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NIKOLAI BUCHARIN

I - II

Nikolaj Ivanovič Bucharin

Nikolai Bucharin, 50 anni dopo esser caduto vittima delle purghe staliniane, è stato riabilitato dalla perestrojka gorbacioviana nel febbraio 1988, allorché il plenum della Corte suprema della ex-URSS ha respinto la sentenza che lo accusava di aver partecipato al cosiddetto "blocco antisovietico dei trotskisti di destra". Non si è trattato semplicemente del riconoscimento di un gravissimo errore giudiziario, ma anche, in positivo, del tentativo di far comprendere all'umanità la necessità di distinguere la lotta ideologica da quella politica, le idee dagli uomini che le professano, ma anche del tentativo di far comprendere che nella storia esistono sempre diverse alternative nei cui confronti si gioca la libertà degli uomini, e che quella risultata alla fine vincente non per questo va considerata la migliore.

Nel momento in cui Bucharin fu chiamato a svolgere un ruolo più significativo nella lotta che andava svolgendosi in seno al partito negli anni '20 e '30, egli aveva una considerevole esperienza politica. Già durante la rivoluzione russa del 1905-907, egli aveva aderito alle manifestazioni antigovernative e al Posdr (così il Pcus di allora). Lavorava come agitatore e organizzatore a Mosca. Dopo essere stato più volte arrestato, fu inviato in esilio, da dove riuscì a evadere, emigrando in Polonia. Nell'autunno 1912 conobbe a Cracovia Lenin, il quale lo convinse a lavorare per i circoli socialisti russi di Vienna. Proprio a quell'epoca egli cominciò a maturare un forte interesse per l'economia.

Durante la Ia guerra mondiale, Bucharin si trovava su posizioni diverse da quelle di Lenin relativamente alla questione dello Stato e del diritto delle nazioni all'autodeterminazione, in quanto l'uno privilegiava la lotta per la democrazia, l'altro quella per il socialismo. Lenin tuttavia non dava molta importanza a tali divergenze, ritenendole non fondamentali.

Nell'ottobre 1916 Bucharin lasciò l'Europa per gli Stati Uniti. A New York iniziò a collaborare attivamente per il giornale The New World. Lenin era pienamente soddisfatto della lotta che allora Bucharin conduceva contro Trotski. Fu solo dopo la rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917 ch'egli rientrò in Russia. Nell'agosto successivo venne eletto membro del C.C. al VI congresso del partito bolscevico. In quel momento egli s'opponeva a coloro che esitavano sulla necessità d'una insurrezione armata contro il Governo provvisorio di Kerenski. Infatti, dopo la rivoluzione d'ottobre a Leningrado, fu tra i capi dell'insurrezione di Mosca.

Nel 1918 assunse una posizione errata a proposito della pace con la Germania: contro essa sosteneva l'esigenza d'una guerra rivoluzionaria. Più tardi però ammise d'essersi sbagliato. Nel contempo, egli svolgeva un lavoro assai proficuo in qualità di capo-redattore della Pravda, organo centrale del partito. Si può dire, nel complesso, che negli anni 1919-20 le concezioni di Bucharin si caratterizzavano per un "romanticismo rivoluzionario" assai marcato e per una concezione politica gauchiste. In un certo senso egli personificava lo spirito del "comunismo di guerra", che allora albergava in tutti i membri del partito.

Il "comunismo di guerra" -come noto- forzatamente adottato in seguito alla guerra civile e alla crisi economica, consisteva in una mobilitazione di tutte le forze e risorse per la difesa. Suoi elementi essenziali furono: la nazionalizzazione dell'intera grande e media industria, nonché di una buona parte delle piccole imprese, la massima centralizzazione della direzione della produzione industriale e della distribuzione, la cessione obbligatoria allo Stato, da parte dei contadini, a prezzi fissi, di tutte le eccedenze di grano e di altri prodotti che superassero le norme stabilite per il consumo personale e per i bisogni economici, l'interdizione del commercio privato, l'approvvigionamento alimentare pianificato della popolazione e il livellamento dei salari.

