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Nikolaj Gavrilovic Cernysevskij (1828-89)

Nato a Saratov il 24 Luglio 1828, Cernysevskij (1) fu un grande pensatore democratico, materialista (nel senso antropologico-naturalistico di Feuerbach) e socialista utopista, nonché una figura centrale dell'estetica e della critica letteraria russa pre-marxista.

Lenin lo ritenne l'unico vero grande scrittore russo che negli anni 1850-1889 seppe rimanere al livello di un integrale materialismo filosofico, pur senza mai arrivare alle vette di Marx ed Engels.

Era nato nella famiglia di un sacerdote, la cui biblioteca gli permise di formarsi su testi moderni e in particolare sulle opere di Belinskij e di Herzen, i maggiori rappresentanti della corrente democratica dell'intellighenzia russa. Belinskij era stato il fondatore dell'estetica e della critica realista in Russia e fu proprio lui, di cui Cernysevskij si considerava discepolo, ad aver posto le basi, negli anni '40 del XIX sec., dell'ideologia democratico-rivoluzionaria a favore dei contadini. Herzen invece rappresenta l'ala progressista della nobiltà illuminata, liberale, che arrivò a compiere la rivolta decabrista e che negli anni '60 cessò praticamente di esistere.

Nonostante avesse frequentato il seminario locale, a 18 anni, per volere del padre, si iscrisse alla facoltà di filosofia dell'Università di Pietroburgo, che frequentò fino al 1850, anno in cui si laureò con una tesi anti-hegeliana su "Il brigadiere" di D. Fonzivin, uno scrittore illuminista russo che con la sua commedia più famosa, Il minorenne (1782), indicava nella servitù della gleba la radice di tutti i mali del suo paese, e criticava duramente il sistema di educazione e di istruzione delle classi nobili. Già la tesi su questo scrittore mise Cernysevskij in sospetto agli occhi della polizia zarista.

Dal 1851 al '53 fu insegnante di letteratura presso il ginnasio di Saratov, ma nel maggio del '53 tornò a Pietroburgo, accompagnato dalla moglie Olga Visilieva, che gli stette sempre accanto. Qui insegnò per poco tempo nel corpo dei cadetti, finché nel 1854 passò a collaborare con la rivista fondata nel 1847 da N. Nekrasov (1821-78), "Sovremennik" ("Il contemporaneo"), di cui fu per anni collaboratore fisso, pubblicando articoli di capitale importanza per la storia della critica letteraria, senza che mai una volta aspirasse alla carriera accademica.

I suoi Studi sul tempo di Gogol gettarono le basi di una nuova critica letteraria di tendenza civile, realistica, popolare, basata sul rifiuto delle tradizioni estetizzanti, snobistiche, della nobiltà, nonché sulla fede nella missione innovatrice della nuova intellighenzia di origine contadina o comunque facente parte del ceto medio. In particolare detestava i fautori dell'arte per l'arte come Annenkov e Družinin. Gli scrittori che apprezzava di più erano Puskin, per lui capostipite dell'arte realistica russa, Gogol, Saltikov-Ščedrin e Tolstoi.

Collaborò anche con “La parola russa”, rivista particolarmente critica nei confronti dell'operato del governo in tema di riforme sociali. L'altra importante rivista dell'epoca, avversa allo zarismo, fu quella diretta da A. Herzen (1812-70) a Londra: "Kolokol", nata nel 1857.

Nel 1855 Cernysevskij pubblicò I rapporti estetici tra arte e realtà, in cui, combattendo l'estetica idealista, affermava l'inferiorità dell'arte nei confronti della realtà da essa rappresentata. In quei tempi era forte l'idea di una funzione sociale dello scrittore, cui il pubblico affidava il ruolo di interprete delle sue aspirazioni di rinnovamento. A quell'epoca egli aveva già assimilato le idee di Feuerbach e di Hegel, dei socialisti utopisti (in particolare Fourier) e degli economisti classici inglesi: Smith e Ricardo.

Nel paese andava intanto maturando, in un'ampiezza mai vista dai tempi di Pugaciov, la rivoluzione contadina contro il dispotismo autocratico dello zar Nicola I, che aveva duramente represso la tentata insurrezione armata dei decabristi (nobiltà liberale) alla fine del 1825. Il regime, che svolgeva il ruolo di "gendarme europeo", era diventato un insopportabile anacronismo storico.

