NASCITA DELL'EUROPA MODERNA


Una questione che gli storici devono esaminare più approfonditamente è quella di sapere se l'impero bizantino avrebbe potuto affrontare meglio l'espansione islamica se non avesse dovuto subire l'invasione latina delle crociate; oppure se Costantinopoli sarebbe ugualmente caduta in mano turca, in quanto aveva insanabili contraddizioni interne.

Ciò che infatti più stupisce dell'impero bizantino è che di esso non è rimasto niente proprio nel territorio geografico in cui è stato più presente: la Turchia (senza considerare i Paesi arabi limitrofi).

L'ideologia ortodossa dell'impero bizantino, che era allora tra le più sofisticate del mondo, venne ereditata da un Paese, la Russia, che a quel tempo era tra i più arretrati. E venne ereditata accentuando gli elementi soggettivi della fede (misticismo, ascetismo, sacrificio di sé sino al martirio) oppure gli elementi iconografici (vedi Rublev), perdendo di vista la sobria oggettività della tradizione greca. L'eccessivo soggettivismo e fatalismo russo porterà poi, di riflesso (o per reazione), a un'ipertrofia dell'apparato statale e burocratico, ovvero al dogmatismo ideologico delle classi dirigenti e alle continue eresie delle classi senza potere.

Anche nell'Europa occidentale (soprattutto in Italia) si ereditò qualcosa della cultura bizantina: il rapporto col platonismo. Incapace di confrontarsi con l'alta idealità dell'ortodossia (del grande Palamas in occidente non rifluì praticamente nulla), il cattolicesimo latino, già ampiamente laicizzato dopo la riscoperta dell'aristotelismo, preferì sviluppare il lato intellettualistico della confessione bizantina, cioè i nessi tra teologia e filosofia.

Durante l'Umanesimo l'occidente europeo stava vivendo una forte laicizzazione della fede (soprattutto in Italia): ciò non poteva comportare -come nella Russia di quel periodo- un maggiore approfondimento esistenziale della religione. Il soggettivismo religioso occidentale s'identificò immediatamente con la riscoperta filosofica del platonismo, ovvero con la rinascita del neoplatonismo (un'esperienza che sembrava essersi esaurita con Plotino e che la riscoperta accademica di Aristotele sembrava aver concluso per sempre). Invece il neoplatonismo venne cristianizzato con l'ideologia ortodossa e usato in funzione anti-aristotelica. In Russia non si sviluppò una teologia veramente originale, ma solo un'originale esperienza della fede (e dell'arte religiosa); in Italia si sviluppò una sorta di filosofia religiosa che non aveva né il rigore della classica teologia bizantina né la laicità del pensiero umanistico.

D'altra parte la religione in Italia veniva conservata per motivi esclusivamente politici (almeno da parte delle autorità), in quanto il papato era una forza politico-militare: tra gli intellettuali esso non suscitava più un vero interesse, né culturale né esperienziale.

Tuttavia, la riscoperta del platonismo non ha aiutato l'occidente a superare il limite politico e ideologico del cattolicesimo latino, e per una semplice ragione: l'umanista era un individualista che si teneva lontano dalle istanze delle masse popolari (quelle contadine soprattutto). Il neoplatonismo cristiano fu un'esperienza di pochi intellettuali, e non ebbe mai una caratteristica sovversiva. Mentre in Russia l'acquisizione soggettiva della fede era diventata un fenomeno popolare, in Italia l'acquisizione del platonismo restò sempre un fenomeno d'élite e, tutto sommato, regressivo, almeno rispetto all'approfondimento scientifico dell'aristotelismo (che avvenne anzitutto ad opera di R. Bacone). In Europa occidentale l'esperienza religiosa più significativa fu quella della Riforma, che fu in realtà un processo di emancipazione dalla religione tradizionale, e quindi un'altra forma di laicizzazione della fede.

La chiesa cattolica, infatti, dopo un primo momento favorevole alle tesi conciliariste e federative (espresse nel Concilio di Costanza del 1419), seppe riporre il proprio potere su basi monarchiche e assolutistiche (Concilio di Basilea del 1431-49). La chiesa pagò questo rigido conservatorismo, questa anacronistica centralizzazione clericale perdendo mezza Europa, e senza riuscire ad avere una forte influenza né in Francia (a causa del gallicanesimo) né successivamente in Austria (a causa del giuseppinismo). L'impero di Carlo V fu senz'altro cattolico-conservatore, ma, a parte il fatto ch'esso s'infranse subito contro la dura realtà delle cose, la chiesa cattolica non riuscì mai a servirsene come nei secoli medievali. Dopo Bonifacio VIII, la religione cattolica sarà sempre più uno strumento ideologico nelle mani delle monarchie nazionali.

