ECONOMIA E SOCIETA'
idee per il socialismo democratico


L'INTERDIPENDENZA GLOBALE E LOCALE

Ormai non c'è più nessun problema che l'umanità possa pensare di risolvere restando divisa in Stati e nazioni. Rifiutare l'interdipendenza significa condannarsi al sottosviluppo. Ma accettarla significa che gli enti, i soggetti in causa devono porsi in modo paritetico. Non c'è vera interdipendenza senza uguaglianza.

Oggi si è capito che la diversità non è un ostacolo allo sviluppo, ma anzi un suo fattore propulsivo. Ora però occorre capire che il "potere" (di decidere) va diviso in parti uguali, altrimenti l'unità ricercata sarà soltanto funzionale agli interessi dei Paesi più forti e, in questi Paesi, soprattutto alle classi più forti.

Interdipendenza significa mettersi al servizio dei bisogni dell'intera umanità. Perché questo si realizzi dev'essere la stessa umanità (e non poche nazioni) a interpretare la natura di tali bisogni, facendosi garante della giusta modalità per soddisfarli.

Oltre a ciò bisogna affermare che, per essere efficace, democratica, umanistica, l'interdipendenza, su scala mondiale, deve procedere in modo parallelo all'interdipendenza su scala locale. Nel senso cioè che quanto più si afferma una coscienza e una prassi universale delle cose (a livello economico, sociale, politico, culturale...), tanto più gli uomini devono sentirsi padroni dello spazio locale del loro habitat, altrimenti avranno la percezione d'essere dominati da meccanismi infinitamente più grandi di loro, del tutto incontrollabili.

Soltanto attraverso la gestione diretta e locale dei nostri bisogni, potremo evitare di fare discorsi astratti sull'interdipendenza universale. E' solo nell'ambito locale che si può verificare il grado di maturità sociale, culturale e politica delle masse e dei singoli individui. Quel politico che rinunciasse all'impegno locale per un impegno nazionale, sovranazionale o addirittura universale sarebbe destinato, inevitabilmente, all'astrattezza, alla demagogia, anche se gli strumenti a sua disposizione potrebbero artificialmente ridurgli il tempo e lo spazio come più desidera. La simulazione non solo non può mai riprodurre fedelmente la realtà, in quanto la libertà umana può essere espressa solo da se stessa, ma, per essere verosimile, deve anche porsi continuamente al servizio della realtà, nel senso che dev'essere la realtà (sociale in primo luogo) a decidere il significato e le modalità d'uso della simulazione.

L'impegno nazionale o universale dev'essere sempre e comunque un riflesso dell'impegno locale.

Torniamo a Rousseau

Lo Stato dev'essere subordinato alla società, il legislatore deve conformarsi alla volontà del popolo. Non solo, ma il popolo deve diventare legislatore di se stesso, e ciò è possibile solo a livello locale, perché solo a questo livello è possibile una democrazia diretta, piena, sostanziale e non formale, cioè non delegata a rappresentanti che vivono lontani dalla realtà quotidiana, che non possono oggettivamente avere il polso della situazione. La democrazia è reale quando può essere posta sotto controllo quotidiano dagli stessi cittadini che la gestiscono.

Vanno superati i concetti di Stato e di nazione, persino i concetti di istituzione (che è strettamente legato a quello di burocrazia) e di rappresentanza parlamentare, se s'intende con questo termine un governo centrale che impone le proprie leggi alle comunità locali.

Qualsiasi tentativo di democratizzare la società civile, senza mettere in discussione i concetti di Stato, nazione, istituzione e governo parlamentare centralizzato, è destinato a fallire, perché col tempo tende a svuotarsi di contenuto, non avendo la forza politica per affermarsi e, di conseguenza, per modificare il sistema (si pensi, in tal senso, alla fine che hanno fatto il decentramento regionale, i consigli di quartiere o di circoscrizione dei Comuni, i Decreti Delegati per le scuole statali ecc.).

Non è più sufficiente la "buona volontà" per risolvere la corruzione, il degrado, l'inefficienza... Non basta più neppure la decisione di sostituire i "corrotti e corruttori" con uomini di "provata virtù". Infatti, dopo un certo periodo di risanamento, si finisce col ricadere inevitabilmente nei mali di sempre. Da questo punto di vista fanno bene coloro che propongono di considerare la corruzione un elemento strutturale del sistema. Ma fanno bene "al negativo".

E' il sistema in quanto tale che non funziona e non singoli suoi aspetti o settori; e funziona così male che praticamente qualunque volontà positiva dei politici non solo non si realizza, ma tende anche a realizzare gli obiettivi opposti a quelli voluti.

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Non deve forse essere considerato assurdo il fatto che in nome di un ente astratto: lo Stato, il potere politico (di governo e di opposizione) abbia fatto uccidere una persona concreta: Aldo Moro?