La guerra di Crimea (1853-1856), la ripetuta scarsità dei raccolti, la fame, le vessazioni feudali, il colera avevano reso assolutamente intollerabile il servaggio dei contadini, i quali si riunivano a migliaia, si armavano come potevano e davano battaglia alle truppe regolari. Il governo era pronto ad affrontare gli scontri di strada a Pietroburgo e a Mosca, ma non era in grado di controllare la sterminata periferia del paese. I feudatari avevano iniziato ad abbandonare le campagne. Vista la situazione critica, il governo si apprestava ad abolire il regime feudale "dall'alto", prima che fosse travolto "dal basso".

In quella situazione esplosiva (1859-61), in cui apparve subito chiaro che l'abolizione del servaggio senza una contestuale assegnazione delle terre sarebbe stata deleteria per le classi più basse, Cernysevskij venne ritenuto un leader democratico-rivoluzionario, contrario non solo al partito degli agrari feudali, ma anche al partito dei liberali, che cercavano compromessi col potere assolutista.

In effetti la riforma del febbraio-marzo 1861 fu un bluff colossale. E' vero che i proprietari terrieri (pomescik) non potevano più vendere, regalare o immischiarsi nelle faccende familiari dei loro servi, ed è vero che questi potevano finalmente acquistare beni immobili, esercitare attività commerciale o industriale, agire in giudizio. Ma vi erano anche delle condizioni vessatorie che vanificavano di molto gli effetti della riforma.

Anzitutto i contadini dovevano pagare un compenso non indifferente per il riscatto della terra e per la loro liberazione personale. Fino a quando non avessero estinto il debito, essi erano costretti a compiere gravose corvées sui terreni dei latifondisti. Dopo vent'anni da quella riforma, quasi 1/7 degli ex-servi della gleba non era ancora riuscito a diventare proprietario di nulla: in pratica continuavano a fare da liberi (giuridicamente) quanto prima facevano da servi. Anzi, per molti versi la situazione economica dei contadini liberi era peggiorata rispetto a quella dei servi della gleba. Inoltre i latifondisti si presero le terre migliori e con la più vasta estensione.

Il governo venne incontro alla miseria dei contadini concedendo prestiti fino all'80% della somma da devolvere per riscattarsi, ma l'obbligo di restituirle con gli interessi all'erario, in 49 anni, rendeva l'indennità di riscatto così gravosa che ci volle la rivoluzione del 1905-07 per abolirla definitivamente.

Nel 1861 scoppiarono delle agitazioni a Varsavia e in tutta la Polonia maturava l'insurrezione. Anche in Russia vi furono molte rivolte contadine, tutte duramente represse. Ad esse si associarono quelle degli studenti e quelle degli intellettuali progressisti.

Cernysevskij decise di approfittarne introducendo nel "Contemporaneo" una rubrica fissa dedicata alla politica, in cui si proponeva di illustrare l'esperienza dei movimenti di liberazione in Occidente e negli Stati Uniti, contro i regimi assolutistici dei due continenti. E così si passava dal Risorgimento italiano, in cui Cernysevskij esaltava il ruolo di Garibaldi, Mazzini e di molti altri patrioti, alla lotta abolizionista negli Usa.

"Il Contemporaneo" vide anche, nel biennio 1863-64, gli scritti del pittore russo L. Metcnikov, arruolatosi nelle fila dei garibaldini. In essi vengono esaltati le figure di Guerrazzi, Giusti, Leopardi, e invece si criticava il Manzoni che coi suoi Promessi sposi instillava negli italiani i principi della misericordia e della rassegnazione cristiana. Furono anche pubblicati due romanzi di Giovanni Ruffini (amico di Mazzini), molto diffusi tra gli studenti di Mosca e Pietroburgo: Lorenzo Benoni e Il dottor Antonio, nonché il romanzo di Guerrazzi, Beatrice Cenci, che assumeva un significato di attualità per gli eccessi inquisitoriali della magistratura zarista.

