PIANO E MERCATO POSSONO COESISTERE?
In molti ambienti della
sinistra europea, orientale e occidentale, si è convinti che la perestrojka
gorbacioviana sia fallita con il fallimento dell'URSS, ovvero che la questione
delle nazionalità abbia tolto ogni speranza all'idea di poter democratizzare il
socialismo nato con l'Ottobre, tanto che oggi, in luogo dell'Unione Sovietica
esiste una precaria CSI e in luogo del socialismo da caserma esiste una informe
economia mista.
In realtà questo modo di
vedere le cose è alquanto riduttivo: semplicemente perché il processo di
autonomizzazione delle etnie e nazionalità non deve essere visto, di per sé,
in antitesi al processo di democratizzazione del socialismo. Né d'altra parte
il tentativo di conservare la fisionomia istituzionale dell'URSS (come ha
cercato, invano, di fare Gorbaciov) doveva essere visto come un modo per
garantire, di per sé, una migliore democratizzazione del socialismo.
E' vero, non può esistere
socialismo se il mercato non è regolamentato da un piano, ma non è detto che
questo piano, per funzionare, non possa essere gestito a livello locale o
comunque regionale, rinunciando alle centralizzazioni gestionali, a livello
statale o di "Unione".
Se non si accetta la
possibilità di regolamentare tutta l'economia a livello locale, sarà poi
inevitabile sostenere l'impossibilità di una democratizzazione del socialismo,
ovvero la necessità della sua trasformazione in senso capitalistico (per quanto
una prospettiva del genere dovrebbe non meno inevitabilmente sfociare in
un'altra guerra mondiale per una nuova ripartizione delle colonie, poiché è
difficile pensare che i paesi est-europei si adatteranno al ruolo di
"periferia neo-coloniale" dell'imperialismo occidentale).
La prospettiva, per la Russia
e per tutta la CSI, di tornare al capitalismo d'inizio secolo, è considerata
dalla sinistra occidentale, o con auspicio o come un fatto doloroso ma
inevitabile: la differenza dipende dalle diverse posizioni politiche. Raramente
si sentono interventi a favore della democratizzazione progressiva del
socialismo che non siano anche a favore del capitalismo. Alla sinistra
occidentale appare adesso impossibile cercare una "terza via" tra
socialismo burocratico e capitalismo monopolistico-statale.
Fino a ieri invece, per la
coscienza di questa sinistra, il socialismo reale rappresentava una sorta di
"super-ego": alcuni gli obbedivano ciecamente, senza volerne vedere i
limiti; altri lo detestavano solo in privato, mentre in pubblico non volevano
darla vinta al capitalismo; altri ancora lo attaccavano duramente anche in
pubblico, sostenendo che il vero socialismo può essere realizzato solo in
Europa occidentale, e così via. In certi ambienti di estrema sinistra si era
addirittura arrivati a dire che il socialismo reale costituiva una variante del
capitalismo di stato, dimenticandosi però di precisare che mentre qui è
l'economia che detta legge alla politica, là era il contrario.
Non a caso tutta questa
sinistra si è preoccupata di più di discutere sul crollo dell'URSS o
sull'impotenza del Pcus, che non di esaminare da vicino le grandi novità
lanciate dalla perestrojka. Ancora oggi ci si sofferma più volentieri sulle
contraddizioni di una perestrojka incompiuta che non sulle possibili alternative
allo stato di crisi e di confusione (peraltro inevitabile) in cui regnano i
paesi est-europei.
Ci si è meravigliati
dell'improvviso crollo di un sistema mondiale dispotico (peraltro non meno
dispotico di quello capitalistico occidentale), con lo stesso atteggiamento che
avevano le forze di governo francesi poco prima che scoppiasse un altro '89,
quello della rivoluzione, cioè senza rendersi assolutamente conto del motivo
per cui certe "svolte" sono necessarie. La differenza però è che
mentre allora fu la monarchia a risultare incredula e incapace di reagire, oggi
sono le stesse forze di opposizione al capitalismo che non sanno scorgere lo
spirito dei tempi. Quelle stesse forze che non si sono neppure accorte che,
rispetto alla rivoluzione francese, questa della perestrojka è avvenuta in modo
molto meno cruento.
