STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


CRISTO POLITICO
Archeo-biografia secondo Giovanni

Premessa

Dei quattro vangeli canonici solo due meritano d'essere esaminati, quello di Marco, che è fonte principale di quelli di Matteo e di Luca, e quello di Giovanni, il cosiddetto IV vangelo, fonte autonoma per eccellenza.

Marco fu un discepolo di Pietro, e Giovanni, dopo aver letto il suo vangelo, scritto sicuramente dopo la catastrofe del 70, si sentì in dovere di scriverne uno proprio, evidentemente perché s'era reso conto che l'interpretazione che Pietro aveva dato degli avvenimenti di Gesù Cristo non andava considerata come l'unica possibile.

Se questa spiegazione è vera, allora bisogna dare per scontato che Giovanni non abbia tanto voluto "riscrivere" la storia della vita di Gesù, quanto piuttosto fare delle precisazioni su quegli episodi che necessitavano, secondo lui, di rettifiche interpretative.

Questo spiega il motivo per cui, mentre Marco s'è concentrato, al 90%, sull'attività di Gesù in Galilea, Giovanni invece ha preferito dedicare la sua attenzione all'apostolato svolto in Giudea (1).

Senonché, quando Giovanni Zebedeo scrisse il proprio vangelo, nella comunità cristiana dominava l'interpretazione di Pietro, anzi quella di Paolo di Tarso, che, pur partendo dalla versione petrina dei fatti, l'aveva svolta in maniera tale da renderla totalmente indipendente dalle radici semitiche che aveva. Paolo infatti, quando predicava, si rivolgeva prevalentemente ai pagani o "Gentili", ma dopo la sua morte non ci sarà più nessun cristiano che si rivolgerà agli ebrei.

Questo per dire che il vangelo di Giovanni non può essere considerato identico a quello che scrisse: doveva per forza essere "revisionato" da redattori il cui "cristianesimo" fosse conforme a quello petro-paolino. Possiamo dire, in via generale e in riferimento a tutti i vangeli canonici, che le interpolazioni sono tanto più spiritualistiche quanto più ai fatti riguardanti la vicenda del Cristo veniva data, in origine, un'interpretazione di tipo politico.

Possiamo comunque considerarci fortunati se dell'apostolo Giovanni, nonostante le censure e le manipolazioni "cristiane" (senza dimenticare la totale devastazione della Palestina compiuta dai Romani, che per quasi duemila anni, p.es., ci ha impedito di leggere i rotoli di Qumran), siano riusciti a sopravvivere sia l'Apocalisse che il suddetto vangelo. Totalmente estranee invece dobbiamo ritenere le tre lettere che gli vengono attribuite, in quanto molto vicine all'ideologia dei suoi falsificatori (Papia di Gerapoli, p.es., parla di un certo Giovanni l’Anziano, come di uno che, intorno al 140 d.C., in Asia Minore, era capace di narrare le cose dette e fatte da Gesù; nella sua Storia ecclesiastica Eusebio sostiene che a Efeso vi erano le tombe di due Giovanni).

Detto questo, vediamo ora le differenze principali che rendono il vangelo di Giovanni un'alternativa esegetica a quello di Marco (o di Pietro).

Cristo e Giovanni Battista

La prima grande differenza riguarda i rapporti tra Gesù Cristo e Giovanni Battista. Se dovessimo basarci sui Sinottici, noi dovremmo essere indotti a considerare l'attività di Gesù come un prosieguo di quella del Precursore, il quale, al momento del battesimo, era già in grado di riconoscere Gesù come "figlio di dio" e quindi di considerare la sua "divinità" molto più importante della sua "messianicità". In virtù di tale riconoscimento, Gesù ovviamente non poteva avere difficoltà a farsi battezzare da lui.

Ciò fa supporre che, dopo la crocifissione del messia e dopo l'affermazione dell'ideologia petrina, battisti e cristiani dovevano aver realizzato un'intesa che soddisfava entrambi i movimenti: ai primi infatti veniva chiesto di credere nella resurrezione e quindi nella divinità del Cristo; in cambio i secondi avrebbero adottato il loro rito di purificazione morale, riveduto e corretto secondo la nuova impostazione religiosa.

Se invece leggiamo i primi quattro capitoli del vangelo di Giovanni abbiamo una versione dei fatti del tutto opposta. Quando Gesù incontra Giovanni non è per farsi battezzare, ma per compiere un atto eversivo: dimostrare con un gesto plateale che il Tempio di Gerusalemme era gestito da una casta sacerdotale completamente corrotta, o comunque totalmente incapace di aiutare la Palestina a liberarsi dei romani. Una casta che avrebbe fatto di tutto anche per impedire al Battista di diventare troppo popolare e men che meno di poter usare la propria popolarità per avanzare rivendicazioni di tipo politico.

L'incontro col Battista è finalizzato al progetto di cacciare i mercanti dal Tempio, dimostrando alla popolazione della città che le tradizioni religiose gestite dai sadducei e dai sommi sacerdoti risultavano non solo inutili per la resistenza antiromana, ma anzi ampiamente nocive.

Il Battista, che pur predicava moralmente contro la casta sacerdotale, fu colto politicamente impreparato. Pur avendo già molta popolarità, con cui cominciava ad essere temuto (non dimentichiamo che la sua comunità di riferimento era quella essena di Qumran), il suo messaggio pareva più etico che politico, più rivolto alle coscienze individuali che non alle masse popolari. E nei confronti delle tradizioni religiose non era così risoluto, nel giudizio negativo, come il Cristo.

Non se la sentiva di compiere un'azione che, pur essendo giusta nei confronti della casta sacerdotale, che svolgeva funzioni sia politiche che religiose, rischiava di apparire esagerata agli occhi dei semplici fedeli, quelli che credevano in buona fede nelle antiche tradizioni d'Israele, a dispetto della corruzione con cui esse venivano gestite. E così declinò l'offerta.

Il Cristo invece, in occasione del massimo afflusso di gente nella città santa, cioè durante la pasqua, con quella parte di discepoli che aveva lasciato le fila del Battista, decise di dimostrare che il Tempio non dava alcuna garanzia contro i Romani, essendo gestito da amministratori corrotti, e ne cacciò a frustate tutti i mercanti, senza che nessuno avesse il coraggio d'impedirglielo.

Anche i farisei rimasero sconvolti dall'ardire di quel gesto, al punto che uno di loro, Nicodemo, volle incontrare Gesù di nascosto, per fargli capire che una parte del suo partito, seppure molto minoritaria, aveva apprezzato la cosa.

Al tempo di Cristo, infatti, i farisei, a differenza dei cinici sadducei e degli opportunisti sommi sacerdoti, credevano ancora nella possibilità di una liberazione della Palestina, solo ch'erano incapaci di organizzare un vero movimento di massa con cui realizzare i loro sogni. I farisei erano molto attaccati alle tradizioni del passato, in quanto erano convinti che solo affermando una precisa identità culturale e religiosa si sarebbe potuto tenere unito il popolo e farlo sentire diverso dagli altri. Anteponevano, in sostanza, alle questioni pragmatiche di una politica di liberazione, quelle ideologiche di una politica di conservazione del meglio di Israele.

Nel dialogo con Nicodemo appare invece chiaro come, per il Cristo, i valori e le tradizioni religiose avessero perso molto del loro peso, a fronte della crescente oppressione esercitata in patria dallo straniero. Era quindi ora di compiere un'inversione di rotta.

Anche il Battista si rese ben presto conto che con quella "purificazione" il Cristo aveva mostrato di possedere una percezione della realtà che a lui appariva troppo radicale, e da allora infatti i rapporti s'interruppero.