E non è forse assurdo il fatto che, in nome della stessa ragion di stato, si debba ogni volta rischiare che i sequestratori di persona uccidano i loro ostaggi?

Lo Stato affronta la criminalità organizzata aumentando le pene, le restrizioni, le forze dell'ordine, i controlli... Ma quando una persona è sotto sequestro, lo Stato non dovrebbe forse fare di tutto per liberarla senza metterne in pericolo la vita? Perché congelarne i beni o quelli dei parenti? Dovrebbe essere lo stesso Stato a farsi carico della trattativa!

Che problemi avrebbe uno Stato democratico se dopo aver pagato il riscatto, creasse le condizioni per un'autentica democrazia sociale? In presenza di questa democrazia non sarebbe forse più difficile il ripetersi dei sequestri? E se anche si dovesse ripetere un altro sequestro, non sarebbero forse gli stessi cittadini a consegnare i colpevoli? Il fatto è che lo Stato, facendo gli interessi di una classe sociale particolare: la borghesia, è incapace di avere un rapporto di fiducia con tutti i propri cittadini.

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Torniamo dunque a Rousseau, ma passando per Lenin e per i principi della perestrojka, che umanizzano e democraticizzano l'idea di socialismo. La democrazia di Rousseau non potrà mai realizzarsi senza l'esperienza rivoluzionaria insegnata da Lenin e non potrà mai sussistere senza l'esperienza democratica insegnata dalla perestrojka.

Rousseau era un ingenuo, poiché pensava che una società divisa in classi potesse trasformarsi progressivamente nel suo contrario, ma aveva capito che senza la sovranità popolare diretta (quale ad es. si costituì con i "soviet") non c'è alcuna vera democrazia.

Per una società autogestita

In una democrazia sociale autogestita non accadrebbero ai nostri agricoltori le assurdità imposte dalla UE (relative alle quote fisse di latte, al numero massimo di capi di bestiame, alla quantità di produzione possibile, ai prezzi ridicoli dei prodotti agricoli e così via). Non accadrebbe che un prodotto uscito di fabbrica e giunto al negozio venga a costare tre-quattro-cinque volte di più. O che i prezzi di molti prodotti siano decisi non dalla loro qualità intrinseca, ma dall'etichetta, dalla firma, dalla pubblicità, dal monopolio, dalla moda, dalla stagione e così via. Ha forse un senso che i prezzi dei prodotti agricoli vengano decisi dall'industria di trasformazione o dalle grandi borse di commercio o dalle commissioni economiche degli Stati o addirittura dai singoli negozianti, in una parola da tutti meno che dall'agricoltore?

I prezzi delle merci vanno decisi non solo dai produttori, non solo dai monopoli, non solo dai tecnici e dagli esperti, non solo dal mercato, e neppure soltanto dai consumatori, ma vanno decisi da una società in cui i produttori non siano sostanzialmente diversi dai consumatori: una società cioè dove il rapporto tra produttore e consumatore sia così stretto che praticamente la diversità dei mestieri non possa di per sé creare alcun ostacolo alla realizzazione di quel rapporto.

Una società dove i cittadini, nei tribunali, devono poter giudicare i loro concittadini, essendo gli unici a conoscerli meglio di chiunque altro. Giudici, avvocati, pubblici ministeri devono essere scelti dagli stessi cittadini che assisteranno, come testimoni, come parenti o conoscenti, come giuria popolare ecc., ai processi pubblici e privati.

Lo stesso servizio militare non dovrebbe forse essere fatto nel luogo in si vive e che si conosce perfettamente e che si saprebbe difendere con sicurezza? In questo senso, non dovrebbe forse essere fatto da tutti i cittadini, periodicamente, e non da professionisti stipendiati o da soldati di leva una volta nella loro vita?

Ogni esperienza di autogoverno locale nel passato è fallita non perché fosse locale, ma perché non si era risolto l'antagonismo delle classi. I concetti di Stato, nazione, impero ecc. sono ogni volta emersi per cercare di risolvere un conflitto di livello geografico più circoscritto. In tal modo non si faceva che estendere il conflitto a livelli più elevati, offrendo solo l'illusione d'averlo risolto. Il crollo degli Stati, delle nazioni, degli imperi è sempre stato e sempre sarà una conseguenza di quella illusione.

Una società basata sull'autoconsumo

Qual è la condizione per cui chiunque abbia in proprietà i mezzi di produzione non rischi di diventare borghese?

Le condizioni sono o potrebbero essere due:

  1. che tutti, effettivamente, dispongano di tali mezzi in maniera sufficiente per vivere;
  2. che nessuno sia costretto, per vivere, a vendere i prodotti del proprio lavoro sul mercato.