L'incomprensione della
perestrojka, da parte della sinistra occidentale, probabilmente è dipesa dal
fatto che il giudizio sul "socialismo reale" era deformato dalla
pretesa, non giustificata, di delegare all'URSS e al blocco socialista il
compito di contrastare a livello mondiale le forze del capitalismo. Tale
pretesa, al pari della recente affermazione secondo cui la fine del confronto
Est-Ovest ha determinato l'acuirsi di quello Nord-Sud (in quanto il Sud non è
più protetto, direttamente o indirettamente, dall'Est), fanno parte di quell'atteggiamento
oppositivo al sistema capitalistico solo sul piano teorico.
In effetti, se l'opposizione
fosse anche pratica, oggi non si darebbe per scontato il trionfo mondiale del
capitalismo e l'inglobamento di tutto il blocco socialista nel Sud, così come
ieri non sarebbe venuto in mente di delegare all'Urss un compito che si deve in
realtà gestire autonomamente. E si riuscirebbe anche a comprendere come
l'est-europeo vada cercando una "terza via" che tornerà utile anche
al Sud, soprattutto a quelle forze progressiste che nel Sud stanno elaborando
una via non-capitalistica.
Il socialismo reale è
crollato per motivi interni, non tanto per la pretesa superiorità del
capitalismo. Né esso poteva continuare a sussistere solo per fare un
"favore" al Sud, anche perché il Sud deve cercare in se stesso la
forza per emanciparsi dal dominio neo-coloniale. Gli appoggi esterni possono
essere utili, ma non decisivi. Forse qualcuno aiutò la rivoluzione bolscevica a
liberarsi del capitalismo? I fatti non hanno forse dimostrato che se un Paese
vuole liberarsi del capitalismo grazie soprattutto agli aiuti esterni, la
rivoluzione compiuta è destinata, prima o poi, a trasformarsi in una nuova
dittatura?
Non si può dunque accusare
l'est-europeo di aver peggiorato, col proprio crollo, le condizioni di vita nel
Sud del mondo. Le ragioni di questo peggioramento vanno sempre ricercate
nell'acuirsi dello sfruttamento economico del capitalismo occidentale, ovvero
nella scarsa resistenza politica delle forze progressiste, occidentali e
terzomondiste.
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Stando a molti economisti
marxisti odierni, della ex-URSS, la perestrojka ha ripreso la logica della NEP
perché, dopo questa esperienza socio-economica, il lavoratore sovietico non
aveva più avuto la possibilità di sentirsi padrone dei suoi mezzi produttivi:
egli praticamente era diventato un "dipendente statale". La fine della
NEP aveva determinato il definitivo passaggio di tutta la terra, le fabbriche e
le aziende nelle mani dello Stato, non del popolo, il quale si era così visto
espropriare della facoltà di amministrare direttamente la proprietà, sia
pubblica che privata. Il lavoratore sovietico, dopo la NEP, non ha mai avuto
altra possibilità che quella di diventare un lavoratore salariato dello Stato.
Paradossalmente -dicono ancora questi economisti- c'era più
"socialismo" in quei Paesi dove gli operai sono azionisti delle
imprese in cui lavorano.
I limiti operativi di questo
sistema burocratico-amministrativo sono già ben noti perché qui si stia di
nuovo ad elencarli. Il problema oggi è diventato quello di come conciliare una
pianificazione consapevole con un mercato spontaneo, ovvero quello di sapere chi
devono essere i soggetti della pianificazione e fino a che punto il mercato dev'essere
lasciato libero. Al momento non sono state date soluzioni convincenti, che
possano soddisfare le esigenze della grande maggioranza dei cittadini della
nuova CSI.
