IDEE PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO
L'autogestione di una democrazia diretta


PER UN'ABBONDANZA FRUGALE (SOBRIETA'?)

Abbondanza frugale è la definizione alternativa a decrescita che Serge Latouche propone in un saggio in cui vuole affrontare, smontandole, le principali obiezioni che vengono mosse alla decrescita come proposta politica. Il primo problema che si pone è infatti proprio quello terminologico. La società in cui viviamo è impregnata del concetto di crescita, una parola magica che viene ripetuta come un mantra da chiunque, pur in assenza della consapevolezza di ciò che essa comporti realmente come significato. Il suo opposto, decrescita, suona quindi come la peggiore eresia. Viviamo una fase molto delicata e importante della storia umana, ampiamente prevista da antropologi e studiosi in genere già a partire dagli anni '70, una fase in cui sta entrando in crisi un sistema costruito sulle risorse non rinnovabili (carbone e petrolio). Queste risorse si ritiene abbiano reso possibile uno stile di vita che diversamente sarebbe stato impensabile, e che comunque ha riguardato solo una minima parte del pianeta. Latouche analizza le ragioni dell'attuale crisi e indica anche una via d'uscita. Vediamo pertanto i principali punti di questo saggio.

La decrescita è un'utopia concreta, un progetto di costruzione di una società di abbondanza frugale per uscire dalle aporie della società dei consumi. A differenza delle ideologie dominanti, non ci sono dogmi. Occorre seguire la via tracciata da Ivan Illich, quella della "gioiosa ebbrezza della sobrietà volontaria".

E' davanti a noi il fallimento dell'obiettivo della felicità per tutti promessa dalla società della crescita. Occorre ora interrogarsi sul contenuto di questa promessa. Occorre ridefinire la felicità come “ abbondanza frugale in una società solidale”. Questa è la rottura proposta dal progetto della decrescita, una rottura che presuppone che si esca dal circolo infernale della creazione illimitata di bisogni e di prodotti, come pure dalla frustrazione crescente che questa genera, e che si compensi l'egoismo con la convivialità.

Il buon funzionamento del sistema consumistico si basa sull'insoddisfazione generalizzata. Come sanno bene i pubblicitari, le persone felici sono cattivi consumatori. Ribaltando questa logica, la società della decrescita si propone di rendere felice l'umanità attraverso l'autolimitazione, per realizzare l'abbondanza frugale.

Lo slogan dei governi in carica è "sia rilancio, sia austerità", che significa rilancio per il capitale e austerità per tutti gli altri. Il problema è che non si tratta di una austerità virtuosa come quella sostenuta da Illich e che noi chiamiamo frugalità, bensì di un'austerità che priva non soltanto del superfluo, ma anche del necessario. Non bisogna confondere infatti la decrescita con la crescita negativa, ovvero con la diminuzione del PIL (prodotto interno lordo),  il feticcio della religione economica. La decrescita presuppone invece una uscita dalla società dei consumi e dal PIL come indicatore. Oggi non si può più pensare a un rilancio dei consumi; questa terapia non è praticabile perché il pianeta non può sopportarla. Eppure da più parti si parla ancora di rilancio dei consumi per far ripartire la crescita, parola magica che non significa più nulla. Si parla anche di aumento della produttività, ma i margini in questo senso sono praticamente nulli.

L'attuale sistema di potere è cresciuto con l'avallo dei partiti socialdemocratici, che ora non sono più in grado di mettere in discussione la camicia di forza del neoliberalismo che loro stessi hanno contribuito a costruire negli ultimi trent'anni. L'attuale logica del sistema presuppone una sottomissione senza tentennamenti ai dogmi monetaristi.

Il programma della decrescita prevede la fissazione di un reddito massimo. Oggi una parte sempre più consistente delle imposte e delle tasse non serve più a finanziare lo Stato ma a ingrassare chi detiene titoli.

La crescita a ogni costo, a detrimento della natura e del futuro: ecco l'ingrediente indispensabile per rendere meno insopportabile l'ingiustizia del sistema capitalistico. Per evitare il disastro occorre uscire o iniziare a uscire dalla società della crescita e costruire una società della decrescita. Occorre abbandonare la religione della crescita e dell'economia, sostenuta da un “clero” interessato attraverso una serie di dogmi indiscutibili.

