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ERACLITO

I - II

Eraclito in un dipinto di Johannes Moreelse

Come abbiamo già visto, la prima metà del V sec. a.C. è caratterizzata dalla lotta contro i persiani, lotta che porta Atene ad un elevato livello politico e culturale. Da un lato l'aristocrazia va rafforzando sempre più la propria consapevolezza di classe guida, ma dall'altro anche il demos pretende una maggiore partecipazione all'attività di governo, per cui nascono spesso contrasti fra i due ceti. In ogni caso Atene non è ancora il centro culturale della Grecia, come dimostra il fatto che anche i filosofi che stiamo per trattare svolgono la loro attività nelle colonie dell'Asia Minore o in Magna Grecia; soltanto con Anassagora infatti la filosofia entrerà ad Atene.

Eraclito nacque ad Efeso da famiglia aristocratica all'incirca nel 540 a.C.; alla morte del padre rinunciò ai privilegi che gli spettavano in base alla discendenza regale. Scrisse un'opera formata da aforismi di carattere molto oscuro e di cui ci rimangono 130 frammenti.

Gli elementi fondamentali che caratterizzano il mondo in cui l'uomo è costretto a vivere sono il mutamento, il divenire e la contraddizione: è questo il messaggio che Eraclito lancia attraverso i suoi oscuri poemi, nei quali egli cerca di parlare ad una società profondamente mutata e che non sembra disposta ad ascoltarlo. La guerra è il padre del mondo, dice Eraclito, e la realtà è un perpetuo fluire e trasformarsi di tutte le cose. Lo stato di quiete che appare a volte nelle cose in realtà non è altro che un precario equilibrio fra forze opposte.

Nel pensiero di Eraclito domina dunque il conflitto fra gli opposti, ma si sostiene anche che il filosofo non deve per questo disperare ma deve invece cercare un principio che possa mettere ordine in questa situazione. Questo principio però non deve essere cercato all'esterno (una critica questa che era rivolta a Pitagora che trovava l'armonia negli astri, nei numeri e nelle relazioni musicali) ma dentro noi stessi, come affermava del resto quell'oracolo di Delfi che più tardi ispirerà anche Socrate (conosci te stesso).

Il messaggio divino che ispira l'anima del saggio è il logos, dove con questo termine egli intende sia l'ordine del mondo che la ragione che deve comprenderlo e anche il discorso oracolare che lo deve rivelare. La verità che il logos annuncia è che il conflitto fra gli opposti è solo apparente, in quanto gli opposti sono una sola e medesima cosa, in quanto al di là di essi vi è una legge immutabile che li sovrasta: gli opposti sono frammenti di un'unica realtà che permane immutabile e racchiude dentro di sé il cambiamento.

Con questo Eraclito vuole dire agli uomini del suo tempo che è inutile combattere per cambiare le cose, in quanto alla fine l'ordine resta lo stesso e il cambiamento è solo illusorio. Il saggio quindi si identifica con l'unità del logos e per questo motivo avrebbe il diritto di essere ascoltato e di dettar legge.

Eraclito ha contribuito in questo modo a sviluppare una razionalità in forma dialettica che può dar conto dei conflitti presenti nella realtà e che permette di comprendere l'identità degli opposti senza cancellarne l'inconciliabilità, appunto in quanto opposti.

Eraclito individua anche una sostanza che è presente in tutte le cose: il fuoco. Nel suo cambiamento continuo, la sostanza originaria da fuoco si trasforma in acqua e da acqua in terra per trasformarsi nuovamente prima in acqua e poi in fuoco, secondo un processo ciclico legato alla concezione ciclica del tempo diffusa fra i greci.

Giuseppe Cantarelli

ERACLITO

[I]

Una cosa veramente stupefacente dell'idealismo aristocratico (greco o tedesco) è che esso è stato in grado di comprendere le leggi della dialettica prima del materialismo filosofico.