La legge sull'attività
lavorativa individuale ha praticamente reintrodotto il concetto di
"proprietà privata", seppure su piccola scala, mentre la legge
sull'affitto e i rapporti d'affitto permette ai lavoratori di diventare
affittuari non solo della terra ma anche dei rapporti produttivi. Il che è come
se si fossero spezzate le due tavole della legge mosaica, in quanto pochi
economisti marxisti avrebbero potuto pensare che la "NEP" della
perestrojka si sarebbe spinta fino ad accettare di far entrare nel ciclo
commerciale privato i mezzi di produzione, permettendo così l'assunzione di
manodopera salariata.
Gli economisti radicali non
hanno remore di sorta, in questo senso, e si spingono ancora più in là.
"Mercato socialista", per loro, vuol dire mercato delle merci, del
denaro, dei titoli e anche del lavoro. Essi affermano che se il lavoratore è
padrone della propria forza-lavoro, dev'essere anche libero di contrattarla con
qualunque imprenditore, lasciando allo Stato solo il compito di garantire al
settore privato condizioni di lavoro e di assistenza sociale non inferiori a
quelle del settore pubblico.
Vien da chiedersi -stando a
una posizione del genere- se l'obiettivo sia effettivamente quello di realizzare
un "socialismo autogestito di mercato" o non piuttosto una qualche
variante del "capitalismo di stato". Si può essere infatti d'accordo
che un lavoratore dev'essere lasciato libero di fare il dipendente salariato o
il socio di una cooperativa, ma questa libertà dovrebbe poterla godere in
qualsiasi momento e non solo adesso, nel momento in cui deve scegliere, cioè
nel momento in cui tutti i principali mezzi produttivi sono ancora nelle mani
dello Stato e non del popolo. Questi radicali sembrano volere una sorta di
sistema sociale in cui lo Stato sia "socialista" e la società sia
"capitalista": può forse essere questo il modo in cui si costruisce
il "socialismo democratico"?
La proprietà statale dei
mezzi produttivi non può essere messa all'asta, a disposizione del miglior
offerente. Tale proprietà va progressivamente trasferita nelle mani dei
lavoratori, solo ai quali, collettivamente intesi e non come singoli sparsi,
spetta il compito di gestirla e controllarla. Certo, è oltremodo superata
l'idea di salvaguardare lo Stato socialista tradizionale, onde impedire che la
perestrojka, sul piano dei rapporti socio-economici, rischi di stimolare la
reintroduzione del capitalismo. Questo modo di vedere le cose è tipico di chi
vuol fare le riforme a metà, cioè di chi si fida di più, in ultima istanza,
dei metodi amministrativi che non di quelli economici.
Il rischio di tornare al
capitalismo non può essere impedito per vie legali. In questo senso la
perestrojka ha funzionato fin quando ha capito le assurdità del socialismo
reale, e si è fermata quando ha dovuto cercare delle alternative concrete. Essa
non è arrivata ad accettare il fatto che la proprietà sociale non solo non può
coincidere con quella statale, ma addirittura le si oppone. Nel senso che le due
proprietà: statale e sociale, si escludono a vicenda.
Purtroppo però le soluzioni
operate dall'attuale governo Eltsin sono tendenzialmente favorevoli a un uso
capitalistico della proprietà privata, salvo quando si decide di reintrodurre
gli strumenti dello Stato sociale per contenere lo scontento della gente. Non c'è
una vera e propria strategia, ma solo reazioni istintive a situazioni immediate.
Non si può stimolare la nascita del mercato partendo non dalla ricostruzione
graduale, democratica, del sistema socio-produttivo, ma dall'affermazione di
principi capitalistici allo stato puro, come la privatizzazione delle terre, la
liberalizzazione dei prezzi, i licenziamenti, l'acquisizione di crediti presso
banche estere, la pressione fiscale ecc. Ieri il governo obbligava al
socialismo, oggi obbliga al capitalismo.
