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1. L'Impero dopo Costantino
Con Diocleziano e Costantino, l'Impero
ha subito una consistente ristrutturazione di carattere istituzionale, al
termine della quale due sono divenuti i cardini dello Stato: gli eserciti
da una parte e dall'altra la corte imperiale (al cui vertice si
pone chiaramente proprio l'Imperatore).
Se i primi infatti sono sempre più
indispensabili per il mantenimento dell'integrità territoriale e politica
dell'Impero, la seconda invece - convergente tutta nella figura dell'Imperatore
- è impegnata, con l'aiuto peraltro di apparati di natura burocratica sempre più
vasti e onerosi (…ed anche militari: si ricordino i reparti mobili alle
dipendenze dirette del potere centrale dello Stato), a governare la
totalità dei territori imperiali, e a impedire nello stesso tempo
l'insorgere di movimenti di carattere autonomistico e separatistico a
livello regionale. |
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Ma gli anni che faranno seguito alla morte di
Costantino, vedranno anche il radicalizzarsi di un'altra tendenza dei decenni
precedenti, quella verso la separazione politica e istituzionale tra le
zone orientali e le zone occidentali (da sempre, peraltro, latentemente in
conflitto tra loro a causa della profonda diversità di strutture e di tradizioni
politiche). Una tendenza, quest'ultima, le cui origini vanno ricercate nella
trasformazione interna dell'Impero in questi ultimi decenni:
nell'ulteriore divergere cioè delle due linee di sviluppo.
Se ai
tempi di Ottaviano, infatti, era l'Occidente a prevalere - tanto militarmente
quanto economicamente - sull'Oriente, ora al contrario è vero
l'opposto! Mentre le zone occidentali (nelle quali più radicale si
manifesta la crisi dei commerci, dei ceti medi e delle città, e di
conseguenza anche quella dello Stato e dei suoi apparati) mostrano segni sempre
più evidenti di affaticamento e stanchezza, meno radicali si mostrano quegli
stessi fattori nelle zone orientali (ancora crocevia, tra le altre cose, di
molteplici scambi commerciali tra il mondo mediterraneo e l'entroterra
asiatico), zone all'interno delle quali la soluzione avviata da Diocleziano e
Costantino, pur con le dovute difficoltà, incontra obiettivamente meno ostacoli
ed ha quindi anche, rispetto all'Occidente, maggiore fortuna. In tali regioni
difatti, la corte (chiamata ora consostiorum) ovvero la base direttiva
dello Stato, riesce ancora a prevalere, pur con molte incertezze, sulle spinte
autonomistiche originate dai poteri militari: risultato, ciò, della maggiore
stabilità in tali aree delle strutture imperiali!
Si delineano quindi,
gradualmente, due situazioni estremamente differenti: quella della crisi e della
disintegrazione politica occidentale (situazione il cui culmine sarà
costituito dalla caduta stessa dell'Impero d'Occidente, e dalla nascita dei
regni romano-barbarici), e quella della (relativa) coesione e stabilità
delle zone orientali.
Non deve stupire poi il fatto che queste ultime -
le quali, oltre a dovere fronteggiare i propri problemi interni, vedono sempre
più vani i propri sforzi per sostenere l'Occidente - tendano col tempo a
prendere le distanze da esso, accelerandone in tal modo il processo di
dissoluzione. Non a caso, la situazione della parte occidentale e latina
inizierà a precipitare proprio dopo la morte di Teodosio, con la prima esplicita
ammissione di indipendenza a livello politico (anche se non giuridico e
'morale') tra le due zone, l'Impero venendo diviso in due parti autonome: quella
di Onorio e quella di Arcadio.
Ma anche prima della definitiva caduta
dell'Occidente (la quale si colloca, più che altro per convenzione storica, con
la deposizione di Romolo Augustolo, l'ultimo imperatore occidentale, nel
476) i barbari si sono infiltrati oramai - seppure ufficialmente
come 'foederati' - un po’ in tutte le sfere della società romana
occidentale, e innanzitutto in quella militare. Non può quindi destare
una grande sorpresa il fatto che la nascita vera e propria dei regni
romano-barbarici sia accolta, dalle popolazioni indigene, con una sorta di
rassegnata apatia che sfiora la 'volontà di non vedere'. E ciò anche in
considerazione del fatto che tali popolazioni - sia urbane sia rurali (queste
ultime, in più, abituate oramai da tempo a condurre vita separata) - si mostrano
essenzialmente indifferenti al problema di chi governi effettivamente
l'Impero e le province.
2. L'Impero fino alla morte di Teodosio (337-395)
Intendiamo, qui di
seguito, occuparci in primo luogo degli eventi politici e militari più
rilevanti del periodo che va dalla lotta per il potere scatenatasi con la morte
di Costantino (337) fino alla morte dell'Imperatore Teodosio (395),
soffermandoci poi più in dettaglio su personaggi, vicende e risvolti
socio-culturali particolarmente rilevanti della storia di questi anni e, più in
generale, di questo nuovo periodo della storia romana.
1) Eventi
principali
- Da Costantino a Giuliano Apostata (337-363)
La morte,
inaspettata, di Costantino scatena da subito un problema antico, quello della
successione. L'anziano imperatore infatti, per ragioni in parte
misteriose, non si è preoccupato di designare alcun successore, lasciando così
implicitamente ai figli la possibilità di spartirsi i territori imperiali,
secondo una soluzione di potere di tipo 'pluralista' che è stata estranea
alle sue scelte politiche.
Dei suoi tre figli, soltanto il più giovane,
Costante, rimarrà inizialmente escluso dal titolo di Augusto, andando
infatti la parte occidentale a Costatino (II) e quella orientale a
Costanzo (II). La morte improvvisa - e forse violenta - di Costantino,
farà tuttavia di Costante l'erede dell'Occidente (340).
Sarebbe superfluo
descrivere in dettaglio i vari avvicendamenti al potere degli imperatori
di questi anni, che vanno dal 337 al 363. Ci limiteremo quindi a dire che, in
questi come nei decenni precedenti, si avranno sia episodi di usurpazione (in
particolare quello che vedrà Magnenzio, nel 350, occupare l'Italia e la Gallia,
dopo aver eliminato Costante, venendo poi sconfitto da Costanzo nel 353), sia di
larvato indipendentismo (quale quello di Treboniano Gallo, un parente di
Costanzo cui questi ha affidato la sorte delle regioni orientali, ma che ha poi
fatto giustiziare per il sospetto di mire separatistiche e
indipendentiste…)
Ma tra tutti i personaggi di questi anni, è senza
dubbio la figura di Giuliano (detto l'Apostata, a causa della sua scelta
di ripudiare quell'indirizzo filo-cristiano che l'Impero ha oramai
definitivamente preso) a emergere, sia per l'originalità delle proprie vedute
che per la propria abilità militare. Eletto da Costanzo II Cesare delle
Gallie, col compito di tutelarne l'integrità territoriale contro i tentativi di
penetrazione dei popoli germanici (Alamanni e Franchi), Giuliano darà subito
prova delle proprie capacità militari ottenendo più di un successo, e
guadagnandosi così anche la fiducia e l'approvazione delle popolazioni
indigene locali.
