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Lo Stato sorge dalla
necessità di un gruppo sociale di organizzarsi per tenere sotto controllo
l’intera struttura della società. Ciò che è decisivo e primario è sempre la
produzione. Non appena sorgono differenze sociali (di classe o di casta) sorge
lo sfruttamento, che determina la natura dell’epoca:"the particular form
of exploitation ultimately determined the whole structure of
society"[1]. |
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Le necessità e la
fisionomia della produzione decidono delle forme politiche, sociali, culturali
e ideologiche prevalenti. In questo senso occorre ricordare che le forze
produttive sono sempre specifiche di un modo di produzione:"ogni produzione è
appropriazione della natura da parte dell’individuo entro e mediante una
determinata forma di società"[2]non si tratta di un
rapporto meccanico, di "recipiente" (rapporti di produzione) a
"contenuto" (forze produttive), ma dialettico. Lo Stato, i rapporti
tra le classi, sono assieme parte dei rapporti di produzione ed espressione
delle forze produttive.Per mantenere la pace
sociale e allargare l’estensione del proprio dominio, la classe o casta
dominante si serve della forza militare, a cui in ultima analisi si riduce ogni
Stato. La forma militare è un riflesso della forma sociale che la produce.
Questo si vede con estrema chiarezza nelle trasformazioni che hanno avuto gli
eserciti delle città Stato greche e poi di Roma.
In questo scritto
descriveremo le due vie attraverso cui l’umanità superò la società gentilizia:
il modo di produzione antico (schiavile) e il modo di produzione asiatico.
Quest’ultimo ha un particolare interesse storico e politico. Infatti, sotto il
profilo storico, si tratta di una formazione sociale in cui la nascita dello
Stato precede quella delle classi. Sotto il profilo politico, lo studio di
questo modo di produzione può fornire alcune indicazioni sull’estinzione dello
Stato nella società postcapitalista.
L’umanità ha vissuto per
gran parte del suo tempo in società senza classi, senza Stato e senza proprietà
privata all’interno di strutture tribali e familiari in cui era garantita una
piena e sostanziale uguaglianza sociale.
Le antiche strutture
gentilizie si dissolsero attraverso due vie: la nascita delle classi (come in
Grecia e in Italia); la cristallizzazione di alcune loro caratteristiche in una
formazione sociale nuova, il modo di produzione asiatico.
In un primo tempo, il
marxismo ha analizzato esclusivamente l’esperienza "europea" di
nascita dello Stato, e con un errore di prospettiva storica l’ha considerata il
caso "generale". Col tempo si è capito che la transizione allo Stato
avvenuta in Europa (e forse in Giappone) è abbastanza rara mentre il modo
asiatico è la norma. Nella storia la situazione tipica è rappresentata da una
struttura in cui una casta e non una classe fa sorgere lo Stato.
D’altronde, le classi
sociali in un certo senso esistono solo nel capitalismo, l’unico modo di
produzione in cui i rapporti sociali sono puri, non "contaminati" da
aspetti religiosi, etnici, ideologici. Non solo, ma la funzione produttiva
della classe determina nel capitalismo ogni altra sua caratteristica,
soprattutto nel campo dei rapporti politici. Le classi sono classi in campo
economico, politico, sociale. Lo Stato è il capitalista collettivo. Questa
simbiosi si rompe quando lo Stato assume una forma bonapartista, ovvero quando
l’espressione politica del dominio borghese si estrania dal controllo della
classe capitalista e diviene un potere autonomo avente lo scopo di riportare
l’ordine nella società. Nell’epoca antica, lo Stato ha quasi sempre connotati
bonapartisti, in quanto è più indipendente dalla sua struttura sociale, e non
c’è piena coincidenza tra classi economiche, sociali e politiche. Ad esempio
gli schiavi sono una classe economica (producono plusprodotto), ma non
politica. L’indipendenza della casta dominante, che fa sorgere lo Stato, dalle
classi produttive, è maggiore ecc.