Chi aveva reagito positivamente era però stata la popolazione, che cominciò a considerare i discepoli di Gesù più importanti di quelli di Giovanni, e quest'ultimi si lamentavano che quelli battezzavano di più (Gv 3,26).

Il partito nazareno, che pur non aveva appoggiato i nazareni al momento dell'espulsione dei mercanti, vedendo questa improvvisa popolarità, cercò di contattare il Cristo, come in precedenza avevano fatto col Battista, per vedere come strumentalizzare la cosa. Ma Gesù, per mettere alla prova la loro buona fede, se ne ritornò in Galilea passando per la Samaria. I samaritani erano odiati dai farisei, in quanto giudicati eretici (credevano solo nel Pentateuco e rigettavano il culto del Tempio di Gerusalemme): non l'avrebbero mai seguito entrando in quella regione. E infatti non lo fecero. Viceversa, i nazareni non ebbero alcuna difficoltà a incontrarsi coi samaritani.

Dunque quella prima rivoluzione, compiuta a Gerusalemme, s'era risolta in un successo a metà, in quanto se da un lato l'aristocrazia sacerdotale era rimasta al proprio posto, ancora scossa per non essere stata capace di reagire in tempo, dall'altro i due partiti, fariseo ed esseno, avevano capito che quello nazareno costituiva un nuovo interlocutore. Le masse avevano potuto constatare che qualcuno aveva ancora il coraggio di mostrare pubblicamente che le istituzioni giudaiche erano corrotte e che dal loro collaborazionismo nei confronti dei romani, non sarebbe emerso alcunché di positivo per le sorti del paese.

Al vedere entrare dei giudei e dei galilei in Samaria, l'accoglienza fu festosa: i samaritani non potevano credere alle loro orecchie quando Gesù diceva loro che il primato del Tempio era finito e che, per liberare la Palestina, non serviva pregare dio né a Gerusalemme né sul loro monte Garizim (dove peraltro già Giovanni Ircano nel 128 a.C. aveva distrutto il loro santuario). Le differenze ideologiche dovute a motivi religiosi andavano messe in secondo piano rispetto all'esigenza di unirsi tutti politicamente e militarmente contro Roma (2).

Quando, dopo essere stati in Samaria, tornarono in Galilea, l'accoglienza fu addirittura trionfale, poiché finalmente un "galileo" come loro aveva fatto capire ai giudei, con l'episodio eversivo del Tempio, che l'esigenza di liberarsi dei romani doveva essere portata avanti da tutto il popolo d'Israele, indipendentemente dalla volontà delle autorità politiche e religiose della capitale giudaica. Se l'intero popolo palestinese andava considerato più importante delle autorità che lo governavano, a maggior ragione non si potevano porre differenze di principio tra giudei, galilei e samaritani.

La questione del sabato

Quando Gesù, insieme ai suoi discepoli, tornò a Gerusalemme, in occasione di una nuova festività, la polemica, questa volta, non fu di tipo politico, ma di tipo ideologico: sulla questione del sabato, una questione che non riguardava la sola Giudea, ma l'intera Palestina. Una questione che, dal punto di vista culturale e religioso, era cruciale, poiché si venivano a toccare gli interessi di quanti, nel mondo "ecclesiastico", avevano fatto del sabato un motivo per affermare un determinato potere politico.

Il sabato infatti era un giorno sacro, andava interamente consacrato alla divinità, al punto che si era arrivati a sostenere, contro ogni buon senso, che durante tutta questa giornata l'ebreo devoto non dovesse fare assolutamente nulla di non religioso, neppure compiere un'opera di bene a favore di qualcuno. Qualunque tipo di "bene" compiuto poteva apparire sospetto, dettato da esigenze del tutto soggettive. Il sabato era diventato una sorta di idolo da adorare, poiché dava agli ebrei la percezione di sentirsi assolutamente "puri" almeno un giorno alla settimana e completamente "diversi" da tutti gli altri popoli.

L'intero capitolo 5 del vangelo giovanneo è dedicato all'idea di come rendere la legge al servizio dell'uomo, senza trasformare l'uomo in uno schiavo della legge.

Il vangelo affronta questo argomento parlando di un miracolo: la guarigione di un infermo presso la piscina di Betesda. Si comporta così perché, in occasione di quella disputa, il Cristo manifestò il proprio umanesimo integrale, nel senso che per dimostrare che bisognava farla finita con la schiavitù del sabato, egli si era servito di argomentazioni "laiche", non "religiose".

Tuttavia, siccome questa posizione non poteva apparire nel vangelo, i redattori cristiani han preferito far vedere ch'egli si sentiva autorizzato a trasgredire il sabato, in quanto, essendo "figlio di dio", poteva compiere un miracolo (in questo caso una guarigione) che agli altri uomini, ovviamente, sarebbe stato impossibile.

Ogniqualvolta s'incontra un racconto evangelico miracoloso, dobbiamo pensare che nel racconto o nell'episodio originario vi sarà stata una discussione in cui il Cristo manifestava apertamente la propria capacità di emettere giudizi autonomi, in quanto "libero pensatore", senza doversi necessariamente rifare a un'ortodossia di tipo religioso, la cui credibilità, peraltro, in quel momento, era ridotta a zero.

Il che non sta a significare che Gesù non abbia potuto sanare qualche malattia psico-somatica, ma semplicemente che nessuna guarigione venne fatta per dimostrare che lui era "dio". Per giustificare l'esigenza di spezzare le catene del sabato non c'era bisogno di compiere alcun miracolo, e gli ebrei, dal canto loro, non devono oggi sentirsi più colpevoli di non aver capito la "divinità" del messia a motivo del fatto che allora gli impedivano di compiere guarigioni miracolose.

Da tempo è noto che i redattori cristiani si sono serviti dell'escamotage dei miracoli non solo per dimostrare la "divinità" del Cristo, ma anche per dimostrare la "sotto-umanità" dei giudei.

I pani pseudo-moltiplicati

Il capitolo 6 del IV vangelo, se viene espunto da quell'assurda moltiplicazione dei pani e dei pesci, è particolarmente chiarificativo di ciò che avvenne quel giorno sul monte galilaico del Tabor.

Giovanni fa capire bene che la popolarità di Gesù in Galilea era diventata enorme. Tutti i vangeli, dovendo mistificare il Cristo politico con la figura del Gesù redentore, sono costretti a motivare quella popolarità, inventandosi delle spettacolari azioni miracolose, in grado di sovvertire non solo le diagnosi mediche ma anche le leggi della natura.

Purtroppo in questo brano non viene scritta una sola riga su ciò che Gesù disse alle folle su quel monte, ma possiamo facilmente immaginarcelo. I galilei infatti erano pronti per partire in massa per Gerusalemme, dove avrebbero estromesso i sacerdoti dalle loro cariche politiche e disarmate le guardie del Tempio e soprattutto la guarnigione romana, preparandosi così a organizzare l'insurrezione armata nazionale.

Volevano che lui diventasse "re d'Israele" alla stregua di un novello Davide. Il consenso c'era, le armi si sarebbero facilmente trovate. Dunque cosa aspettare?

Nel vangelo di Marco non si comprende assolutamente nulla di questo episodio: tutto viene ridotto a un gioco di prestigio, confermato da una plastica camminata sulle acque, con cui Gesù consola i Dodici "perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito"(6,52).

In Giovanni invece si ha l'impressione che l'episodio fosse di natura squisitamente politica. I galilei non volevano sono un "monarca" d'Israele, che s'imponesse sui rivali con tutta la forza possibile, mettendo al bando le regole della democrazia o comunque posponendole a liberazione avvenuta, ma volevano anche far vedere ai giudei che il vero "messia" d'Israele proveniva dalla loro terra, tanto disprezzata dai puristi dell'ortodossia religiosa. Volevano qualcuno che ripristinasse gli antichi splendori d'Israele, riscattandosi, nel contempo, agli occhi degli orgogliosi giudei.

"Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?", s'era chiesto Natanaele, uno dei primi discepoli giudei di Gesù? (1,46). Farisei e sommi sacerdoti la pensavano uguale: "Non sorge profeta dalla Galilea"(7,52). E l'intero popolo giudeo non era da meno: "Il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, la città di Davide"(7,42). Giovanni Zebedeo per fortuna non cadde nella patetica falsificazione di Luca e Matteo di far nascere Gesù a Betlemme.

I galilei, sul Tabor, non avevano ancora capito il senso della democrazia e si scandalizzarono al vedere che, pur in presenza di un consenso popolare così grande, il messia voleva porre delle condizioni con cui tutelare la libertà di scelta. Di fronte a quella massa istintiva ("pecore senza pastore", la chiama Mc 6,34), che lo avrebbe indotto a prendere decisioni affrettate, impopolari, indebolendo alla fine la compagine governativa che avrebbe dovuto fronteggiare la controffensiva romana, preferì dire di no, suscitando grande imbarazzo persino tra i suoi più fidati collaboratori, che, essendosi impegnati personalmente, con grande fatica, a organizzare quel movimento, quasi erano intenzionati a lasciarlo.

L'identità del messia

Al capitolo 7 si scopre subito una cosa che ci lascia interdetti, perché grave e senza precedenti nel IV vangelo: "i giudei volevano ucciderlo"(v. 1). E, per questa ragione, egli preferiva restare in Galilea.

Quali potevano esserne i motivi non è dato sapere, al momento, ma, stando a quanto abbiamo già detto e, considerando l'aumento notevole della sua popolarità in Galilea, possiamo ipotizzare fossero i seguenti:

  1. aveva minacciato l'autorità del Tempio e della classe sacerdotale;
  2. minava le tradizioni consolidate, violando esplicitamente il precetto del riposo assoluto del sabato.

Quindi, nel contempo, appariva eretico ed eversivo, tanto per i farisei quanto per i sommi sacerdoti. I galilei però erano fieri di questo, anzi, in occasione di una festa molto importante, quella delle Capanne, lo invitarono ad approfittarne per pubblicizzare il suo messaggio di liberazione nazionale nella capitale, nella convinzione che le autorità non avrebbero avuto il coraggio, in quel momento, di arrestarlo.

Gesù invece non aveva la stessa sicurezza e preferì restare in Galilea. Poi qualcosa deve avergli fatto cambiare idea (forse il timore di non apparire sufficientemente coraggioso), per cui decise di andarci lo stesso, ma quasi in incognito, con pochi discepoli. Da un lato doveva stare molto attento a come muoversi, dall'altro non poteva deludere le aspettative di chi aveva già ascoltato i suoi discorsi e visto di cosa era capace di fare. Ormai era già un personaggio "pubblico": doveva soltanto servirsi di questa prerogativa come scudo per ripararsi dagli attacchi delle istituzioni.

Tutto il capitolo 7 è un collage di brani aventi come unico tema l'identità del messia, cioè il dibattito sulla sua origine sociale, professionale, geografica... I giudei infatti si aspettavano un leader della loro etnia, intellettuale, guerriero, di stirpe nobile, non uno qualunque. E si chiedevano stupiti: "Come mai costui conosce le Scritture senza avere studiato?"(7,15), cioè senza aver fatto corsi regolari di studi avanzati negli istituti che licenziavano i "dottori in legge". La famiglia era forse così ricca da potersi permettere un precettore privato? Ma suo padre non era forse un carpentiere? (Mc 6,3)

Gesù non era un rabbino, non era iscritto a nessun "partito di dio", non frequentava le sinagoghe, se non quella di Cafarnao, da cui venne presto espulso: anzi i farisei minacciavano di scomunicare chiunque lo riconoscesse come "messia"(9,22). Di "religioso", in sostanza, non aveva nulla. Il fatto che conoscesse bene le Scritture appariva come un'anomalia, non solo perché chiedeva di violare il sabato, ch'era uno dei precetti fondamentali della Torah, ma anche perché l'interpretazione ufficiale, rigorosa, dei sacri testi era riservata a un personale specializzato, che aveva dovuto subire esami su esami per poter svolgere il proprio ruolo.

Gesù invece, pur conoscendo le Scritture (e nella fattispecie lo dimostra sottolineando l'incongruenza di chiedere da un lato il riposo assoluto in giorno di sabato e dall'altro di trasgredirlo per rispettare il precetto della circoncisione), chiedeva ai discepoli di giudicare "rettamente", cioè in maniera autonoma, confrontandosi liberamente con le interpretazioni ufficiali. Avrebbero, in tal senso, dovuto facilmente intuire che la sua violazione del sabato non si basava sull'affermazione di un arbitrio personale, ma per compiere oggettivamente un'opera di bene, non dipendeva dall'esigenza di contestare delle istituzioni autoritarie o delle tradizioni obsolete, ma per soddisfare un bisogno sociale. Come potevano i farisei non capire, dall'alto della loro cultura, la differenza sostanziale tra rispetto rigoroso della legge e condivisione del bisogno?

In effetti, alcuni di loro ammettevano questa possibilità, solo che la vincolavano a garanzie istituzionali sulla liceità della trasgressione. Parafrasando il testo giovanneo, è come se avessero detto: "Quando ci si dirà esplicitamente che, poste determinate condizioni, la regola può essere trasgredita, bene, potremo farlo tutti, ma tu non puoi farlo prima degli altri, prima che esista un permesso ufficiale".

In sostanza lo accusavano di essere un illustre sconosciuto, di non avere alcuna autorità per comportarsi in quella maniera: i capi non l'avevano ancora riconosciuto come "messia"(7,26). Cos'era, questo, se non un modo legalistico o burocratico, di affrontare il problema di come rendere le regole al servizio del bisogno?

Altri ancora, più possibilisti e meno schematici, si chiedevano se non fosse il caso di transigere su queste violazioni, in considerazione del fatto ch'egli aveva avuto il coraggio di opporsi apertamente alla corruzione della casta sacerdotale.

Al sentire però queste ammissioni di favore, "i farisei e i sommi sacerdoti mandarono delle guardie per arrestarlo"(7,32). Ma non vi riuscirono, poiché la folla era pronta a reagire se l'avessero fatto. In fondo stavano soltanto ascoltando delle parole, e persino i soldati del Tempio dovettero ammettere che non erano parole meritevoli di condanna: "Mai un uomo ha parlato come parla quest'uomo". Ma i farisei replicarono loro: "Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la legge, è maledetta!"(7,46ss.).

Di fronte a tanta intolleranza e prevenzione persino il fariseo Nicodemo, con tatto e diplomazia, si sentì indotto a chiedere, ai suoi colleghi di partito, se non fosse il caso di ascoltarlo e di sapere personalmente ciò che faceva (7,51). Ma, forti del loro rigorismo ideologico, gli risposero senza mezzi termini: "Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea"(7,52).

Era la chiusura preconcetta del potere arrogante, che dominava gli ambiti delle sinagoghe, cioè del giudaismo della base. In questo i farisei non erano molto diversi dai sadducei e dai sommi sacerdoti, che governavano invece i vertici delle istituzioni giudaiche. Era l'ipocrisia di chi voleva una liberazione della Palestina secondo rigidi schemi mentali, coi quali sarebbe stato impossibile ottenere un consenso di massa a livello nazionale.

