BACHTIN E LA PAROLA CHE CREA IDENTITA'

I - II

Michail Bachtin

BIOGRAFIA


Michail Bachtin nasce a Orël nel 1895, la città che ha dato i natali a L. N. Andreev, principale esponente dell'espressionismo russo, e a I. Turgenev, grande romanziere e drammaturgo. Era di origine nobile e il padre era direttore di banca, che, per esigenze di lavoro, dovette trasferirsi, con la famiglia, prima a Vilnius (1905), poi a Odessa (1911).

Michail fa gli studi universitari a San Pietroburgo, nel 1913-18, insieme al fratello Nicholai, laureandosi in filologia. Poi, per sfuggire alla guerra civile russa, andò a Nevel' e a Vicebsk (1920), dove fu amico di L. Pumpjanskij (teorico della letteratura, 1891-1940), M. I. Kagan (filosofo, 1889-1937), I. I. Sollertinskij (musicologo, 1902-1944) e soprattutto di V. Voloshinov (linguista, 1895-1936) e P. Medvedev (sociologo della letteratura, 1892–1938), coi quali collaborò ad alcuni scritti (secondo alcuni critici degli anni '70 egli si servì dei loro nomi per pubblicare le sue prime opere: Marxismo e filosofia del linguaggio, Freudismo e Il metodo formale nella scienza della letteratura). A Vicebsk il gruppo si avvicinò ad alcuni artisti di avanguardia come Malevich e Chagall.

Sulla filosofia di Bachtin ebbe un peso decisivo soprattutto Kagan, intellettuale ebreo, allievo in Germania del fondatore del neo-kantismo di Marburgo, Herman Cohen (che si sentiva vicino a Marx ma rifiutava l'ateismo), e frequentatore delle lezioni di Ernst Cassirer, altro neo-kantiano. Da lui però si separò nel 1921.

Tra il 1920 e il 1924 Bachtin scrive Per una filosofia dell'atto responsabile, ma l'opera verrà per la prima volta pubblicata in russo solo nel 1986. Nello stesso periodo aveva scritto anche L'autore e l'eroe, pubblicato in russo solo nel 1979. (1)

Il gruppo di Bachtin, trasferitosi a Leningrado nel 1924, prese consapevolezza della sfida posta dalla linguistica saussuriana e dal suo sviluppo nel Formalismo russo. Di qui l'attenzione per la filosofia del linguaggio e la linguistica, come appunto attesta l'opera di Voloshinov, Marxismo e filosofia del linguaggio (1929).

Nel 1921 si sposa con Elena Okolovich e ha il suo primo ricovero in ospedale per osteomielite. A Pietrogrado nel 1928 è arrestato per la partecipazione clandestina a un circolo religioso-filosofico e condannato a dieci anni in un campo rieducativo delle Isole Solovki, ma, per motivi di salute e anche grazie all'intercessione di Lunacharskij e di Gor'kij, la pena gli viene commutata, nel 1930, a sei anni di esilio a Kustanaj, in Kazakistan, dove lavora come economo nella cooperativa distrettuale di consumo, ma anche naturalmente come teorico della letteratura, sviluppando proprio qui, in maniera rigorosa, le sue argomentazioni linguistiche e filosofiche in vari saggi, alcuni dei quali purtroppo andati perduti per l'assoluta precarietà in cui scriveva (usava p.es. la carta delle sigarette): un manoscritto inviato ad un casa editrice scomparve nei primi giorni dell'invasione tedesca del 1941.

Terminato l'esilio nel 1934, Bachtin decide di restare a Kustanaj con la moglie per altri due anni. Nel 1936 riceve l'invito dall'Istituto pedagogico di Saransk, nella Mordovia, a insegnare letteratura generale e didattica della letteratura. Ma l'anno dopo viene sospeso per aver introdotto elementi di "oggettivismo borghese" nel proprio insegnamento.

