STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


GESU' E LA CANANEA
(Guarigione della figlia di una sirofenicia)

Mc 7,24-30

24Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25Subito una donna che aveva la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo, appena lo seppe, andò e si gettò ai suoi piedi. 26Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. 27Ed egli le disse: "Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". 28Ma essa replicò: "Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli". 29Allora le disse: "Per questa tua parola va', il demonio è uscito da tua figlia". 30Tornata a casa, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n'era andato.

Mt 15,21-28

21Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio". 23Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: "Esaudiscila, vedi come ci grida dietro". 24Ma egli rispose: "Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele". 25Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: "Signore, aiutami!". 26Ed egli rispose: "Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini". 27"È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni". 28Allora Gesù le replicò: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri". E da quell'istante sua figlia fu guarita.

COMMENTO

Marco colloca questo episodio subito dopo un cocente smacco del Cristo in occasione di quella che i vangeli sono soliti chiamare "moltiplicazione dei pani", evento prodigioso con cui i redattori vollero mistificare una situazione sicuramente di natura politica. "Da allora - spiega meglio Giovanni - molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui"(6,66). Il rifiuto di diventare re secondo lo schema davidico classico, in cui un messia liberatore, alla testa di un movimento (che in questo caso sarebbe stato di origine galilaica), sufficientemente armato e agguerrito, avrebbe cercato di imporre con la forza ai giudei l'esigenza di compiere quanto prima un'insurrezione nazionale contro i romani e i loro collaborazionisti in terra d'Israele: questo rifiuto li aveva profondamente delusi, e la delusione fu così grande che Gesù, che considerava avventuristica quella richiesta, arrivò persino a chiedere ai Dodici se volevano andarsene (Gv 6,67).

Dopo quella débâcle egli si vide costretto a limitare il proprio insegnamento alla ristretta cerchia degli apostoli più fidati ovvero dei discepoli più fiduciosi, e ciò fino a quando non si fosse reso necessario l'ingresso definitivo nella capitale giudaica per l'ultima verifica, quella della disponibilità da parte dei partiti progressisti ad accettare l'idea di un'insurrezione nazionale in cui nessun gruppo etno-politico avrebbe potuto esercitare un'egemonia sugli altri.

Correlativamente al fatto che Marco non spiega il motivo per cui la cosiddetta "moltiplicazione dei pani" doveva servire per celare una rottura politica tra Gesù e i galilei, che sarebbe risultata molto sconveniente per il rapporto antagonistico tra quest'ultimi e i giudei (fatti passare nel suo vangelo come i veri artefici della crocifissione), viene posta, con una sutura un po' approssimata, la critica di Gesù alla cosiddetta "tradizione degli antichi", ovvero a quei precetti e a quelle pratiche rituali che i rabbini e i farisei avevano aggiunto alla legge mosaica, pretendendo che provenissero per via orale dallo stesso grande legislatore; tutta una normativa minuziosa che in non pochi aspetti contraddiceva più o meno apertamente lo "spirito" delle leggi antiche.

In particolare Gesù contesta il fatto che un cibo preso con mani impure possa contaminare la coscienza di chi lo mangia: cosa che, messa in relazione con l'attività politica, voleva in pratica dire quanto fosse fallace l'idea di chi sosteneva il valore dell'umana dignità, dell'identità nazionale, all'interno di un regime oppressivo, basandosi su aspetti del tutto formali ed estrinseci. Qui in sostanza si lasciava intravedere la necessità che per vincere lo sfruttamento di Roma occorresse anzitutto essere meno settari nel proprio ritualismo e più aperti alla condivisione di una sofferenza comune, riguardante anche popolazioni non ebraiche.

Tuttavia Marco, essendo il suo Cristo del tutto spoliticizzato, non può far vedere le cose come le abbiamo descritte: il "suo Gesù" non va in terra pagana con l'intenzione di saggiare la situazione in vista di un'insurrezione in Palestina, ma ci va come maestro e taumaturgo, seppure in incognito.