Il più importante compagno di lotta di Cernysevskij e co-redattore del "Contemporaneo", N. Dobroljubov (1836-61), fu dal maggio 1860 al giugno 1861 a diretto contatto con lo sviluppo degli avvenimenti italiani e poté spedire alla redazione articoli molto importanti. Marx lo riteneva uno scrittore non meno importante di Lessing e Diderot.

Questo interesse per gli avvenimenti esteri non era, per Cernysevskij, solo un modo di ovviare alle strette della censura zarista, ma anche il frutto di una personale convinzione, e cioè che i destini della Russia fossero strettamente connessi con quelli dei popoli europei.

Negli anni '60 egli fu il critico più irriducibile della riforma con cui il governo autocrate pretese di voler eliminare il servaggio nel proprio paese. E non perché la ritenesse insufficiente per uno sviluppo capitalistico della Russia (già Marx infatti aveva notato che Cernysevskij non aveva dubbi sul fallimento dell'economia politica borghese), quanto perché egli era convinto che l'unico per liberarsi sino in fondo del servaggio e per impedire, nel contempo, lo sviluppo capitalistico, sarebbe stato quello di compiere una rivoluzione contadina. Appellandosi ai contadini liberati, spiegava loro che solo attraverso un'insurrezione organizzata il popolo avrebbe potuto emanciparsi dal potere dei proprietari terrieri e dello zar.

Purtroppo la sconfitta, drammatica, del movimento democratico rivoluzionario divenne, per Cernysevskij, una tragedia personale. La censura zarista non si lasciò ingannare e, dopo la sconfitta del movimento, sequestrò "Il Contemporaneo" e nel 1862 rinchiuse Cernysevskij nella fortezza di Pietro e Paolo, dove egli scrisse il romanzo Che fare? (1863), che inaugurò il genere dei romanzi radicali d'agitazione a sfondo utopistico: già negli anni '70 e '80 era stato tradotto in francese, tedesco, inglese e in altre lingue.

Il suo arresto era stato preceduto da una dura campagna contro di lui condotta dalla stampa reazionaria e liberale, che lo accusava d'essere un pericoloso sovversivo nichilista. Gli giungevano molte lettere minatorie che lo minacciavano di morte e già dall'autunno del 1861 era stato posto sotto stretta sorveglianza spionistica. Persino Dostoevskij si recò da lui nel 1862 per persuaderlo a trattenere i redattori del manifesto Alla giovane generazione dal compiere estremismi rivoluzionari. Il 5 giugno dello stesso anno fu presentata contro di lui una formale denuncia di attività cospirativa, in quanto si collegava la sua attività agli incendi scoppiati a Saratov, a Simbirsk e altre località (cosa che poi si rivelò del tutto infondata, in quanto i veri responsabili erano stati gli stessi proprietari feudali, intenzionati a spaventare il governo, a terrorizzare la società e a intralciare la riforma del 1861). Nel Prologo scriverà che ogni suo atto più comune veniva interpretato dai liberali come un'importante iniziativa rivoluzionaria. Herzen gli aveva proposto di pubblicare Il Contemporaneo a Londra ma il 7 luglio fu arrestato. Poco prima dell'arresto gli fece visita l'aiutante del principe Suvorov, che gli consigliava di espatriare immediatamente.

Due anni dopo subì il processo farsa che lo condannò a quattordici anni di lavoro forzato (poi ridotti a sette) e all'esilio a vita in Siberia, tra gli jakuzi. Qui scrisse Prologo (1867), un romanzo in gran parte autobiografico in cui si rievoca il clima politico e culturale del periodo immediatamente precedente la riforma del 1861, Riflessi sull'aurora boreale e le Lettere al figlio: tutto il resto fu distrutto.

I suoi compagni di lotta tentarono molte strade per poterlo liberare, ma solo dopo la morte di Alessandro II ottennero un suo trasferimento ad Astrakhan, dove poté vivere grazie alle sue traduzioni e proseguire il suo lavoro di critico. Rivide la libertà solo nel 1888. Tornò a Saratov, dove morì il 29 ottobre 1889. Le cerimonie funebri si trasformarono in occasione di dimostrazioni politiche.

