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Per una definizione della Pedagogia Sociale

I - II

Don Milani a Barbiana

Franco Blezza

Qualche tentativo di definizione per la Pedagogia Sociale

Presentazione

In Italia, gli ultimi anni hanno visto un rapido proliferare di trattati per lo più sintetici, di Pedagogia Sociale.

Non pochi rimandano a dei precorrimenti della materia che vi erano stati fin dagli anni ’60 o prima, anche se non sempre recanti esplicitamente tale dizione. Le concezioni riportate sono tra loro diverse, e diverse ne sono le esemplificazioni dei campi di studio; così come vi sono diverse ricerche di ascendenti in tempi più lontani, pur se più o meno tutti rimandano alla prima formulazione della locuzione in lingua tedesca a fine dell’Ottocento, e ad ascendenti antichi, in particolare al pensiero Greco Classico.

In prima battuta, vedremo di condurre una rassegna sintetica di alcune tra queste diverse posizioni, nella chiara impossibilità di vederle tutte. E’ quanto faremo in questa prima lezione, per poi particolarizzare lo studio secondo criteri ordinatori che vedremo strada facendo lungo questa II parte del corso.

Dalle grandi opere di consultazione: una autonomia disciplinare recente per un aspetto centrale dell’educazione dall’antichità

In campo pedagogico, come d’altronde in larga parte delle Scienze Sociali, non si dispone di un apparato lessicale consolidato e comune a tutti gli studiosi e gli operatori. Probabilmente ci si arriverà, e secondo alcuni ci stiamo arrivando: ma, per ora, questa evidenza ci impone di definire rigorosamente i termini che impiegheremo, consapevoli che gli stessi termini, presso altri autori, possono anche essere impiegati in modo diverso (1); o, per lo meno, di definirli in modo implicito, attraverso talune loro proprietà.

Un importante contributo in tal senso è venuto dalla recente pubblicazione dell’Enciclopedia pedagogica (2). Ad avviso dello stesso Mauro Laeng, questo è già un’espressione di quella che diventerà una “teoria Standard in Pedagogia”(3).

In quella sede, era contenuta una prima voce curata da Salvatore Colonna: questi definiva la Pedagogia Sociale come “Lo studio dell’educazione come fatto sociale, nelle sue origini, nelle sue condizioni, nei suoi processi e nei suoi esiti.”(4).

L’inquadramento generale potrebbe essere predicato un po’ a tutti gli autori: “Benché l’accezione attuale sia di origine molto recente, ciò che viene designato con l’espressione è realmente molto antico, almeno come linee essenziali, sia perché ogni teoria pedagogica contiene in qualche modo principi socio – pedagogici, sia perché, e a maggior ragione, ogni prassi educativa non ha potuto mai svolgersi e realizzarsi, di fatto,se non nell’intricato groviglio delle mille relazioni tra l’individuo-educando e il suo gruppo sociale, consapevoli o inconsapevoli che siano state la presenza e l’influenza di quelle relazioni sociali”.

A suo avviso, l’origine recente della disciplina andrebbe ascritta all’insegnante e pedagogista prussiano Friedrich Adolph Wilhelm Diesterweg (1790 – 1866) (5), seguace delle teoria del pedagogista romantico Johann Heinrich Pestalozzi (1746 – 1827) (6). Essa ha poi ricevuto un impulso decisivo, nel 1899, anno di pubblicazione da parte di Paul Natorp (1854-1924) del saggio Sozialpädagogik. Questa può considerarsi la data di fondazione come disciplina autonoma nell’ambito delle discipline pedagogiche: è stato da allora che le teorie sociologiche di Émile Durkheim (1858-1917), anche grazie ai contributi filosofici di Wilhelm Dilthey (1833-1911), sono entrate a far parte integrante degli Input per l’elaborazione pedagogica.

I due studiosi tedeschi sono, ovviamente, menzionati da vari autori di manuali d’oggi; ma, per lo più, non essi vanno oltre la semplice menzione.

Tra gli autori recenti, viene messo in evidenza il contributo di John Dewey (1859 – 1952), sul quale, sui cui allievi e seguaci, e sulle cui teorie e proposte avremo modo di tornare più volte.

Ma viene anche messo largamente in evidenza come le origini della Pedagogia Sociale, pur mancando sia il termine “pedagogia” che l’aggettivazione, risalgano alla Grecia Antica, alla πόλις pòlis o città – stato e all’educazione ambientale dell’uomo e del cittadino, ed in particolare a Platone (427 – 347 a. C.).

Peraltro, in quell’enciclopedia vi era anche la voce “Società educante” scritta da Mario Mencarelli (7), uno dei precursori della disciplina fin dagli anni ’70: il rimando più essenziale è ad un’altra voce scritta dallo stesso Mencarelli, “Educazione permanente”(8), considerandosi la prospettiva strettamente connessa con un’educazione che riguardi tutta l’esistenza umana.

Più recentemente, Domenico Izzo ha definito la Pedagogia Sociale come la “disciplina che ha per oggetto il valore educativo dell’agire sociale”(9).

Va notato, peraltro, che la recente Enciclopedia delle Scienze Sociali (10) non riporta la voce “pedagogia” o simili, pur riportando la voce “Educazione”(11). In realtà, l’autore parla anche di Pedagogia; va tenuto presente che non in tutte le lingue esiste l’equivalente di “Pedagogia” distinto dall’equivalente di “educazione”.

Piero Bertolini, in un’altra opera fondamentale di consultazione per chiunque si occupi di Pedagogia e relative professionalità, presenta una posizione aggiornata, insistendo sulla distinzione dalla materia sociologica pur nella evidente contiguità:  “Secondo una sua concezione più antica ma tuttora pienamente valida, l'espressione pedagogia sociale indicava soltanto la sottolineatura dell'importanza che nella problematica educativa hanno le determinazioni sociali di essa: im­portanza che per alcuni giustifica una perfetta coincidenza tra la pedagogia e la pedagogia sociale in quanto quest'ultima assorbe la prima. […] È di questi ultimi anni una concezione per la quale la pedagogia sociale si precisa in quanto fa dei fenomeni sociali (dal tema dell'emarginazione a quello delle nuove povertà; da quello del rapporto mezzi di comunicazione di massa/ formazione dell'individuo a quello della mafia, ecc.) il suo specifico oggetto di indagine.”(12).