Proprio nel 1920 apparve L'economia del periodo di transizione, l'opera di Bucharin che meglio generalizzava e assolutizzava la prassi politica ed economica del suddetto comunismo, il cui valore avrebbe solo dovuto essere transitorio. Non era quello il libro che avrebbe potuto introdurre la Nuova Politica Economica (NEP) che lo Stato sovietico applicò dal 1921 al 1929. Come noto, la NEP voleva essere l'antitesi del "comunismo di guerra": essa infatti autorizzava il commercio privato, le piccole imprese capitalistiche sotto rigoroso controllo dello Stato, sollecitava l'industria statale all'autonomia finanziaria, trasformava le cessioni del surplus agricolo in imposte in natura. L'essenza di quest'ultima innovazione consisteva nel fatto che il contadino, dopo la consegna della prestabilita imposta in natura, poteva amministrare liberamente il prodotto della sua azienda. Naturalmente tale imposta era inferiore alle consegne obbligatorie. Fu questa politica economica che consolidò le basi economiche dell'alleanza tra operai e contadini, che sviluppò non solo i legami dell'industria socialista con la piccola produzione agricola, usando i rapporti mercantili-monetari, ma anche le leve economiche nella gestione dell'economia.

Nei più recenti studi della suddetta opera economica, spesso si critica Bucharin per aver fatto della "coercizione extraeconomica" il principale metodo di costruzione del socialismo. Con ciò tuttavia si dimentica di sottolineare il radicale mutamento di posizione di Bucharin dopo il passaggio alla NEP, nonché il fatto che lo stesso Lenin tendeva a condividere l'uso di tale coercizione (a condizione naturalmente che l'autore ne fosse il proletariato). Altri piuttosto erano gli errori segnalati da Lenin: scolasticismo e antidialetticità. Ma forse il conflitto maggiore tra Lenin e Bucharin fu quello degli anni '20-'21, allorché Lenin impedì che i sindacati si staccassero dal partito, temendo l'indebolirsi di quest'ultimo, appena uscito dalla durissima lotta contro gli interventisti stranieri e le guardie bianche.

Bucharin, insieme ad altri gruppi frazionisti, era dell'avviso che la democrazia politica e lo sviluppo produttivo avrebbero tratto beneficio dall'autonomia dei sindacati, poiché la politica del "comunismo di guerra" aveva scontentato tutti. Il X Congresso del Pc(b) (marzo 1921) pose fine al dibattito emanando due importanti risoluzioni: una, politica, sull'unità del partito, con cui si vietava qualsiasi attività frazionistica; l'altra, economica, sull'imposta in natura, che costituì il fondamento della NEP. Tuttavia, nonostante questo conflitto teorico, non ci fu mai alcuna rottura fra Lenin e Bucharin. Significativo è inoltre il fatto che tutto quanto sarà rimproverato a Bucharin, al tempo del processo staliniano, non troverà alcun riscontro nella polemica con Lenin.

Gli anni 1921-27 vedono l'ascesa politica di Bucharin. Nel 1924 viene eletto membro dell'ufficio politico e gli si affidano posti di responsabilità non soltanto nel C.C. ma anche nel C.C. esecutivo (che è stato il più importante organo statale dal 1922 al 1936), nonché nel comitato esecutivo dell'Internazionale comunista. Egli inoltre faceva parte dello staff del Komsomol, del consiglio centrale dei sindacati e di vari comitati scientifici e culturali (ad es. capo-redattore della Pravda, poi della rivista Bolschevik, ecc.). Sovente rappresentava il partito all'estero.

