Questo volume nasce da un lavoro comune svolto in due seminari interdisciplinari, che si sono svolti negli ultimi due anni accademici, nell'ambito dell'attività della cattedra di Filosofia Morale della Facoltà di Lingue e letterature straniere moderne dell'università della Tuscia di Viterbo.
Non è un caso che questa esperienza di insegnamento della filosofia sia nata nel momento in cui le Università stanno attuando un nuovo ordinamento didattico e, in questo senso, tale proposta si configura come un modo per fare partecipare in maniera più attiva gli studenti a dei corsi universitari.
La proposta nasce da una precisa premessa filosofica, contenuta nelle Lettere persiane, in cui Montesquieu, accingendosi a narrare la parabola dei Trogloditi, ricorda che esistono verità che non basta trasmettere, ma che bisogna far sentire e che queste sono le verità morali. Il tema dominante di tale ricerca è costituito dalle passioni, che vengono considerate, cartesianamente, come 'tutte buone' e collegate con un modello di ragione che non reprime, ma guida il desiderio. La passione è buona perché è considerata come il mezzo per uscire da se stessi e provare interesse per il mondo.
Date queste premesse, mi ero proposta di sollecitare gli studenti a partire per un 'viaggio' immaginario, che li avrebbe messi in contatto con credenze e affetti, molto distanti da loro. Il mondo è quello di alcuni viaggiatori persiani che lasciano la loro patria, la Persia, percorrono luoghi illustri della storia (la Giudea, la Grecia, Roma) per giungere a Parigi. Essi si mettono in cammino spinti dalla curiosità di andare alla ricerca dell'altro da sé, che si trova lontano, in Occidente.
Ma, per intraprendere un 'viaggio di formazione', si deve essere spinti dalla curiosità di conoscere, senza separarsi dal proprio mondo affettivo, dalle proprie passioni, dalle proprie emozioni.
Ho perciò invitato Francesca Crisi, esperta in metodologie autobiografiche e socia della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari ad accompagnarci in questo viaggio e ad aiutare gli studenti, attraverso le scritture, a prendere contatto con il loro mondo interiore e renderli consapevoli che quel bagaglio costituisce la premessa necessaria alla realizzazione del viaggio. La condizione per entrare in questo grande romanzo epistolare era quella di non comportarsi come il protagonista del romanzo di Montesquieu, Usbek, che parte per andare alla ricerca della saggezza, senza portare con se tutto il suo mondo passionale.
Compito di Francesca Crisi è stato prima di tutto quello di mettere in condizione gli studenti "di riflettere sulla facilità o difficoltà che avrebbero incontrato nel raccontare di sé" e di invitarli successivamente alla lettura e al confronto con i loro compagni; di far sentire loro "le tensioni emotive contrastanti che nascono dal confronto con l'altro, con il non conosciuto: la curiosità, il desiderio, ma anche la paura legata al rischio di esporsi, di mettersi in gioco, di perdere le proprie certezze che spesso accompagna l'atto del conoscere". Lo scopo di questi viaggi era quello di raggiungere un tipo di saggezza che si serve di una ragione che guida il desiderio e non lo reprime, come si ricorda negli "Appunti di viaggio".
Le Lettere persiane si presentano come una raccolta di lettere che danno voce a "tanti autori quanti sono i protagonisti dell'epistolario". Noi abbiamo voluto aggiungerci a questo corteo di opinioni e confrontarci, come ci suggerisce Jean Starobinski, "con quelle voci plurali, in questi soggetti che hanno, di volta in volta, ragione secondo il loro particolare punto di vista". Ci siamo confrontati "con quell'autore nascosto che si compiace di confrontare le passioni contrapposte, i dogmi e le critiche ai dogmi, in modo che trionfi una ragione che deriva dalla percezione dei rapporti".
Abbiamo fatto riferimento ad un tipo di ragione che mette a confronto e tocca "passioni ed emozioni, il linguaggio del corpo e del sogno, pulsioni e desideri" senza generare, per questo, atteggiamenti 'antilogocentrici' e comportamenti pericolosi per la convivenza umana.
Nel leggere un testo del Settecento abbiamo evidenziato, ancora una volta, il trionfo di una ragione che attribuisce il giusto peso alla passione, e non assolutizza la propria opinione, ma tiene conto del punto di vista degli altri.
Nadia Boccara
Studenti
Andrea Maria Achilli, Claudia Alunni B., Sara Bartolomei, Nicoletta
Benedetti, Emanuela Bidese, Marta Biscardi, Silvia Bompiani, Maria Bottalico,
Michela Brizzi, Michela Carissimi, Serena Ceccarini, Patrizia Ceci, Marta
Ciomei, Michela Civitelli, Claudio De Bonis, Cristiana De Santis, Manuela
Gaetani, Elisa Guida, Barbara Kingan, Catuscia Loreti, Alessandra Luceri,
Andrea Manzi, Gianluca Mastrogiovanni, Fabrizio Mazzuoli, Caterina Miceli,
Silvia Nustriani, Silvia Pallottini, Alessandra Pancrazi, Riccardo Paoletti,
Irene Paparozzi, Valentina Pelato, Eliana Piacentini, Simona Picchiuto, Maria
Francesca Piras, Maria Cristina Proietti, Patrizia Pulcini, Francesca Quatrini,
Luisa Quatrini, Beatrice Racioppa, Raffaella Rallini, Simona Ricchiuto, Maria
Silvia Rossi, Maria Sebastiani, Lucrezia Simeoni, David Spigaglia, Valentina
Taranto, Ambra Torrioni.
(anno accademico 2001-2002)
Valentina Basili, Renata Bastinelli, Katia Bei, Valeria Bergamaschi, Emanuela Bidese, Martina
Boldrini, Silvia Bompiani, Michela Bonaventura, Laura Borgnia, Fabiana Bruti,
Elisa Bruziches, Maria Rosa Bruziches, Violetta Campani, Giulia Capoccioni,
Maura Cardelli, Susanna Carini Serena Ceccarini, Benedetta Chichi Claudia
Ciatoni, Barbara Cima, Alessia Cimichella, Angelo Cinotti, Flavia Contenti,
Angela Corsi, Silvia Cristofori, Patrizia Dall'Occa, Cristina De Santis,
Barbara Di Erasmo, Sofì Ermini, Cristina Fanelli, Julia Feckler, Valentina
Giomma, Daniela Giosué, Laura Leonetti, Valentina Maffei, Rachele Mangiabene
Alessandra Marinos, Francesco Maugeri, Caterina Miceli, Daniela Miscetti,
Francesca Muscari Tomjoli, Chiara Narcisi, Alessandra Oro, Alessandra
Pancrazi, Valentina Pasquinelli, Matteo Peri, Eliana Piacentini, Maria
Platti, Chiara Pomi, Eleonora Rossi, Chiara Ruchini, Vera Scarelli, Manuela
Scivola, Maria Sebastiani, Alisia Sernacchioli, Chiara Tomassini, Francesca
Tombolini, Giusi Tramontana, Enrica.
(anno accademico 2002-2003)
Ringrazio la studentessa Eliana Piacentini per avermi aiutato nel lavoro di raccolta delle scritture e per la sua assistenza costante e intelligente.
I giovani italiani, secondo un recente ritratto del Censis, sarebbero fondamentalmente indistinti, seriali, presentisti e con poca memoria.
Se prendiamo le mosse da quest'ultima connotazione e accettiamo il fatto che questi nuovi giovani sono 'senza passato e senza futuro', la domanda che mi sono posta come professore di filosofia dell'università è la seguente: come fare a 'risvegliare' la loro memoria attraverso un corso di filosofia morale?
Volendo confrontare due modi di esprimere la scienza della natura umana, David Hume, ha distinto, com'è noto, quello dei filosofi che trattano il tema della virtù in maniera 'amabile', prendendola a prestito dall'eloquenza e dalla poesia, per piacere all'immaginazione e sollecitare gli affetti, da quello che coltiva un tipo di scienza dell'uomo più 'rigorosa' e 'profonda'.
Al primo, inteso come 'letteratura' che ha acquistato una forma più durevole, Hume preferisce la 'filosofia profonda' perché ritiene che promuova quella semplice, e ovvia: senza una conoscenza approfondita della struttura interna dell'uomo, delle operazioni dell'intelletto, del funzionamento delle passioni, la cultura letteraria non riuscirebbe a rappresentare la vita umana nelle sue varie attitudini. Se il novel, com'è stato affermato, è il «genere letterario che più rappresenta il condensarsi e il distribuirsi su un nuovo pubblico di un'etica secolare e moderna»[1], si potrebbe riprendere il problema posto già dal 1970 dallo studioso Leo Brody sulla capacità di questo genere appunto di restituire il significato più profondo di una società come quella inglese rispetto alla scrittura storiografica[2].
Ci si potrebbe interrogare dunque se è da considerarsi più ampia e significativa la rappresentazione offerta da Fielding nel Tom Jones rispetto a quella presentata da Hume nella History of Great Britain[3].
Si potrebbe così affermare con lo storico Giuseppe Ricuperati, che se fosse vera l'ipotesi che favorisce il novel sarebbe messa in giuoco come limite la clausola della verità e minacciato lo statuto conoscitivo della storia come disciplina.
Forse per risolvere questa querelle, almeno tra 'filosofi' e 'letterati', si potrebbe ricordare quanto afferma Montesquieu, venti anni prima di Hume, nelle Lettres persannes nel momento in cui si accinge a narrare appunto la 'parabola' dei Trogloditi.(lettera 11)
Egli ricorda che esistono verità che non basta trasmettere, ma che bisogna far sentire e che queste sono le verità morali.
Montesquieu, a proposito della domanda di Mirza se gli uomini siano felici «pour le plaisir et les satisfactions des sens ou par la pratique de la vertu», fa rispondere a Usbeck mediante la parabola, perché essa riesce a «toucher plus qu'une philosophie subtile». La parabola vuole far sentire (e non far conoscere) quali sono le radici della felicità.
Per molti anni ho cercato di suscitare un interesse filosofico, sollecitando, per così dire, la memoria letteraria di studenti iscritti a una facoltà di Lingue e Letterature straniere. Impostavo i miei corsi di filosofia basandomi su letture a loro note, appartenenti all'ambito della letteratura. Mi sono servita di testi quali la Fedra di Seneca e di Racine, del Cid di Corneille, dei romanzi del '700 inglese, dell'Immoraliste di Gide, dei romanzi e dei saggi di Virginia Woolf.
Sono così riuscita a suscitare interesse per grandi temi filosofici, partendo dalla loro 'memoria letteraria'.
I temi che venivano affrontati riguardavano il nesso "saggezza-follia", "felicità-saggezza", "ragione-passione".
Sono riuscita così per molti anni a interessare alla filosofia studenti che non avevano mai, neanche a scuola, letto un manuale di filosofia.
Oltre che di romanzi mi sono servita di biografie e autobiografie per mostrare "più da vicino" uomini e donne del passato, che avevano scritto libri e non solo di filosofia.
Questo lavoro fatto per anni con gli studenti, con la collaborazione di professori di letteratura italiana, latina e letterature straniere di Viterbo e di altre università italiane e straniere, ha avuto come momento scientifico 'alto', l'organizzazione di un convegno internazionale, che si è tenuto a Viterbo (dal 3 al 5 Febbraio 1997).
Lo scopo ultimo di questa ricerca è stato quello di mettere a confronto testi letterari, che trattassero il tema della virtù in maniera 'amabile', sollecitando affetti e immaginazione, con altri che coltivavano la scienza dell'uomo in maniera più 'rigorosa' e 'profonda'.
Da alcuni anni noto che gli studenti fanno sempre più fatica a scrivere il breve elaborato filosofico, che i loro colleghi degli anni precedenti concepivano volentieri, in vista degli esami. Ho pensato quindi di coinvolgere gli studenti che apparivano sempre interessati alla filosofia ( pur non avendo al loro attivo molte letture di carattere letterario), partendo questa volta dallo studio di importanti realtà culturali quali le terme e i giardini. Le mie ricerche sul Settecento mi avevano portato a interessarmi della struttura dei giardini inglesi del '700, confrontati con quelli francesi. Per dare un esempio del lavoro fatto, mi riferisco ad un significativo libro di Giancarlo Carabelli, Intorno a Hume, che affronta il passaggio dal giardino francese del '600, in cui la recinzione é visibile, al giardino all'inglese, che dalla metà del '700 impone l'abolizione della distinzione tra 'giardino' e 'non giardino'. Partendo da questa concezione e rifacendomi alla teoria che considera "i giardini come autobiografia dell'umanità", pensavo di arrivare a far 'sentire', attraverso l'immagine e la rappresentazione dei giardini, i nessi filosofici esistenti nel '700, tra 'solitudine e conversazione' , tra 'essere e apparire', tra 'natura e artificio'. Riuscivo a trasmettere il fatto che un filosofo illuminista come David Hume vivesse una continua 'altalena' tra la dimensione solitaria e quella che lo metteva in rapporto con la società, servendomi dell'immagine del giardino inglese in cui "la dimensione tra esterno e interno non è segnata in modo tangibile". Gli studenti si mostravano interessati, ma mi rendevo conto che mancavano loro i riferimenti culturali di cui io disponevo: gli studenti che assistevano alle lezioni provenivano, per la maggior parte, da scuole in cui non si impartiva l'insegnamento della filosofia.
Per non costruire le loro competenze filosofiche 'sulla sabbia', ho deciso di alternare lezioni monografiche e monotematiche, a lezioni basate sulla spiegazione della storia delle idee, servendomi anche del manuale che avrebbero dovuto portare all'esame.
Capivo che dovevo far leva, in alcuni, sulla loro 'memoria' manualistica e sollecitare in altri, che non avevano dimestichezza con quel tipo di competenza, la consapevolezza di possederne una. Capivo anche che non era più sufficiente trasmettere una mia 'memoria', ma che era necessario evocarne una loro personale.
È per questo che ho cominciato a organizzare dei corsi, non più incentrati sui giardini inglesi del'700, ma sui giardini a loro famigliari, di cui è ricco il territorio del viterbese, come quello di Villa Lante a Bagnaia, per arrivare a narrare l'interesse che suscitò nel filosofo francese Montaigne, in occasione del Viaggio in Italia.
In questa ottica, é nato anche il lavoro fatto con gli studenti sulle terme viterbesi, di cui ho relazionato in occasione dell'ottavo convegno su 'La scienza del 2000', con un testo dal titolo: L'Università va alle terme.
Nadia Boccara
In questi ultimi due anni ho dedicato le mie ricerche al rapporto tra filosofia e memoria autobiografica.
Avevo al mio attivo molte letture di carattere autobiografico e biografico, fatte durante la mia formazione universitaria e in occasione della preparazione del libro Vittoriani e radicali.
Le letture delle autobiografie di John Stuart Mill, di Darwin, di Bertrand Russell e di biografie dedicate a George Edward Moore, a Ludwig Wittgenstein, John Maynard Keynes, Leonard Woolf, Virginia Woolf, della Florence Nightingale e di altri ancora, mi avevano fatto avvicinare alla vita di quelli che ho definito gli "ultimi vittoriani". Attraverso quelle biografie riuscivo ad avvicinarmi di più a quei personaggi eminenti, di cui conoscevo già i percorsi mentali.
Un'altra esperienza importante in questo senso è stata la scrittura del saggio, dedicato all'eminente studioso Jean Starobinski.
Avevo già letto molti saggi dell'eminente studioso ginevrino, oltre ad averlo incontrato in molte occasioni pubbliche e private. Ho deciso, quindi, di invitarlo a tenere una conferenza presso l'Università di Viterbo.Ne è nata una lezione magistrale dedicata a un episodio narrato da Rousseau nelle Confessions ( tenuta a Viterbo nell'aprile del 1999) e un mio saggio, dedicato al Giuoco del rovesciamento:Starobinski tra Montaigne e Rousseau.
All'inizio dell'anno 2001 avevo pronte le bozze del volume con il saggio di Starobinski (La devise de Rousseau) e il mio che era stato letto e approvato dall'eminente studioso (poi pubblicato dall'Archivio Guido Izzi, Roma 2000).
Ho proposto agli studenti un lavoro, che ritengo fruttuoso per la formazione dei futuri 'scrittori' di autobiografie. Ho voluto mostrare loro come si arriva a 'costruire' un testo filosofico, dedicato all'autobiografico: ho ripercorso con loro tutti i momenti del mio lavoro: lettura di libri sull'argomento, evidenziazione di frasi significative, creazione di schede sul tema principale e sui sottotemi.
È stato anche un modo indiretto per presentarmi a loro.
Durante il corso ho poi cercato di farli lavorare a un loro testo, per avviarli a questo lavoro avevo fatto leggere, tra l'altro, dei passi tratti da due testi: Il patto autobiografico di Philippe Lejeune e un libro di Duccio Demetrio, Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé.
Partivo dal fatto indiscutibile che: "L'incontro con la memoria - l'insorgere del pensiero autobiografico[...] modifica la mente strutturalmente [...]. Diventa un processo di creazione dell'identità, non è soltanto un autoriconoscimento istantaneo e definitivo"[4]. E ancora che "l'autobiografia obbliga il nostro cervello ad analizzarsi, smontare e rimontare, classificare e ordinare, a collegare, a connettere, a mettere in sequenza cronologica, financo, a inventare: allorché dalla storia di se stessi, dall'osservazione di quanto ci accade nei fatti e nel pensiero, è quasi una parabola naturale immaginare altre storie, curiosando in quelle degli altri e imparando a rispettarle, ad ascoltarle, a farle rivivere in altre storie"[5].
L'assunto era appunto quello di sollecitare lo studente, attraverso l'autobiografia, "a cimentarsi con testi (narrativi e filosofici) che forse mai si sarebbe supposto di prendere in considerazione. Perché "lo studio sistematico della propria e dell'altrui biografia è un procedimento riconducibile alla tradizione propria della scienza perché indagando dentro la nostra memoria o il racconto degli altri formuliamo indizi, ipotesi di spiegazione, elaboriamo teorie (o quasi) sugli andamenti assunti da una vita"[6].
Mia intenzione era quella di prendere le mosse dalla loro memoria autobiografica, partendo dal presupposto che l'interesse dell'altro da sé si può manifestare, dopo che si è raggiunto un'appropriazione di se stessi.
Se fossi riuscita a suscitare un desiderio di conoscenza di sé e anche un gusto per tale attività, avrei forse creato una condizione per interessarli a tematiche filosofiche generali. In tutto questo avevo presente l'insegnamento di Starobinski, il quale, a proposito di Montaigne, afferma che il Guascone scrive e riscrive un solo libro per tutta la vita e con ciò mostra che la principale posta in gioco non è il sapere ma la presenza di sé.
Intendevo con quel primo lavoro autobiografico stimolare quello che nei testi dei moralisti del '600 veniva definito come "amor di sé" (amour de soi), tenue e legittimo, distinto dall'amour propre, che a buon diritto, viene tradotto con 'egoismo'. Amour propre significa, infatti, amor di sé spinto fino alla preferenza di se stessi agli altri, distinto dall'altro tipo di amore, più tenue e legittimo (quest'ultimo può essere accostato oggi a quello che viene denominato "narcisismo buono").
Un altro punto di riferimento importante che sta alla base di questo lavoro, riguarda la nozione di self-love che è presente in David Hume. Egli ci ha insegnato a considerare tale nozione non come un vero 'amore di se stessi'. Il filosofo illuminista afferma infatti : che "quando parliamo di self-love, non lo facciamo in senso proprio , né la sensazione che esso produce ha nulla in comune con quella tenera emozione che suscita un amico o un amante [...]".
Stimolare il self-love vuol dire quindi, per il filosofo illuminista, sollecitare l'amore di sé in senso 'buono' e non un principio dell'agire egoistico. Ed è proprio l'interesse consapevole di sé o "desiderio generico di felicità" o, per meglio dire, l'appetito che agisce in noi e che ci spinge a gustare la vita e a realizzare la nostra felicità, che intendevo stimolare con le prime scritture autobiografiche.
Intendevo insegnare agli studenti a 'conoscere', ad amare e consolidare il loro proprio 'territorio'. Tale esercizio li avrebbe portati poi ad aprirsi alle altre biografie, per arrivare a interessarsi a tematiche più generali.
Da queste premesse è nato il corso di filosofia morale nell'anno 2001-02 e quello successivo.
Mi sono poi concentrata sul tema del 'luogo della scrittura' autobiografica e ho fatto una lezione riferendo di una mia visita fatta alla torre di Michel de Montaigne, a pochi chilometri da Bordeaux. Ne è nato un saggio che riferisce di alcune 'scoperte', da me fatte, su quello che era diventato per il grande Guascone il suo rifugio dalle proprie e altrui passioni. Tale scritto è riportato qui di seguito.
Nadia Boccara
Se i vostri itinerari turistici vi hanno condotto in quella splendida città del Sud della Francia che è Bordeaux, salite in macchina e prendete la strada verso est, in direzione di Montcaret. Puntate poi in direzione Nord per altri tre chilometri e arriverete in una zona ricca di vigneti, al confine tra il Bordelais e il Périgord, dove si trova il castello appartenuto alla famiglia Eyquem de Montaigne a partire dal 1477. Infatti tra la località di Saint Emilion e quella di Bergerac si erge un borgo, chiamato Saint Michel de Montaigne, dove, si può ammirare la torre, miracolosamente risparmiata dalle fiamme dell'incendio che si produsse nel 1884 e che distrusse il corpo centrale del castello adiacente, ricostruito, quello sì, cento anni fa dai nuovi proprietari[7].
La torre, rimasta quindi identica è oggi un museo che si può visitare quasi tutti i giorni dell'anno[8].
L'emozione si impadronisce di chi vede materializzarsi il luogo che il grande umanista aveva eletto come luogo di lavoro e di meditazione. Ecco il suo rifugio: il 'retro bottega', l'arrière boutique, appunto[9].
Ad accogliervi troverete una guida locale, che vi inviterà, prima a visitare il parco circostante, poi vi condurrà alla torre.
Questa visita risulta essere istruttiva e illuminante: ci servirà a capire meglio l'atteggiamento tenuto dall'autore degli Essais nei confronti delle sue e dell'altrui passioni.
Trovandoci nel cortile prospiciente il corpo centrale del castello (ricostruito sul modello di quello che il bisnonno di Montaigne aveva acquistato il 10 ottobre del 1477), giriamo lo sguardo verso destra, e scorgiamo il corpo separato del castello, la torre, rimasta originale, che per tutti gli studiosi di Montaigne ha un grande significato. Ci appare quello che è stato definito lo 'spazio votivo', il luogo indipendente, in cui egli aveva stabilito la propria libertà e la propria solitudine[10]. Montaigne infatti, quando gli impegni politici o i viaggi non lo tenevano lontano dalla sua residenza, passava molto tempo in quello che non era solo un luogo di lavoro.
La torre si componeva di molti ambienti, che si raggiungevano salendo una scala a chiocciola assai pericolosa, perché non era munita di man corrente.
Dopo qualche gradino si arrivava alla cappella, dedicata a Saint Michel, dove la famiglia assisteva alle funzioni religiose.
Egli aveva fatto scavare, in una parete della cappella una galleria che arrivava ai piani superiori. In questo modo egli poteva ascoltare la messa, stando nelle sue stanze: si era creato così la possibilità di 'partecipare' alla vita della comunità, standosene in disparte.
La parte della torre che egli frequentava maggiormente era il piano superiore, composto da una stanza, in cui aveva fatto mettere un letto a baldacchino, che gli serviva per brevi riposi, di giorno. Anche nella stanza con il baldacchino aveva fatto apportare un'importante modifica: vicino alla finestra, aveva fatto scavare una nicchia, una rientranza, grande abbastanza per ospitare una persona seduta. Era lì che andava a rifugiarsi, a rintanarsi, quando scorgeva dalla finestra dello studio qualche ospite indesiderato, che aveva l'intenzione di fargli visita.
Ma la stessa finestra, che aveva voluto far costruire, gli permetteva di scorgere da lontano quegli amici che intendeva vedere e che ben volentieri andava a ricevere sull'uscio.
Aveva adibito altre due stanze della torre allo studio e alla scrittura: una più piccola, un 'cabinet', attiguo a una più grande. Quest'ultima era la vera e propria 'librairie', che ci appare identica ad allora, tranne che per il vuoto lasciato da un mobile-libreria, che la figlia Léonor decise di usare, dopo la morte del padre, come legna da ardere, per scaldare le gelide stanze della torre[11].
La 'librairie' di Montagne pare oggi disadorna: è una grande stanza, resa molto luminosa grazie alle due finestre, che mostravano al filosofo la vita che si svolgeva nel cortile della sua residenza, e oltre.
Su di un tavolo, appoggiate a un leggio di legno, vi sono oggi alcune fotocopie dell'esemplare degli Essais, conosciuto come le Manuscrit o l'Exemplaire de Bordeaux, che è depositato nella biblioteca municipale della città[12].
Montaigne che possedeva molti esemplari dell'edizione del 1588, aveva modificato e annotato uno di questi volumi negli ultimi anni della sua vita.
Questo esemplare è stato ritrovato ed è conservato nella biblioteca Municipale di Bordeaux, dove si può ammirare e sfogliare, solo se accompagnati dal personale addetto ai libri rari della biblioteca. Per studiare quest'esemplare si può consultare un facsimile, riprodotto dalla casa editrice Slatkine-Champion e conservato nella stessa biblioteca.
GliEssais sono passati, come noto, attraverso tre tappe successive di lavoro, rappresentate dalle edizioni del 1580, 1588 e 1595[13].
Ricordiamo che, verso il 1570, Montaigne, all'età di trentasette anni, aveva traversato una "grave crise de melanconie", aveva venduto la carica di "conseiller des calendes de Mars", disgustato dalla "servitude de la Cour et des charges publiques" e si era ritirato nel suo castello, "au sein des doctes Vierges".
Siamo nell'epoca in cui avveniva il Massacro di San Bartolomeo, l'insurrezione della Rochelle e Jaques Amyot traduceva le Oeuvres Morales di Plutarco, che costituiranno un breviario per Montaigne.
È proprio in quest'epoca che il Guascone aveva eletto la torre come retro- bottega, come luogo dove poter lavorare alla scrittura degli Essais.
Questo 'rifugio' non rappresenta l'allontanamento definitivo dalla vita comunitaria, ma piuttosto la possibilità di stabilire un luogo dove riappropriarsi di se stesso e godere della solitudine interiore[14].
L'esercizio della scrittura non lo allontana dalle vicende politiche, ne gli fa spegnere la grande passione per i viaggi.
Ripensando, per esempio, alle sue notazioni al Voyage en Italie fu evidente l'interesse più per gli interventi umani che per i paesaggi, per "la natura lavorata, abitata in cui l'opera umana e l'elemento naturale non si possano mai dividere". Egli si dimostra un viaggiatore curioso soprattutto della vita altrui[15].
Intanto l'esercizio di scrittura continua: agli inizi del 1580 egli raccoglie i fogli scritti e li rimette al Maitre-imprimeur di Bordeaux, Simon Millanges. La stampa degli Essais avviene più tardi, entro il mese di giugno, considerata data limite dai critici per la sua partenza. Egli, infatti, lascia il castello per recarsi, prima a Parigi, a presentare l'opera appena pubblicata a Enrico III, che l'approverà.
[16] Tra l'agosto e il settembre Montaigne riprende, dunque, a viaggiare: si lascia alle spalle l'assedio di La Fère, decide di attraversare le Alpi per andare in Italia. Passa per la Svizzera e la Germania e si pone come meta finale Roma. Egli porta con sé una copia degli Essais .
Come noto, egli seguiva anche 'un itinerario di terme' e si fermava quindi in luoghi rinomati per le cure delle acque. Cercava così di lenire i disturbi derivanti dai calcoli ai reni e dal cattivo funzionamento degli intestini. Correva da un luogo all'altro in "un tempo in cui non si faceva distinzione tra le acque purgative e quelle diuretiche"[17].
Ma l'attenzione che egli mostra per la salute, per le continue coliche, per le espulsioni di calcoli, non lo distolgono dalla vita che vede svolgersi in Italia. Egli si dimostra curioso della società dei suoi simili e desideroso di esperire la vita con i propri occhi, stanco di ricercarla nei libri.
Egli si aggira per le strade per osservare, per scoprire e non certo per incontrare pensatori solitari[18].
Si dimostra curioso della 'psicologia' del popolo visitato e annota, o fa annotare dal segretario, tutto ciò che lo affascina. Scrive in francese e nella lingua del paese che lo ospita.
Così, durante il viaggio, per diciassette mesi e otto giorni, oltre a registrare le immersioni fatte, la quantità di acqua bevuta e le "espulsioni di pietre e di sabbia", fa delle continue annotazioni sulla bellezza vera o presunta delle donne italiane, sulle bellezze prodotte dall'uomo ("un roseto, che produce fiori tutto l'anno", un vino nuovo e torbido, una recita di commedianti, un ballo)[19].
Egli si dimostra attento che le locande che frequenta siano confortevoli; è pronto a visitare belle dimore di nobili e ad annotare tutto ciò che lo interessa nei festini cui partecipa, comprese le portate e l'addobbo delle tavole imbandite[20].
Quando si reca a visitare la Biblioteca Vaticana, più che fare annotazioni sul contenuto dei libri, s'interessa del loro aspetto 'materiale', anche se si ritrova a sfogliare i suoi autori preferiti, quali Seneca e Plutarco. Si interessa dei luoghi dove essi vengono conservati (ad esempio: in scaffali, o in casse); i caratteri in cui sono scritti; i tipi di fogli di carta utilizzati (ad esempio: "più delicata e trasparente della nostra carta che non tollera la tinta dell'inchiostro").
Di un libro di San Tommaso d'Aquino nota il tipo di scrittura ("scriveva male, con una minuta grafia, peggiore della mia"). Degli 'Atti degli Apostoli' nota che sono scritti "in belle lettere greche d'oro, vive e fresche, come se fossero state scritte oggi"[21].
Il 1 ottobre del 1581, Montaigne, che si trova di nuovo a Roma e sulla via del ritorno, riceve le lettere dei giurati di Bordeaux, i quali gli scrivevano molto cortesemente "delle elezioni che avevano fatto di me come governatore della loro città". Aveva ricevuto, infatti, la notizia della nomina a sindaco della sua città.[22]
E così egli ritorna in patria il 30 novembre del 1581, con lo scopo di assumere la carica che gli verrà rinnovata per un secondo biennio nel 1583, nonostante l'opposizione degli estremisti cattolici.
Anche se porta avanti le sue attività di scrittura (nel 1582, come noto, esce la seconda edizione degli Essais, con aggiunte e correzioni), Montaigne continua ad assolvere gli impegni relativi alla carica di sindaco.
Prima di partire, si era conquistato il 'luogo' dove potersi ritirare; aveva delineato un 'territorio' privato, tutto suo, dove poter uscire dal gioco, dove poter 'prendere le distanze'. L'importante per lui era "aver dato una localizzazione, insieme simbolica e concreta, alla distanza riflessiva, averle riservato un luogo sempre accogliente, senza essere costretto ad abitarlo costantemente"[23].
È proprio questa dimensione che si ritrova ancora oggi nella 'librairie' della torre di Montaigne: è quello il luogo dove egli aveva stabilito una frontiera tra lui e il mondo; dove aveva cominciato un 'lavoro' su se stesso, dove aveva iniziato a scrivere, perché parenti e amici, dopo la morte, ritrovassero "alcuni tratti delle sue qualità, dei suoi umori". "Voglio che mi si veda nel mio modo d'essere semplice, naturale e consueto, senza affettazione, né artificio, perché è me stesso che dipingo", egli afferma nell'avvertenza al lettore degli Essais.
È con questo spirito, quindi, che Montaigne sale nella libreria della torre, rifiutando la dimensione malinconica che si acquista nella solitudine. Egli vuole prendere distanze dalle "debolezze" e da quelle forze esterne che sottomettono l'anima, senza annullarle.
La posta in giuoco è quindi la presenza a sé, non la saggezza.
Illuminante, a questo riguardo, appare il saggio De la solitude, in cui egli afferma che l'uomo libero tiene a una sola cosa che non può perdere: se stesso.
A tale scopo è necessario "[ ...] scegliere bene i tesori che possono essere esenti da danno, e nasconderli in un luogo dove non vada alcuno e tale che non possa essere tradito che da noi stessi. Bisogna aver moglie, figli, sostanze, e soprattutto la salute, se si può; ma non attaccarvisi in maniera che ne dipenda la vostra felicità. Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine" (sottolineatura nostra)[24]. Questa scelta stabilisce così un limite tra sé e gli altri, mediante la dimensione del 'retrobottega'. In questo luogo desidera 'predisporsi' a possedersi, a conoscersi e quindi a 'conoscere' le proprie passioni.
Egli cerca un "interlocutore speculare"; mira "a rendere all'individuo mortale il pieno esercizio del proprio giudizio, in uno sdoppiamento che tende ad instaurare all'interno di sé un rapporto di eguaglianza, senza alcuna sottomissione a una autorità esterna"[25].
Egli non ricerca una passività rispetto alle passioni: dopo averle conosciute, se ne riappropria senza sottomettersi ad esse: mira a saperle regolare.
La saggezza che intende raggiunge non è solitaria e melanconica, ma gaia. e' una consapevolezza che si nutre di passioni, e quindi piena di vita.
Quanto detto fino ad ora ci fa capire meglio il punto di vista educativo di Montaigne: egli sostiene che i fanciulli non debbano fondare la loro cultura sui libri, ma sugli esercizi pratici: quando imparano, non devono farlo isolandosi.
E così, gli stessi esercizi pratici quali "la corsa, la lotta, la musica, la danza, la caccia, il maneggio dei cavalli e delle armi faranno parte dello studio che non li isolerà dalla vita"[26].
Egli è consapevole del pericolo che comporta lo studio prolungato nell'isolamento e nella solitudine: quando si è trovato solo con se stesso nella torre, con l'intento di superare quella che per lui era "la dimensione della dissimulazione" e della 'maschera', aveva incontrato "mostri fantastici e chimere".
Egli stesso racconta: "Recentemente, quando mi sono ritirato a casa mia, risoluto per quanto lo potessi a non occuparmi d'altro che di trascorrere in pace e appartato quel po' di vita che mi resta, mi sembrava di non poter fare al mio spirito favore che lasciarlo, nell'ozio più completo, conversare con se stesso e a riposare in se medesimo: cosa che speravo potesse ormai fare più facilmente, divenuto col tempo più posato e più maturo. Ma trovo, variam semper dant otia mentem, che, al contrario, come un cavallo che rompe il freno, esso si procura cento volte più preoccupazioni da solo di quante se ne faceva per gli altri; e mi genera tante chimere e mostri fantastici gli uni sugli altri, senza ordine e senza motivo, che per contemplarne a mio agio la balordaggine e la stravaganza, ho cominciato a registrarli, sperando col tempo di farlo vergognare di se stesso"[27].
È quindi nella solitudine, che aveva ricercato per trovare una dimensione di libertà, che Montaigne trova una pluralità mostruosa: la solitudine provoca la tristezza. "La speranza della libertà si dissolve: bisogna subire la legge dell'umor tetro, sentirsi invasi dalla fantasia, che è alienazione nel senso patologico del termine"[28].
Egli viene spinto a scrivere dall'ansia di riconquistare il dominio delle passioni, ma questo è messo in pericolo dalle impennate dello spirito che, trovandosi in ozio, è irresistibilmente preso da una tristezza melanconica. Egli riconosce che tale umore, assai contrario alla sua indole naturale, è prodotto dalla tristezza della solitudine, in cui si era immerso. Tale tristezza "mi ha dapprima messo in mente questa fantasia di mettermi a scrivere: e poi, trovandomi del tutto sprovvisto e vuoto di ogni altra materia, ho presentato me a me stesso, come argomento e soggetto"[29].
Quello che doveva essere un asilo di pace, un incontro con se stesso e un riappropriarsi di sé è diventato un incontro con l'umor nero, alimentato dalla fantasia e dall'immaginazione.
Lo spirito se è "sprovvisto e vuoto di ogni altra materia", si lascia condurre dalla fantasia; se non è occupato, si getta senza regola, qua e là nel campo vago dell'immaginazione: l'anima che non ha uno scopo stabilito si perde[30].
È scrivendo che troverà rimedio e salvezza: raggiungendo la consapevolezza di se stesso, non si troverà più nel vuoto e in balia delle sue passioni: riuscirà a regolarle senza soffocarle.
Montaigne ha trovato nello scrivere un modo per non annullarsi[31]. Tale mancato annullamento avviene proprio attraverso la scrittura, cioè attraverso l'esercizio del proprio discernimento.
È infatti la ragione, la consapevolezza, che lavorando su un materiale passionale, riesce a mettere ordine in esso. e' per questo che Montaigne scrive e riscrive un solo libro per tutta la vita, mostrando così che la principale posta in giuoco non è il sapere, ma "la presenza a sé"[32].
La scrittura degli Essais porta così il suo autore alla scoperta dell'Io. Un Io che è fatto di passioni che egli impara a padroneggiare.
Quindi scrittura non solo come mezzo per scoprire la propria identità, ma per mettere ordine in essa.
Il primo incontro con la sua indole naturale, lo aveva messo di fronte al fatto che in lui non prevale alcun temperamento puro. Egli "sfiora la melanconia, o ne diventa preda brevemente, per cadere subito sotto il dominio, ugualmente transitorio, di un'altra potenza interiore". Egli scopre con la scrittura che l'indole "stabilisce un equilibrio strettamente individuale, un misto singolare, che la saggezza medica e le regole della prudenza raccomandano di rispettare e di non contrariare che con circospezione"[33].
Egli scrive con la speranza di trovare stabilità e trova, in un primo tempo, il subbuglio di forze contrarie. Ma, in un secondo tempo, la consapevolezza, la presenza a sé, gli fa padroneggiare questo misto singolare, in un certo senso irripetibile, questa coincidenza di contrari o di passioni che è il suo Io. Un Io passionale che non cesserà mai di confrontarsi con le altrui passioni.
Ecco perché quelle nicchie e quelle finestre nella librairie della torre erano necessarie per creare un vero luogo per la scrittura.
Nadia Boccara
Mi sono occupata di quei paragrafi dell'Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam in cui la pazzia è ritratta come una forza vitale, irrazionale, creatrice
Per affrontare, quindi, il nesso tra 'follia e saggezza' ho letto in classe passi che si riferiscono alla "filautia", o amor di sé, e al fatto che "la felicità consiste nel contentarsi di ciò che si è": volevo mostrare come un uomo del '500 si fosse espresso sul tema dell'amor di sé.
Ho poi letto quei passi di critica della 'saggezza esercitata in solitudine', che porta alla misantropia, contrapposta alla saggezza 'pratica', più vicina alla vita. Ho letto anche quel passo erasmiano, in cui si afferma che uno splendido modo "per liberarsi della vergogna che offusca l'intelligenza e la timidezza è possedere un granello di pazzia". Sono quindi arrivata ad analizzare il fatto che per Erasmo "il vero senno è la pazzia e che la pazzia guida alla saggezza".
Ma, nel verificare che quello che venivo leggendo e commentando fosse chiaro per tutti, mi sono sentita rispondere da alcuni che avevano difficoltà a capire il linguaggio usato da Erasmo. Altri hanno detto che non hanno mai considerato importanti le tematiche che stavo affrontando.
Ho pensato di riprendere il tema che "i buffoni sono i veri saggi", servendomi di un linguaggio più vicino a quello degli studenti. Li ho fatti assistere alla proiezione del film "Train de vie", chiedendo loro di soffermarsi sulla figura del protagonista. Volevo che si concentrassero sulla figura dello "scemo del villaggio", volevo comunicare un concetto, presente nella cultura ebraica, che l'uomo semplice e ingenuo, considerato dalla comunità come un povero pazzo è anche in grado di concepire un'idea semplice, ma geniale, e salvare l'intero villaggio dallo sterminio nazista. Egli sarà l'ideatore e l'organizzatore di un treno che lo porta, insieme agli abitanti del suo villaggio, verso la salvezza: un treno che trasporta ebrei che si fingono deportati, guidati da altri ebrei, camuffati da nazisti.
Ne sono nate delle schede sull'argomento, scritte dagli studenti che si erano avvicinati all'idea erasmiana attraverso le immagini del film.
L'altra tematica affrontata è quella 'dell'essere e dell'apparire' nella società francese del'600. Ho introdotto il tema, facendo assistere gli studenti a una lezione, tenuta dal professor Gaetano Platania, professore di "Storia dell'Europa di Centro" presso la nostra Facoltà, e incentrata sulla vita condotta alla corte di Versailles, al tempo di Luigi XIV e sull'importanza a corte dell'etichetta. e' stata anche fornita una bibliografia essenziale sull'argomento. Contestualmente gli studenti hanno partecipato alla proiezione del film "La presa del potere di Luigi XIV" di Roberto Rossellini, che il dottor Francesco Bono mi ha messo a disposizione.
Gli studenti sono stati invitati a fare una scheda sul film, incentrata sul tema dell'etichetta e a fare un breve componimento su un'esperienza personale relativa alla tematica 'l'essere e l'apparire'.
Altro film proposto, in relazione a questa tematica è stato "The Truman Show", di cui portiamo una scheda a titolo esemplificativo.
Nadia Boccara
[...] Scegliere tra essere ed apparire rappresenta il nodo centrale del comportamento di ogni uomo nel suo rapporto con gli altri.
In un mondo dominato dai mass media, dove la televisione diviene modello da imitare, è facile trovarsi in situazioni che ti spingono a plasmare la tua personalità in base alla situazione che stai vivendo e alla persone che hai davanti.
In molti affermano che questo adeguarsi alle circostanze sia la chiave del successo perché, se non si piace per quello che si è, bisogna modificare comportamenti ed abitudini e essere così apprezzati e stimati.
Chi pensa ciò, non ha fatto i conti con la fragilità della specie umana che non è in grado di capire fino a che punto sia possibile arrivare e quando, invece, è necessario fermarsi. Ecco allora che ragazze meravigliose si trasformano in scheletri solo per poter apparire come quelle creature meravigliose, chiamate modelle, che dominano la scena del mondo dello spettacolo.
A tutti capita, almeno una volta nella vita, di decidere di apparire diversi da quello che si è nella realtà; Luigi XIV con la costruzione della reggia di Versailles e la rigida etichetta che aveva imposto alla nobiltà, ne aveva fatto una vera e propria strategia politica, per cui nessuno può giudicare sbagliato il comportamento di chi in certe situazioni preferisce apparire piuttosto che essere se stesso.
Tuttavia bisogna comunque mantenere una personalità propria, anche se a conoscerla veramente siamo solo noi stessi, per non perdere di vista ciò che è meglio per noi e fino a che punto vale la pena spingerci.
Io ho un carattere abbastanza chiuso e riservato, ma in questa società è necessario comunicare con le persone che hai accanto, così ho sviluppato un atteggiamento estroverso ed aperto nei confronti di coloro che mi sono vicini.
Tuttavia quando ho bisogno di stare sola mi ritaglio un piccolo spazio per riflettere lontana da tutto e da tutti, consapevole del fatto che la mia personalità ha bisogno di tornare a manifestarsi per quella che è.
Ambra Torrioni
[...] Da sempre noi esseri umani usiamo la nostra intelligenza e le nostre paure per donare a noi stessi un ambiente favorevole, un consenso, un partner, un lavoro.
Per raggiungere i nostri obbiettivi abbiamo la necessità di imporci in una determinata maniera, creiamo uno stereotipo di noi stessi e variamo continuamente cercando di migliorarci aiutati dall'esperienza; e senza rendercene conto perdiamo la nostra limpidezza di spirito e ci avviciniamo con il passare del tempo all'ingranaggio della vita che ci vuole banali, simili e produttivi.
Quel che siamo nel profondo si manifesta in casi rari, riflettendo... sono i momenti indimenticabili per i quali, se mi fosse concessa una seconda vita, opterei per una nuova esperienza.
Possono essere piccoli momenti quali il calore del sole sul viso associato alla tranquillità d'animo, mente sgombra, confessare il proprio amore senza fine alcuno...
Prendiamo in esame il momento del parto, l'essere non si svela meglio che in questa situazione.
Intendo la madre che ritrova la gioia della vita in suo figlio e questo scopre la vita attraverso il calore della madre, l'essere si esprime senza veli perché il mondo esterno non influenza, il mondo esterno è nulla; i due soggetti, in simbiosi, creano un nuovo microcosmo che è formato da una espressione limpida.
Prendi un anziano troppo in là con gli anni, prendi la sue apparente follia: è manifestazione dell'essere che scompare, o che si evolve in una forma diversa e misteriosa?
Penso veramente quello che scrivo.
O il mio interesse è apparire?
Silvia Pallottini
La differenza tra essere ed apparire è molto sottile, a volte neanche noi stessi ci rendiamo conto se il modo in cui ci stiamo comportando corrisponde al nostro vero io. Questo perché la personalità è complessa, piena di sfumature e in continua evoluzione e perché dovremmo conoscerci fino in fondo per essere consapevoli della sincerità o falsità delle nostre azioni. L'uomo, però, troppo coinvolto dallo scorrere quotidiano della vita, non trova il tempo per parlare un po' con se stesso; in questo modo continua a vivere trasportato dalla corrente delle azioni che compie senza sapere cosa lo ha spinto a fare una scelta invece che un'altra. Mi trovo in accordo con Montaigne quando afferma di dover trovare un "retrobottega" dove rifugiarsi ogni volta che si ha bisogno di un po' di pace e sana solitudine.
Francesca Quatrini
[...] Nella vita di tutti i giorni è molto comune non potersi comportare sempre come si desidera. Si devono affrontare situazioni alle quali non si può reagire in modo spontaneo o naturale. Questo è spesso presente nelle relazioni di lavoro, e in circostanze negative come litigi o sopraffazioni ricevute, davanti alle quali, nonostante il desiderio di rispondere, per non peggiorare la situazione o per non essere offensivi, ci si trattiene. Allo stesso modo può accadere nell'offrire la propria disponibilità, quando in realtà si vorrebbe fuggire via, non essere legati da quell'impegno, di fronte al quale non siamo stati capaci di dire di no.