Le sue opere continuarono ad essere vietate in Russia fino alla fine dell'Ottocento (gli insegnanti venivano licenziati se diffondevano le sue idee) ed esse esercitarono un'influenza decisiva sulla formazione iniziale di Plechanov e Lenin. In esse infatti si poteva trovare un'alternativa sia all'avventurismo rivoluzionario della democrazia volgare (Tkacev, Necaev), sia alla sociologia soggettiva del tardo populismo (Michajlovskij). E questo nonostante che proprio le sue idee, insieme a quelle di Herzen, venissero utilizzate proprio per dar vita al movimento rivoluzionario russo dei populisti (narodniki) negli anni '70.

LENIN E CERNYSEVSKIJ

Le ultime 76 pagine dei Quaderni filosofici di Lenin (Editori Riuniti, Roma 1976) sono dedicate a questo rivoluzionario russo, ch'egli stimò moltissimo, morto in Siberia quando Lenin aveva appena 19 anni. Anche Marx aveva potuto apprezzarne la particolare grandezza.

Le pagine di quei Quaderni, scritte tra il 1909 e il 1911, sintetizzano un testo di G. Plechanov (1856-1918) su Cernysevskij, apparso dapprima su quattro numeri della rivista "Sotsialdemokrat" (1890-92), poi tradotto in tedesco nel 1894 e ripubblicato in russo, con alcune varianti, nel 1909. La seconda opera che Lenin esaminò, decisamente più significativa dell'altra, fu quella di J. Steklov (1873-1941), interamente dedicata a Cernysevskij e pubblicata nel 1909.

I

Plechanov racconta che Cernysevskij era molto inviso non solo all'autocrazia zarista ma anche agli economisti liberali, che vedevano in lui e nei suoi collaboratori del "Contemporaneo" dei pericolosi sovversivi.

Contro di lui tuonò I. S. Turgenev, che pur si vantava d'essere un seguace di Belinskij. E persino Herzen, che fu indotto in errore dal liberale K. D. Kavelin, da cui in seguito s'allontanò.

Plechanov sostiene che Cernysevskij era convinto di poter fondare il sistema socialista applicando le innovazioni tecnico-scientifiche della borghesia europea alla produzione rurale russa, cioè era dell'avviso che un popolo tecnologicamente arretrato come quello russo, se avesse applicato la propria intelligenza avrebbe potuto saltare le tappe intermedie del proprio progresso. In questo egli era superiore a molti intellettuali rivoluzionari dell'epoca, che s'immaginavano la rivoluzione rurale come una federazione di comunità contadine che avrebbero lavorato liberamente i loro campi con mezzi tecnici antidiluviani.

Plechanov ritiene che la filosofia materialista di Cernysevskij sia molto vicina a quella di Diderot e di Lamettrie e che la concezione dell'"egoismo razionale" si rifaccia ai ragionamenti di Helvétius, per il quale l'utilitarismo o l'interesse era una forma di raziocinio che poteva servire per far progredire la storia.

Inoltre Cernysevskij applicò le concezioni di Feuerbach all'estetica, pur senza mai arrivare a una concezione generale della storia, che d'altronde neppure Feuerbach possedeva. Nelle sue concezioni storiche Cernysevskij era un utopista, come i socialisti del suo tempo. Il progresso si fondava essenzialmente sullo sviluppo intellettuale; i rapporti sociali si sarebbero democratizzati solo come effetto di determinate conoscenze. Tuttavia dileggiava i liberali in quanto volevano la democrazia senza rivoluzione. [Da notare invece che Cernysevskij riteneva che la storia non avesse nulla a che fare col bene o col male, cioè non si muovesse affatto per effetto delle buone intenzioni degli uomini, ma solo sulla base di interessi, i quali potevano anche produrre cose positive.]

Cernysevskij - scrive Plechanov - non riuscì a trasformare le teorie di Feuerbach in un coerente materialismo storico-dialettico, anche se si sforzò di utilizzarle in chiave anti-idealistica.

Plechanov nota anche che Cernysevskij non capì assolutamente nulla della realtà spagnola a lui coeva, in quanto l'aveva talmente idealizzata da negare persino la presenza di classi sociali antagoniste.

