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LA MORALE LAICA DI SHAFTESBURY

SHAFTESBURY

Forse abbiamo sottovalutato l'importanza di Anthony Ashley Cooper, III Conte di Shaftesbury (1671-1713), conosciuto, nel mondo della filosofia, solo per il nome della contea inglese del Dorset.

Tutto quanto scrisse, per lo più anonimo, ebbe molto successo, anche se oggi i manuali scolastici lo ricordano solo per un'opera: Ricerca sulla virtù e il merito (1699), pubblicata clandestinamente da J. Toland, mentre il conte era in Olanda, a respirar aria più democratica di quella inglese e che però non gli faceva bene per la sua asma, tant'è che soggiornò a Napoli per un anno, dove ne approfittò per sistemare i suoi scritti.

Quell'opera, scritta a vent'anni, poi riveduta e corretta, resta la sua fondamentale, ed ebbe il potere d'influenzare filosofi molto più insigni di lui, come Hume, Diderot, Montesquieu, Rousseau, Herder e perfino Kant gli è debitore col suo imperativo categorico.

Tutti apprezzavano la soavità delle sue espressioni criptiche, con cui, proprio mentre sembrava perorare la causa del teismo, portava il lettore, in tutta tranquillità, nelle braccia dell'ateismo.

In lui si ripeteva, se vogliamo, l'ambiguità dell'opera francese di P. Bayle, il quale, contestando superstizioni e clericalismo da posizioni teistiche, forniva armi all'ateismo illuministico. E i due si conoscevano bene.

Era questa la migliore filosofia borghese del Settecento, scevra da ogni sorta di estremismo e consapevole della forza delle proprie argomentazioni.

"L'uomo virtuoso è sufficiente a se stesso": questa la sua massima principale. "Virtuoso" stava per "morale" e virtuoso è chi agisce bene senza sperare in una ricompensa né avendo timore di una punizione.

E pensare che il conte si preoccupava di ribadire ch'era un "teista", aperto a qualunque contributo religioso, persino a ogni rivelazione (cosa che invece il "deista" inglese rifiutava, ben sapendo che "rivelazione" vuol sempre dire "chiesa organizzata in una struttura di potere"). E ci litigava anche coi deisti, prendendosela persino con la parola theist che in inglese non distingueva l'uno dall'altro.

In realtà era tutta una finzione. Shaftesbury, volendo vivere tranquillo nel suo paese, si preoccupava di non dar fastidio ai potenti di turno. Solo con molto tatto preferiva far credere che per decidere la differenza tra un uomo virtuoso e uno no, la religione non era affatto indispensabile, tant'è che quando s'incontra un uomo di fede chiediamo se è anche onesto, mentre di fronte a una persona onesta non chiediamo se sia anche devota.

Parteggiando per i liberi pensatori, egli era convinto che in ogni uomo ci fosse, per natura, un fondo di bontà (e qui era nettamente ostile a Hobbes), che può corrompersi a seconda delle circostanze; e questo può verificarsi sia nell'ateo che nel credente. Ma né la religione né l'ateismo possono decidere cosa sia moralmente giusto o ingiusto, proprio perché la moralità, essendo intrinseca all'uomo, precede le concezioni religiose o irreligiose.

L'ateo quindi può sì diventare immorale, ma non lo diventa per la sua morale atea (come invece pensavano tutti i credenti del suo tempo), proprio perché ciò che è naturale (la morale interiore) è sano di per sé. Se diventa immorale è perché si è lasciato dominare da interessi o passioni che nulla c'entrano con la noncredenza, oppure perché ha fatto del proprio ateismo una religione, diventando un fanatico.

Quanto alle religioni, ch'esse non siano in grado di far diventare virtuosi, è dimostrato dalle infinite guerre compiute in nome della fede. Questo per dire che se il teismo può portare alla virtù, il solo fatto di voler compiere azioni morali in vista di quel che può farci un dio, è già una deformazione immorale della coscienza e dello stesso dio.

Insomma per essere virtuosi non v'è alcun bisogno di credere. E se un credente dice d'essere moralmente migliore d'un ateo, deve dimostrarlo praticamente, poiché non è la sua fede in sé che lo rende migliore. E quando l'avrà dimostrato, non sarà certamente stato per aver contrapposto la fede alla virtù morale. Infatti quella stessa onestà che il credente attribuisce alla sua fede, l'ateo l'attribuisce alla sua morale.

Il punto debole di Shaftesbury non stava certamente in questi ragionamenti sopraffini, quanto nel modo di dimostrare la virtuosità dell'ateo. Come noto, il credente minimizza le contraddizioni sociali confidando nella provvidenza divina. Ma l'ateo che fa? In Shaftesbury non fa nulla. Si limita a contemplare l'armonia delle parti rispetto al tutto, l'unità della natura e la bellezza del creato, facendo coincidere, secondo la tradizione platonica di Cambridge, bene bello e vero.

Shaftesbury scriveva non come se vivesse in uno spazio-tempo ben determinato, quello dell'Inghilterra intenzionata a diventare, a tutti i costi, la prima potenza mondiale capitalistica, ma come se vivesse in qualche sperduta isola del pianeta, dove le differenze tra natura e società erano ridotte a un nulla. Non a caso amava i popoli primitivi, specie quelli senza religione, la cui maniera istintuale di vivere era etica per definizione, priva di sovrastrutture mentali.

Detto da un aristocratico che campava di rendita può forse far sorridere, ma questo non c'impedirà di riconoscere il suo grande contributo alla creazione di una morale laica.

Fonti

Testi di Shaftesbury

La critica

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015