Qui, poiché ci troviamo di fronte a un ennesimo caso di guarigione ultramiracolosa, bisogna fare almeno una premessa per non cadere in equivoci. Noi non possiamo escludere a priori che Gesù fosse anche un guaritore di malattie psico-somatiche, cioè di malattie fisiche che avessero la loro origine in fattori mentali, e ci risulta del tutto irrilevante cercare di dimostrare come certe guarigioni, che vanno oltre queste condizioni umanamente accettabili, siano state del tutto inventate. Quel che escludiamo categoricamente è che Gesù si sia servito dei suoi supposti poteri pranoterapici o bioradianti per sostenere la propria messianicità o la propria divinità. Se questo è assodato, si possono anche analizzare i racconti di guarigione come "segni" (se vogliamo nell'accezione giovannea) di qualcosa che esplicitamente i redattori cristiani non potevano o non volevano dire, cioè come ricostruzioni mistificate, quindi non semplicemente mitologiche, di realtà dal contenuto sociale o politico (tanto più che qui si ha a che fare con una guarigione a distanza, che si presta più di altre ad essere caricata di significati simbolici).

Poiché questa pericope viene giudicata molto antica, è possibile risalire all'ideologia primitiva del cristianesimo petrino passando proprio attraverso una mistificazione. Non è da escludere, in tal senso, ch'essa rifletta la presenza di circoli missionari del cristianesimo antico intenti a giustificare una predicazione fra i pagani, che non metta però in discussione la pretesa ebraaico-cristiana di considerare il Cristo come "inviato di Dio per i destini di Israele". Da notare che nella predicazione di Paolo non ci si avvaleva di racconti miracolistici per dimostrare la fondatezza della nuova fede, ma è noto che il paolinismo rappresenta un'evoluzione del petrinismo, ovvero la capacità di trasferire il mito dal miracolo alla speculazione teologica, per cui si dovrà dimostrare che tale pericope non può rientrare nella tradizione paolina.

In questo racconto Gesù e alcuni suoi discepoli compiono un viaggio nella zona siro-libanese, terra pagana e nemica del giudaismo, provincia romana confinante a nord con la Galilea: l'interesse straordinario che gli imperatori avevano per la conquista della Palestina era proprio connesso alla necessità di collegare la provincia siriana con quella egizia, evitando nel mezzo delle popolazioni ostili.

Già abbiamo visto che l'ingresso in questo territorio e la critica della tradizione rabbinica vengono collocati da Marco subito dopo l'incomprensione delle folle al seguito di Gesù circa la natura democratica del suo progetto rivoluzionario: non è quindi un caso che quanto più gli ebrei si mostrino refrattari all'esigenza di realizzare un nuovo regno senza autoritarismi di sorta, tanto più Gesù si avvicina al mondo pagano, dimostrando così l'importanza relativa del preteso primato d'Israele. Qui la mistificazione redazionale è davvero antica, tipicamente petrina, poiché si sfrutta quell'incomprensione per togliere al Cristo qualunque caratteristica politica e, nel contempo, si pone il paganesimo su uno stesso piano etico rispetto all'ebraismo: vi è in nuce il passaggio dal Gesù storico al Cristo della fede, dal Cristo liberatore al Figlio di Dio redentore, benché non in una forma "pura" come quella definita dal paolinismo, in quanto al Cristo si vogliono ancora salvaguardare delle tracce di "messianismo politico".

Il vero contenuto eversivo del vangelo di Marco sta unicamente nel fatto che i giudei non possono più pretendere, rispetto ai pagani, una superiorità aprioristica, ipostatizzata, ma devono semplicemente dimostrarla coi fatti. Preso in sé e per sé, questo, se vogliamo, non era un aspetto che contraddiceva le posizioni politico-rivoluzionarie del Cristo, e tuttavia il petrinismo lo ha voluto usare proprio in questa direzione. Ecco perché le falsificazioni vanno considerate più sofisticate delle mere invenzioni di eventi mai accaduti. E' evidente infatti che al Cristo poteva apparire del tutto naturale che fintantoché gli ebrei non sentivano la necessità di coniugare rivoluzione a democrazia, si era costretti a rinunciare all'obiettivo dell'insurrezione nazionale, limitandosi a far capire quella necessità almeno ai suoi discepoli più fidati, che evidentemente avevano ancora bisogno d'essere formati alla scuola della democrazia, ma questo non significava affatto dover rinunciare definitivamente a qualunque progetto di liberazione nazionale. Semmai si poteva verificare se negli ambienti pagani, sottoposti a una medesima oppressione romana, vi potessero essere appoggi esterni alla rivoluzione, specie negli ambienti ebraico-ellenistici.

