TEORICI
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ROUSSEAU
Il pessimismo di Rousseau nei confronti della società borghese era senz'altro più legittimo dell'ottimismo degli illuministi. D'altra parte questi non avrebbero potuto superare i limiti del feudalesimo con un atteggiamento scettico. Rousseau però sembrava che vedesse più in là di tutti. Non si faceva illusioni sull'uso borghese della ragione. Da questo punto di vista è stato grande il suo contributo in direzione della scoperta del valore delle società pre-classiste. La civiltà -a suo giudizio- non stava tanto nella scienza o nella tecnica, cioè nel progresso materiale, quanto nell'umanesimo. Ciò che Rousseau non ha capito è stato il passaggio dalla comunità primitiva alle società classiste. Se l'avesse capito, non avrebbe attribuito alle scienze e alle arti la responsabilità principale delle contraddizioni sociali. Per Rousseau il benessere dell'uomo primitivo era esclusivamente legato alla sua vita individuale, autosufficiente; i problemi sorsero nel momento stesso in cui l'uomo ebbe bisogno dell'aiuto di un altro uomo. Qui vi sono due errori fondamentali: 1) che lo stato di natura fosse una condizione di dispersione e isolamento; 2) che il bisogno di superare i limiti dell'individualismo porti automaticamente all'ingiustizia. La nascita delle società classiste è invece avvenuta per motivi opposti: alla vita comunitaria della società primitiva si è sostituita, progressivamente, l'interesse privato del singolo o di taluni gruppi sociali, per i quali la proprietà privata era diventata il mezzo per emanciparsi dal collettivo. Lo stato di natura descritto da Rousseau non è mai esistito, proprio perché ad esso Rousseau ha applicato dei moduli interpretativi desunti dalla società borghese. Egli ha contrapposto all'antagonismo della società civile borghese il pacifismo dell'individualismo primitivo. Probabilmente Rousseau voleva dimostrare che l'individuo singolo, estraneo ai giochi di potere, agli interessi economici, ai salotti culturali, è, nella società borghese, migliore dell'individuo "socializzato", del citoyen. Ecco perché egli non ha mai sopportato l'idea dell'assolutismo politico. Rousseau credeva di poter superare, attraverso il Contratto sociale, sia il limite di un individualismo "buono" che però non riesce a imporsi sull'antagonismo della società borghese, sia il limite della "cattiva" socializzazione che si verifica nella stessa società borghese, allorché in nome della proprietà si vuole affermare l'ineguaglianza. Il Contratto sociale è una soluzione utopica, per la semplice ragione che Rousseau chiede a tutti i cittadini di fare spontaneamente una cosa che la società borghese, proprio perché divisa in classi, rende impossibile. Come si può infatti pensare che ogni individuo si renda cosciente che la democrazia è il miglior governo, quando i cittadini che dispongono di proprietà privata ritengono che l'assenza della democrazia li favorisca? Rousseau non ha compreso l'essenza della lotta di classe, della rivoluzione politica delle masse oppresse, ed ha voluto affidare la realizzazione della democrazia allo sviluppo di due strumenti non politici: l'educazione civile, pedagogica e nazionale da un lato, e la religione "civile" dall'altro. Interessante però il fatto che Rousseau abbia capito quanto fosse indispensabile, per realizzare la democrazia, puntare su un territorio limitato, in cui la sovranità popolare potesse manifestarsi con maggiore pienezza. TORNIAMO A ROUSSEAU Lo Stato dev'essere subordinato alla società, il legislatore deve conformarsi alla volontà del popolo. Non solo, ma il popolo deve diventare legislatore di se stesso, e ciò è possibile solo a livello locale, perché solo a questo livello è possibile una democrazia diretta, piena, sostanziale e non formale, cioè non delegata a rappresentanti che vivono lontani dalla realtà quotidiana, che non possono oggettivamente avere il polso della situazione. La democrazia è reale quando può essere posta sotto controllo quotidiano dagli stessi cittadini che la gestiscono. Vanno superati i concetti di Stato e di nazione, persino i concetti di istituzione (che è strettamente legato a quello di burocrazia) e di rappresentanza parlamentare, se s'intende con questo termine un governo centrale che impone le proprie leggi alle comunità locali. Qualsiasi tentativo di democratizzare la società civile, senza mettere in discussione i concetti di Stato, nazione, istituzione e governo parlamentare centralizzato, è destinato a fallire, perché col tempo tende a svuotarsi di contenuto, non avendo la forza politica per affermarsi e, di conseguenza, per modificare il sistema (si pensi, in tal senso, alla fine che hanno fatto il decentramento regionale, i consigli di quartiere o di circoscrizione dei Comuni, i Decreti Delegati per le scuole statali ecc.). Non è più sufficiente la "buona volontà" per risolvere la corruzione, il degrado, l'inefficienza... Non basta più neppure la decisione di sostituire i "corrotti e corruttori" con uomini di "provata virtù". Infatti, dopo un certo periodo di risanamento, si finisce col ricadere inevitabilmente nei mali di sempre. Da questo punto di vista fanno bene coloro che propongono di considerare la corruzione un elemento strutturale del sistema. Ma fanno bene "al negativo". E' il sistema in quanto tale che non funziona e non singoli suoi aspetti o settori; e funziona così male che praticamente qualunque volontà positiva dei politici non solo non si realizza, ma tende anche a realizzare gli obiettivi opposti a quelli voluti. Torniamo dunque a Rousseau, ma passando per i principi del socialismo democratico. Rousseau era un ingenuo, poiché pensava che una società divisa in classi potesse trasformarsi progressivamente nel suo contrario, ma aveva capito che senza la sovranità popolare diretta non c'è alcuna vera democrazia. |