Tuttavia non saranno tali imprese a guadagnargli una
fama duratura a livello storico, bensì piuttosto le sue originali concezioni
religiose e politiche, che si concretizzeranno in un programma di riforma
sia istituzionale che culturale. Se infatti da un lato egli promuoverà
nuovamente la diffusione dei culti pagani nell'Impero, negando quindi
alla religione cristiana quel primato che essa aveva gradualmente acquisito a
partire dai tempi di Costatino, dall'altro invece spingerà per una politica di
tipo tradizionalista, volta allo smantellamento di gran parte
degli apparati statali (e al ridimensionamento della stessa corte imperiale),
nonché alla rivalutazione dei buoni rapporti tra lo Stato e i ceti
ricchi, attraverso una diminuzione della pressione fiscale. La sua sarà
insomma un'azione in favore delle forze più antiche (ma oramai anche
irrimediabilmente in declino) della società romana, legata peraltro alla sua
personale concezione del potere e dell'Impero - una concezione
decisamente in controtendenza rispetto alle tendenze degli ultimi
decenni.
Gli eventi che porteranno Giuliano a divenire Imperatore unico,
passeranno attraverso lo scontro con Costanzo II, avvenuto a causa di una
richiesta di quest'ultimo non soddisfatta dal giovane Cesare. Impegnato sul
fronte orientale, difatti, Costanzo richiederà a Giuliano un massiccio invio di
truppe, al fine di poter sferrare un nuovo attacco contro la potenza persiana.
Al rifiuto di Giuliano - dovuto sia alla propria volontà, temendo egli molto
probabilmente di rimanere sguarnito militarmente sul proprio fronte, sia a
quella delle sue truppe - l'Imperatore Costanzo reagirà entro breve tempo con
una vera e propria dichiarazione di guerra, muovendo poi incontro al suo
rivale. Una battaglia, quella tra i due duci romani, che tuttavia non verrà
mai combattuta, a causa della morte di Costanzo nel 360 a soli 34 anni
d'età. Dopo tale evento, dunque, l'Impero passerà nella sua interezza nelle
mani di Giuliano, che potrà così finalmente portare avanti a livello
globale i suoi progetti di riforma.
Nei due anni del proprio
principato infatti (361-363), egli condurrà una politica fondamentalmente
anti-cristiana sul piano religioso e tradizionalista su quello economico e
politico, che gli frutterà peraltro l'odio della Chiesa e, con esso, il
soprannome di Apostata (cioè di rinnegato). Nonostante poi la
profondità della sua visione (che analizzeremo meglio più avanti), l'intrinseca
anacronisticità del suo progetto politico farà in modo che i suoi successori
rinneghino praticamente tutte le sue riforme - anche se ciò non toglie che esse
siano espressione di un clima culturale e di tensioni reali che attraversano la
società romana di questi anni.
- Da Gioviano a Teodosio
(363-395)
Dopo la morte di Giuliano, avvenuta nel corso di una
campagna contro i Parti, è un personaggio della corte, Gioviano, a
prenderne il posto; questi governerà per soli tre mesi, facendo però a tempo a
concludere una pace con l'Impero partico.
Dopo Gioviano, il potere
supremo passerà a Valentiniano (364-375), il quale sceglierà di dividerlo
con il fratello Valente (364-375), assegnando a se stesso la parte
occidentale e a suo fratello quella orientale (la cui capitale è
divenuta oramai Costantinopoli). Successivamente egli assocerà al
titolo imperiale anche il figlio sedicenne Graziano (367-383),
dimostrando in tal modo come anche la soluzione diarchica sia oramai
superata in favore di un altro tipo di divisione, dettata essenzialmente
dalle esigenze del momento.
Con Valentiniano l'alleanza tra l'Imperatore
e gli eserciti verrà rafforzata ulteriormente, contribuendo egli in tal modo a
una ulteriore militarizzazione della parte occidentale, ovvero a una
prevalenza degli elementi militari anche tra le più alte sfere dello
Stato: un dato che anche in futuro distinguerà, come si è detto, l'occidente
dall'oriente! Graziano, invece, sarà il primo imperatore romano a rinunciare
al titolo di Pontefice Massimo (una carica religiosa legata alle antiche
tradizioni pagane), contribuendo così all'allontanamento dello Stato dalle
consuetudini pagane.
Nel 378 poi, si avrà la celebre sconfitta dei
romani presso la città di Adrianopoli, in Tracia, in una battaglia nel
corso della quale perderà la vita lo stesso Imperatore d'Oriente Valente, e che
rappresenterà uno dei più grandi smacchi di tutta la storia dell'Impero,
costituendo inoltre - a causa del dilagare incontrollato delle
popolazioni gotiche nelle zone danubiane - un rischio enorme per la stessa
sopravvivenza politica di tali zone.
Alla morte di Valente, rimasta
vacante la reggenza in Oriente, Graziano affiderà quest'ultima (379) a un certo
Teodosio, un valoroso generale, figlio di un ufficiale che si era a sua
volta distinto in Britannia al servizio di Valentiniano.
L'azione di
quest'ultimo seguirà essenzialmente le seguenti fasi: in una prima (380)
egli riguadagnerà a Roma quelle regioni danubiane che erano andate
perdute subito dopo la battaglia di Adrianopoli (arruolando poi un grande numero
di elementi barbarici tra i reparti militari di frontiera, e permettendo
inoltre a essi di insediarsi stabilmente in alcune regioni definite
dell'Impero); in un secondo momento egli si impegnerà in un'opera di
radicamento ulteriore della Chiesa all'interno dello stato imperiale (nel
382 per esempio, egli proibirà la pratica dei culti pagani
in luoghi pubblici, mentre nel 394 estenderà tale proibizione anche ai luoghi
privati); infine tra il 388 e il 394 combatterà e sconfiggerà due
usurpatori del trono imperiale: Massimo (asceso alla dignità
imperiale dopo avere eliminato Graziano nel 384), e Eugenio (sostenuto
dal generale Abrogaste, uomo d'armi molto potente nelle zone
occidentali).
Teodosio morirà nel 395, essendo stato in realtà Imperatore
unico ufficialmente soltanto nel breve periodo che va dal 394 (anno della
sconfitta di Eugenio) al 395, ma avendo in pratica dato all'Impero un'impronta
decisiva per ciò che riguarda i decenni futuri. Alla sua morte, inoltre,
quest'ultimo sarà - per la prima volta - diviso in due parti
indipendenti: quella occidentale retta da Onorio e quella orientale retta
da Arcadio.
2) La figura di Giuliano (355-361-363)
L'ultima figura
di imperatore-filosofo che Roma conosca è quella di Giuliano. Pur avendo
rifiutato la religiosità cristiana in favore delle più antiche tradizioni
pagane, Giuliano non ha - a dispetto di ciò che si potrebbe immaginare -
ricevuto in giovane età un'educazione pagana, bensì al contrario rigidamente
cristiana (i suoi precettori essendo stati scelti proprio dal suo parente e
tutore Costanzo II).