Insomma tutta la vita è un gioco di ruoli e di doppie facce, dietro le quali non si è mai sicuri se quello che si riceve e ciò che si dà, è frutto di spontaneità o di apparenza.
È un'esperienza che si fa a tutte le età, fin da piccoli.
Per quanto mi riguarda, ogni giorno ho esperienze che mi obbligano ad atteggiarmi in modo non consono alla mia natura.
Però è proprio della mia natura non riuscire a far prevalere l'apparire sul mio essere, soprattutto se mi trovo a disagio. Si nota subito che mi sento "un pesce fuor d'acqua". Il mio essere timido e pacato fiorisce al di sopra di ogni apparenza.
Presentarsi per quello che si è e non per come gli altri vorrebbero che tu sia, è fondamentale e basilare per instaurare rapporti con la società che ci circonda. Anche se sono consapevole che al giorno d'oggi, come probabilmente da sempre, un po' tutti portiamo una maschera dietro la quale ci nascondiamo, probabilmente per mancanza di fiducia in noi stessi.
Michela Civitelli
[...] Probabilmente noi recitiamo molto più spesso di quanto in fondo si creda, indossare una maschera ci rende più sicuri di soddisfare le aspettative che in quel determinato contesto sociale ci vengono richieste. Così a scuola dobbiamo apparire diligenti e studiosi, con i parenti figli invidiabili e con gli amici desiderabili, al passo con i tempi, con la moda.
Spesso il mondo d'oggi è il mondo dell'apparenza, della bellezza a tutti i costi, del culto della forma fisica; si rischia così di sottovalutare il vero significato della persona umana che, a mio parere sta nel suo essere, che lo rende singolare ed unico, quindi, insostituibile.
Molte volte nella mia vita ho dovuto scegliere tra essere e apparire, molte più di quante ne ricordi e spesso mi sono adeguata a ruoli che infondo non mi corrispondevano, per piacere di più agli amici, apparire più desiderabile ed invidiabile; poi ho compreso che ciò mi feriva troppo e che infondo valeva la pena di mettersi totalmente in gioco, ma stavolta a carte scoperte! Inaspettatamente questo atteggiamento ha riscosso risultati positivi, le persone sentendomi più fresca e autentica, hanno iniziato a vedermi sotto un'altra luce, a confidarsi, a stringere legami più forti.
La dimensione dell'apparire è transitoria e fittizia, la vera essenza di ogni persona, la sua autenticità va ricercata più infondo nel suo mondo interiore, l'unico in grado di regalarci tanto.
Eliana Piacentini
[...] Potrei raccontare storielle più o meno varie della mia adolescenza, non voglio però classificarle come avvenimenti, che hanno caratterizzato il mio "essere" o quello che si intende per "apparire": "fumo, non fumo?" "bevo, non bevo?"
Credo che chiunque abbia affrontato questi dilemmi, dovendo scegliere tra l'apparire forte, sicuro, simpatico e poi vergognarsi da solo, dentro; o l'accettare di non essere né particolare, né interessante ai più, ma semplicemente se stesso e perciò già unico e raro.
Il momento più stupido, fino ad ora, della mia vita è stato quello del passaggio dalle medie alle superiori.
Sono vissuto per quattordici anni in un piccolo paesino umbro, senza particolari risorse, che non ci ha trasmesso lo stile dei nostri compagni della città, dove ci siamo trasferiti per le superiori.
Cresciuti tra i campi, fossi e cantine avevamo come un'etichetta dietro la schiena, ma mentre tutto questo passava indifferente ai miei amici, a me pesava molto e feci di tutto per diventare particolare ed interessante come loro, quindi uno come tanti altri, una goccia in mezzo al mare.
Per fortuna questa follia turbò poco la mia mente già degradata e, dopo un periodo di confusione e di assestamenti, subii il famoso ritorno alle origini, ai miei amici, ai miei veri interessi: lasciai perdere le anonime discoteche e i luoghi comuni e ritornai alle cene in cantina.
Riccardo Paoletti
Essere e apparire: ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, o ciò che vogliamo che gli altri pensino che noi siamo.
Il primo elemento discutibile è la consapevolezza che noi stessi possiamo avere del nostro essere, ovvero ciò che siamo, il secondo è ciò che vorremmo essere.
Si attraversano fasi nelle quali non si è consapevoli di ciò che si è. E questa non è necessariamente una tematica adolescenziale ma può bensì coinvolgere l'uomo nelle diverse fasi di crescita e di sviluppo intellettuale.
Questo primo punto ha spesso coinvolto intellettuali, artisti e filosofi: tant'è che in "Ossi di seppia" Montale conclude la lirica "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato" scrivendo:
"[...] codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo."
Ma intellettuali ed artisti non hanno solamente esternato la loro inquietudine che deriva dalla tematica esistenziale dell'essere e del non essere; ma hanno spesso denunciato quella tendenza, generata da una società consumistica, che ha condizionato l'uomo a tal punto, che apparire sembrava più importante che essere. Un autore che ha fatto della sua arte una denuncia è stato Luigi Pirandello pensiamo a "L'esclusa" e "Al fu Mattia Pascal".
Una volta acquisita la consapevolezza del proprio essere, perché si tende ad apparire? Probabilmente lo si fa perché non se ne è particolarmente soddisfatti o perché è semplicemente una forma di auto tutela: una maschera come quelle che si usavano nel teatro greco, per recitare un ruolo che non ci appartiene ma che in quel momento ci sembra quello "più adatto".
Nella società occidentale di questo millennio appena iniziato sono tante le situazioni nelle quali è veramente difficile mostrare semplicemente quello che si è: il timore di essere "bocciati" per insufficienza di qualità è probabilmente la causa principale che spinge l'uomo a calare la maschera e a vivere in palcoscenico.
Ma non è una prerogativa del nostro tempo; come una sorta di "eterno ritorno" le problematiche sembrano essere sempre le stesse: così scrive Shakespeare in "Come vi piace":
"[...] Tutto il mondo è un palcoscenico,
E gli uomini e le donne sono soltanto degli attori,
Che hanno le loro uscite e le loro entrate.
Ed ognuno, nel tempo che gli è dato, recita molte parti [...]"
Ho messo anch'io la maschera dell'Elisa che volevo sembrare e l'ho fatto, a momenti alterni, per un periodo abbastanza lungo: gli anni del liceo. Sono stata un'adolescente insicura e riservata.
Probabilmente perché non mi sentivo abbastanza bella o abbastanza capita: l'ambiente che mi circondava, più semplicemente la classe, era formato da persone che parlavano di argomenti che non mi interessavano affatto: che vestito indossare per una determinata occasione, come festeggiare un San Valentino...
Per cercare di adattarmi "all'ambiente classe", per non essere tagliata fuori dalle discussioni ho preferito apparire invece che essere.
La verità è che essendo non sarei piaciuta, non essendo era tutto molto più facile... e poi la moda uguale per tutti, la televisione, la pubblicità sponsorizzano il non essere, oppure se vogliamo, l'essere tutti uguali, l'essere la massa.
Oggi sto imparando ad essere e ad apparire di meno, sinceramente mi diverto molto di più da quando mi è passata la presunzione di dover piacere a tutti, a tutti i costi. Ho guadagnato dei rapporti più solidi e sereni.
E poi sono diventata molto curiosa di conoscere il mio essere, sì, un'idea di chi io sia ce l'ho, ma ho solamente diciannove anni e mi conosco solo in parte... voglio vedere chi sono e l'unico modo che ho per farlo è fare uscire quello che c'è , vedere come si comporta e correggere il mio "io" là dove a me non piace.
Elisa Guida
[...] Essere quel che si è o apparire come vuole la gente?
Questo è l'interrogativo che ognuno di noi si è posto almeno una volta nella sua vita e la risposta può essere semplice: basta essere se stessi. Ma può bastare questa risposta al mondo moderno? Un mondo pieno di personaggi belli, di uomini muscolosi, di donne attraenti e perfette? Non voglio criticare coloro che vanno in palestra o ricorrono ad altri mezzi. Voglio dire che spesso noi ci fermiamo alle apparenze. Snobbiamo una ragazza perché non la si considera bella o scegliamo una ragazza attraente semplicemente per soddisfare i nostri desideri più intimi. Così facendo sbaglieremmo moltissimo perché, come si dice, l'apparenza inganna. Non bisogna fermarsi alle apparenze, ma conoscere a fondo una persona e scoprire le sue qualità perché anche una persona considerata brutta può nascondere delle qualità. Questa esperienza mi è capitata personalmente. Fin dalla tenera età ho avuto un grande appetito: mangiavo molto e tutto; mia nonna e mia madre mi dovevano preparare delle abbondanti porzioni di vivande, mangiavo come un adulto. Mia madre si preoccupava perché ero grasso, vicino all'obesità e, con l'aiuto del medico di famiglia, mi mise a dieta; tante volte ho smesso per poi ricominciare col solo risultato che ingrassavo molto, ma il fatto strano è che ero felice perché non mi curavo degli altri. I problemi si manifestarono alle scuole medie: in quell'istituto ero deriso per il mio peso e l'unico modo che avevo era quello di venire alle mani con i ragazzi che mi insultavano. Non migliorai la mia situazione e ben presto mi ritrovai con un unico amico: era alto e forte ma era deriso perché era della Puglia. Alle superiori non cambiò molto perché ero grasso anche dentro; non curavo il modo di vestire e mi lavavo poco perché dentro mi sentivo male perché credevo che la gente si burlasse di me ( in verità i miei amici mi volevano aiutare ma io non lo capivo). Le cose cambiarono quando cambiai classe, lì mi feci nuovi amici che mi accolsero bene e proprio in quell'anno feci una cosa straordinaria: mi misi a dieta stretta. La dieta diede i suoi frutti, perdendo chili ebbi più fiducia in me, e delle qualità nascoste vennero fuori. Non solo ero felice ma anche i miei amici lo erano. Ero diventato più gentile e amichevole. Apparivo ciò che sembravo, cioè un ragazzo felice; questa esperienza non mi ha cambiato, infatti non guardo l'aspetto fisico di una persona, guardo quello che ha dentro.
Andrea Maria Achilli
Truman è un uomo che vive da sempre in una tranquilla e tipica cittadina americana.
È sposato con una donna che non ama, ma che finge di amare. Egli continua a cercare, seppure di nascosto, la ragazza di cui era innamorato al liceo e che, una sera, era stata misteriosamente portata via da alcuni uomini a lui sconosciuti (gli stessi uomini che rivede il giorno in cui ritrova il padre, disperso in mare quando lui era bambino, e fatto poi sparire misteriosamente).
A un certo momento della vita decide di lasciare tutto per andare a cercare la donna che amava e che ama ancora.
Si accorge così che tutto ciò che sembrava reale (gli amici, la moglie, il lavoro) è una finzione: tutta la sua vita è stata in realtà organizzata e diretta da altri. Tutto il mondo segue in diretta televisiva la sua storia, come se fosse uno 'show'.
Cerca di scappare dall'isola in cui vive, collegata con la terra ferma solo tramite un ponte, ma viene fermato.
Riesce alla fine a battere la terribile paura del mare, nata in seguito alla tragica scomparsa del padre.
Decide di scappare dall'isola con una barca e riesce ad eludere la sorveglianza di tutti gli attori che facevano parte della sua vita e che lo sorvegliano a vista. Parte per il suo viaggio.
L'ideatore dello show non si arrende all'idea che Truman sia diventato cosciente della situazione in cui vive e che voglia fuggire. Lo ostacola in tutti i modi, arrivando quasi a ucciderlo in mare aperto, come aveva fatto con il padre.
Truman resiste a questi sabotaggi e riesce ad arrivare ai confini del mondo, in una realtà che è solo sua.
Attraversa così la porta che separa "il suo finto mondo", da un mondo reale.
Truman è la dimostrazione che la realtà può essere diversa da come ci appare.
Il protagonista del film è proprio lui, Truman, costretto a vivere in un modo fittizio, che lui crede reale. Sembra veramente impossibile ed insensato tutto ciò; ma riflettendoci bene ci si può domandare: "che cosa si intende con il termine realtà?" e' come se tutti noi avessimo un'idea fissa nella mente e la tenessimo legata a noi pensando che sia la stessa che lega tutti gli uomini e che li renda uguali. Ma chi dice che il nostro modo di vedere la realtà sia uguale a quello degli altri e soprattutto sia quello giusto?
La soluzione ci viene suggerita proprio dal film. La vera realtà è quella che noi decidiamo di vivere, che non è detto che coincida con quella degli altri.
Ambra Torrioni.
Il film 'The Truman show' anticipa quel fenomeno culturale e sociale che è la febbre del 'voyerismo' che coinvolge i mass media e la vita di tutti i giorni.
I temi che ne emergono sono filosofici: si affronta infatti il problema del libero arbitrio: il protagonista crede di vivere una vita che si è scelto, mentre in realtà tutto rientra in un copione scritto da altri.
Il libero arbitrio non sarebbe concesso all'uomo, che tuttavia è convinto del contrario.
Il dio ingannatore, direbbe Descartes, è il produttore e il regista del film: egli fa percepire al protagonista, non la realtà, ma una fittizia rappresentazione di essa.
A Truman(ironica abbreviazione di 'true man', uomo vero) appare tutto chiaro quando riesce a mettere insieme dei piccoli particolari della sua vita, come la stazione radio che segue i suoi spostamenti in macchina 'in tempo reale'.
In questo film è presente anche la tematica dell'essere e dell'apparire, già cara a filosofi e letterati quali Montaigne e La Rochefoucauld. Certamente qui ha una sua accezione particolare: si tratta, cioè, del contrasto tra emozioni vere e rappresentazione fittizia e scenografica della vita dell'individuo.
Un altro tema importante è quello dell''eroe', che non è una persona dotata di capacità speciali, ma un uomo che prende coscienza della sua condizione e si ribella ad essa. Egli, come l'uomo del 'mito della caverna' narrata da Platone, scopre la verità a poco a poco, grazie alle sue capacità, e successivamente trova il coraggio di affrontarla. Così si lancia in una lotta titanica contro la sua più grande debolezza, ossia la paura dell'acqua; Raccoglie tutto il coraggio che ha e naviga sotto la pioggia e la tempesta (provocate dal regista e dunque finte, ma pur sempre in grado di uccidere), fino a raggiungere la porta. La porta rappresenta l'apertura verso la verità, in quanto al di là si trova il mondo reale.
Raffaella Rallini
"The Truman Show" è un film che riesce ad unire spettacolarità visiva e spessore tematico, lanciando al pubblico interrogativi morali tutt'altro che banali.
L'interesse di matrice umanistica dei realizzatori del film, concentrato a riprodurre in forma di metafora le contraddizioni del reale, si esplica nel film su un doppio piano narrativo: in un primo, la vicenda sembra incentrarsi sulle distorsioni della comunicazione globale e, in un secondo, risaltano riflessioni, per così dire metafisiche, che rappresentano la condizione universale dell'uomo.
Un fattore molto rilevante concerne il fatto che Truman persista nello scambiare questa enorme finzione che lo circonda per la sola realtà possibile, in modo tale che i milioni di 'occhi' che lo seguono possano continuare a nutrirsi della sua innocenza.
Truman è l'unico 'uomo vero' della vicenda e allo stesso tempo è il risultato di una strategia funzionale. Così facendo, lo 'show' può permettersi di non raccontare nulla, lasciando scorrere la monotonia di giornate sempre uguali, in una cittadina qualsiasi.
La natura del film solleva problematiche quali la facoltà di scegliere circa il proprio destino e magari di preferire l'imperfezione del mondo reale ad una inconsapevole e sterile felicità.
Il protagonista, attraversando la porta, perde l'innocenza e riconquista la sua identità.
Silvia Pallottini
[...] The Truman Show è un bellissimo film interpretato dai bravissimi Jim Carry e Ed Harris, che offre degli spunti di carattere filosofico: Carry impersona la voglia dell'uomo di scoprire la propria identità, di scoprire le proprie origini, di scoprire la verità che molti vogliono nascondersi e la voglia di viaggiare, di conoscere il resto del mondo e di scoprire che tutto ciò che si vede è reale.
Harris, il regista del film, impersona la volontà degli uomini di costruire mondi perfetti, delle 'nuove Atlantidi, cioè di sostituirsi a Dio [...].
Andrea
Il film si apre con l'arrivo delle forze naziste alle porte di una piccola comunità ebraica del Nord - Europa. La guerra è in corso e le deportazioni di ebrei, zingari e oppositori da parte dei tedeschi minacciano il mondo. Inaspettatamente ad avere per primo la notizia non è il rabbino, ma un uomo considerato folle dalla comunità, dotato in realtà di grande saggezza e brillante ingegno, fuori del comune. Durante il film, vengono così evidenziati i principali personaggi, fili conduttori della vicenda, che la caratterizzano come riflessiva e ironica rappresentazione di una delle più grandi tragedie della storia umana. I principali personaggi sono:
il folle
- egli apprende per primo la notizia;
- la comunica al resto della comunità;
- concepisce l'idea della finta deportazione;
- diviene il punto di riferimento per l'organizzazione
della finta deportazione;
- sul treno non viaggia con il resto della comunità,
nei vagoni, ma sempre sul tetto. Gesto questo simbolico di quel forzato
distacco che caratterizza la sua vita: egli ha paura di essere troppo coinvolto
e di soffrire.
- alla fine della pellicola si trova in un campo di
concentramento. La conclusione del film rimane dunque aperta, è soprattutto un
sogno? O soltanto il folle è stato catturato? O è forse quel campo di
concentramento il simbolo di quella intima prigionia che non gli permette di
vivere pienamente la vita, con ogni sua emozione?
la donna
- simbolo di vita;
- inizialmente vuole un ragazzo ebreo, divenuto
comunista;
- rifiuta il folle perché egli vive un distacco
inconciliabile col modo di essere della ragazza;
- sposa uno zingaro, simbolo di vita, libertà, gioia;
finto nazista
- inizialmente accetta malvolentieri il ruolo assegnatogli;
- contribuisce poi attivamente all'organizzazione della deportazione;
- si cala a tal punto nella parte da poter sostenere brillantemente l'incontro con il vero nazista;
- tenta di sedare i contrasti nati nella comunità a causa di una fazione di giovani ribelli;
- con coraggio riesce a liberare un compagno fuggito e catturato dai veri nazisti;
macchinista
- viene reclutato pur non avendo mai guidato un treno;
- sin dall'inizio è entusiasta dell'impresa e si dà da fare;
- collabora avvertendo la comunità in caso di pericolo.
Eliana Piacentini
Un personaggio importante del film "Train de vie" è il finto nazista, al quale viene imposto il ruolo più sgradito; accetta il ruolo assegnatogli, alla fine entra talmente nella parte che non riesce nemmeno a parlare più yddish ma solo tedesco. Si comporta da vero nazista, prega tenendo in testa il berretto da nazista. Alla fine, si esalta talmente che supera la mentalità criminale nazista. Riesce a ricuperare la sua umanità solo quando si incontra con l'altro finto nazista, un alter ego, uno specchio in cui ritrovare la parte 'buona ' di se stesso.
Personaggio complementare alla figura dell'ebreo nazista è l'ebreo comunista, che invece non finge il suo ruolo, ma è veramente convinto della sua nuova ideologia; già il fatto che segua ciecamente la dottrina di Marx, dopo averne sentito parlare solo una volta, è alquanto sospetto, e per di più cambia in modo totale il suo essere ebreo: si taglia la barba e i capelli.
Si ribella al rabbino (che oltretutto è suo padre), non rispetta le regole imposte dalla comunità, sovverte l'ordine creando una gerarchia 'alternativa' nei vagoni; risponde alla ragazza che voleva sposare dicendole che ormai è sposato con il partito; nel momento che sta per venire alle mani col finto nazista, che in fondo rimane un suo fratello, un membro della comunità, solo l'intervento del folle fa rinsavire i due litiganti. Essere comunista significa dunque rinnegare la propria comunità, assumere altre regole, ma significa anche avere potere all'interno del proprio gruppo, un potere che il ragazzo prima non aveva.
Ma allora, vuole davvero essere comunista, o è solo un modo per sentirsi qualcuno?
Il dubbio rimane.
Andrea
La figura molto poetica, a suo modo, è quella della ragazza. Indipendentemente dalla vicenda, dimostra di essere una persona forte e decisa, che sa quel che vuole, che decide autonomamente la sua vita; in fondo è lei la vera ribelle, poiché la libertà autentica non sta nell'indossare una divisa da nazista o nel togliersi la barba e fare il comunista. I due personaggi maschili non sembrano pensare autonomamente, ma si fanno influenzare da idee che vengono da 'fuori'; la ragazza invece non deve assumere atteggiamenti esteriori che la distinguano dall'essere ebrea, ma vive secondo le proprie idee senza curarsi dell'opinione degli altri, scegliendo di affrontare l'esistenza attimo per attimo, accettando le gioie e i dolori della vita senza pensarci troppo, pronta a ricominciare a lottare anche il giorno dopo (appena ha lasciato il fidanzato ebreo, ne trova un altro zingaro). In fondo chi sceglie di vivere senza badare al giudizio degli altri, specie in una società rigorosa e intransigente (come quella ebraica) può giustamente essere considerato folle, libero o eroe, a seconda dei punti di vista.
Emblematica e sorprendente è la fine: il treno di finti deportati ebrei e zingari riesce a mettersi in salvo, ognuno va per la sua strada, creandosi la vita che più desidera. Ma Schomo, che ha raccontato l'intera storia, in realtà si trova in un campo di concentramento: ma allora si è inventato tutto ed è veramente pazzo, oppure il treno della salvezza non è riuscito a portarlo con sé? Forse è rimasto come 'vittima sacrificale' per permettere agli altri di salvarsi? O forse la sua storia è una metafora per dirci che i suoi amici hanno preso sì un treno, ma che li ha portati alla morte?
Se tutta la vita fosse un treno, dove porterebbe, come andrebbe affrontato il viaggio, da nazista, da comunista, da folle o da ragazza? L'unica certezza che rimane è questa: il treno è partito, da qualche parte è arrivato, e agli uomini non resta che decidere dove andare.
Manuela Gaetani
[...] Il viaggio del 'Treno per la vita' si svolge con mille peripezie fino all'arrivo al confine. Sembra un lieto fine, ma cambia la scena e ci si ritrova in un lager dove si vede il folle prigioniero. Le sue ultime parole sono "è una bella storia quella che ho raccontato".
Cosa significa questo finale? Che la storia narrata è una favola? Se era una favola, perché narrarla? Per far sopravvivere la fallace speranza? Oppure significa che solo un folle può sperare di sfuggire agli orrori dell'olocausto? Tutto è possibile.
Ho molto sognato; ho molto vissuto
Uno degli obiettivi che mi sono prefissa nell'insegnare filosofia, sia al liceo, nei primi anni subito dopo essermi laureata, che più tardi, all'Università, è stato quello di far partecipare attivamente alle lezioni gli alunni.
Ho sempre creduto che fosse importante trovare un metodo per suscitare l'interesse filosofico. Da quando ho deciso con Francesca Crisi, socia della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari, di sperimentare la possibilità di far interessare gli studenti alla filosofia, partendo da un'analisi autobiografica, mi sembra di aver raggiunto con maggior profitto il mio obbiettivo.
La mia Facoltà di Lingue e letterature straniere moderne di Viterbo aveva deciso di affrontare per l'anno accademico 2002 - 2003 il tema dell'esilio, da varie angolazioni, a seconda delle materie impartite agli studenti.
Il testo che avevo deciso di adottare nel mio corso di Filosofia Morale era quello delle Lettere persiane di Montesquieu.
Con la lettura di questo testo volevo affrontare sia il tema del 'viaggio' (quello reale e quello immaginario), che quello della 'curiosità', che spinge a partire per andare alla ricerca dell'altro da sé.
Ma per giungere a interessare gli studenti alle questioni filosofiche contenute in questo libro, volevo sollecitare la loro memoria autobiografica e spingerli a esprimersi su loro esperienze di viaggi, su motivi che li avevano spinti a partire.
Queste scritture autobiografiche relative al 'viaggio' dovevano servire come esercizio preparatorio: con esse avrebbero iniziato a analizzare, collegare, connettere, ordinare ciò che era accaduto nelle loro esperienze di viaggio, per poi passare all'esercizio del confronto con esperienze analoghe, fatte dai loro compagni.
Il presupposto era quello di suscitare un desiderio di conoscenza di sé e far provare il gusto per tale attività. Solo dopo aver assaporato tale gusto, sarebbe nato l'interesse dell'altro da sé.
Indagando nella loro memoria e lavorando su ciò che avevano vissuto, avrebbero poi naturalmente voluto confrontarsi con le opinioni espresse da Montesquieu.
Il modo in cui è concepito il libro era adatto a raggiungere il mio intento. Infatti, come è noto, le Lettere persiane si presenta come una raccolta di lettere che da voce a "tanti autori quanti sono i protagonisti dell'epistolario. La parola è di volta in volta affidata ai nobili viaggiatori, agli eunuchi, alle mogli, agli amici lontani, ai dervisci. Il regime dell'opera è quello di una pluralità di coscienze, della diversità dei punti di vista e delle convinzioni. Vicini in questo agli eroi di teatro, i personaggi situati attraverso la scrittura possono seguire ognuno la propria soggettività, dar libero corso alla loro passione o al loro pregiudizio, sostenere la loro causa con gli argomenti, in buona o in cattiva fede, che l'umore del momento ispirava loro".
Avevo imparato da Jean Starobinski che con questo libro "[...] il lettore si accorge ben presto che, in queste voci plurali, in questi soggetti che hanno, di volta in volta, ragione secondo il loro particolare punto di vista, un autore nascosto si compiace di confrontare le passioni contrapposte, i dogmi e le critiche ai dogmi, in modo che insensibilmente trionfa una ragione che deriva dalla percezione dei rapporti. Ragione che nessun personaggio del libro detiene (nemmeno il ragionatore Usbek), ma che si manifesta dovunque la contraddizione si rende evidente e insostenibile: dove il lettore più nettamente avverte l'esigenza della non contraddizione dell'universale" (Introduzione a Montesquieu, Lettere persiane, tr. it. Rizzoli, Milano 2002, p.12)
Il testo si prestava dunque, per la forma in cui era scritto, a operare un confronto di opinioni. Noi, per parte nostra, volevamo che gli studenti giungessero, prima di tutto, a conoscere la loro opinione e poi a confrontarla con quella degli altri. Le loro osservazioni si sarebbero infine confrontate con gli autori delle varie lettere.
Con lo studio "di documenti comunicati da alcuni viaggiatori persiani" e presentati appunto come una raccolta di opinioni, intendavamo Francesca e io, far compiere anche ai nostri studenti un 'viaggio formativo'.
Il punto di partenza di questo viaggio era chiaro: volevamo che gli studenti sperimentassero che "chi indaga su stesso finisce, lo voglia o no, sull'indagare su tutto il resto"(Elias Canetti, Il cuore segreto dell'orologio, tr. it., Adelphi, Milano 1987.
Prima di cominciare il corso, ci siamo incontrate varie volte per discutere degli argomenti che erano trattati nel testo di Montesquieu.
Avevamo letto in precedenza il testo di Montesquieu: io l'avevo riletto alla luce del tema proposto, quello dell'esilio, e Francesca l'aveva letto, per la prima volta, qualche mese prima, con grande entusiasmo e interesse.
Francesca, in questa esperienza didattica, ha incarnato il personaggio di chi, partendo da una grande esperienza di scritture autobiografiche, arriva a formulare temi di carattere filosofico e quindi più generali.
Abbiamo cominciato, nei nostri incontri preliminari, con l'affrontare insieme il primo grande tema, quello del 'viaggio', tema che abbiamo analizzato a partire dalla prima lettera.
Il personaggio principale, Usbek, racconta, mentre si sta allontanando dalla sua terra natale, la Persia, il 'motivo' che lo ha spinto a compiere un tale passo:
"Tra i persiani Rica ed io siamo forse i primi ad uscire dal nostro paese per desiderio di apprendere, rinunciando alle dolcezze di una vita tranquilla per andare con fatica in cerca della saggezza"
Abbiamo discusso e commentato, parola per parola, questo passo, mettendo in evidenza soprattutto il fatto che i due persiani escono dal proprio paese, spinti dal desiderio di 'apprendere' e "rinunciando alle dolcezze di una vita tranquilla". Abbiamo lavorato molto sul tema della 'partenza', dell'allontanamento dalla propria patria' e sulla 'curiosità' che spinge a partire.
Usbek con il suo amico più giovane Rica, lascia dunque la Persia.
Quale è il primo motivo della partenza che adduce il protagonista delle Lettere persiane?
Egli parte per andare 'altrove', alla ricerca della saggezza:
"Sebbene nati in un regno prospero, non abbiamo ritenuto che i suoi confini dovessero segnare anche i limiti della nostra conoscenza, e che ci dovesse illuminare solo la luce dell'Oriente""
Egli parte spinto dalla curiosità di cercare la saggezza, che, a suo avviso, non può essere limitata a quella che si respira in oriente.
Usbek afferma la propria intenzione di partire per cercare una saggezza di un 'altro' universo, quello occidentale. Per ricercare ciò si deve partire e lasciare "una vita tranquilla" in patria.
Ma a che cosa intende Usbek con l'espressione "rinunciare alle dolcezze di una vita tranquilla"?
La risposta a questa domanda l'abbiamo trovata nella seconda lettera. Usbek scrive al Primo Eunuco nero, lasciato come custode del serraglio d'Ispaham, al momento del suo allontanamento :
"Tu sei il fedele guardiano delle più belle donne di Persia: io ho confidato a te quello che avevo di più caro al mondo, e tu tieni nelle tue mani le chiavi di quelle porte fatali che si aprono solo davanti a me. Finché tu vegli su questo deposito prezioso del mio cuore, esso riposa e gode di una sicurezza perfetta".
L'eunuco era rimasto in patria a guardia delle "più belle donne di Persia".
Ho detto in classe agli studenti che, partendo dallo studio di quelli che Montesquieu finge essere dei documenti, delle lettere cadute casualmente nelle sue mani e contenenti osservazioni, pensieri di alcuni viaggiatori persiani, intendevamo, Francesca ed io, far compiere anche ai nostri studenti un 'viaggio formativo'.
È per questo che dalle osservazioni espresse nelle prime lettere sono nate le due scritture che abbiamo proposto poi agli studenti nei primi due incontri:
" Vi racconto di me" e "Un viaggio importante per me".
Gli studenti avevano ricevuto un quaderno in regalo da Francesca. Questo doveva essere il loro "luogo della scrittura". Doveva essere il luogo che raccoglieva tutte le loro osservazioni riguardanti i temi proposti.
Doveva essere lo spazio personale, che veniva donato da noi e che dava loro la possibilità di scrivere cose che non avremmo mai letto, verificato, giudicato né nella forma, né nel contenuto.
Ricevere un quaderno è senz'altro un regalo gradito. E ora gli studenti ne possedevano uno, dove potevano annotare osservazioni, e partire per un viaggio immaginario, fatto a proposito di un altro viaggio, compiuto dai persiani del libro di Montesquieu.
La cosa che ha colpito positivamente i nostri studenti è stata che abbiamo subito dato la possibilità di esprimere per iscritto i loro pensieri. Questa volta non si iniziava il corso con delle riflessioni fatte dall'insegnante, ma con delle osservazioni che gli studenti avevano avuto la possibilità di esprimere in classe.
Regalando quel quaderno volevamo mostrare loro che potevamo iniziare il viaggio dalle loro considerazioni, che ritenevamo importanti.
Ho detto che durante il corso non abbiamo mai voluto leggere cosa avevano scritto nel quaderno.
Siamo però partite comunque da quelle osservazioni, nel senso che dopo aver finito ciascuna scrittura, abbiamo posto agli studenti delle domande riguardanti il tema affrontato.
Le scritture, che nella loro prima stesura erano rimaste assolutamente misteriose, sono servite, a mio parere, a vari scopi.
Hanno rappresentato un primo avvicinamento al problema proposto, che sarebbe stato poi sviluppato, in seguito anche oralmente.
Inoltre, queste scritture erano il frutto di un riconoscimento, un apprezzamento da parte nostra, delle loro riflessioni sull'argomento.
Avevamo così concesso un 'luogo' (il quaderno), che potevano usare come volevano e un 'tempo'(durante la prima mezz'ora della lezione).
Tutto ciò li aiutava a riflettere, a analizzare i problemi che via via affrontavamo.
Le loro prime osservazioni, legate al tema del viaggio, e in particolare, sul viaggio di esilio, ci introducevano a un altro lavoro: quello del confronto delle proprie con le altrui riflessioni.
Dopo le prime esitazioni, gli studenti si sono lasciati portare al confronto del proprio 'viaggio' con quello compiuto dagli altri.
I 'viaggi' di ognuno (compreso quello di Francesca e quello mio) venivano analizzati e confrontati.
L'analisi dei nostri viaggi ci portano al confronto con il viaggio dei persiani che avevano lasciato il proprio paese, per andare alla "ricerca della saggezza".
Dopo una mezz'ora dalla dettatura del 'tema' in discussione, chiedevamo loro se volevano confrontare con noi le loro riflessioni.
Dopo la prima scrittura, che corrisponde al primo incontro, pochi si sentivano di parlare di ciò che avevano scritto. Erano quasi tutti guardinghi e ancora diffidenti.
Erano nel contempo incuriositi per ciò che stava succedendo in classe. Parlo di classe perché stavamo creando un "gruppo" (Francesca Crisi ha chiesto al primo incontro di presentarsi).
Tutto ciò serviva a farli ritornare in un'atmosfera che avevano vissuto nelle scuole secondarie e che raramente respirano all'Università.
Gli studenti non sapevano bene ancora chi fossero le loro insegnanti, anche se da parte mia e di Francesca Crisi c'era stata prima, una specie di presentazione (Francesca non aveva solo parlato della sua attività di scrittura autobiografica, ma aveva dato qualche breve informazione sulla sua vita(aveva detto per esempio, che era la madre di due bambini).
Io mi ero presentata e avevo parlato dei miei interessi e del perché ero arrivata a concepire un viaggio che riguardava l'esilio.
È così che abbiamo cominciato a lavorare in classe sulle prime lettere contenute nel libro, che riguardavano i 'motivi' della partenza, reali e quelli addotti da Usbek, il protagonista.
Apprendiamo dalla prima lettera che egli ha lasciato Ispaham (lo scrive all'amico Rustan), con un giovane amico, Rica e che ha rinunciato, per questo, "alle dolcezze di una vita tranquilla" per andare a cercare la saggezza.
La vita tranquilla che Usbek lascia nelle mani dell'Eunuco, risulta essere dalla seconda lettera, quella del serraglio.
Il prezzo che paga Usbek per avere la possibilità di ricercare la saggezza 'altrove' è quello di abbandonare i suoi affetti, le sue donne, chiuse nel serraglio.
Gli studenti nella terza scrittura hanno colto questa verità, (che nel partire, spinti dalla curiosità, si deve sempre pagare un prezzo). Questo viene detto da Francesca e da me, dopo aver sentito un'osservazione analoga fatta da loro, in riferimento al loro proprio viaggio e a proposito dei motivi che spingono a partire. Ce lo riferiscono alla fine della scrittura, quando abbiamo cominciato a ragionare insieme su loro esperienze di 'partenze' e su motivi che spingono a farlo.
Siamo così passati all'analisi dell'importante lettera ottava, dalla quale traiamo quello che poi apparirà il 'vero' motivo della partenza di Usbek
Quest'ultimo era vissuto "fin dalla prima giovinezza", con lo scopo di essere "virtuoso". Aveva osato portare la verità fino ai "piedi del trono".
Ora, questo atteggiamento gli aveva procurato dei nemici:
"Non appena conobbi il vizio me ne allontanai, ma mi vi accostai in seguito per smascherarlo. Portai la verità fino ai piedi del trono: vi parlai un linguaggio fino allora ignoto...".
Quindi Usbek parte, ma in realtà 'fugge' e si mette in salvo dai nemici. L'unico modo per salvarsi è esiliarsi
Questi ingredienti ('viaggio come fuga' e 'viaggio per salvare se stesso') sono emersi dalla discussione che abbiamo sollecitato tra gli studenti alla fine della scrittura, dedicata a "motivi della partenza".
Nella quinta lettera un amico, restato in Persia, scrive a Usbek che tutti gli amici di Ispahan parlano della sua partenza. Gli uni la fanno risalire a leggerezza, gli altri a qualche dispiacere. Nessuno riesce a capire come egli abbia potuto abbandonare le donne, i parenti, gli amici, per andare in paesi ignoti ai persiani. Anche la madre di Rica è inconsolabile.
Usbek risponde, come abbiamo già detto, all'amico Rustan con la lettera ottava e racconta, che pur di partire ha finto una grande passione per le scienze, e a forza di fingerla, si era manifestata davvero. Fu così che Usbek, pur di esiliarsi dalla patria, si reca dal re e gli comunica il desiderio di partire per istruirsi nelle scienze dell'occidente.
Usbek parte per pensare a se stesso.
Ma la partenza non risolve il problema. Egli, al contrario del compagno più giovane, che gode di ottima salute e di buona indole, si sente abbattuto nell'animo e nel corpo e fa "riflessioni ogni giorno più tristi". La salute indebolita, lo induce al ricordo della patria e gli rende quel paese sempre più estraneo (lettera 27).
Il giovane Rica invece è partito con entusiasmo e ha lasciato alle sue spalle, in patria solo la madre. Ma lasciare una madre per un giovane, come ha notato Francesca, è naturale.
Al contrario Usbek ha lasciato il pegno più prezioso del suo cuore "a riposare, a godere di una sicurezza perfetta"(lettera 2).
Quindi i due persiani intraprendono il viaggio in modo diverso. Rica parte per un'avventura culturale e si mostra aperto, curioso di tutte le novità che gli si presentano, mentre Usbek a mano a mano che si allontana dalla patria, "prova un segreto dolore", prova 'inquietudine' e vive in uno stato di insensibilità (lettera 6):
"sono in uno stato di insensibilità, che non mi lascia desideri".
È per questo che Usbek non può manifestare tutto quell'entusiasmo che mostra Rica, il quale osserva tutto di Parigi e descrive ciò che vede con grande freschezza (lettera 24).
Rica, lo riconosce Usbek stesso, mostra vivacità di spirito, "afferra tutto prontamente". Usbek è più lento e non riesce ad esprimere niente di ciò che vede a Parigi (lettera 25). Egli è andato in terra straniera, pensando così di potersi salvare e pensare a se stesso.
Ma si rende conto che l'impresa è "troppo ardita" e che mette a repentaglio la tranquillità del suo animo.
Egli è afflitto dal ricordo delle sue donne e contemporaneamente si accorge di non amarle. Si rende conto che ha vissuto nel serraglio prevenendo l'amore, distruggendo l'amore con l'amore stesso.
Ora che si è allontanato, si rende conto che dalla sua stessa "freddezza è nata una gelosia segreta", che lo divora (lettera 8).
Queste sono le osservazioni che abbiamo fatto Francesca e io riguardo alle prime lettere, scritte dai Persiani in viaggio.
Da queste osservazioni è nata la terza scrittura che abbiamo sottoposto agli studenti e che riguarda i: 'motivi della partenza'.
Volevamo che essi si esprimessero a proposito della curiosità che spinge a partire e sul fatto che ci si può allontanare da una situazione di conflitto; o per altri motivi ancora.
Con questa scrittura desideravamo dare la possibilità di esprimersi su una loro esperienza e volevamo che lo scrivessero nel loro quaderno; in questo modo, dopo quella scrittura, sarebbero stati più disponibili a confrontarsi con altri motivi di partenza espressi dai loro compagni di corso.
Tutto ciò li portava a confrontarsi con quanto espresso da Usbek e, in particolare, sui motivi reali e motivi presunti della sua partenza.
Nel seguire questo percorso intendevamo rifarci all'insegnamento espresso nella lettera 9, che ho già ricordato.
Usbek infatti, all'amico Mirza, che gli scrive da Ispaham, chiedendogli di istruirlo su una questione morale molto importante: "Se la felicità degli uomini si fonda sul piacere e le soddisfazioni dei sensi o sulla pratica della virtù", risponde: "Non ho creduto di dover ricorrere a ragionamenti astratti, per soddisfare la tua richiesta, ci sono verità di cui non basta essere convinto, bisogna sentirle: tali sono le verità morali"(lettera 9).
e' per questo che spiego agli studenti, che Montesquieu scrive un libro che è una raccolta di lettere e si serve, per rispondere agli interrogativi filosofici, di parabole, come quella dei Trogloditi, che inizia con queste parole :
"C'era una volta in Arabia un piccolo popolo chiamato troglodita, discendente da quegli antichi trogloditi i quali, a detta degli storici, erano più simili alle bestie che agli uomini[...]".
Abbiamo intrapreso il percorso che portava gli studenti dagli scritti autobiografici alla filosofia perché volevamo che le verità espresse nelle lettere da noi esaminate fossero sentite .
Abbiamo messo così gli studenti di fronte a quanto espresso nella lettera quinta, che riporta le congetture fatte dagli amici sui motivi della partenza di Usbek. Alcuni attribuivano tale partenza a "leggerezza", altri a "qualche dispiacere". Restava comunque senza risposta la domanda del perché si possa abbandonare la propria patria, per andare in paesi ignoti ai persiani.
Abbiamo trovato la risposta a questa domanda nella lettera sesta, in cui si legge che Usbek, partendo, si è riappropriato di se stesso.
Egli ha provato "un segreto dolore", nell'allontanarsi dalla patria ed è per questo riuscito a sentire qualche cosa di sé.
L'inquietudine l'ha messo in contatto con se stesso e gli ha fatto prendere coscienza di essere in uno stato di insensibilità, che non lascia posto ai desideri. Egli è solo divorato dal chagrin, dal cruccio.
Gli amici pongono a Usbek, che si trova lontano, un interrogativo filosofico: "quale è il fondamento della virtù?"
Spiego agli studenti che per rispondere a tale questione Usbek racconta la favola dei Trogloditi, mentre per chiarire i rapporti tra potere e libertà, descrive la vita che si svolgeva nel serraglio(il rapporto delle donne con Usbek; il rapporto delle donne con gli eunuchi).
Egli fa così 'sentire' le verità morali espresse nelle lettere, attraverso dei racconti e fa vivere i sentimenti attraverso i personaggi.
Commentiamo con Francesca che il viaggio di Usbek è causato dal desiderio di evasione; che si possono intraprendere, sia i viaggi reali (allontanandosi realmente dal luogo in cui si vive) che i viaggi compiuti con l'immaginazione. In questo caso, siamo nell'ambito del viaggio immaginario, in cui si lascia il quotidiano, il mondo che ci circonda e si parte per un 'sogno'.
Si fanno vivere in questo modo delle parti di noi, degli affetti che altrimenti non avrebbero modo di prendere corpo. Ci si astrae e si 'viaggia' con la mente, allontanandoci da quella realtà che si vive in modo conflittuale.
Questo viaggio può avvenire anche attraverso la scrittura, che aiuta a mettere ordine, a fare i conti con parti di noi che prima non si palesavano.
Nel fuggire dalla corte, Usbek ha avuto la possibilità di vedere meglio se stesso, di operare uno svelamento.
Allo 'svelamento' fa riferimento un persiano, Redi, anch'egli in viaggio.
Egli invia una lettera a Usbek, in cui afferma di essere riuscito a dissipare "la nebbia che gli copriva" gli occhi quando si trovava in patria (lettera 31).
Da queste considerazioni è nata una scrittura relativa al viaggio immaginario.
Abbiamo chiesto ai ragazzi di scrivere delle loro osservazioni riguardo al tema: "Desiderei partire , per andare a cercare...".
Dopo questa scrittura ci siamo soffermate sulle lettere: 5, 8, 9, 24, 25, 27, 31 raccomandando agli studenti di continuare a studiarle e a analizzarle a casa.
Il tema su cui abbiamo lavorato è quello del 'contatto' e della 'contaminazione' con il paese straniero.
A più riprese, nelle lettere 6,15,25,27 si affronta questo tema.
Nella lettera sesta, ad esempio, Usbek ci informa che, allontanandosi dalla Persia e internandosi nel paese 'eretico', la Turchia, gli pareva di diventare eretico a se stesso:
"Via via che mi internavo nel paese di questi eretici, mi pareva di diventare eretico io stesso".
Usbek prega il Mollah Mehemet Alì di aiutarlo a purificarsi dal contatto con il popolo profano. Egli chiede anche "di prendersi cura della sua anima" (lettera 16).
Anche nella lettera 15 il Primo Eunuco nero, scrivendo a un altro eunuco, paventa il pericolo per l'amico in viaggio, di essere "contaminato" dal paese cristiano.
Ancora, scrivendo al Mollah, Usbek chiede aiuto, perché sente che la sua ragione si smarrisce e chiede che lo si aiuti a rimettere questa facoltà sulla retta via.
"Vieni a rischiararmi, fonte di luce", implora.
Mentre Usbek è impaurito da queste scoperte, è incerto e non sa cosa dire, Rica è piacevolmente travolto dalle novità. Quando arriva a Parigi, si tuffa in pieno nel modo di vita europeo e racconta ciò che vede in maniera fresca e magica. Egli descrive il re come "un grande mago" e parla del papa, come colui che fa credere che "tre è uguale a uno e che il pane che mangia, non è pane o che il vino non è vino, e mille altre cose del genere".
L'interesse che Usbek riesce a provare, lo deve, alla gaiezza naturale della sua indole". Egli si sente 'contagiato', tanto che non può fare a meno di annotare tutto ciò che vede e di scrivere ciò che ha osservato, ha visto e udito nella giornata.
Con il 'viaggio della scrittura', egli riprende contatto con le sue sensazioni e, dopo il primo disorientamento, riesce a cogliere il nuovo che vede intorno a sé.
Anche il terzo viaggiatore, Redi, che si ferma per un periodo a Venezia, scrive a Usbek di avere la sensazione che gli sia caduto un velo dagli occhi (lettera 31). Ancora Rica riferisce a Usbek che ha imparato più a Parigi in un mese che trent'anni nel serraglio (lettera 63).