Intanto i suoi amici d'un tempo scompaiono tutti: nel 1934 muore di tubercolosi Voloshinov, che aveva lavorato presso l'Istituto pedagogico Herzen di Leningrado fino al 1934; Kagan muore di angina nel 1937, dopo aver lavorato come redattore di un atlante enciclopedico delle risorse energetiche in Unione Sovietica per molti anni; nel 1938 scompare durante le purghe staliniane Medvedev, nominato professore ordinario presso l'Istituto storico-filologico di Leningrado; Pumpianskii invece morirà per un attacco di cuore per le privazioni subite dal blocco nazista di Leningrado, nel 1944. Anche Bachtin subisce varie disgrazie: a causa della sua malattia gli viene amputata la gamba destra nel 1938 e, durante l'assedio di Leningrado, nel 1940, gli muoiono d'inedia la madre e tre sorelle; la quarta, per lo stesso motivo, nel 1944. Il fratello gli morirà nel 1951.

Durante la guerra insegna nella scuola media di Il'inskoe (Kimry), ma il Commissario del popolo per l'Istruzione lo nomina d'ufficio docente di letteratura generale nello stesso Istituto pedagogico della Mordovia.

Dopo essersi trasferito a Mosca con la moglie, per prendere una specializzazione accademica, presenta nel 1940 una tesi di dottorato su Rabelais nella storia del realismo all'Istituto Gor'kij della letteratura mondiale, ma gli viene rifiutata.

Nel 1949 organi ufficiali del Ministero dell'Istruzione gli propongono di rielaborare la tesi su Rabelais, se vuole ottenere il secondo grado scientifico di dottore in scienze filologiche. Questa volta ottiene la qualifica e torna a Saransk dove nel 1958 diventa titolare di letteratura russa e comparata alla facoltà storico-filologica di letteratura. Viene definitivamente riabilitato nel 1963, l'anno in cui scrive un importante testo su Dostoevskij. Poetica e stilistica.

Nel 1969 deve recarsi a Mosca per motivi di salute: qui gli muore la moglie due anni dopo e anche lui nel 1975.

Note

(1) La fortuna di queste e altre opere sarà dovuta alle prime traduzioni in francese degli anni '60, grazie all'impegno di due semiologi bulgari, Julia Kristeva e Tzevetan Todorov, che vivevano in Francia. La prima traduzione in italiano di un'opera di Bachtin è del 1968: Dostoevskij. Poetica e stilistica. Solo a partire dalla metà degli anni '70 le teorie letterarie di Bachtin si sono diffuse in tutto il mondo. Le sue opere raggiunsero popolarità quando diventeranno un punto di riferimento obbligato per gli studi di letteratura, nell'ambito del formalismo russo e dello strutturalismo europeo. I soli libri ch'egli pubblicò in vita sono stati quelli su Dostojevskij (nel 1929 e nel 1963) e su Rabelais (1965).

IL SUO PENSIERO

La ricerca di Bachtin si colloca all'interno della filosofia del linguaggio, della linguistica e della critica letteraria.

Il tema fondamentale da lui trattato è quello dell'ascolto come elemento costitutivo della parola che fonda l'essere. Parlare significa confrontarsi, reciprocamente ascoltarsi e modificarsi. Se si pone prima l'essere o l'identità, non c'è ascolto, poiché è proprio dalla parola ascoltata che si forma l'essere, in un processo praticamente infinito. Ci si deve reciprocamente ascoltare per imparare ad essere se stessi. Non si tratta semplicemente di capire il significato delle parole altrui, ma, piuttosto, di comprendere il significato delle proprie parole dopo aver ascoltato quelle degli altri. Ecco perché dalla linguistica bisogna passare alla metalinguistica.

Tale impostazione del problema dell'essere lo porta subito in rotta di collisione col dogmatismo staliniano. Gli organi di potere lo accusano di essere un neo-kantiano.

