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SEVERINO BOEZIO

Giuseppe Bailone

Nato a Roma intorno al 480, completa la sua formazione culturale ad Atene e ricopre importanti incarichi alla corte di Teodorico, ispirando una politica di sintesi fra mondo romano e mondo germanico.

Si propone di tradurre in latino tutte le opere di Platone e di Aristotele, convinto, secondo l’insegnamento neoplatonico, di un profondo accordo tra le due filosofie, ma, accusato di tradimento viene messo a morte nel 524. Dell’ambizioso progetto realizza solo la traduzione dell’Organon (gli scritti di logica) di Aristotele e la composizione di commentari alle opere logiche di Aristotele e all’Isagoge di Porfirio. Di lui ci sono rimasti anche trattati di matematica di musica e di teologia.

Il suo lavoro sulla logica aristotelica, in particolare sul tema degli universali, commentando l’Isagoge di Porfirio, imposta una questione che in età medievale sarà al centro di accesi dibattiti.

La questione è apparentemente semplice.

Noi indichiamo le cose con nomi propri e con nomi comuni. Quando usiamo nomi propri non ci sono problemi: con un nome indichiamo una cosa; al singolare del nome corrisponde una cosa singolare. Quando usiamo nomi comuni al plurale neppure si pongono problemi: al nome plurale corrispondono cose plurali (ad esempio, quando parliamo degli uomini ci serviamo di un nome plurale per indicare una pluralità di esseri, gli uomini reali appunto). Il problema si presenta quando usiamo il nome comune al singolare e parliamo, ad esempio, di uomo, di cavallo, di animale: in questo caso con un nome singolare indichiamo una pluralità di cose, con un solo segno raccogliamo molte cose, una totalità di cose, un mondo di cose, un universo di cose. Per questo, nomi così usati si chiamano universali: con essi si definiscono universi di cose.

Per svolgere questa loro funzione di allineamento di molte cose in un solo senso, i nomi universali a che cosa si riferiscono?

Certo si riferiscono all’universo che indicano. Il nome uomo indica l’universo umano, il nome animale indica l’universo animale, ma l’universo umano è fatto di tanti uomini singolari, l’universo canino è fatto di tanti cani singolari.

C’è nei tanti singoli enti che mettiamo insieme in un universo qualche cosa di universale, di comune a tutti gli enti singoli, che giustifica il loro nome universale? E se c’è dove sta? Nelle cose particolari o separato da esse?

Le possibili risposte le aveva già indicate Porfirio, parlando dei termini usati per indicare i generi e le specie: “Intorno ai generi e alle specie, non dirò qui se sussistano oppure siano posti soltanto nell’intelletto; né, nel caso che sussistano, se siano corporei o incorporei, se separati dalle cose sensibili o situati nelle cose stesse ed esprimenti i loro caratteri comuni”.1

Se Porfirio non aveva indicato una soluzione, Boezio propende per una soluzione che risente delle concezioni metafisiche e logiche di Aristotele, ma anche stoiche. Per lui i termini universali non indicano realtà autonome, separate dalle cose singole, ma, ciò che è comune a molte cose: il termine uomo, ad esempio, non indica una sostanza uomo universale ed esistente autonomamente, ma ciò che hanno in comune tutti gli uomini individuali. Come insegnava Aristotele, l’intelletto coglie nelle sostanze prime individuali la forma comune universale, ciò che gli uomini, ad esempio, hanno in comune e ne fa dei pensieri che, in quanto pensieri, esistono in sé.

Gli universali, quindi, esistono come pensieri che fanno riferimento a cose realmente esistenti.

Dopo Boezio, anche le altre possibili soluzioni prospettate da Porfirio trovano sostenitori. Viene lasciata cadere quella che concepisce gli universali come realtà corporee, ma ne compare una da Porfirio non prevista: l’universale non esiste neppure nell’intelletto, è soltanto un nome, un flatus vocis, un soffio di voce.

Ecco, allora, le diverse soluzioni medievali al problema degli universali:

  1. all’unità universale del nome corrisponde l’unità universale reale, incorporea e separata dalle cose particolari;
  2. l’unità universale è reale ma interna alle cose particolari;
  3. all’unità universale del nome non corrisponde l’unità universale reale, ma solo la molteplicità degli enti singoli;
  4. all’unità universale del nome corrisponde un’unità universale concettuale, un pensiero e non solo un nome.

Per le prime due soluzioni si parla di realismo, per la terza di nominalismo, per la quarta di concettualismo. Il realismo della prima soluzione si rifà a Platone, quello della seconda ad Aristotele.

Prima di morire, in carcere a Pavia, Boezio scrive la Consolazione della filosofia, uno dei testi più letti e commentati in età medievale. In esso personifica la Filosofia che lo visita in cella e gli parla della fortuna, della libertà umana, del bene e del male, della prescienza divina. La tesi di fondo dell’opera è che il mondo non è in balìa del caso ma è governato dalla divina provvidenza. E’ vero che le cose sembrano avere un corso assurdo, che i malvagi sembrano premiati dalla sorte e i buoni abbandonati a un destino perverso, ma, in realtà, le vicende hanno un ordine e la provvidenza divina utilizza spesso anche i mali per ricavarne bene. Per capire l’ordine che regna nel mondo non ci si deve fermare a considerare i singoli fatti, né fermarsi a quelli che ci toccano pesantemente, ma bisogna guardare al tutto in cui sono inseriti e tenere presente l’assoluta bontà di Dio. Alla luce del tutto, della sua armonia e di Dio, anche i mali assumono un significato positivo e, grazie alla potenza della provvidenza divina, si trasformano in beni.

Parlando di Dio come sommo bene, Boezio elabora un ragionamento che, sviluppato poi da Anselmo d’Aosta, verrà chiamato “prova ontologica” dell’esistenza di Dio. Sostiene, infatti, che Dio esiste perché non si può concepire nulla di migliore di Dio. Presupposto di questo ragionamento è il principio neoplatonico che la causa è anteriore e superiore ai suoi effetti: se Dio non fosse bene perfetto, di cui non si può pensare nulla di migliore, si potrebbe pensare un bene a lui superiore e quindi Dio non potrebbe essere pensato come causa di tutte le cose; ma, così il rinvio a ciò ch’è superiore può andare all’infinito, con la conseguenza di non trovare una causa prima delle cose. Ma questa conseguenza è per Boezio e per i suoi maestri inaccettabile. Si deve, pertanto, riconoscere che Dio è il bene perfetto, di cui non si può pensare nulla di migliore.

Note

1 Porfirio, Isagoge, 1.


Fonte: ANNO ACCADEMICO 2009-10 - UNIVERSITA’ POPOLARE DI TORINO

Torino 3 aprile 2010

Giuseppe Bailone ha pubblicato Il Facchiotami, CRT Pistoia 1999.

Nel 2006 ha pubblicato Viaggio nella filosofia europea, ed. Alpina, Torino.

Nel 2009 ha pubblicato, nei Quaderni della Fondazione Università Popolare di Torino, Viaggio nella filosofia, La Filosofia greca.

Due dialoghi. I panni di Dio – Socrate e il filosofo della caverna (pdf)

Plotino (pdf)

L'altare della Vittoria e il crocifisso (pdf)

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015