Dopo la morte di Lenin egli s'impegnò nel partito, a fianco di Stalin, contro le idee di Trotski, Zinoviev e Kamenev. Bucharin si lanciò in una polemica così accanita che spesso restava completamente sordo agli argomenti sensati dei suoi avversari. L'intransigenza ideologica tendeva a trasformarsi in una sorta di antipatia personale. Stalin, che Trotski accusava, non senza ragione, di "centralismo senza princìpi", seppe approfittare della situazione per imporre le sue concezioni politiche, estromettendo prima Trotski, poi Zinoviev e Kamenev dalla direzione del partito. In seguito la storia si preoccuperà di dimostrare che molte delle concezioni teoriche di Stalin erano più vicine a quelle di Trotski che non a quelle di Bucharin.

Gli anni '20 furono per Bucharin un periodo di grande attività teorica. Rivedendo alcune sue posizioni, egli sviluppò l'idea leniniana dell'alleanza operaio-contadina come fondamento del potere sovietico e condizione obbligata della costruzione del socialismo. Egli inoltre fu uno dei primi a porre la questione del contributo teorico di Lenin al marxismo. In particolare egli cercò di sviluppare ulteriormente il concetto di NEP, in funzione delle concrete condizioni degli anni '20. Nel libro La via al socialismo e l'unità operaio-contadina (1925), egli tenta di fondare teoricamente la costruzione del socialismo sulla base della NEP, riprendendo le idee di Lenin sulla necessità di misure transitorie per condurre al socialismo un paese in cui dominava la piccola proprietà contadina. In tal senso egli condivideva pienamente l'idea di Lenin secondo cui il socialismo doveva essere "un sistema di cooperatori civilizzati". Ciononostante lo schema di Bucharin presentava una lacuna di non poco conto, in quanto la sua concezione si basava sull'idea che la NEP avrebbe perso progressivamente ogni ragion d'essere e che il socialismo si sarebbe radicato lentamente nel paese, senza salti qualitativi né transizioni rivoluzionarie. Oggi si è addirittura arrivati a credere che tali "salti" sono indispensabili per lo sviluppo di tutto il socialismo e non solo del suo periodo di transizione.

Quando uscì il libro di Bucharin, si stava scatenando un'aspra lotta politica in seno al partito, a causa della contraddittorietà di certe decisioni prese in precedenza. Da un lato infatti si prospettava l'ulteriore sviluppo della NEP "classica" attraverso l'estensione dei rapporti mercantili-monetari, il libero scambio, il permesso di assumere manodopera, di prendere o cedere in affitto, la soppressione dell'imposta in natura e l'organizzazione delle forniture alimentari cittadine su basi mercantili. Misure queste destinate a favorire le iniziative individuali e quindi l'industrializzazione del paese. Dall'altro lato però, il partito si cominciava a chiedere come conciliare questa libertà della piccola produzione con gli obiettivi dell'industrializzazione. Nel 1925 il problema veniva praticamente regolamentato dallo scambio non equivalente fra la città e la campagna. Ma un'economia equilibrata non poteva tollerare questo pompaggio di risorse, anche perché il partito era costretto a ricercare compromessi sempre più complicati.

Di fatto le linee programmatiche degli anni 1925-27 si basavano sulla concezione di Bucharin, secondo cui i colcos non erano il mezzo principale per arrivare al socialismo. Di qui il ritardo della cooperazione produttiva agricola rispetto all'inizio dell'industrializzazione del paese, la mancata soluzione del problema cerealicolo e la necessità di far entrare il paese nella tappa storicamente inevitabile del socialismo attraverso -come dirà più tardi lo stesso Bucharin- "la porta delle misure straordinarie". È significativo però che sin dal 1926-27 Bucharin comincerà ad abbandonare l'idea dello sviluppo economico lento e regolare, prospettando invece cadenze più rapide. Egli cioè riconosceva alcuni limiti nella politica lanciata nel 1925.