Anche per il Cristo sarebbe stato impossibile organizzare un'insurrezione armata fin quando i dissensi tra giudei e galilei fossero rimasti così acuti. Bisognava prima convincere i giudei che sarebbe stato nel loro interesse avere i galilei dalla loro parte in una battaglia comune.

Ma non era ancora giunto quel momento, e fu costretto a nascondersi sul Monte degli Ulivi (8,1). Era la prima volta che lo faceva e non sarebbe stata l'ultima.

La professione di ateismo

Se fino alla festa delle Capanne era stato chiaro che chi voleva eliminarlo, per la violazione del sabato, erano le autorità giudaiche (del Tempio: sadducei e sommi sacerdoti, e delle sinagoghe: i farisei), ora, con la festa della Dedicazione, Gesù aveva deciso di fare un passo avanti e di tastare il polso della gente comune.

Parlando direttamente con quelli che, la volta precedente, avevano mostrato in qualche modo di credergli, voleva verificare fino a che punto sarebbero stati disposti a rinunciare a fare del loro atteggiamento nei confronti della religione un motivo per decidere se e come aderire alla rivoluzione antiromana. Voleva cioè toccare con mano quanto le convinzioni religiose avrebbero potuto condizionare il successo dell'insurrezione armata. Doveva infatti sapere prima se esistevano per il suo popolo delle questioni di principio, cui non si sarebbe mai voluto rinunciare.

Lo scoprì subito, anche perché i giudei, quando erano in gioco i princìpi, non andavano a cercare vie traverse. Quelli che sarebbero stati disposti a credergli, gli chiesero: "Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente"(10,24).

E qui è meraviglioso vedere come sul significato delle parole si possa equivocare al punto da poter sostenere tesi del tutto opposte. D'altra parte l'ambiguità del linguaggio umano non va considerato come un limite ma come una ricchezza, poiché la comprensione delle parole non è mai un fatto semplicemente lessicale, ma esistenziale, dipendente da dinamiche interiori, spirituali e culturali, come soltanto all'essere umano riesce.

Quando Gesù afferma: "Io e il Padre siamo una cosa sola"(10,30), i redattori cristiani erano convinti che il lettore avrebbe capito che si trattava di una professione evidente di teismo (ammesso e non concesso ch'egli abbia usato un'equivalenza così esplicita). Viceversa i giudei non potevano non cogliere in quella frase una professione inequivocabile di ateismo. Se infatti l'uomo si sente come dio, dio non può essere più grande di chi lo pensa.

E' vero che i redattori cristiani danno qui per scontata la divinità di Gesù, ma poteva farlo Gesù prima della propria "resurrezione"? Si rendono conto i cristiani che questa scontatezza ha un valore argomentativo equivalente a quello delle famose "prove dell'esistenza di dio", cioè zero?

Se dovessimo usare la tautologia per ipotizzare un tipo di dialogo tra due interlocutori, di cui uno vuole convincere l'altro della propria verità, rischieremmo di allestire un teatrino dell'assurdo:

- Voi non mi credete come messia perché non mi accettate come dio.
- E che prova ci dai che lo sei?
- Il fatto che lo sono.
- Dimostra di esserlo diventando messia!

A questo punto il coro o una voce fuori campo avrebbe potuto aggiungere:
- Se diventa messia non può dimostrare di essere dio.

Ma i giudei, attaccati come sono alla loro terra, avrebbero insistito:
- Che ci liberi prima dai romani, a dio penseremo dopo.

Naturalmente stiamo scherzando. In quel momento infatti, al sentire uno che si paragonava a dio, qualcun altro avrà cominciato a raccogliere da terra delle pietre. Per il reato di bestemmia non c'era neanche bisogno di denunciare il colpevole, lo si poteva lapidare direttamente sul posto e, di fronte a vari testimoni oculari, nessuno avrebbe avuto nulla da ridire.

Ora, che cosa avrà veramente voluto dire Gesù con quella frase? Noi escludiamo a priori la professione di teismo, in quanto sarebbe condivisa dai redattori cristiani, che in merito hanno un conflitto d'interesse. Tuttavia non è neppure possibile accettare ch'egli abbia fatto una professione di ateismo in termini così esclusivi.

Un uomo che si considera uguale a dio può anche essere un pazzo. Senza poi considerare che un uomo del genere gli ebrei l'avevano già: era l'odiatissimo imperatore romano (il "divino" Cesare, il "divino" Augusto...), la "bestia che veniva dal mare", come lo chiamava Giovanni nell'Apocalisse, scritta prima del vangelo.

Se il Cristo aveva bisogno di un'attestazione di fiducia di questo tipo, per poter governare come un dittatore, avrebbe aspettato un pezzo, anzi, avrebbe fatto meglio a espatriare, perché chiunque sarebbe stato disposto a denunciarlo. "Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio"(10,33).

Ma Gesù non aveva rivendicato un titolo esclusivo, riservato a lui solo, non aveva posto un'identità privilegiata con la divinità. "Non è forse scritto nella vostra legge: Io ho detto: voi siete dèi"(10,34).

Dunque i giudei avevano capito bene: Gesù (che qui sicuramente non può aver usato l'espressione "vostra legge") voleva affermare un'identità tra umano e divino, ma non avevano capito che se si fosse socialmente generalizzata questa convinzione, in modo che ogni uomo avesse di sé la medesima percezione, il popolo avrebbe potuto fare a meno dei sacerdoti.

Temevano da un lato la presenza di un messia dittatore, quale avrebbe potuto essere nel caso si fosse dovuta accettare la sua presunta divinità; ma nel contempo rifiutavano l'idea di un messia democratico, che mettesse in discussione le basi aristocratiche e classiste della loro società.

Non avevano capito che il modo migliore, dal punto di vista politico, di combattere il teismo dittatoriale degli imperatori romani non era quello di opporre un teismo alternativo, in cui pochi alleati avrebbero potuto credere (per quanto apparisse condivisibile l'idea di negare a ogni essere umano il diritto di equipararsi a dio), ma era quella di opporre un integrale ateismo, in virtù del quale si sarebbe potuto meglio agevolare lo sviluppo della democrazia. (3)

Se tutti gli uomini sono "dèi", non ha più senso dio, non hanno più senso i sacerdoti e il tempio, e nei confronti del potere e delle istituzioni il popolo si sentirà meno intimorito, più disposto ad agire in autonomia. L'ateismo non viene qui rivendicato per affermare un arbitrio personale, ma per alimentare la partecipazione popolare al governo diretto del paese.

Per tutta risposta, "cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro mani"(10,39). Questa volta però non poté salire sul Getsemani, perché probabilmente l'avrebbero ritrovato. "Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava"(10,40). Era una sorta di esilio forzato. Tuttavia - dice ancora l'evangelista - "molti andarono da lui... e in quel luogo molti credettero in lui"(10,41s.).

Quello era il luogo del Battista, che a quel tempo era già morto, giustiziato da Erode. Non è esagerato sostenere che anche molti discepoli del Precursore avessero deciso di diventare nazareni.

La pseudo-resurrezione di Lazzaro

La situazione si sblocca improvvisamente proprio mentre Gesù era autoesiliato in Transgiordania e, se dovessimo limitarci ai Sinottici, non ne capiremmo in alcun modo le ragioni.

Noi non sappiamo assolutamente chi fosse Lazzaro di Betania: Giovanni ne parla qui per la prima volta, dedicandogli tanti di quei versetti da lasciare stupito il lettore, anche in considerazione del fatto che nei Sinottici non c'è neanche una riga di questo episodio, anzi il nome stesso di Lazzaro non viene mai citato.