La piena occupazione si potrebbe ottenere attraverso una rilocalizzazione delle attività utili, una riconversione delle attività parassitarie, come la pubblicità, o nocive, come il  nucleare e le industrie di armi, e soprattutto con la riduzione programmata e significativa dell'orario di lavoro.

Un programma come quello della decrescita oggi appare utopistico, ma quando toccheremo il fondo della vera crisi che è in agguato, apparirà desiderabile e realistico. La crescita appare infatti alla massa degli individui come la promessa - in realtà del tutto illusoria - che un giorno non saranno più sottoprivilegiati, e la non crescita come la loro condanna alla mediocrità senza speranza. Decrescita dunque significa scelta di una civiltà alternativa. Stato stazionario e crescita zero sono forme di decrescita forzata che nulla hanno a che fare con il progetto della decrescita.

La vera povertà consiste nella perdita dell'autonomia e nella tossicodipendenza da consumismo. Un proverbio amerindio dice "essere dipendenti vuol dire essere poveri, essere indipendenti vuol dire accettare di non arricchirsi".

La crescita del benessere è la via maestra della decrescita, perché se si è felici si è meno soggetti alla propaganda televisiva e alla dipendenza dagli acquisti compulsivi. In sostanza si tratta di uscire dall'immaginario dello sviluppo e della crescita, e di ricondurre l'economia nel sociale e nel politico, superandola o abolendola come prometteva il marxismo, che però non ha raggiunto lo scopo. L'abbondanza frugale è un orizzonte di senso per una fuoriuscita dalla società dei consumi. La decrescita si riallaccia a una concezione del socialismo, come quella di Lukàcs, in cui l'economia non è una religione ma una disciplina al servizio della società.

Non occorre un partito della decrescita: occorre che la decrescita sia umanesimo. Occorre decolonizzare l'immaginario. La crescita durevole è impossibile. Lo sviluppo durevole deve essere uno sviluppo senza crescita, perché la crescita attuale con i suoi costi ecologici ci rende più poveri. Ciò che potrebbe svilupparsi continuamente sono educazione, arte, religione, ricerca, sport e relazioni umane.

Quello che ci attende se non cambieremo rotta è un razionamento drastico del denaro, che causerà conflitti planetari sempre più violenti e una situazione che farà da brodo di coltura per movimenti fascisti di cui già vediamo le avvisaglie e che in un futuro prevedibile gestiranno la penuria con sistemi totalitari.

John Stuart Mill affermava che la società, una volta liberata dall'ossessione della crescita, si sarebbe potuta dedicare all'educazione delle masse e il tempo libero avrebbe permesso ai cittadini di elevare la propria cultura. Questa tesi ricorda molto quella della frugalità gioiosa proposta dagli obiettori di crescita sulla scia di Illich e Gorz, ovvero quella di una società in cui i bisogni nel tempo di lavoro sono minori, ma in cui la vita sociale è più ricca, perché è più conviviale.

Il capitalismo si regge sulla crescita, allo stesso modo che un ciclista si mantiene in equilibrio soltanto pedalando continuamente. Lo stato stazionario non è compatibile con il capitalismo, che ha bisogno continuamente di essere rilanciato bruciando le riserve del patrimonio naturale.

I media spesso diffondono l'idea di una decrescita ostile alla scienza e di obiettori di crescita come tecnofobi. Noi non ci opponiamo ciecamente al progresso, ma ci opponiamo al progresso cieco (secondo una felice formula del primo rapporto del club di Roma). Per gli adoratori del Progresso mettere in discussione la tecnoscienza significa dare prova di oscurantismo. Gli stessi adoratori ritengono che tutto vada nel migliore dei modi e che la scienza troverà la soluzione a tutti i problemi. Spesso a parlare a nome della scienza sono i rappresentanti del Global Climate Coalition, una lobby negazionista sostenuta e finanziata dalle multinazionali. Sempre questi adoratori-lobbisti, affermano che l'energia sarà illimitata e gratuita negli scisti bituminosi e con il nucleare e il solare. Tutte tesi che non reggono alla prova dei fatti. Il nucleare già lo conosciamo, estrarre petrolio dagli scisti è troppo costoso. Riguardo poi ai rimedi ai mutamenti climatici, i lobbisti propongono cose assurde e demenziali. L'utopia scientista è separata dalla realtà concreta. Qualcuno pensa già di fuggire nello spazio o nelle profondità oceaniche! I transumanisti vogliono creare un superuomo di sintesi capace di resistere a tutti gli inquinanti! Tanto vale, ironizza il filosofo norvegese Arne Naess, imparare dagli animali che vivono nelle fogne.