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Fino alla nascita della
perestrojka la sinistra occidentale più progressista è stata favorevole alle
nazionalizzazioni perché credeva che in tal modo di potesse realizzare un
controllo pubblico della proprietà, dei capitali investiti e dei profitti
realizzati. Non solo, ma tale sinistra -convinta che l'obiettivo del movimento
comunista fosse quello del socialismo amministrato dall'alto- considerava il
capitalismo monopolistico-statale come l'anticamera di tale socialismo.
Oggi, alla luce del fallimento
del socialismo reale, questo modo di vedere le cose è soggetto a profonde
revisioni, al punto che l'opporsi alle attuali privatizzazioni del governo
Amato, in nome della salvaguardia delle passate nazionalizzazioni, equivale a
fare una politica più conservatrice di quella dello stesso governo, che con le
privatizzazioni vuole allargare non la democrazia sociale ma i monopoli privati
già esistenti.
Il governo infatti ha capito
che lo Stato sociale, così com'è, non funziona, anche se non vede alternative
al fatto di dover concedere più potere ai monopoli. Cosa che inevitabilmente
farà aumentare a dismisura i conflitti sociali, quei conflitti che ieri le
forze progressiste pensavano di attenuare creando strutture di socialismo (come
appunto le nazionalizzazioni, ma non solo queste) in un regime di capitalismo
monopolistico-statale.
Oggi in realtà la sinistra
democratica dovrebbe cominciare a sostenere:
1)
che nel sistema capitalistico ogni riforma in senso socialista è destinata al
fallimento, se i lavoratori non dispongono di poteri reali e non formali;
2)
che nel sistema capitalistico tutti i tentativi riformatori sono destinati al
fallimento non solo perché il capitalismo -come sistema economico- impedisce
una reale democrazia sociale, ma anche perché lo strumento politico
privilegiato ch'esso si è dato -lo Stato- impedisce una reale democrazia
politica;
3)
che il capitalismo monopolistico-statale è entrato in un vicolo cieco: andare
avanti non può, se non sono i lavoratori a esigere la transizione verso il
socialismo democratico; se resta fermo, il governo deve dichiarare bancarotta;
se torna alle privatizzazioni anni '50, l'antagonismo sociale non tornerà ai
livelli di quegli anni, ma sarà molto più forte, tanto che molto più
autoritario dovrà essere il potere statale (nazionale e sovranazionale) per
reprimerlo.
Insomma, tanto nell'Europa
dell'est quanto in quella dell'ovest il superamento del concetto di Stato è
all'ordine del giorno: là naturalmente deve passare attraverso la
democratizzazione del socialismo, qui invece deve passare attraverso la
socializzazione della proprietà.
In entrambi i casi è sul
concetto di "proprietà privata" che bisognerà rivedere le
tradizionali e opposte posizioni ideologiche. A ben guardare, in effetti, non è
tale concetto che di per sé fa problema; è piuttosto il monopolio (statale o
individuale) che genera ingiustizie. Il monopolio dovrebbe essere collettivo,
nel senso che tutti devono avere la possibilità di diventare proprietari, e non
in maniera formale (come in occidente) o in maniera simbolica (come in oriente).
Non ci si può sentire proprietari solo in potenza, in teoria, oppure solo in
maniera ideale, metaforica. Se nell'Europa dell'est i cittadini hanno voluto
espropriare lo Stato dal monopolio della proprietà, nell'Europa dell'ovest i
cittadini devono fare la stessa cosa nei confronti degli imprenditori privati e
dei grossi latifondisti.
La proprietà privata è un
diritto di tutti, che va proporzionato al bisogno e alle capacità produttive.