In un certo senso si potrebbe dire che l'idealismo ha scoperto quanto l'uomo, prima dell'idealismo stesso, viveva senza saperlo: l'unità degli opposti. L'esigenza di scoprire le leggi della dialettica è maturata proprio nel momento in cui la filosofia cominciava a venir meno sul piano pratico, essendo incapace di risolvere i problemi, cioè nel momento in cui si stava fortemente sviluppando l'alienazione dell'uomo nei suoi rapporti sociali, benché la nascita stessa della filosofia sia un effetto di questa alienazione sociale.

La filosofia da un lato è nata perché era in atto un'alienazione sociale dovuta ai rapporti schiavistici, dall'altro essa ha cercato di opporsi all'ideologia mitologista della classe dominante: l'aristocrazia.

Il materialismo storico-dialettico troverà una sua vera realizzazione solo nella misura in cui riuscirà a portare l'uomo moderno a rivivere, in maniera consapevole e naturale, il materialismo umanistico pre-filosofico, naturalmente ateo.

La legge dell'unità degli opposti non può infatti essere vissuta in maniera filosofica: ogni interpretazione è una riduzione. E' d'altra impossibile fissare sulla carta il momento in cui gli opposti s'attirano e si respingono: questa evidenza può essere data solo da un'esperienza, sociale e personale.

[II]

Nel Prologo al vangelo di Giovanni vi sono tracce evidenti della concezione eraclitea del Logos. In fondo il cristianesimo non ha fatto altro che sintetizzare il miglior ebraismo escatologico con la migliore filosofia idealistica greca. In ciò sta la sua grandezza, ma anche il suo limite, poiché esso si è servito dell'idealismo per negare la valenza politico-rivoluzionaria al profetismo ebraico.

Berdjaev stravedeva per Eraclito, appunto perché Eraclito poteva essere usato in funzione anticomunista. Ma anche i filosofi marxisti han sempre visto in Eraclito un anticipatore della dialettica hegeliana.

Sarebbe meglio dire che le concezioni di Eraclito possono portare al relativismo, e che tale relativismo, quando viene considerato "assoluto", serve solo a legittimare lo status quo. Il sano relativismo non esclude di per sé la perenne trasformazione delle cose (panta rei), poiché impedisce qualunque forma di dogmatismo. Ma il relativismo assoluto impedisce che il panta rei proceda verso una determinata direzione. Ecco, quanta poca chiarezza avesse Eraclito sul senso di questa direzione, è cosa nota. Eraclito resta un filosofo idealista e per giunta aristocratico.

La sua filosofia non si sottrae alla critica che vede nel panta rei un processo spontaneo, automatico, che avviene a prescindere da qualunque volontà umana, come una legge di natura. L'uomo è vittima di questa legge e non può servirsene per propri fini.

"Tutto scorre" - diceva Eraclito: sì, ma verso dove? La dialettica di Eraclito può anche sembrare quella dell'acqua riciclata di una fontana di piazza.

Si ha cioè l'impressione che per Eraclito il conflitto degli opposti fosse soltanto apparente, cioè espressione di un'unità organica che li sovrasta infinitamente. I conflitti, per Eraclito, sembrano non servire a stabilire nuovi equilibri, ma per confermare quelli esistenti, e quelli esistenti sono quelli di una società divisa in classi.

Il vero idealismo, in un certo senso, comincia solo con Eraclito, poiché qui - nonostante tutte le oscurità oracolari - il relativismo assume le vesti della dialettica, cioè diventa sofisticato, evitando di soffermarsi sui particolari o di assolutizzare singoli aspetti della materia (aria, acqua ecc.).

E' vero che Eraclito privilegia il "fuoco", ma lo fa solo in senso simbolico, per spiegare meglio la sua concezione del "divenire", alla cui fonte vi è il Logos, che non è "dio" (come in Giovanni), ma una specie di legge universale autorivelantesi agli uomini, che riscoprono in loro stessi le leggi della natura, adeguandovi il comportamento. Forse la parte più significativa della filosofia di Eraclito è proprio quella che pone l'uomo al centro di ogni riflessione speculativa. Ma questa è solo la premessa del materialismo...

PANEGIRICO SUL FUOCO

Il fuoco come fenomeno non ha la stessa intensità del fuoco come sostanza. Il fuoco come fenomeno può diminuire di forza, di intensità, e dal suo raffreddamento (temporaneo) possono scaturire nuove forme di vita.

