LA VIA DEI RE di A. MALRAUX

I - II


NOTIZIE BIOGRAFICHE

Malraux André è un romanziere e saggista francese. Seguì dopo il liceo corsi di sanscrito all'Ecole des langues orientales e frequentò ambienti artistici e letterari; nel 1923 partecipò a una spedizione archeologica in Indocina, ma ben presto il suo interesse si spostò sui problemi del presente, e da allora abbiamo una sua movimentata partecipazione alla vita politica dell'Estremo Oriente. Fu membro della Lega Annamita per il riconoscimento della condizione di “Dominion” a quella colonia. Nel 1925 in Cina fu segretario del Kuomintang ed ebbe parte nella direzione del grande sciopero di Canton, quale membro del Consiglio dei dodici, in cui era anche Chiang Kai-Shek. Nel 1927 però, dopo che questi con un sanguinoso colpo di mano si fu sbarazzato dei comunisti, M. abbandonò il Kuomintang, rientrò in Francia attraverso l'Iran e l'Afghanistan, dedicandosi ancora all'archeologia con importanti ritrovamenti di arte buddista.

Da alcuni anni intanto egli aveva cominciato a scrivere: Lunes en Papiers (Lune di carta, 1921) risente tanto gli ideali quanto un'ebbrezza quasi fisiologica di guerra e di rancore ha spinto in Cina, e lo induce a cercate un coronamento alla propria esistenza nella lotta dei diseredati contro ali sfruttatori. Egli stesso sostiene che, se i comunisti vincessero, gli diverrebbero odiosi; è cioè uno di quegli uomini che non possa vivere tranquillamente e resistere nei confini dell'abituale convivenza civile.

Garine ha analogie con Perken La voie royale (La via dei re, 1952). L'opera puntualizza le esperienze stesse del romanziere, i suoi conflitti interiori: ossessione della morte, coscienza dell'assurdo di questo nostro universo, evasione mediante l'azione rivoluzionaria, attraverso la quale M. scopre al di là dell'eroismo individualistico il senso di cameratismo nel rischio, la possibilità di riunirsi in fraternità tra uomini.

La condìlion hupiaine che ebbe il premio Goncourt del 1933, è uno dei più importanti ro­manzi della prima metà del -Novecento, la rivelazione folgorante di un mondo tragico la cui esperienza doveva poi essere fatta a non molta distanza dì tempo. Approfondire la comunione con gli altri uomini è un modo per raggiungere la nostra stessa essenza umana: è il messaggio di M. in questi anni sia nel libro Le temps du meopris (Il tempo del di­sprezzo, 1935), che non è soltanto un o pamphlet ” anti-hitleriano, sia nella, lotta contro il fascismo e nell'adesione ai movimenti di estrema sinistra (partecipazione al <o Comitato Mondiale anti­fascista ”, alla “ Lega Internazionale contro l'Antise­mitismo ”), sia combattendo in Spagna nel 1937, al comando di una squadriglia d'aviazione internazionale a favore del governo repubblicano. E libro di combattimento fu L'espoir (La speranza, 1937), dedicato appunto alla guerra civile spagnola, dove però si pone anche con chiarezza il problema della libertà, mentre si delinea d'altro lato la grande “ speranza ” della Rivoluzione, Che per gli uomini d'oggi, schiacciati da troppe ingiustizie, Sostituisce l'antica speranza dell'eternità. L'occupazione tedesca della Francia vede M. partecipare attivamente alla resistenza, con il grado di colonnello, poi combattere con le forze regolari francesi dopo lo sbarco alleato, il dopoguerra lo vedrà invece, con un trapasso sconcertante ma non incomprensibile in una natura come la sua, aderire totalmente al gollismo; con De Gaulle fu ministro dell'informazione nel governo provvisorio del 1945-46, segretario generale del RPF , fondato da De Gaulle 1947, quindi nuovamente ministro-delegato presso la presidenza del consiglio nel 1958 e ministro dal 1959 al 1969.

M. è quindi, con qualità e difetti, una figura assai rappresentativa, soprattutto se si tiene conto della sua originalità e forza di scrittore per quella tensione e quel risalto che sa dare a scene, a visioni tragiche o epiche, anche a discussioni ideologiche. Un nuovo ciclo. romanzesco egli aveva iniziato, La lutte avec l'angel (La lotta con l'angelo), ma il manoscritto fu distrutto dai Tedeschi, e solo un frammento, salvato, vide la luce: Les noyers de l'Allenburg ( I noci dell'Allenburg, 1943), che contiene alcune fra le pagine più potenti di Malraux. Dedicandosi poi a meditazioni sull'arte e alle grandi figure d'artisti, M. ha mostrato di quale padronanza su sé stesso e sulla storia sia capace, dapprima divisi in tre volumi, Psycologie de l'art (1, 1947 Le musée imaginaire;2, 1948, La créalion arlistique;3: 1950, La monnaie de i'absobi), poi rifusi in Les voix du silence (Le voci del silenzio, 1951: Il museo dei musei, Milano, 1959), questi studi sono una sintesi della storia dell'arte d'ogni tempo e d'ogni paese, e insieme un approfondimento della civiltà attraverso i problemi artistici (l'arte ci salverebbe dall'assurdo della condizione umana con la sua feconda conquista). Sulla stessa linea sono Le musée imaginaire de la sculpiure mondiale (Il museo immaginario della scultura mondiale)e Métamorphose des dieux (Metamorfosi degli dei, 1957). Dopo un lungo periodo di silenzio, durante il quale si è esclusivamente dedicato all'attività politica, nel 1967 M. ha pubblicato un volume di antimémoires (Milano, 1969), che, seppure non del tutto esenti da quell'estetismo che caratterizza tanta parte dell'opera di M., ancora una volta riflettono le sue lucide doti di narratore e di ritrattista.