L'esproprio dei monopoli avviene appunto quando la grande maggioranza dei
cittadini, stanca di sopportare miserie e ingiustizie, decide di rivendicare con
decisione un diritto sacrosanto. Se questo esproprio oggi è avvenuto, prima che
altrove, nell'Europa dell'est le ragioni, probabilmente, sono state due: 1)
indigenza e precarietà erano maggiori (anche perché l'est non ha mai
beneficiato di uno sfruttamento neocoloniale mondiale); 2) la consapevolezza
politica era superiore (senza di questa, la miseria non basta per ribellarsi con
successo).
Certo, se il senso di
giustizia fosse forte, non si dovrebbe aspettare che si costituisca una
maggioranza di nullatenenti prima di fare la rivoluzione. I piccoli proprietari
privati dovrebbero allearsi con i diseredati per espropriare i grandi monopoli,
nella consapevolezza di fare non solo una giustizia di carattere generale, ma
anche i propri interessi, poiché se non ci sarà quell'esproprio il grande
monopolio finirà, prima o poi, col mangiarsi tutta la piccola proprietà. Ogni
ritardo, nella realizzazione della giustizia sociale, si ritorce su chiunque,
anche se in tempi e modi diversi.
Se la proprietà privata è di
tutti, la democrazia e il socialismo sono materialmente garantiti: il resto va
costruito sulla base dei rapporti sociali. Marx non era contrario alla proprietà
privata libera e indipendente, ma solo a quella che si usa per sfruttare il
lavoro altrui. Naturalmente era consapevole che una proprietà gestita in modo
sociale avrebbe dato più frutti di una proprietà libera gestita in modo
individuale. In effetti, se la proprietà dà sicurezza, il collettivo ne dà di
più. Se col collettivo diminuisce il senso individuale di proprietà, cresce
però il senso di protezione sociale e di cooperazione. Il singolo tuttavia non
può essere costretto ad accettare con la forza un uso collettivo della proprietà.
Dopo avergli garantito un possesso privato della proprietà, in proporzione alle
sue forze produttive, si potrà soltanto mostrargli con l'esempio che una
proprietà socialmente gestita è più efficiente.
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Oggi la fede nella forza
miracolosa del free market esiste solo in qualche intellettuale borghese ingenuo
o in malafede, poiché la monopolizzazione è -come molti sanno- il tratto
determinante del capitalismo contemporaneo, in grado di penetrare tutta la
struttura economica e di condizionare ampiamente anche la sovrastruttura.
Persino nell'est-europeo per molto tempo ha dominato il pregiudizio che
l'economia di mercato fosse basata sulla spontaneità e l'anarchia, quando già
da un pezzo questa forma di mercato non esisteva più.
Il monopolio infatti è
porteur di pianificazione (naturalmente nei limiti oggettivi che lo
caratterizzano), nel senso ch'esso è in grado di ridurre quasi a zero il
rischio di produrre senza vendere. E, a tale scopo, esso si serve anche dello
Stato per realizzare al meglio i suoi profitti. Si tratta di un monopolio
economico che utilizza, per riprodursi, il monopolio della politica gestito
dalla classe parlamentare. I problemi di conflitto sociale o di riassetto
strutturale o di finanziamento o di altro genere, che sono prevalentemente
causati dalla concorrenza di monopoli stranieri dello stesso settore, sono oggi
così complessi che senza l'intervento extra-economico dello Stato,
difficilmente verrebbero risolti. Anche per questa ragione, paradossalmente,
oggi c'è più "socialismo di stato" nella parte occidentale
dell'Europa che non in quella orientale.
Se nell'Europa dell'est s'è
finalmente capito che un piano statale senza mercato è un abuso di potere, è
il trionfo della burocrazia; nell'Europa dell'ovest si deve cominciare a capire
che un mercato gestito dai piani dei monopoli privati è il trionfo del
darwinismo sociale, poiché non si garantisce alcuna forma di libertà
collettiva, né economica né politica.
