STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


IL CRISTO DEL IV VANGELO ERA ATEO?

I - II - III - IV

Secondo l'esegesi confessionale quando Cristo nel quarto vangelo si paragona espressamente a dio, lo fa per affermare una realtà esterna a sé, diversa (nella facoltà del generare) da sé, da cui egli dipende, come un figlio dal padre. In realtà egli voleva semplicemente dichiarare che l'uomo stesso è dio, cioè l'uomo in generale e non soltanto lui in particolare. Argomentiamo ora questa tesi.

Nel vangelo di Marco, il primo ad essere stato scritto, il rapporto tra Gesù e il concetto di "dio" o non viene preso in considerazione, in quanto Gesù si presenta come un semplice "figlio dell'uomo" o come "Gesù Nazareno", oppure viene espresso in forma mistica, per sottolineare che Gesù, per quello che diceva e faceva e soprattutto per come era morto, era l'unigenito figlio di dio (in tal caso anche l'appellativo "figlio dell'uomo" viene stravolto nel suo significato originario). Quindi in questo vangelo una certa teologia, abbastanza primitiva, si sovrappone a un ateismo spontaneo e naturalistico professato dal Cristo.

Nel quarto vangelo invece l'ateismo appare con un carattere cosmico-metafisico, nel senso che il Cristo sembra avere una consapevolezza molto forte non solo dell'inesistenza di un qualunque dio diverso dall'uomo, ma anche che l'uomo, nell'universo, rappresenta un qualcosa di speciale, paragonabile a una divinità.

Cioè là dove, nel vangelo attribuito a Giovanni, si parla di dio o di dio-padre, non andrebbe vista un'entità separata dal Cristo, ma piuttosto una sua intrinseca qualità, un attributo dello stesso Cristo, il quale è "figlio" nel senso che appartiene a una caratteristica universale, quella appunto della "paternità cosmica" o, se si preferisce, della "pro-creazione naturale della materia energetica". In quanto "figlio", Cristo, come ogni essere umano, mostra di avere in sé la qualità del generare e, insieme, dell'essere generato, dall'eterno, ovvero del creare, dell'essere creato e del ricreare, del produrre, dell'essere prodotto e del riprodurre, che è parte integrante della materia in movimento e dell'energia perenne, priva di confini spazio-temporali. Essendo di genere maschile, lui si sentiva figlio di una caratteristica "paterna", ma è evidente che questo ragionamento poteva valere anche per una donna, figlia di una caratteristica "materna", che, non a caso, nel quarto vangelo viene chiamata "paraclito", cioè "pneuma", l'originale e femminile "ruah" ebraico, il "soffio vitale".

Sicché quando si dichiara "dio" o "figlio di dio", egli vuol semplicemente dire che non c'è nessun dio che gli sia estraneo o separato e che questo va naturalmente considerato vero per ogni essere umano, alla cui specie egli appartiene completamente. Insomma il Cristo dà l'impressione di sapere con esattezza che cosa di essenziale vi sia nell'universo. Una qualunque separazione dei concetti di "dio" e di "Cristo" comporta una mistificazione del concetto di "ateismo", che qui dovrebbe essere usato proprio per indicare che nel Cristo i due concetti venivano tenuti uniti dal punto di vista dell'uomo.

Gesù professava in un certo senso l'ateismo proprio in quanto subordinava il concetto di dio a quello di uomo, intendendo la divinità come connaturata all'umanità, una umanità non solo sua, ma di qualunque essere umano. Gli ebrei ortodossi lo volevano lapidare proprio per questa ragione, perché negava che esistesse un'entità perfetta separata dall'uomo, ovvero perché attribuiva a un'entità imperfetta, quale appunto l'uomo, una caratteristica che non gli poteva appartenere a causa delle sue colpe, risalenti al peccato originale.

Quando gli dicevano: "ti lapidiamo perché ti fai come Dio" (Gv 10,33), ciò che non volevano e non potevano accettare era proprio l'idea che ogni uomo potesse considerarsi paragonabile alla divinità, unica e irripetibile per definizione. Ovverosia non lo volevano anzitutto lapidare perché voleva farsi dio in via esclusiva, negando questa possibilità agli altri esseri umani, ma proprio perché egli pretendeva che ogni uomo si considerasse alla stregua di dio, assumendosi quindi la responsabilità di negare l'esistenza a una entità totalmente diversa da quella umana, perfetta di natura e mai soggetta a corruzione.

E' stata l'interpretazione della chiesa cristiana che ha mistificato le cose, facendo credere che Gesù intendesse riferirsi a una propria esclusiva priorità extra-umana, e che gli ebrei lo volessero morto proprio per questo, cioè perché non volevano accettare che lui dicesse di essere l'unico figlio di dio: cosa che se veramente avesse detto, avrebbe in realtà, se non legittimato, certamente resa comprensibile la forte disapprovazione nei suoi confronti, in quanto un uomo che si considera dio in via esclusiva, può anche esser folle, e se pretende di avere dei seguaci, può essere anche pericoloso.