La ripresa in Italia negli anni Sessanta

Studi di Pedagogia con specifico riferimento alla dimensione sociale, a volte anche riportanti specificamente la dizione “pedagogia sociale”, si sono intensificati in Italia a partire dagli anni ’60 e ‘70, anche se non mancano alcuni contributi significativi nel decennio precedente.

Tra questi vanno segnalati Aldo Agazzi, Giuseppe Flores d’Arcais, Mario Mencarelli, Gaetano Santomauro (13), come pedagogisti di ispirazione cattolica; e Giovanni Maria Bertin, Lamberto Borghi, Raffaele Laporta, Aldo Visalberghi (14) come pedagogisti di ispirazione laica: si tratta dei pedagogisti più autorevoli e prestigiosi del periodo, a testimoniare l’attenzione del meglio della Pedagogia italiana per questa dimensione della riflessione pedagogica che andava facendosi sempre più evidente nella sua necessità di indagine e quindi anche nella specificità di  campo di studio e d’esercizio all’interno del sapere pedagogico.

E’ stato sensibile in entrambi gli schieramenti, e soprattutto nel secondo, l’influenza di John Dewey.

Tra coloro che seguitarono il discorso nei decenni seguenti, riprendendolo da una prospettiva più ampia, segnaliamo Luisa Santelli Beccegato (15), Antonino Mangano (16) e, come si è detto, Mario Mencarelli con le sue ricerche sull’educazione permanente (17).

La trattatistica più recente

Negli ultimissimi anni, si è avuta la pubblicazione di una serie di trattati specificamente dedicati alla Pedagogia Sociale.

Alcuni di essi ci faranno da riferimento costante per il corso. Al termine di questa lezione, comunque, daremo una bibliografia più ampia

Secondo Giuditta Alessandrini “L’aggettivo “sociale” che accompagna la parola “pedagogia” indica che l’oggetto della riflessione disciplinare […] è la società nella sua interezza, come le sue dinamiche, i suoi paradossi e le sue tensioni irrisolte. […]  non tanto la società in quanto tale ma le interazioni tra il tema dell’educabilità dell’individuo e le dimensioni che caratterizzano il “sociale”. […] Possiamo dunque  provvisoriamente definire questa disciplina come lo studio dell’educazione come fatto sociale, nelle sue origini, nelle sue condizioni, nei suoi processi e nei suoi esiti.”(18)

E’ interessante anche il discorso che viene condotto in proposito da Sergio Tramma (19).

Egli premette che “All’interno della Pedagogia generale, luogo teoretico dell’agire educativo, che si configura sempre più come pedagogia del corso della vita, si assiste a un progressivo delinearsi di aree e problematiche specifiche che si presentano come addensanti di riflessione in perenne movimento, non separabili da confini netti, più che come comparti separati da cui possono derivare riduzioni disciplinari indipendenti le une dalle altre. La necessità di una attenzione pedagogica specifica emerge quando all’interno della complessità educativa  si delinea un’area sufficientemente omogenea di situazioni, problemi, approcci tale da richiedere un approccio specialistico di pensiero e azione.”. Il riferimento al “corso della vita” è importante, in quanto comporta il superamento della visione della vita a tre stati, nella quale solo le età dello sviluppo (o parte di esse) presentano la condizione di educabilità, per la quale si impiega la dizione “arco della vita”: ma, su questo ritorneremo. Qui, limitiamoci a cogliere alcuni concetti importanti per la Pedagogia Sociale: l’educazione è per tutta la vita; un settore specifico della riflessione pedagogica è individuato da aree e problematiche specifiche; anche in Pedagogia, come in ogni altro campo della cultura umana, la ricerca è continua.

Così egli porta due importanti esempi che possono prefigurare, per analogia nel senso delineato, la Pedagogia Sociale: “E’ stato, per esempio, il caso della pedagogia speciale in passato e, più recentemente per quanto riguarda il nostro Paese, della pedagogia interculturale.

Su questa base, egli lascia emergere implicitamente una sorta di pre-definizione, o di una condizione che è parte di una possibile definizione implicita, osservando che “Oggi, è necessario accentuare la riflessione rispetto alla socializzazione extrascolastica in tutta la sua svariata fenomenologia, ma la ripresa d’interesse nei confronti dell’extrascolastico e dell’extrafamiliare non garantisce di per sé la possibilità di delineare con precisione degli specifici ambiti di riflessione. L’ambito della pedagogia sociale non gode di univoca interpretazione per quanto attiene la definizione del campo di ricerca e dei settori di intervento.”(20).

Luisa Santelli Beccegato, dopo aver preso in rassegna taluni contributi immediatamente precedenti, e premesso che “risulta evidente come al centro dell’attenzione ci sia sempre il rapporto tra esigenze educative e dinamiche sociali”(21), ha riproposto in anni vicini una sua definizione già resa in un’opera precedente: “progettazione critica-teorica e pratico-operativa delle dimensioni sociali dell’educazione [e] analisi scientifica dei processi e dei modelli educativi coinvolti nel sistema sociale.”(22).

Un saldo riferimento filosofico, ed anzi un richiamo ad una possibile origine filosofica della Pedagogia Sociale, informa anche la recente opera di Anita Gramigna (23). Dopo aver premesso, con tutte le riserve, che “l’elemento della militanza forse rappresenta il momento discriminante di questa disciplina nei confronti delle altre scienze dell’educazione”, essa  osserva che “di conseguenza lo statuto ha a che vedere con queste complesse relazioni interdisciplinari, ma anche con lo sfondo sociale sul quale si colloca il fenomeno educativo.”.