Viceversa, Pietro si servirà di questa apertura politico-universalistica del Cristo per negare l'esigenza di una insurrezione armata in Israele, ponendo quindi le basi per un'uguaglianza etica tra pagani ed ebrei, priva di prospettive politiche rivoluzionarie. Pietro da un lato tollerava i cristiani di origine ebraica quando rivendicavano l'ebraicità del Cristo, e dall'altro permetteva ai cristiani di origine pagana di credere in lui come redentore universale. Tale ambiguità - come noto - verrà severamente contestata da Paolo.

Nella regione di Tiro, una grande polis sulla costa mediterranea, Gesù non giunge con l'intenzione di fare qualcosa di pubblico; del suo arrivo - scrive Marco - "voleva che nessuno lo sapesse". Le circostanze però non gli sono favorevoli: "entrato in una casa, non poté restare nascosto". Chi era la persona cui aveva voluto far visita? Molto probabilmente un ebreo ellenista già incontrato in Galilea (al cap. 3,8 Marco aveva parlato di gente proveniente da Tiro e Sidone, intenti - aggiungiamo noi - ad ascoltare il nuovo leader politico della Galilea): dal lago di Genezaret al confine vi erano soltanto 50 chilometri. Tiro era una città molto grande ma è dubbio che qui Marco voglia dire che vi fosse proprio entrato: Matteo, che pur copia da Marco, parla delle "parti" di Tiro e Sidone.

Entrando nella casa di quell'anonimo ebreo ellenista Gesù, rendendosi conto della propria popolarità, s'era raccomandato di non rivelare a nessuno la propria presenza, ma, evidentemente, qualcosa non deve aver funzionato, o per cause soggettive, dipendenti dalla volontà di quello stesso padrone di casa, o per cause oggettive, indipendenti dalla sua volontà.

Qui però appare strano che una donna sirofenicia, e dunque del tutto pagana, possa entrare in quella stessa casa. Ebrei e pagani si frequentavano assai poco sul piano domestico, a meno che un pagano non volesse diventare un proselite: quali e quante giustificazioni dovrà dare Pietro per il suo incontro col centurione Cornelio di cui si parla negli Atti degli apostoli (10,28)! Solo ai mercati e nelle fiere era possibile un contatto, dopo il quale comunque bisognava scrupolosamente rispettare un cerimoniale purificatorio. Dunque qui appare evidente che il redattore abbia voluto mostrare come per il Cristo non esisteva più quella abissale differenza di etnia cui gli ebrei erano particolarmente attaccati.

E fin qui il racconto non ha nulla di inverosimile. I problemi nascono quando la postulante lo implora di guarire la figlia indemoniata. Son poche le cose che riusciamo a capire. Certamente la donna conosceva bene il nome di Gesù, che qui associa a una sua attività taumaturgica, già registrata nel vangelo di Marco, e doveva conoscere anche il lato "umano" della sua personalità, la sua apertura interetnica, la sua disponibilità per i bisogni della gente. Il redattore parla di figlia "indemoniata", ma di fronte alla gravità di certe malattie la primitiva mentalità d'allora attribuiva indiscriminatamente al "demone" la causa dell'impotenza umana.

La donna, che Marco definisce "greca" di cultura e "sirofenicia" di nazionalità, non porta con sé la figlia, non s'aspetta una guarigione a distanza, ma che Gesù esca da quella casa ebraica ed entri nella sua. Non può non sapere che il politico Gesù, per motivi di sicurezza in quella terra straniera dominata dai romani, aveva necessità di restare nell'anonimato.

Si noti anzitutto che nel racconto la donna non viene descritta né come un'ebrea ellenista né come una proselite pagana intenzionata a diventare ebrea. Ora, ammesso e non concesso che Gesù fosse un guaritore, sarebbe stato, per una donna del genere, molto difficile ottenere qualcosa sia andando in Galilea, dove lui agiva abitualmente a favore degli ebrei, sia restando in Siria, ove lui è capitato casualmente e senza intenzione di fare alcunché per nessuno, proprio per motivi di sicurezza.

