gran portento
480  su quell'ora stim che gl<i> apparisse;
        se ne avvidde la scimmia e in un momento
     ripigliando il parlare: - Ol, - soggiunse,
483   - sbandeggiate, maestro, ogni spavento.
        L'amor de la vostr'arte il cuor mi punse
     e col di lei color l'affetto mio
486  un genio ereditario in un congiunse.
        La pittura imparar da voi deso
     e, se ben io son bestia, ho tanto ingegno
489  che n'han pochi pittor quanto n'ho io.
        L'arte del colorito e del disegno
      pura immitazion, e voi sapete
492  che dell'immitazion la scimia  segno;
        onde, se coltivare in me vorrete
     questa disposizione, io vi predco
495  che per me glorioso un d sarete.
        Fu mio bisavo quel scimmione antico
     che con modo s nobile e s saggio
498  quell'opra ritrov di Buonamico:
        argumentate or voi se gran passaggio
     far chi sente un triplicato instinto
501  d'analogia, di genio e di lignaggio.
        Ma il vostro volto, di pallor dipinto,
     cognietturar mi fa ch'il cor vi trema
504  per sentirmi parlare in suon distinto.
        Scacciate lo stupor, cessi la tema,
     ch'io non son qualche larva a voi nemica,
507  n ch'io vi parli  meraviglia estrema:
        parlano il corvo, il pappagal, la pica
     e noi sappiam parlar quant'un teologo,
510  ma non parliam per non durar fatica;
        per saper questo non ci vuole astrologo:
     in quell'autor ch'in Frigia tanto valse
513  troverete di noi pi d'un apologo.
        Mi getter per voi ne l'onde salse;
     basta che m'insegn<i>ate, e poi del resto
516  vi prometto di far monete false. -
        S disse lo scimmiotto agile e lesto,
     e tanto s'adopr ch'al fin d'accordo
519  di bestia e di pittor fece un innesto.
        A' suoi preghi il pittor non fece il sordo
     et a l'incontro l'animale accorto
522  di ben servir si dimostrava ingordo.
        Sul principio and ben, ma in tempo corto
     il mastro d'insegnar lasci da canto
525  e strapazzava lo scolare a torto;
        ma quanto era schernito, egli altretanto
     pazziente soffriva, un d sperando
528  di riportar con la costanza il vanto.
        Cos dieci anni intieri and penando,
     ma, visto che lograva il tempo in vano,
531  al fin mand la sofferenza in bando,
        e, detestando di quell'uomo insano
     le maniere deformi e l'alma ingrata,
534  risolv di lasciar cervel s strano;
        onde, chiesta licenza una giornata,
     su la vita di lui vile e plebea
537  gli fece una solenne ripassata.
         -  possibil, maestro, - egli dicea,
      - che chi sol ha per norma il bello e 'l buono
540  abbia un'anima poi s brutta e rea?
        Non star sospeso, no: teco ragiono.
     Or, mentre il vizio in te danno e discerno,
543  tu che cosa sarai se bestia io sono?
        Tralascio il viver tuo senza governo,
     il vestir da guidon scomposto e sporco,
546  dimostrando al di fuor l'abito interno;
        con la chioma arrufata a guisa d'orco
     avere un sito che da lungi ammorba
549  et in tutte le cose esser un porco;
        con una faccia accidiosa e torba
     dormire in un casson pieno di paglia,
552  quasi giusto tu sia nespola o sorba;
        l'usar cartone in vece di tovaglia
     su la tua mensa, in cui giammai satolla
555  non vinsi con la fame una battaglia;
        per la pigrizia ch'hai ne la midolla
     mangiar sempre ova sode e a un tempo stesso
558  cuocere in un paiol l'ova e la colla.
        Trapasso che da lungi e che da presso
     la casa tua con il fetore annoia
561  per tante anatomie che tu ci hai messo:
        tutta apparata omai d'ossa e di cuoia,
     con tante teste intorno e tanti quarti,
564  fa da forca la casa e tu da boia;
        se la mente e l'idea solo impregnarti
     da' cadaveri fai, con qual motivo
567  credi che possin poi viverne i parti?
        E chi sar s sciocco e s corrivo
     che vogl'ire a comprar ne' cimiteri?
570  Quel che non visse non somiglia al vivo!
        Passo sotto silenzio i mesi interi
     che consumai d'estate intorno a i forni
573  a compor olii per trovare i neri;
        che m'hai fatto passar le notti e i giorni
     a cavar d'ogni tomba e d'ogni fosso
576  ugne, costole, stinchi e teste e corni;
        che pi la vita adoperar non posso,
     ch, per model servendoti di me,
579  tutte le mie giunture hanno il soprosso.
        Taccio ch'al fine, e per tua gran merc,
     non mi posso vantar che mi riesca,
582  e son dieci anni omai che sto con te
        (e pur questa vitaccia a la turchesca,
     degna sol di galera e di legnami,
585  voi chiamate una vita pittoresca!).
        Taccio fin qui; ma l'altre cose infami
     non mi permetton, no, che stia pi immobile,
588  ma fan che strilli et altamente esclami,
        ch, per lo genio tuo pedestre e ignobile,
     io t'ho veduto fare insino a l'oste,
591  stufo d'esercitare arte s nobile!
        Per non vederti correra le poste
     di l dal Tile: e chi pu star pi saldo
594  a l'azioni tue pazze e scomposte?
        Maraviglia non fia s'io mi riscaldo,
     perch di te non fu sotto la luna
597  n pi baggiano mai, n pi ribaldo.
        Ogni vizio pi tetro in te s'aduna:
     maldico tu sei, matto e bugiardo,
600  superbo e giocator sin da la cuna;
        ti si legge l'invidia entro lo sguardo:
     quand' che tu non morda e non abbai
603  senza rispetto alcun, senza riguardo?
        Che, se pur tu lodasti alcun giammai
     di quest'altri pittori, in quelle cose
606  lo celebrasti sol che tu non fai.
        Tentar per mezzo di persone ascose
     di levar tutt'il d l'opre al compagno
609  con invenzion indegne e vergognose;
        la coscienza tener sott'il calcagno,
     voler presto i denar, dar l'opre tardi,
612  riconoscer per dio solo il guadagno;
        non aver d'amist leggi o riguardi, 
     un trattar peggio assai che contadino:
615  e ch'io faccia il pittor? Dio me ne guardi!
        Gabbare il forestiero e 'l cittadino,
     e spacciar, quando viene il sempliciotto,
618  lo smalto per azurro oltramarino;
        finger l'uomo da bene e l'incorrotto,
     e la parola poi non osservare,
621  vendere un quadro istesso a sette o otto;
        non volere esser visto lavorare
     (n m'insegn giammai la tua pietade
624  qualche facile modo a l'operare);
        e, con biasmo de l'arte e tua viltade,
     peggio ch'un zappator gire affamato
627  a lavorare a canne et a giornade;
        le caparre truffare in ogni lato;
     tu non ti lodi mai ch'altrui non sprezzi:
630  e s'io faccio il pittor, ch'io sia frustrato!
        Tu l'opre altrui ritocchi e a grossi prezzi
     le vendi per man tua senza rossore,
633  e le tue per man d'altri ognor rappezzi;
        affumicar le tele et il colore,
     empir le gallerie de' tuoi capricci
636  ficcandogli per man di grand'autore;
        smaltir per di Tizian cento impiastricci,
     imbriacar gl'inglesi e gl<i> alemanni,
639  con il vino non gi, ma co i pasticci;
        vender pastocchie et esitare inganni,
     non contentarsi mai di prezzi onesti
642  e trattenere un quadro otto o dieci anni;
        lamentarsi ad ogn'ora e far protesti
     ch'il secolo  corrotto e che fra i grandi
645  non v' chi la virt non prema e pesti;
        parlar che son poltroni e son nefandi,
ch'han l'animo di pulce e di formicola,
648  che per i vizzi sol son memorandi;
        e con adulazion vile e ridicola
     ritrargli armati poi presso a la Gloria,
651  che il nome lor con il trombone articola;
        e per gonfiargli d'ambizione e boria
     rappresentargli come Augusto e Pirro
654  con le Muse d'intorno e la Vittoria;
        aver ne l'alma il canchero e lo scirro,
     non mantener la f per quattro soldi:
657  oh, s'io faccio il pittor, ch'io faccia il birro!
        Conversar con bricconi e manigoldi,
     e radunare il cicaleccio e 'l crocchio
660  di Gonnelli, d'Arlotti e di Bertoldi;
        mormorare e gracchiar com'il ranocchio,
     et  cotal la tua superbia interna
663  che nulla rimirar sai con buon occhio;
        andar con quei fiamminghi alla taverna,
     che, profanando in un la terra e l'tera,
666  han trovato un battesmo a la moderna;
        peggiorar sempre quanto pi s'invetera,
     far di ragazze e femmine un serraglio
669  per farle stare al naturale, e cetera:
        s'io fo il pittor, che mi sia dato un taglio
     sopra 'l mostaccio! Se mai pi ci torno,
672  mi sia battuto su la testa un maglio!
        Prima ch'esser pittor, sia fitto in forno!
     Prima ch'esser pittor, altri m'impegoli!
675  Prima ch'esser pittor, m'impali un corno! -
        Cos diss'egli e su per certi regoli
     ver' la finestra a rampicar si messe,
678  sfond la carta e si salv su i tegoli.
        S disse il bertuccione; il ciel volesse
     che lo stil de i pittori empio et atroce
681  le bestie sole ad esclamar movesse!
        Chi pu soffrir, chi pu tener la voce
     mentre si vede che 'l pennello osceno
684  quanto diletta pi, tanto pi nuoce?
        Di lascive pitture il mondo  pieno
     e per le vie degl<i> occhi il cor tradito
687  dal nefando color beve il veleno;
        altro ne' quadri non si mostra a dito
     che le lussurie de' salaci dei,
690  perch l'uomo al peccar si facci ardito;
        la libidin per tutto alza i trofei
     e riempiendo va pi d'un Tiberio
693  di sfacciate pitture i ginecei.
        Non  pi sol d'Orazio il desiderio
     che in pi modi dipinte ove si dorme
696  l'attitudin volea del vituperio:
        le positure oscene in varie forme
     scolp Giulio Romano e l'empie immagini
699  espose in versi un poetaccio enorme.
        Cos Disonestade ha le propagini
     sotto la terra da i color ruffiani:
702  e pur non s'apre il suol tutto in voragini?
        Gl'impudichi Caracci e i Tizziani
     con figure di chiassi han profanati
705  i palazzi de' prencipi cristiani;
        sol di femmine ignude i re fregiati
     hanno i lor gabinetti, e quindi nasce
708  che divengono anch'essi effemminati;
        de le vergini ognor l'occhio si pasce
     tra Veneri, Salmaci e Bersabee:
711  qual meraviglia  poi che sian bagasce?
        Fuor che Giacinti, Satiri e Napee
     per i musei moderni altro non vedi
714  e Psichi e Lede, Danai e Galatee;
        Mirre, Europe, Diane e Ganimedi
     e le Pasife adultere e bestiali
717  son de le gallerie pregiati arredi,
        le pompe di Cotitto e le Florali
     degl'Itifalli i riti e dei Luperci
720  e le feste Vinarie e i Baccanali.
        O padri, o madri, ammaliati e guerci,
     la vostra vigilanza ov' rimasa,
723  che comprate ogni d quadri s lerci?
        Ciascun di voi la provvidenza annasa,
     ma che vi giova custodir la soglia
726  se corrompon le tele i figli in casa?
        Queste pitture ignude e senza spoglia
     son libri di lascivia, hanno i pennelli
729  semi da cui disonest germoglia;
        l'uva antica di Zeusi a voi favelli
     e voi dimostri, senza alcun velame,
732  se le pitture san tirar gl<i> ucelli.
        Di Parrasio torn lo stile infame
     e chiaman le fischiate e la berlina
735  egualmente le tele, il legno e 'l rame:
        questi ritrae la druda e tanto inclina
     a dimostrarsi imputtanito affatto
738  che fa il suo nome in seno a la sgualdrina;
        quel della moglie sua forma il ritratto
     e le di lei bellezze orna et adobba;
741  cos due mercanzie forma in un tratto,
        ch, s'il quadro non  da guardarobba,
     almen palesa che da i fatti amici
744  se non ha buon pennello ha buona robba.
        Oh, questi pu vantar gl<i> astri felici,
     che spesso, per ornare un quadro solo,
747  fabricate a lui son cento cornici!
        Poi ch' ben noto a lo scaltrito stuolo
     che chi la copia fuor d'esporre ha in uso
750  vuol dir che d l'originale a nolo.
        Ma del ritrarre il vaneggiar diffuso
     qui non finisce, no; peggio s'impiega
753  la sacrilega industria e l'empio abuso,
        ch ne le chiese, ove s'adora e prega,
     de le donne si fanno i ritrattini
756  e la magion di Dio divien bottega;
        de la f, del timor rotti i confini,
     in faccia a Dio fomentano i colori
759  gl<i> adulter e gli stupri a gli zerbini.
        Signor, se chi vendea giovenchi e tori
     dal Tempio vilipeso e profanato
762  con le frustate gi cacciasti fuori,
        deh, torna in terra col flagello usato,
     ch per man de' pittori entro le chiese
765  de le vacche ogni d fassi il mercato.
        E tu non sol dissimuli l'offese,
     ma comporti che sian di questi porci
768  su l'are tue le frenesie sospese?
        A quelle il guardo tuo rivolgi e torci,
     e mira quali entro le sacre istorie
771  fan fare a i santi e positure e scorci.
        Dunque de i giusti tuoi l'eccelse glorie
     vedrai sprezzar, n manderai borasche
774  a tr via de i pittor l'empie memorie?
        Non son questi, Signor, scherzi da frasche,
     ma falli da punir con gravi angosce,
777  i santi incoronar di tinche e lasche.
        Per vantarsi, pi d'un, che ben conosce
     di tutto il corpo le minuzie e i bruscoli,
780  fa mostrare a le sante e poppe e cosce;
        e per farsi tener fra i pi maiuscoli,
     spogliando i santi vuol mostrar ch'intende
783  i proprii siti e 'l rigirar de' muscoli.
        L'attitudini s che son tremende!
     Qual fa corvette, qual galoppa o traina
786  con cento smorfie e torciture orrende;
        n qui l'enorme ardir le vele ammaina
     ne lo scherzar co i divi, e non li basta
789  che faccin la Lucia con la Sfessaina:
        pi tavola non v' ch'al men sia casta,
     ch per i tempii la pittura insana
792  la religion col puttanesmo impasta.
        Oh quanti Arrellii in questa et profana,
     di numi in cambio, ne le sacre tele
795  dipingon la bardassa e la puttana!
        Onde tradito poi lo stuol fedele
     con scelerata e folle idolatria
798  porge i voti a l'inferno e le querele,
        ch, d'un angiolo in vece e di Maria,
     d'Ati il volto s'adora e di Medusa,
801  l'effigie d'un Batillo e d'un'arpia.
        Sbaglio questo non  degno di scusa,
     ch d'una Taide prostituta e nota
804  la sfacciata sembianza il chiasso accusa,
        e sempre a qualchedun rimane ignota.
     Con che scandalo poi resta atterrita
807  da quei volti impudichi alma divota!
        L'error del saggio ebreo ciascuno addita
     e con alto rossor narran le stampe
810  che la druda incens lo Stagirita;
        ma sciolto adesso in odorose vampe
     a onor de' lupanari arde l'incenso
813  ne' turribuli nostri e ne le lampe.
        Come al peccar si negher l'assenso,
     s'entro a i lini sacrati anco s'apprendono
816  allettamenti di lussuria al senso?
        Quindi in saggi divieti a noi discendono
     de' pontefici accorti i santi oracoli
819  ch'a questi quadri il celebrar sospendono;
        quindi  che sol ne i prischi tabernacoli
     da la piet di Dio grazie s'aspettano
822  e in questi d'oggid non fa miracoli;
        quindi  che quanti tuoni in gi s'affrettano
     sopra gl<i> altari e su le chiese a gara
825  le giuste fiamme lor tutte saettano.
        O pittori, o pittori, il ciel prepara
     forse al vostro fallir le pene ultrici,
828  e la tardanza ad aggravarle impara.
        Da voi, di zelo e di piet mendici,
     ne' d festivi a lavorar s'indugia
831  e si lassan le messe e i sacri offici;
        io non so come il suol non vi trangugia
     mentr'in quel ch'a la f s'aspetta e a l'alma
834  imitato  da voi quel da Perugia.
        Voi de la religion la bella calma
     aiutate a turbare, e l'eresie
837  in gran parte da voi vantan la palma.
        Le cose che faceste inique e rie
     taccio, incise ne i rami e co i colori,
840  per non inorridir l'anime pie;
        troppo evidenti sono i vostri errori,
     n pi di favellar di voi non oso,
843  de le scole infernal muti oratori;
        megl<i>' che faccia punto e dia riposo
     a l'animo agitato, e so che suole
846  il mestier d'Aristarco esser odioso.
        Chi de le colpe altrui troppo si duole
     poco pensa a le sue, ma so ben anco
849  che imagine del cor son le parole:
        scrissi i sensi d'un cor sincero e bianco,
     che, s'in vaghezza poi manca lo stile,
852  nel zelo al meno e ne l'amor non manco.
        Siasi pur il mio stil sublime o vile,
     a color che sferzai so che non gusta:
855  sempre i palati amareggi la bile.
        Corra la vena mia frale o robusta,
     nulla curo l'oblio; sospendo il braccio
858  da la penna egualmente e da la frusta;
        il voler censurare  un grand'impaccio;
     no, no, per l'avvenir megl<i>' ch'io finga:
861  Musica, Poesia, Pittura, io taccio.
        Gl<i> abusi un altro a criticar s'accinga,
     per me da questa pasta alzo le mani:
864  canti ognun ci che vuol, scriva o dipinga,
     ch'io non vuo' dirizzar le gambe a i cani.





SATIRA QUARTA

LA GUERRA

AUTORE E TIMONE ATENIESE



AUTORE
        Sorgi, sorgi, Timon, dal cupo fondo
     a rimirar su la tirrena riva
3    quanto da quel di pria cangiato  'l mondo;
        sorgi da i morti, or che nel sen m'avviva
      cinico ardire a stimolar l'ingegno,
6    santo furor de la rannusia diva.
        Pi non posso tacer n stare a segno:
     sorgi, sorgi a sentir le mie querele,
9    figlie d'umanit pi che di sdegno.
        Ascolta il parlar mio d'assenzio e fle,
     tu che d'Atene frettoloso uscisti
12   tra le selve a fuggir le corruttele.

TIMONE
        Chi mi chiama? e chi sei che tanto ardisti,
     che con lingua sacrilega e spergiura
15   il mio nome a invocar la bocca apristi?

AUTORE
        Un galantuom son io, d'una natura
     ch'al par di Menademo e d'Adimanto
18   di ricchezze e favor non ho premura;
        che, di Misone pi e d'Apemanto,
     mentre sol di veder disgrazie ho brama
21   ne l'odio a te d'esser ugual mi vanto.

TIMONE
        Un uom osa destarmi? un uom mi chiama?
     l'uomo inventor di mali e di ruine,
24   l'uom che con l'opre l'universo infama,
        l'uom che le leggi umane e le divine
     sprezza e calpesta, i cui delitti enormi
27   san trovar nel sepolcro a pena il fine?
        Un uom da l'esser mio cerca distrmi?
     Non sai ch'io son Timon, d'odio ripieno?
30   E tu speri che teco io mi conformi?
        Io che vorrei veder questo terreno
     Tritolemo spiantar l'amica messe
33   per seminarvi poi cancri e veleno?
        Io che vorrei ch'in cenere cadesse
     ci ch'il mondo ha d'altero e di vitale
36   e la terra col ciel si sconvolgesse?
        Non seppi mai goder se non del male
     e solo a gl<i> occhi miei grato sarebbe
39   il far de l'universo un funerale;
        maggior nemico l'uom di me non ebbe,
     che, pensando a lasciar la forma umana,
42   l'aspettato morir nulla m'increbbe.
        E tu mi chiami a riveder l'insana
     turba de' vivi perfida e malvaggia,
45   senza f, senza amor, cruda, inumana?
        Dio tel perdoni. Sai pur che selvaggia
     ho l'alma, e che per genio aborro il tutto
48   fuor che lo stare in solitaria piaggia;
        pi godea di mirar con ciglio asciutto
     il tragitto che fan da queste spoglie
51   l'alme perdute d'Acheronte al flutto.

