PARAFRASI DE "IL CINQUE MAGGIO" DI A. MANZONI

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Commento


vv 1-12 Napoleone è morto. Come il suo corpo è immobile dopo aver esalato l'ultimo respiro, dimentico della sua vicenda terrena e privo della tanta vitalità d’un tempo, così è rimasta sconvolta e smarrita tutta la terra alla notizia della morte di un uomo così potente, e resta muta, pensando all'ultima ora dell'uomo fatale che è stato così importante, e non sa quando nascerà un altro uomo altrettanto grande che calpesterà la polvere da lui insanguinata.

[Manzoni non ha il mito del grand’uomo ma del mistero del destino che dio riserva agli uomini attraverso questi grandi personaggi della storia, che sono stati feroci con gli uomini avversi alle loro idee. Un uomo della “Provvidenza” (“uom fatale”)? No, perché non era cristiano; sì, perché la Provvidenza ha propri disegni, che gli uomini di potere realizzano senza volerlo. Le sue idee borghesi erano più giuste di quelle aristocratiche, ma il modo di realizzarle era sbagliato. Però le idee sono rimaste.
Manzoni non crede che il popolo possa liberarsi da solo dei propri tiranni, almeno non fino a quando continuerà a credere in questi eroi leggendari.]

vv. 13-24 Il mio genio poetico (cioè io stesso) lo ha visto folgorante, vincitore ed in auge, ma ha taciuto e così ha continuato a tacere anche quando, con alterne vicende è caduto [sconfitta di Lipsia, esilio dell’isola d’Elba] ed è ritornato potente [i 100 giorni] e ricadde [a Waterloo, esilio di Sant’Elena] e non ha unito la sua voce a quella di altri poeti che lo osannavano o lo condannavano.
Così Manzoni dice che il suo spirito poetico pulito e limpido sia da servili lodi, che da vigliacchi oltraggi e solo ora, commosso per la repentina morte, scrive un'ode su quest' uomo così importante che forse resisterà nel tempo.

[Manzoni diplomatico, attendista: non crede nei grandi eroi e fa fatica a credere nel popolo. Crede però che dalle vicende dei grandi eroi possa venir fuori una situazione favorevole al popolo, ma ci vuole il concorso della Provvidenza divina.]

vv. 25-36 Ricorda le rapidissime campagne di Napoleone, come un fulmine, che coinvolsero tutta l'Europa fino all'Egitto, dall'uno all'altro mare. Alpi=Italia, Piramidi=Egitto, Manzanarre=Spagna, Reno=Germania, Scilla=Meridione italiano, Tanai=il Don della Russia.
Fu vera gloria? Lasciamo ai posteri la difficile sentenza, mentre noi chiniamo il capo al divino fattore (dio) che volle in Napoleone, dar un segno più grande della sua forza creatrice.

[Manzoni evita di dare giudizi come storico e come politico. Teme la censura austriaca? Da un lato lo esalta come militare, dall’altro si astiene dal giudicarlo come imperatore. Però aggiunge che in lui dio manifestò la sua grandezza. In che senso non lo spiega. Gli riconosce la capacità di realizzare in breve tempo ciò che pensava: cosa che il Manzoni non può riconoscere a se stesso. Vedendo questa grande capacità di coerenza tra teoria e prassi, Manzoni non può non immaginare che Napoleone fosse uno strumento nelle mani di dio.]

vv. 37-48 La tempestosa e trepida gloria di un grandissimo disegno di guerra, l'ansia di un cuore che serve impaziente [quando era solo un oscuro militare], pensando di divenire re e poi vi giunge e ottiene un premio che sarebbe stato una follia sperare.
Egli provò tutto: la più grande gloria dopo il pericolo, la fuga e la vittoria; provò ad essere re e fu anche esiliato, fu due volte sconfitto nella polvere (Elba e Sant’Elena) e due volte fu adorato come una divinità (Cento giorni e Waterloo).