Il percorso più o meno
comune dei popoli del Mediterraneo prima della storia antica è questo: tribù
nomadi si appropriano di un territorio (spesso con la forza). Laddove la terra
è più fertile, la crescita della popolazione spinge all’allevamento e
all’agricoltura. All’inizio si tratta di attività svolte su proprietà
collettive (seppure in modalità diverse: i tre "casi" analizzati da
Marx nelle Forme che precedono la produzione capitalistica). La proprietà della
terra è comune ma il possesso a volte è privato. Col tempo, si sviluppa una
casta di gestori delle terre collettive (perché queste devono essere
attribuite, o perché ve ne sono di nuove); inoltre, all’espandersi del
villaggio, il capo militare acquista un peso crescente: la guerra diviene un
attività decisiva per lo sviluppo delle forze produttive. Infatti, il basso
sviluppo tecnico, se unito ad una crescita demografica, rende l’espansione
territoriale una condizione di sopravvivenza della comunità. C’è una tendenza
ineliminabile di queste due caste (sacerdoti, guerrieri) ad estraniarsi dalla
proprietà collettiva per farne una proprietà individuale. In questo senso, il
modo di produzione asiatico o "palaziale" ha una tendenza a farsi
feudale. Ciò che lo distingue, tra le altre cose, dalla società schiavista
classica è che in tale contesto il lavoro schiavile non ha mai un peso
preponderante. Gli schiavi per debiti o i prigionieri di guerra, sono aiutanti
di chi lavora la terra o domestici.
Il modo di produzione
asiatico ha attraversato la storia di ogni paese. In alcuni durando pochi
secoli, in altri giungendo fino alle soglie dell’epoca contemporanea.
Le modalità con cui si
passa dal modo di produzione asiatico alla società antica da cui nasce lo Stato
di tipo greco-romano sono diverse. Vi si conservano vestigia
"asiatiche" più forti in alcune zone, impercettibili altrove. Ad
esempio, in Attica l’invasione dorica portò alla fusione con le popolazioni
preesistenti con la completa scomparsa dei villaggi gentilizi, base del modo di
produzione asiatico. A Sparta, l’oligarchia dorica dominava una popolazione di
servi che coltivava terreno pubblico, come poi accadrà con la plebe romana:
"Gli Spartiati, tra i quali era diviso il terreno coltivato dagli iloti,
non attendevano che ad attività militari"[3]. Il caso particolare di Sparta deriva dal fatto che
l’invasione dorica non portò alla fusione con le popolazioni autoctone ma alla
loro totale e permanente sottomissione. Gli Spartiati erano collettivamente
proprietari di tutta la terra coltivata dagli iloti, un residuo della società
asiatica che spiega l’arretratezza politica e culturale di Sparta ma anche il
fatto che gli Spartani fossero gli unici guerrieri professionisti dell’Ellade,
il che era anche necessario, dato che le dure condizioni degli iloti
producevano continue rivolte.
In tutti i casi,
l’evoluzione delle strutture politiche gentilizie verso società
"statali" avviene a partire dalla democrazia assembleare classica, tipicamente
con l’emergere di un gestore della proprietà collettiva e un capo militare. Il
nomadismo cede a poco a poco alla più produttiva vita stanziale. Ben presto
sorge la necessità di superare le condizioni produttive date (appropriazione
semplice) e nasce un vero modo di produrre queste condizioni, principalmente
tramite l’agricoltura e dunque i canali per l’irrigazione. Questo conduce alla
strutturazione sociale: senza centralizzazione niente irrigazione. I lavori
pubblici implicano una casta di tecnici. La guerra implica un capo. Il processo
aggregativo conduce a città Stato che conquistano le regioni limitrofe creando
imperi, pur con tempistiche molto diverse. In Egitto si costituiscono presto
due regni poi unificati da un re assistito da un corpo di funzionari. In
Mesopotamia troviamo invece ancora a lungo città Stato che poi evolvono verso
l’impero (Sargon sembrerebbe essere stato il primo imperatore vero e proprio).
