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ILLUMINISMO

I - II

Il 12 marzo 1922, nel suo ultimo discorso sul Materialismo militante, Lenin si pentì di non aver dato retta a Engels quando diceva di tradurre in tutte le lingue la letteratura ateistica francese del XVIII sec. E si giustificava dicendo che "conquistare il potere in un'epoca rivoluzionaria è molto più facile che servirsene correttamente"; soprattutto - si può aggiungere - quando si pensa che il laicismo della piccola borghesia sia una forma di laicismo proletario sottosviluppato.

In effetti al tempo dei Lumi la borghesia aveva posto non solo le basi politiche della moderna democrazia ma anche quelle filosofiche della moderna laicità.

Noi euroccidentali saremo sicuramente figli dello sviluppo comunale e signorile, dell'Umanesimo e del Rinascimento, della riforma luterana e della rivoluzione copernicana, ma siamo soprattutto figli dell'Illuminismo, almeno per il primato che concediamo all'uso della ragione; anche se l'ottimismo di questa ragione, che pur con Hegel in filosofia, con Comte nelle scienze, con le rivoluzioni industriali degli ultimi tre secoli (dal carbone al silicio) ha raggiunto i suoi picchi di maggior successo, è stato periodicamente scosso da immani tragedie, al punto che nessuno oggi si sognerebbe di sostenere che il razionalismo occidentale non abbia in sé una buona dose di follia.

Ma perché proprio la laicità borghese dell'Illuminismo francese avrebbe meritato di essere tradotta in tutte le lingue? Semplicemente perché per la prima volta l'ateismo da implicito diventa esplicito. L'ateismo in fieri era infatti nato settecento anni prima, al tempo della discussione accademica sugli universali, ed era stato posto dalla corrente nominalistica, quando sosteneva che i concetti generali che ci permettono di classificare le cose per generi e specie non sono a priori nella mente di dio, ma semplicemente un riflesso della realtà nella mente umana.

La chiesa romana lasciò fare quegli accademici della fede, finché ad un certo punto s'accorse che, andando avanti di quel passo, si finiva col mettere in discussione la sua stessa autorità politica, e intervenne e anche pesantemente. Questo ateismo implicito rimase in auge persino quando scriveva quello "scomunicato, esecrato e maledetto" Spinoza, che sperava di poter evitare noie e fastidi usando la parola "dio" al posto della parola "natura".

Domanda: si può forse incontrare lo stesso timore semantico in filosofi come D'Holbach, Helvétius, Condillac, Diderot, La Mettrie, Bayle, Gassendi...? Sicuramente no e i puntini di sospensione non sono stati messi come diceva Totò, fingendo adbondantis adbondantum, poiché in effetti si potrebbero citare tanti altri filosofi minori: Volney, Dupuis, Nejon, Maréchal... Persino un abate, Jean Meslier, a motivo del suo Testamento, viene considerato un ateo radicale. E che dire di quelli che pur essendo ritenuti sostanzialmente atei, si celavano dietro posizioni agnostiche, come Voltaire, Kant e tutti i deisti inglesi? E quegli scienziati che agivano secondo il principio groziano: etsi deus non daretur, come p.es. Laplace, che disse a Napoleone di non aver avuto bisogno dell'ipotesi di dio per spiegare l'origine dell'universo?

E chi avrebbe il coraggio di sostenere che quanti non trattavano esplicitamente il problema religioso, fossero credenti? L'Emilio di Rousseau non fu forse condannato dall'arcivescovo di Parigi, Christophe di Beaumont? E che dire di quegli atei illuministici russi di cui in Europa occidentale si sa poco o nulla, come p.es. Lomonosov e Radiščev?

Semmai oggi ci si dovrebbe chiedere come sviluppare quell'ateismo in forme che siano tolleranti, politicamente democratiche e filosoficamente più avanzate. Molte cose dell'ateismo illuministico furono infatti ingenue, semplicistiche: la religione p.es. come frutto d'ignoranza delle masse o d'inganno dei preti.

Lo stesso concetto di "materia" oggi risulta inseparabile da quello di "energia" e persino da quello di "coscienza". La materia è "pensante" e quella che conosciamo - così almeno dicono gli scienziati - è solo una piccola parte di tutta la materia dell'universo. La materia non ha solo "leggi necessarie", indipendenti da qualunque volontà, ma "pulsa" come un cuore umano. E' una materia "sensibile" in quanto dotata di "coscienza".

L'ateismo scientifico nella ex-Urss, prima che crollasse il socialismo da caserma, era arrivato alla conclusione che la coscienza è una proprietà di quella parte della materia ad organizzazione superiore, che è il cervello: la proprietà di riflettere la realtà materiale.

Si era cioè arrivati alla conclusione che tra materia e coscienza vi fosse una tale "corrispondenza d'amorosi sensi" da porre l'umano in stretta correlazione con le caratteristiche salienti dell'universo, come se questo stesse prendendo coscienza di sé proprio attraverso il genere umano.

Peccato che quelle incredibili riflessioni ateistiche si siano improvvisamente interrotte.

Bibliografia


Web Homolaicus

Foto di Paolo Mulazzani


Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teoria
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Aggiornamento: 28/01/2012