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GEORGE BERKELEY (1685-1753)

I - II - III - IV - V

QUADRO CULTURALE

La filosofia moderna, che si pone per primo compito la difesa e la giustificazione della nuova scienza del Seicento, fondata sull'esperimento e sul calcolo matematico, afferma da un lato la validità del pensiero razionale capace di acribia matematica, di esattezza e verità assoluta; dall'altro l'esistenza della "materia" che influisce sui sensi ma dà il certo e non il vero. Conclusione logica ne è l'assoluto dualismo. Da qui nasce l'inevitabile problema che affligge la filosofia moderna: cioè l'unificazione del dualismo tra i modelli della ragione e l'esperienza sensibile.

Tutti i pensatori "moderni" erano quindi sotto l'influsso della cosiddetta "nuova scienza" e del cartesianismo, che, esigendo una netta distinzione fra il mondo materiale e il mondo spirituale, fra l'esteso e il pensante, aveva imposto al pensiero europeo l'impossibile problema di spiegare come mai il pensiero possa influire su cose materiali e come mai la materia possa produrre sensazioni nella nostra coscienza. Il problema, posto drasticamente dal Discours di Cartesio (1637), derivava da tutto il metodo della "nuova scienza". Già prima del 1640, con la sua nuova fisica, Hobbes era caduto vittima del dualismo: aveva cercato di superarlo con un materialismo integrale, ma il dualismo si era "vendicato" rendendo impossibile a Hobbes fondere fisica e teoria della conoscenza in uno stesso sistema filosofico. Spinoza si era rifugiato (1663 sgg.) nell'asserzione molto ambigua che la sostanza è tutto ciò che esiste di per sé, e di per sé vien concepito. Malebranche (1674) aveva senz'altro negato che la materia potesse essere causa diretta delle nostre sensazioni: soluzione immaterialistica in cui si rifugiarono molti autori prima e dopo Berkeley per sfuggire al dualismo.

Ora, poiché di solito si considera il Saggio di Locke (ideato già dal 1670 ma pubblicato nel 1690) come fonte suprema dell'empiricismo, si ritiene che Berkeley, derivando da Locke, facesse fare all'empiricismo un gran passo con il suo immaterialismo. In realtà, anche nel Saggio di Locke restavano segni dell'imperante dualismo, e molto di questo vizia soprattutto il Libro II del Saggio, in tal modo che Berkeley, per superare questi elementi contraddittori, dovette rifugiarsi in un "altro immaterialismo - che poi si rivelerà anch'esso dualistico.

Nel libro II di Locke Berkeley aveva trovata una netta, rigida distinzione fra sostanza materiale e sostanza spirituale. Aveva trovata una teoria del potere inteso sia come potere di produrre sensazioni, sia come potere di riceverle. E se finì di leggere il Saggio, vide che il libro IV (composto, forse, per primo) non si accordava con l'empiricismo programmatico del libro II; nel libro II trovò una teoria del linguaggio che non permetteva più di ridurre il pensiero a sensazioni esterne ed interne (come era necessario all'empirismo per negare l'esistenza razionalistica, cartesiana di idee innate) perché le parole indicano la nostra capacità di pensare tanto il generale (e cioè non soltanto sensazioni una diverse dall'altra) che l'astratto: possiamo cioè togliere quanti elementi vogliamo da una sensazione attuale, e continuare a pensarla. Questo fece inorridire Berkeley: come si può aver "idea" (idea = sensazione, dato l'empirismo) d'un quadrato che non sia né rosso né verde né d'altro colore?

Ma Locke doveva inchinarsi al dualismo imperante in molti altri sensi e modi. Prima di tutto nella distinzione fra qualità primarie delle cose (volume, peso, moto, ecc.) che nelle cose esistono realmente, e qualità secondarie (colore, sapore, ecc.) che sono l'effetto del potere delle qualità primarie di produrre in noi "idee" (ossia sensazioni) astrattamente soggettive, alle quali nulla di reale corrisponde fuori di noi.