La tecnoscienza ha eliminato molte tecniche e molti prodotti frutto di saperi ancestrali, in particolare contadini, per sostituirli con prodotti dispendiosi ma assai proficui per l'industria. Queste scelte tecnologiche, fatte in nome degli interessi economici, non lasciano spazio a nessuna soluzione di ricambio. Secondo Illich la scienza potrebbe darsi un obiettivo diverso da quello di servire il complesso industriale tecno scientifico. Sappiamo che oggi la ricerca è principalmente al servizio degli interessi delle multinazionali. La curiosità del sapere dovrebbe essere disinteressata e non dominata dalla volontà di sfruttare la natura. Vedi l'esempio dell'ecologia.

Occorre una moratoria che riguardi le grandi opere che deteriorano sempre di più e in modo a volte irreversibile il nostro ambiente. La fede cieca nella scienza e nella tecnica fa dimenticare che i problemi sono il frutto di un sistema sociale e che non si possono risolvere con la tecnica ma con la politica.

Una obiezione classica consiste nell'accusare i partigiani della decrescita di volerci riportare alla candela, alla caverna o all'età della pietra o all'oscuro medioevo: un progetto quindi antimoderno. Sicuramente dovremo prendere qualche esempio da popolazioni che dedicano al lavoro non più di due ore al giorno in un'agricoltura di sussistenza e potremmo definirci in modo provocatorio conservatori neolitici. In Austria il 9% dei terreni è dedicato all'agricoltura biologica. Occorre ridurre in misura massiccia l'orario di lavoro per tutti. E' comunque vero che esistono alcuni obiettori di crescita romantici che mostrano una certa nostalgia per un passato idealizzato, come quello dell'anarcoprimitivista John Zerzan. Diceva saggiamente Illich che gli strumenti di cui l'uomo disponeva in passato potevano rendere possibile un tipo di società basato sull'efficienza e la convivialità, ma oggi possiamo concepire degli strumenti che permettano di eliminare la schiavitù dell'uomo, senza per questo asservirlo alla macchina.

E' evidente che alcuni presunti progressi si sono rivelati nocivi per l'umanità, pensiamo all'automobile e al nucleare: in questi casi essere progressisti vuol dire essere retrogradi. Se vogliamo il progresso, reclamiamo il progresso della bellezza delle città e dei paesaggi, il progresso della purezza delle falde freatiche, della trasparenza dei fiumi e della salute degli oceani, della qualità dell'aria che respiriamo e del sapore degli alimenti che mangiamo. Se non vogliamo fare un passo indietro, facciamolo di lato, per abbandonare la strada che ci sta portando alla catastrofe.

Castoriadis auspicava una vera democrazia, che instauri processi di decisione ampi ai quali possa partecipare la totalità dei cittadini: per fare questo i cittadini devono disporre di una vera informazione e di occasioni per esercitare nella pratica i loro giudizi. Castoriadis propone quindi di instaurare una democrazia radicale, mentre Illich propone di promuovere la convivialità, per uscire dalla crisi. La decrescita vuole portare a compimento il progetto di emancipazione, il sogno dei lumi e della modernità, raccogliendo però la doppia eredità della nostra naturalità e storicità e non sottraendo l'uomo al suo inserimento nella natura e al suo radicamento nella storia.

Occorre recuperare il legame con il territorio: dopo la deterritorializzazione, occorre riterritorializzare. A questo proposito occorre introdurre il concetto di impronta ecologica. Ciò che fa sì che questa impronta sia triplicata dagli anni 60 a oggi, non è soltanto l'aumento dei consumi, ma il cambiamento del modo di produzione. Oggi la maggior parte dei prodotti viaggia per il mondo percorrendo decine di migliaia di chilometri. La nostra impronta ecologica è aumentata più per la globalizzazione che per il nostro consumo, peraltro eccessivo. Per ridurre questi impronta occorre rilocalizzare la produzione. Produrre e consumare locale, l'obiettivo chilometri zero, è un mezzo necessario per ridurre l'impronta ecologica. Bisogna reinventare una cultura del locale. Queste erano anche le proposte dell'anarchico americano Murray Bookchin.

