STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


CROCIFISSIONE E MORTE DEL CRISTO

Deposizione dalla croce, Scuola del Nord sec. XV, Mosca, Galleria Tretjakov

Gv 19,17-37

17Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota, 18dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall'altra, e Gesù nel mezzo. 19Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: "Gesù il Nazareno, il re dei Giudei". 20Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: "Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei". 22Rispose Pilato: "Ciò che ho scritto, ho scritto".

23I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. 24Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura:

Si son divise tra loro le mie vesti
e sulla mia tunica han gettato la sorte.

E i soldati fecero proprio così.

25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!". 27Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

28Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: "Ho sete". 29Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: "Tutto è compiuto!". E, chinato il capo, spirò.

31Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. 32Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all'altro che era stato crocifisso insieme con lui. 33Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.

35Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

Mc 15,16-41

21Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. 22Condussero dunque Gesù al luogo del Golgota, che significa luogo del cranio, 23e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

24Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. 25Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26E l'iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. 27Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. 28.

29I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: "Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, 30salva te stesso scendendo dalla croce!". 31Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: "Ha salvato altri, non può salvare se stesso! 32Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo". E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

33Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. 34Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactani?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 35Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: "Ecco, chiama Elia!". 36Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: "Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce". 37Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

38Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso.

39Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: "Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!".

40C'erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

COMMENTO

Era consuetudine che il condannato portasse il palo trasversale della croce (patibulum) fino al luogo del supplizio, ove l'attendeva il palo verticale (stipes), già conficcato per terra. Questa cosa non viene compresa leggendo i vangeli, anzi in quello di Marco è scritto che non fu neppure Gesù a portare la croce (che poteva pesare anche 50 kg), ma l'agricoltore Simone di Cirene che, pescato casualmente dai soldati di picchetto, fu costretto ad aiutare un condannato già ridotto a brandelli in seguito alla pesante fustigazione e alle altre torture. La Sindone attesta le cadute, lungo il tragitto di 600 metri sino al Golghota, mostrando terriccio nelle ginocchia e al naso. Vi è anche una zona escoriata e contusa tra lo zigomo destro e il naso, provocata da una caduta, la cui violenza ha rotto la cartilagine del naso.

Che Simone gli abbia portato la trave, forse per l'ultimo tratto, è documentato anche dal fatto che i soldati trafissero i polsi di Gesù coi chiodi, mentre in genere il condannato, che non doveva morire subito ma soffrire tra indicibili tormenti, alla trave veniva tenuto legato e solo i piedi venivano trafitti: un chiodo per ogni piede. Invece nel caso di Gesù si fu quasi costretti a scegliere la soluzione dei tre chiodi: una soluzione che meraviglierà Pilato della fine repentina del Cristo.

Ma anche prescindendo dal particolare dell'aiuto improvvisato, di cui Marco non spiega la motivazione e che evidentemente per Giovanni non rappresentò alcunché di significativo, le differenze tra i due racconti si notano sin dall'inizio. Infatti in uno Gesù viene "condotto" sul calvario, nell'altro invece sembra che vi giunga da solo, autonomamente e senza aiuti. Generalmente, quando si tratta di scegliere a quale delle due principali versioni evangeliche dare maggiore credibilità, tendiamo a preferire quella giovannea, ma in questo caso ci sorgono dei dubbi, che però finiscono qui, poiché, anche se Giovanni è molto più veloce nel descrivere questa via crucis, i particolari da lui evidenziati risultano largamente più interessanti di quelli di Marco.

Sono interessanti - come spesso succede leggendo il suo vangelo - per motivi politici. Vediamo anzitutto quello dei due condannati che accompagnavano Gesù. In Mc 15,27 (e Mt 27,38) si tratta di due "ladroni" o, secondo Lc 23,32, di due "malfattori", cioè di "criminali comuni": ebbene - ci si può legittimamente chiedere - che ci facevano sulla croce, visto che quello era il supplizio per i sediziosi o gli schiavi ribelli?

