STUDI SUL NUOVO TESTAMENTO


I SADDUCEI E LA RESURREZIONE

(Mc 12,18-27)

18 Vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non c'è risurrezione, e lo interrogarono dicendo:
19 "Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello.
20 C'erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza;
21 allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente,
22 e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna.
23 Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l'hanno avuta come moglie".
24 Rispose loro Gesù: "Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio?
25 Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli.
26 A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe?
27 Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore".

COMMENTO

v. 18) Vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non c'è risurrezione, e lo interrogarono dicendo:

"I sadducei - scrive Luca negli Atti degli apostoli - affermano che non c'è resurrezione, né angeli, né spiriti; i farisei invece professano tutte queste cose"(23,8).

Questo gruppo politico-religioso, ricco e potente, benché poco numeroso, ebbe il monopolio per via ereditaria del sacerdozio di Gerusalemme (la somma dignità) da Salomone fino al 76 a.C. Questa data segna l'ingresso nel Sinedrio dei farisei, rappresentati dai loro scribi, che iniziano a ostacolarli politicamente, benché la presidenza del Gran Consiglio restasse riservata al sommo sacerdote sadduceo, il cui potere, da tempo, dipendeva da quello civile, non strettamente giudaico (asmoneo, erodiano, romano).

Nel I sec. a.C. Roma, con Pompeo, li aveva privati di ogni potere politico e di una parte di quello religioso (p.es. il sommo sacerdote non era più scelto da "dio", secondo l'eredità, ma dall'imperatore, attraverso il proprio legato). Da parte loro i farisei avevano contribuito a spogliarli, sul piano sociale, della loro restante autorità (persino nel culto si dovevano eseguire alcune regole farisaiche).

Ai tempi di Gesù questo partito aristocratico e conservatore (divenuto sempre più politico e sempre meno religioso) era, esattamente come gli erodiani, collaborazionista con Roma, nella speranza di conservare le posizioni di preminenza all'interno del Tempio e, per questa ragione, era avversato, in linea di principio, dall'ideologia farisaica e ovviamente da quella cristiana: gli Atti degli apostoli lo documentano a più riprese (4,1; 5,17s.; 5,33ss.; 23,6ss.). Sono sempre i sadducei i primi a frenare ogni rivendicazione popolare che potesse dare adito a rappresaglie da parte romana; e saranno ancora loro i principali responsabili della morte di Gesù (Gv 11,49s.).

Ciononostante fu proprio uno di loro a dare il via alla strage del 70, interrompendo nel 66 il sacrificio per l'imperatore presso il Tempio. Quando questo venne distrutto da Tito, scomparve anche l'influenza sadducea sul giudaismo, definitivamente soppiantata dal fariseismo, non legato né al Tempio né al sacerdozio.

La loro posizione dottrinale era caratterizzata dal rifiuto di riconoscere l'esistenza di una legge scritta o orale che non fosse quella contenuta nel Pentateuco, quindi dal rifiuto di riconoscere i profeti (ritenuti troppo eversivi) e ogni tipo di tradizione, anche quella degli "antichi" (Mc 7,3). In questo assomigliavano ai samaritani, salvo che, diversamente da loro, non avevano provveduto a modificare lo stesso Pentateuco; inoltre i samaritani contrapponevano nettamente il monte Garizim al Tempio di Gerusalemme.

Interpretavano alla lettera la legge mosaica (Torah) e rifiutavano di estendere ai laici le disposizioni valide per i sacerdoti; al di fuori del servizio del Tempio era permesso - secondo loro - avere contatti coi pagani (i farisei invece la pensavano diversamente, cfr Mc 7,3s.); la purità e quindi la santità erano riservate ai capi dei sacerdoti, non al popolo. Una sorta di "dualismo" dominava la gestione del loro potere religioso: conservatori sul piano del diritto, in quanto tenacemente legati a un ruolo aristocratico del tutto obsoleto; permissivi nei confronti della prassi religiosa del popolo, in quanto consapevoli di scarsissima rappresentatività sociale; quindi autoritari e lassisti allo stesso tempo.

