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BERNARDINO TELESIO

I - II

Quando si parla di Telesio (1509-1588), Bruno (1548-1600) e Campanella (1568-1639) si è già fatto un passo avanti rispetto all'Umanesimo del '400: siamo in pieno Rinascimento, anzi, nel passaggio dal Rinascimento alla Controriforma. E siccome la riforma luterana scoppia nel 1517, l'opposizione del papato nei confronti di questi tre filosofi sarà molto più forte che non nei confronti degli intellettuali umanistici.

Infatti con questa triade cominciano a delinearsi delle riflessioni filosofiche che con la religione tradizionale hanno sempre meno rapporti. La chiesa romana è costretta a intervenire pesantemente. I loro libri vengono messi all'Indice di quelli proibiti; si arrivano a usare le armi della scomunica, della carcerazione, delle torture e persino, come nel caso di Bruno, dell'esecuzione capitale.

A dir il vero Telesio, durante la sua vita, non subii condanne da parte della chiesa; solo dopo la sua morte cade la mannaia di papa Clemente VIII sulla sua opera principale (De natura iuxta propria principia) e su altre due minori (De somno e Quod animal universum ab unica animae substantia gubernatur).

Perché un comportamento istituzionale del genere? Telesio era forse più in linea di Bruno e Campanella con l'ortodossia dominante? Guardando il suo radicale sensismo si fa fatica a crederlo. Il papato (nella fattispecie Gregorio XIII) non aveva sufficientemente capito che nella sua filosofia vi erano pericolose tendenze verso l'ateismo? Strano, perché tali tendenze non sono meno evidenti che negli altri due filosofi. Né si può pensare che nei suoi confronti il trattamento sia stato di favore solo perché non apparteneva a un ordine religioso.

La sua principale opera, scritta, pubblicata, continuamente revisionata per timore di ritorsioni da parte degli ambienti clericali e ristampata in un tempo piuttosto lungo, dal 1565 al 1586 in nove libri, non poteva certo passare inosservata (non lo fu neppure all'estero), per cui la chiesa aveva tutto il tempo necessario per esaminarla con cura e accorgersi ch'era un testo da mettere immediatamente nell'Indice, soprattutto la sua prima parte, quella della prima edizione, nettamente più laica rispetto alle successive, quella dove si affermava, da un lato, che il mondo era indipendente dalla creazione divina, autonomo nei suoi princìpi ed eterno, e, dall'altro, che l'essere umano ha un'anima materiale e mortale, comune agli animali e alle piante.

Il motivo di questo singolare comportamento da parte dei censori ecclesiastici può essere solo uno: nel periodo in cui visse Telesio i tempi non erano ancora sufficientemente maturi perché la Controriforma agisse in tutta la sua crudezza. Il Concilio di Trento si era concluso nel 1563.

In maniera emblematica Telesio è la testimonianza di quale livello di corruzione avesse raggiunto il papato, disposto ad accettare qualunque forma di ateismo pur di non veder compromessa la propria egemonia politica (esercitata nell'ambito dello Stato della chiesa e nei rapporti con gli altri Stati, regionali e nazionali) e, insieme, di quale livello di disperazione avesse il medesimo papato nel momento in cui, lottando contro i risvolti politici della riforma protestante, fu indotto a travolgere anche l'intellighenzia umanistica presente in Italia, la quale, pur essendo molto più laicizzata di quella dei paesi riformati, non si poneva affatto il problema di scardinare il potere politico clericale.

Telesio, in sostanza, rappresenta il valore politicamente effimero, inoffensivo, di una cultura laico-borghese individualistica, incapace di dare un risvolto pratico-operativo alle proprie idee radicali.

Naturalmente gli storici della filosofia di tendenza mistica rifiutano l'idea che Telesio avesse fatto concessioni alla teologia (vedi p.es. i riferimenti all'anima intellettiva e immortale, infusa da dio) per non avere fastidi; e affermano che Telesio voleva soltanto "distinguere" i campi e non "escluderli" a vicenda.