Anche nella cultura della nuova destra si possono trovare argomenti che vanno nella direzione di una nostalgia di un passato idealizzato e del ritorno alla comunità chiusa. A differenza del pensiero dei decrescenti di destra però la nostra concezione della eco o bioregione non si fonda sulla razza e il sangue ma sull'adesione a un luogo di vita.

Nella tradizione antica alla produzione di valore sono associati valori maschili, mentre le attività non mercantili sono associate ai valori femminili: la società della decrescita sarà quindi femminile o femminista.

Riduzione della produttività globale, rilocalizzazione delle attività e fine dello sfruttamento del sud, creazione di posti di lavoro a contenuto ecologico in tutti i settori, cambiamento del modo di vita e soppressione dei bisogni inutili. Cambiando la vita si risolverà il problema della disoccupazione, mentre occupandosi solo del problema della disoccupazione in quanto tale, senza riflettere sulla sua natura, si rischia di non cambiare mai la società e di correre verso il disastro finale.

La decrescita vuol essere un progetto democratico, tutto l'opposto della falsa democrazia caricaturale manipolata dai media e dalle lobby che oggi conosciamo. Nella postdemocrazia la pressione delle lobby rende praticamente impossibile una politica ecologica diversa da quella compatibile con l'eco business e che metta in discussione la religione della crescita.

La società occidentale è l'unica società della storia che ha liberato quelle passioni tristi che tutte le altre hanno tentato di contrastare: ambizione, avidità, invidia, egoismo.

I vari capi di Stato, se da un lato dicono di voler prendere misure per salvare il pianeta, dall'altro favoriscono la ripresa della crescita.

Gran parte della popolazioni non vuole mettere in discussione il proprio modo di vita, considerato una conquista nell'ambito di un progresso a senso unico. Qualcuno ha anche avanzato l'ipotesi della necessità di una dittatura benevola verde per affrontare la sfida ecologica.

L'attuale sistema elettorale delle postdemocrazie puerilizza i cittadini. Nelle alte sfere si auspica l'eco totalitarismo, ma non per salvare l'umanità, bensì il sistema attuale. Si pensa a un potere totalitario in grado di imporre le riduzioni drastiche dei consumi necessarie a garantire la sopravvivenza di una élite (come illustra bene il film 2022 i sopravvissuti, dove solo i potenti hanno accesso ai vari prodotti naturali ancora disponibili, mentre la massa controllata dalla polizia si nutre di alimenti artificiali ripugnanti derivati dal riciclaggio dei cadaveri).

Il popolo manipolato dei media, dalla pubblicità, dalla propaganda e intossicato dal sopra consumo, non sembra gradire la strada della società di abbondanza frugale. In ogni caso il fatto che oggi si parli finalmente di decrescita contribuisce al necessario mutamento dell'immaginario e all'inizio di un'azione concreta. Purtroppo, come diceva Castoriadis, non si può impedire a una democrazia di suicidarsi.

Occorre decolonizzare l'immaginario e stimolare comportamenti virtuosi che vadano nel senso di una soluzione ragionevole, quella di una democrazia ecologica. Occorre una critica dell'immaginario dello sviluppo nel quale viviamo.

Maurizio Pallante, obiettore di crescita italiano, pensa che la decrescita sia compatibile con l'economia capitalistica di mercato, ma questa non è l'idea della maggioranza dei decrescenti. Per Pallante la decrescita significa riduzione del PIL, del consumo di merci. La servitù dei sudditi è volontaria perché la manipolazione pubblicitaria commerciale è molto più insidiosa di quella politica. Occorre battersi contro la società della crescita. Non basta mettere in discussione il capitalismo, ci si deve battere contro la società della crescita in quanto tale. Anche il socialismo, come il mercato, ha prodotto una cultura della crescita.

La società della crescita è nella nostra testa. Capitalismo più o meno liberale e socialismo produttivista sono due varianti di uno stesso progetto di società della crescita, fondato sullo sviluppo delle forze produttive, che dovrebbe favorire il cammino dell'umanità verso il progresso. Occorre distruggere la società industriale. Il bilancio umano ed ecologico del socialismo reale è altrettanto terribile di quello del capitalismo. Non tenendo conto dei limiti ecologici la critica marxista della modernità è rimasta prigioniera di una terribile ambiguità. Il socialismo si riduce a un rivolgimento più o meno violento dei diversi destinatari dei frutti della crescita. Alcuni intellettuali, come Podolinskij e Vernadskij, purtroppo non furono ascoltati da Marx. In particolare il primo tentava di conciliare il pensiero socialista con la seconda legge della termodinamica. Marx si fidò di Engels, il quale non comprese l'importanza delle ricerche di Podolinskij. Vernadskij riprese quella linea di pensiero dopo la rivoluzione d'ottobre, ma alla fine tragica fu la sua liquidazione da parte di Stalin nei campi siberiani.