Più in particolare, e per quanto riguarda l'argomento in questione, essi non credevano nell'idea della resurrezione, né ammettevano la fede in una retribuzione nell'altra vita, ma si attenevano a un determinismo materialistico dell'umana esistenza, ove era esclusa, propriamente parlando, l'idea di una "trascendenza" che non fosse quella del rigido monoteismo. Negli Atti appare evidente che la questione della resurrezione costituisce la principale divergenza dottrinale tra loro e i farisei (23,8). Ma si tratta di un'operazione redazionale chiaramente interessata ad esaltare quella divergenza, che ai tempi del Cristo non aveva in realtà alcuna significativa importanza e che invece diverrà cruciale ai tempi di Pietro e di Paolo.

In effetti, solo in passi tardivi, non riconosciuti da tutti come biblici, si ammetteva la possibilità di una vita ultraterrena; ma era anche vero che queste riflessioni, maturate in senso alla corrente apocalittica giudaica, non erano affatto patrimonio di pochi individui. I farisei, politicamente frustrati, si sentivano ricettivi a tali riflessioni mistiche e pensavano a una sorta di resurrezione generale alla fine dei tempi (At 24,15; 26,6ss; 4,2), e l'affermazione di Marta, alla vista di Gesù venuto per "risorgere" Lazzaro: "So che resusciterà nell'ultimo giorno"(Gv 11,24), conferma in qualche modo che l'opinione farisaica era abbastanza popolare (questo senza mettere minimamente in discussione che quell'espressione di Marta fu soltanto un prodotto redazionale utilizzato per mistificare un intervento politico del messia).

La dottrina della resurrezione (2Mac 7,9) e quella degli angeli (Tb 5,4) si erano dunque affermate nel giudaismo solo in epoca relativamente recente. Fino a quel momento si pensava unicamente all'immortalità del popolo d'Israele o, al massimo, si poteva credere nella resurrezione finale dei soli giusti. Si escludeva sia la resurrezione di tutti gli uomini, sia che l'aldilà fosse qualcosa di molto diverso dalla vita terrena. E comunque per i sadducei era da escludere che nel Pentateuco vi fossero delle prove o delle evidenti testimonianze a favore della resurrezione finale o eterna dei morti, né, a parer loro, potevano bastare le documentazioni tratte dalla letteratura profetica (Dan 12,2s.; Is 26,19; 38,18; Ps 88,6; 115,17; 73,23s.; Gb 19,25).

Certo è che una domanda come quella che ora i sadducei stanno per fare al Cristo, presuppone, necessariamente, o che Gesù non abbia compiuto neppure uno dei tre straordinari miracoli di resurrezione attribuitigli dai vangeli, oppure che, pur avendoli compiuti, non vi sia stata prestata da parte dei sadducei alcuna attenzione. Ci riferiamo alla resurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,35ss.), che è l'unica presente nel vangelo di Marco, a quella del figlio della vedova di Nain (Lc 7,11ss.) e soprattutto a quella di Lazzaro (Gv 11), che, come ben sappiamo, sono state tutte inventate dai redattori dei vangeli. Nessuna delle tre viene qui citata e, in ogni caso, anche se lo fosse stata, non avrebbe reso storicamente più credibile la controversia in oggetto, che è tipicamente post-pasquale, conseguente probabilmente al fatto che una parte dei farisei era confluita nelle file del movimento cristiano.

v. 19) "Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello.

I sadducei si riferiscono al cosiddetto "matrimonio del levirato" (Dt 25,5s.). Il cognato, fratello ancora celibe d'un uomo morto senza lasciare discendenza maschile, aveva l'obbligo di sposare la propria cognata; i figli che nascevano venivano considerati del primo marito. Lo scopo era quello di tutelare la successione nel possesso della terra (Gen 38,9), ma già in epoca veterotestamentaria non si insisteva ormai più sulla sua stretta osservanza, soprattutto in considerazione di Lev 18,16 e 20,21, che vietava rapporti disonorevoli con una cognata.