Il viaggio porta alla luce, attraverso la meraviglia che prova chi vive questa esperienza, aspetti del reale che stupiscono perché non si sono mai sperimentati. e' per questo che ci si serve di parole familiari, che si adattano alla realtà che si conoscono meglio.
Redi, per esempio, racconta a Usbek ciò che vede e afferma di rimanere stupito nel scoprire in un'intera città: "torri e moschee e uscire dall'acqua e trovare una meravigliosa popolazione, in un luogo dove ci dovrebbero essere solo pesci".
Redi scopre Venezia con i suoi occhi e ci vede "torri e moschee uscire dall'acqua", perché egli è abituato a vedere nel suo paese "torri e moschee": questa è la 'sua' Venezia.
Egli cerca anche (e non 'trova') nella nuova città, realtà che appartengono alla sua cultura e al suo paese. Egli, non trovando "acqua viva dove poter fare delle abluzioni secondo la legge", è sicuro che il santo Profeta "guardi dall'alto questa città con collera".
Quindi egli guarda la città, che lo stupisce e incanta anche con la paura di essere troppo incantato.
Se non ci fosse in lui la preoccupazione che l'autorità religiosa non approvi il nuovo che lo affascina, si lascerebbe andare al "nuovo" e "sarebbe felice di vivere in una città che permette alla "mente di arricchirsi ogni giorno".
Lo scrivere autobiografico, diventa un 'viaggio formativo', nel senso che Usbek 'mette ordine', incasella le proprie scritture per poi comunicare ciò che ha vissuto.
La scrittura autobiografica è composta per sé, per mettere ordine, ma anche per prepararsi al contatto con altre realtà che non sono le nostre, ma che lo possono diventare.
Usbek scrive a Rossane di essere fortunata, perché si trova "nel dolce paese di Persia e non in questo clima avvelenato dove il pudore e la virtù sono ignote".
Ma se le donne persiane si trovano nell'impossibilità di peccare, debbono essere protette da un altro pericolo: devono essere aiutate a soffocare i loro desideri, perché non "volino troppo lontano"(lettera 26).Infatti in Persia e nel serraglio si reprime anche l'immaginazione, la fantasia delle donne.
Al contrario, a Parigi si vive 'a teatro', senza veli, in modo frivolo (lettera 28). Si fanno vivere passioni che sono impresse sui volti dei parigini. Al contrario della Persia, che è il regno della dissimulation, che nasconde pensieri e sentimenti, Parigi è il regno della simulation.
Sia nel caso della Persia che in quello della Francia, si vive seguendo delle convenzioni che in un caso, sono subite, e nell'altro sono accettate(cfr. Céline Spector, Montesquieu, les "Lettres persannes": De l'anthropologie à la politique Press Universitaire de France, Paris 1997, pp.21-23).
I parigini sono 'curiosi' rispetto a ciò che si mostra 'diverso'e guardano in modo divertito Rica, che appare al loro orizzonte vestito alla foggia persiana(lettera 30). Le parigine si mostrano libere, gaie e vivaci. Le donne persiane, sottomesse, conducono un vita "sana", perché è regolare, calma e senza agitazioni.
Mentre il serraglio "risente del senso del dovere", "i piaceri stessi sono gravi e le gioie austere". "I piaceri stessi non sono quasi mai gustati se non come segni di autorità e di dipendenza" (lettera 34). In Persia non vi è la gaiezza (gaité) francese, che accetta le convenzioni che "rendono gradevole il vivere sociale e il commercio degli uomini, "sans annhiler les inclinations naturelles" (Celine Spector, cit., p.25).
Usbek aveva lasciato la Persia perché la sincerità gli aveva attirato gelosie. Egli cerca un luogo dove la virtù si possa coniugare con la libertà. In patria egli sente il peso di una virtù che definisce 'debole', perché non è sorretta da una passione (lettera 8). Se la condotta virtuosa fosse imposta, si verificherebbe un alleggerimento di responsabilità per chi decide di essere subalterno e sottoposto quindi a una regola che viene dall'esterno (si pensi alla favola dei Trogloditi, narrata nelle lettere 11-14).
Anche nel serraglio la regola della virtù era imposta da Usbek, tanto è vero che nel momento in cui egli parte questa regola viene infranta dalle donne.
Che la virtù imposta sia falsa, viene espresso chiaramente anche nella lettera 14, in cui si racconta che il popolo dei Trogloditi 'naturalmente virtuoso' decide, di eleggere un re il quale avrebbe dovuto imporgli la virtù. Ma il re designato osserva tristemente:
"La virtù comincia a pesarvi. Nello stato presente, senza un capo, voi dovete essere virtuosi anche vostro malgrado, o ricadrete nelle sciagure dei vostri antichi padri[...] Cosa volete che io faccia? Come potrei dare un comando a un troglodita? Volete che compia un'azione virtuosa perché io gliel'ho ordinato, lui che la farebbe ugualmente anche senza di me, per la sola inclinazione naturale?"
Rossane la preferita da Usbek ha sempre tenuto fede alla sua "virtù più profonda". Ella, come svela nell'ultima lettera, che manda a Parigi, ha finto di vivere nella schiavitù, ma in realtà si è mantenuta sempre libera:
"Ho riformato le tue leggi su quelle della natura, e la mia anima si è sempre mantenuta indipendente".
La legge che segue Rossane è la legge interiore, la legge dell'amore: ha resistito a Usbek, perché non l'amava e si uccide, quando le uccidono un giovane che ha amato, contravvenendo alle regole del serraglio: la sua legge non coincide con quella che impone la società.
Lavoriamo su una serie di lettere che riguardano la vita delle passioni nel serraglio.
Affrontiamo la lettera 141, in cui viene riportata l'espressione "riflettere nel silenzio delle passioni".
Nella lettera si narra di una donna, chiamata Zulema, molto saggia, che "sapeva a memoria tutto il santo Corano; e non vi era derviscio che intendesse meglio di lei le tradizioni dei santi profeti".
Questa donna univa la saggezza a uno spirito brillante. Un giorno che si trovava assieme alle compagne in una sala del serraglio, venne interrogata su l'altra vita, oltre la morte. Le venne chiesto se prestava fede all'antica tradizione dei dottori, secondo il quale il paradiso è fatto solo per gli uomini. Ella rispose che a suo parere anche le "donne virtuose andranno in un luogo di delizie, dove saranno inebriate di un torrente di voluttà con uomini divini ad esse soggetti: ognuna avrà un serraglio nel quale saranno chiusi ed eunuchi ancora più fedeli dei nostri per custodirli."
Ella narra anche di aver letto in un libro arabo la storia di un uomo, chiamato Ibrahim, insopportabilmente geloso, che trattava le sue donne assai duramente. Un giorno una delle donne osò rimproverargli la sua cattiva indole, cosa che gli costò la vita perché venne pugnalata dal padrone. La coraggiosa donna, morendo disse alle sue compagne:
"Mie care compagne, se il cielo ha pietà della mia virtù, voi sarete vendicate".
Ella, dopo morta, si trovò, prima, in una ridente prateria e poi un superbo palazzo, preparato per lei e pieno di uomini destinati ai suoi piaceri.
Ella finalmente capiva di aver trovato un posto dove si sentiva amata.
Ella si trovava immersa in questi piaceri da otto giorni e non "aveva avuto un momento per riflettere; aveva goduto della felicità senza conoscerla e senza avere un solo di quegli istanti tranquilli in cui l'anima, per così dire, rende a se stessa conto di sé e si ascolta nel silenzio delle passioni".
Anaide era felice, ma non conosceva la sua felicità. Perché non aveva trovato il modo di stare sola con se stessa e riflettere.
Mentre Anaide, quando era in vita, aveva passato il tempo a meditare nel suo "austero rifugio" e aveva goduto così dell'unico vantaggio che gli era stato concesso: riflettere.
Nell'attuale 'vita' godeva di nuovi piaceri e non rifletteva.
Aveva così deciso di uscire dall' 'ebrezza dei piaceri'. Si era rinchiusa in un appartamento del palazzo e si era abbandonata "a dolci riflessioni", sulla condizione passata e sulla felicità presente.
Pensando alla condizione precedente nel serraglio, ella sentì pena per le sue compagne e decise di ordinare a uno dei giovani di andare nell'antico serraglio per rendersene padrone, cacciando via il marito, del quale aveva anche preso l'aspetto.
Le donne, di fronte a questo nuovo marito credettero di sognare, perché questi aveva affermato che si sarebbe preso cura della loro felicità e che non sarebbe stato geloso. In conseguenza di ciò il vecchio marito se ne andò furente e il nuovo rimase per la felicità di tutti. Questo è il sogno di Anaide.
Ben diversa è la situazione delle donne rimaste imprigionate nel serraglio, guardate a vista dagli Eunuchi, che ricevono gli ordini dal Primo Eunuco nero.
Quest'ultimo(come risulta dalla lettera 9) viveva nell' 'odiosa prigione' sempre divorato dalle stesse pene. Egli era stato costretto dal padrone a custodire le donne del serraglio e per fare questo era stato costretto a "separarsi da se stesso". Egli riferisce di aver contato di sacrificare la sua natura, le passioni, ricevendo in cambio quiete e fortuna. Ma così non era avvenuto.
Egli sperava che l'impotenza lo avrebbe liberato "dagli assalti dell'amore", mentre viveva nel rimpianto di ciò che aveva perduto. Solo quando "il fuoco" della giovinezza si era spento, l'Eunuco aveva ritrovato la tranquillità, provando altresì una gioia segreta a farsi ubbidire.
Egli si trovava nel serraglio come in un piccolo regno, in cui l'ambizione era la sola passione che gli restava e che veniva soddisfatta.
Egli aveva il potere e lo esercitava con piacere. Era diventato per le donne un ostacolo alla realizzazione dei loro piaceri. Le donne, per parte loro, lo tormentavano. Inoltre egli viveva un altro cruccio: non era sicuro di far contento il suo padrone.
Le passioni rimaste vive nel serraglio erano dunque "l'invidia, la gelosia, l'ambizione e la cupidigia" (cfr. C. Spector, cit., pp.78ss).
Il timore era la sola leva di cui si serviva il regime dispotico (infatti Usbek ricorda nella lettera 89 che "la gloria non è mai compagna della servitù").
In un regime aristocratico invece si obbedisce alla legge dell'onore (sul ruolo politico dell'onore, cfr. Spector,cit.,p.82ss.).
L'onore funziona come antidoto all'arbitrio. e' una passione, ma regolata, che potrà assumere anche il ruolo di suscitatore di libertà.
Ma chi sono le donne che Usbek lascia in mano all'Eunuco nero?
Zachi che, dopo la partenza del padrone vive solo nel ricordo della passata felicità, e di quando credeva di essere "la signora del suo cuore" (lettera 3). Questa donna innamorata non sa capacitarsi del fatto che il suo signore abbia lasciato tutto per andare "vagando in paesi barbari".
Zefis che considera Usbek il solo garante della sua condotta e rifiuta l'Eunuco nero che definisce "mostro nero", che con i suoi sospetti, porta alla disperazione. (lettera 4)
Fatima, che ha compiuto una scelta 'libera' nell'amare Usbek (lettera 7). e' una donna abbandonata, che arde d'amore per colui che è lontano e che passa le notti tra la veglia e il sonno cercando l'amore perduto. Ella vive "nel furore di una passione stimolata senza tregua" e scrive a Usbek:
"Siete ben crudeli, voi uomini! Vi piace che noi abbiamo passioni che non possiamo soddisfare; ci trattate come se fossimo insensibili, e vi dispiacerebbe assai che lo fossimo; pensate che i vostri desideri, tanto a lungo mortificati, saranno infiammati alla vostra vista. Farsi amare è difficile".
Ella lo ama e lo adora e dice che vive solo per adorarlo.
Dopo aver ragionato su queste lettere che riguardavano le passioni, Francesca ed io abbiamo pensato a questa scrittura da sottoporre agli studenti:
"Nella vostra vita le passioni che avete vissuto o che vivete, le avvertite come una forza creativa positiva o le vivete come qualche cosa da tenere a bada perché pericolose?"
Una studentessa, dopo aver terminato la scrittura, ha detto che le passioni sono state vissute, sia come forza creatrice che come pericolose. In particolare, la studentessa riferisce di essersi accorta di considerare le passioni come pericolose. e' per questo che aveva pensato di non assecondarle perché l'avrebbero portate chissà dove. La studentessa riferisce di averne rinchiuse alcune, e di averne fatte vivere altre per farsi accettare dal mondo che la circondava. Dopo alcuni anni le si erano 'svelate' tutte le modalità che aveva usato per rinchiudere queste passioni e si è resa conto di aver fatto quell'operazione di 'allontanamento' da quelle passioni per proteggersi. La studentessa ha riferito che in seguito si era resa conto che se si 'rinchiudono le passioni' esse si ribellano.
A questo riguardo abbiamo commentato la lettera 64, in cui il capo degli Eunuchi neri descrive a Usbek lo stato del serraglio, che vive "in una confusione e in un disordine spaventevoli": la passione dell'amore non vissuta si trasforma infatti in odio.
Nel serraglio tutti sono schiavi. L'Eunuco evidentemente è schiavo di Usbek, ma anche delle donne. Le donne vengono comprate e acquisiscono una dolce abitudine all'obbedienza. In alcune (Fatima, ad es.) la sottomissione sembra una libera scelta. Tutte comunque si sono sottomesse per amore.
Usbek, d'altra parte, vuole essere visto come sposo e non come padrone. Ma in realtà, è il padrone sia delle donne che degli Eunuchi. Anche l'Eunuco nero, che comanda su tutti nel serraglio è schiavo: infatti anche se aveva creduto che il separarsi dalla propria natura avrebbe comportato un'emancipazione, in realtà si era reso conto di essere schiavo delle passioni, delle donne cui era stato destinato a comandare.
Zelis, una donna del serraglio, afferma di essere convinta che si debba far praticare la sottomissione fin da piccole alle bambine. Altrimenti, esse non riescono a superare "l'età critica in cui le passioni cominciano a nascere e incoraggiano all'indipendenza" (lettera 62).
Zelis aggiunge che la natura industriosa in favore degli uomini, non si è limitata a dar loro dei desideri, ha voluto che ne avessero anche le donne. Queste sono gli" strumenti animati della loro felicità e vivono nel fuoco delle passioni per fare vivere tranquilli gli uomini".
Con tutto ciò, afferma Zelis, Usbek non deve credere di essere più felice di lei. Ella infatti ha gustato mille piaceri che lui non conosce e la sua "immaginazione ha lavorato senza posa", a fargliene conoscere il valore.
Zelis afferma quindi di aver vissuto, anche se era rinchiusa : aveva fatto lavorare l'immaginazione. Ella affermava infatti di aver vissuto molto più liberamente di lui: "Io ho vissuto, e tu hai solo languito".
Si può imprigionare un corpo, ma non si può imprigionare una mente (Rossane aveva finto di essere virtuosa, per essere libera).
Usbek parte per salvare se stesso, ma non è in grado di riconoscere la forza delle passioni. E crede che per salvarsi, basti rinchiudere le passioni. Mentre le passioni rinchiuse fanno nascere degli obbrobri nel serraglio.
Dal lavoro su queste lettere è nata la scrittura:
"Raccontate un periodo della vostra vita in cui siete state condotti da una vostra passione"
A proposito dell'uso della scrittura, mettiamo anche in rilievo che Usbek ha potuto capire che cosa il serraglio rappresentasse per lui, solo allontanandosi da esso, e solo scrivendo su di esso.
Da questa riflessione sulla funzione della scrittura è nata questa ultima scrittura che abbiamo sottoposto agli studenti:
"Raccontate che cosa avete pensato e provato nella lettura delle Lettere persiane e nel confrontarvi con alcune tematiche in esse svolte".
I viaggi nelle Lettere persiane volgono alla fine.
Nadia Boccara
Primo giorno di lezione. Sono emozionata.
Gli studenti sono una quarantina; solo tre ragazzi: un mondo al femminile!
Nadia si presenta, spiega agli studenti come si svolgerà il corso, i testi che studieremo ed il motivo della mia presenza.
Mi sono ripetuta un'infinità di volte, nei giorni precedenti l'inizio delle lezioni, di tenere ben presente il contesto: siamo all'interno di un corso universitario, dovrò trovare il giusto equilibrio; è necessario creare un luogo accogliente dove i ragazzi possano scrivere e parlare liberamente, senza mai dimenticare che loro sono qui per imparare la filosofia e che l'obbiettivo finale sarà superare l'esame. Il contenitore è ben preciso, non ci sono ambiguità e questo mi rassicura.
Mi presento a mia volta, parlando brevemente del mio lavoro nella formazione come esperto in metodologie autobiografiche, ma io non sono solo questo; inviterò i ragazzi a scrivere e a parlare di sé e del loro mondo, come proporglielo se io per prima non mi espongo nella mia interezza? Per questo accenno a quello che ho di più caro: sono madre di un ragazzo e di un bambino. Avverto, e questo con il passare dei giorni e delle lezioni si rafforzerà sempre di più, che stiamo partendo per un viaggio: ci avventureremo in territori poco esplorati ed ognuno di noi dovrà farà la sua parte. È importante sapere come ci chiamiamo, è il primo atto per conoscersi. Così chiedo ai ragazzi se vogliono dire i loro nomi di battesimo, ridacchiano: non è cosa usuale all'università, ma uno dopo l'altro i loro volti escono dall'anonimato.
Ho portato dei quaderni dalle copertine colorate per i ragazzi.
Quando iniziai a frequentare la Scuola della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari, il primo giorno, sul banco, trovai un quaderno: il "mio quaderno", quaderno privato, diario, "luogo" di scrittura. Fu un dono graditissimo: confermava simbolicamente quanto le scritture proposte in quella sede sarebbero state innanzitutto scritture private, e che il percorso in cui sarei stata condotta e guidata sarebbe stato comunque un percorso di ricerca personale; avvertivo la libertà di scegliere se, quando e come confrontarmi con gli altri partecipanti alla Scuola.
Con questo dono tento di trasmettere agli studenti le stesse emozioni che provai in quel primo giorno di scuola; ma è anche una possibilità per creare un legame con i ragazzi, un modo per accoglierli ed essere accolta; ma più che altro voglio rassicurarli, dando loro un quaderno, sul significato delle scritture che proporremo loro: la scrittura in questo contesto sarà un mezzo e non un fine; l'intento è dar loro un tempo ed un "luogo" per riflettere su di sé e sulle proprie esperienze: punto di partenza per affrontare lo studio della Filosofia Morale. Le loro saranno scritture private, non abbiamo nessuna intenzione di valutare i loro scritti, l'invito è a scrivere il più liberamente possibile.
I ragazzi scelgono i quaderni, anche Nadia ne prende uno e l'ultimo è per me.
Tutti abbiamo il nostro "diario". Per i ragazzi sta per cominciare il viaggio, anche se non ne sono ancora consapevoli; si faranno guidare? La loro fiducia è ancora tutta da conquistare. Nadia ed io abbiamo già da tempo iniziato il nostro viaggio, solitario a volte, insieme altre...
Negli incontri precedenti le lezioni, Nadia ed io, abbiamo parlato a lungo dell'esilio; tema che la Facoltà di Lingue e letterature straniere moderne aveva deciso di affrontare per l'anno accademico 2002 - 2003.
Esilio: allontanamento dalla propria patria e senso di estraneità che si prova nel contatto con un paese diverso. Nelle Lettere persiane Usbek, per salvarsi dai suoi nemici, decide di allontanarsi dalla sua amata Persia; ma lasciata la patria, inoltrandosi nei paesi degli infedeli, avverte un forte senso di estraneità per tutto ciò che lo circonda, un'incapacità ad accogliere il diverso; ne è lucido e consapevole, tanto da notare l'entusiasmo e l'apertura al nuovo del giovane Rica, suo compagno di viaggio. Rica non ha nulla da perdere, non fugge ma è spinto da vero desiderio di conoscenza, tanto da essere capace di "meravigliarsi".
Usbek invece, man mano che si allontana, sente nascere in sé una certa inquietudine, la sua tenerezza si risveglia, pensa alle sue donne lasciate ad Ispahan ed avverte dispiacere e gelosia, una forte gelosia che, con il passare del tempo, lo sovrasterà. Esiste dunque anche un esilio interiore: un allontanamento da sé, un essere estranei a se stessi, o quantomeno ad alcune parti di sé; questa la condizione in cui si trova Usbek quando abbandona la Persia; sarà la lontananza fisica dalla patria, dalle sue donne, dal suo mondo affettivo, ma anche il confronto con ciò che è diverso e che non comprende, a metterlo in contatto con il suo essere sconosciuto a se stesso, e a risvegliare in lui quelle parti a lungo lasciate addormentate. Quindi esilio, lontananza, estraneità interiore ed esteriore, ma tutto questo esiste in quanto esiste l'altro, il diverso da sé. Io e l'altro, la scoperta di me porta verso la scoperta dell'altro, di ciò che è diverso da me, e viceversa: una sorta di osmosi.
Questi, i miei pensieri ragionando sulla prima scrittura da dare ai ragazzi.
Volevo, con la scrittura che avrei proposto loro, metterli in contatto con il loro mondo interiore ed in condizione di riflettere sulla facilità o difficoltà che avrebbero incontrato nel raccontare di sé; successivamente, invitandoli alla lettura e al confronto con i loro compagni, volevo far loro sentire le tensioni emotive contrastanti che nascono dal confronto con l'altro, con il non conosciuto: la curiosità, il desiderio, ma anche la paura legata al rischio di esporsi, di mettersi in gioco, di perdere le proprie certezze che spesso accompagna l'atto del conoscere. Per conoscere bisogna aprirsi al nuovo, superare distanze, avventurarsi in territori sconosciuti sia fuori che dentro di noi. Era necessario che i ragazzi vivessero quest'esperienza per poter comprendere non solo con la testa, ma con tutto il loro essere, quello che sarebbe accaduto ad Usbek e Rica nell'avventurarsi in una terra straniera.
Il tema proposto sembra spiazzarli: brusii, risatine, una certa agitazione; ma a poco a poco si tranquillizzano e cominciano a scrivere; abbiamo dato venti minuti di tempo, scrivono tranquilli; ogni tanto qualcuno alza la testa per poi riabbassarla, mi sembra comunque che le penne vadano spedite.
Terminato di scrivere chiedo ai ragazzi come è andata la scrittura, come si sono sentiti: l'esercizio sembra essere piaciuto. Per alcuni la difficoltà è stata affrontare un tema così vasto e quindi nella necessità di operare una scelta; per altri è esattamente l'opposto: risulta piacevole la vastità del tema.
Chiedo se qualcuno di loro ha desiderio di leggere il proprio scritto; l'invito alla lettura, come era prevedibile, cade nel vuoto. Li invito allora a ragionare sul perché di questo. I ragazzi: paura a esporsi con persone che non si conoscono; senso di spaesamento; ma alcuni, oltre la paura, avvertono anche il desiderio di leggere. Mi sembra di essere riuscita nel mio intento. Mi aggancio alle loro osservazioni per farli riflettere sul tema dell'incontro con l'altro: abbiamo il desiderio di conoscere e farci conoscere ma nello stesso tempo proviamo paura. Per conoscere è necessario aprirsi all'altro, al diverso. Una ragazza dal golf viola e dal viso solare si espone nelle sue riflessioni, poi forse qualcosa la spaventa, la vedo in difficoltà, o è semplicemente una mia impressione? Sono abituata a lavorare in contesti differenti, non sarà facile trovare il giusto equilibrio, ma sono fiduciosa.
Nadia parla delle bellezze del Viterbese: le ville, i giardini, le terme.
Conclude: siamo attratti da ciò che è lontano e non vediamo le bellezze che ci circondano.
Tornando in autobus a Roma, Nadia ed io riflettiamo su di una scrittura che parta da quest'ultimo tema.
Entra in modo esplicito il viaggio.
Perché siamo attratti da ciò che è lontano da noi? Probabilmente perché è diverso, è nuovo, non lo abbiamo mai visto.
L'atto del conoscere comporta un andare 'oltre' il conosciuto, avventurarsi in territori nuovi, la distanza 'reale' è relativa.
Lettera 1 Usbek al suo amico Rustan
"[...] Rica ed io siamo forse i primi tra i Persiani che il desiderio di conoscere ci ha fatto uscire dal nostro paese rinunciando alle dolcezze di una vita tranquilla per andare a cercare faticosamente la saggezza. Siamo nati in un regno fiorente ma non abbiamo creduto che i suoi confini fossero quelli delle nostre conoscenze e che solo la luce d'oriente dovesse illuminarci.[...]"
Nadia ed io ragioniamo sulla seconda scrittura da dare ai ragazzi. Vogliamo che si confrontino con il tema del viaggio, partendo sempre da una loro esperienza. Con la prima scrittura hanno capito il taglio autobiografico delle scritture proposte, questo li ha spiazzati ma hanno reagito bene; hanno sentito ciò che accade nel prendere contatto con se stessi e, successivamente, nell'incontro con il diverso da sé rappresentato dai propri compagni, tutto questo in un contesto ben preciso: siamo all'interno di una lezione di Filosofia Morale.
Non ci sarò alla lezione di sabato, sono a Viterbo solo il martedì, quindi aspetto con ansiosa curiosità l'incontro con Nadia che mi metterà al corrente sull'esito delle scritture e sui commenti degli studenti.
La scrittura è andata bene, i ragazzi hanno reagito positivamente.
Due ragazze hanno parlato a lungo mettendo forse in soggezione gli altri.
Nella discussione che segue.
Per una ragazza il suo viaggio è stato una sfida, un mettersi alla prova.
Per un'altra motivo di conoscenza.
C'è un prezzo da pagare: lasciare la vita tranquilla.
I ragazzi si sono concentrati con le loro osservazioni sul ritorno a casa: si ritorna agli affetti lasciati; ma il prezzo del ritorno è la tristezza per il viaggio concluso. Si tenta di tenere vivo il ricordo del viaggio ormai finito lasciando a lungo in casa la valigia non riposta.
Nadia in conclusione delle loro osservazioni legge la lettera 1.
Lavoro per proporre la terza scrittura sui motivi della partenza. Cosa ci spinge a partire?
Prendo in esame Usbek, Rica e la lettera 9 dove il primo eunuco si rivolge ad Ibbi.
Usbek
Usbek nella lettera 8, sollecitato da Rustan nella lettera 5, dichiara il "vero motivo del mio viaggio": "alcuni avvertimenti segreti mi fecero pensare seriamente a me stesso, presi la risoluzione di andare in esilio".Parte quindi per salvare se stesso (nemici in casa).
"[...] Entrai a corte sin dalla prima giovinezza. E, posso dirlo, il mio cuore non vi si corruppe; feci persino un gran proponimento: osai esservi virtuoso. Appena conobbi il vizio me ne allontanai; ma lo avvicinai in seguito per smascherarlo. Portai la verità sino ai piedi del trono, parlai una lingua fino ad allora sconosciuta; [...]
Ma, quando vidi che la mia sincerità mi aveva fatto dei nemici, che mi ero attirato la gelosia dei ministri senza essermi acquistato il favore del principe, che, in una corte corrotta mi sostenevo solo per mezzo della mia debole virtù, presi la risoluzione di abbandonarla.
Finsi una forte passione per le scienze e a forza di fingerla mi venne realmente[...]."
Usbek rifiuta di corrompersi, desidera essere virtuoso, smaschera il vizio, porta la verità fino ai piedi del trono.
Risultati: nemici e gelosia, ma non acquista il favore del principe. Decide di abbandonare la corte e finge passione per le scienze, e la finzione lo porta ad averla veramente. Prende la risoluzione di andare in esilio per sottrarsi ai suoi nemici.
Lo sostiene una 'debole virtù' (Usbek ha bisogno dell'approvazione e del consenso del principe; non sopporta il 'peso' della sua virtù. La sua sembra essere una virtù che non basta a se stessa).
Usbek parte per mettersi in salvo fingendo un desiderio di conoscenza, e questa sete di conoscenza sembra divenire il 'vero' motivo della partenza. (lettera 1).
Ma cosa accade ad Usbek dopo che ha lasciato la sua amata Persia?
Lettera 6 Usbek al suo amico Nessir (lettera presa in esame anche più avanti).
"[...] Bisogna che te lo confessi Nessir ho provato un segreto dolore quando ho perduto di vista la Persia [...] Man mano che entravo nel paese di questi infedeli, mi pareva di divenire infedele io pure.
Mi sono venuti in mente la mia patria, la mia famiglia, i miei amici; la mia tenerezza si è risvegliata; una certa inquietudine ha finito per turbarmi e mi ha fatto capire che avevo voluto troppo perché potessi rimanere tranquillo.
Ma quello che mi tormenta di più sono le mie donne. Non posso pensare a loro senza sentirmi rodere dal dispiacere.
Non è che le ami Nessir; sotto questo aspetto ho un'insensibilità che non mi lascia desideri. Nel numeroso serraglio in cui ho vissuto ho prevenuto l'amore e l'ho distrutto con il suo stesso mezzo; ma dalla mia stessa freddezza nasce una gelosia che mi divora. Vedo un gruppo di donne quasi abbandonate a se stesse; non ho che delle anime vili che me ne rispondano. [...]
È un male a cui i miei amici non possono portare rimedio; è un luogo i cui tristi segreti devono ignorare[...]
Affido al tuo cuore tutti i miei dispiaceri; nella condizione in cui mi trovo è la sola consolazione che mi rimane."
Lasciata la patria, le passioni (la tenerezza, la gelosia), da cui ha preso sempre le distanze, si risvegliano: Usbek si sente inquieto, turbato, addirittura divorato dalla gelosia.
Usbek fugge solo dai suoi nemici? O pensava di fuggire anche da se stesso?
Ma le cose non vanno come avrebbe voluto: sono proprio la lontananza, la non appartenenza a quella terra di infedeli a provocare in lui il risveglio delle passioni.
Usbek partendo non lascia solo le sue donne (passioni) ma anche i suoi amici di cui è punto di riferimento essenziale (amicizia tra uomini) ed è a loro che scriverà confidandosi. I suoi amici cercano da lui conferme e spiegazioni alla sua incomprensibile partenza (lettera 5). Usbek loro punto di riferimento.
Gli amici: perché Usbek uomo virtuoso sei partito?
Usbek non è riuscito a sopportare la sua virtù (debole virtù). Domanda filosofica: qual è il fondamento della virtù? ( vedere le lettere sui Trogloditi). Virtù e libertà e potere (il serraglio).
Ma come Usbek si è sentito straniero in patria ecco che si sente straniero in terra straniera.
Lettera 27
Usbek a Nessir
"[...] Il mio corpo e il mio spirito sono abbattuti mi abbandono a riflessioni che diventano ogni giorno più tristi, la mia salute che si indebolisce fa sì che mi volga verso la mia patria e che questo paese mi diventi sempre più estraneo."
Rica
Rica è giovane e libero, partendo lascia solo sua madre come è nella natura delle cose.
La sua mente è libera ed aperta, frutto anche della sua giovane età.
Rica non ha, a differenza di Usbek, nulla da perdere.
Lettera 24 Rica a Ibben
Descrizione acuta e leggera di Parigi.
"[...] ho appena
avuto il tempo di meravigliarmi[...]
[...] ti informerò
di cose assai remote dal carattere e dall'indole persiana. È la stessa
terra che ci sostiene entrambi; ma gli uomini del paese in cui vivo io e quelli
del paese in cui sei tu sono diversissimi."
Lettera 25 Usbek a Ibben
Usbek parlando di Rica: "La vivacità del suo spirito gli fa afferrare le cose con prontezza[...]"
Lettera 27 Usbek a Nessir
Usbek parlando di Rica: "Rica gode di una salute perfetta: la sua forte costituzione, la sua giovinezza e la sua naturale allegria gli fanno superare qualsiasi prova[...]"
Rica parte per desiderio di conoscenza, è curioso, aperto al nuovo.
Usbek chiuso al nuovo perché preso da se stesso.
Il primo eunuco a Ibbi
Nuove esperienze ti allontanano dalle sofferenze.
Lettera 9 Il primo eunuco a Ibbi
"Tu accompagni il tuo antico padrone nei suoi viaggi, attraverso provincie e regni, i dolori non possono aver presa su di te, ogni istante ti mostra cose nuove; tutto ciò che vedi ti diverte ti fa trascorrere il tempo senza che tu te ne accorga."
I nostri viaggiatori partono quindi per diversi motivi: per desiderio di conoscenza (lett. 1), per fuggire da situazioni pericolose (esilio) (lett. 8), per allontanarsi da situazioni dolorose.
Da queste considerazioni nasce la terza scrittura.
Mie osservazioni mentre i ragazzi scrivono: siamo all'università, le lezioni non possono essere troppo 'conviviali', ma nello stesso tempo è necessario mettere a proprio agio i ragazzi per invogliarli a parlare liberamente senza disturbare l'impostazione 'classica' delle lezioni. Quali sono i miei obbiettivi? a) capire come si sentano i ragazzi dentro la scrittura; b) farli parlare dei contenuti delle loro scritture; c) tentare di farli esprimere liberamente senza che abbiano paura; d) non disturbare con la mia presenza ma aiutare la comunicazione.
Finita la scrittura rivolgo sempre l'invito alla lettura, ma i ragazzi non desiderano leggere, anche se avverto una maggior disponibilità a parlare e a riflettere. Alla mia domanda se le scritture sono gradite, una ragazza mi risponde che le piace questa scrittura privata, la fa scrivere a ruota libera.
Chiedo loro di raccontarmi un po' quello di cui hanno scritto.
Per una ragazza il partire è legato alla lontananza: un vero viaggio è quello che ti porta lontano.
Per un'altra il viaggio è legato a qualsiasi tipo di spostamento ,anche Viterbo-Roma è un viaggio.
(si potrebbe dire una predisposizione interiore. Rapporto spazio - tempo nel viaggio).
Per una ragazza i motivi che l'hanno spinta a partire sono legati alla curiosità.
Per un'altra si parte anche per allontanarsi da problemi: viaggio inteso come tregua, al ritorno si ritrova ciò che si è lasciato.
Una terza ragazza si aggancia a quanto detto sopra, ma affermando che il viaggio ti trasforma per le esperienze che ti porta a vivere, si torna cambiati, e quindi, in grado di affrontare le problematiche lasciate in modo diverso. Spesso il viaggio ti arricchisce, parla del viaggio come conoscenza.
Nadia interviene chiedendo ai ragazzi se è mai capitato loro di fare un viaggio immaginario.
Iniziamo a introdurre la possibilità della scrittura intesa come viaggio.
Viaggio non solo legato ad uno spostamento fisico, ma anche come possibilità di un movimento, di un percorso di conoscenza dentro di noi.
Lavoriamo sulle lettere
Lettera 1
Per conoscere, Usbek lascia una vita tranquilla. Ricerca della saggezza motivo della partenza.
Lettera 5
La partenza di Usbek genera irrequietezza ad Ispahan. Rustan scrive ad Usbek per chiedergli i veri motivi che lo hanno spinto a partire; in patria si parla di leggerezza o di dispiaceri, solo i suoi amici lo difendono.
Lettera 8
Usbek spiega i veri motivi che lo hanno spinto a partire: parte per salvare se stesso da nemici. Causa: l'essere stato virtuoso in una corte corrotta, si è esposto creandosi gelosie e nemici, senza ottenere in cambio il favore del principe. Esilio volontario. Finge amore per la scienza. Ciò che lo sostiene è una debole virtù.
Ragionando sulla quarta scrittura da dare ai ragazzi.
Cosa ci spinge a partire? (affrontato con la scrittura della volta precedente).
Cosa accade quando entriamo in contatto con ciò che è diverso da noi?
Cosa lasciamo?
a) paura di essere contaminati:
Lettera 6 Usbek a Nessir:
"[...]man mano che entravo nel paese di questi infedeli mi pareva di divenire infedele io stesso."
Lettera 15 Il primo eunuco a Giarone
"[...]Prego il cielo che ti riconduca in questi luoghi e ti sottragga ad ogni pericolo[...]. Tu stai per percorrere i paesi abitati dai cristiani che non hanno mai avuto la fede. È impossibile che tu non ne resti contaminato. Come potrebbe il profeta preservarti in mezzo a tanti milioni di suoi nemici? Vorrei che il mio padrone, al suo ritorno, facesse il pellegrinaggio alla Mecca: nella terra degli angeli vi purifichereste tutti."
Lettera 16 Usbek al mollak Mehemet Alì
"[...]Sono in mezzo ad un popolo di infedeli: permettimi che mi purifichi con te[...]"
b) la ragione si smarrisce:
Lettera 17 Usbek al mollak
"[...] Ho dei dubbi, occorre che li risolva, sento che la mia ragione si smarrisce, riconducila sul retto sentiero[...]"
c) scoperte, conoscenze:
Lettera 23 Usbek a Ibben
"Siamo arrivati a Livorno[...] Per un maomettano è un grande spettacolo vedere una città cristiana per la prima volta. Non parlo delle cose che colpiscono a prima vista chiunque, come la differenza degli edifici, degli abiti, dei principali costumi; fin dalle più piccole bagattelle c'è qualcosa di singolare, che sento e non so dire."
Lettera 24 Rica a Ibben da Parigi
" [...] Non credere che per il momento io possa parlarti a fondo dei costumi e delle usanze europee; io stesso non ne ho che una pallida idea e ho appena avuto il tempo di meravigliarmi [...]"
Lettera 31 Redi a Usbek da Venezia
"[...] Imparo i segreti del commercio, gli interessi dei principi, la forma del loro governo; non trascuro neppure le superstizioni europee: mi dedico alla medicina, alla fisica, all'astronomia: studio le arti; insomma esco dalle nuvole che mi coprivano gli occhi nel mio paese natio."
Lettera 48 Usbek a Redi
"[...] Trascorro la mia vita ad osservare: la sera scrivo quello che ho notato, che ho visto, che ho udito durante il giorno; tutto mi interessa, tutto mi stupisce: sono come un bambino, i cui organi ancora teneri, sono colpiti vivacemente dai minimi oggetti[...]."
Lettera 59 Rica a Usbek
"[...]Mi pare mio caro Usbek, che noi non giudichiamo delle cose se non riferendole inconsapevolmente a noi stessi. Non mi stupisce che i Negri dipingano il diavolo di una bianchezza abbagliante e i loro dei neri come il carbone[...]"
Lettera 63
Rica a Usbek
"[...] mi abbandono al mondo e cerco di conoscerlo, il mio spirito perde a poco a poco tutto ciò che gli resta di asiatico e si adatta senza sforzo ai costumi europei.[...]"
c) contatto con se stesso
Lettera 6
Usbek a Nessir
"Bisogna che te lo confessi Nessir ho provato un segreto dolore quando ho perduto di vista la Persia [...] Man mano che entravo nel paese di questi infedeli, mi pareva di divenire infedele io pure.
Mi sono venuti in mente la mia patria, la mia famiglia, i miei amici; la mia tenerezza si è risvegliata; una certa inquietudine ha finito per turbarmi e mi ha fatto capire che avevo voluto troppo perché potessi rimanere tranquillo.
Ma quello che mi tormenta di più sono le mie donne. Non posso pensare a loro senza sentirmi rodere dal dispiacere.
Non è che le ami Nessir; sotto questo aspetto ho un'insensibilità che non mi lascia desideri. Nel numeroso serraglio in cui ho vissuto ho prevenuto l'amore e l'ho distrutto con il suo stesso mezzo; ma dalla mia stessa freddezza nasce una gelosia che mi divora. Vedo un gruppo di donne quasi abbandonate a se stesse; non ho che delle anime vili che me ne rispondano. [...]
È un male a cui i miei amici non possono portare rimedio; è un luogo i cui tristi segreti devono ignorare[...]
Affido al tuo cuore tutti i miei dispiaceri; nella condizione in cui mi trovo è la sola consolazione che mi rimane."
Lettera 27
Usbek a Nessir
"[...] Il mio corpo e il mio spirito sono abbattuti mi abbandono a riflessioni che diventano ogni giorno più tristi, la mia salute che si indebolisce fa sì che mi volga verso la mia patria e che questo paese mi diventi sempre più estraneo[...]."
Rica lascia sua madre come è nella natura delle cose, e parte con tutto se stesso, pieno della sua giovinezza.
Usbek lascia molto di più
Lettera 2 Usbek al primo Eunuco nero
"Tu sei il fedele guardiano delle più belle donne di Persia; ti ho affidato quello che avevo di più caro al mondo; tu tieni nelle mani le chiavi di quelle porte fatali che non si aprono che per me. Mentre vegli su questo prezioso pegno del mio cuore, esso riposa e gode di una completa sicurezza[...]"
Usbek lascia le sue donne, il suo mondo affettivo, quello che ha di più caro, lo affida al suo fedele guardiano: il primo eunuco nero. Ma se vogliamo intendere le donne come rappresentazione delle sue passioni, ecco che viene da pensare come Usbek non parta nella sua interezza, ma lasci a "riposo e in mani sicure" le sue passioni, così almeno si illude; in quanto, nella lettera 6, vediamo come il suo mondo emozionale si risveglierà in tutta la sua potenza; in modo particolare la sua gelosia, nata dalla consapevolezza di poter governare e controllare 'fisicamente' le sue donne, ma non il loro desiderio e la loro immaginazione. La sua gelosia assumerà, con l'andare del tempo, forme sempre più distruttive, come si può vedere nelle ultime lettere:
Lettera 152 Usbek a Solim, al serraglio di Ispahan
"Ti metto la spada in mano. Ti affido quello che adesso ho di più caro al mondo, cioè la mia vendetta. Assumi questo tuo nuovo incarico non metterci né cuore né compassione. Scrivo alle mie donne di obbedirti ciecamente[...]"
Lettera 154 Usbek a Nessir
"[...]Io vivo in un clima barbarico, presente a tutto ciò che mi infastidisce, assente da tutto ciò che mi interessa. Sono preso da nera tristezza, cado in un pauroso accasciamento mi pare di annientarmi e non ritrovo me stesso se non quando una cupa gelosia prende fuoco e genera nella mia anima il timore, i sospetti, l'odio e i rimpianti[...]"
"[...]Ma per quanto io abbia avuto ragione di allontanarmi dalla patria, sebbene io debba al mio esilio di esser vivo, non posso più rimanere in questa spaventosa lontananza[...]"
"[...]sono veramente disgraziato! Mi auguro di rivedere la patria; forse per diventare ancor più disgraziato?[...] Rientrerò nel serraglio[...] e se trovo dei colpevoli che avverrà di me? Che avverrà infine se i castighi che io stesso infliggerò saranno i segni eterni della mia confusione e della mia disperazione?[...]"
(Più vado avanti nella lettura, più mi rendo conto di come il serraglio, con i suoi protagonisti: Usbek, gli eunuchi e le donne, siano una rappresentazione della progressiva trasformazione del potere assoluto in tirannia).
Usbek lascia anche i suoi amici, Nessir, Rustan, Mirza, che saranno poi i destinatari delle sue confidenze e preoccupazioni, un esempio ne è la lettera 6 indirizzata a Nessir, come la lettera 8 in risposta a Rustan, dove Usbek confiderà i veri motivi della sua partenza.
È necessario soffermarci ancora sul tema del viaggio, quindi pensiamo di dare ai ragazzi una scrittura che ci consenta di fare questo, e ci permetta anche di iniziare ad affrontare il viaggio, non solo da un punto di vista 'fisico', ma anche 'interiore'; vogliamo che comincino a riflettere sulla possibilità e l'opportunità che offre la scrittura di intraprendere viaggi 'di conoscenza di sé'.
I ragazzi sembrano anticiparci, parlano a lungo, nella discussione che segue la scrittura, dell'esperienza dello scrivere. Ecco quello che è emerso da loro:
a) quando scrivi ti perdi come dentro una grande città
b) parti e non sai bene dove vai, se ti interrompono non sai bene dove ti trovi
c) viaggio senza meta: speriamo non lo legga mia madre
d) scrittura come svelamento
Nadia: scrivendo ci si riappropria di se stessi.
I ragazzi vedono la curiosità(avevamo parlato della curiosità, come una delle spinte al conoscere) come qualcosa di superficiale, legata all'apparenza.Il desiderio è più profondo.
Desiderio di conoscenza.
I ragazzi sembrano dunque pronti. Nadia propone loro una scrittura da fare a casa: "Viaggio nella scrittura"
La visione dei ragazzi della curiosità come qualcosa di superficiale, legato all'apparenza, mi colpisce. Così apro il vocabolario etimologico e cerco:
Curioso: che vuole sapere, indagare, conoscere; (che ha cura, dal latino curios(m) colui che si cura di qualche cosa). Derivati. Curiosità: l'essere curioso, desiderio di sapere. Curiosaggine: curiosità abituale e fastidiosa. Curiosare: dimostrare riprovevole curiosità per cose o fatti altrui.
Sembra che i ragazzi percepiscano solo la parte più superficiale e negativa dell'essere curioso; ma hanno ragione nell'intuire il desiderio componente essenziale della spinta al conoscere.
Prendo coscienza, considerando anche l'attenzione 'inconsapevole' che ho avuto fino ad ora per il testo, dell'importanza che le parole hanno in un libro, che sotto le vesti e la piacevolezza di un romanzo epistolare, parla e ragiona di filosofia e politica.
