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Togliatti e la religione

Dario Lodi

Palmiro Togliatti, nato a Genova nel 1883 e morto a Yalta nel 1964, era figlio d’insegnanti ligi alla religione. Quando la famiglia si trasferì a Torino, il futuro uomo politico si trovò immerso in una cultura laica, con qualche tratto anarchico, e scoprì un nuovo mondo al quale si adeguò. Poi andò oltre sposando la causa comunista rivoluzionaria.

Il rapporto con la religione Togliatti lo concepì sempre e soltanto da un punto di vista opportunistico, ovvero in funzione dei vantaggi per il partito. La dimostrazione lampante è data dalla sua difesa del famoso Concordato del 1929 fra Vaticano e Mussolini, con l’approvazione dell’art. 7 della nuova Costituzione italiana, entrata in vigore il primo gennaio 1948. Sino a poco prima il PCI era nettamente contrario a quest’articolo, la cui presenza avrebbe ripristinato parte del sistema precedente. All’epoca, si era ancora alle prese con idee rivoluzionarie, per quanto la loro utopia fosse ormai evidente, data l’entrata dell’Italia nella sfera degli Stati Uniti.

Del resto, si pensava che Togliatti avesse una visione chiara del programma da perseguire perché era stato diversi anni a Mosca, a stretto contatto con Stalin. Quest’ultimo non era tenero con la chiesa ortodossa, che, infatti, aveva emarginato (solo nel corso della guerra contro i tedeschi si era lasciato andare a un richiamo alla fede nella Santa Russia). Tutto questo in onore delle regole del Comunismo: Marx aveva bocciato la religione in quanto peso morto di qualunque sistema di governo, figuriamoci di quello catartico di stampo, appunto, comunista (fratellanza umana, senza privilegi di sorta). Stalin, come Lenin, attuò uno pseudo-comunismo, sfociato in una dittatura spietata per tenere unito il Paese e farlo progredire con balzi prodigiosi.

Togliatti, agli occhi dei compagni, avrebbe detto sicuramente di no all’art. 7, non c’erano dubbi e lui stesso promise di boicottare l’iniziativa costituzionale all’atto della votazione. Non fu così e la cosa turbò parecchi animi, causò delle defezioni. Egli, votando per il sì, intendeva dimostrare la volontà di procedere legalmente sulla via delle riforme, abbandonando ogni proposito rivoluzionario. Il gesto andava a tradire la purezza del movimento comunista. Basti pensare a ciò che diceva Gramsci sull’argomento religioso:

.... La religione è la più ‘mastodontica’ utopia, cioè la più ‘mastodontica’ metafisica apparsa nella storia, essa è il tentativo più grandioso di conciliare in forma mitologica le contraddizioni storiche: essa afferma, è vero, che l’uomo ha la stessa ‘natura’, che esiste l’uomo in generale, creato simile a Dio e perciò fratello degli altri uomini, uguale agli altri uomini, libero fra gli altri uomini, e che tale egli si può concepire specchiandosi in Dio, ‘autocoscienza’ dell’umanità, ma afferma anche che tutto ciò non è di questo mondo, ma di un altro (utopia)… .. (Quaderno IV, 1930-32.)

Nel dicembre 1938 Togliatti ribatté così (“Noi e i cattolici” su “Stato operaio”)

Delle colpe sono state commesse nel passato, nel movimento operaio italiano, verso i lavoratori cattolici. Noi comunisti non abbiamo queste colpe. Il gesto della “mano tesa” ai fratelli lavoratori cattolici non lo abbiamo imitato né preso a prestito. Fin dal 1924, ’25, ’26, abbiamo detto agli operai, ai lavoratori cattolici: “Uniamoci per conquistarci migliori condizioni di vita, per conquistarci la libertà e la pace” …

E nel dicembre 1945 durante il rapporto al primo congresso del PCI dopo la liberazione (“Comunisti e cattolici”, pag. 27):

La lotta contro la religione non è ammessa nel Partito. Il PCI non è un partito ateo” …

Evidentemente quest’ultima frase non fu recepita bene dai compagni, impegnati a discutere calorosamente su come passare ai fatti e rovesciare una volta per tutte il capitalismo e creare una vera giustizia sociale. Il “Migliore” faceva, secondo loro, politica spicciola e scaltra per ottenere i voti degli operai cattolici. Non appariva un’impresa impossibile, dato che ancora non conoscevano le brutalità di Stalin, compiute nel nome di Marx (nel caso, del tutto innocente). Ma la DC ebbe il sopravvento proprio grazie ad una chiesa rinfrancata, sicura degli effetti del suo appoggio ai democristiani. Il governo De Gasperi fu la fine del sogno comunista italiano.

Togliatti era un intellettuale (scriveva magnificamente) e un buon diplomatico, per quanto impaziente ad aggressivo con i subalterni. Delle sue ire fece le spese anche Elio Vittorini, un comunista eretico agli occhi del Nostro. Vittorini gli rispose per le rime e sbatté la porta. Entrambi, si può, dire tradirono l’ideale progressista portato avanti dal comunismo. Vittorini era ormai nel sistema tradizionale, pur picchiando i pugni, mentre Togliatti ipotizzava cambiamenti tramite compromessi, dichiarandosi realista.

Il realismo togliattiano impediva l’estromissione della chiesa dal sistema per questione di ordine sociale. Quest’ultimo era vitale da secoli e non sarebbe bastata l’energia di pur buoni visionari per scardinare l’istituzione ecclesiastica. Realisticamente, Togliatti pensava di raggiungere il potere senza ricorrere a scossoni. Si doveva manovrare all’interno del sistema. E ci si doveva fidare del suo intuito, nonché della sua preparazione politica.

Chiaramente si trattava di un errore di prospettiva, causato dall’esperienza staliniana, per cui solo un partito organizzato avrebbe potuto cambiare le cose. A differenza di Gramsci che voleva la maturazione della gente (il partito doveva fornire gli strumenti all’uomo comune perché capisse il funzionamento del sistema capitalistico, un sistema vecchio come il mondo), Togliatti pensava a ordini da eseguire perché solo lui, ovvero il partito, era in grado di capire quelle cose e di porvi rimedio. Certo, gli ordini dovevano essere dati in modo adeguato, controllando l’esecuzione senza arrivare agli eccessi di Stalin. In verità, la presenza del PCI, nel secondo dopoguerra, fu importante per la difesa dei diritti dei lavoratori fino a Berlinguer, niente altro.

Si noterà che in tutto questo la spiritualità non c’è. Ci sono dei poteri contrapposti, quelli della croce e quelli di falce e martello. L’inserimento dell’art. 7 nella Costituzione riabilitava la chiesa, compromessa con il Fascismo, e riavvitava il vecchio sistema oppressivo sia materialmente sia moralmente. La religione ritornava a essere un rifugio per chi non aveva potere di sorta e il PCI gli dava manforte per una miopia voluta, ritenendo possibile la catarsi usando una strategia improvvisata. L’Italia tornava indietro, ripiombava nel sistema liberale (?) che aveva preparato la strada a Mussolini. Il sistema ricominciava a impedire la promozione laica e razionale della speculazione, dello studio diretto e non mediato da organismi opportunistici e parassitari, come la chiesa e la sua religione biascicata.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26-04-2015