[Manzoni non fa un’analisi storica, ma mostra la gloria altalenante di un eroe indomabile, che non cedeva al destino avverso, come se sapesse di dover compiere qualcosa che sarebbe rimasto nella storia.]

vv. 49-60 Egli pronunciò il suo nome: due secoli così diversi tra loro (Illuminismo ateo e materialista e la Restaurazione dell’Ottocento) si rivolsero a lui docili, come aspettando il loro destino; egli fece silenzio e si sedette tra loro come arbitro.
Nonostante tanta grandezza, improvvisamente scomparve e finì la sua vita in ozio, prigioniero in una piccola isola ed egli suscita ancora grande invidia e profonda pietà, grande odio e grande amore.

[Manzoni forse vuol far capire che un singolo eroe non può decidere le sorti dell’umanità. Occorre il concorso dei popoli, che però, nel caso di Napoleone, non fu sufficiente. Egli infatti improvvisamente scomparve, abbandonato da tutti, pur avendo ogni ragione contro la restaurazione aristocratica del Congresso di Vienna e della Santa Alleanza.]

vv. 61-78 Come sul capo del naufrago si rovescia e pesa l'onda dove poco prima scorreva la vista del naufrago a cercare terre lontane, così sull'anima di Napoleone è sceso il peso delle memorie.
Oh , quante volte egli ha iniziato a scrivere le sue memorie! E quante volte su quelle pagine cadde la sua stanca mano. Quante volte al tramonto stette con gli occhi bassi e le braccia conserte e lo assalì la malinconia e il ricordo del passato (che egli ora vede come inutile).

[Ecco la parte fantastica, poetica del Manzoni, che fa seguire sempre alla parte storica.]

vv. 79-96 E allora ripensò agli accampamenti sempre spostati da un posto all'altro, alle trincee, lo scintillare delle armi e l'avanzare della cavalleria e i suoi secchi comandi e come questi venivano soddisfatti rapidamente.
Ah, forse a tanto dolore cadde il suo spirito e si disperò, ma valido venne l'aiuto di dio, che lo trasportò pietroso in un'aria più respirabile.
E lo guidò per i floridi sentieri delle speranze verso i campi eterni (aldilà), lo guidò verso la beatitudine eterna, che supera qualunque desiderio umano, lo guidò verso quel luogo dove la gloria terrena non vale nulla.

[Per il Manzoni cattolico, Napoleone è morto cattolico. Le sue idee non potevano essere realizzate sulla terra ma solo nei cieli. La sofferenza della sconfitta viene riscattata dalla beatitudine ultraterrena, proprio in quanto Napoleone sapeva di trasmettere idee più giuste di quelle reazionarie del clero e della nobiltà. Tuttavia Manzoni non può affatto sapere che Napoleone sia morto con la certezza religiosa d’aver compiuto una missione divina. Napoleone viene paragonato quasi a Cristo.]

vv. 97-108 Bella, immortale, benefica fede, così solita a trionfare.
Scrivi anche questo tuo trionfo, rallegrati perché nessuna personalità più grande si è mai chinata davanti alla croce.
Tu, o fede, allontana dalle stanche spoglie di quest'uomo ogni parola malvagia: il dio che può tutto, che ci dà i dolori e ci consola, si è posato accanto a lui, per consolarlo nel momento della sua morte.

[L’ode non poteva essere accettata dagli austriaci cattolici, proprio perché per loro Napoleone era ateo e illuminista, e Manzoni non poteva farlo passare per un credente migliore di loro. Tuttavia Manzoni racchiude la grandezza di Napoleone in un orizzonte mistico, che peraltro è di pura finzione. In realtà la grandezza di Napoleone fu quella d’aver diffuso idee borghesi (conseguenti alla rivoluzione francese) in un ambiente che era ancora profondamente conservatore. E i moti del 1820-21, 1830-31, 1848, 1860-61… gli daranno ragione. Gli aspetti relativi all’ateismo erano una conseguenza di queste idee illuministico-borghesi. Cosa che però Manzoni non può dire, benché lo pensi, poiché il suo appoggio all’Illuminismo e alla classe borghese era da parte di un intellettuale cattolico, che rifiutava non solo il terrore giacobino e la violenza napoleonica, ma anche uno sviluppo radicale della democrazia. Il popolo vien sempre visto con occhi paternalistici e bonari.]


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Aggiornamento: 10-09-2014