Peraltro, con l'entrata in vigore della legge sulle "figlie ereditiere" (Nm 27,1-11), la proprietà poteva essere ereditata anche da una figlia, se mancava un erede maschio; quindi la legge del levirato valeva ancora solo nel caso in cui il fratello morto non avesse lasciato proprio alcuna discendenza. Il levirato finì poi per scomparire definitivamente, ed è probabile che al tempo di Gesù non si trattasse - quello presentatogli dai sadducei - che di un'eventualità meramente teorica, una sorta di caso-limite, secondo lo stile usato dai rabbini, forse ispirato alle storie di Tamar (Gen 38) e di Ruth (4), in cui la prima fu costretta ad andare dal più lontano dei parenti, mentre la seconda si vide obbligata ad ingannare il proprio suocero.

Piuttosto era in questione, nella domanda sadducea, il ruolo che la donna (sposa di sette mariti) avrebbe avuto nell'aldilà: un problema che avrebbe spinto all'assurdo le difficoltà di una fede nell'idea di resurrezione. Si può quindi ipotizzare che tale querelle i cristiani di tendenza petro-paolina possono averla affrontata in quel periodo di tempo che va dalla morte del Cristo fino agli inizi della guerra giudaica.

vv. 20-22) C'erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza; allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna.

La legge del levirato viene usata dai redattori cristiani solo come pretesto per una questione di diversa natura, per la cui soluzione s'è voluto scomodare direttamente il Cristo, al fine di darle maggiore autorevolezza. Qui non ci si deve soffermare più di tanto sul fatto che i sadducei abbiano posto una questione, scegliendo un esempio così inverosimile (basti pensare al numero dei mariti!), senza avere alcuna intenzione di discuterla liberamente, come invece avrebbero fatto i filosofi ateniesi sull'Areopago.

E non ci interessa neppure rilevare che la risposta del Cristo alla domanda sadducea contenga elementi deducibili da una posizione farisaica divenuta cristiana. Ciò che un esegeta laico non dovrebbe sottovalutare è piuttosto il fatto che qui il partito conservatore difende una posizione ateistica contro una religiosa, sostenuta dal partito petro-paolino.

Un esegeta laico non può non riflettere sul fatto che qui l'ateismo sadduceo è associato a una posizione politica retriva, mentre la fede cristiana appare in una forma più progressiva. In tutta la pericope si assiste a una sorta di passaggio dalla società patriarcale basata sul primato della terra, a una società più democratica, basata sul primato dell'attività artigianale-commerciale.

In questo passaggio ciò che prima veniva negato: l'esistenza di un'anima personale e quindi la possibilità di un riscatto nell'aldilà, viene ora affermato con forza. Non dimentichiamo che il successo del cristianesimo petro-paolino non dipese dal lato politicamente conservatore che aveva, né dalle proprie idee mistiche e spiritualistiche, ma dal fatto che sul piano sociale mirava a democratizzare i rapporti tra i propri aderenti, almeno queste erano le intenzioni nella fase iniziale.

v. 23) Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l'hanno avuta come moglie".

Vi è qui un uso del tutto vuoto e formale del paradosso, nel senso che si pretende una risposta già inclusa nella medesima domanda. Sul piano grammaticale si parla di "interrogazione retorica". I sadducei non si aspettano una risposta diversa da quelle dominanti (del loro gruppo politico o di altri), ma strettamente dipendente dalla domanda.

