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L'ATHEISMUSSTREIT DI FICHTE

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A motivo del suo ateismo, il filosofo idealista tedesco J. G. Fichte perse la cattedra universitaria nel 1798. Non era stato il primo e non sarebbe stato l'ultimo. Accusato dai politici, nonché, filosoficamente, da F. H. Jacobi, strenuo tutore della teologia ufficiale, il suo caso divenne addirittura una questione di stato, tipica, peraltro, di una Prussia politicamente sempre più retriva, ancora prigioniera dell'intesa tra forze armate e latifondisti, in virtù della quale era convinta che la rivoluzione francese non avrebbe potuto avere alcun influsso sui propri intellettuali.

Fichte, in particolare, già un decennio prima aveva cercato di accordare l'ateismo di Spinoza con quello del Kant della prima Critica, vestendo l'immanenza coi panni dell'idealismo soggettivistico, quello per cui l'io, che voglia autoaffermarsi, non ha bisogno d'altro se non della propria libertà.

L'Atheismusstreit nacque quando a un saggio del collega K. A. Forberg, in cui s'affermava che il valore morale dell'azione umana non sta tanto nel credere o meno in dio quanto nel fare il proprio dovere, Fichte volle premettere un'introduzione in cui negava qualunque pretesa di "logica dimostrazione" dell'esistenza di dio, sostenendo che per affrontare un argomento del genere occorre soltanto la fede e la coscienza. Fin qui, tutto sommato, niente di nuovo. Persino san Tommaso, molti secoli prima, aveva criticato la prova ontologica di sant'Anselmo.

I problemi cominciarono a venir fuori quando Fichte lasciò intendere che nei confronti dell'io (libero) si doveva avere lo stesso atteggiamento religioso, cioè bisognava credergli per fede o per intuito, come se fosse una verità immediata, non oggetto di alcuna dimostrazione. L'io sembrava assumere tutte le caratteristiche di una divinità, tant'è che, autoponendosi, l'io finiva col decidere in proprio anche il criterio dell'azione morale. A questo punto era facile tirare le conclusioni: un io del genere non ha bisogno di alcun dio.

Paradossalmente Fichte si trovava a sostenere una posizione ateistica assoluta usando una tesi di tipo teologico: la fede è l'elemento di ogni certezza. Il mondo diventava un prodotto integrale dell'io, senza alcun intervento dall'esterno. L'ordine morale viene creato da un "io divino", non meno di quello materiale, giuridico, ecc. Non lo si può dimostrare, bisogna credervi per fede, e si trattava ovviamente di una fede che di "religioso" (almeno in senso tradizionale) non aveva nulla, anche se il linguaggio in cui questa filosofia soggettivistica si esprimeva, pareva di tipo mistico.

Fichte arrivò addirittura a criticare quegli atei che dichiarano di volersi opporre a dio: per lui era come opporsi a se stessi e al mondo, come propria creazione. Insomma con nessun concetto - secondo lui - si poteva elaborare qualcosa riguardante la divinità, che doveva restare patrimonio della certezza immediata, della comprensione intuitiva, valida al massimo sul piano pratico, come aveva fatto Kant, per stabilire un ordine morale delle cose, ovviamente con la differenza che Kant non si sarebbe mai arrischiato di porre una stretta coincidenza tra io e dio dal punto di vista dell'io.

La polemica scoppiò immediatamente, non solo perché era evidente che per Fichte la filosofia doveva restare atea, ma anche perché la religione era ridotta a un semplice dovere morale che, per quanto categorico fosse, non sembrava proprio trovare le sue fonti in una tradizione ecclesiastica consolidata. Il governo gli requisì le sue pubblicazioni e lo fece subito dimettere dall'Università di Jena.

Fichte si difese dicendo che si trattava di un malinteso, in quanto, sottraendo la religione alla filosofia e affidandola alla fede, egli voleva renderla più pura e autentica, salvaguardando, altresì, l'assoluta trascendenza divina, irriducibile a dimostrazioni di tipo umano. Nonostante ciò non gli credettero, anzi, considerarono queste argomentazioni dei meri sofismi.

Il suo principale avversario fu Jacobi, che però dovette convenire subito su un punto: una filosofia trascendentale che pretenda di essere teistica, diventa ipso facto ateistica, se pensa che dio possa essere oggetto di coscienza solo dopo esserlo stato dell'intelletto argomentativo.