E' piuttosto la sua vasta cultura, che spazia dagli
ambiti religiosi a quelli più propriamente filosofici, a portarlo col tempo ad
avvicinarsi alle concezioni neoplatoniche, con le quali difatti egli
condivide tanto le tendenze ascetiche e misticheggianti quanto l'ispirazione
profondamente anticristiana.
Anche politicamente poi, Giuliano si pone in
profondo contrasto con le tendenze dominanti nei suoi anni, opponendosi sia
all'orientamento generale verso una sempre più accentuata 'simbiosi'
politico ideologica tra Stato e Chiesa; sia alla crescita spropositata degli
apparati burocratici (oltre che a quella della corte e del suo sfarzoso
cerimoniale) e al conseguente aumento della fiscalità (due tendenze
queste, che - come si sa - già da tempo fanno sentire i loro effetti negativi
sull'economia imperiale, effetti tra i quali vi è in primo luogo il ripiegamento
di gran parte della popolazione all'interno delle grandi proprietà
latifondistiche). Negli anni della sua attività dunque, Giuliano spingerà
fondamentalmente in direzione di un rovesciamento della situazione in
atto, all'insegna di un ritorno agli antichi fasti del periodo di Traiano e
dell'età aurea, cercando di favorire un riavvicinamento politico tra i
ceti più ricchi e le istituzioni dell'Impero.
Si noti inoltre come lo
sfarzo della corte e i poteri sempre più estesi e radicati della classe
burocratica (la quale si è trasformata col tempo in una sorta di casta
chiusa, capace di grandi arbitri ai danni delle popolazioni locali, quali ad
esempio enormi sprechi delle risorse comuni) muovano molte proteste da parte dei
comuni cittadini: un fattore che, con ogni probabilità, finisce per sostenere
anche tra la popolazione il suo programma di rinnovamento!
Ma anche
credere che Giuliano si ponga a capo di un vasto movimento di rinascita
politica e culturale, trovando l'appoggio entusiastico - ad esempio - delle
antiche famiglie senatorie, rimaste in gran parte legate alle antiche tradizioni
pagane, sarebbe decisamente fuorviante e semplicistico. L'ispirazione
filosofica alla base delle sue riforme infatti, la cui impostazione è
largamente debitrice alle tradizioni elleniche, non va certo a genio alla
nobiltà terriera occidentale, abituata da sempre a idee e concezioni più di
grana grossa, e diffidente quindi nei confronti di una tale
impostazione.
Piuttosto - e paradossalmente - molti aspetti della personalità
e delle scelte di Giuliano, avvicinano quest'ultimo proprio a quella cultura
cristiana dalla quale vorrebbe prendere risolutamente le distanze. Si
pensi ad esempio alle sue forti inclinazioni verso l'ascetismo (queste
ultime alla base, tra l'altro, della rinuncia al lusso e alla sfarzosità
della corte: un atteggiamento che come si è visto ha, anche sul piano politico,
implicazioni notevoli), o al tipo di riorganizzazione da lui auspicata
per le istituzioni religiose pagane, largamente debitrice alle strutture stesse
della Chiesa cristiana e cattolica.
Un breve cenno va fatto infine
a quelle che sono le riforme effettivamente promosse da Giuliano - quasi
tutte poi revocate dai suoi successori - negli anni del proprio mandato
imperiale. Da un punto di vista amministrativo e politico - oltre a
restituire alla nobiltà senatoria una parte almeno del prestigio sociale e
dell'autorità decisionale che le era stata tolta nei decenni precedenti -
Giuliano introdurrà una nuova moneta, la siliquia, il cui valore sarà di
1/24 rispetto al solidus auerus (la moneta interamente in oro introdotta
da Costantino) e la cui più facile utilizzabilità avvantaggerà i ceti
commerciali, facendo parte inoltre di un più ampio progetto di rilancio
dell'economia di mercato, oramai in declino.
Da un punto di vista
religioso, pur non ponendo egli in atto una vera e propria persecuzione ai danni
delle comunità cristiane (anche perchè tali provvedimenti sarebbero ormai
impensabili, dopo le trasformazioni degli ultimi anni), Giuliano porrà in atto
comunque alcune misure volte a ridurre drasticamente la loro presenza
nelle più alte sfere dello Stato, e promuoverà al tempo stesso un ritorno al
paganesimo come religione di Stato. Ciò attraverso le seguenti misure:
restaurazione degli antichi templi pagani, abolizione dei
privilegi concessi da Costantino (e dai suoi successori) alla Chiesa
cristiana, e proibizione dell'insegnamento ai maestri di religione
cristiana.
E' ovvio tuttavia come la situazione oramai mutata sia da un
punto di vista politico e sociale che culturale, renda impossibile il
perdurare di simili provvedimenti. Già Gioviano, il suo successore, si
affretterà difatti a smantellare il complesso di tali misure in direzione
di una politica più realistica, ovvero di un ritorno all'alleanza tra
Stato Chiesa nonché alle recenti misure economiche e amministrative.
3)
Il cristianesimo e la fine dell'uomo antico
Non è un caso che, secondo
Giuliano, la restaurazione del vecchio ordine debba passare attraverso
due tipi di riforme: quelle amministrative e quelle religiose. Non sono
difatti soltanto le trasformazioni di natura sociale (quali
l'allargamento delle proprietà fondiarie, lo svuotamento graduale delle città,
ecc.) a concorrere alla trasformazione del mondo antico in mondo feudale.
Stanno avvenendo infatti cambiamenti molto profondi anche a livello culturale e,
prima di tutto, a livello religioso: cambiamenti dovuti fondamentalmente
all'affermarsi di una nuova temperie, segnata in modo essenziale dalla presenza
del cristianesimo.
Pur essendo cosa universalmente nota il fatto
che il messaggio della Chiesa cristiana sia stato portatore di una nuova
concezione morale e, più in generale, di una nuova visione dell'essere
dell'uomo e della natura, può apparire strano che essa sia riuscita a
rivoluzionare quella visione di fondo che si suole definire - un po’
schematicamente - come antica, fino a decretarne addirittura la
scomparsa. La realtà di una tale affermazione, tuttavia, può essere
dimostrata anche attraverso un'analisi approssimativa di un tale messaggio e dei
suoi contenuti, soprattutto se essi vengano posti a confronto con le idee più
generali e universalmente condivise delle culture, pur tra loro molto
differenti, che siamo soliti far rientrare sotto la denominazione comune di
'civiltà pagane'.
Mentre - ad esempio - nella visione tipica delle
civiltà antiche l'uomo e la natura (ovvero lo
spirito e la materia, il soggetto e l'oggetto…) sono
concepiti come due realtà che si compenetrano a vicenda - ponendosi tra
loro in un rapporto sostanzialmente armonico nel quale nessuna delle due
riesce mai a 'sopraffare' l'altra -, la concezione propria del messaggio
cristiano rompe una tale armonia in favore delle componenti più propriamente
umane e spirituali. In una tale visione, infatti, lo spirito finisce
per prendere il sopravvento sulla natura, ponendosi rispetto a essa come
un qualcosa di assolutamente al-di-là, che rimane per essa
fondamentalmente inaccessibile: si determina così - come già si è detto - una
frattura, fino ad oggi non più ricomposta, tra tali
dimensioni!