Giovanni, evitando di aggettivarli, dà invece per scontato che fossero due prigionieri politici, probabilmente compagni di lotta di quel Barabba che, grazie al baratto voluto da Pilato, riuscì per sua fortuna a scamparla, almeno in quel momento. Ciò naturalmente non significa ch'essi non ritenessero d'avere delle ragioni per insultare il messia in croce, associandosi al coro insolente e provocatorio della folla e dei capi, come sostengono Marco e Matteo (Luca preferisce distinguere gli atteggiamenti dei due "malfattori", ma risulta un po' patetico). Tuttavia noi non si può dare per scontata questa acredine, anche perché non è sicuro che ai piedi della croce vi fosse davvero tanta gente disposta a offendere il Cristo; e poi, in definitiva, se vogliamo anche ammettere che i due fossero dei "criminali comuni", non si capisce perché dovessero avercela a morte con un condannato per motivi politici: generalmente anzi tra i destinati alla pena capitale vi è più solidarietà di quanto si pensi.

In realtà la cosa più interessante per Giovanni è un'altra: il fatto che i capi-giudei si opposero all'iscrizione (titulum) fatta apporre da Pilato sulla croce di Gesù in tre lingue (l'ebraico o l'aramaico, che era quella parlata in Palestina, il latino dell'occupante romano e il greco, perché universale), a testimonianza forse della particolare popolarità del soggetto in questione. I sommi sacerdoti, i sadducei e gli anziani, che poche ore prima, pur di vedere giustiziato Gesù, avevano dichiarato di non avere altro re che Cesare, si lamentano ora con Pilato dicendo che sarebbe stato meglio scrivere non "Il re dei giudei" ma "Io sono il re dei giudei"(Gv 19,21). In altre parole, essi volevano recuperare agli occhi del popolo quella credibilità necessaria a dimostrare che stavano ancora dalla parte delle tradizionali speranze dell'oppressa nazione. Il messia che si doveva attendere, contro i romani, non avrebbe dovuto mettere in discussione le loro prerogative di casta.

Ma Pilato, che forse di fronte a una tale richiesta si sarà reso conto d'aver vinto coi giudei solo una semplice battaglia, ribadì seccato la giustezza della motivazione della sentenza: "Ciò che ho scritto ho scritto"(Gv 19,22), e l'aveva fatto secondo la Lex Julia che lui stesso doveva rigorosamente rispettare. Il che, in sostanza, era un avviso forte e chiaro per tutti coloro che, chiusa la parentesi di Gesù, avevano nuovamente intenzione di tornare alle ostilità contro Roma: la prossima volta egli non avrebbe accettato di recitare la parte del giudice imparziale e del governatore che fa di tutto per non peggiorare la situazione.

Infatti, dopo questi eventi, Pilato avrà molti altri problemi da affrontare con gli ebrei, di cui parla lo storico Giuseppe Flavio, finché il massacro dei samaritani sul monte Garizim, nel 36, non lo costringerà a rinunciare all'incarico. La situazione resterà incandescente anche coi suoi successori, per altri trent'anni, fino alla scoppio della grande guerra giudaica nel 66.

La divisione delle vesti

Come di regola i componenti del picchetto d'esecuzione del condannato a morte avevano il diritto di spartirsi i suoi ultimi beni. Questo episodio, in sé del tutto irrilevante, è stato interpolato nel vangelo di Giovanni allo scopo di metterlo in relazione simbolica con il Salmo 22, arbitrariamente scelto al fine di giustificare la tesi petrina della "morte necessaria".

Vi è comunque una differenza tra la versione marciana e quella giovannea: nella prima si giocano a dadi tutte le vesti, nella seconda - in maniera più logica - solo la pregiata tunica senza cuciture, che nell'Antico Testamento era segno di regalità e che, probabilmente, coincide con la "porpora" di cui parla Mc 15,20.

Giovanni avrà voluto sintetizzare in quest'unico gesto tutti gli scherni e i dileggi sofferti da Gesù nel suo calvario e riportati nei Sinottici. In effetti nell'Antico Testamento una delle sofferenze morali più grandi del "giusto" o del sovrano "ingiustamente perseguitato" poteva anche essere quella di vedere la propria tunica giocata ai dadi: una sorta di sconfitta politica su tutti i fronti.

La madre di Gesù

Come faccia Giovanni a sapere tutti questi particolari non può dipendere da quanto viene scritto in fondo alla pericope, e cioè ch'egli era presente in quel luogo. E' probabile invece ch'egli si sia servito della testimonianza delle quattro donne citate: la madre di Gesù, sua sorella Salome (ch'era madre dei fratelli Zebedeo), Maria di Cleofa (madre di Giacomo il minore e di Giuseppe, o Joses) e Maria di Magdala (o Maddalena), ricordate anche da Marco, ad esclusione della prima.

