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IL SECOLARISMO E AUGUSTO DEL NOCE

I - II

AUGUSTO DEL NOCE

I

Il giudizio di Del Noce sul secolarismo è unilateralmente, irrimediabilmente negativo. Il secolarismo - dice nel saggio La pedagogia della secolarizzazione e il conflitto delle culture- è "la riduzione della religione trascendente o della morale che ne dipende a retaggio del passato destinato progressivamente a scomparire".

A Del Noce sfugge completamente l'idea che il secolarismo abbia anche saputo creare, pur fra i suoi tanti limiti, un regime di separazione fra l'etica e la religiosità per permettere ad entrambe uno sviluppo autonomo e più libero, non necessariamente antitetico.

Il fatto ch'egli veda il secolarismo unicamente come contrapposto alla religiosità, fa senza dubbio pensare alla presenza di un certo integralismo della fede nella sua posizione filosofica.

Chi considera il secolarismo qua talis, cioè a prescindere dalle sue manifestazioni concrete, come antitetico alla religiosità in sé e non invece a quella sola religiosità compromessa col politico (che è poi il clericalismo), è ancora incapace di sottrarsi al rischio di vedere politicizzata la propria fede religiosa.

Politicizzare la religione porta automaticamente a escludere che possano esistere maniere diverse di risolvere problemi comuni (p.es. quello della pace, dei diritti umani, della tutela ambientale ecc.).

La positività del secolarismo sta in realtà nell'aver ridimensionato la pretesa totalizzante della religione cattolica, anzi di tutte le religioni, spezzandone il nesso che le legava alla politica.

Se ora, da questo semplice fatto, qualcuno ha tratto la conseguenza che non solo è finita la presenza pubblica della fede (in senso politico), ma anche quella privata (in senso pre-politico), in quanto il secolarismo sarebbe contrario alla fede qua talis (il che non è), ebbene di questo il secolarismo non può essere ritenuto responsabile. Se oggi è morta la fede in sé, dopo la sua estromissione dalla politica, forse può anche significare che la fede di ieri, quella politicizzata, non era in realtà una vera fede, ma una semplice ideologia politica ammantata di contenuti religiosi.

Dalla stessa espressione di Del Noce, citata sopra, s'intravede il difetto dell'integralismo. Egli infatti non si limita a parlare di "religione trascendente", ma aggiunge anche "o della morale che ne dipende". È proprio questa aggiunta che sta ad indicare la politicità della fede, ovvero il suo essere totalitario.

Il fenomeno del secolarismo ha invece avuto, quando è nato, la preoccupazione di separare la religione dalla morale, considerando la prima una questione di coscienza e la seconda una questione pubblica di tutti i cittadini. La morale dello Stato, quella della società civile non deve dipendere (almeno esplicitamente) da alcun valore religioso, ma unicamente da se stessa.

Certo, sul piano culturale (e psicologico) è difficile immaginare che dopo tanti secoli di dominio del religioso, la morale laica possa pretendere un'assoluta autonomia, ma qui la questione è di principio: dopo il fallimento della religione come esperienza di liberazione, la morale laica non può sostenere che la propria identità dipenda da qualche religione.

Il fatto poi che Del Noce abbia unito la religione alla morale con una semplice "o" è abbastanza indicativo della confusione che l'integralismo cattolico opera fra civile e religioso. A suo dire infatti, il secolarismo va condannato non soltanto perché contrario alla "religione trascendente", ma anche perché contrario alla "morale pubblica" (da tutti riconosciuta) che da quella religione "dipende".

In pratica Del Noce continua a dare per scontato che la morale pubblica del cattolicesimo-romano sia l'unica possibile per la sopravvivenza della società civile. Qualsiasi altra morale porterebbe alla "distruzione".