D'altra parte, Berkeley trovava in Locke un'altra grave difficoltà: un ulteriore dualismo dovuto agli sviluppi, dopo la metà del Seicento, della fisica e dell'astronomia. Gli scienziati, con Newton in testa, avevano dovuto ammettere che la materia non è identificabile con l'estensione pura perché la materia in quanto materia è dotata di forza attrattiva e d'inerzia derivanti dalla "quantità" (così si diceva allora) di materia.

Quindi Locke si era trovato forzato a distinguere fra corpo ed estensione proprio nel cap. 13 di quel libro II del Saggio da cui aveva prese le mosse la riflessione speculativa di Berkeley. Ma se fosse esistito uno spazio vuoto, per definizione non percettibile (lo spazio, e tempo e moto, "assoluti" di Newton), la tesi immaterialistica, fondata sulla soggettività di tutte le nostre "idee", sarebbe stata distrutta dall'esistenza di un ente o sostanza (lo spazio, l'estensione cartesiana) che esiste benché non venga percepita in nessun modo. Quindi Berkeley deve combattere Newton (con effetti talvolta assurdi, sempre in contrasto con le ultime conquiste della scienza contemporanea) per tener in piedi proprio il suo superamento di Locke verso la negazione della materia.

ITER BIOGRAFICO E INTELLETTUALE

+ 1685 Nasce presso Kilkenny in Irlanda da famiglia anglicana di origine inglese: ma si sentì sempre irlandese. Studia prima a Kilkenny e poi a Dublino.

+ 1704 Opticks di Newton.

Muore Locke.

I QUATTRO PERIODI DELLA SPECULAZIONE DI BERKELEY

1° periodo: 1708-13

+ 1709 Saggio verso una nuova teoria della visione

+ 1710 E' ordinato sacerdote della Chiesa Anglicana.

Pubblica il Trattato sui principi della conoscenza umana, la sua opera più importante e famosa.

+ 1710: La Teodicea di Leibniz.

+ 1713 Riespone il suo pensiero e il suo Nuovo principio, "esse: percipi" nei Dialoghi tra Hylas e Philonous.

In questo periodo Berkeley è empirista, sulla scia di Locke. Respinge Malebranche col suo para-platonismo, ma lo ha letto con interesse; nega l'esistenza della materia; nega l'astrazione; sostiene il Nuovo principio: "esse: percipi"; presenta alternativamente il linguaggio ovvero la percezione divina per spiegare la permanenza e la regolarità delle idee.

+ 1713-20: Frequenti soggiorni in Italia come cappellano ed "aio".

+ 1716: Muore Leibniz.

2° periodo: 1721

+ 1721 De motu: anziché un empirismo integrale ammette la validità del raziocinio; ammette implicitamente l'esistenza della materia; conserva l'avversione a Newton ed ai suoi enti metafisici assoluti.

+ 1722(?) Decide di catechizzare le colonie americane.

+ 1726 Il parlamento concede un finanziamento per il suo progetto di evangelizzazione.

+ 1728-31 Periodo trascorso in America, a Rhode Island.

3° periodo: 1731-1734

+ 1732 Pubblica l'Alciphron. Questo libro è essenzialmente una difesa del Cristianesimo come religione rivelata. Il Deismo non è sufficiente per trasformare gli astratti principi filosofici in religione sentita e vissuta: affinché la religione operi realmente nel cuore e nelle azioni dell'uomo è necessaria la Rivelazione. Né d'altra parte è possibile una morale senza la religione, afferma Berkeley contro gli illuministi.

+ 1734 2a ed. dei Principi; 3a ed. dei Dialoghi.

Ammette (contro il 1° periodo) passività nello spirito oltre che nelle idee; decide l'alternativa del 1° periodo in favore del linguaggio divino, ma non ad ogni parola corrisponde un'idea; ammette di nuovo la materia; sviluppa un certo razionalismo contro l'empirismo precedente; riafferma ma poi nega le idee ottiche della Visione; aggiunge poche correzioni ai Principi e ai Dialoghi, soprattutto perché non può più negare che si possa aver idea degli spiriti.

+ 1739 Primo Treatise di Hume.

4° periodo: 1744 sgg.