La decrescita è necessariamente contro il capitalismo. "Non si può convincere il capitalismo a limitare la crescita più di quanto si possa convincere un essere umano a smettere di respirare", scrive Murray Bookchin.

Anziché dire che non c'è giustizia sociale senza crescita, assioma del socialismo, occorre dire che non c'è giustizia sociale senza giustizia ecologica. Il problema oggi è l'abolizione dell'immaginario capitalistico, perché il capitalismo è una creazione della mente ed è dappertutto.

Vi sono società il cui immaginario non è stato colonizzato dall'economia e che rappresentano degli esempi di un modo diverso di vivere. Occorre restituire le istituzioni colonizzate dall'economico alla socialità. Occorre un superamento, Aufhebung. La decrescita può essere considerata un ecosocialismo. Occorre che si facciano sentire nuovamente le voci del primo socialismo, detto utopistico (Lafargue con il suo diritto all'ozio). L'elogio della qualità dei prodotti, il rifiuto del brutto, una visione poetica ed estetica della vita sono essenziali per ridare un senso al progetto comunista.

In quanto critica radicale della società dei consumi, dello sviluppo, la decrescita è una critica del capitalismo. La decrescita è il progetto autenticamente marxista, che lo stesso Marx ha tradito. Per uscire dalla crisi che ecologica e sociale, bisogna uscire dalla logica di accumulazione senza fine del capitale e di subordinazione di tutte le decisioni alla legge del profitto. La sinistra, se non vuole rinnegare se stessa, dovrebbe accogliere senza riserve le tesi della decrescita.

A differenza del pensiero di destra, che propone un'impossibile ritorno indietro e un accomodamento con il capitalismo, la decrescita vuole il superamento della modernità.

L'unico limite della decrescita è il termine negativo, cosa imperdonabile in una società in cui bisogna a tutti i costi pensare positivo. Occorrerà trovare quindi un altro termine più adeguato a descrivere il progetto di democrazia ecologica e di società di abbondanza frugale.

L'agricoltura dal punto di vista del bilancio energetico è l'invenzione più antieconomica del genio umano.

Il paradosso di Jevons è quello secondo cui, anche se la tecnologia permette di ridurre i consumi aumentando la produttività, a causa dell'effetto rimbalzo della società aumenta il consumo di quel prodotto che ora è disponibile a un prezzo più basso. L'uso di lampade ad incandescenza a volte giustifica una maggiore illuminazione che finisce con l'annullare i vantaggi della nuova tecnologia.

L'aumento della disoccupazione non è dovuto solo alla riduzione della domanda, ma in gran parte alla esternalizzazione dei servizi. Lungi dall'essere immateriale, la società di oggi non è mai stata così industrializzata.

Il modello di questa società mercantile è basato sull'opulenza per una minoranza e la penuria per le masse; esattamente l'opposto del modello di abbondanza frugale della decrescita. E' il modello americano, dove i ricchi vivono nell'opulenza e la massa tirerebbe bene o male avanti indebitandosi sempre di più. L'estrema destra americana spingerebbe addirittura alla crisi ecologica per imporre soluzioni di questo tipo. Essa vorrebbe instaurare un anarcocapitalismo.

Un altro aspetto di cui discutere è la demografia: occorre discuterne senza prese di posizione emotive. Si tratta di una questione delicata. Qualcuno lega l'esplosione demografica alla scoperta del petrolio: per questo con la scomparsa del petrolio si pensa che la popolazione mondiale dovrebbe tornare a una cifra compatibile con le capacità di carico del pianeta dell'epoca preindustriale. Nonostante questi progetti di darwinismo sociale e nonostante la condanna allo sterminio per due terzi dell'umanità operata dal capitalismo, proprio dagli esponenti del capitalismo la decrescita viene accusata di malthusianesimo.