L’attenzione per l’Autrice va sulle opzioni metodologiche che divengono specifiche di questa scienza pedagogica: “Un possibile orizzonte epistemologico della Pedagogia Sociale ci viene dall’epistemologia della complessità. [….] una prospettiva pedagogico-sociale prevede strutturalmente una metodologia sistemico – relazionale” che supera le prospettive di annichilazione della Pedagogia Nella Filosofia che erano presenti in talune concezioni del passato non remoto, in particolare nel Neo-idealismo di Benedetto Croce (1866 – 1952) e soprattutto di Giovanni Gentile (1875 – 1944), che ha dominato la cultura italiana nel periodo tra le due Guerre Mondiali e ha tenuto lontana la cultura italiana dalle evoluzioni cui andava incontro nel frattempo la Pedagogia internazionale.

La Pedagogia Sociale come Pedagogia Generale, e viceversa

Presentazione: la possibilità di un approccio generico alla Pedagogia Sociale, secondo due impostazioni differenti

In un certo senso, potremmo dire che tutta la Pedagogia è Pedagogia Sociale.

Ciò, per lo meno per due ordini di motivi, entrambi importantissimi:

  1. in quanto l’educazione è impensabile senza la dimensione sociale dell’uomo,

  2. e in quanto la riflessione su di essa è sociale come lo è ogni atto culturalmente rilevante.

Questo modo di avvicinare la Pedagogia Sociale non è improprio, ma costituisce altrettanto evidentemente un approccio alla materia qui studiata che non ce ne consente di cogliere alcun tratto specifico. Costituisce, insomma, un approccio tanto generale da risultare generico, e per finire con il confondere la Pedagogia Sociale con la Pedagogia Generale.

Sarà necessario soffermarci su questo aspetto del problema: l’aspetto istituzionale. Sono almeno due gli approcci generali alla Pedagogia Sociale, che sono importanti ed appropriati ma non consentono di individuarne lo specifico:

  1. l’approccio pragmatista – strumentalista;

  2. l’approccio personalista.

E’ quanto faremo nell’attuale lezione.

Cercheremo poi delle idee ulteriori per uscire da un approccio tanto generale, che finisce per diventare generico. E’ quanto ci proporremo di fare, a partire dalla lezione successiva.

L’importanza del riferimento al Pragmatismo-Strumentalismo

Come abbiamo già osservato, tutti coloro che trattano comunque di Pedagogia Sociale si trovano nella necessità di dare un rilievo notevole, tra gli autori dell’ultimo secolo o poco più, a John Dewey: anche quegli autori che non seguono teorie filosofiche o pedagogiche che, in loro stesse, potrebbe essere definite pragmatiste.

Lo Strumentalismo come Pragmatismo pedagogico e il suo ruolo storico

Avremo modo più avanti di prendere in particolare attenzione la teoria filosofica e metodologica Pragmatista: l’unica grande teoria filosofica che ci sia venuta dagli USA. Ciò si deve, essenzialmente, a due ordini di motivi, tra loro evidentemente interconnessi.

Il primo motivo sta nel fatto che la teoria filosofica e metodologica pragmatista, e quella pedagogica di Dewey che si chiama più propriamente “Strumentalismo”, sono state a fondamento per quel grande fenomeno di innovazione che ha avuto luogo in Occidente nei primi decenni del secolo XX, e che va sotto il nome di “Attivismo pedagogico”, e per certi aspetti anche di “Movimento delle scuole nuove”(24).

I tre piani sperimentali e l’Educazione Progressiva

Negli USA, in particolare, ne deriveranno parecchi ordini di ricerca ed innovazione, tra i quali spiccano tre “piani” o progetti sperimentali che hanno avuto una rilevanza storica particolare:

  • Il Metodo dei progetti (William Heard Kilpatrick, 1871 – 1965), che tendeva ad integrare a scuola le due esigenze di socialità e di individualizzazione mediante la stesura per ciascun allievo di un proprio piano di lavoro scelto liberamente, per lavorare a progetti di contenuto trasversale rispetto alle tradizionali ripartizioni in materie d’insegnamento, assieme a tutta la scolaresca: progetti di apprendimento, progetti di produzione, progetti di utilizzazione, progetti di ricerca.

  • Il Piano Dalton (Helen Parkhurst, 1887 – 1954) che affida a ciascun alunno la responsabilità del proprio sapere mediante la stipula di un contratto con gli insegnanti delle varie materie che comporta un certo numero (venti) di unità lavorative all’anno, secondo previsioni che comportano un controllo individuale ed uno collettivo. Il rischio di un eccessivo individualismo è correttomi mediante la previsione di ulteriori attività in comuni, associative, di squadra, di gruppo.

  • Il Piano di Winnetka (Carleton Wolsesy Washburne, 1889 – 1968) prevedeva scelte di materie prevalentemente di scienze sociali, da trattarsi in unità di lavoro tra loro collegate. Sono previsti quaderni di lavoro e quaderni di autocontrollo, e solo dopo viene il controllo dell’insegnante. Anche qui sono previste attività di socializzazione per temperare l’individualizzazione: con la differenza che si trattava di attività facenti parte del programma scolastico e non integrative

Lo schema delle tre sperimentazioni certamente sintetico e carente, e non rende un’immagine adeguata della grande varietà innovativa che le ha caratterizzate. Tuttavia, è possibile coglierne alcuni aspetti comuni, che gettano luce sia sulla teoria pragmatista – strumentalista che sulla potente corrente di rinnovamento della Pedagogia scolastica nei primi del Novecento tra gli USA e alcuni stati dell’Europa Occidentale: un equilibrio tra attenzione per il soggetto e socialità, il superamento delle compartimentazioni del sapere in materie e discipline, una flessibilità di tempi e di metodi temperata da una previsione di obiettivi riscontrabili e controllabili, l’integrazione di attività diverse, la partecipazione democratica dell’alunno alle decisioni, e via elencando.