In realtà Bachtin non contestava solo il materialismo dogmatico, chiuso in se stesso, ma anche l'idealismo oggettivo, hegeliano, che fa dell'autoconsapevolezza una cosa data, preliminare al dialogo, e non un processo in itinere, da cogliersi nella sua irripetibile singolarità e soprattutto nei suoi aspetti emotivo-volitivi. Il processo triadico di tesi-antitesi-sintesi serve solo per rafforzare la tesi iniziale. L'antitesi viene colta dall'idealismo solo intellettualmente, non come una realtà distinta, avente propria dignità e spessore. Sul piano più propriamente letterario questo, per Bachtin, voleva dire prendere le distanze sia del Formalismo russo che dal Realismo socialista.

Più che di "valori" o di "idee" (i contenuti dell'agire), Bachtin preferiva parlare di "atti" o "azioni", cioè di eventi che implicano scelte personali. Si è "vivi" non nel momento in cui si esegue qualcosa (come un militare), o quando si gioca un ruolo predefinito (come un burocrate), e neppure quando si ha consapevolezza delle cose (come un filosofo o un politico), ma nel momento in cui si avverte una responsabilità personale e si compie un'azione in libertà.

Secondo Bachtin per esaltare l'ascolto come arte della parola ci vuole lo scrittore, che è maestro nel parlare, in grado di usare tutti i generi letterari del discorso, in una maniera sicuramente molto più complessa del soggetto comune, che usa il linguaggio quotidiano. Purtroppo però Bachtin concentrò la sua ricerca al solo genere del romanzo e su due fondamentali autori: Dostoevskij e Rabelais.

Di quest'ultimo mise in risalto il fatto che aveva ben capito come la cultura ironico-comica medievale era molto trasgressiva rispetto a quella ufficiale. Il realismo grottesco del sistema delle immagini nella cultura popolare aveva saputo rivalutare quegli aspetti materiali della fisicità umana che la teologia cattolica aveva censurato. Tutte le trasgressioni più significative nei confronti dell'ascetismo cristiano passano attraverso il "carnevale popolare", quello della pubblica piazza, le cui parodie, il cui riso, le cui ambiguità semantiche espresse nella lingua volgare (che permettevano di confondere elogi e ingiurie), fecero poi irruzione nella grande letteratura borghese di Boccaccio, Erasmo, Rabelais, Cervantes e Shakespeare. Persino Ray Bradbury ha risentito di quella ironia, in particolare quando nel suo Fahrenheit 451 dice che la Bibbia era uno di quei libri che al microscopio appariva piena di pori, peli ed escrescenze: dal rogo si salvavano solo i libri depilati, senza rughe, con la faccia liscia.

Di Dostoevskij sottolineò invece la sua grande capacità di mettersi in dialogo col lettore e anche con se stesso. I suoi romanzi sono dialoghi polifonici e incarnati nelle diverse e contrapposte personalità; non si strutturano mai alla maniera platonica, come semplici dialoghi di idee. I suoi personaggi si pongono in maniera paritetica, proprio perché è nella coscienza del lettore che deve emergere l'esigenza di prendere una decisione personale, responsabile. L'autore non vuole imporre alcuna verità, alcuna visione particolare della realtà.

Dostoevskij non ammette mai decisioni definitive, non lascia mai trapelare un'idea dominante. La sua arte non è un semplice riflesso della sua vita, che in fondo era poca cosa, ma il tentativo di fare di molte esistenze individuali dei paradigmi dell'umanità, tutte pienamente legittimate. Polifonia infatti vuol dire che ogni voce corrisponde a un personaggio e si distingue dalla voce dell'autore: il personaggio non è oggetto della parola dell'autore, ma è al contrario soggetto della propria parola, in quanto ne è responsabile.

E per coinvolgere il lettore, l'autore non parla dell'eroe ma con l'eroe, accetta il suo punto di vista e lo discute, si mette in gioco, perché l'autore sa bene di non poter prevaricare sui suoi personaggi.

In una situazione del genere, dove ogni volta che i personaggi parlano sembra essere in causa il destino del mondo, la prosa non può essere distesa, ma deve per forza essere nervosa, concitata, deve invitare il lettore a coinvolgersi nel dialogo, a riflettere su di sé, a prendere delle decisioni morali ed esistenziali, sfruttando l'occasione favorevole dell'incontro che il romanzo gli offre. I drammi di Dostoevskij sarebbero una lettura impegnativa anche se fossero delle semplici novelle.

