UN INTELLETTUALE DI STILE NON S'IMBARBAGLIA
1-2-3-4

Barbaglia contro
Galavotti (pdf-zip)
E' incredibile che un insegnante dia del “moralista” a un altro insegnante
perché quest’ultimo s’è permesso di dire che non si può criticare una persona
mettendo continuamente in luce le sue origini sociali, geografiche o gli studi
scolastici che ha fatto in gioventù.
E' come se io in classe dessi per scontato che uno studente di origine
bulgara o marocchina o di provenienza rurale o montana non potesse fare altro
che prendere un voto scadente.
E siccome Barbaglia sostiene che sulla base di un certo stile letterario è
anche possibile concedersi licenze di bassa lega, io in classe potrei
tranquillamente prendere in giro gli stranieri, i contadini o i montanari,
facendo leva sulle differenze nei livelli di apprendimento, rispetto agli
studenti urbanizzati, figli di genitori laureati, posizionati e quant’altro.
Chissà perché non m’è mai venuto in mente di poter usare una “struttura
retorica retrostante” con cui dileggiare chi, provenendo dalla montagna, si fa
beffe della nostra civiltà inquinata o chi, provenendo dalla Bulgaria, mi dice
che la religione ortodossa non riconosce l’autorità del papa.
Interessante inoltre la teoria pedagogica secondo cui è sempre bene mettersi
allo stesso livello di chi ci sta di fronte, anche nei casi in cui forse un
maggiore distacco avrebbe aiutato meglio il lettore a capire da solo la
fondatezza delle tesi dei rispettivi contendenti.
Personalmente non riesco neppure a capire chi abbia stabilito che il digitale
meriti meno riguardi del cartaceo, poiché, proprio sulla base di questa erronea
percezione di valore, un intellettuale come Barbaglia si è sentito autorizzato
ad usare uno stile volutamente polemico. Davvero gli avversari semplicemente
“telematici” non hanno credenziali sufficienti per essere trattati con maggiore
rispetto?
Peraltro lo stesso Barbaglia è costretto ad ammettere che le tesi di Cascioli
vengono “seguite ad occhi chiusi da tantissime persone”. Dunque perché usare uno
stile così basso nei confronti di decine di persone, che hanno deciso di
proseguire autonomamente nei loro siti e blog le tesi di questo famoso
“agronomo”? Solo perché appartengono al web? Eppure lo stesso Barbaglia si
chiede perché io non abbia usato, guarda caso, proprio un motore di ricerca per
verificare se lui stesso in altri testi non avesse usato uno stile più
scientifico. E, di grazia, mi si vuole spiegare il motivo per cui un
intellettuale che normalmente scrive in maniera scientifica, improvvisamente
scade in un linguaggio da bar quando ha a che fare con un polemista agguerrito
ben presente nel web nazionale e internazionale?
O forse la risposta a questa domanda sta nel fatto che Cascioli, secondo
Barbaglia, non merita uno stile scientifico in quanto lo stile da lui usato è
soltanto provocatorio e denigratorio nei confronti della chiesa? Ma allora
perché uno scienziato deve darsi tanto da fare per un testo e un sito che in
fondo potrebbero anche giudicarsi da soli? Quanto tempo durano le cose non
sufficientemente motivate e fondate? Non sarebbe forse stato meglio ignorarle?
Evidentemente non si poteva e forse proprio perché qui si ha a che fare con
“un sito ripreso dai motori di ricerca su circa 60.000 link in tutto il mondo”.
Cascioli è così famoso che secondo Barbaglia lo stesso autore del sito
homolaicus.com “ne condivide lo stile e i contenuti”.
Accidenti che svista prof. Barbaglia! Rimproverare a me di non saper
distinguere tra “autore reale” e “autore implicito”, solo per il fatto di non
aver digitato il suo nome in un motore di ricerca, e cadere nella stessa svista
subito dopo non mi sembra un atteggiamento molto “scientifico”: io di Cascioli
non condivido né lo stile né i contenuti, e se lei avesse usato un qualunque
motore di ricerca si sarebbe accorto che da un decennio in rete ho assunto, in
merito all’analisi delle fonti neotestamentarie, una posizione più
“storicistica” che “mitologistica”.
E comunque rinfacciare al Cascioli di usare “una forma di scrittura ex
cathedra” quando fino alle ricerche protestanti in materia di esegesi la chiesa
romana era proprietaria di una forma analoga, mi pare quanto meno ingeneroso.
Sono innumerevoli i libri che detta chiesa ha vietato di leggere:
www.aloha.net. Sarebbe stato sufficiente sostenere
che a dogma non si risponde con dogma e non che le interpretazioni cattoliche
del dogma cristiano sono più vere di quelle laiciste.