AUTORE
        Se nei mali, o Timon, quieti le voglie
     e le miserie altrui sol ti fan lieto,
54   de' secoli presenti odi le doglie.
        Senti come cangiato ha il mio Sebeto
     in sistri bellicosi le zampogne,
57   n pi si volge il mar tranquillo e cheto;
        mira i serpenti in bocca a le cicogne,
     e quel fumo ch'al ciel gir non s'attenta
60   olocausto  di furti e di vergogne;
        mira che del morir nulla paventa
     chi le carriere alle rapine ha ferme
63   e ch'un'idra di mali ha doma e spenta;
        mira l'alto ardimento, ancor ch'inerme:
     quante ingiustizie in un sol giorno opprime
66   un vile, un scalzo, un pescatore, un verme!
        Mira in basso natale alma sublime,
     che per serbar de la sua patria i fregi
69   le pi superbe teste adegua a l'ime!
        Ecco ripullular gl<i> antichi pregi
     de' Codri e degl<i> Ancuri e de' Trasiboli,
72   s'oggi un vil pescator d norma a i regi.
        Han le gabelle omai sino i postriboli
     e lo spolpato mondo, ancor ch'oppresso,
75   per sollevarsi un po' sprezza i patiboli.
        Cedono i cigni al pellicano appresso,
     al cui genio la morte  lieve intoppo
78   se per giovare altrui svena se stesso.
        Ma gi il mio ronzin presso ha il galoppo!
     Han cos lunghe oggi i monarchi l'ugna
81   che in vece di tosar scortican troppo;
        et ogni loro azzion al ben repugna
     perch, lasciando ogni delitto impune,
84   nessun de la Giustizia il brando impugna.
        Chi sa ch'al variar di poche lune
     non abbino a provare un basso stato,
87   con Cristerno et Acheo catena e fune?
        Ch, se non cade in lor dal cielo irato
     dietro al delitto il folgore tonante,
90   crdonsi esenti al fulminar del fato.
        Chi fia quell'uom che di trovar si vante,
     se con Lucilio oprasse occhiale o vaglio,
93   prencipi giusti e citt caste e sante?
        Va la terra per lor tutta a sbaraglio:
     la f, la nostra robba, il nostro onore
96   divenuto  di lor gioco e bersaglio.
        S'io vantassi in veder linceo valore
     e poscia avesse ogn'uom petto di vetro,
99   d'un solo non saprei mostrarti il core.
        Corre un secol s guasto e cos tetro
     che, con stupor di Crate e d'Anacarsi,
102  gl'incaminati al ben tornano indietro.
        Forza , Timone, di stivali armarsi:
     per tutto inonda il mal, per tutto  fango,
105  che passar non si pu senza imbrattarsi.
        Solo in pensarvi attonito rimango:
     tal applaude al mio onor ch'il cerca offendere,
108  tal ride del mio ben ch'io poi ne piango.
        Mal si vanta tra noi chiara risplendere
     magnanima virt d'animo augusto,
111  se ne la borsa poi non v' da spendere.
        Fassi ognuno al peccar scaltro e robusto,
     e in diluvii di vizzi atri e profondi
114  arca non ha da ricovrarsi il giusto.
        Perdoni il cielo a chi trov pi Mondi,
     come se un Mondo sol stato non fusse
117  atto a fallir per cento Mondi immondi!
        Ferreo core a cercar gl<i> ori il condusse
     e, fatti rei d'ignoto suon gl<i> orecchi,
120  avare frenesie ne l'alme indusse;
        cos, tra Mondi Nuovi e Mondi Vecchi,
     Rodope con le scarpe e le catene
123  vince i capi de' Socrati e gli specchi.
        Spegnete i lumi, o cinici d'Atene,
     ch fra popolo omai ch'ha rotto il collo
126   vanit cercare un uom da bene;
        pi di moralit non v' rampollo
     e di Volupia il frequentato altare
129  lascia d'incensi impoverito Apollo;
        dovunque io vo si parla di mangiare
     e per ogni canton fumano a festa
132  di Lucullo le mense a crapulare;
        con la testa nel ventre e 'l ventre in testa
     et Asinio e Niseo specola e pensa
135  a sugger Bromio e impoverir Segesta;
         maggior gloria aver galbea dispensa
     che posseder di Pisistr to i libri,
138  se a l'ingrassar pi che al saper si pensa.
        Ma sarebbe un portar l'onda ne' cribri
     il voler dirne a pieno, e del vestirsi
141  l'abuso vuol ch'in lui la lingua io vibri.
        Tutto il saper consiste in abbellirsi
     e per sembrar nel crine un Assalonne
144  s'immitano i Nazzarii e gl<i> Agatirsi;
        non si sa quai sian maschi e quai sian donne,
     ch Sinope, Clistne, Ermia e Mirace
147  han fatto un misto di calzoni e gonne:
        qual mai distinguerebbe occhio sagace,
     mentre siam nel vestire emuli a i Frigi,
150  chi sia l'Ermafrodito e chi Salmace?
        Lascino omai le dispute e i litigi
     il Portico e il Liceo, poi che si stima
153  pi d'un Talete un sarto da Parigi:
        mode non ha gradite il nostro clima
     s'approvate non l'ha Francia o Milesia,
156  perch ne' lussi Italia oggi  la prima.
        Ripon ne l'esser simile a Tiresia
     la schiera de' Narcisi effemminata
159  le felici magie de l'arte efesia,
        e vive in guisa tale affascinata
     tra le lussurie e gl<i> abiti indecenti,
162  che pi pazza mi par ch'innamorata.
        Oggi s che direbbe in alti accenti
     l'Etico l nel chiasso ateniese:
165  - Dove son, Teodette, i miei studenti? -
        O sospirata in van legge locrese,
     chi pi v' che t'osservi o ti conoschi,
168  se non ha se non Clodi ogni paese?
        Chi cerca l'Atteon pi non s'imboschi:
     le Diane moderne hanno possanza
171  di dar pi cervi a le citt ch'a i boschi;
        e preso ha il disonor tanta baldanza:
     come bestie s'impregnano i parenti,
174  l'adulterio e lo stupro  fatto usanza;
        trescano in pi d'un letto i tre contenti
      e da sett'anni in su non son zittelle,
177  n pi s'apprezza onor n sacramenti.
        Ma vuo' dirti, Timon, cose pi belle,
     col parer di Cleonmo e d'Archilco,
180  materie da cuturni e da stampelle:
        l'Alpi e Pirene ognun passa per gioco
     per divenire a l'ire altrui ministro,
183  ch chi muor sul suo letto oggi  un dappoco.
        D'Ippocrene i concenti e del Caistro
     pi non hanno attrattiva: adesca e alletta
186  degl<i> oricalchi 'l suono  il Tago e l'Istro;
        odi Miseno l come s'affretta,
     sfiatato in arolar stuol di minchioni
189  con promessa d'istoria e di gazzetta;
        mira i fier Marcomanni, Unni e Guasconi
     che con targhe e frammee, veloci e pronti,
192  piglian quattrini a fomentar tenzoni;
        non odi i Piracmon, non odi i Bronti,
     per erger mausolei, statue e cavalli,
195  squarciar di Lesbo e di Numidia i monti?
        Con accanita rabbia Iberi e Galli
     rodon l'osso del mondo e in ogni parte
198  crescon di sangue uman nutriti i falli;
        ogni cosa confonde un solo Marte
     e del dominio l'ingordigia avara
201  da la ragion l'umanit disparte.
        Par che la vita a l'uom non sia pi cara,
     se a popolar le tombe d'Alemagna
204  vi corrono a morir gente a migliara;
        par che andando a pugnar vada in Cuccagna,
     con paludati arnesi e fogge vaghe,
207  sicario de la Francia o de la Spagna:
        sol per portarne poi merc di piaghe
      corre cieco a sborsar, senza cagione,
210  contante il sangue a credito di paghe;
        crede dal campo ognun tornar campione,
     mentre, a seguir la deit candea,
213  insin Bartolommeo di nel coglione;
        e di folle albaga pregna l'idea,
     lascia i penati suoi, l'amiche tresche,
216  la tonacata ambizion plebea,
        quasi le guerre sian scherme e moresche,
     et al colpo fatal di morte acerba
219  ci vaglia la chiarata d'uova fresche.
        O mercennario ardir, mente superba,
     far che falce di morte in mezzo a l'armi
222  mieta a le voglie altrui sua vita in erba!
        Han pi senso di voi le rupi e i marmi,
     infami gladiatori: arde la guerra
225  dagl<i> Arabi per voi fino a i Biarmi;
        per te, gente venal, pi non si serra
     di Giano il tempio, e le vostr'ire e i fasti
228  portan gli sdegni lor fin dove  terra.
        Ambizion, fusti tu che disegnasti
     le torri, i fossi, i muri e gl<i> arsenali,
231  e gl<i> ulivi a i cipressi, empia, innestasti;
        e dietro ordigni bellici e ferali
     cerca la morte patimenti e ambasce,
234  come se per morir mancasser mali.
        E pur noto  ad ognun fin da le fasce
     che pochi ne ritornano al paese,
237  ch'a la guerra si muore e non si nasce!
        Donde tanta impietade in voi s'apprese?
     Non osservar ragion, legge n f,
240  e incrudelir contro chi mai v'offese!
        No, che maggior pazzia fra noi non v':
     per gl'interessi altrui, l'altrui chimere,
243  gire a morir senza saper perch!
        E pur si chiama azzion da cavaliere
     chi sangue, anima e f dia per baiocchi,
246  e vinca l'uom di ferit le fre:
        boriosa follia d'animi sciocchi,
     de la vita mostrar s gran deso
249  e girne poi tra gl<i> archibusi e stocchi!
        Ch'occorre far collegi e voti a Dio
     e far studiar sopra le nostre vite
252  il medico di Pergamo e di Chio,
        compor siroppi, sali e elisirvite,
     magisteri di perle e belzoarre,
255  oli contro veleni e da ferite,
        e distillare Ermete e Albumazzarre
     e Paracelso, con stillati e untumi
258  starsene a medicar le scimitarre;
        pillole d'alo, brodi e profumi,
     e, a rinovar d'Ippolito gl<i> esemp,
261  stordir co i preghi il Panteon de' numi;
        stancare il ciel che vostre preci ademp
     e ingrassando cerusici e speziali
264  di doni e di tabelle empire i temp?
        A che portar dal ciel spirti immortali,
     sensi d'umanit e cor pietoso,
267  occhi e ragion da lacrimare i mali,
        se, a le miserie sue reso ingegnoso,
     il termine vital tronca e dissolve
270  a se medesmo l'uomo fatto odioso?
        L'uom, che vive a momenti e tutto  polve,
     ad ogni suo poter Cloto importuna
273  e mari e terra per morir sconvolve;
        ma sudi pur al sol, geli a la luna,
     dir, sopiti i marzial bisbigli,
276  che de' poltroni amica  la Fortuna
        chi potesse osservar senza perigli
     quanti brandiscon l'asta di Pelide
279  con volti di leoni, e son conigli;
        onde a ragione poi Pasquin si ride
     che per quattro baiocchi i poetastri
282  cantan l'ispano Marte e il gallo Alcide:
        se ci sia abuso o pur voler de gl<i> astri,
     io non ho per ancor retta bilancia
285  da ben pesar certi apollinei mastri.
        Se avessero i monarchi a espor la pancia
     a travagli, a fatiche, a cannonate,
288  per tutto si stara da Carlo in Francia;
        ma perch'han de' ciaffei le man trovate
     ciascun di lor da la battaglia scampa
291  pi che non fugge il can da le sassate;
        cos la scimia quando il fuoco avampa,
     per cavar la castagna e non si cuocere,
294  de la gatta balorda opra la zampa.
        Pi non badano i re quanto pu nuocere
     d'un uom la morte: pur che stian lontani,
297  restin vedove e figli e madri e suocere.
        Oh quanto in questo io lodo i cortigiani,
     che per odio e rancor ch'abbin tra loro
300  opran la lingua e lascian star le mani!
        Ma so, Timon, ch'interverr a costoro
     ci che un faceto favell de' tordi
303  nel ritorno che fro a casa loro.
        Questi, tosto che fr da quei balordi
     ch'eran rimasti ritornar veduti
306  grassi cos che diventavan sordi,
        ebbero i bentornati, i benvenuti,
     pregati ad insegnar qual Cipro o Tilo
309  fatti gli avea s tondi e pettoruti,
        benedicendo quel fecondo asilo,
     il possesso di cui se a lor sortisse
312  per un soldo darian Fasi col Nilo.
        In quel parlare in lor le luci affisse
     un vecchio tordo et, inarcato il ciglio,
315  fecesi innanzi impetuoso e disse:
        - Molto del vostro dir mi maraviglio:
     dove avete il saper, dove il cervello,
318  poveri d'argomento e di consiglio?
         del nostro girar centro il macello,
     ch sempr'oro non  quel che risplende;
321  pi d'un tordo  felice un pipistrello:
        ei non ha chi l'insidie o chi l'offende,
     ma il viver nostro  viver sempre in rischio,
324  se ognun per tutto a trappolarci attende;
        chiama a morir, pi ch'a trescare, il fischio,
     n si puote adoprar schermo o riparo
327  co i schiopp', i lacci, con le reti e il vischio.
        Questo nostro ingrassar ci costa caro:
     strage maggior di Roncisvalle o Canne
330  dal settembre di noi fassi a gennaro;
        laberinti per noi son le capanne,
     il canto  doglia, il cibo assenzio e tsco,
333  di Paucenzia e Sevia agre le manne;
        o che sia chiaro il giorno o che sia fosco,
     per noi non cessan mai l'umane insidie,
336  frodi ha la spiaggia e tradimenti ha il bosco.
        Fondamento non han le vostre invidie,
     ch di star troppo ben forse vi duole:
339  son sicure a la fin le vostre accidie.
        Lascio per me pellegrinar chi vuole;
     giuro di non uscir che a l'aer bruno:
342  lieve perdita fia perdere il sole;
        torna pi conto in pace star digiuno
     che ingrassar con periglio a l'altrui tavola:
345  pi del ginepro al fin sicuro  il pruno.
        A proposito tal dicea nostr'avola:
     (r)Chi conosce sua pace e non l'apprezza
348  de le discordie altrui divien la favola.
        Amate le penurie e la magrezza,
     ch'antivedere il male  gran guadagno
351  e il saper contentarsi  gran ricchezza.
        Stavan due rane un tempo in uno stagno
     (e fu, se la memoria non mi svaria,
354  ne l'et prisca d'Alessandro Magno);
        volson lasciare un d la solitaria
     stanza, perch'era il boro scemo e sozzo,
357  e cercar miglior acqua e mutar aria.
        Cos partro e, ritrovato un pozzo
     largo e profondo: (r)Or qui farem soggiorno,
360  disse una allegra, (r)e c'empiremo il gozzo.
        Rispose l'altra ch'era il luogo adorno,
     ma che pria di calare era curiosa
363  d'esaminar la strada del ritorno.
        Il non pensare al fine  mala cosa
     perch suole apportar vergogna e duolo.
366  Io il testo dissi, or fate voi la glosa.
        Gi di qua ci partimmo un folto stuolo,
     ora il quinto non siam di tanta razza:
369  ne muoion mille, ove n'ingrassa un solo. -
        S disse il tordo in su l'antica piazza
     de la Zelanda; applichi a s lo sgherro:
372  premia un la guerra, un milion n'ammazza.

TIMONE
        Lascia, lasciagli far, che s'io non erro,
     mentre applicati son nel vitupro,
375  solo gli pu guarir l'acciaio e 'l ferro.

AUTORE
        S, s, lasciagli far; pur troppo  vero
     che per guarir certe testacce vte
378  il pi santo spedale  il cimitero.
        Ma da la guerra omai queste mie note
     son richiamate a pi sublimi accuse
381  e s'aguzzan de l'ira a l'aspra cote,
        ch gi risurti a sbandeggiar le Muse
     si vedono i Licinii, e i patrii lidi
384  lascian gemendo le virt deluse.
        Posposto  Febo dagl<i> odierni Midi
     al semicapro Pan, e a i gran signori
387  sono i pi mostruosi i cari, i fidi;
        e per questa ragion molti pittori
     in caramogi sol, nani e margti
390  impiegano il saper de' lor colori;
        et oggid ne spacciano infiniti
     perch soglion tenergli in faccia al letto
393  quando uson con le femmine i mariti;
        ch, se l'immaginar forma concetto,
     forz' che naschin poi genti bistorte,
396  pari al dipinto e contemplato oggetto,
        e s'ingegnon cos le genti accorte,
     vedendo i matti e i nani in quest'et
399  esser ben visti et onorati in corte.
        E pure i re potrian per le citt
     pescar con ami d'or gl<i> uomini saggi
402  in riva al Mar de la Necessit.

TIMONE
        Avverti a non entrar ne i personaggi,
     ch non lice a ciascun gire a Corinto.
405  E che credi veder entro i palaggi?

AUTORE
        Quel che credo veder? Ippia e Iacinto,
     et in vece d'Augusti e Mecenati
408  di Valeri e Schironi un laberinto;
        Sille, Mezzenzi, Erodi imporporati
     del sangue d'innocenti in fieri aspetti,
411  pesti Anassarchi e Senechi svenati.
        Vedrovvi andar gl<i> Aristidi negletti,
     gli Zenoni scherniti e taciturni,
414  e gli Aleti e ' Filochi esser gl<i> eletti;
        per gl'influssi de' Marti e de' Saturni
     non aver i Fabbrizi o quercia o lauro
417  e i Giovi diluviar grazie a i Calfurni;
        premere il regio soglio asini d'auro
     e in chiuso gineceo Fausta col drudo,
420  Leda col cigno e Pasife col tauro.
        Vedrovvi sbottonato e mezzo nudo
     un Demetrio vantar succi di lamie
423  pi ch'il valor del brando e de lo scudo;
        adorar Flore e disprezzar Deidamie,
     stancar le Messaline i lupanari,
426  sopra i nidi d'onor covar l'infamie;
        et ad onta de' tempii e de' sacrari
     farsi il dio de le genti il dio degl<i> orti
429  e d'Ericina sol fumar gl<i> altari;
        pender da le lussurie e leggi e sorti,
     e gl'Ili, i Tigellini e i Ganimedi
432  far da moglie e marito entro le corti.
        De' Publi e de' Demcli in van ti credi
     che ricalchi verun l'alte vestigia,
435  ch'han solo in chiasso addottrinati i piedi:
         de' regi il cercar la cupidigia
     ch'abbi gran naso e ch'in belt prevaglia
438  a tutti gl<i> altri il paggio di valigia.
        Vi scorger la femminil canaglia
     l'uso introdotto aver dei guardinfanti,
441  per cui tanti sen vanno a Cornovaglia;
        vedr pi d'una fra festini e canti
     che finge ire a pisciare e intanto accoglie
444  per le stanze segrete in sen gl<i> amanti;
        sottosopra voltar le regie soglie
     e spiccar ci che voglion da palazzo
447  color ch'hanno bel figlio e bella moglie;
        e senza far d'onor lite o schiamazzo
     d'accordo fra di lor moglie e marito
450  tenersi una il berton, l'altro il ragazzo;
        e degl<i> Andrimacridi il sozzo rito,
     ch'al rege lor le figlie offrir condanna
453  prima che spose abbin l'anello in dito.
        Ordir capresti mirer Giovanna,
     morto Odoardo a' cenni d'Isabella,
456  e l'anglo Enrico apostatar per Anna,
        e Faustina adultera e rubella,
     la qual, mai sazzia di lascivie, elegge
459  infin co i schiavi alzarsi la gonnella;
        esser tenuti i Curi inutil gregge,
     mentre pi d'un Bagoa potrei mostrarti
462  in scior le brache in ci ch'ei vuol dar legge.
        Vedr piantar, in far le lune i quarti,
     il guado, la savina e la ninfea
465  per far sconciare a le vestali i parti;
        et in cambio d'Alcesta o Issicratea
     son certo di veder l'opre impudiche
468  d'Elena, Fedra, Mirra, Ancia e Medea;
        Iole a scherzo trattar nemee fatiche,
     con le clavi innestar fusi e conocchie,
471  svergognar elmi e profanar loriche;
        Argo e Cherlo a scoverte ginocchie
     del re di Pella adoratori insani,
474  che non vuol che per uom alcun l'adocchie.
        Vedr lo stuol de i protei cortigiani
     bocconi mandar gi d'assenzio pieni,
477  logre le dita aver da i baciamani;
        e con sembianti placidi e sereni
     rovine machinar Sprilengo e Xico,
480  su le fortune altrui versar veleni;
        starsi l'uomo da ben magro e mendico
     e i mozzorecchi grassi e accarezzati
483  e pi d'un Giuda in maschera d'amico;
        e i Ved e i Numitori empi e insensati
     negar sollievo a i letterati affanni
486  e i canattieri tener salariati;
        non aver di signore altro che i panni
     e con cervelli mezzettini e tondi
489  farsi aggirar da Graziani e Zanni.
        Osserver per i conviti immondi
     de' tiranni e sacrileghi Alboini
492  servir per tazze i teschi de' Camondi;
        Carli e Ottoni vedr con cuor ferini
     schernir la vera f, per lor diffusa
495  l'eresia de' Luteri e de' Calvini;
        il tiranno vedr di Siracusa,
     perch rase Esculapio a pel contrario,
498  star per timor entro una stanza chiusa;
        adorar santi fuor del calendario
     e ad un sol sospetto, un solo indizio,
501  un Azio ucciso e cieco un Belisario.
        Vedr lieti morir Flavio e Sulpizio
     per lo pubblico bene, e in mezzo ai cuochi
504  spensierati seder Serse e Domizio;
        Caligoli e Vitellii in feste e giochi,
     cento Sardanapali, un solo Tito,
507  molti Neroni e Marchi Aurelii pochi;
        s che potr ben io mostrarti a dito
     quel gran marito di tutte le mogli,
510  la moglie universal d'ogni marito.
        E tu non vuoi ch'a mormorar m'invogli
     alme veder d'ogni bont digiune
513  sopra l'altrui cadute alzarsi i sogli?
        Son pi che certo di vedere a lune
     marito e moglie di voler concorde,
516  pudicizia e belt, senno e fortune;
        Santie e Sisene d'impietade ingorde,
     d'Astiage e d'Atreo vedr le mense
519  d'umane membra profanate e lorde;
        scorger ciurme numerose e dense
     di bufali che d'uom han le sembianze
522  e mondi governar teste melense;
        mirer pur l'enormi stravaganze
     a la vicissitudine d'un osso
525  il nervo arrisicar de le sustanze.
        E credimi, Timon, che pi non posso
     dilatato veder cotal difetto
528  e non far per vergogna il viso rosso,
        poi ch'ho sentito giocator ch'ha detto
     che il giuoco  ver ch' spasso, ma ch'in fatto
531  consiste in bestemmiar tutto il diletto.
        Povero mondo incancherito affatto!
     Per gir dreto a' malvagi et a' bricconi
534  da un male in un peggior passa in un tratto.
        Mirer gl<i> Eliogabali e i Stratoni
     dar materia di satire a i poeti,
537  a le lingue de' Momi e de' Teoni;
        vedr ne' gabbinetti pi secreti
     i Domiziani, Arsacidi et Artabbi
540  svenar mosche, arder talpe e tesser reti.
        N temer che fra i titoli io mi gabbi,
     ch talun l'Illustrissimo si piglia
543  e Dio sa poi qual frno gl<i> avi e i babbi;
        ch spesso ad una serva il re s'appiglia
     e spesso una regina i suoi pensieri
546  pone in colui ch'adopera la striglia:
        quindi i figli de i re fan gli staffieri
     e vantan poi di nobiltade i quarti
549  i figlioli de i cuochi e de i cocchieri.
        E se non fosse per scaldolezzarti
     con materie s brutte e disoneste,
552  le belle cose ch'io vorrei narrarti!
        Certi satrapi vedo e certe teste
     che sembrano Catoni a gl<i> atti, a i moti
555  Zenocrati: d'amor hanno le creste;
        io non ti vuo' citar gl<i> esempi noti:
     basti sol dir, per non tornar da capo,
558  che son tutte bardasse, avi e nipoti.
        Ma giuro al ciel che se a dir mal m'incapo
     non tacer la gran vigliaccheria
561  che sorte ha sol chi ha mantovan priapo.
        Si pu sentir maggior furfanteria?
     Pi non si chiama no colpa n vizio,
564  ma stil da galantuom la sodomia.
        O degna indegnit d'ogni suplizio!
     Ma peggio v': si tien chi nulla crede
567  uomo di bello ingegno e di giudizio,
        e diventar col Machiavel si vede,
     ad onta de' Mattei, Giovanni e Marchi,
570  ragion di stato i dogmi de la fede.
        Qual meraviglia  poi che gl<i> Aristarchi
     vanno gridando che l'et moderna 
573  non ha pi forme da stampar monarchi?
        Ch possibil non  che tu discerna
     un Traiano, un Licurgo in mezzo a gl<i> ostri
576  che degno sia di nominanza eterna.
        O di rapacit portenti e mostri!
     Chi ritrova estorsioni, aggrav e dazzi
579  son tenuti Soloni a i tempi nostri.
        Chi pu contar, chi pu ridir gli strazzi,
     chi l'angherie, chi l'avarizia strana?
582  Ci han quasi fatti Marsia e non son sazi!
        N ci resta a veder che l'inumana
     usanza de' Loangi e de gl<i> Anzichi,
585  che fanno beccheria di carne umana.
        E vuoi poi ch'io mi taccia e ch'io non dichi,
     veder tanti avoltoi sopra la carne
588  de' poveracci miseri e mendichi?
        E n men c' permesso il lamentarne,
     ch mentre dan gl<i> onori a i pi furfanti
591  non util, ma periglio  mormorarne.
        Godono i Salmonei folli e arroganti,
     quanto temuti pi tanto pi ingiusti,
594  far sul capo de gl'infimi i tonanti.
        Quanti mentiti e mascherati Augusti,
     indegni di quel manto che gli copre,
597  si spaccion per Atlanti e son Procusti!
        E voglion poi ch'Omer la penna adopre
     a dir di lor, che sono a tutte l'otte
600  Achilli a i versi altrui, Tersiti a l'opre;
        e si credon, con dar quattro pagnotte
     con un scarso boccal d'agro Lieo,
603  farsi lodar da le persone dotte;
        et un, spilorcio pi di un Nabato,
     seguendo d'un Ruffin l'orma e la traccia,
606  vuol titolo di magno e semideo!
        Di farsi idolatrare oggi s'allaccia
     chi svenerebbe il Parto e l'Etipo;
609  e pi direi, ma il ver di falso ha faccia.

