INDAGINE SULLA SINDONE


EINSTEIN E LA SINDONE

Se la sindone è un reperto autentico e la formula di Einstein (E=M x C2) è giusta (considerando che la velocità della luce al quadrato è una convenzione per dire che in realtà la velocità è infinita, solo che mettere "infinita" sarebbe stato per Einstein improponibile dal punto di vista scientifico), se dunque entrambe le condizioni sono soddisfatte, allora bisogna convenire che tra energia e materia esiste un rapporto i cui contorni al momento ci sfuggono, in quanto, se è vero che la materia produce energia e l'energia produce materia, tra questi due elementi quello dell'energia pare beneficiare di una sorta di "primato ontologico" (o, se preferiamo, cronologico). L'energia avrebbe un "primato" in quanto composta di materia e luce, cioè di un aspetto "fisico" (pesante) e di un altro leggero, immateriale, impalpabile, in grado di plasmare la materia.

Ma c'è di più. L'energia di cui qui si parla è non solo causa di tutta la materia dell'universo, ivi inclusa quella umana, che ne è una sintesi suprema o superiore, ma è essa stessa elemento umano primordiale. Cioè mentre tutta la materia animata e inanimata è un prodotto dell'energia cosmica, quella umana è una sorta di autoprodotto: è sintesi e fonte allo stesso tempo.

Si può quindi ipotizzare che l'uomo della sindone può essere considerato una sorta di prototipo dell'intera umanità. Ma se questo è vero, è totalmente falsa l'idea religiosa di una parusia del "Figlio dell'uomo": non è il "prototipo" dell'umanità che deve "ritornare", affinché la speranza diventi certezza, ma è l'umanità che deve tornare ad essere conforme al prototipo, al fine d'essere se stessa, quella che "è" e che "è stata" sin dall'origine, e che "deve essere", se vuole conservarsi integra.

Quando l'umanità sarà conforme all'identità del prototipo, la coincidenza farà maturare l'istanza di un superamento della dimensione terrena, che è quella che rende possibile la sperimentazione dell'umano nell'universo in una determinata forma. Nel senso che l'umano, dal punto di vista energetico, può avere una "forma" diversa da quella cui siamo soliti fare riferimento, senza per questo perdere di "umanità".

Quando si descrive Mosè che discende dal Sinai col volto raggiante (mentendo sul fatto che avesse visto dio), e si dice la stessa cosa del Cristo sul monte Tabor (riscrivendo proprio l'episodio di Mosè e quindi inventandosi una cosa mai esistita), non si è molto lontani dalla verità: ciò a testimonianza che nella mitologia si possono trovare approssimazioni al vero colte per intuito.

D'altra parte non c'è bisogno di scomodare la religione per accettare l'idea che il volto è in grado di trasfigurarsi in rapporto a determinate condizioni esistenziali. E' la stessa psicologia che ce lo dice: una persona innamorata ha p.es. uno sguardo diverso, che viene attestato anche da lievi mutamenti fisici (p.es. la dilatazione delle pupille). In ogni persona umana esiste una forma di energia in grado di modificarne l'aspetto. Questa cosa è verificabile persino in senso negativo, allorquando l'energia è mossa da sentimenti non umani.

Una persona invecchia col passare del tempo, ma dagli occhi, dallo sguardo la si può ancora riconoscere e, quando vi si riesce, il nostro stesso sguardo brilla nei suoi occhi. L'espressione "ci brillano gli occhi" è sicuramente indicativa della presenza di un'energia impalpabile in ognuno di noi.

Questa cosa era stata capita perfettamente dall'esicasmo e soprattutto dalla teologia palamitica, pur all'interno di una concezione "religiosa" dell'esistenza. Ma si parla di "trasfigurazione" anche nei Racconti di un pellegrino russo e nei testi riferiti a san Sergio di Radonez o a san Serafino di Sarov. Senza poi considerare che tutte le religioni del mondo pongono la luce o l'energia all'origine della creazione.

Il corpo impresso nella sindone è frutto di un'esplosione di luce, la stessa, per analogia, che ogni secondo si verifica all'interno delle stelle. Ormai è chiaro che tra microcosmo e macrocosmo le differenze sono solo di forma.

L'unica vera differenza che distingue l'umano da tutto il resto è la coscienza, cioè la possibilità di agire in libertà, autonomamente e non secondo una legge stabilita per natura (e che produce l'istinto negli animali e nelle piante). L'elemento della coscienza è così profondo da essere insondabile, è più vasto dello stesso universo.

Il fatto che ognuno di noi abbia un'energia psicofisica capace di trasformare la sostanza e l'apparenza del corpo, è ovviamente indimostrabile. La trasformazione del bruco in farfalla impedisce alla farfalla di comunicare con altri bruchi. L'unica cosa che il bruco dovrebbe sapere è che è destinato a trasformarsi in farfalla. Ma non sa neppure questo, come l'embrione umano non sa che diventerà uomo o donna in una dimensione diversa da quella uterina.

Un adulto, guardando queste trasformazioni inevitabili, può ipotizzare che la morte non sia affatto la fine di tutto ma soltanto la fine di una particolare dimensione della vita. La trasformazione è in fondo la chiave per capire l'evoluzione delle cose. Non c'è neppure un momento in cui le cose non siano soggette a mutazione.

Purtroppo l'ideologia dominante interpreta la mutazione in chiave religiosa, che è mistificante per definizione, anche se a volte, per intuizione, coglie aspetti di verosimiglianza (come le leggi della dialettica furono scoperte dal conservatore Hegel, che poi le utilizzò contro la stessa dialettica).

In particolare la religione cristiana ha trasformato il cosiddetto "aldilà" in un'occasione per riscattarsi dal fallimento della realizzazione della giustizia sociale sulla terra. Il "giudizio universale" è il surrogato mistico della sconfitta del giudaismo nei confronti dei romani.

L'unica prova che abbiamo dell'esistenza di una dimensione diversa da quella terrena è data dalla sindone, che avrebbe dovuto essere considerata una "prova" o, se si preferisce, un indizio anche nel caso in cui l'uomo ivi raffigurato o impresso non avesse subito la crocifissione e quelle indicibili torture, ma fosse semplicemente morto di vecchiaia.

Quella è una prova che il corpo è un prodotto dell'energia e che l'energia è in grado di trasformare il corpo in una forma diversa da quella che noi consideriamo abituale e, infine, che non c'è energia senza materia (il "puro spirito" non esiste).

Che poi, se noi stessi, da giovani, potessimo vederci in uno specchio nelle sembianze che avremo da vecchi, sicuramente avremmo delle difficoltà a riconoscerci. La trasformazione è sempre così forte in natura che solo nella dimensione del presente può essere vissuta. Questo, peraltro, rende del tutto inutile la fissazione della trasformazione nella scrittura, che è anch'essa, non meno della religione, un'esigenza di perfezione del tutto illusoria.

Nessun mezzo è in grado di riprodurre adeguatamente la trasformazione, se non quello della coscienza, che è il prodotto più significativo dell'energia cosmica, l'intelligenza e insieme la sensibilità che rendono "umana" la natura, la materia e la stessa energia.

Certo è che se con la morte del Cristo noi, come "prodotto derivato", fossimo convinti d'aver eliminato definitivamente il "prodotto originario", al punto da non poter più sapere quale sia la nostra vera identità, non ci porremmo neppure il problema di come resistere alla disumanità.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Nuovo Testamento - Vangeli
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Aggiornamento: 22/12/2012