Al XV congresso del partito (dicembre 1927) la direzione presenta un programma unanime per una graduale "ricostruzione" della NEP, volto a una maggiore applicazione della cooperazione produttiva e pianificata, e volto anche a un'offensiva più vigorosa contro gli elementi capitalistici urbani e rurali. Tuttavia, la direzione non fece alcun cenno al grave problema dello stoccaggio dei cereali. Ma dopo alcuni mesi dal congresso, la crisi della situazione internazionale e delle forniture di grano indussero l'ufficio politico a esercitare pressioni amministrative e giudiziarie a carico dei kulaki (contadini ricchi) e dei contadini medi, affinché provvedessero a rifornire di grano le città. La decisione venne presa da tutti i membri della direzione, fra cui Rykov (ministro degli interni), Tomski (leader dei sindacati), Bucharin e Stalin. Quest'ultimo, in particolare, era sempre più convinto che non si poteva più effettuare il pompaggio o pensare di risolvere il problema dei cereali con l'aiuto dei meccanismi tradizionali della NEP. Egli cioè si rendeva conto che il ricorso esclusivo a misure eccezionali, nei confronti della proprietà contadina individuale, avrebbe comportato inevitabilmente un calo del volume della semina e dei cereali destinati alla vendita. Ecco perché Stalin escogitò l'idea di costruire coattivamente i colcos (azienda collettiva), quali nuovo canale di pompaggio, sviluppando parallelamente aziende cerealicole di tipo sovcosiano (statale).

All'inizio nessuno dell'ufficio politico protestò contro questa nuova forma di pompaggio. Si discuteva soltanto delle sue modalità e dei limiti. Sarà all'inizio del giugno 1928 che Bucharin scriverà una lettera a Stalin sostenendo che la costruzione dei colcos non avrebbe potuto far uscire il paese dalla crisi in un lasso di tempo molto breve, anche perché lo Stato non era in grado di fornire immediatamente ai colcos i capitali e i materiali necessari. Egli in pratica rimproverava a Stalin una politica improvvisata, troppo empirica e, col pretesto di misure eccezionali, assai diversa dalla linea del XV congresso.

Per Bucharin, in sostanza, la questione si poneva nei termini seguenti: non essendo i colcos in grado di fornire sufficiente grano, nell'immediato, occorreva rilanciare le aziende individuali, normalizzando i rapporti coi ceti rurali. Stalin era invece di tutt'altro avviso: fino a quando i colcos non sarebbero stati in grado di risolvere il problema cerealicolo, egli riteneva indispensabile ricorrere alle misure straordinarie. A quel tempo il principale disaccordo fra i due riguardava meno le questioni dei ritmi di sviluppo o quella di saper se bisognava o no creare dei colcos, e molto più la questione di sapere come gestirli, in quanto che essi non erano ancora in numero sufficiente e non producevano grano.

Nel luglio 1928, al plenum del C.C., Stalin avanza la sua teoria del "tributo", cioè di una soprattassa a carico dei contadini, cui si era momentaneamente costretti -a suo giudizio- "per mantenere e accelerare gli attuali ritmi dello sviluppo industriale". Bucharin non si oppose al pompaggio né alla sottrazione di una parte della produzione agricola a beneficio dell'industria pesante, anche se auspicava l'uso di una grande moderazione.