TIMONE
        Sovvngati de l'aquila d'Esopo,
     che vantava in belt d'essere un mostro
612  a fronte a gl<i> altri augelli di Canopo;
        a cui disse il pavon, tutt'oro et ostro:
     - Hai ben ragion di millantar tra noi,
615  sorella mia, perch'hai gl<i> artigli e 'l rostro. -
        Or, che sieno adorati a' tempi tuoi
     gl ignoranti e i rapaci, indarno accusi:
618  rito antico  adorare i lupi e i buoi.
        Non istupisco io gi di tanti abusi,
     ch facil gita  quella de l'inferno
621  se vi si va correndo ad occhi chiusi.
        Ch'importa a te del mondo il mal governo?
     Lascia ch'altri il riprenda, altri l'incolpe,
624  ch non recusa alme dannate Averno.
        Io non vuo' di lui far scuse o discolpe:
     sempre il conobbi scelerato e immondo,
627  e penuria gi mai non fu di colpe.
        Ma da l'alba che spunta io mi nascondo;
     tu con chi parli osserva le persone,
630  ch nuocer ti potra l'esser facondo.
        Io mi parto, ecco il sol. Credi a Timone:
     guarda di far ne la citt dimora,
633  ch, senza andar su quello del Giappone,
        vanta i martiri suoi Pasquino ancora.





SATIRA QUINTA

[L'INVIDIA]

AUTORE ET INVIDIA



        Era la notte e de le stelle i lussi
     Cinzia vincea, che del cornuto argento
3    su la testa a pi d'un scotea gl'influssi;
        tacea de l'aria il garulo elemento,
     tacea de l'occeno il moto alterno
6    e soffiavan le spie, ma non il vento,
        perch'Eolo, che di lui regge il governo,
     l'avea legato e lo tenea prigione
9    per l'insolenze ch'avea fatte al verno;
        et io, lungo e disteso in sul saccone,
     chiamavo il dio ch'intorno a la parrucca
12   di papavero e d'oppio ha due corone.
        Sapea che di star meco ei non si stucca,
     ch, se co i grilli ha simpatie secrete,
15   io n'ho sempre un milion dentro la zucca;
        ma trovar non potei pace o quiete,
     ch'i grilli de la speme e del deso
18   hanno le voci lor troppo indiscrete.
        Da i Gemini era uscito il biondo dio,
     s ch'arrabiati tra i pensieri e 'l caldo
21   ermo entrati in Cancro et egli et io.
        Presi un sonno alla fin placido e saldo
     quando armato di rai l su l'aurora
24   sfida l'ombre a tenzon del d l'araldo;
        ma in me la fantasia vegliando allora,
     mentre ch'il senso si riposa e dorme,
27   mille cose a la mente apre e colora.
        Nel sentier di Virtude erto et informe
     trarre il passo anelante a me parea,
30   ove rare mirai vestigie et orme.
        Oh come ogni momento ivi sorgea
     o pericolo o intoppo, ond'egro e stanco
33   l'insidiato pi sempre temea!
        Pure, animando il travagliato fianco,
     de l'inospite via seguiva il calle,
36   per l'affanno e 'l terror sudato e bianco.
        Ma, superata al fin l'orrida valle,
     vidi un chiaro splendor di cui desiano
39   tutte l'anime grandi esser farfalle:
        avide di quei lampi a lui s'inviano
     e bramose di stenti e di sudori,
42   per se stesse eternar se stesse obliano.
        Sorge nel mezzo a i lucidi fulgori
     de l'Imortalitade il tempio augusto,
45   dove serba la Gloria i suoi tesori;
        era, ad onta l s del Tempo ingiusto,
     scolpito in adamante in su l'altare
48   de' pi celebri nomi indice angusto.
        Io, che la soglia non osai passare,
     con la penna e 'l pennello il proprio nome
51   mi chinavo a segnar sul limitare;
        quand'ecco, io non so donde, io non so come,
     una donna apparir mi veggio avanti,
54   smorta il sen, bieca gli occhi, irta le chiome.
        Questa a me, ch'osservavo i suoi sembianti,
     tolse di mano e lacer per rabbia
57   e la penna e 'l pennel con urla e pianti,
        e gettatili poi sopra la sabbia
     li calc per disprezzo e al suo veleno,
60   respingendomi in dietro, apr le labbia.

INVIDIA
        Tanto ardisci, sfacciato? e tale in seno
     hai fiducia di te, che tu prosumi
63   scrivere un nome in ciel men che terreno?
        Profanar de la Gloria i sacri lumi
     con le tenebre tue tenti, e procuri,
66   tu, che mezz'uom non sei, porti fra i numi?
        Qui, dove splende un sol di rai pi puri,
     si descrivon gli eroi, n si concede
69   n pur l'ultima soglia a i nomi oscuri.
        De l'Immortalit questa  la sede;
     chi vive al mondo e a se medesmo ignoto
72   volga verso l'oblio tacito il piede.
        Solo ottien quest'albergo illustre e noto
     chi, postumo di s, dopo il fertro
75   nasce a la Fama e si ritoglie a Cloto:
        tu, che virt non hai se non di vetro,
     vanne lungi di qua, sparisci, vola,
78   temerario arrogante, in dietro, in dietro!

AUTORE
        Adagio un poco. E chi sei tu, che sola
     fai qui da sentinella e mostri insieme
81   furia francese e gravit spagnola?

INVIDIA
        Io son colei di cui paventa e teme
     ogni stato maggior, quella che seguo 
84   sempre le cose in eccelenza estreme;
        quella son io che per le regie adeguo
     a i pi vili i pi grandi e che dal volgo
87   torco veloce i passi e mi dileguo;
        quella son io che rapida mi volgo
     l dove alberga la dottrina e 'l senno
90   e ch'i vizzii d'ognun mordo e divolgo;
        quella son io ch'ogni difetto accenno
     de l'alme eccelse e con bilancia uguale
93   ogni piccolo error peso e condenno;
        quella son io che per tenor fatale
     sempre accompagno la Virtude e 'l Merto
96   e con essi comune ebbi il natale;
        quella che il Fasto non ha mai sofferto,
     quella ch' del Valor la pietra lidia,
99   quella ch' d'ogni Bene indizio certo,
        quella che l'Ozio dolce ama e l'Accidia,
     quella che gi fu dea, quella ch'il tutto
102   ha soggetto ai suoi piedi: io son l'Invidia.

AUTORE
        Dunque furia s rea, spettro s brutto
     qui si ritrova, e a l'opere fiorite
105   in quest'orto immortale aduggia il frutto?
        Credea che su le soglie arse e romite
     il custode tricipite e latrante
108   solamente Plutone avesse in Dite.
        Non vide il sol dal Caucaso a l'Atlante,
     n tra i Bermi scopr, n men tra i Srberi
111  pi nocivo di te mostro o gigante;
        e pur qui tu dimori ove i riverberi
     risplendon di Virtude? Or ben conosco
114  ch'anco il ciel de la Gloria have i suoi Cerberi.
        Confinata in un antro orrendo e fosco
     di squallida vallea gi te ne stavi,
117  nutrita di serpenti, ebra di tsco;
        oggi alberghi per tutto: i d soavi
     ti spiega il cielo amico ed a tua voglia
120  de' palazzi de' re volgi le chiavi.
        Quella sei tu che sola affanno e doglia
     senti del bene altrui, quella che tenta
123  detrarre ai fatti onde l'onor germoglia;
        ogni stato maggior di te paventa,
     ch, quasi tuoni, annunziano i tuoi ragli
126  che la Fortuna  a fulminare intenta.
        Quella sei tu che per le regge agguagli
     al pi vile il maggior, per che fro
129  l'altezze a l'ire tue sempre i bersagli;
        dove  senno e saper celebre e puro
     col ti volgi sol perch tu brami
132  colle imposture tue di farlo oscuro.
        Quella sei tu ch'a la bilancia chiami
     l'anime eccelse, e allor godi e guadagni
135  ch'aggravando ogn<i> eror le rendi infami;
        con la Virt nascesti, e l'accompagni
     sol per tenderle insidie e darle il guasto,
138  e se non ti riesce ululi e piagni.
        Quella sei tu che non sopporta il Fasto,
     perch non pu veder se non bassezza
141  il tuo, che sempre fu genio da basto;
        il paragon tu sei de la Fortezza
     per pubblicarne i nei, non gi per rendere
144  col cimento maggior la sua bellezza.
        Quella sei tu che fai chiaro comprendere
     che il bene  dove vai, poi che s' visto
147  che per tutto ov'egli  lo cerchi offendere;
        ami l'Accidia e di far grande acquisto
     pensi ove il tempo inutilmente scorre,
150  ma dove ben s'impiega il core hai tristo.
        Quella sei tu che su gli altari esporre
     ti vedesti per diva? Ah no, si perda
153  questa gloria che in te sapesti accrre!
        Tal memoria giammai non si disperda:
     fusti tenuta dea, ma fu in que' secoli
156  ch'avea il proprio nume insin la merda.

INVIDIA
        D'avvilire i miei preggi indarno specoli:
     far ben io che stupefatta e muta
159  questa linguaccia tua cagli e trasecoli!
        Dimmi, su i libri non m'hai tu veduta
     sotto nome di Nemesi adorata,
162  che la forza del sole era creduta?

AUTORE
        Io lo confesso:  ver, fusti chiamata
     Nemesi e dea da quella gente sciocca
165  che faceva i suoi numi all'impazzata,
        perch'ogni cosa che veniva in bocca
     a quei primi cervelli ottusi e secchi
168  cresceva un nume alla celeste rocca.
        Gli Egizi, che in saper fro i pi vecchi,
     i bovi avean per dei fausti e secondi;
171  Menfi ador le vacche e Mende i becchi:
        s'avesse un'ara in questi d fecondi
     ogni becco italian, non basterebbono
174  a tanti altari d'Epicuro i mondi!
        Cento lingue di bronzo or ci vorebbono
     per narar degli antichi i dei ridicoli,
177  e sol per la met non bastarebbono:
        era dea sin la Febre e a' suoi pericoli
     si facean sacrificii, e un dio temuto
180  era colui che sta sopra i testicoli;
        fu Stimola una dea che dava aiuto
     a la pigra lussuria, e dio propizio
183  Acore de le mosche era tenuto;
        Stercuzio un nume fu d'egregio offizio,
     poi ch'a le genti stolide e briache
186  era la deit di quel servizio;
        s'adorr le corregge entro a le brache
      e furon dee Mefti e Cloacina
189  sopra il fetore, i cessi e le cloache;
        onde a te, che tra queste eri in dozzina,
     l'aver con loro ati altari e culti
192   come essere stata a la berlina.
        Ma perch men la tua superbia esulti,
     odi nel dare a te del sol la forza
195  quali fr degli antichi i sensi occulti.
        Illustra il sol la tenebrosa scorza
     de i corpi oscuri et a l'incontro poi
198  de i luminosi oggetti i raggi ammorza;
        or cos tu de' pi famosi eroi
     procuri d'offuscar gli ardenti rai
201  e cerchi d'illustrar gli asini e i buoi,
        poich, se pure alcun lodi giammai,
     sar qualche stival di cui ti servi 
204  per dar lo scacco a chi s'avanza assai;
        ond'i costumi tuoi sozzi e protervi
     ti fan un di quei dei del tutto degni
207  che sian gl'incensi lor pertiche e nervi;
        e ben merito hai tu che d'inni indegni
     ti cingesse gli altari il Vituperio
210  e che i tripodi tuoi fussin tre legni.
        Ebbe gi, con ridicolo misterio,
     per mangiarsi due bovi in Lindo Alcide
213  sacrific d'obbrobrio e d'improperio,
        e di bestemie il suol non freme e stride
     intorno al nome tuo perverso et empio,
216  che si divora il tutto e 'l tutto occide?
        Nume sol da tempioni e non da tempio,
     s come chiaramente a noi lo mostra
219  quel ch'adesso vo' dirti illustre esempio.
        Aveva un pover uom dentro una chiostra
     un certo idolo suo fatto a la peggio,
222  che 'l saracin parea che s'usa in giostra,
        et a questo or di menta or di puleggio
     tessea corone e con preghiere accese
225  non so se li facea guerra o corteggio.
        Dicea con le ginocchia a terra stese:
     - Signor, deh, per piet, manda le grazie
228  che tra la fame e me levin l'offese!
        De' miei malanni e de le mie disgrazie,
     mentr'io di pan giammai sazio non fui,
231  doverebbon le stelle essersi sazie.
        Che Tantalo l gi ne' regni bui
     stia tra i cibi fugaci  mera favola:
234  il Tantalo son io tra i beni altrui;
        fuor de l'acqua volar l'oca e l'arzavola
     non s' veduta mai cotanto asciutta
237  quanto asciutti i miei denti escon di tavola;
        la casa intorno assediata ho tutta
     da l'appetito, che con empia destra
240  senza darle quartier la vuol distrutta;
        altro camin non ho che la finestra,
     dove al foco del sol mi fa Democrito
243  un pangrattato d'atomi in minestra;
        i miei campi e i pastor sono in Teocrito,
     n puote il mio mantel vantare un pelo
246  e 'l mio stuzzicadenti  sempre ipocrito.
        Tu conosci, o Signor, senza alcun velo
     la mia necessit: dunque il soccorso
249  fa' che veloce a me scenda dal cielo. -
        In questa guisa a le preghiere il corso
     dava colui l ne' paesi greci,
252  di quel suo dio tarlato innanzi al torso;
        ma di venti parole appena dieci
     distinte profera, perch la fame
255  gli faceva mangiar mezze le preci.
        Ogni d queste voci afflitte e grame
     replicava al suo dio, ma poi s'accorse
258  che poteva per lui viver di strame;
        in tal disperazione indi trascorse
     che quel<l>'idol ch'ognor l'avea deluso
261  con un bastone a scongiurar ricorse:
        spezzollo e vi trov molt'oro incluso
     che gi un avaro con l'usura e 'l censo
264  avea rubato e ve l'avea racchiuso.
        Pria dubit d'un'illusion del senso,
     ma chiaritosi poi grid: - La mazza
267  ha fatto quel che non potea l'incenso! -
        Invidia, un nume sei di questa razza:
     non speri alcun da te cavar profitto
270  se 'l capo e 'l tergo non ti spezza e spazza.
        Di quel ch'hai fatto in corte ognuno ha scritto,
     onde si sa che quella  il tuo teatro
273  e che l'hai presa eternamente a fitto;
        quivi del tuo velen squallido ed atro
     semini i lidi et a formare il solco
276  buoi non vi mancan per tirar l'aratro.
        Tsco del tuo peggior non nasce in Colco
     e pullula per tutto: insin nel campo
279  invidia del bifolco have il bifolco;
        ma d'ira insieme e di vergogna avvampo
     quando tra lor con ostinati oltraggi
282  si tendon gli scrittori insidie e inciampo;
        e questi instinti tuoi crudi e selvaggi
     son pi tenaci che non  la mastice
285  entro gl'ingegni letterati e saggi:
        Didimo detto fu Ciceromastice
     per scriver contro Tullio, e per l'Eneide
288  fu chiamato Carbilio Eneidomastice;
        s'odiano i dotti s che per Briseide
     fu men l'odio d'Achille e d'Agamennone
291  e Febo si sdegn men per Criseide;
        son noti omai dal Sericano al Vennone
     e Bavio e Mevio et Aristarco e Zoilo,
294  che scrisse contro al gran cantor di Mennone.
        Ma il loro ardir fa come quel di Troilo
     contro a Pelide, onde lanscilli et odi
297  duelli che non vide Orange o Broilo.
        Per atterrar del gran Platon le lodi
     contro a la di lui vita e contro a l'opre
300  scrisse gi Senofonte in var modi;
        invidioso assai pi Plato si scopre,
     che nel Fedone e in tutti gli altri libri
303  di Senofonte il nome opprime e copre,
        e s'i dialoghi suoi rivolti e cribri,
     vedrai come in color ch'ivi dipigne
306  de la mordacitade i dardi ei vibri;
        ma pass tutte l'alme empie e maligne
     allor che di Democrito gli scritti
309  volle dare a le fiamme e 'l nome insigne;
        e lo facea, ma da s rei delitti
     Amicla e Clinia lo frenr con dire
312  che troppi libri omai n'eran trascritti.
        D'Aristotil l'invidia e 'l cieco ardire,
     ch'arse tant'opre altrui, chi non abomina?
315  S grand'infamit chi pu soffrire?
        Ippocrate da lui mai non si nomina,
     donde i princpi naturali ha presi,
318  tanto livore in quel grand'uom predomina!
        Ma de l'invidia che tra i saggi appresi
     supera ogn'altra di furor consparta
321  quella che gi d'Anasimene intesi:
        di Teopompo in nome ei pose in carta,
     imitando il suo stil, certi libelli
324  ch'infamavano Tebbe, Atene e Sparta,
        e con modi s perfidi e s felli
     contro di Teopompo odio indicibile
327  eccit de la Grecia entro a i cervelli.
        Ebbero tra di lor pugna terribile
     Salustio e Cicerone, e contro a Varro
330  Rennio, tutto ambizion, fece il possibile.
        Va posto anch'egli tra costor ch'io narro
     Cesare, che chiam Caton briaco
333  e lo tratt come animal da carro.
        Ma pi del tuo velen sentono il baco
     i dotti d'oggid; mira le nubi
336  come di Roma il ciel rendono opaco:
        tu la chiarezza a quelle involi e rubi
     sol con la vista ammaliata e magica,
339  e co i latrati onde rassembri Anubi;
        da la florida spiaggia a la lamragica
     i riflessi del sol queste spargevano,
342  ch'or per te sono in notte oscura e tragica.
        Queste nubi, ch'al mar liete rendevano
     ogni amaro liquor cangiato in dolce,
345  per dar piogge d'assenzio or si sollevano.
        Ahi, che non pi da lor s'applaude e folce
     il bel volo de' cigni, ond'oggi il Tevere,
348  come prima solea, l'aure non molce!
        Solo da queste nubi usi a ricevere
     i nutritivi umori erano i lauri
351  e le Muse a quell'onde ivano a bevere;
        questi d'acque e di rai chiari tesauri,
     or agitati dal tuo sdegno a l'austro,
354  par che chiudino in sen nuovi centauri.
        Da lor velato  di Boote il plaustro
     et in quel de la gloria immenso oceano
357  le procelle oramai rompono il claustro;
        in questo mar famoso, ove correano
     de le sirene al canto uomini e fre,
360  solo nembi e tempeste oggi si creano.
        E di tante discordie aspre e severe
     tu sei sola caggione, e i tuoi ministri
363  badano a fomentar l'ire guerriere:
        queste, che al ruolo tuo noti e registri,
     fabbricate d'infamia anime indegne, 
366  suonan contra a Virt le trombe e i sistri.
        Io delle squadre tue, gonfiate e pregne
     di tsco e di furor, conobbi il duce
369  che nel suolo latin spiega l'insegne.