A questi storici però si dovrebbero obiettare due cose: 1) quando si vive in una società fortemente ideologizzata, ove non solo esiste uno Stato confessionale ma addirittura uno "Stato della chiesa", è comprensibile che un intellettuale di tendenza laicista faccia concessioni ai poteri dominanti, e comunque resta impossibile sapere se l'intellettuale in questione creda veramente o solo formalmente in ciò che dice; 2) il solo fatto di operare una netta distinzione, sul piano metodologico, tra contenuti religiosi e contenuti scientifici, è già un indizio di ateismo: cosa ch'era già stata capita al Concilio Laterano V del 1513, allorché si elevò la dottrina dell'immortalità dell'anima (discussa per vari secoli nel Medioevo) a vero e proprio dogma, affermando che qualsiasi asserzione contraria a questo principio di fede andava considerata assolutamente falsa, da non poter essere difesa neppure "secondo la filosofia". Questo per dire che quando si fa, dal punto di vista di un credente, la storia della filosofia, inevitabilmente si finisce per dare un'interpretazione distorta o riduttiva del pensiero laico.

Il fatto che la chiesa romana arrivasse ad accettare tale distinzione, almeno sino alla Controriforma, a condizione che non si mettesse in discussione l'idea di teocrazia, non depone certo a favore della sua concezione della fede. Si dovrebbe anzi dire che l'idea telesiana di tenere rigorosamente separati gli aspetti scientifici da quelli religiosi trovi la sua ragion d'essere proprio in quella teologia Scolastica che volle rivalutare l'opera di Aristotele, facendo della fede una questione puramente filosofica.

Cioè l'umanesimo laico di Telesio era stato anticipato proprio da quei teologi della Scolastica che tendevano a separare l'uso della ragione da quello della fede. Il fatto stesso che al naturalismo telesiano si richiamassero esplicitamente i frati domenicani Giordano Bruno e Tommaso Campanella, la dice lunga sul tasso di religiosità contenuto nel pensiero di taluni intellettuali di chiesa.

Certo, si potrebbe obiettare che Telesio non nega il dio biblico, creatore del mondo, né l'anima intellettiva e immortale, ma queste ammissioni, come in tutti gli altri umanisti rinascimentali, erano puramente convenzionali, dovute al fatto che questi intellettuali, non avendo una "classe popolare" cui fare sicuro riferimento, erano costretti a scendere a compromessi con la loro coscienza, che non poteva soprassedere alle esigenze dei poteri dominanti.

In ogni caso quando Telesio parla di "anima", intende sempre qualcosa di fisico, una sorta di centro propulsore del movimento corporeo, basato sul caldo (piacevole) e sul freddo (spiacevole). L'anima non era, per Telesio (del tutto ignaro del funzionamento del cervello), che una materia sottilissima e mobilissima, in grado di pervadere l'intero corpo. Una tale concezione di "anima" non aveva nulla di religioso, né trovava agganci in Platone o in Aristotele.

Pur senza studi matematici, pur senza potersi avvalere di una strumentazione scientifica con cui dimostrare le proprie teorie, Telesio anticiperà in maniera netta le successive ricerche in campo fisico, soprattutto quelle di Bacone e di Galilei. Lui stesso era consapevole d'aver posto, della moderna fisica, solo le basi teoriche (più che altro metafisiche o "qualitative"), e sperava che altri le svolgessero in senso "quantitativo", cioè dimostrandole concretamente. L'importante sarebbe stato di procedere sulla strada metodologica da lui individuata, quella della "riduzione naturalistica": nella sua opera - viene detto a chiare lettere - non si troverà "nulla di divino" (in polemica coll'aristotelismo) e "nulla di straordinario" (in polemica con le tendenze magico-ermetiche di certo neoplatonismo).

Nella sostanza Telesio, col suo sensismo, che, per molti versi si rifà a quello pre-socratico, anticipa nettamente quello inglese di Locke e Hume, ch'era orientato verso l'ateismo.

Quando si arriva a dire che i sensi non possono mai ingannarci, che la conoscenza intellettiva non è che ricordo di sensazioni, che il bene e il male sono soltanto reazioni a taluni eventi che procurano piacere o dolore, e che quindi l'etica può essere soltanto "descrittiva" e non "prescrittiva", e soprattutto che la natura, per essere interpretata correttamente, non ha bisogno di alcuna teologia o filosofia religiosa - non si sta certo facendo un favore a idee di tipo mistico. E il fatto ch'egli avesse passato alcuni anni a meditare in solitudine presso un monastero benedettino, non può in alcun modo essere considerato un buon motivo per credere nella sua buona disposizione nei confronti della chiesa.