Alla sua richiesta infatti Gesù risponde con due rifiuti: "lascia prima" e "non è bene". "Lascia prima che si sfamino i figli" è un'espressione ebraica che implica il riconoscimento di una precedenza d'onore dei giudei dovuta al rango di "figli", il "popolo eletto" di cui si parla in Dt 14,1 e Is 43,6, mentre, al contrario, si riservava il termine di "cani" ai pagani.

Qui inizia la mistificazione redazionale. Si faccia attenzione ch'essa non inizia quando si vuole presentare un Gesù taumaturgo (cosa che al massimo potrebbe far pensare a un'"invenzione"), e neppure quando si circoscrive il suo messaggio di liberazione a una semplice elargizione di favori terapeutici (cosa già vista nel vangelo marciano), ma proprio quando lo si fa parlare come non avrebbe mai potuto fare un politico in cerca di alleanze contro Roma. Nel vangelo di Giovanni è chiaro sin dall'inizio che Gesù, pur essendo giudeo, non pone differenze di principio tra giudei, galilei e samaritani.

Bisogna ora cercare di capire come può essere nato un racconto del genere. I vangeli non sono stati scritti mentre Gesù era in vita, ma molti anni dopo la sua morte, quando Gerusalemme era già stata distrutta dai romani e non esisteva più alcuna nazione israelitica: che senso poteva avere riportare un episodio in cui si vuole rimarcare una differenza sostanziale, quasi di "diritto divino", tra ebrei e pagani? Già al tempo di Gesù la superiorità etico-politica del popolo ebraico era stata infranta dalla forza delle armi romane e dall'imposizione di un sistema economico particolarmente oppressivo. Immaginarsi un leader politico ebreo che rifiuta un rapporto proficuo, di collaborazione politica, con pagani a lui interessati, solo perché è di origine ebraica, sarebbe stato ridicolo, tanto più che dopo il 70 il movimento cristiano dovrà per forza rivolgersi di prevalenza ai pagani, se vorrà svilupparsi.

Si noti anzitutto l'incongruenza del racconto evangelico: Gesù - stando al v. 24 di Marco - si trasferisce in territori pagani dopo aver criticato duramente le abluzioni dei farisei, le loro regole dietetiche, l'uso strumentale delle offerte religiose..., facendo discorsi che negano le diversità etnico-religiose tra ebrei e pagani, e non a caso il redattore inserisce qui dei racconti (sicuramente inventati) di derivazione pagana o comunque ambientati in territori pagani, che non risultano, è vero, più significativi di quelli elaborati a favore degli ebrei, in quanto chiaramente dipendenti da quest'ultimi a livello di contenuto, di messaggio etico-religioso, ma che hanno comunque il pregio di indicare la fine dell'aristocraticismo giudaico-nazionalistico. E tuttavia qui il Cristo parla come un ebreo vincolato al primato d'onore della propria patria.

Non solo, ma proprio nel momento in cui Gesù, criticando duramente i farisei (che qui rappresentano i giudei agli occhi dei galilei, in quanto alla fonte di Marco vi è Pietro), finisce col porre sullo stesso piano etico ebrei e gentili, quest'ultimi si comportano come ebrei di basso livello, chiedendo miracoli. Cioè proprio nel momento in cui si prospettava la possibilità di un'intesa politica con popolazioni non ebraiche per una insurrezione contro Roma, da un lato il Cristo viene presentato come un ebreo tradizionalista, seppur disposto a fare delle eccezioni, dall'altro i pagani si limitano a chiedere la soddisfazione di interessi privati.