LA CONDIZIONE UMANA (La Condition Humaine). - Ne è protagonista Kyo, un capo comunista cinese che ha nelle vene sangue europeo, da parte del padre. Questi, Gisors, ha caratteristiche quelle del figlio, pur essendo legato a lui da molto cerca la propria tranquillità nei “ paradisi artificiali ” senza partecipare alla vita e alle passioni degli altri analizza con l'occhio del saggio orientale. Kyo, che possiede un'estrema freddezza di pensiero e di azione, è instancabile nell'attività rivoluzionaria. Ma contemporaneamente è roso da amore geloso Rer la moglie, May, una dottoressa tedesca al seguito dei comunisti. Passano nelle pagine del libro, con ritmo 12Cal"`_'e, alcuni tra i più famosi episodi della lotta contro Chiang KaShek : particolarmente eloquente quello del fallito attentato operato da un terrorista cinese, Tchen, una delle figure più originali e suggestive del romanzo, nella quale è facile cogliere quel l'amore per il sangue e la lotta (portato quasi alla morbosità) che è tipico di Malraux. Accanto a queste si presentano altre figure piene di vita, quali Katow, il consigliere russo distaccato Presso i comunisti cinesi; Clapique, un curioso tipo di “ viveur ” non privo di coraggio e di generosità; Ferral, un affarista senza scrupoli, e altri personaggi minori. La vicenda procede inesorabile fino alla tragica conclusione: i comunisti vengono sconfitti, Kyo e i compagni, presi prigionieri, si uccidono, mentre Katow che ha ceduto il suo cianuro ad altri giovani viene arso vivo. Il libro si chiude con le parole che May pronuncia prima di partire per Mosca, ove quasi per un tributo alla memoria di Kyo, va a perfezionarsi nella tecnica rivoluzionaria: “ Ora io non piango più ”: Parole che vogliono essere la morale del libro, che presenta appunto una generazione di spietati, i quali hanno bandito la parola “ pianto ” dal loro vocabolario.

LA VIA DEI RE

RIASSUNTO

Indocina francese, verso la metà degli anni Venti. Due uomini, un giovane francese appassionato di archeologia e un avventuriero danese dall'oscuro passato, si incontrano sul piroscafo che fa rotta da Marsiglia all'Estremo Oriente, e stringono fra loro una sorta di patto. Claude Vannec questo il nome del francese - spera di trovare, lungo il tracciato dell'antica Via dei Re, le rovine di templi non ancora scoperti dagli occidentali e di poterne asportare dei bassorilievi da vendere poi a collezionisti europei. Anche l'altro, Perken, spera di trarre un profitto dalla vendita del materiale archeologico: vorrebbe comprare armi e fomentare una guerriglia locale. Nella giungla i due uomini ne incontreranno un terzo, scomparso tempo prima in una missione segreta. Come si vede, ci sono qui tutti gli elementi della grande avventura, immersi in un'atmosfera dì erotismo invischiante e subdolo.

Basato su elementi autobiografici (Malraux era stato accusato, nel 1924, di aver rubato a scopo di lucro alcuni bassorilievi dal tempio di Banteai-Srey, e ne era seguito un processo clamoroso), La Via dei Re è forse l'unico romanzo di Malraux dalla forma impeccabile. Qui l'avventura, come ebbe a dire lo stesso autore, “ sono formiche schiacciate sotto il palmo delle mani, insetti, rettili, insidie ripugnanti a ogni passo che si fa nella giungla”, ma è anche l'estremo confronto dell'individuo con la sua ossessione e al tempo stesso con la sua paura della morte: e dietro questa mescolanza narcotica di sensualità e sauvagerie traspare il, disegno di una “iniziazione tragica” dell'uomo al proprio destino.

Pubblicato nel,1930, La Via dei Re è il quarto romanzo di André Malraux (1901-1976), e il primo ad aver riscosso un vasto successo di pubblico.