In sintesi: Stalin riteneva che lo scambio non equivalente (tra industria e agricoltura) e il mercato fossero due cose incompatibili, in quanto il secondo ostacolava il primo. Bucharin invece sosteneva che il pompaggio delle risorse agricole dovesse effettuarsi attraverso i meccanismi di mercato, sulla base delle aziende individuali, per un periodo di tempo piuttosto lungo. In altre parole, Bucharin non negava che i colcos e i sovcos fossero lo strumento più adatto a questo pompaggio: il problema, per lui, era ch'essi non potevano fornire immediatamente allo Stato i cereali destinati alla vendita. Chi dei due aveva ragione? Né l'uno né l'altro. Da un lato infatti era assurdo pensare -e Bucharin più tardi lo comprenderà- che attraverso il mercato privato fosse possibile travasare le risorse delle aziende agricole individuali nell'industria pesante, dall'altro era altrettanto evidente che il ricorso a misure eccezionali avrebbe compromesso l'alleanza operaio-contadina, mettendo il Paese sull'orlo della guerra civile. Soltanto lo sforzo di una riflessione collettiva avrebbe permesso di elaborare un programma costruttivo per il periodo in cui i colcos non erano ancora in grado di fornire la quantità necessaria di cereali. E comunque il plenum del C.C. nel luglio 1928 decise a maggioranza di sottoscrivere l'appello alla prudenza lanciato da Bucharin, Rykov e Tomski.

Nella pratica, tuttavia, le cose andarono ben diversamente, in quanto era il discorso di Stalin sul "tributo" che in ultima istanza portava avanti la politica del partito. Di fronte a questa contraddizione, Bucharin cercò di reagire nell'autunno 1928, segnalando che la situazione economica stava alquanto peggiorando. Al plenum del C.C. di novembre egli riuscì a far adottare una risoluzione comune avente come punto fondamentale il riconoscimento che i contadini poveri e medi andavano incoraggiati. Ma la risoluzione, benché votata all'unanimità, venne ben presto dimenticata, col risultato che alla fine del '28 il Paese era piombato in una terribile crisi cerealicola. I debiti con l'estero non potevano più essere pagati. S'imposero immediatamente il razionamento del pane e i tagli all'import. Tutti i programmi produttivi rischiavano di fallire.

Il 30 gennaio 1929, ai membri dell'ufficio politico e il 9 febbraio al presidium del commissione centrale di controllo del partito, Bucharin, Rykov e Tomski dichiarano che il dualismo fra la prassi e le decisioni prese dal partito dipendono dalla posizione personale di Stalin, il quale avendo accumulato dei poteri straordinari, ne usa in modo arbitrario. Stalin viene accusato di "etichettare le persone" e di nascondere la verità delle cose, ma neppure i suoi collaboratori vengono risparmiati. In particolare, l'ala buchariniana sostiene di non aver mai contestato le decisioni ufficiali del partito e ch'essa si batteva soltanto contro le deformazioni imposte a queste decisioni da Stalin e dal suo staff, ovvero contro le misure eccezionali e contro il fatto di mettere Stalin e il partito sullo stesso piano. Infine si chiedeva di non considerare questo attacco a Stalin come un attacco a tutto il partito. "Noi pensiamo -scriveva il gruppo di Bucharin- che il compagno Stalin dovrebbe seguire il consiglio (assai saggio) dato da Lenin, rispettando il principio della collegialità. Noi riteniamo che chiunque debba poter criticare il compagno Stalin, come ogni altro membro dell'ufficio politico, senza paura di passare per un 'nemico del popolo'". Un'esigenza, come si può facilmente notare, che non poteva certo far pensare ad ambizioni di potere personale da parte di Bucharin.

Nel suo discorso al plenum del C.C. d'aprile 1929, Bucharin accusa Stalin d'aver preso delle misure contro tre membri dell'ufficio politico, al fine di discreditarli pubblicamente, senza che vi fosse alcun giudizio emesso dall'organo politico competente. Oltre a ciò Bucharin critica la concezione staliniana secondo cui la lotta di classe s'inasprisce in rapporto ai progressi della società socialista. Con questa teoria infatti (che Stalin formulò nel luglio 1928) si poteva giustificare il ricorso alle "misure straordinarie". Essa in pratica confondeva, a giudizio di Bucharin, due cose differenti: "un periodo momentaneo di acuta lotta di classe con il corso generale dello sviluppo".