+ 1744 Pubblica Siris, catena di riflessioni e ricerche filosofiche sulle virtù dell'acqua di catrame. In questo libro, scritto con il principale intento di decantare le proprietà terapeutiche dell'acqua di catrame, usata dagli indigeni d'America come curativo, egli giunge ad un idealismo di tipo platonico; ammette la materia; accetta alcuni aspetti della teoria di Newton (per cui ora professa grande ammirazione); si interessa dei più recenti risultati della chimica.

+ 1753 Muore ad Oxford.

ASPETTO SISTEMATICO ED ANALITICO

a) Finalità religiosa. Tutta l'opera di Berkeley si potrebbe definire col sottotitolo del suo Alcifrone: "Apologia della religione cristiana contro i cosiddetti liberi pensatori". Questo è infatti ciò che lo interessa: attraverso un esame accurato della realtà gnoseologica egli cerca di dimostrare agli uomini quanto sia falso il materialismo, anzi quanto erronea sia la posizione di chi ammette l'esistenza della materia, per far meglio risaltare lo spiritualismo, cioè Dio.

Insomma: la sua filosofia diventa un'apologetica, egli è un filosofo missionario; così come filosofo missionario volle essere Malebranche.

b) Idealismo empiristico. Soppressa la materia, si giunge all'idealismo o, meglio, all'"ideismo", cioè ad ammettere che l'unica realtà è quella delle idee e degli spiriti (Dio e le anime) che le producono. Ma per giungere a questa conclusione B. instaura un esame minuto del nostro modo di conoscere. Non dunque un idealismo che derivi da principi razionali, più o meno aprioristici, ma, al contrario, un idealismo che si basi su un ferreo aposteriori.

c) Il neoplatonismo. Tutto questo ci riporta assai vicino alla mentalità platonica: assoluto valore di Dio e delle realtà spirituali, mondo delle idee, ansia del divino, svalutazione della materia, ecc. Atteggiamento neoplatonico, quindi, che si farà sempre più evidente, a tal punto che la sua ultima opera, Siris, ne diventa quasi il manifesto.

L'immaterialismo o "ideismo" empiristico

Innestandosi nell'ormai conosciuta secolare tradizione inglese, Berkeley sostiene il nominalismo: anzi, secondo lui, le "idee astratte" o universali costituiscono la causa maggiore di errore ed incertezza in filosofia. Le nostre idee non possono essere che particolari. Ad esempio è impossibile pensare un uomo senza pensarne anche le sue particolari caratteristiche fisiognomiche.

Ma allora: da dove ci proviene l'illusione delle idee astratte? Dal fatto -dice Berkeley- che noi prendiamo un'idea particolare come "segno" di altre idee particolari affini a quella e di questo segno facciamo, appunto, come un'idea universale. Fatto psicologicamente spiegabile, ma logicamente errato.

Le premesse dell'ideismo berkeleyano sono già nella sua prima opera Saggio di una nuova teoria della visione. In essa B. tende a dimostrare che sia l'estensione che la distanza sono fatti soggettivi, cioè percepiti in un certo modo a causa della nostra particolare conformazione psicofisica e non perché esistano realmente nel mondo.

Con la distanza è connessa l'estensione e con l'estensione le qualità secondarie. Mentre Cartesio, Galilei ed altri avevano soggettivizzato soltanto queste ultime, B. soggettivizza anche le qualità primarie e la stessa condizione di esse, cioè la distanza o lo spazio (per questo polemizza con lo spazio ed il tempo assoluti di Newton). Questa era la conclusione inevitabile del suo antiastrattismo: se è vero che io non posso immaginare alcunché di astratto, e tanto meno l'estensione, la forma ed il moto dei corpi, cioè le loro qualità primarie, astratte dalle altre qualità sensibili (=le qualità secondarie), ed essendo queste ultime solo "nella nostra mente", quindi soggettive, anche le qualità primarie saranno tali (Vedi Trattato sui principi della conoscenza umana).