ANALISI CRITICA

Il 13 ottobre del 1923 André Malraux e sua moglie Clara si imbarcano a Marsiglia sul piroscafo Angkor, che fa rotta verso l'Indocina. A Saigon si unirà a loro Louis Chevasson, amico di André fin dai tempi dei liceo.

André e Clara hanno comprato due biglietti di prima classe (di sola andata) e i loro bauli, oltre a un certo numero di tenute “ da safari ”, contengono dodici seghe del tipo detto “ saracco ” e un fotoforo; in tasca, come ogni avventuriero che si rispetti, hanno la mappa di un tesoro.

“ Fra i diciotto e i vent'anni, la vita è come un mercato in cui si acquistano valori, non col denaro, ma con l'azione. La maggior parte degli uomini non acquista niente ”: questa meditata affermazione di André Malraux dovette colpire profondamente Julien Green se questi giunse al punto di trascriverla nel proprio diario.

In quell'autunno del 1923, quando parte per l'Indocina, Malraux ha ventidue anni: e a voler fare un bilancio di quei famosi “ valori”, si scoprirebbe presto che sono ancora a uno stadio largamente potenziale. Il dandy pallido e seducente (proprio bello, André Malraux non lo è stato mai, e sua madre gli ricordava spesso quanto sgraziate fossero quelle sue orecchie a sventola, e per tutta la vita fu tormentato da tic nervosi - eppure, con la sua bella voce calda, gli occhi febbrili, ammalianti, l'intelligenza rapida, le belle mani sempre in movimento, l'eterna Camel fra indice e medio, e una sorta di assoluta eleganza naturale, fu indubbiamente un uomo dì indiscutibile fascino) aveva al suo attivo quattro anni di apprendistato dai risultati più brillanti che sostanziali. Era sbarcato a Parigi dalla natia Banlieue a diciassette anni, portandosi dietro un bagaglio di esperienze e ricordi il cui inventario è presto fatto: un'infanzia di cui mai in vita sua ebbe voglia di parlare (non che fosse stata segnata dalla miseria o da traumi particolari: era stata, piuttosto, un'infanzia un po' grigia e molto petite-bourgeoise, fra una madre e una nonna che gestivano una salumeria e un padre che si faceva vivo di rado, una specie di simpatico fallito, uno di quei genii strampalati che lo stesso Malraux avrebbe definito “ farfelu ”); pochi anni di liceo (colui che diventerà nel 1959 il ministro della Cultura di Charles De Gaulle non era neanche arrivato alla licenza liceale); una cultura caotica e approssimativa, da autodidatta curiosissimo e vorace; e soprattutto un desiderio sfrenato di emergere, di diventare qualcuno in quel mondo, che era il solo a interessarlo, in cui si cominciava a parlare di dada, sì scopriva il jazz, si leggeva Freud, e Max Jacob ancora dettava legge - quel mondo che, in un breve perimetro compreso fra Montinartre e Montparnasse, conteneva tutto quanto si dicesse, si scrivesse, si inventasse di interessante a Parigi, e non solo lì. Una cosa soltanto conosceva bene: i libri. Quella che era stata per armi la sua attività preferita: scovare dai bouquinistes libri rari da rivendere poi ai librai antiquari, era diventato insieme il suo gagne-pain e un passaporto per entrare in quel mondo che tanto lo attraeva. Aveva poi collaborato ad alcune riviste di accesa avanguardia (sulla più interessante delle quali, “ Action ”, scrivevano personaggi come lo stesso Max Jacob, e Artaud, Cendrars, Radiguet, Satie, Cocteau), bazzicato le “boites à tantes” più scollacciate della capitale, pubblicato semiclandestinamente qualche edizione illustrata di testi libertini, frequentato, senza mai iscriversi, i corsi della Ecole des langues orientales, scritto qualche cosuccia à la mode dújour (la più notevole di queste, Lunes en papier, sorta di ballet-mécanique in odore di cubismo, lui stesso definirà, molti anni dopo, “ une gloire de cafè ”), evitato il servizio militare accusando disturbi cardiacì e ingerendo, allo scopo appunto di provocarseli almeno per qualche ora, enormi quantità di caffeina - e alla fine aveva incontrato Clara Goldschmidt, “ la ragazza dagli occhi glauchi ” che dopo pochi mesi diventerà sua moglie. Si erano subito scoperti una passione comune per Dostoevskij e Nietzsche, e una fervida predilezione per l'arte italiana. Erano partiti insieme per Firenze e Venezia. Al ritorno si erano sposati: la famiglia di lei aveva generosamente aperto le braccia al bel giovanotto squattrinato, quella di lui si era rassegnata a quell'unione “ mista ” (“ Si veste in un modo assai poco appariscente, per essere ebrea ” aveva finanche ammesso papà Roland). E grazie ai dividendi dei titoli azionari di Clara era iniziata per loro una vita spensierata da turisti colti e benestanti. I viaggi, che André aveva sempre soltanto sognato, erano diventati una confortevole realtà fatta di suites di grandi alberghi, di vagoni-letto, di grandi bauli, di vaste e comode cabine su piroscafi di lusso. Un triste giorno, però, i famosi titoli azionari erano crollati, e i due sventati amateurs, offesi da un destino screanzato, avevano scoperto di essere sull'orlo della rovina. “ Non penserete, mia cara, che mi metta a lavorare! ” aveva esclamato André.