Ora, considerando l'intricata questione da essi posta, le soluzioni, presumibilmente, dal loro punto di vista, avrebbero potuto soltanto essere due: "Non lo so" (al che essi avrebbero ribattuto confermando il loro scettismo materialistico); oppure - come probabilmente avrebbe fatto un fariseo ortodosso - "Al primo marito". Ma in questo secondo caso i sadducei avrebbero sollevato un mare di controdeduzioni: infatti, se è vero che nella resurrezione tutti e sette i mariti ritornano in vita, ognuno di loro avrà il diritto di continuare a vivere con la donna sposata. Dunque anche in questo caso la conclusione che i sadducei potevano trarre era la stessa: la resurrezione non può esistere, poiché, se esistesse, creerebbe più problemi di quanti ne risolverebbe.

Essi in sostanza volevano far capire che a volte sulla terra si creano situazioni così complicate che se soltanto potessero continuare a ripetersi nell'aldilà rischierebbero di diventare ancora più assurde. Era difficile dar loro torto. Quindi delle due l'una: o l'aldilà non esiste, oppure, se esiste, non fa per l'uomo, cioè non è all'altezza di risolvere i difficili problemi della vita. Era questo un bel modo per dimostrare che la giustizia o la verità non possono esistere da alcuna parte: per concedere un privilegio a quella donna (di sposarsi ad libitum coi propri parenti) si era creata una situazione moralmente molto difficile da gestire.

Dunque, poiché la vita in sé presenta aspetti così controversi che una semplice resurrezione dei morti (senza nient'altro) non potrebbe minimamente affrontare e risolvere, è meglio assumere un atteggiamento disincantato e privo di illusioni, evitando di porsi domande che non possono trovare risposte adeguate. Se lo stato post-mortem è identico a quello terreno non solo non vale la pena crederci, ma vi diventa addirittura impossibile, in forza delle enormità che si potrebbero creare; e se non è identico, è inutile e anzi fuorviante pronunciarvisi.

v. 24) Rispose loro Gesù: "Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio?

Nell'Antico Testamento vi sono alcuni racconti di resurrezione in cui i principali protagonisti sono i due profeti Elia ed Eliseo (1Re 17,17-24; 2Re 4,18-37; 13,20ss.). Le strutture di questi racconti ritornano in Is 24 ed Ez 37 e fondano la teologia del dio vivificatore (1Sam 2,6; Dt 32,39). Oltre ad essi, esiste il cosiddetto "linguaggio apocalittico", che parla della partecipazione del Figlio dell'uomo alla gloria dell'Antico di giorni (Dan 7,13s.) e dei saggi risorti allo splendore trasfigurante della luce (Dan 12,1-3; cfr anche Is 25,7s.; Ab 1,12 e Ps 55,24).

Ovviamente i racconti di resurrezione relativi ai due suddetti profeti non venivano considerati, dalla teologia cristiana, dei validi antecedenti di quella di Gesù, in quanto i risorti del Vecchio Testamento tornarono a morire. Non è mai esistita una prova inconfutabile che una qualche resurrezione (intesa come nel Nuovo Testamento) possa realmente accadere e che sia segno visibile di una vita ultraterrena. Chiunque avrebbe sempre potuto pensare a delle tecniche terapiche di rianimazione, escludendo qualsiasi carattere sovrannaturale del fenomeno (le stesse compiute da Gesù potevano essere interpretate in questa maniera). Al massimo gli ebrei credevano in una resurrezione finale dei giusti, che ripetesse il modus vivendi paradisiaco descritto nella Genesi. Se vogliamo, è solo nei racconti apocalittici che si presume per la prima una sorta di trasfigurazione dell'esistenza umana.

Qui però i redattori, forti dell'esperienza della tomba vuota e della scomparsa misteriosa del cadavere di Gesù, rimproverano lo stesso i sadducei di non conoscere abbastanza le Scritture e quindi di non aver sufficiente fiducia nella potenza di dio. Non vengono definiti "ipocriti" (come spesso si fa coi farisei) ma "ignoranti", nel senso di un'ignoranza morale e intellettuale. E' un'ignoranza incredula. Dalla loro stessa domanda, posta con malcelata ironia, lo si può capire. Gesù risponde con serietà a una questione che per i cristiani influenzati dalle tesi petro-paoline era di cruciale importanza.