L'episodio della consegna reciproca, da parte di Gesù, della propria madre a Giovanni e viceversa, va considerato spurio, in quanto l'apostolo non poteva essere ai piedi della croce in quel momento. Tuttavia non è escluso che Gesù abbia detto a Maria di chiedere a Giovanni di poter essere assistita da lui.

A dir il vero dovremmo considerare abbastanza scontato che alla morte di Gesù qualcuno dei discepoli si sarebbe dovuto far carico delle necessità di sua madre, la quale, probabilmente o era già vedova o era stata abbandonata da Giuseppe, stando a talune interpretazioni dei racconti dell'infanzia di Gesù riportati da Matteo e Luca.

Pertanto appare strano qui, anche considerando che il vangelo di Giovanni è un testo eminentemente politico, che l'evangelista (o un redattore successivo) si sia voluto soffermare su un aspetto che ha l'aria di presentarsi in maniera privata o emotiva. Doveva per forza esserci qualcosa di più di un semplice gesto di pietà filiale.

Anzitutto la pericope sembra valere come firma autografa del quarto vangelo: era infatti noto che Maria fosse andata a vivere con l'unico apostolo celibe. In secondo luogo non è da scartare l'idea che con questa richiesta di assistenza Gesù avesse fatto capire a Giovanni che il compito di proseguire politicamente la sua missione spettava proprio al discepolo che, agli occhi della madre, avrebbe potuto meglio sostituirlo sul piano umano, ovvero che se Giovanni aveva saputo essergli vicino umanamente ora doveva esserlo, in maniera coerente, anche sul piano politico. Quindi non si trattava soltanto di un semplice affidamento filiale, protettivo, ma anche del riconoscimento di una legittima successione politica, che però non avvenne ufficialmente, essendo prevalsa l'ideologia petrina della "morte necessaria" del messia. Di qui forse l'assenza di Maria nell'elenco delle donne riportato da Marco.

Il momento della morte

Ciò che Cristo disse sulla croce è importante solo relativamente, in quanto quel che voleva far sapere ai propri discepoli era già stato detto nel corso di vari anni. Se accettiamo l'espressione riportata da Giovanni: "Tutto è compiuto", dobbiamo appunto intenderla nel senso che Gesù ebbe la consapevolezza che più di così, nel rispetto della democrazia, egli non avrebbe potuto fare: ora stava ai discepoli proseguire la sua missione, cercando di conciliare il più possibile gli aspetti umani e politici.

Nell'ultima settimana di lotta, a Gerusalemme, volendo restare fedele sino alla fine all'ideale che s'era prefisso: liberare la Palestina dagli oppressori interni ed esterni, egli aveva dovuto affrontare due problemi fondamentali, dalla cui soluzione sarebbe dipeso il successo dell'impresa. E le risposte che si diede furono le seguenti: non si può fare alcuna insurrezione nazionale popolare confidando soltanto nell'appoggio dei propri seguaci; si può accettare anche il proprio sacrificio quando questo serve per non mettere a rischio l'incolumità dei propri discepoli. La prima cosa l'aveva capita prima del tradimento, la seconda dopo. Quanto al tradimento, era evidente che non si poteva evitarlo imponendo a un movimento democratico un regime di sospetto e di terrore.

Quindi se la sua strategia era fallita, per l'immaturità delle masse e l'ostilità dei capi politici, il suo ideale restava integro, a disposizione di quanti avessero voluto continuare la missione salvaguardando le regole della democrazia, quelle stesse regole che, quando vengono rispettate e accettate con coerenza, possono anche portare sul patibolo.

Detto questo, sarebbe ora del tutto fuorviante pensare che il consummatum est si sia compiuto definitivamente sulla croce. Sul Golghota in realtà si era soltanto concluso per il messia l'esercizio della propria opportunità politica e umana, che non poteva non prevedere l'accettazione consapevole di una soluzione negativa della strategia rivoluzionaria. Ciò però non avrebbe dovuto pregiudicare minimamente, agli occhi dei discepoli più fidati, il compito di proseguire in maniera positiva la missione rivoluzionaria: si trattava soltanto di convincersi che esistevano tutte le possibilità per superare le conseguenze del tradimento di Giuda.