Il pensiero di Bucharin intanto evolveva verso la convinzione che le difficoltà non stavano nei ritmi accelerati dell'industrializzazione, in quanto tali ritmi avrebbero potuto essere ancora più sostenuti se si fosse pensato di più a sviluppare l'agricoltura, proteggendo in modo particolare la produzione cerealicola. Queste difficoltà tuttavia risalivano in gran parte alle decisioni del 1925. Se il problema cerealicolo s'era imposto in termini così acuti, ciò in parte era dipeso dal fatto che si era deciso di industrializzare il Paese puntando a valorizzare le aziende individuali contadine e non la cooperazione produttiva. I colcos, creati per risolvere il problema cerealicolo, offrivano appunto la possibilità di una rapida industrializzazione. A questa conclusione Stalin era arrivato nel gennaio 1928, senza l'aiuto di Bucharin: cosa che se si fosse verificata prima, in una situazione diversa, avrebbe reso inutile l'adozione di misure straordinarie, mentre Bucharin, dal canto suo, non avrebbe pagato le conseguenze della politica che lui stesso aveva promosso nel 1925.

Nell'aprile 1929, Bucharin constata che il piccolo produttore non vende più il suo grano ma lo consegna allo Stato e che, di conseguenza, il mercato fra città e campagna è stato rotto. L'introduzione di misure straordinarie e la forzata concessione di grano allo Stato avevano avuto un effetto assai demotivante sulla produzione individuale. La moneta era in corso di svalutazione, non esistevano incentivi di sorta, le pressioni amministrative aumentavano e anzi di diversificavano, i tentativi di combinare lo sviluppo degli scambi con i nuovi legami economici fra città e campagna fallirono del tutto. Il principale problema di gestione consisteva nel fatto che elementi moderni di regolazione economica si trovavano ad essere affiancati da misure eccezionali incompatibili con la NEP.

Poggiando su quest'analisi, Bucharin elaborò un programma alternativo. Egli suggerì d'importare il grano, di rinunciare definitivamente alle misure straordinarie, di ristabilire la legalità rivoluzionaria, di servirsi dei prezzi come mezzo di regolazione e d'intensificare la produzione agricola. Oltre a ciò, egli sosteneva che i prezzi d'acquisto del grano dovevano essere flessibili e non rigorosamente fissati, in quanto andavano rapportati all'andamento della stagione e alle diverse zone regionali. Non una parola però contro lo scambio iniquo tra città e campagna, contro il pompaggio delle risorse agricole.

Tale progetto non venne approvato dalla maggioranza dei membri del C.C. Essenzialmente a causa del primo punto, quello su cui Bucharin era irremovibile. La sua proposta d'importare il grano venne percepita come un passo indietro, privo di sbocchi per il futuro. In effetti, la questione principale era quella di scegliere non fra l'import del grano e le misure eccezionali, ma fra tale import e l'industrializzazione, e la direzione del partito non aveva dubbi sulla necessità di favorire la seconda strada. L'atteggiamento intransigente di Bucharin su questo aspetto, indusse la direzione a rifiutare tutte le sue proposte, compresa quella, così importante, del rispetto della legalità rivoluzionaria. Nonostante ciò si decise lo stesso di confermare la sua presenza nell'ufficio politico.

Malgrado la natura controversa del programma di Bucharin e la polemica che sollevò, la maggioranza dei membri del C.C. mostrò buon senso, e Bucharin rispettò la loro volontà, ammettendo la possibilità di una rapida industrializzazione. D'altra parte sia il plenum del C.C. che la XVI conferenza del partito riconoscevano nell'aprile 1929 l'esistenza simultanea di ritmi elevati dell'industrializzazione e di ritmi relativamente modesti della collettivizzazione. L'ala buchariniana apprezzò, come tutto il partito, alla fine del '29, i risultati raggiunti nel campo dei lavori pubblici e del movimento colcosiano. Ma, nonostante queste valutazioni convergenti, Bucharin, Rykov e Tomski continuarono a proclamare l'inammissibilità delle misure straordinarie. Purtroppo, appoggiando Stalin su tale questione, il C.C. commise un errore fatale, di cui si renderà conto solo molto tempo dopo.