Il quale, però, un'idea per far soldi ce l'ha: non per niente ha passato alcune settimane alla Bibliothèque Nationale a spulciare i resoconti dei viaggiatori che hanno esplorato l'interno della penisola indocinese tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Ha letto i racconti - di per se stessi già abbastanza romanzeschi, e tali comunque da far sognare -dei primi esploratori e missionari francesi penetrati nell'interno della Cambogia, e quelli poi più recenti e anche più “scientifici”, degli inviati dell'Ecole francaise d'Extréme-Orient, fondata all'inizio del secolo ad Hanoi; e ha scoperto l'esistenza, nel grande Inventaire descriptif des monuments du Cambodge di Lunet de LaJonquère (quello stesso che citerà il Vannec della Voie royale), dei templi favolosi di Angkor, sulle cui porte squisite danzatrici di pietra dalle braccia cariche di monili, le devatas, custodiscono dietro il loro misterioso sorriso le meraviglie dell'arte khmer; e nell'Art d'Indravarman di Henri Parmentier ha trovato, fra l'altro, la descrizione immaginifica del tempio di Banteay-Srey. Ed è arrivato a una conclusione: che di templi da scoprire ce ne siano ancora, e che debbano essercene molti soprattutto sull'antica via che univa Angkor con le province klimer a nord-ovest della catena montuosa dei Dang-Rek - così come, nel Medioevo cristiano, pullulava di chiese la strada che i pellegrini percorrevano per recarsi a San Giacomo di Compostella. Il “ piano ” è di una semplicità assoluta: basterà “ ritagliare ” una mezza dozzina di quei bassorilievi e rivenderli poi a qualche collezionista europeo o, meglio ancora, americano. (Come il lettore può agevolmente constatare, si tratta, né più né meno, dell'ipotesi che Claude Vannec espone a Perken nelle prime pagine del romanzo).

Naturalmente (e come per Vannec, del resto), oltre al desiderio di rimpolpare le sue finanze, in questa partenza per l'Oriente c'è anche dell'altro. (Qualcuno, molti anni dopo, arriverà ad insinuare che il fatto che la Francia controllasse allora, sul territorio delle sue colonie, il proficuo monopolio dell'oppio poteva essere, per non pochi di quella generazione e di. quel mondo parigino a cui apparteneva André, una ragione sufficiente per partire; ma la stessa Clara racconta in uno dei suoi libri di aver cominciato a fumare oppio solo durante il loro secondo soggiorno indocinese - e aggiungerà pure che ad André l'oppio non interessava affatto, in quanto esigeva “ una troppo grande passività ” per attirarlo: in seguito, le tentazioni cui cederà saranno invece, a detta di molti, l'alcol e la cocaina). C'è, indubbiamente, quel “desiderio di Oriente” che già tanti come lui aveva trascinato lontano dai parapetti, giudicati ormai putrescenti, della vecchia Europa; e l'attrazione sconfinata che avevano esercitato su André adolescente i racconti di viaggi: il ragazzo solitario divorava vecchi numeri di riviste come “ Le Tour du monde ” e la “ Revue géographique ”, e passava ore intere a sognare a occhi aperti sulle pagine dei romanzi di avventure che trovava sulle bancarelle lungo i quais della Senna. Aveva poi continuato sempre a leggerli, quei romanzi, e in buona compagnia: tutta una generazione di intellettuali aveva subìto il fascino dell'avventura esotica, sognata o vissuta, quell'avventura grazie alla quale, gettandosi alle spalle gli aborriti valori del mondo “ borghese ”, un uomo può finalmente provare a se stesso di essere tale in una sfida suprema contro il pericolo e contro la morte - ed ergersi in faccia al proprio destino lanciandosi (ed eccola dunque la parola magica che marcherà di sé più di una generazione di intellettuali irrequieti) nell'azione: in mancanza di meglio, o di altro, la bravata romantica come via di accesso all'assoluto...