Man mano che vado avanti sono sempre più consapevole di quanto, il viaggio nelle Lettere persiane, si accompagni ad un viaggio inaspettato dentro di me. Del resto non è questo che stiamo chiedendo di fare ai ragazzi? Con naturalezza 'salto' da una lettera all'altra, trovo collegamenti, possibilità di letture diverse: mi sono 'appassionata'. A volte, mi sembra di aver 'acchiappato' qualche verità e subito dopo mi ritrovo confusa, quella verità raggiunta è fuggita via mescolandosi e confondendosi con altre possibilità di lettura; ho la sensazione di cimentarmi con qualcosa di più grande di me, ma subito dopo sento nascere profondo il desiderio di comprendere e conoscere. L'unica possibilità che ho, e forse anche la più giusta, è entrare a mio modo in questo splendido libro; ho messo in gioco tutto quello che sono, non solo le mie conoscenze e il mio sapere, che in questo campo è molto limitato, ma tutto il mio 'sentire', la mia percezione, la mia esperienza. E credo, sia proprio l'essere entrata nelle Lettere persiane nella mia interezza, che mi procuri tanto piacere nell'indagare e nello scoprire sempre nuove possibilità di interpretazione. Ma non è solo questo; sono gli incontri con Nadia, il confronto con lei, le sue riflessioni, lo scambio che avviene tra di noi a rendere 'unico' questo lavoro. Cosa siamo, in fondo, se non due viaggiatrici che stanno affrontando insieme uno stesso viaggio, ognuna a suo modo, ma con la possibilità di far 'vedere' all'altra ciò che i suoi occhi osservano e percepiscono? E questo con un fine ben preciso: guidare i ragazzi dentro un percorso di conoscenza, dando loro gli strumenti per farlo, e tentando di trasmettere loro la passione per la conoscenza di sé e del mondo.
Lavoro per proporre la quinta scrittura.
Lettera 10 Mirza al suo amico Usbek
"[...] Ci manchi Usbek; eri tu l'anima della nostra compagnia.[...]
[...] Qui facciamo molte discussioni che di solito vertono sulla morale. Il problema di ieri era se gli uomini trovano la felicità nei piaceri e nelle soddisfazioni dei sensi o nell'esercizio della virtù. Ti ho sentito dire sovente che gli uomini sono nati per essere virtuosi e che la giustizia è una qualità loro propria come l'esistenza[...]."
Stiamo entrando nel cuore del libro, la domanda filosofica che Mirza pone ad Usbek è ben precisa, così Usbek gli risponde:
Lettera 11 Usbek a Mirza
"Tu rinunci al tuo raziocinio per mettere alla prova il mio, accondiscendi a consultarmi, mi credi capace di istruirti. [...] Per adempiere al compito che mi assegni, non ho creduto di avvalermi di ragionamenti molto astratti. Ci sono certe verità di cui non basta far persuasi, ma che bisogna anche far sentire, tali sono le verità della morale. Forse questo brano di storia ti colpirà più di una sottile filosofia [...]."
Quel "far sentire" mi colpisce e da senso a tutto il lavoro che Nadia ed io stiamo facendo con i ragazzi; non stiamo forse cercando di "far sentire" loro, attraverso le scritture ed il confronto che ne segue, quello su cui man mano andiamo ragionando?
Tutto il libro, del resto, si muove in questa direzione: Montesquieu parla di filosofia coinvolgendo direttamente il lettore negli intrecci e nelle vicende di un romanzo epistolare.
Usbek prosegue nella lettera 11 raccontando la storia del popolo dei Trogloditi. Questo popolo discendeva dagli antichi Trogloditi i quali "[...] assomigliavano più a bestie che a uomini. Non erano affatto deformi [...] ma erano così malvagi e feroci che tra di essi non c'era nessun principio di equità né di giustizia." Dopo aver ucciso il re che li governava, i Trogloditi nominarono dei magistrati ma uccisero anche quelli. "[...] Questo popolo non obbedì allora che alla propria selvaggia natura. Si misero tutti d'accordo che non avrebbero più obbedito a nessuno e che ciascuno avrebbe curato solo i propri interessi senza occuparsi di quelli altrui." Questa loro decisione e le conseguenze del loro agire porterà il vecchio popolo dei Trogloditi alla distruzione, tutti periranno tranne due famiglie "[...] C'erano in quel paese due uomini assai singolari: avevano un po' di umanità, conoscevano la giustizia, amavano la virtù." (lettera 12) e' da loro che ha inizio il nuovo popolo dei Trogloditi.
Lettera 12
"[...] Ogni loro cura era intesa ad educare i figli alla virtù. Mostravano loro di continuo le sciagure dei loro compatrioti e mettevano davanti ai loro occhi quell'esempio così triste; facevano soprattutto sentir loro che l'interesse dei singoli sta sempre nell'interesse comune, che volersene separare significa volersi perdere; che la virtù non è cosa che debba costarci, che non bisogna considerarla come un penoso esercizio, e che la giustizia per gli altri è una carità per noi.[...]"
Il nuovo popolo dei Trogloditi, seguendo la virtù, vivrà felice a lungo fino a che:
Lettera 14
"Poiché la popolazione aumentava di continuo i Trogloditi credettero opportuno scegliersi un re, stabilirono di conferire la corona a colui che era il più giusto[...] Egli si era ritirato in casa con il cuore oppresso dalla tristezza.[...] Voi mi offrite la corona e, se lo volete assolutamente, dovrò pure accettarla, ma fate conto che morirò di dolore per aver visto nascendo i Trogloditi liberi e per vederli oggi soggetti. [...] Io vedo che cosa significa questo, oh Trogloditi! La vostra virtù comincia a pesarvi. Nella condizione in cui vi trovate, senza un capo, dovete essere virtuosi vostro malgrado, altrimenti come potreste sopravvivere e cadreste nella sciagura dei vostri primi padri. Ma questo gioco vi pare troppo duro: preferite essere soggetti ad un principe ed obbedire alle sue leggi, meno rigide dei vostri costumi. Sapete che allora potreste soddisfare la vostra ambizione, guadagnare delle ricchezze e languire in una ignobile voluttà; e che, purché evitiate di cadere in gravi delitti, non avrete bisogno della virtù.[...] Vi ho lasciato sotto un giogo diverso da quello della virtù."
La popolazione aumenta, per questo motivo i Trogloditi decidono di scegliersi un re che li governi.
Perché i Trogloditi scelgono di perdere la loro libertà? Perché la virtù comincia a pesare. Devono essere virtuosi loro malgrado per evitare la distruzione. Un principe darà loro regole meno rigide dei loro costumi.
Dal dizionario: Virtù: disposizione d'animo volta al bene al di fuori di ogni considerazione di un eventuale premio o castigo.
Esiste una legge interiore che permette agli uomini di autogovernarsi; ed una legge imposta al popolo da un re.
Le leggi imposte da un governante sono meno rigide delle regole dettate dalla virtù.
Quindi la legge non copre tutta la virtù, ma permette ad un popolo di non 'autodistruggersi'.
Virtù e legge non corrispondono sempre.
La virtù, inclinazione naturale nell'uomo, ha un valore universale?
Le leggi sicuramente no, variano da stato a stato; da società a società; possono limitare in modo diverso la libertà di un individuo; da questo nascono i dubbi di Usbek quando nella lettera 17 afferma: "sento che la mia mente si smarrisce...."
Perché pesa la virtù?
Usbek si ritrova in una corte corrotta (non virtuosa dunque) solo con la sua debole virtù.
Ci vuole molta più forza a seguire la virtù che non ad ubbidire alla legge.
Sotto il giogo di un principe si può non essere virtuosi.
La virtù deve essere premio a se stessa.
È vero che i Trogloditi seguendo la virtù vivevano felici e liberi, ma non bisogna dimenticare che discendevano dai vecchi Trogloditi. Per questo forse pesa la virtù, perché comunque nell'uomo esistono spinte contrarie. Non dimentichiamoci che i 'nuovi' Trogloditi 'educano' i figli alla virtù.
Sento la testa che mi scoppia; è difficile trovare una scrittura, ma penso di essere arrivata almeno ad una conclusione: esiste una differenza tra leggi imposte da un governante e virtù; la legge non copre tutta la virtù, e quindi si può essere non virtuosi pur obbedendo alle leggi.
Esiste una legge interiore e leggi imposte dalla società.
Si può far riflettere i ragazzi su questo.
Per aiutare i ragazzi ad entrare nella scrittura racconto un episodio che mi è accaduto pochi giorni fa.
La lettura delle lettere sui Trogloditi ha aperto dentro di me una serie di riflessioni, così vaste e complesse, che non sono ancora assolutamente in grado di gestire, molti interrogativi sono nati anche riguardo al concetto di libertà. La decisione di mettere i ragazzi a conoscenza di questo episodio nasce improvvisa, forse lo racconto più per chiarire a me stessa che a loro.
Ero andata a prendere Riccardo, mio figlio, a lezione di latino, saranno state le otto di sera; lo aspettavo sul marciapiede con un mio nipotino, la macchina in doppia fila con i lampeggianti accesi. Si avvicina una piccola signora, piegata su di sé per l'età avanzata, ha una busta con la spesa e la borsetta. Si ferma davanti al portone, ci guarda, sorride a Gimmi, mio nipote, e si ferma a parlare con noi del più e del meno. Abita in quel comprensorio, nell'ultima palazzina in fondo, al terzo piano e non c'è l'ascensore. La busta che ha in mano sembra essere pesante. Ho fretta di tornare a casa, devo mettere su la cena, ma Riccardo ancora non si vede. Le chiedo se vuole essere accompagnata. Sorride, non aspettava altro, e poi è molto buio, il viale poco illuminato, ha paura di inciampare. Le prendo la busta, lei si appoggia a Gimmi, e ci avviamo verso il suo palazzo. Lei parla, ci racconta di sé, di suo figlio giornalista, dei problemi della vecchiaia e del suo gatto che la sta sicuramente aspettando dietro la porta di casa. e' simpatica, ma cammina con una lentezza esasperante, mi chiedo quanto sarà lontano il palazzo, c'è sempre la cena che aspetta di essere preparata e la macchina in doppia fila; ma lei sorride: ancora poco e saremo al portone. L'aiuto ad aprire, che fare? Certo le scale sono tante e la busta è pesante, così le dico che l'accompagno fino a su; no, non si disturbi sono molto lenta a salire; non fa niente signora. E così piano piano saliamo due piani di scale; e poi che succede? Mi sento a disagio, qualcosa mi spaventa, ma cosa? Penso alla macchina in doppia fila, sento dei clacson suonare, la porta di casa sua potrebbe anche ingoiarmi; le dico che devo andare; così le porto la spesa fin su, poso la busta sul tappettino rosso; poi scendendo i pochi gradini che ci separano, le ripasso accanto, la saluto, lei mi manda un bacio ed un sorriso, accarezza Gimmi e lo lascia andare; mi precipito giù dalle scale dicendo a Gimmi, che mi segue, di allacciarsi le scarpe se no farà un ruzzolone. Da cosa sto fuggendo? O cosa mi chiama con tanta prepotenza? Mi sembra di essere al confine tra due tempi che scorrono in modo diverso, tra due universi, due percezioni della realtà. Ho temuto che il tempo della signora mi ingoiasse. e' difficile rispondersi su cosa sia più importante, ora, se il suo tempo o il mio. e' difficile: non rispondersi ma domandarsi, sono queste, le piccole domande che scardinano una vita.
La legge non copre tutta la virtù.
I ragazzi scrivono ed ecco cosa emerge poi da loro.
Una ragazza si è sentita a disagio perché non ha ascoltato un suo bisogno
(non ascolta la sua legge interiore, penso a Rossana moglie di Usbek).
Un'altra ragazza si è sentita a disagio per aver risposto male a sua madre.
(Propria legge interiore o condizionamento morale: non bisogna rispondere male alla propria madre? Tenere presente i diversi piani).
Un'altra ragazza si sente a disagio quando non riesce a fare stare bene i suoi ospiti.
Una ragazza le risponde, che il suo non è vero interesse per gli ospiti ma bisogno di avere il consenso e l'approvazione altrui.
Ai ragazzi viene dato da leggere a casa le lettere sui Trogloditi.
Considerazioni sulla lettura dei Trogloditi da restituire ai ragazzi.
L'uomo non può vivere solo.
La virtù pesa, per questo motivo si sceglie un re che imponga la legge; rischio il potere assoluto.
Arte di dominare (Persia)
Arte di piacere (Parigi)
Lettera 14: I Trogloditi decidono di scegliersi un re perché la popolazione aumenta e non si può più coniugare la libertà individuale con la libertà sociale.
Il potere assoluto, corrotto e falso, impedisce all'uomo di essere virtuoso?
Lavoro per proporre la sesta scrittura.
Nelle lezioni precedenti abbiamo affrontato il tema del viaggio, inteso come forma di conoscenza: viaggio reale, interiore, viaggio nella e con la scrittura.
Nadia ha spiegato ai ragazzi, affrontando le lettere sui Trogloditi, come Montesquieu affermi che ci siano delle verità che bisogna 'far sentire' e queste sono le verità della morale.
Più volte, parlando di Usbek, abbiamo sostenuto come lui non parta nella sua interezza, ma lasci nel serraglio, chiuse e ben protette, le sue passioni. Solo allontanandosi dalla Persia avvertirà il suo essere diviso. Usbek scrive di una "spaventosa lontananza", ma anche di "un'insensibilità che non lascia desideri" (lettera 6); e Zachi nella lettera 3 scrivendo a Usbek "... pare che l'amore respiri nel tuo serraglio e la tua insensibilità te ne allontana continuamente! Ah mio caro Usbek se tu sapessi essere felice!" Usbek stesso, nella lettera 6 scrive: "ho prevenuto l'amore(...) ma dalla mia stessa freddezza sorge una specie di gelosia che mi divora"
Usbek vive una lontananza da sé che lui stesso definisce spaventosa; lontananza nata dalla sua insensibilità che lo ha sì, salvaguardato dal desiderare, ma gli ha anche impedito di essere felice; inoltre, dalla sua stessa freddezza, dal suo non sentire sorge una gelosia che lo divora. La gelosia non è forse una tra le passioni più distruttive?
Perché le passioni vengono intese spesso come una forza distruttiva? La passione ci spinge a conoscere; a superare ostacoli; a tentare nuovamente; è la passione, in ultima analisi, che ci incalza a vivere e ad amare la vita. Forse è il rinchiuderla, soffocarla, non volerla vedere che porta con sé la potenza distruttiva della passione.
Quindi l'essere sensibili, riconoscere le passioni, sentirle e poterle infine esprimere può condurci ad una pienezza di vita.
Con i ragazzi andremo a parlare e a ragionare di passioni. Esploreremo ciò che accade nel serraglio dopo la partenza di Usbek; conosceremo le donne, i loro pensieri, le emozioni, sapremo dei loro interrogativi sul vivere recluse. Fino ad ora abbiamo parlato dei protagonisti maschili delle Lettere persiane. Gli uomini partono, hanno bisogno di andare nel mondo per conoscere; le donne rimangono chiuse nel serraglio, private della libertà fisica, ma non della facoltà di pensare e sentire.
Nadia ed io ci incontriamo una volta a settimana. Sono ore molto intense quelle che trascorriamo insieme, ci confrontiamo sulle lettere lette, su quello che ci ha colpito maggiormente e sulle riflessioni che ne sono nate. Lavoriamo molto bene insieme, probabilmente perché la nostra attenzione si concentra sui medesimi passi, a volte su parole ben precise, i nostri libri spesso portano le stesse sottolineature. Siamo entrate in modo simile nelle Lettere persiane, ma non uguale, questo rende il lavoro molto più interessante. L'argomento evidenziato è lo stesso, ma la prospettiva con cui viene guardato a volte è diversa; sono sfumature, ma sono queste sfumature che ci permettono di indagare, di scendere sempre più in profondità. e' un lavoro di grande concentrazione, molto legato al 'sentire'; l'intuizione diviene parola, parola intelligibile all'altra. Mi piace molto quando Nadia trasforma il nostro lavoro in pensiero filosofico. Come portare i ragazzi dentro quel pensiero? Come farglielo sentire, esplorare, partendo dal loro vissuto? Da queste domande nascono le scritture che, di volta in volta, diamo loro.
Nei nostri viaggi in autobus Roma-Viterbo, Viterbo-Roma accade qualcosa di diverso. Ho la sensazione, partendo, di entrare in una diversa dimensione temporale.
Sono le sette del mattino ed il sole sorge arrossando il cielo; nell'autobus i passeggeri, cullati dal rumore del motore, riposano quieti; oltre i finestrini la campagna scorre via veloce avvolta dalla nebbia, intravedo a tratti alberi autunnali; ed i pensieri affiorano, emozioni, considerazioni non più legati al lavoro ma alla mia vita; mi interrogo su cosa sia stata, e su cosa sia la passione per me; quanto ne abbia avuto paura, e quanta ancora ne abbia; conosco la sua potenza e la temo, ma è giunto il tempo di esplorarla; per un periodo della mia vita ho lasciate anche io addormentate e ben sorvegliate le mie passioni, ora si stanno destando e ne avverto la loro grande forza creativa, la spinta alla vita che portano con sé; questo è il mio viaggio, e ne rendo partecipe Nadia; anche lei sta esplorando dentro se stessa, mi racconta ed io ascolto; vita vissuta e filosofia si intrecciano, ed il nostro cammino prosegue.
Nadia spiega ai ragazzi il nostro lavoro per giungere ai temi delle scritture da dare in classe. Parla anche delle tante possibili "letture" delle Lettere persiane.
Mentre l'ascolto penso che il nostro essere donne sia fondamentale nella 'lettura' che stiamo dando del testo.
Nel dibattito che segue i ragazzi parlano:
di passione d'amore; passione per qualcosa che ti piace fare; passione creativa; passione incontenibile (la gelosia di Usbek per le sue donne, egli teme per il tradimento).
La passione spesso si confonde con ciò che ci piace fare, ma la passione è qualcosa di particolare, di eccezionale; la passione consuma, è incontrollabile ed irrazionale.
La passione è irrazionale, nasce da dentro, bisogna essere predisposti ad accettarla. Oggi nel nostro mondo la ragione è vigente.
Il ricordo delle passioni è bello, nel ricordo puoi selezionare le passioni.
Passione terrificante.
Preservarsi dalle passioni.
Abbandonarsi alle passioni.
Ho passione per il canto e per lo scrivere, con l'immaginazione vado molto in profondità dentro me stessa.
La scrittura serve a riflettere; per affrontare la vita servono le passioni, senza le passioni si perde l'amore per la vita.
Tutto quello che dicono i ragazzi è interessante, emerge la visione ambivalente della passione: forza creativa e distruttiva insieme; la tendenza a separare ragione e passione, come se le due non potessero convivere; ma le ultime due considerazioni mi colpiscono particolarmente: spesso i ragazzi ci precedano.
Parliamo della distanza da sé che si ottiene scrivendo, nello scrivere siamo soggetto-oggetto: la passione muove la scrittura; nella scrittura unione di ragione e passione.
Tra i ragazzi qualcosa è cambiato, parlano molto più liberamente, ho la netta sensazione che ora si sentano 'gruppo', o meglio, compagni di viaggio.
Ripercorriamo alcune lettere già lette in precedenza, e ne prendiamo in esame altre. Nella lettera 8, Usbek afferma di essere sostenuto da una debole virtù, sarà questa virtù debole che non lo metterà in grado di affrontare la gelosia dei suoi nemici e lo spingerà all'esilio. Probabilmente la virtù di Usbek è debole perché non sostenuta dalla passione. Passione per le virtù morali.
Nella lettera 2 Usbek scrive al primo eunuco nero, il guardiano delle sue donne.
"[...] ti ho affidato quello che avevo di più caro al mondo"
"[...] Mentre vegli su questo prezioso pegno del mio cuore, esso riposa e gode di una completa sicurezza."
"[...] Le tue instancabili cure sostengono la virtù, quand'essa vacilla. [...] tu sei il flagello del vizio e la colonna della fedeltà"
"Tu comandi loro e loro obbedisci; esegui ciecamente tutti i loro voleri e intanto fai loro seguire le leggi del serraglio. Ti sottometti, con rispetto e timore ai loro legittimi ordini. Ma per un riflesso di potere, tu comandi da padrone, come io stesso, quando temi che si allentino le leggi del pudore e della modestia."
"[...] mantieniti in profonda umiltà di fronte a quelle che condividono il mio amore; ma nello stesso tempo fa loro sentire che sono in condizione di assoluta dipendenza. Procura loro tutti i piaceri che possono essere innocenti; svia le loro inquietudini. [...]"
Nella lettera Usbek descrive la vita nel serraglio mostrandone il suo equilibrio precario, le passioni devono essere tenute sopite, solo così si garantisce la sicurezza. Ma si parla anche di potere: riflesso di potere, gioco tra comando e sottomissione, l'eunuco è padrone e servitore. Le donne possano comandare colui che le tiene in condizione di assoluta dipendenza. Tutto è contratto, imbrigliato, contraddittorio, l'equilibrio non può che essere precario, da questo la necessità di sviare le inquietudini delle donne: l'inquietudine è pericolosa, pone domande ed esige risposte; ma non sono solo le donne ad essere inquiete, Usbek scrive, sempre nella lettera 6, "[...] la tenerezza si è risvegliata; una certa inquietudine ha finito per turbarmi." Ed anche il primo eunuco nero nella lettera 9 scriverà: "Io soffro oppresso come sono dal peso dei pensieri e delle inquietudini di cinquant'anni." Qualcosa dunque è in fermento, e l'allontanamento di Usbek romperà quel precario equilibrio.
Come vivono le donne la partenza di Usbek?
Lettera 3 Zachi a Usbek
"[...] Mio caro Usbek, come avrei potuto vivere nel tuo serraglio di Ispahan? In quei luoghi che ricordandomi continuamente i piaceri di prima, stimolavano quotidianamente i miei desideri con nuova violenza? [...] Erravo di appartamento in appartamento, cercandoti sempre e non trovandoti mai; ma incontrando ovunque crudeli ricordi della mia trascorsa felicità."
"[...] Lo confesso Usbek una passione più forte dell'ambizione mi fece sperare di piacerti. Mi vidi a poco a poco divenire la padrona del tuo cuore, mi prendesti e mi lasciasti; ritornasti a me e ti seppi trattenere; il trionfo fu tutto per me e la disperazione tutta per le mie rivali. [...] Fosse piaciuto al cielo che le mie rivali avessero avuto il coraggio di rimanere testimoni di tutte le prove d'amore che ricevetti da te!"
"[...] Tu ci abbandoni Usbek, per andare ad errare in climi barbari. Come non ti par nulla il vantaggio di essere amato? Tu non sai neppure quello che perdi [...] pare che l'amore respiri nel tuo serraglio e la tua insensibilità te ne allontana continuamente! Ah mio caro Usbek se tu sapessi essere felice!"
Vediamo il desiderio violento, l'ambizione, l'amore, la rivalità, la disperazione.
C'è l'abbandono di Usbek, la sua insensibilità, la sua incapacità ad essere felice.
Sembra, da questa lettera e dalle successive, che la visione di Usbek del serraglio si dissoci molto dalla verità: le passioni sono presenti e per nulla addormentate: sono violente, assolute. Potremmo dire che il serraglio è il regno delle passioni.
Lettera 4 Zefis a Usbek
Scopriamo l'odio che nutrono le donne per gli eunuchi: "[...] questo mostro nero ha deciso di ridurmi alla disperazione[...] un vile schiavo mi attacca fin nel tuo cuore e bisogna che io mi difenda [...]"
"[...] non voglio altro garante della mia condotta che te stesso, il tuo amore, il mio e, se devo dirtelo mio caro Usbek, le mie lacrime."
L'unica autorità che le donne riconoscono, in virtù dell'amore che nutrono, è Usbek.
Le donne non sentono il vincolo perché si sottomettono per amore, con l'allontanarsi di Usbek le regole diverranno scatole vuote a cui è molto più difficile sottomettersi, non comprendendone il motivo.
La repressione priva della libertà, ma di quale libertà? Fisica sicuramente.
Lettera 7 Fatima a Usbek
"[...] Che vuoi mai che possa diventare una donna che ti ama, che era abituata a tenerti nelle sue braccia, che non aveva altro pensiero fuorché quello di darti delle prove della propria tenerezza? Libera per privilegio di nascita, la violenza del suo amore l'ha fatta schiava [...]." Parla dunque una donna che è stata e si è sentita libera, la schiavitù che ora vive è dettata dal suo amore per Usbek non tanto da regole imposte dal serraglio. E prosegue "[...] quand'anche mi fosse permesso di uscire da questo luogo in cui gli obblighi della mia condizione mi tengono chiusa, quand'anche mi fosse permesso di scegliere tra tutti gli uomini che vivono in questa capitale, Usbek, te lo giuro non sceglierei che te[...]." Il suo amore per Usbek è una scelta libera.
"[...] ma è impossibile Usbek vivere in questa condizione: il fuoco scorre nelle mie vene. Perché non posso esprimere ciò che sento così vivamente? E come mai sento così vivamente ciò che non posso esprimere?" Fatima esprime chiaramente l'impossibilità a vivere scissi. Lei sente vivamente, il suo sentire è rafforzato. Il problema è tra il sentire e l'impossibilità a manifestare il proprio sentire.
"[...] Come è infelice una donna i cui desideri sono così violenti quando è privata di colui che solo può soddisfarli[...]." Questo provoca infelicità. Si sente abbandonata a se stessa, nulla può distrarla, deve vivere nell'abitudine dei sospiri e "nel furore di una passione eccitata." Eccitata proprio perché impossibilitata a manifestarsi, ma c'è di più, c'è un senso di inutilità e di frustrazione: "[...] ben lungi dall'essere felice non ha nemmeno il vantaggio di servire alla felicità altrui; ornamento inutile di un serraglio, sorvegliata per l'onore e non per la felicità del suo sposo[...]." Avrebbe senso essere sorvegliate per la felicità di Usbek ma per l'onore è molto più difficile, sembra una parola vuota.
L'unica legge da seguire per le donne è quella dell'amore per Usbek.
Molte volte le mogli di Usbek, scrivendo, parlano di felicità: l'incapacità di Usbek ad essere felice; la loro felicità perduta. Passione per la felicità.
Altra figura fondamentale nel serraglio è colui che comanda per riflesso di potere: il primo eunuco nero. A lui Usbek ha affidato quello che ha di più caro al mondo: le sue donne.
Lettera 9 Il primo eunuco a Ibbi
"[...] rinchiuso in un'orribile prigione, sono sempre circondato dalle stesse cose e tormentato dagli stessi dolori. Io soffro, oppresso come sono dal peso dei pensieri e delle inquietudini di cinquant'anni; e nel corso di una lunga vita, non posso dire di aver avuto un giorno sereno e un istante tranquillo[...]." Il primo eunuco definisce il serraglio una prigione orribile, da cui non può sfuggire un solo istante, soffre, ed anche per lui, come per le donne e Usbek, c'è inquietudine. Che l'inquietudine nasca proprio da questa impossibilità a vivere le passioni?
"[...]Quando il mio primo padrone ebbe preso la crudele risoluzione di affidarmi le sue donne, e con seduzioni sostenute da mille minacce, mi ebbe obbligato a separarmi per sempre da me stesso, stanco com'ero di adempiere ai più penosi incarichi, pensai di sacrificare le mie passioni alla mia pace e alla mia fortuna. Me infelice! Il mio spirito preoccupato mi faceva vedere il compenso e non il danno. Speravo che l'impotenza a soddisfare l'amore mi avrebbe liberato dai suoi colpi. Venne spento in me l'effetto delle passioni senza che ne fosse spenta la causa.[...]" L'eunuco viene costretto a separarsi per sempre da sé stesso, a sacrificare le proprie passioni: è qualcosa che va contro natura. Ma dove risiede la passione? L'eunuco, come Fatima privata di Usbek, è ell'impossibilità di soddisfare le proprie passioni. E questa impossibilità, come vedremo, lo renderà un mostro ( Zelis lo aveva già chiamato: mostro nero)
L'eunuco viene castrato per non violare la virtù. (ma la virtù, per essere tale, non dovrebbe essere una scelta libera?) Ma contro il desiderio, come vedremo anche in seguito, non si può nulla. Il desiderare altrui è incontrollabile, impossibile reprimerlo; puoi reprimere l'effetto ma non la causa. La violenta gelosia di Usbek si scatenerà quando si renderà conto di non poter controllare e reprimere il desiderio delle sue donne.
Il desiderio si nutre dell'immaginazione.
"[...] In quel periodo di turbamento( l'eunuco parla della sua giovinezza) non ho mai condotto una donna nel letto del mio signore, non l'ho mai svestita, senza essere tornato in camera mia con il furore nel cuore e un'orrenda disperazione nell'anima." Il reprimere la natura, l'annientarla, come nel caso dell'eunuco, scatena passioni potenti e distruttive. "[...] Ecco come ho trascorso la mia sciagurata giovinezza; non avevo altro confidente che me stesso. Dovevo soffocare le pene e le sofferenze che mi opprimevano: scrutavo solo con sguardi severi quelle stesse donne che ero tentato di guardare con occhi così teneri; sarei stato perduto se avessero penetrato il mio segreto. [...]" Sofferenza, solitudine, finzione lo porteranno a divenire un 'mostro'.
"[...] Ma gli ardori della giovinezza sono finalmente passati: sono vecchio [...] Mi ricordo sempre che ero nato per dominarle; e mi sembra di ridiventare uomo quando le domino ancora. Da quando le osservo con sangue freddo le odio e la mia ragione mi fa vedere tutte le loro debolezze. Quantunque le sorvegli per un altro, il piacere di farmi ubbidire mi da una gioia segreta; quando le privo di tutto, mi sembra che sia per me che lo faccio e me ne viene sempre un'indiretta soddisfazione; mi trovo nel serraglio come in un piccolo impero; e la mia ambizione , la sola soddisfazione che mi resta ne è un po' soddisfatta [...] Mi addosso volentieri l'odio di tutte queste donne che mi consolida nel posto in cui sono [...] Il che non vuol dire che io non abbia a mia volta innumerevoli seccature e che ogni giorno queste donne vendicative non cerchino di rendermi la pariglia[...] C'è tra di noi un flusso e riflusso di comando e sottomissione[...] sono di continuo oppresso da ordini, da comandi, da incarichi, da capricci[...]e se esitassi ad obbedire avrebbero il diritto di castigarmi. Preferirei perdere la vita piuttosto che scendere a questa umiliazione."
Qualcosa su cui riflettere: l'odio dell'eunuco si riversa, non tanto su colui che l'ha obbligato a separarsi per sempre da se stesso, ma sulle donne, colpevoli di aver provocato in lui il desiderio. Sembra che Usbek sia intoccabile, lo si può solo amare e servire.
Lettera 22 Giarone al primo eunuco
"[...] Gran Dio! Quante cose occorrono per far felice un uomo solo! Sembrava che la natura avesse messo le donne in uno stato di dipendenza e ne le avesse ritratte: nasceva il disordine tra i due sessi perché i loro diritti erano reciproci. Noi siamo entrati nel piano di una nuova armonia; abbiamo messo tra noi e le donne l'odio e tra gli uomini e le donne l'amore [...]"
Interessante è la lettera 53, dove Zelis scrive ad Usbek, raccontando della forte passione che l'eunuco bianco Cosru nutre per la schiava Zelide; e la sua decisione di dargliela in moglie, domandandosi, però, che tipo di matrimonio potrà mai essere quello, nutrito solo di disperazione e inganno: "[...] Ah, essere sempre nelle immagini e nei fantasmi, non vivere che per immaginare, trovarsi sempre vicino ai piaceri e mai nei piaceri; languendo nelle braccia di uno sventurato, non rispondere che hai rimpianti, invece di rispondere ai suoi sospiri! [...] Ti ho sentito dire che gli eunuchi vivono con le donne una specie di voluttà che a noi è sconosciuta; che la natura si compensa delle sue perdite, che ha delle risorse che bilanciano gli svantaggi della loro condizione, che si può, sì, cessare di essere uomo, ma non di essere sensibile, e che, in questo stato, si ha un terzo senso, in cui non si fa, per così dire, che mutare qualità di piacere."
Quindi gli eunuchi pur se cessano di essere uomini non perdono la loro sensibilità; ma mentre il primo eunuco nero, forse per la posizione che ha all'interno del serraglio, forse per il suo desiderio di potere, reprime il suo amore e la sua tenerezza per le donne trasformandolo in odio; l'eunuco Cosru, rende manifesta la sua passione per Zelide, concedendosi così, di vivere in modo soddisfacente il suo amore.
Mi chiedo: al primo eunuco nero era concesso scegliere? L'orribile prigione in cui l'eunuco nero si sente rinchiuso, non avrà, forse, origine dal suo dover essere lo strumento del controllo e del comando di Usbek, e dal dover vivere quel 'riflesso di potere', imprigionato 'nel flusso e riflusso di comando e sottomissione'?
Lettera 15 Il primo eunuco a Giarone
"[...] Credetti di vederti nascere una seconda volta e uscire da una schiavitù in cui dovevi sempre obbedire per entrare in una schiavitù in cui dovevi comandare.[...]"
Lettera 21 Usbek al primo eunuco bianco
" [...] E chi siete voi se non dei vili strumenti che io posso spezzare a mio piacimento, che esistete solo in quanto sapete obbedire, che siete al mondo solo per obbedire alle mie leggi o per morire appena lo comando; che respirate solo in quanto la mia felicità, il mio amore, e la mia stessa gelosia hanno bisogno della vostra abiezione? [...]"
Nadia spiega agli studenti l'unione nel Settecento tra passione e ragione, la passione scalda la ragione, ragione passione calma. Passione per la conoscenza, passione per le virtù morali, passione per la felicità.
A fine lezione una ragazza si avvicina e ci ringrazia per le scritture che diamo in classe; i temi proposti la stanno guidando dentro un percorso interiore di ricerca di cui aveva grande necessità. Non crede al caso.
Sono felice.
Ragionando sulla settima scrittura da dare ai ragazzi.
Ci stiamo addentrando sempre di più 'nei tristi segreti', come li chiama Usbek, del serraglio.
"Man mano che Usbek si allontana dal serraglio, rivolge il pensiero alle sue sacre mogli, sospira, piange: il suo dolore si inasprisce, i suoi sospetti diventano più forti[...]." (Lettera 22 Giarone al primo eunuco.) E scrive loro:
Lettera 20 Usbek a sua moglie Zachi
Usbek viene informato che sua moglie Zachi è stata trovata sola con l'eunuco bianco Nadir "[...] avete un bel dirmi che gli eunuchi non sono degli uomini e che la vostra virtù vi mette al di sopra dei pensieri che una rassomiglianza incompleta potrebbe suscitare. Questo non basta né per voi né per me; per voi perché fate qualcosa che le leggi del serraglio proibiscono, per me in quanto mi togliete l'onore esponendovi a degli sguardi[...]Mi direte forse che mi siete stata sempre fedele. Ma potevate non esserlo? Come avreste potuto eludere la vigilanza degli eunuchi neri? Vi vantate di una virtù che non è libera: e può darsi che i vostri desideri impuri vi abbiano tolto mille volte il merito e il pregio di questa virtù di cui vi vantate tanto."
Quindi la virtù ha valore quando è libera e non costretta come nel serraglio. Usbek non potrà mai sapere se la moglie è virtuosa. Serraglio luogo di contraddizioni.
"[...] E che fareste se poteste uscire da quel luogo sacro che per voi è una dura prigione, mentre per le vostre compagne un asilo sicuro contro gli assalti del vizio, un tempio sacro in cui il vostro sesso perde la propria debolezza e si trova invincibile nonostante tutti gli svantaggi della natura?"
Leggi severe per prevenire la debolezza (non serve rafforzare l'indole, ma reprimere, perché l'obbiettivo da garantire non è la virtù ma l'onore di Usbek).
Perché le donne sono deboli? Le passioni sono difficili da governare? La sola soluzione a questo è la repressione?
"[...] Cosa fareste se abbandonata a voi stessa (metafora della passione non governata dalla ragione?) non avreste a vostra difesa che il vostro amore per me che è offeso così gravemente ( da cosa? dal desiderio?), e il vostro dovere, che avete così indegnamente tradito?"
Lettera 26 Usbek a Rossana (tenere presente questa lettera quando si leggerà la lettera 160)
"Come siete fortunata Rossana d'essere nel dolce paese di Persia, e non in questi climi avvelenati dove non si conosce né il pudore né la virtù! Vivete nel mio serraglio come nella sede dell'innocenza, inaccessibile alle insidie di tutti gli esseri umani; vi trovate con gioia nell'impossibilità di peccare."
Come si può parlare di innocenza all'interno del serraglio? Usbek è veramente all'oscuro di ciò che accade nel suo serraglio? Non sarà lui l'innocente perché non vede? Il vero veleno non è forse nel serraglio? Vi trovate con gioia nell'impossibilità di peccare, ma non aveva detto a Zachi di vantarsi di una virtù non libera?
Nel serraglio si vive nell'inganno; Usbek, se ne avrà conferma nella lettera 160, vede il rifiuto di Rossana di concedersi a lui come prova della sua virtù e non come un rifiuto di Rossana per lui: "mi consideraste come un nemico che vi aveva fatto oltraggio, non come uno sposo che vi aveva amato."
"Sì Rossana, se foste qui, (parla di Parigi) vi sentireste oltraggiata nella terribile ignominia a cui si è abbassato il vostro sesso, fuggireste questi luoghi abominevoli e rimpiangereste il dolce ritiro in cui trovate l'innocenza (chi sarà in realtà meno innocente di Rossana?) ed in cui siete sicura di voi stessa in cui infine potete amarmi senza mai temere di perdere l'amore che mi dovete."
Parlando delle donne europee molto più libere, dominate dal desiderio di piacere, anche se non spingono i loro intenti sino a violare i doveri coniugali scrive: "[...] ci sono pochissime donne che si abbandonano a tal punto; tutte portano nel loro cuore una certa dose di virtù che vi è incisa, che è data dalla nascita e che l'educazione indebolisce ma non distrugge. Possono sì, sottrarsi ai doveri esteriori che il pudore impone; ma, quando si tratta di fare l'ultimo passo la natura si ribella. E così quando noi vi rinchiudiamo severamente e vi facciamo sorvegliare ed ostacoliamo i vostri desideri quando mirano troppo lontano, non è che temiamo l'infedeltà suprema, ma è che sappiamo come la purezza non sia mai troppa e la minima macchia possa alterarla."
(Ripenso alla lettera 12 dove Usbek, scrivendo a Mirza, racconta dei Trogloditi, di come questi educhino i figli alla virtù; mentre, qui, nella lettera 26 Usbek scrive, parlando delle donne parigine, di una 'certa dose di virtù incisa nel loro cuore, data dalla nascita e che l'educazione indebolisce.)
Possiamo mettere in relazione a questa lettera, la lettera 63 dove Rica scrive a Usbek. "[...] Posso ben dirlo: le donne le conosco soltanto da quando sono qui, e ho imparato più qui in un mese di quanto avrei potuto in trent'anni di serraglio. Da noi i caratteri sono tutti uniformi perché sono tutti artificiosi: non si vede la gente com'è ma come la si obbliga ad essere. In quella schiavitù del cuore e dello spirito non si sente parlare che il timore, che ha solo un linguaggio, e non la natura che si esprime in modi così diversi e che appare sotto tante forme. Qui la dissimulazione, l'arte così praticata e così necessaria a noi, è sconosciuta: tutto parla, tutto si vede, tutto si sente: si lascia scorgere il cuore come il viso.[...]"
&È necessario soffermarsi ancora sul tema delle passioni c'è ancora molto da esplorare.
Dalle lettere che Zefis, Zachi e Fatima scrivono a Usbek, (Zelis non sappiamo bene cosa pensi, avendo lei scritto ad Usbek solo per avere l'approvazione al matrimonio tra l'eunuco e la sua schiava Zelide; Rossana, invece, non si è ancora pronunciata) possiamo trarre alcune conclusioni: le donne amano intensamente Usbek, ed in virtù di questo amore, si sottomettono alle leggi del serraglio riconoscendo in Usbek l'unico garante della loro condotta; soffrono del suo abbandono che non comprendono, soffrono per il loro amore non soddisfatto e si domandano il senso del vivere in questa persistente condizione di mancanza. Sembra, quindi, che l'unica legge che le donne riconoscano sia il loro amore per Usbek. Ma Usbek è lontano da ormai troppo tempo e nel serraglio l'ordine comincia a vacillare.
Lettera 62 Zelis ad Usbek
"[...] Inutilmente ci si parla dell'inferiorità in cui ci troviamo per natura, non basta farcela sentire, bisogna farcela praticare, affinché ci sostenga nel periodo critico in cui le passioni cominciano a nascere e a incoraggiare l'indipendenza. Se fossimo legate a voi soltanto dal dovere potremmo talvolta dimenticarlo; se un'inclinazione soltanto ci spingesse a questo dovere, un'inclinazione più forte potrebbe forse indebolirla. Ma quando le leggi ci danno a un uomo, ci tolgono a tutti gli altri e ci collocano così lontane da loro come se fossimo a distanza di mille miglia. La natura, ingegnosa in favore degli uomini, non si è limitata a dare dei desideri a loro, ha voluto che ne avessimo anche noi e che fossimo degli strumenti animati della loro felicità. Ha messo noi nel fuoco delle passioni per far vivere loro tranquilli: ci ha destinate a farli rientrare nella loro insensibilità, se ne escono, senza che possiamo mai gioire di quella condizione felice in cui li mettiamo..."
Eppure Usbek non credere che la tua situazione sia più fortunata della mia: io ho provato qui mille piaceri che tu non conosci. La mia immaginazione ha continuamente lavorato per farmene conoscere il valore; io ho vissuto mentre tu non hai fatto che languire. In quella stessa prigione in cui tu mi tieni io sono più libera di te: non potresti accrescere la tua attenzione nel farmi sorvegliare senza che io godessi delle tue inquietudini; e i tuoi sospetti, la tua gelosia, i tuoi dispiaceri sono altrettanti segni della tua schiavitù. [...]"
Mi sembra di vedere in questa lettera una grande consapevolezza di Zelis, ma anche la prima ribellione, il primo attacco ad Usbek.
Sono le passioni che incoraggiano l'indipendenza, e sono più forti del dovere e delle inclinazioni, sono le passioni che spingono a vivere; sembra che le donne ne siano le depositarie: vivono nel fuoco della passione per far rientrare gli uomini nella loro 'insensibilità'.
Una scissione tra il sentire e l'insensibilità. Tra donna e uomo (può essere la metafora di una separazione tra passione e ragione? O del tenere le passioni controllate, comunque separate da sé?)
Ma Zelis ha qualcosa in più, ha l'immaginazione; e l'immaginazione l'ha nutrita. Può affermare di aver vissuto e non languito, di essere più libera di Usbek.
Zelis è più consapevole, più integra e quindi più libera.
Esistono vari livelli di schiavitù e di libertà.
C'è una libertà ed una schiavitù che vanno oltre il nostro corpo e la limitazione fisica dell'agire; c'è una libertà ed una schiavitù del cuore e dello spirito e credo che Zelis stia parlando proprio di questo.
Usbek è schiavo della gelosia. (Lui che aveva negato e rinchiuso le passioni, prevenuto l'amore e vissuto 'un'insensibilità che non lascia desideri', si ritrova ora, schiavo di una passione.) e' dovuto fuggire dalla Persia per la gelosia dei ministri, ma a sua volta, come dirà lui stesso, la gelosia lo divora, lo rende cieco, lo fa annaspare; e lo renderà alla fine un tiranno.
Il serraglio è in un disordine spaventevole, scrive il primo eunuco nero ad Usbek nella lettera 64 "[...] Magnifico signore, vuoi che ti riveli la causa di tutti questi disordini? e' tutta nel tuo cuore e nei teneri riguardi che hai per loro. Se tu non mi trattenessi la mano, se invece della via dei rimproveri tu mi lasciassi prendere la via dei castighi[...] farei in fretta ad abituarle al giogo che devono sopportare e domerei la loro indole imperiosa e indipendente.[...] 'Come può un uomo sperare di cattivarsi il loro cuore se i suoi fedeli eunuchi non hanno cominciato a sottometterne lo spirito?'[...] "
Ed Usbek scrive alle sue donne (lettera 65): "[...] Cosa vi raccomandai partendo se non la pace e il buon accordo? Voi me lo prometteste: era dunque per ingannarmi? Sareste ingannate voi se volessi seguire i consigli del grande eunuco, se volessi esercitare la mia autorità per farvi vivere come le mie esortazioni vi chiedevano[...]"
Probabilmente, prima della partenza di Usbek, nel serraglio regnava una sorta di armonia e l'ordine era mantenuto, non tanto con la forza e le privazioni, quanto in virtù dell'amore che le donne nutrivano per Usbek e dalla sua capacità di soddisfare il loro amore. Ma la sua assenza ha rotto questo equilibrio.
Lettera 96 Il primo eunuco a Usbek
"[...] Te lo confesso, provo dentro di me una segreta gioia quando penso alle attrattive di quel corpo. Mi pare di vederla entrare nel serraglio di tuo fratello: mi compiaccio di prevedere lo stupore di tutte le donne: il prepotente dolore delle une, l'afflizione muta, ma più penosa, delle altre, la consolazione maligna di quelle che non sperano più nulla, e l'ambizione irritata di quelle che sperano ancora.
Sto per far mutare aspetto a tutto un serraglio. Quante passioni sto per suscitare! Quanti timori e quante pene preparo! E tuttavia, pur con tanto turbamento interiore, l'esteriore non sarà meno tranquillo: la grande agitazione sarà nascosta in fondo al cuore; le pene saranno ringoiate, l'obbedienza non sarà meno precisa e le regole meno inflessibili; la dolcezza, sempre costretta a manifestarsi, uscirà dal fondo stesso della disperazione. [...] Ma tutto ciò, magnifico signore, non è nulla senza la presenza del padrone. Che possiamo fare con il vano fantasma di un'autorità che non si trasmette mai interamente? Noi rappresentiamo solo, debolmente, la metà di te; non possiamo che mostrare loro un'odiosa severità. Tu invece temperi il timore con le speranze, signore più assoluto, quando accarezzi che quando minacci.
Ritorna dunque,magnifico signore, ritorna in questi luoghi a portare dappertutto i segni del tuo dominio. Vieni ad addolcire le passioni disperate, vieni a togliere ogni pretesto di cadere, vieni a calmare l'amore che mormora e rende amabile il dovere stesso, vieni infine a sollevare i tuoi fedeli eunuchi di un fardello che diventa ogni giorno più pesante."
L'eunuco è indaffarato a controllare le donne e ad esasperarne le passioni, ne prova una segreta gioia e se ne compiace; sete di potere?
Usbek è prigioniero della gelosia e dei sospetti.