Lenin ha notato che quando Plechanov ripubblicò i suoi articoli in un unico libro, assunse una posizione, in talune varianti significative, più critica nei confronti di Cernysevskij e più tollerante nei confronti del liberalismo russo. In particolare così scrive: "Sotto la differenza teorica tra le concezioni idealistica e materialistica della storia, Plechanov non ha colto la differenza pratico-politica e di classe tra il liberale e il democratico"(Quaderni, p. 650). Con questo in sostanza voleva dire che il Cernysevskij "politico" non era stato capito a sufficienza da Plechanov, ovvero che il Cernysevskij "politico" andava considerato molto più vicino al socialismo rivoluzionario che non il Cernysevskij "filosofo".

II

Steklov accentua maggiormente il fatto che Cernysevskij non si opponeva solo contro l'autocrazia, ma anche contro il nascente liberalismo borghese, poiché lo riteneva incapace di abbattere la dittatura zarista. Anche se conferma la tesi di Plechanov secondo cui Cernysevskij si limitò a contrastare, col suo Principio antropologico in filosofia (il manifesto degli intellettuali democratico-rivoluzionari), l'idealismo in nome del materialismo feuerbachiano. [Cernysevskij userà l'antropologismo o antropocentrismo contro anche la chiesa compromessa col potere costituito, la morale patriarcale dominante e le idee degli slavofili, che confidavano nel carattere originale della Russia per non lasciarsi condizionare dalla cultura dell'Europa occidentale.]

Di rilievo è la tesi di Steklov secondo cui Cernysevskij era sì favorevole all'espansione del movimento industriale in Russia, però considerava il proletariato una piaga peggiore della povertà, proprio perché lo vedeva privo di tutto. Egli non vide mai in questa classe la molla principale della rivoluzione socialista, anche perché non credeva nell'esistenza di serie forze rivoluzionarie in Russia. Quando scrisse L'attività economica e la legislazione, nel 1859, disse che in Russia il socialismo avrebbe avuto bisogno di ameno 100 o 150 anni prima di realizzarsi. E pensava che in questa lunga transizione, la comune agricola (obscina) avrebbe potuto svolgere un ruolo decisivo. Le argomentazioni che usò contro gli economisti borghesi nel difendere l'obščina verranno poi riutilizzate dai populisti in maniera regressiva, per negare la necessità di una rivoluzione socialista e per negare che il capitalismo, in presenza di questa comune agricola, sarebbe riuscito a espandersi in Russia.

Molto significativo è anche il rilievo secondo cui Cernysevskij, mentre criticava duramente l'economista Mill prendendo le difese di Owen, Fourier e Saint-Simon, non solo era contrario alla mercificazione del lavoro, ma anche contro, in generale, il prevalere del valore di scambio su quello d'uso. Voleva un'economia collettivistica organizzata secondo un piano, che superasse anche gli aspetti positivi della piccola economia basata sull'autoconsumo, cioè il fatto che anzitutto si consumasse ciò che si produceva e che si vendesse soltanto il surplus. Non gli interessava l'idea di Proudhon di assegnare i mezzi produttivi a dei piccoli produttori indipendenti.

Steklov comprende anche perfettamente la differenza fondamentale tra Herzen e Cernysevskij, i cui rapporti conobbero momenti di tensione. Il primo infatti si atteneva al punto di vista del liberalismo illuminato, quello della borghesia e della nobiltà progressista, il cui moto rivoluzionario più significativo era stato quella decabrista, risoltosi velocemente in un nulla di fatto. Cernysevskij invece difendeva soprattutto i contadini e propugnava la completa espropriazione dei grandi proprietari fondiari, col trasferimento delle loro terre ai contadini senza alcun riscatto. Anzi, a questo proposito, egli stimava che, dando ai contadini la possibilità del riscatto monetario delle terre, li si era illusi di poter un giorno diventare veramente liberi. Avrebbe quasi preferito, spinto in questo dalle sue concezioni blanquiste della politica, che ai contadini fosse stata concessa solo la libertà giuridica, così, di fronte all'impotenza economica, si sarebbero ribellati di più e meglio.