Le somiglianze fra la vicenda di Vannec e quella del suo autore sono numerose e interessanti. C'è l'incontro, ad Hanoi, con il direttore della Ecole Francaise d'Extréme­ Orient, c'è un boy di nome Xa, c'è la faticosa marcia attra­verso la giungla, e le difficoltà, non previste e poi supera­te, per riuscire a staccare le sculture - e c'è, soprattutto, una messa in guardia, di cui i tre giovani non terranno il debito conto, delle autorità locali, che suonava più o meno: “Tutti i monumenti scoperti e da scoprire nei terri­tori delle province di Siem-Reap, Battambang e Siso­phon sono dichiarati monumenti storici ”. E poi c'è anche qualcuno che fa la spia: cosicché al ritorno, arrivati a Phnom Penh a bordo di una motovedetta, troveranno ad aspettarli la polizia: le sculture rinvenute nelle loro cabi­ne saranno immediatamente sequestrate, e loro stessi denunciati a piede libero. Le cose, per i tre apprendisti avventurieri, si mettono subito assai male: il dossier che arriva da Parigi a nome “ Malraux, André-Georges ” non è fatto per disporre in suo favore un magistrato apparte­nente all'establisliment di una colonia francese negli anni Venti. A carico del giovane dandy ci sono: alcune riviste che puzzano di avanguardia (dunque: di bolscevismo e di anarchia), amicizie con personaggi più che sospetti (viene citato, uno fra tutti, Georges Gabory, autore di un eversi­vo Elogio di Landru) e, non ultimo, il suo matrimonio con una ebrea di origine tedesca.

Brutta storia - anche? Perché Clara e André non hanno più di che pagarsi l'albergo. Questa volta però è lei ad avere una buona idea: tenta il suicidio con un tubetto e mezzo di gardenal - e con l'accortezza di scegliere il momento in cui André sta per rientrare. La portano all'ospedale, dove suo marito non può fare altro, com'è giusto, che restarle accanto. Poco dopo Clara comincia anche uno sciopero della fame, che la ridurrà a pesare 36 chili (avrà però il conforto di sentirsi sussurrare da André:

“ Non preoccupatevi, mia cara, vedrete che riuscirò a diventare Gabriele d'Annunzio ”). Ma l'epoca e il luogo sono ancora di quelli in cui l'essere donna comporta innegabili vantaggi: il giudice dichiara il non luogo a procedere nei confronti di Clara, la quale, in quanto moglie, “ è tenuta a seguire il marito ovunque egli vada ” e di conseguenza non può essere considerata legalmente perseguibile. Clara partirà dunque per la Francia, alla ricerca di aiuto. Appena sbarcata, apprenderà con sgomento che André è stato condannato a tre anni di prigione e Chevasson a diciotto mesi: la linea difensiva di Malraux non ha funzionato. E dire che per dimostrare ai giudici di non essere un volgare avventuriero, ma innanzitutto uno studioso e un amatore d'arte, conoscitore di latino per soprammercato, il giovane autodidatta ha perfino recitato in aula, a memoria, un brano dell'Eneide...

Negli anni successivi - gli anni dell'“ impegno ” - André Malraux baderà a costruire attorno a quel suo primo viaggio indocinese un discorso autogiustificatorio che alcuni dei suoi biografi (forse tentati dall'agiografia, e spinti dal comprensibile desiderio di modellare sull'immagine pubblica del grande “ combattente per la libertà ” quella sua prima e quanto meno scapestrata di saccheggiatore di tombe) tenderanno a prendere per buono: si sarebbe trattato di una montatura, di una trama di ingiustizia ordita contro di lui, già sospetto, per ragioni politiche, e inviso alle autorità coloniali, le quali si sarebbero accanite oltre misura su una colpa in fondo lieve, e che del resto, in molti altri casi, era stata giudicata con ampia e benigna indulgenza - e d'altra parte (questo l'argomento che ritornerà più spesso negli scritti come nelle interviste) i rischi corsi avrebbero in qualche modo giustificato il diritto a ricavare dall'impresa un qualche provento...

Comunque stessero le cose, il giudice del processo d'appello (sul quale molto avrà pesato la petizione in favore di Malraux che Clara è riuscita nel frattempo a far firmare da personaggi del calibro di Gide, Mauriac, Mac Orlan, Paullian, Jacob, Maurois, Aragon e altri - tutti “ bei nomi ” dell'intellettualità francese -, e nella quale si dichiara che il giovane scrittore è fra coloro che “ contribuiscono ad aumentare il patrimonio intellettuale” della Francia, e si deplora “ vivamente la perdita conseguente all'applicazione di una sentenza che impedirebbe ad André Malraux di fare ciò che tutti legittimamente si aspettano da lui ”) riduce la pena ai due imputati: un anno ad André Malraux, pochi mesi al fedele Chevasson. Grazie alla condizionale, i due sono liberi di tornare in Francia. A Clara, che è venuta ad aspettarlo sul molo, André regala un pacchetto di canapa indiana e annuncia che stanno per ripartire: si torna in Indocina - ma questa volta per un'avventura di un genere diverso: la prima di quelle che, come osserverà non senza ironia la stessa Clara molti anni dopo, realizzeranno, in un certo senso, quel vecchio sogno di André Malraux di “ diventare Gabriele d'Annunzio ”.