Fino al novembre 1929 le esitazioni dei membri del C.C. fecero sì che il gruppo buchariniano continuasse a giocare il ruolo di contrappeso politico allo stalinismo emergente. Ma con la sconfitta di questo gruppo e la sua esclusione dall'ufficio politico, cominciarono a moltiplicarsi gli abusi nelle campagne e le violazioni dei princìpi leninisti riguardanti i rapporti coi contadini. Iniziò così il terrore degli anni '30.

A partire dal novembre 1929 la biografia politica di Bucharin diventa incerta. Gli odierni tentativi degli storici sovietici di utilizzare i testi degli ultimi interventi di Bucharin suscitano non poche perplessità. Alcuni addirittura ritengono che il Bucharin degli anni '30 fu un uomo distrutto, che si sforzò come meglio poteva di accontentare Stalin, ma questa interpretazione è troppo semplicistica per essere vera. In realtà Bucharin, oltre che svolgere assai attivamente il suo ruolo di dirigente politico, di capo-redattore delle Izvestia, di accademico e di economista, esercitava ancora molta influenza su non pochi membri del C.C. Quest'ultimi, convinti che l'autocritica di Bucharin fosse sincera, desideravano la sua riabilitazione politica.

Ma quando si produsse il "grande balzo in avanti", accompagnato da enormi perdite e sacrifici, e il partito cominciò a porsi la domanda se mantenere le misure eccezionali, contro cui aveva protestato Bucharin nel '29, oppure se normalizzare la vita socio-economica, scoppiarono ben presto nuove furenti polemiche. Bucharin si fece portavoce della normalizzazione ed elaborò un orientamento generale al plenum del gennaio 1933. Gli "umori" dei dirigenti sembravano essergli favorevoli. Bucharin riconobbe che il primo piano quinquennale, nonostante alcuni forti limiti, aveva conseguito molti importanti obiettivi: l'URSS era diventata "un nuovo Paese". La concezione economica che Bucharin aveva del socialismo consisteva nel favorire un'economia di mercato pianificata, in cui il commercio, posto su basi nuove, giocasse un ruolo fondamentale (ad es. gli incentivi nell'agricoltura andavano salvaguardati anche se regolamentati). Nel contempo, più ancora di Rykov e di Tomski, egli sostenne che Stalin, con la sua ferma volontà, si era conquistato il diritto di dirigere anche in futuro il processo storico-politico del Paese. Parole, queste, che potevano anche lasciar pensare che Bucharin volesse restare nell'ufficio politico, per continuare a influire sugli avvenimenti. Solo molto più tardi però ci si accorgerà che con esse egli aveva incoraggiato, senza volerlo, la nascita del culto della personalità.

Viceversa, Stalin non aveva alcuna intenzione di rinunciare alle misure straordinarie e, temendo il successo che le idee di Bucharin stavano avendo negli ambienti di partito, escogitò con il suo entourage il modo per "incastrarlo". Fu così che la polemica resuscitò su questioni puramente terminologiche. Bucharin definiva il mutamento dei rapporti produttivi agricoli come il risultato della gigantesca rivoluzione agraria compiuta attraverso la dittatura del proletariato, che comportò l'esproprio dei mezzi produttivi dei kulaki. Al che Stalin obiettava che la politica della collettivizzazione non doveva essere ridotta al concetto di rivoluzione agraria. Stalin, in sostanza, tendeva a sopravvalutare i vantaggi (presunti o reali) della collettivizzazione forzata rispetto ad ogni altra politica agraria.