La precedenza d'onore sostenuta da Gesù ("lascia prima") implica qui un diverso svolgimento dei tempi, cioè una diversa "economia salvifica", in cui l'esigenza di una liberazione politico-nazionale viene mistificata dalla trasformazione del Cristo in un redentore morale, il cui potere taumaturgico, a un vero seguace, di vera fede, dovrebbe risultare del tutto irrilevante. Qui la cosiddetta "impurità" o "indegnità" dei pagani viene messa in relazione alla dimensione del tempo, ovvero a una causa oggettiva, indipendente dalla volontà di quelle popolazioni. Nel senso che quando sarà compiuta la salvezza (o liberazione) degli ebrei, verrà il momento anche per loro.

Un'impostazione della strategia operativa del Cristo in questi termini non ha senso per due ragioni: 1. quand'egli era vivo il "prima" o il "dopo" non dipendeva da fattori extrastorici o metafisici, ma semplicemente dal fatto che allora gli ebrei erano, tra tutti i popoli mediterranei, quelli più risoluti ad opporsi ai romani, e il movimento nazareno non rifiutava certo appoggi da parte dei "greci", come già spiega Gv 12,20; 2. dopo la morte del Cristo e la fine di Israele sarebbe stato assurdo, nell'ambito della comunità cristiana, continuare a porre un primato d'onore, di tipo etico-religioso, a favore di un'etnia politicamente sconfitta. L'integrazione dei popoli, che prima sarebbe potuta avvenire sul piano della collaborazione politica, ora, dopo la morte del Cristo, veniva impedita su quello etico-religioso, quando proprio l'ideologia petro-paolina aveva trasformato il messia liberatore in un figlio di dio redentore dell'umanità. E' quindi evidente che questa pericope riflette una sorta di compromesso tra una presenza cristiana dell'ebraismo tradizionale (che si rifà al petrinismo) e una nuova presenza cristiana di derivazione ellenistica (che si rifà al paolinismo).

Da notare in tal senso che la versione matteana appare ancora più chiusa di quella marciana, ideologicamente bloccata: Gesù è altezzoso e interviene non per le insistenze di lei, che pur l'aveva riconosciuto come "figlio di Davide", ma per quelle degli apostoli. Peraltro, la traduzione interconfessionale italiana (Ldc Abu) traduce "cani" per Matteo e "cagnolini" per Marco. In tal caso però non si tratterebbe di un insulto, come in Mt 7,6 o Fil 3,2 o Ap 22,14s., ma di un riferimento generico ai pagani come "cani randagi", mentre la donna, parlando di "cagnolini domestici", intendeva proporsi come sua seguace.

In verità, già l'Antico Testamento aveva spesso parlato dell'inclusione dei pagani nelle benedizioni del tempo della salvezza messianica (Is 2,2-4; 41,10-17; 45,14s.; 60,3; Sof 3,8-10), ma l'interpretazione dominante di questi passi associava il messianismo al nazionalismo, per cui di fatto, tra ebrei e gentili, continuava a regnare profonda ostilità e inimicizia.

Ciò che la pericope non riesce a spiegare è il motivo per cui si voglia ribadire una gerarchizzazione, seppur condizionata da un tempo provvisorio e soggetta a eccezioni dovute alla fede personale dei postulanti, quando di fatto, al momento della stesura del testo, non aveva più senso non solo quello storico primato ma alcun tipo di precedenza. Si obbliga cioè il Cristo a sottolineare una speciale elezione divina quando, come politico, l'avrebbe ritenuta assolutamente controproducente ai fini della resistenza armata antiromana, e quando, come redentore - secondo l'immagine falsificata di Pietro -, non avrebbe avuto alcun senso ribadirla, proprio perché al fallimento politico del movimento nazareno e alla disfatta d'Israele nel 70 i cristiani reagiranno affermando l'uguaglianza morale di ebrei e gentili. Quindi questa pericope è davvero antica e non può essere stata scritta dopo che Pietro decise di andarsene definitivamente dalla Palestina.

Pur essendo una mistificazione del "vangelo di Gesù", i vangeli canonici hanno la pretesa di unificare un processo oggettivo d'integrazione dei popoli, all'interno di un unico sistema economico dominante (quello schiavistico romano), con la realtà, in via di sviluppo, di una nuova concezione culturale, quella appunto cristiana, che si pone semplicemente l'obiettivo di "umanizzare", in una visione religiosa della vita, le sovrastrutture di tale sistema, ritenuto politicamente ineludibile. Inserire una pericope del genere in una prospettiva cristiana di così largo respiro, che ambiva a superare la mentalità nazionalistica dell'ebraismo tradizionale, se non avrebbe avuto alcun senso sul piano politico, che senso poteva avere su quello religioso? Tanto più che nello stesso vangelo di Marco il primo a riconoscere la "divinità" al Cristo crocifisso è proprio il centurione romano!

