Traditrice dei parenti e abbandonata dall'uomo amato

Arianna: una donna preda delle passioni, alla ricerca della propria identità

di Fabia Zanasi

Catullo


"Nessuna donna creda ormai a un uomo che giura / nessuna speri che i discorsi di un uomo siano degni di fede": sono parole pronunciate da Arianna, ma in modo estensivo diventano emblematiche per esprimere la disperata condizione emotiva di ogni eroina sedotta e abbandonata.

Catullo dà voce al suo personaggio utilizzando un elegante artificio poetico: nel carme 64, un raffinato epillio dedicato alle nozze di Peleo e Teti, il poeta descrive un'opera d'arte; si tratta di un'erudita digressione debitrice, certo, alla cultura ellenistica, forse una sorta di rielaborazione di una composizione di Callimaco, purtroppo non pervenuta.

Il capolavoro effigiato è la coperta che abbellisce il letto nuziale dei due novelli sposi: una storia d'amore infelice diventa pertanto la cornice d'arredamento di un talamo destinato a suggellare il rito della perfetta felicità coniugale, non senza un intento etico, in quanto l'unione di Teseo e Arianna si configura invece come irregolare rispetto alle norme sociali, che esigono il pieno ossequio delle tradizioni e della volontà dei parenti.

Le sequenze descritte dagli ornamenti ricamati sul tessuto rappresentano una narrazione che ricorre anche alla tecnica della analessi: l'esordio è infatti costituito dal risveglio di Arianna, che scopre di essere stata abbandonata dall'amante sulla spiaggia deserta di Dia, l'odierna isola di Naxos, mentre le scene seguenti ricostruiscono a ritroso le vicende che hanno portato il fedifrago a Creta, la patria della disillusa fanciulla.

Ella, come ricorda il celebre mito trapunto sulla stoffa, ha aiutato l'eroe a vincere le insidie del labirinto, agevolando in tal modo l'uccisione del Minotauro, mostruoso fratello della stessa Arianna, la quale non ha esitato a tradire i congiunti, pur di assecondare il proprio impulso passionale nei confronti dell'ardimentoso straniero.

Il mitografo Igino annovera infatti anche l'infelice figlia di Minosse tra le donne empie, in quanto traditrici dei parenti: costoro, condannate senza possibilità d'appello all'isolamento sociale, costituiscono un modello comportamentale da rifuggire.

Il giudizio di Catullo è assai meno severo: l'atteggiamento dell'innamorata appare persino scusabile, poiché la passione fisica è generata da una forza fatale e ineluttabile ispirata da Venere: "Non distolse il dolce sguardo da Teseo, prima di sentire tutto il corpo pervaso dalla fiamma, e arse d'amore nelle più intime viscere" (Carme 64, vv.91-94).

La nostalgia della patria e dei congiunti si fa lacerante, allorché Arianna scopre d'essere ormai sola su un'isola selvaggia, in una condizione che diviene paradigmatica di quella esclusione sociale precedentemente menzionata.

Tra pianti, lamenti e paure la donna non manca di lanciare una terribile maledizione contro Teseo che dovrà abbattersi anche sui suoi parenti.

La maledizione si avvera: ritornato in patria per ricongiungersi al padre Egeo, l'eroe è dimentico della raccomandazione ricevuta, non rammenta infatti di issare le vele bianche, simbolo della impresa vittoriosa, al posto delle luttuose vele nere, alla cui vista il disperato genitore decide di morire, gettandosi da una rupe.

Catullo non dimostra una particolare empatia nei confronti di Teseo, che egli definisce ferox: il suo lutto sembra quasi essere la giusta punizione per quanto egli ha inflitto ad Arianna.

L'ultima sequenza d'epilogo, effigiata sulla coperta, rappresenta un lieto fine: sull'isola di Dia è giunto Bacco insieme ai suoi satiri; invaghitosi della fanciulla, il dio la sposa.

La narrazione si conclude pertanto con una sorta di implicito sottinteso, perché il poeta, così attento ad evocare i sentimenti di Arianna nei confronti dell'amante, non rivela assolutamente nulla a riguardo degli stati d'animo che la giovane prova nei confronti del proprio salvatore.

In conclusione Arianna sembra possedere un carattere indefinibile, perché agisce quasi fosse dominata da correnti di energia dettate soltanto dai suoi stati d'animo. L'amore sensuale fa di lei una creatura dotata di un potere decisionale che è solo apparente, poiché la sua volontà dipende dai progetti perseguiti dall'essere amato e la induce ad agire in funzione delle aspettative maschili.

Allorché è terrorizzata dalla solitudine, è ben contenta di aggrapparsi al primo uomo che si affaccia all'orizzonte.

La sua grande fortuna consiste nell'avere incontrato un dio, ma ancora una volta non è lei a scegliere, bensì quell'ingranaggio di forze imperscrutabili che la lingua latina denomina fatum.

Un altro poeta classico, Ovidio, si è prodigato nella rielaborazione del mito, valendosi di una finzione letteraria assai suggestiva: Heroides è una singolare raccolta di lettere che le donne abbandonate indirizzano ai loro seduttori.

Pertanto Ovidio immagina che Arianna, nella solitudine di Dia, scriva una struggente epistola a Teseo, invocandone il ritorno.

Perfide, traditore della parola data, è l'epiteto che la ripudiata attribuisce al letto, le cui coltri recano ancora l'impronta del corpo dell'amante: "Perfido letto, dov'è la parte più grande di noi?"(Heroides, 10, v.58).

Nella mente della disperata riecheggiano ancora le parole alle quali ha prestato incondizionata fiducia: "Ti giuro, su questi stessi pericoli, che per tutta la vita sarai mia!"(Heroides, 10, vv.73-4).

Peraltro l'ipallage, che attribuisce al letto quella perfidia in realtà perpetrata dal fuggiasco, svela la fiducia riposta non solo in un vincolo verbale, ma soprattutto in un patto carnale vissuto in forma totalizzante: i codici comunicativi interpretati dalla innamorata esulano dai parametri della logica e lasciano invece affiorare gli imperiosi dettami delle pulsioni primordiali.

Il poeta di Sulmona è altresì molto attento a indagare la fenomenologia della paura atavica che contraddistingue la condizione di solitudine nella quale si trova l'eroina.

Ella teme la presenza di qualche animale feroce, lupo, leone e tigre, e ancora di più paventa che il suo corpo, dopo la morte, giaccia insepolto, preda degli uccelli marini: la mancata sepoltura porrà infatti la sua anima nella condizione di una dannazione perenne, condannata a volteggiare nell'aria, senza mai trovare la pace.

L'Arianna ovidiana, disperata, patetica e fragilissima, non può nemmeno maledire l'amante, perché è incapace di odiare, anzi, continua a sperare in un suo ritorno.

"Nessuna donna creda a un uomo". La reminiscenza catulliana riecheggia proverbiale anche nei Fasti di Ovidio, dove, per ironia della sorte, Arianna è destinata a subire l'oltraggio del tradimento anche da parte del coniuge Bacco.

La fama che consegna l'eroina alla tradizione letteraria, dal barocco al romanticismo, l'associa definitivamente a una immagine femminile lamentosa, consentendo che il personaggio divenga spesso oggetto d'una trattazione nella quale trova sfogo la misoginia. Misoginia, invero, dettata da antiche inquietudini: grazie alla "barbara" donna di Creta, gli inventori del mito decantarono i sentimenti della diffidenza maschile nei confronti di una femminilità prorompente e minacciosa.

vedi anche Sesso e amore tra Catullo e Saffo


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015