Non vivere per se stessi, della propria pienezza, che spreco di energie! Che spreco di felicità! "Tu ci abbandoni Usbek" dirà Zachis, "non ti par nulla il vantaggio di essere amato? Ah, mio caro Usbek se tu sapessi essere felice!"
"Alcuni avvertimenti segreti, mi fecero pensare seriamente a me stesso, presi la risoluzione di andare in esilio." Da cosa è fuggito Usbek, dalla gelosia dei suoi nemici o dalla sua incapacità a vivere a pieno e fino in fondo le sue scelte? Passione per la virtù.
Il serraglio è in subbuglio e come potrebbe non esserlo?
Lettera 146 Il grande eunuco a Usbek
"Le cose sono giunte a un punto che non si può più continuare: le tue donne si sono immaginate che la tua partenza lasciasse loro completa impunità; qui capitano cose orrende tremo io stesso per il racconto che sto per farti.
[...]Zelide lasciò cadere il proprio velo e comparve con il viso quasi scoperto davanti a tutto il popolo.
Ho trovato Zelide coricata con una delle sue schiave[...]
Ho scoperto, proprio per puro caso, la lettera che ti mando; [...]Ieri sera fu trovato nel giardino del serraglio un giovinetto, che fuggì superando il muro[...]"
Lettera 147 Usbek al primo eunuco
"Con questa lettera vi do un potere illimitato su tutto il serraglio; comandate con altrettanta autorità di me; il timore ed il terrore vi accompagnino; correte da appartamento in appartamento a portare punizioni e castighi; tutto viva nella costernazione, tutto si sciolga in lacrime davanti a voi[...]"
Lettera 150 Solim ad Usbek
Muore il grande eunuco nero nelle braccia di Solim che così scrive al suo padrone: "[...] Soltanto Rossana fa il suo dovere e conserva la sua modestia[...] Non si trova più sul viso delle tue donne quella virtù maschia e severa che un tempo vi regnava; secondo me una gioia nuova, diffusa in questi luoghi, è la prova di una soddisfazione nuova; nelle più piccole cose io noto una libertà finora sconosciuta.[...]"
Una gioia nuova, una libertà finora sconosciuta anche nelle più piccole cose. Cosa stanno scoprendo le donne? Che si può vivere anche senza Usbek? Che si può vivere in un altro modo?
Lettera 152 Usbek a Solim, al serraglio di Ispahan
"Ti metto la spada in mano. Ti affido quello che adesso ho di più caro al mondo, cioè la mia vendetta. Assumi questo tuo nuovo incarico non metterci né cuore né compassione. Scrivo alle mie donne di obbedirti ciecamente[...]"
Usbek è giunto al grande passo: vendetta. Il suo onore è stato tradito. Come pretendere amore se non si ama. "Ho prevenuto l'amore e l'ho distrutto con il suo stesso mezzo, ma dalla mia stessa freddezza nasce una specie di gelosia che mi divora." Una gelosia che sta per distruggere tutto.
Lettera 154 Usbek a Nessir
"Fortunato colui che, conoscendo tutto il valore di una vita dolce e tranquilla fa riposare il proprio cuore in seno alla famiglia e non conosce altra terra che quella che gli ha dato i natali!
'Conoscendone tutto il valore', solo ora Usbek può affermarlo, ora che tutto sembra essere perduto.
Io vivo in un clima barbarico, presente a tutto ciò che mi infastidisce, assente da tutto ciò che mi interessa. Sono preso da nera tristezza, cado in un pauroso accasciamento mi pare di annientarmi e non ritrovo me stesso se non quando una cupa gelosia prende fuoco e genera nella mia anima il timore, i sospetti, l'odio e i rimpianti[...]"
Sembra che Usbek sia giunto ad una sua verità, anche se negativa: ritrova se stesso solo quando una cupa gelosia prende fuoco.
"[...]Ma per quanto io abbia avuto ragione di allontanarmi dalla patria, sebbene io debba al mio esilio di esser vivo, non posso più rimanere in questa spaventosa lontananza[...]"
"[...]Sono veramente disgraziato! Mi auguro di rivedere la patria; forse per diventare ancor più disgraziato?[...] Rientrerò nel serraglio[...] e se trovo dei colpevoli che avverrà di me? Che avverrà infine se i castighi che io stesso infliggerò saranno i segni eterni della mia confusione e della mia disperazione?
Usbek non rinnega la sua decisione di essere andato in esilio, si è salvato la vita, ma a che prezzo? E la consapevolezza che i castighi che infliggerà saranno i segni eterni della sua confusione e della sua disperazione perché non lo spingono ad altre soluzioni? Di cosa è prigioniero Usbek? A quale legge non può sfuggire? Ancora separazione tra legge e virtù.
Andrò a chiudermi entro mura più terribili per me che per le donne che ci sono custodite; vi porterò tutti i miei sospetti; le loro premure non li allevieranno in nulla; nel mio letto, nelle loro braccia, non godrò che delle mie inquietudini, in momenti così poco adatti alle riflessioni, la mia gelosia troverà modo di farne. Infami relitti della natura umana, vili schiavi, il cui cuore è stato chiuso per sempre a tutti i sentimenti d'amore, voi non gemereste più sulla vostra condizione se conosceste le sventure della mia!"
Quindi il serraglio è un'orribile prigione, in cui tutti sembrano essere schiavi di una legge che non lascia scampo. Forse, paradossalmente, sono le donne le più libere di tutti.
Le mogli di Usbek
Lettera 155 Rossana ad Usbek (si è spesso parlato di lei ma è la prima lettera che Rossana scrive ad Usbek)
"L'orrore, la notte, il terrore regnano nel serraglio; uno spaventoso lutto l'avvolge; una tigre vi sfoga continuamente la sua rabbia; ha messo al supplizio due eunuchi bianchi, che non hanno confessato altro che la propria innocenza[...] Zachi e Zelide, nella loro camera, nell'oscurità della notte sono state trattate indegnamente; il sacrilego non ha esitato a portate su di loro le sue mani vili. Ci tiene chiuse ciascuna nel nostro appartamento[...] non ci è più permesso di parlarci, scriverci sarebbe un delitto; non ci resta altra libertà che quella di piangere[...]
Ciò che mi consola e che questo non durerà a lungo e che queste mie pene avranno termine con la mia vita: non sarà lunga, crudele Usbek; non ti darò il tempo di far cessare tutti questi crudeli oltraggi."
Lettera 156 Zachi ad Usbek
"[...] Questa tigre ha il coraggio di dirmi che sei tu l'autore di tutte queste barbarie Vorrebbe togliermi il mio amore e profanare persino i sentimenti del mio cuore. Quando pronuncia davanti a me il nome di colui che amo non so più lagnarmi, non posso che morire.
Ho tollerato la tua assenza e ho conservato il mio amore mediante la forza del mio amore. Le notti, i giorni, gli istanti, tutto è stato per te. Ero orgogliosa, del mio stesso amore e il tuo mi faceva rispettare. Ma ora... No, non posso sopportare l'umiliazione in cui sono caduta. Se sono innocente, ritorna per amarmi; ritorna se sono colpevole, perché io spiri ai tuoi piedi."
Usbek aveva scritto a Zachi che lei si vantava di una virtù non libera, e le chiedeva che cosa avrebbe fatto se, abbandonata a se stessa, non avesse avuto a sua difesa che il suo amore per lui. Zachi ora risponde: è solo la forza dell'amore per Usbek che le ha fatto conservare il suo amore e ne era orgogliosa.
Lettera 157 Zelis ad Usbek
"A mille leghe da me, voi mi giudicate colpevole; a mille leghe da me, voi mi punite. Un barbaro eunuco porta su di me le sue mani vili; ma agisce per ordine vostro; è il tiranno che oltraggia, non colui che esercita la tirannia.
Voi potete, se vi piace, raddoppiare i vostri maltrattamenti. Il mio cuore è tranquillo da quando non può più amarvi. La vostra anima si degrada e voi diventate crudele, siate certo che non potrete essere felice. Addio."
Zelis ha sempre parlato di felicità, ora è tranquilla: non si può amare un tiranno. Con la vendetta non si può certo raggiungere la felicità.
Lettera 158 Solim ad Usbek
"[...] Rossana, la superba Rossana, o Cielo! Di chi fidarsi ormai? Tu sospettavi di Zachi e avevi in Rossana fiducia completa, ma la sua severa virtù era un'impostura crudele era il velo della sua perfidia. L'ho sorpresa nelle braccia di un giovane, il quale, quando si è visto scoperto, si è precipitato su di me, mi ha dato colpi di pugnale; gli eunuchi, accorsi al fracasso, l'hanno circondato, si è difeso a lungo e ne ha feriti diversi; voleva persino entrare nella camera per morire, diceva, sotto gli occhi di Rossana. Ma finalmente è caduto ai nostri piedi[...]"
Rossana, la moglie più amata da Usbek, così restia al suo amore, è colei che ha attuato quella che Usbek chiama l'infedeltà suprema, ciò che in realtà non si teme e non si immagina possa accadere all'interno del serraglio.
Lettera 159 Solim ad Usbek
"Ho preso la mia decisione; le tue sventure scompariranno; sto per punire. Già provo un'intima gioia; la mia e la tua anima troveranno pace, sterminerò il delitto, l'innocenza impallidirà. [...]"
Ma già sappiamo che l'anima di Usbek non troverà pace.
Lettera 160 Rossana ad Usbek
"Sì ti ho ingannato: ho corrotto i tuoi eunuchi, mi sono fatta beffa della tua gelosia e ho saputo fare del tuo serraglio un luogo di delizie e di piaceri.
Morirò, il veleno scorrerà nelle mie vene: infatti che farei qui, dato che il solo uomo che mi teneva legata alla vita non è più? Io muoio, ma la mia ombra s'invola in buona compagnia: ho mandato innanzi a me quei guardiani sacrileghi che hanno versato il più bel sangue del mondo.
Come hai potuto pensare che io fossi tanto credula da immaginare di essere al mondo soltanto per adorare i tuoi capricci; e che, mentre tu ti permetti tutto, avessi il diritto di tormentarmi in tutti i miei desideri? No, ho potuto vivere in schiavitù, ma sono sempre stata libera; ho riformato le tue leggi su quelle della natura, e il mio spirito si è sempre mantenuto indipendente."
Dunque, lo spirito di Rossana si è sempre mantenuto libero, ha vissuto ed ha amato, ed ha riformato le leggi del serraglio su quelle della natura; ha ingannato per seguire la 'sua legge', e la sua coerenza la porta a scegliere la morte. e' l'esatto opposto di Usbek che non ha saputo condurre fino in fondo le sue azioni ed è fuggito perché sostenuto da una debole virtù. Ma quella fuga, dove l'ha condotto se non ad uno stato di confusione e di disperazione? Lo ha reso un tiranno, vivrà sì, ma come?
Cosa sostiene Rossana se non la passione per la libertà e per la sua integrità di essere umano? Rossana è disposta a pagare il prezzo supremo pur di non tradire se stessa.
Tu dovresti anzi rendermi grazie del sacrificio che ti ho fatto, l'essermi io abbassata sino ad apparirti fedele, dell'aver vilmente serbato nel mio cuore ciò che avrei dovuto far sapere a tutto il mondo, di aver infine profanato la virtù tollerando che si chiamasse con questo nome la mia sottomissione ai tuoi capricci.
Di aver profanato la virtù tollerando che si chiamasse con questo nome la mia sottomissione ai tuoi capricci. Di questo si sente colpevole Rossana. Ancora separazione tra legge e virtù.
Tu ti stupivi di non trovare in me le effusioni dell'amore; se mi avessi conosciuta bene, vi avresti trovato tutta la violenza dell'odio.
Ma tu hai a lungo avuto il vantaggio di credere che un cuore come il mio ti fosse sottomesso. Eravamo felici tutti e due; tu mi credevi ingannata, ed io ti ingannavo.
Senza dubbio, questo linguaggio ti par nuovo. Sarebbe possibile che dopo averti oppresso di dolori, io ti costringessi ad ammirare il mio coraggio? Ma è finita: il veleno mi consuma, le forze mi abbandonano, la penna mi cade di mano, sento che persino il mio odio si affievolisce: io muoio."
Rica, scrivendo ad Usbek e parlando del serraglio, aveva detto: "in quella schiavitù del cuore e dello spirito non si sente parlare che il timore." Rossana ha sfidato tutto questo anche se ha caro prezzo.
Con questa lettera si chiudono le Lettere persiane.
Ma il mio viaggio nelle Lettere persiane, vorrei chiuderlo in un altro modo e comunicarlo ai ragazzi, con un'altra lettera; lettera che avevo tralasciato, ma di cui nel mio diario avevo scritto alcuni passi.
Lettera 141 Rica a Usbek
Rica racconta ad Usbek di aver incontrato una dama di corte che gli fece molte domande sulla Persia e sul serraglio. La donna, amante della lettura, lo pregò di tradurgli un frammento di un racconto persiano. Rica scrive ad Usbek: "[...]Può darsi che ti piaccia vederlo così travestito[...]"
Viveva in Persia una donna di nome Zulema, ricordava a memoria tutto il Corano, e lo sapeva interpretare al pari dei dottori arabi. Un giorno, che si trovava con le sue compagne in una sala del serraglio, una di loro le chiese se prestasse fede all'antica tradizione dei dottori, secondo la quale il paradiso è fatto solo per gli uomini.
In tutta risposta Zulema raccontò loro la storia di Ibraim e di Anaide una delle sue mogli. Ibraim era insopportabilmente geloso e trattava le sue dodici mogli con estrema durezza, non si fidava più dei suoi eunuchi, né delle mura del serraglio; tutti i suoi atti erano brutali e teneva le sue donne in una dura schiavitù. Un giorno, che le aveva riunite tutte, una di loro, Anaide, gli rimproverò la sua natura malvagia dicendogli: "Quando si cercano tanto i mezzi per farsi temere, si trova sempre prima quello di farsi odiare. Noi siamo così infelici che non possiamo non desiderare che un cangiamento. Altre al posto mio si augurerebbero la vostra morte, io non desidero che la mia, non potendo sperare di essere separata da voi in altro modo[...]"
Ibraim divenne furioso a quelle parole e pugnalò Anaide a morte. Anaide prima di morire dirà alle sue compagne: "Se il Cielo ha pietà della mia virtù sarete vendicate."
Così Anaide abbandonò questa vita per andare nel soggiorno delle delizie, dove le donne, che hanno ben vissuto, godono di una felicità che si rinnova continuamente. Anaide si ritrova in uno splendido giardino che conduce ad un superbo palazzo preparato per lei; quel magnifico palazzo e pieno di uomini celesti destinati ai suoi piaceri. Anaide passa di piacere in piacere, di delizia in delizia, amata e servita dagli uomini celesti. "Sì, voi restituite un po' di tranquillità ai miei sensi, incomincio a respirare e a ritornare me stessa." Così trascorre Anaide la sua vita celeste.
"[...] Erano più di otto giorni che si trovava in questa dimora felice e non aveva fatto neanche una riflessione: aveva goduto della propria felicità senza esserne consapevole e senza aver avuto uno solo di quei momenti di tranquillità in cui l'anima, per così dire, rende conto a se stessa e, nel silenzio delle passioni, si ascolta."
Questo il passo che avevo scritto sul mio diario: l'anima si ascolta 'nel silenzio delle passioni' e rende conto a se stessa. I due momenti: il vivere intensamente e l'ascoltarsi nel silenzio delle passioni, acquistano senso e pienezza solo dalla loro reciproca esistenza; Anaide aveva vissuto la propria felicità senza esserne consapevole, ora ne acquista consapevolezza, nel silenzio e nella solitudine, ed è ora, nel suo ritiro, che raggiunge la pienezza del vivere.
Anaide 'sente' e 'pensa'.
"I beati provano così vivamente il piacere che raramente possono godere di tale libertà spirituale: è perciò che, legati indissolubilmente alla realtà presente, perdono completamente il ricordo delle cose passate e non hanno più alcun pensiero di ciò che hanno conosciuto o amato nell'altra vita.[...]"
Perché Anaide, possiede tale libertà spirituale?
"Ma Anaide il cui spirito era veramente filosofico, aveva trascorso quasi tutta la propria vita a meditare e aveva spinto il proprio pensiero ben oltre quanto ci si sarebbe attesi da una donna abbandonata a se stessa. L'austero ritiro in cui il marito l'aveva fatta vivere non le aveva lasciato che quel privilegio. e' questa forza spirituale che le aveva fatto spregiare la paura dalla quale erano colpite le sue compagne, e la morte, che doveva essere la fine dei suoi dolori e l'inizio della sua felicità.[...]"
Lo spirito di Anaide era dunque filosofico, è la prima volta che nelle lettere incontro la parola filosofia, e la trovo riferita ad una donna. e' questa sua forza spirituale (mi viene da pensare a Rossana) che le fa spregiare la paura e la morte. Passione per la libertà.
"Così, a poco a poco, uscì dall'ebbrezza dei piaceri, e si chiuse da sola in un appartamento del suo palazzo. Si abbandonò a delle piacevoli riflessioni sulla sua condizione passata e sulla felicità presente; non poté fare a meno di intenerirsi sull'infelicità delle sue compagne. Si è sensibili ai tormenti che si sono condivisi. Ma Anaide non si limitò alla semplice compassione; più intenerita verso quelle sventurate, si sentì portata a soccorrerle.[...]"
Vivere a pieno ci permette poi di fermarci a riflettere. Non temere le passioni, ma anche necessario esercitare e rafforzare il nostro spirito. Ripenso alle parole di Nadia: ragione passione calma, la passione scalda la ragione. In Anaide l'unione di passione e ragione sembra essere raggiunta.
In questa lettera la situazione rispetto alla realtà del serraglio è ribaltata: una donna circondata da uomini destinati al suo piacere, una donna con un potere da gestire.
Anaide ordina ad uno dei giovani celesti di prendere le sembianze di Ibraim, andare nel serraglio, impadronirsene, cacciare il vero Ibraim e di restarvi fino a che lei non lo richiamerà. Il giovane ubbidisce e si reca nel serraglio. I suoi modi con le donne sono dolci e affabili, tanto che a loro sembra di sognare. Il vero Ibraim viene cacciato; e l'Ibraim celeste chiede fedeltà alle donne. "Vi giuriamo eterna fedeltà. Troppo a lungo siamo state ingannate, il traditore non sospettava della nostra virtù, non sospettava che della propria debolezza." Ma le donne hanno paura del ritorno del vero Ibraim e chiedono cosa fare. "Credo che gli sarebbe difficile ingannarvi: nel posto che occupo accanto a voi non ci si può mantenere con l'astuzia[...] assumerò io il compito di farvi felici. Non sarò affatto geloso. Ho un'opinione sufficientemente buona del mio merito per credere che mi sarete fedeli. Se non foste virtuose con me con chi lo sareste?"
Ad Usbek era possibile scegliere? E cosa gli impedisce di scegliere? Ci vuole passione anche per essere liberi. Usbek sospetta della propria debolezza. Ma non sa porvi rimedio.
In questa lettera siamo nel paradiso. Un sogno, un'utopia, o una reale possibilità? Qualcosa comunque a cui tendere; sembra sia necessario attraversare la morte per giungervi. Ma ogni cambiamento, ogni trasformazione, non è in fondo un morire e un rinascere?
Qui finisce il mio viaggio con Nadia ed i ragazzi, ma non quello mio, solitario; un infinità di interrogativi affollano la mia mente; le Lettere persiane è un libro che porterò ancora a lungo con me.
I ragazzi sono tutti proiettati verso l'esame, cerchiamo di far comprendere loro, che al di là delle scritture, è necessario che studino; ci vuole disciplina, parola che spesso spaventa ma necessaria. Ripercorriamo le lettere, una ad una, i ragazzi prendono appunti.
Le loro scritture stanno giungendo numerose, sanno bene che non avranno nessun peso il giorno dell'esame. Nadia vuole fare un libro elettronico sul nostro lavoro da inserire sul sito dell'Università, ed i ragazzi ne sembrano entusiasti. Ormai parlano liberamente, le ultime lezioni sono state così piene e vivaci che non sono riuscita a prendere appunti. Ma ci sono le scritture che racconteranno di loro, e lo faranno molto meglio di quanto possa fare io.
Francesca Crisi
In questa sezione sono riunite le scritture degli studenti prodotte durante il seminario interdisciplinare tenuto nell'ambito dell'attività della cattedra di Filosofia Morale in questo anno accademico. Il tema di ogni scrittura, (ad eccezione di quello relativo al "viaggio nella scrittura") è stato proposto in classe, all'inizio di ciascuna lezione. Gli studenti avevano a disposizione dai venti ai trenta minuti per scrivere. Nel presentare il lavoro che avremmo svolto insieme, Nadia ed io abbiamo stretto un patto con i ragazzi: le scritture, prodotte durante le lezioni, sarebbero state scritture private; non ci interessava il contenuto, in quanto non ci interessava dare un giudizio e una valutazione; lo scrivere doveva rappresentare per i ragazzi un momento di riflessione intima, una possibilità per entrare in contatto con se stessi e con il proprio vissuto; da questo, il mio invito a scrivere liberamente, a lasciarsi portare dal proprio flusso interiore senza remore e paure. I quaderni dalle copertine colorate, che avevo portato loro, andavano in questa direzione: un "luogo" privato su cui ritrovarsi a ragionare di sé. La prima scrittura proposta: "vi racconto di me" ha suscitato tra gli studenti non pochi brusii, perplessità, risatine: era necessario far subito comprendere ai ragazzi il taglio autobiografico delle scritture. Devo ammettere che mi sono sentita molto sollevata quando ho visto le loro teste chinarsi sui quaderni e le penne avventurarsi, prime incerte poi sempre più spedite, sui fogli bianchi. I trenta minuti sono volati. Terminata la scrittura ho domandato se qualcuno di loro desiderasse leggere, l'invito, come era prevedibile, è caduto nel vuoto; ma è servito a dar vita ad un piccolo dibattito su come era andata la scrittura, su quello che avevano provato scrivendo, e sulla paura di esporsi che era nata in loro alla mia proposta di lettura, paura che in alcuni studenti si univa al desiderio di leggere il proprio scritto. Pensavo, in questo modo, di poter far loro vivere, sperimentare, e non solo afferrare con la mente, le tensioni, i sentimenti contrastanti che spesso nascono dall'incontro con l'altro, con il diverso da sé; a breve infatti, avremmo affrontato, nello studio delle Lettere persiane, il tema del viaggio inteso come conoscenza. Cosa sarebbe accaduto ai viaggiatori dopo aver lasciato la loro amata Persia, come avrebbero reagito Usbek e Rica avventurandosi nei paesi degli infedeli?
Nelle lezioni successive abbiamo mantenuto sempre questo schema: trenta minuti per scrivere, invito alla lettura, e confronto tra gli studenti sui temi sollevati dalle scritture; Nadia si agganciava alle considerazioni dei ragazzi per affrontare lo studio delle Lettere persiane, lettere spesso lette in classe. Man mano che le lezioni procedevano notavamo come gli studenti scrivessero più volentieri, e come il confronto tra loro divenisse più nutrito e spontaneo. Si è andato creando, a poco a poco, un clima di fiducia reciproca che ha consentito un dibattito sempre più libero, senza altra implicazione se non il ragionare insieme sui temi che man mano venivano affrontati. Altra considerazione da fare: gli studenti hanno cominciato a legare tra di loro e a sentirsi "un gruppo". e' stato a questo punto che Nadia ha proposto ai ragazzi di consegnarci, sempre se l'avessero voluto, alcuni degli scritti prodotti durante le lezioni, il consegnarceli o meno non avrebbe assolutamente influito sull'esito dell'esame. L'idea era quella di dar vita ad un libro elettronico che raccontasse l'esperienza che stavamo portando avanti nello studio della filosofia morale: le scritture degli studenti ne avrebbero fatto parte integrante.
Con nostra grande felicità gli scritti giunsero numerosi.
Quello che voi leggerete sono gli scritti prodotti in classe e poi rivisti a casa dagli studenti e consegnati a noi su dischetto. Questo è valido per tutte le scritture tranne l'ultima: "considerazioni sullo svolgimento del corso di Filosofia Morale". Volevamo capire quale era stato per gli studenti l'approccio alla filosofia, come avevano vissuto le scritture, e se queste li avessero aiutati a comprendere meglio i temi trattati e lo studio delle Lettere persiane. Ho pregato i ragazzi di scrivere liberamente tutto quello che pensavano: questo sarebbe stato il regalo più bello che mi avrebbero potuto fare; per non metterli in difficoltà, non ho voluto che firmassero i loro scritti, raccolti poi da alcuni di loro. Abbiamo riportato, in questo capitolo, tutti gli scritti prodotti quel giorno, cosa che non è accaduta per le altre scritture dove è stata operata una scelta, visto l'alto numero di scritti che ci sono stati consegnati.
Leggere le considerazioni finali dei ragazzi sullo svolgimento del corso, mi ha ripagato enormemente per il lavoro svolto con loro e con Nadia. Molti degli studenti hanno scritto che il viaggio nelle Lettere persiane, attraverso le scritture, è stato un viaggio che ha svelato anche molte cose della loro vita. I nostri viaggi, dunque, tra filosofia ed autobiografia sembrano aver avuto un buon esito.
Francesca Crisi
[...] Parlare di me...che cosa strana...direi che è un'impresa ardua perché qualche volta non so neanche io chi sono o cosa voglio...comunque, dato che ormai ci sono inizierò dicendovi che non sono di Viterbo, ma di un paesino[...]
V.B.
Sono una ragazza di 23 anni e, come tutti i giovani della mia età, ho un po' di difficoltà a parlare di me e soprattutto ho difficoltà ad analizzare i miei sentimenti e i miei desideri [...]
Alisia Sernacchioli
[...] Sono una persona un po' chiusa, forse anche troppo, in quanto è difficile che apra il mio cuore a chi mi sta intorno[...]
L. L.
Parlare di sé è qualcosa che mette a disagio, poiché tutti noi ci facciamo un'idea di quello che siamo che difficilmente esprimiamo con le parole e che custodiamo in noi. Raccontare di me agli altri è come congiungere delle idee già esistenti in modo caotico nella mia mente [...]
B. C.
Inizio subito con il dire che mi chiamo Cristiana.
Non è facile raccontare di sé. Penso che si tenda sempre ad omettere i propri difetti, o a cercare di mascherarli[...]
Cristiana De Santis
Salve! Mi hanno chiesto di raccontarvi qualcosa di me e quindi lo farò. Mi chiamo Chiara, ho diciotto anni, vivo e purtroppo studio a Viterbo. Non è che abbia qualcosa contro questa città ma si sa, una persona a questa età vorrebbe andare a studiare fuori casa [...] ma l'università che ho scelto sta qua! Dunque con che coraggio avrei chiesto ai miei di frequentare lingue da un'altra parte soltanto per il gusto di andare a vivere fuori?[...]
Chiara Narcisi
6:30: ecco suona la sveglia e un'altra dura giornata sta per iniziare. A fatica scendo giù dal letto, mi trascino in bagno e faccio la doccia, poi mi vesto, mi trucco e faccio colazione. Di corsa, come sempre, vado alla fermata del pullman che passa puntuale alle 7:20. Alle 8:30 arrivo finalmente all'università e mi rilasso un po' prima di andare a lezione. Mi chiamo Fabiana, ho ventidue anni e mi sono appena [...]
Fabiana
Di me potrei dire che mi chiamo Giusi, che ho 21 anni, che vivo a Viterbo ma sono siciliana e così via. Ma raccontare di me significa esprimere quello che penso, che riesco a vedere o no, che sono in grado di capire o no, che amo od odio, e così mi rendo conto di poter raccontare solo la crisi che vivo se mi chiedo chi sono veramente. Voglio dire che non è per nulla facile conoscere se stessi ed ancora più difficile è raccontarsi in poche righe. Come può riuscire a condensare in poche frasi passato, presente e futuro? D'altronde il passato fa parte di noi, ci ha permesso di essere come siamo ora, e il futuro è ciò per cui viviamo: alla fine il presente è ciò che passa più inosservato. Sono convinta di cambiare ogni giorno, di imparare cose e idee nuove e di scordarne delle vecchie, di scoprire atteggiamenti consueti o fuori dalla mia norma. Posso raccontare di me come un tipo che cambia continuamente, che accetta e rifiuta, che riconsidera. Penso che questo processo di continua evoluzione sia legato al fatto che mi trovo di fronte a luoghi, situazioni o persone diverse alle quali è come se rubassi qualcosa di utile o interessante che a me manca.
La prova del nove avviene quando ti si ripropone una situazione per grandi linee già vissuta ma che affronti in modo differente: sei cambiato.
Per il momento o per molto o per sempre, posso raccontare il lavoro di costruzione di me stessa[...]
Giusi Tramontana
Sono una studentessa ed attualmente sto dedicando tutto il mio tempo agli studi universitari, e quel piccolo margine della giornata che mi rimane libero, amo trascorrerlo in assoluta tranquillità.
Sono piuttosto socievole e mi piace confrontarmi con gli altri, ma spesso ho necessità di avere spazi miei dove non permetto a nessuno di entrare.
Negli ultimi quattro anni ritengo di essere cresciuta moltissimo, anche se la maggior parte di questa crescita è da attribuire ad esperienze piuttosto dolorose. Se in questo momento mi sento molto forte, credo che dipenda da un grosso lavoro interiore che ho dovuto fare con me stessa. Non mi vergogno ad ammettere di aver avuto problemi di bulimia prima e anoressia dopo. Questo disagio non era solo legato al rapporto che avevo con il mio corpo, ma piuttosto era un sintomo che qualcosa o qualche persona che mi era accanto mi stava danneggiando. Ricordo che c'erano momenti in cui ho perso il contatto con me stessa ed odiavo tutto ciò che mi circondava, ma fu proprio in questo momento di grande e profonda crisi che mi sono ritrovata. La crisi per quanto comporti sofferenza, credo sia una fase importantissima per l'esistenza dell'individuo, perché ci spinge a metterci in discussione e portare rinnovamento alla nostra vita.
In questo momento sento di conoscermi abbastanza, anche se sono convinta che continuerò a stupirmi sulle infinite parti che compongono il mio essere.
Amo disperatamente la vita in tutte le sue forme e l'idea di averla potuta perdere mi spaventa.
Quando guardo quel piccolo pezzetto di me che ha dominato nel passato, mi sembra di ritrovarmi davanti ad un'altra persona, lo guardo con distanza, come se non mi fosse mai appartenuto, invece mi appartiene, è mio come lo sono tutti gli altri pezzettini che amo di me.
Scavarsi dentro fa tanta paura ed è un compito non troppo facile, ma bisogna sapersi guardare attentamente ed accettarsi, io sto imparando a farlo e anche se l'impresa risulta ardua, non mi voglio arrendere.
Sono sbadata, sono critica, sono una sognatrice, sono passionale, sono testarda ma sono anche razionale, riflessiva, sensibile e profonda. Io sono tutto questo.
Silvia Bompiani
Argomento troppo vasto per essere descritto in una mezz'ora scarsa! E soprattutto che modo inaspettato di iniziare un corso! Comunque mi piacciono le novità...Descrivere la mia intera storia sarebbe impossibile: credo proprio che in questi casi il metodo migliore per esprimersi sia quello di parlare per sprazzi, intuizioni, come in un flusso di coscienza.
Mi chiamo Chiara, ho 21 anni. Il mio nome è una delle cose che più amo di me, soprattutto da quando ho saputo che l'alternativa sarebbe stata "Eugenia"[...]
Carattere non definibile, strana, forse meteoropatica.
Attualmente studio qui alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere, dopo cinque anni di magnifico liceo, medie mediocri, elementari appassionate, materne creative. Sinceramente non considero tale corso di studi in maniera univoca: lingue e letterature sono solo una piccola frazione dei miei interessi e delle mie aspirazioni. Purtroppo però non si campa mille anni.
Ciò che per esempio è più me di me stessa è l'amore per l'arte, l'espressione artistica, sia bella sia forte. Non a caso dipingo. Non direi "nel tempo libero", in quanto capita spesso di avere momenti morti a non finire ma senza un minimo d'ispirazione. Come anche, pur essendo superimpegnati, si è colti dall'estro e si lasciano da parte i doveri... (nei limiti!) Credo che l'impulso creativo sia l'aspetto più bello dell'uomo, in tutte le forme in cui venga esternato, sempre buono. Non ho frequentato una scuola, imparo da autodidatta, e non ho uno stile ancora definito. Forse perché non ho ancora smesso di cercare e di evolvermi. [...]
[...] Devo dire che mi è piaciuto quest'inizio così... introspettivo! Anche se, in tutta sincerità, sono solita scrivere di me e su di me in un contesto un po' diverso, fatto di totale solitudine e riservatezza. Forse è per questo che all'inizio ho faticato un pochino ad estraniarmi dalle altre persone e a tenere gli occhi fermi sul mio quaderno!
Isotta
Non è sempre facile come può sembrare parlare di se stessi, tutti noi sappiamo chi siamo, cosa vogliamo, cosa ci piace e non ci piace, ma la cosa più difficile è metterci davanti ad uno specchio confrontarci con il proprio io e cominciare a parlare di noi.
Posso dire che ogni situazione od evento che mi trovo a vivere per me è un'occasione di autoanalisi. Cerco sempre di confrontarmi con gli altri, di analizzare ogni mio sentimento, le passioni che vivo e che mi fanno agire in una certa maniera.
Per me è fondamentale conoscere se stessi per imparare a conoscere il mondo e tutte le interessanti ma ben più complesse creature che lo popolano: gli esseri umani!
Sono una ragazza di 23 anni la cui parola chiave è semplicità, soprattutto nel modo di vivere, di vestire, di comportarmi, una semplicità che a volte è sinonimo di ingenuità. [...] In realtà non mi definirei proprio così, bensì sognatrice.
Mi piace sognare, fantasticare su quella che sarà la mia vita futura, sul mio lavoro, sull'uomo che un giorno sposerò, questo non vuol dire però che non abbia i piedi per terra. Semplicemente penso che ogni tanto ci farebbe bene "staccare la spina" e giocare un po' con la fantasia o l'immaginazione per incrementare i nostri sogni, questo ci impedirebbe di diventare freddi e ci aiuterebbe ad amare un po' più la nostra vita e tutto quello che ci circonda.
Ho tanti sogni nel cassetto, forse alcuni potrò realizzarli, altri no, chi lo può sapere, comunque questo non mi impedirà di continuare a sognare e sperare.
Fin da piccola scrivevo sempre su un diario tutti i miei sogni, poi crescendo ho continuato a scrivere, raccontando tutte le cose belle o brutte che mi succedevano, oggi scrivo ogni volta che ne ho voglia, che sento il bisogno di sfogarmi e di imprimere su carta quello che vivo, tutte le mie emozioni e passioni. Quindi il parlare di me non mi è estraneo anzi ha sempre accompagnato ogni fase della mia vita, eppure, nonostante tutto ho ancora delle grandi difficoltà ad aprirmi completamente. Questo penso che sia perché in fondo sono una ragazza timida ed introversa, che non parla molto, ma sa ascoltare gli altri. Amo dei momenti che sono tutti miei, in cui mi isolo dal resto del mondo, concentrandomi solo su me stessa. Ci sono volte in cui passeggio e mi fermo ad osservare le cose più strane della natura o a pensare ai grandi "enigmi" della vita, quelli che prima o poi si pongono tutti e per i quali non c'è una risposta, ma semplicemente ci credi o non ci credi.
Non so cosa altro potrei raccontare di me, o meglio del mio carattere, anche perché quella che sono l'ho scritto ma quella che sarò a partire da domani non posso certo saperlo; infondo ogni giorno impariamo cose nuove che possono cambiare o arricchire la nostra vita e modificare il nostro carattere. Mia nonna mi dice sempre: "Non è mai troppo tardi per imparare e per cambiare!"
Katia Bei
Questo titolo mi ha messo in crisi. Non mi sembra difficile parlare di me, ma non so da dove iniziare. Mi sembra di trovarmi di fronte ad un tema, come al liceo, dove non sapevo che inventarmi per scrivere due pagine.
Ok! Vediamo come andrà! Mi chiamo Barbara, ho diciannove anni e vivo a Narni, uno splendido paesino medievale, vicino Terni. Ho un fratello con cui ho un bellissimo rapporto: parliamo spesso e a volte usciamo anche insieme e ci aiutiamo a vicenda quando combiniamo dei pasticci.
I miei genitori sono molto disponibili e con loro parlo di tutto anche se spesso le opinioni sono contrastanti soprattutto con papà. Lui vorrebbe essere un tipo duro e severo, ma non ci riesce mai: quando mi rimprovera e vede che io mi metto a piangere perché mi ha ferito, è sempre lui che il giorno dopo viene da me e inizia a scherzare come se niente fosse accaduto. Ma io non devo criticare perché sono come lui.
Vorrei essere un po' più rigida e fredda con le persone, ma non mi riesce. Sono sempre disponibile ad aiutare gli altri anche quando queste persone non si sono comportate bene con me e quindi non lo meritano. Mamma è una persona molto dolce e soprattutto ora, che non vivo più con lei perché studio a Viterbo ed ho anche una casa in tale luogo, lei è premurosa e più tenera che mai.
Così lo sono anche i miei nonni materni che vivono nella mia stessa casa a Narni. Loro sono unici e gli voglio troppo bene, sono come una seconda coppia di genitori.
Qualche volta sono un po' rompiscatole perché vogliono sapere tutto quello che succede e ci fanno mille domande. Ma io li adoro!
A scuola sono sempre andata bene: ho frequentato il liceo scientifico e all'inizio ho incontrato tante difficoltà che sono andate via via diminuendo. Mi sono trovata male perché sono passata da una scuola in cui non si faceva nient'altro che ridere, ad una in cui non si poteva aprire bocca e si doveva studiare tutti tutti i giorni!!
Però gli anni del liceo sono stati i più belli perché è stato il periodo delle prime esperienze, un periodo di crescita; tornerei a quel periodo perché era bello guardare le cose con gli occhi di allora.
E poi eccomi qua all'università! All'inizio non facevo altro che viaggiare ma ora da due settimane ho preso in affitto una casa e mi trovo meglio.
Per quel che riguarda la sfera sentimentale è meglio tacere: non sono stata tanto fortunata. Fermandomi un attimo mi sono accorta che questo compito è stato il più facile che abbia mai svolto! Il mio timore iniziale non esiste più! Per scrivere di me ci vorrebbe molto, ma molto più tempo e quindi ritengo di dovere chiudere qui questa pagina per mancanza di tempo e per nient'altro.
Barbara Di Erasmo
Salve, sono Flavia Contenti, ho diciannove anni ed abito a Civita Castellana, un piccolo paese vicino Viterbo.
Sono nove anni che vivo in Italia, perché sono nata in Sud Africa, a Johannesburg.
Il Sud Africa è una nazione bellissima, si vive molto bene, però, come per ogni cosa, ha i suoi pregi e difetti. I pregi sono molti, ad esempio il Sud Africa ti offre molto a partire dall'educazione, il modo di vivere, il lavoro...
I difetti invece è che c'è moltissima violenza.
In Sud Africa, purtroppo, si vive nel terrore che qualcuno possa entrare in casa, e per rubare i tuoi gioielli, ti uccide senza pensarci due volte. Questo è il motivo maggiore che ha spinto mio padre a prendere la decisione di "fuggire".
Io avevo dieci anni quando sono venuta in Italia, ma tra la paura per tante cose, come non sapere l'italiano e il dovermi ambientare in un luogo sconosciuto, c'era anche la curiosità.
La curiosità per me significava che avrei visto luoghi diversi a come me li ero sempre immaginati, avrei incontrato tanta nuova gente, mangiato e assaporato gusti nuovi ma soprattutto diversi.
Questo è stato un viaggio che per me ha significato molto, ma che soprattutto ha cambiato la mia vita, è stato il viaggio più importante che abbia fatto, ma spero tanto che non sia l'ultimo perché a me piace molto viaggiare, suscita in me la voglia di scoprire cose nuove, emozioni di felicità, la voglia di spezzare la catena della routine quotidiana.
Nata in un "mondo", se posso chiamarlo così, diverso da dove vivo ora, mi sento a volte diversa da tutti gli altri. Non so perché, potrebbe essere perché ho dei principi ben precisi, tradizioni diverse, lingua diversa: l'inglese.
Vivo in Italia con la mia famiglia composta da quattro persone. Mio padre Gino è meccanico, mia madre Grazia insegna l'inglese in una scuola del mio paese, mia sorella Natalie lavora in un'azienda che produce sanitari a Civita Castellana.
Nel mio tempo libero mi piace ascoltare la musica e scrivere ai miei amici rimasti, purtroppo, in Sud Africa. In questo periodo lavoro in un negozio di scarpe situato nella piazza del mio paese. Lavorando mi sento che sono un po' maturata: ho le mie responsabilità ma anche l'indipendenza nella vita di ogni giorno.
La mia passione è la danza, sono ormai sette anni che frequento lezioni di danza moderna, e piano piano la danza sta diventando una parte di me, la mia vita. Questa mia passione è qualcosa di molto forte, mi appare come una forte esplosione di emozioni, è qualcosa per me di positivo, perché nel farlo mi sento bene con me stessa, danzando mi sfogo.
Nel mio paese ho un gruppo di amiche alle quali tengo molto, quando ho un po' di tempo a disposizione esco con loro. Finite le superiori tre delle mie amiche "migliori" si sono trasferite, una a Pisa e le altre due a Perugia. Non averle più vicine mi fa stare male, mi è venuto a mancare un appoggio, ma forse anche qualcosa di più, una parte di me è partita con loro.
Sono una persona molto aperta ed espansiva con la gente che conosco, ma so essere anche molto timida quando non mi sento a mio agio, oppure in determinati momenti, situazioni, luoghi.
Le cose che mi mettono a disagio sono mentire ai miei genitore, e fare cose che mi vengono vietate.
In cinque anni di superiori non ho mai marinato la scuola, non perché non ne abbia mai avuta l'occasione, ma perché non ce la facevo, per me andare a scuola era qualcosa d'importante, il non andarci mi avrebbe fatto sentire male con me stessa, a disagio e mi sarebbero venuti i sensi di colpa.
Forse il motivo del mio disagio era la mia diversa educazione, io ho una mia filosofia: "se hai un problema affrontalo". Le cose invece che mi fanno sentire soddisfatta con me stessa, sono aiutare le persone che ne hanno bisogno. Delle volte mi capita di dover aiutare persone anziane ad attraversare la strada, oppure cedergli il posto sul treno o sull'auto.
Mi da immensa soddisfazione andare a trovare mia nonna, magari soltanto per mezzora per bere del tè e parlare con lei del più e del meno e raccontarle le mie giornate.
Purtroppo nella mia vita ho conosciuto solo due nonni da parte di mia madre, i genitori di mio padre sono morti entrambi giovani, per ricordarli ho solamente due fotografie appese sulla loro lapide al cimitero.
Vado spesso al cimitero, non so perché però mi fa piacere, mi fa sentire in pace con me stessa, non mi fa paura, passeggiando a volte mi sento veramente vicino a loro. Vicino alla gente a me cara, come tanti dei miei amici, ma soprattutto a mio nonno Rolando morto quasi cinque anni fa. Mi manca da morire, l'ho sempre considerato come un secondo padre. Mi ha insegnato tantissime cose e lo ringrazio moltissimo.
La morte fa paura a molte persone, ma io penso che quando arriva il tuo momento chiudi gli occhi e cominci a viaggiare, come d'altronde è successo quando ci è stata donata la vita.
Flavia Contenti
Il mio primo viaggio importante l'ho fatto a 16 anni: è stato un viaggio di studio in Scozia, a Edimburgo, e tre giorni a Londra.
Frequentavo il liceo linguistico e il viaggio era organizzato per migliorare il mio inglese e conoscere la cultura di quel paese.
Durante l'attesa del giorno di partenza ero molto emozionata, felice, ma anche un po' impaurita, sia perché era la prima volta che andavo all'estero, sia perché il pensiero di lasciare la mia famiglia, i miei amici, i miei affetti mi metteva un po' di "paura".
Ciò succedeva da un lato, ma dall'altro non vedevo l'ora di salire su quell'aereo... l'idea di andare in un paese nuovo e conoscere nuove persone mi affascinava. Inoltre era una prova con me stessa: volevo vedere quanto conoscevo l'inglese, una lingua che ho sempre amato.
Per quanto riguarda i preparativi è stata una delle cose più complicate del viaggio: ho portato di tutto, dalla cosa più banale a quella più importante; infatti sembrava che dovessi partire per qualche anno! E ancora più difficile è stato rifare le valigie per il ritorno... la roba non c'entrava più!
L'emozione più forte l'ho sentita nel momento in cui l'aereo è partito: ho sentito qualcosa di strano nello stomaco, qualcosa che ora non riuscirei a definire.
Durante i primi giorni ho avuto qualche difficoltà ad ambientarmi, poi però, col passare del tempo, ho iniziato a saper vivere in quel paese così diverso dal mio e tutto è andato benissimo.
Ho apprezzato Edimburgo e Londra, i loro monumenti, ma ciò che non riuscivo a sopportare era il carattere degli inglesi, così freddi e diffidenti; il cibo e il clima...mi mancava il sole e il caldo!
A tutto ciò sinceramente non sono mai riuscita ad abituarmi.
Infatti a un certo punto ho sentito proprio il bisogno di tornare a casa e per questo il ritorno non è stato così "tragico", anche se dopo alcuni giorni desideravo ripartire di nuovo. Questo viaggio è stato importante, sia perché mi ha aiutato a crescere, sia perché soprattutto mi ha fatto apprezzare ancora di più il mio paese e penso che questo sia molto importante.
Silvia
Uno dei viaggi che non potrò mai dimenticare è quello che ho fatto quando frequentavo il quarto anno del liceo, negli Stati Uniti d'America. Senza dubbio è stato il più importante viaggio della mia vita, perché sono stata lontana dall'Italia, e soprattutto dalla mia famiglia, per tre settimane.