Nel 1930, questa vicenda di cui tutto sommato non c'era da menare gran vanto diventava un romanzo: La Voie royale, appunto, nel quale la spedizione, tra il naïf e il velleitario, dei tre giovani squattrinati assume i caratteri tragici di una sfida metafisica: e i cui protagonisti non sono più degli adolescenti presuntuosetti e sprovveduti, ma uomini di quella razza a cui da sempre Malraux ha sognato - a cui per tutta la vita sognerà - di appartenere: gli “avventurieri”.

Degli uomini che nella giungla dei Moi c'erano stati per davvero Malraux aveva sentito parlare, nei caffè di Phnom Penh all'ora dell'aperitivo, e anche a Parigi, nei bistrot di Montmartre: erano quegli europei sbarcati in Asia nella seconda metà dell'Ottocento intorno ai quali circolavano leggende stravaganti - uomini come il sedicente barone di Mayrena, che era riuscito a diventare “ re ” dei Sedang; come Aobert-Houdin, nelle cui memorie aveva trovato il trucco della pallottola riempita di sangue a cui ricorre Perken nel villaggio moi; e Prosper Odend'hal, che aveva attraversato una regione nella quale i Sedang e i Jarai erano in guerra, ed era stato lui stesso ferito, e aveva poi studiato il sanscrito, ed era partito di nuovo, alla ricerca di una misteriosa spada sacra che aveva finito per costargli la vita il giorno in cui i grandi stregoni Jarai lo avevano attirato in una capanna dove era stato assassinato; e Henri Maitre, esploratore, avventurie­ro e geografo, che aveva conosciuto “ la libertà assoluta, infinita, l'orgoglio profondo che dilata l'anima degli scopritori ”, e che, come Perken, e pur avendo accettato l'incarico di tracciare il percorso di una ferrovia attraverso la giungla moi, diffidava di quella “ civiltà ” che gli europei, attraverso lo sfruttamento intensivo della foresta, volevano portare fra le tribù ribelli, verso le quali, proprio come Perken, egli provava una sorta di solidale, protettiva sim­patia. Uomini, insomma, che avevano sfidato la morte per inseguire un sogno, uomini che “ avevano voluto farsi re ” - e che si confondevano, poi (o in ogni caso si distin­guevano appena), con i personaggi dei romanzi di avven­ture esotiche che Malraux, come tanti altri in quegli anni, aveva letto con passione: quelli di Stevenson, di Kipling, di Jack London, e ancora di Jules Verne e Pierre Louis...

Nel momento in cui il romanzo prende forma, il modello di riferimento (questo al lettore accorto non sarà certamente sfuggito) senz'alcun dubbio il Conrad ama­tissimo di Cuore di tenebra (e i cultori di Conrad erano mol­ti in quegli anni: non ultimo, e in via del tutto eccezionale, lo stesso gruppo NRF, se lo stesso Gide aveva tradotto, nel 1917 il suo Typhon). La Voie royale, infatti, più che un romanzo di avventure, ambiva ad essere “ il romanzo del­l'avventuriero ”, come recitava una pubblicità preparata dallo stesso Malraux per il suo editore, e di questo indivi­duo che si erge con solitaria grandezza di fronte al pro­prio destino, voleva mettere in scena il dramma più pro­fondo: “ la sua lotta, consapevole o inconsapevole, contro l'ossessione della morte... Egli fugge se stesso, fugge cioè l'assillo della morte, nel momento stesso in cui le corre incontro ”: il romanzo di avventure esotiche diventa dun­que, in Malraux come già in Conrad, interrogazione metafisica, “ iniziazione tragica ” allo scontro con quelle che - come dichiarava il titolo della trilogia di cui La Voie royale doveva costituire, nelle intenzioni di MaIraux, solo una sorta di preambolo - erano le “ Potenze del Deserto ”, o “ della Solitudine ”.

Perken muore in una solitudine assoluta, dopo aver lottato a denti stretti contro il proprio “ decadimento ”, e la propria morte; muore, ed è sconfitto: non riuscirà mai ad armare le sue tribù ribelli, né a lasciare un segno di sé.

Ma appartiene anche lui di diritto a quella razza speciale degli uomini che decidono il destino degli altri uomini, e il proprio se lo giocano, o lo recitano, sulla immensa scena della storia. Nel pantheon personale di Malraux non sono pochi i rappresentanti di questa razza di privilegiati: coloro che, incarnando in se stessi un mito collettivo, si fanno trascinatori di masse, grandi individualità capaci di assumere un ruolo di fronte alla storia, di portare fino in fondo la volontà sfrenata di vivere e di agire sur le devant de la scène. A questi uomini occorrerà assomigliare: pena la disperazione.