Gli evangelisti hanno poi calcato la mano, facendo vedere che i giudei rifiutavano di credere ch'egli fosse un dio nonostante avessero visto i suoi enormi prodigi (le guarigioni miracolose, ecc.). Non a caso fanno dire al Cristo: "Accettatemi almeno per le opere che faccio" (Gv 10,38), se non proprio per l'autodichiarazione di figliolanza divina, che pur mi sento legittimato a fare, come dovreste esserlo voi. Ma quelli, fatti passare dagli evangelisti come accecati dal loro orgoglio, non potevano fare distinzioni del genere, che sarebbero parse quanto meno sofistiche.

Che però la teologia cristiana non possa mistificare le cose in maniera assoluta, è dimostrato anche dal Prologo del quarto Vangelo, laddove si scrive che "Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere" (v. 18). Qui è evidente che si vuol fare di dio una realtà separata dal Cristo, ma se questo versetto venisse portato alle sue estreme e più logiche conseguenze, difficilmente si potrebbe contestare chi ritenesse che, in definitiva, dio e Cristo sono la stessa persona; sicché la diversità fondamentale tra Cristo e gli uomini starebbe non tanto in questa natura ontologica, quanto piuttosto nella consapevolezza di una identità esistenziale, avente valore universale: lui sapeva di essere "dio"; invece noi, di noi stessi, ancora non lo sappiamo, anche se ora sappiamo che se lui ha avuto questa pretesa, nulla può impedire a noi di fare lo stesso. Infatti - dice ancora l'autore del Prologo - "a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio" (v. 12), cioè di essere come lui, consapevoli che l'unico dio è l'uomo.

Quelli che hanno la sua stessa consapevolezza riescono a superare quell'ateismo volgare di chi dice d'essere nato dal "sangue", dalla "carne", dalla "volontà umana" (v. 13), approdando finalmente a quell'ateismo scientifico di chi, essendo "nato da dio", è consapevole della propria vera origine. Non c'è colpa che possa sminuire questa divinoumanità intrinseca a ogni essere umano.

L'autore di questo Prologo non se l'è sentita, pur essendo cristiano, di fare del Cristo un'entità ontologica diversa o separata dall'uomo, più simile a dio che all'uomo; anzi, è stato costretto ad ammettere che all'uomo, per diventare dio, è sufficiente credere in colui che ha avuto il coraggio d'esserlo sino in fondo, dimostrandolo nei fatti - la grazia - e nelle parole - la verità - (v. 17). Non c'è colpa che non possa essere perdonata, proprio perché non esiste una divinità separata dall'umanità.

Il massimo che si può concedere all'esegesi cristiana è quello di considerare il Cristo come una sorta di "prototipo dell'umanità", specie là dove viene detto, nel Prologo, che "per suo mezzo fu fatto il mondo che viviamo" (v. 10). Ma in tal caso il Cristo non sarebbe stato altro che un messaggero extra-terrestre, venuto sulla terra a ricordare agli uomini, umani come lui, che hanno un'origine divina come la sua e che solo per causa loro se la sono dimenticata: l'unica vera condanna quindi può essere solo un'autocondanna. Quindi nessun dio esterno a noi ci attende nel cosiddetto "aldilà", ma solo una diversa esperienza umana e naturale, proprio perché - e qui Cristo lo dice esplicitamente, sfuggendo per miracolo alle manipolazioni dei redattori -: "E' scritto nella vostra legge: Io ho detto: voi siete dèi" (Gv 10,34).

IL CRISTO TRA MASSA ED ENERGIA

Se massa ed energia coincidono e Cristo - come dicono i cristiani - è "risorto", allora in lui vi era qualcosa di particolare, ma questo quid, che è un'essenza, deve essere in qualche modo presente (per partecipazione) anche nell'essere umano, altrimenti son più le cose che non si spiegano di quelle spiegabili.

La differenza tra lui e noi sta nel fatto che massa ed energia in lui sono coincidenti in maniera assoluta; in nuovi invece solo in maniera relativa. Cioè la sua energia, per un motivo a noi inspiegabile, ha avuto bisogno subito di riprendersi la sua massa.

Questo però ci fa pensare che sia giusta l'idea dei cristiani di ritenere necessaria la "resurrezione dei corpi", per quanto forse sarebbe meglio usare il termine "reintegrazione potenziata".

La nostra essenza - che loro chiamano "anima" o "spirito" o "pneuma" - che pure continua ad esistere dopo la morte, ha bisogno di un "corpo", come avviene tra gli aristotelici "atto" e "potenza". Questa cosa, per certi versi, è incredibile. Infatti il nostro corpo tende naturalmente a disfarsi, a decomporsi. Di quale corpo ha bisogno l'anima (o la psiche) per esprimersi al meglio?

L'energia ha bisogno di una massa equivalente, nella sostanza e nella forma, in quanto ognuno dei due elementi deve trovare nell'altro il proprio sostentamento, la propria caratterizzazione. Un'anima, nell'universo, non saprebbe come utilizzare un corpo terreno.