Bucharin inoltre considerava la soluzione del problema dei nuovi mezzi produttivi come centrale per l'edificazione dell'economia socialista. Stalin invece replicava col dire che anche in questo caso Bucharin peccava di superficialità, poiché non sapeva cogliere l'importanza dei mezzi produttivi per l'industria pesante rispetto agli altri settori economici. Lo stesso Stalin attaccò duramente Bucharin per aver sostenuto che la percentuale del reddito nazionale destinata all'accumulazione era troppo elevata e che le forze produttive erano state ridistribuite a svantaggio di altri settori, specie quello agricolo. Senza entrare nel merito di queste osservazioni critiche, Stalin se ne servì per accusare il gruppo di Bucharin di inaffidabilità, dimostrando così che le vere divergenze non erano nominalistiche e che il problema principale restava sempre lo stesso: normalizzare la situazione o controllarla con la violenza?

Dopo l'omicidio di Kirov, nel 1934, cui Stalin non può essere considerato del tutto estraneo, la spada di Damocle pendeva sulla testa di Bucharin e di altri membri dell'opposizione. All'interno del C.C. si era incerti sul da farsi: la figura di Bucharin non la si vedeva in alternativa alla direzione politica, ma neppure la si voleva escludere da essa, poiché le sue idee antiautoritarie erano condivise. Questo tuttavia non impedì che il plenum che C.C. di febbraio-marzo 1937, convocato per denunciare i cosiddetti sabotatori e i trotskisti infiltrati nella leadership del partito, si aprisse con l'esame del "caso" Bucharin e Rykov (Tomski nel frattempo si era suicidato, prevedendo il peggio).

L'accusa sosteneva che quest'ultimi conoscevano e appoggiavano un blocco trotskista-zinovievista clandestino e un centro trotskista parallelo antisovietico, il cui obiettivo era quello di restaurare il capitalismo con l'aiuto d'interventisti fascisti stranieri. Tutto ciò era completamente inventato, e del tutto assurde erano anche le accuse mosse contro Bucharin di aver voluto organizzare nel 1930-31 un'insurrezione contadina al fine di creare uno Stato siberiano autonomo che facesse pressione sul regime staliniano, o l'accusa di aver cospirato per eliminare Stalin.

Bucharin si difese egregiamente e la commissione giudicatrice, presieduta da Mikoyan, sembrava dargli ragione. Stalin pertanto si vide costretto a ricorrere all'intrigo (come risulta dalla discussione su quale testo definitivo dare alla risoluzione di condanna). Due proposte erano state fatte: la prima prevedeva l'espulsione di Bucharin e Rykov dal C.C. e dal partito, nonché il processo davanti al tribunale militare con esecuzione della pena capitale (la fucilazione); la seconda prevedeva il deferimento alla giustizia senza esecuzione. Astutamente Stalin suggerì di non tradurli di fronte alla giustizia ma di delegare la gestione del caso al Commissariato del popolo per gli affari interni, col pretesto di un supplemento d'indagine. Decisione, questa, accettata all'unanimità, salvo le due astensioni di Bucharin e Rykov.

L'ultimo atto del dramma di Bucharin fu il processo del 2 marzo 1938, intentato contro il cosiddetto "blocco trotskista di destra". I 21 imputati furono accusati dal procuratore A. Vychinski dei crimini più assurdi e più gravi: dall'aver manipolato la rotazione delle colture all'intenzione di consegnare l'Ucraina alla Germania nazista. Il processo fu una vera farsa: tutto era già stato predeterminato. Bucharin, che pure si era confessato colpevole al pari degli altri (sperando di evitare conseguenze sui familiari), respinse sino all'ultimo l'accusa per lui più mostruosa, quella secondo cui nel 1918, all'epoca di Brest-Litovsk, egli avrebbe progettato con i socialisti-rivoluzionari di uccidere Lenin, così come negò la partecipazione all'assassinio di Kirov. Dei 21 imputati, il Collegio militare della Corte suprema decise di condannarne 18 alla fucilazione e tre a pesanti pene detentive. Con la morte di Bucharin il terrore staliniano era riuscito ad abbattere l'ultimo grande ostacolo.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015