INVIDIA
        Rosa, t'inganni assai: non mi produce
     Roma seguaci e con mio gran travaglio
372  niuno al vessillo mio l si conduce.

AUTORE
        Madonna Invidia mia, so che non sbaglio.
     Dico che in Roma il tuo campion maggiore
375  vidi, e vidi ch'egli era un gran sonaglio.
        E per mostrarti ch'io non presi errore
     e ch'egli ivi da me ben si conobbe,
378  te lo dipinger senza colore.
        Ha certe spalle larghe e alquanto gobbe,
     che se stessero al remo e a la catena
381  farian far l'aguzzino insino a Giobbe;
        quindi crede di scienza un'arca piena
     sembrare altrui, perch quel saggio antico
384  Platon fu detto per aver gran schiena.
        Ha nella faccia assai de l'impudico,
     perch'oltre il somigliare al dio de l'orto
387  vi si conosce che non ama il fico;
        naso pi tosto grande e alquanto torto,
     ch'adoperato di supposta in vece
390  avra virt di far andare un morto.
        Prvida la natura a lui gi fece
     i denti radi e non del tutto interi,
393  tra il color del topazio e de la pece;
        crini stesi e piovosi e men leggeri
     del cervello ch'ha in capo, e non saprei
396  s'i costumi o i capelli abbia pi neri.
        Gli occhi son viperini, e giurerei
     ch' del fascino in loro il tsco il laccio,
399  poich in mirarli a me dolsero i miei.
        Ha pochissimo pelo in sul mostaccio,
      onde un castron lo crederebbe ognuno
402  se non sapesse ognun ch' un asinaccio.
        Fu presago il vaiol ch'egli a pi d'uno
     ucciso avra l'onore e che la vita
405  al nome insidiera di ciascheduno,
        onde su quella faccia invelenita
     cav pi fosse per formar l'avello
408  da l'empia lingua all'amist tradita;
        e conoscendo che quel gran cervello
     il mondo vagliera con la sua critica
411  fece il volto di lui tutto un crivello.
        Egli ha la voce alquanto rauca e stitica,
     e per mostrarsi un letterato fino
414  pratica da un librar sol per politica,
        ma non dimora a i libri ognor vicino
     perch'ei l'intenda: in Parion va solo
417  per imparare a pratticar Pasquino.
         di color di serpe et ha gran duolo
     s'un poeta  stimato, onde verifica
420  l'antipatia tra il serpe e 'l rosignolo.
        Oh, come si confonde e si mortifica
     e fa la faccia accipigliata et agra,
423  quando i meriti altrui qualcun testifica!
        Nacque questo arrogante in su la Magra,
     e non poteva in ver nascere altrove
426  chi del prossimo al ben sempre si smagra.
        Fr sempre di costui l'usate prove
     tender lacci et insidie a l'altrui fama
429  con invenzioni inusitate e nove.

INVIDIA
        Di circumloquii fai cos gran trama
     che non ha tanti imbrogli un tesserandolo.
432  Lascia i viluppi e di' come si chiama.

AUTORE
        Del nome suo non so trovare il bandolo,
     ma in cifra si fa dir questo vigliacco,
435  s'io mal non mi ricordo, Sciribandolo.
        Sai ch'usa di nascondersi ogni Cacco
     temendo sempre che ciascun l'aditi
438  e non li faccia qualche affronto o smacco;
        ma in questa sciocca et non son puniti
     gl'impostori e i falsarii, anzi da tutti
441  questi infami plebei son favoriti.
        Or, congiunti a costui, certi margutti,
     tra lor conformi di costumi e genio,
444  gl<i> applausi di ciascun vorrian distrutti;
        si tiene ognun di lor Febo e Cilenio
     e con nomi al Liceo noti e a l'uom saggio
447  Temistio un si fa dir, l'altro Partenio.
        Questo trino pestifero e malvaggio
     con eleganza e propriet s'appella
450  una lega d'infami, in buon linguaggio;
        mordono ognor questa persona e quella,
     e sin l'istesso amico e 'l galantuomo
453  non sono esenti da le lor quadrella.
        Felippo, or dove sei, da cui fu domo
     questo stuol manigoldo? Ah, posso stridere,
456  che m'avveggo ben io che in van ti nomo!
        Li sapesti ben tu l'ardir recidere
     quando d'Arato gl'invidi punisti
459  in tanti soldi e poi gli festi uccidere!
        Or non s'impiccan pi questi sofisti,
     e pur quel sacrificio  s gradito
462  ch'il boia al ciel suol offerir de' tristi.
        Apelle ritrovossi a mal partito
     perch da un certo Antifilo invidioso
465  d'una brutta congiura era inquisito;
        ma, scovertosi infine il vero ascoso, 
     fe' Tolomeo col giusto e col protervo
468  un atto che sar sempre famoso:
        di ben cento talenti un aureo acervo
     don ad Apelle e 'l delatore iniquo
471  ch'accusato l'avea li di per servo.
        Sacrosanto rigor del tempo antico,
     dove, dove n'andasti? Oggi il castigo
474  non si comparte, o si comparte obliquo.
        Uscito Apelle di quel grande intrico,
     per tabella votiva appese un quadro
477  per cui da lo stupor mai non mi sbrigo,
        poich con artifizio alto e legiadro
     de la Calunnia vi scolp l'usanza
480  e 'l ritratto di lei maligno e ladro.
        Con orecchi asinini in regia stanza
     d'un altro Mida ei figur l'effigie,
483  che sedea tra il Sospetto e l'Ignoranza;
        movea verso di lui l'atre vestigie
     la Calunnia lisciata, e avea da canto
486  Insidia e Falsit, compagne stigie;
        con la destra pel crin lacero, infranto
     un fanciullo traea, ch'al ciel rivolto
489  l'innocenza del cor dicea col pianto;
        ne la sinistra man tenea raccolto
     un gran torchio di fiamma oscura e nera,
492  che tra i suoi fumi il giorno avea sepolto.
        Eri, Invidia, ancor tu di quella schiera
      e givi innanzi a lei rabbiosa e schiva,
495  in sembianza d'Aletto e di Megera;
        a la Calunnia al fin dietro veniva
     il Pentimento aflitto e si volgeva
498  verso la Verit che lo seguiva.
        Questo quadro d'Apelle in me solleva
     pi d'un pensiero, e nel pensier m'abbozza
501  un gran deso che nel mio cor s'alleva.
        Chi sa? scornar potrei chi m'urta e cozza:
     un Apelle io non son, ma qualche poco
504  so manegiare anch'io la tavolozza.
        Far con il pennel forse un bel gioco,
     ancor che questo non sia mal da biacca,
507  poich al cancro ci vuole il ferro e 'l fuoco.

INVIDIA
        Costoro a torto il tuo furore intacca,
     perch in coscienza non mi si ricorda
510  che t'abbin fatto un dispiacere, un'acca.

AUTORE
        Fa' pur la smemorata e la balorda,
     che nondimen sapr trovar la strada
513  di farti confessar senza la corda.
        Stimolata da te, la tua masnada
     nel Panten contro le mie pitture
516  quante volte impugn l'arco e la spada?

INVIDIA
        Brami invan d'assentarti a le ponture,
     se fr d'Apelle infin l'opre imortali
519  d'un ciabattin soggette a le censure.

AUTORE
        Di noi pittori avversit fatali,
     che fummo sempre criticati e morsi
522  prima da ciabattini, or da stivali!

INVIDIA
        Veloce ogn'anno a la Rotonda io corsi
     e in ver l'opere tue lodar sentivo
525  qualche poco tal volta in quei discorsi.
        Udii ben contro te questo motivo,
     che non fai male in etico e in eroico,
528  ma che non peschi in genere lascivo.

AUTORE
        Sento affetti di gloria, ancor che stoico,
     ma pi tosto che far pitture oscene
531  schiavo e oscuro starei nel lido euboico.
        Dipingo ci ch'a l'onest conviene,
     ch con opere sordide non merca
534  a se stesso gli applausi un uom da bene;
        chi per via del bordello onor ricerca
     s'incamina a l'infamia: io vo' pi tosto
537  che l'aura popolar mi sia noverca.
        Ma per tornare a te, giammai discosto
     non mi sei stata a la Rotonda un passo
540  quando vi fu qualche mio quadro esposto;
        ond'io, che al tuo latrar mi piglio spasso,
     acci che dentro tu vi spezzi i denti,
543  quest'anno non vi ho messo altro ch'un sasso.
        Da l'aquila imparai, ch'agl'innocenti
     nidi de' figli suoi porta una pietra
546  onde il morso e 'l velen doma ai serpenti.
        Quel sasso che in Reate alzossi a l'etra
     ceda al mio, che de l'Astio il gran colubro
549  percosse, e lapid la tua faretra.
        In faccia al Gallo, a l'Italo, a l'Insbro
     dovea punirsi d'ogni male il fabro
552  quivi ove Giove Ultore ebbe il delubro;
        e intorno a l'opre mie, l nel Velabro,
     nel giorno sacro a i Vulcanali antichi,
555  oh quante volte ti mordesti il labro!
        Ma del pennello omai lasciam gl'intrichi
     e dimmi ond' che questa tua milizia
558  contro gli scritti miei pugni e fatichi:
        van dicendo costor con gran malizia
     che le satire mie non son miei parti,
561  ma che date mi fr per amicizia.

INVIDIA
        Non posso e non saprei, Rosa, adularti:
     le satire ancor io non ho per tue
564  e vuo' se sbaglio esser ridotta in quarti;
        ch nel mondo pi d'un veduto fue
     con pensieri sublimi e memorandi
567  a l'amico donar le cose sue.

AUTORE
        Molti furono,  ver, gli animi grandi
     di quei che nel donar gi dimostrro
570  architetta la man d'atti ammirandi;
        suona il nome di molti illustre e chiaro
      che dissetata avrian con auree stille
573  insin l'idropisia d'un petto avaro;
        si leggono gli esempii a mille a mille
     di quei ch'han dato a i loro amici in preda
576  gemme, servi, danar, palazzi e ville;
        ma ch'un de l'opre sue doni e conceda
     insieme con il nome anche la gloria,
579  chi sar che l'affermi e che lo creda?

INVIDIA
        E pure attesta a noi verace istoria
     ch'Aristotil donasse a Teodette
582  i libri in cui spieg l'arte oratoria;
        Fidia alle statue sue chiare e perfette
     d'Agoracrito spesso il nome incise
585  e fe' creder di lui molt'opre elette.

AUTORE
        Ma che i libri eran suoi scrisse e decise
     in un altro suo libro a quei simle
588  lo Stagirita, e lo scolar derise;
        Fidia fece il cortese et il gentile
     sapendo che la trappola nascosa
591  si scoprera da l'arte e da lo stile.
        Ma questa turba tua vituperosa
     dice ch'ebbi le satire a correggere
594  da un amico che in ciel or si riposa,
        e che, dopo che Dio lo volse eleggere
     e dal carcere uman tirarlo a s,
597  per opre mie l'ho cominciate a leggere;
        soggiunge poscia ch'ei me le vend,
     o ver che me le dette in contracambio
600  d'un gran debito ch'egli avea con me;
        ond'io l'accuse sue confondo e scambio:
     or dice ch'io son reo di latrocinio,
603  or ch'ho prestato su gl'ingegni a cambio.

INVIDIA
        L'abbizion e 'l bisogno il lor dominio
     stendon per tutto e le pi sagge teste
606  ha pi volte ridotte a l'esterminio:
        Vario in Roma per suo diede il Tieste,
     ch'era di Cassio o di Virgilio, e l'ebbe
609  o per furto o per vie non troppo oneste;
        chi di Battillo mai creder potrebbe
     lo sciocco ardir, che s'usurp quel distico
612  onde il grido a Maron destossi e crebbe?
        Lungo fra il contar lo stuol soffistico
     che della fama il mar sull'altrui nave
615  solc con mezzo stravagante e mistico:
        per la necessitade avversa e grave
     vender si vide ne l'antica etade
618  Andronico gli Annali e Stazio Agave.
        Or le satire anch'io ch'hai recitate
     tengo che sian d'un altro: i miei giudizi
621  son che tu l'abbia compre o ver rubate.

AUTORE
        So ch'adoprati hai tutti gli artifizii,
     tutti gli stratagemmi e le potenze
624  per veder se di ci trovavi indizi.
        Or, con tante domande e deligenze,
     hai raccattata ancor prova veruna
627  de le rabiose tue maledicenze?
        Sguita pure et ogni sforzo aduna,
     poich noto  di gi che per natura
630  ogni cagnaccio vil latra a la luna;
        ma guarda che la fraude e l'impostura
     non ti svergogni al fine e non si scopra
633  da la satira mia de la Pittura.
        Dimmi, forse potea compor quell'opra
     un che non sia pittore e non intenda
636  come il disegno et il color s'adopra?

INVIDIA
        Dimmi, ti par che tanto in l s'estenda
     l'ingegno et il saper d'un che per arte
639  tratti i pennelli e a la pittura attenda?

AUTORE
        La fama in ogni tempo, in ogni parte
     per i dotti pittori i vanni impenna,
642  ch'hanno de l'opre lor colme le carte.
        Col pennello egualmente e con la penna
     Pacuvio e Apollodoro erano insigni
645  e il gemino valor l'istoria accenna;
        volgi a le vite lor gli occhi maligni:
     troverai che in formar gli uomini e i carmi
648  ha la pittura ancor Prometei e Cigni.
        Ma ne l'antichit non vo' ingolfarmi:
     mira come dan aura al Buonaroti
651  non men le carte che le tele e i marmi;
        s'i libri del Vasari osservi e noti
     vedrai che de' pittori i pi discreti
654  son per la poesia celebri e noti.
        E non solo i pittori eran poeti,
     ma filosofi grandi, e fr demonii
657  nel cercar di natura i gran segreti:
        Metrodoro e Platon sian testimonii
     e Pirrone Elidense, onde discesero
660  gli sceptici da lui detti pirronii.
        Questi e molti altri alla pittura attesero,
     onde i tuoi Momi e critici supremi
663  poco l'istoria e la censura intesero.
        Ah, razza senza onor, dubiti e temi
     a quattro versi d'un pittore, e ammetti
666  i villani e i bifolchi a far poemi?
        Odi d'alme nefande empi concetti:
     volevan contraffare lettre e fogli,
669  d'un ch' gi morto in nome, a me diretti,
        <et in essi notar co i loro imbrogli
     delle satire mie passi diversi,
672  che son restati esposti a i loro orgogli,>
        poich si son talmente alcuni versi
     ne la memoria altrui scolpiti e fissi,
675  che per tutto oramai vanno dispersi.
        Ma quanto ho mai dipinto e quanto scrissi
     lacerin pur le tue false querele,
678  Furia di cui peggior non han gli abissi,
        ch'io nulla stimo il genio tuo crudele
     e meco al fin di questi tuoi consorti
681  poco guadagner la rabbia e 'l fle.
        Diro a la rosa una virt le sorti
     contro gli scarafaggi: essi a fatica
684  s'avvicinino a lei che cascan morti;
        se di tal propriet vuoi ch'io ti dica
     l'origine primiera, intenta ascolta
687  l'istoria d'essa e la caggione antica.
        Quando da Giove in ciel moglie fu tolta,
     ogn'animal per la celeste mensa
690  qualche cosa don da lui raccolta.
        L'ape tra gli altri a la real dispensa
     port certo suo mle, il qual di fresco
693  manipolato avea con cura immensa;
        questo piacque cos ch'i numi al desco
     per lui furon tra lor quasi a le pugna,
696  come fa per il vin lo stuol tedesco:
        men avida l'umor succhia la spugna;
     e sen leccro i dei le dita in guisa
699  ch'avean scarnati i polpastrelli e l'ugna.
        Quindi da l'ape informazion precisa
     chiesero di quel ml, la cui ricetta
702  volean che fusse a lettre d'oro incisa.
        L'ape rispose che di rosa schietta
     fabricato l'avea e che da questa
705  veniva al ml quella dolcezza eletta,
        dove nel ml che volgarmente appresta
     adoprava in confuso il fior d'ogn'erba,
708  o che nasca negli orti o a la foresta.
        Si stupiron li dei che s superba
     dolcezza fusse entro la rosa ascosta,
711  che per le spine appare aspra et acerba;
        allor da l'ape ogni virtude esposta
     fu de la rosa, e seguit narrando
714  la nobiltade, il preggio in ch'ella  posta,
        dicendo ch'il sapor tanto ammirando
     era in lei derrivato in un con l'ostro
717  dal nttere ch'Amor vers ballando.
        In somma, l'ape in quel beato chiostro
     s la rosa inalz, che fe' stimarla
720  e di bontade e di bellezza un mostro.
        Giove attento de l'ape ud la ciarla
     e doppo, in premio di quel mel s grato,
723  regina de gl'insetti ei volse farla,
        con patto che da lei li fusse dato
     per il suo piatto in ogni settimana
726  una tal somma di quel mel rosato;
        e perch udito avea la sovrumana
     natura della rosa, ivi creolla
729  monarchessa de' fiori alta e sovrana.
        Terminate le nozze e gi satolla
     la turba degli dei, dal sommo tetto
732  de gli animali si part la folla.
        Con l'ape ognun di lor colmo d'affetto
     si rallegr, ma pien d'astio e d'orgoglio
735  n'ebbe lo scarafaggio ira e dispetto,
        e spinto da l'invidia e dal cordoglio
     and pensando un certo stratagemma
738  di trre a l'ape in un l'onore e 'l soglio.
        Ond'egli incominci, solo e con flemma,
     de la rosa a sporcar tutte le foglie
741  prima ch'uscisse il sol fuor di maremma;
        e mentre l'ape a cr le dolci spoglie
     giva de' fiori, ei con sozzura immonda
744  le corrompeva il mel dentro a le soglie.
        Volando l'ape alla celeste sponda,
     fece a Giove saper questo strapazzo,
747  esclamando sdegnata e furibonda;
        Giove entr in bestia e fece un gran schiamazzo,
     s ch'a cercar l'autor di quella ingiuria
750  scese Mercurio dal sovran palazzo,
        e in un tratto il trov, ch mai penuria
     non si di di spioni, onde fu preso
753  lo scarafaggio e torturato in furia;
        e perch, quando il re si tiene offeso,
     non s'adopra oriolo in dar la fune,
756  il fatto confess chiaro e disteso.
        Quindi da i numi per parer comune,
     come invido convinto e gi confesso,
759  non fu lasciato di quel fallo impune;
        perch dunque tent con empio eccesso
     di tr l'onore a l'ape, a lei facendo
762  de l'alveario e de la rosa un cesso,
        fu sentenziato con rigor tremendo
     ch'ei viva ne lo sterco e che li sia
765  de la rosa l'odor veleno orrendo.
        S che, Invidia, tu senti; or venghin via
     questi tuoi scarafaggi: ebbe dal fato 
768  l'istessa propriet la Rosa mia.
        Prima mi mancherebbe e lena e fiato,
     ch'io potessi ridir delle tue Furie
771  gli occhi maligni e il labro avvelenato.
        Quanti ne' tribunali e per le curie
     il valor, la dottrina e l'innocenza
774  han da te riceuti affronti e ingiurie?
        Atene il sa, donde la tua potenza
     i pi degni scacci con l'ostracismo
777  e di Socrate di l'empia sentenza;
        e ben hai per politico afforismo
     di distruggere ognun, se fin tentasti
780  di distruggere Idio con l'ateismo.
        A quanti il premio de i sudor negasti!
     Dcalo Manlio, a cui con tante accuse
783  quasi il doto trionfar rubasti.
        Per le machine tue false e confuse
     l'oliva al crin non impetr Melciade
786  e tra i ceppi la vita al fin concluse;
        Aristide per te, per te Alcibiade
     fr banditi e dannati. Il tuo contaggio
789  quant'anime infett degne d'Iliade!
        Fu l'attico livor cos malvaggio
     che mand quel Temistocle in esilio
792  che la Grecia salv dal gran naufraggio;
        n bast lo sbandirlo a pien concilio,
     ch lasci contro a lui trattar la satira
795  a un poeta che allora era il Lucilio.
        Colui che nel rispetto usato a Statira
     pi chiaro fu che in debellar le squadre
798  e i popoli domar dal Gange a l'Atira,
        quello, dich'io, cui l'opere leggiadre
     diro il titol di Grande, ardea di smania
801  se talvolta senta lodar suo padre.
        Da la perfidia tua spinto ad insania,
     Palamede, il gran saggio, a i pi congiunti
804  tese di tradimento iniqua pania;
        Neron, che tutti avea d'infame i punti,
     quanti fece ammazzar perch le gorge
807  ragliavan pi di lui su i contrapunti?
        Chi con occhio linceo l'istoria scorge,
     che nel Peloponesso ognun s'armasse
810  per tua sola caggion, chiaro s'accorge.
        Tiberio esili colui che trasse
     l'atrio avvallato fuor del suolo instabile
813  senza che parte alcuna in lui guastasse;
        ma qui non termin l'odio esecrabile,
     poich uccider lo fe' quando il cristallo
816  rese affatto nervoso e malleabile.
        Per invidia Adrian fe' s gran fallo
     che il ponte demol che il fren romano
819  impose a l'Istro e lo tenea vassallo;
        anzi, a i Parti don, l'invido insano,
     tante province acci che s'obliassi
822  che l'avea soggiogate il gran Traiano;
        molti uomini da lui di varie classi,
     chiari in arte o in saper, furono oppressi
825  perch nessuno a paragon gli andassi.
        Caligola ordin che si togliessi
     a i Manlii la collana, a i Quinzii il crine
828  e ch'il Grande a Pompeo pi non si dessi;
        fe' dell'anime illustri e pellegrine
     romper le statue, e si dolea ch'in terra
831  incend non seguian, stragi e rovine.
        L'empia malignit che in te si serra
     fe' da la patria uscir Scipio e Pompeo
834  per evitar del tuo furor la guerra;
        visse in Lesbo per gi Timoto,
     Conone in Cipro et in Egitto Cabria,
837  in Tracia Esulio and, Care in Sigeo;
        del tuo crudo furor preda in Calabria
     Pittagora cadeo, che meritava
840  quanti allori giammai vide il Solabria;
        la propria man vittoriosa e brava
     in se stesso volt gi Diosippo
843  per sottrarsi al livor che l'accusava;
        ben ch'in mezzo al comando ognun sia lippo,
     per non esporsi a te lasci Cartago,
846  vinti ch'ebbe i Romani, il gran Santippo.
        Perch'ebbe invidia a l'uom, l'angel pi vago
     precipit dal cielo, e 'l sole esangue
849  vide spirto s bel cangiarsi in drago;
        ei per invidia poi mutato in angue
     Eva deluse e misero preludio
852  fu d'Adamo il sudor, d'Abelle il sangue;
        e quindi per tuo mezzo e per tuo studio
     empiamente schernita e velipesa
855  l'Innocenza con l'uom fece il repudio.