Questa proposta educativa, soprattutto negli scritti di Wasburne, prendeva in nome di “Educazione progressiva”. Così è stata resa nota anche in Italia al grande pubblico solo nel secondo dopoguerra, come del resto il Pragmatismo, lo Strumentalismo e lo stesso Attivismo.

Il secondo motivo del particolare interesse che riveste per noi la teoria pragmatista-strumentalista sta nel fatto che essa costituisce oggi la teoria di riferimento per le professionalità sociali ed educati, soprattutto nella sua riformulazione come “Neo-pragmatismo”, cui esso è andato incontro degli ultimi decenni.

Specialmente in questo contesto, l’educazione è intesa sempre come atto sociale in senso stretto: tanto, che quando ad esempio si dice “io educo X” od “egli educa X”, sia in contesto familiare che in contesto scolastico che in qualunque altro contesto, si deve sempre intendere l’impersonale “si educa X”, oppure la prima persona plurale all’inglese “noi educhiamo X” (cioè “We educate someone”). E’ sempre la società che educa, anche quando si esprime nel contesto familiare che è un contesto sociale.

L’approccio personalista

Un riferimento saldo alla matrice pragmatista è comune a gran parte della Pedagogia laica che si è sviluppata in Italia nel secondo dopoguerra, ma non è stato estraneo alla Pedagogia di ispirazione cattolica.

Viceversa, la Pedagogia cattolica ha avuto un’ispirazione saldamente rifacentesi al Personalismo (25), anche se ad esso vanno facendo un’ispirazione crescente anche i pedagogisti laici.

Persona” ed “individuo” in Pedagogia

Persona è un termine tecnico fondamentale, in Pedagogia come nelle Scienze della Cultura. Esso viene spesso contrapposto all’altro termine tecnico, individuo: e la contrapposizione è corretta  come l’alternativa è esclusiva dal punto di vista metodologico.

Il termine individuo designa un elemento di un dominio (insieme, popolazione, campione, …) sul quale si possono effettuare considerazioni operazionali globali e statistiche; l’individuo, in quanto tale indifferenziato, privo di qualunque altra caratteristica peculiare che non sia l’appartenenza a tale dominio, e a tale dominio non reca altro che ciò che è statisticamente e operazionalmente rilevabile: Mentre invece il termine persona designa un soggetto preciso, differenziato, irripetibile, che fa caso a sé senza che questo precluda alcunché sul piano della riconducibilità a casi e teorie generali.

Rivolgersi alla persona significa, tra l’altro, intendere l’uomo come soggetto di storia e di cultura, come sede di valori (i quali non vanno quindi considerati come estrinseci), e come nodo di comunicazione interpersonale complessa. Come scriveva Emmanuel Mounier (1905-1950), “Il personalismo si distingue rigorosamente dall’individualismo, e sottolinea l’inserimento collettivo e cosmico della persona.”(26).

L’origine e gli sviluppi del termine

L’origine del termine è latina, e certi equivoci fin troppo semplicistici nel merito non sono gran che fondati neppure in un discorso puramente etimologico (27). Esso è entrato nella Filosofia e nelle discipline dell’uomo nel secolo scorso: ha avuto un successo maggiore  nell’ambito della Filosofia e della Pedagogia cattoliche, ma da tempo è all’attenzione di pedagogisti laici: e del resto, Mounier stesso ne individuava le radici in Socrate, Kant, Leibniz, Pascal. D’altra parte, il neocriticista Charles Renouvier (1815-1903) faceva ricorso a Kant in una difficile mediazione di contributi differenti, che spaziavano dallo Spiritualismo all’Illuminismo..

Il concetto di persona non è antico, e può anche considerarsi un’interpretazione molto traslata il volerlo leggere in taluni concetti greco-classici: l’identificazione con l’ipostasi è successiva. Furono le controversie teologiche dei primi secoli della Chiesa a consentirne l’impiego filosofico sul quale si inserisce oggi quello attuale come termine tecnico pedagogico. E’ di intuibile attualità la definizione di Giovanni Damasceno (675-750 circa), secondo la quale “persona [πρόσωπόν pròsopòn] è ciò che, esprimendo sé stesso per mezzo delle sue operazioni e proprietà, porge di sé una manifestazione che lo distingue dagli altri della sua stessa natura.

In certi momenti la contrapposizione terminologica persona-individuo in Pedagogia può essersi ammantata di mentite spoglie ideologiche: ma un simile groviglio di equivoci non sembra avere fondamento scientifico.

Anche un cattolico od uno spiritualista possono tranquillamente impiegare correttamente e rigorosamente il termine individuo quando affrontino problemi pedagogici (o psicologici, sociologici, antropologici, …) di carattere globale relativi alle popolazioni. Ad esempio in certe ricerche di quella che si chiama “Psicologia sperimentale”(28). Oppure, nei discorsi sulle teorie dell’evoluzione, i quali hanno senso scientifico solo se vengono fatti in termini di specie, i cui elementi si chiamano appunto individui. Tutto ciò non ha alcunché da pregiudicare al fatto che questi individui siano anche, ed essenzialmente, qualche cosa di più: solo che questo “di più” non può emergere in tali contesti di studio.

Viceversa, si può capire che l’impiego esclusivo del termine individuo possa essere anche una scorciatoia per discorsi che tendano o al privilegio di un singolo in quanto tale (e che non si qualifica per la sua valorialità e per la sua relazionalità) o ad uno sciogliersi ed annichilirsi del singolo uomo entro entità superiori, come le classi sociali o lo stato etico: in contesti, ad esempio, liberisti od Hegeliani. Rimane poi da vedere se qualche cosa possa rimanere di una simile visione dell’uomo (29) che abbia del “senso”(30) pedagogico al giorno d’oggi.