Ma anche altri elementi, oltre a quello riguardante il rapporto tra uomo
e natura, manifestano chiaramente la profondo differenza che separa gli
'antichi' dai 'moderni'. Se, ad esempio, nella visione antica il mondo stesso era
divino (esso, per esempio, veniva immaginato come "pieno di dei"), nella visone
cristiana invece esso rimane soltanto un tenue riflesso - seppure in se
stesso sublime e grandioso - della divinità, mentre quest'ultima si pone in una
dimensione di assoluta trascendenza. Allo stesso modo, mentre
l'esistenza terrena è - per gli antichi - un fine in se stessa, essa diviene -
nella concezione religiosa e escatologica cristiana - una prova o una lotta:
qualcosa che rimanda comunque nella sua più piena realizzazione a
un'altra vita, nella quale verranno distribuiti premi e castighi per le azioni
compiute in quella precedente.
Si rende quindi evidente da queste - come
da altre - considerazioni la profonda differenza che intercorre tra l'uomo
antico e l'uomo cristiano (ovvero, in certo senso, moderno):
se il primo vive infatti in una dimensione che è essenzialmente terrena e
carnale (un termine, quest'ultimo, col quale non si intende certo negare
ogni valore alla dimensione più propriamente umana e spirituale, ma che
non conferisce comunque ad essa una predominanza assoluta su
quella naturale), il secondo si pone invece nei confronti della natura in un
rapporto di opposizione, che si traduce poi nel supremo sforzo di
trascenderla.
Di nuovo, come si è già detto, mentre l'uomo antico
vive ancora in armonia con il mondo delle forme sensibili, quello
cristiano (che vogliamo qui definire, anche se un po’ arbitrariamente, come
'moderno') vive con esse in un rapporto conflittuale, secondo il quale la sola
possibile relazione tra questi due termini consiste nella prevaricazione e
nell'annullamento di uno di essi per l'azione dell'altro [un fattore
questo, ancora più evidente rispetto al cristianesimo in altre forme di
religiosità a esso concomitanti: ad esempio in quella manichea e
iraniana, nella quale ancora più estremizzata è l'opposizione tra corpo e
spirito - identificati rispettivamente con il male e il bene]. Il
prevalere poi di questa seconda visione della vita non può non decretare il
tramonto della precedente, data la loro sostanziale inconciliabilità, e
con essa la fine - almeno nell'immediato - dei valori naturalistici ed
edonistici che l'avevano caratterizzata.
Ma - si obbietterà giustamente -
l'uomo che qui definiamo 'moderno' (in base a una categoria che comprende
anche noi stessi) non è frutto soltanto della rivoluzione cristiana, ma
anche di tutte quelle che a essa sono succedute (a partire dalla rinascita
cittadina del XIII secolo, per giungere alla rivoluzione industriale del XVIII,
e così via…). Anche se ciò è vero, si può dire tuttavia che sia la
prima di tali rivoluzioni, quella connessa cioè con l'affermarsi del
messaggio cristiano (con tutte le sue implicazioni) a porsi a base di tutte le
altre e a renderle possibili. E ciò dal momento che essa sposta l'asse
dell'esistenza umana in direzione del controllo anziché della convivenza,
del dominio anziché della fusione tra l'uomo e la natura! In tal modo
quindi, essa pone le basi stesse delle future trasformazioni della
civiltà moderna: di quella civiltà che nasce cioè con quel processo di
'spiritualizzazione' le cui origini si collocano appunto a partire dalla
diffusione del messaggio - religioso sì, ma anche culturale -
cristiano.
Alla fine del Medioevo, difatti, molti fenomeni che avevano
già caratterizzato la civiltà antica (soprattutto ai suoi apici: ovvero
la civiltà ellenistica e quella romana) quali ad esempio il commercio su base
monetaria, lo sviluppo della vita cittadina e delle grandi vie di traffico, ecc.
faranno nuovamente la propria comparsa, ma stavolta su basi molto
mutate, perché potenziate da nuovi strumenti di carattere tecnico
(sia in senso più propriamente tecnologico, ovvero i nuovi strumenti
produttivi, sia in senso finanziario, ad esempio le banche e le altre
forme di organizzazione del credito). Né vi è poi bisogno di
sottolineare come questi ultimi traguardi siano stati resi possibili, in
sostanza, da quel tipo di mentalità che proprio la rivoluzione cristiana
aveva inaugurato, una mentalità tesa tutta a trascendere la dimensione
fisica e naturale, che non accetta più cioè di "coabitare" con essa.
Non
è un caso, infine, che la crisi più radicale della mentalità 'antica' si
verifichi in concomitanza con quella del più avanzato sistema produttivo e
sociale del cosiddetto 'mondo antico', cioè dell'Impero romano. La crisi di
quest'ultimo infatti, determinerà un po’ a tutti i livelli (tanto economici,
quanto politici e culturali) la scomparsa stessa del mondo antico
propriamente detto!
4) L'Impero sotto Teodosio
Oltre ai meriti cui
già si è accennato - ovvero l'aver difeso l'Impero dal dilagare delle orde
barbariche, in particolare dopo la catastrofe di Adrianopoli del 378, e l'aver
portato avanti un processo di ulteriore avvicinamento tra lo Stato romano e la
Chiesa cristiana - vanno ascritti a Teodosio alcuni sviluppi di carattere
politico e sociale, attuati attraverso disposizioni che pongono un
suggello istituzionale e ufficiale a tendenze latenti oramai da
alcuni decenni.
- I barbari e l'Impero
Primo tra tutti, vi è il
provvedimento inerente la riforma degli eserciti e della loro
composizione. Avendo infatti compreso come, oramai, non sia più possibile
arginare le incursioni barbariche sui territori imperiali, Teodosio opta per una
soluzione scopertamente di compromesso con tali popoli, iniziando così
una trasformazione in senso "barbarico" delle forze armate. A un tale
provvedimento (certo non del tutto originale, in quanto praticato fin dai
tempi di Marco Aurelio, ma perseguito comunque da Teodosio con una sistematicità
e una fermezza assolutamente inedite) se ne aggiunge poi un altro (anch'esso
non nuovo), ovvero l'insediamento dei barbari in alcune zone, ben
delimitate, dell'Impero.
Una strategia di
'addomesticamento' delle forze estranee all'Impero, insomma, finalizzata a
utilizzarne la forza militare ai fini del consolidamento dell'Impero stesso, ma
che - come dimostrerà chiaramente la vicenda della parte occidentale -
comporta inevitabilmente anche molti rischi per quanto concerne l'identità
culturale e la stabilità politica degli stessi apparati statali. Così, se le
zone orientali potranno conservare fondamentalmente integra la propria
identità politica e culturale (anche se a prezzo - a volte - di patteggiare la
pace con le popolazioni ostili dietro il pagamento di forti somme in danaro, o
addirittura di indirizzare le loro mire espansive sulle zone
occidentali), quelle dell'occidente latino, già intrinsecamente più deboli,
vedranno - anche in conseguenza della linea di 'integrazione' inaugurata da
Teodosio - lo sfaldamento delle proprie istituzioni e il tramonto stesso della
propria civiltà.