Ci sono molti motivi che mi hanno spinta a partire, ma il più evidente era la mia curiosità, cioè il desiderio di vedere come sarebbe stato vivere in un paese diverso dal mio. Era quasi una sfida con me stessa; come se volessi vedere se fossi riuscita ad abituarmi a quelle stravaganti abitudini, e soprattutto se mi fossi ambientata. Devo dire che è stata proprio una bella sfida!
Partire per questo viaggio, inoltre, mi avrebbe aiutata anche a crescere, poiché sarei stata padrona di me stessa in tutto e per tutto; perciò avrei dovuto aumentare il mio senso di responsabilità per diventare una grande ed esperta viaggiatrice.
La cosa che desideravo di più era quella di poter stare a contatto con un popolo composto da un melange di razze così diverse tra di loro, ma in fondo uguali; ciò mi affascinava moltissimo, e non ne ero affatto sorpresa. Infatti, ho sperato per molto tempo che la mia corrispondente fosse di una razza diversa dalla mia, ed il mio sogno si è avverato: era una coreana.
Anche se quello che sto per scrivere può sembrare bizzarro, è stata anche la paura che mi ha spinta a partire. Sì, proprio la paura, poiché essa, pur facendomi tremare, mi dava quel leggero senso di curiosità. Riuscire nel mio intento sarebbe significato superarla in tutti i sensi. Prima di questo viaggio non sarei mai salita su un aereo per fare un volo di nove ore, e difficilmente sarei stata in una famiglia sconosciuta per così tanto tempo (anche se l'anno prima avevo già avuto un'esperienza simile in Francia).
Un altro motivo per il quale sono partita è non voler fallire in quello che è il mio ideale principale: poter essere vicino a tutti coloro che sono nel mondo, senza differenze razziali. Devo dire che durante questo viaggio sono riuscita a farlo perfettamente, ed ho portato avanti anche parte della mia causa, perché ho provato che è possibile voler bene a delle persone apparentemente diverse da me. La mia è stata una specie di scommessa umana molto rischiosa, poiché i rapporti umani non sempre si presentano così facili; anche se avessi fallito, dentro di me non avrei mai perso la speranza.
Ma quelli che ho elencato finora non sono gli unici motivi per i quali ho fatto questo viaggio, perché un'altra causa della mia partenza è stata la lingua inglese, e tutto era stato organizzato dalla mia scuola.
Prima di partire avevo mille pensieri che mi passavano per la testa: ero presa dalle mie ansie e dalle mie paure, ma anche dalla preoccupazione di non riuscire a preparare tutte le cose di cui avevo bisogno per il mio stage.
Proprio a causa di ciò, iniziai a fare le valigie due settimane prima, e la cosa che mi è rimasta in presso, è il fatto che le feci con una tale attenzione, che portai con me tutto il necessario.
La cosa più bella, per quanto riguardano i preparativi, è stata quella di comprare i regali per la "mia famiglia americana", della quale conoscevo solo il nome ed alcune informazioni generiche.
Causa della mia ansia fu anche l'aereo; finché non arrivai a New York, dove mi aspettava un autobus diretto a Baltimora, non raggiunsi la serenità.
Quando giunsi davanti alla scuola di Owing Mills (un sobborgo di Baltimora), il "Carver Center for art and technology", conobbi la mia famiglia, composta da una simpatica ragazza coreana, adottata da una famiglia americana. Non è stato difficile il mio soggiorno nella loro casa.
Il tempo è trascorso così velocemente che neanche me ne sono resa conto. e' stata un'esperienza bellissima poter vivere in quella famiglia, poiché mi sono potuta confrontare con una cultura così diversa dalla mia, che numerose volte ho trovato ridicola, e che, proprio grazie a questa sua caratteristica, mi ha fatto sorridere e capire che è giusto aprire le nostre vedute. Mi sono affezionata moltissimo a quelle persone, e quando sono partita ho pianto; è difficile distaccarsi da persone che sai che non rivedrai per molto tempo, o forse mai più. Certo avrei visto Kate (la ragazza che io ho ospitato in Italia), ma non sarebbe stata la stessa cosa.
Durante quell'indimenticabile viaggio, ci sono state anche altre cose molto piacevoli, come le varie escursioni e gite nelle città limitrofe a Baltimora e a New York (dove ho soggiornato tre giorni).
C'era un solo handicap: con il passare del tempo, sentivo la mancanza della mia famiglia, che mi aspettava a casa con ansia.
Al momento della partenza sono stata molto triste, poiché dovevo dire "addio!" (ed io odio gli addii), ma ero anche felice: sarei ritornata a casa.
Al mio arrivo tutti erano molto ansiosi e lieti di rivedermi, ed ho dovuto far loro una cronaca molto dettagliata del mio viaggio, che ha affascinato tutti. Durante il viaggio loro sono stati sempre con me (poiché erano nel mio cuore), so che senza il loro aiuto non lo avrei mai potuto fare, e perciò, non appena li ho visti, ho detto loro: "grazie!".
B. C.
Stranamente, ma forse non troppo, ho constatato come il viaggio meno programmato, meno pensato è stato fino ad ora il più significativo della mia vita.
Risale per una settimana ho lasciato tutti i pensieri a casa e sono partita per la Spagna. Mia sorella mi aveva proposto di partire con lei, qualche sua amica e altri ragazzi sconosciuti tramite un viaggio organizzato in autobus.
Ero estremamente indecisa, era un momento non molto felice, un periodo in cui l'apatia sconfina e passi da momenti di euforia a attimi di pessimismo cosmico. I posti nell'autobus diminuivano sempre di più, così per niente decisa, ho accettato l'invito.
Ho iniziato i preparativi, ho riempito la valigia, tutto senza grande entusiasmo e ho raggiunto il gruppo a Pisa. Le 14 ore in pullman non sono state delle migliori, ma appena arrivata in Spagna ho sentito tutto l'entusiasmo di trovarsi in un luogo nuovo, tra gente nuova ed avere attorno altro da quello che conoscevo: qualcosa di estraneo è riuscito ad allontanarmi dalle mie preoccupazioni.
Si dice che ognuno porta con sé i problemi, che la soluzione va cercata dentro di sé e che non serve fuggire in un altro luogo. Questo è vero nella misura in cui si crede che sia il viaggio come semplice allontanamento a risolvere i problemi, invece, è lo spirito con cui esso viene vissuto ad essere importante, è ciò che di buono in esso si è in grado di cogliere a avere una valenza risolutiva.
Quel che ricordo è che ho conosciuto tanta gente, che ho passato delle bellissime giornate, che ho visto luoghi e spettacoli fantastici: tutto ciò non mi ha solo distratto dai miei pensieri, ma mi ha permesso di vederli in una luce diversa e addirittura di superare alcune difficoltà. Sono sicura di questo risultato, perché al ritorno non ho provato un senso di frustrazione o di ricaduta in ciò da cui mi ero allontanata. Ero assolutamente rinvigorita, piena di energie: quel viaggio mi aveva fatto capire che, nonostante tutto, era ancora possibile e necessario andare avanti.
Giusi Tramontana
[...] Ho vissuto per un anno in Francia e più precisamente a Clemont- Ferrand una ridente città della regione Auvergne, sul massiccio centrale. Conoscevo già il francese, ma la mia era comunque una conoscenza scolastica della lingua, nel senso che conoscevo a memoria le regole grammaticali, i verbi, le eccezioni, ma bisognava applicarle nel momento in cui si parlava con un'altra persona. Vi assicuro che non è affatto semplice! I primi giorni è stato un dramma perché parlavo lentamente, forse un po' troppo, e per paura di sbagliare evitavo di intervenire. Dopo quattro o cinque giorni andavo come un treno, ci avevo preso gusto e non mi fermava più nessuno. Ho imparato frasi idiomatiche, modi di dire, e perfino il linguaggio dei giovani, una sorta di dialetto. Lo scopo che mi ero prefissa era quello di divertirmi, godermi tutto a pieno e naturalmente tornare in Italia con una buona conoscenza della lingua francese. Scopo raggiunto! e' stato forse il periodo più bello della mia vita che ricordo con amore e molta molta nostalgia; ero eccitata dal cambiamento e soprattutto ero spensierata.
La mattina mi alzavo, passeggiavo tra la gente, peraltro cordialissima, compravo il giornale, una "baguette" e poi, se non avevo corsi all'università, me ne andavo in giro per negozi. Per tutte quelle persone che mi passavano accanto ero una di loro, una ragazza francese.
Questo mi emozionava e nello stesso tempo mi faceva riflettere.
I miei ritmi, le mie abitudini erano cambiate naturalmente avevo nostalgia di casa, dei miei genitori e dei miei amici, ma ero felice ugualmente perché sapevo che quella era un'esperienza unica, irripetibile.
Ho conosciuto un'infinità di ragazzi e ragazze anche loro lì per studio, ma anche gente del posto con cui ho tuttora un ottimo rapporto. Tutto ciò mi ha molto maturata. Era la prima volta che mi trovavo a vivere da sola. Abitavo in un piccolissimo monolocale di 40 metri quadrati: a me sembrava una reggia! Avevo la mia indipendenza e le mie libertà. Proprio questa esperienza mi ha aiutato a vedere il viaggio come svelamento, nel senso che ci aiuta ad esternare il alto più nascosto di noi stessi. Riferendomi sempre alla mia esperienza, per esempio, posso parlare di svelamento in quanto mi ha aiutato a ritrovare me stessa, a capirmi, a capire quali sono i miei sogni e i miei desideri. Svelamento, quindi, nel mio caso perché ho graffiato via quella superficie polverosa che la routine e la società contribuiscono a depositare su di noi e della quale possiamo liberarcene soltanto con un grandissimo sforzo di introspezione ed analisi personale.
Proprio per tutti questi motivi adoro viaggiare e consiglio vivamente a tutti di vivere esperienze simili che ci aiutino a crescere, a maturare e soprattutto ad aprirci la mente.
Alisia Sernacchioli
Era l'anno 1997, sedici anni: frequentavo gli ultimi giorni del secondo anno di liceo linguistico quando la professoressa di inglese ci propose una vacanza studio in Scozia nell'estate seguente. Quale concitazione generò con quella idea... Edimburgo, atmosfera unica, leggende, la lingua nel vivo del suo contesto, la prima volta sola in un paese straniero...La prima volta sola lontana da casa!
Ammetto subito in tutta sincerità che quest'ultimo fu "Il" movente. Non avendo mai avuto troppa libertà, né indipendenza, la possibilità di sentirmi sovrana dei miei mattini e -soprattutto- delle mie notti mi infervorava. Certo non lo immaginavano i miei, dinanzi ai quali la necessità culturale ed educativa si presentava come ragione assoluta...pur non rinnegando questa, ho sempre avuto una curiosità smisurata per tutte le cose del mondo, adoravo l'inglese, la sua cultura[...], che dire...l'esperienza aveva la sua sfumatura particolare di prima esperienza!
I preparativi furono a dir poco nevrotici: volendo giungere sul posto già padrona della città, presi un opuscolo presso un'agenzia turistica e in base alle dettagliatissime descrizioni organizzai tutto, dal guardaroba allo stato d'animo e ... al superfluo (molto). Feci una lista di ogni minima cosa trasportata, da ricontrollare poi al ritorno: dovevo portare con me tutta 'me stessa'.
Emozionante fu dunque anche la partenza: era la prima occasione in cui prendevo l'aereo. Arrivata sul posto sentivo una sensazione di stranezza...sentivo la diversità. Ci venne a prendere il nostro ospite, Mr. Taylor. Ebbe su di noi un effetto molto piacevole: era cortese, affabile, socievole, benché io e la mia amica fossimo a dir poco ammutolite per l'entusiasmo. [...] Col passare dei giorni quella famiglia a prima vista così perfetta ci si rivelò al contrario una normalissima coppia con i suoi problemi coniugali, le loro crisi e... i loro silenzi. Comunicazione: zero.
Fortunatamente andavamo a scuola, dove incontravamo studenti provenienti da tutta Europa e docenti davvero simpatici e preparati. Lì avevamo modo di confrontarci, essere condotti in giro per la città a visitare i vari musei, le case tipiche, il castello, le manifestazioni, nonché il suggestivo paesaggio collinare che era tutto intorno.
Andando in giro raccoglievo di tutto, dagli scontrini ai volantini, alle firme di uno straniero... che buffo a ripensarci.
Al ritorno mi pianse davvero il cuore: sapevo che sarei tornata di nuovo a dipendere dai miei e che quello squarcio di libertà sarebbe stato solo un ricordo. E fu così... i primi giorni mi rattristava anche il solo fatto di vedere il mio bucato fatto dalla mamma...
Che dire però in conclusione? e' stato un viaggio, un passo verso la maturità, la consapevolezza e soprattutto verso il rispetto di cose e persone.
Isotta
Fino a quel momento non ero mai stata in viaggio senza la mia famiglia e la cosa mi eccitava, ma allo stesso tempo mi spaventava.
Tutto è nato un pomeriggio d'estate, mentre ero al parco con i miei amici. Abbiamo cominciato a parlare di vacanze, di viaggi, di terre lontane, di meraviglie del mondo ed è come se una scintilla fosse scoccata nelle nostre menti. Ci siamo guardati negli occhi e come mossi da un'irrefrenabile passione, abbiamo deciso di partire tutti insieme per una vacanza e dopo un'ora eravamo in un'agenzia di viaggi.
Insomma, eravamo pronti per l'avventura!
Non ho avuto molto tempo per pensare, ho soltanto trovato il tempo necessario per preparare i bagagli ed organizzare gli ultimi dettagli.
Tre giorni dopo ero su un aereo, diretta verso Londra. Tutto sembrava così irreale, ero eccitata al solo pensiero di poter visitare un paese staniero e sapere che avevo accanto delle persone meravigliose, mi rendeva ancora più felice.
Per la prima volta avrei messo piede fuori dall'ambito familiare e questo mi faceva sentire più grande, più matura.
Appena arrivata sentivo il cuore battere forte, mi guardavo intorno estasiata, avevo una gran voglia di strafare...e così è stato.
Nei dieci giorni seguenti abbiamo visitato ogni angolo di Londra, divertendoci a fare i turisti. Abbiamo visitato musei e parchi, ma non è mancato di certo il divertimento: discoteche, pub e sale giochi.
La cosa più bella, però, è stata conoscere ragazzi e ragazze della nostra stessa età; è stato bello confrontarci con loro, divertirci insieme e imparare le usanze del posto.
Alla fine è però arrivato il giorno del ritorno a casa e posso giurare che quello è stato il momento più triste della vacanza. Abbiamo salutato i nostri amici e naturalmente ci siamo scambiati gli indirizzi.
Il mio vero viaggio di ritorno non è stato quello fatto in aereo, piuttosto quello che ho intrapreso con la mente: mentre tornavo a casa, ho ripercorso ogni minuto passato a Londra in quei dieci giorni, ho ricordato ogni emozione e ogni buffa avventura e mi sono promessa di tornare l'anno dopo.
In alcuni momenti devo ammettere che mi è mancato il calore della famiglia, infatti riabbracciarli è stato bello.
Cristina De Santis
Il tema del viaggio mi ha sempre affascinato molto, vivere direttamente a contatto con nuove culture crea situazioni stimolanti, che risvegliano la mia curiosità, la mia voglia di vivere in ambienti diversi dal mio. Di solito ciò che mi spinge ad intraprendere un viaggio è il desiderio di visitare, di vedere città che conosco solo dai libri, fare foto, girare per i musei, parlare la lingua del posto e così via.
Ma riflettendo sulle mie sensazioni e stati d'animo, mi rendo conto che questa è soltanto la superficie delle mie emozioni, in realtà la parte più difficile da svelare per primo a me stessa, è la consapevolezza che dietro alle tante ragioni che possono spingermi alla partenza per un posto sconosciuto, c'è il desiderio di evadere da un ambiente a volte troppo stretto, da situazioni che a volte non riesco a controllare. Vivo in un paese piccolo, ho un ragazzo che mi vuole bene, degli amici divertenti, ma ogni giorno che passa mi rendo conto che tutto questo non mi basta più e la cosa più difficile che spesso devo affrontare è lo scontro con mentalità molto chiuse che si oppongono alla mia. Viaggiare come viaggiatrice, non come turista, viaggiare per sentirsi liberi, per rispettare ed amare culture diverse, per costruire il mio bagaglio culturale, per sentirsi parte di un ambiente diverso. Viaggiare per poi ritornare dalle persone che amiamo e raccontare cosa si impara da un viaggio e ciò che cambia dentro di noi quando questo finisce. Spesso sento storie di persone che hanno deciso di mollare la loro vita per costruirne un'altra in luoghi lontani, confesso che ciò mi spaventa, ma poi capisco che certe decisioni richiedono un grande coraggio che solo in pochi riescono ad avere. Il viaggio per me ha avuto delle conseguenze positive, ho imparato a sapermi adattare a qualsiasi situazione, a ritmi di vita e abitudini giornaliere diverse da quelle a cui sono di solito abituata, ad aprirmi verso culture lontane e a rispettarle come se fossero parte di me, parte delle mie esperienze. Lontano da casa spesso rifletto sulle persone care che ho lasciato, a volte la nostalgia si fa sentire, ma poi ritorna sempre in me la consapevolezza che le persone che amiamo restano sempre, in qualsiasi parte del mondo ci troviamo.
Lara
Se intendo "viaggio" in senso stretto, posso dire di non essere mai partita per una motivazione per così dire "interiore", per fuggire da qualcosa o per nascondermi.
Piuttosto i miei viaggi sono stati orientati solo alla conoscenza di posti a me sconosciuti, lontani, dalle culture e attitudini differenti.
Se parliamo di viaggio in senso più ampio, il discorso per me cambia parecchio. Di certo non posso negare di fare viaggi con la mente meno di una volta al giorno, tutti i giorni dell'anno. I viaggi con la mente, quelli che faccio dopo un servizio particolarmente interessante alla tv, quelli che faccio dopo un ragionamento con papà o con gli amici, quelli che faccio in macchina avviandomi per i quaranta chilometri che mi dividono da casa quando vengo all'Università, sono una cosa ben diversa.
Quelli li faccio per il semplice gusto di conoscere, non tanto gli altri e le altre culture, ma me stessa, il mio pensiero e per conoscere delle verità che spesso non possiamo comprendere.
Mi capita spesso che quando navigo in mari infiniti, immersa in questi pensieri, qualcuno mi riporti alla realtà dicendomi: "Dove stai viaggiando?". Ed è lì che capisco che anche se mi trovo a casa, in macchina, sul letto o sul divano, io sto viaggiando.
Se penso al viaggio in tal senso, posso esprimere le mie motivazioni dunque, in questo modo: viaggio sempre, sono sempre in viaggio, ogni giorno, non per conoscere, o per scappare da qualcosa, ma per ricercare una risposta ad un perché e talvolta per ricercare le motivazioni stesse che mi spingono a "partire"... con la speranza non di tornare, ma di tornare arricchita.
Forse lo scopo di un viaggio allora, diventa quello di trovare arricchimento interiore e una motivazione per poter dire: quel che ho trovato è migliore di qualsiasi altra cosa che avrei potuto lasciare.
Chiara Tomma
I motivi per cui faccio un viaggio sono diversi: uno è il bisogno di allontanarmi dalla vita quotidiana, dalla solita vita di tutti i giorni, per distendersi e non pensare a nulla. Credo che ogni tanto tutti abbiano bisogno di spezzare il ritmo e cambiare quelle che sono le nostre abitudini almeno per un piccolo periodo di tempo. Il viaggio che da poco ho fatto in Sardegna aveva questa funzionalità.
Un altro motivo è quello di viaggiare per divertirmi insieme ai miei amici, per poter fare ciò che si vuole senza divieti. Il viaggio a Praga è stato proprio così: all'insegna del divertimento.
Invece partendo per Berlino sono stata spinta da curiosità, ma non come Usbek che ha solo finto, la mia era proprio vera. Usbek non aveva in sé questa sete di conoscenza, la curiosità: lui finge, e il suo vero motivo era quello di allontanarsi dai suoi nemici e dato che è sostenuto da questa "Debole Virtù" non ha la forza di opporsi agli avvenimenti. Io penso che facendo così non si risolva niente ed Usbek ne è la prova: sarà tormentato pensando alle donne e il suo serraglio si ribellerà.
Tornando a me posso dire che da anni sognavo di poter andare a Berlino e poter vedere usi e costumi di quella città ed anche dei luoghi con una certa rilevanza storica. Avevo la curiosità di andare in un posto in cui si parlava la lingua che stavo studiando, dove mi potevo confrontare con situazioni diverse.
Non vedevo l'ora di constatare quello che fanno i ragazzi tedeschi, i loro divertimenti, le loro abitudini, volevo toccare con mano quella realtà che mi aveva sempre affascinato.
Barbara Di Erasmo
Sento spesso il bisogno di "staccare la spina" dalla mia quotidianità non solo per un bisogno di riposo ma soprattutto per staccarmi da me stessa e dalla concentrazione che ho su di me e sulla mia vita. Sento il bisogno di distrarre la mia mente e farle conoscere situazioni diverse, nuovi orizzonti, nuove persone, e anche nuove cose come un voler essere per un po' un'altra persona. Vedo il viaggio come una sorta di ricarica fisica, mentale e anche spirituale, un abbandonare temporaneamente i propri schemi di vita, che gli altri poi contribuiscono a creare per sentirsi liberi di voler essere come si desidera, di provare emozioni e sensazioni che, strano a dirsi, ti fanno sentire meglio.
Enrica
È sempre stata la curiosità a spingermi a fare un viaggio, nulla di più.
Tutte le volte che ho avuto un problema sarei voluta andare lontano, ma non l'ho mai fatto, sono rimasta dove ero.
Non c'è bisogno di allontanarsi materialmente, si può viaggiare anche con il pensiero; e con l'immaginazione si può andare in posti mai visti. [...]
A. C.
Fino ad ora ho fatto viaggi solo per il gusto di vedere altri paesi, di entrare in contatto con altre culture, di fare nuove esperienze, per soddisfare quindi la mia curiosità. A volte ho unito a questo anche il divertimento, per esempio nelle gite scolastiche o nelle vacanze estive. [...]
Molte volte andarsene altrove vuol dire anche entrare maggiormente in contatto con se stessi, con la propria interiorità, al viaggio reale può quindi corrispondere un viaggio interiore, volto alla scoperta di sé, alla scoperta di parti che non pensavamo di avere.
Vale B.
Tutte le volte che sono partita per un viaggio, non l'ho mai fatto per curiosità o per bisogno di allontanarmi da qualche problema, ma ho sempre viaggiato o con i miei genitori per andare in vacanza, o con la scuola per andare in gita. Probabilmente il motivo per cui non ho mai intrapreso un viaggio, spinta da semplice curiosità, è anche legato alla paura dei miei che temono possa accadermi qualcosa di catastrofico senza il loro controllo...sì, perché se dovessi partire mi piacerebbe farlo da sola per potermi muovere liberamente spinta solo dalla mia voglia di conoscere; tuttavia non posso neanche negare che se non sono mai partita è anche perché con i vari impegni che ho, un viaggio è stato sempre un sogno che mi permetteva e mi permette tuttora di allontanarmi dalla realtà di tutti i giorni. Pensandoci bene posso dire tuttavia che qualche viaggio mossa dal bisogno di allontanarmi da possibili motivi di conflitto l'ho compiuto, ma è stato sempre un viaggio interiore, nel mio mondo, per scoprirmi, per capirmi e cercare soprattutto la soluzione al problema che mi tormentava, per riuscire a vedere con più chiarezza di cosa avevo bisogno e cosa dovevo fare.
V. B.
Proprio un mese fa circa sono partita e l'ho fatto decisamente per allontanarmi da una situazione di conflitto. Lo ammetto: non sapevo come comportarmi, mi sentivo soffocare, volevo stare meglio e ho preso le distanze da quello che mi faceva soffrire. No so se siano state l'incapacità di affrontare questa circostanza o la volontà di voler riflettere obiettivamente su di essa a farmi andare via.
Credo che distanziarsi da un qualcosa che ti fa star male sia di per sé una sofferenza, in quanto significa abbandonare una cosa che proprio in quanto ti sconvolge ti interessa e senti indispensabile.
Non bisogna lasciare un problema irrisolto, credo soltanto che ognuno abbia i propri tempi, i propri ritmi e che fuggire sia una conseguenza di quella tendenza alla sopravvivenza, che viene minacciata in situazioni in cui la sofferenza e, soprattutto la disperazione, sembrano avere la meglio.
Comunque tutti i conti tornano sempre, non è possibile fuggire per sempre, prima o poi il ritorno è inevitabile.
Giusi Tramontana
Ho molto riflettuto su questo titolo e sinceramente credo di non aver un luogo preciso, una meta esatta da voler raggiungere...partirei e basta! Per me già sarebbe sufficiente preparare una valigia ed andare...dove? Non lo so, non è importante! Questo, non perché la mia vita non mi piaccia o perché abbia chissà quale problema da voler dimenticare, ma credo che a volte la partenza sia una buona cosa; allontanarsi dal proprio mondo e poter riflettere su ciò che capita con più tranquillità e calma.
Partire, come io lo intendo, non è una fuga da ciò che mi tormenta o mi può far male, partire significherebbe semplicemente rimandare per poter affrontare meglio una situazione difficile.
Desidererei partire per cercare un confronto con persone di altre culture, per imparare che alla fine il mondo non è solo come io lo vedo, ma che ci sono mille punti di vista da cui poterlo osservare e varie soluzioni per ogni problema.
Partirei per mettermi alla prova, per vedere se riesco a "sopravvivere" lontano dai miei genitori, per avere una maggiore consapevolezza di me stessa, delle mie capacità ma anche dei miei limiti.
V. B.
Vorrei partire e visitare paesetti piccoli dove il progresso, l'assillante presenza di una società consumistica, che ti rende schiava e preme costantemente sulla tua vita si trovi un pochino ai margini e vengano invece esaltate e tenute in maggiore considerazione quelle tradizioni, quei valori umani che ti sanno donare molto di più. Credo che esistano da qualche parte questi piccoli luoghi dove, non per forza, ci si deve conformare alle richieste o alle aspettative della società. Spiccare un po' il volo per quegli spazi dove il tempo si è fermato forse a qualche anno fa, quando ci si aiutava di più, i rapporti umani erano più importanti, insomma il ritmo della vita era più lento rispetto a quello frenetico di oggi. Deve essere bello scoprire posti dove si può godere anche di grandi spazi aperti, meravigliosi spettacoli naturali visto che anche nei piccoli paesi come il mio l'urbanistica perde di vista tutto questo. Io vivo non molto lontano dalla capitale e questo, se da un lato può essere positivo, dall'altro le mode, i comportamenti, la mentalità della grande città influenzano profondamente il modo di vita e di pensiero di coloro che vivono nei paesi. Ho come il desiderio di scappare e partire per cercare qualcosa di più vero, di più genuino, lontano dal caos, dalla frenesia, un posto dove si ha il tempo di pensare, di riflettere, e di gustare anche le piccole cose che possono apparirci prive di importanza come stupirsi di fronte ad un tramonto.
Enrica
Non ho in mente un posto reale, ma idealizzato. In questo momento vorrei trovarmi in un luogo molto lontano, un posto caldo, magari al mare, dove il sole tramonti molto tardi e il tempo sia sempre bello, desidererei partire per un luogo dove l'allegria sia a capo di tutto. Per cercare cosa? Serenità, pace, tranquillità ed allegria; anche se per poco tempo staccarmi da tutto e tutti, dai piccoli problemi di ogni giorno e avere la mente libera da ogni pensiero. Questo tipo di viaggio(se fosse reale) potrebbe andare bene in certi momenti per "staccare la spina", anche solo per poco, non avrebbe una durata lunga ma relativamente breve, altrimenti si rischierebbe di allontanarsi troppo da ciò che è vita, ma invece utile per ritrovare una serenità da utilizzare nella vita reale di tutti i giorni. Questo anche per tenere presente che un viaggio non deve essere per forza reale ma anche immaginario; la mente umana ha la capacità di staccarsi dalla realtà, immaginare i nostri desideri realizzati o ciò che in generale ci piace pensare, immaginare. Questa capacità fortunatamente non può essere controllata da altri ed è a nostra libera disposizione. Ricordiamo che le stesse donne nel serraglio potevano dirsi più libere di Usbek in quanto disponevano di un bene prezioso: l'immaginazione, che ha reso possibile una fuga da quel luogo, oltre i limiti.
Vale B.
Sono le 15 ed il mio treno è in ritardo, lo sto aspettando, spero che arrivi presto, perché ho voglia di andare via, lontano da tutti e da tutto.
Lo vedo arrivare, si ferma, cerco di salire sperando di non essere travolta fra la folla che scende. Il mio scompartimento e fra i settori fumatori. Mi siedo e vedo il treno allontanarsi dalla stazione, qualche ora e finalmente sarò a destinazione. Devo aver dormito un po', perché il tempo è volato e stanno annunciando la prossima stazione di arrivo ed è proprio la mia.
Scendendo dal treno penso al momento in cui sarò nel mio casale fiabesco, chiudendo la quotidianità fuori dalla porta e dedicandomi solo a me. Prendo un taxi che mi lascerà davanti al cancello della grande casa.
Sono arrivata ed il cuore mi scoppia di gioia, è tanto che non vengo più qui, saranno quasi 10 anni
Ho timore di entrare, ma vince la smania di curiosità, voglio sapere se tutto è rimasto come prima, all'epoca in cui ci vivevano i miei nonni, al tempo in cui mia nonna ci aspettava per Natale, preparando tanti dolci per l'occasione. Ricordo che per lei era il momento più felice dell'anno e per me, che ero la sua unica stellina, era il momento in cui tutto mi era concesso e spesso ne approfittavo.
Dopo avere preso una buona dose di coraggio, mi decido a varcare la soglia di questo che è attualmente il mio casale, mi appartiene poiché mio nonno decise che dopo la sua morte lo avrei ereditato io, nessuno tra i miei parenti si è mai opposto alla sua decisione.
Una volta entrata la prima cosa che mi colpisce è la sensazione che il tempo qui si sia arrestato: la vecchia poltrona davanti al camino spento il tavolo di legno, le stoviglie della cucina, la vecchia dispensa dove venivano conservate le marmellate, nessuno aveva osato toccare nulla.
Le camere da letto al piano di sopra sono ancora intatte, la prima che incontro, camminando, è quella della nonna, è arredata con vecchi mobili ma ben conservati, le tendine sono di cotone e di color rosa, i tappeti richiamano lo stile arabo, l'atmosfera è suggestiva. L'altra camera ha le pareti colorate di giallo ed è completamente priva di un qualsiasi mobilio. La vecchia libreria, contiene i libri della mia mamma, credo che siano delle scuole superiori, vi è anche un libro delle favole, Questo deve essere stato mio, anche se sfogliandolo neanche l'immagini mi sembrano familiari.
Ho tanta fame ma nella fretta di arrivare ho dimenticato di comprare qualcosa per la cena, così mi dovrò accontentare del panino che avevo preparato per il viaggio.
Devo ammettere che la stanchezza si comincia ad avvertire ed è meglio che vada a riposarmi un po', poi domani, mi prenderò cura del mio vecchio casale e rispolvererò tutti i miei ricordi, forse deciderò anche di fare qualche lavoretto di restauro. Questo luogo dovrà parlare di me.
Buona notte!
Silvia Bompiani
Spesso penso di partire e basta. I luoghi a cui penso sono talmente tanti che equivalgono a nessuno in concreto. Per questo credo che qualsiasi posto vada bene purché riesca ad allontanarmi, non solo fisicamente, ma soprattutto mentalmente da ciò che mi preoccupa.
Partirei per "perdere" quello che ho, che conosco, che sento e scoprire ciò che potrei avere, conoscere e sentire.
Alcune volte immagino un viaggio stile Siddartha, che permette di capire chi sei o cosa vuoi, sicuramente perché sono consapevole che la ricerca va rivolta verso l'interno e non l'esterno.
Nonostante ciò, continuo a considerare l'allontanamento fisico da un luogo come il primo passo in questo percorso di autoconoscenza. [...]
Giusi Tramontana
[...] Sicuramente me stessa. Sembra una frase fatta, ma credo che ognuno dovrebbe ricercare il proprio io e cercare di farlo venire fuori. Per questo vorrei partire, anche se non so per dove, per trovarmi. Vorrei partire senza meta fino a trovare un posto che ispiri la mia ricerca interiore. Per questo scopo non so se bisogna andare lontano, credo sia indifferente. Il mio posto adatto credo dovrebbe essere un posto isolato dove possa raccogliermi in me stessa per riflettere sulla mia vita, su ciò che ho fatto e ciò che sono e voglio essere. Il luogo dovrebbe essere isolato perché questa ricerca è così personale che dobbiamo stare a contatto solo con noi stessi...
L.L.
Ho tanti luoghi che vorrei visitare, forse senza andare a cercare qualcosa in particolare.
Vorrei andare in Irlanda per cercare le radici dei loro miti, e scoprire quel mondo affascinante che spesso si è celato nei libri.
Mi ha sempre dato l'idea di una terra magica e particolare.
Vorrei andare in Norvegia per cercare il mio scrittore preferito, anzi ci vorrei andare proprio per conoscerlo, ma anche per visitare quei luoghi speso rappresentati nei quadri di grandi pittori.
Poi c'è l'Australia che mi ha affascinato fin da piccola senza un vero motivo, mi piaceva e basta; così mi piacerebbe vedere dal vivo ciò che ho sempre immaginato attraverso i libri.
Andrei volentieri in Corsica e in Canada dove si trovano dei parenti di mia madre e di mio padre, non tanto per andarli a trovare, quanto per capire perché loro sono andati in quei luoghi, e per vedere il tutto con occhi diversi.
Sono tanti i posti che vorrei visitare, per cercare qualsiasi cosa, forse nulla di realmente importante, solo qualcosa che abbia attirato la mia fantasia, la mia curiosità.
Ma c'è da dire una cosa: ci sono moltissime cose da andare a cercare, bisogna vedere se la persona è pronta a trovarle e vuole realmente iniziare quel genere di viaggio.
A.C.
Alla domanda: "dove vorresti andare se dovessi fare un viaggio?", non risponderei citando una sola destinazione, bensì tre, poiché la mia ricerca non è riducibile ad una sola.
Il primo di questi luoghi è l'Africa; lì ricercherei un contatto con un popolo completamente diverso dal mio, e con il quale apparentemente non potrei aver nulla a che fare. Mi piacerebbe moltissimo poter conoscere le radici di quella civiltà millenaria, e soprattutto instaurare un rapporto con essa.
Il secondo di questi luoghi, invece, è la Russia, ed il motivo per il quale desidererei andarci è legato alla cultura letteraria. Io amo molto leggere i classici russi, e vorrei tanto visitare quei luoghi descritti da Dostoevskij e da Tolstoj, che spesso cerco di immaginare nella mia mente. Nonostante il freddo gelido della Russia non sia l'ideale per me, un altro motivo che mi spingerebbe a partire verso questa destinazione è la neve.
Il terzo luogo nel quale mi recherei è il Giappone, ed il motivo è la curiosità di vedere se realmente vi si può trovare la pace spirituale. Anche se rimanessi delusa da questo punto di vista, visiterei sicuramente dei luoghi incantevoli, bizzarri ed interessanti, proprio come si presenta la cultura orientale, così ricca di nascosti significati che la rendono estremamente affascinante.
Sicuramente alla base di questi viaggi ci sono delle componenti comuni, che hanno una notevole importanza; queste sono la ricerca del rapporto umano al di là delle assurde barriere, la curiosità, ed il desiderio di conoscenza (legato alla cultura).
B. C.
È da mia madre che ho imparato a scrivere, quando avevo cinque anni. Mi ha insegnato prima l'alfabeto, poi tutti i caratteri e infine ad esprimere ciò che sentivo. Mi diceva cose che non riuscivo a capire, ma che ora sono essenziali per la mia vita. Mi diceva che ogni lettera è come un mattone di una casa, che ogni parola è come un muro e la frase compiuta è la casa intera. Poi dovevo essere io a decidere se quella casa doveva essere abitata, viva e calda, oppure deserta, gelida e piena di ragnatele. Per renderla viva avrei dovuto metterci un po' di me stessa, avrei dovuto "espormi", raccontare ciò che dentro sentivo, senza paura, senza vergogna.
Ed è così che piano piano ho imparato a crescere.
La mia adolescenza è passata attraverso "Les fleures du mal" di Baudelaire, attraverso le mie espressioni rabbiose su foglietti colorati, attraverso le lacrime, infuocate da un'inquietudine perenne...
Mi sono sentita morire, ogni giorno. E mentre lottavo da feroce guerriera contro la mia malinconia, i miei scritti, le mie poesie e i miei pensieri prendevano forma e colore. Passavo i pomeriggi a piangere su di un diario buttando giù tutta l'anima che avevo, e poi stringevo tra le mani quel diario cercando di consolarla. E la vedevo lì, la mia mamma, che piangeva come me, che urlava disperata, e non mi sentivo più tanto sola. Ho scoperto, in quegli anni, che è possibile dare sfogo a se stessi pienamente, senza inibizioni... basta avere della carta e una penna nuova. Mi sono così ritrovata a viaggiare verso luoghi sconosciuti, deserti sconfinati, distese vergini...
Ho avuto paura, molte volte ho sentito dentro di me una morsa che mi attanagliava, ho sentito la marea che saliva e che mi trascinava a largo, ho sentito la tempesta che mi sbatteva sugli scogli... Sono annegata più volte prima di imparare a restare a galla. Ma poi ce l'ho fatta, in qualche modo, ho superato la "Morte" per scoprirmi finalmente viva.
Penso che in questa mia crescita, la scrittura sia stata molto importante, perché è riuscita a farmi riflettere e a farmi prendere coscienza di me, nonostante tutto lo smarrimento che mi ha provocato.
Ora non è più come prima, ora mi sento bene, ora ho voglia di vivere, ora mi faccio guidare e consigliare esclusivamente da me stessa, ora le mie emozioni ed il mio mondo interiore sono il centro della mia vita. Cerco, ogni giorno, di apprendere il più possibile, di mettere su "strati" che poi ogni sera vado a togliere per cercare di trovare la mia vera essenza. Cerco di assaporare quelle passioni che tanto temevo e sento, ogni volta, un sapore sconosciuto, affascinante, delizioso.
Tutti quei tumulti fanno ormai parte di me, vivono nella mia anima, e quando tornano allo scoperto non li soffoco più, ma li lascio sfogare, perché sono i miei compagni di vita e saranno sempre con me. Tutto il dolore che avevo, invece, non abita più nella mia casa. Solo scrivendo del tempo passato, a volte, torna a farmi visita, ma non è più lo stesso. Ha preso le sembianze di una nuvola carica di pioggia che ogni tanto si sofferma nel mio cielo, ma basta un soffio e il Sole torna a splendere.
Scrivere di me mi ha fatto crescere, in un certo senso, mi ha cambiata, mi ha reso forte.
A volte, in alcuni di quei pomeriggi in cui la voglia di ricordare è più forte che in altri, torno a leggere quei diari che ancora non si sono del tutto asciugati dalle lacrime, e mi rendo conto di quanto sia tutto cambiato in così poco tempo, di quanto io sia diversa, di tutte le trasformazioni che la mia anima ha dovuto affrontare... e piango, alle volte, mi commuovo rivedendomi, in quelle pagine, così piccola e indifesa, così sola e malinconica. Ma sono felice, comunque, perché scrivendo quello che sentivo, ho potuto permettere alla me stessa del passato di sopravvivere, anche se solo sulla carta. Così, ogni volta che dimenticherò quale è stato il mio passato, saranno quelle pagine a ricordarmelo.
Scrivere di se stessi è un modo importante per imparare a conoscersi, per affrontare quel viaggio obbligatorio che ognuno prima o poi deve compiere alla ricerca della propria essenza.
Scrivere di se stessi è l'unico modo per cui abbia davvero un senso scrivere.
Valentina
La Scrittura è per me una nuova esperienza. Prima che iniziassero le lezioni di Filosofia Morale non mi era mai "capitato di scrivere di me".
Durante la prima lezione, quando le professoresse mi hanno invitata a fare la scrittura, devo dire che la prima reazione non è stata positiva, mi sembrava qualcosa di veramente strano. Ma poi quando ho iniziato a scrivere, quella brutta impressione che avevo pochi minuti prima, è sparita.
Provavo piacere nello scrivere di me stessa e quella mezz'ora, che ci era stata data per terminare la nostra produzione, mi è passata in un batti baleno tant'è che non riuscivo più a fermare la mano. Non mi è pesato affatto scrivere di me, al contrario è stato un momento molto distensivo e piacevole.
Nello scrivere ho riflettuto molto su di me ed è come se mi fossi estraniata da me stessa, come se per un momento avessi guardato dal di fuori tutta me stessa e tutta la mia vita passata; in questo distacco mi sono riappropriata delle mie passioni.
È stato bello, come se per un momento mi fossi allontanata da tutto quello che mi circondava e avessi viaggiato nel mio passato tra le belle e brutte emozioni. Mi venivano in mente tantissime cose da scrivere ed è stata un po' una ricerca che ho fatto in me e che mi ha permesso di rendermi conto di quanti errori abbia fatto fin ora.
Devo dire che dopo questa esperienza a lezione, lo stesso pomeriggio ho continuato la scrittura con grande piacere e soddisfazione.
Credo che d'ora in poi registrerò molto più spesso le mie passioni, anche perché ho trovato piacere a riflettere sulle mie composizioni.
Questo scrivere per me è diverso da qualsiasi altra cosa io abbia fatto prima.
Prima, per me scrivere era solo fare temi o prendere appunti. Ma ho potuto finalmente scoprirne il piacere e concepire la scrittura come qualcosa che fa riflettere su di sé, sulle proprie emozioni, pensieri e sentimenti.
Per me la scrittura è come un viaggio che faccio dentro di me in cui riemergono tutte le storie della mia vita e dove posso immergermi. e' bello scrivere le proprie emozioni perché, così facendo, a me capita di riviverle, di ricordarle e magari ciò può fare più o meno piacere.
Secondo me, nella scrittura si può vedere anche un tentativo di mettere in ordine tutti i nostri pensieri. Ritengo che nel viaggio della scrittura la ragione sia sempre presente ed anche se c'è un momento in cui ci si perde, poi ci si ritrova e si torna in noi proprio grazie alla sua presenza.
Barbara Di Erasmo
Ognuno di noi trova un modo diverso per uscire dalla quotidianità, alcuni ascoltano della musica, altri invece mettono in valigia quello stretto indispensabile per andare lontano dal luogo dove si vive, altri hanno il bisogno di parlare con qualcuno, certe persone trovano la scrittura un modo sicuro e "segreto" per poter esternare i propri sentimenti, stati d'animo, passioni, insomma tutto quello che si possa esternare in una scrittura. Personalmente quando parlo di scrittura intendo quel processo di trascrizione di pensieri su di un foglio che poi nessuno leggerà, ma che serve a colui che scrive per tirare fuori dal più profondo dell'animo quelle cose che quotidianamente non prendiamo in considerazione. Come si può vedere nel La coscienza di Zeno l'autore usa questo sistema della scrittura per curare il paziente, facendogli ripercorrere tutta la sua vita tramite quest'opera. Certamente, quello che si intende nelle ore di lezione come "scrittura" non è uguale a ciò che si intende ne La coscienza di Zeno poiché, come ho detto prima, nel libro il metodo della scrittura è usato per una terapia invece noi la usiamo per far emergere in superficie quelle sensazioni a cui normalmente non avremo fatto caso. Potrebbe sembrare una cosa alquanto inutile finché non la si esercita, ma una volta iniziato questo "processo" si capisce che in un certo modo è indispensabile. Alcune persone (io compresa)hanno commentato così dopo la prima scrittura: "non la leggerei mai, ci sono delle cose troppo personali da poter esporre al pubblico". Effettivamente nella scrittura autobiografica ci si lascia andare, e parecchio, nello scrivere; magari all'inizio non si sa cosa scrivere poi piano piano, si buttano giù quattro idee e da li si apre un discorso che difficilmente si riesce a frenare. Nella mia modesta esperienza non ho mai fatto una cosa del genere e credo che una volta provata l'emozione di poter vedere le proprie sensazioni, emozioni, passioni scritte su di un foglio, si voglia continuare per vedere cos'altro possa nascondere il nostro animo.
Alessandra Marinos
Scrivere è come fare un viaggio, sicuramente molto particolare. Quando scrivo qualcosa di autobiografico è come se tornassi totalmente al momento e al luogo di cui scrivo. Tutto intorno a me scompare, non sento, mi perdo completamente nel foglio. Sono assorta, concentrata e la mia mente vola fino a farmi rivivere interamente l'esperienza di cui sto scrivendo. Mi rivedo in quel momento, provo le stesse emozioni, risento gli stessi suoni, gli stessi odori. L'unica differenza è che vedo la scena dal di fuori, da estranea; rivedo me stessa come una spettatrice che vede un film. Mentre faccio questo viaggio la mia mano scrive da sola senza che me ne renda conto. Finito il viaggio se rivado al leggere mi rendo conto molto meglio di ciò che ho fatto, delle mie emozioni; mi sento più lucida, con le idee più ordinate e riesco a valutare l'evento più oggettivamente[...]
L.L.
Spesso mi capita di fare dei viaggi interminabili attraverso la scrittura e, quando ciò accade, avviene qualcosa di speciale in me: la mia mente si apre alla dimensione dell'infinito.
Infatti essa non spazia solo da luogo a luogo, ma anche da una dimensione all'altra. Non so come possa succedere ciò, ma mi basta avere una penna con un foglio in mano, ed ogni frase che scrivo è una nuova emozione da conservare nel tempo.
La scrittura per me è come una nave che mi porta in crociera, un aereo che mi fa volare via lontano, ma allo stesso tempo non mi fa dimenticare il mio passato ed il mio presente; anzi, mi permette di affrontarli con più decisione, poiché attraverso di essa mi confronto non solo con me stessa, ma anche con gli altri.