Gesù non li critica per essersi lasciati determinare dal "relativismo dei valori" (che qui la chiesa, con fare apologetico, farebbe volentieri dipendere proprio dalla sfiducia nell'idea di resurrezione), ma piuttosto per non aver capito che la legge del levirato ha solo un senso storico contingente e che quindi non può avere alcuna sostanziale relazione con la situazione che si verificherà nell'aldilà. Così facendo, viene posto in discussione il loro metodo interpretativo delle Scritture, che da letterale deve diventare allegorico, per essere cristianamente efficace. Di qui l'assoluta libertà che la chiesa cristiana s'è sempre presa di interpretare l'Antico Testamento in funzione dell'evento-Cristo.

Paradossalmente, se ci si dovesse basare sulla "considerazione storica", si dovrebbe addirittura sostenere che l'ateismo del Cristo era molto più vicino a quello sadduceo di quanto non sembri, non solo perché tutte le contestazioni ideologiche rivolte al Cristo, nei vangeli, provengono da ambienti farisaici, ma anche perché l'odio che i sadducei nutrivano per Gesù era prevalentemente politico, sin dal momento in cui egli aveva cacciato i mercanti dal Tempio.

v. 25) Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli.

Nella concezione sadducea del matrimonio (che poi rispecchiava la mentalità dominante dell'ebraismo di allora) esisteva solo l'idea di "generazione" e di "posterità". Per l'ebreo la felicità coniugale e familiare era sinonimo di benedizione divina. Del matrimonio non si sottolineavano gli aspetti relazionali e psicologico-esistenziali, ma quelli legali, di etica pubblica ed economici. Si credeva, alla maniera araba (ma senza concedere spazio all'eudemonismo gaudente), che nell'aldilà, nel migliore dei casi, vi fosse soltanto un accrescimento quantitativo di gioie terrene, una sovrabbondanza di quanto già si possedeva sulla terra.

La questione dell'amore coniugale e del completamento personale degli sposi restava un aspetto molto secondario rispetto agli interessi generali del popolo e della nazione. Chiedendo infatti "di chi sarà moglie", i sadducei ponevano a Gesù una questione di natura giuridica, strettamente vincolata a una concezione del matrimonio come strumento di procreazione e di bene sociale.

Gli ebrei - in questo caso i sadducei - non riuscivano a considerare la persona in maniera indipendente dal ruolo che sul piano sociale, professionale aveva o dalla funzione che doveva svolgere. Qui, nell'esempio ch'essi hanno scelto, è lo "statuto matrimoniale" che conta, non tanto l'identità di sé. Non è quindi da escludere che sotto la questione religiosa della resurrezione ve ne fosse una di tipo socio-esistenziale, relativa a un diverso modo (cristiano) di concepire il ruolo della donna e del matrimonio, più autonomo di quello vissuto nel mondo ebraico.

Gesù è costretto a ribaltare la problematica. Le necessità della terra non sono affatto quelle dei cieli. Se i sadducei conoscessero veramente la potenza di dio (non semplicemente attraverso la lettura delle Scritture, ma attraverso l'esperienza proposta dal cristianesimo), capirebbero che nella resurrezione vi sarà una "nuova creazione": non più quindi rapporti sessuali e coniugali, ma vita angelicata, asessuata, più spirituale, o comunque non esattamente identica a quella della natura innocente descritta nella Genesi. "Non ci sarà più né uomo né donna", dirà Paolo ai Galati (3,28).

Certo, il paragone fatto in questa pericope difficilmente avrebbe potuto essere accettato dai sadducei, i quali non credevano non solo alla resurrezione ma neppure agli angeli e agli spiriti. Tuttavia qui non sembra si abbia intenzione di indurli a credere necessariamente in questo, quanto (visto che avevano posto una domanda circa la resurrezione) a immaginarsi una situazione post-mortem molto diversa da quella terrena.