Nella logica di questo vangelo il sentimento di una speciale elezione divina, legato all'appartenenza specifica ad un'etnia, perde ogni ragion d'essere, anzi, essendo già forte il risentimento galilaico nei confronti dei giudei, ritenuti i principali responsabili della morte del Cristo, a maggior ragione si sarebbe dovuto vedere in questo vangelo una naturale predisposizione verso tutte le realtà pagane interessate alla figura del Cristo. Per l'evangelista Marco non è più in gioco, in maniera ipostatizzata, né la dignità del popolo ebraico, né l'indegnità di quello pagano, in quanto, da un lato, non basta la precedenza d'onore per acquisire la salvezza, meno che mai per ottenerla automaticamente, e dall'altro la mancanza di tale precedenza non può certo impedire di ottenerla.

Considerando il contesto semantico del vangelo marciano in cui la pericope è collocata, viene da pensare che il significato di quest'ultima risulti contraddittorio anche rispetto a quanto il Cristo risponde alla richiesta della petulante cananea. Infatti, il Gesù redentore (secondo la visone petrina), le aveva fatto capire che si trattava soltanto di avere pazienza, di accettare un certo differimento nel tempo della salvezza religiosa, nel senso che non ci poteva essere virtù pagana in grado di accelerare l'uguaglianza dei due popoli. E tuttavia, secondo il vangelo di Marco, quella uguaglianza tra ebrei e gentili si verificherà non dopo che gli ebrei avranno "accettato" il vangelo di Cristo, ma dopo che l'avranno "rifiutato". Cioè nella pericope si sarebbe dovuto sostenere che Gesù non poteva far nulla per i "cani" proprio perché ancora non era ancora stato crocifisso dai "figli", ovvero che in via eccezionale, a motivo della particolare fede della cananea, egli poteva anticipare qualcosa, ma unicamente per ribadire che l'uguaglianza tra i due popoli sarebbe avvenuta soltanto quando il velo del tempio si sarebbe squarciato. Invece nella pericope il Cristo si presenta come un ebreo che fa un favore a titolo personale a una pagana degna di fiducia, riconfermando però nello stesso tempo la diversità dei ruoli storici, proprio perchè è un Cristo ambiguo, non del tutto "religioso" ma ancora parzialmente "politico", interessato a non dare alla "salvezza" un contenuto esclusivamente mistico.

Questa pericope non può essere stata scritta da Marco, né può provenire da ambienti galilaici favorevoli all'ellenismo; anzi sembra essere stata elaborata in ambienti farisaici convertiti al cristianesimo, poiché qui non si è in presenza di un ridimensionamento etico-culturale di una concezione aristocratica della vita, ma del tentativo di ricostruire quell'aristocraticismo in nome del cristianesimo. Il Cristo può concedere una grazia particolare (il "pane") all'individuo pagano in due maniere: o all'interno di un territorio ebraico (ovvero all'interno di una comunità cristiana composta da elementi pagani minoritari che riconoscono la loro inferiorità etica e culturale), oppure, se all'esterno, in forma del tutto privata e ufficiosa.

Che continui a persistere, nell'ambito della comunità cristiana, un senso di superiorità dei giudeo-cristiani nei confronti dei cristiani di origine pagana è ben attestato anche dal fatto che nella pericope il redattore ha voluto contrapporre il "pane" della salvezza alle "briciole" della guarigione fisica. I pagani non appaiono "idealisti" come gli ebrei, ma "materialisti", disposti a credere solo dopo aver ottenuto un favore personale. Lo dirà anche Giovanni nel racconto, molto somigliante a questo, del figlio del funzionario Cuza: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete"(4,48). Se si tratta di concedere un favore soltanto per un senso di pietà personale, è giusto che il Cristo vi si opponga. Se i pagani vogliono diventare cristiani, devono dimostrare d'essere almeno all'altezza del più piccolo degli ebrei.