La critica al concetto di sostanza materiale

E' chiaro che con queste premesse doveva essere negata anche la sostanza materiale. Berkeley lo fa con un particolare impegno, perché ammettere la sostanza materiale sarebbe stato per lui ricadere nell'aborrito "materialismo". Berkeley, quindi, non si rifugia nel prudente agnosticismo (?) lockiano, ma prende decisamente posizione, (Vedi Enciclopedia: puntualizzazioni sull'immaterialismo di Berkeley) negando che sia possibile concepire un substrato ignoto che "sostiene" l'estensione con i suoi "accidenti", cioè con le sue qualità sensibili, e che sia immaginabile come esistente al di fuori di esse.

"Esse est percipi"

Ma, sbarazzato così il campo dall'ingombrante "materia", come si spiega l'origine delle nostre idee? Sono pure illusioni soggettive? E non esiste alcun essere? Per Berkeley l'essere esiste, ma esso è la stessa idea o, come dice con formula famosa, "esse est percipi". Il valore di questa formula, che riassume il sistema berkeleyano è il seguente: Io non posso ammettere l'essere di una cosa se non nel momento in cui la percepisco; anzi, tutto l'essere di una cosa è, per me, soltanto nell'essere percepita, nella sua idea. Io, insomma, non arrivo alla realtà della cosa, ma soltanto alla sua idea: "l'esse" delle cose è un "percipi" e non è possibile che esse possano avere una qualunque esistenza fuori delle menti. Insomma: ciò che conosciamo delle cose sono le idee. Ma, appunto, le idee non sono le cose. Per cui: tutto l'essere dell'essere per noi è nell'essere percepito. Tuttavia, questa conclusione nulla toglie alla consistenza della nostra vita e della nostra attività in questo mondo, in quanto tutto rimane come se realmente esistesse. Cioè per Berkeley "v'è una rerum natura, e la distinzione tra realtà e chimere conserva tutta la sua forza".

L'io e Dio

Ma se Berkeley ha negato l'esistenza delle sostanze materiali, non nega davvero l'esistenza di quelle spirituali; anzi egli nega le prime per meglio stabilire l'esistenza ed il valore delle seconde.

L'esistenza dell'io è stabilita prima di tutto per il fatto che, se l'"esse est percipi" ci deve essere necessariamente un soggetto che percepisce. Siccome "noi avvertiamo una successione incessante di idee", deve esserci "una causa di queste idee, una causa dalla quale tutte dipendono e che le produce e le muta". Non potendo essa stessa essere un'idea o una loro combinazione, deve allora essere una sostanza, ma non certo una sostanza corporea e materiale, ma una incorporea ed attiva, cioè lo spirito.

C'è poi un'altra considerazione che porta a fondare sia l'esistenza dell'io che quella di Dio. Ed è la natura delle idee stesse. Alcune idee, infatti, ci appaiono "libere", cioè frutto della nostra attività, suscitate a piacere o, ad ogni modo, create da noi; altre, invece, ci sono come "imposte". Queste ultime sono le "idee percepite attualmente dai sensi", che non dipendono dalla nostra volontà: "quando apro gli occhi alla piena luce del giorno, non posso scegliere di vedere o di non vedere". Quindi certe idee non sono prodotto della nostra volontà, ma è Dio che, attraverso i sensi, imprime in noi le idee, producendole nel nostro spirito.

L'azione divina non si limita a produrre tali idee nella nostra mente, ma le produce con tale regolarità e organicità che si possono chiamare e sono "leggi di natura".

Così Berkeley ha conseguito il suo scopo: dimostrare che esistono soltanto sostanze spirituali, che tutto dipende Da Dio e, per conseguenza, che l'ateo non ha più alcuna ragione "per sostenere la sua empietà". Il materialismo è per Berkeley l'origine dell'ateismo, come per Malebranche la causalità attribuita alle creature era paganesimo; l'immaterialismo (termine coniato da Berkeley) è per Berkeley la migliore difesa della religione, come per Malebranche lo era l'occasionalismo.

Così anche la scienza è ridotta ad un puro studio dei fenomeni che sono le "idee". La scienza è come la decifrazione del linguaggio di Dio, "la grammatica di quel linguaggio divino" che sono le idee.

Angelo Papi

Testi di Berkeley

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015