Persona” è termine tecnico

Il termine “persona” è da considerarsi termine tecnico della Pedagogia Generale come della Pedagogia Sociale, ad indicare il soggetto come portatore di valori, di dignità, di irriducibilità in sé, e come soggetto culturale, relazionale, politico, sociale. A questo secondo aspetto dobbiamo richiamare l’attenzione in modo particolare.

Come opportunamente cita Giuditta Alessandrini, “Il fanciullo è un soggetto non una res societatis o una res ecclesiae, ma non è neppure un soggetto puro o un soggetto isolato. Inserito in collettività, egli si forma per mezzo di esse in esse…”(31).

Anche in questo contesto, che è differente per molti versi da quello che si richiama comunque al Pragmatismo, potremmo dunque affermare che tutta la Pedagogia è Pedagogia Sociale.

L’estendersi dell’educazione istituzionalizzata (ovvero, una ragione in più)

Di più.

Una parte dell’educazione che si è fatta sempre più rilevante negli ultimi secoli è quella che la società stessa intende istituzionalizzare: è a questo fine che essa ha istituito la scuola, indipendentemente dal fatto se essa è costruita e gestita dallo stato (cioè dall’organizzazione della società) oppure no. La scuola, soprattutto nella visione pragmatista – strumentalista, è educazione istituzionalizzata: è quella parte dell’educazione che la società istituzionalizza.

Si comprende che, rispetto al tempo nel quale i Pragmatisti fondarono la loro teoria filosofica, sociologica e pedagogica (fine ‘800), sono state fondate e si sono diffuse anche altre istituzioni sociali con funzioni educative, oltre alla scuola: si pensi, solo per portare gli esempi più immediatamente evidenti:

  • agli Asili Nido o, più semplicemente, ai “Nidi” e alle altre istituzioni educative per l’infanzia;

  • ai centri estivi o pomeridiani, od istituzioni analoghe, per le età dello sviluppo;

  • alla formazione professionale continua;

  • ai vari centri per gli anziani;

e via esponendo un elenco che si fa sempre più lungo.

Fin qui, dunque, tutta l’educazione è considerata sociale dal punto di vista pedagogico, e quindi non vi è modo di distinguere una Pedagogia Sociale (una riflessione sull’educazione da riferirsi in qualche modo organicamente ad un contesto sociale) da una Pedagogia generale (una riflessione sull’educazione).

Un possibile approccio specifico alla Pedagogia Sociale

Presentazione

Quanto abbiamo incontrato finora contribuisce fattivamente a rispondere alla domanda, in sé complessa, di che cosa sia la Pedagogia Sociale.

Tuttavia, ancora non ci consente di delineare con sufficiente nitidezza lo specifico della Pedagogia Sociale, la quale anzi, finora, abbiamo visto come rischi di sciogliersi all’interno della Pedagogia Generale, potendosi predicare all’una tutto quanto si può predicare all’altra.

Quella che segue è solo una metafora, nient’altro. E’ un po’ come nella teoria degli insiemi: si tratterebbe di un sottoinsieme, e questo potrebbe anche andare, ma dai contorni a volte assai labili.

Vedremo più avanti come le demarcazioni tra saperi vadano operata per metodi, piuttosto che non per oggetti di studio. Così è per la distinzione tra il sapere “scientifico”, ad esempio, e quello che scientifico non è; o per il sapere (propriamente) tecnico, o per il sapere filosofico, o per quello letterario, o per quello scientifico formale (logico e matematico), e via elencando. E’ il metodo secondo il quale si esercita in ciascun campo la creatività umana a consentire le demarcazioni, e di conseguenza le attribuzioni a ciascun campo del sapere umano le sue specifiche prerogative.

Qui, però, si tratta di operare qualcos’altro, essenzialmente differente: si tratta di introdurre una distinzione all’interno di un sapere complessivo, quello pedagogico.

La Pedagogia Sociale fa parte delle Scienze Pedagogiche. Noi la studiamo come una delle scienze che costituiscono la cultura per una futura categoria di professionisti. Siamo più, quindi, nelle distinzioni tra l’Ingegnere Chimico, e l’Ingegnere Civile (o Meccanico, od Elettronico, …) che non alle distinzioni tra un Ingegnere Chimico, un Fisico-Chimico, un Chimico Industriale. un Chimico Farmaceutico, un Chimico – Tecnologo Farmaceutico.

Ciò che dobbiamo fare è, di conseguenza, presupporre una sostanziale comunanza di metodi, e semmai individuare uno specifico campo di indagine, di riflessione, di speculazione, di esercizio professionale, per la Pedagogia Sociale (o del Pedagogista Sociale, se si preferisce) rispetto ad altre Scienze Pedagogiche (ad altri Pedagogisti).

E’ quanto cercheremo di avviare in questa lezione.

La Pedagogia Sociale: verso le specificità

Una demarcazione di campo

Tutto ciò premesso, è possibile operare un distinzione di principio, che pure può non avere dei contorni altrettanto netti all’atto pratico.

E’ necessario, a tal fine, operare una distinzione tra le sedi di educazione, tra i luoghi nei quali si educa, appunto.

Si tratta di osservare, prima di tutto, che

  • vi sono delle sedi che sono istituzionalizzate per l’educazione, come la scuola complessivamente intesa ed appunto i Nidi e le altre istituzioni educative per l’infanzia, i centri estivi o pomeridiani per le età dello sviluppo, la formazione professionale continua, i centri per gli anziani, e via elencando; Il che significa che vi è una Pedagogia Istituzionale, che è Pedagogia della Scuola, della Formazione Professionale, delle Istituzioni Educative per l’Infanzia, e d’altro analogo:

  • e vi sono delle sedi che, pur avendo una valenza e una funzione educativa essenziale e magari irrinunciabile, non sono istituzionalizzate in quanto educative ma sono educative in quanto sociali e relazionali, come la famiglia, o i centri di aggregazione sociale, anche informali. Il che significa che vi è una Pedagogia Sociale, che è Pedagogia della Famiglia, dell’Associazionismo, dello Sport, del Lavoro e via elencando

Appartengono a questo secondo gruppo tutte le istituzioni che hanno funzioni essenzialmente familiari, come ad esempio i convitti o le comunità d’accoglienza, terapeutiche e per soggetti necessitanti di aiuto particolare (ad esempio perché oggetto di violenza reale o possibile, oppure per indigenza o deficit fisici o psichici), e tutte le sedi ed istituzioni che hanno funzioni essenzialmente socio – ambientali, come ad esempio i centri sociali e civici, l’associazionismo, i sodalizi culturali, lo Sport variamente organizzato e praticato, e via elencando.