Peraltro l'evangelista descrive una delle due sorelle di Lazzaro, Maria, come se il lettore del suo vangelo l'avesse già conosciuta prima: "quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi coi suoi capelli"(11,2). Questa cosa, Maria, la farà più avanti, all'inizio del capitolo 12: perché anticiparla adesso, quando non ci sarebbe stato alcun motivo di confondere lei con un'altra donna avente lo stesso nome? Se un redattore ha voluto interpolare il passo facendo credere che questa Maria era la stessa prostituta descritta in Lc 7,37, ha sicuramente compiuto un'opera di disinformazione che a dir indegna è poco.

Maria infatti, per quanto tutta la pericope giovannea sia stata ampiamente e abilmente manipolata, allo scopo di censurare un evento di chiara matrice politico-militare, appare qui come una seguace diretta del messia, in grado addirittura di sapere dove egli, coi suoi discepoli, se ne stesse nascosto.

Lazzaro (o Eleazar) era stato sicuramente un leader messianico, che probabilmente - non essendo qui detto - aveva subito una grave sconfitta militare in uno scontro coi romani. Gesù doveva conoscerlo molto bene, e certamente era uno dei suoi alleati.

Quando le sorelle di lui dicono a Gesù: "Se tu fossi stato qui non sarebbe morto"(11,21.32), intendono ovviamente riferirsi al fatto ch'egli l'avrebbe difeso con successo sul piano militare, avendo più seguaci di lui.

E' difficile tuttavia pensare che Gesù non fosse stato informato in tempo della decisione che Lazzaro aveva preso di tentare un'azione di guerriglia o una qualche forma di insurrezione. Perché quindi non uscire subito dal nascondiglio e andarlo ad aiutare? La ragione la si capisce dalle obiezioni che gli muovono i suoi stessi discepoli: "poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?"(11,8).

Non avrebbe dunque avuto senso soccorrerlo da solo, senza l'aiuto dei discepoli, e quando alla fine la maggioranza di loro si decide a seguirlo, c'è ancora qualcuno, tra loro, che pensa che sarebbero andati là a morire tutti (11,16).

La situazione era indubbiamente pericolosa, non solo per l'ostilità manifesta dei capi giudei, ma anche perché il paese era sempre più controllato dai romani e dai loro collaborazionisti. Dai tempi del censimento romano (6 d.C.), i procuratori mandati da Roma a governare, più o meno direttamente, la Palestina erano stati uno peggio dell'altro, quanto ad avidità e prepotenza. Pilato non faceva eccezione.

Tuttavia Gesù comprende che la morte di Lazzaro poteva essere trasformata in un'occasione per riproporre alle folle giudaiche il tema di un'insurrezione armata nazionale, guidata dal movimento nazareno, che al proprio interno non faceva differenze di principio tra giudei, galilei e samaritani, e che non avrebbe permesso che le questioni ideologiche risultassero più importanti di quelle politiche e militari. Sui principi si sarebbe potuto discutere solo dopo essersi assicurati che i romani avrebbero lasciata libera la Palestina.

Il racconto di questa pseudo-resurrezione è interessante non solo perché costituisce uno spartiacque tra l'esilio forzato e la decisione di rientrare a Gerusalemme con intenti rivoluzionari, ma anche perché, con poche parole e quindi con grande maestria letteraria, Giovanni fa capire chiaramente, mettendo in risalto le differenze tra le due sorelle, che il progetto di liberazione del movimento nazareno possedeva elementi di caratterizzazione non solo sul piano politico ma anche su quello umano.

Al sentire che Gesù stava arrivando, la prima a corrergli subito incontro fu Marta, che gli disse: "Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, te la concederà"(11,21s.).

La prima frase è autentica, la seconda è manomessa. Il redattore, con furbizia, ha voluto qui anticipare una cosa la cui interpretazione sarebbe dovuta andare nel senso da lui voluto, quello mistico.

Ma se il testo è interpolato, doveva essercene un altro originario, e quale poteva essere? Proviamo a immaginarcelo con un piccolo sforzo di fantasia. Marta, con enfasi politica, può forse aver detto le seguenti parole: "Mi rendo conto che non hai potuto, perché Israele è più importante di mio fratello. Ora però che sei rientrato in patria non puoi tirarti indietro: la causa che vi univa era la stessa".

Dunque, Cristo, per esigenze politiche superiori non aveva potuto esporsi, ma ora che il suo alleato più fidato era stato eliminato e che Betania distava solo due miglia da Gerusalemme, poteva forse avere dei ripensamenti?

Gesù però le rispose che Lazzaro non avrebbe dovuto agire di sua iniziativa, senza concordare con lui le operazioni. Saper scegliere i migliori mezzi e metodi di lotta politica, è un'arte, il cui esito non può essere assicurato semplicemente dalla legittimità dell'obiettivo che ci si prefigge. Era una lezione di strategia politica, che Gesù diede a Marta. Non era questione di "volontà personale" fare o non fare la rivoluzione: era questione di saper leggere la realtà in maniera obiettiva, vagliando con cura il peso delle forze in campo.

Con Maria però non poteva fare o dire le stesse cose. Della famiglia di Lazzaro, Maria rappresentava il lato umano non quello politico (quello che in Lc 10,41 viene molto esaltato, facendo passare Marta, intenta nelle faccende domestiche, per una sempliciotta casalinga).

Dopo avergli detto la stessa frase della sorella: "Se tu fossi stato qui, lui non sarebbe morto"(11,32), e avergliela detta in ginocchio, piangendo, non aggiunse altro. E neppure Gesù disse una sola parola, anzi, vedendola così prostrata ai suoi piedi, si commosse e pianse con lei, suscitando una generale commozione tra tutti i presenti.

Il dolore personale aveva raggiunto il culmine, aveva toccato gli affetti: a Betania Gesù decise che sarebbe entrato a Gerusalemme per compiere la rivoluzione. Bisognava soltanto preparare accuratamente l'ingresso, in modo tale che sia le autorità giudaiche sia quelle romane si spaventassero al vedere l'enorme popolarità del suo seguito e rinunciassero a compiere in pubblico qualunque azione ostile.

I seguaci di Lazzaro si unirono ai nazareni nell'organizzare la cosa nel miglior modo possibile, attendendo il momento più favorevole: la pasqua.

Intanto i farisei e i sommi sacerdoti, avvisati dalle loro spie, convocarono, con molta preoccupazione, il Sinedrio, deliberando che il Cristo doveva assolutamente essere arrestato, con la motivazione che se l'avessero lasciato fare i romani avrebbero distrutto il Tempio e l'intera nazione (11,48).

Invece di allearsi con loro, in funzione antiromana, li avvertivano come pericolosi nemici interni, alla stregua di terroristi. Volevano anch'essi la liberazione d'Israele, ma salvaguardando i privilegi acquisiti. Guardando il popolo dall'alto in basso, erano persuasi che contro il colosso romano, ne sarebbero usciti sconfitti.

Fu proprio Caifa, il sommo sacerdote allora in carica, a farli decidere in maniera univoca e definitiva: "è meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera"(11,50). Il che voleva dire, in altre parole: "anche se ritenete che nei confronti del Cristo possano valere simpatie personali, cercate di guardare le cose oggettivamente, pensando alle conseguenze per l'intero popolo. E se anche temete che molti si ribelleranno alla morte del loro messia, sarà sempre meglio che vedere distrutta l'intera nazione. E' vero che dobbiamo liberarci dei romani, ma non potremo certo farlo fare a uno che non riconosce a noi alcuna autorità".

Il Sinedrio approvò, spiccando un mandato di cattura. "Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i giudei, ma si ritirò coi suoi discepoli a Efraim, in una regione desertica"(11,54), in attesa della pasqua.