INVIDIA
        Tu narri ci che pu recarmi offesa,
     ma non dici qual gloria al ciel congiunse
858  l'eccelse menti ov'io mi sono appresa.
        Tucidide per me tant'alto giunse,
     se d'Erodoto udendo i libri egregi
861  il mio nobile ardor l'alma li punse.
        Chi condusse Alesandro a tanti pregi
     se non la sola invidia, ond'ei s'accinse
864  del grand'Acchille ad emulare i fregi?
        Chi fu che a tante imprese indusse e spinse
     Cesare, se non l'astio il qual s forte
867  co i trionfi di Mario il cor gli strinse?
        Di Temistocle il petto a l'opre accorte
     co i trofei di Milciade io fui che mossi,
870  ch son gl'impulsi miei d'onor le scorte.

AUTORE
        Menti, mostro plebeo! Da te non puossi
     amar Virtude, e la tua rabbia amara
873  sempre ha i gesti di lei turbati e scossi.
        Emulazione illustre e nobil gara
     fu di quei grandi eroi: l'alme non rende
876  prodighe di sudor l'Invidia avara.
        Non si cangiano i nomi: il sol che splende
     tenebre non apporta; il ben che giova
879  non fu mai figlio di cagion ch'offende.
        Cosa alcuna da te mai non s'approva,
     anzi il tutto da te s'accusa e danna
882  e per nuocere altrui fassi ogni prova.
        Ma non sempre del Vero i raggi appanna
     l'atro vapor che la tua frode esala
885  e non inganna il ciel, se l'uomo inganna;
        poich, a le frodi tue troncata ogn'ala,
     sei di forze non sol debili e nulle,
888  ma spesso a la Virt servi da scala:
        chiaro Alcide per te fu ne le culle
     e di lo scettro a Costantino e a Davide
891  di Massimian l'invidia e di Saulle.
        Vide un lago una volta ardite e impavide
     salir le nubi ad oscurar le stelle,
894  di piogge e di tempeste onuste e gravide;
        ond'egli, ch'era pauroso e imbelle,
     si pisci sotto e i suoi timori acuti
897  cos narrava a i nicchi et a l'arselle:
        - Ohim, che furia  questa? Il ciel m'aiuti!
     Son briache le nuvole e mi vengono
900  sul viso a vomitar gli umor beti?
        Che s che l'acque mie torbe divengono?
     E fugir mi vedr sino a le rane
903  s'a questa volta la lor via mantengono. -
        Queste sue voci timorose e strane
     il lago non fen, che l'acque accolte
906  versro addosso a lui le nubi insane;
        cadean le piogge impetuose e folte,
     ond'ei, gonfio e cresciuto al gran diluvio,
909  credea del ciel le cataratte sciolte.
        Qual trabocca l'ardor fuor del Vesuvio,
     tale il lago vers fuor de le sponde
912  che ritenuto non l'avra Vitruvio;
        ei tra rive pi larghe e pi profonde
     scorrea, perduto il suo timore inutile,
915  signor de la campagna e ricco d'onde;
        quindi, con voci non distinte e mutile
     per la gran gioia, a se medesmo disse:
918  - Pazzo, io temea quel ch'a la fin m'er'utile! -
        Tale appunto  Virt: l'invide risse
     crescer la fanno e superar le rive
921  che a lei forse l'applauso avra prefisse.
        Dieron di pin, d'allor, d'appio e d'olive
     quattrocento corone insigni e note
924  di Teagene al crin le feste argive.
        Il valor di costui cotanto puote
     ch'ebbe in Taso una statua illustre e degna,
927  la qual fu del livor fomento e cote,
        ch, morto il grande atleta, un'alma indegna
     flagellava ogni notte a pi non posso
930  quella statua, d'onor premio et insegna;
        e dur tanto ch'a la fin commosso
     fu ad ira il bronzo istesso, onde una notte
933  l'invido uccise con cadergli addosso.
        Le leggi di Dracon, quivi incorrotte,
     condennaron la statua e fu sommersa
936  ne l'onde de l'Egeo spumose e rotte;
        d'allora in poi sterilit perversa
     afflisse i Tasii e, fin che stette in fondo
939  la statua, crebbe la penuria avversa;
        quindi, tirata fuor del mar profondo
     per consiglio d'Apollo, applausi immensi
942  et onori divini ebbe nel mondo.
        Invidia, non va mai come tu pensi,
     ch quando la Virt premi e soffghi
945  le risorgon di nuovo altari e incensi.
        Legge di Salamina, or ch'io t'invochi
      forza. Il suolo altrui guastano i porci
948  e van co' denti interi in tutti i luochi.
        Invidia, che tu fussi uguale a i sorci,
     rodendo il tutto, fra un mal felice,
951  ma tu l'onor con la calunnia accorci;
        onde Medio dicea che, se pur lice
     de la calunnia risanar la piaga,
954  non se ne va giammai la cicatrice.
        Tearida arrotando un d la daga
     con parole asser vere et argute
957  che pi del ferro la calunnia impiaga.
        Roma, tu 'l sai, che poco fa vedute
     l'esequie hai di quel<l'>uom cui la tragedia
960  di con tragico fin calunnie acute.
        Oggi prencipe alcun pi non rimedia
     a tanta infamit: l'Italia cade
963  fatta a i calunniatori albergo e sedia.
        Caronda li mand per la citade
     cinti di mirto, e 'l popolo compagno
966  co i torsi li segua per le contrade;
        proib loro Atene il fuoco e 'l bagno
     et il commercio, e in guisa tal trattolli
969  che stimavan la forca un gran guadagno;
        Roma col foco gi contrasegnolli,
     come fassi a i barili a la vendemmia,
972  e in fronte li merc con certi bolli.
        Torna, torna nel mondo, o legge remmia,
     or che per tutto la Calunnia ingiusta
975  calpesta i buoni e le Virt bestemmia:
        la Giustizia per lei non  pi giusta,
     ch non ci resta pi memoria od orma
978  o di berlina o d'asino o di frusta.
        Ma che! Vigili il cielo e 'l mondo dorma:
     con i marmi che porta in Grecia il Perso
981  di Nemesi la statua al fin si forma.

        Cos dicevo, e nel furore immerso
     pur la segua; ma prorompendo in gemito
984  l'Invidia alz di pianto orribil verso;
        riempiendo il ciel di strida e fremito
     squarciossi il crine e 'l volto e poi disparve
987  et io desto restai, ma pien di tremito.
        Or, confrontando le vedute larve
     con gli accidenti miei, conosco e trovo
990  che fu mera vision ci che m'apparve.
        Quanti contro di me sostgno e provo
     di maligno livore iniqui inganni!
993  e ne sorge ogni d qualcun di nuovo!
        S che, de' sogni sotto il velo e i panni,
     spesso la verit vi sta racchiusa,
996  massime di disastri e di malanni.
        Per adesso a costor componi, o Musa,
     un sciroppo rosato, il qual prepari
999  quella malignit ch'in loro  chiusa;
        e intanto da' tuoi versi il mondo impari
     che son l'insidie lor misteriose:
100  quando umanar si vogliono i somari
        necessario  che dian morso a le rose.





SATIRA SESTA

[LA BABILONIA]

TIRRENO Et ERGASTO



TIRRENO
        Ecco l'Alba che torna in braccio a Fosforo
     e del mio vano affaticar si ride,
3    e un pesce sol non trovara nel Bosforo.
        Ite a le forche omai, trapole infide,
     nasse, gorre, bilance, ami e tramagli:
6    ad ogn'altro che a me la sorte arride.
        Adulatori rei de' miei travagli,
     vi spezzo e vi calpesto; all'aure, a l'onde
9    rimanetevi qui scherzi e bersagli;
        e voi, bugiarde e lusinghiere sponde,
     lungi, lungi da me gtene in bando,
12   de le speranze mie Scille profonde!

ERGASTO
        Ferma, ehil, pescator: se vai gettando
     gl'istromenti cos del tuo mestiero,
15   per l'avenir tu pescherai notando.
        Qual doglia, qual pazzia, qual dio severo
     ti sconvolge la mente, appanna i lumi
18   e i pesci ti trasporta entro il pensiero?

TIRRENO
        Solo per me sono infecondi i fiumi,
     gli stagni e i mari, e per lo mio cordoglio
21   non han occhi le sfere, orecch i numi;
        lusingarmi di nuovo io pi non voglio:
     chi infelice mi vuol ride a i miei lai,
24   chi giovar mi potra senso ha di scoglio.
        Stelle fisse per me solo ne' guai,
     Genio intento a ferir, mani severe
27   diede a la vostra luce, acuti i rai;
        et avete l s ne l'ampie sfere
     (forza  pur che a' miei danni oggi il ridica)
30   per la gran ferit volti di fre.
        Lo sapete ben voi, sensa ch'io il dica,
     se ne l'andar precipitoso al senio
33   sotto gli occhi mi muore ogni fatica.
        Perde la sua virt meco l'ellenio,
     n l'eufrosino mai, che gaudio accresce,
36   ebbe valor di rallegrarmi il genio;
        sian pure in Cancro, Scorpione o Pesce
     i segni a favor mio l s ne l'etra,
39   il mestier del pescar non mi riesce;
        rito licio a mio pro nulla m'impetra,
     sacrificio tinneo non  possente
42   de la sventura mia franger la pietra.
        Un giorno sol non m'appar ridente:
     dov'io sto, dond'io parto, ov'io mi volgo
45   trovo materia a divenir dolente;
        destinato a penare, in me raccolgo
     tutte de l'astio le bevande amare
48   sol perch'anima e cor non ho da volgo.
        Voi non mi conoscete, o genti avare:
     fo il pescator, ma il genio mio sarebbe
51   di far altri pescar, non io pescare;
        pi d'un Zoilo i miei gesti incensarebbe,
     se risplendesse a me meglior ventura,
54   e l'Invidia latrar non s'udirebbe.
        Or che fate l s, voi che la cura
     di dispensarci avete e pene e premii,
57   e governate il fato e la natura?
        Come accordate s diversi estremi,
     che il giusto mai non abbia aura gioconda
60   e che mai del gastigo il reo non tremi?
        Come soffrire di veder l'immonda
     setta del Vizio andar fastosa e impune,
63   e colonie fondar per ogni sponda?
        Come a vista del ben languir digiune
     l'anime grandi, e in man de' parasiti
66   la copia rovesciar de le fortune?
        Restano i buoni in osservar storditi
     su le Danae grondar nembi di gioia
69   e atterar Giobbi e folgorar stelliti;
        verrebbe a i sassi di sgridar la foia:
     mormora un Citarella e s'arrecchisce,
72   il Franco appena parla e d nel boia;
        e v'adirate poi s'inlanguidisce
     di voi la stima: ah, a ragion per tutto
75   l'uom le vostr'opre critica e schernisce!
        Sol de' travagli miei, sol del mio lutto
     la vostra rabbia s'alimenta e pasce,
78   n vuol veder di mia costanza il frutto;
        intervallo non hanno in me l'ambasce,
     e, fatte eterne le mie doglie intense,
81   nato appena, un favor mi muore in fasce;
        sempre il vostro furor tardi si spense,
     e le piaghe a saldar di mie disgrazie
84   altro ci vuol che dittamo cretense!
        Quando, quando sar che paghe e sazie
     d'odio vi vegga, e pria del mio fertro
87   mi secndino un d fide le Grazie?
        L'aver sortito un volto austero e tetro
     da la comune simpatia m'ha tolto
90   e il libero parlar mi tiene in dietro;
        non ti doler<e> pi, Focion, del volto
     brboro, ch del pari andar possiamo
93   e in disgrazia simle anch'io so' avolto.
        Par che del seme io sol non sia d'Adamo,
     se de l'empio Saturno infausto e pigro,
96   di tutti i mali suoi sembro il richiamo.
        Io non so come in gel non mi trasmigro
     ne l'osservar che questo fiume ancora
99   fatt' per me l'Asfaltide e l'Anigro.

ERGASTO
        Che borbotta costui? La luce indora
     gi de' monti le cime; ehil, fratello,
102    sorto il giorno e tu trasogni ancora?
        Qual grillo ti svolazza entro il cervello?
     Sei briaco, sei scemo o pazzo affatto,
105  che le reti cos mandi in bordello?
        Tu sospiri? tu taci? e stupefatto
     straluni gli occhi al ciel, batti il calcagno,
108  da i sensi insieme e da la mente astratto?

TIRRENO
        E chi sei tu che parli e del compagno
     vai spiando i secreti, e che s'aspetta
111  a te la mia disgrazia o 'l mio guadagno?

ERGASTO
        Io mi son un cui la pietade alletta
     a cercar la caggion de' tuoi deliri,
114  a consolar il duol di tua disdetta.
        Perch dunque il furor volgi e raggiri
     in chi nulla t'ascolta, e con gli ordigni
117  dell'esercizio tuo cos t'adiri?

TIRRENO
        Perch per mezzo lor gli astri maligni
     m'hanno fatto penare a i caldi, a i geli,
120  lungi da me torcendo i rai benigni;
        e non vi ch'io mi dolga e mi quereli,
     quando vi son pi pescator che pesci,
123  n vario sorte ancor ch'io var i cieli?
        Tu pretendi giovarmi e duol m'accresci,
     e se per uomo veritier mi stimi
126  bile a la bile mia tu agiungi e mesci.
        Che val ch'io sia de i pescator tra i primi,
     se, o che nasca o tramonti il dio di Carno,
129  la sorte mi convien seguir de gl'imi?
        Son tant'anni che pesco, e sempre indarno
     le reti et i sudor gettai ne' mari
132  de la schiava mia patria e in riva a l'Arno;
        abandonati poi quei lidi avari,
     qua venni a mendicar tanto di spazio
135  da collocar del mio tugurio i lari;
        ma la mia sorte rea, per magior strazio,
     ne le mani d'un satrapo mi pose
138  pari ne l'avarizia a quei del Lazio,
        e le maniere sue spilorce e esose
     a mie spese veder mi fro, e a prova,
141  che naso ei non avea da fiutar rose.
        Una fuga s lunga a che mi giova,
     s'ogni ciel contro me tempesta e freme,
144  s'una disgrazia qui l'altra mi cova?
        Ma gi che tanto l'altrui mal ti preme,
     perch la Sorte udir bramo da te
147  sia cos parzial di teste sceme.

ERGASTO
        Quest' un difficilissimo perch:
     nessun mai giunse a saper la caggione
150  perch tanto agli stolti amica egli .
        Ella sprezza ogni legge, ogni raggione,
     il male con il ben mesce e confonde
153  sensa guardare in faccia a le persone;
        son le cabale sue troppo profonde,
     e col saper di lei strano e fanatico
156  il nostro, fratel mio, non corrisponde.
        Veggio che di Babel tu non sei pratico,
     ch'altrimenti, per Dio, non ti drresti
159  dell'influir di questo ciel lunatico:
        che t'abbatta la Sorte e ti calpesti,
     d'esser uomo da bene, uomo onorato
162  sono argomenti chiari e manifesti.
        Ma s'io ti vegga un d ricco e beato
     pi di quanti fr mai sotto la luna,
165  dimmi il nome e la patria onde sei nato.

TIRRENO
        Di Partenope in seno ebbi la cuna,
     ma la sirena che m'accolse in grembo
168  non pot adormentar la mia fortuna.
        Dal mar che bagna a quelle spiagge il lembo
     di Tirreno ebbi il nome e, a quel ch'io veggio,
171  col nome ancor d'atre tempeste un nembo;
        e per mio crucio eterno e per mio peggio
     vidi nel suol nato stimar, proteggere
174  pi d'un uomo un cavallo di maneggio;
        aditarsi a viltade il bene eleggere
     e la bagiana sua sc<h>iatta pi nobile
177  aver vergogna d'imparare a leggere;
        chiamar pedestre e conendar d'ignobile
     chi non  de' suoi seggi e suoi capitoli;
180  e s'io mentisco il ciel mi renda immobile.
        Svolga chi non mel crede i suoi gomitoli:
     sempre il lor genio trover disposto
183  sfrappare a rub i principati e i titoli;
        dal detto universal non mi discosto:
     utri son pien di vento e ad ogni vista
186  nazion di gran fumo e poco arrosto,
        e altero nome sol ci vanta e acquista
     chi pi d'aspide ha il cor gonfio di boria
189  e chi pi morti e bastonati ha in lista.
        Patria serva dei servi e che si gloria
     del giogo vil che strascinando va,
192  odioso oggetto de la mia memoria,
        io non voglio tradir la verit:
     resa s' presso ognun ridicolosa
195  per la soverchia sua credulit.
        De l'italico Omer la gloriosa
     cuna venero anch'io, e a quella appresso
198  di Sincero e Filen l'urna famosa;
        ma a chi piacer pu mai mirar l'eccesso
     de le sue tante vanitadi e abusi,
201  dal nobile il plebeo svenato e oppresso?
        E se vanta i Cantelmi e i Terracusi
     gli avoli al par de' Scipioni e Mar,
204  quai dagli encom miei non vanno esclusi,
        per Dio, che nutre ancor di temerar
     un numero infenito in contrapeso,
207  una scuola di ladri e di sicar;
        onde, da giusto sdegno et odio acceso,
     la rinunzio per sempre e pi non curo
210  fra i citadini suoi esser compreso.
        Cos voglio, prometto e cos giuro;
     per tutt' Idio, n pu mancar sollievo
213  a chi la libertade ha per Arturo.
        A chi nulla mi diede io nulla devo;
     lascio ad altri gustar le simpatie
216  del Pausillipo suo, del suo Vesevo;
        cercher fuor di lei le glorie mie
     e lontan dalle sue maggiche arene
219  rintracciar di Stilpon spero le vie;
        son sordo a i vezzi de le sue sirene,
     schivo e aborro i suoi gesti, odio il suo nome;
222  trova patria per tutto un uom da bene.
        E tu chi sei, come t'appelli e come 
     vivi in questo paese, ove si fanno,
225  pria che candido il cor, bianche le chiome?

ERGASTO
        Io qui nacqui in Babelle; un lungo inganno
     schiavo mi rese, e condendommi in corte
228  la speme infida et il deso tiranno;
        et in quella prigion tenace e forte
     piansi pi d'una volta; ivi imparai
231  con la pazienza a disprezzar la sorte.
        A un calf servendo in me provai
     che il Premio ha l'ali e che per la Fede,
234  ch'ha la catena al pi, nol giunge mai;
        ma, spesa in vano in aspettar mercede
     la verde et, dell'ambizione estinta
237  il pentimento al fin s' fatto erede.
        Cos, dal duol gi superata e vinta
     la sofferenza mia, lasciai la reggia
240  e la grandezza sua bugiarda e finta.
        L s che si calpesta e si dileggia
     l'avvelita bontade e sol s'apprezza
243  chi sul volto mentito il cor falseggia;
        se tu vedessi un d con qual fierezza
     col scherzi Fortuna, a f che poi
246  ti dorresti di lei con meno asprezza.