Nella sua replica la donna conferma il "diritto" sostenuto da Gesù: rispetta la precedenza d'onore accettando la distinzione di "figli" e "cagnolini" e rispetta l'economia dei tempi differenti, mostrando di stimarsi non più di un "cagnolino", anche se, a titolo personale e in via del tutto eccezionale, spera di ottenere uno strappo alla regola. Proprio in forza di tale duplice rispetto, la cananea riesce ad ottenere quanto, di regola, sarebbe dovuto spettare, almeno in quel momento, soltanto agli ebrei.

E' raro vedere nel vangelo una persona replicare a Gesù senza rischiare, per questo, d'apparire impudente o di dire cose fuori luogo. Lo stesso appellativo di "Signore", usato per rivolgersi a lui, è in Marco del tutto eccezionale (cfr 11,3) e indica indubbiamente la consapevolezza di una grande stima e considerazione. Questa donna sa di non poter avere con lui un rapporto diretto, personale, alla pari, che vada oltre la sua specifica richiesta; non si è offesa dell'epiteto di "cagnolini", anzi, ne ha colto l'occasione per strappare un favore altrimenti impossibile.

La filosofia esistenziale di questa donna, qui usata come simbolo della conversione cristiana da parte dei pagani, s'è dimostrata all'altezza del maestro: con lungimiranza essa ha compreso la differenza fra "cane" e "cagnolino", cioè fra animali selvatici e domestici, e quest'ultimi, pur essendo del tutto assenti nella tradizione ebraica, possono placare la loro fame di "giustizia" stando alla mensa degli ebrei cristiani padroni di casa. L'onore, il primato morale dei "figli" viene così rispettato, e con sottile arguzia essa mostra d'aver intuito che se la separazione tra "figli" e "cagnolini" è una distinzione di ruoli dovuta alle contingenze della storia, allora il pagano può, indirettamente, beneficiare della "grazia" elargita da Gesù agli ebrei senza fare un torto a nessuno. La ricchezza della mensa è tale che i "cagnolini", mansueti e fidati animali, ne possono fruire, non ancora come un "diritto", certo, ma come una benevola concessione.

Le esegesi di tipo confessionale non finiscono qui, ma proseguono col dire che la donna non solo comprese le differenze fra "cane" e "cagnolino" e fra "cagnolino" e "figlio", ma anche quella fra "pane" e "briciola", ovvero fra "vangelo" e "guarigione". Nel senso che mentre Gesù aveva fatto appositamente coincidere il "pane" con il "miracolo" richiesto, mostrando di non avere dei pagani una grande considerazione (essi hanno "fede" solo perché interessati a qualcosa), la donna invece opera una sottile distinzione fra "miracolo" e "vangelo". Sapendo cioè di non poter ancora ancora mangiare il "pane del vangelo", cioè di non poter diventare una discepola diretta del Cristo, essendo pagana, essa chiede soltanto le briciole del miracolo, facendo quindi una grande professione di umiltà. Non solo cioè aveva compreso che un favore gettato in terra pagana, senza la relativa disposizione d'animo in grado di valorizzarlo adeguatamente, rischiava di diventare un gesto inutile, ma aveva anche compreso che se avesse accettato, con umiltà, di appartenere alla mensa degli ebrei-figli come un cagnolino, forse avrebbe anche potuto ottenere ciò che cercava.

E' incredibile come l'esegesi confessionale non si sia accorta che questa donna, sapendo di essere pagana, chiedeva di appartenere ufficiosamente all'ebraismo di Gesù quando questo stesso ebraismo non faceva più distinzione tra ebreo e pagano di fronte alla necessità di eliminare l'imperialismo romano. O forse dobbiamo sostenere che dietro un racconto di guarigione s'è voluto celare un rapporto di tipo politico mediante il quale Gesù s'era assicurato un appoggio pagano che non voleva bruciare rendendolo pubblico? Se è così la pericope andrebbe completamente reinterpretata.