Quando s'accorse che in Russia solo la quindicesima o ventesima parte delle terre veniva gestita secondo i principi della proprietà privata e che la riforma del 1861 per molti aspetti aveva peggiorato la situazione dei contadini meno abbienti, ammise pubblicamente, facendo autocritica, che sarebbe stato assurdo considerare l'obščina come l'anticamera del sistema socialista. Dopo il 1861 tutti gli intellettuali democratici erano dell'avviso che la questione agraria si sarebbe potuta risolvere soltanto rovesciando il potere politico.

Herzen comunque col tempo sarà indotto a rivedere i suoi giudizi sulla prima generazione dei democratici rivoluzionari russi, e anzi in occasione del processo contro Cernysevskij tuonò sul "Kolokol" contro i suoi carnefici.

Considerazioni critiche

Il marxismo-leninismo non è stato una risposta convincente ai limiti del socialismo utopistico rurale di Cernysevskij, in quanto ha voluto subordinare le esigenze dei contadini a quelle degli operai e, con lo stalinismo, le esigenze di questi a quelle degli intellettuali di partito, urbanizzati e inquadrati in una forma di socialismo del tutto burocratica, sommamente ideologica e politicamente autoritaria.

In particolare il marxismo ha voluto considerare "utopistiche" non solo tutte quelle forme economiche di socialismo che non prevedevano una rivoluzione politica contro la borghesia al potere, ma anche tutte quelle forme di socialismo che non prevedevano di utilizzare le conquiste tecnico-scientifiche della rivoluzione industriale borghese, senza rendersi conto che l'uso della scienza e della tecnica contro le esigenze riproduttive della natura rende "utopistico", cioè fallimentare, qualunque tipo di socialismo. Lo stesso Plechanov non si rende conto di scrivere profeticamente la fine ingloriosa di qualunque civiltà fondata su una concezione meramente strumentale della natura: "L'emancipazione del proletariato può compiersi solo mediante la liberazione dell'uomo dal 'potere della terra' e, in generale, dal potere della natura"(Quaderni, p. 633).

(1) La dicitura esatta del suo cognome è la seguente: Černyševskij, che a volte si trova italianizzata in questa: Chernyshevskij.


Siti

Testi

  • Cernysevskij, Che fare?, Garzanti 2004 (Ed. Riuniti, Roma 1977)
  • Cernysevskij, Scritti politico-filosofici, Pacini Fazzi
  • Cernysevskij, Arte e Realtà. Ed. Rinascita, Roma 1953
  • Cernysevskij, Saggi critici, Ed. Raduga, Mosca 1984 (in italiano)
  • Cernysevskij, Rapporti fra Arte e Realtà nell'Estetica, Ed. Rinascita, Roma 1954
  • Cernysevskij, Saggi sul periodo gogoliano, Ed. Rinascita, Roma 1954
  • La grande stagione della critica letteraria russa, a cura di Gianlorenzo Pacini, Lerici Editori, 1962, Milano
  • Lenin, Che cosa sono gli "Amici del popolo"?, ed. Lotta Comunista 2008
  • Estetica Nichilista, Centolibri, Catania 1984
  • G. Berti, Democratici e socialisti nel Risorgimento, Milano 1963
  • G. Berti, Russia e Stati italiani nel Risorgimento, ed. Enaudi, Torino 1957
  • Venturi Franco, Il populismo russo, Einaudi, Torino 1972
  • P. P. Poggio, Comune contadina e rivoluzione in Russia, ed, Jaca Book, Milano 1978
  • A. Walichi, Marxisti e populisti: il dibattito sul capitalismo, ed. Jaca Book, Milano 1973
  • V. A. Tvardovskaja, Il populismo russo, Editori Riuniti, Roma 1975
  • Bianchini Stefano, Le sfide della modernità. Idee, politiche e percorsi dell'Europa orientale nel XIX e XX secolo, Rubbettino 2008
  • Masoero Alberto, Vasilij Pavlovic e la cultura economica del populismo russo (1868-1918), Franco Angeli 1988
  • Masoero Alberto, La funzione dell'esempio americano in Herzen e Cernysevskij , "Il pensiero sociale russo: modelli stranieri e contesto nazionale" Milano pp. 30-95 a cura di A. Masoero, A. Venturi Ed. Angeli 2000
    Masoero Alberto, Socialismo russo e frontiera americana, "Prometeo", XVIII, settembre 2000, pp. 30-48.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015