In Grecia le città Stato resistono, pur nella forma di leghe e con il
predominio di Atene o di altre città, sostanzialmente fino all’ingresso nella
storia ellenica della Macedonia e in realtà, sino alla conquista romana.
L’evoluzione verso la
gestione della proprietà pubblica da parte di una casta avviene in tutti i
luoghi. Solo che in alcuni questo conduce rapidamente alla nascita di classi e
dunque a uno Stato classista (come quello greco), mentre in altri paesi
l’evoluzione viene come congelata dal basso livello di sviluppo delle forze
produttive, e il modo di produzione asiatico sopravvive fino a quando non si
scontra con una società più avanzata, tipicamente il capitalismo[4].
Come detto, il ruolo della
guerra è decisivo nello sviluppo di questo modo di produzione. Gli imperi come
quello persiano avevano un esercito fatto di popoli soggetti, mercenari ecc.,
gente che era in qualche modo al di fuori del tessuto sociale, ad eccezione
della cavalleria o dei carri, di pertinenza nobiliare. Questo permetteva lunghe
campagne lontano dalla propria città, guerre di conquista. Ma è chiaro che un
simile esercito non poteva sorgere in Grecia. Le poleis non avevano infatti
popoli soggetti, né erano così ricche da reclutare miliziani. Inoltre, armare
gli schiavi (peraltro pochi) era assai rischioso. Non rimaneva che reclutare
gli stessi cittadini per la difesa dello Stato. Per secoli, la guerra tra le
città Stato si ridusse ad uno scontro di falangi oplitiche di durata assai
limitata e di conseguenze (in termini di morti e feriti) ridotte. Le guerre
persiane cambiarono tutto. La democrazia greca, ovvero il dominio dei
latifondisti per il tramite di assemblee popolari, si dimostrò assai più vitale
dell’autocrazia orientale. Gli opliti sconfissero eserciti dieci volte più
numerosi. Per quanto riguarda Atene, la sua ampia democrazia può farsi risalire
essenzialmente all’importanza della flotta (e dunque alla massa di cittadini
necessari per la navigazione). Ad ogni modo, le guerre persiane dimostrarono
quanto la società greca fosse superiore al modo di produzione asiatico:
l’esercito permanente, per necessità nutrito dal surplus creato da altri, e
dunque insieme causa ed effetto della guerra permanente, si dimostrò inferiore
al popolo in armi[5],
così come il metodo di selezione dei quadri militari (politici che dopo la
guerra tornavano ad essere oratori o addirittura a coltivare la terra come
Cincinnato, rispetto ai nobili persiani). Ma anche nella polis, quando le
campagne belliche cominciarono a durare anni, il condottiero e l’oplita
divennero soldati di professione e addirittura mercenari (si pensi all’Anabasi
di Senofonte, ai precettori spartani di Annibale). Questo pose le basi per la
crisi delle democrazie oplitiche greche e romane. Il modo di produzione
asiatico invece, rimase pressoché immutato nei secoli e nei millenni
conservando le sue caratteristiche.
1. L’umanità prima del modo
di produzione asiatico
Per la stragrande maggior
parte del suo tempo, da che è divenuto un animale cosciente attraverso il
lavoro associato, l’uomo ha vissuto in formazioni sociali prive di qualunque
gerarchia sociale o sessuale, dove la divisione del lavoro tra i sessi o la
presenza di un capo non comportava l’accumulo di alcun privilegio.