L'ingresso messianico

E la pasqua venne e fu l'ultima. Pesava sulla testa di Gesù il mandato di cattura e i simpatizzanti della capitale si chiedevano se, per questa ragione, sarebbe venuto lo stesso.

Una settimana prima s'era recato di nuovo a Betania, dalle sorelle di Lazzaro, per rassicurarle della sua intenzione "messianica" e per mettere a punto gli ultimi preparativi.

Maria fu talmente convinta ch'egli avrebbe trionfato dei suoi avversari che prese a ungerlo come se avesse già vinto, usando un profumo così costoso da destare la riprovazione dell'apostolo Giuda, ferrato economista, il quale, evidentemente, non era del tutto convinto della riuscita dell'impresa e che in ogni caso avrebbe preferito devolvere il ricavato dell'unguento ai poveri. Al che Gesù gli obiettò che quel profumo gli era già stato assegnato da Maria per il giorno della propria sepoltura.

Nonostante lo scetticismo di Giuda, il giorno dell'ingresso messianico fu davvero trionfale. Le premesse c'erano tutte per zittire le autorità politico-religiose e disarmare la guarnigione romana. Stante il livello dell'ovazione popolare, in cui sicuramente molti dovettero apprezzare la scelta democratica e pacifista di entrare in groppa a un asinello, non ci sarebbe stato bisogno di alcun bagno di sangue.

Gli stessi farisei se ne resero conto: "Vedete che non concludete nulla? Ecco che il mondo gli è andato dietro!"(12,19). Resta un mistero con chi ce l'avessero: o era l'ala radicale del partito che rimproverava quella conservatrice di non aver capito la novità del caso Gesù; o forse era la critica che i farisei integralisti rivolgevano ai sadducei e sommi sacerdoti d'aver tollerato per troppo tempo i tentativi ideologicamente "eversivi" del Cristo, nonché politicamente pericolosi.

Noi non sappiamo se il quel momento il partito fariseo si stesse spaccando in favorevoli e contrari all'insurrezione; sappiamo soltanto - perché è lo stesso Giovanni a scriverlo - che "anche tra i capi molti credettero in lui, ma non lo riconoscevano apertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalle sinagoghe"(12,42).

Fra i tanti che in quel momento lo seguivano, vanno annoverati anche "alcuni greci"(12,20), a testimonianza che la sua fama aveva oltrepassato i confini e che esisteva persino la possibilità di un'intesa antiromana con alcune popolazioni ellenistiche, oppresse non meno di quelle ebraiche.

La cosa che più stupisce è che, nonostante questo incredibile successo, che sicuramente galvanizzò non solo i nazareni, ma l'intera città, facendo sperare in una rivoluzione imminente, Giovanni ad un certo punto scriva che, dopo aver fatto i suoi discorsi, "se ne andò e si nascose da loro"(12,36).

Che cosa sarebbe dovuto accadere perché egli non avvertisse la necessità di nascondersi? E perché viene detto che, nonostante quella grandiosa ovazione, "non credevano in lui"(12,37)? Prima di decidersi, Gesù aveva forse dato un ultimatum ai poteri costituiti ed essi l'avevano sdegnosamente rifiutato?

Nessuno ebbe il coraggio di arrestarlo, anzi, vien da pensare che in quel momento la guarnigione romana temesse seriamente la propria fine. Al cospetto di un'intera città in rivolta, le possibilità di un'efficace resistenza erano praticamente nulle; senza il soccorso di varie legioni, provenienti da Roma, non restava che arrendersi, sperando in cambio d'aver salva la vita.

Probabilmente i redattori cristiani, sapendo come poi andarono a finire le cose e dovendo far valere un'affermazione non politica ma "mistica" del messia, hanno preferito accentuare gli aspetti del dissenso interno, attribuendo interamente le ragioni della crocifissione alla volontà oppositiva dei capi giudei e dei farisei.

A ben guardare infatti, non si ha l'impressione, proseguendo la lettura al capitolo 13, che Gesù e i Dodici si stessero nascondendo (il Cenacolo era dentro le mura). Presso il Monte degli Ulivi si recheranno soltanto dopo aver cominciato a sospettare la possibilità di un tradimento o comunque di una manovra pericolosa del nemico.

Possiamo però ipotizzare che il Cenacolo fosse diventato il loro quartier generale, da cui sarebbero dovute partire tutte le indicazioni tattiche per la riuscita dell'impresa. Quindi era un luogo da tenere segreto: Luca dice espressamente che venne allestito solo da Pietro e Giovanni (22,8ss.). La tradizione vuole che il Cenacolo appartenesse al padre o a un parente dell'evangelista Marco, che allora era un ragazzino.

In quella stessa notte si doveva compiere la rivoluzione. L'ordine che Gesù diede a Giuda, di avvisare qualcuno, in maniera ultimativa, per sapere, da come avrebbe risposto, come ci si sarebbe dovuti regolare, era perentorio: "Quello che devi fare, fallo presto"(13,27). I Dodici e tutti gli altri discepoli attendevano con impazienza l'ultimo segnale prima della rivolta. Dal tempo che Giuda avrebbe impiegato per eseguire la consegna, si poteva finalmente avere un quadro generale della situazione, sapere esattamente su chi si poteva contare e chi no.

Giuda, tuttavia, non eseguì l'ordine o almeno non lo fece come gli era stato chiesto. Preferì lasciarsi condizionare dalle persone che doveva contattare, illudendosi di poter gestire la situazione autonomamente. Probabilmente anche lui, come i farisei, riteneva sì necessario liberarsi dei romani, ma prematuro il momento di farlo, temendo conseguenze catastrofiche per il suo paese.

Purtroppo però non solo non eseguì l'ordine alla lettera, ma rivelò anche al nemico dove si trovava il quartier generale dei rivoltosi e, quando la coorte romana e le guardie del tempio non vi trovarono nessuno, peggiorò ulteriormente la situazione accompagnando quella turba armata presso il Getsemani, dove altre volte si erano nascosti.

L'arresto e il processo

Che il Cristo fosse una persona democratica lo si comprende anche dal modo in cui volle gestire il proprio arresto.

Essendosi reso conto della grande sproporzione di forze in campo, propose agli avversari un patto: di consegnarsi spontaneamente, senza reagire, a condizione che i suoi potessero andarsene; in questa maniera non vi sarebbe stato spargimento di sangue, nessuno avrebbe rischiato la pelle.

Quelli accettarono, e i discepoli ne approfittarono per mettersi in salvo. Pietro, che prima aveva cercato di reagire impulsivamente all'arresto, colpendo di spada Malco, un servo del sommo sacerdote Anna (Anano ben Seth), suocero di Caifa, decise, insieme a Giovanni, di non fuggire ma di seguirli da lontano.

Gesù non venne portato subito da Caifa ma da Anna, che aveva tenuto la carica del sommo sacerdozio dal 6 al 15 d.C. e che al tempo di Caifa continuava ad essere una persona molto influente (ben sei sommi sacerdoti successivi saranno suoi figli o appartenenti alla sua famiglia: una cosa senza precedenti). Proprio con lui però era iniziata la serie di sommi sacerdoti la cui carica doveva sottostare al placet dei governatori romani.

Non si sa perché e come, ma Giovanni era conosciuto da Anna, perché, a differenza di Pietro, poté assistere al primo interrogatorio, molto breve, che gli accusatori fecero a Gesù.

Grazie alle sue conoscenze, Giovanni fece entrare nel cortile della casa di Anna anche Pietro, che poi si mise, insieme alle guardie che avevano catturato Gesù, attorno a un fuoco per scaldarsi.