TIRRENO
        Chi va cercando sol prem d'eroi
     per sentieri s duri  ben che peni:
249  il callo del deso chiama i rasoi.
        Ma perch in me sfogar tutti i veleni,
     tutti gli influssi atroci il ciel villano,
252  se di modestia umle i voti ho pieni?
        Altro io non chiesi mai che viver sano,
     e ne giubila il cor, n mi vergogno
255  di guadagnarmi il pan di propria mano;
        a golosi bocconi io non agogno:
     chi va con fame a mensa e stanco a letto
258  di piume e di savor non ha bisogno.
        Del mio genio il magior studio e diletto
     seguir l'orme di pochi, e a tutto studio
261  che mi si legga al volto il cor ch'ho in petto.
        So ch'ogni influsso reo lieto ha il preludio,
     ma non deve temer Sorte indiscreta
264  chi con l'ambizion fatto ha il repudio;
        e se Cecubo, Chio, Mettinna o Creta
     non calca le vendemie al mio becchiere,
267  l'onda pura del rio nesun mi vieta.
        Domo gli affetti miei, cerco tenere
     sogetto a la ragion senso che freme,
270  n fo passo magior del mio potere;
        donde pullula il mal spegnerne il seme,
     contro l'armi del vizio esser gagliardo
273  e in cose certe radicar la speme.
        Negli eventi futuri io fisso il guardo,
     ch nulla giova il rallentar la corda
276  quando l'arco di gi scoccato ha il dardo;
        vinco del posseder la voglia ingorda
     col pensare a' Sichei, e a ogn'or mi sforzo
279  sbandir da me ci che dal ver discorda;
        col contentarmi ogni disastro ammorzo
     e se sventure mai scorgo da lunge
282  virt di sofferenza al cor rinforzo.
        So ben che solo a quel palpita e punge
     il core, e mena i d foschi e tremanti,
285  che desa d'esser ricco e non vi giunge;
        odo i detti ben io de' Crati e Bianti,
     che chi naviga il mar de le ricchezze
288  porto non ha che di sospiri e pianti.
        Di cieca frenesia son debolezze,
     fallaci sogni d'animo imprudente,
291  cercar dove non son le contentezze:
        quando di troppo umor gonfio  il torrente
     torbide ha sempre l'onde. Io, per recidere
294  le tempeste del cor, medito il niente;
        dal gran savio d'Abedra imparo a ridere,
     apprendo da Chilone il parlar poco
297  e m'insegna Anacarsi il fasto uccidere,
        Bion che l'uom de la Fortuna  un gioco,
     e a far che mai gloria mortal mi dmini
300  mi figuro il sepolcro in ogni luoco.
        D'altro non prego i dei, n chieggo a gli uomini
     che smaltir le mie merci, e a tale istanza
303  forz' che in vano e gli uni e gli altri io nomini;
        tanto solo deso quanto a bastanza
     serve al bisogno, e questo fiume infame
306  porta delusa al mar la mia speranza.
        E pur qui tanti, sorti dal letame,
     del putrefatto Vizio orridi vermi,
309  esche ci han trove da saziar lor brame.
        Quanti approdar io ci ho veduti, inermi
     pescator di ranocchie, anguille e sarpe,
312  tramutarci in corule i palischermi!
        E quanti (o Dio!) senza camicia e scarpe
     port qui il fato, e di Ramnusia a scorno
315  oggi manciano a suon di cetre e d'arpe!
        Infeniti fr quei che ci pescrno
     l'obolo di Pasete e 'l pesce lope,
318  l'anel di Gigge e d'Amaltea il corno;
        e quanti al par del sposo di Penelope
     Nausitea c'incontrro, e ne l'Eufrate
321  pi che nel mar d'Euboa l'osso di Pelope!
        Cento e mille aditar potrei barcate
     de Vatin e Nevei, ciurme da scrocchi,
324  che ci fr grasse pesche e sbardellate;
        quante volte vorrei non aver occhi
     per non mirar s spesso in questo suolo
327  in numi tramutar zecche e pidocchi!
        Li sai ben tu quei che sbalzro a volo
     da la cucina al soglio, e da la scopa
330  giunsero a star di porporati al ruolo.
        Credea fragilit solo d'Europa
     prezzar canaglia, ma qui ancor ridendo
333  trovono incensi e Celicone e Iopa;
        e, ad onta ognor del mio destin tremendo,
     quanti vie pi di Galba e Timoto
336  vi pescano la sorte anco dormendo!
        Tealdo il sa e sallo un Gadareo,
     sprovvisti d'aura, onor, senno e biscotto,
339  quanto fido fu a lor questo Origeo.
        Per queste rive sol empion di botto
     i gezzi le cerigne, e sensa oltraggi
342  vi tresca un Dinia e sguazza un Scariotto;
        e con smania de' giusti e oror de' saggi
     e a scherno de le lagrime ch'io spargo
345  riserbati vivai ci hanno i malvaggi;
        e sensa (oh quanti!) la gran nave d'Argo
     ci vantan l'aureo vello, e a braccia aperte
348  baciano ognor di questo fiume il margo;
        e, esenti d'indagar zone deserte,
     premendo lattee vie ci hanno trovato
351  de' Colombi e Cortesi Indie pi certe.
        Quanti, oh quanti quest'occhi hanno osservato
     buttarci esca di viz e trarne il bene,
354  con ami d'impiet pescarci il Fato!

ERGASTO
        Figliol, questo  l'Eufrate: onuste e piene
     sol ne cavan le reti i pi vigliacchi,
357  un uomo ben composto ara l'arene;
        qui gli Epialdi, i Ballioni e i Cacchi
     fan sempre vaste e smisurate prese,
360  e del pesce pi grosso empiono i sacchi.
        Ma quant' che lasciasti il tuo paese
     e che volgesti a Babilonia il passo,
363  a respirar di lei l'aura scortese?

TIRRENO
        Sono sei lustri omai che, stanco e lasso,
     su questo fiume perfido e mendace
366  quasi l'ira e dolor m'han fatto un sasso.

ERGASTO
        Fratello, io mi stupisco e mi dispiace
     che in tanti anni che qui prattichi e peschi
369  non ti sii fatto a spese altrui sagace;
        insegnar ti dovean gli esempii freschi,
     sensa cercar le cose arrugginite,
372  di questo clima i modi arcifurbeschi.
        Piovano a i porci qui le margarite,
     e in tutti i tempi gli uomini megliori
375  ci hanno col pane una continua lite:
        come Tantalo a i pomi e Mida a gli ori
     stassi qui la Virtude, e 'l Vizio adopra
378  ad ogni suo voler grazie e tesori;
        onde se a voglia tua volger sosopra
     brami quest'acque e da te mai discorde,
381  metti l'indegnit ne l'ami in opra.

TIRRENO
        Tu mi giungi a toccar su certe corde
     ch'a la lingua venir fanno il sollettico
384  e 'l prorito del dir m'irrita e morde.
        Ma che! Non oso in questo cielo eretico
     narrar ci ch'osservai. Tacer bisogna,
387  e roda il freno il mio cervel bisbetico.

ERGASTO
        Qual sospetto t'arresta e qual vergogna?
     Quasi che in te la libert nata
390  ugne non abbia da gratar la rogna.

TIRRENO
        Il dire il vero al precepizio  via
     e in questo suol tra due che parlin soli
393   per necessit sempre una spia.

ERGASTO
        Con questa libert tu mi consoli;
     ma non temer di me, sfgati pure,
396  e s'io t'inganno Appollo il d m'involi.
        Assai meglio che a te l'empie sozzure
     di questo lazzeretto a me son note,
399  che so gli scoli e le sue fogne impure.
        All'offesa bont lo sdegno  cote,
     dunque a gara con me sl rgati e parla,
402  ch l'impazienza omai m'accende e scote;
        chiuso verme di doglia il core intarla,
     e son due cose che non pnno unirsi
405  aver la fiamma in seno et occultarla.

TIRRENO
        Faccia il ciel ci che vuol, gi sento aprirsi
     al supito furor l'uscita e 'l varco,
408  e 'l fervido deso sferzano i tirsi.
        So che l'Eufrate non sara s parco
     n sentira di povert l'ingiuria
411  s'adular sapess'io come Annassarco;
        so che di prem non avra penuria
     se con Ambrio scrivessi o con Assellio
414  de' pi ghiotti bocconi una centuria;
        s'io fussi un bevitor pari a Novellio
     meco i Tiber non saran s sordi,
417  o se in pittura io diventassi Arrellio;
        quanti vedresti seguitarmi ingordi
     et incontrar per me pi d'un cimurro,
420  s'io parlassi d'infamie e di bagordi!
        Sentiresti, s'io fussi, altro susurro,
     nato come Orion di piscio o sterco,
423  e eroe sara de lo stellato azzurro.
        Perch rito non so spintrio e luperco,
     ogni promessa si risolve in ciancia
426  et urto in quel ch'aborro e che non cerco;
        potrei trre ad Astrea stocco e bilancia
     se rimirasse in me la curia e 'l foro
429  schiena larga, gran naso o bella guancia.
        Tant', la vo' pur dir: s'io fussi un Sporo,
     chi per non mi giovar tace o scilingua
432  de' lieti mi porra nel primo coro;
        e chi non vuol ch'io mi sollevi e impingua,
     s'io consentisse a far la parte goffa,
435  impieghera per me pi d'una lingua.
        Fola non  d'Arlotto o di Marcoffa:
     ai giorni miei pi d'un bel detto ha vanto
438   un peto, un rutto, una correggia o sloffa.
        Vta ho la borsa e lacerato il manto
     perch mai Bablo ad imitar mi diedi,
441  perch ballar non so con Cleofanto.
        Signor, che il tutto sai, che il tutto vedi,
     e che giov porre nel capo il senno
444  se studian questi ad erudire i piedi?
        Perch nauseo obedir de' tristi il cenno
     non mi passa il favor oltre la buccia
447  e ali per volar mai non impenno.
        Con tappeto in fenestra e la bertuccia
     potrei giungere a stare in un baleno,
450  s'io fussi Burrattino o Scaramuccia:
        a questi tali amica sorte in seno
     stilla elesir di nttere e di manna
453  a chiusi occhi, a man piene, a ciel sereno;
        guida le reti sol, reggi la canna
     a ceffi da galea, schiuma d'ergasti,
456  avanzumi di chiasso o di capanna.
        Numi, se tutte le fortune e i fasti
     voi cos dispensate, anch'io m'annovero
459  di Democle e di Damasi a i contrasti!
        Chi vi pu contemplar senza rimprovero?
     O sia fame o sia peste o sia la guerra
462  sempre l'ira di voi sfoga sul povero.
        Chi non esclamera sin di sotterra
     veder gente da zappa e da procoi
465  regger gli scettri e dominar la terra?
        Son di Circe, o Babel, gli incanti tuoi:
     quella diede a gli eroi forma di porci
468  et a' porci tu dai forma d'eroi;
        le leggi del dover profani e torci
     mentre a i gradi sublimi e trionfali
471  chiami i gen pi vili e pi spilorci.
        Conosco ben sue simpatie fatali
     di confettare e di candir gli stronzi,
474  d'imbalsamare il fango e gli stivali;
        ch'ama grugnacci, a effigiar ne' bronzi,
     da ritrar ne' boccali, e in aurei carmi
477  cantar somari et erger pire a' gonzi;
        e, ad onta de le lettere e de l'armi,
     di barbieri, casciari e schiumabrodi
480  i nomi scorgerai scritti ne' marmi.
        Licurgo, or dove sei, tu che le lodi
     sol de gli eroi a quei fsti plausibili
483  che furon per la patria arditi e prodi?
        Ma tra tutti i costumi indegni e orribili,
     che fugir mi farian di l da i Mauri,
486   che resi si sono incorreggibili.
        Veder lubrchi duellar co i tauri,
     le cicale sfidare i rosignuoli
489  e star le zucche e tu per tu co i lauri;
        nulla cedere a i cedri i cetriuoli
     e con l'aquile eccelse e gloriose
492  concorrere gli alocchi e gli assiuoli;
        le malve e ortiche conculcar le rose
     et a man dritta gli asini da stanga
495  de' Baiardi a le razze generose;
        tutto giorno sentir la sporca fanga
     milantar di candore, e incensi et archi
498  a fronte de le clave ambir la vanga;
        de' Polignoti al par gir gli Agatarchi,
     co i Ciri i Calvisii smemmorati,
501  con le clamidi in riga i saltambanchi.

ERGASTO
        A pi di questi colli e in seno a i prati
     da stronzi muffi, da ciabatte e stracci
504  nascono al par de' funghi i prencipati;
        e quest' la caggion che se l'allacci
     la mondezza che il Fato alza e solleva,
507  e ch'una ciurma vil tanto la spacci.
        Convien ch'a mio dispetto io me la beva:
     talun vassene a letto un Tata Ianni
510  e la matina un principe si leva;
        or come pu saper un barbagianni,
     ch'appena governar potra la stalla,
513  librare il bene et evitare i danni?
        Quando vi penso il capo mi traballa:
     la feccia, che dovrebbe andare a basso,
516  in quest'acque, per Dio, vien sempre a galla.
        Del destino mi dolgo a ciascun passo:
     d'affamati avoltoi darci in governo
519  sensa adoprarvi mai squadra o compasso!
        Di quest'avide Arpie figlie d'Averno,
     divenuto il danaro unico nume,
522  diventiamo ancor noi ludibrio e scherno.
        Indarno a questo suol turcido fiume
     porta fecondit, se l'inumane
525  razze ci fan manciare il fracidume;
        a che poscia cercar con arti strane
     come la peste generossi e dove,
528  se l'origine sua 'ntrisa  nel pane?
        E pur dormono i dei e in mano a Giove
     strali non porta pi l'augel ferino,
531  n pi l'armata destra Astrea non move.
        Cos di questo secolo meschino
     ricorderan per prencipi gli inchiostri
534  pi d'un Ermone e pi d'un Bertoldino.

TIRRENO
        Siamo insomma infelici. I tempi nostri
     non producono eroi come i vetusti,
537  la vergogna arrossir oggi fa gli ostri;
        colma  l'etade mia sol di Procusti
     e per le cetre de' Virgil e Omeri
540  vta  d'Achilli e sterile d'Augusti.
        Cerca pur quanto sai liti stranieri:
     non ha il mondo Alesandri, e sto per dire
543  che pi semi d'eroi non han gli imperii.
        Lungo tempo  che tenta il mio desire
     d'incontrarsi in un cor degno d'elettro
546  per favellar di lui pria di morire;
        ch, ben ch'io sembri d'un Teon lo spettro,
     saprei da Grazie travestir l'Erinni
549  e de le reti al par trattare il plettro,
        e per le vie de' Pindari e Corinni
     pi d'un nome ardirei vago di laude
552  forse eternar col balsamo degli inni.
        Gastighi il ciel labro ch'adula e applaude
     talor per prezzo un'animaccia enorme,
555  ingrandita dal caso o da la fraude;
        pria morirei che mai seguir tal orme:
     sol per gli spirti immaculati e grandi
558  ho lodi, e a un schietto cor lingua conforme.
        Quanti aditati son per memorandi
     uomini, a i tempi miei perversi e indegni,
561  che per l'infamie sol son ammirandi!
        E quanti io vidi, in apparenza degni
     d'aurei diademi e celebri in eccesso,
564  che inalzati a imperar non diro a i segni!

ERGASTO
        Calza giusto a proposito il sucesso
     de gli Efesini, i quali a loro costo
567  questo gran vero un d videro espresso.
        Fu dal senato loro un d proposto
     di far ne la citade un tal colosso
570  che in eminente sito andava esposto.
        Ci messe lo scultor l'arco de l'osso,
     in guisa tal che in pubblico e in disparte
573  da tutti era lodato a pi non posso,
        ch, osservata la statua a parte a parte,
     dal grido universal rest concluso
576  ch'ell'era il mostro e lo stupor dell'arte.
        Ma quando alzossi il gran colosso in suso
     svan la perfezzione e la bellezza,
579  e 'l concetto comun rest deluso:
        la lisciatura sua, la morbidezza,
     la troppa finitura e deligenza
582  cangi in difetto la soverchia altezza.
        Il non far distinzion n differenza
     dal pubblico al privato  buassaggine;
585  remora de' balordi  l'apparenza,
        ch del giudizio uman la dapocaggine
     talor sbalza a l'in s certi margutti
588  che, giunti che vi son, danno in seccaggine;
        et  proverbio omai bocca de' putti:
     ben ch'infeniti a dominar s'accingono,
591  del principe il mestier non  da tutti.
        Quind' che i nomi lor non mi lusingono:
     son gli eroi di Babel pari a i cipressi,
594  quanto pi vanno in s pi si ristringono.
        Forz' ch'ognun la verit confessi:
     a chi non diede il ciel genio signore
597  in tutti i stati gli vedrai gli istessi.
        Chi fia quel<l>'Argo a cui darebbe il core
     mostrarmi un Tito in questi tempi infetti?
600  Qual, posto in alto, divent migliore?
        Gran sciocchezza  fidarsi in belli aspetti:
     i prencipi son simili a i melloni,
603  molti i sciapiti son, pochi i perfetti;
        e spesso quei che ' noi sembran Soloni
     han manco testa che non hanno i spilli,
606  somari con le pelli di leoni.
        Io non mi vo' scompor con urli e strilli:
     quanti potrei farti veder, convincere
609  che passan per diamanti e son berilli!
        Ma ritorniamo a noi. Saper ben fingere
     qui si stima virt; fede e modestia
612  in alto mai non ti potranno spingere.
        S'avrai manco de l'uom, pi de la bestia
     le stelle teco non faran da talpe
615  e diverratti gioia ogni molestia;
        varcher la tua barca Abila e Calpe
     se l'arti avrai di Panfila vegliarda
618  o se il secreto insegnerai di Salpe;
        se tu avessi per sposa una bastarda
     di qualche sacerdote in Babilonia,
621  teco la sorte non sara infingarda.
        Io non so gli usi de la vostra Ausonia:
     se i libri qui averai d'Astianassa
624  pesca ci incontrerai pi che sidonia;
        d'altro che lasche colmerai la nassa
     se ti d il cor per l'usciolin secreto
627  condurci or la sgualdrina or la bardassa,
        ch pi d'ogn'altro  qui felice e lieto
     chi le vie del bordello e i limitari
630  da fanciullo impar per alfabeto;
        e mostrar ti potrei ne' lupanari
     de' satrapi i ritratti, e i signorazzi
633  fatti del chiasso i numi tutelari;
        cinto  ognor da corteggi e da codazzi
     chi musica ha la moglie o le sorelle,
636  ch la Fortuna anch'essa ama i sollazzi.
        N quest'uso  piovuto or da le stelle:
     il metter sotto la consorte e i figli
639   costume antichissimo in Babelle.

TIRRENO
        Pi tosto che seguir s rei consigli
     per la fame mangiar mi vo' le polpe
642  e stentar fra gli affanni e tra i perigli.
        So che al mondo apparir fara le colpe
     vere e vive virt, chi congiungesse
645  col cuoio del leon quel de la volpe;
        e se 'l mio genio ad imitar si desse
     la seppia e 'l polpo, goderei quei comodi
648  che la mia lealt non mi concesse.

ERGASTO
        Chi desa non marcir servo a gli incomodi,
     a dir rosso il turchino e chiaro il fosco
651  convien che spesso la sua lingua accomodi;
        esser muto bisogna e sordo e losco,
     e chi genio non ha da far la scimia
654  lasci Babelle e si ritiri al bosco;
        qui non  del mentire arte pi esimia,
     del simular pi fertile semenza,
657  de l'adulazion pi certa alchmia.
        Finger bisogna il santo in apparenza,
     e col goffo ugualmente e con l'accorto
660  parlar sempre di cielo e di coscienza.
        Quanti vedrai col volto serio e smorto
     nel tempio, e sospirar senz'intervallo,
663  piangere e salmegiare a collo torto!
        Ma poi chi avesse di Mecillo il gallo
     con maniera mostrar vorrei pi valida
666  oh quanti, quanti de' Gnotoni in fallo!
        Faresti nel mirar la faccia palida
     pi d'un forte Sanson, d'un giusto Davide
669  arder per Bersabea, languir per Dalida;
        l'oppie zitelle o scostumate o gravide,
     e co i lor vezzi studiati e teneri
672  allacciar, traccolar l'alme pi impavide.
        Se oprassi anch'io come a Daniel le ceneri,
     quante ne' santuari orme di lamie
675  additar ti vorrei, d'Adoni e Veneri!
        E sensa arti trattar cumane o samie,
     far ti vorrei veder per i casini
678  dei modi del peccar l'ultime infamie.
        Se potessin parlare i carrozzini,
     le vigne, i letti, le chiavi e lanterne,
681  le scarpe de la notte, i berrettini,
        crdemi che le stufe e le taverne
     son manco indegne et in bordel si sfugge
684  quel che fan questi entro le stanze interne.
        Sia maladetto chi di qua non fugge,
     ch il soffrir  follia, non  virtute,
687  dove mendica la bont si strugge;
        e maledetta sia la servitute
     che il meglior dell'et logra e disperde
690  per sentier di nappelli e di cicute!
        Troppo di questo suol fallace  il verde,
     e con strazio immortal provo e discerno
693  che il seme in lui d'ogni valor si perde;
        troppo effimero ha il riso, e il duolo eterno,
     e di troppe male quest'aria  pregna,
696  e i vaghi Elisi suoi tempre han d'inferno,
        e sol quello ci danza e grazie segna
     che meglio Marco Nestore emolando
699  or questo, or quel di contrafar s'ingegna.
        <Qui> non mancan plebei che stan formando
     lettere sensa nome, in cui lo scredito
702  e l'innocenza altrui vassi infamando,
        n ad altro par che sia pi acceso e dedito
     oggi il maligno; ma, per Dio, bisogna
705  che sia pazzo o coglion chi li d credito.