Usando le definizioni di
Engels, la storia dell’uomo prima della società divisa in classi può
suddividersi così:
a) Stato selvaggio
l’uomo si stacca dagli
altri ominidi; vive di raccolta e di caccia di piccoli animali in orde di
ridotte dimensioni che all’inizio non sono molto diverse dai branchi degli
altri primati. Le sue capacità produttive si sviluppano con la scoperta del
fuoco e l’uso di armi più efficienti; questo permette la sua diffusione per
tutta la Terra. In questo periodo, ad eccezione di grandi scoperte (come il
fuoco), la vita procede senza cambiamenti, nella completa eguaglianza sociale.
b) Barbarie
lo sviluppo delle forze
produttive comincia con l’allevamento e la coltivazione delle piante nei luoghi
in cui ciò è possibile (Mesopotamia, ecc.). Qui avviene la prima grande
differenziazione dell’umanità: i popoli di pastori si accrescono di numero
spingendo le tribù di cacciatori in terre sempre peggiori. In seguito,
l’agricoltura permette un aumento della densità della popolazione di dieci e
anche cento volte. Ad essa si aggiungono le altre innovazioni che accompagnano
l’ultima fase della barbarie: la fusione del ferro, la scrittura alfabetica
ecc. Come ormai noto, l’agricoltura porta con sé, oltre al formidabile aumento
delle forze produttive, nuovi rapporti di produzione, nuove relazioni tra gli
uomini, inevitabili proprio per questo aumento. La donna, forza-lavoro ormai di
secondo piano, viene ridotta a madre e domestica, i costumi sessuali si fanno
rigidi. Sorge un’ideologia a difesa della famiglia monogamica. L’alimentazione
basata, dapprima su animali nutriti a cereali, in seguito direttamente sui
cereali, peggiora enormemente la salute della popolazione. Gli agricoltori sono
bassi e malati, i cacciatori, alti, forti e sani. Ma gli agricoltori sono molti
di più e i cacciatori sono sterminati o cacciati[6].
La pastorizia portò con sé
due elementi decisivi: la proprietà individuale e uno stabile sovrappiù. Queste
due cose resero conveniente e inevitabile la subordinazione di altri uomini (e
contestualmente delle donne) per badare ai greggi (che producono un sovrappiù
"naturale" con la nascita di nuovi animali, il latte, ecc.). Sorse il
diritto patriarcale, il potere del pater familias divenne assoluto. Le donne e
i servi vennero gradualmente esclusi dalla vita pubblica, dalla politica, dalla
cultura. L’accudimento della prole, un tempo l’aspetto decisivo della vita
pubblica, divenne una questione privata, al di fuori dell’economia pubblica. Fu
questa l’ultima epoca della società gentilizia, che abbracciò un lungo periodo
di tempo e che condusse, attraverso le due distinte modalità prima citate, al
sorgere dello Stato.
La democrazia gentilizia,
basata sull’autogoverno dei produttori in assenza di qualunque tipo di
coercizione, lasciò il posto a strutture gerarchiche. La crisi della gens venne
causata, come ogni altra crisi di una società, dal successo produttivo
dell’uomo. Tradizionalmente, la gens occupava un territorio ed era un’unità
combattente, con il nome di un animale (totem). Lo sviluppo della popolazione
condusse al moltiplicarsi dei membri della gens che diedero così vita a
scissioni in gens madri e in diverse gentes figlie confederate tra loro
(fratrie); l’ulteriore passo fu la fusione di queste fratrie in una tribù. La
lega delle tribù fu lo stadio massimo di sviluppo della società gentilizia,
così come vediamo con gli indiani d’America o con le popolazioni barbariche europee.
A questo livello di sviluppo non si dava ancora uno Stato. La terra era
proprietà comune della tribù, non vi erano differenziazioni sociali degne di
nota, tutti erano ancora liberi ed eguali, anche le donne; non si conosceva la
schiavitù.
