NOMADISMO E SEDENTARIETA'


Con il nomadismo tutto il mondo apparteneva all'uomo, non esistevano confini di sorta, ci si spostava seguendo i percorsi delle mandrie di animali selvatici, si praticava caccia e pesca là dove esisteva una selvaggina relativamente sufficiente. Per il resto si viveva di bacche, radici, frutti...

Con lo sviluppo dell'agricoltura e dell'allevamento il mondo deve essere suddiviso in forme di proprietà appartenenti a determinati clan o tribù, fino alle comunità di villaggio. I confini sono inevitabili. E' il prezzo del relativo benessere.

Le tribù possono anche diventare nemiche, specie se una è dedita più all'agricoltura che all'allevamento e l'altra più a questo che a quella, o se addirittura una è dedita ad attività stanziali e l'altra pratica solo il nomadismo.

Tuttavia, in assenza di forme sociali antagonistiche interne a una tribù, vi sono scarse motivazioni per dominare altre tribù. Non esistono guerre di conquista. Vi possono essere battaglie per la difesa di un territorio, ma queste battaglie non arrivano mai a trasformarsi in guerre vere e proprie. Non esisteva infatti la concezione di poter usare gratuitamente il lavoro altrui.

Questa concezione implica già uno svolgimento di rapporti sociali, interni alla tribù, in direzione dello schiavismo: il che ovviamente presuppone una qualche differenziazione nella gestione della proprietà.

Se all'interno di una tribù esiste la possibilità di schiavizzare qualcuno, allora esiste anche la possibilità di trasformare una parte della proprietà pubblica in proprietà privata.

Diversamente, ogni forma di lavoro servile può essere spiegata solo nel senso che determinate persone, uscite sconfitte da uno scontro bellico, venivano considerate da tutti i membri della tribù come persone di seconda categoria, i cui diritti erano limitati, e che sostanzialmente dovevano porsi al servizio di tutti i membri della tribù.

Se anche qualcuno della tribù poteva pretendere che una determinata persona sconfitta da lui stesso in battaglia, si ponesse al suo diretto servizio, di regola questa persona non svolgeva mai una quantità tale di mansioni da permettere a chi la dominava di non fare più nulla.

Spesso anzi lo stato di servitù era a tempo determinato e veniva considerato come propedeutico alla totale integrazione negli usi e costumi della tribù.

Persino nei tempi delle formazioni schiavistiche erano previsti periodicamente degli anni sabbatici in cui era possibile un qualche affrancamento degli schiavi.

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L'individualismo non può nascere nelle foreste o nelle savane e forse neppure nelle steppe. Deve per forza nascere in luoghi impervi, poco frequentati, dove l'esistenza è difficile.

L'individuo che si stacca dalla comunità è costretto a rifugiarsi in territori che la comunità abitualmente non frequenta, perché appunto considera ostici, ostili o troppo lontani.

Qui nomadismo e sedentarietà hanno un senso relativo. Una comunità può essere nomade, senza per questo favorire l'individualismo (gli indiani d'America erano nomadi e collettivisti). Si può parlare di individualismo se una parte (minoritaria) della comunità accetta di diventare nomade, mentre il grosso rimane stanziale. Però va anche detto che le civiltà individualiste sono tutte stanziali, al punto ch'esse lottano strenuamente contro il nomadismo e non permettono che venga praticato al proprio interno (vedi ad es. i miti di Caino e Abele, di Romolo e Remo).

All'inizio i territori frequentati dall'individualismo sono i deserti, le alte montagne, le radure desolate. Qui diventa di prioritaria importanza l'uso delle poche risorse naturali disponibili. La principale di queste risorse è l'acqua dei fiumi. Non a caso attorno al Nilo, al Tigri, all'Eufrate... si formano le prime civiltà schiavistiche.

Chi si stacca dalla primitiva comunità teme di non farcela, si sente debole, impaurito. Deve per forza cambiare atteggiamento, mentalità, e diventare più autoritario. Deve a tutti i costi sopravvivere. E' quindi inevitabile che per il controllo delle fonti energetiche si siano sviluppati modi di fare violenti, dove la forza fisica (militare) ha giocato un ruolo di primo piano.

In questa situazione conflittuale non ci ha rimesso solo la donna, ma anche l'uomo più debole, l'anziano, o quello troppo giovane. L'uomo forte, di una certa età, è diventato "signore" della propria famiglia-clan, con potere di vita e di morte. La civiltà individualistica è diventata inevitabilmente maschilista. Il culto della forza è diventato il primo valore.

La debolezza fisica si poneva come anticamera dello schiavismo. Tutte le persone deboli e successivamente quelle sconfitte in battaglia, venivano schiavizzate.

Lo schiavo permetteva al libero di non lavorare e di limitarsi soltanto a controllare il lavoro altrui. Con la nascita delle civiltà, per la prima volta, il libero si poneva il problema di come rendere produttivo il lavoro. Di qui l'esigenza di creare delle scorte, cioè di stoccare le eccedenze, per potersi assicurare un'esistenza tranquilla in qualunque condizione ambientale.

Un lavoro era produttivo se permetteva di vivere senza lavorare in qualunque momento dell'anno. Lo schiavo era colui che, sconfitto dalla forza del libero, non possedeva nulla, se non la propria forza lavorativa.

Tutta la storia delle civiltà è la storia di una sopraffazione del forte sul debole ed è anche la storia dei tentativi, da parte dei deboli, di sottrarsi a questa violenza.

Di fronte alla resistenza dei deboli, i forti hanno elaborato forme di compromesso e ideologie di ogni sorta, con cui cercare di convincere pacificamente i deboli ad accettare il loro stato di soggezione, seppure attenuato nella sua durezza. Spesso il carattere più mite dello sfruttamento caratterizzava solo una parte della popolazione, quella più combattiva, e il suo prezzo veniva pagato da altri strati sociali più deboli.

Queste forme di compromesso e queste ideologie si sono col tempo sempre più perfezionate, tant'è che i modi di sfruttare il lavoro altrui vengono continuamente cambiati, cioè si sono per così dire raffinati, diventando molto complessi.

Quanto più i deboli reagiscono allo sfruttamento, tanto più i forti perfezionano le loro tecniche di sopraffazione. Finché si giunge a punti di rottura irreparabile, in cui inevitabilmente scoppiano delle rivoluzioni.

Enrico Galavotti - Homolaicus - Storia antica


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