Anima e corpo devono convivere, coesistere. Quindi il corpo che avremo non sarà esattamente identico a quello terreno. Avrà maggiori capacità, non potrà invecchiare, si sposterà alla velocità della luce, brillerà come le stelle, avrà infinite capacità creative: dovrà popolare l'intero universo. L'unica cosa che non potrà fare sarà quella di leggere il pensiero, poiché la legge fondamentale dell'universo, e cioè la libertà di coscienza, non potrà mai essere violata.

Tuttavia questo "corpo nuovo" dovrà per forza avere qualcosa che già adesso abbiamo, in nuce, su questa terra, poiché siamo tutti "figli dell'universo". Questo qualcosa è appunto il legame (sinolo) che unisce i due elementi: massa ed energia devono potersi influenzare reciprocamente, rispettandosi nella loro diversità e anzi avvalendosene. Come riescano a stare uniti non ci è dato di sapere: sappiamo solo che non possiamo tenerli divisi.

Resta però da spiegare perché il Cristo ha avuto bisogno subito di riottenere il proprio sinolo. E resta anche da spiegare se questa ricomposizione sia avvenuta motu proprio o in virtù di un intervento esterno. Se è vera questa seconda ipotesi, allora hanno ragione i cristiani a parlare di un dio-padre; se invece è vera la prima, allora non esiste alcun dio. In tal caso noi avremmo a che fare con un individuo umano che, apparentemente, sembra molto particolare, e non sarebbe da scartare l'idea di considerarlo come una sorta di "prototipo dell'umanità", di cui questa non è altro che un "prodotto derivato", avente, in potenza, medesime caratteristiche (quanto all'immagine e alla somiglianza), tra cui le principali sono l'eternità come esistenza e l'infinità della coscienza.

Gesù Cristo cioè sarebbe un soggetto di tipo "universale", afferente, per intrinseca qualità o natura, alla dimensione dell'universo, ed egli sarebbe giunto sulla terra come una sorta di "extraterrestre" - i cristiani usano la parola "incarnazione" - per ricordare agli uomini una cosa che avevano dimenticato, e cioè che la loro provenienza e il loro destino è l'universo; sicché - questa appare la conseguenza più logica - tutto quanto essi fanno su questa terra non potrà non avere conseguenze su quello che domani dovranno fare nell'universo, e quello che dovranno fare sarà appunto di "umanizzarlo".

La terra è un prodotto dell'universo, così come gli uomini sono stati generati dal loro "prototipo", il quale, evidentemente, non può avere solo caratteristiche maschili: il principio dell'universo non è monadico ma dualistico.

La cosa su cui riflettere maggiormente è che il Cristo non ha semplicemente comunicato un'informazione (quella relativa alla necessità di vivere umanamente), ma si è lasciato coinvolgere così tanto nelle vicende umane da finire sul patibolo. Quindi l'informazione - che i cristiani chiamano "rivelazione" - doveva essere particolarmente importante. Nel senso che il nostro destino nell'universo dipenderà molto dal comportamento che avremo saputo tenere su questo pianeta.

Questo spiega il motivo per cui Cristo non ha detto nulla di ciò che gli uomini dovranno fare nell'universo. Non poteva rischiare che essi fossero indotti a posticipare a una situazione ultraterrena il compito di risolvere i loro problemi più cruciali. Sarebbe stata una scelta anti-pedagogica, controproducente. Gli uomini devono imparare ad essere umani su questa terra: il resto verrà da sé.

Del tutto ingiustificati e illusori sono quindi stati i tentativi di presentare il Cristo come un essere sovrumano, dall'essenza divina. L'unico indizio che nel Cristo ci sia qualcosa di particolare, non ancora spiegabile, perché non riproducibile, è la sindone, trovata nella tomba vuota: è l'unico elemento ambiguo del Nuovo Testamento, in quanto tutto il resto va considerato mistificante. E non meno ridicoli sono stati i tentativi, da parte di atei e persino di credenti, di considerare falso quel reperto storico: infatti si comprende che i vangeli mentono proprio perché è vera la sindone, la cui immagine impressa lascia credere che si trattasse di un leader politico sovversivo.

Tuttavia essa deve rimanere un semplice indizio, su cui non si può elaborare alcuna teoria, anche perché dobbiamo presumere che il Cristo non abbia fatto assolutamente nulla per far capire agli uomini ch'egli era più che un uomo. Tutto quanto ha detto o fatto era alla portata degli esseri umani, e ogni interpretazione che vada al di là di questa constatazione, è arbitraria.

Noi sappiamo soltanto che per essere "umani", nell'universo, dobbiamo prima dimostrarlo su questo pianeta. A noi è data soltanto la garanzia dell'immortalità, cioè del legame organico tra anima e corpo. Tutto il resto dipende dalla nostra volontà.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Religioni - Nuovo Testamento
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Aggiornamento: 23/04/2015