Questa teoria letteraria del romanzo venne criticata non per la suggestione che offriva, ma per il rischio di non poter essere effettivamente applicata da alcun autore, se non in maniera piuttosto forzosa, intellettualistica. E' indubbio infatti che se si perseguisse questo criterio come una regola generale e fondamentale, la letteratura potrebbe essere prodotta solo da autori di altissimo livello, in grado di calarsi con la stessa disinvoltura nei panni di personaggi del tutto opposti, frutto peraltro di mera fantasia.

La critica letteraria di Bachtin tiene conto del contesto storico in cui un messaggio viene trasmesso: in questo la lezione marxista gli era servita. Se i contesti spazio-temporali in cui i messaggi si pongono non vengono adeguatamente individuati, si finisce col compromettere la comunicabilità del testo, che non può quindi considerarsi autonomo.

SCANSIONE CRONOLOGICA DEL SUO PENSIERO

Anni 1919-1927

Il Circolo di Bachtin elabora una sorta di filosofia della cultura contro le astrazioni della filosofia razionalista e del positivismo contemporaneo. Ci si rifà, grazie alla mediazione di M. I. Kagan (ch'era ritornato dalla Germania alla fine della prima guerra mondiale) alla Scuola neokantiana di Marburgo, in particolare a Hermann Cohen (1842-1918), Paul Natorp (1854-1924) e Nicolai Hartmann (1882-1950), nonché ai fenomenologi tedeschi Max Scheler (1874-1928) e Heinrich Rickert (1863-1936). Da Cohen si prendono alcune suggestioni di tipo religioso, che Bachtin cerca di collegare alle tradizioni del populismo russo.

Queste influenze non sono sempre facilmente rintracciabili, in quanto Bachtin, traducendo le loro opere, prendeva dei brani e li rielaborava senza citare le fonti, essendo sempre stato contrario al diritto d'autore. Forte comunque in lui era l'influenza dell'ultimo Kant, quello della Critica del giudizio.

L'idea iniziale è quella di pensare che il disinteresse con cui un soggetto guarda la realtà può essere considerato come premessa per la propria formazione morale e intellettuale, in quanto è la realtà esterna che fornisce i primi input con cui mettersi in gioco. Ecco perché il primo Bachtin tende a privilegiare l'estetica, l'opera d'arte: l'artista guarda la realtà con gli occhi di un bambino e cerca di comprenderla. L'oggettivazione di sé è data dal rapporto con l'altro. Dal 1928 in poi il dialogo diventa, nella filosofia di Bachtin, il modello euristico di un'interazione esistenziale, con cui interpretare qualunque opera artistica.

Bachtin tuttavia tende a spostare progressivamente i suoi interessi verso il linguaggio, in quanto ritiene che nel soggetto non debba esserci alcun apriorismo kantiano, che rischierebbe di porsi come un condizionamento nel proprio approcciarsi al mondo. E' meglio che il soggetto sia una tabula rasa, cercando di capire le ragioni (espresse in forma linguistica) di ogni interlocutore: ragioni che non possono prescindere dal contesto spazio-temporale in cui l'interlocutore agisce.

Nel saggio La parola nella vita e la parola nella poesia (1926), attribuito a Vološinov, Bachtin fa chiaramente capire quanto sia impossibile interpretare adeguatamente un'opera d'arte (un linguaggio) senza fare preventivamente una sociologia che la collochi storicamente. A tale impostazione resterà sempre fedele. Indubbiamente Bachtin fu qui debitore al pioniere dello studio del discorso dialogico in ambito linguistico, L. P. Jakubinskij, conosciuto a Leningrado (le idee di Jakubinskij verranno poi riprese dallo psicologo L. Vygotskij in Pensiero e linguaggio, che non a caso farà riferimento anche all'opera di Vološinov).