- La nascita dello stato cristiano e le prime dispute
tra Stato e Chiesa
Un secondo aspetto caratterizzante il principato di
Teodosio è, da una parte, il consolidamento dell'alleanza tra lo Stato e
le istituzioni ecclesiastiche (si pensi ad esempio agli editti del 382 e
del 394, che dichiarano illegali le pratiche religiose pagane);
dall'altra - al tempo stesso - l'emergere dei primi attriti tra
essi.
Se è difatti vero che il primo tende a porsi come guida e tutore
della seconda (soprattutto laddove, tanto in occidente quanto in oriente,
insorgano dei dissidi dottrinali che destabilizzano l'unità della Chiesa e con
essa la stessa quiete sociale) è vero anche che la seconda si dimostra un
fattore essenziale di integrazione e di incivilimento per un mondo come
quello romano, percorso ovunque in questi anni da grandi tensioni, dovute
soprattutto alla presenza del 'pericolo barbarico' (si pensi solo per esempio al
problema della convivenza pacifica, che nelle zone occidentali diverrà col tempo
sempre più pressante, tra i barbari e le popolazioni indigene…) Queste due
realtà quindi, pur svolgendo delle attività tra loro complementari,
finiscono anche per sviluppare una certa conflittualità di fondo: la
stessa che nel periodo medievale sfocerà, in occidente, nel conflitto
Stato-Chiesa e nella lotta per il predominio tra le autorità ecclesiastiche
e quelle laiche.
Di una tale tendenza, è espressione il dissidio sorto
in questi anni (390) tra l'Imperatore Teodosio e il vescovo di Milano,
Ambrogio, a causa di un decreto del primo, non approvato dal
secondo. Alla base di una tale vicenda vi è un editto promulgato da Teodosio
ai danni della comunità di Tessalonica: colpevole di essersi ribellata a una
legge promulgata dall'Imperatore, che proibisce la pratica dei 'vizi contro
natura', essa viene difatti condannata da questi ad essere rasa al suolo, e a
divenire così un esempio e un monito per coloro che volessero ribellarsi alle
decisioni imperiali. Ma un tale provvedimento incontra subito l'opposizione e
la condanna della Chiesa, e in particolare del vescovo Ambrogio (già consigliere
dell'Imperatore su questioni religiose), scatenando in tal modo una lotta
furiosa tra i due personaggi. Una lotta vinta poi dall'autorità
religiosa di Ambrogio, il quale (attraverso la minaccia della scomunica,
ovvero dell'esclusione dai sacramenti - una misura davvero grave, data
l'autorità sviluppata negli ultimi decenni dalla Chiesa!) riuscirà a piegare il
suo avversario, costringendolo nel natale dello stesso anno a una pubblica
penitenza.
Ma anche l'opposizione pagana e tradizionalista non è del
tutto morta, come dimostra l'insorgere dei moti separatistici, a seguito delle
recrudescenze della lotta (che conosce peraltro un ulteriore inasprimento
dopo la vicenda del 390) contro il paganesimo. Di un tale fenomeno sarà
espressione ad esempio l'elezione di Eugenio, un Imperatore non
riconosciuto dalla corte, ad opera del Senato e delle forze dell'aristocrazia
occidentale nel 392, e sconfitto sulle Alpi orientali nel 394 dalle truppe di
Teodosio.
- Cultura pagana e cultura cristiana
Parallelamente allo
svilupparsi dell'annoso conflitto tra paganesimo e cristianesimo (di cui è un
esempio in questi anni, una querelle tra Ambrogio e Simmaco, un nobile
senatore occidentale di orientamento pagano, per l'eliminazione o la
conservazione dell'altare della Vittoria - antico monumento risalente ancora al
periodo repubblicano - nell'aula senatoria), si verifica anche un
avvicinamento tra le due opposte tradizioni culturali. Soprattutto la
tradizione dell'oratoria antica tende infatti a confluire in quella della
predicazione cristiana. Sempre di questo periodo poi, è la compilazione
della prima traduzione integrale in latino della Bibbia (passata alla
storia come Vulgata) ad opera di S. Gerolamo: uno dei
capisaldi della spiritualità cristiana occidentale, che favorirà
l'affermarsi tra le masse latine delle tradizioni ebraiche e
cristiane.
3. La separazione tra Oriente e Occidente
1) Due diversi
destini
Per la prima volta nella sua storia, con la morte di Teodosio,
l'Impero romano viene diviso ufficialmente in due zone indipendenti,
assegnate ai due figli di Teodosio: quella occidentale (comprendente anche le
zone balcaniche) a Onorio, e quella orientale ad
Arcadio.
Alla base di una tale decisione sta il fatto che tali
aree abbiano conosciuto (e conoscano tuttora) due tipi di evoluzione
estremamente diversi, e abbiano così sviluppato differenze tanto marcate da
rendere sempre più superfluo il mantenimento dell'antica unità politica.
A fondamento di quest'ultima vi era difatti la possibilità di comunicazione e di
interazione tra due aree culturali e politiche che - pur certo non
omogenee - condividevano comunque alcuni assunti fondamentali. Ma ora
che i diversi sviluppi sociali e istituzionali hanno ulteriormente accresciuto
il divario tra esse, non ha più senso - quantomeno oltre certi limiti -
il mantenimento di una tale unità, anche visti i costi che essa
inevitabilmente comporta attraverso il mantenimento di varie e onerose
infrastrutture.
- Sviluppi delle zone occidentali
Come già si è
detto, la caratteristica distintiva delle zone occidentali rispetto a quelle
orientali è il maggiore indebolimento delle strutture economiche e commerciali,
e di conseguenza il forte ripiegamento della popolazione all'interno dei
latifundia, le grandi proprietà che - pur da sempre caratterizzanti il mondo
latino - finiscono ora per costituirsi praticamente come entità economiche e
sociali autonome. Un tale fenomeno non può non comportare poi un notevole
indebolimento dello Stato, dal momento che - parallelamente
peraltro alla crescita per quest'ultimo delle esigenze sia burocratiche che
militari - sottrae ad esso preziose energie, sia umane che
economiche.
Non è un caso quindi, che in queste aree gli apparati statali
- già di per sé più deboli che in Oriente - vengano ulteriormente
indeboliti da forze particolaristiche e militari su cui lo Stato stesso, per
forza di cose, non può avere un controllo eccessivo. Sono infatti i grandi
generali, in occidente, i veri capi di Stato, coloro cioè cui spetta la
fetta maggiore di autorità a livello decisionale - e ciò a scapito ovviamente
della corte imperiale. La crescita spropositata degli eserciti inoltre,
dovuta alle sempre maggiori esigenze difensive, non può non minare
ulteriormente la stabilità dell'economia interna all'occidente, e con questa di
nuovo quella dei suoi stessi apparati statali.
Un altro elemento poi che
è al tempo stesso sintomo e causa della debolezza di tali aree, è
la politica di integrazione, portata avanti sia a livello politico che a livello
militare (gli eserciti occidentali, per esempio, saranno composti negli ultimi
decenni dell'Impero praticamente soltanto da barbari) tra le popolazioni
autoctone e quelle barbariche. Accanto al vantaggio di contenere le
spinte aggressive e distruttive dei popoli invasori, infatti, essa determinerà
l'inesorabile declino delle strutture e delle tradizioni civili e statali
romane, preparandone così il collasso finale.