Tutta l'esistenza di Malraux è segnata da una sorta di gioco di specchi (deformanti), all'infinito: la vita si modella sul mito (altrimenti non varrebbe nemmeno la pena di essere vissuta); che la vita vissuta diventi poi romanzo è la necessaria, indispensabile compensazione alla sua ontologica inadeguatezza al mito; e che a sua volta il romanzo finisca per “stingere” sulla vita, reinventando e ravvivando ciò che la vita è ed è stata nella sua realtà banalmente, poveramente fattuale, al punto che la frontiera tra l'uno e l'altra finisce per non essere più percettibile, è conseguenza ovvia e ineluttabile di questa infinita proliferazione dell'immaginario. Perché meravigliarsi allora che Malraux abbia lasciato aleggiare su se stesso tutta una serie di leggende e di equivoci (peraltro, dati alla mano, facilmente verificabili)? Nel gioco dei riflessi incrociati, è probabile - e importa poco, tutto sommato che lui stesso abbia finito per credere di aver partecipato, come Garine, all'insurrezione di Canton, di essere stato un emissario del Kuomintang - o che il suo incontro con Goebbels, o quello con Mao, si siano svolti esattamente come li racconta lui.

Quando, nel 1934, Malraux decide, insieme all'amico pilota Corniglion-Molinier, di sorvolare il deserto dello Yemen alla ricerca delle rovine della capitale della regina di Saba seguendo le tracce di un personaggio straordinario, Joseph Arnaud (che il deserto lo aveva attraversato, si raccontava, in compagnia di un asino ermafrodito, e aveva, prima di morire cieco, tracciato nella sabbia una vaga mappa di ciò che aveva visto), a quelli come noi, che non meno di Malraux abbiamo amato ì romanzi di avventure, non può non venire alla mente, con un sorriso complice, il professor Otto Lidenbrock che parte verso il centro della terra sulle tracce di Arne Saknussem... E d'altra parte anzi, soprattutto - come non ricordare che gli aerei e il deserto sono state le passioni di uno degli uomini da Malraux più incondizionatamente ammirati: quel T.E. Lawrence che è l'esempio di una vita che nel suo stesso farsi è diventata leggenda? (Fra le molte altre cose di cui è lecito dubitare, Malraux racconterà una volta di aver incontrato quel mito vivente che era per lui Lawrence, prima che questi morisse, in un bar - di Parigi? di Londra? - e che ci sarebbe stata fra i due una sorta di reciproco “ riconoscimento ”: come fra uomini della stessa specie. Vero, falso - è proprio così importante, visto che è così ben inventato?). Non vedranno granché, i due audaci: fatto sta che quei pochi mucchi di terra vagamente intravisti diventano, nel racconto che ne farà Malraux al loro ritorno dopo essere scampati a una tempesta di sabbia, torri, *scalinate e terrazze. E siamo di fronte ancora una volta a quel “ doppio movimento ” di cui si diceva sopra: la vita si modella sulla leggenda, sul mito, sulla letteratura; la letteratura si incaricherà, poi, di correggere ciò che di antiestetico, di inadeguato alla vita sognata, c'è nella vita cosiddetta reale.

(Aveva davvero, nel 1929, architettato un piano - emulo, questa volta, di D'Artagnan, o della Primula Rossa per liberare Trockij, deportato ad Alma Ata per ordine di Stalin? Gaston Gallimard, che ne distrusse ogni traccia scritta al momento dell'occupazione tedesca, era comunque riuscito a bloccare la dissennata spedizione).

Certo, la storia ricorderà il giovane scrittore, già titolare di un Prix Goncourt, coraggioso “ compagno di strada ” dei comunisti, che nel 1936 parte per la Spagna, dove si batte al fianco dei repubblicani, creando e comandando una squadriglia di aerei (di nuovo quella passione per gli aerei! Decisamente, i modelli di riferimento sono ancora gli stessi: il sorvolatore di Fiume e l'eroe del deserto arabo): come deve essere esaltante, però, il pensiero di star giocando con la storia - e in ogni caso il ruolo che la sua “immaginazione epica ” gli assegna, fosse pure a rischio della vita, è comunque sempre un ruolo di protagonista: un ruolo, dirà più tardi proprio uno di quel compagni di strada diventati poi suoi feroci denigratori, “ come quello che ebbe Byron in Grecia ”. (La guerra civile diventerà romanzo - e poi anche un film: come c'era da aspettarsi).

E di nuovo al centro della storia, ancora una volta sulle barricate, Malraux lo sarà nel '44, per liberare la Francia orientale - meglio ancora se si può avere una carta da lettere intestata “Brigade indépendante Alsace-Lorraine ” e se di nuovo, come in Spagna, ci si può far chiamare colonnello, anzi questa volta “ colonnello Berger ”, con il nome del protagonista di un libro che sta scrivendo... e il girotondo riparte, e ancora una volta “ la vita si mette ad assomigliare ai romanzi”.