Quel che qui non si capisce è il motivo per cui la redazione cristiana pretenda un'adesione ufficiosa da parte di una pagana la cui fede viene riconosciuta e premiata dal Cristo (in Matteo addirittura si scrive che "grande" era la sua fede). Finzione per finzione, dopo essersi inventati la figura di un Gesù taumaturgo, nonché la possibilità di un esorcismo o comunque di una guarigione a distanza, che cosa costava alla chiesa inventarsi una sequela cristiana da parte della cananea? Non era forse stata la catastrofe del 70 a far capire in maniera inequivocabile che il primato d'Israele era finito? Non s'era forse deciso d'inserire nel vangelo di Marco un doppione del racconto dei cosiddetti "pani miracolati" per fare un favore esplicito alla presenza pagana dentro le comunità cristiane?

Tutta questa pericope ruota attorno a concetti come "ufficioso", "riservato", "incognito" che altra spiegazione non possono avere che quella della "sicurezza personale", la quale però nel testo viene mistificata col "primato d'onore" d'Israele, che non trova alcun riscontro né nella predicazione del Cristo né in quella di Paolo, e che in quella di Pietro può aver avuto, al massimo, alcuni deboli riscontri solo nella prima fase della sua attività postpasquale in Palestina.

Si fa fatica quindi a comprendere da dove venga fuori una pericope del genere, anche perché, a ben guardare, chi davvero riesce a superare le barriere interetniche e culturali fra Israele e paganesimo, dimostrando che il vangelo, per essere creduto, non esige alcuna vera precondizione, se non una disponibilità interiore, non è Gesù ma la stessa cananea. Cioè non sono i pagani che devono rispettare i tempi previsti dalla storia, ma sono gli ebrei che devono affrettarsi a recuperare il tempo perduto.

Alcune interpretazioni confessionali si sono spinte ancora più in là, nel tentativo di giustificare il diritto che aveva Gesù di assicurare agli ebrei una certa precedenza ontologica, mostrando che, nonostante l'esempio di buona fede da parte della cananea, essa aveva una figlia "indemoniata", cioè "impura", esattamente com'erano "impuri" i pagani (nell'immaginario ebraico); inoltre aveva creduto possibile una guarigione a distanza (unica nel vangelo marciano), appunto perché superstiziosa come i pagani; s'era prostrata ai piedi di Gesù, considerandolo alla stregua d'una divinità: cosa che un ebreo non avrebbe mai fatto, proprio per evitare il culto della personalità; infine, la figlia, una volta guarita, rimase simbolicamente a letto, non s'alzò come la suocera di Pietro, che prese a servirli di sabato, né come la figlia dell'archisinagogo Giairo, che mostrò d'aver fame.

Per la figlia della cananea non è ancora giunto il tempo d'alzarsi: non per la convalescenza, ma per la stessa immaturità del popolo cui appartiene. I pagani quindi non s'illudano: il diritto di precedenza ebraico rimane integro e l'eccezione alla guarigione miracolosa non fa che confermarlo, almeno fino a quando tutto non sarà "consumato". Attraverso l'umiltà la donna ha potuto cibarsi delle briciole del pane di vita, ma questa anticipazione, questo privilegio strappato col coraggio della fede deve restare vincolato al silenzio dei protagonisti.

Dove sta dunque la mistificazione in questo racconto? Nel fatto che la chiesa ha fatto agire Gesù come se fosse non uomo ma dio, ha quindi dovuto imporre alla donna una fede assolutamente straordinaria e poi ha concluso la pericope tenendo la donna separata dai cristiani di origine ebraica. Nonostante la sua fede, premiata dalla guarigione a distanza, lei non può diventare discepola diretta, in piena regola, paritetica agli altri seguaci provenienti dall'ebraismo, a meno che non riconosca definitivamente un proprio stato di inferiorità etnica e culturale.

Cristiani di origine ellenistica han voluto qui far valere i loro diritti sui cristiani di origina ebraica, ma vi sono riusciti solo in parte, proprio perché questo racconto risentiva visibilmente dei condizionamenti del galilaico petrinismo, che, conservando ancora tracce di messianismo politico-nazionale, non era stato ancora assorbito del tutto dal paolinismo astratto e universale.

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Aggiornamento: 23/04/2015