Infine in occidente molto
più che in oriente, sarà forte la tendenza dello Stato a delegare alle
istituzioni ecclesiastiche, e soprattutto a personaggi di spicco al loro
interno, il compito di favorire (e in alcuni casi finanche di rendere
possibile) un'integrazione pacifica tra le popolazioni indigene e quelle
degli invasori.
A proposito della Chiesa inoltre, bisogna notare che
anch'essa, in questi e nei prossimi anni, seguirà la tendenza generale verso la
separazione in due tronconi indipendenti. In occidente infatti, come
si vedrà, essa farà proprio anche formalmente l'indirizzo niceano (che si
richiama cioè ai decreti del concilio di Nicea, indetto da Costantino nel 325),
mentre in oriente finiranno per prevalere prima la dottrina ariana e
successivamente quella monofisita.
- Sviluppi delle zone
orientali
La maggiore solidità dello Stato in Oriente, dovuta in gran
parte al persistere in esso di più floride condizioni sia commerciali che
cittadine (si ricordi che queste regioni hanno tradizioni civili molto più
antiche rispetto all'Occidente, che risalgono al periodo delle
città-stato greche o a quello delle civiltà, ancora più antiche, della
Mezzaluna fertile e dell'Egitto), e quindi a un minor sviluppo
della grande proprietà, porterà come risultato una capacità molto maggiore di
arginare le spinte centrifughe interne ed esterne. Una capacità difensiva che
passerà a volte attraverso stratagemmi poco 'nobili', e tuttavia efficaci: ad
esempio - come si è già detto - la pratica di deviare (come avverrà con le
popolazioni Ostrogote di Teodorico) le mire territoriali barbariche sul
fronte occidentale, o lo scendere a patti con esse attraverso il pagamento di
tributi, ecc.
In tali aree inoltre, e a differenza che in Occidente, la
politica di 'integrazione' con i barbari non verrà mai - e non a caso -
perseguita (se non in minima parte), e ciò con evidenti vantaggi sia per la loro
solidità amministrativa e politica che per la loro integrità
culturale.
Senza contare che le più contenute esigenze difensive
impediranno che le forze militari prendano il sopravvento su quelle della corte
imperiale, la quale infatti consoliderà il suo potere e la sua influenza sui
territori divenendo uno dei maggiori fattori di stabilità e di
continuità, assieme agli apparati burocratici, dell'Impero
bizantino.
In sintesi dunque, possiamo dire che in questi decenni la
graduale trasformazione dell'Occidente in un'area economicamente depressa
e politicamente alquanto instabile, renderà superfluo il mantenimento
effettivo (anche se non formale) dell'unità dell'Impero. Ciò varrà in
special modo inoltre per le zone orientali, decisamente più floride da una parte
e interessate dall'altra a stornare da sé le mire espansionistiche delle
popolazioni barbariche, anche a danno delle loro gemelle occidentali.
2)
Eventi principali delle zone europee occidentali da Onorio alla caduta
(395-476)
Il periodo di storia romana che fa seguito alla morte di
Teodosio è caratterizzato da una notevole complessità a livello politico, tanto
a oriente quanto a occidente. Mentre nelle regioni orientali saranno le lotte
per il predominio a livello religioso e ecclesiastico tra diverse sedi
episcopali (ad esempio quelle di Alessandria e di Costantinopoli) la
principale causa di tale complessità; in quelle occidentali (nelle quali la
Chiesa avrà minori difficoltà a mantenersi coesa, nonostante la presenza
di alcuni movimenti ereticali: da quello donatista a quello ariano, per altro
diffuso principalmente tra i Barbari) saranno le continue lotte tra lo Stato
romano e le popolazioni barbariche il fattore essenziale alla base dei
continui rivolgimenti interni, nonché della conseguente cronica instabilità a
livello politico e istituzionale.
Qui di seguito, in linea peraltro con
quella che è l'intenzione di fondo di tutta l'opera, si tenterà di descrivere le
fasi e i meccanismi salienti che sono alla base delle trasformazioni
dell'Impero dopo Teodosio, sia per la parte a occidente che per quella
asiatica. Bisogna però anche tener presente come la realtà di tali vicende
sia decisamente più articolata e complessa di come qui verrà
presentata.
- Il periodo di Stilicone (395-408)
Sono gli eserciti
e i loro comandanti a detenere, nelle zone occidentali, il maggiore
potere direttivo. E ciò perché - rispetto a quelle a est - ancora più urgente e
pressante è per esse il problema della difesa dei territori. Alla morte
dell'Imperatore Teodosio, infatti, tali regioni saranno gestite, più che dal suo
giovanissimo figlio e successore, Onorio, dal generale in capo delle truppe
occidentali, Stilicone, un uomo di origini vandaliche, entrato a fare
parte (come del resto molti altri, prima e dopo di lui) dei più alti quadri
dell'esercito.
La sua politica si distinguerà per una grande abilità
militare e difensiva, nonché per la capacità di contenere - attraverso accordi e
patteggiamenti, ma anche con collaborazioni militari - l'aggressività dei
barbari, entrati oramai a fare parte della compagine degli Stati
occidentali.
Un altro elemento poi, che caratterizzerà gli anni del
dominio di Stilicone sarà l'ostilità della corte imperiale,
un'ostilità dovuta tanto a motivi di carattere politico (ovvero
l'espropriazione da parte di quest'ultimo del suo effettivo predominio
politico), sia a motivi di carattere culturale e ideologico
(essenzialmente due visioni molto diverse del tipo di rapporti da tenere
con le popolazioni esterne all'Impero). Per una tale ragione Stilicone,
preoccupato di difendere la propria posizione dall'avversione feroce della corte
(la quale tuttavia avrà alla fine la meglio su di lui, con risultati - come si
vedrà - per nulla positivi sulla solidità dell'Impero) tenderà a cercare
l'alleanza delle classi nobiliari, espropriate a loro volta di molti dei propri
poteri dagli apparati statali imperiali.
Sul piano militare, Stilicone si
impegnerà fondamentalmente nell'opera di arginamento dei Visigoti
(guidati da Alarico), degli Alani, degli Svevi e dei
Vandali (tutti popoli che, negli anni futuri, riusciranno a insediarsi
stabilmente all'interno dei confini imperiali).
Sconfiggerà difatti i
primi - nel corso della loro prima discesa in Italia - in due battaglie presso
Pollenza e presso Verona, nel 402. Il suo senso di realtà, inoltre, lo
porterà a stipulare con essi degli accordi in base a cui verranno assegnati a
essi dei territori su cui insediarsi stabilmente nelle zone pannoniche,
in cambio chiaramente della loro non belligeranza.
E sarà appunto una
tale strategia di accordo con l'elemento barbarico (i cui risultati saranno tra
l'altro sempre molto precari) uno dei fattori principali che susciteranno
l'ostilità della corte imperiale, essendo al tempo stesso chiara manifestazione
della profonda diversità di vedute di quest'ultima rispetto alle componenti
militari - peraltro oramai essenzialmente barbariche - occidentali! Ma
un tale tipo di politica costituirà anche, in ultima analisi, l'unica
possibilità rimasta all'Impero d'Occidente di prolungare la propria esistenza,
data l'evidente fragilità delle sue fondamenta… e gli anni che seguiranno la
morte di Stilicone dimostreranno appunto la verità di una tale
affermazione.