L’inapplicabilità del termine “extra-scuola” e derivati…

Precisiamo fin d’ora la nostra scelta determinata di non impiegare il termine “extra-scuola” od “extrascuola” e derivati, che pure si trovava nella letteratura pedagogica di alcuni anni fa, e fa segnare qualche persistenza ancor oggi.

Abbiamo ragioni di considerarlo obsoleto e inapplicabile alla realtà attuale: né per quanto riguarda le sedi educative istituzionalizzate in quanto tali che non siano “scuola” propriamente detta (che è parte della lettera a.), né per quanto riguarda le sedi educative in quanto sociali e relazionali (di cui alla lettera b.).

Quel termine composto aveva invece un senso quando l’istituzionalizzazione dell’educazione stava solo o quasi solo nella scuola, ed anche quasi tutte le competenze pedagogiche finivano per essere applicate alla scuola.

Ciò premesso, e seguendo anche gli orientamenti che sembrano emergere dai diversi autori, osserviamo come dalla distinzione testé operata (che è chiara ed univoca) discende la possibilità di parlare della Pedagogia Sociale evitando fin dal principio discorsi scontati in quanto generici, e senza rinviare alla fin fine alla definizione stessa della Pedagogia Generale, o alla gran parte dei suoi contenuti.

… e la successione ad esso

La Pedagogia Sociale prende l’eredità di ciò che poteva essere la Pedagogia Generale riferita allo specifico dei problemi dell’extra-scuola in altri tempi: tempi che non sono lontani cronologicamente. Ma costituisce un dominio enormemente più ampio e dalle prospettive di ampliamento enormi e fertilissime.

In un cero senso, e in una prima istanza, si potrebbe dire che essa è la continuazione di una Pedagogia esplicata su tale composito campo dio studio, di ricerca e di esercizio. Tuttavia, piuttosto che non la  continuazione, la Pedagogia Sociale per noi ne è ne è l’erede e il prosecutore. Un successore, che ha portato a dimensioni nuove ed enormemente superiori la portata.

La Pedagogia Sociale, rispetto alla Pedagogia Generale dell’extra-scuola, è raffrontabile più Alessandro Magno rispetto al padre Filippo, che non al successore di un qualsiasi re in una dinastia; più alla repubblica di Roma Antica rispetto alla Roma dei sette Re. O, se si preferisce, più alla Costituzione Italiana rispetto allo Statuto Albertino, più al Commonwealth Britannico rispetto all’Impero Britannico, più alla CEE rispetto al MEC, più al PC rispetto ai regoli calcolatori, alle tavole dei logaritmi, alle calcolatrici meccaniche.

Vediamo, quindi, di tirare le somme, in chiusura di queste due lezioni preliminari: una chiusura che ci deve dare una chiara delineazione di come tratteremo la Pedagogia Sociale in questo corso.

Intenderemo in questo corso per “Pedagogia Sociale” quella disciplina o scienza pedagogica, o quella parte della Pedagogia Generale, che si occupa dell’educazione non istituzionalizzata in quanto tale.

In altre parole, la Pedagogia Sociale avrà sede per noi in tutti quei luoghi che sono educativi in quanto sociali, e non viceversa: la famiglia e, prima, la coppia; le aggregazioni sociali; e quelle entità che prendono variamente il luogo in tutto od in parte dell’una o delle altre.

Si capisce che non tutti accettano questa suddivisione: vedremo più avanti come, ad esempio, Giuditta Alessandrini consideri il proprium della Pedagogia Sociale proprio la Formazione (32). Ovviamente, rimane da vedere all’interno del mondo della formazione quanto sia, a sua volta, istituzionalizzato come educazione, e quanto no: il che permetterebbe di applicare la nostra distinzione anche in questo ambito.

Ciò non toglie che, poi, con le scelte metodologiche che opereremo, anche questa visione della Pedagogia Sociale non rimanga trattabile anche nel nostro contesto di discorso: si tratterà di un “grande tema” tra gli altri, un “grande tema” di evidente rilevanza.

Rimarrebbe il problema del definire la Pedagogia: non tanto come definizione generale, per la quale rimandiamo al programma di altri corsi; bensì della Pedagogia come campo d’esercizio professionale, come base e terreno di espletamento di specifiche professionalità, le quali sono a loro volta di interesse sociale, e di interesse per la Pedagogia Sociale così come l’abbiamo testé delineata.

Lo stesso Tramma esordisce nel suo trattato specifico proprio cercando di definire l’educazione e la Pedagogia (33). Diciamo che abbiamo una differenziazione da operare rispetto al presupporre la delineazione dell’educazione come prassi e la Pedagogia come teoria (secondo qualcuno, sarebbe impiegabile addirittura il termine filosofico, “teoretica”) per la definizione da lui data.

La differenziazione, l’integrazione, necessaria, è resa evidente proprio dall’emergere delle professioni di cultura pedagogica. Lo vedremo più avanti: qui basterà anticipare che, per noi, è necessario presupporre un terzo piano, di mediazione reciproca e nei due versi tra il piano della teoria e il piano della Prassi, come piano d’esercizio per le professioni di cultura pedagogica più elevate. Si tratta del piano che chiameremo “piano dell’applicatività”.

Il discorso richiederà in altra sede un approfondimento tematico, in ordine all’applicatività, all’esercizio professionale, alla casistica e a tutto quanto può rendere il senso della Pedagogia Sociale in termini di professione (34).