E' chiaro che il problema demografico, ovvero della quantità di persone che il pianeta è in grado di nutrire e far vivere, va considerato in funzione del modello di vita: sicuramente il modello capitalistico porterebbe alla distruzione di gran parte della popolazione mondiale, mentre la decrescita potrebbe creare le condizioni per la sopravvivenza di tutti. I disegni di riduzione massiccia della popolazione sono agli antipodi del progetto della decrescita. E' chiaro che il pianeta non può sopportare un numero illimitato di abitanti e quindi si pone il problema della sovrappopolazione. Il problema demografico è comunque meno importante di quanto non lo sia l'adesione alla religione della crescita industriale. La decrescita non mette in discussione l'abbondanza degli uomini ma la logica della crescita per la crescita della produzione materiale. Non servirebbe a nulla ridurre la popolazione se i bisogni continuano a crescere all'infinito.

L'Italia è un esempio di questa situazione paradossale: la popolazione diminuisce, ma l'impronta ecologica, la produzione, il consumo, distruzione della natura dei paesaggi, la cementificazione, non smettono di crescere. Per il momento non sono gli uomini a essere troppo numerosi, ma le automobili. A prescindere dall'arbitrarietà delle cifre, la nozione di popolazione mondiale sostenibile è del tutto relativa. Se tutti dovessero consumare come un americano medio saremmo già di fronte alla sovrappopolazione, ma se il modello fosse quello di alcuni paesi africani ci sarebbero ancora ampi margini di manovra. Tuttavia, come disse un naturalista con umorismo, sarebbe meglio non essere costretti a mangiare in piedi!

Vengono immaginati cinque scenari possibili della nostra scomparsa: il suicidio attraverso la violenza di una guerra atomica, l'emergere di malattie gravissime come pandemia infettive, l'esaurimento delle risorse naturali, la distruzione della biodiversità e infine le mutazioni estreme del nostro ambiente (scomparsa dell'ozono ed effetto serra). Le capacità di sostenibilità del pianeta sono state superate solo a partire dal 1960. Per questo, quando qualcuno dice che la decrescita vuole portare all'età della pietra, occorre dire che basterebbe tornare agli anni 60.

Con una felice intuizione Ivan Illich disse che il tasso di crescita della frustrazione supera di gran lunga quello della produzione. Si assiste a una pauperizzazione psicologica provocata dall'aumento dei bisogni non soddisfatti. Il Nord soffre di povertà psicologica in materia; occorre abbandonare il credo dello sviluppo che ci rende tossicodipendenti.

La nostra vita può diventare tanto più ricca quanto più sappiamo limitare i nostri bisogni. Sarà compito delle società della decrescita inventare nuove forme di lusso per soddisfare i bisogni di ostentazione ed esibizione, che non si vogliono negare ma che possono essere soddisfatti senza distruggere il pianeta.

I vecchi colonialisti introducevano la loro psicosi da consumo in popoli sani che non avevano alcun bisogno di possedere un'automobile per certificare la loro presenza su questa terra. La decrescita, contrariamente ai dogmatici del PIL, che dicono che solo la crescita può risolvere la miseria del sud del mondo, è la vera soluzione ai problemi del sud. Voler far entrare il sud nella società dei consumi è come se, al volante di un'auto lanciata a tutta velocità contro un muro, si preferisse domandarsi come far salire a bordo il maggior numero possibile di persone piuttosto che pensare a come evitare la catastrofe.

La distruzione dell'auto produzione famigliare tradizionale delle popolazioni che praticano una vita frugale trasforma la povertà secolare in miseria. La povertà era assenza del superfluo: la miseria è l'impossibilità di procurarsi il necessario. Quando la società di mercato crollerà, gli africani saranno più preparati di noi ad affrontare questa crisi. L'aumento del Pil distrugge la natura, aliena gli uomini, distrugge i sistemi di solidarietà e getta nel dimenticatoio tecniche semplici e saperi ancestrali efficaci.

Se oggi noi occidentali possiamo vivere come viviamo, è perché la maggioranza dell'umanità consuma poco. Occorre riannodare il filo di una storia interrotta dalla colonizzazione, dallo sviluppo e dalla globalizzazione. Occorre rompere con l'opera di distruzione portata avanti dallo sviluppo e dalla globalizzazione.

Purtroppo noi occidentali siamo riusciti a inoculare il virus della crescita economica nel resto del mondo e questo rende il cambiamento più difficile. L'incoscienza di quelli che hanno propagato il contagio è incommensurabile. La colonizzazione dell'immaginario è stato il più grande successo dell'Occidente e sarà anche la sua più grande tragedia. A parte alcuni sopravvissuti dei popoli originari e piccole minoranze del sud che vogliono rimanere fuori dalla crescita e dallo sviluppo, la maggioranza della popolazione mondiale aspira al modo di vita statunitense. La generalizzazione del sogno americano è un dato di fatto e ogni passo in questa direzione segna l'accelerazione della fine del nostro ecosistema. L'occidentalizzazione del modo di vita su scala planetaria può solo portarci al crollo.