Anna trattò Gesù come fosse un terrorista, chiedendogli di rivelare i nomi dei suoi collaboratori, e Gesù si difese dicendo d'aver agito sempre pubblico, quando ciò gli era possibile. Al soldato che lo colpì al volto, per non aver risposto come Anna avrebbe voluto, egli disse, dando una lezione di democrazia alle forze dell'ordine: "Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?"(18,23). Vengono qui in mente le parole di quei militari che di fronte a chi li accusa, a guerra finita, di aver compiuto massacri orrendi, si giustificano dicendo di aver semplicemente eseguito degli ordini.

Vedendo che non si otteneva nulla, Anna lo mandò da Caifa. Mentre uscivano dal cortile, Pietro, temendo di essere stato scoperto da un parente di quello cui aveva cercato di spaccare la testa, negò di essere un discepolo di Gesù.

Giovanni non nega l'udienza presso Caifa, ma, non riportando neanche una parola, è da presumere o che di essa non vi siano stati testimoni oculari al seguito di Gesù, oppure che il suo svolgimento fosse stato analogo a quella precedente. In entrambi i casi vi è una discrepanza notevole coi Sinottici, nei quali l'udienza fu particolarmente drammatica.

Caifa e tutto il Sinedrio accusavano Gesù di ateismo e lo condannarono a morte, ma, invece di eseguire la sentenza (cosa che avrebbero tranquillamente potuto fare, come anche vari anni dopo faranno con Giacomo Zebedeo, con Giacomo fratello di Gesù, con Stefano...), decisero di consegnarlo a Pilato, per farlo condannare come sedizioso.

Secondo Pietro, che scrive attraverso Marco, il motivo ufficiale per cui i sacerdoti consegnarono Gesù a Pilato era perché, contro la loro stessa volontà, voleva diventare "re d'Israele". Ma Gesù - secondo la versione di Pietro - non voleva affatto diventare "messia politico", sicché alla resa dei conti l'accusa era del tutto falsa e pretestuosa. In realtà, secondo Mc 15,10, egli fu condannato "per invidia". Invidia del fatto ch'egli aveva più popolarità di loro, più autorevolezza e credibilità ecc. Di conseguenza Pilato, soltanto per accontentarli ed evitare fastidi al proprio potere (Mc 15,15), accettò, obtorto collo, di crocifiggerlo. Agli occhi dei sacerdoti, dunque, Pilato appariva come un sovrano legittimo o comunque come un dato di fatto imprescindibile. (4)

Nel vangelo di Giovanni le cose sono invece capovolte. Pilato appare pienamente corresponsabile della morte di Gesù: al momento della cattura sul Getsemani era infatti presente una "coorte romana"(18,3), e quando i giudei portano Gesù al pretorio, Pilato li stava aspettando.

I sacerdoti danno l'impressione di voler consegnare Gesù per ricevere da Pilato dei trattamenti di favore. Anzi, gli fanno addirittura capire che se non lo condanna, andranno a riferirlo all'imperatore (19,12). Glielo consegnano perché sanno di non avere la sufficiente autorità (non legale ma morale) per condannarlo alla lapidazione. Temono una reazione popolare.

Pilato recita la parte dell'ingenuo, del giudice equidistante, che vorrebbe processare Gesù secondo le procedure romane. Anche lui teme di non avere sufficienti consensi per condannare un leader la cui popolarità in quel momento era enorme. Sa di dover trovare degli escamotage per convincere la folla antiromana a fare la scelta sbagliata.

Il primo è quello di far credere al pubblico di poter decidere chi salvare e chi condannare. E' disposto a rischiare che, mettendo alla pari un pericoloso sovversivo come Barabba e uno che lo stava diventando, la folla scelga di liberare Gesù. Ma la folla scelse Barabba, e Pilato ne approfittò immediatamente per far flagellare il Cristo.

Pilato era stato obbligato al processo farsa perché sapeva bene che non avrebbe potuto eseguire immediatamente la sentenza capitale ponendo Gesù sullo stesso piano di Barabba. Doveva compiacersi il favore di chi lo odiava in quanto occupante straniero.

Il secondo escamotage fu quello di presentare alla folla il Cristo orrendamente flagellato (dalla Sindone risultano più di cento colpi su tutto il corpo, esclusa la regione cardiaca), e di sostenere che se anche lo avesse liberato, il presunto messia non sarebbe stato in grado di fare alcunché. Era un modo per screditarlo, rendendo quasi inevitabile la decisione di condannarlo. Anche questa volta il procuratore non sbagliò.

Ci volle un'intera mattinata prima che Pilato potesse decidere la sentenza di morte. E per gli altri due rivoltosi, che decise di far crocifiggere insieme a Gesù, non si spese una sola parola.

Crocifissione e morte

S'è molto discusso sul significato della parola "nazareno": una località? un appellativo? Che importa? Il titulum crucis voluto da Pilato parlava chiaro: "Gesù il Nazareno, il re dei Giudei"(19,19). Il che interessava soprattutto per far vedere il potere dissuasivo dell'occupante straniero, in grado di eliminare qualunque autonomo pretendente ebreo al trono della Palestina, o comunque qualunque aspirante non gradito all'imperatore.

I sommi sacerdoti, onde far credere ai romani e agli stessi giudei che Gesù non era che un impostore e che il vero messia andava ancora atteso, fecero però notare a Pilato che avrebbe dovuto scrivere: "Io sono il re dei Giudei"(19,21). Ma lui si oppose a modificare l'iscrizione.

Da questo atteggiamento dei sacerdoti si evince di quale perfidia fossero capaci: al momento del processo, pur di vederlo morire, avevano addirittura proferito lodi sperticate a favore di Cesare, ma, subito dopo l'esecuzione della sentenza, fanno capire al governatore di non illudersi sulle loro intenzioni filo-romane.

Ai piedi della croce gli esecutori materiali della condanna si divisero gli ultimi beni del Cristo, giocandosi ai dadi la pregiata tunica senza cuciture. Poi, prima di morire, il Cristo chiese a Giovanni, che con coraggio se ne stava nei pressi, di prendere con sé sua madre.

I giudei, così attaccati alle loro tradizioni, essendo quella la vigilia della pasqua, chiesero a Pilato di affrettare la morte dei tre giustiziati, perché potessero essere tolti dal patibolo. Ai primi due quindi spezzarono le gambe, perché non potessero più sostenersi sulla predella, ma a Gesù, vedendo ch'era già morto (a causa della pesantissima fustigazione), si limitarono a sincerarsene trafiggendogli il costato, e quindi il cuore, con una lancia.

Fatto questo, si permise a Giuseppe d'Arimatea (un altro discepolo occulto come Nicodemo) di toglierlo dalla croce e di metterlo, invece che in una fossa comune (come generalmente si faceva coi crocifissi), in un "sepolcro nuovo"(20,41), nei pressi del Golghota. Lo avvolsero in un lenzuolo, in tutta fretta, così com'era.

I passi 39 e 40 del capitolo 20 sono stati aggiunti successivamente da chi voleva far vedere che il fariseo Nicodemo, partecipando all'inumazione, non l'aveva mai tradito e che la sepoltura era avvenuta secondo la prassi giudaica: cosa però smentita dalla Sindone, ove si nota un corpo ancora sporco di sangue. E' infatti da presumere che, essendo la vigilia della pasqua, se avessero proceduto a regolari esequie, avrebbero sforato i tempi previsti e si sarebbero inevitabilmente "contaminati": e questo sarebbe stato rischioso nei confronti dei farisei!

Poi i Sinottici cercarono di rimediare a questa viltà, mostrando che le donne ai piedi della croce volevano procedere a una regolare sepoltura il mattino dopo, con tanto di unguenti e profumi, solo che non fecero in tempo, in quanto... era già "risorto"!

