L’importanza di Michail Bachtin

I - II

Michail Bachtin

Dario Lodi


Per quanto fosse un formalista ed uno strutturalista, Michail Bachtin (1895-1975) fu capace di suggestioni aperte agli sviluppi più vari. Ci sono, magari nascoste, nelle sue opere. Ecco quelle ritenute principali: “Problemi della poetica di Dostoevskij”, “L’opera di Rabelais e la cultura popolare”, “Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale” (il suo testo più complesso), “Domande sulla letteratura” e il fondamentale “Estetica e romanzo”.

In quest’ultimo testo, “Estetica e romanzo”, Bachtin sostiene la tesi per cui il romanzo è la forma d’arte più convincente, per quanto riguarda la verità della natura umana. Il romanziere, per lui, apre, con la sua opera, un dialogo con un lettore immaginario ed ideale, al quale si confessa senza reticenze, come fosse una liberazione ed una richiesta di assoluzione.

Dostoevskij cerca qualcuno che lo capisca sino in fondo, Rabelais confida in un lettore smaliziato che non prende troppo sul serio le sparate rinascimentali, un lettore che vede con qualche sano scetticismo la presunzione di quel tempo. Dostoevskij cerca di sostituire la credulità, l’irrazionalità religiosa, evidenziando una problematica esistenziale al calor bianco, risolvibile, forse, con una provvidenza benevola e indulgente nei confronti dell’uomo. Rabelais, invece, tratta l’uomo come un fannullone ingordo e sognatore, invasato di se stesso, della propria poca intelligenza, quasi fosse enorme.

Ma, poi, Bachtin è uno studioso e quindi è portato a cercare il pelo nell’uovo, affidandosi ad operazioni chirurgiche sulla parola che fanno bene alla virtù dell’indagare, ma, talvolta, con conseguenze retoriche che creano involuzione concettuale. Il fatto è che lo strutturalismo, al di là della sua enorme erudizione interna (di cui è spesso prigioniero) induce ad una rigidità strumentale a monte che tende, involontariamente, a frenare l’evoluzione del pensiero.

Il pensiero, per lo strutturalista, deve stare in una gabbia: è una gabbia dorata, in quanto formata da mille cristalli di sapere e di immaginare a dovere. Gli studi relativi alla costituzione di tutto questo sono patrimonio accademico ritenuto d’importanza primaria. In buona sostanza, questo patrimonio poggia (lo si dice volgarmente e se ne chiede scusa) su una convinzione basilare per cui qualsivoglia espressione deve rendere conto ad un “filo rosso” che dipanandosi porterà al risultato per eccellenza, ad una certezza assoluta.

Ma se il filo sta raggomitolato su se stesso, è dura che potrà dipanarsi. La tesi continua a girare intorno a se stessa e si congratula con se stessa per questi giri e rigiri. E’ il caso anche di Bachtin? Studiosi del suo calibro creano soggezione, ma non ci si deve far incantare dalle parole grandi e grosse costruite meticolosamente a tavolino. D’altra parte questa grandezza e grossezza corrispondono ad una forma di difesa istintiva nei confronti del nuovo (lo strutturalismo allora aveva pochi anni): è come alzare dei muri contro possibili obiezioni, intraviste in anticipo come indebite. Lo strutturalismo è una scoperta epocale (e per De Saussure, il suo primo cantore, la cosa era più dialettica che sentenziale) e dunque non va criticato. Ma, ovviamente, non andrebbe neanche divinizzato.

Bachtin, intendiamoci, non lo divinizza, ma certe sue considerazioni sanno di dialogo forzato da un metodo di fondo che è considerato infallibile. Il filosofo, ad esempio, lega la capacità espressiva del romanziere, dell’intellettuale, all’epoca in cui vive. Sarebbe la contingenza storica, ambientale, a prevalere sulla sensibilità dell’artista. Una specie di genius loci che trova, quasi casualmente, un portavoce ideale. Le cose, in Bachtin, son molto più complicate di queste personali licenze interpretative del suo pensiero, ma lo sono in senso dialettico più che concettuale.

Le questioni inerenti la necessità della contestualizzazione, nel valutare qualsivoglia opera, sono vecchie come il mondo. E’ una vexata quaestio che ha al suo interno desideri di giustificazione di questo o quell’autore e di questa o quella opera. Ma anche un sasso intellettuale sa che il vero artista è sì legato ai suoi tempi, ma che è anche in grado di parlare una lingua atemporale. Dostoevskij e Rabelais non sono certo morti, così come Dante, Shakespeare, Tolstoj, Goethe, Bach, Beethoven, Vermeer, Caravaggio, Leonardo, Michelangelo e via dicendo (per fortuna ce ne sono parecchi, relativamente parlando).

La sicurezza nel sostenere la tesi della contestualizzazione fa acqua se distolta dalle argomentazioni forbite: al sodo, regge come curiosità espositiva e può stimolare intellettualmente, come è avvenuto in questo piccolo scritto.

Il miglior Bachtin non è quello che cerca di imporre il suo punto di vista, ma quello che, con molto acume e sensibilità, propone (forse a sua parziale insaputa) vie laterali, per lo meno come curiosità aggiuntiva e magari meritevole di approfondimenti. Il relativismo del ‘900 porterà all’ipotesi decostruzionista (non c’è un’idea forte cui asservirsi, ma tante idee deboli alla ricerca di forza alla quale tu, eventualmente, devi provvedere) e Bachtin finirà in un museo. Su uno scaffale a portata di mano, però.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 11-12-2018