Se esiste un certa fondamentale prevalenza dell'autoconsumo sul mercato, il rischio di diventare "borghese" è minimo, cioè si può rischiare di diventarlo se la comunità è a contatto con altre realtà che invece di essere impostate sull'autoconsumo, sono impostate sullo scambio. E questi contatti sono sempre possibili.

Tuttavia, perché l'autoconsumo non sia una condanna, occorre che venga integrato dalla cooperazione. L'autoconsumo va gestito da un collettivo, da una comunità di vita e di lavoro, in cui i bisogni siano condivisi e anche i mezzi per soddisfarli.

Nell'autoconsumo e insieme nella cooperazione le forme di proprietà privata dei mezzi produttivi vengono sostituite con quelle della proprietà pubblica, che non è statale, ma appartenente a una comunità locale o territoriale. E nella proprietà pubblica occorre distinguere la proprietà "sociale" da quella "personale". L'importante è che i mezzi produttivi che sostengono la comunità non appartengano alla proprietà "personale" di nessuno, altrimenti si trasformano in proprietà "privata", inaccessibile al collettivo.

Questo ovviamente non significa che non debba esistere alcun mercato, ma semplicemente che, in ultima istanza, non deve essere il mercato a imporre le sue leggi al collettivo, cioè in primis a imporre il tipo di merci da produrre e da vendere.

E' sbagliata l'idea di dover acquistare col denaro ottenuto dalla vendita delle proprie merci sul mercato, ciò di cui si ha bisogno per vivere.

Se il bisogno di vivere dipende dall'acquisto di merci sul mercato, tramite il denaro, la dipendenza dal mercato è assoluta. Invece deve solo essere relativa, marginale. Si dovrebbe andare al mercato per vendere il surplus, per barattarlo con altri beni utili, ma non indispensabili alla sopravvivenza.

L'esistenza di una comunità deve dipendere dallo sfruttamento di risorse naturali, reperibili in loco, da usare in modo che sia al massimo agevolata la loro riproduzione.

Le risorse da sfruttare devono essere in primo luogo quelle rinnovabili e solo in misura molto ridotta quelle non rinnovabili. E comunque dovrebbero essere usate sempre in relazione all'impatto che hanno sull'ambiente.

Sono due le cose da capire e da salvaguardare:

  1. un'esistenza è tanto più umana quanto più è naturale: è la natura che detta le leggi di una riproduzione naturale della specie umana;
  2. una qualunque società basata sullo scambio, come forma prevalente di economia, prevede sempre poche persone agiate e molte in condizioni precarie, proprio perché lo scambio presuppone l'individualismo, la concorrenza... Nello scambio (specie se in denaro) le parti contraenti tendono a porsi in maniera antagonistica.

Gli scambi vanno bene quando fatti da comunità basate sull'autoconsumo e quindi quando avvengono nella forma del baratto.

Il problema che a questo punto si pone è: se una comunità decidesse di basare la propria vita sull'autoconsumo e non sullo scambio, come potrebbe difendersi da chi vorrebbe impedirglielo?

Qui anzitutto bisogna dire che il capitalismo è un fenomeno mondiale e non esistono isole felici in cui poter realizzare questi obiettivi.

Inoltre è impossibile realizzare una comunità basata sull'autoconsumo a livello nazionale se prima non si è fatta una rivoluzione politica con cui la borghesia, gli agrari e tutte le classi che vivono di rendita o sfruttando il lavoro altrui vengono sostituite, nel governo del paese, con gli operai, i contadini e gli artigiani, cioè le classi che vivono del proprio lavoro.

Senza rivoluzione politica non si può far nulla a livello nazionale o comunque nulla che sia destinato a durare nel tempo.

Infine bisogna dire che una volta fatta la rivoluzione politica (che è semplicemente il primo passo da compiere), essa deve saper difendere se stessa da chi vorrà soffocarla sul nascere, per cui occorre che tutto il popolo sia armato.

Le armi di difesa, quando tutto il popolo è armato, sono sempre molto efficienti e possono non essere così potenti, sofisticate e costose come quelle usate per attaccare. Lo ha dimostrato la guerra del Vietnam.

Ovviamente non esistono solo le armi per difendersi, ma anche la propaganda. Poiché nell'attuale situazione storica il capitale si muove in maniera globale e internazionale, occorre che chiunque cerchi un'alternativa si comporti allo stesso modo, cioè con una visione mondiale delle cose, che peraltro è indispensabile soprattutto nei momenti in cui bisogna assicurare aiuti ed appoggi, morali e materiali.

Fonti

Lenin e l'economia di mercato
Per un socialismo democratico
Piano e mercato possono coesistere?


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Economia -  - Stampa pagina
Aggiornamento: 22/04/2015