Si tratta di un campo di studio aperto, e in rapida evoluzione.


NOTE

(1) Segnaliamo fin d’ora, a titolo di esempio, alcuni termini “tecnici” dei quali daremo delle definizioni precise: “persona”, “problema”, famiglia “nucleare”, “rispettabilità”, “branco”, “moderno”. Questo sia perché presso altri autori vi possono essere impieghi ed accezioni diverse, sia perché gli stessi termini hanno un significato diverso nel linguaggio comune.

(2) In 6 volumi diretta da Mauro Laeng (Editrice La Scuola, Brescia 1989-1994). Più un volume di Appendice A-Z 2003.

(3) Egli ha avanzato una proposta in tal senso al XXI Congresso Nazionale dell’Associazione Pedagogica italiana (Padova, 5-7 dicembre 1996), che è l’Associazione culturale che raggruppa pedagogisti accademici, pedagogisti scolastici di tutti i gradi di scuola e pedagogisti del cosiddetto “extra-scuola” (cfr. “Bollettino dell’As.Pe.I.” fasc. 97/98, pag. 4, ottobre 1996 – marzo 1997). Qualche elemento in tal senso si trova nel suo scritto “Teoria pedagogica standard e personalismo” in Spirito e forma di una nuova Paideia (Agorà edizioni, La Spezia 1999), pag. 243 – 249.

(4) VI volume (1994), colonne 10 798 – 10 807.

(5) La voce che riguarda questo autore, poco noto in Italia, e nel II volume dell’opera citata (1992), alle colonne 3 823 – 3 827. Ne è autore Werner Sacher.

(6) A “Giovanni Enrico Pestalozzi e le origini della scuola elementare” dedicato il Capitolo Secondo del volume 3 di Filosofia e Pedagogia dalle origini ad oggi di Giovanni Reale, Dario Antiseri e Mauro Laeng (Editrice La Scuola, Brescia 200222), pag. 33 – 44. che contiene anche qualche ulteriore riferimento alla Pedagogia svizzera e ad altre istituzioni educative.

(7) Enciclopedia pedagogica, citata, colonne 10 831 – 10 836.

(8) Opera citata, V volume (1992), colonne 8 932 – 8 941.

(9) Appendice A-Z dell’opera citata, colonne 1 121 – 1 122.

(10) In VII Volumi; Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1991-1998. Non c’è neppure, ad esempio, la voce “Formazione”.

(11) Volume III (1993), pag. 448-461. L’autore è lo svedese Torsten Husen. Si tratta del coautore, assieme a Neville Postlethwaite, di The international Enciclopedia of Education in 10 volumi (Pergamon Press, Oxford 1986).

(12) Voce “Pedagogia sociale” in Dizionario di Pedagogia e Scienze dell’Educazione (Zanichelli, Bologna 1996), pag. 416 – 417.

(13) Autori Vari: Educazione e società nel mondo contemporaneo (La Scuola, Brescia 1965). Aldo Agazzi: Problematiche attuali della Pedagogia e lineamenti di pedagogia sociale (La Scuola, Brescia 1968). Gaetano Santomauro: Pedagogia in situazione (La Scuola, Brescia 1967).

(14) Giovanni Maria Bertin: Educazione alla socialità (Armando Armando editore, Roma 1964). Lamberto Borghi: Pedagogia e sviluppo sociale (La Nuova Italia, Scandicci – FI 1962); Scuola e comunità (La Nuova Italia, Scandicci – FI 1964). Raffaele Laporta: Educazione e libertà in una società in progresso (La Nuova Italia, Scandicci – FI 1965). In questa nota, come nella precedente, si tratta, ovviamente, di opere altamente rappresentative di un panorama assai più ricco ed articolato.

(15) Il diritto all’educazione (La Scuola, Brescia 1975). Pedagogia sociale e ricerca interdisciplinare (Editrice La Scuola, Brescia 1979).

(16) Problemi e prospettive della pedagogia sociale (Bulzoni, Roma 1989)

(17) Lineamenti storici e teorici dell’educazione permanente (Studium, Roma 1976).

(18) Pedagogia sociale (Carocci editore, Roma 2003), pag. 17-18. Si comprende che queste righe vanno lette entro il contesto più ampio di un approccio ancora problematico, aperto, di ricerca, relativo ad una disciplina comunque in forte divenire.

(19) Pedagogia sociale (Angelo Guerini & Associati, Milano 1999), particolarmente al § 1.4 “La pedagogia sociale come scoperta, invenzione, organizzazione”, pag. 22 – 28. Rimandi diretti di qualche interesse nello specifico vi sono all’opera di Anna Maria Mariani Educazione informale tra adulti (Edizioni UNICOPLI, Milano 1998), e al fondamentale manuale a cura di Riccardo Massa Istituzioni di Pedagogia e Scienze dell’Educazione (Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari 2000), al quale faremo riferimento più volte e a vario titolo. Altre opere vengono richiamate o citate nello stesso paragrafo, per cui si rimanda alla ricca bibliografia specifica per approfondimenti.

(20) Opera citata, pagine 22 – 23. Anche queste brevi righe vanno lette nel contesto di un discorso più ampio.

(21) Pedagogia Sociale (Editrice La Scuola, Brescia 2001), pag. 13.

(22) Ibidem. Tratta dal testo della stessa Autrice Pedagogia sociale e ricerca interdisciplinare, citata, pagina 19. Si noti la data di questo primo testo: a quei tempi, la normativa accademica non prevedeva neppure un raggruppamento scientifico-disciplinare che richiamasse nella sua denominazione la Pedagogia Sociale.

(23) Manuale di Pedagogia Sociale (Armando Armando editore, Roma 2003).