TIRRENO
        E pur, chi se l'alaccia e chi si sogna
     di far figura un d pi che sovrana,
708  sdrucciolar l'ho veduto in questa fogna.

ERGASTO
        Si vedon pure in questa terra insana
     stolti giudizi, e in manti senator
711  pi d'una testa scemonita e vana.
        Son questi liti, amico, i dormentori
     dove sognano tanti ad occhi aperti
714  e de' cervei pi ardenti i purgatori,
        i laberinti de gli ingegni esperti,
      le lime, i corrosivi de le borse,
717  del pi de la prudenza i calli incerti.
        Lo sanno quei che queste rive han corse,
     se il voler qui pescare  van disegno
720  per chi da la virt l'orme non torse;
        chi furbesca non ha fugga l'impegno:
     pasta et esca ci vuol pi che melata,
723  ami d'or, aurea rete e doppio ingegno;
        et  cosa gi trita et osservata
     che mai v'emp di pescagion la zucca
726  gente di buona mente et onorata.
        Queste rive frugar non  da Giucca,
     e sappia pur chi di pescarci  vago
729  ch'artifizio ci vuol da volpe cucca:
        troppo a l'Ermo son pari e al Curio lago,
     e del Gallo assai pi strane e funeste
732  ha l'acque, e pesci euguali al Zimatago.
        Vanta l'Eufrate anch'ei le sue tempeste;
     del galantuom non  questo il Per,
735  n un vero amor mai quest'arene ha peste;
        e, bench noto sia oltre il Barg,
     resterei con gran scrupolo a non dirti
738  ch'un Gange  al vizio, un Lete a la virt.
        Tra i dirupi del Tanai ispidi ed irti
     v ttane pur, l nel paese scitico,
741  ch qui sol troverai vortici e sirti.
        In questo fiume chi non  politico
     non pensi di pigliarci una saracca:
744  a chi Proteo non , l'Eufrate  stitico;
        inoltre, molo al Nilo, il bue, la vacca
     ha per sue deit, gen s ingrati
747  che al merto mai non donarebbe un'acca;
        e questi lidi suoi sempre annebbiati
     altro non son che i fumi de' sospiri
750  d'un infenito stuol di sventurati.
        Nulla cur'io che contro me s'adiri
     questa cloaca vil del vituperio,
753  Cocito di schifezza e di deliri.
        A quanti qui, con barbaro improperio,
     quando l'ombra per tutto i vanni ha stesi,
756  questo fiume serv di cimiterio!
        Quanti segni di stupri e sozzi arnesi
     si lavano in quest'onde, e parti e aborti
759  di pesci in vece i pescator ci han presi!
        Quanti Pelori e Palinuri accorti
     si perdrno in quest'acque empie e tiranne,
762  e Tifi naufragro in questi porti!
        Di questi salci a l'ombre e de le canne
     trovan liet'esca i corvi, ambrosia e latte
765  le sporche anguille e a posta lor le manne;
        e smagrar sempre pi per queste fratte
     co i cigni al par l'aganippee sirocchie,
768  et ingrassarci sol rane e mignatte;
        e l'Olimpie, le Clerie e le Vannocchie,
     intente a mercantar palli e diademi,
771  ne' sacrar pescar con le conocchie;
        e ad inritar gli sdegni a i Menademi
     sfacciate andar per queste rive in giro
774  e la gloria avelir de i pi supremi;
        prenderci in men d'un lampo e d'un sospiro
     la troppo oggi adorata ipocresia
777  le porpore che gi smarrite ha Tiro.
        Vo' confessar la debolezza mia:
     ne l'osservar come si regga io tremo
780  di repubblica un misto e monarchia.
        Qui vedrai navigar con duolo estremo
     i saggi a la sentina, i scemi in poppa
783  et al timon chi star dovrebbe al remo;
        con l'umilt gir la iattanza in groppa
     e in maschera d'Elia bonzi e pira[a]ndri
786  servir di braccio a la buggia ch' zoppa;
        Claudi in sembianza andar d'Anasimandri,
     da pellicani e da pastori i lupi,
789  Fochi e Ruffin da Fab e d'Alesandri;
        e le truppe de i Didi, animi cupi,
     favellar da Catoni e oprar da Clodi,
792  milantar fedeltade e ordir dirupi.
        Ne l'osservar sento infiamarmi agli od
     d'Acabbi e de' Busir le descendenze
795  starvi senza timor de' Bruti e Armod;
        di stato la ragion scr le semenze
     de le carote e a man con l'interesse
798  piantarle sul terren de le coscienze;
        del bel tempio d'onor le vie dismesse,
     il fasto intento a fabricar carrozze,
801  chiuder scuole e licei, e oprir rimesse
        (e pur forza  ch'il soffra e che l'ingozze!);
     con i meriti altrui, con l'altrui robbe
804  star l'ignoranza in pappardelle e nozze;
        vi perdera la flemma insino a Giobbe:
     si niega al savio, al fido un tozzo, un straccio,
807  e a i Trufaldin votar le guardarobbe.
        Io non ho che un sol core e un sol mostaccio;
     delle forche i rifiuti i pi protervi
810  son quei che ci hanno il passo lungo e 'l braccio.
        Gl<i> abusi qui gi son trascorsi a i nervi:
     han manco foia i grandi de la Spagna
813  che in Babel gli artigiani, i sbirri e i servi.
        Questa, questa  l'idea de la Cuccagna,
     l'asilo de' Clearchi e d'Artimoni,
816  dove chi studia men pi ci guadagna;
        il lardellato ciel de' paniconi,
     donde a galla al butir vanno i tortelli
819  e sul cascio grattato i maccaroni;
        qui le civette cacano i mantelli,
     et insino a color che non han testa
822  piovono le tiare et i cappelli;
        qui raspa e canta con purpurea cresta
     chi bisogno avera del catechismo,
825  e dogmi e leggi a suo voler calpesta;
        e sotto un cielo infetto d'ateismo,
     cinti di gioglio il crine e il pi di socco,
828  rintraccia<r> d'Epoloni ogn'afforismo;
        e per voler d'un nume cieco e sciocco
     conferir grazie e fabricar decreti
831  con man grifagne e con cervei d'alocco;
        e deridendo scrupoli e devieti
     incensati incensar Lesbino e Taide,
834  adorati adorar Clisofi e Aleti;
        con presciti dettami e bocche laide
     sbandire et odiar lingua che cerca
837  ragionar di sepolcro o di Tebaide;
        e aver la grazia lor sempre noverca
     chi di ventre o brachetta ad ogni punto
840  di farli favellar non li ricerca.
        Giammai dal ver mi troverai disgiunto:
     la magior di costor facenda e impiccio
843  legger la Pippa e studiar Panunto;
        a narrartelo sol mi raccapriccio:
     metter, scordati de i lor tozzi antichi,
846  un patrimonio intero in un pasticcio,
        e in faccia de' languenti Iri mendichi
     l'innesto ritrovar del piccion-starna,
849  e pilottarlo poi coi beccafichi;
        quindi  ch'il duol sempre pi in me s'incarna:
     di petto di fagian far le salcicce
852  e girne poi con faccia austera e scarna;
        e con reti pi certe e pi massicce
     a stabelirsi una futura calma
855  chirografi pescar con le graticce;
        non aspirare ad altra gloria o palma
     che del sollazzo, e aver per ciancia e apologo
858  ci che doppo di noi sar de l'alma;
        e so, ben ch'io non sia n vate o astrologo,
     ch'ognun qui studia in deligenza eccedere
861  d'aver megliore il cuoco che il teologo.
        Bisogna, in somma, serrar gli occhi e cedere,
     e dir che quanto a Babilonia agrada
864  tutto a spese si fa del nostro credere;
        che qua si  trovo il ver sapon, la strada
     da cancellar di povert le macchie
867  e mondi aver senza sfodrar mai spada;
        minchionar col cr cr, come a cornacchie,
     mentir co i cieli ed appettare a i popoli
870  fole, chiacchere, ghigni e pataracchie;
        e con faciacce da Costantinopoli,
     col farem, col direm da i primi posti,
873  di speme ingravidar stati e metropoli;
        e liberi di far conti con gli osti
     e a scherno e in barba de' legati pii
876  perpetuar carnevali e farragosti;
        e se pi a dentro li ricerchi e spii,
     sensa gli augei d'Annone e pari a i Russi
879  attributi usurparsi uguali a i dii;
        e lungi affatto da sinistri influssi,
     godere entro gemmati tabernacoli,
882  da pi Mondi spremuti, i gaudi e i lussi.
        Tralascia pur d'interrogar gli oracoli:
     qui la Sorte compone e rappresenta
885  in compagnia del Caso i suoi miracoli.

TIRRENO
         ver; ma quel che m'ange e mi spaventa,
     chi ci vien uom da ben sen parte un tristo
888  e spesso il tristo peggior vi diventa;
        et io lo so, che in questi liti assisto:
     quanti pieni d'Idio, colmi di zelo,
891  e zelo e Idio rinegar ci ho visto!
        O Babel, o Babel, non sempre il cielo
     di bambace compon sferze e flagelli,
894  n sempre i dardi suoi tempre han di gelo.
        Sensi forse sariano assai pi belli
     i costumi adrizare e non le strade,
897  riformar l'ingordigge e no i capelli,
        sbandir le simonie, la vanitade,
     la giustizia avvivar che omai perisce,
900  premere a sollevar la f che cade.
        So che il detto divin mai non mentisce:
     non dura il riso al labro del perverso
903  e degli empii la speme in fior svanisce.
        Mrami quanto sai con occhio avverso,
     che pi tosto abitar vo' fra le cliche
906  balze, che da me stesso esser diverso.
        Tempo verr ch'entro le tue basiliche
     brindasi ti faranno in fogge varie
909  con i calici tuoi bocche sacriliche;
        e con bagordi ati, danze vinarie
     profaneran le sacre tue divise
912  prostitute assemplee, turbe sicarie;
        e 'l Fato istesso, ch'a inalzarti arrise,
     quel diadema faratti in mille pezzi
915  che la nostra credenza al crin ti mise;
        e con sferze d'inedie e di ribrezzi,
     nel mutarti godr ch'altri trasecoli
918  i plausi in scherni e in vituperii i vezzi.
        D'eternar tue delizie indarno specoli:
     oggetto un d sarai d'atro coturno
921  e lo scheletro tuo spavento a i secoli.
        Cangerassi il tuo Giove in fier Saturno
     e toccherai con man che 'l mio presaggio
924  non fu di gufo o d'altro augel noturno.

ERGASTO
        Facciam core, o Tiren, mutiam linguaggio,
     e di' che, s'oggi hanno fortuna i furbi,
927  il non averne noi sia gran vantaggio;
        pi non vo' ch'il mio cor s'aggiti e turbi,
     ch pochi ho visto in questo viver breve
930  i lustri trascinar sensa disturbi;
        la sofferenza ogni gran mal fa lieve
     e palesa tra i rischi e la disgrazia
933  che al vizio sol la povertade  greve:
        col poco l'uom da ben si pasce e sazia.
     Non pi, non pi di questo fiume ingordo,
936  ch il ciel ci dona assai quando ci strazia:
        giova perder di lui ogni ricordo,
     ch, quando fussi un Stentore secondo,
939  se parli di virt l'Eufrate  sordo.
        Fiume giammai non fu cotanto immondo,
     poich vi vengon baldanzose e liete
942  l'immondizie a colar di tutto il mondo.
        Butta, butta per via l'amo e la rete,
     ch in queste rive sordide e meschine,
945  a volerci pescar sorti e monete,
        basta un capel d'un Ganimede o Frine.





SATIRA SETTIMA

TIRRENO



L'autore sotto nome di Tirreno si duole con se medesimo del poco frutto cavato dalle sue tante invettive contro de' vizzi. Esagera l'imposibilit dell'impresa mediante l'ostinazione de' mal fattori e, fastedito, risolve abandonare affatto il mestiere dello scrivere come cosa inutile e pericolosa, e di darsi tutto e per tutto in braccio de la quiete lontano da le cit e da gl<i> uomini. Quanto sia falace e pericoloso il mestiere de lo scriver satire.