Vorrei qui chiudere la questione dello stile riportando questo infelice
interrogativo di Barbaglia: “Io dovrei offendermi se mi danno del ‘prete’?”.
Personalmente mi chiedo se una domanda del genere sia sufficiente per
considerare lecito il fatto che lei abbia dato del “rurale”, dell’”agronomo”,
dell’”agrario” a uno studioso del cristianesimo? Temo che questa finta ingenuità
non faccia che peggiorare i fastidi di “moralisti” come me.
Per quale ragione infatti lei dovrebbe considerare la parola “prete” un
epiteto? Non è forse il suo mestiere? Tra l’essere sacerdote e studioso del
cristianesimo vede forse molta differenza? Non ha forse considerato il lavoro
intellettuale come una naturale conseguenza di una vocazione interiore?
E' strano che un intellettuale come lei, che pur si è accorto che la maggior
parte delle tesi di Cascioli non sono farina del suo sacco ma prese da autori
stranieri, non sia arrivato a immaginare che questi stessi autori possono aver
documentato ampiamente le loro tesi. E allora che dire di costoro? Che pur non
essendo “agronomi” restano degli incompetenti?
Vorrei qui aggiungere che indubbiamente è vero che Cascioli è un novizio
rispetto ai grandi esegeti critici del cristianesimo primitivo e che si serve di
fonti per lo più francesi, che oggi, nel loro accanito positivismo, consideriamo
superate, in quanto preferiamo assumere atteggiamenti più possibilisti circa
l’autenticità di una figura storica come il messia Gesù, per quanto enormemente
mistificata dai redattori cristiani; ma è anche vero che nel generale torpore in
cui versa l’atteggiamento laico verso le fonti neotestamentarie, che sembra
preferire l’indifferenza agnostica alla critica puntuale, i lavori editoriali di
Cascioli nonché di Donnini hanno determinato un piccolo terremoto nel web
nazionale.
Al punto che oggi è praticamente impossibile sostenere che la critica del
cristianesimo primitivo non abbia assunto proporzioni preoccupanti per una
chiesa abituata da sempre a gestire le verità di fede in termini prevalentemente
politici o comunque monopolistici.
Quanto al resto, Barbaglia sa sicuramente meglio di me che gli eventi storici
influiscono sulle motivazioni dei ricercatori: quando spopolavano le idee del
socialismo, l’interpretazione che si dava del Cristo era quella di un
rivoluzionario; oggi che domina il neoliberismo si è tornati a parlare di Cristo
redentore e profeta.
Ed entrambe le versioni sono state sempre ampiamente documentate. E non è
affatto vero che il tempo, di per sé, rende superate determinate tesi; semmai
quelle che paiono più convincenti vengono riprese e riformulate (come fece la
scolastica con l’aristotelismo o l’umanesimo col platonismo).
Lo sa bene anche la chiesa, che quando vede teologi del calibro di Hans Kung,
Jacques Pohier, Edward Schillebeeckx, Leonardo Boff, Charles Curran, Tissa
Balasuriya, Anthony de Mello, Reinhard Messner, Jacques Dupuis, Marciano Vidal,
Roger Haight, Jon Sobrino, Uta Ranke-Heinemann fa presto a scomunicarli o a
sospenderli dall’insegnamento. * * * Cascioli rappresenta la
vecchia esegesi positivistica francese, che in Russia si chiamava mitologista, e
che partiva dal presupposto dell'inesistenza di Cristo. Questa esegesi si oppone
non solo a quella confessionale ma anche a quella storicista di derivazione
laica, che parte infatti dal presupposto di questa esistenza, pur mettendo in
discussione l'interpretazione datane da tutto il cristianesimo (cioè dal Nuovo
Testamento a oggi, con parziale esclusione di quella dei teologi della
liberazione).
Indubbiamente i mitologisti fan bene ad affermare che non si può sostenere
l'esistenza del Cristo sulla base dei soli vangeli canonici, ma se ci si ferma a
questo non si riesce a fare il passo successivo, che è quello di cercare di
capire non tanto la falsificazione quanto piuttosto la mistificazione.
C'è differenza tra le due cose: per i mitologisti si tratta solo di
falsificazione, per gli storicisti invece c'è di mezzo la mistificazione, che è
una falsificazione compiuta su cose realmente accadute.
Portando alle estreme conseguenze le tesi dei mitologisti si arriva a dover
concludere che la falsificazione altro non è stata che una pura invenzione di
fatti mai accaduti. I vangeli cioè vengono paragonati a una sorta di
Donazione di Costantino, con cui comunque la chiesa s'assicurò per ben 700
anni il dominio temporale del papato. |