Talvolta scrivo delle lettere lunghissime, e mi è molto difficile dar loro una fine; sarebbe come dover limitare me stessa. Tutte le cose che scrivo mi rappresentano (sono una sorta di specchio personale) ed in esse vedo i miei graduali cambiamenti, il mio rapportarmi nei confronti degli altri e del mondo, e tutti i miei più sottili sentimenti.
Le ragioni per cui scrivo sono le più svariate: noia, tristezza, terrore, gioia, e tanti altri stati d'animo, oppure solo per descrivere quei particolari momenti, ho provato molte volte a farlo, ma credo che ci siano poche parole in grado di esprimere le emozioni che essi suscitano, ed io non sono ancora riuscita a trovarle.
Si tratta di qualcosa di molto astratto, raggiungibile attraverso l'aiuto dell'immaginazione; sì, è proprio l'immaginazione che rende le mie esperienze con la scrittura particolari ed uniche. L'immaginazione è uno strumento che aiuta a superare i limiti dell'impossibilità e dell'incapacità di agire, poiché apre le porte alla speranza (...e chi non ha bisogno di sperare!).
Spesso sono stata delusa da alcuni amici a cui tenevo molto, sono stata incompresa da delle persone che non riuscivano ad apprezzare alcune piccole cose che per me erano infinitamente grandi. Mi sono sentita inutile, in quanto non potevo far niente per cambiare questa situazione di stallo; una cosa era certa: non volevo arrendermi all'Assurdo, ciò era contrario alla mia natura. Così ho scritto molto, e farlo mi è stato d'aiuto: ho capito che dovevo fare qualcosa.
La scrittura, inizialmente, è diventata una sorta di confidente che mi ha permesso di far chiarezza su alcune cose, ma soprattutto di aiutare un amico che aveva bisogno di me. e' stata un'emozione stupenda! Da allora ho apprezzato sempre di più il valore di una lettera, poiché essa non è solo un semplice foglio di carta, ma una parte di chi l'ha scritta.
Posso dire di aver un patrimonio immenso, esso è composto da cose di grande valore: la mia famiglia, i miei amici, le lettere che ho ricevuto, e tutti i quaderni in cui ho scritto i miei pensieri, le mie poesie, e tante altre cose che per me sono di vitale importanza.
Potrei visitare il mondo per una vita intera, avere tante esperienze, ma ciò non avrebbe senso se non scrivessi prima le mie aspettative, i miei sogni, i miei desideri. La mia mente è sempre la prima a partire, e naviga nello spazio e nel tempo verso la sua meta; finora non ha mai ammainato le vele.
B. C.
Mi piace torturare le formiche. Adoro sentire la loro croccante coda cedere sotto il peso di un fragile legnetto mosso sapientemente dalla mia mano destra. È strano pensare che una vita possa essere spezzata dal minimo movimento di due dita: il pollice e l'indice. Eppure si tratta di un piccolo, piccolissimo sforzo, grande però come una vita.
Non bisogna credere che si tratti di un'operazione semplice e priva di attenzione. Le formiche, oltre che essere velocissime, riescono a percepire la presenza del cacciatore da una distanza piuttosto notevole e sono in grado di sfuggire al loro predatore cambiando di continuo direzione. Così, dopo essere stata depistata parecchie volte, ho adottato una strategia che ho chiamato "il cerchio maledetto". Si tratta di tracciare un cerchio d'acqua piuttosto ampio intorno alla formica, che come ho già detto avverte la presenza del suo assassino da lontano, e stringerlo sempre di più finché il croccante insetto non ha più la possibilità di muoversi. Già, perché la cara formichina dimenerà fino all'esasperazione le sue antennine per trovare una via di fuga, ma non troverà mai il coraggio di attraversare a nuoto il cerchio d'acqua.
È a questo punto che ha inizio l'operazione. Con la stessa cura con cui un chirurgo si munisce del bisturi, io mi impossesso del mio caro legnetto, strumento di tortura. Per prima cosa bisogna agire sulla coda. e' importante fare attenzione a non colpire quello che chiamerò corpo, ovvero quella specie di asticella che congiunge la parte inferiore a quella anteriore dell'animale perché altrimenti la bestia potrebbe morire sul colpo...e questo rappresenterebbe un insuccesso ai fini dell'esperimento. Bisogna invece premere solo sulla coda finché non si avverte lo scricchiolio della fragile corazza che rimane schiacciata contro il pavimento: questo non solo permette all'animale di rimanere ancora in vita, ma lo immobilizza del tutto, fatta eccezione per le zampette e le antennine che si divincolano freneticamente.
Successivamente, si passa alla separazione degli arti dal corpo, facendo sempre ben attenzione a non colpire i primitivi centri nervosi della bestiolina. Ebbene signori, alla fine ne risulta che la formica continua a vivere senza più corpo né arti, e che quindi i suoi organi vitali sono tutti contenuti nella testa. Scoperta quest'importante verità, per giusta o sbagliata che sia rimane sempre una mia verità, annoiata, innervosita e forse anche un po' impietosita da tutto questo spirito di sopravvivenza, riprendo il mio legnetto e senza più prestare molta attenzione lo uso come strumento di morte definitiva.
A questo punto, mi chiedo, dovrei sentirmi colpevole o soddisfatta? Gli animalisti o i falsi perbenisti mi condannerebbero all'inferno, molti altri mi giudicherebbero come una sadica o un'insensibile, altri ancora non sarebbero nemmeno interessati ad esprimere un giudizio. Ma io, mi domando, cosa provo nel procurare una sofferenza ed una conseguente morte gratuita ad un animale così piccolo ed indifeso?
Innanzitutto va detto che non considero gli insetti come esseri appartenenti al mondo animale, piuttosto li concepisco come mostri dalle varie dimensioni che Madre Natura ha creato per farci vivere in una continua ed inutile tensione che si placa solo con la mossa azzeccata di uno schiacciamosche o di un libro scaraventato con tutta la forza contro la parete. Dio solo sa quante volte ho dovuto abbandonare la mia camera da letto e trovare rifugio sul divano per colpa di una cimice o di un mostruoso millepiedi.
Sarà probabilmente per una mia forma di rivalsa contro queste bestie immonde che me la prendo con le formiche, visto che fra tutti sono gli insetti sono quelli che mi procurano meno disagio. Comunque quest'operazione crudele da piccolo scienziato, tutto a spese della preda, mi impegna non soltanto fisicamente ma presuppone una precisione meticolosa al momento dell'esecuzione. Tutto ciò, oltre che provocarmi piacere mi fa sentire soddisfatta per un'azione che, pensandoci bene, secondo il vivere comune è priva di ogni forma di fierezza.
Questo mio accanimento contro un essere vivente impossibilitato a difendersi, mi fa sentire crudele ma al contempo onnipotente. Sono io a decidere della sorte di quella fragile vita; sono io ad avere il privilegio di scegliere se donare ancora un po' di vita a quell'animale o se stroncarla definitivamente. D'altronde chi può ammettere di non avere almeno una piccola vena sadica; quella stessa vena che ci fa scoppiare dalle risate se qualcuno nell'attraversare la strada inciampa e cade o se camminando distrattamente va a sbattere con la testa contro un palo.
È naturalmente vero che ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, avrà compiuto quella che, a detta delle leggi della comunità, viene definita una "buona azione". E, strano ma vero, è capitato diverse volte anche a me. C'è sempre una nonnina in cerca d'aiuto; c'è sempre qualcuno che si è smarrito e non sa ritrovare la via; c'è sempre qualcuno che ha bisogno di un po' di conforto. Il fatto è che le buone azioni non mi procurano soddisfazione, tutt'altro. Il mio forte senso di autocritica non mi permette di godere nell'aver reso migliore, anche se solo per un minuto, l'esistenza di qualcuno, perché...avrei potuto fare di meglio. Il problema sta nel non sentirmi fiera della mia azione perché sono sicura di non aver dato tutta me stessa. Questa, purtroppo, non è una mania curabile e l'unico modo per attenuare il suo carattere disfattista è che gli altri mi diano il loro consenso. Probabilmente è per questo che le mie azioni sono mirate ad un pubblico discreto, ad una piccola élite, sperando che qualcuno se ne accorga e mi dica, mentre mi vergogno di me stessa, che...sono stata brava.
Emanuela Bidese
A me capita molto spesso di sentirmi in colpa per azioni che sono, in realtà, del tutto innocue. Forse questo è dovuto al fatto che sono stata educata in modo molto rigido, in base a regole non scritte, ma altrettanto precise e che solo con il tempo e con l'affermarsi di una mia personalità autonoma si sono andate ammorbidendo.
In fondo la nostra personalità è un continuo negoziare tra quella che è stata la nostra educazione e il nostro distaccarci dai suoi insegnamenti. A questo proposito occorrerebbe interrogarsi non solo sul quesito posto da Mirza ad Usbek nella lettera 10[34], ovvero se gli uomini siano più felici grazie al soddisfacimento dei sensi o tramite la pratica della virtù, ma anche sulla problematica che percorre tutte le lettere sul serraglio. Leggendo la lettera 20[35], osserviamo che Usbek si rivolge a Zachi dicendole: "Vous vous vantez d'une vertu qui n'est pas libre"; la virtù è tale anche se è il risultato di una coercizione? Oppure, in tal caso, non si tratta più di una virtù?
Tornando alla mia personale esperienza, mi sono resa conto che la "virtù" non è forse altro che il risultato di una mediazione continua tra la nostra educazione, la nostra personalità, le regole del nostro vivere civile (scritte e codificate) e quelle che impongono il rispetto dell'altro (non scritte e perciò affidate al nostro buon senso e alla nostra sensibilità). Questa "virtù" rappresenta un'ardua conquista e non sempre si riesce ad agire secondo i suoi dettami. Ad esempio io sento un forte senso di colpa verso i miei nonni: Infatti ho vissuto con loro buona parte della mia infanzia; abbiamo continuato a condividere dei bei momenti fino a quando la mamma non ci ha lasciato dopo una lunga malattia. In seguito alla sua morte i miei ritmi di vita sono divenuti molto più frenetici e non riesco quasi mai a dedicare un attimo di tempo per loro che pure mostrano continuamente di averne bisogno, dopo tutte le sofferenze subite ed una vita dedicata interamente ai nipoti e al bene del prossimo. So già che quando li perderò sarà un duro colpo per me e che mi pentirò di averli trascurati, ma non riesco a rimediare a questo mio comportamento. A ciò si aggiunga il fatto che, ormai, la loro mentalità non può più accordarsi con la mia e che, molto spesso, le mie scelte vengano da loro indebitamente sindacate. Nessuno mi dice che dovrei sentirmi in colpa per le mie mancate visite a casa loro, ma a me sembra di comportarmi come un'ingrata, dopo tutto il tempo e le attenzioni che loro hanno spesso per crescermi quando i miei erano assenti a causa degli impegni lavorativi.
Del resto a me capita molto raramente di sentirmi soddisfatta per ciò che faccio, anche per quelle azioni che non mi sono state imposte da nessuna legge.
In generale posso dire di essere felice quando riesco a dedicare tutto il tempo che voglio alle persone che amo e che meritano di essere "coltivate" costantemente; mi piace accorrere quando i miei amici più cari mi chiedono una mano od un consiglio. Ma tutto questo lo faccio con naturalezza perché sono stata educata in questo modo e forse perché sono vissuta in una famiglia che ha sempre aperto le porte a persone provenienti da altre religioni e culture e che non ha mai temuto di rapportarsi e confrontarsi con l'altro.
Veronica Antelamo
Secondo me nella vita di una persona non esiste un'emozione più bella di quella che si prova quando si compie una buona azione senza che qualcuno lo abbia imposto con delle leggi o delle regole. A me è capitato una volta di compiere un'azione spinta solo dalla volontà di fare del bene e la soddisfazione che ho provato quando tutti i miei sforzi sono andati a buon fine è stata indescrivibile. La scorsa estate, un pomeriggio piovoso, mentre stavo a casa a poltrire ho visto, fuori dal mio cancello, un cucciolo che stava cercando di fare amicizia col mio cane. Sono subito uscita per cercare di capire chi fosse il proprietario ma, osservandolo attentamente, mi sono resa conto di non averlo mai visto fino a quel momento. Nonostante questo però ho pensato che in un paesino di 1600 abitanti non sarebbe stato così difficile riportarlo a casa sua e così l'ho caricato in macchina ed ho cominciato a girare per diverse case chiedendo alle persone che incontravo se potevano darmi delle indicazioni. Alla fine, dopo più di un'ora e grazie ad una signora che si ricordava che un suo vicino aveva da poco avuto una cucciolata di quella razza, sono riuscita a ritrovare il padrone del cucciolo.
E scontato dire che, in quel momento, oltre ad essermi sentita "buona", ho provato una grande felicità soprattutto perché il padrone del cucciolo era un bambino di sette o otto anni che, appena ha rivisto il suo cagnolino, me lo ha rubato dalle mani ed è corso a casa gridando per la felicità. In quell'istante mi sono sentita benissimo con me stessa e mi sono resa conto che vale davvero la pena perdere un po' del proprio tempo per aiutare gli altri a risolvere i loro problemi.
Fabiana
Il fatto di aver disubbidito ad una legge, che mi è stata imposta da qualcuno, è avvenuto nella mia vita. Non ho disubbidito in modo esplicito ad un comando, ma ad una serie di convenzioni che, talvolta, la società ci impone automaticamente. Sinceramente, ciò non mi ha fatto sentire in colpa, bensì a disagio, poiché è stato molto difficile far comprendere agli altri le mie motivazioni.
Le regole che non ho rispettato possono sembrare molto superficiali, ma per me non lo sono affatto, anzi, hanno un grande significato; esse sono: dover seguire una moda per poter appartenere ad un gruppo, ed in conseguenza a ciò dover essere sottomessa a delle regole assurde, che mi impedirebbero di manifestare il mio essere, per quello che è. Non mi sono mai sentita in colpa, perché ho scelto di essere me stessa, ma, in compagnia delle persone che seguono queste regole, ho provato una sensazione di disagio.
Un atto che mi ha fatto sentire bene, senza che nessuna legge me lo imponesse, è accaduto diversi anni fa, quando sulla spiaggia ho aiutato un extracomunitario africano, al quale erano caduti degli oggetti che teneva in esposizione per vendere. Sono stata fiera di non essere stata a guardare come tutti gli altri che si trovavano lì, in quel momento. Ho trovato un amico che tuttora non si è dimenticato di me.
Si prova una sensazione quasi indescrivibile nell'aiutare qualcuno, è un'emozione unica e rara, che vale la pena di vivere, anche per noi stessi.
B. C.
"A cosa pensi?"
Lurido bastardo, sapevo che l'avresti fatto.
Vuoi sapere cosa penso? Penso che sai sempre come essere così inopportuno, amore. Penso che, probabilmente, se non mi avessi interrotto con la tua brillantissima domanda avrei potuto continuare a pensare, a creare, a vivere ed a sentirmi felice. Penso che sarei diventata una scienziata oppure un'astronauta; che avrei scoperto il segreto di Atlantide e la cura contro il cancro; che sarei diventata la soprano più famosa del mondo e che a casa avrei tenuto più animali di quelli dell'Arca di Noè; penso che sarei stata rapita dai marziani e che durante una guerra intergalattica sarei stata proclamata principessa stellare.
Pensa a quanto rideresti e ti prenderesti gioco di me se ti raccontassi tutto questo! e' vero, si tratta solo di sogni...e allora?...da quando-in-qua è stato varato il divieto di sognare? E poi non parlerei di "solo di sogni" perché sarei morta stecchita da un pezzo se mi avessero tolto anche quelli.
E invece no! Pare che tu debba intrometterti anche in un mondo che non ti appartiene, che non ti riguarda e che non ti sfiora nemmeno. Capito? Non ti r-i-g-u-a-r-d-aaa!
Ma perché poi ti ostini a rivolgermi questa domanda se sai che la mia risposta sarà un asettico, poco convincente "a niente". A volte penso che tra noi ci sia una sorta di sfida per dimostrare chi dei due è veramente il più stupido: forse sono io che mi ostino a darti la stessa risposta trasognata; o magari sei tu che insisti nel pormi una domanda alla quale, lo sai benissimo, risponderò sempre noiosamente allo stesso modo.
Comunque, pensandoci bene, amore, credo che il premio lo vinceresti tu, dato che oltretutto chiedi conferma alla mia risposta affermando che non è possibile che non stia mai pensando a niente. E bravo, come hai fatto ad arrivarci! Però, che perspicacia! Non ti facevo così arguto! Pensavi sul serio di esserti fidanzato con un'ameba? Ma no, lo dici tanto per fare, forse anche un po' per esorcizzare quella stramaledetta paura di venire investito dalle mie turbe. In fondo credo di conoscere il tuo segreto...sei così subdolo che fingi di interessarti alle mie idee rivolgendoti a me con quell'insensata domanda che mi lacera lo stomaco, che mi fa ribollire il sangue nelle vene e che me lo spinge fino al cervello. Ecco, lo sapevo, mi è venuto anche l'herpes.
Ho voglia di urlare, di vomitarti addosso tutta la mia rabbia...ma non vincerai...i miei pensieri sono e restano miei, capito? M-i-e-i.
Comunque amore, come potrei renderti partecipe del vorticoso passaggio di idee che mi riempie il cervello. Tu sei troppo attaccato alla realtà, troppo legato alla contingenza, non hai immaginazione...scommetto che non sogni neppure. Io invece si, io sogno di continuo; non mi accorgo nemmeno dello scorrere del tempo...le ore mi scivolano addosso senza che me ne renda conto ed è solo un richiamo della realtà a riportarmi nel tuo mondo, caro fantoccio insensibile.
Insensibile, sì hai capito bene. Tu, che ami la luce accecante del giorno, che ti inebri della frenesia diurna, che adori i palazzi, il cemento, lo smog; quante volte ti sei soffermato a guardare il tramonto? Scommetto che non hai mai pensato a quegli animi sensibili che, al calare del sole, si riempiono di quella dolce tristezza malinconica ma rasserenante che riscalda il cuore ed inumidisce gli occhi. Scommetto che non ti sei soffermato mai una volta a riflettere su quale potrebbe essere la causa di questo turbamento. Sai cosa penso io? Penso che il tramonto segni il momento esatto in cui il giorno e la notte si incontrano creando una sorta di situazione di mezzo dai contorni indefiniti, un amalgama confuso di identità opposte, uno squilibrio che si riflette negli animi sensibili comportando la crescita di emozioni ibride.
Ah, care passioni! Chissà se tu ne provi?!
Ma no, tu ti preoccupi solo di accusarmi per essere fredda, distaccata, troppo riservata. Quanto piacere provi nel farmi sentire un'egoista? Non hai la più pallida idea di quanto mi faccia soffrire tutto questo. Non conosci il livore, la rabbia, l'ansia che tento di tenere a bada ma che mi soffocano inesorabilmente sempre di più. Non capisci che non amo mettere in mostra la mia intimità, forse per vergogna o forse perché non voglio ingigantire i tuoi problemi addossandone di nuovi; non capisci che preferisco dar sfogo ai pensieri solo quando la loro pressione si fa talmente opprimente che la mia forza di volontà non può più sostenerne il peso. Sai amore, cerco in tutti i modi di tenere a bada questa tigre che mi ruggisce dentro e che giorno dopo giorno mi divora le interiora, ma, ahimé, si tratta di una lotta senza successo. Il vorticoso contrasto di passioni che si succedono l'una all'altra, che combattono tra loro per avere la meglio, finisce sempre per sfuggirmi al controllo. e' in questi momenti che divento una furia, una belva indomabile. Già, perché anche la più timida e dolce delle passioni, soffocata a lungo, si accresce fino ad assumere un aspetto terribile e si libera dalla prigione in cui l'avevo rinchiusa facendo ricorso a tutta la sua straordinaria energia fino ad adottare connotazioni negative. Quindi, il mio sforzo altruista di preservarti dal dolore che mi affligge diventa vano, perché immancabilmente ne vieni investito tre volte tanto.
La mia è una lotta continua, una lotta all'ultimo sangue, ma sono sempre e comunque io ad uscirne ferita...ogni volta sempre di più. Mi chiedo allora a cosa serva tutto questo volersi far male ad ogni costo, fino a che arrivo a violentarmi l'anima per cercare di parlarti e farti entrare nel mio mondo, ma...arrivata allo stremo delle forze, quando finalmente sono riuscita ad avere la meglio sulla mia natura e sto sul punto di articolare le prime lettere, tu...tu...mi inibisci con quelle tre parole ed un punto interrogativo...
"A cosa pensi?"
" A niente, amore...ti amo!"
...magari un giorno ti scriverò tutto questo, e allora si che ci faremo quattro grasse risate! Ah, ah, ah, ah...
Emanuela Bidese
[...] Finché le passioni rimangono nella mia testa, non sono pericolose, lo diventano solo nel momento in cui le faccio passare all'azione.
Fino a quando saranno nella mia mente non moriranno mai e vivranno in un luogo senza tempo in cui la loro forza non cesserà mai, e potranno rimanere intatte senza che il giudizio altrui riesca a rovinarle.
Non so se realmente abbia vissuto una passione, non so in realtà nemmeno come la concepisco, o forse ne ho vissute tante senza saperlo o senza considerarle tali.
A. C.
Sono viva, ho il sangue che mi scorre veloce nelle vene, sono il mare in tempesta, amo l'emozioni e mi lascio trascinare da esse.
Sono fra quelle persone che scelgono di vivere e non di sopravvivere, nonostante il grosso rischio di ritrovarsi in grandi delusioni. Le passioni non le avverto come enti indipendenti, ma le sento come qualcosa di fortemente legato al mio essere. In tutte le mie azioni vi è sempre una grossa componente passionale, senza la quale non mi sentirei motivata ad agire. La passione è per me un intreccio di vita e morte, si impossessa completamente del nostro essere senza lasciare spazio a nient'altro...proprio a nient'altro. Ci soffoca la vita, ma nello stesso tempo ci dà motivo per viverla. In passato ho avuto una grossa passione, che di proposito eviterò di raccontare, mi ha lacerato l'anima, ma era una così dolce lacerazione...
Le passione mi spaventa, ma l'avverto comunque, come una grande forza, la sola in grado di scuotere e ribaltare l'essere umano, di capovolgere e sconvolgere la nostra vita, sia nel bene che nel male.
Silvia Bompiani
Credo sia estremamente complicata una riflessione sulla passione in quanto essa è di per sé un concetto inafferrabile. Immaginando la passione, dandole una fisionomia, vedrei un vortice, un turbine di forze opposte.
Inconsciamente, vivo la passione come "consunzione", "vitalità traboccante" ed, inevitabilmente, essa finisce con il caricarsi di un'accezione negativa. [...]
[...] La passione è l'opposto dell'inerzia, è una forza dinamica, è coinvolgimento puro e totale ed è per questo che può diventare "pericolosa".
Sento fortemente il carattere ambivalente della passione sia come creatività che come pericolo.
Giusi Tramontana
Per me le passioni sono la vera essenza della vita.
Come sarebbe l'esistenza umana se fosse priva di esse? Vuota, grigia, monotona...
Io percepisco le mie passioni come forze positive che mi aiutano a fronteggiare i problemi quotidiani e a difendermi dagli avvenimenti negativi dell'esistenza.
Vivere con passione significa per me sfruttare al meglio la grande carica d'energia che è racchiusa dentro di noi.[...]
Come qualsiasi altra cosa, però, anche le passioni vanno controllate e non devono mai essere spinte all'eccesso o all'estremo: in quel caso, infatti (e tengo a precisare, solo in quell'eventualità), possono risultare distruttive trasformandosi, quindi, da virtù positive in dannose per sé e per gli altri.
È necessario trovare il giusto mezzo in ogni cosa: non è saggio sprecare il dono delle passioni facendone a meno ma neanche affidarsi ad esse ciecamente.
Io credo che ognuno di noi possa dominare i propri impulsi passionali con l'uso della ragione perché non siamo degli atomi impazziti alle leggi di natura ma esseri viventi, consapevoli dell'importanza dell'armonia tra tutte le nostre potenzialità.
Maria Platti
Come vivo le mie passioni? e' difficile dirlo, perché, se da un lato sarei pronta a vivere ogni esperienza fino in fondo, a pieno... spinta da una grande forza, dall'altro mi rendo conto che forse lasciarsi andare del tutto potrebbe farmi perdere il controllo di me stessa.
Sono convinta, che le passioni siano fondamentali nella vita di ogni persona, sono quella forza che ti fa sentire vivo, che ti trascina, ti coinvolge totalmente, ti permette di lottare per raggiungere lo scopo prefissato sopportando ogni difficoltà e ogni sofferenza. Credo che non si possa parlare veramente di vita se non si è mai vissuta una passione, però come in ogni cosa, anche qui c'è il rovescio della medaglia...infatti si può vivere così intensamente una passione da esserne completamente coinvolti e sconvolti, senza essere più in grado di valutare ogni cosa nella giusta prospettiva e ragionare correttamente.
Credo sinceramente che la miglior cosa sia quella di vivere ogni situazione con un po' di razionalità per riuscire a dominarsi ed essere sempre padroni delle situazioni, anche se questo richiede un grande sforzo.
V. B.
Cos'è una passione?
È odio, amore, ira, invidia, gelosia, generosità, altruismo, curiosità... cos'altro?
Potrei chiamare "passione" un qualunque sentimento intenso e veemente che domina l'animo umano e lo induce a compiere altri atti.
Ma come definizione, alla fine, è completa?
Non credo, poiché ognuno definisce in maniera diversa ciò che sente dentro di se. Qualsiasi passione è travolgente in maniera totale, l'odio, come l'amore e quindi non è sempre possibile frenarla razionalmente ne volontariamente se non a costo di grandi sacrifici.
[...] e' per questo che penso che le passioni, escluse quelle "positive", come l'altruismo o la generosità, siano qualcosa di pericoloso e quindi da tenere a bada.
Dico tutto questo perché io sono una persona profondamente impulsiva, che tende a manifestare apertamente i propri sentimenti e le passioni, anche quelle più sconvenienti. Conosco lo sforzo enorme che richiede trattenersi dall'esprimere ciò che si ha dentro, anche se questo pesa come pietra.
Angela Corsi
Sicuramente non credo che le passioni debbano essere temute, e non credo possano essere tenute a bada facilmente; sia che si tratti di una passione amorosa o di un vivo interesse per qualche cosa la passione fa parte di noi e negarla vorrebbe dire negare noi stessi. Il sopprimerle significherebbe anche rinunciare alla tanto ricercata serenità che segue alla realizzazione di una nostra passione. Questo è ravvisabile anche nelle piccole cose, se siamo infatti appassionati di qualche cosa e per un certo motivo dovessimo cercare di sopprimere questa nostra passione, in noi si creerebbe una sorta di inquietudine, di tristezza, poiché rinunceremmo a qualcosa di molto caro per noi; inoltre il reprimerle scatena altre conseguenze, imprigionata, la passione deve trovare una via d'uscita, non si può sperare in un soppressione tranquilla e naturale. Si è detto da sempre che l'uomo è l'unione tra ragione e passione, credo che il giusto sia nell'equilibrio delle due, poiché è la loro unione che da completezza all'animo umano senza lasciare che parti di noi vengano soppresse e dimenticate. [...]
Vale B.
Ho sempre adorato la musica, da quando nonno mi suonava la fisarmonica, mentre io sul divano dondolavo le gambe felice e attenta ad ogni cosa. Faceva tante serate in famiglia, tutti ballavano e lo incitavano a suonare fino a tarda notte.
Io ero troppo bambina per ballare: mi limitavo ad ascoltare.
Tre giorni prima che morisse, quindici anni dopo, mi trovavo nella sua camera da letto. Mi chiese come andava con la musica.
Erano dieci anni che suonavo il clarinetto. Lui era sempre stato felice di questo. Era riuscito a tramandare in me una sua grande passione.
Quel giorno, mi sentii pronta per dirgli quello che stavo preparando. Proprio in quel periodo mi ero decisa a fare una cosa che lui mi aveva pregata sempre di fare.
Sapevo che era un suo sogno, da sempre, da quando mi vedeva attenta come non mai davanti alla sua fisarmonica.
Gli dissi che ero decisa, o meglio stavo studiando per entrare al Conservatorio.
Ne fu entusiasta e io ancora più di lui, ero felicissima di essere riuscita a risvegliare in lui un attimo di gioia che ormai gli era stata completamente soffocata dalla malattia.
Facemmo una lunga chiacchierata io e lui da soli, lui sul letto attaccato al respiratore e io sulla sedia.
Parlammo tanto, di musica, della mia e della sua passione, del fatto che dopo tanto mi ero finalmente decisa a intraprendere la via della musica come vera e propria professione.
Iniziammo a fantasticare, ad immaginare il mio futuro, nei teatri a fare concerti o più semplicemente nelle sale del Conservatorio accanto ad un professore a fare quello che adoravo.
Fu l'ultima volta che parlai con lui così tanto e, soprattutto, l'ultima volta che riuscii a vedere sul suo volto un sorriso.
Morì un paio di mesi dopo e io il giorno della sua morte, promisi davanti al suo corpo inerme che in qualunque modo, qualsiasi cosa avessi dovuto affrontare, sarei riuscita ad entrare al Conservatorio.
È stato difficile, ho dovuto faticare e studiare moltissimo, ho dovuto sopportare ed arrivare ad arrendermi davanti a molti compromessi.
Morì ad agosto del 2000 ed io a settembre del 2001 sono entrata al Conservatorio... Ho realizzato il mio e il suo sogno.
Chiara Tomma
[...] Dopo il liceo era iniziata la crisi: io avevo sempre amato le discipline umanistiche, ma tutti si sentivano in diritto di ripetermi che le mie possibilità di trovare lavoro si sarebbero ridotte al minimo se avessi seguito le mie preferenze e che, data la mia buona riuscita in tutte le materie, forse era preferibile iscrivermi ad una facoltà scientifica. Dopo tante chiacchiere, alla fine mi convinsi a seguire il consiglio di queste persone che mi invitavano a scegliere secondo criteri a loro avviso più "razionali".
Ma appena tornai a casa mi sentii male: dentro di me sentivo che non avevo rispettato me stessa, le mie inclinazioni, le mie preferenze. Il mio amore per la letteratura e per le lingue non si sarebbe mai potuto accontentare dei ritagli di tempo, sottratti alle ore di studio per una disciplina che non mi interessava affatto. Dopo un anno di frustrazioni, di mesi trascorsi nell'insofferenza per ciò che ero costretta a studiare, presi la mia decisione: cambiare facoltà, iscrivendomi finalmente a quella che avevo sempre sognato di frequentare. Questa scelta era ancora più difficile perché mi trovavo a farla in un momento molto delicato per la mia famiglia, in cui i miei genitori e soprattutto mia madre, avrebbero desiderato un po' di pace e di serenità.
[...] Per me seguire le "passioni" non ha mai comportato una scelta disgiunta dalla ragione, ma ha significato il tentativo di trovare una dimensione che rispettasse la mia interiorità e il mio modo di essere. Non sempre quella che noi definiamo troppo schematicamente come "ragione" riesce a condurci sulla strada giusta.
Usare la ragione non significa reprimere i nostri ideali e le nostre preferenze, ma cercare di mantenerci fedeli a noi stessi, anche trovando "strano" ed irrazionale ciò che invece gli altri e la vita di tutti i giorni ci presentano come "ragionevole" o come "il frutto di una lunga esperienza". L'esperienza è sempre personale. Possiamo ascoltare consigli, ma solo il nostro animo saprà dirci se possono accordarsi con il nostro modo di vedere od essere utili nelle situazioni che ci troviamo a vivere.
Veronica Antelamo
Cara passione...
E finalmente ti incontro demone o dea che tu sia
Ti impossessi di me attraverso i suoi occhi, le sue mani ed i suoi odori.
Mescoli nella mia anima emozionale sentimenti paradossali.
Mi affascini, mi leghi, mi spaventi.
Mi alieni dal mondo e mi esuli nella grotta primordiale, accecata e circondata solo dall'oblio.
Voglio liberarmi di te, lo so, lo farò... Domani...
...e subito maledetta mi riporti il suo odore, che mi avvolge immediatamente .
Le sue mani tornano a far vibrare la mia pelle.
Mi piace stare in tua compagnia... Per oggi va bene così.
No. Non va bene sto male.
Mi maledico, mi disprezzo, ti disprezzo, lo disprezzo.
Eros e Thanatos danzano intorno a me al tuo comando, mandando in delirio i miei pensieri.
Ho voglia di uccidermi, ho voglia di ucciderti, ho voglia di ucciderlo.
...E pur sopporto tutto questo...
...Nonostante tutto il dolore ti sono grata, a pochi è dato l'onore di incontrarti e di viverti all'estremo.
Come sublimare tutto ciò che mi hai dato ... che ci siamo date!
Nel modo più semplice...
Oggi torno al mondo... torno alla vita, torno all'amore... torno a me stessa.
Silvia Bompiani
[...] Avevo appena finito gli esami di maturità e non so bene per quale ragione ero un po' giù e quindi decisi di iniziare a dipingere, anche se non sono mai stata un genio, ho sempre amato l'arte e la pittura.
Ho comprato delle riviste che presentavano un corso di pittura e appena avevo un momento libero disegnavo: ciò era per me una liberazione, era un modo per rilassarmi e anche per evadere.
Provavo molta soddisfazione quando vedevo che i risultati erano buoni, però lo facevo soprattutto perché nei momenti in cui dipingevo non pensavo a nulla, mi sentivo bene e completamente libera, immedesimandomi in ciò che disegnavo.
Ho sempre amato l'arte romantica e in particolar modo quella di Friederich e spesso prendevo le sue opere e provavo a disegnarle: quando dipingevo quelle immense distese di cielo e mare era per me il massimo della liberazione.
Quel periodo è stato molto importante per me perché il dipingere mi ha aiutato a superare il mio malumore e tutti quei momenti in cui ero arrabbiata.
Silvia
La mia passione non è nata improvvisamente, anzi, c'è voluto del tempo prima che io la individuassi, e ne delineassi le forme, le sfumature ed i confini: io la definirei come qualcosa di universale ed individuale, poiché, pur essendo in ognuno di noi, si presenta in forme diverse, e non tutti sono in grado di coglierne i segni nello stesso momento.
Questa passione è un misto d'amore, amicizia, fraternità, libertà, giustizia, in una parola, è il mio ideale, ed è uno dei motivi ai quali sto dedicando la mia vita.
Essa è una passione moderata e sfrenata, si propaga nel tempo, ma non lo corrode; per me è un dolce dono da condividere con gli altri, se questi lo accettano.
Ho capito che essa stava convivendo con me, recentemente, questa estate, e sono riuscita ad aprirmi a me stessa e agli altri, grazie ad un amico che provava le mie stesse emozioni, poiché spinto dalle mie stesse passioni.
Ho capito che non bisogna aver paura delle passioni, perché esse non sono del tutto negative; infatti, secondo me, ci sono passioni che hanno una buona matrice, e passioni che ne hanno una cattiva. Il problema di fondo è riuscire a distinguerle. Per quanto mi riguarda, le buone sono quelle che fanno del bene a te stesso e agli altri, mentre quelle cattive sono quelle che, pur dando un senso di piacere, nuocciono agli altri e, infine, distruggono anche te stesso.
La passione per questo ideale, come ho già detto, è nata da poco in me, e perciò affermo di essere tuttora sotto il suo effetto e, aprendo completamente il mio cuore a questa scrittura, vorrei tanto che non finisse mai più. Molti mi dicono che le passioni sono passeggere, ma altri mi hanno assicurata dicendomi che ce ne sono alcune che durano per sempre, e nessuno può interromperle, poiché, anche se le nascondesse, non riuscirebbe mai a soffocarle.
Non è corretto scappare, alle passioni non si sfugge mai; esse, se ci sono, si trovano nella nostra parte più segreta.
B. C.
Il viaggio, che ho percorso leggendo le Lettere persiane, è uno dei più piacevoli che io abbia mai fatto nella lettura.
I personaggi che ho incontrato mi hanno colpita molto non solo per i loro comportamenti e le loro usanze, ma anche per i profondi sentimenti da loro provati. Questi ultimi hanno un carattere universale, che attraversa tutti i popoli e le epoche storiche; è questa una delle caratteristiche di queste lettere.
La gelosia per i propri affetti e - nel caso di Usbek - per le proprie donne, la mancanza di una persona lontana (sentimento provato dalla madre del giovane Rica), l'invidia per la virtù che Usbek aveva dimostrato di possedere nell'ambito lavorativo, la ricerca della saggezza o di un qualsiasi altro motivo per ritrovare se stesso e gli altri, sono dei caratteri molto comuni nell'essere umano, e ciò rende quest'opera reale, avvicinandola alle problematiche quotidiane.
Nelle Lettere persiane emerge il tema della curiosità, e si manifesta sotto diversi aspetti: la curiosità per il diverso, per i suoi comportamenti, per le sue leggi, per il suo modo di vivere (così diverso da quello persiano), per il suo rapporto con la famiglia e con le donne che, diversamente da quelle persiane, possono vivere liberamente e mostrare se stesse al mondo intero, secondo il loro volere. Tutti questi caratteri della curiosità sono degli elementi che oltre a stupire Usbek, lo fanno sicuramente riflettere su quello che è il suo mondo, indipendentemente dal fatto che sia giusto o meno, e lo spingono perciò a mettere in giuoco se stesso (cosa che ha già fatto con la scelta di partire).
Talvolta mi è successo di immedesimarmi in alcuni personaggi di queste lettere, e così ho condiviso la tristezza delle donne, ma anche il dolore di Usbek che vive tormentato dalla gelosia, nonostante il fatto che abbia chiuso nel serraglio i suoi tesori più cari. Ma certamente non si può pretendere che le passioni stiano per sempre o a lungo in silenzio, poiché esse sono come un fiume in piena, sono forze creatrici, dinamiche, che non possono vivere nella staticità. Le passioni devono essere curate, coltivate, non soffocate sotto l'estremo potere, che dà luogo alla tirannia. Le donne, perciò, vedono la partenza di Usbek come una mancanza di cura nei loro confronti, come una sorta di abbandono da parte dell'uomo che loro amano, che con la sua tirannia le ha costrette ad amarlo, e che corroso dal tarlo della gelosia, pur essendo lontano soffre più di loro ed è "schiavo" più di loro, poiché è privo di quell'immaginazione che porta le donne a sognare e a viaggiare con la mente. Perciò si ha un capovolgimento della condizione della donne rinchiuse nel serraglio e di Usbek, che dà degli ordini all'eunuco, che a poco a poco divengono inefficaci sulle donne che acquistano sempre più coscienza di sé e della condizione in cui sono costrette a vivere.
Il personaggio dell'eunuco è molto interessante: in lui emerge la frustrazione di un uomo che ha vissuto e che vive ogni cosa allontanandosi dalle passioni che tanto vorrebbe assaporare, cosa che non può fare, poiché, tramite del potere di Usbek, è stato privato della sua virilità. Il suo desiderio per la donna, mano a mano che comprende la sua impossibilità di averla, si trasforma in sdegno, ed ella diviene l'oggetto sul quale manifestare la forza, che è l'unica cosa che sembra avere, ma che in realtà non possiede, perché il potere dell'eunuco non è altro che il riflesso di quello di Usbek.
Il tiranno, perciò, nonostante tutta la sua forza non può impedire il viaggio dell'immaginazione, e con esso la forza dell'amore e dei sentimenti in generale. Infatti, Rossane, la più giovane delle sue spose e la più amata, si oppone in modo totale ad Usbek ed alle sue leggi, e, innamorandosi di un altro uomo (che viene trovato nel serraglio ed ucciso), si uccide pur di non sottostare ad Usbek ed alle sue leggi. Con questo gesto, contenuto nell'ultima lettera, le Lettere persiane giungono a conclusione, ed il potente Usbek si accorge della sua fragilità e del fatto che non può prevalere su tutto e tutti.
B. C.
Uno degli aspetti più interessanti delle Lettres persanes è che ci presentano, incarnate in due personaggi, due modi differenti (oserei dire antitetici) di concepire e di disporsi ad affrontare un viaggio.
Usbek ne costituisce un esempio: egli è colui che è partito non tanto per scoprire l'altro o per amore del viaggio inteso come esperienza, ma per fuggire da una situazione divenuta troppo opprimente. Nella prima lettera sembra infatti che Usbek voglia partire per cercare la saggezza, ma nella lettera VIII le sue parole vengono chiarite: la sua sincerità gli ha procurato dei nemici a corte, perciò il viaggio rappresenta un modo per sottrarsi alla malizia di coloro che vogliono danneggiarlo.
Perciò il primo motore della partenza è dettato dal desiderio di evasione.
Ma le due lettere sopra citate contengono anche un'altra motivazione importante e profonda: Usbek lascia il suo serraglio e le sue donne per restare fedele a se stesso, alla sua "virtù", parola che, a mio parere, è posta qui per indicare l'intima esigenza di rispettare il proprio io, di salvaguardarlo, nonostante questo comporti uno sforzo. Lo sforzo di Usbek è annunciato sin dalla lettera I, in cui egli asserisce di partire per cercare la saggezza, ma di farlo "laborieusement", parola che, in francese, sta ad indicare un certo sforzo nell'eseguire una determinata azione o, in questo caso, nel prendere una certa decisione.
La sofferenza provocata dall'abbandono delle donne del serraglio è resa esplicita, a mio parere, nella lettera 27, in cui Usbek, rivolgendosi a Nessir, gli comunica il proprio senso di estraneità alla nazione in cui si trova. La mente di Usbek è costantemente rivolta a ciò che ha lasciato, perciò tra lui e ciò che vede si frappone costantemente un diaframma che gli impedisce di fare proprie le usanze dei Francesi.
Il suo modo di porsi verso gli abitanti del paese che sta visitando tiene costantemente presente un termine di paragone, costituito dai costumi e dalle usanze della Persia. Tutto questo lo si può capire chiaramente, ad esempio, dalla lettera 33, in cui si parla dell'uso del vino e in cui si contesta agli Europei l'abitudine di consolarsi delle miserie umane mediante la lettura di Seneca, o dalla 34, in cui si raffrontano le donne Persiane con quelle Francesi.
Nonostante la consapevolezza del relativismo culturale (soprattutto per quanto riguarda la religione, v. lettere 17 e 35) di cui le lettere di Usbek sono permeate, il suo pensiero principale, che coinvolge non soltanto la ragione, ma anche e soprattutto i suoi sentimenti più profondi, è costantemente rivolto alle sue donne, ovvero a ciò che ha lasciato in Persia.
Potremmo dire che lo spostamento fisico di Usbek ha coinvolto in parte la ragione, ma non il suo cuore e le sue passioni, che si trovano invece in patria.
Quante volte ci è capitato di viaggiare come questo personaggio? Di partire per sfuggire a situazioni difficili, che rischiavano di minare il nostro equilibrio fisico e psichico? A me è accaduto, a seguito della morte di mia madre, di trovarmi in una situazione difficilissima, a costituire un po' l'ago della bilancia familiare, in cui ogni membro era alla ricerca del perduto equilibrio costituito dalla presenza della mamma. Per un periodo, sebbene ne provassi l'esigenza, non riuscii a partire, nonostante le continue insistenze di mio padre, il quale sosteneva che un viaggio non avrebbe potuto farmi che bene. Ma ormai mi sentivo troppo legata alla nostra casa, era come se mia madre me la avesse lasciata come eredità non solo materiale, ma soprattutto spirituale. Ormai era mia, un'appendice interiore che mi costringeva a restare nello stesso luogo.
Sapevo (a differenza di Usbek che se ne rende conto solo dopo) che partire non sarebbe stato possibile per un lungo tempo, fino a quando la mia accettazione del dolore non mi avrebbe permesso di far rivivere spiritualmente in me la presenza della mamma.
Finalmente, dopo due anni, sono riuscita a farlo: sono partita quest'estate, per San Pietroburgo. All'inizio è stato un vero trauma, ma dopo un po' di giorni ho capito di essere sulla via di una "guarigione", seppure mai definitiva.
Questo mi ha fatto capire che se le "passioni" legate al nostro luogo di partenza ci assediano troppo, ciò può costituire una forte limitazione al viaggio inteso come esperienza, perché le nostre preoccupazioni ci rendono impermeabili a ciò che vediamo.
Ma a volte l'evasione può avere un buon esito e permetterci, a differenza di Usbek, di far luce sul nostro intimo, di relativizzare le difficoltà che ci sembravano insormontabili prima della partenza e, magari, di trovare delle soluzioni da mettere in atto al nostro ritorno.
Veronica Antelamo
La filosofia è una materia che mi ha appassionato sempre molto, ma quest'anno è la prima volta che l'affronto in maniera non scolastica, non sui libri come è solito fare.
Coinvolgere le nostre sensazioni, le nostre idee e confrontarle e ritrovarle in quelle di tanti filosofi mi ha fatto capire che ogni essere umano è capace di fare filosofia e che i filosofi in fin dei conti non erano dei personaggi così astrusi.
Scrivere queste pagine, oltre ad aver facilitato l'approccio con la materia, mi ha permesso di rendermi consapevole di tante sensazioni che non credevo di avere.
È come se le avessi scoperte, tirate fuori e fissate su di un foglio.
Quindi sono molto soddisfatta di questo percorso perché oltre ad essere una preparazione all'esame, l'ho vissuto come percorso individuale, personale.
Questo approccio alla filosofia è veramente buono, perché si evita di fare discorsi astratti, toccando il concreto attraverso le nostre esperienze.
Il lavoro di analisi interiore da voi proposto credo sia la parte più interessante del corso, perché ci porta ad una maggior consapevolezza di noi.
Sono sicura che queste scritture siano servite a qualcosa.
Senza volerlo attraverso di esse ho potuto chiarire molte cose in me e, inoltre, mi sono trovata di fronte a tematiche che non avevo mai neppure immaginato. Posso dire che grazie ad esse ho potuto viaggiare, con la mente, con l'anima, ma comunque ho viaggiato. Grazie a questo tour ho potuto scoprire che in me c'è del buono e che non tutto è "da buttare via".
È strano però come abbia fatto queste scoperte: nel posto dove mai avrei pensato di farla, un'università, e in un modo "inusuale", seguendo le lezioni di filosofia morale.
