Rinaldo nel giardino di Armida

I - II - III

Un paradiso pagano fatto apposta per turbare il mondo dell'autocoscienza

Rinaldo e Armida, di F. Hayez (Gallerie dell'Accademia, Venezia)

Fabia Zanasi


Se Rinaldo è un personaggio famoso dell'epica medievale francese, le cui avventure sono riprese e ampliate da Pulci, Boiardo e Ariosto, Armida rappresenta invece una invenzione poetica di Torquato Tasso, che dapprima affascina e in conclusione commuove. Dell'avvenente maga pagana l'autore si serve infatti abilmente per giustificare una passione sensuale del cristianissimo capostipite degli Estensi, che risulta essere appieno scusabile, in quanto si pone in una condizione di follia amorosa determinatasi ad opera di diaboliche arti magiche. Rinaldo, già liberatore di molti compagni sedotti dall'incantatrice, non può, a sua volta, sottrarsi dall'ammaliante corteggiamento di Armida, che lo tiene imprigionato tra le delizie del suo palazzo e le piacevolezze del suo giardino, nelle isole Fortunate.

Di certo ispirandosi all'illustre precedente dell'orto di delizie di Alcinoo (Odissea, libro VII), il canto XVI della Gerusalemme Liberata sviluppa pertanto uno dei topoi più ricorrenti della cultura classica, quello del locus amoenus. L'incantesimo del luogo è tuttavia tradito dalle labirintiche strutture delle sue logge, che fanno di esso un vero e proprio hortus conclusus e rendono ingannevole ogni percorso. Peraltro il giardino sembra essere un artificio meraviglioso che la natura ha prodotto, "scherzando", ad imitazione dell'arte: Tasso ribadisce dunque, con dicitura rovesciata, una delle nozioni fondamentali dell'estetica antica che contemplava un'arte ad imitazione della natura.

Il rigoglio delle piante si traduce in un proliferare di percezioni visive e uditive che risultano ampliate per effetto delle insistite allitterazioni e delle ripetizioni (ottava 11 e 12), mentre l'uso del chiasmo (tronco istesso / istessa foglia; torta vite / orto aprico) pare alludere veramente ad una dimensione ambientale in cui l'uomo fruisce di uno spazio arredato da elementi vegetali, per celebrare soprattutto l'immagine di sé, secondo il criterio più tipico del giardino cinquecentesco.

Il mondo fatato di Armida si arricchisce peraltro di un tratto esotico: il pappagallo parlante (ottave 13 e 14) che rievoca il tema catulliano della "vergine rosa", il fiore bellissimo eppure minato dalla prefigurazione della caducità (cfr. carme LXII), non senza l'insinuazione di una vena malinconica, anticipatrice del travagliato sentimento del quale sarà vittima la stessa maga.

E infatti Armida possiede tutti i caratteri pertinenti allo statuto della incantatrice: come l'omerica ninfa Calipso trattiene il proprio amante su un'isola di beatitudini.

La sua caratterizzazione antropologica e psichica è inoltre tracciata per emulazione dell'abito comportamentale di Circe: splendida maliarda e narcisista che agghinda la propria immagine rimirandosi in un cristallo "lucido e netto" (ottava 20). L'autoreferenzialità di Armida, dapprima innamorata solo di se stessa, necessita tuttavia di un rispecchiamento nell'essere che ella è riuscita a soggiogare, ovvero Rinaldo, e ciò la pone inesorabilmente in una condizione di fragilità: Rinaldo rappresenta una sorta di immagine speculare del fascino muliebre, a conferma del potere amoroso esercitato sull'uomo, ma al contempo diventa indispensabile per il mantenimento della identità della seduttrice.

In base a tali premesse si compie l'iter di trasformazione del personaggio: ella subisce una evoluzione incontrollabile che la fa recedere dal proprio ruolo di esperta manipolatrice di diaboliche arti magiche e la avvicina gradatamente all'universo degli affetti e dei sentimenti.

Tasso ha pertanto immaginato Armida attribuendole le valenze dell'eroina classica in una sequenza di tappe obbligate: ammaliatrice, sedotta e abbandonata, al pari di Medea, Arianna e Didone. Un confronto intertestuale tra le Argonautiche (IV, 355-390) di Apollonio Rodio, il carme 64 (vv.132-201) di Catullo e l'Eneide (IV, vv.362-392) di Virgilio consente infatti di esplorare nel segno della tradizione i nuclei tematici più rilevanti che sostanziano i progressivi comportamenti del personaggio tassiano e si estrinsecano in implorazioni, promesse, pianti e maledizioni.

In particolare le ottave 56-60 del canto XVI della Gerusalemme Liberata interpretano e spesso traducono le medesime espressioni che valgono a qualificare anche i comportamenti della disperata Didone: entrambe le eroine assumono sguardo minaccioso ("torva riguarda" / "aversa tuetur"); rimproverano l'amante di avere un animo crudele e addirittura ferino ("e le mamme allattar di tigre ircana" / "Hyrcanaeque admorunt ubera tigres"); sottolineano l'insensibilità dell'amato davanti al loro dolore ("Forse al mio duolo bagnò almen gli occhi o sparse un sospir solo?" / "Num fletu ingemuit nostro?"); maledicono ("Nova furia, co' serpi e con la face tanto t'agiterò quanto t'amai" / "Sequar atris ignibus"); infine svengono.

Le vicende delle due eroine differiscono tuttavia nell'epilogo: tragico per Didone e di salvezza per Armida, il cui tentato suicidio è sventato dallo stesso uomo amato che riesce persino a convertirla al cristianesimo e che può dunque salvarla in senso totale. Al contrario di Giasone e di Teseo, amanti fedifraghi, e dello stesso Enea, Rinaldo è perciò in grado di dare una svolta positiva al legame interpersonale, anche quando la passione dei sensi è totalmente svanita.

Infatti, a differenza di quanto è accaduto alla maga, la parentesi edonistica vissuta da Rinaldo nelle isole Fortunate si è connotata unicamente nel segno di una voluttà vissuta a prescindere dai sentimenti amorosi. L'eroe è stato sottoposto ad una prova che gli consente di operare un salto di qualità sul piano psicologico: il giardino rappresenta un paradiso pagano caratterizzato da piaceri carnali, ma questi piaceri distolgono Rinaldo dalla propria missione, dai doveri e persino dalla propria identità.

Soltanto agendo in ossequio ai dettami della virtù, che si oppone drasticamente al piacere, egli può riaffacciarsi alla dimensione dell'autocoscienza, riscoprendo una identità di uomo guidato dalla fede e dal coraggio. In tale senso Rinaldo non  è soltanto l'eroe che agisce nella cornice di un testo epico, ma simboleggia appieno la realtà profonda di ogni individuo, divenuto consapevole  degli obblighi connessi allo statuto di essere umano, impegnato ad agire in nome dell'impegno, del rispetto e della responsabilità, per sé e soprattutto per gli altri.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015