La chiesa romana però riuscì ad impedire che nell'area del cattolicesimo latino si formasse un movimento di massa che s'ispirasse alle idee laiche dell'Umanesimo. Occorrerà attendere la Rivoluzione francese prima che in Europa si possa riproporre l'idea di un'alternativa laica all'ideologia e alla prassi clericale del cattolicesimo feudale (che tale si riconfermò nel Concilio di Trento).

L'Italia, che aveva promosso per prima un notevole processo di laicizzazione, si troverà, da un lato, a non poterlo proseguire per le divisioni interne (tipicamente borghesi) fra Signorie e Stati, mentre, dall'altro, si troverà a non saper neppure "riformare" la religione, come stava accadendo in molta parte d'Europa. La borghesia italiana, che già si sentiva superiore a qualunque forma di religione, sarà poi costretta a convivere -a causa della propria incapacità a realizzare la democrazia- con la confessione più arretrata d'occidente.

Qui però bisogna fare una precisazione. L'esigenza di realizzare la democrazia non deve essere vista -come fanno molti storici- come strettamente subordinata all'esigenza di realizzare l'unificazione nazionale. Effettivamente nel resto d'Europa le varie monarchie, con l'aiuto della borghesia, erano riuscite a ridimensionare di molto l'autonomia della privilegiata classe feudale, che ostacolava ogni centralizzazione politica e ogni unificazione nazionale per poter garantire i propri grandi privilegi.

Ecco, nei confronti di tale atteggiamento feudale, l'operato delle monarchie e delle borghesie fu senz'altro progressista per le sorti dei vari Paesi. Tuttavia, la centralizzazione monarchica e la stessa unificazione nazionale avvennero non con l'aiuto delle classi più povere (contadini soprattutto) ma, anzi, contro i loro stessi interessi, poiché a partire da questo momento i contadini avranno a che fare con due oppressori: il signore locale (sempre sufficientemente potente per continuare ad opprimere) e la monarchia centralizzata (bisognosa di tasse, di eserciti, di burocrazia ecc.).

Ciò sta a significare che se la borghesia avesse cercato l'appoggio delle masse contadine contro la feudalità, l'unificazione nazionale sarebbe potuto avvenire senza centralizzazione, ma in modo da rispettare l'autonomia locale, nella quale il potere del feudatario sarebbe stato notevolmente ridimensionato dall'esproprio delle terre. Il fatto che l'unificazione nazionale sia avvenuta in ogni parte d'Europa secondo il modello della centralizzazione assolutistica e monarchica non deve farci credere che quella fosse l'unica alternativa possibile: era l'unica alternativa che poteva avere una borghesia lontana dalle esigenze dei contadini.

Davvero il potere della chiesa non avrebbe potuto essere sconfitto senza l'unificazione nazionale centralizzata nella persona del re? No, non è vero, poiché il potere della chiesa avrebbe potuto essere sconfitto più lentamente e più in profondità, se solo si fosse lasciato ai contadini dello Stato della chiesa il compito di liberarsi dal giogo clerico-feudale, dopo aver visto esempi analoghi in altri territori.

Le moderne monarchie centralizzate non furono che un tentativo politico d'imporre con la forza alle classi feudali (nobili, clero e contadini) non tanto un'ideologia più progressista (ciò avverrà solo con le rivoluzioni borghesi vere e proprie), quanto un'esigenza di rinnovata prassi socioeconomica manifestata da una classe emergente, imprenditoriale, legata non solo ai commerci ma anche alle manifatture. Monarchia e borghesia nel XVI sec. si appoggiarono a vicenda, anche se in ultima istanza sarà la monarchia a giocare, ancora con clero e nobiltà, il ruolo politico prevalente.

La Francia, in questo senso, rappresenta un'anomalia nel contesto europeo di quel tempo. In quanto "nazione cattolica" avrebbe dovuto fare la fine di Spagna e Portogallo, che non riuscirono a imporsi sulle nazioni protestanti. Invece divenne una delle nazioni più forti dell'Europa: per quale ragione? Anzitutto il cattolicesimo francese ha sempre cercato di conservare una propria indipendenza da quello italiano, non è mai stato così fanatico e intollerante come quello spagnolo, né così arretrato, sul piano culturale, come quello polacco; in secondo luogo il cattolicesimo in Francia veniva più che altro considerato politicamente, come una religione della nazione e non anzitutto del popolo (la differenza non è formale: si veda, in questo senso, l'esempio di Cartesio, cattolico e scettico allo stesso tempo); in terzo luogo, proprio a motivo dell'approccio politico al fenomeno religioso, in Francia si realizzò il curioso compromesso di cattolicesimo (a livello istituzionale) e di calvinismo (a livello sociale). Nelle colonie la Francia si comportava esattamente come una nazione protestante, legata più ai profitti che all'ideologia.