Non possiamo lamentarci se ora i cinesi aspirano ad avere l'automobile individuale. Il risultato del cambiamento in Cina è la tragedia dei suicidi, la depressione della popolazione. Possiamo comunque essere ottimisti per Cina e India, perché i loro fondamentali culturali rimangono molto diversi dai nostri. I valori tradizionali di induismo, buddismo, taoismo, confucianesimo vanno nel senso dell'autolimitazione e della moderazione; sono quindi perfettamente adatti alla filosofia e al progetto di una società di abbondanza frugale. Già in Gandhi si può trovare il messaggio della decrescita: sua la massima "vivere più semplicemente perché tutti possano semplicemente vivere". Secondo Gandhi il massimo della civiltà non è possedere e accumulare sempre più, ma ridurre e limitare i propri bisogni.

Quale soggetto sarà portatore e realizzatore del progetto della decrescita? Non vi è un soggetto unico. Il soggetto potrebbe essere una élite che farebbe la rivoluzione dall'alto. Ma questa rivoluzione richiede la partecipazione di tutta la popolazione, di quella umanità che è vittima di questo sistema.

L'idea di un privilegio storico-politico dei poveri è un'eredità cristiana. Tutti sono poveri. In questa rivolta può essere arruolato anche lo spirito di conservazione. Occorre disoccidentalizzare il mondo e l'Europa deve dare l'esempio, conoscendo meglio di altri il problema che lei stessa ha generato. Per assurdo, dopo avere diffuso il virus dell'Occidente, è l'Occidente stesso che ora deve combattere con altri popoli che hanno seguito il suo esempio per riportarli sulla retta via. Speriamo di non dover attendere la pedagogia delle catastrofi.

Non occorre un partito della decrescita perché rischieremmo di cadere nella politica politicante, che segna l'abbandono da parte degli attori politici delle realtà sociali. I governi occidentali oggi possono solo frenare, rallentare o alleggerire processi sui quali non hanno più controllo. Esiste una cosmocrazia mondiale che riunisce le oligarchie economiche e finanziarie, che svuota la politica della sua sostanza e impone la propria volontà. Tutti i governi sono funzionari del capitale e strumenti della piccola internazionale dei nuovi padroni del mondo. Tutti i politici sono attori della politica-spettacolo e per questo sono pagati bene.

Vi sono maggiori segnali positivi nel sud del mondo, dove si incomincia a rifiutare lo sviluppo occidentale e si cerca di recuperare i valori tradizionali come prima tappa della decolonizzazione dell'immaginario e uscita dall'imperialismo dell'economia. In Ecuador la nuova costituzione fissa come obiettivo non più il Pil, ma il bene vivere. In Bolivia la natura è stata riconosciuta come soggetto di diritto, un grande scorno delle compagnie minerarie che volevano sfruttare le ricchezze dei due paesi. Si abbandona la concezione industrialista e predatoria della guerra alla natura e si cerca l'autonomia, la sovranità alimentare ed energetica nel rispetto dell'equilibrio ecologico. Si può cambiare il mondo a partire dalla base.

Il movimento della decrescita deve essere autonomo e rifiutare il potere.

Il fondamento della società della crescita appartiene alla sfera della religione e per questo le dimostrazioni e i ragionamenti hanno poca presa sulla fede dell'uomo della strada. Ogni religione è caratterizzata da un'autoimmunizzazione e la cosa vale tanto più per la religione della crescita. Opporre una conversione di massa. Occorre inventare una nuova religione? Occorre opporre ai miti del progresso altri miti altrettanto seducenti e irrazionali? Può essere. Ci sono anche già esperienze in questo senso. La differenza tra una setta e una chiesa è che una Chiesa è una setta che ha avuto successo. Il mito è una proiezione fuori dal reale che permette e professionisti della manipolazione di sviare le legittime aspirazioni di adepti allucinati. L'utopia concreta è la costruzione di un futuro ideale ma comunque possibile.

Giuseppe Cantarelli

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Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Politica - Socialismo democratico
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Aggiornamento: 23/04/2015