Est e ovest insieme devono
cominciare a capire che piano e mercato possono coesistere solo a livello
locale, poiché solo a questo livello i soggetti che li gestiscono sono gli
stessi e quindi possono tenersi reciprocamente sotto controllo. Il commercio
extralocale va gestito dal complesso della comunità in loco, la quale saprà
impedire gli arricchimenti individuali, ovvero che il valore di scambio
subordini a sé quello d'uso. Così pure, le partecipazioni straniere alle
imprese locali sono possibili, ma alle condizioni che vorrà la comunità
locale.
Un piano non può ritenersi
tale se è formulato dallo Stato, che è lontano mille miglia dalle esigenze
delle comunità locali, e neppure se è formulato, separatamente, dalle singole
imprese o collettivamente da tutte le imprese produttive. Un piano implica che
ad esso debbano collaborare tutti i lavoratori e tutti i cittadini del
territorio in cui è collocata l'impresa, inclusi quelli che non fanno parte
attiva della produzione di quella stessa impresa.
Tanto all'est quanto all'ovest
si deve superare la prassi per la quale il produttore domina incontrastato sul
consumatore, secondo il principio del centralismo politico-amministrativo dello
Stato o secondo quello del centralismo economico-produttivo dell'impresa.
L'autonomia delle imprese deve trovare la sua ragion d'essere e le sue modalità
operative nell'ambito dell'autonomia delle comunità locali. Una
centralizzazione a livello nazionale ha senso solo per quanto riguarda il
commercio estero della nazione e il riequilibrio interno delle disparità
iniziali tra una regione e l'altra.
Ma per una organizzazione del
genere occorre limitarsi alla dimensione locale. Il vero gestore dell'economia
dev'essere un ente territoriale locale, che sappia esprimere un raccordo
funzionale molto stretto tra gli interessi della città e della campagna: in
primo luogo, nella nostra nazione, il Comune, il quale, a sua volta, dovrà
coordinare la propria attività con la Provincia e la Regione, e questa con
altre Regioni e con lo Stato. Man mano che si sale di livello la responsabilità
deve farsi di carattere generale (d'indirizzo), rinunciando alla specificità
della gestione diretta. Il piano (relativo a: produzione, scambi, consumo,
ricerca e sviluppo ecc.) deve avere la funzione di creare un mercato che porti
all'autosufficienza, almeno alimentare, della comunità locale (non a caso i
colcos migliori in Russia sono quelli basati sull'autoconsumo e non quelli
specializzati in un settore).
In tal senso le tasse dei
cittadini devono restare a livello locale-comunale: solo sulla base di progetti
collettivi, contrattati, concordati con altri enti, parte di queste tasse
potranno uscire dall'ambito locale.
In questo modo si rischierà
forse di sviluppare gli egoismi particolaristici? Sì, se a livello locale non
si riuscirà a realizzare la democrazia sociale, il socialismo democratico. Se
però i cittadini avranno il senso del benessere collettivo a livello locale,
non potranno restare indifferenti alle esigenze di benessere di altre comunità
locali, poiché sapranno già per esperienza che il vero benessere è solo
quello interdipendente.
Ma questo non è forse il discorso che fanno le Leghe? La posizione delle Leghe (italiane), in genere, è diametralmente opposta a quella del socialismo autogestito e democratico. Esse vogliono sì l'autonomia e il decentramento, e fanno bene a contestare il centralismo statale e l'autoritarismo del governo, ma non mettono mai in discussione il sistema capitalistico. Quando parlano di "sistema", si riferiscono a quello politico, non a quello economico. Quando si riferiscono a quello economico, sostengono soltanto l'autonomia regionale degli investimenti e la possibilità di trattenere le tasse in loco, non parlano mai di socializzare la produzione. L'obiettivo delle Leghe è unicamente quello di razionalizzare il capitalismo a livello locale.
Lenin e l'economia di mercato - Per un socialismo democratico - L'interdipendenza globale e locale