Il melting pot di Campana

Recensione alla raccolta di liriche Dialoghi con Luca, ed. "Il Ponte Vecchio", giugno 2003.

In questa raccolta è come se ci fosse un'eco di montagna in cui le parole rimbalzano tra una rupe e l'altra, parole dette da un coro che "racconta i fatti in prima persona" (p. 47), dal sapore certo non tragico ma elegiaco sì, come in molti classici greci.

Perché questo gioco stilistico che porta l'autore, a rischio d'apparire esagerato, a travalicare il mondo, di minori pretese, della poesia, per entrare, anche se solo con un piede, in quello più impegnativo del teatro, in cui, al momento, il protagonista parla solo con se stesso, anche quando ha di fronte a sé qualcuno, come nelle pièces pirandelliane?

C'è ansia in queste liriche, ansia di dire ciò che si è e che si vorrebbe, ansia di non poterlo dire del tutto, come se si volesse mettere in preventivo una rincorsa verso qualcosa d'irraggiungibile. C'è il gusto di non poterla raggiungere nel mentre la si cerca.

Grande questo Stefano Campana! Da dove gli viene questa maestria linguistica, lui che non insegna certo ai suoi allievi i segreti delle metonimie e sineddoche di cui va ghiotto?

Ci vuole talento per dare l'impressione di un cavallo o di una macchina in corsa, come nei film americani, dove in realtà è tutto fermo ed è solo lo sfondo a muoversi.

Questo è un poeta che corre, che vuole correre, anche se non ti dice verso dove, forse perché nemmeno lui lo sa o forse perché non è in fondo importante saperlo. Ciò che conta non è la preda ma la caccia, non il topo ma giocarci e divertirsi.

Ci sono, è vero, elementi trasversali a molte poesie: la pacificazione delle genti, il culto dell'amicizia personale, l'esigenza di una memoria storica, il gusto di diversificare le esperienze, di mescolarsi con la varietà, con tutto ciò che è altro: si pensi ai riferimenti etnici, ma anche ai viaggi, reali non immaginari, in terre molto lontane dalla sua pur amata Romagna.

A volte gli elementi sono così pregnanti, ancorché sintetici, che paiono come l'ossatura ideale di un romanzo, un intreccio finemente psicologico cui non resta che aggiungere i tanti dettagli della carne, la cosiddetta vita quotidiana, da raccontare ovviamente con un registro diverso, più calmo, meno esagitato, benché nel romanzo contemporaneo (Tondelli docet) il ritmo giochi un ruolo chiave.

Questo è un poeta che se vuole fare il salto di qualità verso forme espressive più discorsive, più accessibili al vasto pubblico, deve anzitutto ridurre la "mancanza di spazio e di tempo"(p. 42), "masticare le parole"(p. 17) e soprattutto uscire dalla sua "casa interiore"(p. 28), dove il rifugio lo protegge e buttarsi in quella mischia che può anche far pagare salati prezzi.

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25/11/2012