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LE AMBIGUITA' DELL'IDEALISMO TEDESCO
Il matrimonio d'interesse tra la talpa filosofica e la malapianta religiosa

Probabilmente non è stato un caso che l'idealismo metafisico sia sorto in un'area geografica caratterizzata dalla Riforma luterana. La filosofia stava cercando un'alternativa al venir meno degli ideali assoluti della teologia, che col protestantesimo erano diventati patrimonio di una classe più borghese che cristiana.

L'idealismo tedesco fu in un certo senso l'ultimo canto di un cigno che avrebbe voluto salvaguardare la propria passata bellezza teologica in altre forme e modi filosofici, mentre altrove (Francia, Olanda, Inghilterra...) la borghesia sfruttava i successi della Riforma per farsi sempre più strada sul piano economico e per associare l'emancipazione dalla chiesa romana alla rivendicazione di un protagonismo politico che obbligasse clero e nobiltà a farsi da parte.

Quando Cartesio in Francia, Spinoza in Olanda, Bacone in Inghilterra e persino - ma qui si tratta di eccezioni - Galilei e Bruno in Italia ponevano le basi del moderno ateismo, in Germania Leibniz faceva i salti mortali per dimostrare che la sua metafisica era pienamente conforme all'ortodossia evangelica e che le monadi, pur essendo autosufficienti, si guardavano bene dal negare la loro dipendenza divina.

E quando gli inglesi e scozzesi Locke, Hume, Hobbes e Berkeley fondavano l'empirismo, Kant in Germania, per tenere buoni gli avversari, era costretto a dire che solo dio poteva conoscere il noumeno, mentre dopo di lui, Hegel, invece di proseguire sulla strada dell'agnosticismo della prima Critica kantiana e dell'esperienza dell'ateo Fichte, arrivò a dire, senza neppure crederci, che la prova ontologica anselmiana sull'esistenza di dio, non poteva essere messa in discussione.

L'idealismo tedesco, infatti, fu essenzialmente una filosofia borghese tollerata da un'aristocrazia che voleva dialogare con la nuova classe in ascesa, senza però concederle troppo spazio, poiché temeva che il farlo avrebbe scatenato una reazione a catena, come appunto era già avvenuto in altri paesi europei, dove andavano aumentando le esigenze di laicità e di democrazia. Nel corso della rivoluzione inglese del 1649 il re cattolico Carlo Stuart ci aveva rimesso la testa, e nessun sovrano protestante avrebbe voluto rischiare la propria soltanto per opporsi alla borghesia (che comunque in Prussia restava molto debole), per cui la parola d'ordine era "tolleranza per quanto possibile", evitando accuratamente nuove guerre di religione.

La Germania temeva uno sviluppo agevolato non solo della propria borghesia, ma ancor più di quelle anglo-franco-olandesi, che avevano iniziato ad avventurarsi sugli oceani per conquistare il mondo non occupato da spagnoli e portoghesi; e pensava ingenuamente di poter dimostrare con la propria filosofia idealistica di aver raggiunto vette culturali così eccelse da non aver bisogno di imparare nulla dai rivali europei, tanto meno le acquisizioni tecnico-scientifiche applicate in campo economico.

La Prussia voleva restare una nazione (che peraltro diverrà vera "nazione" solo nella seconda metà dell'Ottocento) i cui poteri politici, in mano all'aristocrazia terriera e guerriera, difficilmente avrebbero tollerato un libero sviluppo del capitalismo e, sul piano filosofico, espressioni chiaramente favorevoli all'ateismo e alla democrazia.

Per questo i filosofi idealisti, ogniqualvolta parlavano di ragione, coscienza, etica, immanenza ecc., dovevano sempre premettere che le loro posizioni non volevano assolutamente negare l'esistenza di dio né il valore dei suoi massimi rappresentanti: il monarca e la chiesa. Al massimo potevano contestare, moderatamente, i privilegi di quest'ultima, oppure esaltare l'uso del raziocinio indipendente dalla fede, ma non potevano dirsi esplicitamente atei né parteggiare per le correnti estere più radicali del pensiero filosofico e politico borghese. A meno che naturalmente non volessero rinunciare alla carriera universitaria.

Dunque i filosofi tedeschi si muovevano in questa fondamentale ambiguità etico-politica (e quindi inevitabilmente linguistica): in genere erano atei, ma non potevano dirlo; preferivano le idee dei grandi illuministi anglo-francesi, ma finché Napoleone, coi propri eserciti, non fece piazza pulita delle teste coronate, non avevano il coraggio delle loro scelte.

L'idealismo tedesco fu una grande operazione intellettuale, in cui si disse tutto quello che serviva per non insospettire i poteri costituiti, e nel contempo si cercò di sviluppare, in forma astratta (come solo a livello filosofico si può fare), quanto di meglio era stato prodotto altrove.

Non è possibile capire tutte le ambiguità dell'ateismo idealistico se non si comprendono le ambiguità ateistiche della Scolastica. Se a quest'ultima sostituiamo la parola "dio" con la parola "essere", che cosa le resta di religioso? E se in luogo della parola "essere" mettiamo "natura" o "universo", cosa resta di trascendentale alla filosofia?

In Europa occidentale è impossibile separare la storia della filosofia da quella della teologia, proprio perché quella s'era incuneata dentro questa, scavando come una talpa, al fine di trovare le radici che davano linfa vitale alla malapianta della fede. Solo che quando riuscì a trovarle, non le mangiò tutte, ma ne lasciò qualcuna che permettesse alla pianta di riprodursi, seppur con meno ampiezza e vigore.

Tra la talpa filosofica e la malapianta religiosa s'era creato, a partire dalla rivoluzione industriale, un matrimonio d'interesse, che permetteva a entrambe di sopravvivere, rallentando la decisione che il lavoratore aveva preso di bonificare completamente il terreno, estirpando le erbacce ed eliminando i parassiti.

Quando una cosa è ambigua non può essere guardata solo da una prospettiva, poiché la si falserebbe. L'idealismo (come altre correnti filosofiche) non era libero di esprimersi e doveva per forza cercare un compromesso col potere, il quale in definitiva fu abbastanza disposto a perdonare gli "eccessi" (Kant, p.es. fu censurato solo per pochi anni).

E' tuttavia indubbio che se un idealista tedesco fosse stato libero di parlare, avrebbe inevitabilmente dichiarato il proprio ateismo, proprio perché tutti si rendevano conto che la Riforma non era stata un vero recupero dell'antica religiosità cristiana, ma semplicemente un movimento di protesta, sponsorizzato da forze sociali tutt'altro che amanti del bene comune. Di fronte al fiasco della Riforma, agli intellettuali non restava che trarre le dovute conseguenze: non era più questione di opporre una religione a un'altra, ma di liberarsi di tutte.

Cosa però più facile a dirsi che a farsi. Per poter davvero compiere un'operazione del genere, occorreva trasformare la filosofia astratta in una politica concreta con cui sbarazzarsi, in un colpo solo, del confessionismo statale e della chiesa statuale.

In tal senso l'unico tentativo di successo, compiuto, su scala nazionale, in Europa occidentale, è stato quello della Rivoluzione francese, che ha permesso alla borghesia di lasciare un segno tangibile della propria capacità laica e democratica.

Tutto quanto venuto dopo: Comune di Parigi, Repubblica di Weimar, Biennio rosso italiano, guerra civile spagnola ecc., non è stato in grado di dimostrare né che il ruolo della borghesia poteva ancora essere progressista né che era arrivato al capolinea.

Critica dell'idealismo

Bibliografia


Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 10/09/2014