        Mentre Tiren solo sul Pincio un d
     sen ga con volto di mestizia pregno,
3    con se medesmo favell cos:
        - Tempo sarebbe omai, mal cauto ingegno,
     di dir con ciglio umiliato e basso
6    che indarno contro il Vizio armi lo sdegno,
        e deluso esclamare a ciascun passo
     che il voler far da riprensor sul Lazio
9     un zappar l'acque, un seminar sul sasso;
        che de le tue querele il mondo  sazio,
     che pi non duole n fa senso all'empio
12  se punge Giovenal, se sgrida Orazio;
        che Virtudi et Onor non han pi tempio,
     ch'i popoli lagnar s'odon sul serio,
15   che pu troppo de' grandi il tristo esempio;
        che con soverchio abuso et improperio
     odo chiamar da l'uom sfacciato e doppio
18   spirto e disinvoltura il vituperio;
        che risorger dovra la legge d'Oppio,
     se il lusso ha rotto ogni ritegno e freno,
21   ch'io non so come per dolor non scoppio;
        che di Circi e Tiberii il mondo  pieno,
     ch'ogni reggia oggi  Capri e che per tutto
24   di mode di peccar pregno  il terreno;
        che mentre l'uom ne l'ateismo  istrutto,
     ne lo spinoso suol dell'alme insane
27   le semenze d'Idio non fan pi frutto;
        che il pi cercar son deligenze vane
     la gi morta bontade, e se pur vive
30   	o va scalza et ignuda o non ha pane;
        che pi chioma non v' degna d'olive,
     che de' nomi de' Scipi e de' Fabriz
33   l'eco solo rest su queste rive;
        che in ogni clima hanno i sellar ospizi,
     che giunta  a tal l'innappetenza umana
36   che non gradisce che stillati i viz;
        ch'ogni legge a l'uom molle  dura e strana,
     e che il Gordio a disfar d'un solo abuso
39   Belisarda non basta e Durindana.
        Da me medesmo mi condanno e accuso
     che non seppi osservar quanto in noi puote
42   la pania del piacer, l'oppio de l'uso;
        ch'un'usanza invecchiata invan si scuote,
     che richiama un abisso un altro abisso
45   et una colpa a un'altra colpa  cote;
        e piango alor che a meditar mi fisso
     crescer del dio Cupidine il drapello
48   e scemar d'amatori il crocefisso.
        Non si teme d'Idio l'arco o 'l flagello,
     n pi rimorde n spaventa i tristi
51   il nome d'anatema o del bargello;
        troppi son di Cocito ampli gli acquisti,
     e a far d'apostasie pi folto il ruolo
54   non occorre aspettar pi gli antecristi.
        Senza temer contaggio un passo solo
     qual giusto mover se s frequente
57   d'orme prescite  contagioso il suolo?
        Perduto  il seme de la buona gente
     e de l'oblio portonne il gran diluvio
60   logra la stampa, soffogata e spenta.
        Vano  opporsi de' falli al gran profluvio,
     se i derisori del divin decalogo
63   pi non temeno, no, pesti o Vesuvio;
        d'impenitenti gi colmo  il catalogo
     e il senso inviluppato in pi d'un nodo
66   sdegna di far con la ragion dialogo.
        Ogn<un> vive, ognun parla et opra in modo
     come Idio non ci fusse, e fuor che imonde
69   massime d'impietade altro non odo.
        Pi non ha l'uman core argini o sponde:
     ove incontra un diletto, ivi si esanima;
72   donde il chiama un piacer, l si confonde;
        quindi  che spesso a mormor<ar> m'inanima
     Zenon ch'il disse d'ogni male il centro,
75   Esichio e Geremia ventre de l'anima.
        Quando in questi pensier mi riconcentro,
     aborro e prendo la mia specie a sc<h>erno,
78   e non mi curo il penetrar pi a dentro.
        Peccar per debolezza io pi non scerno;
     chi pi tenta di lor, dubi so' i gesti:
81   se il diavolo l'uomo o l'uom l'inferno.
        Signor, faccio oggi teco i miei pretesti:
     con flagelli di carmi i vizii io punsi
84   con quel furor che in me sacro accendesti;
        dal tuo zelo giammai non mi disgiunsi:
     tu m'inspirasti, io t'ubedi', ma gli empi
87   risero a i detti miei; nessun compunsi,
        anzi aditato fui con morsi e scempi
     da le pi sporche e livide coscienze
90   per maledica lingua in tutti i tempi.
        Chi non darebbe ne le scandescenze?
     Chiamr libelli i miei vangeli, i folli,
93   e l'auree verit maledicenze!
        Lo sai tu, lo so io su questi colli
     quanto con mio periglio ho detto e dico
96   con labri veritieri et occhi molli,
        et  palese a ognun s'io m'affatico
     in far tagli sul cor, pi che anatomici,
99   del Vizio, mio fierissimo nemico.
        L'arti ci adoperai tutte de' comici,
     egualmente trattai coturno e socco;
102  ma chi sugo stillar pu da le pomici?
        Gemei da cigno et ululai d'alocco,
     e sensa adoperar rostro od artiglio
105  so che sul vivo a pi d'un vizio ho tocco;
        e disposto a soffrire ogni periglio,
     in maschera di Fauno e Menademo
108  scherzai col tirso e minaciai col ciglio;
        e riscaldato da furor supremo,
     tutto zel, tutto ardir, senza timore
111  vaticinai, ma fui stimato un scemo.
        De le minacce altrui risi al rigore,
     n dall'impresa il pi giammai rivolsi,
114  n diversa la lingua ebbi dal core;
        seminai verit, odii raccolsi,
     e le fronti a colpir d'aurei colossi
117  la satirica fionda in van disciolsi;
        qual Senocrate ancor le labra io mossi,
     ma dal fango di tante corrutele
120  un solo Polemon mai non riscossi;
        sgridai da Giona e piansi da Joele,
     di davidiche accuse ombrai le carte
123  e con cinico ardir pinsi le tele;
        perseguitai gli abusi in ogni parte
     con diversi aforismi a quei di Pergamo,
126  fisico di costumi oprando ogni arte.
        Ma noto  insino a i Mezzetin da Bergamo
     che, dov' morta o tituba la fede,
129  fola  l'inferno e spaventacchio il pergamo;
        e, da quel che si sente e che si vede,
      forza l'affermar ch'il secol mio
132  o non ama o non teme o non ci crede.
        Pi non ti lusingar, folle mia Clio:
     necessario  che cedi e che confessi
135  che il redimer peccati arte  da Dio;
        sol da la mano sua veggonsi espressi
     i prodigi terribili e ammirandi
138  de la giustizia, e di piet gli eccessi.
        Tu gastiga, o Signor, gli atti nefandi,
     ch'io pi non voglio, rigido e feroce,
141  co i versi stuzzicar l'ira de' grandi:
        qual eficacia aver pu la mia voce
     quando non giova in quest'etade indegna
144  il tuo sangue, i tuoi detti e la tua croce?
        Piomba tu sul fallir pena condegna,
     ch la troppa piet verso i malvaggi
147  multiplicare i vizi al mondo insegna.
        Del ciel pi non s'intendono i linguaggi
     e a chiuder del peccar l'aperte vie
150  siepe non sa trovar l'arte de' saggi;
        al palato del mondo oggi  follia
     condir la veritade; a un regio udito
153  la falsa laude sol sembra armonia.
        Ben pi d'un mi ricorda e mostra a dito
     gli Esopi, gli Anasarchi e gli Antifni
156  e l'infelice libert di Clito;
        de i Senechi i precetti e de i Zenoni
     o mere ipocondrie sono stimate
159  o servon solo a incrudelir Neroni;
        e chi cerca estirpar vizi e peccati
     o perde il tempo o la sua vita azarda,
162  ch'infinito  lo stuol de' scellerati.
         un gran guadagno aver musa infingarda,
     ch gli sdegni a irritar, gli odi e le ciarle
165  peggio  un motto talor ch'una bombarda.
        Strade s perigliose io vo' lasciarle,
     di non scriver pi satire risolvo,
168  tutto che sia difficile a non farle;
        somiglianti pensier dal cor dissolvo,
     nel seno pi non mi faran contrasto,
171  e da<gl>'impeti suoi la lingua assolvo.
        Chi non vuol urti in questo secol guasto
     sferzi co i gelsomini, e le satiriche
174  forme non tocchi e de le colpe il tasto;
        sian le Camene sue burlesche o liriche,
     abia sensi d'Amezio e non d'Armodio,
177  labra melate e frasi panegiriche;
        de' falli altrui non si riscaldi a l'odio
     e se amico il mondaccio ama tenersi
180  favelli da Catone, opri da Clodio.
        Stupidezza  di mente il pi dolersi;
     de' reprobi a destar la sonnolenza
183  ci vuol scoppio di tuoni, e non di versi.
        Salga in Pindo chi vuol; pi d'eloquenza
     gloria non cerco e <di> disprezzo armato
186  odio ci che qua gi chiaman Sapienza.
        Ha l'Ignoranza vil secol beato,
     e ascesa omai de l'universo al soglio,
189  tien sotto i piedi e la Fortuna e 'l Fato;
        ond'io vo' fare al mio cervel lo spoglio,
     mi vo' scordar di leggere e, s'io posso,
192  fin d'esser uom dimenticar mi voglio.
        Seguitato ho a bastanza a pi non posso
     l'acre cantor d'Arunca e quel d'Aquino,
195  e a i morsi del livor fatto ho il soprosso;
        e dal bugiardo e steril Caballino
     volgo fugendo il pi, stufo e satollo,
198  se pi che al suo liquor s'aplaude al vino.
        Spezza l'arco e la cetra, o divo Apollo,
     ch duo poeti prencipi a' miei giorni
201  hanno a la poesia dato il tracollo;
        torna ad Ameto, a i prischi tuoi sogiorni,
     ch son de i grandi in questi d maligni
204  gli Omeri e i Tassi, i papagalli e i storni;
        et apron sol d'i potentati i scrigni
     et ottien ci che brama e ci che sogna
207  chi porta i polli, e non chi porta i cigni.
        Vanne, ch il tuo favor pi non bisogna;
     al famoso Ippocren chiudi le strade,
210  ch il nome di poeta oggi  vergogna.
        Furon sempre le lettre in ogni etade
     un balsamo, una forte salamoia
213  per preservare in noi la povertade,
        dell'intelletto un'onorata foia,
     la lubrica sceliva onde la Parca
216  fila il capestro a l'uom per farli il boia.
        Chi nel mar de le scienze oggi s'imbarca
     per andare al Per, scorge a la fine
219  che di bisogno solo empie la barca;
        a che d'llere e allr cincersi il crine,
     si amaro  il lauro, e l'edere pudiche
222  han s gran simpatia con le rovine?
        Che giovan le vigilie e le fatiche
     s'appo le mense altrui vi scorgo in vano,
225  Lazzari ignudi, pitoccar le miche?
        Sensa pane la gloria  un preggio insano
     e a guarir le cancrene del bisogno
228  impiastro non ci vuol da ciarlatano.
        A persuadervi il Vero io solo agogno:
     questa s ambita eternit ritrovo
231  che sol di teste ambiziose  un sogno.
        Poeti miei, vi replico di nuovo
     ci ch'a lungo vi dissi in pi maniere,
234  ch'il sentier che premete io non approvo.
        Mi parebbe oggimai fusse il dovere
     d'impor limite e fine a i vostri spasmi,
237  arti seguir pi vantagiose e vere:
        dovrian servire i vostri entusiasmi
     o per cantar d'alta virt le geste
240  o per sferzare i peccator co i biasmi;
        fuor di questi dui generi moleste
     sono l'opere vostre a tutti i popoli,
243  oziose, mordaci o poco oneste.
        Son saggi i riti di Costantinopoli,
     che in vece d'ammasar tomi di ciance
246  fan volumi di regni e di metropoli.
        Che val su i fogli impaledir le guance,
     furare al viver breve i d giocondi,
249  se per i dotti Astrea non ha bilance?
        Tante vegilie a che, se poi gli immondi
     Levin a sc<h>erno vi fanno aditare
252  la peste de i lor stati e i vagabondi?
        Senti' una volta in piazza contrastare
     da un Graziano e un Zanni saltambanchi
255  e di lett<e>re e d'armi disputare.
        Dicea il dottor, con testi sodi e franchi,
     ch'eran superior le lettre a l'armi
258  e lo provava con esempi a branchi.
        Doppo un lungo citar di prose e carmi
     di greca autorit, tsca e latina,
261  ch'avriano mosso a commendarlo i marmi,
        rispose il Zanni: (r)E pur sera e matina
     vedo le lettre, che tant'alzi in s,
264  di coverta servire a la tunnina.
        Io non son miga qualche Torlul:
     una lettra non val che dui baiocchi,
267  et un rozzo cortel vale assai pi.
        Per Dio, dottor, che tu non m'infinocchi,
     ch i letterati son, gioco il salario,
270  calamita di stracci e di pidocchi.
        Pi temo un spataccin che un secretario;
     nessun si netta il cul co i pistolesi
273  e con le lettre ognuno il tafanario.
        Quel che poi sogiungesse io non intesi,
     ma da quei detti ancor sciocchi e burleschi
276  un non so che di vero io ci compresi;
        non son sofismi i miei, non son grotteschi:
     di gi son noti ad ogni vil tugurio
279  de i bell'ingegni i strazii e i guidaleschi.
        Un gran signor, con ciglio aspro da Furio,
     ch'erano i letterati un d mi disse
282  gente inquieta e di cattivo augurio;
        s che da quel ch'ora vi dico e scrisse
     e da le tante a voi pessime sorti
285  cessar dovrian le dispute e le risse;
        n qui ci vuol filosofia d'accorti:
     quanto questo mestier sia di svantaggio
288  lo sanno i vivi e lo provorno i morti.
        Facciami il mondo tutto aspro il visaggio,
     a s gran verit non trovo intoppo:
291  solo chi sa di non sapere  saggio.
        De l'ingegno frenar giova il galoppo
     e  (v'assicuro sopra la mia f)
294  gran tormento a lo spirto  il saper troppo;
        io non mi curo saperne il perch:
     chi vuol sposarsi a la felicit,
297  esser bisogna o Bertoldino o re.
        Fortunato  colui che nulla sa;
     da quel che sento, prattico e che veggio,
300  del dotto assai manco paure avr.
        Che lettre, che saper, stolti, che preggio
     di vanagloria, se ugualmente poi
303  son preda de l'oblio laudi e dispreggio?
        Voli la fama a propalar di noi
     per tutto i gesti, e i nostri nomi inauri:
306  son tributi del niente anche gli eroi.
        Dati sono a piggione ostri e camauri,
     e recide in confuso il tempo edace
309  de' stagni i giunchi e de l'Eurota i lauri;
        sensa distinzion marcisce e sface
     di Gabrina il deforme e il bel di Filli,
312  l'Arcade insano e l'Itaco sagace;
        son tutt'uni di l Dar e Mecilli,
     e traghetta del par la cimba inferna
315  e di Buovo il cantore e d'Amarilli;
        e sapin pur di cleantea lucerna
     tutte l'opre di noi caduce e inferme:
318  cosa non v' qua gi che duri eterna.
        Muoiono i collossei, muoion le terme, 
     son polve i mondi e le sue pompe un nulla,
321  e l'umana alteriggia un fumo, un verme.
        In questa che ci alletta e ci trastulla
     comica finzion che nome ha vita,
324  prologo di tragedia  a noi la culla.
        Credi all'esperienza, o mente ardita:
     sar scopo de l'onte e de gli agravi
327  s'Alesandri non ha lo Stagerita.
        Troppo costa la gloria a i forti, a i savi,
     n la comprro mai che con monete
330  d'odii e d'invidie de' Caini e Bav.
        Beva in Ascra chi vuol: non d'altro ho sete
     che a l'ombre ordir di genial pendice
333  inni a la libert, plausi a la quiete.
        Mnte quel labro ch'asserisce e dice
     che le cit son scuole a i bei costumi
336  e che lungi da l'uom l'uomo  infelice:
        ch' molto meglio il conversar co i dumi
     che Mezenzi ubedir sozzi e ferini
339  e Acabbi indegni idolatrar per numi;
        meglio  ignoto tremar su i gioghi alpini
     che abitar le cit, ch'altro non sono
342  che onorate prigion d'i citadini.
        Fugga l'uomo da l'uom, ch'io lo perdono;
     a chi le colpe non seconda e aplaude
345  abitato terren mai non fu buono.
        Fra gli uomini bisogna oprar la fraude,
     avere un misto o d'asino o di becco
348  per conseguir gradi, ricchezze e laude;
        scusami il confessor se a torto io pecco:
     chi non calpesta Idio, gabba il compagno
351  non si stima in citade un fico secco;
        doppiamente bisogna esser mascagno
     a far che il fin prefisso altri non turbi,
354  et zizania adoprar sensa sparagno.
        Viva pur solo chi non vuol disturbi:
     fuggiva i buoni ancor quel saggio argivo
357  per lo timor di non urtar ne' furbi;
        troppo, troppo al mal far l'uomo  proclivo:
     mai pu tanto giovarci un uom da bene
360  quanto nuocer ci puote un uom cattivo.
        Ben lo conobbe il savio di Priene
     che (r)Individuo, esclamar solea ben spesso,
363  (r)pi reo de l'uom la terra non sostiene;
        siami di dire il vero oggi concesso:
     fra di lui peggior non v' chi aditi,
366  nemico non ha l'uom che l'uomo istesso.
        Fortunati gli Entimi e gli stelliti,
     che lungi da tumulti e da ribrezzi,
369  soli a se stessi, a Idio vissero uniti!
        Gloriosi de' Simachi i disprezzi,
     de' sacrosanti Arseni e de' Pacomi,
372  che del lusso roman sprezzro i vezzi!
        Sovra i nomi di quei verso gli encomi
     che seppero trovar, come a i Macar,
375  l'Ible ne' tozzi e nei ruscelli i Bromi;
        e lontan da' palaggi iniqui e avari,
     tra gli orrori di Nitria e in grembo al Delta,
378  speser felici i giorni e solitari.
        Aventurosi quei che in vita scelta,
     dietro l'arme di Poride e di Menne,
381  stan fra le zolle a seminar la spelta!
        E beato chi il cor sciolto mantenne
     a viver dove la Bont s'accampa,
384  dove la Vanit tronche ha le penne,
        dove in Superbie il pi mai non inciampa,
     dove Virt non ha l'Invidia a tergo,
387  dove l'Ippocresia l'orme non stampa,
        dove la Pace ha genial l'albergo
     e gli assalti a schivar di Cacchi ingiusti
390  sempre la nudit serve d'usbergo!
        So' i deserti al peccar teatri angusti
     e l'asprezza de gli antri e de le valli
393  inferni a i rei e paradisi a i giusti;
        pi dolce  il far sotto la zappa i calli,
     che divenir ne l'osservare estatico,
396  svenar pupilli e scorticar vassalli.
        Oh, quanto disse ben quel<l>'uomo pratico,
     che in ogni tempo ei vide esser la plebe
399  de' palati de' grandi il companatico!
        Men molestia sar star tra le glebe,
     Roma, de' galantuomi<ni> matrigna,
402  che porger voti a un Ganimede, a un'Ebe;
        pi volentier sopporterei la tigna
     ch'esser fra' tuoi gabaoniti in lista,
405  voracissime arpie de la tua vigna.
        Qual petto a un tanto orror fia che resista?
     I mitrati pastor del tuo vangelo
408  lasciar la gregge e far da competista,
        de la modestia ad onta e del pio zelo
     tradir con sfoggi et apparati impuri
411  i decreti de i Stefani e del cielo!
        Quanto avranno pi fama a i d futuri
     de i dotti Bellarmi<ni> e de' Toledi
414  la povert, la nudit de i muri?
        Splendi e adrnati pur dal capo a i piedi:
     son d'i giusti in pi gloria i vil pagliacci
417  che i tuoi letti dorati e ' ricchi arredi.
        Pensa e fa' quanto sai, in van ti sbracci:
     pi de' tuoi bissi avran perpetui i gridi
420  del Zenone d'Asisi i sacchi e i stracci;
        e assai pi venerati in tutti i lidi
     vedrai antri di Paoli e Benedetti
423  che del tuo Quirinal gli asili infidi;
        pi ritrovr Idio gli uomi<ni> eletti
     su le cime d'Oreb e in val di Mambre,
426  ch'entro i tuoi ginecei e gabinetti.
        Adorna le tue tende e d'ori e d'ambre,
     ma non ti spiaccia se ti voltan spalle
429  le coscienze [...] e le sicambre.
        Del tuo Sabinian smarristi il calle:
     quante stan sensa lampe oggi badie,
432  per acrescer splendor a le tue stalle?
        Vorrei che i detti miei fusser buggie
     e mensogner chi ti chiam cantando
435  scuola d'errori e tempio d'eresie;
        tu sprezzi e mandi ogni virtude in bando
     e vuoi poscia tener muti i poeti
438  che i vizi tuoi, non cantino d'Orlando,
        quasi possin mirare, e poi star cheti,
     quel che tu fai... Taci, nol dir, che s'urta
441  in altri aguati che di panie e reti!
        Ma che giova ch'ab'io la lingua curta,
     se noti son dai nostri liti a l'Arbo
444  i detti di Bernardo e di Giugurta?
        Al tempo di Flaminio e d'Enobarbo
     so che ti disse un bue: (r)Gu rdati, Roma!
447  Or ti dice il medemo un uom di garbo:
        un uom tutto candor dal pi a la chioma,
     un che stilla di speme al cor non serba,
450  un che de l'or l'aveditade ha doma,
        un che prima il vedrai pascersi d'erba
     che prestare ad altr'uom preci o corteggi
453  in quest'et vilissima e superba.
        Facciano i Dinii pur presso de' reggi
     sovra ricchi origlier sogni di lardo
456  e in tripud di Flore il cor festeggi;
        si lambicchi il cervel scalco leccardo
     a stuzicar de i lor palati i sensi
459  e di fasto real s'inebri il guardo;
        vantin tetti gemmati et orti immensi,
     e la laude sublime e la pedestre
462  tributar li sian d'elogi e incensi;
        seguansi a i cenni lor stadi e palestre
     e trapassin giulivi i d pi tetri
465  in vaghe danze, armoniose orchestre,
        e con calici d'or, scherzi di vetri
     portin la sete a naufragar ne' flutti
468  de' giulebbi di Scio, d'Alba e d'Arcetri;
        sappin d'ambra i sospir, di muschio i rutti,
     ch'io per non adular voglio pi tosto
471  manciar agli e cipolle ad occhi asciutti.
        Ogni stento a soffrire io son disposto
     et a far con un tozzo il berlingaccio,
474  pur che d'uomo da ben sostenti il posto;
        e pria che sopportar, perdere un braccio,
     de le cirige i noccioli sul grugno
477  e i pezzi di fritata in sul mostaccio.
        Abian pur questi i Mecenati in pugno:
     per mantener gl'instinti miei severi
480  starei fitto in un forno anco di giugno;
        riformar ben sapr voglie e pensieri,
     e se al bisogno il poco aver non basta
483  l'ali recider de' desider.
        A i decreti del ciel non si contrasta,
     fomento di peccati  l'abondanza
486  e spesso la virt corrompe e guasta;
        il poco ancora al moderato avanza
     e sol si pu chiamar ricco e contento
489  chi pari al patrimonio ha la speranza.
        Con Mida delirare io non pavento;
     sol di petti plebei l'oro  tiranno
492  e a chi spender nol sa peso e tormento;
        gl<i> Unidii lo provorno e i Crassi il sanno
     se pu l'oro comprar la contentezza,
495  pace tranquilla sensa alcuno afanno.
        Ad ogni mal la sofferenza ho avezza
     e fra tante de' sensi atre procelle
498  il cor quel che convien cerca et apprezza;
        e s' destin che l'anime pi belle
     sian l'oggetto qua gi de la sfortuna,
501  non  viltade il cedere a le stelle.
        Credo che sappia ognun sotto la luna
     che, i carati a scoprir d'un core augusto,
504  una gran pietra lidia  la Fortuna:
        non conosce timore un uom ch' giusto,
     e quel sentiero onde a i tuguri vassi
507  per il pi de gli afanni  troppo angusto.
        Gola a me non mi fan del Lazzio i spassi,
     e fra tanti di lui superbi ogetti
510  non ammiro n stimo altro che i sassi.
        Leggete, o ricc<h>i, di Lagide i detti
     e troverete sensa ch'altri io nomini
513  ch'anche la povertade ha i suoi diletti.
        Pur ch'al giusto io gradisca, il reo m'abomini;
     pur che sia grato al ciel, m'od la terra,
516  e, pur che piaccia a Idio, sdegnar vo' gl<i> uomini.
        Tengami povert basso e sotterra,
     s che de' Cresi io sia l'odio e lo sprezzo:
519  sapr far col mio niente al tutto guerra.
        Pecchi il mondo a sua posta: il tirso spezo,
     n pi vo' farne un minimo sc<h>iamazo;
522  chi le rose non vuol, pra nel lezo.
        Ognun mi chiami e scimonito e pazzo,
     siami sensa pietade il collo mozzo,
525  se mai pi ne' suoi falli io m'imbarazo;
        gi so che indarno con il muro io cozzo
     e che lo sdegno in lui pi vivo attizzo
528  se le sue vanitadi io non ingozzo.
        Per sentier pi sicuro i passi indrizzo,
     sopporter dell'ignominie il puzzo
531  e al ciel mi volger quando mi stizzo;
        e l'ingegno e lo stil domo e rintuzzo
     quanto sa far la disperata emenda:
534  vo' digerir con stomaco da struzzo.
        Trionfi la perfidia e 'l cielo offenda:
     verr il giorno d'Idio. La pertinacia
537  prover l'ira di sua man tremenda.
        Treschi la vanit; la contumacia
     forz' che paghi al fin: lo stuolo immondo
540  la cresta abasser de la sua audacia.
         troppo grave e troppo inutil pondo
     far da censore, e pazzo  da catena
543  chi vuol co i versi riformare il mondo:
        seco il Vizio vag che, nato appena,
     si fe' subito adulto, e dilatato
546  in un punto acquist vigore e lena.
        Iniquo  il mondo,  ver; ma tale  stato
     da quel<l>'ora fatal che sorse e nacque;
549  il senso ci fa dir ch' peggiorato.
        Sotto i gastighi inemendabil giacque
     et a purgarlo da la sua lordura
552  non vi bastorno d'un diluvio l'acque;
        or guerra, or pestilenza acerba e dura
     sofr, n si canci, ch del fallire
555  l'abito usato in lui fatto  natura;
        s che quietar poss'io gli sdegni e le ire,
     ch'ebbe sempre et avr s fatta taccia
558  il passato, il presente e l'avenire.
        Muta, muta, o Tiren, pensiero e traccia,
     e de' moderni peccatori industri
561  lascia al tempo la cura, e il labro taccia;
        sospendi i voli a' tuoi disegni illustri,
     chiedi a te stesso, nel mirarti intorno:
564  in che spendesti di tua vita i lustri?
        Che troverai, con tuo tremore e scorno,
     con palpiti e russor di cor, di viso,
570  non aver per il ciel speso un sol giorno;
        che perdesti di vista il paradiso
     e che pi spesso assai, stolto, invocasti
573  del gran dio d'Isdraele il dio d'Anfriso.
        E pensa e di' ch'avidamente amasti
     pi del tuo creator le creature
576  e per un ben fugace il rinegasti;
        e che, intento a eternar versi e pitture,
     nulla badasti ai debiti dell'alma,
579  tutte obliando del tuo ben le cure.
        Qui le tempeste tue trovin la calma
     nell'et che t'avanza e, sordo a ogn'estro,
582  di vate e di pittor cedi la palma;
        e in Parnaso pi saggio e manco alpestro
     la poetica tua siasi un Gersone
585  et un cranio spolpato il tuo maestro.
        Sia la tua scorta il detto di Critone
     e il galateo dell'animo Epitteto
588  et i platani suoi lascia a Frontone.
        Di censurar me stesso avr diletto,
     la penitenza coltivar col pianto,
591  sveller dal seno ogni invecchiato affetto,
        ch temerario  quel che si d vanto,
     e si contan col naso e son prodigi
594  viver da peccator, morir da santo.
        D'ogni umano saper cedo a i letigi
     e, pria ch'il giorno de la vita annotta,
597  cercar di vera eternit i vestigi
        bastami solo in quest'et corrotta,
     sensa adulazion n falsi orpelli
600  in Pindo aver la Verit condotta,
        dato a le tsche satire i modelli,
     a Parnaso il suo Elia e il suo Tirteo,
603  et il suo Mardocheo anche a i pennelli.
        Mi sgridi e morda il temerario, il reo,
     ch del gi speso ardir, sborso canoro,
606  riscuoter non cerc<h>'io dazio plebeo.
        Sol con una speranza io mi rincoro,
     che, se in odio sar de' viziosi,
609  i giusti mi faranno il ponte d'oro.
        Siano i miei detti e lacerati e esosi:
     a chi peccando i d logra e disperde
612  dilettar non pu mai ci ch'io composi.
        Perdasi de' miei lauri il fiore e il verde,
     mi sprezzi il mondo e strepiti chi vuole:
615  chi tenta altiere imprese onor non perde.
        Chi de le colpe altrui troppo si duole
     poco pensa a le sue, ma so ben anco
618  che imagini del cor son le parole:
        scrissi i sensi d'un cor sincero e bianco,
     ch, se in vaghezza poi manca lo stile,
621  nel zelo almeno e ne l'amor non manco.
        Siasi pure il mio dir sublime o vile,
     a color che sferzai so che non gusta:
624  sempre i palati amareggi la bile.
        Corra la vena mia frale o robusta,
     non pavento l'oblio; sospendo il braccio
627  da la penna eugualmente  e da la frusta;
        il voler censurare  un grand'impaccio;
     no, no, per l'avenir meglio  ch'io finga:
630  Musica, Poesia, Pittura, io taccio.
        Gl<i> abusi un altro a criticar s'accinga,
     per me da questa pasta alzo le mani:
633  canti ognun ci che vuol, scriva o dipinga,
        ch'io non vo' dirizar le gambe a i cani. -



Il testo  tratto dal volume SALVATOR ROSA, Satire, a cura di DANILO ROMEI, commento di JACOPO MANNA, Milano, Mursia ((r)G.U.M.), 1995, al quale si rinvia per tutte le indicazioni di carattere ecdotico.

