TEORICI
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Nikolaj Gavrilovic Cernysevskij (1828-89)
Nato a Saratov il 24 Luglio 1828, Cernysevskij fu un grande pensatore democratico, materialista (nel senso antropologico-naturalistico di Feuerbach) e socialista utopista, nonché una figura centrale dell'estetica e della critica letteraria russa pre-marxista. Lenin ebbe di lui una grandissima considerazione. Era nato nella famiglia di un sacerdote, la cui biblioteca gli permise di formarsi su testi moderni e in particolare sulle opere di Belinskijj e di Herzen, i maggiori rappresentanti della corrente democratica dell'intellighenzia russa. Nonostante avesse frequentato il seminario locale, a 18 anni, per volere del padre, si iscrisse alla facoltà di filosofia dell'Università di Pietroburgo, che frequentò fino al 1850, anno in cui si laureò con una tesi su "Il brigadiere" di Fonzivin, che lo mise in sospetto agli occhi della polizia zarista per le sue tesi materialiste. Dal 1851 al '53 fu insegnante di letteratura presso il ginnasio di Saratov, ma nel maggio del '53 tornò a Pietroburgo, accompagnato dalla moglie Olga Visilieva, che gli stette sempre accanto, dove insegnò per poco tempo nel corpo dei cadetti, finché nel 1854 passò a collaborare con la rivista di Nekrasov, "Sovremennik" ("Il contemporaneo"), di cui fu per anni collaboratore fisso, pubblicando articoli di capitale importanza per la storia della critica letteraria. I suoi Studi sul tempo di Gogol gettarono le basi di una nuova critica letteraria di tendenza civile, basata sul rifiuto delle tradizioni e sulla fede nella missione rinnovatrice della nuova intellighenzia di origine contadina o comunque facente parte del ceto medio. Collaborò anche con “La parola russa”, altra rivista particolarmente critica nei confronti dell'operato del governo in tema di riforme sociali. Nel 1855 pubblicò I rapporti estetici tra arte e realtà, in cui, combattendo l'estetica idealista, affermava l'inferiorità dell'arte nei confronti della realtà da essa rappresentata. In quei tempi era forte l'idea di una funzione sociale dello scrittore, cui il pubblico affidava il ruolo di interprete delle sue aspirazioni di rinnovamento. Nel paese andava intanto maturando la rivoluzione contadina contro il dispotismo autocratico dello zar Nicola I, che aveva duramente represso la rivolta decabrista (della nobiltà liberale) alla fine del 1825. I contadini volevano la fine del servaggio e, per timore che scoppiasse una rivoluzione, il governo nel 1860 si vide costretto a concederla. In quella situazione esplosiva (1859-61), in cui apparve subito chiaro che l'abolizione del servaggio senza una contestuale assegnazione delle terre sarebbe stata deleteria per le classi più basse, Cernysevskij venne ritenuto un leader democratico-rivoluzionario, contrario non solo al partito degli agrari feudali, ma anche al partito dei liberali, che cercavano compromessi col potere assolutista. Egli venne considerato il capo spirituale della democrazia contadina degli anni '60, quando sembrava che la Russia si stesse incamminando sulla via di uno sviluppo democratico-borghese, secondo una variante americana, da farmer. Approfittando delle agitazioni scoppiate a Varsavia nel 1861, introdusse nella rivista "Il Contemporaneo" la rubrica fissa "Politica", al fine d'illustrare l'esperienza di tutti i movimenti di liberazione europei e americani: dallo sciopero dei muratori inglesi del 1859 alla lotta abolizionista negli Usa. Un posto particolare era dedicato al Risorgimento italiano, i cui avvenimenti erano praticamente coevi a quelli russi. Inutile dire che mentre il partito liberale russo vedeva in Cavour un esempio da imitare, Cernysevskij era invece favorevole a Garibaldi. Il più importante compagno di lotta di Cernysevskij e co-redattore del "Contemporaneo", Dobroljubov, fu dal maggio 1860 al giugno 1861 a diretto contatto con lo sviluppo degli avvenimenti italiani e poté spedire alla redazione articoli molto importanti. Marx lo riteneva uno scrittore non meno importante di Lessing e Diderot. Questo interesse per gli avvenimenti esteri non era, per Cernysevskij, solo un modo di ovviare alle strette della censura zarista, ma anche il frutto di una personale convinzione, e cioè che i destini della Russia fossero strettamente connessi con quelli dei popoli europei. In realtà la censura zarista non si lasciò ingannare e dopo la sconfitta del movimento di liberazione russo, sequestrò "Il Contemporaneo" e nel 1862 rinchiuse Cernysevskij nella fortezza di Pietro e Paolo, dove egli scrisse il romanzo Che fare? (1863), che inaugurò il genere dei romanzi radicali d'agitazione a sfondo utopistico. Due anni dopo l'arresto subì il processo farsa che lo condannò a quattordici anni di lavoro forzato (poi ridotti a sette) e all'esilio a vita in Siberia. Qui scrisse Prologo (1867), Riflessi sull'aurora boreale e le Lettere al figlio: tutto il resto fu distrutto. I suoi compagni di lotta tentarono molte strade per poterlo liberare, ma solo dopo la morte di Alessandro II ottennero un suo trasferimento ad Astrakhan, dove poté vivere grazie alle sue traduzioni e proseguire il suo lavoro di critico. Rivide la libertà solo nel 1888. Tornò a Saratov, dove morì il 29 ottobre 1889. Le sue opere continuarono ad essere vietate in Russia fino alla fine dell'Ottocento ed esse esercitarono un'influenza decisiva sulla formazione iniziale di Plechanov e Lenin. In esse infatti si poteva trovare un'alternativa sia all'avventurismo rivoluzionario della democrazia volgare (Tkacev, Necaev), sia alla sociologia soggettiva del tardo populismo (Michajlovskij). Siti
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