Questo sistema ha retto per
secoli, e in alcuni luoghi per millenni, ma lo sviluppo della società conduceva
inevitabilmente verso la sua fine. Il suo punto debole era la mobilità
territoriale. Se una gens potesse occupare a tempo indefinito lo stesso luogo,
e se la popolazione variasse di poco, tutto procederebbe immutato (non per
nulla questa è la situazione delle società gentilizie scoperte dall’uomo bianco
negli ultimi secoli in Amazzonia, Africa, ecc.). Ma che succede se nel
territorio della gens vivono non gentili? All’inizio, quando sono una piccola
minoranza, li si può ricondurre all’interno della gens. Ma quando cominciarono
a essere la maggioranza ciò non poté più essere fatto. Ecco che da quel momento
i gentili appaiono una minoranza di privilegiati con diritti politici (gli
eupatrides romani) di fronte alla massa della popolazione di "nuovi
venuti".
Allo stesso modo, è proprio
lo sviluppo delle forze produttive a mettere in crisi la gens. L’allevamento e
l’agricoltura si prestano ad una appropriazione privata: nasce prima il
possesso e poi la proprietà individuale, nasce la famiglia monogamica. Sorge un
surplus che può essere scambiato al di fuori della gens, la guerra diviene
conveniente, i capi militari sono sempre più importanti. In definitiva,
"la gens aveva vissuto. Essa venne distrutta dalla divisione del lavoro
che spartì la società in classi e fu sostituita dallo Stato"[7]. Lo Stato fornì alla classe
economicamente dominante i mezzi politici per preservare ed allargare i propri
privilegi economici. Questa è la storia di Roma e di Atene. In altre zone
invece, si mantennero strutture comunitarie sulle quali si innestò una casta.
Tale secondo sviluppo (in realtà comune anche a Roma ed Atene, seppur per breve
tempo) è il modo di produzione asiatico.
[1]Brooks M., Historical Materialism. (torna
su)
[2]Marx K., Introduzione a per la
critica dell’economia politica. (torna su)
[3]AA VV, Storia universale, vol. 2,
p. 24. (torna su)
[4]Come nota la Luxemburg:
"l’elemento dominante nell’economia è la produzione per la soddisfazione
dei rapporti interni…Perciò il capitalismo conduce sempre e ovunque una
preventiva campagna di annientamento contro l’economia naturale in qualsivoglia
forma storica gli si presenti", L’accumulazione del capitale, p. 356. (torna
su)
[5]L’espressione "popolo in
armi" va presa cum grano salis: solo i cittadini venivano armati veramente
(non i meteci, non gli schiavi); in alcuni casi, come presso gli etruschi e gli
spartani, vi erano corpi di clientes, perieci o figure simili armati alla
leggera. (torna su)
[6]L’analisi materialistica dei
rapporti tra le diverse popolazioni terrestri ha trovato nei recenti lavori
dello scienziato americano Jared Diamond approfondimenti e conferme (si vedano
in particolare Il terzo scimpanzé e Armi, acciaio e malattie). Diamond ha
corroborato le idee di Engels, aggiungendovi ulteriori elementi che rafforzano
la concezione materialistica della storia. L’unico rimprovero che si può
muovere a questo studioso brillante e appassionato è che spesso ha ripetuto
argomenti esposti da Engels o altri senza saperlo o almeno senza dirlo. Ad
esempio, nell’Origine della famiglia Engels anticipa Diamond su due punti
essenziali: spiega il differente ritmo di sviluppo delle zone del mondo con le
"naturali differenze dei due grandi continenti" e il fatto che sul
vecchio mondo c’erano la quasi totalità degli animali addomesticabili e le
piante di cereali coltivabili; in secondo luogo analizza la storia del
linguaggio estraendone preziose indicazioni sulla diffusione degli indoeuropei
in Europa: "i nomi propri degli animali sono ancora comuni agli Ariani
d’Europa e d’Asia, non così quelli delle piante coltivate". In generale,
nella Seconda internazionale il determinismo geografico (Plechanov, Labriola)
andava molto di moda. Ma di tutto ciò Diamond non sembra saperne nulla. (torna
su)
[7]Engels F., L’origine della
famiglia, della proprietà privata e dello Stato, p. 211. (torna
su)
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Il suo sito è qui: xepel
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