Purtroppo gli eventi non andarono come previsto. Infatti l'aspetto positivo che gli apostoli avrebbero dovuto proporre alle masse non riguardò affatto la politica ma un fatto biologico e del tutto personale del messia: quello che determinò la tomba vuota. Col che essi (in primis Pietro) si renderanno responsabili di tutte le mistificazioni, i tradimenti, le astratte e mitologiche congetture che si opereranno su di lui da allora ad oggi.

Il colpo di lancia

Giovanni ha messo questo particolare, non riportato nei Sinottici ma confermato dalla Sindone, non per trovare, ovviamente, un'assonanza con le Scritture (i vv. 36-37 vanno considerati un'interpolazione, come il 34b), ma per dimostrare una cosa molto più importante, e cioè che Gesù morì effettivamente sulla croce non perché gli evangelisti lo scrissero, ma perché lo attesta la potenza romana.

Egli morì prima degli altri due probabilmente a causa dello spargimento di sangue procurato dalla pesante flagellazione, dalla coronazione di spine, dall'uso dei chiodi in luogo delle corde, dai molti maltrattamenti subìti, oltre ovviamente alle difficoltà respiratorie dovute a quella posizione. Se i soldati avessero avuto dubbi sul suo decesso, sicuramente gli avrebbero spezzato le ginocchia (crurifragium). Il colpo di lancia diretto al cuore (per il quale non s'è potuta trovare una citazione analoga nel Vecchio Testamento!) era la sicurezza matematica di cui avevano bisogno prima di autorizzare la sepoltura, come i gladiatori nell'arena, quando dovevano finire, con la spada, i loro rivali.

La sindone attesta che il sangue della ferita del torace è sgorgato da una persona già cadavere: la parte seriosa bianca è separata da quella rossa (Gv 19,34).

Altre considerazioni

Mettendo a confronto le due narrazioni più attendibili (di Marco e di Giovanni), va infine rilevato che i particolari in cui collimano sono davvero pochi.