Il problema, in sostanza, resta sempre quello. Per tutti i cattolici integristi e soprattutto per gli intellettuali, una fede senza espressione pubblica, senza la dimensione del civile o del politico, senza rilevanza giuridica e istituzionale, è una fede destinata a morire. Una religiosità basata unicamente sui sacramenti, sul culto, sulla liturgia, sulla spiritualità, sulle tradizioni… è una religiosità passiva, intimista, catacombale. La religione deve farsi politica, altrimenti non riesce ad influenzare la società. Questi intellettuali non si limitano a desiderare un'influenza indiretta della religione sulla società: ne vogliono una la più possibile diretta.

Del Noce quindi è un acerrimo nemico sia del secolarismo che della laicità. L'unica laicità che è disposto a tollerare è quella crociana, che come noto era abbastanza ossequiente, sul piano politico (non ideologico), nei confronti della tradizione cattolica italiana.

Persino contro il suo stesso partito, la Democrazia cristiana, egli esprime giudizi molto severi: "mi capita di sentire che il compito del partito democristiano sarebbe di adeguare la coscienza politica dei cattolici alla moderna società democratica, dissipando le tentazioni "teocratiche e integralistiche". O che, alla fine, il partito dovrebbe rinunciare all'aggettivo "cristiano" per risolversi in un partito "democratico", inteso a garantire le migliori condizioni per lo sviluppo produttivo e per la "realizzazione" temporale di ognuno, assumendo una pura posizione di "neutralità" nel campo culturale e nel campo religioso".

Per quale ragione Del Noce rifiuta tale prospettiva (pur presente all'interno della stessa Dc)? Lo spiega subito dopo: "ancora un passo e arriviamo all'idea di un cristianesimo che si risolve nella politica…".

La sua paura, in sostanza, è quella che, laicizzando la politica, si finisca col perdere il senso religioso. La soluzione quindi, per lui, sta nel conservare entrambi gli ambiti, politica e religione, sulla scia di quanto papa Leone XIII ha affermato nell'enciclica Aeterni Patris (1879): "la rinascita cattolica dev'essere, secondo il pensiero del pontefice, inscindibilmente religiosa, filosofica e politica; "politica", perché richiesta come necessaria per la salvezza anche temporale della società umana; ma questa politica deve appoggiarsi su una filosofia che sia a sua volta preambolo della fede".

Prima dunque la religione, poi la filosofia (religiosa) e infine la politica (questo il processo ontologico); poi il processo inverso (quello più propriamente fenomenologico). La religione deve portare alla "buona" politica e questa di nuovo al primato della religione.

Stando a Del Noce, si tratta, espressamente, del "1. riconoscimento della trascendenza del cristianesimo rispetto a ogni civiltà e a ogni ordine sociale-politico storicamente dato; 2. necessità dell'impegno politico dei cristiani perché l'ordine democratico non debba concludere nella peggiore delle catastrofi".

Il sillogismo, detto in parole semplici, è il seguente: a) il cristianesimo è superiore a qualsiasi realtà temporale, b) senza cristianesimo queste realtà subirebbero una catastrofe, c) il cristianesimo deve gestire tutte le realtà temporali.

Il difetto di questa argomentazione sta prima di tutto nella premessa, che risulta indimostrabile a una coscienza laica. Solo un credente infatti può sapere o può convincersi che il cristianesimo è superiore a tutto (senza poi considerare che esistono almeno tre grandi correnti cristiane: ortodossa, cattolica e protestante).

Ma la premessa è, oltre che indimostrabile, anche inattendibile: basterebbe infatti esaminare la storia per smentirla. Di qui l'importanza, per Del Noce, dell'asserzione b), che se immediatamente appare come una "prima conclusione" di fatto non è che una "seconda premessa": "senza cristianesimo il mondo crolla". Qui sta la vera politicizzazione della fede.

In virtù di questa pretesa, l'integralismo praticamente chiede al mondo di dimenticare la storia e di non preoccuparsi se l'asserzione a) è indimostrabile: è e sarà sempre il potere politico-religioso che la renderà vera, perché è sempre questo potere che offre l'interpretazione più giusta dei fatti storici.