In fondo se la Francia, in un primo momento, fu superata dalle capacità colonialistiche della Spagna, ciò fu dovuto anche al fatto che la Spagna soffriva di contraddizioni assai maggiori fra necessità di conservare le tradizioni ed esigenza della modernità. La Francia sentiva il bisogno di avere una religione nazionale, ma non il bisogno di crederci. La Spagna invece, pur di dimostrare la propria fede religiosa, in un momento in cui il resto d'Europa aveva tutt'altre preoccupazioni nei confronti del cattolicesimo, si servì anche del colonialismo.

La rivoluzione francese dell'89 sarà violentissima sia perché il colonialismo non era così consistente come quello ispano-portoghese, sia perché la classe borghese aveva continuato a svilupparsi nell'ambito della monarchia assoluta (cosa che in Spagna invece non avverrà), sia perché, infine, si era dovuta soffocare sul nascere la Riforma protestante, ben sapendo che tale Riforma, esistendo già la nazione, non avrebbe avuto molta difficoltà a imporsi e a consolidarsi. La monarchia cattolica cercherà un compromesso politico con il protestantesimo, garantendo a quest'ultimo la libertà del culto, ma permettendo al cattolicesimo di restare la religione istituzionale.

In tal senso, la Rivoluzione francese non sarà che una Riforma protestante senza religione (o con una religione tutta interna ai limiti della ragione). Viceversa la Riforma, per i tedeschi, non fu che una rivoluzione senza politica e senza vera laicità. La Germania si darà, come "nazione", un obiettivo politico-laico solo alla fine dell'800, vivendo, in questo senso, un'esperienza analoga a quella italiana.

Non a caso il nazismo e il fascismo emergono quasi contemporaneamente. Essi si assomigliano perché sono il prodotto, in Germania, di una riforma religiosa (quella protestante) avvenuta senza rivoluzione politica; in Italia, di una riforma laica (quella umanistica) avvenuta anch'essa senza rivoluzione politica (quella rivoluzione politica che avrebbe permesso alla borghesia d'imporsi come classe politicamente egemone). Quando la borghesia tedesca e italiana andarono al potere, alla fine dell'800, i ritardi politico-istituzionali accumulati rispetto alle altre borghesie europee non potevano essere colmati che adottando forme estreme di dittatura. Le borghesie degli altri Paesi europei non volevano concorrenti di sorta nella spartizione colonialistica del mondo intero e neppure ovviamente nella produzione di determinate merci capitalistiche.

Le differenze tra nazismo e fascismo non sono poche. Molte comunque sono riconducibili al fatto che essendo stata la Riforma una fenomeno di massa, e non un fenomeno elitario come l'Umanesimo italiano, il nazismo possedeva una carica ideale superiore a quella del fascismo, il quale però, proprio per questa ragione, appariva meno pericoloso (meno intollerante) sul piano politico e ideologico.

Il caso più interessante comunque resta quello inglese. La corona riuscì a fare una riforma religiosa che accontentasse sia i cattolici che i protestanti, permettendo ad entrambi di avere rilevanza istituzionale. Non solo, ma la borghesia non ha avuto bisogno di ricorrere a una sanguinosa rivoluzione politica per imporsi, in quanto la nobiltà preferì accordarsi, adattandosi con intelligenza alle nuove esigenze del capitalismo.

L'Inghilterra ha avuto la nazione centralizzata quasi subito, la Riforma anglicana al momento giusto e pochissimo spargimento di sangue (la guerra delle Due Rose fu, rispetto ad altre rivoluzioni, un gioco da ragazzi). I veri problemi l'Inghilterra dovrà affrontarli dopo la metà del XVIII sec., quando la rivoluzione industriale creerà il proletariato urbano.

Sfruttando duramente i propri contadini e poi i propri operai (e poi, ancora più duramente, il sottoproletariato coloniale: cosa che permetterà un relativo benessere al proletariato inglese), l'Inghilterra diventò facilmente una potentissima nazione, che tale rimarrà sino alla IIa guerra mondiale. Non è singolare che l'Inghilterra abbia cominciato a servirsi della possibilità di emigrare oltreoceano non tanto per motivi economici (fare fortuna) quanto per motivi politici (estradare i dissidenti)? Il "blocco storico" realizzato tra borghesia, aristocrazia e clero fu così solido che praticamente l'Inghilterra ebbe la possibilità di diventare una grande nazione anche senza l'apporto delle colonie. L'uso delle colonie fu conseguente al fallimento di tale compromesso politico, in quanto le classi marginali risultavano particolarmente oppresse.

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