ARTE ANTICA MODERNA CONTEMPORANEA


GIORGIONE DA CASTELFRANCO (1477?-1510)

I - II - III

Raramente un pittore ebbe tanta fama come Giorgione da Castelfranco, detto il Zorzon, durante la sua breve esistenza ed anche dopo, ma per ironia della sorte, conosciamo pochissimo della sua vita e delle sue opere: nessuna firmata, alcune terminate dal Tiziano, molte falsificate nel secolo XVII.

L’unica certezza che abbiamo è che niente di lui è sicuro: incerto l’anno di nascita (1477 o 1478), incompleto il suo nome, dubbioso il luogo di nascita, forse Castelfranco Veneto, discutibili le sue opere e il loro significato, non si sa se morì di peste o d’amore, sui 33 anni, nel 1510. Totalmente sconosciuti sono anche i suoi genitori.

Si stabilì a Venezia, probabilmente nel 1500, città piena d’artisti famosi: Giovanni Bellini, chiamato il Giambellino, che era considerato il capo incontrastato di tutta la pittura veneta, il Carpaccio, che aveva appena terminato la sua opera nella Scuola degli Schiavoni, Cima da Conegliano, famoso per le sue serene Madonne, Mantegna, che continuava il classicismo d’Antonello da Messina, e Bastiani, Buonconsiglio, Diana e molti altri ancora, senza contare i giovani come Lorenzo Lotto, Tiziano, Sebastiano del Piombo, e gli stranieri, come Alberto Dürer.

Venezia offriva un fascino tutto speciale, in un'atmosfera di luce e colore straboccanti dalla sua vaporosa atmosfera, dalle sue spendenti aurore e tramonti, con i suoi selciati e pavimenti di crisopazio, i suoi palazzi di porfido e di marmo, con le facciate ricoperte di affreschi, le acque lagunari solcate dalle navi di tutti i paesi del mondo, con le sue chiese, dalle cupole argentate, decorate di splendenti mosaici.

Città libera, cosmopolita, ricca, indipendente, poderosa, sensuale, famosa in tutta Europa per il lusso delle cerimonie dei suoi prudenti ed aristocratici governanti.

E Giorgione, che aveva la passione “per la pittura, per la musica e per l’amore…” - come afferma la cronaca - divenne presto l’artista familiare della nobiltà veneziana, che sapeva combinare il ‘genio’ degli affari con l’amore per le cose belle, che preferiva un umanesimo di ragionamenti e considerazioni sottili ed eleganti, le esperienze naturalistiche e le discussioni sul gusto, invece delle teorie estetiche, religiose, filosofiche e le ricerche scientifiche degli umanisti romani e fiorentini.

Poeti, poetesse, astronomi, astrologi ed antiquari trovavano un ambiente propizio nel castello di Caterina Cornaro, ex-regina di Cipro, e si convertivano in personaggi delle rime amorose del Bembo. Era una società spensierata, però attenta ai valori dello spirito, che amava la musica del liuto del Giorgione e si circondava dei suoi quadri.

La luce, il colore, l’aria, lo spazio sono gli elementi pittorici della scuola veneziana. Pittura di sensazioni – è stata definita – in opposizione a quella intellettuale fiorentina, e da questi principi partì Giorgione per formare uno stile proprio, con tali innovazioni che la critica lo considera oggi come il primo pittore moderno.

Fu il primo nel dipingere, principalmente, temi laici e a laicizzare quelli religiosi, divergendo dai suoi maestri: il Giambellino e Carpaccio, dando alle sue pitture un senso più umano e panteista.

In lui la forma si apre e l’indifferenza per il ‘finito’ è l’espressione d’uno stato d’animo contemplativo, sensuale e musicale. Così i contorni svaniscono, sommersi nella penombra diffusa (come nelle opere di Manet e degli impressionisti, nel secolo XIX).

Applicando l’insegnamento di Leonardo, giunse ad un genere di pittura universale, dove il tutto appare visto attraverso il sentimento e l’emozione, dove l’uomo e la natura diventano semplicemente tematica, con la consapevolezza che l’uomo non è che un elemento del tutto.

Dipinse direttamente, senza disegno previo, subordinò tutto al colore, liberandolo dalla dipendenza della forma (che è un’altra delle conquiste dell’arte moderna). Inoltre il suo cromatismo si fonde, in una sintesi, con la luce e ci fa ricordare la frase di Gabriele D’Annunzio che definisce "il colore come sforzo della materia per convertirsi in luce". Luce che nasce spontaneamente dall’incontro dei chiari e degli scuri, dal contrasto tra le parti sfumate e le forme nette e precise, ed anche dalle vibrazioni del colore, creando una luminosità cromatica che sarà poi tipica dei veneziani.

Finalmente Giorgione interpretò la pittura come un affacciarsi all’aria aperta, dove il paesaggio è in funzione del paesaggio in se stesso, eliminando ogni simbolismo e giungendo a modificare o a cambiare i suoi personaggi, dato che sono semplici elementi di un tutto.

LA TEMPESTA
cm 82 x 73
Venezia, Galleria dell’Accademia

Già padrone del suo stile peculiare, Giorgione dipinge quest’opera d’arte, che forse rappresenta l’infanzia di Paride, o la ninfa che allatta Epafo, sotto lo sguardo di Mercurio, o il ritrovamento di Mosè, o forse simbolizza la nascita illegittima dello stesso pittore.

La maggior parte dei critici ha risolto il rompicapo chiamandola semplicemente “La Zingara e il Soldato”, o meglio, “La Tempesta”, dato che in realtà il tema è la natura e i personaggi sono solamente degli elementi secondari. Infatti i raggi x hanno rivelato che, in un primo momento, invece del soldato, Giorgione aveva dipinto un’altra donna nuda, anch’essa seduta, sulla riva opposta del ruscello.

Secondo una recente ricerca svolta da Guerino Lovato, la Tempesta del Giorgione non sarebbe altro che la "coperta" del ritratto del capitano veneziano Erasmo da Narni detto il Gattamelata e ritrarrebbe proprio lui vicino a Treviso, città di cui doveva ricostruire la cinta delle mura.

La natura è esaltata nelle sue forme primordiali, in un supremo panteismo, nei suoi fenomeni più profondi e misteriosi: cielo tempestoso, improvvisamente solcato da un fulmine, e il ruscello, le rovine di costruzioni, alcune torri e le case del secondo piano, fanno pensare al tempo che trascorre e ai piaceri che svaniscono.

Il colore è ricco e profondo. Tutto sembra alludere alla vita nel suo perpetuo divenire. Tale esaltazione della natura è descritta come una sinfonia d’elementi eterogenei, perdendo la sua plastica consistenza per trasformarsi in espressione estetica.

Giancarlo Von Nacher

Bibliografia


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Arte
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Aggiornamento: 27/08/2015