  • In Marco è del tutto sbagliata l'ora dell'esecuzione: le nove del mattino. Secondo Gv 19,14 soltanto verso mezzogiorno Pilato riuscì a convincere, grazie al suo processo-farsa, durato tutta la mattinata, che il Cristo meritava d'essere giustiziato. E' più verosimile l'ora del decesso: le tre, poiché, dopo un po', i giudei andarono da Pilato a chiedere di rimuovere i corpi a motivo della preparazione della pasqua. Quindi si deve presumere che il Cristo sulla croce non resistette più di tre ore. D'altra parte Marco non ha capito, a differenza di Giovanni, che la flagellazione permise a Pilato di mostrare un messia non più in grado di esercitare il proprio ruolo. Ma per poter fare questo egli aveva bisogno di convincere la folla e ottenere da questa, dopo la flagellazione, il permesso per mandarlo a morte. Invece in Marco la flagellazione, che è conseguente alla decisione di farlo crocifiggere, risulta del tutto banale, anzi incomprensibile, poiché viene fatta subito prima della crocifissione. In Giovanni gli scherni dei soldati poterono essere fatti solo dopo la flagellazione, quando ancora Pilato non era sicuro di poterlo condannare.
  • In Marco si volle offrire un vino mirrato o drogato, inebriante, prima della crocifissione, che Gesù però rifiutò, e di nuovo glielo si diede, questa volta acetato, prima di morire, senza che però facesse in tempo a prenderlo. Secondo Giovanni invece bevve la posca poco prima di spirare. La bevanda acidula, di cui facevano uso i soldati romani, serviva per dissetarsi, non per aumentare l'arsura. Eppure in Marco si ha l'impressione ch'essa venga offerta proprio a questo scopo, come ulteriore offesa a un Cristo già molto sofferente, ma lui rifiuta con decisione qualunque cosa lo aiuti a sopportare meglio la croce.
  • In Marco risulta imprecisa l'iscrizione del titolo della colpa, che manca del riferimento al nome del condannato. Peraltro gli risulta del tutto estranea la contestazione sul medesimo titulum. Eppure le fonti cui avrebbe potuto attingere sono le stesse di quelle di Giovanni: le donne ai piedi della croce.
  • Marco è molto severo nei confronti dei giudei, che paiono tutti contro Gesù, dai capi al popolo, ivi inclusi i due "ladroni": le frasi che usano sono particolarmente ingiuriose e offensive. Luca invece si limita a dire che solo i capi lo schernivano, mentre il popolo stava a guardare. Giovanni probabilmente evita di parlare dei giudei presenti poiché, in quella situazione, qualunque comportamento non poteva aggiungere o togliere nulla alla loro colpevolezza. Perduta l'occasione di manifestare pieno appoggio all'iniziativa rivoluzionaria del Cristo, tutto il resto non è altro che una fatale e tragica conseguenza, da accettarsi con compostezza.
  • Marco parla dei militari di picchetto prima della crocifissione, nel mentre sbeffeggiano Gesù e gli infilano la terribile corona di spine; Giovanni invece ne parla durante la spartizione delle vesti e della tunica: dice che erano quattro e tra loro non vi era un "centurione", il quale - come noto - era preposto al comando di un'unità di almeno otto uomini. Marco invece sostiene, con fare molto apologetico e non senza tracce di antisemitismo, che l'unico, in quel momento, a riconoscere Gesù come "figlio di dio" fu proprio il centurione (che qui inevitabilmente ricorda quello di nome Cornelio citato in At 10,1).
  • Secondo Giovanni il corteo che seguì il condannato sul Golghota dovette essere composto da poche persone: tra i discepoli presenti cita solo quattro donne. Secondo Marco invece ve ne erano parecchie: dai semplici passanti ai sommi sacerdoti, tutti intenti a deridere Gesù, e nella sua versione risulta stranamente assente la madre di lui, che, data l'importanza, non può essere compresa nelle "molte altre" provenienti dalla Galilea. D'altra parte Marco aveva già espresso un giudizio negativo nei confronti di Maria (3,31 ss.).
  • Nel resoconto marciano la morte di Gesù viene fatta passare come un segno della fine di Israele (si squarcia simbolicamente il velo del Tempio): una rottura traumatica, senza soluzione di continuità, tanto che il nuovo credente diventa il centurione romano. La Palestina, in un certo senso, merita di essere distrutta, in quanto l'addebito della causa della crocifissione ricade esclusivamente sulle spalle dei "malvagi giudei", popolo "deicida" per eccellenza. Una posizione, questa, molto estrema, che supera persino quella di Pietro, che è fonte di questo vangelo e che negli Atti sembra disposto a un compromesso con le autorità sinedrite, ridimensionando la morte in un progetto divino più generale, che va oltre la semplice liberazione dai romani.
  • In Giovanni risulta molto strano che, nel descrivere questa morte, i suoi discepoli abbiano avvertito la necessità di precisare che "chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate"(v. 35). Evidentemente la versione di Marco doveva risultare allora indiscussa.
  • Anche accettando che nella versione giovannea sia presente l'idea di "morte necessaria" - come sostengono molti critici -, di certo essa non viene delineata nella stessa maniera di Giovanni. In Marco la necessità è dovuta alla particolare ostilità dei giudei, che per lui dovette risultare così enorme da impedirgli, in questo frangente, di guardare le cose con la dovuta obiettività, spingendolo anzi ad andare ben oltre, in questa forma di antisemitismo, alla tesi petrina della "prescienza divina", che rendeva "necessaria" quella morte. In Giovanni invece la morte appare necessaria in quanto la tragedia (quella del tradimento e quella del processo-farsa davanti a Pilato) s'era già consumata prima: l'esecuzione capitale sembra avvenire in maniera del tutto naturale, come una forma di routine per l'oppressore romano. Giovanni non la ritiene l'ultima parola sul destino di Israele, anzi, accettando di accogliere con sé la madre del Cristo, reputa se stesso come naturale prosecutore della missione nazarena. Il suo Cristo non muore urlando per la disperazione, per l'estrema solitudine e l'abbandono, ma con assoluta dignità. Croce e gloria coincidono in quanto l'umano non è stato tradito e l'ideale politico non è stato compromesso.
  • Nessuno dei due evangelisti, tuttavia, attribuisce allo stesso movimento nazareno una parte della responsabilità di questa morte. Non vi è alcuna autocritica, come non ve n'è in alcuna parte del Nuovo Testamento.

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Aggiornamento: 23/04/2015