Oltre a tali imprese, Stilicone sposterà, sempre nel
402 ed essenzialmente per ragioni di maggiore difendibilità territoriale,
la capitale occidentale da Roma a Ravenna, arginando poi nel 406
le incursioni di Vandali Svevi e Alani nelle regioni nord-orientali.
Nel
408, tuttavia, la corte - quasi sicuramente irritata dalla politica
eccessivamente filo-barbarica portata avanti dal generale vandalico -
fomenterà una rivolta tra le sue stesse truppe, a seguito della quale egli
perderà la vita.
- Declino e ripresa dell'Impero d'Occidente
(408-421)
Gli eventi che seguiranno alla scomparsa di Stilicone, segnati
dalla ripresa del potere direttivo da parte della corte imperiale,
dimostreranno chiaramente l'incapacità di quest'ultima (per motivi
essenzialmente strutturali, l'essere cioè troppo distante dai problemi
più veri dello Stato, di carattere essenzialmente militare) a tenere
saldamente in pugno la situazione nelle regioni occidentali.
Si assiste
infatti in questo periodo al primo sacco di Roma (410), da parte dei
Visigoti di Alarico, e all'esplosione conseguente di alcuni moti
indipendentistici, soprattutto in Armorica e in Britannia.
Il
primo episodio sarà il momento culminante di un più lungo dissidio tra la
corte e le popolazioni visigotiche stanziate in Pannonia, ancora al tempo di
Stilicone: un dissidio dovuto alla politica scopertamente anti-barbarica
della corte, che ha tolto a tali popolazioni molte delle concessioni che
avevano ricevute dallo stesso Stilicone. Dopo un primo tentativo di invasione
dell'Italia e della sua storica capitale, sventato nel 408 (anche grazie al
pagamento di una forte somma in danaro e alla liberazione di alcuni schiavi),
nel 410 - a seguito di un nuovo dissidio tra Alarico e la corte romana -
si avrà invece il primo vero sacco di Roma, che verrà messa a ferro e
fuoco dai barbari per tre giorni.
Un episodio questo, il cui
effetto sulla coscienza dell'epoca sarà - paradossalmente, almeno dal punto di
vista di noi moderni - molto più eclatante di quello della vera e propria
caduta dell'Impero occidentale, che avverrà nel 476 con la deposizione di Romolo
Augustolo, l'ultimo imperatore, su iniziativa del generale barbarico
Odoacre. Ciò poiché un tale avvenimento verrà interpretato come il trionfo
stesso della civiltà barbarica su quella più antica dei romani, costituendo
così per i cittadini dell'epoca un evento di portata incalcolabile - come
dimostra inoltre il fatto che la prima grande riflessione cristiana -
escatologica e predestinante - sulla storia e sul suo significato, verrà
realizzata da Sant'Agostino proprio alla vigilia del Sacco del
410, nel suo celebre scritto intitolato la "Città di Dio". [Un'opera che
costituirà a sua volta l'inizio di una rivoluzione, ovvero la nascita di
una nuova concezione del tempo, inteso in senso lineare e
progressivo, e convergente tutto verso un unico fine: quello della
redenzione finale, anziché, come nella concezione più propriamente antica
(dipendente dalla ciclicità degli eventi naturali), come una realtà
circolare e un "eterno ritorno"].
Ma gli effetti della
nuova strategia politica della corte non si faranno sentire soltanto a
livello peninsulare, bensì anche nelle zone periferiche dell'Impero,
soprattutto - come si è accennato - in Armorica (regione coincidente più o meno
con l'attuale Normandia) e in Britannia (funestata in questi anni dalle
invasioni di Scoti, Sassoni, e di altri popoli barbarici), laddove l'impressione
dell'abbandono da parte delle forze centrali incoraggerà ancora una volta
l'instaurazione di regimi indipendenti. La rivolta britannica inoltre,
guidata da un certo Costantino (III), si estenderà poi - dopo che questi sarà
sbarcato sul continente - anche su parte delle regioni
galliche.
Sarà per merito di un nuovo condottiero, nella persona questa
volta di Costanzo, che Roma riuscirà - dopo questi ultimi anni bui, che
sembrano decretarne la fine stessa - a risollevarsi dalla profonda crisi nella
quale è caduta dopo la morte di Stilicone. Un dato che costituisce l'ennesima
prova del fatto che, se la parte occidentale dell'Impero potrà nei decenni
futuri prolungare la propria 'agonia politica', ciò si deve
essenzialmente - oltre che alla disorganizzazione dei barbari, spesso
posti l'un contro l'altro dall'astuzia dei romani - alla presenza nelle regioni
occidentali di abili generali (come appunto Stilicone e Costanzo e, in futuro,
Ezio e Ricimero), ma non di certo alla presenza della corte imperiale, né a
quella del giovane imperatore Onorio (che resterà peraltro una figura sbiadita e
politicamente quasi del tutto ininfluente, come del resto la maggior parte degli
ultimi imperatori occidentali, e di buona parte di quelli orientali).
Nel
corso dei dieci anni del suo effettivo primato (411-421), Costanzo riuscirà
nelle seguenti imprese: decretare la fine di Costantino e del suo
stato indipendente; cercare e trovare l'alleanza dei Visigoti, guidati
ora da Wallia, contro il dilagare dei popoli Alani e Vandali nelle regioni
iberiche (in cambio peraltro della costituzione per i primi di un regno
indipendente (418) in Aquitania, una regione situata tra la Spagna e l'attuale
Francia); autorizzare infine l'insediamento dei popoli Burgundi nella
zona tra Worms e Magonza. Ma tali provvedimenti, che pure risolleveranno le
sorti dell'Occidente, portano in sé anche il seme della propria rovina:
essi infatti comportano per lo Stato sia delle enormi spese, sia la creazione
sul suolo imperiale di stati barbarici indipendenti dal dominio romano, i quali
costituiscono gli antecedenti delle future formazioni politiche 'miste' tra
romani e barbari…
Vogliamo qui infine soffermarci - per un attimo -
sulla vicenda visigotica, in quanto essa ci appare sintomatica e
esemplare del tipo di relazioni instauratesi in questi decenni tra i
Barbari e lo Stato d'Occidente. I rapporti tra tali popolazioni e le autorità
romane saranno difatti sempre estremamente instabili, come dimostrano sia le
vicende appena narrate (ovvero: la guerra contro Stilicone e i successivi
accordi, il Sacco di Roma, ed infine l'alleanza contro i Vandali e gli Alani),
sia quelle future, caratterizzate da continue esplosioni di violenza e da
successive e provvisorie riappacificazioni. Una situazione alquanto altalenante,
insomma, che troverà una soluzione definitiva soltanto con il crollo
stesso dell'Impero.