Giovanni, più sobrio, evita di cadere in queste ridicolaggini e si limita a dire che di buon mattino, quando ancora era buio, Maria Maddalena e una sua amica si recarono al sepolcro perché affrante dal dolore, e vi trovarono ribaltata la pietra che ostruiva l'ingresso. Una volta entrate, poterono constatare ch'esso era vuoto, sicché andarono a riferire a Pietro e Giovanni, rimasti in città, che qualcuno aveva trafugato il cadavere.

I due apostoli corsero immediatamente per verificare quanto dicevano, ed effettivamente notarono che le bende, con cui era stato avvolto il lenzuolo, erano sparse per terra, mentre il lenzuolo stesso (sindon, in greco) era piegato e riposto da un lato.

Restarono perplessi, poiché non avrebbe avuto senso rubare un corpo nudo e sporco di sangue, quando lo si sarebbe potuto fare lasciandolo avvolto nella sindone.

Tornando in città cominciarono a chiedersi cosa avrebbero potuto raccontare ai discepoli. E fu a questo punto che a Pietro venne in mente un'idea che segnerà l'inizio del "nuovo cristianesimo", diverso da quello di Cristo e che Giovanni rifiuterà di accettare (come documenta l'improvvisa scomparsa di scena dell'apostolo all'inizio degli Atti degli apostoli, salvo la ricomparsa, a fianco di Pietro, in episodi del tutto inventati).

Temendo che il movimento si sfaldasse e non sentendosi all'altezza di proseguire politicamente il messaggio del Nazareno, Pietro interpretò la tomba vuota come "resurrezione", trasformando un fatto privato in un evento pubblico, un evento per il quale si sarebbe necessariamente dovuto credere a una tesi politicamente insostenibile, e cioè che il messia "doveva morire" (Mc 8,31), affinché tutto il popolo palestinese credesse che l'obiettivo principale della sua missione non era tanto quello di liberarli dai romani, quanto quello di offrire piena consapevolezza dell'esistenza di un aldilà, in cui tutti i loro problemi sarebbero stati definitivamente risolti. Una "morte necessaria" (Mc 9,31) anche per dimostrare - essendo stata, quella, non "naturale" ma "violenta", voluta dal Sinedrio - che la Giudea aveva perso qualunque primato sulla Galilea, per cui o le autorità giudaiche diventavano "cristiane", accettando la tesi della "resurrezione" (che implicava anche l'altra, quella secondo cui Gesù era il vero messia da attendere), oppure la rottura "religiosa" tra cristianesimo ed ebraismo, sarebbe stata definitiva.

In tutto questo ragionamento non esisteva una sola parola contro gli invasori romani. A chi gli chiedeva, con insistenza, quando la Palestina sarebbe stata indipendente, Pietro lasciava capire che se non vi era riuscito Cristo, ch'era risorto, non vi sarebbe riuscito nessun altro, e che in ogni caso non era quello l'obiettivo fondamentale da perseguire: al massimo, se proprio non vi si voleva rinunciare, si poteva sperare in un ritorno imminente del messia, questa volta in pompa magna, non in groppa a un asino! Ma i tempi di questo ritorno chi li poteva decidere? "Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo"(2Pt 3,8).

Il principale discepolo di Pietro non fu ovviamente Marco ma Saulo di Tarso, che, dopo aver perseguitato i cristiani, che, con la loro idea di resurrezione, distoglievano gli ebrei dal combattere i romani, di fronte all'aumentato potere di quest'ultimi, cambiò improvvisamente parere sui quei "disfattisti", al punto che arriverà a dire cose ancora più sconvolgenti di quelle petrine: non solo è finito il primato della Giudea sulla Galilea, ma è addirittura finito quello di Israele nei confronti di tutto il mondo pagano; Gesù è risorto perché è l'unigenito figlio di dio, ed è morto perché dio-padre aveva bisogno del suo sacrificio per riconciliarsi con l'umanità caduta nella dannazione dai tempi del peccato d'origine; quando il Cristo tornerà lo farà unicamente per compiere un giudizio universale, che coinciderà con la fine della storia, in un momento che solo dio-padre potrà decidere.

Insomma la tesi ufficiale doveva essere questa: Cristo non ha mai voluto essere un liberatore politico-nazionale ma piuttosto un redentore morale-universale.


(1) Sommando i tempi delle due attività e considerando le possibili, estreme, date di nascita e di morte del Cristo (7 a.C. - 33 d.C.), e senza dimenticare che per la sola attività in Giudea Giovanni svolge il racconto su quasi tre anni, possiamo ipotizzare che l'intera attività predicativa e organizzativa del Cristo sia durata al massimo una decina d'anni, di cui certamente i 3/4 passati in Galilea, ivi inclusi alcuni momenti in cui fu costretto a rifugiarsi all'estero, in località o pagane o situate oltre i confini della Galilea e della Giudea.

(2) Da notare che l'universalismo politico del Cristo precede di almeno vent'anni quello teologico predicato da Paolo di Tarso, in cui, dopo aver sostituito il concetto di schiavitù con quello di morte, si sostituisce quello di liberazione con quello di resurrezione, ed è di molto superiore a quello, di tipo meramente morale, che si riscontra, p.es., nella parabola lucana del "buon samaritano" (10,30ss.). Lo stesso Luca infatti, quando si tratta di trasformare la morale in politica, stabilisce una incompatibilità di fondo tra samaritani e nazareni (9,53), mostrando che l'universalismo del Cristo non poteva avere alcuna possibilità di successo sul piano politico. D'altra parte gli stessi manipolatori del vangelo di Giovanni, vedendo che l'ingresso del Cristo in Samaria aveva un chiaro intento politico, non hanno resistito alla tentazione di trasformare la samaritana incontrata presso il pozzo di Giacobbe in una prostituta smascherata da un uomo che nel contempo era messia e dio (4,16ss.).

(3) Da notare che la differenza tra il cristianesimo di Paolo e quello di Cristo stava anche in questo. I cristiani di Paolo potevano essere perseguitati dagli imperatori non perché politicamente pericolosi, ma perché politicamente inaffidabili, in quanto appunto negavano loro la prerogativa di equipararsi a dio. Tale ricusazione appariva agli imperatori come una sorta di sfiducia aprioristica, assolutamente intollerabile per il controllo politico della società, pari a un delitto di "lesa maestà", punibile con la morte (che tale resterà fino a Costantino). Alla crisi della precaria democrazia senatoria, le classi dominanti, di tradizione non aristocratica e non legate alla terra, avevano reagito rivendicando la dittatura personale del sovrano, che per renderla meglio accettabile la si era ammantata di idee orientali misticheggianti. In una situazione del genere era relativamente facile diventare martiri, pur non avendo nulla di eversivo.

(4) Curiosamente, nei confronti di questo potere "pagano", il cristianesimo di Pietro e di Paolo assumerà lo stesso atteggiamento di acquiescenza politica che i vangeli denunciano nei confronti del giudaismo loro coevo; almeno finché, una volta riconosciuto come religione di stato, esso, nella sua variante cattolico-romana, non vorrà unire strettamente religione e politica, facendo degli imperatori il proprio braccio secolare. Stando ai Sinottici e alle lettere di Paolo, ciò che in definitiva divideva gli ebrei dai cristiani erano unicamente delle questioni religiose. Ma questo è falso non solo perché il movimento nazareno voleva in realtà opporsi politicamente ai romani, ma anche perché lo stesso giudaismo s'è sempre posto come confessione politico-religiosa, che difficilmente avrebbe tollerato di esercitare i propri principi religiosi sottostando a un potere non ebraico.

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Aggiornamento: 23/04/2015