Parallelamente a questa evoluzione del pensiero, che rimane entro l'orbita del marxismo, Bachtin critica il soggettivismo biologistico freudiano, il cui concetto di "inconscio" viene visto come una sorta di apriorismo kantiano, in opposizione all'idea che il soggetto, in realtà, si forma in un continuo processo interattivo con l'ambiente. Di Freud però non coglie la critica al formalismo della morale borghese.

Le opere conclusive del Circolo Bachtin: 1928-1929

Alla fine degli anni Venti il Circolo s'interessa in modo particolare di un'opera di Ernst Cassirer, Filosofia delle forme simboliche, pubblicata in tre volumi tra il 1923 e il 1929, che praticamente favorisce il distacco del gruppo dalla Scuola di Marburgo e un certo avvicinamento alla dialettica hegeliana, di cui però si rifiuta l'idea astratta dell'assoluto, anche perché Cassirer vuol dare dignità a ogni espressione comunicativa, analizzandola nella propria autonomia e non come parte di un processo totalizzante.

Nel 1928 Medvedev, caratterizzando sociologicamente il lavoro di Cassirer, pubblica un libro contro il formalismo russo (Il metodo formale nella scienza della letteratura), che riteneva di poter risolvere il problema della "specificità" del testo letterario, studiandolo, positivisticamente, nel suo isolamento, separandolo dalla sua storia e dalla storia del genere letterario di appartenenza. Queste e altre teorie del libro verranno sistematicamente riprese nell'importante volume Problemi dell'opera di Dostoevskij, dove Bachtin attaccherà Engelgardt, sostenendo che in Dostoevskij permane la dignità di ogni singolo personaggio e non vi è affatto "fusione hegeliana" delle loro voci.

Accettando la lezione del romanziere e critico tedesco Otto Ludwig, Bachtin arriva a sostenere che il "dialogo polifonico" di Dostoevskij aiuta a capire perché si debba estendere il discorso di Cassirer sulla pluralità paritetica delle forme culturali ad una pluralità di discorsi nell'ambito del romanzo, senza che la posizione dell'autore prevalga sui suoi eroi. In tal senso Dostoevskij viene opposto a Tolstoj. Il libro su Dostoevskij verrà percepito dalla critica stalinista come un attacco al controllo politico della cultura.

La dimensione semiotica del nuovo orientamento del Circolo Bachtin viene sviluppata anche da Vološinov in una serie di articoli tra il 1928 e il 1930, poi raccolti nel volume Marxismo e filosofia del linguaggio (1929-30), in cui si critica, in nome di una sociologia della letteratura, l'oggettivismo astratto di Ferdinand de Saussure e il soggettivismo individualistico di Wilhelm von Humboldt, che s'era avvalso di due romantici idealisti: Benedetto Croce (1866-1952) e Karl Vossler (1872-1942). Un'opera, questa, straordinariamente vicina all'impostazione gramsciana di analisi della letteratura e di critica del crocianesimo.

Bachtin e la teoria del romanzo: 1933-1941

Riconoscendo il suo debito verso l'idealismo tedesco, Bachtin adotta, con qualche variante, le caratteristiche del romanzo come genere catalogate da Goethe, Schlegel ed Hegel.

Il romanzo diventa, per Bachtin, il mezzo principale, in chiave simbolica, per rappresentare tutte le voci ideali di una determinata epoca, che abbiano la pretesa di porsi in maniera significativa. Di qui la scoperta del principio formativo del dialogo, la sua relazionalità infinita, priva dell'obiettivo finale, tipicamente hegeliano, di dover individuare una verità assoluta. Come dice Cassirer, che mirava a difendere dei valori liberali nel clima di sciovinismo nazionalistico della Germania di Weimar: nessuna prospettiva individuale può essere adeguata al tutto.

I linguaggi eteroglossi - scriveva Bachtin - sono come specchi che si fronteggiano, ognuno dei quali, a suo modo, riflette un piccolo pezzo, un piccolo angolo del mondo, e tutti insieme ci costringono a immaginare, dietro i loro riflessi, gli aspetti di un mondo più ampio e multiforme.