Qui non si è in presenza soltanto di una "profezia" ("senza Dio il mondo crolla", "il mondo senza Dio combatterà inevitabilmente contro la chiesa"), ma anche di una "minaccia" o, se vogliamo, di una sorta di "ultimatum" ("la chiesa deve governare le realtà temporali, che il mondo lo voglia o no").

A questo punto, come si difende il cattolicesimo di Del Noce (che è poi quello di Rocco Buttiglione e del movimento di Comunione e Liberazione), dall'accusa di essere "integrista"? Ecco la risposta: "integrista è, a rigore, chi pensa che dalle Scritture o almeno dalla metafisica cristiana, possa venir dedotto un modello unico e perfetto di "società cristiana" valido per tutti i tempi e per tutti i luoghi; nella pratica, chi pensa che la causa della religione cristiana e quella della monarchia di diritto divino siano inscindibili, legate a un vincolo necessario".

Si tratta dunque di un problema di "forme". L'integrista che condanna Del Noce è quello rozzo, chiuso, incapace di comprendere l'evolversi dei tempi, l'inevitabilità di un certo adeguamento della fede alle mutate condizioni storiche. Egli in sostanza condanna la "forma" dell'integrismo medievale, che associava religione e monarchia, non ne condanna la "sostanza", proprio perché oggi è inevitabile associare integrismo a "repubblica", a "democrazia".

A Del Noce sfugge completamente l'idea che il cristianesimo possa essere divenuto integrista proprio per aver perduto valore come esperienza di liberazione, ovvero ch'esso possa aver valorizzato la politica proprio nel momento in cui si rendeva conto di non aver più niente da dire sul piano pre-politico.

Qual è dunque la conclusione del suo discorso? "Il pensiero secolaristico può (ma non necessariamente deve) conseguire (per una durata temporale che non è misurabile) il successo, ma alla condizione di realizzare esattamente l'opposto delle sue premesse, così da stravolgere gli stessi valori laici".

La laicità infatti o è subordinata alla fede o si falsifica e, falsificandosi, si autodistrugge (inevitabilmente): questo l'augurio dell'integralismo. Tutte le contraddizioni dell'etica (attualmente trionfante) dipendono in ultima istanza dal mancato rispetto delle norme religiose.

E per quanto riguarda la fede: cosa potrebbe accaderle durante il dominio (seppur temporaneo) del secolarismo? "Quel che resterebbe al credente sarebbe soltanto la fede in un assolutamente imprevedibile evento miracoloso…".

Tra fede e forza della disperazione la differenza, per il cattolico integrista costretto a vivere in una società che non è la sua, sembra essere diventata minima. I cattolici -rassicura Del Noce- devono comunque partire dall'idea che se anche l'integralismo politico della fede non fosse più possibile, né in forma diretta né indiretta, né nel metodo né nei contenuti, non è però detto che senza questo integralismo la loro fede rischi di essere priva di autentico valore. Essi infatti possono sempre sperare in un evento miracoloso, p.es. che la fede rinasca sulle ceneri del secolarismo.

E dalle ceneri di un secolarismo borghese, in effetti, potrebbe anche farlo, come già l'ha fatto da quelle del cosiddetto "socialismo reale".

II

LE RADICI DELNOCIANE DI COMUNIONE E LIBERAZIONE

Sia da destra che da sinistra Augusto Del Noce fu sempre considerato un filosofo "inattuale", almeno finché le sue idee non vennero messe in pratica da Comunione e liberazione, grazie all'intermediazione del suo discepolo prediletto, Rocco Buttiglione.

Il motivo stava nel fatto ch'egli criticava sia il socialismo che il capitalismo, prospettando una terza via di tipo cattolico-integralista, simile a quella di Rosmini e Gioberti. Aveva una posizione a dir poco ottocentesca (da Concilio Vaticano I), per la quale la teologia andava strettamente unita alla politica e in maniera tale che questa, come una sorta di braccio secolare, si dovesse porre al servizio di quella.