Però c'è una cosa che mi rimprovero: il non aver approfondito questa introspezione, il non averle dedicato tempo maggiore e maggiore attenzione.
Comunque sia sono abbastanza soddisfatta, ma soprattutto, contenta di me stessa.
Le scritture che abbiamo realizzato nel corso del programma, sono state, dal mio punto di vista, un buon punto di partenza per addentrarci nel mondo della filosofia, è stato un modo del tutto originale, mai mi sarei immaginato che fare filosofia è anche questo, è anche parlare di noi. Non capita spesso di parlare di noi stessi, invece questo è stata una sorta di ricerca introspettiva, una possibilità per iniziare a capire chi siamo e riuscire a scoprire i nostri desideri, i nostri progetti, ambizioni, ma anche prendere coscienza dei nostri problemi, delle cose che ci fanno star male o ci fanno soffrire. La molteplicità e diversità delle scritture mi ha permesso di esaminare gli aspetti della mia personalità, mi ha, inoltre, aiutato a capire aspetti di me che non conoscevo ancora, sentimenti che provavo verso una determinata situazione.
Questo sistema delle scritture ha permesso ad ognuno di noi di esprimere se stesso, perciò non più insegnamento dogmatico e scolastico, ma un modo originale, come ho espresso all'inizio, e costruttivo di avvicinarsi al mondo della filosofia.
Parlare del viaggio di Usbek e capire le motivazioni della sua partenza mi hanno portato a confrontare le sue con le mie esperienze, mi hanno permesso di vivere più da vicino le Lettere persiane in un'ottica nuova e del tutto speciale.
Sicuramente questo nuovo, almeno per me, metodo di accostarsi alla filosofia, è risultato innovativo e molto producente, innanzitutto la possibilità di scrivere di sé è stato un momento importante per riflettere, per guardarmi dentro ed anche per interrogarmi.
Ho scoperto che scrivere di sé è un momento che serve anche a prendere distacco da situazioni passate, vissute, anche dolorose a volte, e serve a ricomporsi, ad armonizzare tutti i sentimenti e i pensieri che vagano nella propria coscienza.
Inoltre scrivere, riflettendo su grandi temi filosofici, mi ha permesso di accostarmi a tematiche che altrimenti non avrei pensato di affrontare semplicemente leggendo un libro da sola, perché sarebbe stato troppo pesante.
Scrivendo invece anche di filosofia, i temi che sembravano più astratti, diventano parte di te, e puoi vedere come infondo questi temi che in un primo momento potevano sembrare lontani, sono parte integrante della propria vita.
Ho trovato molto interessante e stimolante questo modo di affrontare la filosofia, probabilmente perché " le scritture" mi hanno portato a riflettere con più attenzione sugli argomenti trattati, è stato un modo più gradevole per avvicinarsi a temi a volte non semplici.
Personalmente, è stata molto utile questa esperienza perché mi ha portato a scoprirmi, ad aprirmi, ad avere una maggior consapevolezza di me, mi ha permesso, inoltre, di confrontarmi con altre ragazze su argomenti che fino ad ora avevo poco considerato. L'unica difficoltà incontrata è stata tuttavia, proprio quella di dover scrivere le mie esperienze personali, cosa che faccio raramente.
Questo corso è stato per me molto interessante, un nuovo modo di avvicinarmi alla filosofia, ma soprattutto un modo originale per entrare dentro i miei personali pensieri.
Durante le prime lezioni, dopo aver sentito il titolo della scrittura da fare, confesso di aver sentito un leggero senso di disorientamento, perché durante altri corsi frequentati all'università non mi era mai capitato di dover scrivere di me stessa, ma soltanto prendere appunti. Scrittura dopo scrittura credo di aver imparato a mettere sulla carta le mie emozioni, le mie paure e idee, e' stato come scrivere sul proprio diario segreto, quasi una sorta di sfogo da esternare.
Sono contenta che oltre ad imparare tante cose sugli autori stranieri ci sia stato un corso che mi abbia aiutato anche ad apprendere qualcosa di più di me stessa. [...]
Io sono stata contenta dell'esperienza fatta in quanto oggi capita raramente di potersi esprimere in gruppo su argomenti "interiori".
Io che sono una "patita" della scrittura sono stata felice del fatto che anche all'università , anzi che proprio qui all'università, sia stato possibile fare un corso così variegato.
Non lo dico per far piacere a nessuno, ma secondo me è bello che proprio i giovani possano fare questo tipo di percorso lavorando sul proprio Io. Oggi infatti è difficile far ragionare i giovani su determinati argomenti un po' "delicati" e forse ancor più difficile farglielo fare mettendo il proprio pensiero per iscritto. Sarò un'idealista ma sono convinta che se i giovani trovassero un po' più di gioia nello scrivere, e se sapessero utilizzare la penna come sanno usare una play-station, molti problemi sarebbero risolti.
Io trovo nello scrivere un modo per sfogarsi, per mostrare quello che si è veramente, un modo per parlare con gli altri senza temere il confronto faccia a faccia, un modo per esprimersi nella maniera più libera che oggi ci possa essere. Chissà che in questo corso qualcuno non abbia ritrovato il piacere di scrivere per se stesso?
Mi piacerebbe che fosse così, anche se nell'aula talvolta ho percepito, durante le lezioni, un'aria di insofferenza da parte di qualcuno che credo non abbia colto il vero senso di quel lavoro dall'alto della sua "superiorità".
Ritengo soddisfacente però il fatto che oggi in quest'aula, mentre tutti stiamo scrivendo tante di quelle persone "insofferenti" siano chine sul tavolo a scrivere con più passione di me che della scrittura vorrei fare una professione.
Questa non è che una vittoria per voi che avete avuto il coraggio di sperimentare un nuovo modo di fare lezione e per quelle persone come me che non credo nel cambiamento delle persone.
Il fatto che la maggior parte di noi studenti oggi siamo qui a dare consigli e suggerimenti è il sintomo di questo apprezzamento e spero che anche per lei e per la professoressa questo corso sia stato un successo. Mi dispiace aver saltato delle lezioni ma spero che qualcun altro colga lo spirito di queste lezioni e decida di imitarlo. Grazie.
Trovo che affrontare questioni filosofiche in questo modo sia del tutto positivo per noi studenti, poiché resta più facile affrontare certe questioni partendo da un piano del tutto personale. In questo modo si riflette meglio e si riesce a capire meglio il punto di vista di altri. Proprio confrontando il proprio punto di vista con gli altri, possiamo più a fondo snocciolare la questione. Non è il solito studio solo teorico dei tanti filosofi, ma è un metodo che parte dalla nostra esperienza; si è passati da un piano solo teorico ad uno pratico.
Devo premettere innanzitutto che per me fare queste scritture non è stato proprio facilissimo vista la mia incapacità a scrivere. Infatti ogni volta che ho in mente un pensiero e provo a prendere in mano la penna per scriverlo non riesco mai a trovare una forma giusta per spiegarlo e, dopo averci pensato per diversi minuti, alla fine perdo ogni speranza e ci rinuncio. Nonostante questo credo che l'aver fatto queste scritture mi abbia aiutato innanzitutto a guardare dentro me stessa e a tirare fuori emozioni che fino a questo momento sono state sempre nascoste. Inoltre, confrontando i miei pensieri con quelli delle altre persone, sono riuscita anche a capire meglio cosa prova e cosa pensa la gente che mi circonda. Non so se tutto questo mi abbia aiutato nello studio della filosofia perché è la prima volta che la studio e, sinceramente, ho i pensieri un po' confusi su cosa sia veramente visto che ho appena iniziato a leggere il manuale. Se ha un po' di pazienza e un po' di tempo la studierò bene e saprò risponderle meglio il giorno dell'esame.
Il lavoro che abbiamo fatto nel corso di Filosofia Morale mi è piaciuto molto, e sin dall'inizio mi ha colpito per la profondità degli argomenti trattati, e, soprattutto, perché questi riguardavano me ed i miei compagni. Questo mi ha aiutato molto a capirmi ed a mettere alcuni accenti su di me. Scrivere è diventato un atto molto importante, e la cosa più interessante, e che forse non avrei mai sperimentata, è quella di poter conciliare una scrittura personale con le esperienze (e gli ideali) vissute dai personaggi dei libri da noi analizzati. Credo che il fatto di fare un'autobiografia sia stato molto costruttivo in quanto ha permesso di conoscere meglio me stessa, ed inoltre mi ha trasmesso un nuovo modo di studiare, senza mai provare della noia e del disinteresse e stanchezza. Questo è anche uno dei motivi per cui ho scelto di studiare questa materia, che a differenza delle altre è viva, dinamica, sempre aperta al contatto e al rapporto. Trovo sia stata una bellissima esperienza.
L'affrontare una materia come la filosofia facendo delle scritture che riguardavano un po' il nostro mondo interiore, un po' il nostro comportamento con tutto quello che ci circonda, non è stata poi una così brutta idea.
In questo modo siamo riuscite a tirare fuori degli elementi che magari, trovandosi in situazioni diverse, non saremmo state in grado di percepire ed analizzare così a fondo.
Personalmente mi sono venute in mente delle situazioni e dei ricordi che non consideravo di tale importanza che invece fanno parte di quella parte di me che preferirei chiamare animo. Certamente queste scritture non mi hanno fatto svelare completamente ciò che è ben nascosto e conservato "laggiù", ma credo che continuando con quest'opera, anche individualmente, si potrebbero fare grandi cose. Certamente lo scrivere cose personali, riguardo alla materia, credo mi abbia fatto capire di più ed inoltre mi abbia aiutato ad entrare meglio nei concetti espressi sia nelle Lettere persiane di Montesquieu, sia nello Straniero di Camus. Questo è accaduto grazie al paragonare quello che succedeva a noi e le nostre situazioni con ciò che succedeva nelle due opere. In definitiva questo metodo l'ho trovato molto interessante e molto riuscito, e soprattutto alquanto originale.
Questo modo di affrontare la filosofia inizialmente mi è sembrato un po' strano, più che altro la prima volta mi ha un po' spiazzato. Le volte successive invece è diventato un "esercizio" piacevole: anche se i temi da affrontare non sempre sono stati semplici. Questo modo di affrontare la filosofia dà la possibilità di ragionarci sopra in modo totalmente differente, perché apre a nuove interpretazioni.
Non ci si ferma al semplice pensiero del filosofo, ma si va oltre cercando di capire come ha pensato; e come quei temi lo hanno influenzato e influenzano anche noi.
Forse la particolarità di questo lavoro sta proprio nel fatto che noi potevamo liberamente scrivere quello che pensavamo o avevamo provato su una determinata situazione o lettura, senza che ci fossero altre implicazioni; e così la filosofia si è accostata a noi tramite le scritture e il nostro pensiero.
Questo tipo di esercizio ci ha dato anche la possibilità di scrivere da sole ma in mezzo alla gente, cosa non sempre facile; io quando scrivo preferisco stare sola, forse per concentrarmi, ma anche per sentirmi più in sintonia con me stessa.
Comunque è un lavoro utile, anche se non troppo semplice da affrontare a volte.
Sicuramente è stata una cosa diversa, ma per me abbastanza difficile. e' nata infatti come un'esperienza legata alla comunicazione, cosa che per me è sempre complicata. L'ho vissuto come un reale confrontarsi, per chi lo ha fatto sinceramente, ma anche a volte come un volersi mettere in mostra. Sono scritture personali quelle che ci sono state proposte, che avevano come fine quello di meglio comprendere, e fare nostre, esperienze di altri che però non si capiranno mai del tutto. L'ho vista come un filtrare attraverso i nostri occhi, le ragioni e i perché di altri. E anche se forse in parte ci si è riusciti, non è possibile penetrare così intimamente la natura di una persona. Sono scritture che hanno finito col far emergere in me, problemi e dubbi; mi hanno fatto confrontare con certe parti del mio essere con cui non avevo mai fatto i conti. E quello che svogliatamente, a volte, scrivevo poi mi è rimasto in testa e mi ha fatto pensare. Pensare a me, pensare ad altro fuori di me, a cercare di capire anche il perché di alcuni comportamenti, di alcune paure che ho visto appartenere anche ad altri. Ed è stata anche una sfida con me, perché volevo capire. Volevo fortemente riuscire a dare un senso che fosse mio, al senso che gli autori avevano dato ai loro lavori. Ed è stato anche divertente e faticoso. Insomma anche se quello che ho fatto resterà sempre solo mio, almeno mi sarà servito. Come adesso che sto scrivendo questo, non so se abbia un senso, ma è mio.
Sono una sostenitrice del movimento che considera l'autobiografia come cura di sé. Ho cominciato a scrivere e a trasporre su carta i miei pensieri da un anno, quindi il corso di filosofia così organizzato non può che farmi piacere.
Data la natura del mio carattere, tendo a soffocare le mie idee e le mie emozioni, perciò leggo la novità di queste scritture in chiave positiva. Si tratta dell'unica valvola di sfogo che ho a disposizione e, ad essere sinceri, da quando ho scoperto questo nuovo metodo di entrare nella vita comune, mi sento un po' più sollevata. L'unica pecca delle lezioni, e mi scuso di sopravvalutare la mia posizione di studente ignorante, è quella di dover parlare ed esprimere oralmente i pensieri che prima sono colati sul foglio. Non posso farci niente. A volte mi infilerei le dita in gola e andrei a rovistare tra tutte le parole che vorrei dire ma che rimangono lì impigliate. Non c'è verso di tirarle fuori. Ecco perché mi piace questo metodo di insegnamento.
Inoltre ho trovato sempre troppo noiose, quasi asettiche, quelle lezioni lette con voce atona che sono un ricordo piuttosto frequente di tutti gli anni passati a scuola. Penso che rendere partecipi gli studenti durante le lezioni partendo da riflessioni personali per poi scandagliare il testo in tutte le sue parti sia il metodo d'insegnamento più indicato per entrare nella realtà del libro che non è altro se non il pensiero dell'autore trasposto su carta. Si ha quindi l'impressione di entrare nell'intimità dell'autore stesso e questo permette di mettere in discussione le proprie idee, come se si trattasse di un colloquio a due. A questo punto mi dispiace ma il tempo a disposizione è terminato, perciò le mie idee smettono, con il prossimo punto, di essere produttive.
Devo dire che il corso di filosofia morale si è rivelato interessante. Ero abituata, dalle superiori, a studiare in pratica solo la parte manualistica della filosofia e a trattare gli autori "freddamente". Invece ho apprezzato questo approfondimento che è stato fatto sulla parte relativa alle passioni. In quanto alle scritture, forse sono la parte che mi è piaciuta di più perché è bello fermarsi a riflettere su alcuni degli argomenti dati da trattare, analizzarsi, tentare di capirci meglio e di esprimere quello che è dentro di noi e che magari non ha sempre modo di venire fuori. Oppure ad esempio nel caso di raccontare un viaggio è stato piacevole riportare alla memoria momenti stupendi. La scrittura su di me mi ha dato molto da pensare, è complicato descriversi, ma credo che sia un lavoro che aiuti. In quanto ai libri, anche quelli ti fanno inevitabilmente fermare a riflettere. Di sicuro colpisce molto il fraseggiare corto de Lo straniero e l'estrema freddezza e indifferenza del protagonista mi ha un po' spiazzato, facendomi capire ancora meglio quanto siano indispensabili e necessarie nella nostra vita le passioni, negative o positive che siano, in tutte le loro sfumature. Insomma oltre che aver appreso qualcosa in più di filosofia ho appreso anche qualcosa in più su di me... ora aspetto l'esame, sperando di riuscire a mettere a frutto ciò che ho imparato (e di riuscire a ricordarmi tutti gli autori!!).
Questo modo di affrontare la filosofia è stato molto interessante. Non posso fare grandi confronti con altri metodi di studio, in quanto è la prima volta che affronto la filosofia. Comunque questo corso mi "ha preso" molto e non credo sarebbe stato così se avessimo letto il manuale ed affrontato i temi solo teoricamente.
Queste scritture sono state molto interessanti. Mi hanno aiutato a tirare fuori idee e parti di me che altrimenti probabilmente sarebbero rimaste chiuse in me. Mi ha fatto sentire libera di aprirmi il fatto di non dover per forza leggere o dire ciò che avevo scritto, non perché abbia paura del giudizio degli altri, ma perché a volte scrivevo cose personali che non mi sentivo di dire a persone che conoscevo così da poco.
Una cosa che mi ha stupito delle scritture è che molte volte, le cose che erano venute fuori dai vari scritti erano, più o meno, le stesse e soprattutto che quasi tutti i "nostri" temi li abbiamo ritrovati nei nostri oggetti di studio. Scoprire che molte mie riflessioni sono le stesse di Montesquieu o Camus mi ha permesso di comprendere meglio il loro pensiero, i loro scritti e quindi di sentirmi molto partecipe di ciò che stavamo facendo. Una riflessione che posso fare è che noi ci crediamo molto diversi dalle persone di secoli passati, ma abbiamo visto in questo modo, analizzando le nostre esperienze per poi comprendere quelle di questi autori, che comunque il nostro pensiero non è così tanto lontano da loro come pensavamo.
Queste scritture guidate sono state molto utili e mi hanno permesso di entrare in "sintonia" con Montesquieu.
Le scritture mi sono servite anche come esperienza personale, visto che non scrivo tanto spesso e mi ha aiutato molto ad aprirmi e mettere in ordine le mie idee.
Questo è il primo anno di università, ma anche la mia prima volta che studio filosofia.
Durante queste lezioni, durante le nostre scritture ho potuto notare che non mi conoscevo tanto bene. Scrivendo ho dovuto scavare dentro di me e così ho scoperto tanti lati sia positivi che negativi.
Per me le scritture sono state molto utili, perché mi hanno fatto capire in modo più semplice i libri letti. Le Lettere persiane sono molto profonde a dir la verità anche un po' difficili. Lo straniero invece mi è piaciuto moltissimo perché delle volte sono anche io così, ho capito benissimo il personaggio e mi sono immedesimata in lui.
Il corso è stato molto interessante e poi è stato un corso molto unito, perché sentendo le idee degli altri ho capito che era ciò che pensavo e avrei detto io.
Ora siamo giunti alla fine e quindi spero che potrò dare il meglio di me all'esame.
Questo corso di filosofia morale è stato molto interessante soprattutto per quel che ha riguardato la parte autobiografica, facendo ogni volta queste scritture, esperienza per me nuova, è stato molto più facile capire i testi che avevamo di fronte. Il lavoro fatto è stato molto utile e mi ha semplificato di molto la lettura di Montesquieu e di Camus. Ma devo dire che il lavoro svolto su Montesquieu e le Lettere persiane mi è piaciuto molto di più. Ci siamo soffermati molto più tempo e lo abbiamo approfondito e facendo così mi è riuscito molto più facile capire tutte le sensazioni di Usbek ed anche dell'eunuco e delle donne. Il lavoro su Lo straniero mi ha colpito molto poco. Forse perché sono state dedicate solo poche lezioni che comunque sono state importanti per capire meglio, per notare degli avvenimenti, delle cose in particolare. Il corso mi ha dato delle nozioni nuove: ad esempio mi ha insegnato a dar peso alle parole, perché nessuna parola è messa a caso. Questo è stato un insegnamento molto utile, non solo per la filosofia, ma per tutte le materie. e' come se mi avessero insegnato a leggere "bene" un libro e tutto questo è stato molto utile e mi ritornerà tale in seguito, ne sono sicura. Entrambe le professoresse mi hanno molto coinvolto e il corso è stato interessante e molto semplice da capire e piacevole da seguire.
Comunque è stata una bella esperienza e soprattutto una nuova esperienza. Qualcosa di diverso che mi ha colpito e che finalmente è stato qualcosa di completamente diverso da quello che si faceva al liceo. Sembrava di essere in un "talk show" ed è stato proprio bello poter partecipare a tale esperienza.
Sono una persona abbastanza timida e riservata e non amo molto parlare di me e delle mie esperienze. Non posso negare che questo lavoro di autobiografia mi abbia un po' imbarazzato ma devo ammettere che ho trovato interessante alcuni dei temi trattati. Il tema che mi ha interessato di più è quello sulle passioni. Se fossi una persona un po' più aperta, su quel tema avrei potuto sicuramente scrivere di più ma, purtroppo, data la mia natura riservata, mi sono limitata a scrivere lo stretto necessario.
Sinceramente non ho ben capito che ruolo avranno questi scritti per quanto riguarda il nostro esame, ma posso affermare che ho fatto un nuovo tipo di esperienza che mi ha lasciato dentro qualcosa.
Il metodo usato durante le lezioni di filosofia morale è, a mio giudizio, un metodo molto efficace. Infatti partendo da delle proprie esperienze si riesce a capire meglio il pensiero degli altri. Queste scritture effettuate durante il corso mi hanno aiutato molto, mi hanno fatto riflettere su cose a cui magari non davo molta importanza. In una delle prime scritture si chiedeva dei motivi che mi hanno spinto a partire e se tra essi c'era quello di voler fuggire da una situazione di contrasto. Questa scrittura mi ha fatto riflettere molto. Infatti quest'estate sono partita per la Sardegna ed era un periodo bruttissimo, avevo litigato con una ragazza che ritenevo essere una delle mie migliori amiche e che non si era rivelata tale. Così nell'arco di pochi giorni ho preso la decisione di partire. Se mi fossi chiesta in quei giorni "perché parti?" la risposta era una sola: quella di voler rincontrare i miei amici del mare, niente di più. Adesso invece, grazie alla scrittura fatta durante il corso, mi sono resa conto che il vero problema era un altro, che volevo fuggire da qualcosa e quel qualcosa era la mia "amica"! Queste scritture sono molto utili, appunto non solo perché puoi confrontare la tua esperienza con quella dei vari filosofi riuscendo così a capire meglio il loro pensiero, ma riesci anche a capire meglio te stessa, ti fanno guardare più a fondo sulle cose che vivi.
Questa esperienza delle scritture in aula, utilizzate come un modo per avvicinarsi alla filosofia, mi è sembrata decisamente positiva. Mi ha aiutato ad avvicinarmi alla filosofia considerandola non come una disciplina astrattamente teorica, ma come un mezzo per sollevare alcune domande ed innescare riflessioni. Al liceo ero abituata ad aprire il manuale e a studiarlo e il fatto di pormi domande sui filosofi che leggevo era dovuto soltanto al mio grande amore per la materia, in quanto l'insegnante non ci spingeva mai ad una riflessione personale. Io credo che il metodo utilizzato durante questo corso di Filosofia Morale sia stato proficuo soprattutto per chi non ha mai studiato Filosofia, così facendo si sono potuti aggirare molti ostacoli che potevano essere creati dalla mancanza di basi filosofiche da parte di alcuni studenti. e' stata anche un'occasione per riflettere su situazioni ed esperienze su cui non mi sarei mai soffermata se fosse dipeso solo ed esclusivamente da me. Sono riuscita anche a mettere ordine in alcune vicende che mi stavano particolarmente a cuore.
All'inizio il taglio autobiografico delle scritture mi aveva spaventato, ma, proseguendo con le lezioni, sono riuscita ad affrontare le tematiche propostemi e a collegarle a quelle del corso e a vederle meno distanti da me e dalla mia personale esperienza.
Siamo ormai prossimi agli esami e quindi alla chiusura del semestre e devo dire che le lezioni con la professoressa Boccara e la professoressa Crisi sono state piacevoli. Avendo fatto filosofia alle superiori alcune cose già le conoscevo ma tante altre no ma con le spiegazioni effettuate a lezione non ci sono stati problemi. Per quanto riguarda i libri da leggere è stato un po' un problema. Infatti ho letto solo Camus per adesso e ora inizierò le Lettere persiane. Purtroppo non ho avuto tempo perché avevo altri cinque libri di letteratura inglese (anche questa prossima all'esame). Lo straniero di Camus mi è piaciuto anche se la storia era un po' triste. Più piacevoli invece sono stati i momenti di scrittura, come questo dove ognuno era libero di esprimere ciò che provava in quel momento... era come dare sfogo ai propri pensieri, Questo l'ho riscontrato soprattutto nella scrittura: "vi racconto di me" perché non sempre era facile autogiudicarsi specialmente davanti a persone che non si conoscono. Nel complesso devo dire che la materia si è rivelata interessante. Ci sono stati dei punti più noiosi, ma penso che ci siano un po' in tutte le materie. Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma il tempo stringe dunque posso dire soltanto un'ultima cosa, anzi la posso sperare... quella che vadano bene gli esami!
"Sentirsi filosofi" sulla base delle proprie esperienze personali.
La prima volta che ho seguito le lezioni di filosofia morale riguardanti la scrittura, non sono riuscita subito a comprendere l'utilità che avrei potuto ricavarne: in seguito, mano a mano, ogni scrittura personale che io stesso creavo, rappresentava quasi "una liberazione" della mia mente, del mio cuore, oltre che logicamente importanti spiegazioni del corso monografico della professoressa Boccara.
L'argomento che più ha colpito le corde della mia sensibilità ed emotività è stato quello che si basava sul concetto delle passioni e più in particolare sul rapporto tra le passioni e la ragione.
Mediante le lezioni sull'argomento e la lettura del libro Il buon uso delle passioni della professoressa Boccara, in me è nata una riflessione che mi ha portato a capire che non esiste una contraddizione, un contrasto tra passione e ragione, anzi è proprio trovando un equilibrio, un'armonia fra le due che la nostra personalità può essere serena e tranquilla senza inquietudini e rimpianti. e' molto interessante e stimolante mettere qualcosa di noi stessi nello studio di una materia come la filosofia.
Studiare filosofia partendo dalle esperienze personali è assai innovativo. Innanzitutto perché, partendo dal vissuto personale, si può arrivare a comprendere il pensiero, la collocazione storica, politica e sociale dell'autore stesso e le ragioni che lo hanno portato alle conclusioni del suo "modo di fare filosofia" e quindi del suo pensiero. Poi, secondo me, è molto importante leggere e discutere insieme le problematiche filosofiche per giungere a vedere e capire il perché di scelte su un determinato campo piuttosto che in un altro. Perciò ritengo che, al di là di nozioni teoriche, "campate in aria", date che spesso si dimenticano, è necessario avere un quadro generale di ciò che si sta studiando, per poterlo poi approfondire durante la lezione. Anche le scritture fatte, durante questo percorso, permettono a noi studenti, di esprimere ciò che pensiamo a proposito di un determinato argomento, comunque studiato e rivisto insieme durante le ore di lezione. Indubbiamente rendere partecipi gli studenti a questa discussione di filosofia è segno, da parte degli insegnanti, di profondo interessamento alla materia, da trasmettere agli ascoltatori. Sicuramente studiare la filosofia in questo modo lascia un segno più profondo ed anche un ricordo più vivo della materia.
Questo lavoro è risultato piuttosto particolare. Non avevo mai studiato filosofia partendo dalla mia esperienza. Sono riuscita ad avere una nuova visione della materia che fin dal liceo consideravo astratta, non concretizzabile nella vita pratica. Sono arrivata ad avere un approccio diverso con gli eventi della vita; li analizzo, penso, ci rifletto, esplorando quasi un altro mondo: il mio. Non è però che ora "razionalizzo" totalmente la mia vita. Ho imparato che deve esserci un equilibrio tra ragione e passione, fondamentali e complementari, indispensabili entrambi per l'individuo. Ho potuto constatare che il modo in cui viene spiegata una materia influisce notevolmente sul fatto che essa possa piacere o meno. Come ho già detto non ho mai mostrato un particolare entusiasmo per la filosofia. ma penso che ora sia diverso, proprio perché io stessa mi pongo differentemente rispetto alla disciplina.
Mi è sempre capitato di studiare filosofia sui libri di scuola, con un metodo meccanico, invece in questo anno ho scoperto un nuovo modo di avvicinarmi alla materia. Innanzitutto si parla di filosofia morale cosa che nel mio caso non è mai stata affrontata separatamente dall'altra filosofia; erano come due cose uniche. Con questo corso, quindi, ho capito ed ho visto una nuova faccia della materia, e ho, grazie alle scritture, tirato fuori ciò che era rimasto sempre chiuso dentro di me. Inoltre ho riflettuto su argomenti personali, temi su cui non avevo mai pensato da sola e che invece erano parte di me. e' stato un metodo originale, che mi ha permesso di scrivere(cosa che mi piace molto) e che mi è sempre piaciuto sin dall'inizio. Io inoltre avevo già iniziato questo di lavoro l'anno scorso frequentando il corso anche se avevamo svolto altri temi (d'attualità, cinematografici, ecc.) oltre a quelli autobiografici. Pertanto ribadisco l'interesse del lavoro portato a termine e il modo anche educativo con cui è stato condotto.
Anche se mi sarebbe piaciuto poter apprendere la disciplina della filosofia dalla scuola superiore, devo dire che questo corso è stato piacevole; mi è interessato particolarmente "l'analizzare" libri per il semplice motivo che parlarne con i professori mi ha aiutato a capire molti concetti, pensieri, frasi nascoste degli autori o dei protagonisti, che se avessi dovuto cercarli ed analizzarli personalmente, non credo ci sarei riuscita, credo sia importante capire sino in fondo un libro ma soprattutto esporre le proprie idee apertamente (senza essere giudicati) agli altri ed ascoltare ciò che gli altri pensano.
Credo invece di essermi trovata in difficoltà a seguire la storia della filosofia, in quanto, ripeto, non ho mai studiato questa materia, e penso sia impossibile in soli due mesi apprendere idee così complesse, improvvisamente ritrovarmi secoli e secoli di pensieri, mi sarebbe piaciuto seguire questa materia con più calma e approfonditamente.
Nonè la prima volta che studio filosofia: infatti l'ho studiata anche al liceo e sinceramente non l'amavo particolarmente, soprattutto per il modo in cui era insegnata. Penso che il metodo di insegnamento giochi un ruolo molto importante ed è stato proprio questo a determinare il mio atteggiamento nei confronti della filosofia. Invece, questo modo di studiare questa disciplina, attraverso le scritture, mi è piaciuto tantissimo perché ho capito che i filosofi non sono così tanto diversi da noi. Per esempio, quando vedevo che le mie esperienze coincidevano con quelle di Usbek nelle Lettere persiane" rimanevo stupita, perché non potevo affatto immaginarlo.
Inoltre le scritture sono state per me una sorta di guida per studiare e comprendere meglio la filosofia; questo è sicuramente un approccio importante e originale allo studio di questa disciplina. Non serve imparare a memoria concetti: la cosa importante è ragionare, basandosi sulle nostre stesse esperienze. Infine, un'altra cosa che mi è piaciuta tantissimo in questo corso sono state le conversazioni in classe, sono venute fuori tante esperienze diverse, fondamentali per comprendere ciò che si voleva comunicare.
Oggi l'ultima scrittura. Sono dispiaciuta, forse perché era un modo per rilassarmi e per esprimere al meglio me stessa, le mie idee, i miei stati d'animo. Non che ora non possa più farlo, ma a volte la pigrizia ci toglie la voglia di fare anche ciò che ci piace. Non sempre è stato facile scrivere: quando si doveva parlare di noi stessi, dei nostri viaggi è stato molto semplice, al contrario, nel momento in cui si è dovuto parlare dei nostri pensieri interiori, di ciò che noi proviamo, ma che non esprimiamo alla luce del giorno, è stato difficile. Credo che questa difficoltà sia derivata dal fatto che non siamo abituati a guardarci bene dentro, forse perché abbiamo paura di scoprire alcuni lati di noi che finora non conoscevamo. Per me stessa è stato bello soprattutto scrivere le cose più personali, scoprendomi piano piano e imparando a scrivere oggettivamente sulla reale me stessa. Un'altra esperienza che mi è piaciuta molto, è stata quella in cui, terminate le scritture, si confrontavano le nostre idee ed emergevano cose che a volte, io non avrei mai pensato. Abbiamo anche letto e commentato due libri: Lettere persiane di Montesquieu e Lo straniero di Camus. Leggendoli ho capito molto bene l'importanza delle passioni. Nelle Lettere persiane le passioni delle donne sono dapprima represse nel serraglio, ma alla fine avviene una sorta di ribellione proprio per questa repressione. Ne Lo straniero invece, sembra quasi che il protagonista non viva alcun tipo di passione, sia insensibile: solo alla fine del libro sembra vivere alcune passioni e sembra capirne l'importanza. Queste lezioni sono state per me importanti e piacevoli da seguire. Sia le scritture che i libri, come ho già detto, sono stati significativi in quanto mi hanno insegnato molto. Ora il mio unico scopo è di riuscire a superare l'esame, sperando di farlo il meglio possibile.
Relazione tenuta dallo studente Francesco Maugeri durante una lezione del corso di Filosofia Morale.
L'esperienza di scrivere vicende autobiografiche fornisce la possibilità di soffermarsi a riflettere su se stessi, di prendere consapevolezza riguardo alcuni aspetti della propria personalità che, pur essendo nostri, talvolta ignoriamo di possedere. Si può imparare, cioè, a conoscere più a fondo se stessi proprio partendo dalla riflessione sulle proprie esperienze esistenziali. Una approfondita conoscenza di sé può essere il punto di partenza per la comprensione di concetti astratti, di altre "verità" che sono fuori di noi.
Fin qui sono stati considerati come fonte di conoscenza gli aspetti contenutistici della scrittura: lo scrivere, strumento di auto-confessione, concede di organizzare e rendere cosciente il libero flusso dei propri pensieri e sentimenti.
Tuttavia, anche la scrittura intesa meramente come gesto grafico può diventare oggetto di studio. La grafologia (dal greco: grafeìn lògos, discorso ragionato sullo scrivere) è proprio la scienza che studia la scrittura, o meglio, il comportamento grafico. Si tratta di una disciplina relativamente recente che, nata in maniera empirica ed intuitiva, sta oggi consolidando le sue basi scientifiche, mediante lo studio del rapporto tra la mente e la produzione del gesto grafico.
Il presupposto di base è che la grafia di ciascuno si manifesta come una personale caratteristica unica ed irripetibile. La produzione di un gesto grafico chiama in causa il funzionamento del cervello, della sua parte emozionale e di quella più strettamente razionale.
Condizione indispensabile affinché possa essere svolta un'analisi grafologica è che il testo oggetto d'indagine sia scritto con la massima spontaneità e naturalezza. La grafologia consente di individuare numerosi aspetti della personalità di un individuo: è possibile esaminare le caratteristiche qualitative dell'intelligenza ( prevalenza di intuito o riflessione, capacità di analisi e sintesi, logica, attenzione, capacità di concentrazione, ecc.) e le principali modalità comportamentali (timidezza, socievolezza, spontaneità, ecc.).
È interessante, in questo contesto, soffermarsi a considerare come la prevalenza di razionalità o di passionalità possa essere notata nella scrittura di un individuo. Molto in generale, si può affermare che ogni gesto che rallenti il movimento del flusso scrittorio, limitandone in qualche modo la spontaneità, rappresenti un freno che la ragione opera nei confronti della passione. Una scrittura che si muove in maniera fluida e spontanea, con rapidità di esecuzione, senza eccessiva cura nella realizzazione e magari anche con un po' di disordine, può indicare una personalità impulsiva, che si lascia guidare dall'immediatezza del sentimento, senza che quest'ultimo sia pesantemente filtrato dalla razionalità.
Sono vari i segni grafici che, invece, sono indice di freno e di inibizione del sentimento; ad esempio, un eccesso di cura e di ordine nella stesura di uno scritto molto frequentemente ne riduce la spontaneità: spesso, infatti, la ricerca di un'elevata qualità va a scapito dell'immediatezza e della quantità. Così, anche le scritture che denotano un movimento di esecuzione lento, dovuto questa volta all'insicurezza del soggetto, non possono che indicare anch'esse la prevalenza della ragione sul sentimento: è ben noto come le persone fortemente timide ed insicure vaglino con grande attenzione tutte le loro sensazioni, mostrando grande cautela nell'esprimere i propri sentimenti e nel lasciarsi guidare da essi.
Anche le grafie che presentano grande rigidità e strettezze tra lettere possono denotare carenza di slancio affettivo. La stessa carenza può essere evidenziata da scritture estremamente ridotte nelle dimensioni: gli individui caratterizzati da questo tipo di scritture risultano poco espansivi e sostanzialmente timidi. In essi sono notevoli lo spirito di analisi e la capacità di concentrazione; caratteristiche che, evidentemente, rendono tali soggetti più razionali che passionali.
Le persone che, invece, sanno dosare con ragionevole proporzione razionalità e passionalità avranno grafie caratterizzate da un ottimo connubio tra movimento e forma, da una buona organizzazione del contesto e, più in generale, da un giusto equilibrio di tutti gli elementi grafici.
Francesco Maugeri
[1] Così ha affermato Giuseppe Ricuperati nella relazione di bilancio tenuta al Seminario "Narrare il Settecento" (organizzata dalla Società italiana di studi sul secolo XVIII e tenutosi ai Giardini di Naxos nei giorni 29-31 maggio 1997). Al seminario è intervenuta sul tema del novel l'acuta studiosa Rosamaria Loretelli, autrice, tra l'altro, di una Storia di vagabondi, Torino, Eurelle, 1993 (del quale cfr., in particolare, il capitolo quinto dedicato al tema "verso un nuovo modo di narrare" e della stessa autrice, Aspects of Kame's Elements of Criticism in Transactions of the Eighth International Congress on the Enlightenment, III, Oxford, The Voltaire Foundation at the Taylor Institution, 1992).
[2] A proposito di Hume non si deve dimenticare che in ambito filosofico egli, anche dopo l'insuccesso del Treatise, adottò la forma letteraria degli Essays. A proposito del passaggio dal 'Trattato' al 'Saggio' e dell'allargamento del pubblico editoriale avvenuto negli anni cruciali della carriera di Hume, si veda il sempre utile libro di G. Carabelli, Hume e la retorica dell'ideologia, Firenze, La Nuova Italia, 1972, in particolare il capitolo I. Il passaggio dalla forma del 'Trattato' a quella del 'Saggio' è stato ricordato da Alberto Postigliola nell'ambito del Seminario "Narrare il Settecento" a proposito della scrittura filosofica che impone un sapere in cui la ragione metodologica si impone sul razionalismo sistematico.
[3] Cfr. G. Ricuperati, relazione di bilancio al Seminario "Narrare il Settecento".
[4] Cfr. D. Demetrio, Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano 1996, pp. 68-69.
[5] D. Demetrio, op. cit., p. 192.
[6] D. Demetrio, op. cit., p. 193.
[7] Fu l'arrière grand père di Montaigne, Ramon Ayquem o Eyquem che, dopo essersi arricchito nel commercio all'ingrosso delle arringhe e del vino, acquistò nell'ottobre del 1477 il castello e la tenuta. Da allora la famiglia acquisì il diritto di chiamarsi "de Montaigne". Il primo della famiglia a stabilirsi nel castello fu il nipote di Ramon e padre del filosofo. Per notizie più dettagliate sulla famiglia si veda, tra l'altro: Théophile Malvezin, Michel de Montaigne, son origine, sa famille, Slatkine Reprints, Genève 1970 (nuova edizione Bordeaux 1875). Notizie sulla famiglia di Montaigne si trovano anche in À la recherche du texte authentique des Essais, introduzione agli Essais di Montaigne, riproduzione in facsimile dell'Exemplaire de Bordeaux del 1588 (annotato da Montaigne) in un'edizione presentata da René Bernoulli e pubblicata con l'ausilio della Bibliothèque Municipale di Bordeaux, Slatkine, Genève - Paris 1987.
[8] La visita della torre di Montaigne si può fare da gennaio a maggio e in novembre e dicembre (tutti i giorni, salvo il lunedì e il martedì, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 17.30). A giugno, settembre e ottobre (tutti i giorni, salvo il lunedì e il martedì, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 18.30). Luglio e agosto, tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.30. Chiusura annuale dal 2 gennaio al 5 febbraio. Tel. 0553-586393; e-mail: tourmont@aol.com.
[9] L'espressione arrière-boutique si trova, come vedremo, nel saggio De la solitude.
[10] Così lo definisce Jean Starobinski nel suo Montaigne en mouvement, Gallimard, Paris 1982; tr. it., Il Mulino, Bologna 1984, p. 18.
[11] Nel settembre del 1565 Michel sposa la figlia di un collega al Parlamento di Bordeaux, Françoise de la Chassaigne. Da lei avrà sei figlie, di cui solo Léonor gli sopravviverà. Sulle vicende della vita di Michel e della famiglia de Montaigne, oltre il già citato libro di Malvezin, si faccia riferimento, tra l'altro, all'Introduzione a Montaigne, Laterza, Roma 2001 curata da Renzo Ragghianti.
[12] Alla vista di queste pagine riprodotte, la mente corre a quello splendido esemplare autentico del 'Manoscritto di Bordeaux', gelosamente custodito nella Bibliothèque Municipale di Bordeaux. L'esemplare è riposto in una stanza blindata che contiene manoscritti e libri rari di famosi bordolesi (si pensi al 'fondo Montesquieu', donato dall'ultima erede del barone di Secondat). Ringrazio Alberto Postigliola e Catherine Volpilhac per avermi dato l'opportunità di accedere a queste sale e alla conservatrice, Madame de Belaigne, per avermi mostrato l'esemplare e per avermi aiutato nel lavoro sulla copia facsimile del Manoscritto di Bordeaux e su altri libri custoditi in quella sezione.
[13] Cfr., per la storia di queste edizioni, almeno l'Introduction à la recherche du texte authentique des Essais di René Bernoulli, cit., pp. 15 ss.
[14] Nel 1574 Montaigne aveva interrotto il proprio ritiro per raggiungere le truppe reali del duca di Montpensier, per partecipare alla presa di Fontenay -le -Comte e per compiere una missione presso il parlamento di Bordeaux al fine di provvedere alla difesa della città, in caso di attacco ugonotto.
[15] Nota Guido Piovene nell'introduzione al Viaggio in Italia (Bari, Laterza 1991): "[...] A Montaigne, uomo nemico della noia e dell'ozio, piace la natura amena, lavorata, abitata, in cui l'opera umana e l'elemento naturale non si possono mai dividere. Anche se, come vedremo, Montaigne si dilunga molto sui disturbi dovuti al 'mal della pietra' e ai disturbi intestinali, è evidente la sua curiosità e il suo interesse per la vita che conducono gli italiani" (p. XVI). Esiste una letteratura molto ampia che si riferisce alla 'passion de la tristesse', alla melanconia di Montaigne. A questo proposito si veda René Bernoulli, Essai médico-psychologique sur Montaigne in "Bulletin de la Société des amis de Montaigne", 29-30, 1979, pp. 37-47; Jean Starobinski, Montaigne en mouvement, tr. cit., e in particolare la bibliografia; Olivier Pot, L'Inquiétante étrangeté. Montaigne: la pierre, le cannibale, la mélancholie, Paris, Honoré de Champion, 1993; Fr. Charpentier, La passion de la tristesse in "Montaigne Studies", vol. IX, n 12, 1997, pp. 35-50.
[16] Il viaggio in Italia è stato definito "l'arrière-boutique des Essais" in "Bulletin de la Société des amis de Montaigne", 39 serie, n 13, 1960, pp. 14-21.
[17] Durante il 'viaggio termale', beve molta acqua di varie fonti e si immerge in Toscana ai Bagni di Lucca. Vicino a Siena si immerse a Bagno Vignone (allora si chiamava Bagno della Vigna). Egli annota che in questo luogo si trova assai a suo agio. Riceve grande accoglienza dalla gente: "Da vero si pareva ch'io fussi ritornato in casa mia", cit., p. 318. Ancora gli vennero segnalati "andando verso Roma [ ...] poco distante dalla maestra strada, i bagni Bagnoacqua, quelli di Siena e di Viterbo (luoghi che visita tutti. La città di Viterbo piace a Montaigne; nota infatti "bella città, belle strade d'aspetto gradevole" e che "ha tre bellissime fontane", p. 146). Andando verso Venezia gli vengono segnalati quelli di Bologna e poi quelli di Padova" (cit, passim).
[18] A Ferrara rende visita al Tasso, ricoverato all'ospedale di Sant'Anna (cfr. Essais, II, 12), ma in quella città visita anche "chiese, giardini e case private" e tutto quanto si indicò di notevole (cfr., Viaggio in Italia, cit., p. 127).
[19] Op. cit., p. 127.
[20] Op. cit., p. 174.
[21] Op. cit., pp. 184-188.
[22] Op. cit., p. 340.
[23] Sono parole di J. Starobinski, Montaigne, tr. cit., p. 19.
[24] "[...] bien choisir les thresors qui se puissent affranchir de l'injure: & de les cacher en lieu, où personne n'aille, & lequel ne puisse estre trahy que par nous mesmes. Il faut auoir femmes, enfants, biens, & sur tout de la santé, qui peut, mais non pas s'y attacher en maniere que nostre heur en despende. Il se faut reseruer une arriereboutique , tout nostre, toute franche, en laquelle nous establissions notre vraye liberté & principale retraicte & solitude" , in De la solitude in Les essais de Michel de Montaigne, ed. n. chez Michel Blageart, Paris 1640, p. 138; tr. it., in Saggi a cura di F. Garavini, Adelphi, Milano 1966, p. 315.
[25] Cfr. J. Starobinski, Montaigne, tr. cit., p. 25.
[26] Cfr. De l'Institution des Enfants in Essais, tr.cit., pp.39-40.
[27] Cfr. De l'oysiueté in Essais, tr. cit., p. 40.
[28] Cfr. J. Starobinski, Montaigne, tr. cit., p. 46.
[29] Cfr. De l'affection des pères aux enfants in Essais, tr. cit., p. 495.
[30] Cfr. De l'oysiueté,tr.,cit.,p.39.
[31] Si veda a questo proposito il bel contributo di Fausta Garavini, Le drame de l'anéantissement du sujet. A propos des Essais I, 4 in "Europe", Janvier-février 1990.
[32] Si veda a questo proposito J. Starobinski, Montaigne, tr. cit.
[33] Cfr. J. Starobinski, Montaigne, tr. cit., p. 43.
[34] Montesqieu, Lettres persannes, Gallimard, Paris, 1973, p.66 (Lettre 10)
[35] ibid., pp.84-85.