In realtà ciò che lo salvò da una dura persecuzione fu il fatto che visse appartato nella sua Cosenza, salvo un breve periodo a Roma e a Napoli, conseguente alla prima pubblicazione dell'opera. Telesio non si dedicò mai alla docenza, ebbe sempre difficoltà finanziarie (nonostante fosse di origini nobili, quelle che gli permisero di ricevere una buona formazione classica), e trovò nell'Accademia Cosentina una valida protezione contro gli attacchi degli avversari, fossero essi neoplatonici o neoaristotelici, che si fecero sentire negli ultimi tempi della sua vita e, ancor più, dopo la sua morte.

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Bisogna inoltre fare attenzione a quegli storici della filosofia che, quando prendono in esame Telesio, dicendo che la sua concezione della natura era ilozoistica e pampsichistica, come quella di molti pre-socratici, lo fanno non per esaltarlo, ma per squalificarlo: sia perché vogliono far vedere che, in ultima istanza, non diceva alcunché di originale, sia perché aveva una concezione "vitalistica" della natura, che oggi, in nome della nostra scienza, consideriamo di tipo mistico.

Così facendo questi storici non s'accorgono di due cose molto importanti: la prima è che in talune parti dell'Italia meridionale (in tal caso la Calabria) si erano conservate le tracce della più antica filosofia greca che l'ideologia cattolico-romana, nonostante la sua invadenza, non era riuscita a cancellare; la seconda è che la concezione vitalistica della natura era quella più vicina alle società pre-schiavistiche, che oggi, in considerazione dell'importanza degli aspetti ecologici, dovremmo attentamente rivalutare.

La fisica di Telesio

Che cosa aveva di così sconvolgente, per la fede religiosa, la fisica di Telesio da meritare la condanna? Era giudicata eretica di per sé o per le sue conseguenze sul piano etico? Una domanda di questo genere è mal posta in un contesto sociale dove l'ideologia dominante, ch'era religiosa, presumeva di poter dire l'ultima parola anche in campi del sapere non prettamente teologici. Pertanto, visto che l'aristotelismo, ovviamente reinterpretato in senso tomistico, veniva considerato dal papato un punto di riferimento privilegiato, la condanna dell'opera principale di Telesio non poteva non riguardare anche le sue idee fisiche e astronomiche in quanto tali. Peraltro va detto che non tutti gli aristotelici saranno suoi oppositori o diranno cose molto diverse dalle sue (si veda ad es. Pomponazzi); anzi, fu proprio Vincenzo Moggi, una autorevole professore aristotelico, a incoraggiarlo a pubblicare il suo De rerum natura.

  1. Anzitutto per Telesio la natura va interpretata per quello che è, cioè osservandola come un fenomeno meramente fisico, senza lasciarsi condizionare da concezioni di tipo metafisico, che, a quel tempo, erano di derivazione aristotelica, con la mediazione della Scolastica.
  2. Per Telesio "natura" vuol dire sostanzialmente due cose: Sole e Terra. Il Sole produce un calore con cui riscalda una Terra fredda. Quindi dei due principi: caldo e freddo, il primo è positivo, il secondo è negativo; il caldo indica movimento, espansione; il freddo indica la fissità, la conservazione. Caldo e freddo, quando s'incontrano nella materia, producono una molteplicità di forme e la modificazione di queste stesse forme, che avvengono in uno spazio e in un tempo determinati, sulla base di leggi fisse e immutabili, eterne.
  3. Il Sole si muove per virtù propria, essendo appunto caldo, per cui non è spinto dal "primo motore" di aristotelica memoria, né gli altri astri sono mossi da "intelligenze motrici" o angeliche. Viceversa la Terra, siccome è fredda, resta immobile, e può anche essere considerata al centro dell'universo (a Telesio non interessano le ipotesi copernicane, anche perché non ha conoscenze matematiche).
  4. Tuttavia la materia è unica, cioè uniforme e omogenea, per tutto l'universo. Non esiste alcuna divisione radicale tra mondo celeste, composto di etere, e mondo sublunare, composto di terra, acqua, aria e fuoco. Qui l'anti-aristotelismo è netto.
  5. La materia tende, in maniera naturale, alla propria conservazione, per cui lo scontro tra caldo e freddo non può mai comportare la sua estinzione. La materia è eterna e infinita.
  6. La materia caratterizza così tanto l'universo che anche l'essere umano, come gli altri esseri viventi, va considerato un essere materiale, un puro prodotto della materia. La differenza tra esseri inorganici, animali e umani è solo di grado, non di natura.