Neppure la destra post-unitaria, neppure quella fascista avrebbero mai potuto riconoscersi in una posizione del genere, proprio perché esse volevano una chiesa al servizio dello Stato e non il contrario.

La tragedia - secondo Del Noce, che morì nel 1989 - stava proprio nel fatto che tutta la filosofia risorgimentale, avendo conservato, nel migliore dei casi, il principio di trascendenza soltanto in maniera formale, come un guscio vuoto, era destinata inevitabilmente al nichilismo, come già aveva dimostrato il fascismo e come - a suo parere - avrebbero presto dimostrato sia il consumismo americanista che il comunismo sovietico.

Dentro il concetto negativo di "immanenza" Del Noce metteva tutto quanto non fosse "sacro", per cui ad es. non riusciva a vedere alcuna vera opposizione di Gramsci a Croce e Gentile: erano soltanto facce della stessa medaglia. Al massimo pensava, vedendo il crocianesimo come una forma di opposizione morale al fascismo, di poter far incontrare Croce con Rosmini.

Tutte le contraddizioni sociali del capitalismo le riassumeva nel conflitto ideologico di fede e ateismo, senza riuscire in alcun modo a intravedere né i limiti storici del nesso fede e politica, che in Europa avevano procurato immani disastri (corruzione a tutti i livelli, inquisizione, caccia alle streghe, crociate, guerre infinite di religione...), né i limiti oggettivi di un tale nesso, dovuti al fatto che nelle questioni di coscienza uno dev'essere lasciato libero di credere quel che vuole, senza forzature istituzionali di sorta.

Del Noce, nonostante la sua straordinaria cultura, non riuscì neppure a vedere il cattolicesimo come una forma di eresia rispetto alla chiesa indivisa dei primi sette secoli.

Aveva soltanto capito che Gentile era nettamente superiore a Croce, in quanto al principio di immanenza anticomunista aveva saputo dare una veste politica ben definita: lo Stato fascista, e tuttavia rifiutava Gentile proprio a motivo della pratica strumentale che quello Stato aveva nei confronti della chiesa.

Del Noce però ha sempre evitato di chiedersi che cosa sarebbe successo all'Italia (e alle proprie tesi integralistiche) se il fascismo avesse vinto la II guerra mondiale. Probabilmente un cattolico vetero-feudale come lui avrebbe accettato l'idea che uno Stato trionfatore del comunismo e una chiesa sottomessa per ragioni belliche avrebbero potuto trovare, in tempo di pace, una felice intesa attorno all'obiettivo comune dell'anticomunismo, così come oggi C.L. ha potuto fare con la destra berlusconiana e leghista, che di religioso han meno di un guscio vuoto.

Pur di non vedere l'ateismo comunista al potere, uno come Del Noce non avrebbe avuto scrupoli nell'allacciare un rapporto organico con un fascismo vincente, anche perché un fascismo del genere - come esattamente avvenne col franchismo - avrebbe sicuramente concesso alla chiesa molti più spazi di manovra.

Del Noce va dunque visto come uno degli anelli più recenti di quella lunga catena di fanatismo clericale che, partendo dalla teocrazia di papa Gregorio VII, è passata per tutta la fase controriformistica e anti-unitaria (a livello nazionale), trovando nel pontificato di Wojtyla-Ratzinger e in C.L. le sue conclusioni più retrive.

E con questo non si vuol affatto sostenere che l'ateismo debba avere l'avvallo di un qualsivoglia Stato politico (ché, in tal caso, si creerebbe un integralismo rovesciato), ma semplicemente che il cattolicesimo politico non è assolutamente in grado di garantire alcuna libertà di coscienza, né ai credenti non cattolici né ai non credenti.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015