(24) A “Lo strumentalismo di John Dewey” è dedicato il capitolo quindicesimo di Filosofia e Pedagogia dalle origini ad oggi, citata, volume 3, pag. 347 – 359. Gli sviluppi novecenteschi, come allievi di Dewey e Educazione Progressiva, come Attivismo pedagogico, come Scuole Nuove e ad altri titoli vanno ricercati nella Parte quindicesima “L’educazione oggi” che va da pagina 631 alla fine del volume (pag. 805), per non dire delle parti terminali, sinottiche, bibliografiche e d’appendice a vario titolo.

(25) A “Il Personalismo è dedicato il capitolo venticinquesimo del volume 3 di Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi (editrice La Scuola, Brescia, 19851, edizione ampliata e aggiornata 200222) di Giovanni Reale e Dario Antiseri, pag. 567 – 580. Una trattazione più specifica è alle pagine 495 – 504 del volume 3 di Filosofia e Pedagogia dalle origini ad oggi, citata.

(26) Nota aggiunta al Vocabulaire technique et critique de la Philosophie a cura di André Lalande (Alcan, Paris 1926); edizione italiana: Dizionario critico di filosofia (ISEDI, Milano 19803), pag. 631.

(27) Il termine, nella sua origine etrusca φερσυ fersu, designa primariamente la maschera dell’attore, già essa comunque regolata suoi caratteri che l’attore doveva rappresentare con essa. Tuttavia, le accezioni metonimiche, traslate e derivate che riguardano carattere e personalità, parti e ruoli, gradi stati e condizioni, e quant’altro di analogo, erano già chiaramente presenti e ben documentate ancora nell’età classica.

(28) Questa Pedagogia è certamente empirica, ma non necessariamente sperimentale: la dizione è metodologica.

(29) Questo tipo di “visioni” che non vengono prima dell’esperienza, ma che possono anche essere frutto di esperienza, si designano con il termine tecnico “Anschauungen”, plurale di Anschauung. Una tale visione dell’uomo, cioè dell’essere uomo, dell’umanità, si chiama, con termine composto, Menschheitanschauung.

(30) Anche in questo caso, piuttosto che non di “senso”, si parla di “Sinn”, che è termine tecnico avente un significato non esattamente sovrapponibile a quello della sua traduzione italiana più comune.

(31) Pedagogia sociale, citata, pag. 31. La citazione è tratta dall’opera di Mounier in edizione italiana Il personalismo (AVE, Roma 1964), a pagina 162.

(32) § 1.5, pag. 29 – 30.

(33) § 1.1 “La necessità di una definizione”, opera citata, pag. 8 – 11.

(34) Per chi volesse averne un’idea fin d’ora, suggeriamo di consultare innanzitutto il citato volume Pedagogia della vita quotidiana, nella cui parte III, di gran lunga la più cospicua (pag. 171 – 369), viene trattata una ampia e dettagliata casistica centrata su problemi di famiglia, coppia Partnership, genitorialità. Il discorso prosegue, per ora, ne Il Pedagogista 2007 e ne Un Pedagogista nel poliambulatorio – Casi clinici (Aracne, Roma 2007 e 2008).


Letture consigliate

  • Giuditta Alessandrini: Pedagogia sociale. Carocci editore, Roma 2003.
  • Piero Bertolini, La responsabilità educativa, Segnalibro, Torino 1996.
  • Franco Blezza: Pedagogia della vita quotidiana. Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2001.
  • Franco Blezza: La Pedagogia sociale – Che cos’è, di che cosa si occupa, quali strumenti impiega. Liguori, Napoli 2010 seconda edizione riveduta.
  • John Dewey: Democrazia ed educazione: La Nuova Italia, Scandicci-FI 1949. Nuova edizione italiana, con il commento di Alberto Granese, 1992. Edizione originale: Democracy and Education (1916).
  • Remo Fornaca: Storia della Pedagogia (La Nuova Italia, Scandicci-FI 1991). In particolare il capitolo VII, § 1 (pag. 211 – 216) e § 6 (pag. 225 – 227).
  • Anita Gramigna: Manuale di Pedagogia Sociale. Armando Armando editore, Roma 2003.
  • Maria Luisa Iavarone, Vincenzo Sarracino, Maura Striano (a cura di): Questioni di pedagogia sociale. Franco Angeli, Milano 2000.
  • Emmanuel Mounier: Il personalismo (A.V.E., Roma 1964). Edizione originale Le personnalisme (1903).
  • Giovanni Reale, Dario Antiseri, Mauro Laeng Filosofia e Pedagogia dalle origini ad oggi volume 3 (Editrice La Scuola, Brescia 19861 200014), capitoli quattordicesimo ”Il Pragmatismo” (pag. 336 – 346), quindicesimo “Lo strumentalismo di John Dewey” (pag. 347-360) e venticinquesimo “Il personalismo” (pag. 495 – 504). Più la parte quindicesima “L’educazione oggi”, passim.
  • Luisa Santelli Beccegato, Pedagogia sociale. Editrice La Scuola, Brescia 2001.
  • Vincenzo Sarracino, Maura Striano (a cura di): La pedagogia sociale - Prospettive di indagine. ETS, Pisa 2001.
  • Maura Striano: Introduzione alla pedagogia sociale. Laterza, Roma-Bari 2004.
  • Sergio Tramma: Pedagogia sociale. Angelo Guerini & Associati, Milano 1999.
  • Renzo Tassi: Itinerari pedagogici del Novecento. Zanichelli, Bologna 1991. In particolare pag. 287 – 336.
  • Claudio Volpi: Crisi dell’educazione e pedagogia sociale. Lisciani e Zampetti, Teramo 1978.

Tratto da un inedito regolarmente depositato.

Per approfondimenti e sviluppi, vedi La pedagogia sociale di Franco Blezza (Liguori, Napoli 2010). Per le applicazioni professionali, si vedano le opere citate al termine.

Copyright Franco Blezza 2009. Non riproducibile senza esplicita autorizzazione dell’autore.

Testi di Franco Blezza

Testi sulla Pedagogia sociale


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Aggiornamento: 10/09/2014