Se Telesio si fosse fermato a queste tesi fisiche e cosmologiche, non avrebbe avuto scampo di fronte alle accuse di eresia. Qui infatti non solo non vi è nulla di aristotelico o di platonico, ma neppure di ebraico-cristiano. Non vi è nessun dio creatore, e anche se vi fosse, sarebbe del tutto irrilevante. Qui vengono poste le basi del materialismo meccanicistico, che ritroveremo, nei secoli a venire, molto più sviluppato.

L'etica di Telesio

Telesio ha però vissuto, in un certo senso, la metamorfosi subita da Kant nel passaggio dalla prima alla seconda Critica. Infatti, quando inizia a parlare, nel suo De rerum natura, della natura dell'essere umano, modifica notevolmente le tesi affermate nella prima edizione del 1565, e comincia a parlare di un'anima o di uno spirito presente in ogni essere vivente.

All'inizio, per venire incontro ai suoi oppositori, egli ammise una sorta di anima materiale e mortale prodotta dal seme umano al momento del concepimento; poi, continuando a revisionare il testo, cominciò ad ammettere una seconda anima più spirituale, di cui però non si poteva dir nulla, in quanto invisibile. Infine arrivò ad ammettere un'anima immateriale e immortale infusa direttamente da dio nel corpo umano. Questa seconda anima, priva di una funzione conoscitiva specifica, viene posta all'origine dell'aspirazione dell'uomo a valori che trascendono la dimensione naturale della vita.

Singolarmente gli storici della filosofia di tendenza mistica (si pensi solo al manuale di G. Reale - D. Antiseri), invece di rilevare in questa "mens superaddita" un esempio evidente del peso dei condizionamenti sociali, attribuiscono a Telesio una religiosità non sufficientemente compresa dai suoi detrattori.

Eppure era abbastanza chiaro che Telesio, pur ammettendo, obtorto collo, l'esistenza di un'anima, al massimo arrivò a dire ch'essa era situata nel cervello e che svolgeva la funzione di produrre sensazioni, immaginazioni, memoria ecc. Lo spirito non era altro, per lui, che una sostanza materiale estremamente sottile e rarefatta, generata dal principio del calore, capace di movimento, coestensiva ai corpi e quindi mortale. E di tutte le facoltà di quest'anima, Telesio prediligeva anzitutto quella della sensazione o della sensibilità.

I sensi, per lui, non ingannano mai. La conoscenza non è che un ricordo di sensazioni pregresse e quindi procede per analogia, cioè per somiglianze e differenze: possiamo anticipare le cose proprio perché ne abbiamo già fatta esperienza. E l'esperienza diretta delle cose è sempre da preferire a qualunque ragionamento. Lo spirito umano si modifica grazie agli organi di senso. Persino le matematiche sono fondate sul senso, sulle similitudini e le analogie.

Le idee morali, delineate nell'ultimo libro, risentono nettamente, nonostante le ambiguità dovute a necessità cautelative, di questo sensismo naturalistico, che tanta fortuna avrà in molti filosofi del Settecento e che si ritrova anche ampiamente nel materialismo naturalistico di Feuerbach.

Telesio non sa che farsene del libero arbitrio. Il fondamento della morale è, per lui, identico a quello della materia, cioè è il principio di autoconservazione (e di accrescimento), per cui tutto ciò che favorisce il calore non può che favorire la dilatazione dell'anima e quindi il piacere e il bene. Stesso discorso, ovviamente rovesciato, va riferito al freddo, alla contrazione, al dolore e quindi al male. Quando si ama ci si espande, quando si odia ci si rinchiude.

L'unico spazio esistente per la libera volontà umana è quello relativo al calcolo del piacere maggiore, nel senso che si può evitare qualcosa nell'immediato al fine di ottenerne un'altra nel futuro. L'etica quindi non può prescrivere dei comportamenti, ma solo registrarli, in quanto di fatto l'uomo agisce in base a leggi universali. Il comportamento è indipendente dalla volontà umana.

Una tale concezione dell'essere umano era profondamente borghese e individualistica, ed è soprattutto in questo che si evidenziano i limiti della filosofia telesiana.

Fonti

La critica


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015