- Gli anni di Ezio (421-454)
Dopo la morte
improvvisa di Costanzo - seguita, dopo due anni, da quella dell'Imperatore
Onorio (423) - emerge come guida dello Stato occidentale un altro generale,
Ezio. Il periodo di questi verrà ricordato essenzialmente per due
ordini di motivi: l'alleanza - che diverrà poi scontro - con gli Unni (un
popolo estremamente feroce e aggressivo che, prima di rivoltarsi contro Ezio,
avrà insediato e razziato le zone orientali dell'Impero); e il forte dissidio
con la corte (dissidio che gli costerà inoltre - come già è accaduto a
Stilicone - la vita), oltre che l'accordo politico con la nobiltà romana e
italica in funzione anti-imperiale.
(a) Ezio e gli Unni
Il
rapporto con i popoli Unni (guidati in un primo tempo da Ruas, e
successivamente da Attila) conoscerà due distinte fasi: la prima di
collaborazione in funzione difensiva, l'altra segnata invece da una
repentina inversione di tendenza e da un'ostilità feroce.
Le
campagne militari portate avanti vittoriosamente da Ezio contro i Vandali
di Genserico, i quali nel 438 hanno invaso la parte settentrionale dell'Africa,
ma che verranno poi confinati in una ristretta zona occidentale sotto
autorizzazione del governo romano in qualità di federati (440); contro i
Visigoti e i Burgundi in Gallia (436); e infine contro gli
Svevi in Spagna (439), avranno tutte come denominatore comune
l'alleanza e l'aiuto degli Unni (un popolo che Ezio conosce peraltro molto bene,
in quanto durante la sua infanzia egli ha passato con essi molto tempo, in
qualità di ostaggio romano). Pur conclusesi tutte con l'instaurazione di
autonomi regni barbarici sul suolo imperiale, esse risolveranno la
situazione in favore dello Stato romano, determinandone così un'ultima effimera
ripresa.
Riguardo ai regni barbarici, si deve notare come questi nascano
spesso anche dalla collaborazione tra la nobiltà locale e i capi militari
dei popoli invasori, decisi a spartire tra loro il potere, a scapito chiaramente
dell'esosa amministrazione imperiale. Le spinte centrifughe, quindi, non
nascono in questi anni soltanto dall'esterno, ma anche dall'interno
dell'Impero! Inoltre, si deve ricordare una volta di più come sia molto
spesso l'azione di vescovi illuminati e coraggiosi, a permettere l'integrazione
tra gli invasori e le popolazioni indigene (è il caso ad esempio della Spagna,
dove lo Stato sarà impotente a frenare le devastazioni degli Svevi, pacificati e
convinti a desistere invece da Idazio, il vescovo locale).
A
partire dal 449, però, la situazione tra Roma e gli Unni cambia
bruscamente. Questi ultimi infatti, oramai stanchi di razziare le zone
orientali dell'Impero, stringono con esse degli accordi di non belligeranza
spostando poi le proprie mire su quelle occidentali. Nel 451 Attila - usando
come pretesto delle promesse, mai mantenute, del governo occidentale - inizierà
così la sua discesa in Gallia, dove incontrerà però la resistenza di Ezio. Pur
uscito sconfitto per opera di questi nella celebre battaglia presso i Campi
Catalaunici sempre nel 451, continuerà poi la sua marcia verso
l'Italia. Senza più incontrare ostacoli, Attila si dirigerà infatti verso
Roma, venendo fermato prima di portare a termine la propria impresa sia
dall'incontro (ormai mitico) con il papa Leone, sia - e soprattutto -
dalla peste che affliggerà i suoi soldati. La morte di Attila infine,
nell'anno successivo (452), porrà termine al pericolo unno, determinando - entro
pochissimo tempo - lo sfaldamento della loro compagine.
(b) Ezio e la
corte occidentale
Dopo la morte di Onorio, la parte occidentale
dell'Impero rimarrà sguarnita per alcuni mesi di un reggente ufficiale. A una
tale carenza rimedieranno inizialmente le milizie, nominando nuovo sovrano - con
l'appoggio peraltro di Ezio - un certo Giovanni. Ma la corte orientale, sotto
pressione di Galla Placidia (una delle ultime esponenti della dinastia
teodosiana) eleggerà nuovo augusto Valentiniano III, figlio della stessa
Galla e di Costanzo. Sceso in occidente e sconfitto il proprio rivale con
l'aiuto delle truppe orientali, questi prenderà allora - con un certo disappunto
di Ezio - il possesso del trono.
Nonostante un periodo di pace e di
accordo tra Ezio e la madre del nuovo imperatore, sarà proprio quest'ultimo -
incitato peraltro dagli esponenti del suo seguito - a uccidere il suo rivale
durante un pubblico colloquio nel 454. Anche Valentiniano poi, verrà
trucidato per vendetta dalle truppe di Ezio, l'anno successivo.
Con la
morte del grande generale romano, l'Impero occidentale piomberà in una
situazione di prostrazione - simile peraltro a quella seguita alla fine di
Stilicone - nel corso della quale Roma subirà un secondo assalto da parte
di popoli barbarici (che durerà, stavolta, per ben due
settimane). Dopo la sua scomparsa, inoltre, non vi saranno più
grandi condottieri (se si eccettua forse Ricimero) capaci di risollevare le
sorti dell'Occidente: gli ultimi due decenni vedranno infatti il suo rapido
declino, un declino che culminerà - come noto - nel 476, con la caduta
definitiva dello Stato romano d'occidente.
- Gli ultimi anni
dell'Occidente (455-476)
Nel 455 saranno le truppe
vandaliche guidate da Genserico, ad assediare e a prendere
d'assalto la capitale morale e storica dell'occidente: la città 'eterna' di
Roma. Un evento che è un chiaro segno di come oramai le forze barbariche, ostili
all'Impero, abbiano preso definitivamente il sopravvento su di esso. Non è un
caso che gli ultimi reggenti siano più o meno tutti espressione o degli
interessi regionalistici-barbarici (gli invasori si sono infatti 'spartite' tra
loro le regioni occidentali), o della volontà politica della corte orientale
(ancora relativamente salda alla direzione del potere).
Gli ultimi
augusti della storia occidentale saranno: Maggioriano (461-465), Libio
Severo (461-465), Antemio (467-472), Giulio Nepote (474-475) e
infine Romolo Augustolo (476). Il primo di essi, Maggioriano, sarà
l'ultimo imperatore concretamente e 'attivamente' impegnato nel governare
l'Impero (indirà difatti una riforma - peraltro mai posta in essere - ai danni
dei privilegi fiscali dei grandi proprietari); Antemio e Nepote, invece,
verranno scelti direttamente dalla corte orientale e imposti poi sul trono
d'Occidente.
Il 476, infine, vedrà la fine stessa dello Stato
occidentale, con la deposizione dell'ultimo imperatore ad opera di
Odoacre, un capo militare dell'esercito occidentale, rivale peraltro di
Oreste, un altro capo militare occidentale (padre e 'elettore'
dell'ultimo sovrano, in carica per soli pochi giorni…)
Odoacre,
incoronato re dalle proprie truppe, eserciterà un effettivo dominio
sull'Italia per alcuni anni, fino cioè al 493. Ma di
fatto l'Impero d'Occidente - oramai smembrato tra vari stati
indipendenti, detti "romano-barbarici" - non esiste più!
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