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LA TOLLERANZA DI LOCKE E LA FEDE DEGLI ALTRI

I - II

John Locke

Premessa storica al laicismo

La borghesia europea, ai suoi esordi, ebbe un grande successo perché, essendo andata a scuola dal clero cattolico, aveva capito come sdoppiarsi, cioè come affermare in sede teorica un principio da smentire nei fatti. Un atteggiamento del genere potremmo astrattamente considerarlo riprovevole; invece in Europa è stato il grimaldello che ha aperto tutte le porte della non-credenza, e senza tanto spargimento di sangue.

Probabilmente infatti la chiesa ha versato più sangue con gli eretici medievali che non coi borghesi miscredenti. La borghesia ha fatto le rivoluzioni politiche (senza dubbio cruenti), quando ormai era inevitabile farle, avendo essa già conquistato ampi consensi nella società civile. Il suo merito sta quindi nell'aver affrontato le assurdità della religione non in maniera frontale, come appunto gli eretici medievali, ma per vie traverse, lasciando credere al clero cattolico che non esisteva alcuna incompatibilità di fondo tra fede e profitto.

E il clero ci ha creduto, anche se per farlo con convinzione e non obtorto collo ha dovuto farsi protestante. Ci ha creduto perché esso stesso, da tempo, essendosi pervicacemente legato al potere temporale, si era abituato a questa doppiezza. E la borghesia, grazie, indirettamente, a questo insegnamento, stupisce ancora oggi il mondo intero, dominandolo, apparentemente, senza alcuna fatica, nel mostrare la sua grande abilità nel dire una cosa e nel farne un'altra di segno opposto.

Storica premessa del laicismo

Locke fu un campione in questo, un vero maestro per tutti. Infatti, quando affermava che la reciproca tolleranza tra i cristiani delle varie confessioni è il più importante riconoscimento di una vera chiesa, ragionava sì da "cristiano", in quanto la "tolleranza" è una virtù che il cristianesimo non può negare; ma nel contempo ragionava da "borghese", in quanto considerava tutte le confessioni cristiane egualmente importanti (ciò che nessun credente avrebbe mai potuto accettare).

Per un cristiano la tolleranza è un atteggiamento etico, da galateo, ma se vissuta sul piano gnoseologico, diventa una forma di colpevole indifferenza, di "irenismo". Il credente è fanatico per definizione, anche se formalmente appare tollerante: la verità, per lui, è una sola, la propria; non si può transigere nei confronti delle verità altrui. La verità è data, è una rilevazione, un'illuminazione divina, un dogma indiscutibile (almeno nelle cose essenziali, assolutamente irrinunciabili, in quanto fondanti l'intero "credo" di una confessione).

Parlare di "tolleranza" nell'ambito di una qualunque religione che pretenda di modificare la realtà esterna all'uomo (quindi soprattutto in quelle monoteistiche), ha senso se la si pensa come mezzo per convertire l'altro.

Solo una persona che ha già un piede al di fuori dell'esperienza religiosa; solo una persona che inizia a guardare questa esperienza con occhi meramente intellettuali, come appunto un filosofo distaccato, può sostenere l'equivalenza delle fedi.

D'altra parte Locke, per affermare il proprio laicismo, si riteneva in diritto di criticare quelle confessioni cristiane che, pur dicendosi le uniche vere, non sapevano usare la prassi della tolleranza nei confronti delle concorrenti (e quella volta le guerre di religione erano ancora all'ordine del giorno). Criticava le confessioni di non essere "cristiane", proprio là dove non avrebbero potuto esserlo senza rinnegarsi come tali.

Qui sta la grandezza del pensiero borghese, nell'utilizzare cioè alcuni elementi di debolezza e d'incoerenza del cristianesimo per sostenere che questo non si comporta in modo "cristiano".

Locke rimproverava le fedi cristiane di non essere sufficientemente "umane" sul piano del comportamento e, così facendo, poneva le basi della moderna laicità borghese. Non stava utilizzando una convinzione di fede per opporsi a un'altra convinzione - come avevano fatto tutti i riformatori protestanti -, ma stava dicendo che la fede senza l'etica umana, si trasforma inevitabilmente in una violenza ingiustificata, in un abuso di potere.

Locke aveva semplicemente dimostrato che per un qualunque credente la libertà di coscienza è un controsenso. Se un credente ritiene che la propria confessione sia migliore delle altre, non troverà mai qualcosa nelle altre confessioni che non sia già presente, almeno sul piano teorico, nella propria. Chi crede in una religione, vi crede sempre in maniera esclusivistica.

Oggi diciamo che un atteggiamento così fanatico può riguardare anche il laico nei confronti del proprio laicismo. Ma lo diciamo oggi, dopo secoli di laicismo. Locke non poteva prevederlo.

La verità infatti non solo non sta in nessuna fede in sé, ma neppure in nessuna ragione in sé. La verità è un processo in itinere, che si scopre solo strada facendo. Ecco perché diciamo che, sia in campo religioso che laico, esistono idee migliori delle persone che le mettono in pratica e persone migliori delle idee che professano.

Fonti

Critica

La circolazione del pensiero di Locke nella cultura napoletana del Settecento (pdf-zip)


Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 27-05-2011