C'è stato un momento, nell'esistenza di Malraux, in cui deve essergli sembrato che la vita raggiungesse, o addirittura superasse, la leggenda: il momento del suo incontro con Charles De Gaulle. “ Il était égal à son mythe ” noterà quel giorno Malraux: e scusate se è poco. Quel “ desiderio fanatico di lasciare una cicatrice sulla terra ” che divorava lui stesso e i suoi personaggi si incarnava infine nell'eroe della Francia libera. Se è vero, come pensava Malraux, che ogni uomo sogna di essere Dio (e lui lo sognò sempre, furiosamente), il Generale dovette essere ai suoi occhi uno che quasi c'era riuscito. Nella vera e propria fascinazione che fu alla base del suo rapporto con De Gaulle (insignificante e fuori luogo, soprattutto alla luce di quel che si è detto, la polemica sul suo “ tradimento ” nei confronti degli “ideali” e dei vecchi amici comunisti), più ancora, forse, dei desiderio di essere “alla destra del signore ”, e quindi di partecipare e al tempo stesso di essere essenziale alla sua gloria, funzionò, anche questa volta, un gioco di riflessi, di rispecchiamenti e di proiezioni non agevolmente decifrabile.

Perché più forte della morte - più forte della morte e forte tanto da sconfiggerla - è soltanto la vita nel suo farsi mito.

Non la morte come “ trapasso ”: ché questa è cosa privata, che interessa unicamente “ le misérable petit tas de secrets ” che costituisce la piccola esistenza individuale, e lo colpirà ferocemente, e con tanta più spietatezza gli si accanirà contro quanto più sembra, in qualche modo, non toccarlo: anzi, ci sarà sempre, fra lui e la morte, come una prossimità, una familiarità. Bastano poche date, nient'altro che un elenco: nel 1930 suo padre si uccide; nel 1944 Josette Clotis, la giovane scrittrice a cui è legato da alcuni anni dopo la fine del matrimonio con Clara, muore, dopo due giorni di coma, con le gambe maciullate da un treno; nel 1945 il fratello Claude viene fucilato dai tedeschi; l'altro, Roland, morirà in un campo di concentramento pochi giorni prima della fine della guerra; nel 1961 i due figli avuti da Josette restano entrambi vittime di un incidente automobilistico; nel 1969 Louise de Vilmorin, con la quale viveva da due anni, muore improvvisamente. Lutti privati: che riguardano quelli che si accontentano di avere un prénom - non gli uomini che sono riusciti a “ essere il loro nome ”, i quali alla morte in ogni caso sopravviveranno.

La morte vera, che lo ossessiona come ossessiona Perken -forse il più sincero, il più disperato, il più solo dei suoi personaggi -, e da cui incessantemente fugge, è proprio quella che Perken chiama “ déchéance ”: ed è un altro nome dell'impotenza a lasciare un segno, a sfuggire alla propria mediocrità. Per questo bisogna, ostinatamente, disperatamente, inventarsi la vita, mettere a propria disposizione uno specchio in cui poter riconoscere la propria faccia come quella di un grand'uomo.

Indubbiamente si può - ed è stato fatto - usare a proposito di Malraux la parola “mitomania” e perché no, fare ricorso a categorie, a quella contigue, come “ megalomania ”, o addirittura “ paranoia ” - e concludere poi con una giudiziosa diagnosi di alcolismo e dipendenza da droghe. Poco importa, davvero - e a poco serve. Per l'uomo che scriverà le proprie Antimemmie ciò che separa il vero dal falso è questione del tutto secondaria: se la realtà - ciò che si conviene di chiamare realtà -è inadeguata al mito, colmare la distanza che da esso la separa è un dovere dell'immaginazione - e naturalmente della parola scritta: il ruolo che ad essa viene assegnato è di capitale importanza: imporre alla vita quegli “ embellissements pathétiques ” che soli la rendono sopportabile, che soli possono, della stessa morte, farsi beffe.

Il personaggio Malraux si impone con una straordinaria forza patetica, attraverso tutte le eroiche, o miserabili, rappresentazioni di se stesso che nel corso della sua esistenza ha fornito a una platea malgrado tutto affascinata e stupefatta: costretto com'era a inventare se stesso dal desiderio di essere altro, di essere altrove - minacciato sempre da se stesso e dalla propria mediocrità sempre in agguato.

Sicché, curiosamente, si finisce per provare nei suoi confronti una sorta di ammirata simpatia, di solidale complicità: per essere riuscito, in fondo, a prenderci in giro. E a questo ciarlatano di genio, che a noi tutti - alla storia, anzi, di tutto il XX secolo come lui stesso ha contribuito a scriverla -sembra dire: “je vous ai bien eus ”, anziché volergliene, viene voglia di rispondere: “ Chapeau! ”.

BIBLIOGRAFIA

“STORIE DELLA LETTERATURA ITALIANA” di FRANCESCO FLORA
“ENCICLOPEDIA UNIVERSALE UTET”
“STORIA DELLA CIVILTA' LETTERARIA ITALIANA” (UTET)
“GRANDE DIZIONARIO ENCICLOPEDICO” (UTET)

Scarpellini Mario skifox@uninetcom.it

Testi di Malraux


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015