Tuttavia Jacobi si guardò bene dall'affermare che il fondamento della verità si trova nella scienza del sapere, poiché ciò nessun vero credente avrebbe potuto accettarlo. Scienza e fede sono due campi non solo separati, ma, in ultima istanza, una scienza basata solo sulla ragione umana, ovvero una filosofia come scienza chiusa in se stessa, porta inevitabilmente all'ateismo, che non può essere tollerato in istituzioni pubbliche di uno Stato confessionale. Anche perché - diceva Jacobi - l'alternativa a dio è il nulla; se l'uomo sceglie il nulla, si fa dio e riduce dio a un fantasma: idealismo per lui voleva dire, in ultima istanza, nichilismo. E qui ovviamente Jacobi non poteva non far risalire l'origine della controversia in oggetto all'influenza "perniciosa" di due irriducibili avversari di ogni metafisica teologica: Spinoza e Kant.

Jacobi amava scimmiottare con la teologia agostiniana, che - come noto - viene sempre inevitabilmente recuperata, quando si vuole restare dentro la fede, ogni volta che si rifiutano le astrazioni della Scolastica; tant'è che per lui la parola "ragione", che in tedesco si dice Vernunft, trova la sua radice del verbo "percepire" (Vernehmen), inteso in senso trascendentale: l'uomo percepisce o coglie il vero, presupponendolo come al di fuori di sé, cioè appunto in dio. Il "presentimento del vero" non ha nulla a che fare con la verità come prodotto umano del sapere. E tutto ciò ovviamente avviene perché, essendo noi "figli di dio", ci è del tutto naturale.

Nel 1799 Fichte inviò la propria autodifesa al Pro-Rettore dell'Università di Jena, nella quale anzitutto scrisse che il cristianesimo è diviso in due religioni: una scritturale e l'altra razionale, i cui principi possono anche essere diversi. E qui fa gli esempi di Gesù e di Lutero che, ai loro tempi, combatterono contro le religioni ufficiali. Inoltre chiede di sapere il motivo per cui quando Lessing scriveva libri anti-religiosi (p.es. l'Anti-Goeze, un pastore d'Amburgo), non fu sottoposto ad alcuna censura.

Fichte inoltre contestava che potesse essere uno Stato a qualificare come "ateistiche" determinate espressioni filosofiche, nel senso che, al massimo, esso potrebbe censurarle, ma senza poter entrare nel loro merito. Anche perché andrebbe anzitutto definito - diceva - il concetto di "ateismo".

Quanto al proprio idealismo soggettivo, egli sosteneva che non necessariamente può essere suscettibile di uno svolgimento ateistico. E spiegava questo usando due assiomi fondamentali, basati sul fatto che quando si negano certe determinazioni nel concetto di divinità (p.es. la corporeità), non per questo viene negata la divinità qua talis. La comprensibilità del divino va considerata impossibile, in quanto comprendere è determinare e determinare è limitare. Dio va necessariamente al di là di qualunque umana comprensione: in caso contrario lo si trasformerebbe in un idolo. Lo stesso vale quando sono in gioco non le determinazioni bensì certe dimostrazioni dell'esistenza di dio: negare valore alle cosiddette "prove ontologiche", non significa negare dio. Tutto quanto è sovrasensibile può essere solo oggetto di fede.

In sostanza Fichte accusava gli oscurantisti di averlo voluto eliminare per motivi politici, essendo lui favorevole alla rivoluzione francese, e qui amava paragonarsi al filosofo italiano Vanini, fatto fuori per il suo ateismo nel 1619.

Sulla questione morale, indubbiamente la più scottante, Fichte si difese dicendo che se una persona libera fonda la propria moralità esclusivamente in ciò che è esterno da sé, non è sicuramente libera. In tal senso egli non poteva accettare neppure che si ponesse la cosa in sé, ovvero il noumeno inconoscibile di Kant, a fondamento della morale umana.

L'io fichtiano ambiva a una maggiore coerenza, in quanto autocoscienza immediata che si autopone, e con un io del genere - bisogna ammetterlo - a dio restava ben poco spazio. Anche quando si dicesse che dio coincide con l'ordine morale, quest'ultimo verrebbe deciso unicamente dall'io, non potendo essere altrimenti.

Fichte fu difeso da pochissimi intellettuali, tra cui F. Schlegel, che accusava i tedeschi di non aver capito nulla della filosofia dell'accademico.

Fonti


Testi di Fichte J. Gottlieb

Testi su Fichte

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 09-02-2016