Peraltro gli angeli erano presenti anche nel Pentateuco (Gen 16,7; 19,1; Es 12,23; 23,20; Dt 32,8). Per quale motivo, visto che ci si appellava a un'interpretazione letterale di questi testi, non considerare come effettivamente "reali" (e non puramente simboliche) queste misteriose presenze poste al servizio di dio? (cfr anche Gb 1,6; 5,1; 33,23; Tb 5,4; 12,15; Dn 10,13; Ez 40,3).

Non solo, ma se si fosse interpretata in maniera "figurata" la stessa legge del levirato, ci si sarebbe accorti che proprio essa attesta, seppure in maniera indiretta, l'esigenza spirituale di una "vita eterna", ovvero il desiderio della continua propagazione di sé attraverso lo sviluppo delle generazioni. Ma è dubbio che una mentalità razionalistica come quella sadducea avrebbe potuto prendere in considerazione un aspetto psicologico del genere.

Qui la posizione cristiana vuol sostenere che nell'aldilà non vi saranno rapporti sessuali e coniugali dettati da esigenze fisiche, materiali, riproduttive, in quanto l'esigenza del "benessere personale" verrà soddisfatta in modo "spirituale", pur avendo gli esseri umani una "somaticità" sconosciuta agli angeli, che non li rende affatto inferiori a quest'ultimi. Paolo addirittura scriverà ai Corinti, nella sua fissazione sul valore assoluto della resurrezione finale, che gli uomini avrebbero "giudicato gli angeli"(1 Cor 6,3).

Verginità e matrimonio sono dunque destinate a trasformarsi da forme dello stato civile, condizioni esteriori dell'esistenza, ad aspetti ontologici interiori, che indicano, contemporaneamente, la realtà dell'io e l'esigenza di un rapporto col "tu".

Si noti come a tali considerazioni esistenziali il cristianesimo petro-paolino giunse nonostante il tradimento politico del messaggio originario del Cristo, a testimonianza che ormai i tempi erano maturi all'interno dello stesso ebraismo. Già il Battista aveva rappresentato una chiara tendenza verso la moralizzazione della vita politica, l'esigenza di fare della liberazione nazionale anzitutto l'esito di una decisione personale, che doveva estrinsecarsi in una sorta di pubblica autocritica.

v. 26) A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe?

Al v. 25 Gesù, dicendo: "si vivrà come gli angeli", aveva dato la risposta al problema di come bisogna immaginarsi la resurrezione dei singoli; un problema ch'era, in verità, più dei farisei, come farà capire Paolo quando litigherà violentemente coi sadducei (At 23,6ss.).

Ora invece egli dà la risposta al problema sadduceo se vi sia o no una resurrezione, e la risposta è: "dalle Scritture lo si viene a sapere, ma a condizione di saperle leggere". Proprio prendendo un esempio tratto dal Pentateuco, quello del "roveto ardente" (Es 3,1ss.), Gesù dimostra che con una corretta esegesi è possibile individuare anche qui un riferimento, seppure implicito, alla vita eterna.

Nell'episodio in questione il Dio d'Israele confessa a Mosè d'essere il "Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe", e Mosè, che sa della morte di quei patriarchi, crede con fiducia nella potenza di Jahvé, crede ch'egli sia "il Dio dei viventi". Non soltanto quindi il Dio di un popolo o di una nazione che durerà nel tempo, ma anche dei singoli uomini che hanno vissuto per Lui.

Come i morti potessero ancora essere presenti agli occhi di dio era per gli ebrei inspiegabile, in quanto indimostrabile che gli uomini fossero immortali o che una volta morti ritornassero in vita da qualche parte. Se anche per virtù di qualche speciale taumaturgo si poteva ipotizzare l'idea di un "ridestamento da morte", non per questo si sfuggiva al destino che accomuna l'intera umanità. Secondo la credenza ebraica l'immortalità non appartiene al singolo, ma al popolo nella sua interezza. Al massimo si poteva pensare alla resurrezione dei soli "giusti" (profeti, legislatori, re e sacerdoti), quali rappresentanti del popolo (Gen 17,7), nella misura in cui il popolo li avesse ricordati nella memoria. Il popolo, in senso stretto, non ha bisogno di risorgere, in quanto non muore mai: il singolo è soltanto un'astrazione.