Bachtin sembra diventare l'erede di una strategia cultural-popolare anti-autoritaria che si riallaccia non al liberalismo borghese (come in Cassirer), ma al populismo russo. Da una parte si schierano le forze di centralizzazione culturale e di stabilizzazione politica, che esigono un'espressione linguistica unitaria, un canone letterario ecc. (che al tempo di Bachtin erano quelle staliniste); dall'altra vi è l'esigenza di un decentramento della cultura popolare.

Le feste popolari medievali, dove il comico (rappresentato dal giullare) assumeva valenza sociale, sono diventate successivamente parodia letteraria, fino alla elaborazione compiuta del romanzo anti-canonico. L'ascesa del romanzo è correlata alla rottura dei confini culturali, imposti dall'ideologia ufficiale (religiosa), che impediva di dare dignità alla lingua volgare e alle espressioni popolari.

Questa teoria, se poteva tornare comodo allo stalinismo per condannare il Medioevo clericale, veniva immediatamente rifiutata quando si aveva l'impressione che potesse essere applicata allo stesso stalinismo, in tal caso visto come "nuova chiesa".

In quel periodo Bachtin s'era avvicinato al primo Lukács e alla sua Teoria del romanzo, ma poi, quando vide le sue ritrattazioni a favore dell'ortodossia sovietica, ci ripensò. Bachtin concordava con Lukács che il romanzo rappresentava l'"essenza del mondo" e che l'ironia costituiva un fattore centrale del metodo narrativo, ma rifiutava l'idea che il romanzo, pur avendo svolto un ruolo progressista nella fase iniziale, era poi diventato una mera espressione della decadenza borghese. Per Bachtin il romanzo conservava le sue radici popolari-democratiche.

Carnevale, storia e cultura popolare: Rabelais, Goethe e Dostoevskij

Il punto più alto del populismo di Bachtin può essere visto nel suo famoso studio del 1965 sull'opera di Rabelais (già scritto negli anni '30) e nella seconda edizione del 1963, pesantemente revisionata, del libro del 1929 su Dostoevskij.

Nel Rabelais Bachtin si concentra sul crollo delle rigide gerarchie del Medioevo e sull'inizio del Rinascimento, cercando d'individuare quando e come le forme popolari della cultura tendono a prevalere sulla cultura ufficiale. E per cultura popolare egli intende la vita carnevalesca della piazza, vissuta senza particolari restrizioni, piena di risate ambigue, di doppi sensi, dov'era possibile svilire in maniera creativa il senso di ogni cosa sacra, ridicolizzare la burocrazia, invertire le gerarchie, violare il senso del decoro, celebrando gli eccessi del corpo.

Questo processo diventa "artistico", per la prima volta, nell'opera letteraria di Rabelais, che valorizza proprio gli aspetti triviali della cultura eversiva, rifiutando le norme tematiche e linguistiche dei generi "alti", come la lirica amorosa petrarchista o l'epica cavalleresca.

Rabelais è molto più di un romanziere per Bachtin: la sua opera incarna una nuova filosofia della storia, in cui il mondo viene visto in un processo in divenire, del quale il grottesco è immagine per definizione, dove i confini tra persona e persona, persona e cosa, vengono cancellati e fusi con l'universo. Il corpo individuale è trasceso, il corpo biologico è negato: conta solo il corpo del genere umano che ha una continua vita storica. Bachtin definisce l'atteggiamento satirico come immagine-limite della necessità di andare oltre l'inadeguatezza della realtà contemporanea. Il grottesco rivela la potenzialità di un mondo completamente diverso.

Eredi di Rabelais, secondo Bachtin, sono stati Goethe, che condensa il tempo storico nello spazio per rendere possibile la creatività dell'individuo, e Dostoevskij, che con fare messianico prevede la fine irreversibile dello zarismo, che impedisce l'evoluzione della storia e la creatività degli individui.

Testi di Bachtin

Critica

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015