Il fuoco come fenomeno è una manifestazione energetica del fuoco come sostanza: tutto dovrà tornare all'originaria esplosione cosmica.

In principio infatti era non il logos, che è un principio intellettualistico (gnostico), ma il fuoco, che è energia primordiale, pura forza della passione, dell'istinto creativo, l'assoluta spontaneità del pathos pervasivo (questa forza è rimasta, negli esseri umani delle civiltà, solo nel rapporto sessuale, in forma embrionale).

In principio era il crepitio d'una fiamma perenne, che brucia di virtù propria, come per una sorta di autocombustione, e che tutto riscalda, inclusa l'antimateria e l'immateriale.

L'energheia  del fuoco, la sua dynamis, è data dalla passione creativa e riproduttiva, una sorta di amore assoluto, totale, sconfinato, un fuoco rovente che brucia ogni resistenza e sprigiona ogni benessere.

All'inizio dell'universo deve esserci stata una fonte di calore di grandezza infinita, di profondità incommensurabile, di cui abbiamo soltanto un pallido esempio nella potenza nucleare e magnetica del sole.

ERACLITO DIALETTICO

Nello stesso fiume, invero, non è possibile entrare due volte. (Eraclito)

Sto dalla parte di Eraclito perché Eraclito non sta dalla parte di nulla che pretenda d'essere vera in sé. Il divenire rende impossibile un'identità precostituita, fissata in una definizione astratta, univoca.

Noi non riusciamo a dare una definizione chiara e distinta neppure di noi stessi, essendo il nostro pensiero soggetto ai mutamenti delle circostanze: perché mai dovremmo essere così schematici nei confronti della realtà?

L'universo ci sovrasta infinitamente. Non è cosa che possa essere "interpretata" più di quanto non possa essere semplicemente "contemplata". "Il mondo di fronte a noi - il medesimo per tutti i mondi - (diceva Eraclito) non lo fece nessuno degli dèi né degli uomini, ma fu sempre, ed è, e sarà fuoco sempre vivente, che divampa secondo misure e si spegne secondo misure".

Da questo semplice aforisma si può facilmente capire che Eraclito aveva ereditato l'ateismo spontaneo, ingenuo, antecedente a qualunque speculazione filosofica e religiosa: l'ateismo e il naturalismo dell'uomo primordiale, che si sentiva integrato nel cosmo in maniera naturale, senza dover compiere "viaggi spaziali", né con la mente né con la tecnologia.

Il primo filosofo che ha reso autoritario, esclusivista e in fondo razzista tutto il pensiero europeo è stato Parmenide, il nemico n. 1 di Eraclito, quello secondo cui l'identità rende impossibile il divenire.

Eraclito fu accusato d'essere indifferente alla verità, perché col suo relativismo rendeva tutto possibile. E, così dicendo, si è fatta della verità un qualcosa di fisso, di dogmatico, quando invece l'unica cosa certa che abbiamo a disposizione è proprio il divenire dell'essere umano, la formazione progressiva del suo essere.

"Dato che tutto diviene, nulla è", diceva con grandissimo acume Eraclito, ponendo in essere il compito di valorizzare la differenza, cioè quanto ci appare di diverso rispetto alla nostra identità. L'identità non è data da se stessa - come invece sostengono i credenti, i fanatici, gli ideologi - ma è data dal suo rapporto con la differenza. Per poter essere bisogna prima mettersi in rapporto a qualcosa, a qualcuno.

La filosofia di Eraclito, che risultò sconfitta nella storia, era a favore del pluralismo, pur essendo egli un aristocratico di estrazione sociale.

Quella parmenidea invece, col suo famoso principio: "l'essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere", è la filosofia della presunzione, dell'intolleranza.

Ci vorrà Hegel prima di capire che il motore della storia è proprio il non-essere e che la contraddizione va vista positivamente, come una necessità per lo sviluppo dell'essere. Ci vorrà poi Marx prima di capire che la conciliazione degli opposti non può essere compiuta solo nel pensiero, ma anche nella realtà sociale.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 02-10-2012