Quando l'apocalittica giudaica arrivò a ipotizzare la resurrezione dei singoli, la fisionomia del popolo d'Israele era già visibilmente in decadenza. Al tempo di Gesù le tribù rimaste erano due o al massimo tre.

E' certo tuttavia che nella domanda posta dai sadducei la concezione di una resurrezione finale degli uomini e delle donne, singolarmente presi, appare già acquisita negli strati popolari della nazione. Gesù non la contraddice; semplicemente dicendo: "dei vivi", esclude la validità della memoria quale unica giustificazione della resurrezione, altrimenti avrebbe dovuto dar ragione ai sadducei. I "vivi" qui non sono solo i "giusti", ma il complesso dell'umanità. E questa non è una verità cui si può credere sulla base della percezione sensoriale della realtà: se si presume da un atteggiamento di fede, l'evidenza delle cose resta indimostrata.

Un processo analogo, d'altra parte, era già avvenuto nel mondo greco-romano, dove lo sfaldamento delle grandi famiglie patriarcali, in cui solo il capo poteva rivendicare il possesso di un'anima, portò, come forma di contestazione, a credere che ogni singolo componente della famiglia ne avesse una propria.

Da notare che se all'interno dell'ebraismo non fosse già stata presente questa sensibilità per i destini umani ultraterreni, che sempre si accentua nei momenti di crisi sociale e istituzionale, Pietro non avrebbe potuto tradire il messaggio di Cristo usando proprio il tema della resurrezione, che non risultava essere dominante nei dibattiti culturali di allora (la questione del rispetto del sabato era, p.es., molto più sentita); anche se nel vangelo di Giovanni non mancano episodi in cui il Cristo discute animatamente coi giudei sul rapporto uomo-dio, ma in questo caso le conclusioni sono molto diverse da quelle petro-paoline, essendo tutte a favore dell'ateismo, contro la superstizione popolare. Di fronte a una problematica come quella qui sollevata, nel vangelo di Giovanni Gesù avrebbe risposto con un sorrisetto.

v. 27) Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore".

Se i sadducei sono la dimostrazione lampante che una concezione laica della vita non è garanzia sufficiente di democraticità in politica, i cristiani, dal canto loro, sono soltanto capaci di spostare nell'aldilà la soluzione democratica delle contraddizioni sociali che riscontrano nell'aldiqua.

Se i sadducei sono la dimostrazione evidente che un'interpretazione letterale delle Scritture non favorisce lo sviluppo della cultura né garantisce una loro corretta interpretazione, i cristiani, dal canto loro, hanno dato alle Scritture un'interpretazione spiritualistica che sul piano politico risulta di molto inferiore a quella giudaica, anche se umanamente le è superiore, in quanto meno legata alle questioni economiche e giuridiche.

Nella posizione cristiana qui espressa s'intravede un'anticipazione di quella che sarà la concezione personalistica dell'essere umano. Solo che quando questa concezione verrà strumentalizzata per esigenze di potere politico, come farà la chiesa romana a partire da Costantino, il fariseismo di detta confessione diverrà molto più complesso da smascherare.

Il cristianesimo costituì una rivoluzione culturale non perché ruppe i rapporti con l'ebraismo, ma perché, volendo continuare il messaggio di Cristo, dopo averlo tradito politicamente, non restava che riversare sul terreno culturale la portata innovativa di quel messaggio.

La storia, nonostante i tradimenti decisivi nei confronti delle idee di libertà e di giustizia sociale, è comunque andata avanti, favorendo l'approfondimento della coscienza personale.

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Aggiornamento: 23/04/2015